Quando la TV è spettacolo e strumento di promozione culturale

Alberto Angela, un nuovo viaggio con ‘Ulisse’

Il sabato sera su Rai 1 si torna a parlare di Storia, arte e cultura. Una nuova sfida per Alberto Angela che dal 21 settembre riparte con la nuova stagione di Ulisse, il piacere della scoperta, sei nuove puntate in prima serata in cui racconterà luoghi e personaggi storici accompagnato da Gigi Proietti che darà voce ai protagonisti delle storie raccontate mentre altri ospiti famosi aggiungeranno ricordi e aneddoti legati alle puntate.

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Si parte da Gerusalemme ai tempi di Gesù alla scoperta delle vicende accadute nella terra di Israele nel periodo in cui è vissuto. Si tratta di un periodo ricco di fermenti e tensioni, caratterizzato dai difficili rapporti tra ebrei e romani e da un intenso fervore messianico. L’intento non è quello di raccontare Gesù, ma definire il contesto in cui si è mosso, la cornice storica, archeologica e sociale attorno alla sua figura. A partire da Erode il grande (sul finire del cui regno nacque Gesù) con le numerose testimonianze architettoniche che ha lasciato nel territorio: dalla fortezza di Masada, alla città di Cesarea Marittima, dalla sontuosa tomba dell’Herodion al Tempio, sino al suo successore, Erode Antipa, al cui nome è legata la storia di Salomè, la morte di Giovanni Battista e le vicende del complicato processo a Gesù.

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La via della politica è la sussidiarietà.

ETTORE MALNATI

Papa Francesco nel viaggio apostolico in Africa e precisamente nel Madagascar, nel suo saluto alle autorità, ai rappresentanti della società civile e del corpo diplomatico, dopo il canto del “Va’ pensiero” offrì una riflessione orientata non solo alle autorità di quel Paese, ma avendo quali destinatari tutti coloro che hanno il compito dell’impegno per il bene comune.politica 2.jpg

Ecco le parole di Papa Francesco: “La funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida continua per coloro che hanno la missione di servire e proteggere i propri cittadini, in particolare i più vulnerabili, e di favorire le condizioni per uno sviluppo dignitoso e giusto, coinvolgendo tutti gli attori della società civile…. Abbiamo imparato che non possiamo parlare di sviluppo integrale senza prestare attenzione alla nostra casa comune e prendercene cura….Non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio- ambientale… Non può esserci un vero approccio ecologico, né una concreta azione di tutela dell’ambiente, senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alla generazione attuale ma anche a quella futura. Su questa strada dobbiamo impegnarci tutti compresa la Comunità Internazionale”.

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Immigrati in Italia. Le seconde generazioni

GIAN CARLO BLANGIARDO – ISTAT

La seconda generazione in senso stretto è quella costituita dai figli di cittadini stranieri nati nel paese di immigrazione. In molti casi si parla di seconda generazione in senso lato, intendendo anche gli stranieri che sono immigrati prima dei 18 anni. Si deve tenere conto che molti di questi ragazzi acquisiscono la cittadinanza italiana ed escono dal collettivo degli stranieri, pur continuando a far parte di quello delle seconde generazioni. I nuovi italiani di seconda generazione non solo sono in aumento, ma rappresentano un contingente con caratteristiche sempre più complesse e articolate, e proprio per questo, di difficile misurazione. Anche se può sembrare che si tratti di concetti semplici, facilmente applicabili anche in campo statistico si deve tenere conto che la rigidità dei sistemi di registrazione delle informazioni non sempre consente di dare informazioni precise rispetto a questi aggregati. L’integrazione di diversi fonti di dati statistici ha però consentito recentemente di fare chiarezza e di fornire nuovi elementi di valutazione quantitativa.

Al 1° gennaio 2018, in Italia, i minori di seconda generazione, stranieri o italiani per acquisizione, sono 1 milione e 316 mila: di questi il 75% è nato in Italia (991 mila, seconda generazione in senso stretto). I minori di seconda generazione costituiscono il 13% della popolazione minorenne; per i più giovani (0-5 anni), tale percentuale arriva al 15%. 7.jpg

A livello territoriale i minori di seconda generazione si concentrano maggiormente nelle regioni del Nord-ovest (poco meno del 40% del totale) e del Nord-est (quasi il 27%); quote inferiori si registrano nel Centro e nel Mezzogiorno (rispettivamente il 20 e il 13%). La maggiore presenza al Nord è evidente anche nel caso dei minori nati in Italia e arriva al 66%; nel Sud e nelle Isole scende all’11,2%.

Il contingente delle seconde generazioni è determinato nel tempo sia da nascite sia da nuovi ingressi. Dal 2000 al 2017 il flusso che ha alimentato la seconda generazione in senso stretto è costituito da quasi un milione e 100 mila bambini stranieri nati in Italia. Considerando invece la seconda generazione in senso lato, dal 2011 al 2017 sono stati iscritti in anagrafe dall’estero 324 mila stranieri minorenni.

Al 1° gennaio 2018, i ragazzi stranieri sotto i 18 anni residenti nel nostro Paese sono poco più di 1 milione, con un’incidenza pari a quasi l’11% sul totale della popolazione in quella classe di età, cresciuta di circa 3 punti percentuali negli ultimi dieci anni. Quasi tre quarti dei ragazzi stranieri residenti (74,7%) sono nati in Italia (circa 778 mila). La quota di nati in Italia supera il 90% nella classe di età 0-5 e si riduce al crescere dell’età, per arrivare al 37,5% nella classe 14-17 anni.

Le differenze tra le collettività sono rilevanti: la quota di nati in Italia supera l’89% per la Cina e si riduce al 55% nel caso del Pakistan. Le proporzioni più elevate di nati nel nostro Paese si riscontrano soprattutto per le collettività con una più lunga storia di immigrazione in Italia e che nel tempo hanno dato luogo a ricongiungimenti familiari o alla costituzione di una famiglia.

L’indagine sull’integrazione delle seconde generazioni condotta nel 2015 ha consentito di approfondire e documentare il senso di appartenenza dei giovani con background migratorio, superando il concetto di cittadinanza “formale”.

Nel complesso emerge che la quota di coloro che si sentono italiani sfiora il 38%; il 33% si sente straniero e poco più del 29% non si sente in grado di rispondere alla domanda. Sono notevoli le differenze di atteggiamento tra le diverse collettività: i

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Il calendario scolastico ed accademico 2019-2020 in Europa

L’estate è terminata ed è giunto il tempo per la rete Eurydice di aggiornare il calendario scolastico e quello accademico. Se stai cercando informazioni sulla distribuzione delle vacanze scolastiche, sul numero dei giorni di scuola o sul periodo degli esami durante l’anno accademico, sono questi i due rapporti da consultare: “The Organisation of School Time in Europe. Primary and General Secondary Education 2019/2020” e “The Organisation of the Academic Year in Europe 2019/2020”.

“The Organisation of School Time in Europe. Primary and General Secondary Education 2019/2020”

Basato su dati nazionali, il rapporto offre una panoramica sulla durata dell’anno scolastico, sulle date di inizio e di fine, su periodo e durata delle vacanze scolastiche e sul numero di giorni di scuola. Copre l’istruzione primaria e l’istruzione secondaria generale e, inoltre, alcune figure presentate in chiave comparativa illustrano aspetti particolarmente rilevanti. Le informazioni sono disponibili per i 38 Paesi partecipanti a Erasmus+ (20 Stati membri, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia e Turchia).

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Com’è organizzato l’anno scolastico in Europa?

Nonostante alcune differenze, i Paesi mostrano diverse similitudini relativamente alla struttura dei loro calendari scolastici. In 10 Paesi/regioni, la scuola inizia generalmente in agosto (un po’ prima in Danimarca e Finlandia). Per quanto riguarda il numero di giorni di scuola, questo varia dai 157 giorni nella scuola primaria della Comunità fiamminga del Belgio ai 200 giorni di Danimarca e Italia. In generale, il numero di giorni di scuola è lo stesso nell’istruzione primaria e secondaria, tranne qualche eccezione: in Francia e in Albania, in Grecia, in Romania e in Serbia, ad esempio, il numero dei giorni di scuola è maggiore nell’istruzione secondaria rispetto a quello dell’istruzione primaria.

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Come salvare la nostra Terra. “La nostra casa è in fiamme”

Sara Gandolfi

Il messaggio è semplice, quasi puerile nella sua essenzialità. Ed è proprio per questo che dilaga in ogni angolo del globo. «La nostra casa è in fiamme», dice e scrive Greta Thunberg. E a milioni la seguono nella protesta. Ma cosa vuole questa generazione in gran parte under 18, quindi ancora senza diritto di voto, che sciopera per il pianeta?

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Cosa chiedono i ragazzi

Oggi, come ieri, gli studenti si ribellano al mondo degli adulti e a una società che ritengono ingiusta. Se in passato la lotta aveva i colori della politica di partito, però, ai giorni nostri è rivolta proprio contro quei padri e quelle madri che hanno continuato, imperturbabili, a seguire un modello di sviluppo economico altamente inquinante, nonostante gli allarmi della scienza. Le parole d’ordine che accomunano i teen-ager di #FridaysForFuture sono: de-carbonizzare, ovvero abbandonare tutte le fonti fossili di energia e raggiungere lo 0 netto di emissioni a livello globale entro il 2050 (2030 in Italia); giustizia climatica per i popoli, ovvero la transizione energetica deve essere attuata su scala mondiale; e «Ascoltate la scienza», che per i giovani del Climate Strike significa seguire le indicazioni dell’Intergovernmental panel for climate change dell’Onu (Ipcc). «Continueremo a spingere affinché si rispettino gli accordi di Parigi e si limiti l’aumento medio globale della temperatura terrestre al di sotto di 1,5° rispetto ai livelli pre-industriali» ha ribadito ieri al Corriere Federica Gasbarro, una dei portavoce di FridaysForFuture e unica italiana invitata al Youth Climate Summit dell’Onu che oggi riunirà a New York cento giovani per «suggerire» nuove ricette al vertice dei Grandi, due giorni dopo. «Bisogna decarbonizzare l’economia, investire in nuove tecnologie, soprattutto le banche, e cambiare il modo di trasportare persone e cose. Il trasporto pubblico va incentivato e migliorato».

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Ecologia. Perché Greta coinvolge milioni di giovani di ogni parte del mondo

Luca Fraioli

Greta ha scosso il mondo e lo ha fatto scendere in piazza. Ha trasformato la sua solitaria e personale battaglia in una guerra combattuta da milioni di ragazzi, da New York a Sydney, passando per Delhi e Manila. Il suo sciopero scolastico del venerdì, da gesto simbolico, è diventato un rito collettivo. Ma soprattutto, la sua ossessione, salvare l’umanità dalla crisi climatica, è ora una preoccupazione di massa che può finalmente incidere sulle scelte della politica. Come dimostra la decisione di ieri del governo tedesco di varare un piano da 54 miliardi di euro per i prossimi 4 anni, che diventano 100 entro il 2030, per ridurre drasticamente le emissioni inquinanti e produrre il 65% dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2030. C’è persino chi vede un “effetto Greta” nel green deal voluto della neopresidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

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Resta da capire come sia stato possibile che una bambina, lei stessa si definisce così a dispetto dei suoi sedici anni, sia riuscita laddove avevano fallito scienziati e leader di partito: imporre la lotta al riscaldamento globale al primo posto nell’agenda dei governi. Certo ha contato la debolezza di scienza e politica, le cui credibilità e leadership sono state erose negli ultimi anni. Fino all’ammissione di impotenza. Da decenni i climatologi mettono in guardia le istituzioni sugli effetti catastrofici del riscaldamento globale: inutilmente. Tanto che persino loro confidano in Greta. Il più esplicito è stato Sir David King, consigliere scientifico del governo britannico con Blair e Brown e capo delegazione del Regno Unito durante le trattative per gli Accordi di Parigi: «Ho 80 anni e continuo a essere ottimista, ma solo perché sul clima vedo in azione i giovani», ha confessato a Repubblica . «Greta Thunberg è intelligente e la gente l’ascolta perché capisce che i giovani come lei pagheranno il prezzo delle nostre azioni o di ciò che non faremo.

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Lavoro. Nord e Sud a confronto: oltre gli stereotipi e i pregiudizi

MARCO ASCIONE

Perché non tagliare gli sprechi e dare a chi ha veramente voglia di lavorare? I meridionali sono inoperosi. Sono degli indolenti e degli scansafatiche.
Stanno davvero in questi termini le cose? Proviamo a interpellare qualche dato. Dal 2011, con la nascita dell’Osservatorio Unioncamere sull’Imprenditoria Giovanile, è emerso, ad esempio, che il numero di aziende (più precisamente il loro saldo: cioè, la differenza tra il numero di quelle che aprono e quelle che chiudono) condotte da giovani sotto i 35 anni al Sud è allo stesso livello di quello del Nord; tale numero nel 2010 risulta addirittura maggiore al Meridione. Infatti, mentre al Nord di tali aziende ve n’è presente il 39,6%, al Sud esse ammontano al 40,7%. Sempre a tale riguardo, nell’articolo del 9 febbraio 2015 uscito su Il Sole-24 Ore – nel quale vengono riportati i dati per l’anno 2014 elaborati ancora da Unioncamere per il quotidiano – l’autrice Francesca Barbieri scrive: «È al Sud che gli under 35 dimostrano più voglia di fare impresa: il record va alla Calabria (la regione più povera d’Italia), dove le imprese start up nel 42,6% dei casi fanno capo a giovani, seguita da Sicilia (40,7%) e Campania (40,2%)».

4.jpgSe si da poi un’occhiata ai dati riguardanti il numero d’imprese complessivo (ovvero non esclusivamente quelle gestite da giovani entro i 35 anni), sempre forniti da Unioncamere (https://www.infocamere.it/movimprese), per il periodo che va dal 2010 al 2018, si scopre qualcosa che ha del sorprendente: ovvero, il Sud non solo si caratterizza per il saldo del numero d’imprese mediamente più elevato d’Italia, ma in media presenta addirittura i tassi di crescita più pronunciati del Paese (vedi figura in basso a sinistra). Viceversa, al Nord si riscontrano i valori e i tassi più bassi, con le peggiori performance al Nord-Est, dove per 5 anni su 9 si sono avute più cessazioni che nascite di nuove attività imprenditoriali (saldo negativo).

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Scuola. “Fiera Didacta Italia 2019”. Firenze 9-11 ottobre

82 workshop, 67 seminari, 11 convegni, 200 espositori e la grande novità del padiglione Scuola=Futuro

Dal 9 all’11 ottobre la città di Firenze ospita alla Fortezza da Basso la terza edizione di Fiera Didacta Italia, l’appuntamento fieristico dedicato alla scuola rivolto a docenti, dirigenti scolastici, educatori, formatori, professionisti e imprenditori del settore scuola e tecnologia.

La manifestazione, dedicata a Leonardo da Vinci nel quinto centenario della morte e inserita dal Ministero dell’Istruzione fra gli eventi previsti dal piano pluriennale di formazione dei docenti, è stata presentata questa mattina a Roma al Miur dal Ministro Lorenzo Fioramonti, da Cristina Grieco, Assessore all’Istruzione e Formazione della Regione Toscana, da Sara Funaro, Assessore all’Università e Ricerca del Comune di Firenze, da Giovanni Biondi, Presidente Indire, e da Wassilios Emmanuel Fthenakis, presidente onorario di Didacta International.

Dopo il successo dell’edizione 2018 (+23% dei biglietti venduti rispetto all’edizione precedente con oltre 23mila partecipanti a seminari e eventi, oltre 100mila persone raggiunte sui social), Didacta Italia si conferma l’appuntamento annuale di riferimento in Italia per il lancio di nuove proposte per la scuola del futuro.fi.jpg

Nel 2019 la Fiera si distribuisce su 5 padiglioni, con una superficie espositiva di oltre 31mila metri quadri più di 200 aziende partecipanti, cui vanno ad aggiungersi le Sale dei Quartieri Monumentali del fortilizio mediceo. Ad oggi, più dell’80% degli eventi formativi è già sold out.

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Orientamento interculturale nell’educazione. Motivazioni

MARCO CATARCI 

Perché è necessario oggi un approccio interculturale nell’educazione? Per rispondere a questa prima domanda, è utile svolgere un’analisi della presenza e della canalizzazione formativa degli alunni con cittadinanza non italiana nel sistema scolastico italiano.

Occorre preliminarmente osservare che, con la presenza di circa 5 milioni di immigrati, il fenomeno migratorio ha raggiunto in Italia le proporzioni di altri Paesi Europei di più antica tradizione migratoria (IDOS, 2018), con effetti non più trascurabili sul sistema di istruzione nazionale. Basti pensare che il numero di studenti con cittadinanza non italiana (censiti annualmente dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) è di circa 826mila soggetti. La presenza di alunni stranieri era ancora contenuta negli anni ’80, ma ha fatto registrare un consistente incremento nei successivi anni ’90 (con l’afflusso di oltre 100mila studenti), una crescita ancora più marcata nel primo decennio del duemila e fino all’a.s. 2012/2013 (con l’ingresso di quasi 6787.jpg0mila studenti con cittadinanza non italiana nell’arco degli anni dal 2000/2001 al 2012/2013) e un deciso rallentamento negli anni recenti (con un aumento di sole 39mila unità dal 2013/2014 al 2016/2017) (MIUR, 2018).

Con un incremento negli ultimi anni particolarmente significativo nella scuola dell’infanzia e nella scuola secondaria di II grado, la presenza degli alunni con cittadinanza non italiana rappresenta, senza dubbio, una realtà strutturale del sistema scolastico italiano: l’incidenza degli stranieri sulla popolazione scolastica complessiva è in media del 9,4% (MIUR, 2018 p. 28).

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L’obesità in Italia. Un problema sociale, sanitario e clinico

Antonio Nicolucci, Mario Pappagallo, Paolo Sbraccia

La continua crescita della prevalenza del sovrappeso e dell’obesità è causa di serie preoccupazioni in tutte le regioni del mondo, e il fenomeno si configura sempre più come pandemia globale. In base alle stime dell’OMS, nel 2017 il sovrappeso e l’obesità sono stati responsabili di 4,72 milioni di decessi e di 148 milioni di anni vissuti con disabilità. Fra le cause di morte, l’eccesso ponderale è passato dal 16° posto nel 1990 al 7° posto nel 2007, fino a raggiungere il 4° posto nel 2017, preceduto sobotero_big.jpgl- tanto da ipertensione, fumo e iperglicemia.

Si stima che nel mondo ci siano oggi 2.1 miliardi di persone in sovrappeso o obese, circa il 30% della popolazione mondiale. Se l’andamento in crescita del fenomeno resterà immodificato, nel 2030 circa la metà delle persone nel mondo avrà un eccesso ponderale, con drammatici risvolti clinici, sociali ed economici.

Le cause della crescita del fenomeno obesità sono complesse, ed includono fattori evoluzionistici, biologici, psicologici, sociologici, economici ed istituzionali.

Le influenze sociali, le norme comportamentali e l’immagine che ciascuno ha di sé, possono determinare al- cune condizioni morbose quali l’obesità. Si definisce “contagio sociale”.

Chiarire se i tassi di obesità in alcuni contesti dipendano da una forma di contagio sociale piuttosto che da un’autoselezione naturale fra simili, possibilmente legata anche alla condivisione di luoghi e abitudini, potrebbe cambiare gli approcci delle politiche sanitarie per il miglioramento dello stato di salute delle popolazioni.

A tal proposito, alcuni ricercatori californiani – in un articolo recentemente pubblicato sulla rivista JAMA Pediatrics – hanno confrontato diverse famiglie di militari assegnate a diverse sedi territoriali di residenza non prevedibili, pertanto senza alcuna influenza nella scelta da parte dei soggetti, per studiare la relazione tra i relativi tassi di obesità locale e lo sviluppo di sovrappeso e obesità nei genitori e nei ragazzi.

Attingendo i dati da uno studio epidemiologico condotto su 38 insediamenti statunitensi militari, includendo 1.519 famiglie, di cui 1.314 adulti e 1.111 adolescenti, sono stati registrati i dati antropometrici e l’indice di massa corporea (IMC), relativi a un anno di osservazione.

Ne è risultato che le famiglie traferite in zone con un maggiore tasso di obesità hanno un IMC mediamente più elevato e un maggiore tasso di sovrappeso-obesità. Per esempio, per ogni 1% in più del tasso di obesità territoriale si è osservato: un punteggio di 0,08 in più sul dato dell’IMC e un 5% in più di obesità in media nei genitori adulti; un 4% in più sul tasso di sovrappeso-obesità nei figli, bambini e adolescenti.

La correlazione fra il tasso di obesità territoriale, i valori di IMC e la prevalenza di sovrappeso-obesità è stata più forte per periodi di insediamento più lunghi (>24 mesi) per i ragazzi, e per l’intera famiglia è stata maggiore per coloro che vivevano fuori sede dell’insediamento piuttosto che all’interno.

In conclusione, vivere in territori con maggiore tasso di obesità, come accade ad esempio nelle regioni del meridione d’Italia, può determinare un maggiore rischio di so- vrappeso-obesità. Dunque, l’obesità sarebbe contagiosa al pari di un virus, di un batterio? Brillante analogia, che necessita altresì di ulteriori osservazioni e dati più consolidati, ma che sembra avere solide basi se si parla di contagio culturale, di contagio sociale.

La vita moderna induce inoltre stili di vita più sedentari, e l’urbanizzazione contribuisce in modo importante alla riduzione dell’attività fisica. È stato stimato che l’urbanizzazione riduca il dispendio energetico di 300-400 calorie al giorno, mentre recarsi al lavoro in macchina o in auto- bus determina una ulteriore riduzione di 200 calorie.

Il cibo è diventato poi molto più economico negli ultimi 60 anni. Negli Stati Uniti, la quota del reddito familiare medio speso per il cibo è scesa dal 42% nel 1900 al 30% nel 1950 e al 13,5% nel 2003. Tuttavia, è soprattutto il cibo a basso contenuto nutrizionale ed alto con- tenuto energetico a costare poco, mentre rimangono elevati i prezzi degli alimenti più salutari. Questo induce, soprattutto nelle fasce sociali più svantaggiate, ad un consumo preferenziale di alimenti che aumentano in modo sostanziale il rischio di obesità.

Molti di questi fattori sottolineano l’importanza del contesto ambientale come driver della prevalenza del- l’obesità.

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