Archivi categoria: Riforma scolastica

Educazione. Indicazioni europee e specificità nazionali

Fabrizio Foschi

Tra i commissari europei che dovranno essere cambiati vi è anche quello all’Educazione, cultura, gioventù e sport. L’attuale e uscente è Tibor Navracsics, ungherese, del partito Fidesz, di cui è leader Viktor Orbán. Oltre al commissario specifico, l’Ue ha anche un Consiglio che si occupa di questioni educative, composto dai ministri responsabili dell’istruzione di tutti gli Stati membri dell’Ue. Al Consiglio, che istituzionalmente dovrebbe riunirsi tre, quattro volte all’anno, partecipa anche il commissario del ramo. Le riunioni più recenti del Consiglio e sottogruppi analoghi si sono svolte la scorsa primavera (aprile-maggio 2019). Le conclusioni delle riunioni sono pubblicate sul sito della Ue.

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Nel report di una di queste, dedicata ai giovani e al mondo del lavoro, si legge che “una solida base di competenze e un orientamento adeguato, sostenuti da analisi di buona qualità del fabbisogno di competenze e da sistemi di istruzione e formazione di alta qualità, flessibili e reattivi che includano la promozione dell’apprendimento permanente, possono aiutare i giovani a realizzare con successo transizioni verso il mercato del lavoro, e al suo interno, e a intraprendere carriere gratificanti”. Continua a leggere

Scuola. Da settembre 33 ore di Educazione civica e voto in pagella

FRANCESCA MILANO

Approvato il via definitiva il ddl che reintroduce l’insegnamento dell’educazione civica, ma anche dello sviluppo sostenibile e dell’educazione alla cittadinanza digitale. La legge però non stanzia nuove risorse per la formazione dei docenti.

Dall’anno scolastico 2019/2020 torna l’educazione civica: 33 ore di insegnamento e voto in pagella per gli studenti delle elementari, delle medie e delle superiori. Gli studenti dovranno studiare la Costituzione, le istituzioni dellcivica-e1461689974704-1.pngo Stato italiano, dell’Unione europea e degli organismi internazionali; la storia della bandiera e dell’inno nazionale; l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile; l’educazione alla cittadinanza digitale; gli elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro; l’educazione ambientale, sviluppo eco-sostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari; l’educazione alla legalità e al contrasto delle mafie; l’educazione al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni; la protezione civile.

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La scuola italiana. Una questione irrisolta: il personale docente

Andrea Gavosto

Come si recluta un insegnante

Per il nuovo anno scolastico il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti vuole assumere 58.627 insegnanti, di cui 14.552 per il sostegno, che andrebbero ad aggiungersi ai circa 680 mila in ruolo. Nel contempo, il numero di supplenti annuali segnerà a settembre un nuovo record, sfiorando i 200 mila.

Per decifrare l’appttt.jpgarente paradosso va fatto un passo indietro, spiegando le regole che governano l’assunzione degli insegnanti in Italia. Sono meccanismi arcaici, il cui effetto sarà che moltissime cattedre a cui destinare i neoassunti rimarranno vuote per mancanza di candidati: come l’anno scorso, quando il ministero dell’Economia e Finanza aveva autorizzato 57 mila nuove assunzioni, ma ne furono possibili meno della metà. Perciò sono serviti e serviranno tanti supplenti.

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Scuola. L’autonomia differenziata? No grazie, facciamo prima quella vera

EZIO DELFINO

“Abbiamo fatto un passo avanti, siamo in dirittura d’arrivo”, ha esordito il premier Conte in conferenza stampa alla fine del vertice di Governo spiegando che “sulla scuola si fonda la nostra identità nazionale”. Con lui il sottosegretario grillino Salvatore Giuliano: “Vince la scuola italiana, non questa o quella forza politica”. E il governatore dell’Emilia-Romagna, il dem Bonaccini, che ha presentato una proposta di autonomia parzialmente distante da quella di Veneto e Lombardia, commenta: “Ha vinto l’Emilia-Romagna”.

La scuola non si tocca, dunque: la temuta differenziazione proposta da Lombardia e Veneto con insegnanti assunti direttamente dalle Regioni, con contratti e stipendi su base regionale e programmi scolastici diversi è stata bloccata nel vertice a Palazzo Chigi del 19 luglio nel quale il Governo ha tolto dal testo in discussione l’art. 12 in cui era prevista la regionalizzazione dell’istruzione. I dirigenti scolastici, i docenti ed il personale Ata non andranno alle dipendenze delle Regioni, ma rimarranno in capo al ministero dell’Istruzione. docenti-647x380.jpg

Saltano anche, stante l’accordo di governo, i concorsi regionali e le cosiddette gabbie salariali, la possibilità per Veneto e Lombardia di riconoscere stipendi più elevati per i docenti che lavorano nel loro territorio. L’unica concessione che viene fatta ai governatori è quella di poter allungare l’obbligo di permanenza nella Regione dopo l’ottenimento della cattedra (oggi fissato a 5 anni). C’è da rilevare, infine, che con lo stralcio dai documenti oggetto delle intese dell’art. 12 – che riguarda il trasferimento del personale scolastico – anche l’ipotesi del passaggio di risorse dallo Stato alle Regioni viene fortemente ridimensionata. E, si sa, un’autonomia funziona se c’è quella finanziaria. Continua a leggere

Riconoscimento dei titoli accademici pontifici in Italia

Entra in vigore il prossimo 25 luglio e costituisce un risultato importante per tutte le Facoltà Teologiche e gli Istituti Superiori di Scienze Religiose e le altre istituzioni accademiche ecclesiastiche in Italia: è il Decreto del Presidente della Repubblica, pubblicato il 10 luglio sulla Gazzetta Ufficiale, che dà esecuzione allo scambio di Note verbali sul riconoscimento dei titoli accademici pontifici nelle discipline ecclesiastiche, seguite all’accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede del 13 febbraio scorso.

L’accordo prevede una estensione delle discipline “concordatarie” riconosciute dallo Stato italiano, che  prima si limitavano alla Teologia e alla Sacra Scrittura, e che ora comprenderanno anche il Diritto Canonico, la Liturfirma_foto.jpggia, la Spiritualità, la Missiologia e le Scienze religiose.

Si attiveranno ora, come da accordi, tavoli tecnici per definire le intese tra il Miur e la Congregazione per l’Educazione Cattolica per l’individuazione di procedure congrue per l’esecuzione del riconoscimento. Questo passo è frutto di un lungo lavoro di riforma, promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica e accompagnato e sostenuto dal Comitato per gli Studi Superiori di Teologia e di Scienze Religiose e dal Servizio Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana.

Divaricazione scuola e mercato del lavoro. Irreperibili 469 mila tecnici

Claudio Tucci

Il sasso nello stagno è stato lanciato lo scorso 1° novembre da Unioncamere-Anpal quando hanno calcolato come, da qui al 2022, le imprese italiane siano pronte a offrire un posto di lavoro a 469mila tecnici, diplomati Its, laureati nelle discipline “Stem” (Science, technology, engineering and mathematics). Tuttavia, a causa del forte “mismatch”, vale a dire competenze dei candidati non in linea con le richieste del mondo produttivo, circa un terzo delle professionalità tecniche necessarie, già oggi, risulta «di difficile reperimento». Una percentuale in crescita nell’ultimo periodo. E che desta più di una preoccupazione vista la velocità della trasformazione in atto nel settore industriale indotta dal 4.0.

L’allarme, ieri, dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono (sulle difficoltà a trovare 6mila lavoratori – si veda altro servizio in pagina) è solo l’ultimo in ordine di tempo. Ed è drammaticamente reale.

Confindustria, sono mesi, che sprona il governo a far tornare «la formazione dei giovani una priorità per il Paese» (il copyright è del vice presidente degli industriali per il Capitale umano, Gianni Brugnoli).

Il punto è che nei sei settori più rilevanti del made in Italy (quelli che spingono il Pil del Paese, ndr), nei prossimi tre anni, ci sarà necessità di 193mila tecnici (la stima è di Confindustria e tiene conto anche degli effetti di Quota 100); e pure qui, è arcinoto, molte selezioni non andranno a buon fine visti gli attuali numeri dell’offerta scolastica, secondaria e terziaria professionalizzante. Agli Its infatti (che garantiscono un tasso di occupazione che sfiora l’80%, con punte superiori al 90%, a un anno dal titolo – ma che purtroppo ancora pochi conoscono) sono iscritti appena 13mila studenti. Stesso discorso per le discipline tecnico-scientifiche: da noi ogni anno si laurea in queste “materie Stem” solo l’1,4% dei giovani tra i 20 e 29 anni (di cui pochissime donne), a fronte del doppio, e quasi del triplo, a livello internazionale. Inoltre, abbiamo un collegamento tra scuola e mondo del lavoro debole (anzi, l’attuale governo lo sta smontando). In Italia, il 4,4% di under25 studia e ha un primo contatto con le aziende (e abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 30%),meccanica_-1024x683.jpg in Germania questa percentuale è del 36,8% (e il tasso di disoccupazione degli under25 tedeschi è stabile intorno al 5 per cento).

Un paradosso nel paradosso. Con effetti gravissimi. L’industria meccanica, solo per fare qualche esempio, considera “introvabili” ingegneri, progettisti, tecnici della gestione dei processi produttivi e conduttori di impianti produttivi; nella chimica-farmaceutica, invece, sono ricercatissimi: analisti chimici, ricercatori farmaceutici, tecnici di laboratorio.

Accanto a numeri e statistiche, il problema “mismatch” è ben presente, ogni giorno, anche, nelle storie degli imprenditori, piccoli e grandi. Da due stagioni, su Rtl 102.5, ogni mercoledì, va in onda «Il postinfabbrica». Sono state ospitate 72 aziende alla ricerca di personale, che hanno offerto 1.350 posizioni. Sono arrivati 11mila Cv, anche graziea Unimpiego Confindustria. Sapete quante assunzioni sono state fatte? Appena 250.

Molte imprese si stanno dando da fare singolarmente, puntando su Academy aziendali. Ma non basta. «Serve uno sforzo di tutti – per ripetere le parole di Brugnoli pronunciate all’Orientagiovani 2019 -. Scuole e aziende non possono permettersi di non avere dialogo».

in Il Sole 24 Ore, 11 luglio 2019

 

“Key Data on Early Childhood Education and Care in Europe”. Eurydice Report

Erika Bartolini

L’Educazione e cura della prima infanzia, ovvero la fase che precede l’istruzione primaria, è ormai sempre più considerata come la parte del ciclo educativo che getta le basi per l’apprendimento permanente e per lo sviluppo della persona.

Il nuovo rapporto della rete Eurydice “Key Data on Early Childhood Education and Care in Eeury.jpgurope”giunto alla sua seconda edizione, registra i progressi fatti dai Paesi europei nelle aree chiave identificate dalla Raccomandazione del Consiglio relativa ai sistemi di educazione e cura di alta qualità della prima infanzia del 22 maggio scorso.

Le aree chiave fanno riferimento alla gestione, all’accesso, al personale, alle linee guida educative, alla valutazione e al monitoraggio. La prima parte del rapporto analizza in modo trasversale queste aree con un’attenzione speciale alla correlazione fra le politiche attuate nelle diverse aree. Particolare importanza viene data all’aspetto dell’integrazione dei sistemi 0-3 e 3-6 anni, un elemento ritenuto un parametro di alta qualità dell’educazione pre-primaria, fondamentale per aumentare l’equità e l’uguaglianza della società. La seconda parte fornisce una panoramica sugli aspetti principali dei sistemi nazionali di educazione e cura della prima infanzia, accompagnati dai diagrammi delle relative strutture (vedi l’articolo di approfondimento pubblicato sul sito di Eurydice Italia).

Scopo del rapporto è quello di fornire ai decisori politici, ai ricercatori e alle famiglie un rapido accesso ai dati comparativi internazionali e una grande quantità di esempi di politiche nazionali europee nel settore dell’educazione e cura della prima infanzia. Lo studio copre un campo molto vasto. Non comprende infatti solo l’offerta presso le strutture, ma anche i servizi domiciliari regolamentati nei settori pubblico e privato nei 38 Paesi europei che partecipano a Erasmus+: i 28 Stati membri dell’Unione europea, più Albania, Bosnia Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia and Turchia.

Dallo studio emerge che avere un posto a costi accessibili è ancora difficile per molte famiglie con bambini di età inferiore a 3 anni. Le cose migliorano per i bambini più grandi: metà dei Paesi europei garantisce l’accesso dall’età di 3 anni. L’Italia non fa eccezione per quel che riguarda la difficoltà per le famiglie di ottenere un posto nei nidi d’infanzia. Allo stessotempo, però, per i bambini più grandi la percentuale di partecipazione nella fascia di età 3-6 anni è vicina al 95% (benchmark europeo fissato per il 2020).

L’impiego di personale altamente qualificato – con una laurea di primo livello o superiore – garantisce la creazione di ambienti di apprendimento più stimolanti, una cura e un supporto più adeguati. Anche in Italia, a partire dal prossimo anno scolastico, gli educatori dei nidi d’infanzia pubblici dovranno avere una laurea di primo livello, allineandosi così alla tendenza della maggior parte dei Paesi europei.

Ciò che caratterizza i sistemi educativi con una qualità più elevata è il livello di integrazione del sistema da 0 a 6 anni di età. Per valutare questo parametro sono stati presi a riferimento il livello di formazione del personale, l’applicazione di linee guida educative per l’intera fase 0-6 anni, la gestione e l’unitarietà delle strutture. Il luogo in cui si svolge l’attività educativa è fondamentale per dare ai bambini il senso di attaccamento e stabilità.

Nella maggeury_cover.jpgior parte dei Paesi europei, la prima infanzia è organizzata in strutture separate per le due fasce di età, indicate come 0-3 e 3-6 anni. Meno di un terzo dei Paesi presi in esame ha una struttura unica, principalmente si tratta dei Paesi nordici e delle aree baltica e balcanica. In tutti questi Stati è presente anche una gestione unitaria da parte del Ministero dell’istruzione. Nei Paesi con strutture diverse in base all’età dei bambini, prevale il sistema a gestione separata di due ministeri o autorità distinte, come nel caso dell’Italia, in cui l’organizzazione dei servizi 0-3 è decentrata, mentre quella dei bambini più grandi spetta al Miur. In questo quadro, l’Italia risulta fra i Paesi che hanno un sistema totalmente separato. Nonostante le novità introdotte nel 2015 con la legge n. 107 per lo sviluppo di un sistema integrato 0-6, manca di fatto un livello di formazione unico per tutto il personale, non ci sono linee guida educative uniche per tutto il periodo, la gestione rimane in capo a due soggetti diversi (Miur e Regioni) e, infine, i bambini trascorrono le due fasi del percorso in strutture organizzative separate.

“Key Data on Early Childhood Education and Care in Europe” (pdf) >>

in http://www.indire.it

SCUOLA/ Regionalismo differenziato e autonomia: i problemi (veri) da risolvere

ANNAMARIA POGGI

Si sente molto parlare in questi ultimi mesi di una volontà governativa (in particolare della compagine leghista del Governo) di attribuire ad alcune Regioni un’autonomia rafforzata, espressamente prevista dalla Costituzione, che all’art. 116 comma 3 consente alle Regioni che vogliano acquisire maggiori poteri di avviare una trattativa con il Governo e giungere, dopo una serie di passaggi, in Parlamento per l’approvazione della legge di autonomia.

L’autonomia in questione è prevista nel contratto di governo che all’art. 19 prevede: “Sotto il profilo del regionalismo, l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse. Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta. Questo percorso di rinnovamento dell’assetto istituzionale dovrà dare sempre più forza al regionalismo applicando, Regione per Regione, la logica della geometria variabile che tenga conto sia delle peculiarità e specificità delle diverse realtà territoriali sia della solidarietà nazionale, dando spazio alle energie positive ed alle spinte propulsive espresse dalle collettività locali”. Previsioni per la verità molto generiche che suonano, però, almeno per la maggioranza leghista come un impegno politico inderogabile per la tenuta del Governo.

La situazione, al momento, è assai variegata: potremmo davvero dire a “geometria variabile” secondo gli auspici dei firmatari del contratto di Governo, nel senso che (sempre che la documentazione di cui disponiamo sia veritiera) non c’è una richiesta uguale all’altra. Continua a leggere

Stop al pagamento delle tasse scolastiche per redditi Isee sotto ventimila euro

Laura Virli

Il ministero dell’Istruzione ha recentemente emanato il decreto ministeriale 370/2019, riguardante l’esonero totale dal pagamento delle tasse scolastiche, in ottemperanza dell’articolo 4 del Dlgs 63/2017.

Soglia d’esenzione a 20mila euro

Con tale decreto il Miur ha stabilito che gli studenti delle classi quarte delle scuole secondarie di secondo grado dell’anno scolastico 2018/2019 e 2019/2020, appartenenti a nuclei familiari il cui valore dell’Indicatore della situazione economica equivalente (lsee) è pari o inferiore a ventimila euro sono esonerati dal pagamento delle tasse scolastiche.
Le tasse scolastiche, espressione della potestà impositiva dello Stato, vanno pagate obbligatoriamente per il quarto e quinto anno degli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, praticamente dopo il compimento del sedicesimo anno di età e l’assolvimento dell’obbligo scolastico.

La normativa vigente prevede quattro distinti tipi di tributo: di iscrizione, di frequenza, di esame e di rilascio di diploma. Per la tassa di iscrizione si versano € 6,04, per la tassa di frequenza € 15,13, per la tassa per esami di idoneità, integrativi, di licenza, di maturità e di abilitazione € 12,092, per la tassa di rilascio dei diplomi € 15,13.
Essendo il decreto uscito con notevole ritardo, il Miur ha emanato la circolare n. 13053 del 14 giugno 2019 per rendere noto che saranno fornite successive indicazioni, nel caso di famiglie che hanno già versato le tasse, pur essendo esonerabili. Questo perché, al momento, sono in corso interlocuzioni con l’Agenzia delle entrate volte a definire la relativa procedura di rimborso di quanto non dovuto.

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Requisiti richiesti

Per ottenere l’esonero per motivi economici è necessario che lo studente abbia ottenuto un voto di comportamento non inferiore a otto decimi, che non abbia ricevuto una sanzione disciplinare superiore a cinque giorni di sospensione, e che sia stato promosso (tranne i casi di comprovata infermità).
Il beneficio dell’esonero è riconosciuto su specifica domanda della famiglia, nella quale è individuato il valore Isee riportato in un’attestazione in corso di validità.

Altri casi di esonero

Restano esonerati dal pagamento delle tasse scolastiche, ai sensi della norma vigente, anche gli studenti che abbiano conseguito una votazione non inferiore alla media di otto decimi negli scrutini finali, e i figli di cittadini italiani residenti all’estero che svolgono i loro studi in Italia.
Per gli studenti stranieri che si iscrivono nelle istituzioni scolastiche statali l’esonero dal pagamento delle tasse scolastiche è concesso se è prevista anche nel paese d’origine.

VEDI D.M. 370/2019

https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/m_pi.AOOUFGAB.REGISTRO+DECRETI%28R%29.0000370.19-04-2019.pdf/84e8c06f-fc01-799c-0070-6e8d230da933?version=1.0&t=1560854265543

Alternanza scuola-lavoro. E’ importante. Il Governo provveda adeguatamente

Vincenzo Colla, intervistato da Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci

Il governo ha tagliato ore e fondi all’alternanza scuola-lavoro dicendo di voler così garantire maggiore qualità dei percorsi. Lei ritiene che la maggiore qualità si raggiunga in questo modo?

È giusto preoccuparsi della qualità dei percorsi di alternanza scuola lavoro, ma la soluzione individuata dal governo è sbagliata – risponde Vincenzo Colla, vice segretario generale della Cgil -. La pesante riduzione delle ore e delle risorse ha dato un messaggio di smobilitazione al mondo della scuola e al mondo del lavoro. La strada per superare le difficoltà incontrate nella prima attuazione è un’altra: costruire nelle scuole, nelle imprese e nei territori le condizioni per garantire a tutti la qualità dei percorsi. Si tratta di formare i docenti, i tutor aziendali e scolastici, sostenere le piccole imprese nella capacità di co-progettazione con le scuole. Di tutto questo non c’è traccia nelle scelte del governo. Ne consegue che anche i percorsi di eccellenza che erano stati intrapresi in tante aree del paese rischiano di fallire di fronte ai continui cambiamenti normativi. Cgil Cisl Uil, da quando l’alterna4.jpgnza scuola lavoro è diventata obbligatoria, hanno proposto ai diversi i governi di costituire una cabina di regia con i soggetti istituzionali e le parti sociali per promuovere e sostenere le azioni necessarie. Continua invece a prevalere la logica della disintermediazione. Al contrario, nei paesi europei dove il rapporto scuola lavora funziona, le organizzazioni sindacali e del mondo del lavoro sono coinvolte nel governo del sistema e sono protagoniste nelle azioni di promozione e qualificazione.

Il mondo delle imprese è allarmato e chiede di ripristinare un numero di ore adeguate di formazione on the job, almeno negli istituti tecnici, e maggiori risorse per non allontanare nuovamente scuola e lavoro, visto che in Italia abbiamo il 30% di disoccupazione giovanile. Condivide questa preoccupazione del mondo produttivo?

Nel Patto per la Fabbrica Cgil Cisl Uil e Confindustria indicano nell’alternanza scuola lavoro una delle leve per una strategia delle competenze che permetta al Paese di vincere la sfida dell’innovazione. L’alternanza è uno strumento importante per innovare la scuola e il sistema produttivo. Le imprese che si impegnano nella formazione e nella valorizzazione delle conoscenze e competenze e che imparano a co-progettare con le scuole e le università sono le imprese più innovative e competitive. D’altro canto, le scuole che si aprono alla collaborazione con il territorio e il mondo del lavoro migliorano i livelli di apprendimento di tutti, riducono la dispersione scolastica, formano competenze adatte a fronteggiare i cambiamenti continui e dirompenti del lavoro 4.0 e valorizzano l’intelligenza delle mani e l’etica del lavoro. Per questo il rapporto istruzione-lavoro e la qualità dei suoi percorsi saranno al centro dello sviluppo del patto per la fabbrica. Ne consegue che il vincolo a determinare un pacchetto di ore nell’alternanza scuola lavoro è uno strumento importante su cui bisognerebbe investire di più, diversamente da quello che sta facendo il governo, per diffondere i livelli di qualità raggiunti dalle scuole e dalle imprese migliori. Non è un caso che le migliori esperienze nel campo dei rapporti scuola-lavoro sono nati da accordi sindacali come alla Ducati e all’Enel. Accordi che permettono di garantire etica, educare al senso del giusto e della tecnologia. È inoltre scorretto e fuorviante pensare che l’alternanza scuola lavoro debba essere inserita nei curricula dei soli istituti tecnici e professionali; l’alternanza è strategica anche e soprattutto nei licei anche in un’ottica di un umanesimo tecnologico allo scopo di implementare competenze trasversali utili in ogni progetto di vita di un giovane o di una giovane e di meglio rispondere alla sfida di un apprendimento che dovrà proseguire per tutta la vita.

Già a settembre si annunciano defezioni sia tra imprese sia tra docenti, specie dei licei, come risposta alle nuove regole. Non teme un effetto boomerang su un mismatch tra domanda e offerta di lavoro già elevato nel nostro paese?

La causa principale del mismatch nel nostro paese è la bassa domanda di competenze espressa dal sistema produttivo addirittura inferiore all’offerta in un paese che, per numero dei giovani laureati, è agli ultimi posti fra quelli Ocse. A questo si aggiunge la tradizionale resistenza del mondo della scuola e del lavoro a dialogare che ostacola l’incontro tra domanda e offerta di competenze. Anche per questo il messaggio di smobilitazione prodotto dal governo è sbagliato e preoccupante. Deve essere corretto rilanciando l’obbligo dell’alternanza come diritto di ogni studente ad apprendere conoscenze e competenze utili per il lavoro e la cittadinanza attiva e costruendo le condizioni per la significatività di tutti i percorsi. Il primo passo è ripristinare già dalla prossima legge di bilancio l’intero stanziamento di 100 milioni precedentemente previsto.

Pezzi importanti del sindacato, compresa la vostra categoria, hanno avuto posizioni critiche sull’alternanza assecondando giudizi negativi di una fetta di insegnanti che, storicamente, non vede di buon occhio il dialogo tra scuola e lavoro. Sono posizioni da rivedere alla luce dei primi risultati positivi dell’alternanza obbligatoria?

Le strutture di categoria si sono fatte carico di rappresentare il diffuso malessere espresso dagli insegnanti costituito certo da resistenze e chiusure da superare, ma anche da una più che legittima protesta contro modalità attuative prive di gradualità e del coinvolgimento attivo delle parti sociali. Errori che sono all’origine, tra l’altro, della difficoltà a trovare imprese disponibili e preparate alla co-progettazione dei percorsi di alternanza. Il governo attuale ha scelto la via facile del consenso a buon mercato. Si è innanzi tutto preoccupato di tranquillizzare i settori più conservatori, indebolendo i percorsi e cancellando la stessa parola lavoro – il cui sapere è da sempre misconosciuto dalle scuole e dalle imprese meno innovative – e ha abbandonato a se stessa quella parte del mondo della scuola e del lavoro che invece si è impegnata per migliorare le cose.

Confindustria stima che un terzo delle prossime assunzioni sarà di difficile reperimento per mancanza di competenze adeguate. Ciò accadrà soprattutto per i profili tecnico-professionali. È un danno per il Paese. Quali misure servono per evitare questa penalizzazione che grava sui giovani? 

È innanzi tutto necessaria una politica industriale che promuova l’innovazione del sistema produttivo e che innalzi la qualità delle competenze richieste dalle imprese. Il potenziamento dei percorsi che integrano istruzione e lavoro rappresentano una parte essenziale di una nuova politica industriale. I percorsi scolastici non possono inseguire l’incessante cambiamento delle competenze professionali richieste dal mondo del lavoro. Però attraverso l’alternanza scuola lavoro possono migliorare l’orientamento degli studenti e formare soprattutto quelle “soft skills” che sono sempre più considerate essenziali dalle imprese che innovano. Occorre poi un forte investimento nello sviluppo dell’apprendistato duale (tipologia 1 e 3: percorsi per acquisire contemporaneamente una specializzazione professionale e un titolo di studio secondario o terziario) che rappresenta lo strumento più qualificato – ma oggi molto poco utilizzato – per formare professionalità alte e curvate sulle esigenze di sviluppo e innovazione dei diversi sistemi produttivi. Le tecnologie cambieranno le dinamiche economiche e sociali, ma proprio per questo abbiamo bisogno di un governo pubblico ragionato che sia in grado di coniugare umanesimo ed innovazione, fondamentali per la crescita della comunità, dei territori nel mondo globale. Dobbiamo evitare lo spiazzamento delle conoscenze delle competenze che si polarizzano su pochi soggetti che diventano gli ottimati, e il resto a disposizione, senza diritto di senso critico, di autonomia soggettiva, di fantasia innovativa, di competenze digitali. Una cesura sociale che non permetterebbe di fare restare il nostro Paese la seconda Manifattura in Europa.
Creeremo il valore aggiunto solo se sapremo fare diventare di massa, e non di censo, il sapere, la conoscenza per il lavoro e, in questo, il ruolo della Scuola Pubblica di Stato è dirimente. Per evitare che l’economia digitale diventi tritacarne sociale, serve un new deal della conoscenza, della formazione continua.

in Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2019