Autovalutazione delle competenze digitali. Avvio di un corso gratuito

Fabiana Bertazzi

Mentep  (Mentoring Technology Enhanced Pedagogy) è il progetto europeo coordinato da European Schoolnet per lo sviluppo e la sperimentazione di TET-SAT, lo strumento online per l’autovalutazione delle competenze digitali e dell’utilizzo delle tecnologie degli insegnanti. Il tool è nato con lo scopo di innescare nei docenti un’autoriflessione sul tema, identificare al meglio le esigenze formative e dare, così, avvio a iniziative a sostegno del loro sviluppo professionale.

TET-SAT valuta le competenze digitali-pedagogiche prendendo in considerazione 4 dimensioni:

  • pedagogia digitale (sviluppo e progettazione strategie per l’insegnamento supportate dalle ICT, personalizzazione attività di apprendimento);

  • produzione e uso dei contenuti;

  • comunicazione e collaborazione (creazione attività collaborative a distanza);

  • cittadinanza digitale.

Conclusasi con successo la sperimentazione che ha visto coinvolti 13 Paesi europei (tra cui l’Italia, dove oltre 700 docenti italiani sono rientrati nel campione), EUN ha deciso di allargare a nuovi utenti la possibilità di testare questo strumento.

Lunedì 23 aprile partirà, infatti, un corso online gratuito che darà ai partecipanti la possibilità di avere accesso in anteprima al tool online, di essere guidati nel suo utilizzo e approfondire insieme agli esperti tutti gli aspetti del progetto di ricerca condividendo, in particolare, un’analisi dei dati raccolti. Il MOOC si articola in 3 moduli (un modulo a settimana) da circa 3/4 ore, per la durata complessiva di circa 4 settimane.

Il corso si rivolge a policymaker, a dirigenti e a docenti interessati a conoscere il tool, per valutarne una possibile applicazione all’interno del proprio istituto.

I partecipanti alla formazione riceveranno, inoltre, un riconoscimento per la frequenza.

Iscriviti qui al corso online “Promoting Technology Enhanced Teaching”

Per approfondire:

 

 

Nel nome di Allah. L’autorità religiosa nell’Islam

Elisa Giunchi

Professoressa Giunchi, Lei è autrice del libro Nel nome di Allah. L’autorità religiosa nell’Islam, edito da Jouvence. L’Islam è una religione senza clero?

L’Islam è privo di un’istituzione organizzata gerarchicamente che decida le regole in base alle quali si può parlare a suo nome con una pretesa di esclusività; non ci sono, quindi, sacerdoti nominati dall’alto e vincolati a determinate regole e principi, violati i quali si rischia l’estromissione. Né vi è un unico luogo preposto a decidere in materiale dottrinale. Vi sono, semmai, luoghi particolarmente autorevoli – ad esempio al-Azhar in Egitto, la Zaytuna in Tunisia – ma nessuno di essi potrà mai escludere voci alternative. Nell’Islam gli “esperti del sacro” (gli ‘ulama’) non ricevono, quindi, gli ordini sacerdotali, e l’assenza dell’obbligo al celibato contribuisce a rendere porosi i confini con i “laici”. Ciò che fa di essi un gruppo distinto è la preparazione approfondita in materia religiosa, acquisita attraverso percorsi comuni di studio nelle madrasa, e la condivisione di determinati principi metodologici. Ad agire da collante ha operato in particolare un elemento centrale nell’istruzione impartita nelle madrasa: la preminenza data al consenso di alcune figure particolarmente autorevoli, in primis gli eponimi delle scuole giuridiche.

Come viene esercitata l’autorità religiosa nel mondo musulmano?

L’autorità religiosa degli “esperti del sacro” deriva dalla conoscenza, innanzitutto: si tratta della conoscenza dei testi sacri (Corano e Sunna), dei testi religiosi “derivati” (i trattati di diritto) e di determinate principi e metodologie; ma è centrale anche la conoscenza interiore del “Vero”, ottenuta tramite esercizi spirituali . Agli studiosi, che costituiscono il fulcro del mio libro, e ai Sufi si sommano poi, in ambito popolare, i “santi” e i custodi dei santuari, maggiormente legati a una religiosità popolare fatta di amuleti e superstizioni. Per tornare agli esponenti più “ortodossi”, essi non si limitano a possedere ed esibire – attraverso le fatwa e la gestione dei rituali religiosi – la conoscenza, ma la trasmettono nelle scuole di moschea e nelle madrasa che, al di là della pubblicità negativa che hanno ricevuto dopo il 2001, ricoprono un importante ruolo sociale in quanto forniscono vitto, alloggio e un’istruzione di base a quelle componenti della popolazione che, soprattutto in aree tribali e rurali, non sono raggiunte dallo Stato.

Un ruolo particolare riveste nel mondo sunnita l’Università di al-Azhar.

Al-Azhar, che fu istituita nel X secolo dai Fatimidi, che erano sciiti, è da secoli il centro religioso più prestigioso del mondo sunnita. Gradualmente sottoposto a riforme “modernizzanti” e a forme di controllo sempre più invasive da parte del potere centrale, nel corso dell’Ottocento al-Azhar è diventato per molti versi uno strumento dello Stato egiziano, per ritrovare la sua autonomia solo recentemente; se è infatti vero che Sadat, Mubarak e al-Sisi si sono tutti serviti di al-Azhar per contrastare il radicalismo, che peraltro presenta una minaccia per al-Azhar stesso, la necessità di avvalersi di questa istituzione ha costretto i governanti a riconoscerne l’autonomia. Su diversi temi al-Azhar ha confermato e legittimato le politiche governative, ma in altri – in materia di libertà religiosa e di diritti della donna – si è distanziato dalla posizione ufficiale. Il Grande Imam di al-Azhar Ahmed Al-Taybeb, ad esempio, nel 2013 ha sostenuto la defenestrazione di Morsi, il presidente che era espressione dei Fraelli Musulmani, ma recentemente un comitato di studiosi di al-Azhar ha respinto in quanto non islamica la proposta di al-Sisi di vietare il ripudio verbale, un atto unilaterale con il quale il marito può ripudiare, secondo il diritto islamico classico e la legislazione egiziana, la moglie. Poichè le posizioni ufficiali di al-Azhar hanno grande peso in tutto il mondo sunnita, notevole è anche la sua capacità di interferire nelle politiche di altri stati: si pensi alla recente proposta del presidente tunisino Essebsi di riformare il diritto successorio in modo da permettere alle donne di ereditare su un piano di parità con gli uomini. La sua dichiarazione è stata contestata da al-Tayeb in quanto contraria all’Islam, critica alla quale Essebsi ha reagito deplorando ogni tentativo di interferenza negli affari interni del Paese.

Qual è stata l’evoluzione storica delle guide spirituali islamiche?

Gli esperti tradizionali del sacro hanno operato a lungo con grande autonomia rispetto a chi esercitava il potere. La loro istituzionalizzazione, iniziata nell’XI secolo con la nascita delle madrasa, ha permesso al potere di esercitare un maggiore controllo sugli esperti, di integrarli nell’apparato amministrativo e regolamentare i loro spazi d’azione. Integrazione e regolamentazione che inevitabilmente hanno minato la credibilità degli esperti agli occhi dei fedeli. Tra i fattori che hanno contribuito alla loro emarginazione vi sono la riscoperta intorno al Settecento delle fonti sacre a scapito delle fonti secondarie della fede; il delinearsi nel secolo successivo di un’Islam di Stato, attarverso il processo di codificazione; la scolarizzazione di massa, la diffusione della stampa, e la nascita di nuove élite “moderne”.

Come sono sorte le nuove autoproclamate guide spirituali?

Le nuove figure religiose, che non hanno la preparazione degli esperti tradizionali del sacro, sono in parte il prodotto di dinamiche associate all’influenza europea, alla colonizzazione e all’avvento della modernità: si pensi alla semplificazione della dottrina religiosa operata nei testi scolastici delle scuole di Stato, dall’Ottocento in poi, sui periodici e poi sui new media, che ha facilitato chi non ha frequentato le madrasa ma si ritiene in grado di conoscere la religione e di diffonderla. Dalla loro le nuove elite religiose avevano, e hanno, anche la tendenza ad affrontare problemi concreti e preoccupazioni quotidiane dei fedeli senza perdersi in cavilli dottrinali scarsamente comprensibili ai più, con un linguaggio semplice e diretto e avvalendosi di strategie e mezzi di comunicazione efficaci. A contribuire al proliferare di nuove figure religiose vi sono anche dinamiche che hanno radici lontane e del tutto autoctone: si pensi alla tendenza del revivalismo religioso dal Settecento in poi a tornare alle fonti primarie; all’obbligo per il fedele – reiterato nel Corano – a ordinare il bene e vietare il male; e alla mancanza di una Chiesa che determini chi rappresenta l’Islam e chi no. Tutti elementi che oggi hanno implicazioni dirompenti sul piano dell’autorità reliogiosa.

A tutti viene in mente il sedicente Califfo al-Baghdadi o Osama Bin Laden: qual è il presupposto teologico e giuridico della loro autorità?

Sia al-Baghdadi che ben Laden sono il prodotto delle dinamiche che ho appena menzionato, ma esprimono autorità di natura diversa: il primo è rappresentato sui media controllati dal sedicente “Stato Islamico” come un “sapiente”; si sottolinea infatti la sua erudizione in materia religiosa, che in realtà ha acquisito in un’università di Stato e che è quindi piuttosto rudimentale; il secondo faceva leva sulla propria disponibilità – lui che di famiglia era così ricco – a vivere una vita di privazioni nelle caverne afghane: la sua rinuncia ai beni materiali lo avvicinava all’esempio dell’asceta mistico. Vi è però una fonte di autorità religiosa che è comune alle due figure: la disponibilità a morire per la causa (una causa che apparentemente è religiosa, ma che è anche, e forse soprattutto, politica). Una disponibilità, questa, che è in larga misura il prodotto della concezione attivista e politicizzata della fede che si è diffusa dagli anni ’70 del Novecento e che colpevolizza e delegittima gli esperti tradizionali. Questi ultimi, infatti, non solo non mettono a repentaglio la propria vita ma, nell’immaginario collettivo, in quanto funzionari dello Stato o comunque collusi con il potere costituito servono autorità terrene invece di servire Dio. Sono i jihadisti a dover sostituire, secondo l’ideologia dell’ISIS e di al-Qaeda, gli esperti tradizionali, o per lo meno quelli che tradiscono il “vero” Islam sostenendo gli Stati “empi” e I loro alleati giudaico-cristiani. Un’agiografia oggi diffusa considera anzi la morte “sulla via di Dio” una fonte, per chi la pratica, di conoscenza, nel senso sia di erudizione che di apprendimento intimo del Vero. Il martire quindi, indipendentemente dal proprio percorso di studi e dalle sue esperienze precedenti, può diventare un esperto del sacro e un Sufi.

Un discorso a sé stante merita il mondo sciita.

Il mondo sciita, sulla questione dell’autorità come su altre questioni, ha determinate peculiarità che lo distinguono da quello sunnita: teoricamente la guida della comunità, l’Imam, non è, a differenza del califfo sunnita, un mero esecutore del volere divino così come questo è stato elaborato dagli esperti religiosi, ma ha capacità interpretativa: conosce il messaggio nascosto del Corano, che verrà rivelato nella sua interezza alla fine dei tempi. Gli sciiti duodecimani – che costituiscono la corrente maggioritaria dello sciismo – ritengono che con l’occultamento del dodicesimo Imam tra il IX e X secolo le sue competenze spirituali siano passate ai più esperti tra gli esperti religiosi, che a partire dall’Ottocento sono diventati le “fonti di emulazione” poste al vertice di una gerarchia di conoscenza. Ma neppure qui si può parlare di un’istituzione ecclesiastica: al vertice ci può essere più di una fonte di emulazione e a decidere chi ricopre questo ruolo sono la comunità dei credenti e i pari. Si spiega così come sia possible che la Guida suprema iraniana – posizione oggi ricoperta da Khamenei – non necessariamente corrisponda a una fonte di emulazione.

In Letture.org

 

 

 

 

La vecchiaia. Una condizione privilegiata per cogliere il senso e il valore della vita

Enzo Bianchi

Come suggerisce il salmo, la vecchiaia si prepara “imparando a contare i propri giorni”. Si tratta di prendere coscienza durante tutta la vita, attraverso modalità e acquisizioni diverse, del proprio limite. Scriveva Dietrich Bonhoeffer: “L’uomo comprende veramente se stesso solo a partire dal proprio limite”, cioè solo se sa leggere la propria vita come un cammino che ha un termine verso il quale, lo voglia o no, giorno dopo giorno si avvicina.

Non esiste però un farmaco anti-invecchiamento e il limite della vita umana, non certo la media dell’età dei decessi, è sempre quello fissato e testimoniato dalla Bibbia. Alcuni oltrepassano i cento anni, ma il limite dei centoventi resta invalicabile. Questo l’implacabile verdetto del Creatore: “Il mio spirito (ruach) non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni” (Genesi 6,3). Accettare il limite è un’arte che va imparata fin dalla nascita, ma che va praticata con più consapevolezza e assiduità nell’età matura, proprio per prepararsi a un mutamento, a una nuova tappa della vita.

Ricordo una pratica che mi è stata trasmessa quand’ero bambino: la domenica, dopo la visita al cimitero prima dell’imbrunire, vi era una passeggiata – forse l’unico tragitto a piedi che si faceva senza che ve ne fosse bisogno, non per recarsi a lavorare o a scuola, o per altri motivi pratici – in cui si ripeteva a mo’ di litania: “Gesù Cristo è la vita eterna!”. Lo si ripeteva migliaia di volte, quasi per convincersi che vi era comunione di vita con i propri cari già morti e che vi sarebbe stato un incontro con loro nella vita eterna, in un aldilà sereno e luminoso. La fine improvvisa era temuta come il male più grande e così ci era insegnato: oggi invece è facile sentir ripetere che questa subitanea et improvisa mors sarebbe per molti una beatitudine…

L’apprendistato più efficace alla vecchiaia è la vicinanza ai vecchi, il saperli vedere e ascoltare, l’impegnarsi ad avere cura di loro. Si potranno certamente anche leggere libri e ricerche sulla vecchiaia, ma nulla può prepararci a questa tappa quanto l’assiduità con chi la sta attraversando. Nella famiglia contadina i vecchi erano in casa, li si poteva osservare nel loro declinare, nella loro crescente debolezza, nel sopraggiungere in loro della malattia, scoprendo nel corpo vicino quei bisogni, quelle fatiche, quelle grida che un giorno potranno essere anche le nostre. Oggi invece i nonni sono presenza utile ma saltuaria: a loro si affidano i bambini quando si vuole essere un po’ liberi, ma non sono quasi mai una presenza quotidiana.

La vera scuola è invece quella di stare accanto agli anziani, mano nella mano, è il doverli aiutare quando non sono più autonomi e chiedono che siano tagliate loro le unghie dei piedi… Non dimenticherò mai questo servizio che mi chiedeva il rabbino Ravenna, ormai anziano e obeso. Ma mentre gli tagliavo le unghie, le sue parole luminose come diamanti mi cadevano addosso, ispirandomi a dirgli: “Rabbino, lei è una benedizione e perciò sia benedetto!”.

Ci renderemo conto prima o poi di cosa può significare la rimozione dei vecchi e della loro condizione dal tessuto quotidiano? Senza esperienza della finitezza, della vecchiaia, della malattia e della morte, tutte le età della vita sono danneggiate, impoverite e incapaci di maturare, per entrare in quella stagione che comunque giungerà inesorabile.

Non bisogna lasciare che la vecchiaia ci sorprenda e ci invada, ma essa chiede in verità un nostro impegno, ci chiede di prendere coraggio per un’avventura che ha dell’inedito ma che è sempre una tappa della vita. Nessun eroismo, ma il coraggio è una forza interiore per un cammino che è il penultimo, prima del passaggio a un’altra riva. E proprio perché oggi la durata della vita può essere più lunga, occorre trovare il proprio passo, la propria velocità di crociera, per poter andare avanti scoprendo e conoscendo nuovi orizzonti, nuovi paesaggi. Il coraggio richiesto è quello di vivere con

semplicità, di vivere il presente senza lasciarsi imbrigliare dal passato e senza guardare al futuro con angoscia.

La vecchiaia non è un tempo inutile, né sterile, perché è ancora vita. Secondo James Hillman la vecchiaia non ha come fine la morte, ma a essa spetta un compito preciso: svelare e portare a compimento il proprio carattere. La vecchiaia potrebbe così essere un’epifania di se stessi, dalla propria vita interiore alla quale ci si può ormai dedicare senza essere divorati dalla frenesia della vita. Paolo di Tarso in una sua confessione riguardo all’anzianità usa una bella immagine: “Mentre il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno”. Sì, ne facciamo l’esperienza quando, dopo una malattia, una contraddizione, una prova, un’ora nella quale sembravamo fare naufragio, riprendiamo la vita con nuove forze.

Nella giovinezza e nella maturità non si sente in modo tanto forte questa esperienza del cadere e rialzarsi; per i vecchi, invece, la possibilità di rialzarsi è sorprendente, causa stupore e grande gioia. Per un cristiano, poi, il coraggio viene confermato e ispirato anche dalla sua fede: si tratta infatti di prepararsi all’esodo, facendo preparativi pasquali. Sì, preparativi pasquali, perché “pasqua” significa “esodo-passaggio” attraverso le acque profonde, verso una terra dove il sole non tramonta, le lacrime non scendono più dagli occhi e la morte e il lutto non regnano più. Speranza folle? Ma è quella che nasce dalla fede e si nutre della convinzione che qualcosa di eterno lo abbiamo vissuto nella nostra vita: l’amore. Dell’amore vissuto nulla andrà perduto e ogni pepita di amore è promessa che l’amore vince la morte.

Nell’aldilà non vorrei essere “solo con Dio”, ma anche insieme a quelli che ho amato e mi hanno amato, insieme agli altri, all’umanità intera di cui faccio parte e nella quale sono stato concepito e generato, sono nato e cresciuto, vivendo “mai senza l’altro”. La vecchiaia si costruisce insieme, e solo una cultura umanistica che sappia mettere al centro la persona, con le sue fragilità, può aiutare tale edificazione. Ognuno di noi è chiamato “a morire e a vivere insieme”, scrive Paolo, non da solo; quindi, anche ad attraversare la vecchiaia, non in un viaggio solitario nel deserto ma in un itinerario di persone che camminano insieme, anche se il percorso di qualcuno è più breve. Perché non è vero che “gli altri sono l’inferno”, come affermava Jean-Paul Sartre: il vecchio capisce bene che l’inferno è non amare e non essere amati. Anche nella vecchiaia l’amore è sempre da inventare, ma con gli altri, non nella solitudine.

in “il Fatto Quotidiano” del 22 aprile 2018

Scuola. Fra 10 anni un milione di studenti in meno

Silvia Ballabio

1° gennaio 2018, 9 milioni di studenti fra i 3 e i 18 anni; 1° gennaio 2028, 8 milioni: un milione di studenti in meno, ecco cosa succederà fra dieci anni secondo un approfondimento che la Fondazione Agnelli ha pubblicato pochi giorni fa, e che è stato immediatamente ripreso dai media, social e non.

Nel 2028 la natalità italiana sarà la più bassa d’Europa; con un indice di base 100, il nostro paese si attesterà a 85/100 mentre la Svezia sarà in cima alla classifica con 125/100, un saldo ampiamente positivo a fronte di uno decisamente negativo per il nostro paese. Un inverno demografico che non è certo una novità per l’Italia, la cui unica misura a favore della natalità è stata un bonus bebè persino ridotto recentemente nella sua estensione, e nessuna revisione della durata della maternità obbligatoria, quella a stipendio sostanzialmente pieno per la mamma lavoratrice, estendibile al massimo ai quattro mesi del bambino, e seguita da un periodo a salario decurtato nel caso la mamma scelga di accudire personalmente il figlio o figlia estendibile, più o meno, fino ad un anno del bimbo. Restano dai due ai cinque anni, a seconda che si mandi il piccolo alla scuola dell’infanzia, scelta ormai quasi universale: in questi anni le uniche risorse gratuite sono i nonni, ove presenti. Dopo di che si entra nel tema delicato della “non scelta” di un percorso educativo, a costo zero solo se si sceglie una scuola statale e solo fino all’ingresso nel mondo universitario.

Per lo Stato italiano il figlio è tuo e te lo gestisci tu: ben diversa la scelta del governo svedese che, affrontando il suo inverno demografico già nel 1999, si segnalò per un sistema di welfare che comprendeva 480 giorni di congedo parentale pagati a salario normale, permessi retribuiti per malattie figli fino a 12 anni, e fino a 120 giorni, scuola gratuito fino a 19 anni, mensa compresa, e anche un bonus che potremmo dire “adolescente”, in quanto rappresentato da un assegno mensile di 100 euro minimo fino all’età di 16 anni. Per lo Stato svedese, il figlio è nostro e ce lo tiriamo grande assieme. Il risultato, già nel 2011, fu di riportare la natalità in Svezia a due figli, giungendo oggi a primeggiare nella classifica delle nazioni europee.

La Fondazione Agnelli ha il merito innegabile di aver affrontato il tema della denatalità legandolo, come è sua mission, al tema dell’educazione, e annunciando la perdita di circa 37mila classi in dieci anni, e di 55mila docenti, nonché un risparmio per le casse dello Stato di circa due miliardi di euro. Ma non si tratta certo di un grido di allarme, a meno che non si intenda con ciò la perdita di cattedre, le difficoltà per le richieste di trasferimento da Sud a Nord (visto che il calo di studenti riguarderà tutte le regioni) e il blocco del turnover degli insegnanti. Quest’ultimo aspetto, sottolinea Gavosto, direttore della Fondazione, avrà probabilmente ricadute negative sulla qualità dell’insegnamento andando ad incidere sulla “capacità di innovazione didattica dell’intero sistema di istruzione”.

Cosa si intenda con questa “capacità” è desumibile dalle proposte fatte sempre da Gavosto che, escludendo l’ipotesi del risparmio per il bilancio dello Stato (le cattedre saranno perse, ma non i docenti, tutti da ricollocare) propone sia la riduzione del numero medio degli studenti per classe sia l’aumento medio degli insegnanti per classe, oppure il loro utilizzo al pomeriggio, per una scuola di tempo pieno ed inclusiva che affronti disagi e dispersione.

Sopratutto l’aumento del tempo scuola, legato alla disponibilità forzata di docenti perdenti classi, sembra essere la soluzione più caldeggiata, e che non appare poi così dissimile dal “potenziamento” inserito nella “Buona Scuola” per consentire l’assorbimento in ruolo di una quota di docenti più o meno doppia di quella che, fra dieci anni, avrà un posto di lavoro assicurato, ma non delle classi.

Cosa potrà significare tutto questo? Forse docenti che non insegneranno più quanto avranno studiato, trasformati sempre più in erogatori di progetti contro dispersione ed abbandono scolastico, e ciò per costrizione, e non per scelta? Una classe di docenti del mattino, immutabile nella trasmissione di un sapere sclerotizzato, vista l’avanzata dell’età, e una classe di docenti del pomeriggio, di fatto privi di identità professionale? Il tutto in un contesto più volte emerso di degrado del tessuto scolastico, ormai non più soltanto segnato da dispersione ed abbandoni, ma da violenza fisica e verbale — queste sì vero allarme — verso i docenti da parte di studenti e talvolta genitori? Un incremento del tempo scuola può davvero intercettare positivamente questo malessere, e davvero 24 Cfu obbligatori in scienze antropologiche e pedagogico-didattiche potranno arricchire il bagaglio professionale dei nuovi docenti del Fit, gli stessi che, stando le cose come la Fondazione prospetta, entreranno nella scuola in numeri sempre più bassi, fino a non potervi entrare affatto?

Trasformare un fattore di crisi in un’occasione di sviluppo è certamente la ricetta vincente sia per il singolo che per la collettività, ma colpisce che la Fondazione Agnelli, il cui scopo da 50 anni è analizzare imparzialmente la realtà del mondo della scuola al fine di un miglioramento della qualità dell’istruzione, non spenda l’autorevolezza della propria indagine per sottolineare l’importanza di politiche, prima che strettamente scolastiche, sociali, volte ad incrementare la natalità, sopratutto considerando che tali politiche non sono certo a breve termine e neanche, in sé, sicure.

Dopo aver speso 60 miliardi in politiche a favore della natalità, in Francia nel 2017 il numero dei figli per donna è di nuovo sceso sotto quota due, il minimo per garantire un andamento demografico sano, pur restando la Francia con un indice ancora attivo. La scelta francese di reindirizzare le politiche pro natalità nel senso di una maggiore selettività e conseguente risparmio di risorse è sicuramente opportuna a breve termine, ma la parziale inefficacia delle misure economiche potrebbe, o forse dovrebbe, avviare qui, in Italia, a livello politico, e quindi anche di future politiche scolastiche, una riflessione sulla dimensione culturale della denatalità. Senza una cultura della vita l’Italia svanirà.

Per la scuola, una cultura della vita ha a che fare con una visione non generalista e non neutrale della proposta educativa, che rifiuti anche, sulla base dei risultati di sistema che ha generato, quella cultura dell’homo economicus che ha fatto del Novecento il “secolo della scuola”, in quanto la scuola è divenuta nel secolo scorso il diritto di tutti, passo necessario per la creazione di quella cultura di massa che è al servizio dell’economia e del profitto di pochi sui consumi di molti, se possibile di tutti.

Nel XXI secolo la scuola rischia di dissolversi e di resistere solo con “misure compensative”, volte solo a mantenere chi la scuola la dovrebbe servire, i docenti e gli amministratori della scuola anziché gli studenti.

E’ urgente che la scuola, anche nei suoi apparati istituzionali, e lo Stato, nella individuazione delle politiche scolastiche future, chieda l’aiuto del pensiero dei grandi educatori del Novecento, quali don Bosco, don Milani, e don Giussani, tutti appartenenti alla tradizione cattolica, realmente incentrata su quella valorizzazione della persona umana che prescinde dal suo valore economico.

IL SUSSIDIARIO 17 aprile 2018

 

“Dio è un poeta”. Dominique Wolton a colloquio con Papa Francesco

Dominique Wolton

Viene presentata nel giorno di san Giorgio — il 23 aprile alle 16.30 nella Sala Marconi della Radio Vaticana — la traduzione italiana del libro in cui Dominique Wolton ha raccolto i suoi incontri con Papa Francesco e soprattutto le risposte del Pontefice alle sue domande, corredate da un’efficace introduzione e da lunghi estratti di discorsi papali (Politique et société, Paris, Éditions de l’Observatoire, 2017, pagine 421, euro 21). Uscito il 6 settembre e già tradotto in spagnolo, il libro s’intitola in italiano Dio è un poeta. Un dialogo inedito sulla politica e la società (Milano, Rizzoli, 2018, pagine 266, euro 19). Presentato al Papa il 28 agosto scorso, il volume è organizzato in otto capitoli: pace e guerra; religioni e politiche; Europa e diversità culturale; cultura e comunicazione; l’alterità, il tempo e la gioia; la misericordia; la tradizione; un destino.

Intelligenza, libertà di spirito, umorismo, semplicità, ecco le parole che mi vengono in mente in modo spontaneo per caratterizzare il Santo Padre. E questo incontro intellettuale e umano — di cui il libro rende testimonianza, attraverso dialoghi vivi, a volte contraddittori, e in ogni caso inusuali — lo attesta. Perché probabilmente non c’era mai stato prima un simile incontro tra un papa e un intellettuale francese, laico e agnostico. Non è stata solo la libertà a sorprendermi, ma anche la fiducia che mi ha dimostrato in tutti i nostri scambi d’idee.

Uno degli enigmi, e il talento, di questo papa — il cui onomastico coincide con il giorno di pubblicazione del libro in italiano — è la sua capacità di essere compreso da tutti. Un discorso “laico” che raggiunge tutti e che fa di lui realmente il papa della mondializzazione. Come riesce a parlare con tanta semplicità e a farsi capire in tutti i paesi, ricchi e poveri, grandi o piccoli, in pace o in guerra? Da dove viene questo talento della comunicazione umana?

Sì, alla Chiesa cattolica per l’elezione del primo papa non europeo dopo tredici secoli è riuscito un colpo da maestro. L’istituzione è all’altezza di questo cambiamento totale. Il papa non solo si fa capire da tutti, ma parlando ispirato dal Vangelo, a favore dei poveri, dei bisognosi, degli esclusi, ritrova quello che milioni di uomini, credenti, atei o agnostici, si aspettano dalla religione, e non solo quella cattolica.

Non sono in grado di giudicare il suo operato — chi può esserlo? — ma sono anche colpito dalla gioia che esprime. Senza alcuna illusione sugli uomini e sulle istituzioni, vive comunque abitato da questa gioia, visibile nel suo umorismo, che è a sua volta percepito in tutto il mondo. Gioia, fiducia, apertura, ecco che cosa sorprende. E specialmente a favore delle Chiese nuove.

Sì, dialogare, moltiplicare i ponti, respingere i muri, è probabilmente una delle sfide più grandi di questo mondo diventato molto piccolo, grazie all’efficacia delle tecnologie di comunicazione, ma non per questo più rispettoso delle differenze di culture, di lingue e di visioni del mondo. Un mondo “trasparente” che potrebbe persino essere altrettanto violento, se non di più, di quello di ieri.

Ricercatore nel campo della comunicazione politica, della globalizzazione e della diversità culturale, non posso che essere sorpreso dalla volontà di papa Francesco di cercare proprio di conciliare apertura e rispetto, tradizione e modernità, ricerca della pace e condanna della guerra.

Questo incontro, così insolito, con i suoi consensi e i suoi dissensi, illustra la capacità del papa di dialogare nel rispetto reciproco. Quanti dirigenti politici avrebbero questa capacità? Non conformista? Forse — perché no? — forse anche per questo è tanto ascoltato, al di là delle istituzioni.

E se «Dio è un poeta», titolo dell’edizione italiana del libro che riprende una frase di papa Francesco, anche lui, a modo suo, forse lo è.

in Osservatore Romano 21 aprile 2018

Bergoglio tra teologia, etica e politica

Francesco Antonioli

Bergoglio è nato a Buenos Aires. Non a Marktl, a Wadowice, a Canale d’Agordo, a Concesio, a Sotto il Monte, come i suoi più recenti predecessori. Dunque è portegno, aggettivo o sostantivo – suggerisce il Devoto-Oli – che lo determina a tutti gli effetti figlio della grande capitale argentina. Metropoli dov’è cresciuto, nel quartiere di Flores, in una famiglia di emigrati, impregnato di cultura sudamericana. Il che fa una sostanziosa differenza nella forma mentis di Jorge Mario Bergoglio, il papa venuto «quasi dalla fine del mondo» il 13 marzo di cinque anni or sono.
Spesso lo dimentichiamo. Cosicché giunge a proposito il denso e articolato saggio Leggere Francesco. Teologia, etica e politica di Emilce Cuda, fresco di stampa per i caratteri di Bollati Boringhieri. Pagine per palati fini, ma aiutano a capire. Teologia del popolo o della liberazione? Comunismo? Quale filigrana intreccia il pensiero di Bergoglio? «Per un argentino – spiega la Cuda, che è teologa e filosofa della politica – liberalismo suona come conservatore; e ciò che nell’America del Nord corrisponde al liberalismo, in Argentina è progressismo. Per un argentino il pensiero socialista non è comunista, bensì populista, poiché l’avanzata del comunismo nei vari settori dei lavoratori argentini fu frenata dal movimento nazional-popolare. Distinzioni concettuali basilari per leggere Francesco, un papa argentino che non parla di “capitalismo”, ma di “sistema”; non di “classe”, ma di “popolo”; e per lui il popolo non è tutta la gente – secondo il concetto nordamericano di people -, bensì il popolo lavoratore».

Insomma, un rovesciamento rispetto a noi: categorie differenti, una declinazione tanguera della teologia della liberazione, una profezia cristiana disarmata, incarnata nella storia, radicata nel Concilio Vaticano II.

Francesco è tutto questo? «Con sorpresa di quanti hanno dato per finita la teologia come politica – incalza la studiosa – ovvero la teologia come legittimazione o messa in discussione dei fondamenti culturali dello Stato che causano la disuguaglianza, il papa oggi denuncia le nuove forme di povertà in cui poter riconoscere Cristo». Homeless, rifugiati, tossicodipendenti, anziani, migranti, nativi. E dunque il denaro additato come idolo, la finanza mondiale come causa di molti mali. Qui scatta la “pastorale teologica”: «Da un’etica intesa non come realtà di principi trascendentali, concepiti a priori rispetto alla realtà, bensì come principi trascendentali concepiti a posteriori, nel dramma della storia, e pertanto contingenti al divenire della cultura di ogni singolo popolo, e per il popolo stesso», precisa Emilce Cuda. Nasce così una “militanza” dei credenti che pone un’altra agenda all’etica e alla politica, in cui echeggiano le riflessioni dei teologi Murray, Congar, Chenu, de Lubac e Daniélou, soprattutto Juan Carlos Scannone, il gesuita argentino che di Bergoglio è stato anche professore. Non una occupazione di spazi, neppure radici o “principi non negoziabili”, ma sale e lievito: un processo in divenire. Comprensibile che non piaccia a una certa gerarchia clericale… E il peronismo? «Non è un tipo di fascismo – s’infervora Cuda -: nasce alla fine della seconda guerra mondiale, non è razzista; si allea con le fasce deboli dei lavoratori e non con le élite borghesi, non mette in atto lo sterminio sistematico delle persone. È, anzi, il movimento che promuove la mobilità sociale ascendente per mezzo del lavoro».

Il passaggio “da Bergoglio a Francesco” è lineare: il politico, indica la studiosa, è sempre al centro del dibattito teologico, s’interessa del conflitto sociale, ma punta ai fondamenti culturali nelle società democratiche, senza «che i loro principi costitutivi di uguaglianza vengano messi in discussione o minacciati, come succederebbe in una prospettiva marxista radicale». Ha dunque ragione La Civiltà Cattolica a sottolineare che il pontificato di Francesco è «intimamente e profondamente drammatico». La radicalità evangelica, peraltro, è divisiva quanto decisiva. D’altronde, c’era un indizio preciso già nell’enciclica Evangelii Gaudium del novembre 2013: «la realtà è superiore all’idea» e tra le due «si deve elaborare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà», creando quei cortocircuiti tipicamente occidentali – le ideologie – o tremendamente moralistici, che impediscono – inutili fardelli – il ritorno alla centralità evangelica della misericordia. Una sfida ancora aperta. Che per l’immediato futuro i gesuiti fotografano con i versi del poeta Antonio Machado: se hace camino al andar, il cammino si apre strada facendo. Emilce Cuda l’ha intuito bene: «Il fondamento teologico di Francesco in risposta a un sistema che uccide? Se l’uomo è l’immagine della comunione, della comunicazione della partecipazione trinitaria, allora la salvezza è sociale».

Emilce Cuda, Leggere Francesco. Teologia e politica, Prefazione di Juan Carlos Scannone, Bollati Boringhieri, Torino, pagine 258, € 20

in “Il Sole 24 Ore” del 22 aprile 2018

Earth Day (Giornata della Terra). «Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi»

Giorgio Nebbia

Il 22 aprile 1970 fu dichiarato «giornata della Terra» in molti paesi del mondo e anche in Italia. Fu un evento importante, i movimenti ambientalisti in Italia erano appena nati – Italia Nostra esisteva dal 1955, il Wwf era stato fondato due anni prima, la Legambiente sarebbe nata dieci anni dopo – ma era vivace la protesta contro i fumi delle fabbriche inquinanti, la congestione del traffico e l’avvelenamento dell’aria nelle città, le colline di rifiuti puzzolenti, l’erosione delle spiagge e delle colline. Amintore Fanfani, che allora era presidente del Senato, creò una commissione «speciale» invitando alcuni studiosi ad informare i senatori sui «problemi dell’ecologia».

Erano anni di lotte operaie e studentesche, era appena iniziata la dolorosa stagione degli attentati terroristici, ma la domanda di un ambiente pulito sembrava dare una luce di speranza per la costruzione di un mondo meno violento. Dell’ecologia, come si diceva allora, si cominciò a parlare nelle scuole, nelle università, nei partiti, nelle chiese.

In quella lontana «giornata della Terra» di quasi mezzo secolo fa sui muri delle città americane apparve un manifesto in cui era riprodotta la vignetta di un fumetto, allora celebre, Pogo, un opossum umanizzato che, come molti personaggi dei fumetti, ironizzava sul comportamento, nel bene e nel male, degli umani. Pogo guardava un diligente ecologista che gettava per terra un foglio di carta straccia, e Pogo si chinava a raccoglierlo mormorando sconsolato: «Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi».

Anche oggi quante volte si vedono delle degnissime persone, eminenti nella loro professione, che si dichiarano fedeli amici dell’ecologia, ma poi nella vita quotidiana si comportano in maniera esattamente contraria a quanto dicono di essere.

Ciò avviene perché i comportamenti ecologicamente corretti sono scomodi e sgradevoli, tanto che devono essere regolati con leggi che puniscono (dovrebbero punire) le violazioni. Prendiamo il caso dei rifiuti: in Italia ogni persona produce, in un anno, circa mezza tonnellata di rifiuti solidi domestici: verdura, carta straccia, imballaggi, plastica, vetro, scarpe rotte, frigoriferi e televisori usati; tre o quattro milioni di tonnellate di automobili vanno alla «rottamazione» contribuendo all’aumento dei metalli, gomme, oli usati che finiscono da qualche parte.

La grande massa dei rifiuti della vita civile è estremamente sgradevole: ingombra le strade, puzza, lascia colare liquidi che inquinano le acque dei pozzi e dei fiumi, impone dei sistemi di raccolta costosi e che intralciano il traffico. E, come nella commedia di Ionesco, «Come sbarazzersene», anche i rifiuti aumentano sempre di volume e aumenta il disturbo che arrecano agli altri cittadini, al «prossimo» vicino, della stessa strada o città, o lontano, del luogo dove sono localizzati la discarica o l’inceneritore e addirittura al prossimo planetario per l’emissione di gas (metano, anidride carbonica) che derivano dalla decomposizione o combustione dei rifiuti e che alterano il clima planetario presente e futuro.

Ma i rifiuti non vengono giù dal cielo e sono il risultato di comportamenti buoni, anzi lodevoli, dei singoli cittadini, di quelle operazioni di «consumo» delle merci che i saggi governanti invitano ad aumentare continuamente perché così gira meglio l’economia.

Si potrebbe avere lo stesso benessere, gli stessi servizi, gli stessi oggetti, generando meno rifiuti, arrecando «meno» danno al prossimo? Si potrebbe e addirittura è richiesto dalle leggi: le fabbriche potrebbero diminuire la massa degli imballaggi e produrre imballaggi riciclabili, ma è scomodissimo e costoso cambiare la forma e la fabbricazione delle merci. Le singole persone potrebbero raccogliere separatamente la carta straccia che potrebbe essere riciclata, lo stesso vale per il vetro e la plastica; ma queste operazioni che, prima di essere rispettose dell’ambiente sarebbero rispettose del prossimo, in senso cristiano, se volete, sono tutte scomode. Bisogna fare cento passi di più per raggiungere il cassonetto di raccolta della carta, bisogna avere cura e sapere — ma chi informa in maniera paziente e convincente ? — che non si deve mettere carta e plastica insieme, vetro e plastica insieme (perché così non si ricupera più né plastica né carta né vetro).

La possibilità di vivere in un ambiente meno violento e più sano non dipende tanto dalla moltiplicazione delle discariche o degli inceneritori o delle marmitte catalitiche, ma da un recupero dell’etica, del rispetto del prossimo, sollecitato dai governanti, dagli uomini di spettacolo, dagli uomini di chiesa che parlassero «opportune et importune», come scrive Paolo a Timoteo e come sta facendo adesso Papa Francesco. La mia modesta esperienza suggerisce che le persone sono migliori di quanto si pensi: l’altro giorno ho visto, in una grande città, un cassonetto in cui i cittadini erano invitati a mettere le bottiglie di vetro «bianco», più facilmente riciclabile di quello colorato: il cassonetto era strapieno e bottiglie bianche erano depositate tutto intorno: i cittadini avevano raccolto un invito fatto bene e avevano risposto facilmente. Forse «il nemico» di cui parlava Pogo, siamo proprio noi che non parliamo con chiarezza e non testimoniamo con coerenza l’ecologia professata a parole.

in “il manifesto” del 22 aprile 2018

Italiano. Una lingua trascurata dagli italiani

Giacomo Scanzi

Qualche tempo fa, in Francia, chiesi la cortesia alla signora che mi accoglieva all’entrata dell’albergo di ricaricare il mio computer. Alla mia domanda mi guardò strano. E capii subito che il problema, nella mia frase in francese comprensibile, era proprio la parola “computer”Diamine, come potevo aver scordato che in Francia non si può dire “computer”? Non perché sia vietato, ma perché la parola è in massima parte inutilizzata, e dunque intimamente sconosciuta. Occorre dire ordinateur. Da noi sarebbe risibile ostinarsi a dire “calcolatore”, anche perché quella macchinetta ormai non fa più solo calcoli. E tuttavia un che di patetico continuo a vederlo in quelli che mi invitano a un lunch o chiedono una pausa per il coffee break o mi convocano per un brain storming o mi dicono che quella cosa è friendly.

Di solito mi capita di rispondere annunciando i miei prolegomeni, scusandomi per i paralipomeni, e via discorrendo. Sì, lo so, sono cose da bastian contrario. E invece la questione è seria. Non perché sia intervenuta nientemeno che l’accademia della Crusca a bacchettare il ministro italiano dell’istruzione e dell’università per l’uso eccessivo e qualche volta a vanvera di termini inglesi nei documenti ufficiali, ma perché alla base della querelle — chiedo scusa, ma a me il francese piace — sta la solidità culturale e, dunque, linguistica di un intero paese e, direi, di un intero popolo, a cominciare dai giovani.

Basta frequentare con qualche assiduità le aule di un’università per accorgersi immediatamente della povertà lessicale degli studenti, della loro incapacità di comprendere testi complessi, della confusione semantica che regna nelle loro teste, per cui usano, nell’esprimere concetti, parole inappropriate, cui affidano significati a caso, inventati lì per lì. Però sanno che cos’è un teaser (annuncio pubblicitario “stuzzicante”) e parlano di slide senza conoscerne il corrispettivo italiano, e cioè “diapositiva”.

Come sempre, in Italia le questioni radicali si trasformano in polemica, creano le tifoserie e lanciano il pendolo dei pro e dei contro agli estremi. Difendiamo la lingua nazionale o dobbiamo tutti sapere l’inglese (e con insegnanti madrelingua). Mah, tutto vero e tutto giusto. Ma anche tutto astratto e terribilmente finto, come finto rischia di essere il mondo culturale che andiamo proponendo ai nostri giovani. Perché la questione a mio avviso è innanzitutto quella della costruzione di un mondo e di un immaginario linguistici, di una pertinenza lessicale con la realtà che permetta ai giovani di consolidare l’alfabeto dei significati, dei giudizi, delle decisioni, delle scelte e perfino delle divagazioni. Pare invece di vedere — nelle scelte di politica scolastica degli ultimi anni — una sorta di cultura del post-it (dal marchio del diffusissimo foglietto colorato d’appunti), in cui tradizione e innovazione si giocano una battaglia a chi appiccica meglio e di più.

La lingua serve a comprendere e descrivere il mondo, a possederlo nell’universo culturale che è proprio di ciascuno. Non è lo strumento, così piccolo-borghese, per selezionare porzioni di società, esattamente come si fece decenni or sono con i dialetti. Una lingua non va difesa, come fosse un panda, magari con uno sguardo di altezzosa commiserazione: ma come può un ministro affermare che l’italiano va consolidato e promosso? Una lingua va curata, sviluppata, arricchita, animata perché lingua e linguaggio sono innanzitutto strumenti di amore e di verità. In un mondo giovanile che ormai molto spesso è ridotto al grugnito, che si autodefinisce in linguaggi suoi propri, veloci, sintetici, simbolici, il rischio non è che non si sappia l’inglese e nemmeno che si dimentichi l’italiano; il rischio è che non si sappia più definirsi nel mondo e trovare in esso il proprio posto.

Non sappiamo più leggere un libro, e se lo leggiamo non ne comprendiamo il significato. A questo è arrivato il nostro popolo, e in gran parte il popolo dei nostri giovani, anche di quelli che accedono a quella sorta di finzione che si chiama università.

Mi pare di rivedere la povera Maria Antonietta, che, senza rendersi conto che di lì a poco avrebbe perso la testa, rispondeva a chi le faceva presente che il popolo chiedeva pane e che di pane non ce n’era, di dare loro le brioches.

Osservatore Romano 20 aprile 2018

 

Il bullismo oggi, tra carenze educative, assenza di limiti e social network

Redazione ANSA 21-04-2018

Sempre più spesso la cronaca riporta episodi di bullismo e di comportamenti violenti, non solo verso coetanei ma anche verso docenti. Sono tanti gli interrogativi: ci si chiede se il fenomeno sia in aumento, quali siano cause e responsabilità, come intervenire. In un’epoca di crisi delle istituzioni educative, dalla famiglia alla scuola, si assiste però anche al ‘bullismo dei genitori’, pessimi esempi per probabili futuri bulli, che asfaltano l’autorità scolastica anche per futili motivi o aggrediscono verbalmente e fisicamente gli insegnanti.

   Secondo un’indagine Amnesty International-Doxa, condotto su un campione di mille persone, per 7 italiani su 10 il fenomeno del bullismo è in crescita. Ma la responsabilità, secondo quasi la meta’ degli intervistati (45%), è che l’incremento si sia verificato proprio a causa della “grande cassa di risonanza fornita dai social media”, mentre il 26% ritiene che la crescita sia dovuta al costante “clima di incitamento all’odio e alla discriminazione presente sui media”. Per un italiano su quattro, invece, il bullismo e’ sempre stato presente e non ci sono differenze sostanziali rispetto al passato, se non un incremento delle denunce.

   Un sondaggio condotto dal Centro Pio La Torre tra oltre 2500 studenti rivela che 1 ragazzo su 3 afferma di aver assistito personalmente ad atti di bullismo, quasi il 90% degli studenti pensa sia un fenomeno molto diffuso all’interno delle scuole e il 42% pensa che sia la scuola il contesto nel quale maggiormente si faccia uso della violenza.

   Il bullismo e’ anche frutto di una carenza educativa da parte delle famiglie, con genitori che accontentano i figli in tutto e non pongono loro limiti pensando di fare il loro bene. Ciò porta all’incapacità dei giovani di gestire conflitti e normali dinamiche relazionali con i coetanei. Ad aggravare il problema le tecnologie digitali messe impropriamente in mano a giovanissimi, non in grado di usarli. Lo spiega all’Ansa Daniele Novara, direttore del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti: “Non c’e’ un aumento del fenomeno bullismo, troppo spesso confuso con normali episodi di disturbo tra coetanei, da sempre parte delle normali dinamiche scolastiche e giovanili.

   Il vero bullismo prevede che la vittima sia oggetto di violenza intenzionale, fisica o verbale, sadica, da parte di un compagno” Novara, autore del libro ‘I bulli non sanno litigare’ (Rizzoli) insieme allo psicologo Luigi Regoliosi chiarisce che il bullismo ha luogo in presenza di tre indicatori molto precisi e tassativi: prepotenza intenzionale e orientata a creare un danno, continuativa nel tempo verso una stessa vittima, la quale deve essere palesemente inferiore di forze rispetto al bullo e incapace di difendersi. Infatti l’inglese ‘to bull’ esprime sadismo contro una persona che non si può difendere. In Italia la parola e’ tradotta in modo letterale, ma per noi il bullo e’ un ragazzino gradasso e prepotente, non un violento efferato. In questo modo si diffonde un allarme ingiustificato, sostiene l’esperto: ad esempio da alcune statistiche emerge che alle elementari un bambino su due sarebbe vittima di bulli, eppure a ben vedere non parliamo di atti di violenza, ma solo di episodi di disturbo.

Anche il pericoloso fenomeno del cyberbullismo può essere fermato educando i giovani, dando limiti e regole: “I genitori devono controllare i telefonini dei figli fino a 15 anni, impedirne l’uso di notte, regolare l’uso diurno. Inoltre, fino a 13 anni non bisognerebbe usare gli smartphone, i bambini sono troppo immaturi per usarli in modo adeguato”, conclude.

Per approfondire:

Gli SPIRITUALS, dalla fede degli schiavi un patrimonio dell’umanità

Andrea Milanesi

La voce di un popolo intero, radicata nella più profonda tradizione musicale americana e idealmente rappresentata da quella del baritono Lester Lynch, che si fa appunto letteralmente “portavoce” del grande repertorio degli spirituals, le cui origini più antiche risalgono a secoli lontani. «Un eccezionale patrimonio spirituale nazionale e il più grande dono del popolo afro-americano agli Stati Uniti», lo ha definito il cantante, che nel cd On my journey now ha raccolto una significativa e affascinante antologia di 25 tra canzoni dei tempi della schiavitù e del lavoro nelle piantagioni, inni biblici e religiosi, di speranza e libertà.

Titoli come il celeberrimo Nobody knows the trouble I’ve seen, Deep river, Ain’t-a that Good News, Joshua fought the Battle of Jericho, ma anche brani dalla più marcata impronta spirituale, da Go down Moses (in cui i lavoratori oppressi lungo le rive del fiume Mississippi si paragonano agli Israeliti in Egitto) a My Lord what a morning, da Give me Jesus give me Jesus alla splendida Amazing Grace, scritta nel XVIII secolo da un ex mercante di schiavi pentito e convertito.

Lynch è un artista che ha cantato con le migliori orchestre del mondo, dai Berliner Philharmoniker alla New York Philharmonic, e in Italia è stato tra i protagonisti del Porgy and Bess di Gershwin andato in scena nel 2016 al Teatro alla Scala di Milano. Il suo timbro è caldo e profondo, a tratti un po’ troppo sbilanciato verso impostazioni da melodramma, ma riesce a esprimere in modo autentico la carica e l’intensità emotiva, il messaggio provocatorio ed edificante, l’immediatezza e la semplicità di questi brani, di cui ha anche scritto gli arrangiamenti e nei quali riconosce un valore di grande attualità: «Queste canzoni hanno avuto un profondo effetto sulla storia americana e io le interpreto per onorare coloro che hanno lottato (e sono morti) per la libertà; è mia speranza che possano far rinascere nuovamente la luce della libertà e della fede per ogni ascoltatore».

in AVVENIRE, venerdì 20 aprile 2018

Aa.Vv. On My Journey Now, Lester Lynch, Pentatone / Ducale. Euro 20,00