Camerun. Una guerra civile totalmente ignorata

Luca Attanasio

Lo chiamano l’Africa in miniatura. Grazie all’eterogeneità della sua società e i suoi numerosi gruppi linguistici, il Camerun è considerato un continente nel continente. Per decenni ha goduto di una pace relativa e messo regolarmente a bilancio parametri di crescita e sviluppo tra i più elevati d’Africa oltre a un alto tasso di alfabetizzazione. Ma al suo interno, negli ultimi anni, si sono moltiplicati focolai di tensione che hanno fatto precipitare la sicurezza e portato alcune aree sull’orlo del conflitto civile.

La situazione più calda, spina costante nel fianco dell’immarcescibile Paul Biya che nel 2022 festeggerà, a 89 anni suonati, il suo quarantennale di presidenza ininterrotta, è quella delle regioni occidentali, storicamente di lingua e cultura inglese, che da anni reclamano l’indipendenza. Tedesco fino alla fine della prima guerra mondiale, il Camerun fu spartito tra le potenze alleate e diviso in due parti al termine del conflitto. La zona sud-occidentale, incastonata nella Nigeria (il 20 per cento circa del territorio), fu posta sotto l’influenza della Gran Bretagna, il restante 80 per cento, comprendente la capitale Yaoundé, della Francia.

Le radici del conflitto

Nel 1961, l’anno successivo all’indipendenza da Parigi, si tenne un referendum, sotto l’egida Onu, riguardante le aree ancora sotto l’influenza britannica. La domanda posta ai votanti era: «Una volta indipendenti volete confluire nella Nigeria o nella Repubblica del Camerun?». La risposta della maggior parte della popolazione delle regioni inglesi a nord fu l’annessione alla Nigeria, quelle del sud, la permanenza nel Camerun.

Ciò portò alla costituzione di una forma federale che, negli anni, anche per un fortissimo interesse di Yaoundé verso i giacimenti petroliferi delle regioni anglofone, perse vigore per cedere il passo a una forma sempre più accentrata di potere. Quando si passò dal federalismo alla “Repubblica del Camerun”, i movimenti separatisti della regione occidentale, viste frustrate le istanze di autonomia, diedero l’innesco a una lotta che, sostanzialmente, non si è mai arrestata.

La netta volontà di una agguerrita minoranza che rivendicava il diritto dei circa quattro milioni di anglofoni di separarsi dai restanti 22 milioni di camerunesi francofoni, ha condotto a un conflitto che ha vissuto varie fasi di recrudescenza nel corso degli ultimi 30 anni ma che, a partire dalla fine del 2016, si è trasformato in guerra aperta.

La data che segna un punto di non ritorno è il 1° ottobre 2017. In quel giorno, che segna l’anniversario dell’unificazione del 1961, i separatisti si autoproclamano «cittadini liberi della Repubblica di Ambazonia» (da Ambas Bay, la baia alla foce del fiume Mungo che in epoca coloniale marcava il confine naturale tra le aree di pertinenza inglese e francese) e danno il via a uno scontro aperto tra eserciti che, da allora, non conosce tregua.

Nel giro di meno di cinque anni, il conflitto ha fatto oltre 4mila vittime, senza contare i feriti, i rapiti, i torturati, gli arrestati sommariamente, un bilancio che supera di gran lunga quello causato da un altro dei protagonisti del terrore in azione nel paese dal 2014: Boko Haram.

Significativa, poi, la statistica relativa agli sfollati interni che vagano nelle aree limitrofe in cerca di un po’ di pace. Secondo le stime dell’ufficio Onu di coordinamento degli affari umanitari sono oltre 700mila, cui vanno ad aggiungersi i circa 70mila che hanno trovato rifugio nella vicina Nigeria.

Una cifra enorme, specie se si considera il territorio interessato relativamente limitato. A loro si uniscono almeno altri 200mila displaced messi in fuga dalla penetrazione jihadista a nord e dai recenti scontri tra allevatori e pescatori al confine con il Ciad, venuti alle armi per l’utilizzo delle acque: un computo complessivo che fa schizzare il Camerun nella top ten dei paesi del mondo con maggior numero di profughi.

Una crisi ignorata

Il conflitto delle regioni anglofone giace negletto tra le crisi maggiormente ignorate dalla comunità internazionale. Secondo i calcoli delle organizzazioni non governative impegnate nell’area, ogni giorno avvengono scontri, uccisioni, rapimenti o fatti riconducibili alla violenza estrema che coinvolgono i gruppi armati ribelli, almeno una trentina in azione nell’area, e le forze dell’esercito o di polizia. Eppure gli interventi per emendarlo o limitarlo, sono ben pochi.

Nel 2019 ci fu un primo importante tentativo di colloquio negoziale condotto dalla Svizzera. Fin da subito, però, si capì che i colloqui non avrebbero avuto successo perché tra i gruppi degli indipendentisti avevano sostanzialmente aderito quelli della diaspora, poco rappresentativi della lotta per l’affrancamento da Yaoundé. All’iniziativa, in ogni caso significativa perché per la prima volta fece uscire il conflitto dai confini regionali e nazionali, fece seguito un nulla di fatto in gran parte causato dalle divisioni interne del movimento irredentista che cominciarono a sorgere proprio a ridosso dei primi incontri.

Nel luglio 2020 invece, si arrivò a un punto che tutti gli osservatori considerarono di vera svolta. Il tavolo di confronto aperto grazie anche alla mediazione di leader religiosi presso la residenza dell’arcivescovo di Yaoundé Jean Mbarga, sembrò da subito promettente perché coinvolse quasi tutti i gruppi secessionisti e, soprattutto, perché ebbe la benedizione di Ayuk Tabe, il leader indiscusso del movimento indipendentista. Tabe, dal carcere dove era rinchiuso per terrorismo, si disse pronto al negoziato e pose tre condizioni: un’amnistia generale, la fuoriuscita dei militari dalle regioni anglofone e che il presidente Paul Biya annunciasse il cessate il fuoco. A rappresentare il governo fu inviato uno dei responsabili della sicurezza nazionale. Dietro di lui, c’era direttamente il primo ministro Joseph Ngute.

La stagione di relativa calma che seguì quel momento, però, durò poco. Non ci fu nessun annuncio di tregua da parte di Biya né evacuazioni o amnistie. Il risultato fu che, nonostante il paese e il resto del mondo fossero sotto lo spettro della terribile pandemia di Covid, il livello dello scontro militare non solo non si attenuò, ma crebbe in intensità e frequenza. L’anno che si è appena concluso non induce a grandi aspettative per il 2022.

Futuro incerto

Negli ultimi mesi, anche a seguito di azioni di repressione violenta e atti di terrore insensato da parte dell’esercito regolare, come quello che nell’ottobre scorso ha causato a Buea, capoluogo della regione sud-occidentale, l’uccisione a un checkpoint di una bimba di cinque anni che stava andando a scuola con la mamma, il tiro degli Amba Boys, si è alzato di parecchio.

Andrew Nkea Fuanya, arcivescovo cattolico di Bamenda, capitale delle regioni anglofone, tra i leader religiosi più attivi nel favorire il dialogo e le strategia sotterranee di contatto tra le fazioni in lotta, spiega che «la strategia dei gruppi armati indipendentisti è cambiata di recente. Gli attacchi su obiettivi militari si stanno intensificando e la risposta dell’esercito è brutale. L’ultimo agguato a una caserma ha fatto vari morti tra i soldati e tra i civili. I soldati, dopo simili atti, inscenano raid vendicativi dando fuoco a case ed edifici dell’area».

È particolarmente preoccupante, poi, il cambio di passo e di obiettivi perseguiti dagli indipendentisti. Secondo quanto riporta l’organizzazione non governativa Human Rights Watch, le milizie ribelli si sono rese protagoniste di gravissimi attacchi contro studenti, insegnanti e scuole della stessa regione anglofona andando a creare un ulteriore impatto al sistema scolastico piegato da guerra e Covid che, solo da poco, aveva ripreso a funzionare nel 60 per cento degli istituti.

«La gente è stanca, vuole normalità. Se passaste di qui a Natale vedreste le strade piene di festoni, persone per strada, negozi aperti, come se fossimo una società pacificata», dice Nkea. Se c’è un dato positivo che emerge da tutta questa vicenda, è la capacità di resilienza della popolazione delle regioni anglofone. La comunità internazionale dovrà intervenire per evitare che da adattamento attivo, si trasformi in definitiva rassegnazione.

in “Domani” del 6 gennaio 2022

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