Macron: serve un’Europa più forte per evitare il caos

Per affrontare le nuove sfide globali e non lasciare che il mondo precipiti “nel caos”, è necessario che “l’Europa sia più forte e autonoma” che mai. Emmanuel Macron parla al Bundestag, il parlamento tedesco, e rilancia  il processo di integrazione europea rivendicando alla Francia e alla Germania un ruolo di guida. 

“La coppia franco-tedesca ha il dovere di non far scivolare il mondo verso il caos. Per questo l’Europa deve diventare più forte, per questo deve essere più autonoma”, ha detto il presidente francese. 

Anche in termini di difesa comune e sicurezza, “è necessaria una maggiore sovranità europea”. Dopo il discorso al Bundestag, Macron avrà un incontro bilaterale con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Lunedì Francia e Germania presenteranno la proposta di un budget comune dell’Eurozona nel tentativo di rilanciare il progetto europeo. Macron nel suo discorso ha definito “incrollabile” il rapporto tra Parigi e Berlino.

“Il mondo è di fronte ad un crocevia”, ha detto il presidente francese. “O precipita in una fascinazione senza fine per una tecnologia senza coscienza, ad un nazionalismo senza pensiero e ad un fanatismo senza valori, oppure riesce a fare sue le straordinarie conquiste del progresso in modo che tutta l’umanità ne possa trarre profitto”.

Il discorso di Macron si è concluso tra gli applausi dei parlamentari tedeschi, con tanto di standing ovation.

in la Repubblica 18 novembre 2018

Sette parole per interpretare la società di oggi

Eleonora Sasso

Da ‘archistar’ a ‘terremoto’, da ‘corteggiamento’ a ‘memetica’, da ‘economia circolare’ a ‘specchio’: l’interpretazione della società contemporanea passa anche esplorando il significato vecchio e nuovo di vocaboli ed espressioni di uso comune. La sociologa Eide Spedicato Iengo li propone come ‘spunti di riflessione dalla A alla Z’ nell volume ‘Il presente e le parole’ (ed. Franco Angeli). E così, raccogliendo, accanto ai suoi i contributi di altri 14 studiosi di varie discipline, finisce per soddisfare le più disparate curiosità. “Alcune voci si impegnano a rispondere alle domande di sempre – scrive nell’introduzione – la vita, la morte, la guerra, la violenza, l’amore, la libertà, il potere, la temporalità. Altre si soffermano sui nuovi orientamenti valoriali e di costume che hanno despazializzato l’esperienza individuale (come face-book o rete), dato luogo a nuove forme cognitive, comportamentali, simboliche, aggregative e, parallelamente, reso vacillanti, in tempi brevissimi, contenuti, appartenenze, sistemi valoriali, comportamenti”.

Sfogliando il libro intrigano i titoli ‘Famiglia/famiglie/sfamiglie’, ‘Amicizie erotiche’, accanto a ‘Tradizioni e patrimonio culturale’, ‘Machiavellismo’, ‘Scuola (aggredita)’ e ‘Umano o non umano? Post-umano o Ibrividuo?’. Ecco alcune riflessioni:

Alla voce ‘Fuga’, parlando dei giovani che ‘fuggono’ all’estero, Nando Cianci, già docente e dirigente scolastico, coordinatore del blog http://www.apassoduomo.it,  scrive: “Nell’uso della parola ‘fuga’ per definire questo esodo c’è la cattiva coscienza di politici, giornalisti, intellettuali di un insieme di generazioni adulte che ha lasciato andare l’Italia alla deriva, che si è occupata quasi solo di emergenze e di questioni ‘politiche’ autoreferenziali di conservazione del potere di singoli e di gruppi. Che non ha fatto prevenzione (e perciò non ha favorito la ricerca, che ne è un fondamento essenziale)”.

Alla voce ‘bullismo’ Vittorio Lannutti, docente e  fondatore di Edera, parla del ‘peer mentoring‘, strumento utilizzato nel contesto europeo in associazione al counseling per contrastare e prevenire il fenomeno. “Il peer mentoring si differenzia dal mentoring per il fatto che la funzione di mentor viene svolta non da un adulto, bensì da un altro giovane, generalmente di pochissimi anni più grande del mentee. L’efficacia di questo metodo è emersa in una ricerca svolta nelle scuole britanniche dove viene utilizzato da quasi trent’anni”.

Tecnologie e culture è il prezioso contributo di Francesco Iengo, indimenticato docente di Estetica all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti. “La superiorità tecnologica può generare ideologie da arroganza, l’inferiorità mitologie da frustrazione – è l’incipit da un saggio pubblicato nel 1999 – Se chi è aggredito per la prima volta da un uomo a cavallo ‘vede’ un Centauro, chi dotato di arnesi di ferro aggredisce un territorio ancora all’età della pietra, non è mai un invasore: è un conquistatore, un colonizzatore o uno scopritore. E’ un invasore solo chi dispone di tecnologie meno efficienti o al massimo uguali a quelle dell’aggredito (…). Ed è in forza di questa ideologia che noi oggi siamo più inclini a vedere l’Occidente invaso da tutto il mondo sottosviluppato, che, al contrario, l’Occidente portare a termine, mediante le sue ultime invenzioni televisione e computer, l’invasione del mondo. Questo è appunto possibile in quanto, mentre l’invasione del sottosviluppo è tuttora soltanto fisica, quella dell’Occidente è essenzialmente tecnologica. Il che, peraltro, da un lato rende quest’ultima enormemente più importante dell’altra, e da un altro lato (in virtù delle nuove tecnologie, a loro volta enormemente più efficienti di quelle meccaniche), rende l’Occidente di gran lunga più imperialista oggi che nel periodo in cui il marxismo lo definì tale”.

 Illuminante la voce curata da Lia Giancristofaro, tra l’altro membro della Società Italiana per la Museografia e i Beni Demo-Etno-Antropologici. Il titolo è “Tradizioni e patrimonio culturale”: “Nella società caratterizzata da scambi indiretti e dal cambiamento veloce, l’attività di tener vive le tradizioni popolari si è esplicitata e si è professionalizzata, fino a diventare una forma di educazione o persino di intrattenimento pubblico. Le nuove tecnologie della comunicazione tendono a creare comunità temporanee e sembrano inadatte a trasmettere contenuti profondi. La circolazione telematica della terminologia ‘indigena’ attualmente si realizza in maniera continuativa e senza costi apparenti, ma non garantisce il rinnovamento e la rielaborazione dei valori delle culture locali nella loro dimensione più intima e domestica. La frizione tra il bisogno popolare di tradizioni e le derive populiste ed etnocentriche che possono scaturire da un uso non mediato delle tradizioni hanno sollecitato lo sviluppo di accordi internazionali riguardanti il folklore, la diversità culturale e il patrimonio immateriale”.

 Simone D’Alessandro, docente di Sociologia, introduce alla “Memetica”: “Nel 1976 Richard Dawkins, biologo e pedagogo pubblica ‘Il Gene Egoista’ e introduce per la prima volta il neologismo ‘meme’. L’autore sostiene che siano i geni a determinare la nostra sopravvivenza (e non viceversa) e che tali geni siano ‘costituiti da molecole in grado di realizzare copie molto fedeli di se stesse’. Egli tuttavia sostiene che anche il sistema culturale sia costituito da unità di misura piccolissime che hanno il compito di replicare se stesse. A tali unità dà il nome di ‘meme’, dal greco mimesis (imitazione), unità di misura dell’informazione culturale. I memi non vengono trasmessi per via genetica, ma per via culturale. Sono idee di base che ‘infettano’ il sistema sociale (del resto lo scrittore William Borroughs già nel 1962 diceva che il linguaggio è un virus) e hanno il compito di replicare se stesse”. L’intervento di D’Alessandro si conclude con una interessante serie di domande: “Esistono i memi dei memi, ossia le unità di misura di base che scatenano tutte le battaglie del mondo delle idee? Esistono cure adatte ad attenuare certe influenze virali dannose per il nostro mondo simbolico? Come si generano i virus mentali del complottismo, del capro espiatorio, del pensiero unico: manifestazioni evidentemente nocive di idee che attaccano il nostro sistema cognitivo, intasandolo? La memetica può dare delle risposte o forse non è anch’essa una variazione memetica già presente in passato nella filosofia del linguaggio e nella semiologia?”.

 Un’analisi del ruolo dell’architettura nella società lo fornisce Massimo Palladini, architetto e urbanista, nella voce ‘Terremoto’, con riferimento al dibattito sui ritardi della ricostruzione nelle aree del centro Italia. Dopo aver parlato di esperienze di ricostruzione postbellica scrive “Anche nelle aree appenniniche la componente identitaria, per centri antichi ricchi di storia e fascino, esercita un grande ruolo; tuttavia il ‘com’era, dov’era’, piuttosto che fornire un efficace indirizzo operativo (stretto com’è tra l’adozione acritica di tecniche moderne e la necessità di districarsi nella complessa stratificazione degli insediamenti) sembra ammantare l’incapacità di adeguare a realtà territoriali in crisi già prima del sisma teorie e pratiche della programmazione economica e della pianificazione urbanistica; e rivela una crisi disciplinare dell’architettura, in difficoltà nel confrontarsi con i contesti storici e naturali senza ricorrere al mimetismo o allo scandalo”.

 Per concludere, tra i tanti interventi a firma della curatrice, Eide Spedicato, suscita più di una riflessione quello su ‘O come Olfatto (addomesticato)’: “Sono molte le proposte di persuasione dell’olfatto che la contemporaneità sta attivando per ampliare la frontiera del naso, raffinato esploratore delle cose. Tuttavia, qualunque possano essere i risultati, appare chiaro che tali procedure non sono in grado di riprodurre i messaggi di quella memoria olfattiva che consentiva, un tempo, di allacciare la fragranza di un fiore all’immagine di una persona o il profumo di un biscotto ad un’età trascorsa. Il motivo è semplice quanto evidente: perché tali procedure poggiano su percorsi artificiali, falsi, seriali. Voglio dire che la contemporaneità , avendo divorziato dal tempo della natura, ha imboccato la strada bicromatica del bianco e nero olfattivo, ossia di unità monocordi, denaturate, antitetiche al vocabolario capricciosamente cromatico degli odori”.  

“Injustice is the perverse root of poverty. L’ingiustizia è la radice perversa della povertà”.

Pope Francis – WORLD DAY OF THE POOR

 [ DE  – EN  – ES  – FR  – IT ]

Let us look at three things Jesus does in today’s Gospel.

First: while it is still day, he “leaves”. He leaves the crowds at the height of his success, acclaimed for his multiplication of the loaves. Though the disciples wanted to bask in the glory, he tells them to go ahead and then dismisses the crowd (cf. Mt 14:22-23). Sought by the people, he goes off by himself; as the excitement was winding down, he goes up the mountain to pray. Then, in the dead of night, he comes down and goes to the disciples, walking on the wind-swept waters. In all of this, Jesus goes against the current: first, he leaves behind success, and then tranquillity. He teaches us the courage to leave: to leave behind the success that swells the heart and the tranquillity that deadens the soul.

To go where? To God by praying, and to those in need by loving. These are the true treasures in life: God and our neighbour. And this is the road Jesus tells us to take: to go up to God and to come down to our brothers and sisters. He tears us away from grazing undisturbed in the comfortable meadows of life, from living a life of ease amid little daily pleasures. His disciples are not meant for the carefree calm of a normal life. Like Jesus, they make their way travelling light, ready to leave momentary glories behind, careful not to cling to fleeting goods. Christians know that their homeland is elsewhere, that they are even now – as Saint Paul reminds us in the second reading – “fellow citizens with the saints and members of the household of God” (cf. Eph 2:19). They are used to being wayfarers. We do not live to accumulate; our glory lies in leaving behind the things that pass away in order to hold on to those that last. Let us ask God to make us like the Church described in the first reading: always on the move, good at leaving and faithful in serving (cf. Acts 28:11-14). Rouse us, Lord, from our idle calm, from the quiet lull of our safe harbours. Set us free from the moorings of self-absorption that weigh life down; free us from constantly seeking success. Teach us, Lord, to know how to “leave” in order to set out on the road you have shown us: to God and to our neighbour.

The second thing: in the heart of the night, Jesus reassures. He goes to his disciples, in the dark, walking “on the sea” (v. 25). The “sea” in this case was really a lake, but the idea of the “sea”, with its murky depths, evokes the forces of evil. Jesus, in effect, goes to meet his disciples by trampling on the malign foes of humanity. And this is the meaning of the sign: rather than a triumphant display of power, it is a revelation of the reassuring certainty that Jesus, and Jesus alone, triumphs over our greatest enemies: the devil, sin, death, fear, worldliness. Today, and to us, he says: “Take heart, it is I; do not be afraid” (v. 27).

The boat of our life is often storm-tossed and buffeted by winds. Even when the waters are calm, they quickly grow agitated. When we are caught up in those storms, they seem to be our only problem. But the issue is not the momentary storm, but how we are navigating through life. The secret of navigating well is to invite Jesus on board. The rudder of life must be surrendered to him, so that he can steer the route. He alone gives life in death and hope in suffering; he alone heals our heart by his forgiveness and frees us from fear by instilling confidence. Today, let us invite Jesus into the boat of our life. Like the disciples, we will realize that once he is on board, the winds die down (cf. v. 32) and there can be no shipwreck. With him on board, there will never be a shipwreck! Only with Jesus do we then become capable of offering reassurance. How greatly we need people who can comfort others not with empty words, but with words of life, with deeds of life. In the name of Jesus, we are able to offer true comfort. It is not empty words of encouragement, but the presence of Jesus that grants strength. Reassure us, Lord: comforted by you, we will be able to bring true comfort to others.

The third thing Jesus does: in the midst of the storm, he stretches out his hand (cf. v. 31). He takes hold of Peter who, in his fear and doubt, was sinking, and cried out: “Lord, save me!” (v. 30). We can put ourselves in Peter’s place: we are people of little faith, pleading for salvation. We are wanting in true life and we need the outstretched hand of the Lord to draw us out from evil. This is the beginning of faith: to cast off the pride that makes us feel self-sufficient, and to realize that we are in need of salvation. Faith grows in this climate, to which we adapt ourselves by taking our place beside those who do not set themselves on a pedestal but are needy and cry out for help. This is why it is important for all of us to live our faith in contact with those in need. This is not a sociological option, the fashion of a single pontificate; it is a theological requirement. It entails acknowledging that we are beggars pleading for salvation, brothers and sisters of all, but especially of the poor whom the Lord loves. In this way, we embrace the spirit of the Gospel. “The spirit of poverty and of love – says the Council – is in fact the glory and witness of the Church of Christ” (Gaudium et Spes, 88).

Jesus heard the cry of Peter. Let us ask for the grace to hear the cry of all those tossed by the waves of life. The cry of the poor: it is the stifled cry of the unborn, of starving children, of young people more used to the explosion of bombs than happy shouts of the playground. It is the cry of the elderly, cast off and abandoned to themselves. It is the cry of all those who face the storms of life without the presence of a friend. It is the cry of all those forced to flee their homes and native land for an uncertain future. It is the cry of entire peoples, deprived even of the great natural resources at their disposal. It is the cry of every Lazarus who weeps while the wealthy few feast on what, in justice, belongs to all. Injustice is the perverse root of poverty. The cry of the poor daily grows louder but is heard less and less. Every day that cry gets louder, but every day heard less, drowned out by the din of the rich few, who grow ever fewer and more rich.

In the face of contempt for human dignity, we often remain with arms folded or stretched out as a sign of our frustration before the grim power of evil. Yet we Christians cannot stand with arms folded in indifference, or with arms outstretched in helplessness. No. As believers, we must stretch out our hands, as Jesus does with us. The cry of the poor finds a hearing with God. Yet I ask, does it with us? Do we have eyes to see, ears to hear, hands outstretched to offer help? Or do we keep repeating: “Come back tomorrow”? “Christ himself appeals to the charity of his disciples in the person of the poor” (Gaudium et Spesloc. cit.). He asks us to recognize him in all those who are hungry and thirsty, in the stranger and those stripped of dignity, in the sick and those in prison (cf. Mt25:35-36).

The Lord stretches out his hand, freely and not out of duty. And so it must be with us. We are not called to do good only to those who like us. That is normal, but Jesus demands that we do something more (cf. Mt 5:46): to give to those who have nothing to give back, to love gratuitously (cf. Lk 6:32-36). Let us look around in our own day. For all that we do, do we ever do anything completely for free, something for a person who cannot repay us? That will be our outstretched hand, our true treasure in heaven.

Stretch out your hand to us, Lord, and take hold of us. Help us to love as you love. Teach us to leave behind all that is passing, to be a source of reassurance to those around us, and to give freely to all those in need. Amen.

Vatican Basilica , 18 November 2018

 

“Importante dare alle donne ruoli di responsabilità nella Chiesa”

Salvatore Cernuzio

Donne e architettura sacra. Le prime tenute ancora ai margini da certi ambiti della Chiesa, la seconda in declino mentre si assiste ad una «disumanizzazione degli spazi urbani». Sono questioni da approfondire e lacune da colmare quelle di cui parla Papa Francesco nel suo discorso durante la cerimonia di oggi, in Sala Clementina, del “Premio Ratzinger” promosso dalla Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.

Consegnando l’onorificenza alla teologa Marianne Schlosser – emozionatissima durante la cerimonia – e all’architetto Mario Botta, il Papa coglie l’occasione per ribadire il desiderio che «venga riconosciuto sempre di più l’apporto femminile nel campo della ricerca teologica scientifica e dell’insegnamento della teologia, a lungo considerati territori quasi esclusivi del clero», e poi che sia incoraggiato l’impegno dell’architetto creatore di spazio sacro nella città «in particolare quando si rischia l’oblio della dimensione spirituale e la disumanizzazione degli spazi urbani». Prima però Papa Bergoglio non dimentica di rivolgere un «pensiero affettuoso e grato» al suo predecessore Benedetto XVI, al quale il premio è intitolato.

«Come estimatori della sua eredità culturale e spirituale», dice ai membri della Fondazione vaticana, «voi avete ricevuto la missione di coltivarla e continuare a farla fruttificare, con quello spirito fortemente ecclesiale che ha contraddistinto Joseph Ratzinger fin dai tempi della sua feconda attività teologica giovanile, quando diede già frutti preziosi nel Concilio Vaticano II, e poi in modo sempre più impegnativo nelle successive tappe della sua lunga vita di servizio, come professore, arcivescovo, capo Dicastero e infine pastore della Chiesa universale». Quello di Joseph Ratzinger, afferma il suo successore, «è uno spirito che guarda con consapevolezza e con coraggio ai problemi del nostro tempo, e sa attingere dall’ascolto della Scrittura nella tradizione viva della Chiesa la sapienza necessaria per un dialogo costruttivo con la cultura di oggi».

In questa linea, Francesco incoraggia «a continuare a studiare i suoi scritti, ma anche ad affrontare i nuovi temi su cui la fede viene sollecitata al dialogo», come quelli «attualissimi» della «cura del creato come casa comune» e della «difesa della dignità della persona umana». Dopo gli interventi di padre Federico Lombardi, ex portavoce vaticano e attuale presidente della Fondazione Ratzinger, e del cardinale Angelo Amato, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, Papa Francesco si concentra sulle due personalità insignite del premio, esprimendo  in particolare l’apprezzamento per il fatto che quello per la ricerca e l’insegnamento della teologia sia attribuito a una donna, la professoressa Schlosser. «Non è la prima volta – perché già la professoressa Anne-Marie Pelletier lo ha ricevuto –, ma è molto importante che venga riconosciuto sempre di più l’apporto femminile nel campo della ricerca teologica scientifica e dell’insegnamento della teologia, a lungo considerati territori quasi esclusivi del clero», commenta il Pontefice. « È necessario che tale apporto venga incoraggiato e trovi spazio più ampio, coerentemente con il crescere della presenza femminile nei diversi campi di responsabilità della vita della Chiesa, in particolare, e non solo nel campo culturale».

A tal riguardo, il Papa sottolinea che «da quando Paolo VI proclamò Teresa d’Avila e Caterina da Siena dottori della Chiesa non è permesso più alcun dubbio sul fatto che le donne possono raggiungere le vette più alte nell’intelligenza della fede». E anche in tempi più recenti «Giovanni Paolo II e Benedetto XVI lo hanno confermato, inserendo nella serie dei dottori i nomi di altre donne, Santa Teresa di Lisieux e Ildegarda di Bingen». Non si possono, pertanto, fare passi indietro su questa strada, ma andare avanti. Lo stesso vale per l’architettura sacra, di cui Botta è un illustre esponente. «In tutta la storia della Chiesa gli edifici sacri sono stati richiamo concreto a Dio e alle dimensioni dello spirito ovunque l’annuncio cristiano si è diffuso nel mondo; hanno espresso la fede della comunità credente, l’hanno accolta contribuendo a dar forma e ispirazione alla sua preghiera», rammenta il Papa. «L’impegno dell’architetto creatore di spazio sacro nella città degli uomini è quindi di valore altissimo, e va riconosciuto e incoraggiato dalla Chiesa, in particolare quando si rischia l’oblio della dimensione spirituale e la disumanizzazione degli spazi urbani».

Sullo sfondo e nel contesto dei grandi problemi di questo tempo, «la teologia e l’arte devono dunque continuare ad essere animate ed elevate dalla potenza dello Spirito, sorgente di forza, di gioia e di speranza», afferma ancora il Papa. E conclude ricordando ancora il Papa emerito e le sue parole con cui «invitava alla speranza» evocando l’insegnamento di «un santo particolarmente caro a lui», San Bonaventura di Bagnoregio. In occasione di una visita del 2009 nella patria del santo, Benedetto XVI richiamò una sua «bella immagine della speranza» paragonata «al volo dell’uccello, che dispiega le ali nel modo più ampio possibile, e per muoverle impiega tutte le sue forze. Rende, in un certo senso, tutto se stesso movimento per andare in alto e volare». «Sperare è volare» , diceva San Bonaventura citato da Ratzinger e ora da Bergoglio. «Ma la speranza esige che tutte le nostre membra si facciano movimento e si proiettino verso la vera altezza del nostro essere, verso le promesse di Dio. Chi spera – egli afferma – “deve alzare il capo, rivolgendo verso l’alto i suoi pensieri, verso l’altezza della nostra esistenza, cioè verso Dio”». Quindi come non ringraziare teologi e architetti: ognuno nelle sue modalità, afferma il Papa «ci aiutano ad alzare il capo e a rivolgere i nostri pensieri verso Dio».

in “La Stampa Vatican Insider” del 17 novembre 2018

Leggi razziali. Cancellazione degli Avvocati ebrei dagli Ordini forensi

Piero Guido Alpa

Nel 2007, nel corso di un intervento di restauro della sala detta «del Parlamentino» al ministero della Giustizia, nella quale il Consiglio nazionale forense celebra le udienze relative ai ricorsi degli avvocati sanzionati dagli Ordini per violazioni del codice deontologico, gli operai aprirono uno stipetto e rinvenirono alcuni fascicoli riportanti la scritta: «Ricorsi degli avvocati ebrei». Non si è mai saputo perché questi fascicoli fossero conservati separatamente rispetto all’archivio del Consiglio nazionale forense e perché fossero stati tenuti sotto chiave.

Da questo ritrovamento, dall’analisi dei fascicoli, e dalle ricerche che da quel momento il Cnf iniziò a svolgere si è avviata una riflessione sui fatti storici che portarono alla cancellazione degli avvocati ebrei dall’albo degli Ordini forensi. Il Cnf ospitò nel 2010 una mostra itinerante proveniente dalla Germania su: «Gli avvocati senza diritti», che riguardava il destino degli avvocati ebrei dopo il 1933, le leggi di Norimberga del 1935 e le ulteriori restrizioni introdotte nel 1938. Organizzò anche una serie di seminari, in collaborazione con gli Ordini forensi, con l’Unione delle Comunità israelitiche e con la Comunità israelitica romana, per raccogliere le delibere di cancellazione degli Ordini, documenti e testimonianze degli avvocati ebrei sopravvissuti e delle loro famiglie, e pubblicò testi e materiali per far conoscere – meglio di quanto fino ad allora non avessero raccontato gli storici – la tragica vicenda che aveva colpito gli avvocati ebrei, le loro famiglie, i loro dipendenti e i loro assistiti a seguito delle leggi razziali, in particolare del decreto legge 2 agosto 1939, che collocava gli avvocati ebrei in albi speciali e consentiva loro di esercitare la professione solo a favore di cittadini ebrei.

I provvedimenti erano conseguenti alle persecuzioni già iniziate in Italia, alimentate da altre gravissime iniziative come il Manifesto della razza, la fondazione di riviste razziste anche di contenuto giuridico, l’istituzione del Tribunale della razza, e altre ancora.

L’iniziativa civile di sottrarre all’oblio questa vergognosa e tragica vicenda si è diffusa presso gli Ordini territoriali, con manifestazioni a Pisa, Firenze, Torino, Rovereto, e con diversi incontri e con la pubblicazioni di testi. Per i giuristi l’argomento è particolarmente coinvolgente perché la gran parte di essi all’epoca dei fatti rimasero silenti, contraddicendo la loro funzione essenziale, consistente nella difesa dei diritti.

Altri giuristi dell’epoca, sostenitori o fiancheggiatori del regime, addirittura misero a disposizione la loro competenza per redigere i testi persecutori o svolgere le loro funzioni di magistrati e dipendenti pubblici ligi alle prescrizioni discriminatorie. In particolare, l’approvazione del primo libro del Codice civile (ancora oggi vigente, seppur emendato) fu rinviata alla fine del 1938 per disposizione del ministro Guardasigilli in carica, lo storico del diritto Arrigo Solmi, per poter dare ingresso nel testo alle prime leggi razziali (a partire dal Regio decreto 5 settembre 1938) e coordinare così la disciplina della capacità giuridica (articolo 1) con le limitazioni dettate dalla legislazione speciale. Le norme rimasero in vigore fino al 1944 nel Regno del Sud e fino al 1945 nella Repubblica Sociale Italiana.

Ancora oggi il Codice civile reca il marchio dell’infamia: sono i puntini di sospensione che al comma 3 dell’articolo 1 ricordano la prescrizione abrogata con cui si limitava la capacità giuridica, cioè la idoneità a essere titolari di diritti e di doveri, di coloro che appartenevano a «razze» diverse da quella ariana, che doveva essere geneticamente preservata. Gli ebrei italiani, perseguitati nel corso di millenni di storia, emancipati dallo Stato albertino nel 1848, «assimilati» nella società civile, nelle professioni, nelle cariche dello Stato, nelle scuole e nelle università, avrebbero ritrovato la loro piena capacità solo con i decreti luogotenenziali che abrogavano le leggi razziali, e con una esplicita tutela nella Costituzione repubblicana, all’articolo 22, ove si precisa testualmente che «nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome».

Ricordare quella tragica vicenda è un dovere civico per ciascun italiano, ma è anche un monito per tutti – specie in tempi nei quali si registrano rigurgiti di antisemitismo – perché non si possa ricostituire un clima di odio e di discriminazione. Ed è particolarmente significativo per i giuristi, perché il diritto non sia strumento di sopraffazione ma possa servire a difendere i valori fondamentali della persona sui quali riposa la società civile.

in “La Stampa” del 18 novembre 2018

 

“Raúl Vera: «Forza non violenta che può smascherare i Grandi»

Raúl Vera López, intervistato da Lucia Capuzzi

«La Carovana porta alla luce quanto finora è rimasto nell’ombra: il volto criminale di un ordine mondiale che relega ai margini interi popoli e Paesi». Don Raúl Vera López, vescovo di Saltillo nello Stato messicano di Coahuila, ha dedicato gli ultimi 20 anni alla protezione degli immigrati, in gran parte centroamericani, di passaggio in Messico nel viaggio verso gli Usa. «L’esodo da El Salvador, Honduras e Guatemala non è un fenomeno nuovo. La nostra casa rifugio di Saltillo, in 12 anni di esistenza, ne ha accolti centomila. Solo, finora, questa emigrazione era rimasta invisibile», racconta il religioso domenicano, intrepido difensore per i diritti umani, tanto da aver creato la prima struttura per i familiari degli scomparsi messicani, il Centro Frey Juan de Larios.

Crede che la Carovana cambierà le modalità di emigrazione verso gli Stati Uniti?

Di certo segna un precedente. La Carovana, al di là delle dietrologie, è la risposta creativa alle multiple violenze inflitte ai centroamericani nell’esodo quotidiano verso l’El Dorado Usa dal crimine organizzato e dalle polizie corrotte. Gli ultimi del pianeta hanno scoperto che, partendo insieme, hanno forza. E la stanno usando. Si tratta, certo, di una forza non violenta che smaschera la violenza dei grandi della terra. Comunque vada, la Carovana farà scuola.

Parlava di letture dietrologiche. Che cosa intende?

Di certo questo esodo fa comodo a tanti. Dall’opposizione honduregna allo stesso presidente Donald Trump, che ha trasformato la Carovana in una preziosa arma politica nella campagna di midterm. Non dobbiamo, però, perdere di vista il problema di fondo: la diseguaglianza mondiale, crescente e feroce. Questo è, a sua volta, frutto dell’irresponsabilità dei nostri governi. Di quelli del Nord del mondo che dirigono la «grande orchestra» dell’economia globale e di quelli corrotti del Sud del pianeta. Fin quando la questione non verrà risolta, avremo altre Carovane.

La Carovana è al confine tra Messico e Usa. Il primo dicembre si insedierà il nuovo presidente. Quali sono le sfide più urgenti?

Partiamo dalla migrazione. Dato che stiamo iniziando un nuovo corso, sarebbe bello che il governo eletto provasse a dare un segno di discontinuità e aprisse le porte. Ci sono, poi, altre due urgenze.

Quali?

Mettere fine alla violenza, giunta al drammatico record di 91 assassinii al giorno, e all’impunità. Meno del 2 per cento dei delitti viene risolto. Il che consente alla violenza di perpetuarsi. C’è una vera e propria strategia di gestione di quest’ultima, da parte del crimine organizzato e dai pezzi di istituzioni suoi complici. Essa si accanisce con particolare brutalità su alcuni individui a causa del loro ruolo sociale. Penso ai sacerdoti, ai giornalisti, agli attivisti. Perché colpendo loro si disgrega l’intera comunità.

in “Avvenire” del 18 novembre 2018

Un welfare moderno e potente per uscire dal clima di rancore e di paura

Paolo Lambruschi

Mettersi in mezzo, ripartendo dai volti per dimostrare che la solidarietà è ancora un valore e non una brutta parola. Presentato a Milano a Book city oggi, seconda Giornata Mondiale dei Poveri voluta da Papa Francesco, scritto a quattro mani dal sociologo Aldo Bonomi e dall’assessore alle politiche sociali milanese Pierfrancesco Majorino, il volumetto ‘Nel labirinto delle paure’ (Bollati Boringhieri) analizza il clima di odio e rancore che sta avvelenando il Paese, dai social alla realtà. Due le letture che offre, metodologicamente diverse, da parte di una coppia di osservatori conosciutisi negli anni 90 e che fanno partire le rispettive analisi identificandone la genesi nella crisi economica e sociale più lunga della storia repubblicana. «Che ha dato vita alla comunità del rancore – afferma Bonomi –. Gli italiani avevano bisogno del nemico per ritrovarsi e ricompattarsi e il nemico sono i migranti, i rifugiati, i rom, i diversi, quelli che spaventano».

Il rancore è alimentato? Per Bonomi si. «Dalla dissolvenza di quelle vite che definisco minuscole. Intendo dire i piccoli imprenditori che hanno fallito e si sono suicidati, quelli che hanno perso casa, famiglia e lavoro e con questi l’identità». Lo studioso individua una via di uscita urgente: «Mettersi in mezzo tra impoveriti, indebitati e ultimi. Quindi anzitutto con un’operazione sociale». Ma chi deve farla, quella che definisce comunità di cura, ovvero quella porzione di società che si occupa di relazioni, recupero, guarigione? «Non è abbastanza, serve un’alleanza con la comunità operosa, quei lavoratori che producono ricchezza che hanno resistito dentro la globalizzazione, perché quando si mette in mezzo solo la comunità di cura vince sempre il rancore. Rimettiamo in mezzo la comunità operosa. Siccome è venuta meno l’architrave dell’impianto socialdemocratico, la tenuta della dimensione del lavoro, occorre ricominciare a crescere insieme». Infine Bonomi ritiene necessario – per uscire dal labirinto della paura sui social – ripartire dai volti e non dai voti, come sostiene don Virginio Colmegna. «Avere consenso nell’era del rancore significa alimentare paure e disagio e diventare imprenditori politici della paura. Invece dobbiamo riequilibrare il rapporto tra comunità e community che rimanda al virtuale ripartendo dalle facce». Anche Pierfrancsco Majorino vede la radice della paura e del rancore nell’acuirsi della diseguaglianza nella nostra fetta di pianeta. «La politica dei governi dal 2012 è rimasta nella logica dell’austerità e c’è stata una grande timidezza sulla questione della povertà che ha lasciato spazio a questo nazionalismo sovranista che punta tutto sul conflitto tra poveri giocando una partita cinica sulla pelle degli immigrati usati come capro espiatorio e utilizzando gli italiani come carne da macello senza immaginare politiche a loro sostegno efficaci.

L’internazionale sovranista, il passo successivo della globalizzazione dell’indifferenza cui fa riferimento il Papa, non riesce a dare risposte convincenti. Ma questo non assicura nulla, al disincanto può fare seguito altro rancore». Vie di uscita politiche? «Tornare radicalmente sul tema del riscatto delle persone con una moderna e potente politica di welfare, ma senza demonizzare chi ha più paura di un mondo multiculturale e plurietnico. Il populismo si sfida in mezzo al popolo, non nei salotti, senza avere assolutamente paura e senza negare che il multiculturalismo non è tutto rose e fiori. Va contrastato il razzismo e occorre promuovere politiche di accoglienza coraggiose, anche una nuova politica migratoria, ma senza giudizi dall’alto e battendoci per dare la casa a tutti».

in “Avvenire” del 18 novembre 2018

Scuola. Pubblicato il nuovo Regolamento amministrativo-contabile

È stato pubblicato ieri sera in Gazzetta Ufficiale il nuovo Regolamento amministrativo-contabile delle scuole che sostituisce quello in vigore dal 2001. Il nuovo testo, più snello del precedente, recepisce le novità normative che sono state introdotte in questi anni, in particolare quelle relative agli appalti, facendo ad esempio chiarezza sul tema delle soglie per l’affidamento di lavori, servizi e forniture da parte delle scuole. Prevista anche una maggiore trasparenza nella stesura del Programma Annuale e, più in generale,  nella rappresentazione dei fatti contabili e gestionali: dovranno essere esplicitate con chiarezza le finalità e le voci di spesa cui vengono destinati i contributi volontari versati dalle famiglie o le risorse reperite attraverso le raccolte di fondi, anche quelle effettuate attraverso l’adesione a piattaforme di finanziamento collettivo (crowdfunding).

Si tratta di un provvedimento organico che diventa un vero e proprio ‘manuale’ di contabilità per gli istituti scolastici. E rappresenta il punto di partenza di un processo di evoluzione che consentirà gradualmente alle scuole di  gestire le spese in maniera semplificata e più efficiente, lavorare in modo standardizzato e omogeneo su tutto il territorio nazionale, migliorare i servizi verso alunni e famiglie e ridurre i carichi di lavoro delle segreterie.

“Il Regolamento era molto atteso. È frutto di un lungo lavoro fatto in questi anni dall’Amministrazione centrale che abbiamo voluto accelerare in questi ultimi mesi. Vogliamo che sia il primo tassello di un percorso più ampio che stiamo portando avanti al MIUR per semplificare la vita delle scuole, per la sburocratizzazione di un sistema che deve rimettere gli studenti al centro”, dichiara il Ministro Marco Bussetti.

“In questi ultimi anni – prosegue – le scuole sono state oberate di lavoro, le ultime riforme hanno generato tanta confusione e ci si è dimenticati di considerare a sufficienza l’aspetto amministrativo, che va rilanciato. In termini di efficienza, chiarezza e trasparenza. Questo provvedimento risponde a questa esigenza. Non lasceremo gli istituti soli nell’attuazione. Saremo al loro fianco, dando tutto il supporto necessario a migliorare la qualità della loro attività quotidiana. Questo è un Ministero che vuole mettersi al servizio delle scuole”.

Anche per questo l’Help Desk attivato in via sperimentale in alcuni territori nell’ultimo anno per supportare le scuole nella gestione del loro bilancio “sarà esteso a tutto il territorio nazionale – spiega Bussetti -. Come ho detto fin dal mio insediamento, sono davvero convinto del fatto che ogni novità vada spiegata e accompagnata. Non lasceremo le scuole sole: saremo al loro fianco nell’attuazione di queste novità”.

Le disposizioni del Regolamento si applicheranno a partire dal prossimo 1 gennaio 2019. Il testo è il risultato di un lavoro che ha previsto il confronto con le organizzazioni sindacali, il parere del Consiglio superiore della pubblica istruzione, il coinvolgimento delle scuole attraverso un’apposita consultazione. Il Ministero ha operato costituendo anche un gruppo di lavoro con dirigenti scolastici e direttori dei servizi generali e amministrativi per rilevare le criticità del precedente testo e progettare i miglioramenti.

Rendere più chiari e più snelli gli adempimenti delle scuole e migliorare la qualità delle procedure amministrative e contabili. Digitalizzare sempre più i processi per diminuire i tempi di controllo e potenziare i meccanismi di trasparenza e assistenza agli istituti. Sono solo alcuni degli obiettivi del nuovo Regolamento. Le scuole potranno cominciare a lavorare in modo più standardizzato e semplificato. Il Ministero avrà un quadro più chiaro delle modalità di gestione e di spesa e potrà così orientare meglio la propria azione di finanziamento.

Tra le principali novità, tempistiche di programmazione della spesa più precise, l’innalzamento della soglia per gli affidamenti diretti, la promozione degli accordi di rete fra scuole per rendere più efficace ed efficiente la spesa, il recepimento delle novità normative in materia di ordinativo informatico locale e fatturazione elettronica, l’utilizzo delle tecnologie per gli incassi e i pagamenti, indicazioni relative alla conservazione sostitutiva dei documenti amministrativo contabili anche per ridurre il livello di saturazione degli archivi fisici delle scuole, l’incremento dell’utilizzo di strumenti informatici per lo svolgimento dei controlli di regolarità amministrativo-contabile.

In altre parole, una serie di misure che puntano a migliorare il processo di programmazione per evitare il rischio dell’esercizio provvisorio, a semplificare le procedure di acquisto e a renderle omogenee, a razionalizzare la spesa delle scuole e le fonti di finanziamento.

Il Ministero accompagnerà l’entrata in vigore del Regolamento con un’apposita circolare attuativa che espliciterà, articolo per articolo, le novità in campo, con specifiche istruzioni operative in materia contabile e con riferimento all’acquisto di beni e servizi. Dirigenti scolastici e DSGA saranno appositamente formati attraverso il progetto “Io Conto” e sarà estesa a tutto il territorio nazionale l’attività dell’Help Desk del MIUR per le questioni amministrativo-contabili che già oggi riceve più di 500 richieste di assistenza al mese su questi temi.

Il link alla Gazzetta Ufficiale

Solitudine e disperazione. Tra parole non dette e disattenzione degli sguardi

Michela Marzano

«Non ce la faccio più». È così che Marisa Charrère ha scritto in una lettera indirizzata al marito poco prima di iniettare ai suoi due bambini una dose letale di potassio, sistemare i corpi dei piccoli sul divano-letto del soggiorno, e uccidersi anche lei. Una tragedia silenziosa, inimmaginabile. Visto dall’esterno, per quest’infermiera di Aymavilles di 48 anni, tutto sembrava andasse bene: nessun litigio apparente col marito, nessun problema economico, nessuna inimicizia in paese, nessuna avvisaglia di malessere. Certo, Marisa in gioventù aveva sofferto molto per la morte precoce del padre e del fratello, entrambi vittime di incidenti stradali. Ma erano dolori antichi, no? Perché non ce la faceva più? Di cosa poteva mai soffrire questa donna che tutti descrivono come gentile, serena e affabile con chiunque?

« Il dolore è ancor più dolore se tace » recita un verso di una poesia di Pascoli, forse una delle più belle, in cui il poeta cerca di spiegare non solo come a forza di essere taciuto il dolore si trasformi in una prigione, ma anche come l’unico modo per cercare di attraversarlo sia, appunto, provare a nominarlo. Trovare le parole per dirlo, quindi. E individuare la maniera giusta per comunicarlo anche agli altri. Nonostante sia proprio di fronte ai dolori più grandi che le parole vengano meno e che, in una società che fa delle “urla”, delle “grida” e delle “lamentele” una modalità esistenziale, il silenzio appaia come l’unico strumento a nostra disposizione per preservarci dalla ” spettacolarizzazione della sofferenza”. Come si fa d’altronde a spiegare che, nonostante tutto sembri andare per il meglio, c’è una sofferenza che ci abita, un vuoto che ci inghiotte, una fatica estrema anche solo per alzarsi la mattina e fare una dopo l’altra tutte le cose che ci si aspetta da noi? Come si fa a trovare le parole giuste per condividere la sensazione di non farcela più, la voglia di mollare tutto, la disperazione di fronte a un futuro che sembra non dare alcuna alternativa? Certe cose, dall’esterno, non si riescono né a vedere né a capire. Certe cose, dall’esterno, sembrano brillare anche laddove sono circondate dalle tenebre. Lungi da me cercare una spiegazione o una giustificazione per il terribile gesto commesso da Marisa.

Ammazzare i propri figli e ammazzarsi resta un gesto disperato, irreparabile, e le uniche domande che sembrerebbe legittimo porsi riguardano il perché questa donna non abbia né chiesto aiuto né parlato con qualcuno di quello che stava vivendo e delle ombre che forse velavano il suo rapporto col marito. Subito prima di chiedersi anche cosa sapessero realmente di Marisa tutti coloro che oggi affermano che non c’era assolutamente alcuna avvisaglia e che tutto, nella sua famiglia, sembrava andasse bene. Perché poi, in fondo, è questo il vero dramma della nostra società: l’apparenza. Le cose appaiono in un certo modo, e non si fa mai lo sforzo di andare al di là dell’apparire per vedere e ascoltare e capire ciò che forse non appare ma che c’è, e che distrugge dall’interno la vita di tante persone.

in “la Repubblica” del 17 novembre 2018

Globalizzazione. Oltre l’illusione di un mondo con risorse illimitate

Mauro Magatti

La lezione della crisi del 2008 è che le condizioni per una crescita planetaria e illimitata non ci sono più. E ciò cambia completamente lo scenario storico. Tra il 1985 e il 2008 il Pil mondiale è cresciuto a una velocità senza precedenti. Tuttavia questa fase ha prodotto almeno quattro effetti, che adesso premono chiedendo con urgenza nuove idee e soluzioni. In primo luogo, la crescita mondiale si è accompagnata a una gigantesca redistribuzione della ricchezza che ha avvantaggiato una quota modesta degli abitanti dei Paesi ricchi (meno del 20%) e una parte (consistente ma comunque minoritaria) della popolazione del resto del mondo.

Il gruppo sociale che ha perso di più (in termini di sicurezza e prospettive) è stato il ceto medio dei Paesi Ocse. In secondo luogo, la globalizzazione si è associata a un forte peggioramento degli equilibri della biosfera planetaria. Come ha ricordato anche l’ultimo rapporto Onu, il nostro modello di crescita è semplicemente insostenibile se esportato su scala globale. In terzo luogo, col tempo sono diventate sempre più forti le pressioni culturali associate allo sconvolgimento demografico e ai processi migratori prodotti dalla crescente integrazione economica. La convivenza tra civiltà, di cui aveva scritto Huntington, è questione quanto mai attuale. Da ultimo, la fine dell’espansione lascia spazio a una cronica instabilità finanziaria, causata anche dagli scompensi di cui è costellato il pianeta.

La reazione politica che si sta verificando in questi anni poggia dunque su buone ragioni: continuare a pensare come si è fatto a partire dalla metà degli anni 80 è sbagliato. Ma, detto questo, che cosa ci aspetta? In un esercizio proposto di recente, Branko Milanovic ha definito i termini del problema che abbiamo davanti. Al livello attuale del Pil, un quarto della popolazione mondiale vive con meno di 2,5 dollari al giorno. Il che è evidentemente inaccettabile. Per correggere la situazione, il Pil dovrebbe aumentare di 2,7 volte. Ma, oltre al tempo richiesto, tale crescita non è realistica per almeno due ragioni: le tensioni politiche che si produrrebbero nei Paesi avanzati, dove non si è disposti a continuare sulla china declinante degli ultimi decenni; e l’ulteriore aggravamento della crisi ambientale, con le conseguenze associate. Se, invece, vincessero le preoccupazioni ecologiche (o l’instabilità politico-finanziaria) e smettessimo di crescere (immaginando di entrare in una sorta di stato stazionario) saremmo costretti tra due alternative entrambe problematiche: gestire politicamente — e quindi anche militarmente — la disuguaglianza tra le diverse parti del mondo; oppure procedere con la progressiva redistribuzione di risorse dai Paesi ricchi a quelli più poveri, con conseguenze incalcolabili su quel ceto medio che già oggi rifiuta la globalizzazione.

È chiaro perché, in questo contesto, la spinta a focalizzarsi sull’economia domestica e sul benessere dei propri cittadini appaia come una strada possibile. Dovrebbe però essere chiaro che si tratta di una pezza che col tempo metterà in luce tutte le sue contraddizioni. Da un lato, la pressione politica legata allo scontro interno/esterno è destinata ad aumentare. Ma come questa chiusura si coniugherà con l’esigenza della crescita economica non ci è dato sapere. Dall’altro lato, i costi del danno ambientale non potranno che crescere (essendo per definizione questioni globali e come tali fuori dalle agende nazionali). Come se ne esce? Difficile dirlo. In un certo senso, lo «scopriremo solo vivendo», per citare Lucio Battisti. Ma una cosa almeno è chiara: con il 2008 torna all’ordine del giorno il problema delle compatibilità. Che cosa significa? Alla fine degli anni 70, abbiamo imparato che l’affermazione «il salario è una variabile indipendente» non reggeva.

Allo stesso modo, oggi dobbiamo capire che anche l’affermazione «la finanza/economia è una variabile indipendente» non regge. Semplicemente perché al mondo di indipendente, cioè di assoluto, non c’è niente. Tutto è in relazione con tutto. Eccoci così al nodo culturale di questi anni: il XXI secolo si è inaugurato raccogliendo l’eredità (ambivalente) della seconda metà del 900, quando un pensiero astratto (anche rispetto all’idea di individuo) è diventato prevalente tanto a destra quanto a sinistra. Oggi occorre tornare a pensare e a praticare la concreta relazionalità della vita di cui parlava un secolo fa Georg Simmel: ricostituendo comunità politiche limitate, basate su limiti (confini), dotate di identità e istituzioni e però allo stesso tempo capaci di non dimenticare ciò che le lega a ciò che le circonda, ad altre organizzazioni politiche, al sistema tecnico mondiale, alla biosfera. Nelle quali ogni cittadino sia chiamato a dare il proprio contributo. Se non impareremo (in fretta) la lezione, finiremo per oscillare tra due pericolose illusioni: pensare che scienza, tecnica e innovazione (che pure sono necessarie!) possano da sole risolvere il problema; oppure credere che sia possibile separarsi dal mondo che ci circonda, costruendo muri, odiando lo straniero, facendosi guerre commerciali (e Dio non voglia) militari. In mezzo sta la faticosa concretezza della politica, che comporta la nostra capacità culturale di superare l’ideologia dell’homo deus. Si dirà che è difficile. E infatti lo è. Ma chi lo ha detto che la storia è una cosa facile?

in “Corriere della Sera” del 16 novembre 2018