Razza. Una persistente e infondata mitologia pseudoscientifica

Guido Barbujani

Pseudoscienza. Gli schemi con cui si tende a classificare l’umanità in base al colore della pelle non trovano riscontro nella genetica, eppure disarmare false argomentazioni, stereotipi e slogan sembra tuttora impossibile

Nel suo Identità e violenza, il premio Nobel Amartya Sen racconta che all’aeroporto di Heathrow, scrutando l’indirizzo sul suo modulo di immigrazione (Residenza del Direttore, Trinity College, Cambridge) un poliziotto gli ha chiesto se il direttore fosse suo amico. Il quesito, dice Sen, era filosoficamente complesso, perché lui era il direttore; ma al poliziotto questa possibilità non era neanche passata per la testa. Per scrivere un libro sul razzismo, aver vissuto da immigrati in Europa non è indispensabile, ma aiuta parecchio; o anche essere figli di una madre indiana che non ha mai messo piede in India, come Adam Rutherford, perché si dispone di un ampio registro di vicende personali, a volte paradossali, a volte francamente desolanti, a cui attingere. Vicende che rendono appassionante e molto concreto un libro come questo, in cui le trame della storia, che è spesso storia di discriminazioni e soprusi, si intrecciano con quelle della biologia e della nostra vita quotidiana.

La domanda, in fondo, è la stessa da secoli: ci si nasce o ci si diventa? È già tutto scritto nel nostro DNA? O invece, come scrive Rutherford, non sono né i nostri geni né i nostri antenati a fare di noi quello che siamo, e contano qualcosa anche la nostra cultura, le nostre esperienze?

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#Incontro

Gianfranco Ravasi

Se incontri un uomo di valore, cerca di rassomigliargli. Se incontri un uomo mediocre, cerca i suoi difetti in te stesso.

A chi vuole intessere una riflessione attorno a un motto illuminante o a una battuta folgorante, in soccorso vengono spesso certi autori che hanno adottato il genere sapienziale, affidandosi ad aforismi, a schegge di pensiero, a frammenti di intuizioni. È il caso di un celebre personaggio cinese, Confucio. Certo, la sua esistenza, che si è snodata tra il VI e il V sec. a. C., è alonata di leggenda; le parole dei suoi Dialoghi sbocciano dalla memoria mobile dei suoi discepoli.

Ma la verità insegnata è indiscutibile come in questa considerazione che concentra in sé lo sforzo di valorizzare gli incontri con gli altri. La mobilità accelerata della società contemporanea ci permette di moltiplicare i contatti. Se si è sinceri, si deve riconoscere che non è raro il caso di imbattersi in persone di valore: perché non abbassare le penne di pavone del nostro orgoglio e cercare di cogliere il succo della loro testimonianza come lezione per noi? E viceversa, di fronte ai molti mediocri che incrociamo, perché avvoltolarsi nella maldicenza e nel sarcasmo e non specchiare, invece, quei difetti nel nostro non impeccabile agire?

in “Il Sole 24 Ore” del 12 luglio 2020

Movimento. Linguaggio pieno della voglia di cambiare

Nunzio Galantino

Panta rei (Tutto scorre). Così uno degli allievi di Eraclito ha sintetizzato il pensiero del filosofo di Efeso (VI – V sec. a.C.). Ed è la prima espressione che viene in mente quando si parla di movimento, assieme alla nota esplicitazione, di Eraclito: «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va».

La concezione eraclitea pervade in maniera evidente sia il Cratilo di Platone sia le opere del suo allievo Aristotele. Nel dialogo platonico, il termine Psorá , oltre a significare movimento, esprime anche il tendere verso la conoscenza e verso il bene (436e). Tant’è che, poco prima (421 B4), nello stesso dialogo, Socrate considera la menzogna (pseudos) come il contrario della Psorá e definisce “male” tutto ciò che impedisce di muoversi verso il bene.

Al quadro semantico della parola movimento presente nella filosofia greca va aggiunta la «teoria generale del movimento», nella quale Friedrich Engels considera il movimento come chiave di lettura fondamentale tanto dei fenomeni sociali quanto di quelli naturali (Dialettica della natura).

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Sergio Mattarella e Borut Pahor insieme, riconciliazione a Basovizza

Ugo Magri

Più ancora della visita al Milite Ignoto, in piena pandemia e senza dignitari, nella storia del settennato resterà quest’immagine forte di Sergio Mattarella mano nella mano con Borut Pahor, il presidente sloveno. Insieme hanno ricordato le sofferenze che i rispettivi popoli si sono inflitti a vicenda, prima e dopo l’ultima guerra. Davanti alla Foiba di Basovizza, Pahor ha reso omaggio alle vittime italiane dei comunisti titini; poco dopo Mattarella ha sostato davanti al cippo di quattro patrioti slavi fucilati durante il Fascismo. In ossequio alla nostra Costituzione, che valorizza le diversità linguistiche, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa che restituirà alla minoranza slovena di Trieste un luogo simbolo: l’ex Hotel Balkan al numero 14 di via Filzi. Lì aveva sede il Narodni Dom, la Casa del popolo data alle fiamme dagli squadristi mussoliniani esattamente un secolo fa. L’ultimo testimone oculare ancora in vita è l’intellettuale italo-sloveno Boris Pahor, 107 anni. Scampò per miracolo ai campi di sterminio, venne perseguitato di qua e di là del confine. I due presidenti ne hanno ascoltato le parole, poi l’hanno premiato con le più alte onorificenze in un clima di solennità e commozione. Ma perché quella mano nella mano, nonostante il distanziamento sociale?

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Armi italiane. 30 anni di export nel mondo.

Rete italiana per il disarmo

30 anni di export militare italiano: quasi 100 miliardi di vendite, la maggioranza fuori da UE e NATO

L’esportazione di armi italiane cresce in maniera decisa: negli ultimi 5 anni 44 miliardi di euro di autorizzazioni, pari a quelle dei 15 anni precedenti (il 45% del totale di tre decenni). Kuwait, Qatar, Regno Unito e Germania in testa alla classifica dell’ultimo lustro, con gli stessi Paesi ai vertici in termini complessivi.

Durante i 30 anni di applicazione della Legge 185/90 Legge 185/90 che regola l’export militare (denominata “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”) sono state autorizzate esportazioni dall’Italia per materiali d’armamento per un controvalore di 97,75 miliardi di euro a valori correnti (che diventano 109,67 miliardi di euro con il ricalcolo a valori costanti 2019).

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Filosofia. Kierkegaard e il suo rapporto conflittuale con il mondo.

GABRIELE NICOLO’

Fin dall’infanzia Soren Kierkegaard — come egli stesso annotò nel suo Diario — fu afflitto da «un’orribile malinconia» che cercò in ogni modo di occultare attraverso, per dirla con Pavese, il mestiere di vivere, portando sulle spalle il peso dell’esistenza sfoggiando, suo malgrado, «un amabile sorriso». Una malinconia nutrita di lungimiranza e saggezza, espressa nella celebre frase: «La vita va vissuta solo guardando avanti, ma può essere compresa solo guardando indietro».

A tale spleen baudelariano si legava un carattere solitario e scontroso, come sottolineò la giornalista svedese Federica Bremer, che ebbe modo di conoscerlo dopo che le fu accordata un’intervista. «Era così irritabile — raccontò — da montare su tutte le furie se il sole non mandava i raggi come diceva lui». Ma il filosofo danese, considerato il punto d’avvio dell’esistenzialismo, era anche dotato di una pungente ironia, che investiva indiscriminatamente anche personaggi illustri, per giunta considerati “intoccabili” all’epoca. Nel farsi beffe addirittura di Friedrich Schelling (uno dei tre esponenti dell’idealismo tedesco insieme a Fichte e a Hegel), in una lettera al fratello, a proposito delle lezioni tenute dal collega all’università di Berlino, così scrive: «Schelling chiacchiera senza alcun ritegno. Io sono troppo vecchio per ascoltare le sue lezioni, lui troppo vecchio per tenerle».

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Basilica “Santa Sofia” trasformata in moschea. Erdogan e Maometto II

Filippo Maria Pontani

“Io non credo che zà mai pensasti / che ‘l tuo tempio moschea deventasse, / E Macon s’adorasse / Unde facivi messa celebrare”. Il serventese veneto che deplora l’arrivo di Maco(metto) nel tempio di Gesù è uno dei tanti lamenti dell’Occidente sul triste destino della Grande Chiesa con cui Giustiniano volle superare il Tempio di Salomone e il Campidoglio, facendone il “simbolo più fulgido del suo trono” (Paolo Silenziario), il “tempio della luce” (Procopio), il luogo “dove Dio con l’uomo coesiste” (narrazione russa del XII secolo), un edificio “dove tutto raffigurava l’estasi” (W. B. Yeats). La presa di Costantinopoli del 29 maggio 1453 ebbe il suo momento-clou proprio nell’ingresso in Santa Sofia del sultano Maometto II, il quale scese da cavallo, si coprì il capo di polvere in segno di auto-umiliazione e insediò un imam sul prezioso ambone esortandolo a predicare; varie fonti raccontano però anche di massacri dei civili rifugiatisi in chiesa, di statue e icone distrutte, di danze oscene sugli altari, di profanazioni degli arredi sacri (il vescovo Isidoro di Kiev, che la scampò bella, scrisse nel luglio al cardinal Bessarione un resoconto apocalittico di questo evento).

L’ideologia neo-ottomana della “Grande Turchia” di Erdogan è così smaccata che la fresca sentenza dell’Alta Corte si fonda sull’eredità giuridica e morale di Maometto II, il quale proprio dalla conquista di Bisanzio e da una serie di miti e leggende creati ad hoc per iscrivere Santa Sofia nella tradizione islamica ricavava la propria legittimazione come erede dell’Impero universale. È dunque alla luce del valore simbolico di questo tempio millenario e della sua prima conversione in moschea, che si comprende il tono sdegnato e preoccupato con cui in tanti, da Mike Pompeo al patriarca greco-ortodosso, dalla Repubblica di Grecia all’Unione Europea, dall’Unesco fino al patriarca di tutte le Russie, hanno cercato di dissuadere Erdogan dal passo estremo: appelli inefficaci dinanzi alla rivendicazione della sovranità territoriale turca, ma caduchi e spuntati anche per altre ragioni.

Una è la credibilità storica: i primi a trasformare il culto di Santa Sofia – da ortodosso a cattolico – furono infatti proprio gli Occidentali al termine della conquista di Costantinopoli durante la IV Crociata (1204); il regno latino durò meno di 60 anni, ma ancora oggi chi visiti il tesoro di San Marco a Venezia (ma anche quelli di Limburg, Parigi, Colonia…) comprende l’entità delle razzie perpetrate dai nostri progenitori. In tempi più recenti, anche a tacere di mosse infelici come la contestata visita di papa Benedetto XVI all’indomani del discorso di Ratisbona, si può dire che l’Occidente ha trascurato le avvisaglie, come la conversione in moschea della Santa Sofia di Nicea (Iznik) nel 2011, o quella della Santa Sofia di Trebisonda (Trabzon) nel 2013, con tanto di copertura dei pregiatissimi affreschi bizantini per mezzo di teli e tappeti, e proteste degli architetti turchi rapidamente tacitate dal potere politico. Cosa accadrà poi della chiesa di San Salvatore in Chora – i cui mosaici sono tra le attrazioni più notevoli di Istanbul – che nel novembre 2019 è stata restituita da un’altra sentenza al suo uso di moschea? La musealizzazione ha giovato a tutti questi edifici in termini di conservazione dei vari strati del loro passato: il loro ritorno a moschee inquieta in quanto ostacolerà i lavori di tutela e restauro su tutto ciò che non appartiene all’epoca ottomana.

Ora che Erdogan fa bingo con Santa Sofia, la sua iniziativa non è solo presentata come la risposta islamica al riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello stato di Israele, ma anche come una nuova declinazione del kemalismo che formalmente è ancora in vigore nello stato turco. La secolarizzazione di Santa Sofia si deve infatti a un decreto firmato da Mustafà Kemal nel novembre 1934: un atto di laicizzazione così simbolico che il giorno dell’apertura ai visitatori fu lo stesso in cui Kemal acquisì l’appellativo di Atatürk “padre dei Turchi”. Oggi però il popolare storico Mustafà Armagan sostiene in libri e interviste che la firma di Kemal sotto quell’atto è falsa, e che egli dovette cedere alle pressioni delle potenze occidentali, anzitutto l’ambasciatore americano – proprio gli Americani ebbero l’incarico di riportare alla luce quanto dei magnifici mosaici non era stato cancellato tra Sei e Settecento con l’irrigidirsi del veto islamico sulle immagini (anche se a onor del vero era stato un altro sultano, Abdülmecit, a commissionare nel 1846 i primi restauri ai fratelli ticinesi Fossati). Il kemalismo non è defunto: fino a tempi recenti ampi settori del partito di opposizione CHP e financo membri dello stesso partito AKP del leader, avversavano la ri-consacrazione del monumento (i Curdi si astengono sul tema).

Ma ora è probabile che il 15 luglio Erdogan voglia celebrare l’anniversario del fallito e chiacchierato golpe del 2016 con la prima veglia di preghiera in Santa Sofia. Forse farebbe meglio a imitare la lezione di Maometto II, di cui lo storico Tursun Beg racconta che, novello Scipione, durante la Presa del 1453 salì sulla celeberrima cupola (dove sostituì la croce con la mezzaluna) per meditare “sull’incostanza e sulla variabilità di questo mondo, il cui destino è di cadere in rovina”.

in “il Fatto Quotidiano” del 11 luglio 2020

Scuola. Disuguaglianze digitali e povertà educativa nell’emergenza Covid

Openpolis – Con i Bambini

L’emergenza coronavirus ha messo a nudo nuove esigenze per il paese, soprattutto per le famiglie con figli. Ma soprattutto ha ribadito (e reso evidenti) necessità che già esistevano. In particolare, quelle legate alla digitalizzazione del paese. Si è misurata tutta la distanza tra chi aveva a disposizione gli strumenti per comunicare, lavorare, studiare, potendo reagire al momento di crisi, e chi no.

È così diventato evidente come lo sviluppo dell’agenda digitale sia e sarà sempre più legato al contrasto alla povertà educativa. Il divario digitale si va infatti a sommare ai fattori di disuguaglianza già esistenti: dalla condizione sociale al luogo di residenza. Basti pensare al gap in termini di velocità della rete vissuto dai ragazzi che abitano nelle aree interne. Oppure alla disparità subita dalle famiglie che non possono garantire ai propri figli computer adeguati e connessioni veloci.

Il nostro paese è entrato nella crisi con numerose criticità pregresse sul fronte delle disuguaglianze digitali. Dai livelli di competenza dei giovani italiani, inferiori alla media Ue, alle disparità nell’accesso alla rete veloce, fino alla disponibilità di pc e tablet nelle scuole.

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SCUOLA. Manuale operativo per la ripartenza 2020-2021. USR Veneto

Comunicazione della Direzione Generale: per fornire un supporto concreto allo svolgimento delle attività previste per la ripartenza, che richiedono sicuramente una difficile conciliazione fra necessità sanitarie, esigenze didattiche e risorse a disposizione, l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto ha redatto il manuale operativo che si trasmette in allegato. Uno strumento che non rappresenta un ulteriore Piano o linea guida in aggiunta ai documenti nazionali, ma che, stando nella cornice da essi delineata, vuole essere una “cassetta degli attrezzi” dalla quale, in libertà e autonomia, ogni scuola veneta può “prelevare” ciò che ritiene utile alla propria realtà.

UNIVERSITA’ ITALIANE Statali e non Statali. La classifica Censis 2020-2021

CENSIS

IL NUOVO RANKING ANNUALE DEGLI ATENEI STATALI E NON STATALI IN BASE A STRUTTURE DISPONIBILI, SERVIZI EROGATI, BORSE DI STUDIO, LIVELLO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE, COMUNICAZIONE E OCCUPABILITÀ. DISPONIBILI ANCHE LE CLASSIFICHE DELLA DIDATTICA DELLE LAUREE TRIENNALI, DEI CORSI A CICLO UNICO E DELLE MAGISTRALI BIENNALI SECONDO LA PROGRESSIONE DI CARRIERA DEGLI STUDENTI E I RAPPORTI INTERNAZIONALI

La nuova Classifica Censis delle Università italiane. Anche quest’anno sono disponibili le classifiche delle università italiane elaborate dal Censis e diventate ormai un appuntamento annuale a supporto dell’orientamento di migliaia di studenti pronti a intraprendere la carriera universitaria. Si tratta di un’articolata analisi del sistema universitario basata sulla valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni) relativamente a: strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità. A questa classifica si aggiunge il ranking dei raggruppamenti di classi di laurea triennali, dei corsi a ciclo unico e delle lauree magistrali biennali secondo la progressione di carriera degli studenti e i rapporti internazionali. Complessivamente si tratta di 64 classifiche, che possono aiutare i giovani e le loro famiglie a individuare con consapevolezza il percorso di formazione.

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