Cesare Battisti: “un assassino condannato dalla giustizia, ma salvato dalla politica”

 PAOLO BIONDANI

Uno scrittore perseguitato per le sue idee politiche? No, un terrorista pluri-omicida rimasto impunito per volontà del leader di un partito corrotto. Cesare Battisti è stato arrestato, poi rilasciato, e adesso finalmente catturato in Bolivia e rimpatriato in Italia. Dopo anni di “rifugio” in Brasile, Battisti si era visto revocato lo status di rifugiato politico dal nuovo presidente Bolsonaro, passo fondamentale per la sua estradizione in Italia, ed aveva fatto perdere le tracce a dicembre. Fino alla cattura avvenuta domenica 13 gennaio.

Ridotto ai fatti comprovati, liberato dai fumi ideologici, il caso di Cesare Battisti è la strana storia di un assassino condannato dalla giustizia, ma salvato dalla politica. La giustizia è quella italiana, che gli ha inflitto l’ergastolo per quattro omicidi. Sentenza mai eseguita perché l’ex terrorista rosso è scappato in Brasile, dove il 31 dicembre 2010 l’allora presidente Lula, carismatico leader della sinistra, ha messo il veto all’estradizione, con l’ultimo atto del suo mandato.

Uno schiaffo all’Italia: i processi documentano che era lui a impugnare le armi. E le sue vittime furono quattro innocenti ammazzati per vendetta. Ma invece è stato il rapinatore-killer, diventato un romanziere intoccabile, a essere presentato come vittima della repressione italiana negli anni di piombo.

Il primo fatto certo è che Cesare Battisti viene arrestato con altri complici a Milano, nel giugno 1979, in una casa dove ha nascosto un arsenale: mitra, pistole, fucili. Sono armi dei “Proletari armati per il comunismo”, che teorizzano un’alleanza “anti-capitalista” con i rapinatori comuni. Da quel covo parte l’indagine che in luglio porta in carcere anche Giuseppe Memeo, il protagonista della foto-simbolo degli anni di piombo: l’autonomo che spara per strada contro la polizia. «Battisti era un rapinatore comune, per soldi, che si è politicizzato in carcere», ha scritto il pm Armando Spataro per «ristabilire la verità» dopo il primo stop brasiliano.

Nell’ottobre 1981, mentre sta scontando la prima condanna per banda armata, Battisti evade dal carcere di Frosinone e scappa in Francia. Dove diventa un giallista di successo, difeso da illustri intellettuali. In Italia le indagini continuano e fanno crollare il muro di piombo. Numerosi terroristi confessano. Tra le prove contro Battisti c’è perfino la testimonianza di un cittadino che ha avuto il coraggio di inseguire un commando di terroristi-killer.

Battisti viene condannato in tutti i gradi di giudizio per quattro omicidi. Un’escalation spaventosa. Il 6 giugno 1978 ammazza personalmente un maresciallo di Udine, Antonio Santoro. Il 16 febbraio 1979 la sua banda uccide un gioielliere di Milano, Pierluigi Torregiani, il cui figlio Alberto resta paralizzato: è la vittima che protesta da anni contro l’impunità del terrorista. Battisti ha organizzato quel delitto, ma non partecipa all’esecuzione perché lo stesso giorno va a fare da copertura, armato, ai complici che sopprimono un negoziante di Mestre, Lino Sabbadin, “giustiziato” come il gioielliere perché si era opposto a precedenti rapine. Il 19 aprile 1979 è Battisti in persona ad uccidere, a Milano, il poliziotto della Digos Andrea Campagna.

Nel 2004 Battisti viene arrestato a Parigi. In giugno i giudici francesi concedono l’estradizione: non è un perseguitato. Battisti però è già tornato libero e fugge in Brasile. Dove viene riarrestato nel 2007. Intanto la Corte europea boccia il suo ricorso: il terrorista in Italia ha avuto processi giusti, con ogni mezzo di difesa
e avvocati di fiducia.

In Brasile, prima la Procura generale e poi la Corte suprema autorizzano la riconsegna all’Italia. Ma nel 2009 il ministro Tarso Genro gli concede asilo politico. E alla fine Lula ferma l’estradizione. Pochi mesi fa, anche alla luce della fine dell’era Lula in Brasile, l’Italia ha consegnato una nuova richiesta di estradizione per Battisti che sembrava aver trovato l’appoggio dell’esecutivo verdeoro. Un’evoluzione diplomatica che avrebbe portato il terrorista a fare le valigie in fretta.

Poi un nuovo stop fino alla decisione del giudice supremo di ordinare l’arresto che potrebbe portare all’estradizione del terrorista in Italia, come promesso in campagna elettorale dal nuovo presidente verdeoro Bolsonaro. E quando tutto sembrava definito, la fuga del terrorista in Bolivia, paese in cui è stato catturato domenica.

in L’Espresso, 14 gennaio 2019

La vita che c’è dietro le sbarre di un carcere

Mauro Leonardi

La notizia data dal ministro della Giustizia che Cesare Battisti sarebbe stato condotto a Rebibbia – poi corretta, annunciando che sarebbe stata preferita la destinazione di Oristano – mi aveva colpito molto perché da qualche tempo svolgo nel carcere romano il ministero di Cappellano (per l’esattezza sono un ‘art. 17’). Il terrorista dei Pac (Proletari armati per il comunismo) è colpevole di 4 uccisioni, tutte orribili, ma in particolare mi ha dato molto da pregare e riflettere il primo omicidio, perché aveva riguardato un agente della Polizia penitenziaria. Il cappellano di un carcere non svolge il suo ministero solo rivolto ai detenuti, ma anche rispetto a tutti coloro che operano in un istituto di detenzione, un po’ come il sacerdote di una scuola non pensa solo agli alunni, ma anche a famiglie e professori. L’omicidio del maresciallo Antonio Santoro fu commesso a Udine il 6 giugno 1978 a opera dei Pac che lo rivendicarono. Santoro era accusato dai terroristi di presunti maltrattamenti ai danni di detenuti, per ‘inchieste giornalistiche’ di quotidiani come ‘Lotta Continua’, che gli imputavano abuso d’ufficio e di potere. Esecutore materiale dell’omicidio venne riconosciuto Cesare Battisti, poi condannato all’ergastolo. Battisti e Enrica Migliorati (anch’essa appartenente ai Pac) attesero la vittima davanti all’uscio di casa fingendosi fidanzati. Poi, al sopraggiungere di Santoro, Battisti gli sparò alle spalle tre colpi, di cui due mortali alla nuca. Nel volantino di rivendicazione, intitolato «Contro i lager di Stato», i Pac scrissero che l’istituzione carceraria andava distrutta perché «ha una funzione di annientamento del proletariato prigioniero» e di «strumento di repressione e tortura». Santoro ricevette la medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E il 6 giugno 2007 gli è stata intitolata la nuova caserma della Polizia penitenziaria di Udine. Espressioni come «lager di Stato», «repressione e tortura», «funzione di annientamento» mi arrivano come pugni allo stomaco perché io in carcere ho visto custodi – non ‘guardie’ – attenti, pazienti, stanchi a volte, ma che riescono a vincersi perché sanno di essere, per forza di cose, i principali operatori nel lavoro di ‘educare attraverso la pena’. Chi è in carcere non è solo uno che ha sbagliato: è anche una persona che sta pagando per quello sbaglio e che sta ritrovando la propria dignità con lo scontare la pena che gli toglie la libertà. I sacerdoti sono in carcere perché «i detenuti e gli internati hanno libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in essa e di praticarne il culto» (art. 26 dell’ordinamento penitenziale): e quanto vale per la religione vale anche per tanti altri diritti. Auguro a Cesare Battisti di non guardare più il mondo attraverso concezioni teoriche. In carcere non troverà torturatori di un lager, ma persone che vedono i detenuti non attraverso il filtro dell’ideologia, quella che ha armato anche la mano dei Proletari armati per il comunismo, ma per ciò che sono: esseri umani come tutti noi. E troverà persone che stanno pagando un debito alla vita, con una pena che in Italia al di là dei luoghi comuni è certa e dura. Persone che, quasi sempre, sono poverissime e più ultime di tutti. Perché quando usciranno – se usciranno – non troveranno nessuno. Né mogli, né compagne, né figli, né parenti, né amici, né lavoro, né società capace di accogliere. E questo un agente lo sa meglio e prima di chiunque altro, perché passare la giornata assieme ai detenuti significa inevitabilmente vivere la loro vita e sapere che i carcerati sono i reietti della società. Un agente non tortura; un agente spera che la detenzione e le misure a essa collegate (quando ci sono…) servano a non vedere più tornare in carcere chi esce quando ha scontato la pena in condizioni anche al limite della tollerabilità. E il più grande dolore è vedere delusa questa speranza e dover mormorare tra sé e sé dopo poco tempo ‘io ti ho già visto’ perché, negli anni in cui il carcere lavorava per custodire il detenuto, nessuno nella società ha lavorato per essere capace di accogliere quella persona una volta libera.

in “Avvenire” del 15 gennaio 2019

L’utilizzo diffusivo dei robot. Ma il ruolo dell’uomo rimane imprescindibile

Gianni Rusconi

Le attività manuali e a più basso contenuto professionale sono a forte rischio di sostituzione; le nuove competenze tecnologiche diventano un elemento di tutela evoluta del lavoro. Gli assunti emersi dal primo rapporto Aidp-LabLaw (curato da Doxa) su robot, intelligenza artificiale e lavoro in Italia offrono una visione abbastanza precisa di quale sia lo scenario a cui stiamo andando incontro. E si specchiano in quello che è forse il messaggio più importante che scaturisce da questa indagine: la stragrande maggioranza delle aziende (l’89% nello specifico) ritiene che umanoidi e algoritmi di machine learning non potranno mai sostituire del tutto il ruolo delle persone, ma avranno comunque un impatto migliorativo sul lavoro, stimolando la creazione di funzioni che prima non c’erano e lo sviluppo di nuove professionalità.

Da parte del management, in linea generale, c’è quindi “fiducia” verso le nuove tecnologie e lo dimostra il fatto che ben il 61% delle aziende italiane si dice pronto ad introdurre sistemi di intelligenza artificiale e robot nelle proprie organizzazioni, mentre solo l’11% si dichiara totalmente contrario. A spingere l’adozione di questi strumenti concorre la convinzione che il loro utilizzo possa rendere il lavoro meno faticoso e più sicuro, aumentare l’efficienza e la produttività (lo dice rispettivamente il 93% e il 90% del campione) e favorire la sostituzione dei lavori manuali con attività di concetto (lo affermano otto dei dieci fra manager e imprenditori intervistati).

Al di là dei benefici in termini organizzativi, c’è però l’immancabile rovescio della medaglia legato all’introduzione di queste tecnologie, sotto forma di effetti negativi sull’occupazione e in termini di esclusione di chi è meno scolarizzato e qualificato. In quest’ottica, suggeriscono gli autori del rapporto, va letto il dato negativo sulle conseguenze in termini di perdita di posti di lavoro indicata dal 75% dei rispondenti.

Molto significativi, per inquadrare meglio la rivoluzione in atto nelle organizzazioni e le attività che i direttori del personale saranno chiamati a svolgere per guidare il cambiamento, sono inoltre i seguenti indicatori. Per il 56% delle aziende censite, l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale e robot si è concretizzato a supporto delle persone, a riprova che tali tecnologie sono da considerarsi principalmente un’estensione delle attività umane, mentre per il 42% hanno sostituito mansioni prima svolte da dipendenti. Circa un terzo delle aziende esaminate, infine, ritiene che queste tecnologie abbiano migliorato molti aspetti intrinseci del lavoro dipendente, favorendo una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro in entrata e in uscita, la riorganizzazione degli spazi e la promozione di progetti di smart working.

«I risultati della ricerca – spiega in una nota Isabella Covili Faggioli, Presidente di Aidp (l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale) – fanno capire che la digitalizzazione non è mai solo una questione tecnologica ma strategica. Sono sempre e comunque le persone che fanno la differenza».

Per Francesco Rotondi, giuslavorista e co-founder di LabLaw, emerge anche un tema di nuovi rapporti tra imprese e lavoratori, in cui spicca «la possibilità di un’integrazione tra processi fisici e tecnologia digitale mai vista in precedenza, che lascia presagire la nascita di un modello nel quale l’impresa tenderà a perdere la propria connotazione spazio-temporale in favore di un sistema di relazioni fatto di interconnessioni tra soggetti attivi in un ambito che va oltre la dimensione aziendale. Ciò che deve essere compreso, molto probabilmente, è che vi sarà la creazione di nuove opportunità di lavoro proprio in ragione dell’introduzione di nuove tecnologie e nuovi modelli organizzativi».

Tra i tanti punti aperti che l’intelligenza artificiale si porta dietro c’è sicuramente quello di chi, in azienda, deve guidarne la sua adozione passo dopo passo. «Credo che in queste fasi – aggiunge in proposito Rotondi – il ruolo del responsabile Hr sia di fondamentale importanza come in tutti i momenti di transizione, perché oggi al centro dell’organizzazione del lavoro sta tornando l’uomo con le proprie capacità, imprescindibili per la ricerca della reddittività d’impresa». Serve dunque intervenire, a detta del giuslavorista, soprattutto su un piano, e non è certo quello tecnologico.

«Non esiste un problema etico, e non credo che esista un vuoto regolatorio: c’è solo un grande problema culturale e di una società contradditoria che ha perso i punti di riferimento. Le relazioni industriali, a mio avviso, potranno fare la differenza e vanno per questo riscritte le relazioni contrattuali primarie rendendole più aderenti alla realtà e capaci di esprimere l’attuale assetto delle relazioni». Con buona pace di robot e algoritmi.

In Il Sole 24 Ore, 02 gennaio 2019

“The Human Community”. “Loss of the human dimension and the paradox of “progress”

Pope Francis                                              EN  – ES  – FR  – IT ]

The human community is God’s dream even from before the creation of the world (cf. Eph 1:3-14). In it, the eternal Son begotten of God the Father has taken flesh and blood, heart and emotions. Through the mystery of giving life, the great family of humanity is enabled to discover its true meaning. The ability of the family to initiate its members to human fraternity can be considered a hidden treasure that can aid that general rethinking of social policies and human rights whose need is so urgently felt today. All of us ought to grow in the awareness of our common origin in God’s love and creative act. Christian faith confesses the begetting of the Son as the ineffable mystery of the eternal unity between “bringing into being” and “benevolent love” within the life of the Triune God. A renewed proclamation of this often overlooked revelation can open a new chapter in the history of human community and culture, which today cries out — “groaning as if in labour pains” (cf. Rom 8:22) — for rebirth in the Spirit. God’s tenderness and his will to redeem all those who feel lost, abandoned, discarded, or hopelessly condemned, is revealed in the only-begotten Son. The mystery of the eternal Son who became one of us is the definitive witness to this “passion” of God. The mystery of Christ’s cross — “for us and for our salvation” — and resurrection — as “the firstborn of many brothers” (Rom 8:29) — tells us the extent to which God’s passion is directed to the redemption and full flourishing of human beings.

We need to renew a lively awareness of God’s passion for humanity and its world. Human beings were made by God “in his image” – “male and female” (Gen 1:27) – as spiritual and sentient, conscious and free. The relationship between man and woman is the primary place where all creation speaks with God and bears witness to his love. This world is the place where we are brought to life; it is the place and time in which we gain a foretaste of the heavenly home that is our destiny (cf. 2 Cor 5:1) and where we will live fully our communion with God and with all others. The human family is a community with a common origin and a common goal, whose attainment “is hidden, with Christ, in God” (Col 3:1-4). In our time, the Church is called once more to propose the humanism of the life that bursts forth from God’s passion for human beings. Our commitment to valuing, supporting and defending the life of every human being is ultimately motivated by God’s unconditional love. Such is the beauty and the allure of the Gospel, which does not reduce love of neighbour to criteria of economic or political convenience, or to “certain doctrinal or moral points based on specific ideological options” (Evangelii Gaudium, 39).

A passionate and productive history

1. That passion has inspired the work of the Pontifical Academy for Life from the time it was created twenty-five years ago by Saint John Paul II at the prompting of the eminent scientist and Servant of God Jérôme Lejeune. Recognizing the rapid and sweeping changes taking place in biomedicine, Pope John Paul saw the need for a more structured and organic approach and engagement in this area. The Academy was thus able to promote initiatives of research, education and communications aimed at demonstrating “that science and technology, at the service of the human person and his fundamental rights, contribute to the overall good of man and to the fulfilment of the divine plan of salvation.” (Saint John Paul II, Motu Proprio Vitae Mysterium [11 February 1994], 3). The new statutes of the Academy, issued on 18 October 2016, have given renewed impetus to its activities. The goal of the statutes is to make the Academy’s reflection on human life issues ever more attuned to the contemporary scene. The ever-quickening pace of technological and scientific innovation, and the phenomenon of globalization have multiplied interactions between cultures, religions and different fields of study, and among the many dimensions of our human family and the earth, our common home. Consequently, as Pope Francis pointed out to the General Assembly of the Academy“there is an urgent need for greater study and discussion of the social effects of this technological development, for the sake of articulating an anthropological vision adequate to this epochal challenge. Yet your expert advice cannot be limited solely to offering solutions to the questions raised by specific ethical, social or legal conflict situations. The proposal of forms of conduct consistent with human dignity involves the theory and practice of science and technology in terms of their overall approach to life, its meaning and its value” (5 October 2017).

Loss of the human dimension and the paradox of “progress”

2. At this moment in time, passion for what is distinctively human, and for the whole human family, encounters serious obstacles. The joys of family relationships and social coexistence appear seriously diminished. Mutual distrust between individuals and peoples is being fed by an inordinate pursuit of self-interest and intense competition that can even turn violent. The gap between concern with one’s own well-being and the prosperity of the larger human family seems to be stretching to the point of complete division. In the Encyclical Laudato Sì, I pointed to the state of emergency existing in our relationship with the history of the earth and its peoples. This alarming situation is the result of the scarce attention paid to the decisive global issue of the unity of the human family and its future. The erosion of this sensitivity, due to worldly forces of conflict and war, is growing worldwide at a much higher rate than that of the production of goods. We are speaking of a real culture – indeed, it would be better to speak of anti-culture – of indifference to the community: hostile to men and women and in league with the arrogance of wealth.

3. This emergency reveals a paradox. How could it happen that, at the very moment of history when available economic and technological resources make it possible for us to care suitably for our common home and our human family, in obedience to God’s command, those same economic and technological resources are creating our most bitter divisions and our worst nightmares? People sense acutely and painfully, albeit often confusedly, the spiritual dejection, or even nihilism, that subordinates life itself to a world and a society dominated by this paradox. The attempt to dull this sense of deep distress by the blind pursuit of material pleasure produces the ennui of a life lacking in a purpose that can satisfy its spiritual yearning. Let us face the fact: men and women in our time are often demoralized and disoriented, bereft of vision. All of us are, to some extent, closed in on ourselves. The financial system and the ideology of consumerism regulate our needs and manipulate our desires, with little concern for beauty of a life in common and for the sustainability of our common home.

Responsible listening

4. Christians, hearing the cry of suffering peoples, need to react against the negativity that foments division, indifference and hostility. They must do so not simply for their own sake, but for that of everyone. And they need to do so now, before it is too late. The ecclesial family of disciples – and of all others who seek in that family reasons for hope (cf. 1 Pet 3:15) – has been planted on earth as “a sacrament, a sign and instrument a communion with God and of the unity of the entire human race” (Lumen Gentium, 1). The restoration of each of God’s creatures to the joyful hope of his or her spiritual destiny must become the passionate theme of our preaching. It is urgent that the elderly have greater confidence in their best “dreams” and that the young have “visions” able to sustain them to act boldly in history (cf. Jl 3:1). At the level of culture, our goal must be a new and universal ethical perspective attentive to the themes of creation and human life. We cannot continue down the mistaken path followed in recent decades of allowing humanism to be deconstructed and considered simply as another ideology of the will to power. We must resist such ideologies, however strongly urged by the market and by technology, and choose humanism. The distinctiveness of human life is an absolute good, worthy of being ethically defended, precious for the care of creation as a whole. For humanism not to draw inspiration from the loving act of God would be a contradiction and a scandal. The Church must be the first to rediscover the beauty of this inspiration and make her contribution with renewed enthusiasm.

A difficult task for the Church

5. We acknowledge the difficulties involved in restoring this broader humanistic horizon, even within the Church. First, we can ask frankly if our ecclesial communities today realize and testify to the gravity of this contemporary emergency. Are they seriously focused on the passion and joy of proclaiming God’s love for the dwelling of his children on the earth? Or are they still overly focused on their own problems and on making timid accommodations to an essentially worldly outlook? We can question seriously whether we have done enough as Christians to offer our specific contribution to a vision of humanity capable of upholding the unity of the family of peoples in today’s political and cultural conditions. Or whether we have lost sight of its centrality, putting our ambition for spiritual hegemony over the governance of the secular city, concentrated as it is upon itself and its wealth, ahead of a concern for local communities inspired by the Gospel spirit of hospitality towards the poor and the hopeless.

Building universal fraternity

6. It is time for a new vision aimed at promoting a humanism of fraternity and solidarity between individuals and peoples. We know that the faith and love needed for this covenant draw their power from the mystery of history’s redemption in Jesus Christ, a mystery hidden in God even before the creation of the world (cf. Eph 1:7-10; 3:9-11; Col 1:13-14). We know too that human minds and hearts are not completely closed or insensible to the seeds of faith and the works of this universal fraternity sown by the Gospel of the kingdom of God. We must once again bring this fraternity to the fore. For it is one thing to feel forced to live together, but something entirely different to value the richness and beauty of the seeds of common life needing to be sought out and cultivated. It is one thing to resign oneself to seeing life as a battle against constant foes, but something entirely different to see our human family as a sign of the abundant life of God the Father and the promise of a common destiny redeemed by the infinite love that even now sustains it in being.

7. The ways of the Church all lead to man, as Saint John Paul II solemnly proclaimed in his first encyclical (Redemptor Hominis, 1979). Before him, Saint Paul VI, echoing the teaching of the Council, had stated in his own first encyclical that the Church family extends in concentric circles to all men and women, even to those who consider themselves extraneous to the faith and the worship of God (cf. Ecclesiam Suam, 1964). The Church shelters and protects the signs of grace and mercy that God offers to every human being who comes into this world.

Recognizing the signs of hope

8. In this mission, we are encouraged by signs that God is at work in our time. These signs need to be acknowledged and not overshadowed by certain negative factors. Along these lines, Saint John Paul II pointed to the many efforts to welcome and defend human life, the growing opposition to war and to the death penalty, and a greater concern for the quality of life and ecology. He also indicated as a sign of hope the development of bioethics as “reflection and dialogue – between believers and nonbelievers, as well as between believers of different religions – on ethical problems, even the most fundamental ones, that affect the life of man” (Evangelium Vitae, 27). The scientific community of the Pontifical Academy for Life has demonstrated, over the past twenty-five years, its ability to enter into this dialogue and to offer its own competent and respected contribution. A sign of this is its constant effort to promote and protect human life at every stage of its development, its condemnation of abortion and euthanasia as extremely grave evils that contradict the Spirit of life and plunge us into the anti-culture of death. These efforts must certainly continue, with an eye to emerging issues and challenges that can serve as an opportunity for us to grow in the faith, to understand it more deeply and to communicate it more effectively to the people of our time.

The future of the Academy

9. Before all else, we need to enter into the language and lives of men and women today, making the Gospel message incarnate in their concrete experiences, as the Council demanded. To appreciate the meaning of human life, we should begin with the experience of procreation; this will enable us to avoid reducing life merely to a biological concept or a universal abstraction divorced from relationships and from history. The primordial reality of our “flesh” precedes and makes possible all further consciousness and reflection, preventing us from thinking that we are the source of our own existence. Only after receiving the gift of life, and prior to any intention or decision of our own, can we become aware that we are in fact alive. Life necessarily entails being a child, welcomed and cared for, however inadequately in certain cases. “It thus seems reasonable to see a connection between the care we have received from the beginning of life, that enabled it to grow and develop, and the responsible care we in turn give to others… This precious connection preserves a human and God-given dignity that endures, even despite one’s loss of health, role in society and control over his or her body” (Letter of the Cardinal Secretary of State to the Conference on Palliative Care, 28 February 2018).

10. We know that the threshold of basic respect for human life is being crossed, and brutally at that, not only by instances of individual conduct but also by the effects of societal choices and structures. Business strategies and the pace of technological growth now, as never before, condition biomedical research, educational priorities, investment decisions and the quality of interpersonal relationships. The possibility of directing economic development and scientific progress towards the covenant between man and woman, towards caring for our common humanity and towards the dignity of the human person, surely arises from a love for creation that faith helps us to deepen and illuminate. The prospect of a global bioethics, with a broad vision and a concern for the impact of the environment on life and health, offers a significant opportunity for strengthening the new covenant between the Gospel and creation.

11. Our shared humanity demands a global approach to the questions raised by the dialogue between diverse cultures and societies that, in today’s world, are in increasingly close contact. May the Academy for Life be a place for courageous dialogue in the service of the common good. I encourage you not to be afraid to advance arguments and formulations that can serve as a basis for intercultural and interreligious, as well as interdisciplinary, exchanges. But also to take part in the discussion of human rights, which are central to the search for universally acceptable criteria for decisions. At stake is the understanding and exercise of a justice that demonstrates the essential role of responsibility in the discussion of human rights and about their close correlation with duties, beginning with solidarity with those in greatest need. Pope Benedict XVI has spoken of the importance of “a renewed reflection on how rights presuppose duties, if they are not to become mere licence. Nowadays we are witnessing a grave inconsistency. On the one hand, appeals are made to alleged rights, arbitrary and non-essential in nature, accompanied by the demand that they be recognized and promoted by public structures, while, on the other hand, elementary and basic rights remain unacknowledged and are violated in much of the world”. Among those rights, the Pope emeritus points to “lack of food, drinkable water, basic instruction and elementary health care” (Caritas in Veritate, 43).

12. Another area calling for study is that of the new technologies described as “emergent” and “convergent.” These include information and communication technologies, biotechnologies, nanotechnologies and robotics. Relying on results obtained from physics, genetics and neuroscience, as well as on increasingly powerful computing capabilities, profound interventions on living organisms are now possible. Even the human body is subject to interventions capable of modifying not only its functions and capabilities, but also its ways of relating on personal and societal levels, with the result that it is increasingly exposed to market forces. There is a pressing need, then, to understand these epochal changes and new frontiers in order to determine how to place them at the service of the human person, while respecting and promoting the intrinsic dignity of all. This task is extremely demanding, given its complexity and the unpredictability of future developments; consequently, it requires even greater discernment than usual. We can define this discernment as “a sincere work of conscience, in its effort to know the possible good on the basis of which to engage responsibly in the correct exercise of practical reason” (Synod of Bishops on Young People, Final Document [27 October 2018], 109). This process of research and evaluation thus entails the workings of the moral conscience and, for the believer, is part of his or her relationship with the Lord Jesus, in the desire to put on the mind of Christ in our actions and choices (cf. Phil2:5).

13. The kind of medicine, economy, technology and politics that develop within the modern city of man must also, and above all, remain subject to the judgment rendered by the peripheries of the earth. Indeed, the many extraordinary resources made available to human beings by scientific and technological research could overshadow the joy of fraternal sharing and the beauty of common undertakings, unless they find their meaning in advancing that joy and beauty. We should keep in mind that fraternity remains the unkept promise of modernity. The universal spirit of fraternity that grows by mutual trust – within modern civil society and between peoples and nations – appears much weakened. The strengthening of fraternity, generated in the human family by the worship of God in spirit and truth, is the new frontier of Christianity. Every detail of the life of the body and of the soul, in which the love and redemptive power of the new creation shine forth within us, leads to amazement before the miracle of a resurrection in the very process of occurring (cf. Col 3:1-2). May the Lord grant that we multiply these miracles! May the witness of Saint Francis of Assisi, who saw himself as the brother of every creature on earth and in heaven, inspire us by its perennial relevance. May the Lord prepare you for this new phase of your mission, your lamps filled with the oil of the Spirit to light your path and to guide your steps. How beautiful indeed are the feet of those who bring the joyful proclamation of God’s love for the life of all those who dwell upon our land (cf. Is 52: 7; Rom 10:15).

Letter to the President of the Pontifical Academy for Life for the 25th Anniversary of the Establishment of the Academy, From the Vatican, 6 January 2019

 

La Chiesa ortodossa nella bufera della disgregazione

Gianni Valente

Le rotte dei prossimi viaggi in agenda di Papa Francesco sono fatalmente destinate a incrociare la tempesta che scuote le Chiese ortodosse di matrice bizantina. Una bufera finora concentrato in Ucraina, ma che potrebbe presto allargarsi risucchiando nel suo vortice altre lacerazioni – latenti o conclamate – che già segnano il corpo dell’intera l’Ortodossia.

Il rebus macedone

Ieri è stata annunciata ufficialmente la visita di Papa Francesco in Romania (31 maggio-2 giugno). Ma prima, nello stesso mese tradizionalmente dedicato alla Madonna (5-6 maggio), il Vescovo di Roma compirà un viaggio lampo in Bulgaria e Macedonia, incrociato una delle faglie di frattura dove si scaricano con più veemenza le tensioni intra-ortodosse. Lungo la storia, le comunità ortodosse degli attuali territori macedoni sono state sottoposte alla giurisdizione della Chiesa bulgara e poi a quella diretta del Patriarcato ecumenico, per poi passare – a partire dai primi decenni del Novecento sotto la direzione della Chiesa ortodossa serba. Nel 1967, i metropoliti macedoni decisero di staccarsi dal Patriarcato serbo e di proclamare la propria autocefalia (indipendenza). Da allora, e fino ad adesso, nessuna altra Chiesa ortodossa ha riconosciuto la legittimità canonica della “scismatica” Chiesa ortodossa macedone. Negli ultimi anni, i gerarchi ortodossi macedoni hanno cercato di riallacciare la comunione almeno con la Chiesa bulgara, dichiarandosi disposti a riconoscerla come propria “Chiesa madre”. Fino a quando, a fine maggio 2018, mentre era già iniziata la controversia tra Costantinopoli e Mosca intorno al progetto di autocefalia dell’Ortodossia ucraina, lo stesso Patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha annunciato di voler farsi carico anche della “questione macedone” (dopo aver ricevuto anche una lettera in cui anche il Primo ministro di Macedonia, Zoran Zaev, dichiarava di sostenere la richiesta di autocefalia degli ecclesiastici del suo Paese).

Ora che tutti i membri del Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli hanno firmato il Decreto di concessione dell’autocefalia alla nuova Chiesa ortodossa ucraina indipendente dal Patriarcato di Mosca, esponenti della Chiesa ortodossa serba ipotizzano (e temono) che lo stesso schema possa ripetersi in Macedonia, con il patriarca ecumenico disponibile a rilegittimare canonicamente gli ortodossi macedoni “scismatici” e a concedere loro piena indipendenza del Patriarcato serbo. Forse anche per questo il patriarca ortodosso serbo Irinej è stato finora uno dei Primati ortodossi più decisi nello stroncare la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina, chiamando in causa nel suo messaggio di Natale «sciovinisti arrabbiati, russofobi guidati da politici corrotti» che «con l’appoggio degli uniati e purtroppo anche con la partecipazione non canonica del Patriarcato di Costantinopoli hanno approfondito e allargato gli scismi esistenti, e hanno gravemente danneggiato l’unità dell’intera Ortodossia».

Riguardo al nuovo interventismo del Patriarcato ecumenico nelle situazioni controverse che alimentano contrasti e tagliano fuori dalla comunione ortodossa gruppi consistenti di fedeli – come è avvenuto per decenni nei casi citati dell’Ucraina e della Macedonia -, diversi analisti hanno richiamato l’attenzione su un passaggio del Tomos per l’autocefalia ucraina che sembra riconoscere alla Sede costantinopolitana robuste prerogative di guida e orientamento nei confronti delle singole Chiese ortodosse. «Nel caso di grandi questioni di natura ecclesiastica, dottrinale e canonica», si legge nel decreto di concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina «il Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina deve, a nome del Santo Sinodo della sua Chiesa, rivolgersi al nostro santissimo Trono patriarcale ed ecumenico, cercando il suo parere autorevole e il suo appoggio finale».

Reazioni e esitazioni

Dopo la consegna del Tomos di autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina da parte del Patriarcato ecumenico, un esplicito sostegno alla nascita della nuova Chiesa ucraina è stato espresso dal Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che in una dichiarazione datata 11 gennaio lo ha descritto come «un risultato storico per l’Ucraina impegnata a delineare il proprio futuro». Anche l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, primate della Chiesa greco cattolica ucraina, ha salutato con grande trasporto la nascita della Chiesa ortodossa ucraina autocefala, valorizzandola come passo positivo verso il ripristino della piena comunione tra tutte le Chiese ucraine: «Oggi – ha detto in un’intervista-manifesto il capo dei greco-cattolici ucraini – ogni sforzo deve essere fatto non solo per superare la divisione all’interno dell’Ortodossia ucraina, ma anche fare seriamente teologia, pregare e lavorare per ripristinare l’originaria unità della Chiesa di Kyiv nei suoi rami ortodosso e cattolico. E proprio la Chiesa greco-cattolica ucraina porta la mistica memoria ecclesiale del cristianesimo indiviso del primo millennio. Oggi, anche se viviamo in piena comunione con il Successore dell’apostolo Pietro, consideriamo come nostra Chiesa madre la Chiesa dell’antica Costantinopoli».

Invece le altre Chiese ortodosse, a parte il Patriarcato di Mosca, non hanno ancora espresso sulla proclamata autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina reazioni ufficiali legittimate dal pronunciamento dei rispettivi sinodi. Alcune Chiese ortodosse, come quella di Grecia, hanno annunciato che la questione verrà affrontata nelle prossime riunioni sinodali dei propri vescovi. Mentre alcuni primati hanno già manifestato contrarietà alle modalità con cui l’autocefalia è stata concessa e allarme per le sue potenziali conseguenze. Yohanna X, patriarca della Chiesa greco ortodossa d’Antiochia, ha scritto il 31 dicembre una lettera indirizzata a Bartolomeo, nella quale invitava il patriarca ecumenico a «non prendere alcuna decisione che non esprima il consenso delle Chiese ortodosse autocefale», ricordando che «è irragionevole porre fine a uno scisma a scapito dell’unità del mondo ortodosso».

Dopo la consegna del Tomos di autocefalia al Metropolita ucraino Epiphany, gli sforzi di persuasione delle parti in causa si sono concentrati anche sul Patriarcato di Gerusalemme: alcuni vescovi della nuova Chiesa autocefala ucraina hanno annunciato l’intenzione di visitare la Terra Santa nella speranza di poter concelebrare con il patriarca greco ortodosso Theophilos e con altri vescovi del Patriarcato di Gerusalemme, anche per attestare in questo modo la propria legittimità canonica. Neanche il Santo Sinodo del Patriarcato di Gerusalemme ha diffuso finora dichiarazioni pubbliche intorno agli sviluppi finali della crisi ucraina. Ma in precedenza, proprio il patriarca Theophilos aveva sempre indicato come unico primate ucraino legittimo il metropolita Onufry, capo della Chiesa ortodossa ucraina vincolata canonicamente al Patriarcato di Mosca, rimasta fuori – con i suoi circa novanta vescovi – dal “Concilio di unificazione” che il 15 dicembre ha eletto il metropolita Epiphany come primate della “nuova” Chiesa ucraina autocefala. Nei giorni scorsi lo stesso Theophilos ha incontrato di nuovo il metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, in visita nella Città Santa.

Il Papa e le “spine” ortodosse

Preparandosi a viaggiare tra Bulgaria, Macedonia e Romania, il Vescovo di Roma non sembra temere il rischio di rimanere irretito nei conflitti che lacerano gli ortodossi. L’indicazione papale che la Chiese cattoliche non devono «immischiarsi» nelle «cose interne» dell’Ortodossia – ribadita dallo stesso Papa Francesco lo scorso 30 maggio, durante un incontro con una delegazione del Patriarcato di Mosca – ha contribuito a creare una situazione paradossale: tutti i capi ortodossi, mentre si dividono tra loro, guardano con affetto di fratelli al vescovo di Roma. Si fidano di lui. Contano sulla sua vicinanza. La Chiesa di Roma, in questo momento difficile, offre comunque nella carità il suo servizio all’unità anche a vantaggio di tutte le Chiese d’Oriente. E lo fa senza schierarsi da una parte o dall’altra, senza giocare di sponda con le difficoltà altrui per riaffermare preminenze, e senza rivendicare ruoli da “arbitro” dei conflitti ecclesiali.

Per queste vie inedite può essere custodito in speranza il desiderio di tornare alla piena comunione sacramentale tra cattolici e ortodossi. Anche in un momento in cui i cammini già

collaudati del dialogo ecumenico vengono oggettivamente resi impraticabili dalle divisioni interne all’Ortodossia. E le sofferte lacerazioni ortodosse rischiano di rendere astratti e idealistici anche certi appelli a applicare sistemi di organizzazione “sinodale” della prassi ecclesiale.

in “La Stampa Vatican Insider” del 12 gennaio 2018

Un inedito caso di disobbedienza civile a favore della solidarietà

Pietro Del Re

Il sermone più recitato è ovviamente quello del buon Samaritano, perché quanto accade nella chiesa evangelica di Bethel è proprio un atto di misericordia e compassione verso il prossimo, nel caso specifico verso una famiglia armena che vi ha trovato rifugio nel momento in cui le autorità olandesi volevano rispedirla in patria. «Ho perso il conto delle volte che abbiamo citato la parabola di Gesù», dice Axel Wicke, il giovane pastore del tempio della via Thomas Schwencke, un palazzetto anni Trenta in un quartiere residenziale dell’Aia.

Dal 26 ottobre scorso, dandosi il cambio giorno e notte con altri 750 preti, pastori e diaconi, il pastore Wicke recita ininterrottamente messa per impedire la deportazione dei Tamrazyan madre, padre e tre figlie di 15, 19 e 21 anni – grazie a una legge del Paese che impedisce alla polizia di penetrare in un luogo di culto durante una funzione religiosa.

«La nostra comunità ha deciso di accoglierli per onorare il principio di apertura e ospitalità, ma non mi aspettavo tanta solidarietà. A darci una mano sono arrivati sacerdoti cattolici, protestanti ed evangelici perfino dall’estero, e adesso diciamo preghiere anche in italiano, francese, tedesco e inglese».

L’interno della chiesa Bethel è spoglio. Il pulpito è un tavolino di legno sul quale arde un grosso cero. Sul grossolano mosaico di mattonelle che riveste l’abside giganteggia invece la foto di una donna con in braccio il suo bimbo, entrambi avvolti in una coperta di sopravvivenza, quelle dei migranti salvati in mare. Per accedervi si passa dalla cucina della parrocchia, dove in attesa che venga il suo turno sosta una mezza dozzina di religiosi, per lo più anziani ma non per questo meno determinati. Il pastore Wicke ha sistemato i Tamrazyan al primo piano, in sacrestia, ed è dovuto ricorrere ad un addetto stampa sia per proteggere i suoi ospiti sia per smistare le richieste di intervista che giungono da tutto il pianeta.

Per evitare che attorno all’evento della messa-maratona si crei un circo mediatico, in chiesa i giornalisti possono entrare solo su appuntamento.
Nell’ora in cui c’è consentito di assistervi, tra un canto e una lettura riusciamo a scambiare due parole con Hayarpi, la sorella maggiore delle Tamrazyan. E’ una ragazza minuta, dallo sguardo triste. Dice: «Non posso uscire altrimenti rischio di essere arrestata e rispedita in Armenia, dove non riuscirei mai a integrarmi. Siamo arrivati in Olanda più di 8 anni fa, e qui abbiamo costruito il nostro mondo, abbiamo i nostri amici, le nostre abitudini». Hayarpi è iscritta in Econometria all’università dell’Aia ma due mesi fa è stata costretta ad abbandonare gli studi. «Pregando riesco a dimenticare i miei problemi e il grande sostegno che riceviamo da tutti ci dà forza, ma ho comunque tanta paura».

Nel 2010, dopo essere fuggito da Erevan perché oppositore politico del regime post-comunista che governava l’Armenia, suo padre sbarcò in Olanda portandosi appresso l’intera famiglia. Più volte il governo dell’Aia aveva cercato di rispedirla indietro, senza mai riuscirci. Fino al 25 ottobre scorso, quando pensava di aver finalmente raggiunto il suo obiettivo negandogli il cosiddetto children’s pardon, che consente alle famiglie con bambini residenti nei Paesi Bassi da più di 5 anni di ottenere un permesso di soggiorno. Come accade ogni anno alla metà delle oltre tremila richieste di asilo, è stata rifiutata anche quella dei Tamrazyan.

La durezza della legge olandese sull’immigrazione è del resto nota. Lo scorso settembre, per ostacolare la decisione di espellere due adolescenti armeni residenti da anni nel Paese è servita una petizione con 200mila firme. E solo dopo un aspro dibattito in Parlamento il governo del liberale Mark Rutte è stato costretto a concedere ai ragazzi il permesso di restare: ci sono oggi 400 bambini a rischio deportazione, sebbene molti di questi abbiano vissuto gran parte della loro vita in Olanda, frequentino scuole olandesi e parlino soltanto il fiammingo.
Il sottosegretario alla Giustizia Mark Harbers ha recentemente dichiarato che la messa-maratona non scalfisce l’intransigenza del governo sul caso Tamrazyan.

Eppure, secondo il pastore Derk Stegeman, portavoce improvvisato della chiesa Bethel, nonostante la linea dura ostentata dall’esecutivo, molti suoi esponenti sarebbero pronti a cedere anche stavolta. «Del resto, come può un Paese che si dice civile accettare che venga inflitto tanto dolore a dei ragazzi deportandoli in una terra che è per loro diventata straniera?», spiega Stegeman. «Ai Tamrazyan noi cerchiamo di offrire conforto e speranza e in attesa che la loro richiesta di asilo venga riesaminata andremo avanti finché sarà necessario».

In tanta risolutezza si può anche leggere la riconoscenza della chiesa cristiana locale agli immigrati, perché sono loro che le hanno fornito nuova linfa dopo le copiose emorragie di fedeli degli ultimi decenni. Con quest’atto di disobbedienza civile il clero olandese dimostra anche la forza della sua fede. E che un’altra Europa esiste.

in “la Repubblica” del 13 gennaio 2019

Politica. “Adultescenti” al governo: rischi e pericoli

Massimo Ammaniti

Nel mio lavoro psicoanalitico con gli adolescenti, realizzo ogni volta che i particolari e le irrilevanze dei comportamenti giornalieri e anche dei messaggi online sono molto più rivelatori del loro carattere rispetto ai discorsi più costruiti ed elaborati, perché mettono in luce il modo implicito di pensare e di porsi verso gli altri. Mi è capitato di pensare che, ugualmente, il messaggio di Salvini comparso sui social, in cui cita una breve frase della canzone Il Pescatore di Fabrizio De André, sveli il suo atteggiamento e soprattutto l’omissione del significato compassionevole della canzone, per cui la stessa compagna del cantautore è intervenuta invitandolo ad ascoltarla meglio. È diventata ormai un’abitudine diffusa dei politici utilizzare la Rete per trasmettere parole, giudizi e immagini che tradiscono sensazioni ed emozioni immediate, che saltano la corteccia cerebrale secondo l’insegnamento del famoso neurobiologo LeDoux che lavora negli Stati Uniti. E sono proprio queste comunicazioni più viscerali a suscitare il contagio virale nella Rete, provocando risonanze, corti circuiti emotivi, adesioni o rifiuti che si muovono nella sequenza stimolo-risposta che non prevede un vero processing razionale.

Questo modo di procedere ricorda inevitabilmente le impulsività e le sventatezze tipiche degli adolescenti che si fanno influenzare dal cervello emotivo attivato dagli ormoni della pubertà.

Nello scenario sociale attuale sta prendendo corpo la figura dell’adultescente, un neologismo che secondo l’Oxford Dictionary designa «una persona di mezza età, i cui vestiti, interessi ed attività sono tipicamente associati alla cultura giovanile». Ma cerchiamo di descrivere la figura e la mentalità degli adultescenti. Sono persone condizionate dall’apparire piuttosto che assumere responsabilità personali, alla ricerca continua di approvazioni e di like da parte degli altri che servono ad alimentare il senso grandioso di sé, che copre un’identità immatura. Ciò che contraddistingue i loro comportamenti quotidiani è il velleitarismo che li spinge a fare dichiarazioni avventate o ad intraprendere azioni e progetti che non hanno le gambe per realizzarsi, perché non sono il frutto di studi e di approfondite analisi per valutare i pro e/o i contro e soprattutto le conseguenze e i possibili esiti delle proprie decisioni. E fino a che questi atteggiamenti adolescenti rimangono all’interno della famiglia, i danni sono relativamente limitati, quantunque siano i figli a dover pagare le maggiori conseguenze di avere genitori che inseguono il mito del giovanilismo. Ma se poi riguardano politici e uomini che hanno responsabilità pubbliche, l’adultescenza diventa un pericolo per la stessa sopravvivenza della comunità sociale, perché crea pericolose illusioni e contagia gli stessi cittadini.

È l’onnipotenza al potere, di cui abbiamo avuto tragiche conferme nella storia umana. In Cambogia i Khmer rossi volevano riportare gli abitanti nelle campagne perché le città erano il centro della corruzione e giustiziavano quanti portavano gli occhiali perché erano gli intellettuali legati a vecchie concezioni.

Per fortuna siamo molto lontani da allora, ma rimane lo stesso pericolo, gli occhiali non si possono abolire, servono a vedere non solo la propria realtà ma soprattutto quella sociale dei cittadini, se si hanno responsabilità di governo.

in “la Repubblica” del 14 gennaio 2019

Lavoro, come prepararsi a quello che succederà nei prossimi 20 anni?

Monica D’Ascenzo 

Investimenti record nel 2018 per i fondi di venture capital nelle startup che operano con l’intelligenza artificiale. Un segno che non può essere ignorato sul lavoro che verrà. Se gli investitori “qualificati”, vale a dire quelli con un po’ di esperienza e che studiano il mercato, hanno deciso di investire 9,3 miliardi di dollari in aziende innovative che puntano sull’intelligenza artificiale, qualcosa vorrà dire. Senza contare, poi, che gli investimenti delle aziende in robot hanno visto un nuovo record nel corso dello scorso anno. L’industria 4.0, quindi, è già qui come continuano a ripeterci gli esperti di lavoro. E sono già qui anche gli impieghi del futuro. Eppure qualcosa cambierà nei prossimi 20 anni.

Quelli che temevano che i robots ci avrebbero fatto licenziare tutti, avranno certamente tirato un sospiro di sollievo di fronte ai dati diffusi a fine dicembre sulla disoccupazione a livello globale, scesa al 5,2% dall’8% del 2010. Il livello più basso degli ultimi 40 anni, secondo uno studio di Ubs. Certo, anche in questo caso, bisogna andare a vedere i singoli spaccati per farsi un’idea: la situazione in Italia, ad esempio, mostra come la disoccupazione si più alta di 2 punti percentuali rispetto al periodo pre-crisi. Senza contare poi che a livello globale, comunque, la povertà sta aumentando. Un quadro, quindi, a doppia lettura, a seconda da dove lo si guardi. Ma è bastato il dato generale per far concludere a tanti esperti che innovazione tecnologica e crescita occupazionale possono convivere.

D’altra parte i ricercatori della Oxford University, avevano sottolineato che se è vero che il 47 per cento dei lavoratori in America dovrà comunque fare i conti con i robot nel prossimo ventennio, è altrettanto vero che per il 53 per cento il confronto è rimandato a data da destinarsi, e forse non ci sarà mai. In particolare per una serie di professioni che sembrano difficilmente sostituibili, anche con un prepotente ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro.

Stephane Kasriel, ceo di Upwork, a fronte di questo quadro, elenca 5 deduzioni su questa nuova rivoluzione industriale 4.0:

  1. L’intelligenza artificiale e i robot creeranno alla fine più lavoro, non meno.

  2. Non ci sarà una carenza di lavoro, ma, se non faremo i giusti passi, ci sarà una mancanza di competenze adeguate ai nuovi lavori.

  3. Il lavoro a distanza diventa la norma, quindi c’è da attendersi che le città entreranno in guerra per conquistare i talenti del futuro. Il lavoro indipendente dal luogo offrirà alle persone una nuova libertà geografica di poter vivere dove vogliono, e le città e le regioni metropolitane competeranno per attirare questa “nuova forza lavoro mobile”.

  4. Entro il 2027 la maggior parte della forza lavoro sarà rappresentata da freelance, se si dà credito ai tassi di crescita del settore sottolineati da Freelancing in America 2017. Anche se, secondo i dati del World Economic Forum, ad oggi solo una percentuale fra il 20 e il 30% negli Stati Uniti e in Europa (Eu15) ha un lavoro indipendente.

  5. I cambiamenti do6uvti alla tecnologia andranno ad aumentare, così diventerà una necessità continuare a imparare nuove competenze, per tutta la nostra vita.

Partendo da qui il ceo di Upwork suggerisce delel vie che le società dovrebbero seguire per assicurare un mondo del lavoro più equo e sostenibile nel prossimo futuro. E neanche a dirlo il primo passo è rappresentato dal ripensare il mondo della scuola. E come dargli torto. Basta dare un occhio ai dati italiani sul missmatch tra aziende che cercano competenze e competenze offerte dal mercato. Tra il 2018 e il 2023 in Italia nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict le imprese avranno bisogno di qualcosa come 272mila addetti con oltre il 60% di periti e laureati tecnico-scientifici, aveva annunciato Confindustria in un dossier realizzato con Unioncamere. Il dubbio? Che la scuola fosse in grado di “produrre” sufficienti candidati a coprire questo fabbisogno. D’altra parte è noto che ogni anno mancano all’appello qualche centinaio di migliaio di addetti in Italia. In Gran Bretagna, ad esempio, sono già corsi ai ripari in vista di Brexit e il governo di Theresa May ha già stanziato da tempo i fondi per potenziare gli istituti tecnici e creare scuole di matematica in tutte le maggiori città del Paese. Certo, poi resta l‘incognita dei ragazzi, che continuano a scegliere il corso di studio senza fare valutazioni sulla domanda del mondo del lavoro che dovrà accoglierli.

Ma se il lavoro cambia velocemente, non è sufficiente un assestamento del mondo dell’istruizione, Sarà necessario un cambio di struttura, in modo da poter essere più flessibili e veloci per stare dietro alle esigenze del mercato.

Non solo. Secondo diversi nel prossimo futuro non sarà più tanto importante tanto il titolo di studio in sé, quanto invece le competenze che ogni candidato sarà in grado di mettere sul tavolo al momento del colloquio e dell’eventuale prova. E soprattutto quelle che saprà formarsi poi negli anni a venire. Perché un dato cambia le prospettive future: i giovani in media, secondo alcune stime, cambieranno lavoro all’incirca ogni 4,2 anni. Gioco forza che sarà necessaria una formazione permanente per rimanere al passo con l’evoluzione del sistema.

Cambiare la scuola, non sarà sufficiente. Sarà necessario un impegno di governi e imprese per ripensare il sistema del lavoro nella direzione sì di una maggiore flessibilità, purché in un quadro di garanzie e di generazione di occupazione.

in Il SAole 24 Ore, il 14 Gennaio 2019

Scuola. La qualità come criterio per scegliere gli istituti migliori

Eugenio Bruno e Claudio Tucci

La madre o il padre di un tredicenne che a giugno otterrà la licenza media e l’anno prossimo ha già deciso che cosa vuole studiare ma non sa ancora dove, da quest’anno ha un parametro in più per aiutare il figlio a scegliere la scuola più adatta alle sue esigenze: l’indice di severità dell’istituto dove passerà i prossimi cinque anni. A fornirlo è l’ultima edizione del portale Eduscopio della Fondazione Giovanni Agnelli. Che all’indice di riuscita negli studi universitari e al grado di occupabilità post-diploma nella release rilasciata nel novembre scorso ha aggiunto il numero di «diplomati in regola».

GUARDA IL VIDEO – Scuola, guida alla scelta delle superiori: in 189 istituti diploma in 4 anni

Più la percentuale del nuovo indicatore è alta più vuol dire che la scuola è inclusiva e si impegna a portare avanti il maggiore numero di studenti, senza praticare una severa politica di scrematura: così da consentire agli studenti di avere percorsi più regolari. Più è basso invece più l’istituto è selettivo e gli alunni sono incappati in bocciature e/o hanno abbandonato l’istituto. Se il genitore in preda al dilemma di cui sopra fosse indeciso, ad esempio, tra il liceo Tasso in pieno centro a Roma e il Giulio Cesare nel quartiere Trieste collegandosi al portale scoprirebbe che il primo porta al diploma il 58,8% dei suoi studenti mentre il secondo arriva al 62,3 per cento. E la stessa verifica potrebbe essere svolta per tutte le scuole e gli indirizzi censiti dalla Fondazione Agnelli.

LEGGI IL DOSSIER – La scelta della scuola superiore

Da quando ha visto la luce nel 2014, come primo tentativo di confrontare le scuole italiane sulla base degli output di uscita dei ragazzi, Eduscopio ha visto cambiare e crescere la sua mission. Allargando, come detto, il numero di indicatori considerati ed estendendo il campo territoriale sotto osservazione (ormai si copre tutt’Italia, tranne Valle d’Aosta e provincia autonoma di Bolzano). L’edizione 2018, che è quella da cui abbiamo estrapolato le classifiche”dei migliori licei e istituti tecnici e professionali dei principali capoluoghi italiani – che proponiamo nelle pagine che seguono – ha analizzato i dati di circa 1,26 milioni di diplomati italiani in tre anni scolastici (2012/13, 2013/14 e 2014/15)in circa 7mila indirizzi di studio nelle scuole superiori, statali e paritarie.

GUARDA IL VIDEO – Scuola, guida alla scelta delle superiori: l’offerta dei licei, dal classico alle scienze umane

L’obiettivo è quello di “testare” la capacità di licei, e anche istituti tecnici (in media almeno un perito su tre prosegue gli studi) di preparare e orientare gli alunni a un passaggio agli atenei; e delle scuole non liceali di preparare l’ingresso nel mondo del lavoro. Nel primo caso i ricercatori della Fondazione Agnelli hanno preso in esame solo licei e istituti tecnici che mandano un congruo numero di studenti all’università (almeno uno su tre). Per evitare “sbilanciamenti” in base alle performance di pochi alunni particolarmente brillanti o carenti, sono state “attenzionate” solo le scuole che, per almeno un indirizzo di studio, mandano in facoltà un numero non inferiore a 21 diplomati nell’arco del triennio considerato.

GUARDA IL VIDEO – Scuola, guida alla scelta delle superiori: l’offerta dei tecnici, dalla meccanica all’elettronica

Per gli esiti occupazionali, invece, la comparazione tra istituti è stata svolta considerando la percentuale di ragazzi che hanno lavorato per più di sei mesi nei due anni successivi al diploma (in rapporto ai diplomati che non si sono immatricolati all’università) e la coerenza tra studi fatti e impiego svolto. Così da offrire una possibile risposta alle due domande classiche di studenti e genitori. Vale a dire: «Se frequentassi questa scuola…troverei lavoro dopo il diploma?». Oppure: «Farei quello per cui ho studiato e mi sono preparato o si tratterebbe di un lavoro qualsiasi?».

GUARDA IL VIDEO – Scuola, guida alla scelta delle superiori: l’offerta dei professionali, dal made in Italy all’ottica

in Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2019