Gaslighting: l’amore malato. Come identificarlo

DANIELA UVA

Purtroppo si parla troppo poco di questa forma di manipolazione mentale, di violenza psicologica, della quale sempre più donne sono vittime. Attraverso critiche quotidiane, battute cattive, offese indirette, malumori e costanti insoddisfazioni il partner dominante costringe l’altro in un rapporto tossico, nel quale difendersi è difficile. Ma qui vi forniamo 10 comportamenti che permettono di identificare un gaslighter.

Dubitare di se stesse, delle proprie capacità, al punto da perdere il controllo della propria vita. Da dimenticare autostima e percezione del mondo circostante. A questo, nei casi più gravi, porta il cosiddetto gaslighting. Una forma di manipolazione mentale, di violenza psicologica, della quale sempre più donne sono vittime. Di questo fenomeno si parla ancora troppo poco, eppure è più diffuso di quanto si pensi. La trappola scatta quasi sempre all’interno di relazioni o rapporti coniugali malati. Perché caratterizzati da quell’incastro vittima-carnefiche nel quale uomini gelosi o ossessionati dal controllo isolano le proprie compagne, rendendole insicure e depresse. Riconoscere i sintomi non è facile, perché la deriva si raggiunge giorno dopo giorno, in modo subdolo. “Attraverso critiche quotidiane, battute cattive, offese indirette, malumori e costanti insoddisfazioni. Comportamenti, questi, che fanno sentire la vittima perennemente in debito, in colpa e dipendente dal proprio carnefice”, spiega l’avvocato Marina Scaglione.

Riconoscere il potenziale manipolatore è, però, difficilissimo. Si tratta quasi sempre di persone apparentemente normali. Che iniziano la relazione in modo sano. Poi, con il passare del tempo, mostrano la loro reale natura: anaffettiva, egocentrica, non empatica. E imprigionano in partner in un rapporto tossico e malato, nel quale difendersi è difficile.  “Il tratto tipico di chi subisce questa situazione è uno stato di totale confusione sul piano emotivo e una sorta di assuefazione che impediscono di percepire la realtà per quella che è” continua Scaglione. Il manipolatore, noto come narcisista perverso, è invece una persona dall’acuta cattiveria che impone un amore finto, malsano che imprigiona il partner in una relazione tossica. Un vero e proprio massacro psicologico in cui la vittima si convince di essere inetta e piena di difetti. Diventando così facilmente assoggettabile al controllo del gaslighter”. Ecco perché è fondamentale imparare a identificare i possibili carnefici. Per fuggire prima che l’assuefazione alla violenza psicologica impedisca di prenderne coscienza. Leggete quindi i dieci comportamenti tipici del potenziale gaslighter.

Menzogne. Normalmente i manipolatori non sono sinceri, ma al proprio partner raccontano continue bugie. Inoltre hanno spesso l’abitudine di accusare la propria vittima di comportamenti o atteggiamenti inesistenti, in modo da metterla in uno stato di costante allerta e di destabilizzarla dal punto di vista psicologico.

Confusione. I manipolatori sanno benissimo che la confusione genera insicurezza. E così, giorno dopo giorno, destabilizzano il partner in modo da creare un legame indissolubile. Una dipendenza affettiva e psicologica dalla quale è difficilissimo disintossicarsi.

Dubbi. Un altro tratto distintivo dei gaslighter è la tendenza a negare sempre, anche di fronte alla più chiara evidenza. In questo modo la propria vittima viene assalita dai dubbi e comincia a dubitare anche della realtà che la circonda.

Alleanze. I manipolatori cercano il supporto delle persone esterne alla relazione. E così raccontano bugie relative al partner, in modo da isolarlo sempre di più. La sua fiducia nei confronti del mondo esterno crolla e così la sottomissione e la dipendenza diventano sempre più forti.

Speranze. Un altro comportamento tipico dei manipolatori è la tendenza a creare false speranze nel partner. Dopo aver assunto comportamenti terribili, spesso comincia a trattare la propria vittima con gentilezza, in modo da indurla a pensare che la situazione possa migliorare. Ma si tratta solo di uno specchio per le allodole. Perché il desiderio di sottomettere e dominare non si placa mai.

Affetti. Nella maggior parte dei casi, il gaslighter cerca di isolare la propria vittima facendo leva sui suoi affetti più cari. Magari criticando il partner davanti ai figli, in modo da sminuirlo e farlo sentire perennemente inadeguato. O parlando male di lui con i parenti più stretti.

Emozioni. I manipolatori considerano la sensibilità e le emozioni della propria vittima come negative, come sintomo di debolezza. Per questo tendono a minimizzarle, al punto da far sentire il partner a disagio. Il risultato è la tendenza a reprimere. Sempre.

Errori. I manipolatori tendono ad accusare la propriaCoppia-fidanzati.jpg vittima di continui errori, spesso inventati. L’obiettivo, anche in questo caso, è destabilizzarla e farla sentire inadeguata. E così, giorno dopo giorno, la paura di sbagliare prende il sopravvento e blocca qualunque iniziativa.

Follia. I manipolatori, quando non riescono a ottenere ciò che vogliono, possono cercare di convincere la propria vittima di avere problemi di salute mentale. Insomma, possono spingersi fino a farla sentire pazza. Con l’obiettivo di legarla sempre di più e di farle perdere la percezione della realtà.

Depressione. Il gaslighter è un narcisista talmente privo di empatia da riuscire, nei casi più gravi, a far cadere la propria vittima in uno stato di ansia o addirittura di depressione. Senza che questa sia più in grado di chiedere aiuto.

in la Repubblica, 23 aprile 2019

Educazione. La relazione Genitori-Figli, oggi

RAFFAELLA IAFRATE

Come premessa a questo contributo, vorrei portare l’attenzione sulla scelta di affrontare il tema della relazione genitori-figli inserendo la specificazione temporale rappresentata dall’avverbio “oggi”. I cambiamenti socioculturali che hanno investito la famiglia, le modificazioni che l’idea di genitorialità e filiazione hanno subito nel tempo incidono infatti profondamente sulle scelte che oggi gli adulti si trovano a compiere nei con- fronti delle nuove generazioni ad esse affidate nella crescita. E nessuna scelta educativa oggi può essere data per scontata; nessuna relazione può essere ritenuta simile a come era concepita in passato: nemmeno quella tra padri, madri e figli.

La sfida cha siamo chiamati ad affrontare è dunque quella di proporre una riflessione sui cambiamenti ai quali negli ultimi anngenitori_figli_educazione.jpgi è stata sottoposta la genitorialità, ma al tempo stesso quella di rintracciare gli elementi fondanti e – per così dire – immutabili che stanno alla base di questa e che sostanziano la relazione genitori-figli. Solo il riconoscimento di tali elementi fondativi consentirà di orientarsi nella molteplicità delle dinamiche relazionali e dei modelli educativi (o diseducativi?) presenti oggi sulla scena della nostra realtà culturale.

1. LO SCENARIO SOCIO-CULTURALE

Qual è dunque l’attuale scenario socioculturale entro cui osservare la relazione genitori-figli?

a) Il puerocentrismo narcisistico

L’esperienza genitoriale si presenta attualmente connotata da alcune caratteristiche evidenti dal punto di vista socio-strutturale: osserviamo un progressivo ed inarrestabile calo delle nascite, un innalzamento dell’età delle primipare con un rinvio alla maternità sempre più vicino alla soglia dei 35 anni ed una conseguente diffusione del modello di famiglia a figlio unico. Tali tendenze hanno radici e spiegazione nel fondamentale cambiamento di significato che il figlio assume oggi per la coppia. I dati demografici sopraccitati potrebbero infatti essere interpretati come segnali di un minor valore attribuito ai figli rispetto al passato. Di fatto la ricerca e l’esperienza clinica mostrano al contrario che al figlio venga tutt’oggi attribuito grande valore: in particolare il legame genitore-figlio viene indicato come il rapporto più stretto e durevole della vita (a fronte di un indebolimento della coppia coniugale). Più che “figlio di famiglia” ed espressione del progetto della coppia, il figlio è considerato oggi colui che spesso “istituisce” la coppia. In un periodo storico in cui il legame matrimoniale tende ad essere fragile, il vin- colo di filiazione sembra restare l’unico su cui investire in modo certo e continuativo. Sembra, in altre parole, che sia il figlio a dare senso e stabilità alla coppia a fronte della forte instabilità della stessa.

Peraltro questa centralità del figlio porta con sé anche segnali di rischio: la nascita di un bambino è sempre più accolta come l’entrata in scena di un piccolo “idolo” da adorare, assecondare, servire in tutti i modi. Si parla, al proposito, di “puerocentrismo narcisistico”, indicando con tale espressione l’intensa idealizzazione che i genitori sviluppano nei confronti dei figli e le elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale che attribuiscono ad essi, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. I genitori hanno bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso confermi la loro stessa identità genitoriale: il bambino è al centro, ma è vissuto spesso come prolungamento di sé, come conferma della propria genitorialità e non come persona unica, irripetibile e irriducibilmente “altra”.

Tutto ciò può costituire un problema per i figli poiché essi sentono di dover rispondere ad alte aspettative e ad un’impegnativa immagine di sé attraverso la quale essi incarnano inconsapevolmente il bisogno realizzativo dei genitori da cui dunque sarà più difficile staccarsi e che avrà conseguenze anche a livello dello stile educativo praticato.

Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione soggetta unicamente alla libera scelta del- l’adulto, al punto che l’impossibilità di procreare non è tollerata e si è disposti ad utilizzare ogni mezzo (dall’esasperata medicalizzazione dell’intervento procreativo fino ad arrivare anche alle forme aberranti dell’illegalità sia nel campo della fecondazione assistita, sia in quello delle adozioni) per rea- lizzare il desiderio di un figlio della cui presenza, ad un certo punto della propria vita di adulti, si rivendica il diritto.

b) Il mancato riconoscimento della differenza e la difficoltà di distacco

Ciò che viene fortemente messo in discussione in questo clima culturale è l’asimmetria genitore-figlio. Occorre sottolineare che la relazione genitoriale va ricondotta ad una concezione di famiglia come incontro di differenze. Solo l’incontro con l’altro (diverso da sé) aiuta a riconoscersi, a distinguersi e quindi a crescere. In particolare, il rapporto genitore-figlio è per definizione asimmetrico e “gerarchico” e non paritetico e “democratico”; pertanto esso implica una chiara assunzione della responsabilità educativa dell’adulto nei confronti delle giovani generazioni, posizione che rifugge dai rischi dell’indifferenziazione e dell’egualitarismo a tutti i costi. Il concetto di “responsabilità” è inscritto nella relazione genitori-figli: sono le generazioni adulte che precedono che devono farsi carico di quelle giovani. Tuttavia i rischi di “parentificazione” e “adultizzazione”, all’insegna di una vera e propria inversione dei ruoli, sono sempre più frequenti nella nostra cultura di adulti fragili e disorientati, spesso portati ad appoggiarsi più che ad appoggiare i figli nel loro cammino.

Anche al fondo di questa posizione si pone il non riconoscimento dell’alterità dell’altro e della sua differenza, ossia l’incapacità di riconoscere il limi- te che si esprime nell’incontro con l’altro quando si riconosce che “io sono ciò che non sei tu” e “tu sei ciò che non sono io”.

Il massiccio investimento affettivo e cognitivo sul figlio porta inoltre come conseguenza un rallentamento e una difficoltà nel processo di distacco dal genitore, che pare essere la caratteristica oggi saliente dell’adolescenza, sempre più prolungata. Pertanto, un’indiretta conseguenza del puerocentrismo narcisistico e della mancanza di asimmetria intergenerazionale che caratterizza la nostra realtà sociale può essere individuata nel fenomeno della cosiddetta “famiglia lunga”: i figli giovani-adulti “non vanno mai via” di casa e il processo di svincolamento e di emancipazione delle nuove gene- razioni dalla dipendenza genitoriale sembra essere sempre più rallentato, con tutte le conseguenze psicologiche e sociali che tale rallentamento porta inevitabilmente con sé.

c) Se-ducere invece che ex-ducere

Un’altra tendenza culturale di oggi, che investe profondamente la relazione genitori-figli è rintracciabile nella concezione stessa di educazione che è spesso stata interpretata più come in-ducere (soprattutto in passato) e come seducere (soprattutto oggi) che come ex-ducere. In passato molto spesso venivano sottovalutate le potenzialità e soprattutto i desideri delle gene- razioni in crescita che venivano educate in modo autoritario e poco disponibile al dialogo e all’ascolto dei bisogni. Si tendeva all’in-ducere più che all’ex-ducere.

La situazione del genitore odierno è ancora diversa. Daniel Marcelli afferma che oggi il genitore non è tanto teso al compito di educare (ex-duce- re) quanto piuttosto portato a sedurre (se-ducere), a compiacere il figlio, a saturare e prevenire ogni suo bisogno.

Anche in questo caso, l’ex-ducere è disatteso.

Resta peraltro il fatto che anche nell’ex-ducere si nasconde una trappola, se si assegna troppa attenzione all’”ex” e troppo poca al – ducere. Se all’“ex-” non segue un adeguato “-ducere” i ragazzi si trovano in balia dei loro desideri e delle loro potenzialità, fatte emergere e sollecitate maieuticamente, ma poi non contenute e non orientate verso uno scopo. Oltre a consentire l’emergere dei bisogni e delle potenzialità, occorre infatti saper offrire strumenti per comprenderle e realizzarle. Ciò non significa tradire la fiducia in ciò che “sta dentro” ai giovani in crescita, quanto piuttosto credere che a tale fiducia segua l’indicazione di un percorso da seguire ed un sostegno offerto per seguirlo. Accanto all’ex-ducere è richiesto dunque un cum-ducere, un condurre verso una meta, che presuppone prima di tutto che tale meta sia ben individuata dall’adulto e poi una capacità di stare vicino, di accompagnare di non mollare la direzione verso l’obiettivo. Accompagnare con discrezione, speranza e fiducia le nuove generazioni, indicando una meta, ma disponibili a lasciarci sorprendere dalle loro potenzialità, che possono anche andare oltre rispetto ai nostri confini. Se c’è un problema concreto dei nostri giorni sta proprio in questa incapacità di condurre: da una parte potremmo rintracciare le cause di questa difficoltà nel fatto che per condurre occorre essere orientati ed oggi anche il mondo adulto è fortemente disorientato; d’altra parte occorre ricordare che per condurre bisogna accettare il rischio di dare fiducia a chi non necessariamente la ricambierà: pochi adulti oggi hanno la solidità e la struttura psichica in grado di accettare questa condizione di rischio.

d) Matrifocalità/disorientamento paterno

Un’altra tendenza culturale del nostro tempo la potremmo identificare con l’espressione “matri-focalità”, ossia una sostanziale centratura della relazione sul codice affettivo-materno, espresso in atteggiamenti ad ogni costo protettivi ed accondiscendenti e dimentichi della dimensione etica ed emancipativa proprie di ogni relazione di cura. La figura del genitore-amico, l’incertezza dei genitori – ma anche degli educatori in genere – quando si tratta di stabilire un confine tra bene e male e di prendere decisioni sul dare limiti e regole, l’imporsi di un contesto sociale progressivamente denormativizzato e connotato da una mancanza di confini netti tra le generazioni possono essere interpretati come “sintomi” di tale matrifocalità alla quale si abbina un progressivo “impallidimento” della funzione paterna.

I padri di oggi tuttavia non sono “pallidi” in quanto assenti. Anzi, come risulta da un recente studio, essi sono oggi molto presenti sulla scena familiare, soprattutto nella prima fase di vita del bambino. Sono però anche disorientati e molto preoccupati del contesto sociale, percepito come minaccioso per i loro figli. La loro vicinanza ai figli esprime questo forte desiderio di protezione, mentre manca quasi del tutto la dimensione di verticalità che storicamente ha espresso la figura paterna e che dovrebbe aprire al mondo, dare la spinta ai figli, ampliarne lo sguardo.

In altre parole, sono padri capaci di affetto, ma in difficoltà nel testimoniare l’aspetto normativo dei legami. Essi sono in grado di sostenere i figli nei loro progetti, ma a disagio nel trasmettere fiducia e speranza nel futuro, assorbendo il clima di sfiducia generalizzata tipico del nostro contesto socio- economico.

e) La sfida dei nuovi media

Una sfida particolarmente attuale è infine rappresentata dal diffondersi delle nuove tecnologie e in particolare dal mondo dei social network, che ha radicalmente trasformato le relazioni fra le persone, senza risparmiare la relazione genitori-figli. Tale relazione è sempre più mediata da smartphone o dai social, che si mescolano o nei casi più estremi arrivano addirittura a sostituire, la relazione faccia a faccia, impoverendo così il legame che viene privato di quella forma di comunicazione non verbale emotiva, che si può esprimere solo “in presenza”.

Va detto peraltro che l’avvento di questi nuovi strumenti di comunicazione porta potenzialmente con sé molti vantaggi, rendendo più accessibile il mondo sociale a chiunque, velocizzando e ampliando le possibilità di con- tatto tra le persone, aumentando le opportunità di scambio di informazioni; tuttavia aumentano esponenzialmente anche i fattori di rischio che accompagnano tale cambiamento, soprattutto per le giovani generazioni, i cosiddetti “nativi” dell’era informatica, che “proprio grazie alla dimestichezza inna- ta e alla naturalezza con cui trattano questi mezzi, si trovano spesso paradossalmente a “subirli” passivamente più che a “gestirli” consapevolmente. Gli adulti devo- no così fare i conti con la presenza, “talvolta davvero ingombrante, di questi sti- moli che dal mondo esterno si insinuano senza limiti nell’intimità delle relazioni quotidiane e dei rapporti familiari, partendo da una condizione di svantaggio (seppure solo apparente) rispetto alla posizione dei più giovani, in quanto meno in grado di padroneggiare con abilità e disinvoltura le nuove tecniche di comunicazione”.

Occorre pertanto comprendere che ci troviamo di fronte ad una vera e propria “nuova realtà delle relazioni familiari”, ormai inestricabilmente mescolate di relazioni corporee, fisicamente tangibili in precise dimensioni di spazi e di tempi condivisi, e di connessioni e relazioni digitali e riconoscere potenzialità e rischi di questo nuovo scenario”. La relazione genitori-figli e le scelte educative delle famiglie di oggi non possono dunque non fare i conti con tale realtà, che impone una comprensione approfondita dei nuovi mezzi di comunicazione delle loro potenzialità e limiti e richiede un impegno congiunto di genitori e figli che sappia comporre equilibratamente autonomia e controllo, libertà e norme.

2. LA CURA RESPONSABILE

La genitorialità si inscrive dunque in questo scenario socio-culturale, variegato, sfidante, a volte allarmante. Ma in questo panorama mutato e mutevole, possiamo rintracciare qualcosa di fondativo, una sorta di invariante che consenta di identificare il “core” della relazione genitore-figlio, ciò che al di là del tempo e dello spazio, delle tendenze culturali e della liquidità dei ruoli si può identificare come il compito fondamentale di chi genera nei confronti di chi è generato?

Forse per rispondere a questa domanda, più che partire dalla prospetti- va del genitore e dei suoi compiti, è opportuno partire dai bisogni del figlio. Di cosa cioè un figlio ha bisogno per nascere, crescere, diventare una perso- na a tutti gli effetti? Che cosa un figlio chiede e si aspetta da un genitore per diventare grande e la mancanza di cosa gli impedisce di crescere e non gli consente di realizzare fino in fondo la sua identità? Per usare un’espressione che sinteticamente risponde a questi interrogativi, potremmo dire che la genitorialità si esplica nel garantire al figlio una cura responsabile, ossia una relazione che coniughi sia aspetti di protezione e affetto, tipici della funzione materna (il matris-munus), sia aspetti normativi ed emancipativi riferibili alla funzione paterna (il patris-munus). Dunque, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno” e di un “codice etico paterno” è fondamentale per garantire un’equilibrata evoluzione del- l’identità personale: pertanto madre e padre giocano ruoli e funzioni diver- se e complementari nella crescita dei figli, pur modificandosi nel tempo a seconda dell’età dei figli.

All’adulto-genitore spettano dunque compiti che hanno a che fare con la natura etico-affettiva dei legami. La cura genitoriale si esprime a due livelli: garantendo affetto, fiducia, contenimento, accettazione, ma anche fornendo una direzione alla crescita, il che implica necessariamente il sapere e vole- re dare regole, il senso di ciò che è bene e ciò che è male, ponendo di fronte al limite, che aiuta a riconoscere la realtà esterna con cui si devono fare i conti. La regola permette la sperimentazione anche del rifiuto e della frustrazione ed è importante per la crescita e lo sviluppo dell’identità. È fondamentale che i genitori sappiano garantire al figlio entrambi gli aspetti della cura (affetto e norma), in quanto la mancanza dell’uno o dell’altro porta con sé notevoli rischi. Estremizzando: lo sbilanciamento sul polo affettivo conduce all’iperprotettività o al laisez faire: chi asseconda tutto o lascia fare sempre e comunque, in realtà non tiene all’altro ma lo lascia fondamentalmente solo. Dove invece c’è uno sbilanciamento sul polo della norma e dell’imposizione dei limiti, ci troviamo di fronte ai sadismi educativi di un tempo e agli episodi di coercizione e maltrattamento che ancora oggi dominano le nostre cronache. In questo caso al bambino viene negato qualsiasi riconoscimento dei suoi bisogni infantili e viene esposto alle più svariate forme di violenza, anche silenziosa.

Un altro rischio frequente nei genitori è inoltre quello di non tollerare la fatica del cambiamento. La cura responsabile si declina secondo sfaccettature diverse nelle varie fasi del ciclo di vita in risposta ai mutati bisogni dei figli e alle loro nuove competenze e responsabilità. Occorre pertanto essere consapevoli che non si diventa genitori “una volta per tutte”, ma che il compito del genitore è quello di trasformare la relazione nel tempo: da un atteggiamento di continua copertura, necessario nelle prime fasi di vita del bam- bino, ad una protezione flessibile in adolescenza, che coniuga le opposte esigenze di autonomia e dipendenza dei giovani in crescita, a una intimità a distanza con cui viene mantenuto il legame con il figlio ormai divenuto adulto.

A fronte delle sfide culturali sopraccitate (puerocentrismo narcisistico, mancanza di distanza tra generazioni, tendenza alla sé-duzione, matrifocalità, disorientamento e nuovi rischi comunicativi), rintracciare nella cura responsabile il senso della relazione genitori-figli, significa anche individuare una strategia per far fronte a tali sfide. Le dimensioni affettive ed etiche intrinsecamente presenti nei concetti di cura e responsabilità, di protezione ed emancipazione, di fiducia e controllo, rispettano infatti le istanze fonda- mentali di ogni essere umano che chiede di essere accolto, protetto ed accettato e al tempo stesso normato e aiutato a cogliere il suo limite per entrare in contatto con gli altri e col mondo.

Occorre ricordare che “non si esiste se non come figli” e ogni figlio è un “figlio dato al mondo”. Ecco perché come tale va riconosciuto nella sua alterità e accompagnato con fiducia a realizzare la sua potenzialità generativa attraverso la quale potrà veramente portare avanti e forse cambiare quel mondo che i genitori gli hanno consentito di incontrare:

“Essere dato al mondo” esprime non solo la natura dell’umano, relazionale e vincolata (non si “viene” al mondo ma “si è messi” da qualcuno che ci genera e che ci rende capaci di generatività), ma anche la sua antica e originaria vocazione: “l’essere per gli altri”, in qualsiasi condizione si nasca, in qualsiasi contesto si cresca, in qualsiasi tempo si dipani la propria storia.
Educare è dunque generare la persona, guidandola verso la realizzazione di “ciò che è”, e non stancarsi di sperare che l’altro avrà sempre e comunque la possibilità di arrivare alla meta: è nato per questo”.

in Rivista Lasalliana, n.2, 2019

 

Pena di morte per 37 detenuti in Arabia Saudita. Uno è stato crocifisso

In una macabra gara con l’Iran, anche l’Arabia Saudita accelera sulle esecuzioni capitali. Il ministero dell’Interno di Riad ha fatto sapere che 37 cittadini sauditi sono stati uccisi dopo essere stati condannati per terrorismo. È il più alto numero di esecuzioni in un solo giorno dal 2016, quando il 2 gennaio furono uccisi 47 detenuti. Il ministero non precisa come sono stati uccisi i condannati, in un Paese in cui normalmente ciò avviene per decapitazione.

Le pene capitali sono state decise dai tribunali di Mecca, Medina, della provincia centrale di Qassim e della Provincia Orientale, base della minoranza sciita del Paese. I condannati sono stati giudicati colpevoli di aver “adottato un pensiero estremista”, di aver “appoggiato il terrorismo e formato cellule per colpire e destabilizzare il Paese”.

Secondo quanto scrive l’Agenzia stampa saudita (Spa) una persona è stata crocifissa dopo la sua esecuzione, una punizione non frequente e riservata a reati particolarmente gravi. Il suo corpo è rimasto esposto diverse ore in pubblico.

Secondo Amnesty, nella lista dei 37 messi oggi a morte figurano almeno 11 uomini accusati di spionaggio a favore dell’Iran e condannati dopo un processo “clamorosamente ingiusto”. Altri 14, sempre secondo la ong, “erano accusati di atti violenti in relazione alla loro partecipazione a manifestazioni contro il governo, nel 2011-12, nella provincia orientale dell’Arabia Saudita”, l’unica a maggioran

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za sciita del regno bastione dell’ortodossia sunnita più intransigente, ma alleato strategico degli Stati Uniti e di Israele, soprattutto in funzione anti-iraniana.

Dall’inizio dell’anno sono almeno cento le persone uccise nel Regno saudita, secondo un conteggio basato sui dati ufficiali. L’anno scorso, secondo i numeri di Amnesty International, lo Stato del Golfo ha condannato a morte 149 persone, risultando secondo dopo l’Iran con 277 uccisi. Sono puniti con la pena capitale i condannati per terrorismo, omicidio, stupro, rapina a mano armata e traffico di droga.

in Avvenire 23 aprile 2019

Ecologia. Anche la filiera alimentare concorre al degrado della Natura

In un mondo interconnesso, appare sempre più attuale l’assioma esposto nel 1979 dal meteorologo statunitense Edward Lorenz per cui “il battito di ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas”. Il modello di produzione e commercializzazione degli alimenti, che oggi ha assunto dimensioni globali, ha un impatto non indifferente su equilibri ambientali, economico-sociali e persino culturali in vaste aree del pALIMENTAZIONE-YOGA.jpgianeta. E concorre a ridurre sensibilmente i gradi di separazione tra mondi lontani e apparentemente non comunicanti.

Privilegiare i consumi di alcuni prodotti alimentari, e quindi imporre su vaste aree del pianeta monoculture azzerando la biodiversità per poterli garantire al mercato, finisce per impoverire ed affare alcuni popoli a vantaggio di pochi altri, far avanzare la desertificazione, turbare i climi locali, spingere ad oltranza l’emigrazione di massa, creare conflitti.

Scegliere una filiera alimentare anziché un’altra non è ininfluente rispetto ai grandi problemi che assillano oggi l’umanità.

Per saperne di più vedi il Report curato dall’ISPI:

Alternanza, in Lombardia oltre 43mila opportunità dalla Camera di commercio

Al. Tr.

Sono oltre 43 mila i percorsi formativi offerti agli studenti sul territorio di Milano, Monza Brianza e Lodi dalla Camera di commercio, che ha pubblicato i bandi per imprese e operatori. Grazie ai quali vengono messi in campo quasi 1 milione di euro di contributi per gli studenti e per le oltre 2.400 aziende del territorio iscritte al Registro per l’alternanza.

I percorsi formativi 

Le opportunità di formazione “on the job” sono sono quasi 41 mila a Milano, 1.897 a Monza e 173 a Lodi, pari al 73% dell’offerta regionale e in aumento del 43% rispetto al mese di settembre 2018. E in tutta la Lombardia, secondo i dati della Camera di commercio, il dato salegenerazione-zeta-616340.660x368.jpg fino a un totale di 59mila percorsi offerti. Le imprese sono coinvolte nell’offerta di percorsi di alternanza più ampiamente rispetto ad altri soggetti (enti pubblici e privati, professionisti), con circa l’86% dei posti messi a disposizione.

Il bando per le imprese
Il “Bando Imprese 2019” della struttura camerale è rivolto alle micro piccole e medie imprese (mpmi) iscritte alla Camera di commercio di Milano MonzaBrianza e Lodi. La misura prevede un’agevolazione riservata alle mpmi che hanno raccolto o accoglieranno nel corso del 2019 studenti in un percorso di alternanza della durata minima di 40 ore. Le risorse ammontano complessivamente a 200mila euro e il contributo previsto è di 500 euro per ogni studente ospitato, fino a un massimo di dieci studenti. Ulteriori agevolazioni sono previste per le imprese che ospitano studenti disabili. È possibile presentare domanda fino al 15 novembre 2019 tramite la piattaforma informatica webtelemaco.infocamere.it , seguendo le istruzioni disponibili sulla pagina del sito camerale www.milomb.camcom.it dedicata al bando.

Le misure per gli operatori
Il bando “Operatori 2019”, invece, è rivolto agli Enti accreditati ai servizi al lavoro della Regione Lombardia. L’iniziativa prevede un rimborso – variabile tra i 9mila e i 13mila euro – per gli operatori che intendono realizzare un percorso di orientamento che coinvolga un minimo di 15 studenti e un minimo di 5 imprese. Le risorse ammontano a circa 860mila euro resi disponibili da Camera di Commercio. I percorsi devono avere una durata minima di 80 ore, di cui da un minimo di 40 a un massimo di 60 da svolgersi in azienda. La domanda di partecipazione si può presentare fino al 31 ottobre 219 su webtetelemaco.infocamere.it, seguendo le istruzioni disponibili sul sito camerale. Tutta la documentazione sui bandi può essere scaricata dal sito della Camera di commercio www.milomb.camcom.it . Per informazioni generali, contenuti e procedure è disponibile tutte le mattine dalle 9.00 alle 12.00 un servizio di Helpdesk, chiamando il numero 02.8515.2100 oppure scrivendo a assistenza.faialternanza@mi.camcom.it.

in Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2019

Accidia. Una malattia dell’anima che inaridisce la gioia di impegnarsi e vivere

ENZO BIANCHI, intervistato da Clémence Houdaille

Che cos’è l’accidia?

È una parola difficile, poco presente oggi nel linguaggio corrente. Si tratta di una forma di pigrizia, ma anche di disperazione, di depressione. È un vuoto che si sente dentro, che ci paralizza, ci impedisce di essere in grado di affrontare la vita e di rispondere alla nostra vocazione. Questa mancanza di passione, di sensibilità può condurci fino all’indurimento dell’anima. È una malattia mortale. Per Evagrio Pontico, un Padre del deserto che è vissuto nel IV secolo, l’accidia era il vizio per eccellenza del monaco. È quello che si è anche chiamato il demone di mezzogiorno, in riferimento al salmo 90, che evoca “lo sterminio che devasta a mezzogiorno”. Ma in realtà è un male della nostra società contemporanea.

Ci spieghi meglio.

Siamo in una società malata di depressione, nella quale non c’è un vero passato, un radicamento, una vera passione, e nella quale ci si chiede se valga la pena di agire. Ci manca la forza per impegnarci in una vita autentica. È un male che tocca in particolare le giovani generazioni. I giovani che incontro sono spesso caratterizzati da una mancanza di volontà, di convinzione. Ognuno non vorrebbe essere lì ma non riesce ad essere altrove. D’altra parte, siamo costantemente immersi nel rumore, ma la solitudine ci paralizza. È il segno che la situazione contemporanea è un attentato contro una vera umanità.

In che senso questa forma di pigrizia spirituale è un peccato?

Se dipende da noi, è un vizio e un peccato, che impedisce la vita vera e la speranza. Dobbiamo imparare a resistere, a lottare, altrimenti siamo preda di pensieri che diventano mostri e ci tolgono ogni volontà. Abbiamo sempre una responsabilità. Davanti a questo tipo di patologia, dovremmo sempre chiederci come viviamo con gli altri, qual è la nostra relazione con l’altro.

Per superare l’accidia occorre allora entrare in relazione con gli altri?

Sì, perché l’incontro ci fa uscire dal accidia1.jpgnostro amore per noi stessi. La vita comune, la solidarietà, la comunione sono dei rimedi alla pigrizia spirituale. Non per niente Evagrio diceva che l’accidia è la malattia dei solitari. Una vita di dialogo e di confronto con gli altri è un buon antidoto.

Ma nella nostra società siamo in permanenza collegati gli uni agli altri. Eppure, lei dice che l’accidia è un male attuale?

Basta andare al bar o al ristorante per vedere giovani di 18 anni, seduti insieme, ma ognuno davanti allo schermo del suo smartphone. Questo la dice lunga sulla solitudine in cui sono immersi, malgrado la loro apparente vita sociale. La vita contemporanea nega tutti i legami fruttuosi che esistevano tra gli uomini. Ormai, l’essere umano è un “uomo assoluto”, senza dipendenza dagli altri, senza legame. Ma in realtà, quest’uomo assoluto è più debole, perché incapace di essere protagonista della propria vita. Vive una sorta di disumanizzazione. Si fanno passi verso la barbarie. Ma incontro anche molti giovani che fanno grandi sforzi per trovare un senso alla loro vita, per aggrapparsi ad una speranza che li spinga a vivere. La società attuale non incoraggia questo, soprattutto in Occidente, dove i bisogni primari sono soddisfatti.

Quindi è il benessere materiale che ci fa dimenticare Dio e ci porta alla pigrizia spirituale?

Oggi i giovani non si interessano di Dio. Spesso, il tema di Dio per loro è legato alla violenza, all’integralismo. Possono essere sensibili alla persona di Gesù Cristo, al Vangelo, ma non a Dio. Mentre per la mia generazione “cercare Dio” era un’espressione ricca di senso, che ci incantava. Ma oggi si vuole trovare qualcuno che testimoni che la vita vale la pena di essere vissuta. Gesù può essere questo compagno di strada.

L’accidia tocca più facilmente i giovani o i più anziani?

Entrambi. Quando si ha un impegno, un lavoro, la tentazione è meno forte di quando non si ha nulla da fare. Nella vecchiaia, la tentazione dell’accidia è di ritorno. Non si hanno più progetti a lungo termine. Allora bisogna trovare nel presente un senso per vivere giorno per giorno, combattere la pigrizia spirituale nella relazione con gli altri, negli incontri, uscire dall’isolamento in cui ci rinchiude la vecchiaia.

La Speranza cristiana non dovrebbe premunircene?

Certo, possediamo la Speranza nel Regno, nella vita eterna con Cristo risorto. Ma molti si pongono interrogativi sulla vita eterna. La fede non è più una roccia incrollabile, ma chiede di dire sì ogni giorno. Abbiamo ormai una visione scientifica della vita e della morte, e abbiamo difficoltà a credere nell’aldilà. E proviamo una tristezza che alimenta la pigrizia spirituale, e viceversa.

E nella vita religiosa?

Nella vita comunitaria, il giorno dell’accidia è paradossalmente la domenica. Finché si lavora dalla mattina alla sera, si va avanti. Ma la domenica è un giorno durante il quale non lavoriamo, un giorno in cui si ha del tempo per sé. Quando un religioso comincia a chiedersi come occupare il suo pomeriggio senza aver voglia di restare in comunità, la cosa diventa pericolosa. Il tempo libero della domenica diventa un peso mentre dovrebbe essere una gioia. L’accidia è quindi un rischio particolarmente importante nella vita religiosa, perché la crisi maggiore oggi tra i religiosi è legata alla vita in comunità. A porre le maggiori difficoltà non sono né l’obbedienza né la castità, ma l’individualismo. Quest’ultimo rende sempre più pesante la vita comunitaria, che ha senso solo nell’ascolto gli uni degli altri, nel sostenersi reciprocamente. L’attivismo è un modo di nascondersi il problema. Quando il lavoro ci assorbe totalmente, facciamo le cose una dopo l’altra senza lasciare spazi di libertà.

Come combattere l’accidia specificamente nella vita religiosa?

Talvolta mi infastidiscono i precetti dati dai libri di spiritualità perché si contraddicono. Non esiste un solo metodo, bisogna sempre considerare il contesto, per ogni singola persona. Invitare alla preghiera è insufficiente. Bisogna vedere se la persona ha possibilità di avere degli scambi di opinione, se ha un’amicizia. Il rimedio può anche essere trovato nella frequentazione della Parola di Dio. Può essere d’aiuto riprendere rapporti con la natura, facendo delle passeggiate, essere attenti agli alberi, agli animali. Perché ci ridà il senso della vita. Ma a volte non si riesce a dare dei consigli perché si vede che la persona non è in grado di affrontare la situazione. Allora bisogna cambiare il contesto della sua vita. Indipendentemente dallo stato di vita, se ci sono luoghi di silenzio dove ascoltarsi nella pace e se c’è una capacità di relazione con gli altri, si hanno i mezzi per uscire dall’accidia.

Lei ha conosciuto l’accidia? O momenti simili? Come è riuscito a identificare il male? Come ne è uscito?

Sì, l’ho conosciuta, sotto forma di una “confusione”: mi sentivo invaso dal nulla. Sono le tenebre, la notte oscura, in cui nulla sembra avere senso. Per me è stata un’ora in cui le tenebre parlavano al mio cuore, e la mia preghiera si era ridotta ad una sola invocazione: “Non confundar me, Domine! Salvami dall’essere umiliato per sempre!” (Sal 30,2). Un’ora faticosa e sufficientemente lunga perché mi interrogassi sulla mia vocazione e sul mio rapporto con Dio. Più tardi, è arrivato il momento di rialzarmi, grazie alla scoperta di un nuovo volto di Dio, il volto della misericordia: sono giunto a poter proclamare: “Canterò per sempre la tua misericordia, Signore, anche negli inferi!”. Come diceva un Padre del deserto: “Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo, cadiamo ancora e ci rialziamo ancora! Perché l’amore di Dio è una grazia che non deve essere meritata”.

Segno di unità

Volto rotondo, barba bianca e voce roca, occhi azzurri socchiusi in un sorriso malizioso, Enzo Bianchi, “monaco laico”, risponde volentieri alle domande. Il fondatore della comunità monastica di Bose, che da due anni ha lasciato il posto di priore, continua, a 76 anni, a fare conferenze e a pubblicare libri di spiritualità. Figlio di un artigiano piemontese, Enzo Bianchi era, all’inizio degli anni 60, studente di economia a Torino. Nello slancio ecumenico del Concilio Vaticano II, si costituì attorno a lui un gruppo di preghiera che univa giovani di diverse confessioni cristiane. L’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio, si recò a Bose, paesino abbandonato del Piemonte, con l’intenzione di fondarvi una comunità monastica. Tre anni dopo, un pastore svizzero e due giovani cattolici lo raggiunsero. La regola di Bose è stata adottata nel 1971. “Cercherai sempre di essere segno di unità”, vi è scritto al numero 43. La comunità conta oggi circa 80 membri, cattolici, protestanti e ortodossi.

in “La Croix” del 22 aprile 2019 (traduzione: http://www.finesettimana.org

Missionari uccisi o perseguitati. Ecco i nuovi martiri della Chiesa

Giacomo Galeazzi

Un cristiano su sette è perseguitato per la sua fede. Nell’ultimo anno il numero dei missionari uccisi è raddoppiato rispetto ai dodici mesi precedenti. Nel mondo quasi trecento milioni di cristiani (dati Acs) vivono in un Paese di persecuzione. Insomma, a due millenni dalle catacombe e dalle carneficine di santi al Colosseo e al Foro Romano, i seguaci di Gesù sono ancora il gruppo religioso più sottoposto a violazioni di diritti umani, soprusi e violenze.

Ormai da un decennio, in coincidenza con l’escalation del terrorismo jihadista, in Asia e Africa gli attentati terroristici bagnano di sangue le principali festività del calendario liturgico. «Per la loro sopravvivenza è fondamentale che le comunità cristiane non vengano percepite dalla maggioranza della popolazione come “quinte colonne” dell’Occidente – spiegano in Vaticano – I cristiani, come i caldei in Iraq o i copti in Egitto, sono spesso i più antichi abitanti di quelle terre eppure vengono guardati alla stregua di “stranieri” per la loro appartenenza religiosa». E infatti le chiese affollate di fedeli vengono colpite alla pari degli hotel che ospitano i turisti occidentali. Mai tanto sangue cristiano in duemila anni.

L’ecumenismo del sangue

Un martirio senza pietà cui sono sottoposte tutte le confessioni cristiane. Il cardinale Kurt Koch, ministro vaticano per l’Unità dei cristiani, ha più volte richiamato il mondo occidentale a prendere coscienza della moderna persecuzione. «Per molti in Europa le persecuzioni dei cristiani sono storia antica della Chiesa e non è ancora entrato nella consapevolezza collettiva come oggi i cristiani rappresentino il gruppo religioso maggiormente perseguitato – ha avvertito Koch -. Siamo ciechi davanti alla cristianofobia che dilaga». Papa Francesco parla di «ecumenismo del sangue» perché a chi uccide un cristiano non interessa in quale chiesa sia stato battezzato o quale tradizione teologica segua. Don Giuseppe Pizzoli, direttore della fondazione Missio e dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese, prima di essere chiamato a Roma dalla Cei, è stato missionario in Guinea Bissau e nello stato brasiliano di Paraiba. «Le persecuzioni ci accompagnano quotidianamente – spiega don Pizzoli -. Il Papa ci ricorda che il secolo scorso e l’inizio di questo nuovo secolo sono caratterizzati da un numero sempre crescente di cristiani perseguitati nel mondo e da un grande numero di “martiri”, ossia, persone uccise per la loro fede, il loro impegno nel testimoniare il Vangelo nella carità ai più poveri, sfruttati, oppressi o abbandonati».

arcobaleno.jpgI missionari italiani nel mondo oggi sono oltre 7 mila, in larga parte inseriti in istituti religiosi maschili e femminili, ma tra questi anche 406 sacerdoti diocesani e 200 laici inviati dalle diocesi. A questi si aggiungono alcune migliaia tra missionari che fanno parte di movimenti ecclesiali, volontari collegati ad associazioni e Ong di ispirazione cristiana e «pendolari» che ogni anno trascorrono alcuni mesi in appoggio a missionari di cui sono amici e sostenitori. Le missioni italiane sono distribuite in tutti i continenti e le presenze maggiori si trovano in America Latina e in Africa.

La reazione alle conversioni

Nei Paesi di antica tradizione la Chiesa perde sempre più terreno, mentre in continenti e Stati in cui la fede cristiana è più recente la Chiesa sta crescendo molto. «Spesso questa crescita avviene in Paesi in cui non si è ancora giunti alla coscienza e alla pratica della libertà religiosa e in cui la presenza della Chiesa a volte è tollerata, mentre altre volte fortemente contrastata – osserva Pizzoli -. In queste situazioni di ostilità la Chiesa diventa testimone più autentica del Vangelo e suscita adesioni più convinte e coraggiose. Il rischio di martirio è più alto, ma nella storia il sangue dei martiri è stato e continua ad essere lievito di nuove e convinte conversioni».

in “La Stampa” del 23 aprile 2019

Ambiente. La lezione dell’Ue al mondo ma tra esitazioni e ambiguità

Luca Fraioli e Giacomo Talignani

L’ultimo weekend di maggio centinaia di migliaia di giovanissimi europei daranno un segnale all’Europa senza andare alle urne. Non potendo votare perché minorenni, scenderanno in piazza per il secondo Sciopero globale del clima, dopo quello che il 15 marzo ha visto sfilare oltre un milione e mezzo di ragazzi ispirati dalla 16enne svedese Greta Thunberg. Nei diversi paesi le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si terranno tra il 23 e il 26: il silenzio sarà calato sui proclami di sovranisti ed europeisti, leave e remain, teorici del rigore economico e fautori della flessibilità dei conti.

Ma il 24 maggio, a urne aperte, gli studenti di Fridays for Future urleranno quella che per loro è la vera priorità europea ( e non solo): proteggere l’ambiente e agire subito per fermare i cambiamenti climatici. Il fenomeno Greta ha avuto il merito di imporre nell’agenda politica (sia a livello nazionale che continentale) il tema del riscaldamento globale. Anche se, nelle sue apparizioni a Bruxelles e Strasburgo, la giovanissima attivista svedese non ha risparmiato gli europarlamentari: “La nostra casa è in fiamme, le misure che avete preso finora non bastano, dovete fare in fretta”. Ma davvero l’Europa negli ultimi anni è stata a guardare mentre il mondo si avvitava in questa crisi climatica dagli esiti incerti e forse drammatici? In realtà, a sentire scienziati, associazioni ambientaliste e persino imprenditori, pur con molti limiti il Vecchio continente ha fatto più e meglio di altri. E non solo contro il global warming, ma anche per arginare l’inquinamento da plastica e migliorare la qualità dell’aria che respiriamo.

Certamente ha fatto più dell’America di Trump o della Cina di Xi. Ma persino quando alla Casa Bianca c’era Obama, fu l’Europa nel 2015 a condurre in porto gli Accordi di Parigi sul taglio delle emissioni di gas serra. Resta però la sensazione che a Strasburgo e Bruxelles si enuncino principi sacrosanti che però raramente incidono davvero nella vita dei 28 paesi dell’Unione. Certo, come fa notare un attivista che frequenta le istituzioni europee, molto dipende dal meccanismo con cui nascono le leggi: una continua mediazione tra Parlamento, Commissione e governi nazionali. «Se una direttiva passa è perché hanno detto sì tutti i 28, almeno quando sono a Bruxelles. Poi molti tornano a casa e attaccano l’Europa rinnegando ciò che hanno appena approvato.

Con le normative ambientali succede più spesso che con altre». E allora scattano procedure d’infrazione e multe. Che però, a dispetto delle apparenze, funzionano. «L’Europa è stata una salvezza per l’ambiente in Italia», conferma Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. «Senza l’Europa Roma porterebbe i suoi rifiuti ancora nella discarica di Malagrotta. E Milano non avrebbe costruito nel 2002 il suo depuratore per le acque reflue. Le multe della Ue ci costringeranno a realizzare altri depuratori in 91 aggregati urbani e a bonificare le 80 discariche abusive per le quali paghiamo a Bruxelles decine di milioni di euro ogni sei mesi. Per evitare altre sanzioni dovremo chiudere il ciclo dei rifiuti in Campania, smettendo di spedire al Nord l’immondizia, e migliorare la qualità dell’aria che respirano i 20 milioni di italiani che vivono in Pianura Padana. E questo, in misura diversa, vale per tutti i paesi europei. Senza la Ue», conclude Ciafani, «non ci sarebbero politiche ambientali nazionali. Non tutti esultano, in realtà. Antonello Ciotti è presidente del Corepla, il Consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica, e critica quello che gli ambientalisti rivendicano come un successo europeo: due direttive antiplastica che impongono entro il 2025 almeno il 25% di plastica riciclata e che mettono al bando il monouso (cannucce, piatti, posate…). «L’Unione dà per scontato che in tempi brevi tutti i paesi riescano a dotarsi di impianti capaci di riciclare la plastica, ma se già è difficile per l’Italia figuriamoci per la Romania » , argomenta Ciotti. « Inoltre la direttiva non precisa che la plastica riciclata debba essere europea. Si potrebbe arrivare al paradosso di aziende che delocalizzano in Egitto o India dove la manodopera costa meno e il recupero di plastica dalle discariche è più a buon mercato, ma certamente meno controllato che nei nostri paesi».

Perché la plastica sì e la CO no? Probabilmente perché la lobby dei petrolieri è molto più ricca e potente di quella dei produttori di bottigliette. «Siamo bloccati da un’industria del gas e del petrolio che resiste al cambiamento», conferma Pippo Onufrio, direttore di Greenpeace Italia. « E l’Unione, che pure è stata un baluardo dell’ambientalismo, ultimamente ha rallentato la sua azione, soprattutto sul clima: il Consiglio europeo di marzo ha rinviato a dopo le elezioni l’adeguamento dei tagli alle emissioni di CO 2». Per questo Greenpeace e altre nove grandi associazioni ambientaliste ( le Green 10) hanno stilato un manifesto in occasione delle europee in cui chiedono al nuovo Parlamento di impegnarsi su quattro priorità, a cominciare proprio dal rispetto degli impegni presi a Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Non sarà facile e potrebbe persino non bastare. « Negli ultimi vent’anni siamo riusciti a ridurre le emissioni di circa il 20%, quasi un 1% all’anno », spiega Carlo Carraro, professore di Economia ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia e vicepresidente dell’Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici voluto dall’Onu. «Da oggi al 2030 ci è richiesto di ridurle di un altro 20%. Dunque del 2% ogni anno: un raddoppio netto dello sforzo » , continua Carraro. « Il problema è che in Europa ci sono ancora troppe differenze fa nord e sud: l’ambiente è oggi nell’agenda dei governi, ma più nei paesi scandinavi che in quelli mediterranei. Ed è un paradosso, perché sarà proprio il sud Europa a soffrire di più per i cambiamenti climatici».

thumb-1920-583854.jpgI lobbisti “verdi” che operano tra Bruxelles e Strasburgo conoscono bene la geopolitica dell’ambiente e la sfruttano per far passare le direttive a cui tengono di più. «Nel Parlamento europeo», confessa uno di loro, «ci sono 80 popolari del nord Europa che hanno a cuore i nostri temi più di tanti socialisti. Lavorando con loro, con la sinistra, i verdi e i liberali, superiamo abbondantemente i 376 voti della maggioranza qualificata». Ma cosa succederà con il nuovo Parlamento? Le ultime proiezioni, nonostante la crescita dei partiti sovranisti, non lasciano presagire terremoti. E anzi l’effetto Greta potrebbe spingere le forze che hanno come priorità la lotta al riscaldamento globale. «Io non posso farlo perché ho solo 16 anni, ma è essenziale andare a votare per rappresentare anche persone come me, sensibili a queste tematiche», ha detto la 16enne svedese. Perché il risultato delle elezioni e le scelte ambientali dei futuri eurodeputati, in carica fino al 2024, riguarderanno soprattutto Greta e i suoi coetanei.

in “la Repubblica” del 23 aprile 2019

Quando essere cristiani è atto di coraggio. Persecuzioni in crescita nel mondo

Enzo Fortunato

Quaraqosh, Iraq. Mi trovo nella Chiesa della Resurrezione, a Qaraqosh, ci accompagna Padre Majeed Attalla. Mentre osservo il tetto divelto e i fori dei proiettili di kalashnikov sulle pareti, mi ricorda la mappa di ciò che è accaduto tutto intorno: 116 case bombardate, 2228 bruciate dalla furia ideologica dell’Isis. Padre Majeed mi dice: “Noi siamo ancora vivi. Grazie a Dio, siamo potuti tornare nella nostra terra. Ora non ci resta che ricostruire”. Un velo ti tristezza mi avvolge. E questo tetto sventrato è uguale a quello della chiesa di sant’Antonio, in Sri Lanka. La strategia del terrore è la stessa. Come faranno a ricostruire? Qui il Daeash è ancora presente in molti uomini che i cristiani non li vogliono. E il pensiero va all’Egitto, al Pakistan, alla Nigeria, allo Sri Lanka e alla sua capitale, Colombo, messa in ginocchio da Schermata-2018-11-21-alle-20.27.03.png86 attacchi solo nell’ultimo anno. Ieri, quello che ha colpito al cuore nel giorno di Pasqua la comunità cristiana, con quasi 300 morti, 500 feriti, 24 arresti, 7 kamikaze.

Pensavo che il martirio alle comunità cristiane fosse una pagina archiviata. Invece no: solo nel 2018, 245 milioni di cristiani sono stati perseguitati nel mondo. Su 150 Paesi monitorati, 73 hanno mostrato un livello di persecuzione “alta, molto alta o estrema”. Alcuni anni fa erano 58. Al primo posto, la Corea del Nord, l’Afghanistan al secondo, la Somalia sul terzo gradino di questo triste podio. In Medio Oriente un cristiano su tre è perseguitato Per molti quindi andare in Chiesa è un indomito atto di coraggio. Scorro le agenzie internazionali, e leggo la dichiarazione del più importante porporato dello Sri Lanka, il cardinale Ranjjt, che afferma: “Si tratta di un momento molto, molto triste per tutti noi. È stata colpita l’intera convivenza tra le religioni nel Paese”.

A Colombo il principale santuario, raso al suolo, era dedicato a sant’Antonio, figlio di san Francesco. Ogni martedì un grande pellegrinaggio verso la statua del Santo era vissuto solo dai cristiani ma anche da musulmani, hindu e buddisti. La chiesa era un santuario nazionale, ma anche un luogo di convivenza multi-religiosa. In Sri Lanka ero stato alcuni anni fa, e le tensioni erano palpabili. Eravamo stati lì per portare la carità del nostro Paese. Per far ricostruire case, chiese e centri per la distribuzione del pane e di beni di prima necessità, nei luoghi dove si erano combattute per anni le tigri Tamil, un gruppo militare separatista nel nordest del Paese (sconfitto definitivamente nel 2009), e le etnie cingalesi diffuse nel resto dello Sri Lanka. Ritorno ad Erbil per vivere la celebrazione di Pasqua insieme ai sacerdoti e al vescovo Monsignor Bashar Warda nella Chiesa di san Giuseppe, una delle ultime tappe del nostro viaggio nelle terre irachene. La lingua è quella aramaica, la chiesa è gremita, il coraggio non manca, ma improvvisamente va via la luce e un fremito di paura si conficca nel cuore e nell’anima. Con me Alessio Antonielli, ci guardiamo e non ci sentiamo sicuri. La luce andrà via altre due o tre volte. Ma la fede no, insieme alla paura. E al coraggio dei cristiani.

in “l’Huffington Post” del 23 aprile 2019

 

Bambini soldato. Impegnati in oltre 85 Paesi in guerra

Raffaele K. Salinari

La guerra rappresenta la massima forma di violazione dei Diritti Umani in generale e di quelli dei bambini in particolare. Le foto dei minorenni arruolati dalle milizie del generale Haftar nel tentativo di conquistare Tripoli ripropongono una piaga, quella dei bambini soldato, che la comunità internazionale finge di non vedere nelle sue implicazioni più strettamente economiche.

Le stime della Convenzione internazionale contro l’uso dei bambini soldato parlano ancora di oltre mezzo milione di minori impiegati sia da eserciti regolari sia da gruppi di guerriglia in ben 85 Pbambini.jpgaesi; più di 300.000 di questi bambini soldato sarebbero direttamente impegnati negli scontri a fuoco. Ad alimentare questa forma di schiavitù contemporanea è anche il traffico delle armi leggere, più o meno legale o tollerato, che le vede spesso impugnate da bambini sottratti alle famiglie con l’inganno di un futuro migliore o rapiti durante le azioni di rastrellamento. Forse pochi sanno che le armi più popolari, tra cui il famoso L’AK-47, meglio noto come kalashnikov, è stato più volte modificato per adattarsi alle piccole mani.

L’uso dei bambini soldato, e non solo in Libia, diventa dunque emblematico di cosa può produrre un modello di sviluppo in cui profitto prevale su ogni altra forma di valore etico. La continua espansione della zona grigia tra economia legale ed economia illegale è il suo strumento principe, mentre nelle periferie del mondo, pauperizzate da un assoluto disequilibrio nella distribuzione delle risorse, i diritti dei più deboli vengono compressi o negletti e spesso, come nel caso dei bambini soldato, assumono forme che suscitano istintivo orrore: traffico di esseri umani, lo sfruttamento della prostituzione infantile, il lavoro forzato ed infine l’assassinio per commercio di organi. Per questi aspetti dell’economia è naturale, in nome della plusvalenza, appropriarsi di beni e di persone, tessere attorno al futuro di tanti esseri umani una tela inestricabile di privazioni. Migrazioni forzate, cambiamenti climatici, guerre senza alcuna regola umanitaria, da ultimo il caso dello Yemen con il bombardamento dell’ospedale di Save the Children, sono tutti aspetti correlati.

I bambini soldato fanno purtroppo parte integrante di questo scenario; il loro impiego nelle guerre dimenticate rappresenta dunque emblematicamente il risultato di una duplice negazione: quella della solidarietà di specie, il patto che assicura alle future generazioni di ereditare un mondo che sia migliore di quello passato, e di quella biosferica, che sancisce l’equilibrio tra il genere umano ed il pianeta che lo ospita. Ma la logica consumogena del sistema dominante non guarda in faccia a nessuno, tantomeno al futuro. Non a caso le armi di distruzione di massa, belliche o no, sono oggi sempre più legate alla possibilità di danneggiare l’ecosistema, di inquinare le acque, di spandere materie radioattive, ma anche di pompare senza ritegno materie prime non rinnovabili, di brevettare il vivente per renderlo indisponibile come patrimonio collettivo. L’idea stessa di sostenibilità dello sviluppo, con i suoi tempi lunghi e la necessità di programmare, investire nel capitale umano ed ambientale, nelle energie rinnovabili, rischia di essere azzerata dalla moltiplicazione dei conflitti che sono diventati, non a caso, anche la scusa per ripensare gli accordi multilaterali nel campo della cooperazione internazionale, deviando risorse verso una nuova corsa al riarmo.

Ecco allora che le denunce per le violazioni dei più basilari diritti dei bambini nelle guerre sparse per il mondo, così come la riaffermazione dei diritti legati ai minori migranti, alla loro protezione e non discriminazione alcuna a partire da ciò che accade anche in Paesi sviluppati come il nostro, si legano alle battaglie in difesa dell’ambiente, della salute, dell’istruzione per tutti. Le prossime scadenze europee vedranno le Ong internazionali impegnate a sottoporre alle forze politiche questi ed altri temi correlati, in un manifesto programmatico ampiamente condiviso con altre istanze della società civile, nella convinzione che solo creando un ampio fronte solidale si possa contrastare le derive che di fatto rimettono in discussione l’impianto stesso del vivere civile nel nostro Continente e non solo.

in “il manifesto” del 23 aprile 2019