Come sfamare il mondo senza distruggere il pianeta

Stephen Leahy

La popolazione mondiale toccherà i 10 miliardi entro il 2050. Alcuni esperti offrono, in un nuovo studio, le loro soluzioni per aumentare la produzione di cibo in modo sostenibile.

Garantire una dieta sana a una popolazione che, nel 2050, potrebbe raggiungere i 10 miliardi di persone migliorando, allo stesso tempo, il mondo in cui queste persone vivono richiederà cambiamenti enormi all’agricoltura e al modo in cui produciamo il cibo. È questa, in sintesi, la conclusione dello studio Creating a sustainable food future: final report.

“La strada per raggiungere quest’obiettivo esiste, ma la sfida è persino più grande di quanto pensassimo”, dice il co-autore Richard Waite del World Resources Institute (Wri).  Grano1.jpgOggi l’agricoltura utilizza circa la metà della terra coltivabile nel mondo, consuma il 90 per cento di tutta l’acqua utilizzata dall’uomo e genera un quarto delle emissioni globali annue che causano il riscaldamento climatico. Nonostante ciò, 820 milioni dei 7 miliardi di abitanti attualmente sulla Terra sono malnutriti perché non hanno accesso – o non possono permettersi – una dieta accettabile.

“Dobbiamo produrre il 30% del cibo in più usando la stessa superficie arabile, fermare la deforestazione e tagliare le emissioni dovute alla produzione alimentare di due terzi”, dice Waite in un’intervista.

E non è finita. Tutto ciò dev’essere fatto mentre si riduce la povertà, si ferma la perdita di habitat naturale, si impedisce l’esaurimento delle scorte di acqua potabile e si mette un freno all’inquinamento e ad altri fattori di impatto ambientale dovuti all’agricoltura.

“Non esistono soluzioni semplici. Se vogliamo impedire che altra terra venga convertita a scopi agricoli bisogna migliorare molto la qualità dei mangimi e la gestione dei pascoli. Questo significa che dobbiamo trovare il modo di ottenere più di un raccolto all’anno e fare passi avanti nelle tecniche di miglioramento genetico. Ad esempio la tecnologia CRISPR consente di intervenire sui geni con grande precisione per massimizzare le rese. Abbiamo bisogno di tutto questo”, continua Waite.

Per “tutto questo” Waite intende le 22 soluzioni che il report di 565 pagine illustra nel dettaglio. Ognuna dev’essere implementata in una certa misura a seconda del paese e della regione. Ecco alcune delle soluzioni proposte:

– ridurre drasticamente lo spreco di cibo che oggi si stima essere di un terzo. Sono molti i miglioramenti che possono essere fatti su tutta la filiera: aumentare o ingrandire le unità per la conservazione a freddo alimentate dall’energia solare, utilizzare composti naturali in grado di inibire lo sviluppo dei batteri e trattenere l’acqua nella frutta per allungarne la cosiddetta shelf-life nei negozi, ovvero la permanenza sugli scaffali;

– convertire la dieta dei grandi mangiatori di carne verso cibi di origine vegetale. La carne, in particolare quella bovina, ovina e caprina, drena molte risorse. Per consentire a più persone di avere l’accesso al consumo di carne, altri dovranno consumarne di meno. Oggi, dice lo studio pubblicato da poco, ci sono hamburger composti per il 20-35% da funghi e quelli completamente vegetali hanno lo stesso sapore di quelli di carne (se non migliore). Gli esperti scrivono anche che i sussidi governativi all’agricoltura stimati in 600 miliardi di dollari l’anno – e in particolare quelli che incentivano la produzione di carne e latticini – dovrebbero essere tolti di mezzo;

– per impedire che altri terreni vengano convertiti a uso agricolo serviranno grossi passi avanti nella qualità dei mangimi e nella gestione dei pascoli. Bisognerà trovare il modo di ottenere più di un raccolto all’anno e ciò, a sua volta, presupporrà migliori tecniche per selezionare le piante. La tecnologia CRISPR è, come spiegato prima, una soluzione;

– migliorare sia gli allevamenti ittici selvatici che l’acquacoltura. Il sovrasfruttamento degli stock ittici può essere ridotto eliminando buona parte dei 35 miliardi l’anno che, ogni anno, si spendono globalmente in sussidi al settore. Certificazioni e controlli più severi contro la pesca illegale e non rendicontata possono salvare tra gli 11 e i 26 milioni di tonnellate di pesce. Invece di nutrire grandi pesci – come i salmoni – con piccoli pesci, l’acquacoltura potrebbe utilizzare alghe o cibi a base di olio di semi.

Basterà?

“Non credo che questo report rappresenti esattamente le trasformazioni cui il sistema alimentare globale avrà bisogno di essere sottoposto”, dice Hans Herren, presidente del Millennium Institute di Washington e vincitore del World Food Prize per il suo lavoro come entomologo. La Fao e il World Food Security (Cfs), entrambi delle Nazioni Unite, sostengono un approccio cosiddetto agroecologico per la produzione di cibo eppure – sostiene Herren in un’intervista – il rapporto del Wri non lo menziona nemmeno.

L’agroecologia imita la natura, sostituendo gli input esterni come i fertilizzanti chimici con una serie di concetti come la consociazione di piante, alberi e animali, che possono migliorare la produttività di un terreno.

Il Cfs ha da poco rilasciato un suo report sulla sostenibilità ambientale della produzione alimentare. In queste pagine l’agenzia Onu spiega che l’agroecologia abbraccia tutti i sistemi agricoli e alimentari, dalla produzione al consumo e viene vista sempre di più come la strada per arrivare a sistemi sostenibili. Lo studio riconosce, comunque, che non tutta l’agricoltura è uguale e ciò che funziona in un territorio può non funzionar

e in un altro.

Waite però sostiene che, nonostante il termine “agroecologia” non sia stato utilizzato nel report del Wri, diverse soluzioni proposte ne condividono i principi. “Penso che enfatizzare troppo l’agroecologia distolga l’attenzione dal fatto che c’è un reale bisogno anche di innovazione tecnologica”, spiega.

Le api e gli altri insetti impollinatori sono un altro grande assente nel report del Wri, che si limita a far presente che l’aumento delle temperature è una probabile causa delle fioriture anticipate a periodi dell’anno in cui gli impollinatori non sono ancora arrivati. E questo è un fattore che porta alla riduzione dei raccolti.

C’è molta preoccupazione sul fatto che in agricoltura si sta perdendo diversità, in  un settore che è spesso dominato da colture come il mais e la soia. Anche questo rappresenta una minaccia per gli insetti impollinatori, secondo quanto dice un nuovo studio pubblicato su Global Change Biology perché limita fortemente la loro possibilità di nutrirsi.

La ricerca suggerisce di coltivare varietà che fioriscano in periodi differenti in modo da costituire una risorsa di cibo stabile e un habitat per gli impollinatori.

Secondo Danielle Nierenberg, nel report del Wri non c’è nulla di particolarmente nuovo. Nierenberg è presidente e fondatrice di Food Tank, una non-profit americana che lavora per trovare soluzioni alla fame, l’obesità e la povertà che siano sostenibili per l’ambiente.

“Mi piace il fatto che contenga messaggi concreti e tante idee utili per progredire”, dice Nierenberg in un’intervista. Molte di queste idee, continua, possiamo già applicarle oggi per rendere la produzione alimentare sempre più sostenibile, creare nuovi posti di lavoro e spingere la crescita economica.

Al di là delle soluzioni specifiche il mondo deve agire con fermezza, ha spiegato nella prefazione del rapporto Andrew Steer, presidente del Wri. “Se vogliamo evitare la distruzione del nostro prezioso patrimonio di terra e acqua, produzione di cibo e protezione dell’ecosistema devono procedere di pari passo a ogni livello: politico, finanziario e di pratiche agricole”, conclude Steer.

in http://www.nationalgeographic.it del 22 luglio 2019

“Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)”. Thérèse Hargot

Che ne abbiamo fatto della liberazione sessuale conquistata negli anni Sessanta? È la domanda che si pone Thérèse Hargot, scrittrice e terapeuta, forte di un’esperienza decennale nelle scuole a contatto con gli adolescenti. Invece di renderci più liberi – questa è la sua risposta – tale liberazione ci ha portato da un’obbedienza a un’altra: dal “non bisogna avere 4542633.jpgrelazioni sessuali prima del matrimonio” al “bisogna avere relazioni sessuali il prima possibile”. I giovani credono di essersi affrancati dai divieti, ma spesso si trovano più imprigionati di prima. Se un tempo l’imperativo di restare vergini fino alle nozze li deprimeva, ora a deprimerli (e confonderli) è l’imperativo opposto, ovvero quello di misurarsi fin da subito con la propria sessualità. Il facile accesso al porno, l’ansia della performance, l’ossessione dell’orientamento sessuale… Che libertà è questa, che impone di scegliere l’identità, gli amori, le pratiche come un mero prodotto di consumo?

Grazie a numerose testimonianze, l’autrice – con coraggio, sfidando le polemiche che si sono puntualmente scatenate dopo la pubblicazione del libro in Francia – affronta, in modo rigorosamente laico, i problemi dei ragazzi, invitandoli a ripensare la loro vita affettiva e sessuale, per renderla davvero gioiosa.

La logica paradossale del Vangelo in risposta al rischio della disumanità

CHIARA GIACCARDI, intervistata da Andrea Monda

Portare «il messaggio dell’eccedenza» in una società dominata dal «messaggio dell’eccesso», ricordando che chi vuol trattenere la propria vita la perde, mentre «chi è disposto a perderla la riceve moltiplicata!». Per Chiara Giaccardi, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano e membro del comitato di direzione del mensile «donne, chiesa, mondo», è questo il contributo che ci si attende dalla Chiesa di fronte a una società sempre più impaurita e chiusa in se stessa.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana?

L’ossessione sicuritaria è diventata un tratto quasi nevrotico della nostra società, che esprime una diffidenza e un rifiuto totale per tutto ciò che sfugge al controllo. Come insegna la psicanalisi, per il nevrotico vale solo la riKandindky - Composition VII-fb.jpgpetizione e ciò che è conosciuto: l’inedito, tutto ciò che può interferire con le abitudini, diventa intollerabile.

Sicurezza viene da sine-cura, senza preoccupazione. Ci sono due modi per alleggerire la preoccupazione: delegare ad altri il compito di controllare, e così evitare di coinvolgersi; oppure “prendersi cura”, e in questo modo correre un rischio che paradossalmente riduce il pericolo. In fondo l’ospite (hospes) è il nemico (hostis) di cui ci si prende cura (-pa), riducendo la distanza e le ragioni di rancore.

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“The dark side of the moon” dei Pink Floyd

GIUSEPPE FIORENTINO

Sfornare un disco che stazioni stabilmente per quarantuno anni tra quelli più venduti negli Stati Uniti non è un traguardo facilmente raggiungibile per nessun gruppo. Figuriamoci per una band, peraltro non statunitense, molto poco propensa a concedersi alle facili sonorità del pop. Se a questo si aggiunge che l’album in questione si dipana come una lunga riflessione sui fallimenti della vita, sull’inesorabile trascorrere del tempo, sui falsi miti della società consumistica e sull’alienazione che da essi spesso scaturisce, sembrerebbe ancora più difficile spiegare come mai The dark side of the moon dei Pink Floyd si sia imposto come una delle opere di maggior successo nella storia della musica rock.

Il disco venne pubblicato nel 1973, ma il gruppo cominciò a proporre dal vivo i b81aTawcGdmL._SX466_.jpgrani che lo compongono già dal 1971. C’è quindi da supporre che l’ideazione del concept-album (un’opera cioè legata da un unico filo conduttore) fosse in qualche modo influenzata dall’allunaggio di due anni prima e dal susseguente clamore mediatico. È proprio il vociante trionfalismo susseguente alla conquista a essere messo in discussione dai Pink Floyd che preferiscono indagare sul volto scuro, o meglio oscuro della luna, quello cioè dove il Lem non è mai arrivato e che non riesce a essere illuminato nemmeno dal sole, figuriamoci dai riflettori dei mezzi di comunicazione di massa. Anche perché il lato buio della luna descritto dal gruppo inglese è quello del personale satellite che orbita dentro ognuno di noi, ma che nessuno ha davvero piacere di far vedere agli altri o anche di mostrare a se stessi. In un momento di grande enfasi sulle «magnifiche sorti e progressive» (tanto per citare un poeta che alla luna dedicò uno dei suoi massimi componimenti) favorite dal progresso scientifico, i Pink Floyd, e soprattutto Roger Waters, al quale si devono i testi dell’album, invitano quindi a riflettere sulla fragilità dell’essere umano, una condizione che nessuna scoperta o conquista, come ben sapeva Leopardi, può mai alterare.

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Cyber-bullismo: con «Vivi internet al meglio» i consigli per studenti e docenti

Google, Telefono Azzurro e Altroconsumo insieme a Grace On Your Dash, creator di YouTube, hanno presentato nuovi video, consigli strutturati e contenuti educativi per aiutare adolescenti, genitori ed insegnanti ad affrontare hater e messaggi di incitamento all’odio sul web, disponibili gratuitamente su «Vivi Internet, al meglio».palabras_clave_docente.jpg

L’annuncio è stato fatto nei giorni scorsi in occasione della 49ma edizione di Giffoni Film Festival. I recenti trend di ricerca mostrano come questi temi stiano sempre più assumendo una rilevanza primaria. Le ricerche online per i termini “bullismo” e “cyberbullismo” registrano un interesse costante sul motore di ricerca, a testimonianza del fatto che giovani e adulti cercano su internet informazioni o soluzioni su un problema che li riguarda o che trovano necessario approfondire.

Per questo che Google in collaborazione con Telefono Azzurro e Altroconsumo ha deciso di contribuire a rendere la conoscenza di un uso responsabile del web sempre più accessibile a ragazzi, genitori e agli stessi insegnanti, essendo ormai parte della vita quotidiana.Da qu l’idea di «Vivi Internet, al meglio». L’iniziativa mette al centro cinque tematiche di assoluta rilevanza, reputazione online, phishing e truffe, privacy e sicurezza, molestie e bullismo online, segnalazione di contenuti inappropriati e si rafforza con nuovi contenuti per gestire i messaggi negativi in rete. Insieme a Grace On Your Dash, creator di YouTube, debutta online anche un nuovo contenuto video che si rivolge ai più giovani, per aiutarli ad approfondire gli argomenti di hate speech e imparare a usare buon senso, rispetto e gentilezza nelle proprie relazioni online, come nella vita offline.

PER PARTECIPARE AL CORSO DI FORMAZIONE ON LINE VEDI:

vivinternet.azzurro.it/?gclid=Cj0KCQjwvdXpBRCoARIsAMJSKqLK7lR-vjMo4YgAvXkZ3NIbDMO3CTwGou1vBKqlOsLmqYPd9IJPTGoaAg8IEALw_wcB

 

Emigrazione. Gli italiani che hanno costruito il Brasile

GIANPAOLO ROMANATO

Sui monti del Rio Grande do Sul non c’era che foresta vergine: i contadini veneti, tra enormi sacrifici, in pochi decenni la trasformarono in ordinati vigneti con fiorenti città commerciali Rimodellando la stessa struttura sociale brasiliana, che fino ad allora conosceva solo i grandi latifondi lavorati da schiavi Il Brasile l’hanno costruito gli immigrati. Prima i portoghesi, poi gli schiavi africani e quindi, dopo il distacco dal Portogallo, nel 1822, gli europei. Soprattutto gli italiani.

Quando il governo decise di riconoscere l’enorme debito di riconoscenza che ci era dovuto, scelse la città di Caxias do Sul. Qui il presidente Getulio Vargas inaugurò nel 1954 il grandioso Monumento nazionale all’immigrato sul quale campeggia la scritta « A nação brasileira aaugusto-pacitti-e-famiglia.jpgo imigrante ».

Perché proprio Caxias? Perché in questa città che ora supera il mezzo milione di abitanti, nella quale tutto, a partire dai cognomi, tradisce l’origine peninsulare, incuneata nella zona di montagna del Rio Grande do Sul, nel lembo meridionale del Brasile, a 800 metri di altitudine, è avvenuto uno più riusciti e straordinari trapianti di popolazione dell’intera storia migratoria. Una vicenda epica, che merita di essere meglio conosciuta.

Oggi Caxias è uno dei centri più ricchi e industrializzati di tutta l’America latina, con colossi produttivi come la fabbrica di autobus Marcopolo, quella di camion e vagoni ferroviari Randon, aziende vinicole e agroalimentari poderose. Ma ancora a fine ’800 non era che un remoto villaggio di contadini che lavoravano come matti per disboscare la foresta e mettere insieme due pasti al giorno. Attorno c’era il vuoto.

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La carneficina di Hitler dopo il fallito attentato di von Stauffenberg

Roberto Festorazzi

A 75 anni dal mancato esito dell’Operazione Valchiria, che doveva uccidere il Führer, il ricordo degli eroi che vollero rovesciare le sorti di un regime sempre più sanguinario.

La tarda mattinata del 20 luglio 1944, 75 anni fa, un attentato ad Adolf Hitler, fallito per un soffio, per poco non privò il Terzo Reich della sua guida, con il risultato di anticipare di molti mesi la fine della guerra. L’Operazione Valchiria – questo il nome in codice del complotto ordito dal ceto aristocratico e da un vasto ambiente militare, che aveva come fine la neutralizzazione e l’esautoramento dei centri di potere nazisti e la loro sostituzione con un governo legale – è entrata nell’immaginario popolare grazie al film con il quale Hollywood ha voluto consacrare l’eroe che fu stauff40ki_65495366.jpgautore di quel mancato tirannicidio. Il colonnello Claus von Stauffenberg, interpretato sul grande schermo da un insuperabile Tom Cruise.

Il colpo di Stato di quel 20 luglio, se fosse riuscito, avrebbe potuto evitare la strage di 20 milioni di vite umane sacrificate nell’ultimo anno del conflitto. Stauffenberg, capo di stato maggiore della riserva, era nato nel 1907, in una famiglia cattolica della nobiltà decaduta di Stoccarda. Fu educato alla religione della libertà e, ancor di più, al culto dell’onore. Il futuro attentatore del Führer, già sedicenne, fu ammesso infatti a uno dei cenacoli del poeta germanico Stefan George, il cosiddetto “terzo circolo”, che raccoglieva i seguaci più giovani del Maestro. Il rampollo Claus ebbe il privilegio di frequentare George, insieme ai suoi fratelli gemelli Berthold e Alexander, rimanendo incantato dall’estetica di colui che veniva indicato come profeta e sacerdote di una nuova mistica patriottica, legata al rifiuto del positivismo e delle filosofie egualitarie.

L’influenza che il poeta tedesco esercitò sul suo giovane discepolo fu decisiva, depositando nella sua anima il seme dell’opposizione al Male. Stauffenberg, tessitore di una vasta trama di Resistenza antinazista fin dal 1943, recitava a memoria versi di un celebre componimento del suo Maestro, L’Anticristo, che egli vedeva incarnato da Adolf Hitler.

Quel giovedì di luglio che, nei suoi esiti tragici, deviò il corso della luminosa vita di Stauffenberg, cominciò all’alba. L’ufficiale salì su un aereo che, da Berlino, doveva condurlo a Rastenburg, il quartier generale del Führer nei boschi di conifere della Prussia Orientale: la famosa Tana del Lupo. Chiamato anch’egli a riferire a Hitler sulle possibili contromisure da adottare, per fermare l’avanzata dell’Armata Rossa, Stauffenberg si preparava in realtà a uccidere il capo della Germania nazionalsocialista.

Il colonnello, poco prima di prendere la parola nella baracca dove Hitler, cupo e assorto, ascoltava le relazioni dei suoi più stretti collaboratori, con un pretesto, riuscì a defilarsi lasciando sotto il tavolo del vertice una borsa che conteneva una bomba con il dispositivo a tempo già innescato. Qualcuno, accanto a Hitler, nel frattempo, avvertì la presenza intralciante della borsa sotto il tavolo, e la spostò di pochi centimetri. Fu proprio questa manovra, del tutto casuale, a salvare la vita al dittatore. Alcuni istanti dopo, Stauffenberg assistette, a cento metri di distanza, alla conflagrazione, che non gli lasciò alcun dubbio circa l’esito felice dell’azione. E fu proprio la certezza, quasi messianica, di aver portato a compimento l’assassinio del despota, a determinare l’inizio della catastrofe, cioè l’inceppamento della colossale manovra dei golpisti.

Il Führer, infatti, uscì illeso dalla detonazione, riportando solo bruciature ai capelli. Morirono invece alcuni degli ufficiali presenti al summit, mentre altri rimasero feriti. Ma, in assenza di una prova certa della morte di Hitler, molti dei congiurati rimasero prudenti, evitando di esporsi. Furono così perdute ore decisive per assestare il colpo letale al regime, il quale poté rapidamente reagire al putsch. Il Führer in persona diramò i primi ordini per individuare e bloccare i responsabili del fallito attentato e per far scattare la rappresaglia.

Ne sortì una carneficina, di cui ancora oggi non si conosce l’esatta dimensione. Già la notte tra il 20 e il 21 luglio, Claus venne “giustiziato”, le sue ceneri disperse nelle fogne di Berlino. Ma, oggi, le giovani reclute delle forze armate di Germania, in tributo a Stauffenberg e ai coraggiosi che vollero opporsi, vengono fatte giurare, proprio il 20 luglio, nella sede centrale del ministero della Difesa tedesco.

in Avvenire 20 luglio 2019

 

 

Ágnes Heller, una filosofa radicale alla ricerca dell’avventura dell’esistenza

Donatella Di Cesare

È scomparsa nuotando nel lago Balaton, nella sua Ungheria. Così è terminata la vita di Ágnes Heller, con quella stessa spontanea e gioiosa naturalità che l’aveva contraddistinta. Sì, perché lei, minuta e fragile, era sopravvissuta, nel 1945, al ghetto di Budapest. Aveva solo quindici anni; quasi tutta la famiglia fu sterminata. «La libertà per me ha sempre significato liberazione dal nazismo». Di quell’esperienza traumatica le era rimasto un profondo attaccamento alla vita. Desiderava viverla ogni giorno pienamente, godendo di tutto quello che le veniva concesso; ma senza mai sottrarsi alle sue responsabilità. Forse anche per questo in ogni suo piccolo gesto, nel sorriso, nella battuta, nella replica, si riconosceva distintamente lei, la filosofa. Il suo pensare era tutt’uno con il suo agire

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DIETRO L’APPARENTE fragilità si percepiva una forza straordinaria che le aveva permesso di attraversare il Novecento, quel lunghissimo secolo, di cui pressoché nulla le era stato risparmiato. Dopo la Shoah c’era una data che non avrebbe mai dimenticato: il 1956, la rivoluzione ungherese. A quel tempo Heller era già assistente di György Lukács. Come molti dissidenti subì sospetti, processi, espulsioni, riabilitazioni. Fu un crescendo inarrestabile finché, dopo il 1968 e la primavera di Praga, la situazione divenne insostenibile. Accusata di revisionismo, insieme ad altri esponenti della «scuola di Budapest», nel 1977, insieme al marito Ferenc Fehér, coautore di diverse opere, dovette lasciare definitivamente l’Ungheria. Cominciarono quelli che lei chiamava con una certa benevola ironia «gli anni della peregrinazione». Prima in Australia, poi negli Stati Uniti dove alla prestigiosa New School for Social Research di New York tenne a lungo la cattedra che era stata di Hannah Arendt. Era fiera di essere donna – di sentire e pensare da donna.

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Il linguaggio truculento e violento dell’impolitica

Michela Marzano

Carola Rackete: una zecca. Il Pd: un partito che fa schifo. Maria Elena Boschi: una che dovrebbe vergognarsi di parlare. Negli ultimi giorni, il vice-premier Salvini non ha risparmiato davvero nessuno dei propri avversari, permettendo a seguaci, follower e simpatizzanti di sbizzarrirsi poi sulla Rete. Attacchi politici? Argomenti convincenti? Salutare dialettica governo-opposizioni?

Niente di tutto questo. Ormai, in Italia, la querelle politica sembra ridursi a un insieme di insulti e di volgarità, come se il discorso dell’odio fosse l’unico modo per contrapporsi a chi sostiene e promuove idee diverse dalle proprie. Ogniqualvolta si è confrontati alla critica, si reagisce insultando, sdoganando la violenza linguistica e incitando alla gogna. Nonostante l’insulto nasca proprio quando non si hanno argomenti e mancano le parole, quando viene meno la capacità logico-argomentativa e si finisce per utilizzare il linguaggio come un’arma.

images.jpegCome si fa a voler combattere le violenze contro le donne — è di pochi giorni fa l’approvazione del cosiddetto “codice rosso”, una nuova legge contro la violenza sulle donne che introduce i reati di revenge porn , sfregio e nozze forzate, e impone anche una stretta sui maltrattamenti — e poi accettare che sul proprio profilo Facebook imperversi il sessismo più becero, senza cancellare improperi e volgarità? Che credibilità può esserci quando si pretende di fare del rispetto dovuto a ogni persona la parola d’ordine del proprio governo, se poi è proprio il ministro dell’Interno che sembra ignorare il significato stesso del termine “rispetto”? Che ci sia una reazione forte da parte del governo di fronte alle critiche, alle mozioni di sfiducia e alle richieste di chiarimento in Parlamento delle opposizioni fa parte del gioco democratico. È lo stesso gioco democratico che viene meno, però, quando dalla reazione si passa all’invettiva, e dall’invettiva si scivola verso l’insulto. Tanto più che le volgarità sono sempre una dimostrazione di debolezza. È l’unica strada che trova chi non ha altri argomenti, e pensa che ferire attraverso il linguaggio sia un modo per mostrare la propria forza. Mentre è solo lo strumento di chi, incapace di strutturare un discorso alternativo, utilizza vigliaccamente insulti, derisioni e parolacce per mettere a tacere l’avversario.

in “la Repubblica” del 21 luglio 2019

Relazione. L’arte di riconoscere l’altro e custodirlo

Nunzio Galantino

L’etimologia della parola relazione – dal latino relatio, a sua volta da relatus, participio passato di referre(riferire, riportare, stabilire un legame, un collegamento) – ricorda che nella relazione è sempre insita la creativa, problematica e rischiosa idea di confronto, paragone e rapporto tra realtà diverse tra loro.

Sullo sfondo di questa primissima considerazione si incontra il pensiero lanciante di E. Lévinas sulla relazione. Alla luce infatti della meditazione hgf2.jpgsulla sorte degli Ebrei e con uno sguardo attento alla vita reale ed al contesto nel quale si utilizza la parola e si fa esperienza di relazione, il filosofo di Kaunas ribalta seriamente i luoghi comuni della filosofia e della letteratura occidentali sul tema della relazione. O almeno non la ritiene, come scrive Dante nel Convivio (II, XIII, 20), sempre e comunque «la più bella». Nei testi, soprattutto di filosofia classica, la parola relazione è sempre contestualizzata. Ed è proprio il contesto a dirci che vi sono diversi modi di utilizzarla.

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