Sistema di istruzione. I rischi di una autonomia differenziata

CHIARA SARACENO

Il processo verso l’autonomia differenziata è iniziato, con conseguenze sull’unità e coesione del paese, e lo stesso ruolo dello stato, imprevedibili. In teoria, infatti, il menù di possibili richieste da parte delle regioni includono pressoché tutte le politiche pubbliche, dalla sanità alla scuola, dall’ambiente ai trasporti, dal lavoro alla ricerca.

Nessuno ha nostalgia di un centralismo che spesso si è dimostrato incapace di garantire omogenei diritti e condizioni di cittadinanza su tutto il territorio, lasciando il passo a quello che diversi anni fa avevo definito regionalismo e municipalismo selvaggio, ove le differenziazioni locali non dipendono dalle differenziazioni dei bisogni e dalle specificità dei contesti, ma dalla casualità delle scelte politiche e/o dalla diseguaglianza di risorse. Si pensi solo alla sanità, ma anche alla disponibilità di servizi per l’infanzia, di scuole attrezzate adeguatamente, di servizi sociali, di trasporti adeguati.

Nei decenni trascorsi dalla riforma costituzionale che ha introdotto l’autonomia regionale non si è ancora riusciti a definire i Lep, ovvero i livelli essenziali delle prestazioni a garanzia di una cittadinanza comune, mentre la litigiosità sui rispettivi poteri di stato e regioni è cresciuta senza alcun vantaggio per i cittadini. Il disegno di legge Calderoli moltiplicherà ulteriormente questa differenziazione senza principi, istituzionalizzandola, senza neppure passare dal Parlamento. Tra le vittime ci sarà la scuola e il suo compito costituzionale di formazione dei cittadini e di rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della personalità, come ha denunciato ieri la sovra-rete EducAzioni in un incontro dedicato ad alcune parole d’ordine con cui l’attuale governo identifica il proprio progetto politico, tra cui, appunto, l’autonomia differenziata (le altre erano merito, natalità, povertà minorile, cittadinanza per i minori stranieri).

Continua a leggere
Contrassegnato da tag ,

Riflessioni impolitiche sulla banalità della guerra

ENZO SCANDURRA

La torretta col cannone che ruota velocemente mentre la base è ferma, la carlinga dell’aereo che sembra l’ultima versione di un’auto avveniristica. Queste sono le immagini che la Tv ci propina ogni sera: gioielli della dinamica e della meccanica che fanno acrobazie come animali addestrati sulla piattaforma di un circo equestre. A vederle quelle immagini, isolate dal contesto bellico, appaiono affascinanti, dimostrano la creatività dell’uomo per superare qualsiasi ostacolo materiale e per vincere l’attrito. Una creatività impazzita.

Ma sono destinate a uccidere molti nemici, a distruggere manufatti (non importa se chiese o ospedali o scuole), a seminare terrore. Si nascondono tra la vegetazione o sibilano nell’aria velocissimi. Non si vedono ma se ne attendono i boati che arrivano puntuali sugli obiettivi e che distruggono beni, oltreché persone, edificati con tanti sforzi collettivi. L’immagine seguente è terribile: palazzi sventrati e sfigurati, auto ridotte a carcasse, alberi sradicati, persone disperate (almeno i sopravvissuti) che vagano inebetite per le strade o fissano attonite quel che rimane delle loro case.

È la guerra.

Chi mai potrebbe essere d’accordo con simili scene apocalittiche fino a ieri viste soltanto nei film e ora inaspettatamente reali? Da una parte si invoca la causa dell’accerchiamento delle potenze occidentali della Nato, dall’altra la giusta causa della resistenza all’invasione. E di queste “ragioni” che se ne fanno i morti, i corpi straziati, quelli avvolti impietosamente nella plastica come fossero rifiuti, smembrati, sfigurati; non più corpi né persone, scarti, oggetti, residuali bellici?

Continua a leggere
Contrassegnato da tag ,

Giovani. Thomas, ucciso in piazza a 18 anni. E noi adulti ci chiediamo: cosa manca?

MAURIZIO PATRICIELLO

Thomas, il 18enne di Alatri vittima di un agguato, è morto. Abbiamo sperato che non accadesse. Abbiamo pregato che ci venisse risparmiata questa ulteriore, assurda sofferenza. Nostro figlio – mi perdonino i suoi genitori – è morto, colpito da proiettili sparati forse per una assurda vendetta, forse per sbaglio, mentre stava in piazza con gli amici. Lo sconcerto è grande. Non sappiamo che pensare, che dire. Ammettiamo di essere disarmati di fronte a un problema che diventa sempre di più un dramma. I nostri – e dico i nostri, perché tali li sentiamo e sono – i nostri ragazzi non sanno più divertirsi? La loro giovane età, l’entusiasmo che esplode nella loro carne, gli studi, il vivere in un paese in pace, tutto questo non basta più? Possibile che non si rendano conto che una loro azione, violentemente sciocca, li condanna poi a una vita grama? Che in questa “ discesa agli inferi” trascinano con sé le loro famiglie, i loro amici, le loro innamorate?

Che cosa manca, dunque? Ecco, la domanda che mette in crisi gli adulti, siano essi genitori, insegnanti, educatori, preti, vescovi. Ecco la domanda davanti alla quale ognuno deve avere l’umiltà di deporre le proprie ideologie, le proprie ricette – che non sono bastate a impedire che drammi già accaduti accadessero ancora – e metterci insieme per tentare di capire. Per guardarci in faccia e chiederci se e in che cosa abbiamo sbagliato.

Continua a leggere
Contrassegnato da tag , ,

MYANMAR: A due anni dal golpe militare

ISPI Focus

Due anni: tanto è passato da quando il Tatmadaw, l’esercito del Myanmar, imponeva un cambio di regime alla ex Birmania. Appena poche ore prima i militari avevano fatto irruzione nelle case dei vertici della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il partito che per la seconda volta in cinque anni aveva vinto liberamente le elezioni, per metterli agli arresti. Tra loro anche Aung San Suu Kyi, leader indiscussa del partito e simbolo della lotta contro i militari. Si apriva così una nuova stagione di violenze nel paese, governato con il pugno di ferro dai militari dal 1962, ma che dal 2011 aveva registrato qualche apertura democratica, tra cui la possibilità di organizzare le elezioni parlamentari. Gli ultimi due anni sono stati caratterizzati invece da lotte e scioperi generali, animati dalla società civile e partecipate soprattutto da ragazzi e ragazze della generazione Z, i giovanissimi cresciuti nell’era della cosiddetta ‘transizione’ e che ritengono inaccettabile la dittatura militare. Da 24 mesi l’esercito di Myanmar continua ad arrestare arbitrariamente, torturare e uccidere e a commettere gravi violazioni dei diritti umani, compresi attacchi aerei e terrestri contro le popolazioni civili. In una recente risoluzione, il Consiglio di sicurezza (su cui pesa l’opzione di veto della Cina) ha espresso “profonda preoccupazione” per il perdurare dello stato di emergenza nel paese, e per il “grave impatto” del golpe sul popolo birmano. Una prima risposta che – come ha sottolineato il Rappresentante speciale dell’Onu Thomas Andrews – appare del tutto insufficiente a fronte di una crisi di cui la comunità internazionale sembra essersi dimenticata.

Continua a leggere
Contrassegnato da tag

Sette pilastri dell’educazione secondo J. M. Bergoglio

ANTONIO SPADARO

ABSTRACT – La sfida educativa è al centro dello sguardo dell’attuale Pontefice da sempre. E si possono individuare sette colonne del suo pensiero educativo così come si è formato durante il suo ministero episcopale a Buenos Aires fino all’elezione al pontificato.

  1. Educare è integrare. L’arcivescovo Bergoglio inquadra l’educazione sempre all’interno di una visione ampia della società, come un contesto vitale di incontro e di assunzione di impegni comuni per la costruzione della comunità civile. Educare, dunque, significa costruire una nazione e l’educazione non è un fatto esclusivamente individuale, ma popolare.
  2. Accogliere e celebrare le diversità. Un altro elemento centrale per la costruzione sociale è l’accoglienza delle diversità. Le differenze vanno considerate come «sfide» positive, risorse, non problemi, da valorizzare per il bene di tutti, per la costruzione di una società e di un futuro insieme come popolo.
  3. Affrontare il cambiamento antropologico. Francesco sa perfettamente che le sfide educative oggi non sono più quelle di una volta ma non si può assumere l’atteggiamento dello struzzo e fare «come se» il mondo fosse diverso. Paolo VI, tanto stimato da Francesco, aveva scritto che evangelizzare significa «portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità che si trasformano»; altrimenti, egli proseguiva, l’evangelizzazione rischia di trasformarsi in una decorazione, in una verniciatura superficiale.
  4. L’inquietudine come motore educativo. Bergoglio afferma che l’unico modo per riguadagnare l’eredità dei padri è la libertà: ciò che ricevo è mio solamente se attraversa la mia libertà. E non c’è libertà se non c’è l’inquietudine. Per Bergoglio, la maturità dunque non coincide con l’adattamento e educare non consiste nell’ “adattare” i ragazzi.
  5. Una pedagogia della domanda. In un discorso di Bergoglio alle scuole cattoliche, egli dichiara: «Le nostre scuole non devono affatto aspirare a formare un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, ma devono essere il luogo dove vengono accolte tutte le domande». Anche perché: «La verità di Dio è inesauribile, è un oceano di cui a stento vediamo la sponda».
  6. Non maltrattare i limiti. Bisogna avere la consapevolezza e l’accoglienza dei limiti. Nel 2003, Bergoglio affermava l’esigenza di «creare a partire da ciò che esiste», e dunque senza idealismi. «Ma questo comporta – scriveva – che si sia capaci di riconoscere le differenze, i saperi preesistenti, le aspettative e finanche i limiti dei nostri ragazzi e delle loro famiglie».
  7. Vivere una fecondità generativa e familiare. L’educazione non è una tecnica, ma una fecondità generativa: «Dialogare è avere capacità di lasciare eredità». L’educazione è un fatto familiare che implica il rapporto tra le generazioni e il racconto di un’esperienza.

Vi è un’espressione estremamente sintetica che Bergoglio ha scritto agli educatori e con la quale possiamo rilanciare a questo punto la nostra azione ecclesiale: «Educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti».

Continua a leggere
Contrassegnato da tag

“Sussidiarietà e … sviluppo sociale”. Rapporto 2021-22

La dimensione sociale dello sviluppo sta ricevendo crescente attenzione, in particolare per l’aumento di povertà e disuguaglianza. Poco però si indaga sul contributo che le dinamiche sociali offrono alla tenuta e alla crescita del Paese.

Il Rapporto Sussidiarietà e… sviluppo sociale, presentato alla stampa il 31 gennaio 2023, e realizzato in collaborazione con Istat, mostra che la cultura sussidiaria contribuisce al benessere collettivo: partecipare ad attività sociali e di volontariato migliora la qualità della vita, facilita la ricerca di un lavoro e riduce il rischio di povertà. L’analisi statistica, condotta con appropriati indicatori, misura la stretta correlazione tra sentimento di apertura e fiducia della persona, partecipazione ad attività sussidiarie e sviluppo sociale.

Nello studio si approfondiscono le politiche europee e nazionali per la ripresa e l’inclusione sociale, il ruolo degli attori privati per una crescita economica socialmente sostenibile e la finanza a impatto sociale. Si presentano inoltre una serie di casi paradigmatici dove il percorso di orientamento sociale ha trovato concreta applicazione.

In sintesi, viene suggerito un approccio che metta al centro dei processi di sviluppo l’ecosistema dell’economia sociale. Un cambiamento che coinvolge il settore privato – con un approccio stakeholder oriented e con nuove forme di impresa –, le amministrazioni pubbliche – attraverso un’amministrazione condivisa con il Terzo settore – e il settore finanziario, grazie a investimenti socialmente responsabili. Il tutto cercando di dare conto della complessità e delle difficoltà che le società moderne stanno attraversando e che richiedono una capacità di adattamento continuo, che non può essere affidato esclusivamente allo Stato o al mercato.

SCARICA IL RAPPORTO IN PDF 

SCARICA IL RAPPORTO IN EPUB 

Contrassegnato da tag ,

La Chiesa protagonista della democrazia nella Repubblica del Congo

JASON STEARNS, intervistato da CHRISTOPHE CHÂTELET

Jason Stearns, direttore del Groupe d’étude sur le Congo, descrive il ruolo centrale svolto storicamente dalla Chiesa anche nello spazio politico.

____________________________________________

Papa Francesco si reca, martedì 31 gennaio, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), paese dell’Africa centrale, dove circa il 40% della popolazione è cattolica. Jason Stearns, direttore del Groupe d’étude sur le Congo, descrive il ruolo centrale svolto dalla Chiesa, anche nello spazio politico, a pochi mesi dall’elezione presidenziale prevista nel paese per la fine di dicembre.

Che cosa ci si può aspettare dalla visita di papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo?

Simbolicamente, questa visita è molto importante. Certamente il papa parlerà della miseria del popolo congolese, della guerra e della democrazia nella RDC all’emergere della quale la Chiesa ha molto contribuito. Ma esprimerà una richiesta specifica o una denuncia particolare? Probabilmente no. Riguardo al processo elettorale nella RDC, non mi aspetto nient’altro che un appello al rispetto della trasparenza.

La situazione attuale è molto diversa da quella che prevaleva prima delle presidenziali del 2018. All’epoca, appariva all’orizzonte una crisi democratica: il regime [quello del presidente Kabila] non voleva cedere il potere ed era pronto a compromettere la fondazione della democrazia. La Chiesa si è mobilitata per le strade, a livello diplomatico e politico per facilitare la mediazione tra l’opposizione e il potere. Ha svolto un ruolo chiave per impedire a Kabila di cambiare la Costituzione.

Continua a leggere
Contrassegnato da tag

No alla guerra e alle sue logiche, sì ai diritti e alla libertà delle persone

PAOLO NASO

A oltre un anno dalla “Operazione speciale” dell’esercito russo che ha invaso l’Ucraina, dobbiamo constatare che la situazione sul campo di battaglia rischia di stabilizzarsi in un equilibrio che allontana ogni speranza di pace. A dispetto del numero di medaglie al valore militare spillate sul petto dei generali russi, la loro strategia si è dimostrata fallimentare, costruita su premesse sbagliate e alimentata da un’ideologia patriottica e nazionalista che ha già esaurito la sua forza di mobilitazione. Dalle retrovie e dalle fila ancora silenziose della società civile russa emergono delusione, rabbia, sfiducia nei vertici militari che, nel lungo periodo, potrebbero essere i veri nemici di Putin, la “colonna interna” che minaccia il regime e la sua nomenklatura.

Lo scenario “né sconfitta né vittoria” è forse il peggiore perché è quello che allunga i tempi della guerra e induce le parti a rifiutare i tavoli del negoziato. In questo scenario, che temiamo sia destinato a prolungarsi ancora per alcuni mesi, proviamo a formulare tre considerazioni.

Continua a leggere
Contrassegnato da tag

Ritratto di un vescovo del terzo millennio secondo il card. Martini e papa Francesco

ORAZIO LA ROCCA

«Vicini alla gente come padri e fratelli, con mitezza, pazienza e misericordia. Poveri, non accecati dalla ricchezza. Senza ambizioni e voglia di carrierismo, privi di tentazioni di nobiltà e mondanità…». Ecco l’identikit del nuovo vescovo del terzo millennio. Lo traccia papa Francesco in un libro da poco in distribuzione, scritto idealmente a 4 mani col confratello gesuita e cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo Milano dal 1979 al 2002, scomparso il 31 agosto 2012 a 85 anni. Un testo —Il vescovo, il pastore, edito dalla San Paolo — suddiviso in due parti.

Nella prima, la ristampa de il “Il Vescovo”, scritto nel 2011 da Martini pochi mesi prima di morire dedicato alla figura, all’opera e al ruolo che i vescovi di oggi sono chiamati a svolgere. Nella seconda parte, il commento di papa Francesco che in molti tratti riprende le analisi di Martini. Argomento delicato, in quanto “strumento” operativo per ogni Papa nella investitura di quanti saranno inviati a governare le “provincie” della Chiesa, i vescovi, appunto, attualmente circa 5.400 in tutto il mondo, tra capi diocesani, ausiliari e titolari con incarichi al servizio della Santa Sede (nunzi apostolici, responsabili e segretari di dicasteri…), scelti in un “bacino” di oltre 400 mila sacerdoti.

Continua a leggere
Contrassegnato da tag

Africa: Papa Francesco e le altre guerre dimenticate

ISPI Focus

Papa Francesco inizia la sua visita nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, una visita storica per riportare al centro dell’attenzione mondiale i conflitti ‘dimenticati’.

Papa Francesco è atterrato oggi (31 gennaio 2023) a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), per una visita di sei giorni nel continente africano che lo porterà anche in Sud Sudan: due tappe in due paesi fragili dove il protrarsi di conflitti ha provocato lo sfollamento di milioni di civili. Il viaggio – il 40esimo dall’inizio del pontificato e il quinto in Africa – porta il papa in due nazioni in cui i cattolici costituiscono circa la metà della popolazione e dove la chiesa è stata a lungo protagonista nelle battaglie per la pace e la democrazia. Inizialmente prevista per lo scorso luglio, la visita era stata rinviata a causa di una riacutizzazione di un disturbo al ginocchio. Francesco è il primo papa a visitare la RDC da quando Giovanni Paolo II vi si recò nel 1985, quando il paese era ancora conosciuto come Zaire. La tappa di due giorni in Sud Sudan, venerdì prossimo, lo renderà il primo pontefice a visitare il più giovane paese africano (nonché del mondo), ma tuttora impantanato nella violenza, dopo che l’euforia per l’indipendenza ottenuta da Khartoum nel 2011 ha lasciato il posto a una sanguinosa guerra civile. In entrambe le tappe della sua visita apostolica, la priorità del papa saranno gli sforzi per favorire la pace in due paesi ricchi di risorse naturali ma afflitti da povertà, conflitti, corruzione e forme di ‘colonialismo economico’ e dove una percepita mancanza di interesse da parte della comunità internazionale sta alimentando il senso di rabbia e risentimento. “Sì, è vero, l’Africa è in subbuglio”, ha detto in un’intervista all’Associated Press prima della partenza, aggiungendo che la Chiesa può anche imparare dal continente e dalla sua gente: “Dobbiamo ascoltare la loro cultura: dialogare, imparare, parlare, promuovere”.

Continua a leggere
Contrassegnato da tag ,