Archivi categoria: Riforma scolastica

Inizio anno scolastico 2018-2019

Ecco le date regione per regione:

Bolzano: 5 settembre

Friuli Venezia Giulia: 10 settembre

Abruzzo: 10 settembre

Basilicata: 10 settembre

Piemonte: 10 settembre

Campania: 12 settembre

Lombardia: 12 settembre

Sicilia: 12 settembre

Trento: 12 settembre

Umbria: 12 settembre

Valle d’Aosta: 12 settembre

Veneto: 12 settembre

Molise: 13 settembre

Calabria: 17 settembre

Emilia Romagna: 17 settembre

Liguria: 17 settembre

Marche: 17 settembre

Sardegna: 18 settembre

Puglia: 20 settembre

Calendario scolastico 2018/19, data inizio e termine lezioni per ogni regione

Scuola. L’autonomia incompiuta e tradita

Ezio Delfino

Un anno vissuto pericolosamente. Il titolo del film di Peter Weir descrive, oggi, l’esperienza di un dirigente scolastico in una scuola statale: una corsa a ostacoli tra procedure sempre più complesse da attuare, responsabilità non delegabili, scadenze e burocrazie da rispettare. E, poi, la difficoltà di realizzare la collegialità più volte enunciata dalle norme e di dare coerenza alla gestione degli aspetti organizzativi, didattici e formativi della scuola che si dovrebbe “dirigere”. Tutto molto lontano dall’immagine dello sceriffo, del manager o del rambo che i mass media avevano rintracciato tra le righe della legge 107 nel 2015: una burocratizzazione, invece, sempre più marcata della funzione direttiva. È questo l’esito pesante di una mai chiarita interpretazione del modello di autonomia delle scuole, di una confusione normativa dei ruoli e di alcuni errori di prospettiva.

All’inizio un’idea di scuola – Il D.P.R. 416/1974 sul riordinamento di organi collegiali apriva la strada a una “scuola come comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica”, segnando il primo passaggio dalla scuola a struttura verticistica a una a configurazione orizzontale in cui l’organizzazione e il funzionamento, sul piano didattico e amministrativo, venivano affidati a organi a carattere democratico e collegiale. Una scuola che, poi, con la legge 59/1997 sulla riforma della Pubblica amministrazione, diventava “istituzione” scolastica, recuperando quella dimensione di istituzione sociale che è lo specifico della scuola, il suo essere non un ufficio, ma una comunità e una comunità di relazioni.

La vera opportunità: l’autonomia funzionale – Nella stessa prospettiva si muoveva il “Regolamento dell’autonomia” (d.p.r 275/1999) che prevede che ogni istituzione scolastica predisponga “con la partecipazione di tutte le sue componenti, il Piano dell’offerta formativa (…) tenuto conto delle proposte e dei pareri formulati dagli organismi e dalle associazioni anche di fatto dei genitori e degli studenti”: un contesto di passaggi, di soggetti, di corresponsabilità che avrebbero dovuto consentire la realizzazione di una proposta formativa condivisa e caratterizzata. Il tutto innestato nell’autonomia funzionale, garanzia di un definitivo superamento delle scuole come “organi” dello Stato per restituirle alle comunità sociali e al territorio di pertinenza: un prototipo di scuola statale “libera” in quanto espressione di un “soggetto” (una “comunità scolastica” di insegnanti, educatori, studenti, famiglie e operatori del territorio) e autonoma. 

Errori di prospettiva – La chiarezza di prospettiva tracciata dal Regolamento – una legge madre moderna e illuminata – è stata gradualmente indebolita, invece, da successivi interventi legislativi influenzati da due errori di prospettiva che, a distanza di anni, creano oggi le oggettive difficoltà nella direzione delle scuole statali e indeboliscono l’esercizio dell’autonomia di cui esse sono costituzionalmente titolari. Il primo errore di prospettiva è consistito nel fatto che, nonostante le buone intenzioni, l’autonomia scolastica in Italia sia rimasta vittima di un processo di attuazione di tipo “discendente” dal centro alla periferia, una sorta di una sua “imposizione” alle scuole (la legge 107 detta al c. 3 addirittura i contenuti del Ptof!) e dall’assenza di una definizione chiara e operativa delle modalità di governo dell’autonomia stessa da parte dei soggetti della comunità scolastica (docenti, famiglie, rappresentanze territoriali, studenti). 

L’autonomia può essere istituita da una legge, ma non imposta per legge. Dare attuazione all’autonomia avrebbe dovuto implicare la definizione di strumenti e organi di governo che consegnassero realmente a quel soggetto “comunitario” la titolarità delle scelte formative e organizzative, delle priorità di indirizzo, della gestione delle risorse, finalizzate al miglioramento della qualità dell’istruzione. 

Un secondo errore è stato quello di non aver saputo distinguere adeguatamente l’autonomia scolastica come governo della scuola dall’autonomia come managementdella scuola. Con l’art. 25 del d.lgs. 165/2001 “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, infatti, il “dirigente'” scolastico è stato individuato come responsabile della gestione “unitaria” dell’istituzione scolastica assumendo, insieme alla preesistente funzione di leader educativo, anche quella di responsabile in toto dell’organizzazione e, perciò, dell’autonomia. Un errore reiterato dai diversi interventi legislativi che ha generato una burocratizzazione del suo ruolo in quanto soggetto titolare ultimo di ogni decisione, responsabilità, procedimento, privo, tuttavia, di strumenti adeguati. Un baricentro che si è via via spostato dal soggetto, la comunità scolastica, a cui la norma affidava come principio l’ideazione, la progettazione autonoma e, dunque, la caratterizzazione della proposta formativa, al dirigente scolastico divenuto completamente responsabile dell’istituzione scolastica: colui che indirizza, organizza e governa l’autonomia (con tutte le incombenze e titolarità burocratico-amministrative) anziché colui che sviluppa, interpreta e realizza gli indirizzi, le proposte, gli strumenti decisi da un board della singola istituzione scolastica statale autonoma. 

Un’occasione perduta – È, quella descritta, una torsione del modello di autonomia ispiratrice anche della legge 107 che, infatti:

1. ha ulteriormente sovrapposto l’autonomia dei dirigenti scolastici con l’autonomia della scuola rimarcando il ruolo burocratico del preside (i cinque criteri generali riportati dall’art 1 c.93 prospettano una serie di compiti del preside riferibili aduna funzione apicale di un’organizzazione burocratica e gli “Obiettivi nazionali del periodo 2016-2019” mettono al primo posto non l’autonomia, ma la direzione “unitaria” della scuola);

2. ha tradito lo spirito della legge 59/1997 di riforma della Pubblica amministrazione e il D.lgs 112/1998 di conferimento di funzioni amministrative dello Stato alle Regioni ed enti locali che avevano prefigurato, invece, un modello con le scuole come centro pulsante della programmazione didattica e gli enti territoriali come responsabili di tutte le funzioni strumentali a alla funzione didattica (diritto allo studio, edilizia, sicurezza, sostegno all’handicap, educazione degli adulti…); 

3. ha evitato proprio la ridefinizione degli organi collegiali e, quindi, l’identificazione dell’organo politico che ha la responsabilità di indirizzo della scuola (board) che, se definito, avrebbe ricollocato in un ruolo “funzionale” il compito del dirigente scolastico, sgravandolo di funzioni e responsabilità non proprie.

Non ci sarà autonomia se non si definisce il soggetto a cui appartiene la singola scuola e lo strumento di governo abilitato a tradurre in proposta le dimensioni e le ragioni che quel soggetto esprime. Solo in una riproposizione chiara e corretta dei ruoli il dirigente scolastico potrebbe ricollocare – sgravato da responsabilità non proprie – in modo intelligente e innovativo il contributo della sua professionalità al bene della comunità scolastica cui è affidato. Per una rete di scuole autenticamente autonome libere. Tutte. Statali e non statali.

in IL SUSSIDIARIO 01 agosto 2018

Scuola. Docenti di sostegno. L’emergenza continua: uno su tre cambia ogni anno

Eugenio Bruno

C’è un’emergenza nell’emergenza con cui la scuola italiana deve fare i conti. Ed è la girandola degli insegnanti di sostegno. Nonostante le stabilizzazioni massicce, avviate dal decreto Carrozza del 2013 e proseguite nel 2015 con la Buona Scuola, più di un docente su tre cambia incarico ogni anno. Con buona pace della continuità didattica che, nel caso di uno studente diversamente abile, è doppiamente importante. Un tema su cui ha acceso un faro di recente anche la Corte dei conti. E che il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha ben presente.

Andiamo con ordine. Nella relazione sugli «interventi per la didattica a favore degli alunni con disabilità e bisogni educativi speciali», pubblicata la settimana scorsa, i magistrati contabili hanno evidenziato la farraginosità della normativa, che ripartisce le competenze tra cinque livelli (comunitario, nazionale, regionale, comunale, di istituto), e la frammentarietà dei finanziamenti. A fronte di una spesa mobilitata notevole, se è vero che solo per le supplenze l’ultimo dato utile parla di 900 milioni totali.

Veniamo così a un’altra nota dolente. A fronte di 254mila studenti con disabilità abbiamo 139mila professori di sostegno. Di cui neanche 88mila di ruolo e 51 mila a tempo determinato, inclusi i circa 40mila «in deroga» che vengono attivati sulle ore aggiuntive rispetto al tetto nazionale di un prof ogni due studenti o su ordine dei giudici. Ma c’è una complicazione ulteriore: abbiamo ancora tanti precari, ma pochi sul sostegno. Anche perché questo canale è stato spesso usato per accedere al posto fisso e poi spostarsi sulle cattedre ordinarie. Risultato: il vortice di supplenti non si ferma, a volte anche privi di specializzazione.

Il ministro Bussetti sta già studiando le prime contromisure. Oltre ad aver chiesto la stabilizzazione di 13mila docenti di sostegno e dichiarato di voler bandire un nuovo ciclo di 5mila Tirocini formativi attivi (Tfa), ha riaperto il dossier sull’attuazione del decreto legislativo 66/2017 arrivato con la Buona Scuola. «In poche settimane – spiega – abbiamo portato avanti un lavoro che non è stato attuato dal governo precedente per molti mesi». Dei dieci decreti attesi entro novembre ne erano arrivati solo due (Osservatorio e Gruppo di lavoro interistituzionale regionale). Ne restavano otto e Bussetti ne ha messi a punto già cinque: profili professionali del personale destinato all’assistenza per autonomia e comunicazione; formazione iniziale nell’infanzia e nella primaria; definizione degli indicatori per la valutazione chiesti dall’Invalsi; piano per l’inclusione; continuità didattica.

Per assicurare quest’ultima, ricordano dal Miur, un primo tassello è arrivato con l’accordo sulla mobilità: l’assegnazione provvisoria sul sostegno può essere richiesta anche dai docenti non specializzati, purché stiano per concluderla o abbiano già prestato un anno di servizio su quei posti. In attesa delle supplenze pluriennali su richiesta delle famiglie: la delega della Buona Scuola le prevede, ma i sindacati si sono messi di traverso. E chissà se le concessioni finora accordate su chiamata diretta e merito non aiutino il ministro nella buona riuscita trattativa.

in Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2018

Caratteristiche chiave del sistema educativo italiano

Governance

Il sistema educativo è organizzato secondo i principi della sussidiarietà e dell’autonomia delle istituzioni.

Lo Stato ha competenze legislative esclusive sull’organizzazione generale del sistema educativo (ad es. Standard minimi di istruzione, personale scolastico, assicurazione della qualità, risorse finanziarie statali). Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ( MIUR ) è responsabile dell’amministrazione generale dell’istruzione a livello nazionale. I suoi uffici decentrati ( Uffici scolastici regionali – USR) garantiscono l’applicazione delle disposizioni generali e il rispetto dei requisiti minimi di prestazione e degli standard.

Le regioni hanno una responsabilità congiunta con lo Stato in alcuni settori del sistema educativo (ad esempio l’organizzazione dell’ECEC (0-3), il calendario scolastico, la distribuzione delle scuole nel loro territorio, il diritto di studiare a un livello superiore). Le regioni hanno competenza legislativa esclusiva nell’organizzazione del sistema di istruzione e formazione professionale regionale.

Le autorità locali organizzano l’offerta (ad es. Manutenzione di locali, fusione o creazione di scuole, trasporto di alunni) dall’ECEC all’istruzione secondaria superiore a livello locale.

Le scuole hanno un alto grado di autonomia : definiscono i curricula, ampliano l’offerta educativa, organizzano l’insegnamento (orario scolastico e gruppi di alunni). Ogni tre anni, le scuole redigono il proprio Piano per l’offerta educativa ( PTOF ).

A livello di istruzione superiore, le università e le istituzioni di educazione artistica e musicale di alto livello (Afam) hanno autonomia statutaria, normativa, didattica e organizzativa.

Provider

Il sistema educativo italiano è principalmente un sistema statale pubblico. Tuttavia, soggetti privati ​​e enti pubblici possono istituire istituti di istruzione. Tali scuole non statali possono essere uguali a scuole statali (chiamate scuole paritarie ) o semplicemente scuole private. Questi ultimi non possono rilasciare titoli.

Lo Stato finanzia direttamente le scuole statali. Le scuole paritarie ricevono contributi statali secondo criteri stabiliti annualmente dal Ministero dell’educazione.

La scuola parentale durante l’istruzione obbligatoria è un’opzione possibile solo a determinate condizioni. Gli studenti che frequentano una scuola meramente privata o una scuola parentale devono sostenere esami specifici per dimostrare l’acquisizione delle competenze previste.

Inclusione

L’educazione a tutti i livelli deve essere aperta a tutti: cittadini italiani e minori stranieri provenienti da paesi dell’UE e non UE. L’istruzione obbligatoria è gratuita.

Il principio di inclusione si applica anche agli alunni con disabilità, agli alunni con svantaggi sociali ed economici e agli alunni immigrati. In tali circostanze, le misure si concentrano sulla personalizzazione e flessibilità didattica e, nel caso di immigrati con bassi livelli di italiano, sul supporto linguistico.

Lo Stato garantisce inoltre il diritto all’istruzione agli alunni / studenti che non possono frequentare lascuola perché ricoverati, detenuti o a casa per una lunga malattia.

Professione d’insegnamento

L’istruzione iniziale per gli insegnanti dall’istruzione pre-primaria a quella secondaria superiore si svolge a un livello più alto e i programmi portano all’ottenimento di un master.

I programmi per l’insegnamento a livello preprimario e primario differiscono dai programmi per l’insegnamento secondario.

Gli insegnanti preprimari e primari devono essere in possesso di una laurea specialistica dopo il completamento di uno specifico programma universitario a ciclo unico di 5 anni. Il programma mira all’acquisizione di entrambe le competenze relative alle materie e all’insegnamento e comprende attività di tirocinio a partire dal secondo anno di studi.

Gli insegnanti secondari devono essere in possesso di una laurea specialistica dopo aver completato un programma biennale di secondo ciclo presso le università o presso le istituzioni Afam (per insegnanti di arte, musica e danza). Il programma mira all’acquisizione di competenze relative alle materie. Dopo l’ottenimento della qualifica pertinente, i futuri insegnanti dovrebbero superare una competizione aperta a livello nazionale. Coloro che superano la competizione iniziano una formazione triennale che, se valutata positivamente, dà accesso a un contratto a tempo indeterminato.

Questa procedura per il reclutamento di insegnanti secondari è stata recentemente introdotta. Fino al 2015, dopo aver completato il programma di secondo ciclo di due anni, gli insegnanti dovevano frequentare un tirocinio di un anno finalizzato all’acquisizione di competenze relative all’insegnamento.

Lo sviluppo professionale continuo è obbligatorio.

Fasi del sistema educativo

Il sistema di istruzione e formazione italiano comprende l’ECEC (0-3 e 3-6), l’istruzione primaria, secondaria, post-secondaria e superiore.

Educazione e cura della prima infanzia (ECEC)

L’ECEC per i bambini di età inferiore a 3 anni è offerto da servizi educativi ( servizi educativi )

L’ECEC per bambini dai 3 ai 6 anni è disponibile nelle scuole preprimarie ( scuole dell’infanzia ).

Le due offerte costituiscono un unico sistema ECEC, chiamato “sistema integrato”, che fa parte del sistema educativo e non è obbligatorio. Pur essendo parte dello stesso sistema, l’ECEC 0-3 è organizzato dalle Regioni in base alle singole legislazioni regionali. L’offerta 3-6 è sotto la responsabilità del Ministero dell’educazione.

Istruzione obbligatoria

L’istruzione obbligatoria inizia a 6 anni e dura da 10 anni fino a 16 anni. Copre l’intero primo ciclo di istruzione e due anni del secondo ciclo. Gli ultimi due anni di istruzione obbligatoria possono essere frequentati in una scuola secondaria superiore o nell’ambito del sistema di istruzione e formazione professionale regionale.

L’istruzione obbligatoria può essere svolta sia presso la scuola pubblica o presso le scuole paritarie o, a determinate condizioni, presso scuole meramente private o attraverso l’istruzione a domicilio.

Inoltre, ognuno ha il diritto e il dovere (diritto / dovere) di ricevere un’istruzione e una formazione per almeno 12 anni all’interno del sistema educativo o fino a quando non ottengono una qualifica professionale di tre anni all’età di 18 anni.

Primo ciclo di istruzione

Il primo ciclo di istruzione è obbligatorio ed è costituito dall’istruzione primaria e secondaria inferiore.

L’istruzione primaria ( scuola primaria ) inizia a 6 anni e dura 5 anni.

L’istruzione secondaria inferiore ( scuola secondaria di I grado ) inizia a 11 anni e dura 3 anni.

Entro il primo ciclo, gli studenti passano da un livello all’altro senza esami. Alla fine del primo ciclo di istruzione, gli studenti che superano l’esame di stato finale passano direttamente al secondo ciclo di istruzione, i cui primi due anni sono obbligatori.

Secondo ciclo di istruzione

Il secondo ciclo di istruzione inizia all’età di 14 anni e offre due percorsi diversi:

  • l’istruzione secondaria superiore

  • il sistema di formazione professionale regionale (IFP).

I primi due anni del secondo ciclo di istruzione sono obbligatori.

L’ istruzione secondaria superiore ( scuola secondaria di II grado ) offre sia programmi generali (liceo) che professionali (tecnici e professionali). I corsi durano 5 anni. Al termine dell’istruzione secondaria superiore, gli studenti che superano con successo l’esame finale ricevono un certificato che consente loro l’accesso all’istruzione superiore.

Il sistema di formazione professionale regionale ( IFP ) offre corsi di tre o quattro anni organizzati da agenzie di formazione accreditate o da scuole secondarie superiori. Al termine dei corsi regionali, gli studenti ricevono una qualifica che dà loro accesso a corsi professionali regionali di secondo livello o, a determinate condizioni, a corsi a ciclo breve a livello di istruzione superiore.

Istruzione superiore

I seguenti istituti offrono istruzione a livello superiore :

  • Università (inclusi politecnici);

  • Istituti di alta formazione artistica, musicale e di danza (Alta formazione artistica, musicale e coreutica – Afam);

  • Scuole superiori per mediatori linguistici (Scuole superiori per mediatori linguistici – SSML);

  • Istituti tecnici superiori (ITS).

L’accesso ai programmi universitari, Afam e SSML è riservato agli studenti con un diploma di scuola secondaria superiore. Il Ministero dell’educazione e le singole istituzioni stabiliscono le condizioni specifiche per l’ammissione.

I corsi agli ITS sono accessibili agli studenti con un diploma di istruzione secondaria superiore e agli studenti che hanno frequentato un corso professionale regionale di quattro anni seguito da un ulteriore corso di un anno nel sistema di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS). L’ITS offre programmi di bachelor a ciclo breve, secondo la struttura di Bologna.

Educazione degli adulti

L’educazione degli adulti comprende tutte le attività volte all’arricchimento culturale, alla riqualificazione e alla mobilità professionale degli adulti. All’interno del più ampio termine ‘educazione degli adulti’, il dominio “dell’istruzione scolastica per adulti” ( Istruzione degli ADULTI ) si riferisce solo alle attività didattiche finalizzate all’acquisizione di una qualifica e per l’alfabetizzazione e corsi di lingua italiana. L’educazione degli adulti è fornita da centri di educazione scolastica per adulti ( Centri provinciali per l’istruzione degli adulti – CPIA ) e scuole secondarie superiori.

Link utili

Ministero dell’Istruzione, università e ricerca ( MIUR )
Istituto nazionale per la documentazione, l’innovazione e la ricerca nell’istruzione ( Indire )
Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione ( Invalsi )
Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche ( INAPP )
Agenzia nazionale per valutazione di università e ricerca ( ANVUR )

Strumenti di riferimento comuni europei forniti dalla rete Eurydice

L’Esame di Maturità visto dagli insegnanti. Un’indagine della UIL

La statistica dei promossi e bocciati e le percentuali di voto sono la bandierina d’arrivo della Maturità. Con il 2018 va in pensione l’attuale  modello di esame. Dal prossimo anno si svolgerà in modo diverso.

L’idea di fondo dovrebbe essere quella di mettere a regime quanto previsto dalla legge 107: andranno quindi acquisite tutte le novità introdotte dalla legge che prevede, a partire dal 2019, l’operatività del nuovo esame.

Intanto la politica cambia e la scuola ha i suoi tempi. Così mentre si va verso la prima attuazione di un modello di esame, se ne va ipotizzando un altro che sarà il suo contrario.

« Ci stiamo preparando ad un modello che non funzionerà, perché non funziona il punto di partenza». Insegnanti Penelope, ai quali si chiede di cambiare una volta per fare l’opposto subito dopo.

Le regole del prossimo anno. Ma forse non del prossimo.

Ci saranno due prove scritte e una orale.
Italiano sarà la prima prova, la seconda su una delle materie caratterizzanti ciascun corso.
Non ci sarà più il ‘quizzone’ predisposto dalla scuola.

La fase finale dell’esame, l’orale, dovrà accertare il conseguimento delle competenze raggiunte, la capacità argomentativa e critica, l’esposizione delle attività svolte in alternanza.
Il colloquio darà quindi rilevanza all’esperienza di alternanza scuola-lavoro, che diventerà un requisito necessario per accedere all’esame.

Cambieranno i criteri di ammissione: basterà la media del sei, a differenza dell’attuale sufficienza in tutte le materie. A fare media sarà anche il voto in condotta.

La partecipazione alle prove Invalsi diventa obbligatoria per l’ammissione all’esame. si svolgeranno durante l’anno scolastico, verificheranno l’italiano, la matematica e l’inglese.
Gli esiti però non influiranno sulla media ma saranno riportati in un allegato che accompagnerà la certificazione finale.

Il voto finale resterà espresso in centesimi. A contribuire alla sua definizione sarà l’andamento scolastico degli ultimi tre anni. I crediti scolastici che gli studenti potranno accumulare passano da 25 a 40.

Cambieranno anche i punteggi da assegnare alle prove: 20 punti (massimo) per ciascuna delle prove scritte e 20 punti per la prova orale.

Le commissioni continueranno ad essere miste, composte da tre commissari esterni, tre interni e un presidente esterno.

Gli insegnanti sono pronti?

La più grande scommessa, a cui si tenta di lavorare da anni in modo scoordinato, è quella di rendere coerente l’esame con le indicazioni nazionali per i licei e le linee guida per gli istituti tecnici e professionali.  In questo contesto, in molti istituti, gli insegnanti hanno da tempo superato le modalità trasmissive dei contenuti e dei programmi di studio, fatto ricerca didattica ed educativa, ampliato le modalità di apprendimento, curato l’insegnamento critico.

Ora la richiesta che giunge dagli insegnanti è di un percorso di verifica diverso, che non sia legato alle prestazioni, alle analisi quantitative, che hanno dato risultato falsi e sconfortanti.
Quella che viene richiesta è  una logica qualitativa  che ponga al centro la crescita individuale, lo sviluppo critico di conoscenze e competenze.

«Seguiamo ragazzi, educhiamo persone. Ognuno è diverso»  questo il criterio di valutazione rivendicato. Proprio l’opposto di quello che sta per essere attuato con il modello nuovo della legge 107 a cui l’esame di Stato è ispirato.

La triste routine dei test

«Un lavoro da verificatori»  è questo il pericolo che gli insegnanti intendono evitare ad ogni costo. Accumularsi di prove, test, quiz a risposta multipla, inserimento dati e punteggi: l’analisi quantitativa dell’andamento della classe appassiona sempre meno gli insegnanti che si dicono, invece, sinceramente preoccupati della preparazione dei loro studenti.
Il gap tra prove standard e prove d’esame è chiaramente visto come mal posto, giudicate le prime  come poco flessibili e i secondi come non sempre riassuntivi.

Nel nuovo esame, la previsione di una valutazione complessiva degli ultimi tre anni di corso, farà crescere il ruolo dei commissari interni e richiamerà ad una continuità di impegno gli studenti.

Resta tutto da definire il valore che sarà dato dalla valutazione delle attività di alternanza scuola-lavoro che, secondo l’ottica della legge 107, dovrebbero essere rilevanti e che ora sono fonte di incertezza e ripensamenti per trovare i giusti rimedi.
Così mentre le esperienze di questi tre anni hanno mostrato la necessità di correttivi, le scuole si preparano a mettere in atto un esame di maturità basato su una logica superata, con la prospettiva concreta di ulteriori revisioni e modifiche.

Responsabilità in crescita da lasciare alla valutazione delle singole scuole

Il sistema scolastico è un sistema complesso, una comunità che va considerata nel suo insieme, per questo, in un quadro di norme generali, va trovata  quella flessibilità, nell’ambito dell’autonomia scolastica, in grado di accompagnare, oltre agli aspetti didattici anche la revisione dei parametri retributivi.

Conoscenze, competenze, disponibilità, impegno: sono le carte vincenti della professionalità docente. Mai sufficienti per vincere agli esami.

Il riconoscimento più grande? «Gli alunni che tornano a ringraziarti» dice la maggior parte degli insegnanti.

La realtà della scuola e della maturità sono così distanti dalla burocrazia e dalle tabelle che definiscono e misurano voti e definiscono compensi. Una misurazione impossibile.

Occorrerebbe evitare la deriva tecnocratica in tema di apprendimenti e di valutazione dei talenti degli alunni, notoriamente diversi gli uni dagli altri.

«La scuola e gli esami sono un tratto della vita di ognuno che segna la crescita e determina il futuro.

Sono esami sono anche le semplici interrogazioni. E’ maturità che è ciò che ti fa crescere e fare entrare nel mondo degli adulti con consapevolezza. Sono esami della vita che segnano le tappe della crescita da bambini ad adolescenti. Ciò che accomuna il periodo scolastico è la comunità scolastica,  l’essere insieme, crescere insieme. Per questo non c’è misura».

La valutazione è il cuore dell’attività didattica e va letta nell’insieme della comunità scolastica, che deve esaltare diversità ed ingegno.

Una perequazione appare dunque necessaria: da un lato per riconoscere l’impegno professionale, dall’altro perché se i docenti delle superiori hanno compensi per gli esami fermi da anni (la legge è del 2007)  i professori delle medie, per l’esame di Stato, non percepiscono nulla.

Va valorizzato il momento formativo e di valutazione a tutti i livelli e segmenti, riconoscendo il vero compito della scuola e dei docenti.

Da questo la proposta Uil di contrattualizzare anche i compensi per gli esami di Stato, per adattarli ai bisogni veri e non lasciarli alle rigidità di leggi, fatte e rifatte negli anni, senza alcuna condivisione del modello di riferimento culturale.

Una misura importante che non si è potuta ancora realizzare per l’endemica esiguità delle risorse disponibili o per la scarsa propensione politica ad investire sulla professione docente (che ancora si sente soddisfatta della gratitudine).

in http://www.uilscuola.it, 26 luglio 2018

Scuola. Bozze Linee programmatiche del Ministro Istruzione, Università, Ricerca

In attesa dell’edizione definitiva, presentiamo le bozze dell’intervento del Ministro dell’Istruzione, Università, Ricerca, Marco Bussetti, alle VII Commissioni permanenti di Camera e Senato, in riunione congiunta dell’11 luglio 2018. 

Signori Presidenti, onorevoli senatori e deputati, vi ringrazio sentitamente per l’opportunità che mi date, con il vostro invito, di delineare quelle che saranno le linee programmatiche che informeranno la mia azione di governo come Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

La crescita sociale, culturale ed economica, in altre parole, il futuro di una nazione, passano proprio attraverso il riconoscimento dell’intrinseco valore del sistema di istruzione, di educazione e di ricerca. Questi i motivi per i quali avverto chiaramente la grande responsabilità dell’essere a capo di quella che considero tra le più importanti istituzioni del nostro Paese: il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

La carica che ricopro in questa legislatura sarà da me onorata con impegno, dedizione e passione. Mi propongo, durante il mio mandato, di ascoltare tutte le componenti del mondo della scuola, dell’università e della ricerca per migliorare il sistema educativo del Paese, ponendomi obiettivi a medio e lungo termine realmente perseguibili.

La società liquida nella quale viviamo, fatta di conoscenza spesso frammentata, ha progressivamente trasformato la visione collettiva della scuola, assimilandola a un servizio percepito dalle famiglie, a volte scontato.

Non dobbiamo dimenticare che la scuola, come diceva Piero Calamandrei, è un organo centrale della democrazia e la democrazia deve permettere ad ogni uomo la sua parte centrale di sole e dignità. La rottura del patto formativo scuola – famiglia ha fatto sì che, purtroppo, nell’immaginario collettivo, il docente non rivestisse il ruolo di educatore posto alla base del rapporto di crescita e sviluppo degli allievi. Depauperati di questo ruolo, i docenti sono stati (ne parlano le cronache recenti) oggetto di manifestazioni violente, estremizzate a volte da inspiegabili quanti inutili prevaricazioni.

Insieme ai docenti, la scuola tutta risente del clima generale di impoverimento culturale. Ecco perché esigo, anzi pretendo, che gli studenti e le loro famiglie abbiano nei confronti dell’istituzione scolastica e di tutte le sue componenti un atteggiamento di rispetto.

Ho già dichiarato – e voglio ribadirlo in questa sede – che è mia ferma intenzione verificare e valutare, con gli organi preposti, la possibilità che il Ministero si costituisca parte civile nei procedimenti penali che abbiano ad oggetto episodi di violenza o anche di semplice minaccia, posti in essere da studenti o dai loro genitori e parenti, nei confronti dei docenti, dei dirigenti o del personale ausiliario.

L’esperienza lavorativa pregressa in qualità di dirigente nell’ambito territoriale di Milano mi ha consentito di conoscere dall’interno i meccanismi di funzionamento del sistema scolastico e formativo, gli aspetti positivi che lo caratterizzano ma anche le molte criticità su cui siamo chiamati ad operare.

La buona qualità dell’insegnamento e l’accessibilità al sapere, oltre a strutture scolastiche e universitarie sicure e tecnologicamente adeguate alle esigenze educative dei nostri studenti, rappresentano condizioni indispensabili – oserei dire prerequisiti – per la corretta istruzione, formazione e orientamento di tutti i nostri ragazzi e delle nostre ragazze, sia al mondo del lavoro sia a quello universitario, in un contesto nazionale ed internazionale.

È importante intervenire senza indugio sulle strutture scolastiche e sulle infrastrutture tecnologiche e di laboratorio. Il nostro Paese, purtroppo, per le sue caratteristiche morfologiche è particolarmente soggetto ad eventi sismici, che hanno segnato con violenza il nostro recente passato e la vita di troppi studenti. È mia ferma intenzione agire facendo ricorso a tutte le forme di finanziamento nazionali e comunitarie cui potremo accedere, certificando e mettendo in sicurezza gli istituti scolastici con un piano pluriennale di investimenti. I nostri ragazzi e i loro genitori, ma anche tutto il personale che opera nelle scuole, devono sentirsi al sicuro e tutelati dentro i nostri edifici scolastici.

Gli interventi dovranno riguardare anche l’ammodernamento e la ristrutturazione, con particolare attenzione all’accessibilità degli istituti scolastici, principalmente quelli del Sud, che ancora oggi non offrono un luogo adeguato dove poter esercitare il diritto fondamentale allo studio. Studiare in un ambiente bello, sano e sicuro è la condizione necessaria per imparare a prendersi cura del bene pubblico, a rispettarlo e proteggerlo, e ci permetterà di crescere cittadini responsabili e consapevoli.

Bisognerà, inoltre, intervenire sulle dotazioni tecnologiche e digitali, consentendo ai nostri studenti di comprendere e di saper governare appieno le potenzialità delle tecnologie in un mondo in continua e costante evoluzione. I giovani del XXI secolo dovranno affrontare, durante il loro percorso educativo, dalle scuole primarie all’università, almeno tre o quattro rivoluzioni che modificheranno il paradigma conosciuto, non solo dell’apprendimento e del sapere, ma anche del mondo del lavoro.

I nostri ragazzi dovranno imparare, e imparare in modo continuativo, anche da adulti, secondo i paradigmi europei, poiché ciò che hanno appreso ieri, oggi è già obsoleto. Sarà necessario, inoltre, che si confrontino non solo con i propri coetanei locali o nazionali, ma anche a livello europeo e mondiale.

Il nostro compito sarà quello di fornire loro strumenti, sin dalle scuole dell’infanzia, che permetteranno di interiorizzare il concetto che continuare a imparare significa imparare a vivere pienamente e con più libertà e autonomia, ma anche con più consapevolezza e responsabilità. Sviluppare percorsi di cittadinanza attiva fin dalla scuola di primo ciclo è uno degli obiettivi che le scuole dovranno conseguire nei prossimi anni anche in sinergia con le associazioni di magistrati, con i tribunali e con le realtà territoriali.

Una particolare attenzione sarà posta sulle piccole scuole nelle isole, nei luoghi montani e nelle zone disagiate. La tecnologia, in questo senso, può offrire soluzioni di valido ausilio anche per i nostri studenti che, per patologie diverse, non possono frequentare regolarmente le lezioni perché degenti in ospedali o in altre strutture.

Una scuola che promuova la piena realizzazione delle proprie potenzialità deve essere una scuola inclusiva, che permetta a ogni studente e a ogni studentessa di arricchirsi attraverso il confronto con l’altro. Credo fermamente che i diritti degli studenti diversamente abili o con bisogni educativi speciali debbano essere totalmente garantiti. Sarà mia cura dare piena attuazione al decreto legislativo n. 66 del 2017, che intende promuovere la partecipazione della famiglia, nonché delle associazioni di riferimento, quali interlocutori dei processi di inclusione sia scolastica che sociale.

Le prestazioni e i servizi necessari per raggiungere la piena inclusione scolastica sono assicurati dallo Stato, dalle Regioni e dagli enti locali, che, attraverso l’amministrazione scolastica, provvedono all’assegnazione dell’organico necessario, e da un contributo economico a ogni scuola, sulla base del numero degli studenti disabili della singola istituzione.

Miglioreremo la formazione iniziale dei docenti di sostegno, per favorirne la massima professionalità e, per far sì che questi non restino solo buoni propositi, il Ministero definirà degli indicatori per misurare la qualità dei processi di inclusione in ogni scuola.

Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolastica, che in alcune Regioni raggiunge percentuali non più accettabili. Tutti gli studenti devono essere incentivati, nelle forme più opportune, a proseguire gli studi, fino all’ottenimento di un titolo di scuola secondaria di secondo grado, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini. Per tale motivo, tra i miei primi atti da Ministro c’è stato quello di riunire presso il Dicastero i componenti dell’Osservatorio permanente per l’inclusione.

La scuola deve essere aperta a tutti, garantire le migliori opportunità possibili, parlare tutti i linguaggi scientifici, tecnologici, multimediali che il mondo globalizzato ci richiede.

Il mio impegno sarà rivolto all’abbattimento delle barriere, di qualunque natura esse siano, affinché tutti gli studenti, specialmente quelli diversamente abili, con disagi socio-economici o con bisogni educativi speciali, in altre parole, con tutte le diverse intelligenze e gli svariati talenti che i nostri ragazzi possiedono, possano conquistare la loro libertà di cittadini e di lavoratori, per vivere i propri impegni personali e sociali.

È mia intenzione convocare l’Osservatorio entro la fine di luglio, per avviare un confronto con tutte le componenti interessate. Al proposito abbiamo siglato l’intesa con le organizzazioni sindacali lo scorso 28 giugno, sulle utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie del personale della scuola, con la quale è stata posta particolare attenzione ai diritti degli alunni con disabilità. Le assegnazioni sui posti di sostegno saranno date prioritariamente, come di consueto, agli insegnanti specializzati, ma l’assegnazione potrà, poi, essere richiesta anche da chi sta per concludere il percorso di specializzazione sul sostegno o, in subordine, da chi ha prestato servizio per almeno un anno scolastico su posti di sostegno.

La scuola è lo strumento più potente per cambiare il mondo. Durante il mio mandato profonderò le mie energie per ridurre sensibilmente la dispersione scolastica, affinché tutti gli studenti, nel pieno rispetto del principio di uguaglianza formale e sostanziale, sancito dalla nostra Carta costituzionale, possano accedere a qualsiasi forma di istruzione, in ogni ordine e grado.

Per questo motivo, il docente è uno dei cardini portanti del sistema di istruzione e formazione della nostra scuola. Un ruolo centrale dovrà, quindi, essere svolto dalla formazione permanente dei docenti. In un mondo in cui le tecnologie e i saperi scientifici, la cultura e la società cambiano con tale velocità, non possiamo immaginare che il corpo docente non si adegui al cambiamento tramite un percorso permanente e strutturato di formazione. L’uso delle tecnologie, la padronanza delle lingue straniere, la capacità di utilizzare modalità di comunicazione e di insegnamento innovative dovranno far parte del bagaglio professionale di ogni docente. L’aggiornamento continuo e la valorizzazione professionale del corpo docente diviene pilastro fondante su cui costruire un sistema educativo moderno, al passo coi tempi, aperto alle sfide globali.

Ritengo necessario pensare a una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire, da un lato, il superamento delle criticità e, dall’altro, un efficace sistema di formazione. Occorrerà riflettere su nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti, ormai a livelli non ulteriormente accettabili, che non consentono un’adeguata continuità didattica a detrimento della formazione dei nostri ragazzi.

Durante il mio mandato intendo valorizzare il ruolo del personale amministrativo tecnico e ausiliario (ATA), che rappresenta una parte importante del nostro sistema scolastico, da cui spesso dipende il buono o cattivo funzionamento di una scuola. Tale personale si occupa di accogliere gli studenti a scuola, è di ausilio al corpo docente e al dirigente, è l’anima amministrativa del nostro sistema scolastico. Insomma, ricopre un ruolo fondamentale, che merita di essere conosciuto e potenziato.

Dovrò occuparmi, da una parte, del reclutamento, questione ormai non più differibile, dei direttori dei servizi generali e amministrativi, preziosi per la corretta gestione amministrativa e, dall’altra, della formazione in servizio del personale di segreteria, che deve poter gestire la complessa progettazione delle scuole, anche in tema di PON, Erasmus, privacy, monitoraggi, e via dicendo.

Non posso non ricordare, poi, il lavoro silenzioso e quotidiano di quei funzionari di ogni ambito territoriale d’Italia, sempre meno numerosi e sempre più oberati di lavoro, che ogni giorno permettono alle nostre scuole di funzionare. Dietro il primo giorno di scuola di un docente, di uno studente, di un genitore o di un dirigente scolastico c’è la fatica di donne e uomini invisibili al sistema, ma preziosi per tutte le scuole di ogni ordine e grado.

In questi ultimi anni, sia la scuola sia l’università sono state oggetto di numerose radicali riforme le quali, oltre a non essersi sempre rivelate, per così dire, illuminate, si sono susseguite a un ritmo tale che la nuova si presentava quando la precedente ancora non era stata completamente realizzata, creando un senso di confusione e spaesamento in tutti gli operatori. L’obiettivo che mi prefiggo è quello di ricreare un clima di serenità e di fiducia, senza ricorrere a nuove riforme e a ulteriori strappi.

D’altra parte, se non vi è l’intenzione di stravolgere la riforma della buona scuola, come ha anche assicurato il Presidente del Consiglio, reputo che i nodi emersi in questi anni di applicazione vadano affrontati e sciolti completamente, in modo condiviso. Quello che propongo è un riallineamento complessivo, che ottimizzi un impianto normativo, ormai operativo da qualche anno.

Dopo poche settimane dal mio insediamento, come Ministro, sono subito intervenuto su uno dei punti maggiormente critici della legge n. 107 del 2015, l’istituto della chiamata diretta dei docenti. Con l’accordo sindacale che abbiamo siglato il 26 giugno scorso già dal prossimo anno scolastico tale istituto è stato superato; anche in questo caso è stata data attuazione a una precisa previsione del contratto per il Governo del cambiamento, sostituendo la chiamata diretta, connotata da eccessiva discrezionalità e da profili di inadeguatezza, con criteri trasparenti e obiettivi di mobilità e assegnazione dei docenti dagli ambiti territoriali agli istituti scolastici.

Un altro tema al quale ho dedicato immediatamente attenzione è la questione dei diplomati magistrali e, in generale, il problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Dico subito con chiarezza che, da uomo delle istituzioni, ritengo che le sentenze pronunciate in nome del popolo italiano vadano rispettate senza eccezioni. È, però, altrettanto vero che l’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative dei nostri insegnanti e le correlate sfavorevoli conseguenze sul processo di apprendimento dei nostri studenti rappresentano temi delicati, che meritano di essere affrontati per un reale rilancio della nostra scuola.

Con riferimento, più in particolare, alla problematica dei diplomati magistrali, ho chiesto da subito ai miei uffici di individuare una soluzione legislativa che fosse in grado di contemperare gli interessi di tutti i soggetti coinvolti, ma soprattutto di assicurare un ordinato avvio del prossimo anno scolastico e la salvaguardia della continuità didattica.

Dobbiamo sempre ricordarci che la formazione è un servizio che ha come destinatari degli utenti, i nostri ragazzi, che debbono essere in ogni modo salvaguardati nel loro interesse superiore a fruire di una formazione continua e, quindi, non soggetta ad alterni mutamenti di docenti in corso d’anno.

Strettamente collegata a questa tematica, vi è quella delle numerose reggenze dei dirigenti scolastici. Il nuovo concorso, che si svolgerà nelle prossime settimane, oltre a essere un’occasione di sviluppo di carriera per i docenti interessati a svolgere un nuovo ruolo, permetterà di riportare alla normalità i carichi di lavoro di quelli già in servizio. Ben 1.700 dirigenti sono reggenti di una o più scuole, tutto a detrimento della qualità della gestione dei singoli istituti, la cui organizzazione diviene tutti i giorni più complessa. Un pensiero va dunque ai dirigenti scolastici, che quotidianamente lavorano nelle scuole per garantire un servizio importante per tutto il Paese.

I processi culturali di apprendimento che caratterizzano la società odierna, definita anche società della conoscenza, sono in continua e rapida evoluzione e caratterizzano l’intera vita di ognuno di noi.

Le conoscenze, le capacità, l’immaginazione e la possibilità di fare rete pesano spesso più dei capitali fisici, tecnologici e finanziari tradizionalmente alla base degli scenari economici e organizzativi.

Centrale diviene, dunque, il ruolo dell’individuo come risorsa, in cui l’identità professionale richiama non solo abilità di ordine tecnico, ma anche un capitale umano da costruire e ricostruire lungo tutto l’arco dell’esistenza.

Se questo è il nuovo scenario socio-economico e culturale in cui ci troviamo a operare, se il mondo del lavoro richiede sempre più conoscenze che esulano dagli schemi tradizionali e se le istituzioni formative (prima di tutto la scuola e le università) non si adeguano nell’organizzare nuove modalità di trasmissione dei saperi, i nostri giovani corrono il rischio di essere posti ai margini delle nuove infrastrutture di produzione della conoscenza. È necessario, quindi, oggi più che mai, che anche i nostri studenti mantengano il passo con le evoluzioni culturali, scientifiche e tecnologiche che si presentano per conseguire un processo formativo ed educativo che funzioni da scatola degli attrezzi con cui costruirsi e reinventarsi il proprio futuro, lavorativo e non solo.

La «Buona scuola» ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza tra scuola e lavoro; tuttavia quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente è stato interpretato come un obbligo e un dovere e non come un’opportunità da cogliere, sia per gli studenti che per le strutture che si sono proposte di accoglierli presso di loro. Sono fermamente convinto che i termini scuola e lavoro debbano essere intesi non in maniera antitetica, ma come sintesi naturale. Trovo normale che durante un percorso di studi, oltre al trasferimento di conoscenze e strumenti per interpretare il mondo in cui viviamo, si tenti di orientare gli studenti verso un lavoro, qualunque esso sia. In questo senso, l’istituto dell’alternanza tra scuola e lavoro non è un esperimento che deve essere archiviato. Certo, esso necessita di quegli aggiustamenti cui accennavo prima e di cui i miei uffici già si stanno occupando. Trovo, in senso assoluto, molto importante e formativo che gli studenti, tramite l’alternanza tra scuola e lavoro, possano iniziare a misurarsi con il mondo del lavoro con cui prima o poi dovranno entrare in contatto.

Certo, il Ministero non può tollerare percorsi che non siano di assoluta qualità, rispondenti a standard di sicurezza elevati e, soprattutto, che non siano affatto coerenti con il percorso di apprendimento dello studente interessato. Su questi aspetti stiamo già lavorando per apportare le opportune correzioni al fine di liberare le piene potenzialità di uno strumento in cui – ripeto – credo molto.

Sarà altresì importante garantire ai nostri studenti una sana e corretta educazione motoria. L’educazione sui corretti stili di vita permetterà di lavorare su più piani e l’educazione motoria agevolerà anche la crescita armonica dei nostri ragazzi. Pertanto, oltre all’inserimento fin dalla scuola primaria di laureati in scienze motorie e sportive, è mia intenzione ridefinire e organizzare l’attività sportiva scolastica.

Da ultimo, voglio segnalare che intendo creare le migliori condizioni affinché le nostre ragazze e i nostri ragazzi impegnati in attività agonistiche – i cosiddetti studenti atleti – possano contemperare l’esigenza di svolgere attività sportiva con il proseguimento e il completamento del percorso scolastico secondario. Va sempre ricordato come la carriera di un atleta professionista sia molto breve e che, quindi, vada supportata per il conseguimento di un titolo di studio e di una formazione utile all’inserimento nel mondo del lavoro.

A quest’ultimo proposito, ho chiesto ai miei uffici di aggiornare la sperimentazione formativa relativa agli studenti atleti, prevedendo che alla stessa possa accedere il maggior numero possibile di ragazzi già nei primi anni della scuola secondaria.

Da uomo di scuola auspico che un numero sempre maggiore di studenti, dopo gli istituti superiori, possa accedere alla formazione universitaria o all’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Durante il mio mandato farò in modo di ampliare la platea di studenti beneficiari dell’esenzione totale dal pagamento delle tasse di iscrizione, rendendo più agevole poter accedere alla no tax area. Inoltre, verificherò la possibilità di stabilizzare il Fondo integrativo statale per la concessione, da parte delle Regioni, di borse di studio per gli studenti meritevoli, ma privi di mezzi. Mi auguro che si possano poi semplificare le procedure amministrative necessarie all’erogazione delle borse di studio. Approfondirò la revisione del sistema di accesso ai corsi a numero programmato, attraverso l’adozione di un modello che assicuri procedure idonee a orientare gli studenti verso le loro effettive attitudini.

Per promuovere lo sviluppo è necessario investire in attività di ricerca, affinché diventi motore dell’innovazione. La complessità delle nuove scienze, nuovi paradigmi di un mondo globalizzato, ha connotato la ricerca di nuove sfumature. La ricerca si svolge infatti in più luoghi contemporaneamente e richiede l’intervento intrinseco di più discipline e professionalità, a prima vista distanti tra loro (medici, biologi, ingegneri, chimici, fisici, sociologi, matematici, esperti di meccanica e robotica). Quindi, diventa fondamentale superare gli spazi fisici. L’attività scientifica è, per sua intrinseca natura, transnazionale. La ricerca teorica si effettua in Australia, Argentina e Singapore e altro, il tutto svolto da ricercatori americani, indiani e italiani. La vera globalizzazione, con un’eccezione prettamente positiva, intesa come condivisione di saperi e informazioni, la si sta vivendo proprio nel campo della scienza e dell’innovazione. I nostri ricercatori, con le loro pubblicazioni scientifiche, risultano tra i migliori al mondo, sempre presenti nei primi posti delle classifiche mondiali impact factor (mi riferisco all’indice che viene utilizzato per valutare la qualità della produzione scientifica di un ricercatore).

Tutto questo accade pure in presenza di un ridotto livello di finanziamento dell’attività di ricerca sia in senso assoluto, sia in relazione a quanto investono gli altri Paesi, europei e non. La Germania impegna in ricerca e sviluppo quasi il 3 per cento del proprio PIL, a fronte di una media europea poco superiore al 2 per cento. In Italia il dato si attesta, invece, a poco meno dell’1,3 per cento.

Se quanto sinora rappresentato è condivisibile, appare quindi prioritario e non più eludibile incrementare le risorse destinate alle università e gli enti di ricerca, agendo sui rispettivi fondi di finanziamento, nonché ridefinire i criteri di finanziamento delle stesse. Il sistema universitario e il mondo della ricerca dovranno essere maggiormente coinvolti nello sviluppo culturale, scientifico, tecnologico e industriale nazionale, contribuendo a indicare gli obiettivi da raggiungere, interagendo maggiormente con tutto il mondo delle imprese e del lavoro.

È appena il caso di accennare a quanto la ricerca svolga un ruolo trainante anche per l’occupazione, ad esempio puntando molto e in maniera decisa sul processo di trasferimento tecnologico e sulla capacità di generare invenzioni e registrare brevetti che, purtroppo, poco sovente vengono convertiti in prodotti e servizi innovativi a valore aggiunto. Albert Einstein ha detto che la scienza è una cosa meravigliosa per chi non deve guadagnarsi da vivere con essa. È trascorso un secolo e dobbiamo migliorare. I nostri dottorati industriali e innovativi devono avere maggiori azioni di supporto, ad esempio con l’utilizzo di fondi di coesione dell’Unione europea.

Ritengo sia ormai giunto il momento di elaborare un piano strategico pluriennale per l’università e la ricerca che affronti in maniera unitaria le diverse criticità che caratterizzano il settore dell’alta formazione e della ricerca, in primis affinché il mondo universitario italiano possa essere in grado di affrontare le sfide che lo attendono. Occorrerà riflettere su come si può migliorare il sistema di reclutamento in termini meritocratici, di trasparenza e in modo corrispondente alle reali esigenze scientifico- didattiche degli atenei, garantendo al contempo l’effettivo accesso alla docenza.

Purtroppo, il corpo docente italiano è composto da professori di prima e seconda fascia e da ricercatori che hanno un’età media tra le più alte d’Europa, oltre a essere circa un terzo di quelli tedeschi e meno della metà di quelli inglesi e francesi. Anche il numero di dottorandi italiani è un terzo di quello dei dottorandi tedeschi e si sta ulteriormente riducendo a un ritmo medio del 2,5 per cento annuo (dal 2008 circa il 25 per cento in meno). La realtà è che oggi la carriera universitaria non è più particolarmente attraente. Gli stipendi non sono competitivi rispetto a quelli di molti altri Paesi in cui giovani ricercatori godono di condizioni economiche più favorevoli e di migliori opportunità di sviluppo e carriera.

Ancora peggiore è la situazione dei giovani dottori di ricerca che scelgono direttamente il PhD all’estero, o, una volta acquisito il titolo in Italia, cercano fortuna al di fuori dei confini nazionali e spesso la trovano. Vi dico, però, che non ho timore della fuga di cervelli. La ricerca, per sua stessa natura, oltre che multidisciplinare e interdisciplinare, è soprattutto internazionale: parla tutte le lingue del mondo e si contamina osmoticamente. È assolutamente fisiologico che un nostro dottorando o ricercatore – junior o senior che sia – senta l’esigenza di affrontare un periodo di studio o di lavoro all’estero e troverei incomprensibile il contrario. La questione allora non è tanto la partenza, semmai il mancato ritorno: questa sì è una criticità, che conduce a una depauperazione intellettuale e scientifica, che non possiamo più permetterci.

Due sono i fronti da presidiare: da un lato creare le condizioni affinché, dopo un periodo più o meno lungo, i giovani talenti possano rientrare in Italia, riallineando il salario a quello degli altri principali centri di ricerca, e dare loro la possibilità di sviluppare un percorso di carriera e di disporre di infrastrutture fisiche e tecnologiche – come laboratori attrezzati – adeguate e finanziate in maniera costante, nelle quali poter continuare a sviluppare l’attività scientifica. Siamo in fondo alla classifica dei Paesi OCSE per numero di professori universitari e ricercatori in rapporto agli studenti.

Abbiamo quindi bisogno di accrescere in modo significativo il numero dei ricercatori e dei professori, non solo consentendo la sostituzione di ogni professore e ricercatore pensionando, ma anche aumentando globalmente la dotazione organica complessiva.

Le fondamenta di ogni Stato sono nell’istruzione dei suoi giovani: l’istruzione universitaria incarna questo ideale e lo Stato ha il dovere di porre in essere ogni strumento utile perché i nostri giovani possano frequentare con successo i nostri atenei, rinnovandone anche la dotazione tecnologica e strumentale.

Durante il mio mandato farò il possibile perché si possano rinnovare le infrastrutture, perché l’accessibilità diventi effettiva per il maggior numero di studenti possibile, sviluppando percorsi complessi, ma di indiscusso valore, come la maggiore fruibilità dei corsi dedicati alle cosiddette STEM (Science Technology Engineering Mathematics), con riferimento in particolare alle ragazze, alle studentesse.

Investire nell’università sarà un obiettivo a medio e lungo termine e necessiterà della collaborazione diffusa tra enti e mondo delle imprese. La ricerca di fondi dedicati e di laboratori ad altissima specializzazione tecnologica da condividere con le aziende del made in Italy, il coordinamento e il raccordo tra gli enti e i centri di ricerca, permetteranno di evitare quella dispersione ed eccessiva parcellizzazione delle risorse umane e strumentali che finora ha rallentato la nostra internazionalizzazione. Per questo occorre valutare la creazione di un’Agenzia nazionale della ricerca.

Oggi lo scienziato opera in un network globale, con strumenti altamente tecnologici, sofisticati e molto costosi, per cui necessita di finanziamenti talmente ingenti che non possiamo pensare di recuperarli dal solo bilancio pubblico. Penso che dovremo incentivare l’utilizzo dello strumento del partenariato pubblico – privato, che consentirebbe di fatto un maggior apporto di risorse in favore della ricerca.

I luoghi del sapere – università e centri di ricerca in primis – oltre a garantire la fondamentale ricerca di base dovranno altresì contribuire a rendere il sistema produttivo italiano maggiormente competitivo e propenso alla valorizzazione delle attività ad alto valore tecnologico.

È mia intenzione agire sui cospicui finanziamenti messi a disposizione dalla Commissione europea: il 16 e il 17 luglio prossimi si terrà a Vienna una riunione informale dei Ministri della ricerca e voglio operare da subito per ottenere quanti più finanziamenti possibili dal prossimo Programma Quadro in materia di ricerca e innovazione, denominato “Horizon Europe 2021-2027”. Il valore del Programma-quadro è di circa 100 miliardi di euro ed è un’occasione da non farsi sfuggire. Per ottenere tale risultato stiamo definendo un coordinamento preliminare con tutte le strutture ministeriali e gli enti interessati per portare al tavolo negoziale di Bruxelles una posizione univoca, autorevole e coesa. Dobbiamo agire in anticipo e in sinergia.

Le sfide di un mondo sempre più connesso ci portano inevitabilmente a riflettere sulla necessità di attrarre finanziamenti esteri. Abbiamo un capitale umano adeguatamente formato, abbiamo un’infrastruttura della conoscenza di alto livello, ma ciò nonostante siamo molto indietro rispetto ad altri Paesi europei nella capacità di attrarre fondi stranieri per sostenere la ricerca e l’innovazione. Nel 2015 questa voce valeva solo lo 0,08 per cento del nostro Prodotto interno lordo: non è sufficiente e va incrementata.

Il patrimonio della ricerca e dell’alta formazione tecnologica e professionale del nostro Paese va sviluppato ulteriormente. Nel panorama educativo italiano un importante ruolo sociale e di formazione post diploma è rivestito dagli ITS, gli istituti tecnici superiori che, disseminati in diverse aree geografiche, hanno permesso in questi anni, in sinergia col mondo delle imprese, degli istituti di istruzione superiore, delle università e delle Regioni di garantire un’offerta formativa altamente qualificata, volta a promuovere elevate competenze tecniche e a sviluppare processi d’innovazione in contesti a grande tasso di tecnologia. In un’ottica di apprendimento permanente, gli ITS si pongono come naturale raccordo tra il mondo della scuola, dell’università e del lavoro, creando figure qualificate, reinserendo nel mondo del lavoro giovani e adulti altrimenti a rischio dispersione. Lo strettissimo rapporto con il territorio in cui sono presenti gli ITS permette altresì lo sviluppo di una filiera produttiva naturalmente legata all’ambiente e allo sviluppo del made in Italy. In questa prospettiva, gli ITS possono rafforzare i legami tra mondo delle imprese e della scuola ed è mia intenzione sostenere il loro ruolo fondante. Vorrei ricordare l’esperienza degli ITS lombardi, che da provveditore di Milano ho potuto toccare con mano. È il segnale di come il rapporto tra scuola, università, enti locali, Regioni e aziende del territorio possa promuovere processi virtuosi e creare cluster tecnologici a grande impatto lavorativo sul micro-territorio.

Un intervento importante dovrà riguardare l’innovazione didattica e in particolare quella digitale. Sarà incentivata l’offerta formativa online e telematica delle università statali, attraverso finanziamenti finalizzati, nonché meglio regolamentata l’offerta formativa delle università telematiche private.

Nella mia visione programmatica un posto di rilievo è ricoperto dal settore dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica (la cosiddetta AFAM). Provvederemo a completare il processo di riordino dell’offerta formativa, procedendo all’elaborazione dei criteri per l’attivazione dei corsi di specializzazione e di formazione alla ricerca, in attuazione del terzo ciclo formativo superiore. In tale settore è strategico, per garantire la qualità delle diverse programmazioni autonome delle AFAM, pensare a un generale strumento di accreditamento e di rigorosa programmazione, secondo requisiti di qualità compatibili e comparabili con quelle delle università.

Più nel dettaglio, il Ministero sta lavorando nel processo di statalizzazione di 18 istituti superiori di studi musicali con l’obiettivo di realizzare entro il 2020 la trasformazione degli stessi in conservatori di musica statali. Si tratta di un percorso che è auspicabile collocare entro un quadro più ampio di complessivo riordino della formazione artistica e musicale, che vede nel nostro Paese un riferimento internazionalmente riconosciuto e comprende istituti di eccellenza, in cui vengono a formarsi anche molti studenti stranieri.

Nell’ottica di un orientamento permanente e teso allo sviluppo dei talenti dei nostri ragazzi, è fondamentale un curriculum verticale anche in campo artistico, musicale e coreutico. Sviluppare percorsi di scuola secondaria di primo grado a indirizzo coreutico, potenziare quelli a indirizzo musicale, incentivare l’utilizzo di linguaggi artistico-espressivi, sarà alla base di un processo di verticalizzazione delle scuole a partire dal basso, dalle scuole di primo ciclo, fino ad arrivare al mondo universitario e lavorativo.

Signori Presidenti, onorevoli senatori e deputati, vi ringrazio per l’attenzione che avete prestato e per l’occasione concessami di esporre quella che rappresenta la mia visione del sistema educativo, universitario e della ricerca, le criticità da affrontare, le azioni da sviluppare, le speranze e le idee da trasformare in realtà, con un obiettivo solo, quello di avviare un percorso che possa portare a un sistema di istruzione e di ricerca più moderno ed inclusivo, in grado di aprirsi al confronto e al dialogo con soggetti diversi, nazionali e internazionali, in grado di comprendere e valorizzare le differenze dei discenti, ma anche che rimetta al centro della società il ruolo essenziale dei docenti e dei formatori, ricordando sempre che il futuro passa dalla scuola di ogni ordine e grado e che tutte le nostre ragazze e i nostri ragazzi devono avere le migliori opportunità di studio che possiamo loro creare.

Sarà mia cura raccogliere le vostre domande, le vostre osservazioni, le vostre critiche costruttive e i suggerimenti che vorrete darmi per dare valore a questo incontro e alle differenti visioni della scuola, dell’università e della ricerca, con l’obiettivo di ritrovarci a breve per poter fare una sintesi.

Mi si permetta, in chiusura, un omaggio a Simone Veil, che diceva: “l’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi come la respirazione ai corridori”.

Capire dove va la scuola per capire dove va il Paese.

Eleonora Fortunato

La scuola come cartina di tornasole per comprendere le trasformazioni politiche del nostro Paese, quelle compiute, quelle in atto e quelle future. Orazio Niceforo, noto esperto di politiche scolastiche, ci accompagna in un excursus sulla storia recente del nostro sistema di istruzione.

Sappiamo bene quanto investimento reale e ideale i governi occidentali profondano nelle riforme scolastiche, e per questo riannodarle alla loro prospettiva storica e politica appare un’operazione intellettualmente affascinante e in larga misura proficua tanto agli operatori del mondo della scuola quanto a quelli del mondo dell’informazione e della comunicazione. La casa editrice UniversItalia ha fatto, perciò, una cosa doppiamente utile dando alle stampe l’interessante riflessione di Orazio Niceforo intitolata Da Gelmini a Fedeli. Scuola e politica dal 2011 al 2017, contributo che intreccia un dettagliato resoconto delle evoluzioni normative con puntuali riferimenti alla nostra storia politica recente, in una cornice che cerca di non trascurare anche il contesto internazionale.

Un risultato coerente col profilo dell’autore, la cui biografia ha coniugato impegno politico – nei panni di responsabile Scuola del PSI – e impegno scientifico – come docente di Sistemi Scolastici Contemporanei all’Università Tor Vergata di Roma e Vicepresidente della sezione italiana della SICESE (Sezione Italiana della Comparative Education Society in Europe) -, anche se è più con l’acume dello storico che Niceforo registra i limiti del prolificare dell’attività riformistica degli ultimi lustri e la mancata preparazione della società italiana a riceverli.

Il volume, che integra il saggio Da Berlinguer a Gelmini. La scuola che non cambia (Roma, Tuttoscuola, 2010), delinea in circa 200 pagine un affresco ricco di approfondimenti normativi da cui si staglia il sapido protagonismo dei Ministri: la solitaria Carrozza, la pirotecnica (almeno nella prima fase) Giannini, il tragicomico Renzi, una disincantata e pragmatica Fedeli.

Le molte pagine prevedibilmente dedicate all’epopea renziana tratteggiano la Buona Scuola degli esordi come un capolavoro di realpolitik che ha neutralizzato avversari e sindacati col nesso riforma-assunzioni, senza tacerne la disfatta della fase attuativa, le cui cause sistemiche l’Autore ravvisa da un lato nell’aver trascurato di affrontare problemi di fondo come la dispersione, i dislivelli territoriali e per tipo di scuola, l’edilizia ottocentesca, dall’altro nel non aver interpretato il legittimo desiderio degli insegnanti di ricoprire un ruolo di primo piano.

Ma non è una bocciatura senza appello: nel condurre una disamina chiara dei passi indietro compiuti dal processo riformatore all’indomani del flop referendario, Niceforo non nasconde che è proprio a questa fase che si legano anche le sue speranze, scorte nel rilancio della scuola come istituzione autonoma libera da ossessioni e affanni normativi, “in una strategia di medio-lungo periodo che ne rilanci il ruolo e il prestigio sociale”, nell’auspicio di un ministero post-burocratico, “capace di definire le strategie di sistema (obiettivi di apprendimento, valutazione dei risultati) dismettendo le tradizionali funzioni di controllo burocratico e procedurale”. Il tutto a spese del protagonismo dei Dirigenti Scolastici e all’interno di una metariforma più ampia della relazione insegnamento/apprendimento (Niceforo di recente ci ha spiegato in un’intervista che cosa intende), “l’unica – per usare proprio le parole finali del libro – in grado di liberare le energie endogene della scuola”.

In Orizzontescuola 20 luglio 2018

 

Scuola. Le 5 sfide del Ministro Bussetti

Mauro Monti

Audizione del ministro Bussetti alle camere riunite a poco più di un mese dal suo insediamento a Viale Trastevere. Prima uscita organica di un ministro che tiene subito a precisare: “Non voglio ricorrere a nuove riforme e ulteriori strappi, né è intenzione del governo stravolgere la Buona Scuola ma i nodi emersi vanno affrontati e sciolti in modo condiviso”.

E’ una buona notizia per la la scuola sapere che non si architettano nuovi sconvolgimenti e che ci sarà tempo per sedimentare e consolidare quello che è stato già scritto. Ma la dichiarazione si presta ad essere letta anche come implicito riconoscimento di debolezza politica e prospettica. E’ difficile immaginare un robusto entrare sul tema scuola da parte della coalizione giallo-verde che tutto ha fuorché un proprio pensiero condiviso sulla scuola. Non è un caso che il contratto di governo abbia proprio nella scuola il punto più scarno e deludente.

Allora al ministro, che in questa difficile contesto è costretto a navigare, può essere opportuno ricordare alcune questioni operative che possono accompagnare i prossimi mesi di governo della scuola.

In primo luogo, il fatto che a lui non è chiesto di fare riforme, ma è suo preciso dovere portare a compimento una riforma avviata che richiede ancora molti provvedimenti urgenti per non impantanarsi in mezzo al guado. Accenno solo alla urgentissima questione del nuovo esame di maturità che rischia, visti le tempistiche di certi uffici, di chiarire importanti passaggi operativi ai maturandi poche settimane prima delle prove. O penso alla riforma dei professionali che, senza immediate misure di accompagnamento, può avviarsi ad essere l’ennesima rivisitazione del Gattopardo. O ancora penso alla nona delega al Governo prevista dalla legge 107/2015 (Buona Scuola), quella sulla riscrittura del testo unico, che prometteva chiarezza e semplificazione nell’arruffato disegno normativo della scuola italiana e che è rimasta appesa.

La seconda questione concreta riguarda il complessivo sistema di governance che appare sempre più ansimante per un progressivo impoverimento di risorse umane sul piano quantitativo e qualitativo. Non è un caso che il concorso dirigenti abbia impiegato quattro anni per vedere la luce (e non si sa ancora quanti per arrivare a compimento!). Creare le condizioni perché domani qualcun altro possa sciogliere anche i grandi nodi che impastoiano la scuola italiana, significa oggi mettere a posto il motore di una macchina che, al centro come in periferia, appare sempre più ingolfato.

La terza annotazione riguarda la sburocratizzazione delle incombenze da cui le scuole, come tutta la Pubblica amministrazione, sono sempre più vessate. Cito fra tutte il sistema di gestione dei fondi Pon, un interessante sistema con cui le scuole possono intercettare finanziamenti europei, ma che viene guardato con crescente diffidenza dalle stesse scuole per il livello di cervellotica gestione a cui costringe. Segnalo solo, per i non addetti ai lavori, l’obbligo di stampare, far compilare e poi scannerizzare un modulo di otto pagine (otto!) per ognuno dei genitori che vogliono far partecipare il proprio figlio al corso pomeridiano di calcetto o di robotica.

Il tempo dirà se il cosiddetto “Governo del cambiamento”, dopo aver onorato le cambiali meno costose firmate con il proprio elettorato (migranti e vitalizi), ci rimanderà alle urne o proseguirà per la legislatura. Sicuramente prima o poi qualcuno dovrà mettere mano alle questioni di fondo che urgono: scelta definitiva per il sistema di autonomie o definitivo ripristino di un severo centralismo, messa in pratica reale del principio di parità scolastica o insistenza novecentesca sulla “centralità della scuola di Stato”, avanzamento verso un sistema di crediti formativi flessibile o permanenza in un sistema di valore legale del titolo di studio, eccetera.

Non sembra essere oggi la stagione in cui orientare la bussola ministeriale verso qualche scelta innovativa o di respiro. Ma forse questa è la stagione in cui con più forza il mondo della scuola e la società civile sono chiamate a non chiudersi in questioni di dettaglio, quanto piuttosto a gestire il dettaglio in vista di un più ampio pensiero sulla scuola, su ciò che la scuola non potrà continuare ad essere ancora nei decenni a venire e su cosa quindi la caratterizzerà in un non lontano futuro.

in IL SUSSIDIARIO, 17 luglio 2018

 

Docenti con diploma magistrale. 120 giorni per conoscere il loro destino

Fabrizio De Angelis

Alla fine è arrivato il testo del decreto dignità: dopo le polemiche dei giorni scorsi, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il Decreto 12 luglio 2018, n. 87  ” Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”. Tutto confermato per i diplomati magistrale.

LEGGI IL DECRETO DIGNITA’

Il decreto riporta all’articolo 4  le disposizioni in merito ai docenti con diploma magistrale inseriti in GaE e/o in ruolo con riserva:

Al fine di assicurare l’ordinato avvio dell’anno scolastico
2018/2019 e di salvaguardare la continuità’ didattica nell’interesse degli alunni, all’esecuzione delle decisioni giurisdizionali che comportano la decadenza dei contratti, a tempo determinato o indeterminato, stipulati, fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, presso le istituzioni scolastiche statali, con i docenti in possesso del titolo di diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001-2002, si applica, anche a fronte dell’elevato numero dei destinatari delle predette decisioni, il termine di cui all’articolo 14, comma 1, del decreto-legge 31 dicembre 1996, n. 669, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1997, n. 30; conseguentemente, le predette decisioni sono eseguite entro 120 giorni decorrenti dalla data di comunicazione del provvedimento giurisdizionale al Ministero dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca“.

120 giorni per risolvere la questione

Nessuna sorpresa, quindi, per la vicenda diplomati magistrale. D’altronde, nei giorni scorsi il Ministro nel corso della presentazione delle Linee guida, ha ribadito che non intende rovesciare il contenuto delle sentenze: “le sentenze pronunciate in nome del Popolo italiano devono essere rispettate senza eccezioni”. Ma allo stesso tempo, “è però, altrettanto vero – ha aggiunto Bussetti – che l’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative dei nostri insegnanti, rappresentano temi delicati che meritano di essere affrontati per un reale rilancio della nostra scuola”.

Quindi 120 giorni per scoprire cosa farà il Governo, anche se in molti probabilmente dovranno attendere di più, dato gli studio legali sono riusciti ad ottenere un rinvio delle sentenze di merito, causando una tempistica diversa per tutti i ricorrenti.

La soluzione è il concorso?

La soluzione il Governo la dovrà comunque trovare in questo periodo. Sappiamo già che il ministro Bussetti, nelle ultime settimane, ha fatto intendere quale possa essere la soluzione al problema, ovvero introdurre per i maestri con diploma magistrale un corso-concorso che li porti all’assunzione in ruolo, realizzando un percorso probabilmente simile a quello previsto dal decreto legislativo 59 dell’aprile 2017 per la scuola secondaria ed in corso di svolgimento proprio in questi mesi.

L’idea, pertanto, potrebbe essere quella di sottoporre i docenti che rischierebbero l’estromissione, ad un colloquio, comunque non selettivo, durante il quale “misurare” le loro capacità di insegnamento, anche prevedendo una lezione simulata, e poi collocare tali aspiranti all’assunzione in ruolo (dopo un solo anno di Fit) in una graduatoria regionale utile a tale scopo.

in Tecnica della Scuola, 12 luglio 2018

Istituti Tecnici Superiori (ITS): Programma di sviluppo nazionale

Firmato il provvedimento che eroga circa 23 milioni di euro per l’ampliamento dei percorsi formativi degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) per l’anno 2018/2019. Bussetti: “Gli ITS si pongono come naturale raccordo tra il mondo della scuola, delle università e del lavoro. Per questo intendiamo dare più visibilità e attenzione al settore”.

Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono percorsi post diploma altamente innovativi e rappresentano la formazione terziaria professionalizzante. Sono nati nel 2010 e vogliono essere la risposta alla domanda delle imprese, attraverso un’offerta formativa altamente qualificata, di nuove ed elevate competenze tecniche per promuovere i processi di innovazione e trasferimento tecnologico.

Attualmente sono presenti in tutta Italia 95 ITS con 429 percorsi attivi e oltre 2.000 soggetti partner coinvolti. Nell’ultimo anno, il 2017/2018, sono stati quasi 11.000 i giovani che hanno scelto di frequentare questi percorsi formativi.

In data 12 luglio 2018 è stato siglato il provvedimento di ripartizione dei fondi che consentirà di erogare complessivamente circa 23 milioni di euro per l’ampliamento dei relativi percorsi formativi per l’anno 2018/2019, come previsto dalla legge di Bilancio per il 2018, che ha incrementato, nell’anno 2018, le precedenti risorse già destinate agli ITS di ulteriori 10 milioni di euro (20 milioni di euro nel 2019 e 35 milioni di euro a decorrere dal  2020).

Per gli ITS parte dunque, ora, un Programma di sviluppo nazionale che servirà a qualificare l’offerta formativa e a rafforzarne il ruolo nella promozione dell’innovazione. Le azioni indicate dal Programma di sviluppo sono finalizzate a far acquisire un’alta specializzazione tecnologica ad almeno 20.000 giovani entro il 2020.

in Notizie della scuola 13 luglio 2018