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Rapporto Censis 2018. I processi di istruzione e formazione

Censis, Rapporto 2018

Alternanza scuola-lavoro: è tempo di bilanci. Nell’anno scolastico 2017-2018 si è concluso il primo triennio di attuazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro nella scuola secondaria di II grado, così come delineati dalla «Buona scuola». Secondo i dirigenti scolastici consultati dal Censis emerge che nei licei la principale criticità è lo scetticismo da parte dei docenti per la temuta contrazione del tempo per le discipline curricolari (punteggio 6,85 in un range da 1=nessuna criticità a 10=massima criticità). Segue la realizzazione di un numero troppo alto di percorsi in alternanza, a causa di eterogeneità e piccola dimensione delle strutture disponibili (6,45). Minori sono i livelli di problematicità segnalati per i percorsi tecnici e professionali. Ci sono però differenze tra gli istituti del Centro-Nord e quelli delle aree meridionali del Paese, che anche a causa della rarefazione del tessuto imprenditoriale lamentano una maggiore difficoltà nel coinvolgere le imprese. Il 51% dei dirigenti è molto d’accordo e il 32% abbastanza d’accordo sul fatto che l’alternanza scuola-lavoro disegnata dalla riforma sia una pratica positiva, migliorabile e da continuare per accrescere l’occupabilità degli studenti.

Sicurezza e benessere a scuola. Nello scorso anno scolastico gli edifici senza certificato di agibilità erano 21.606 (il 53,8% del totale), senza certificato di prevenzione incendi 23.907 (59,5%) e senza entrambe le certificazioni 15.946 (39,7%). È il Lazio la regione in testa alla classifica della non conformità con oltre il 70% degli istituti scolastici privi delle due certificazioni, seguita da Sardegna (65,1%), Abruzzo (63,4%) e Calabria (63,3%). Oltre un quinto degli edifici scolastici (23,1%) è stato costruito prima del 1960 (quota che supera il 40% in Campania), il 28,2% è nato per un uso diverso da quello scolastico (in Liguria si arriva al 49,8%). Secondo gli oltre 900 dirigenti scolastici interpellati dal Censis, sono gli episodi di bullismo (75,9%), cyberbullismo (67,3%) e furti ai danni di altri studenti o insegnanti (60,4%) a interferire più frequentemente con il normale vissuto scolastico. A questi si aggiungono gli atti di vandalismo verso la struttura e le dotazioni (54,4%), insubordinazione o violenza verso il corpo docente (42,4%), discriminazione verso donne, stranieri o disabili (34,3%). Lo spaccio e il consumo di droghe nelle vicinanze della scuola sono segnalati dal 31%, il consumo da parte degli studenti dal 23,9%. Per contrastare a scuola uso e spaccio di droghe, il 64,6% dei dirigenti si è dichiarato molto d’accordo nel privilegiare la collaborazione tra scuole, aziende sanitarie locali e associazioni che operano nella prevenzione, il 54,5% ritiene necessario preparare meglio gli insegnanti, il 45,7% punta sulla necessità di lavorare in via preventiva su informazione ed educazione degli studenti, il 46,7% ritiene comunque che il rafforzamento di videosorveglianza e controlli fuori dalle scuole più a rischio tranquillizzi famiglie e ragazzi.

Le dinamiche di internazionalizzazione di domanda e offerta di istruzione universitaria. Grande è il consenso tra le nuove generazioni europee, e tra i giovani italiani in particolare, verso ogni tipo di esperienza che abbia la transnazionalità a fattore comune. Gli scambi interculturali tra scuole e università dell’Ue sono considerati molto importanti dal 69% dei giovani italiani, a fronte del 53% degli europei. La creazione di lauree erogate da reti di università europee, con la possibilità di studiare in diversi Paesi, è giudicata molto importante dal 67% degli italiani (valore medio europeo: 54%). Nel 2016 35,5 studenti europei su 1.000 erano iscritti in un Paese Ue diverso da quello di origine (nel 2013 erano 33,2 su 1.000). In Italia nel 2013 erano 1,8 ogni 1.000 e 2,4 nel 2016, con uno scarto superiore rispetto a Francia (da 2,4 a 2,8 ogni 1.000 studenti), Spagna (da 1,2 a 1,4) e Regno Unito (da 0,5 a 0,8). Il Paese europeo più scelto dagli italiani è l’Austria (23,1 studenti 1.000), seguita da Regno Unito (4,6), Francia (3,0), Spagna (2,9) e Germania (2,2). In Italia i corsi a carattere internazionale nell’anno accademico 2017-2018 sono 862, di cui 341 totalmente e 161 parzialmente in inglese. Rispetto a due anni prima, i corsi erogati in lingua italiana sono diminuiti del 2,1%, quelli completamente (+37,5%) o parzialmente (+147,7%) in inglese son molto cresciuti. Sono ingegneria-architettura e il gruppo economico-statistico le due aree disciplinari che accolgono le quote più alte di corsi a carattere internazionale, rispettivamente con il 34,4% e il 31,8% del totale.

Educazione degli adulti: per molti, ma non per tutti. Nel 2016 il 41,5% degli italiani tra i 25 e i 64 anni aveva partecipato ad attività formative formali e non formali, con un aumento rispetto al 2011 di 5,9 punti percentuali. Il valore è più basso della media europea (45,1%) e lontano da Paesi Bassi (64,1%), Svezia (63,8%), Regno Unito (52,1%), Germania (52%) e Francia (51,3%). Permane la differenza di genere: partecipa il 44% degli uomini di 25-64 anni contro il 39,1% delle donne. La partecipazione degrada con l’età, più lentamente fino alla fascia d’età 45-54 anni (41,8%), più bruscamente tra gli over 54 (33%). Il 75,4% di chi ha partecipato ad attività non formali ha preso parte ad attività correlate al lavoro (il 59% ad attività di iniziativa datoriale). Il 33,3% dei 25-64enni ha partecipato ad attività job-related, perlopiù promosse dal datore di lavoro (27,1%). Si contrappone uno zoccolo duro di 25-64enni (43,3%) che non ha partecipato ad attività formative formali e non vuole parteciparvi in futuro, cui si aggiunge il 16,2% di chi, pur avendo partecipato, ritiene conclusa la propria esperienza formativa. Gli adulti italiani sono meno pro-attivi degli europei nel ricercare occasioni di apprendimento. Lo ha fatto il 14,3% dei 25-64enni, a fronte di una media europea del 21,9%.

Formazione per la cittadinanza, formazione per il professionista: le iniziative innovative dell’Enpab. Il sostegno alla professione rappresenta uno dei pilastri delle azioni di welfare integrato che le Casse previdenziali dei liberi professionisti hanno sviluppato per rispondere ai bisogni diversificati dei propri iscritti. In modo del tutto originale, l’Enpab (Ente nazionale per la previdenza e l’assistenza a favore dei biologi) ha dato avvio a due progetti per supportare una platea giovane di iscritti: la Giornata nazionale del biologo nutrizionista, che mette in contatto un numero crescente di professionisti con i cittadini per educarli ad abitudini alimentari e stili di vita corretti, e il progetto Biologi nelle scuole, per la realizzazione di un percorso educativo rivolto ai bambini delle elementari. Una indagine del Censis finalizzata a valutare il livello di gradimento dei biologi che hanno partecipato evidenzia come gli stessi biologici ritengano strategiche queste iniziative per la propria crescita professionale: l’84,6% nel primo caso, il 96,1% nel secondo. Tra gli aspetti più apprezzati c’è il fatto che anche la collaborazione e il confronto con i colleghi è risultato un valore aggiunto: per il 99,7% nel primo caso, il 99,2% nel secondo.

Censis, Rapporto 2018, Comunicato stampa: I processi formativi

Scuola. Dal MIUR un’APP per informazioni sulle scuole

Scuola in chiaro, il portale del MIUR che mette a disposizione informazioni dettagliate sulle scuole italiane, dal numero di alunni alla presenza di palestre, diventa un’app. In occasione delle iscrizioni all’anno scolastico 2019/2020, infatti, tutte le famiglie potranno scaricare facilmente sul loro tablet o telefonino le informazioni relative agli istituti di loro interesse attraverso QR code che saranno resi disponibili sui siti delle scuole o nel corso degli open day che si stanno svolgendo in tutta Italia per la presentazione dell’offerta formativa.

Quest’anno le iscrizioni online alle classi prime della scuola primaria e della secondaria di I e II grado saranno infatti aperte dalle 8.00 del 7 gennaio alle 20.00 del 31 gennaio 2019. Ma già a partire dalle 9.00 del 27 dicembre 2018 si potrà accedere alla fase di registrazione su www.iscrizioni.istruzione.it.

Per supportare le famiglie in cerca della scuola più adatta per la formazione dei loro figli, la nuova applicazione consentirà di accedere in modo rapido ai dati relativi ai risultati scolastici degli alunni, ai risultati a distanza, alle caratteristiche del personale docente, alle strutture scolastiche. Per l’utilizzo dell’applicazione è necessario disporre di una app per leggere i QR code che sono già stati assegnati alle scuole e dunque sono attivi. Gli istituti potranno arricchire le informazioni leggibili attraverso i codici con i materiali informativi che hanno predisposto per gli open day di presentazione dell’offerta formativa.

Nelle prossime settimane il MIUR diffonderà poi uno spot per lanciare la procedura delle iscrizioni online con tutte le informazioni utili per le famiglie. E sarà attivato uno specifico servizio di assistenza per accompagnare le famiglie durante tutto il periodo delle iscrizioni.

Scuola. Rapporto lavoro dei docenti in Italia e in Europa

ANTONIO PETROLINO

Il cammino sarà ancora lungo, ma le prime avvisaglie non promettono niente di buono. Parliamo del rinnovo contrattuale dei docenti per il triennio 2019-2021: per il quale – stando alle informazioni ad oggi disponibili – sarebbero in vista importi molto modesti, di pochi euro. Eppure, appena pochi mesi fa, esponenti dell’attuale maggioranza avevano speso la rituale promessa di “stipendi europei”.

E’ realistico attendere in tempi ragionevoli un aumento sostanziale nelle retribuzioni per il personale della scuola? E che cosa significa esattamente “stipendi europei”? Perché dell’Europa fanno parte il Lussemburgo o la Germania, dove le retribuzioni sono effettivamente molto più alte; ma anche la Francia, dove la differenza non è poi enorme, per non parlare della Lituania o della Slovacchia o della Romania.

Ci sono buoni motivi per dubitare che un aumento importante sia possibile: e non solo perché le priorità dell’agenda politica sembrano al momento altre. Ci sono cause strutturali, che non sono di oggi, e che rendono improbabile, ancora per molto tempo, un miglioramento significativo.

Cominciamo dai numeri: stando ad una recente elaborazione su dati Miur, i docenti di ruolo sono circa 730mila, cui vanno aggiunti circa 30mila insegnanti di religione e circa 90mila insegnanti di sostegno. Non basta; ci sono poi i supplenti annuali (quelli che insegnano di fatto tutto l’anno): almeno altri 50mila di sostegno “in deroga” e almeno altri 50mila per coprire posti di fatto vacanti. Siamo vicini al milione.

In Paesi come la Francia o la Spagna, con una popolazione simile alla nostra, i docenti sono circa 700mila. In Germania sono quasi un milione, come da noi, ma rispetto a una popolazione di oltre 80 milioni di abitanti. Questo elemento, da solo, basterebbe a spiegare come sia molto più costoso pagare “bene” gli insegnanti in Italia che altrove.

Ci sono altri dati, più o meno correlati al dato base, che portano alla stessa conclusione: per esempio, il numero di alunni per docente, che da noi è ancora inferiore a 10, mentre nel resto d’Europa oscilla fra 13 e 15; oppure il tempo di lavoro contrattuale per anno, che da noi è vicino a 600 ore di insegnamento + 80 di riunioni collegiali, mentre altrove si colloca sopra le 700 ore e anche di più.

Ancora: ogni volta che un governo decide di investire nella scuola, la prima cosa cui pensa è l’assunzione di un numero più o meno grande di precari, con il risultato di appesantire ulteriormente i costi e di prosciugare le risorse disponibili. L’ultima operazione di questo tipo, in ordine di tempo (2015), è stata quella del governo Renzi, quella che voleva prosciugare le graduatorie ad esaurimento e che ha comunque portato ad assumere oltre 70mila docenti “di potenziamento”, cioè in soprannumero. Con gli stipendi attuali, pari come base a circa 35mila euro annui (compresi gli oneri riflessi), questa operazione è costata almeno due miliardi e mezzo di euro. Quella somma, ripartita su 850mila insegnanti e su tredici mensilità, avrebbe da sola portato a un incremento di circa 160-200 euro mensili netti.

Naturalmente, a questi dati bisogna aggiungerne almeno un altro: e cioè che la percentuale del Pil che viene spesa in istruzione è da noi un po’ più bassa che nella maggior parte degli altri Paesi europei. Ma va aggiunto che quasi tutto quel che viene speso va in stipendi, il che in parte bilancia il dato.

Al netto di molte altre considerazioni che si potrebbero fare e che attengono più alla sociologia che alla finanza pubblica, la realtà è che in Italia pagare bene gli insegnanti costerebbe molto più che altrove, perché si è preferito investire sul loro numero piuttosto che sulla loro qualità. Il che significa che si è scelto, più o meno consapevolmente, di scoraggiare – e quindi di allontanare – i potenziali candidati più qualificati, quelli che possono ragionevolmente sperare in condizioni migliori, e di imbarcare molti altri, non necessariamente quelli di cui il nostro disastrato sistema avrebbe invece bisogno.

Se si guarda alla situazione generale, si vedrà che i Paesi dove gli stipendi degli insegnanti sono più alti, sono in genere anche quelli in cui essi nonsono dipendenti pubblici, ma reclutati direttamente dalle scuole o dalle municipalità: Regno Unito, Olanda, Danimarca e Paesi scandinavi in genere. Sono realtà in cui gli aspiranti all’insegnamento – una volta conseguita l’abilitazione professionale – si “mettono sul mercato”, e cioè cercano, in base ai propri titoli, una sistemazione corrispondente ai loro interessi. Si comportano, in sostanza, come liberi professionisti, che, in cambio di minori tutele (prime fra tutte, il posto fisso e il diritto alla mobilità), ottengono condizioni di lavoro nettamente migliori. Da noi mancano le condizioni di sistema perché questo avvenga: ma, se fosse possibile scegliere, quanti dei nostri insegnanti opterebbero per una soluzione del genere? Eppure, anche l’insieme delle garanzie sociali ha un costo per le casse statali e si può considerare come una forma di salario immateriale per chi ne beneficia.

Un ultimo raffronto, anche questo eloquente, se pure su un piano diverso. La tanto celebrata Finlandia non paga i suoi insegnanti molto meglio di noi: circa il 10% in più. Ma in Finlandia il loro prestigio sociale è altissimo, come conseguenza di una selezione estremamente esigente, che recluta i futuri docenti nel 10% dei migliori diplomati secondari. Il che non vuol dire che tutto quel 10% vada a insegnare, ma che tutti quelli che vanno a insegnare provengono da quel 10%. Un’aristocrazia intellettuale rispettata non per quel che guadagna, ma per quel che fa e per come lo fa.

Non è a colpi di sanatorie, di ope legis e di ricorsi al Tar che ci avvicineremo a quegli standard.

in Il Sussidiario 28 novembre 2018

Scuola. Esame Maturità: ulteriori novità

MIUR – Comunicato stampa

Dalla composizione della traccia del Liceo classico, al numero di quesiti che saranno proposti allo Scientifico. Passando per le tipologie di elaborato che potranno essere oggetto d’Esame per l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing degli Istituti tecnici. Sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sono disponibili da oggi tutti i quadri di riferimento per la predisposizione e lo svolgimento degli scritti della nuova Maturità, che debutterà a giugno con le regole previste dal decreto legislativo 62 del 2017.

Due scritti invece di tre, con l’eliminazione della terza prova, elaborata dalle commissioni, e una conseguente maggiore attenzione alle prime due prove, predisposte a livello nazionale: questa una delle principali novità del nuovo Esame.

I quadri pubblicati oggi descrivono caratteristiche e obiettivi in base ai quali saranno costruiti sia il primo scritto, italiano, che la seconda prova, diversa per ciascun indirizzo di studi. E sono il frutto del lavoro di esperti delle varie discipline che hanno contribuito alla loro stesura. Per docenti e studenti sarà dunque possibile cominciare a esercitarsi con specifiche simulazioni. Anche il Ministero, a partire dal mese di dicembre, metterà a disposizione tracce-tipo per accompagnare ragazzi e insegnanti verso il nuovo Esame.
Per la prima volta vengono poi rese disponibili anche apposite griglie nazionali di valutazione, che consentiranno alle commissioni di garantire una maggiore equità e più omogeneità nella correzione degli scritti. Anche queste sono disponibili on line da oggi.
“Prosegue il lavoro di accompagnamento verso il nuovo Esame – dichiara il Ministro Marco Bussetti -. Il MIUR, anche alla luce delle nuove regole, lavorerà affinché le tracce siano davvero corrispondenti con quanto fatto dai ragazzi durante il percorso di studi, fornendo apposite indicazioni agli esperti che dovranno produrre i testi. Nei prossimi giorni partirà un Piano di informazione e formazione che accompagnerà le scuole. Da domani ci saranno conferenze di servizio sull’intero territorio nazionale che proseguiranno nelle prossime settimane”.
A gennaio saranno pubblicate le materie per la seconda prova, a febbraio la complessiva ordinanza sugli Esami, che normalmente viene emessa a maggio.

La prima prova

Il prossimo 19 giugno, data della prima prova, i maturandi dovranno innanzitutto dimostrare di “padroneggiare il patrimonio lessicale ed espressivo della lingua italiana secondo le esigenze comunicative nei vari contesti” e, per la parte letteraria, di aver raggiunto un’adeguata competenza sull’”evoluzione della civiltà artistica e letteraria italiana dall’Unità ad oggi”. I testi prodotti saranno valutati in base alla loro coerenza, alla ricchezza e alla padronanza lessicali, all’ampiezza e precisione delle conoscenze e dei riferimenti culturali, alla capacità di esprimere giudizi critici e valutazioni personali. La prova avrà una durata di sei ore. I maturandi dovranno produrre un elaborato scegliendo tra sette tracce riferite a tre tipologie di prove (tipologia A, due tracce – analisi del testo; tipologia B, tre tracce – analisi e produzione di un testo argomentativo; tipologia C, due tracce – riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità) in ambito artistico, letterario, filosofico, scientifico, storico, sociale, economico e tecnologico.

La seconda prova

La seconda prova scritta del 20 giugno potrà riguardare una o più discipline caratterizzanti gli indirizzi di studio, come previsto dalla nuova normativa. La scelta delle discipline su cui i maturandi dovranno mettersi alla prova avverrà a gennaio. Intanto i quadri pubblicati oggi consentono di avere uno schema chiaro di come sarà composto lo scritto, indirizzo per indirizzo, materia per materia.

Per il Liceo classico, ad esempio, la prova sarà articolata in due parti. Ci sarà una versione, un testo in prosa corredato da informazioni sintetiche sull’opera, preceduta e seguita da parti tradotte per consentire la contestualizzazione della parte estrapolata. Seguiranno tre quesiti relativi alla comprensione e interpretazione del brano e alla sua collocazione storico-culturale. Il Ministero, secondo quanto previsto dalla nuova normativa, potrà optare anche per una prova mista, con entrambe le discipline caratterizzanti, Latino e Greco. Un altro esempio, per lo Scientifico la struttura della prova prevede la soluzione di un problema a scelta del candidato tra due proposte e la risposta a quattro quesiti tra otto proposte. Anche in questo caso la prova potrà riguardare ambedue le discipline caratterizzanti: Matematica e Fisica.

Per i Tecnici la struttura della prova prevede una prima parte, che tutti i candidati sono tenuti a svolgere, seguita da una seconda parte, con una serie di quesiti tra i quali il candidato sceglierà sulla base del numero indicato in calce al testo. Anche qui potranno essere coinvolte più discipline. Ad esempio per l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing l’elaborato consisterà in una delle seguenti tipologie: analisi di testi e documenti economici attinenti al percorso di studio; analisi di casi aziendali; simulazioni aziendali.

Per i Professionali la seconda prova si comporrà di una parte definita a livello nazionale e di una seconda parte predisposta dalla Commissione, per tenere conto della specificità dell’offerta formativa dell’Istituzione scolastica.

I quadri di riferimento di tutte le materie sono pubblicati a questo indirizzo

L’orale

Le indicazioni complete sul colloquio saranno fornite nel decreto con le discipline scelte per la seconda prova, che sarà emanato a gennaio e sarà coerente con quanto indicato dal decreto 62 del 2017. La commissione proporrà ai candidati di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti e problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale, anche utilizzando la lingua straniera. Nel corso del colloquio, il candidato esporrà, con una breve relazione o un elaborato multimediale, le esperienze di Alternanza Scuola-Lavoro svolte. Il colloquio accerterà anche le conoscenze e le competenze maturate nell’ambito delle attività di Cittadinanza e Costituzione. La commissione dovrà comunque tenere conto di quanto indicheranno i docenti nel documento di classe che sarà consegnato ai commissari con il percorso effettivamente svolto.

Il precedente comunicato con le regole del nuovo Esame.

http://www.miur.gov.it del 26 novembre 2018

Scuola. Regionalizzazione dell’istruzione e dei docenti?

Annamaria Poggi

Qualche settimana fa in una delle sue prime interviste il ministro Bussetti ha dichiarato che avrebbe portato avanti il progetto di regionalizzazione dei docenti, all’interno di un più ampio processo di regionalizzazione della materia dell’istruzione su cui starebbe ragionando con l’altro ministro investito della questione per competenza, e cioè il ministro Erika Stefani.

Cerchiamo di capire di cosa si tratta utilizzando le informazioni che al momento sono note.

La vicenda prende avvio nella passata legislatura, quando alcune Regioni italiane (Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte) decisero di avviare il percorso del cosiddetto regionalismo differenziato e cioè di chiedere più poteri legislativi e amministrativi in determinate materie (politiche attive del lavoro, istruzione, salute e ambiente), così come previsto dall’art. 116 Cost. ultimo comma e similmente a quanto alcune di esse (Veneto, Lombardia e Piemonte) avevano già fatto, senza alcun esito, nel 2006.

A queste richieste diede riscontro il Governo Gentiloni, con la stipula di “Accordi preliminari”, materialmente sottoscritti dal sottosegretario per gli Affari regionali e le autonomie (Gianclaudio Bressa) evidentemente con il placet della Presidenza del Consiglio dei ministri cui questo ministero è sottoposto.

Gli Accordi preliminari vennero tutti stipulati a fine febbraio, poco prima delle elezioni politiche.

Con la nuova legislatura non solo non sono venute meno le pressioni delle Regioni che già avevano avanzato le loro richieste (soprattutto quella del Veneto) ma a queste se ne sono aggiunte altre. Almeno altre sei Regioni (Toscana, Marche, Umbria, Liguria, Basilicata e Campania), infatti, hanno manifestato l’intenzione di muoversi in tale direzione. Non tutti i percorsi sono ugualmente strutturati e già pervenuti ad un livello di dettaglio delle materie sufficientemente maturo. In alcuni casi il lavoro svolto mostra un ventaglio di richieste davvero notevole, e tutte le Regioni richiamate hanno avanzato maggiori competenze sull’istruzione.

Al momento ciò su cui si può ragionare concretamente sono solo gli Accordi della scorsa legislatura che trattano tutti del tema dell’istruzione. I tre Accordi sono identici e sono strutturati in due parti. Una prima enuncia principi di carattere generale, ed una seconda enuncia, settore per settore, quelle che potrebbero essere le richieste regionali.

Nella prima parte si precisa che:

a) il percorso sarebbe quello già consolidato per la stipula delle intese tra Stato e Confessioni religiose (intesa tra Governo e singola Regione e approvazione con legge del Parlamento);

b) gli Accordi preliminari dovrebbero, poi, essere oggetto di successive intese;

c) le intese durerebbero tendenzialmente 10 anni e potrebbero essere modificate nel corso del decennio, prorogate o rinegoziate alla conclusione del periodo;

d) il trasferimento delle risorse finanziarie e di personale dovrebbe essere trattato da una Commissione paritetica Stato-Regione che dovrebbe prevedere come sarebbero trasferite le risorse dallo Stato alla Regione: se come compartecipazione a qualche tributo statale o in altro modo;

e) occorrerebbe determinare i fabbisogni standard (entro un anno) e trasformarli entro 5 anni in costi standard per superare il criterio della spesa storica (il che equivale a dire che le Regioni si impegnerebbero con le Intese a diminuire la spesa nel settore);

Oltre questi principi gli Accordi contengono poi degli Allegati ognuno relativo alle materie che potrebbero essere oggetto di trasferimento. Anche qui l’Allegato Istruzione è identico nei tre Accordi. Vediamo cosa prevede.

a) Alla Regione spetterebbe la programmazione regionale dell’offerta di istruzione e la definizione dell’organico (senza poter aumentare l’organico statale); ma la Regione potrebbe istituire un proprio Fondo per aumentare la propria dotazione di organico solo con contratti a tempo determinato;

b) alla Regione verrebbe attribuita la competenza legislativa per organizzare l’integrazione tra istruzione professionale e istruzione e formazione professionale, nel rispetto del d.lgs. 61/2017 e anche qui potendo istituire un Fondo proprio per aumentare la dotazione organica;

c) alla Regione spetterebbe l’organizzazione degli Its e i raccordi tra questi e gli altri sistemi di istruzione (istruzione, istruzione professionale, universitaria, eccetera);

d) alla Regione spetterebbe, nel rispetto dell’autonomia universitaria e in accordo con le università, attivare percorsi di didattica integrativa di quella universitaria per favorire lo sviluppo tecnologico, economico e sociale del territorio, nel rispetto dei requisiti di sostenibilità dei corsi universitari e dello stato giuridico dei docenti universitari;

e) la Regione costituirebbe un Fondo per l’edilizia in cui confluirebbero tutti i fondi statali per l’adeguamento e il miglioramento sismico delle strutture, per i laboratori e altri spazi necessari per la didattica;

f) alla Regione spetterebbe, nel rispetto dei vincoli di bilancio e dei Livelli essenziali delle prestazioni, maggiore autonomia sulla gestione del personale del sistema sanitario regionale; delle regole per l’accesso alla libera professione; per l’accesso alle scuole di specializzazione medica (tramite accordi con le singole università del territorio).

L’attuale Governo al momento non ha ufficializzato il raggiungimento di Accordi con le Regioni che hanno avanzato le varie richieste. Teoricamente, peraltro, sempre l’attuale Governo, se volesse, potrebbe fare propri gli Accordi stipulati da quello precedente (sopra illustrati), poiché non vi è nessun ostacolo giuridico in merito.

Fin qui i fatti. Ragionando ora in astratto sulle possibilità di regionalizzare l’istruzione, possiamo fissare i seguenti punti fermi:

1. Le Regioni già oggi, grazie all’art. 117 Cost. possono fare leggi su alcune materie (diritto allo studio; mense, trasporti; edilizia…);

2. hanno la competenza esclusiva sulla formazione professionale;

3. hanno la competenza sulla programmazione (quante scuole e di che tipo) sul loro territorio;

4. hanno competenza sui sussidi alle scuole paritarie.

Sui docenti la questione è molto complessa: l’unica Regione che al momento ha completamente regionalizzato i docenti è il Trentino Alto-Adige in virtù del fatto di essere Regione a Statuto speciale e con la giustificazione del bilinguismo (che è pure protetto dalla Costituzione). In questa Regione il personale docente è personale dipendente dalla Regione proprio in virtù della specificità di quella Regione.

Per le Regioni che non sono speciali non è possibile trovare una motivazione specifica (legata cioè alla specificità del loro territorio) che consenta di dire che vi è una motivazione di ordine costituzionale per regionalizzare il personale. Questa è la vera difficoltà costituzionale.

Vi è poi un’altra complicazione di ordine costituzionale e cioè che l’articolo 117 Cost. tutela e costituzionalizza l’autonomia delle Istituzioni scolastiche che, se il personale venisse regionalizzato e cioè posto alle dipendenze della Regione, perderebbero un altro pezzo della loro autonomia.

Il cammino giuridico, dunque, non è semplice. Ma poi alla fine, al di la delle questioni giuridiche vi è una domanda di fondo: a cosa serve la dipendenza regionale dei docenti? Migliorerebbe la nostra scuola?

Questa è a mio avviso la vera domanda, su cui occorrerebbe aprire il dibattito, se il Governo davvero volesse andare in quella direzione.

Il Sussidiario 26 novembre 2018

UE. National Education Systems

EURYDICE ITALY

Here you can consult the pages of the 42 national units based in the 38 countries participating in the Erasmus+ programme (28 Member States, Albania, Bosnia and Herzegovina, the Former Yugoslav Republic of Macedonia, Iceland, Liechtenstein, Montenegro, Norway, Serbia, Switzerland and Turkey). You can either browse by national unit or by chapter.

National units are responsible for the drafting of their education system descriptions and the content of all 14 chapters.

https://eacea.ec.europa.eu/national-policies/eurydice/national-description_en

Scuola. Pubblicato il nuovo Regolamento amministrativo-contabile

È stato pubblicato ieri sera in Gazzetta Ufficiale il nuovo Regolamento amministrativo-contabile delle scuole che sostituisce quello in vigore dal 2001. Il nuovo testo, più snello del precedente, recepisce le novità normative che sono state introdotte in questi anni, in particolare quelle relative agli appalti, facendo ad esempio chiarezza sul tema delle soglie per l’affidamento di lavori, servizi e forniture da parte delle scuole. Prevista anche una maggiore trasparenza nella stesura del Programma Annuale e, più in generale,  nella rappresentazione dei fatti contabili e gestionali: dovranno essere esplicitate con chiarezza le finalità e le voci di spesa cui vengono destinati i contributi volontari versati dalle famiglie o le risorse reperite attraverso le raccolte di fondi, anche quelle effettuate attraverso l’adesione a piattaforme di finanziamento collettivo (crowdfunding).

Si tratta di un provvedimento organico che diventa un vero e proprio ‘manuale’ di contabilità per gli istituti scolastici. E rappresenta il punto di partenza di un processo di evoluzione che consentirà gradualmente alle scuole di  gestire le spese in maniera semplificata e più efficiente, lavorare in modo standardizzato e omogeneo su tutto il territorio nazionale, migliorare i servizi verso alunni e famiglie e ridurre i carichi di lavoro delle segreterie.

“Il Regolamento era molto atteso. È frutto di un lungo lavoro fatto in questi anni dall’Amministrazione centrale che abbiamo voluto accelerare in questi ultimi mesi. Vogliamo che sia il primo tassello di un percorso più ampio che stiamo portando avanti al MIUR per semplificare la vita delle scuole, per la sburocratizzazione di un sistema che deve rimettere gli studenti al centro”, dichiara il Ministro Marco Bussetti.

“In questi ultimi anni – prosegue – le scuole sono state oberate di lavoro, le ultime riforme hanno generato tanta confusione e ci si è dimenticati di considerare a sufficienza l’aspetto amministrativo, che va rilanciato. In termini di efficienza, chiarezza e trasparenza. Questo provvedimento risponde a questa esigenza. Non lasceremo gli istituti soli nell’attuazione. Saremo al loro fianco, dando tutto il supporto necessario a migliorare la qualità della loro attività quotidiana. Questo è un Ministero che vuole mettersi al servizio delle scuole”.

Anche per questo l’Help Desk attivato in via sperimentale in alcuni territori nell’ultimo anno per supportare le scuole nella gestione del loro bilancio “sarà esteso a tutto il territorio nazionale – spiega Bussetti -. Come ho detto fin dal mio insediamento, sono davvero convinto del fatto che ogni novità vada spiegata e accompagnata. Non lasceremo le scuole sole: saremo al loro fianco nell’attuazione di queste novità”.

Le disposizioni del Regolamento si applicheranno a partire dal prossimo 1 gennaio 2019. Il testo è il risultato di un lavoro che ha previsto il confronto con le organizzazioni sindacali, il parere del Consiglio superiore della pubblica istruzione, il coinvolgimento delle scuole attraverso un’apposita consultazione. Il Ministero ha operato costituendo anche un gruppo di lavoro con dirigenti scolastici e direttori dei servizi generali e amministrativi per rilevare le criticità del precedente testo e progettare i miglioramenti.

Rendere più chiari e più snelli gli adempimenti delle scuole e migliorare la qualità delle procedure amministrative e contabili. Digitalizzare sempre più i processi per diminuire i tempi di controllo e potenziare i meccanismi di trasparenza e assistenza agli istituti. Sono solo alcuni degli obiettivi del nuovo Regolamento. Le scuole potranno cominciare a lavorare in modo più standardizzato e semplificato. Il Ministero avrà un quadro più chiaro delle modalità di gestione e di spesa e potrà così orientare meglio la propria azione di finanziamento.

Tra le principali novità, tempistiche di programmazione della spesa più precise, l’innalzamento della soglia per gli affidamenti diretti, la promozione degli accordi di rete fra scuole per rendere più efficace ed efficiente la spesa, il recepimento delle novità normative in materia di ordinativo informatico locale e fatturazione elettronica, l’utilizzo delle tecnologie per gli incassi e i pagamenti, indicazioni relative alla conservazione sostitutiva dei documenti amministrativo contabili anche per ridurre il livello di saturazione degli archivi fisici delle scuole, l’incremento dell’utilizzo di strumenti informatici per lo svolgimento dei controlli di regolarità amministrativo-contabile.

In altre parole, una serie di misure che puntano a migliorare il processo di programmazione per evitare il rischio dell’esercizio provvisorio, a semplificare le procedure di acquisto e a renderle omogenee, a razionalizzare la spesa delle scuole e le fonti di finanziamento.

Il Ministero accompagnerà l’entrata in vigore del Regolamento con un’apposita circolare attuativa che espliciterà, articolo per articolo, le novità in campo, con specifiche istruzioni operative in materia contabile e con riferimento all’acquisto di beni e servizi. Dirigenti scolastici e DSGA saranno appositamente formati attraverso il progetto “Io Conto” e sarà estesa a tutto il territorio nazionale l’attività dell’Help Desk del MIUR per le questioni amministrativo-contabili che già oggi riceve più di 500 richieste di assistenza al mese su questi temi.

Il link alla Gazzetta Ufficiale

Scuola. Il nuovo esame di Maturità tra mille incertezze

Pierluigi Castagneto

Non si può dire che quest’anno scolastico non sia pieno di anomalie. Iniziato con una grande infornata di docenti assunti a tempo indeterminato, con certe graduatorie svuotate come non s’era mai visto, proseguito con la crisi delle paritarie, che hanno visto andarsene all’ultimo momento migliaia di docenti. A ottobre è quindi arrivata la circolare 3050 che ha modificato radicalmente l’esame di Stato del secondo ciclo, mentre a novembre la manovra finanziaria 2018 ha ridotto sensibilmente le ore dell’alternanza scuola-lavoro, portandole nei tecnici da 400 a 150 (180 nei professionali) e a 80 nei licei.

Purtroppo la circolare ministeriale 3050 offre solo vaghe indicazioni, generando molta incertezza sulle prove d’esame e l’aspetto normativo che riordina l’alternanza è stato solo annunciato, per cui le scuole, i docenti e gli studenti non possono modificare nei fatti i propri programmi, perché, com’è noto, verba volant.

Nello specifico, si scopre che alla circolare 3050 sono stati allegati due documenti di lavoro, elaborati da una commissione di esperti, guidata dal linguista Luca Serianni, in cui si forniscono i criteri per la stesura delle prove d’esame. Il primo si occupa della preparazione delle tracce della prima prova scritta di italiano e offre indicazioni per l’elaborazione delle griglie di correzione. Un testo abbastanza chiaro sulla formulazione dell’analisi del testo (tipologia A), più problematico nella parte riguardante il testo argomentativo (tipologia B). Si chiede la stesura di un testo che non è più un saggio breve, ma di cui non si capiscono bene le caratteristiche e le modalità di svolgimento. Infatti nella prima parte il candidato sarà tenuto a leggere un testo, anche ampio, e dovrà fornire “in primo luogo un’interpretazione/comprensione sia di singoli passaggi sia dell’insieme (per esempio, quali sono le sequenze essenziali del discorso? quale la tesi di fondo sostenuta? quali sono le risorse espressive a cui ricorre chi scrive per sostenere la sua opinione?)”. 

Qui non si può non notare come la prima parte della prova argomentativa  contenga elementi di analisi testuale, mescolando aspetti delle prove strutturate con la produzione di testi. Poveri studenti! A circa 7 mesi dall’inizio della maturità 2019 la confusione regna sovrana. 

I dubbi  aumentano con il secondo allegato riguardante la seconda prova scritta riguardante le materie d’indirizzo. Le indicazioni che la commissione Serianni fornisce ai tecnici del ministero sono molto generiche e l’unico dato certo riguarda il coinvolgimento di una o due discipline. Abbastanza semplice immaginare prove ai licei classici o scientifici, anche se molto più difficili per gli studenti, in quanto si coinvolgono materie come latino e greco o matematica e fisica. Le difficoltà sorgono quando ci si occupa dei tecnici, dei tecnologici, dei professionali e artistici, in cui le prove d’esame sono  molto varie e articolate. E’ sufficiente fare qualche telefonata ai dirigenti scolastici per sentirsi dire che “di doman non c’è certezza”. In attesta che dal cappello incantato del Miur esca qualcosa di concreto, il buio si fa sempre più fitto.

Le cose si complicano quando si volge lo sguardo alle modifiche dell’alternanza scuola lavoro. Derubricata a progetto, ora si chiama “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”, identificata con un impronunciabile acronimo, Pcto, più adatto alle lingue semitiche che a quelle neolatine. Non costituisce per ora la condizione per l’accesso all’esame di Stato e le risorse sono state dimezzate.

Anche in questo caso c’è molta incertezza. La legge di bilancio non è stata ancora approvata, per cui la riduzione delle risorse è ancora incerta. Soprattutto non è stata approvata nessuna circolare o provvedimento normativo che indichi con sicurezza anche le riduzioni orarie. In questo modo, ad esempio,  per gli studenti dei tecnici, a cui era stato imposto di frequentare 400 ore nel triennio, la regola non vale più. O meglio potrebbe non valere più, perché nessuno si preoccupa con l’anno abbondantemente iniziato di fornire loro indicazioni precise. Il ministro Bussetti si è impegnato a fornire le le nuove linee guida al più presto, ma si sa che arriveranno solo nella seconda parte dell’anno scolastico.

Per di più, gli istituti non avendo in mano nessuna norma, continuano a far frequentare ai loro allievi le ore di alternanza impostate sul vecchio quadro orario, perché non si sa mai; tutto può cambiare sino all’ultimo e gli scherzi della politica sono sempre dietro l’angolo. In attesa della nuova alternanza, si continua con il vecchio metodo e si fa perdere tempo ai ragazzi, perché, in questo caso, scripta manent

in Il Sussidiario 14 novembre 2018

“Diplomati magistrali”. Il Consiglio di Stato rivede la sentenza dello scorso anno

Lorenzo Vendemiale

Il pronunciamento del 20 dicembre 2017 negava il diritto all’assunzione di 50mila maestre abilitate. Ora i giudici di Palazzo Spada ci hanno ripensato, o almeno potrebbero farlo: la sesta sezione ha sospeso la decisione della plenaria e dovrà esserci una “rimeditazione”, con una nuova sentenza. Probabilmente nel 2019.

Si riapre il caso dei diplomati magistrali. Sembrava chiuso dopo la sentenza del Consiglio di Stato di un anno fa, che aveva negato il loro diritto all’assunzione aprendo le porte alla cancellazione dalle graduatorie e in alcuni casi addirittura al licenziamento in tronco. Invece adesso i giudici di Palazzo Spada ci hanno ripensato, o almeno potrebbero farlo: sulle 50mila maestre dovrà esserci una “rimeditazione”, con una nuova sentenza (probabilmente nel 2019). Nel frattempo quella vecchia sospesa e la loro posizione congelata. Proprio mentre il ministero dell’Istruzione ha avviato un concorso straordinario, che dovrebbe portare comunque alla loro stabilizzazione, anche se in tempi molto incerti.

L’incredibile storia dei diplomati magistrali si allunga di un nuovo capitolo, quando sembrava ormai aver trovato un punto finale. Parliamo di quelle maestre che insegnano in virtù del solo diploma magistrale conseguito entro il 2001, titolo che all’epoca era ancora valido per lavorare alle elementari (oggi invece è obbligatoria la laurea), protagonista di un contenzioso storico: nel 2014 è stato riconosciuto il suo valore abilitante, ma a fine 2017 il Consiglio di Stato ha stabilito che non è valido per l’ingresso nelle Graduatorie ad Esaurimento (GaE), le liste che assegnano il posto fisso. Insomma, i diplomati magistrali possono insegnare ma non hanno diritto ad essere assunti. Questo sembrava il risultato finale, che aveva portato alle decisioni degli ultimi mesi: cancellazione dalle liste di tutti quelli in attesa del ruolo, e trasformazione del contratto da tempo indeterminato a determinato per i pochi (circa 7 mila maestre) che intanto erano già stati assunti con riserva. Il governo, dovendo comunque rispettare la sentenza, aveva scelto di assegnare una supplenza di transizione a chi di fatto doveva essere licenziato, nell’attesa di una sanatoria che li riassorbisse in futuro.

Ecco però il colpo di scena. Il Consiglio di Stato ha smentito se stesso, accogliendo i ricorsi presentati dagli avvocati Santi Delia e Michele Bonetti e dal sindacato Anief. Non è la prima volta che succede, del resto si tratta di giudici diversi dello stesso organismo: in questo caso è la sesta sezione che sospende la decisione della plenaria del 2017 (che a sua volta aveva contraddetto diversi pronunciamenti di senso opposto). Sta di fatto che i giudici di Palazzo Spada “ravvisano l’esigenza d’una rimeditazione”. Il ricorso si basava su due punti fondamentali: il fatto che la sentenza del 2017 non citasse l’unica fonte di legge che regolamenta l’accesso alle GaE con il semplice possesso del titolo abilitante (dunque anche il diploma magistrale), e la contraddizione rispetto ai precedenti pronunciamenti favorevoli (che quando passano in giudicato hanno valore per tutti); le ragioni della sentenza odierna probabilmente vanno ricercate fra queste obiezioni.

Cosa succederà adesso? Si tratta solo di un pronunciamento cautelare, che però di fatto sospende l’efficacia della famosa sentenza 2017: in queste settimane, man mano che arrivavano i decreti di applicazione sui singoli casi, il ministero stava procedendo a depennare i nomi dalle graduatorie e licenziare i docenti già in cattedra. La procedura dovrebbe fermarsi, in attesa della nuova decisione della plenaria che però difficilmente potrà arrivare prima del 2019 (si parla di febbraio). Intanto il Miur aveva avviato anche la sanatoria per infanzia e primaria: proprio oggi aprono i termini di presentazione della domanda. Il concorso non presenta sbarramento: tutti quelli che hanno i titoli prima o poi saranno assunti, l’incognita è sui tempi visto che devono liberarsi i posti. L’ingresso nelle vecchie Graduatorie ad esaurimento garantirebbe una corsia molto più veloce. Le maestre ci sperano di nuovo.

in Il Fatto Quotidiano, lunedì 12 novembre 2018

 

Scuola. Modalità per le iscrizioni anno scolastico 2019/2020

Franco Portelli

Anticipati i tempi rispetto alle passate iscrizioni che si erano svolte a partire dalla metà di gennaio e fino ai primi di febbraio. Quest’anno sarà possibile iscriversi a partire dalle ore 8 del 7 gennaio 2019. Data ultima fissata per le ore 20 del 31 gennaio 2019. E’ comunque possibile accedere alla prima fase di registrazione sul portale http://www.iscrizioni.istruzione.it già a partire dalle ore 9 del 27 dicembre 2018, fermo restando che le operazioni di iscrizione dovranno essere effettuate nei tempi stabiliti.

Per orientare le famiglie nella scelta il Miur ha messo a disposizione il portale Scuola in Chiaro, disponibile 24 ore su 24 tutti i giorni. Si tratta di un utile strumento che permette di cercare le scuole, esaminare e confrontare le loro caratteristiche. A partire da una pagina di ricerca e utilizzando tre distinti criteri, è possibile localizzare le scuole, visualizzare i contenuti delle singole schede informative ed effettuare un confronto sulla base di alcuni parametri.

Relativamente alla scuola dell’infanzia – come indicato nella circolare – la domanda resta cartacea e va presentata alla scuola prescelta. Possono essere iscritti sia bambini che compiono il terzo anno di età entro il 31 dicembre 2019, con precedenza, sia i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2020. I genitori possono scegliere tra tempo normale (40 ore settimanali), ridotto (25 ore) o esteso fino a 50 ore.

Le iscrizioni della scuola primaria, invece, si fanno on line e riguardano i bambini che compiono sei anni di età entro il 31 dicembre 2019. Possono essere iscritti, in subordine, anche i bambini che compiono sei anni entro il 30 aprile 2020. I genitori, al momento della compilazione delle domande di iscrizione on line, esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può essere di 24, 27, fino a 30 ore oppure 40 ore (tempo pieno).

Relativamente alla scuola secondaria di primo grado all’atto dell’iscrizione on line, i genitori esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può essere di 30 oppure 36 ore, elevabili fino a 40 (tempo prolungato). E’ anche possibile effettuare iscrizioni alle prime classi a indirizzo musicale barrando l’apposita casella del modulo di domanda di iscrizione on line.

Per la scuola secondaria di secondo grado, i genitori esprimono anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando anche l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. Oltre alla scuola di prima scelta è possibile indicare, in subordine, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. L’eventuale iscrizione alle prime classi dei Licei musicali e coreutici è subordinata al superamento di una prova di verifica del possesso di specifiche competenze musicali o coreutiche.

Gli alunni con cittadinanza non italiana anche se sprovvisti di codice fiscale possono effettuare la domanda di iscrizione on line. Una funzione di sistema, a questo proposito, consente la creazione di un cosiddetto “codice provvisorio” che, appena possibile, l’istituzione scolastica sostituisce con il codice fiscale definitivo.

in Il Sole 24 Ore, lunedì 12 novembre 2018