L’«Albergo etico» che dà lavoro ai Down. Un’iniziativa inclusiva di eccellenza

Marianna Natale

Ad Asti, in un’antica casa di ringhiera con il fascino degli edifici di un tempo, c’è un albergo del tutto speciale. È l’«Albergo etico», canale privilegiato per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità o portatrici della sindrome di Down, che compie tre anni. Per festeggiarlo si è tenuto un evento a Palazzo Mazzetti a cui hanno partecipato il campione paralimpico Francesco Bocciardo e il suo allenatore Luca Puce.

Più che un semplice luogo di soggiorno, «Albergo etico» è una storia di accoglienza a tutto tondo: si occupa infatti di favorire la piena inclusione sociale e il collocamento lavorativo di persone con disabilità, attraverso un percorso triennale di formazione/lavoro che è un vero cammino di autonomia e indipendenza.

L’Associazione Albergo etico, nata nel 2009, è diventata oggi una cooperativa sociale in costante crescita, punto di riferimento per l’accoglienza turistica accessibile ad Asti e pioniera nei progetti di autonomia personale e professionale di ragazzi con disabilità intellettiva.

Alex Toselli, presidente della cooperativa, ha portato i suoi ragazzi al Parlamento Europeo a Bruxelles, al Quirinale a incontrare il presidente della Repubblica, in Vaticano a stringere la mano a papa Francesco e persino a correre la maratona di New York.
Nel mese di settembre aprirà una nuova struttura a Roma, a pochi passi da piazza del Popolo, in pieno centro storico: 17 camere con servizio di bar e ristorazione. Coinvolgerà circa 75 persone con disabilità, 35 imprenditori del settore alberghiero e cinque nuovi imprenditori sociali nei primi 18 mesi. Stanno fiorendo realtà di Albergo etico anche in Argentina (Villa Carlos Paz), negli Stati Uniti (Miami), in Norvegia, Spagna, Slovacchia (Bratislava) e in Australia (Sydney e Blue Mountains).

In questi tre anni sono state coinvolte quasi 60 persone con disabilità intellettiva provenienti da tutta Italia, con una percentuale di stabilizzazione lavorativa al termine del processo di formazione vicina al 75%. La cooperativa sociale Download ha raggiunto l’utile di esercizio nel secondo anno di attività, utilizzando la marginalità positiva per incrementare le attività di supporto sociale e la crescita del progetto di formazione. L’Unione Europea ha riconosciuto Albergo etico e il progetto Download come esperienze di valore nell’ambito dell’inclusione sociale.

Solo in Italia vivono circa 35mila persone affette da sindrome di Down, per le quali le statistiche attuali attribuiscono un grado di occupazione stabile non superiore al 16%. «Albergo etico» è stato quindi in grado di impattare in modo significativo su queste persone, consentendo a un’ampia platea di disabili intellettivi di trovare stabilità lavorativa, soprattutto nella fascia 18-35 anni.

in AVVENIRE 21 giugno 2018

Chi tradì Anna Frank?

Chi tradì Anna Frank? Chi denunciò la presenza della ragazzina ebrea con la sua famiglia in un sottotetto di Amsterdam, causandone l’arresto e la successiva deportazione nel lager nazista di Bergen-Belsen? Un nuovo libro riapre il caso. A tradire e consegnare di fatto ai nazisti la quindicenne autrice del ‘Diario’ sarebbe stata una donna ebrea, Anna ‘Ans’ van Dijk (1905-1948). L’ipotesi è illustrata nel volume “De Achtertuin van het Achterhuis”, pubblicato dall’editore olandese Lantaarn Publishers e scritto da Gerard Kremer Junior, 70 anni, figlio di un partigiano della resistenza olandese che aveva lo stesso nome.

Il coinvolgimento di Ans van Dijk, che fu giustiziata nel 1948 dopo aver ammesso di aver collaborato alla cattura di almeno 145 persone da parte nazista, era già stato ipotizzato ma senza arrivare a conclusioni definitive. Secondo il nuovo libro Gerard Kremer Senior, che morì nel 1978, era il custode di un edificio per uffici sul retro di Prinsengracht sul Westermarkt di Amsterdam, vicino al palazzo dove si nascondeva la famiglia di Otto Frank, due piani del quale furono requisite dagli ufficiali nazisti e dal Nsb, il Movimento Nazional-Socialista olandese (Nationaal-Socialistische Beweging) durante l’occupazione dei Paesi Bassi.

AGOSTO 1944 – Arrestata la domenica di Pasqua del 1943 dai nazisti Ans Van Dijk, come ricostruito nel suo processo, iniziò a collaborare con i tedeschi per dare la caccia agli ebrei. Secondo Kremer Junior, Ans divenne una frequentatrice abituale dell’edificio, anche se sotto mentite spoglie, e nei primi giorni dell’agosto del 1944 proprio Kremer sentì Van Dijk prendere parte a discussioni negli uffici nazisti sull’area di Prinsengracht, dove i Frank si nascondevano e dove furono arrestati il ​​4 agosto.

GENNAIO 1948 – In quell’area, va sottolineato, erano nascosti molti degli ebrei catturati dai nazisti con l’aiuto di Van Dijk: la donna fingeva appartenere alla resistenza e si offriva di aiutare gli ebrei a procurarsi documenti falsi e a nascondersi, potendo così denunciarli, fra le sue vittime anche suo fratello e la sua famiglia. Anna ‘Ans’ van Dijk venne processata e condannata a morte dopo la fine della guerra e fu giustiziata il 14 gennaio 1948 da un plotone di esecuzione.

IL LIBRO – Una portavoce della Anne Frank House di Amsterdam ha detto che il museo era in contatto con l’autore del libro ma che non ci sono state prove della colpevolezza di Van Dijk. La portavoce della casa editrice Lantaarn, Simone van Hoof, ha detto: “Non possiamo affermare che questa sia la risposta al 100% ma pensiamo davvero che sia una parte del puzzle che potrebbe essere in grado di completare la storia”.

in Adnkronos 17 giugno 2018

La mafia come “impresa” economica criminale

Francesco Mercadante

Ben vengano gli arresti e le condanne, le onorificenze e i cortei di piazza, le fiaccolate e le grida di scandalo, ma non si pensi che siano soluzioni! La criminalità organizzata resiste a tutto questo perché non è semplicemente un difetto della società civile; essa, diversamente, ne è parte attiva, come fosse un suo elemento, una sua componente antropologica ed economica. Già Falcone, non a caso, esortava spesso i propri interlocutori a prenderne in considerazione gli interessi economici quali punti nevralgici da colpire, evitando il giustizialismo spettacolare e, di fatto, improduttivo. A ventisei anni dalla sua morte, sembra proprio che le sue parole siano rimaste inascoltate e il suo metodo d’indagine inapplicato. La criminalità organizzata italiana fa registrare attualmente circa 150 miliardi di ricavi e, a fronte di poco più di 35 miliardi di costi, ha utili per oltre 100 miliardi: numeri, questi, che surclassano pure quelli dei colossi europei dell’energia.

La genesi della mafia avvenne in un contesto di totale assenza degli apparati statali, nella seconda metà del XIX secolo, cioè nel momento in cui i grandi proprietari terrieri assoldavano i campieri per difendere i propri fondi dai banditi. I contadini, a propria volta, incapaci di proteggersi si rivolgevano al cosiddetto feudatario, che garantiva loro sicurezza in cambio di prestazioni e prodotti. Chiusura, inevitabilità e incrollabilità portarono il latifondista al potere. Tuttavia, nell’atto di nascita, questo sistema non poteva essere considerato ‘illegale’. Non esisteva, infatti, un vero e proprio concetto di legalità rispetto al quale esso avrebbe potuto essere giudicato.

Quando, a un certo punto, s’è sentito il bisogno di ‘riformare’ questo modello socio-economico, non s’è fatto altro che tentare la pratica del contrasto irrazionale, dello schiacciamento o dello sradicamento, sebbene sradicare dall’ambiente qualcosa che non si distingue dall’ambiente stesso possa implicare due cose: o annientare l’ambiente stesso – il che è impossibile – oppure generare e rigenerare o semplicemente rafforzare ciò contro cui si combatte. Dunque, la prima considerazione doverosa è la seguente: il fenomeno malavitoso avrebbe dovuto e dovrebbe essere affrontato col piglio dell’antropologo, del sociologo, dello scienziato e, soprattutto, con quello dell’economista, anziché con quello del ‘poliziotto’. Si tratta di una legge scientifica inalienabile: coi sistemi si deve interagire, non si possono annientare.

Da un’indagine divulgata da Luigi Dell’Olio su La Repubblica, ma svolta qualche anno fa da Transcrime, il Centro di Ricerca sul Crimine dell’Università Cattolica di Milano, apprendiamo che l’85% delle aziende sequestrate e confiscate alla mafia fallisce nel biennio successivo al sequestro, sotto la guida dell’amministrazione giudiziaria. Ne consegue un danno irreparabile per l’occupazione e un supplizio indicibile per quei padri di famiglia che si trovano improvvisamente senza un’occupazione e senza una ragionevole speranza di trovarne una. Se è vero che le aziende controllate dalla mafia non seguono i naturali percorsi di competitività, ma si avvalgono di agevolazioni irregolari come l’evasione, il riciclaggio, il lavoro nero et cetera, è altrettanto vero che, in questi anni, non s’è documentata una capacità d’intervento concreta degli apparati dello Stato.

Uno degli ultimi e devastanti casi della Sicilia riguarda, per esempio, la vicenda del Gruppo 6 di Castelvetrano, società proprietaria di un centro commerciale, fallita in seguito all’arresto di Giuseppe Gricoli, cassiere del boss latitante Matteo Messina Denaro.

Di là dalle controverse dinamiche giudiziarie, circa 300 lavoratori sono ormai disoccupati da anni, talmente disperati da rimpiangere apertamente l’amministrazione mafiosa, preferendola a quella dello Stato. Che cosa significa questo in una città di poco più di 30.000 abitanti? In pratica, l’1% della popolazione, in un territorio ad altissimo tasso di disoccupazione, se abbandonato, determina un’erosione spaventosa del reddito pro capite, un tale disastro che non si può pensare o pretendere che certi padri non facciano di tutto per sfamare i propri figli, per quanto certe affermazioni possano apparire paradossali e sconcertanti, sicuramente non per palati fini.

Che cosa è successo in un secolo e mezzo di ‘mafie’?

L’assenza dello Stato ne aveva favorito la nascita. La presenza dello Stato ne ha contrastato l’espansione. Una certa assenza di ritorno ne favorisce la rigenerazione. Qual è il modello economico alternativo proposto dagli amministratori giudiziari, sui quali non si può di certo scaricare tutta la colpa? Sempre mediante la fonte summenzionata, accertiamo, per esempio, che le banche mostrano a queste imprese irregolari una certa disponibilità di credito fino all’arrivo della magistratura; dopodiché, revocano ogni tipo di ‘affidamento’. Possiamo allora ipotizzare una complicità indiretta del sistema bancario? Difficile a dirsi, ma nessun intervento concreto s’è fatto in merito.

Qualche passo avanti, in direzione d’un’interpretazione sistemica, a dire il vero, è stato fatto. Dal 2014, gli introiti delle attività criminali sono calcolate all’interno del PIL, sulla base di una revisione dei conti degli stati membri voluta dall’Unione Europea. Ad alcuni lettori, questo metodo potrebbe risultare addirittura offensivo, mentre alcuni palati fini potrebbero storcere il naso per disgusto. Invece, è fondamentale capire che si tratta dell’unico vero e utile modello di contrasto del danno provocato dagli operatori oscuri e perversi dell’economia.

Secondo uno studio effettuato dall’Università di Reggio Calabria nel 2013, l’economia mafiosa è in grado di erodere addirittura il 15% del nostro PIL pro capite, un dato che non si può non definire allarmante. E, se fino a qualche tempo fa si poteva dire che il fenomeno apparteneva al Meridione, oggi grazie a questi ricercatori, sappiamo che la maggior parte dei ricavi della ‘Ndrangheta, per esempio, proviene dal Nord-Ovest. La Calabria, purtroppo, resta la regione più povera d’Italia e, di conseguenza, la più soggetta alla contraffazione economica, ma, nello stesso tempo, Lombardia, Piemonte e Lazio non ne sono di certo prive. Nella speciale e terribile classifica dei ricavi, trionfa la Camorra, seguita per l’appunto dalla ‘Ndrangheta. Al terzo posto troviamo Cosa nostra. I ‘prodotti’ di punta sono la droga, lo sfruttamento della prostituzione e le estorsioni, che, insieme, fanno ‘incassare’ ai criminali quasi 20 miliardi l’anno, ma non mancano dal bilancio naturalmente il contrabbando di sigarette, l’usura e il traffico di rifiuti.

È arrivato il momento di trattare la mafia come un’impresa a tutti gli effetti, tentando di redigerne un vero e proprio bilancio con le relative voci di attività e passività. Si tratterebbe del migliore tra i punti di partenza per una revisione dei modelli d’approccio al problema che conduca il Legislatore a una soluzione. Chi se ne scandalizza non fa altro che negare l’evidenza. Indubbiamente, suscita una certa inquietudine leggere di espressioni della vita d’impresa destinate alla criminalità organizzata, quali immobilizzazioni, attivo circolante, utile d’esercizio, ricavi, costi et cetera, ma è un atto necessario e coerente.

Quando leggiamo la risultanza del report ISTAT 2012-2015 sull’economia non osservata nei conti nazionali, ci rendiamo conto d’altronde che economia sommersa ed economia illegale corrispondono al 12,6% del PIL e determinano un valore aggiunto di 208 miliardi di euro. È bene tuttavia riflettere su un aspetto singolare della composizione di questo dato, qualcosa che il cittadino in genere non s’aspetta: parlando di economia non osservata, cioè di economia sottratta ai controlli dell’autorità fiscale, che, come abbiamo già scritto è data dalla somma di economia sommersa e attività illegali, queste ultime incidono solo per 1,2%, mentre la quota restante appartiene al lavoro irregolare e alle sottodichiarazioni. Ne consegue che l’area grigia italiana è talmente estesa che tracciare un confine netto tra irregolarità e illegalità, oggi, non è più così semplice. Ci vogliono nuovi modelli economici.

in Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2018

Inquinamento del Mediterraneo. Rapporto 2018 di Legambiente

Luisiana Gaita

Non c’è tregua per i mari e le coste italiani. Dall’inquinamentodelle acque e del suolo causato da scarichi fognari fuorilegge, depuratori mal funzionanti o assenti e contaminazioni del suolo fino alla pesca illegale e al cemento abusivo. Nel 2017 sono state 17mila le infrazioni contestate, oltre 46 al giorno, con un incremento rispetto all’anno precedente dell’8,5%. A rivelarlo è il rapporto Mare Mostrum 2018 di Legambiente che fa il punto sulle minacce per il nostro territorio. A partire dalla maladepurazione che in Italia continua ad essere un’emergenza irrisolta. E se gli scarichi illegali riguardano un abitante su quattro, non va meglio sugli altri fronti: tonnellate di rifiuti, nella stragrande maggioranza plastiche non gestite correttamente, continuano a finire in mare e invadere le nostre spiagge. E poi c’è il cemento abusivo che non viene demolito e che invade anche i tratti costieri di maggior fascino, ma anche la corsa alle trivellazioni petrolifere che mettono a rischio il Mediterraneo. Considerando il valore delle sanzioni penali e amministrative, la stima economica dei sequestri, appalti pubblici irregolari e danni erariali il mare illegale è un business da quasi un miliardo di euro.

IL MARE ILLEGALE – Nel 2017 le persone denunciate e arrestate sono state 19.564, con un aumento dell’8% e i sequestri 4.776, in crescita del 25,4%. Quasi il 50% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che insieme al Lazio sono anche quelle che dominano la classifica nazionale. Il Lazio è anche la quarta regione per numero generale di illegalità accertate. Il primato assoluto spetta alla Campania, che come nel 2017 ha il record delle infrazioni, 2.715, ossia il 15,9% del totale, così come quello delle persone denunciate e quello dei sequestri. Al secondo posto c’è la Puglia, che sale di una posizione rispetto al 2017, con il 12,3% dei reati, mentre scende di un gradino, ma resta sul podio, la Sicilia con il 12%. Stabili, al quarto e quinto posto, ci sono il Lazio con il 10,3% e la Calabria con l’8,7%. Seguono, con numeri non trascurabili, la Toscana e la Liguria, con il 7,6% dei reati, e la Sardegna, con il 6,3%.

I REATI CONTESTATI – I reati più contestati sono quelli legati all’inquinamento delle acque e del suolo, derivanti da scarichi fognari fuorilegge, depuratori che non funzionano o che mancano del tutto, spandimenti di idrocarburi e contaminazioni del suolo: da soli raggiungono il 35,7% del totale delle infrazioni accertate. Seguono con il 27,7% la pesca illegale, quindi il cemento abusivo, con il 19,5% e, infine, le infrazioni al codice della navigazionedella nautica da diporto, che valgono il 17,1% della torta. Maglia nera, sia per l’inquinamento che per l’abusivismo edilizio, è la Campania. Nel primo, detiene il 22,1% delle infrazioni accertate, seguita dalla Puglia con l’11,1%, dal Lazio con il 10,2% e dalla Toscana con l’8,8%. Nel secondo, vanta il 21,2% del totale nazionale, davanti alla Calabria con il 14,4%, alla Puglia con il 12,6% e al Lazio con il 10,5%.

IL MARE INQUINATO – Il livello d’inquinamento nel Mar Mediterraneo è in crescita, facendo segnare un incremento del 22,2% delle infrazioni rispetto all’anno scorso e attestandosi come il settore di illegalità più significativo. Una delle cause principali è la ‘mala depurazione’, un problema che riguarda molti nostri territori ancora oggi serviti da scarichi non conformi a quanto previsto dalla legge o, peggio ancora, che non dispongono di alcuna depurazione delle acque. Tanto per fare un esempio, un inadeguato servizio di depurazione, lo scorso maggio, ha già portato all’Italia una maxi-multa comminata dalla Corte di giustizia europea, l’ennesima in questo settore. La sanzione ammonta a 25 milioni di euro, a cui si aggiungeranno altri 30 milioni per ogni semestre di ritardo accumulato dal nostro Paese nell’adeguarsi alle norme relative alla raccolta e al trattamento delle acque reflue urbane. Rispetto all’ultimo rapporto Mare Monstrum, per numero d’infrazioni contestate dalle forze dell’ordine riguardanti depuratori inesistenti o mal funzionanti, scarichi fognari abusivi, sversamenti illegali di liquami e rifiuti la Campania mantiene il primato, con un totale di 1.347 reati, il 22,1% del totale. Stabili al secondo e terzo posto troviamo la Puglia e il Lazio, rispettivamente con l’11,1% e il 10,2 % del totale.

LA PESCA DI FRODO – Alle luce delle inchieste contro i pescatori di frodo e dei dati raccolti nel dossier, il nostro mare appare un campo di battaglia. Nel 2017, infatti, sono stati 4.712 i reati accertati, cifra quasi identica all’anno precedente (quando erano stati 4.706), 4.558 le persone denunciate e arrestate e 459 gli interventi di sequestro. Come nel 2017, la regione con il numero d’infrazioni maggiore è la Sicilia, con il 22,8% del totale nazionale: quasi due reati al giorno, per un totale di 1.074, ben 1.045 persone denunciate e arrestate e 88 sequestri. Seconda in classifica è la Puglia, quindi la Liguria e il Lazio che con il 9,2% passa dal sesto al quarto posto. Complessivamente, nel corso del 2017, sono state intercettate quasi 460 tonnellate di prodotti ittici, tra pesce, crostacei e molluschi e novellame. La regione con il numero più alto di sequestri è stata il Veneto, con oltre 118 tonnellate, quindi la Sicilia, la Puglia, La Liguria e la Sardegna.

LA COSTA DI CEMENTO – Le coste italiane, invece, sono vittima di un assedio di cemento dovuto a decenni di pesante abusivismo. In gran parte è l’eredità dei decenni passati e caratterizzati dalla massiccia edilizia illegale di cui sono testimoni lunghi tratti dei litorali nelle principali regioni, soprattutto in Campania e in Sicilia. “Da qui – spiega il rapporto – non a caso, arrivano le maggiori spinte ‘condoniste’ della politica locale. È il ‘vecchio abusivismo’, quello che non viene demolito e che, in certi casi, si ipotizza addirittura di salvare dalle ruspe, come a Pizzo Sella a Palermo o a Lesina nel Foggiano”. Poi c’è quello che non trova freno nemmeno nella crisi del mattone: nel corso del 2017, lungo la costa sono state accertate 3.314 infrazioni legate al ciclo del cemento, per cui sono state denunciate 4.310 persone e compiuti 1.110 sequestri. Sebbene oggi abbia perso quel consenso sociale che ne ha favorito la crescita incontrollata per almeno due decenni, l’abusivismo edilizio non è scomparso. “È diventato una pratica meno evidente – rileva il rapporto – più subdola e quindi meno facile da individuare”. In parte perché è stato condizionato dalle restrizioni dei condoni del ’94 e del 2003 che hanno escluso gli immobili nelle aree a vincolo. Come in certa misura avveniva già in passato, oggi la prassi prevalente è quella di avviare i lavori con le ‘carte in regola’. “In questo caso le opzioni sono due – spiega Legambiente – avere ottenuto i permessi per costruire sulla base di false dichiarazioni, oppure scegliere di proseguire i lavori in difformità dai permessi, aumentando e spostando le cubature o modificando la natura degli immobili, sperando di farla franca”.

in Il Fatto Quotidiano 22 giugno 2018

Per saperne di più vedi il Rapporto MERENONSTRUM 2018 di LEGAMBIENTE:

https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/mare_monstrum_2018.pdf

Inquinamento. Microplastiche in un quarto di pesci del Mar Tirreno

ANSA

La plastica che inquina i mari finisce all’interno di pesci e invertebrati e, con loro, rischia di entrare nella catena alimentare fino all’uomo. Lo ribadisce una ricerca scientifica condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) di Genova, che conferma la presenza di particelle di microplastica in un quarto degli esemplari analizzati.

La presenza di microplastica è stata documentata in organismi marini appartenenti a specie diverse e con differenti abitudini alimentari, dalle planctoniche agli invertebrati, fino ai predatori.

Il rapporto pubblicato oggi è relativo alla seconda e ultima parte delle ricerche effettuate, e rivela i risultati delle analisi negli organismi prelevati nel Mar Tirreno. Stando ai risultati, tra il 25 e il 30 per cento dei pesci e invertebrati analizzati contiene micro particelle di plastica, evidenziando livelli di contaminazione paragonabili a quelli già riscontrati negli organismi esaminati nell’Adriatico.

Nei siti di Genova, Grosseto, Isola del Giglio, Ventotene e Napoli sono stati analizzati più di 200 organismi marini tra pesci e invertebrati comunemente consumati e pescati in Italia, come acciughe, triglie, merluzzi, scorfani, gamberi e cozze. Il polimero più presente è il polietilene, con cui viene fatta la maggior parte del packaging e dei prodotti usa e getta.

“Ciò che ci preoccupa maggiormente è la rapida evoluzione di questo problema e la graduale trasformazione delle microplastiche in nanoplastiche, particelle ancora più piccole che se ingerite dai pesci possono trasferirsi nei tessuti ed essere quindi ingerite anche dall’uomo, con rischi per la salute ancora sconosciuti”, dichiara Serena Maso della Campagna mare di Greenpeace.

Ansa 21 giugno 2018

Criminalità. Crescente la percezione della insicurezza tra i cittadini

ISTAT, 22 giugno 2018

 L’indagine sulla “Sicurezza dei cittadini” fornisce un quadro articolato di indicatori sulla preoccupazione di subire reati e delle relative conseguenze e sul livello di degrado socio-ambientale della zona in cui si vive.

 Nel 2015-2016 si stima che il 27,6% dei cittadini si ritiene poco o per niente sicuro uscendo da solo di sera, per il 38,2% la paura della criminalità influenza molto o abbastanza le proprie abitudini.

 Rispetto alle precedenti rilevazioni la percezione di insicurezza risulta stabile mentre si riduce l’influenza della criminalità sulle abitudini di vita (dal 48,5% al 38,2%).

 Il senso di insicurezza delle donne è decisamente maggiore di quello degli uomini: il 36,6% non esce di sera per paura (a fronte dell’8,5% degli uomini), il 35,3% quando esce da sola di sera non si sente sicura (il 19,3% degli uomini). Gli anziani hanno un profilo di insicurezza simile.

 A fronte di tali preoccupazioni, la quota di persone che ha sperimentato la paura concreta di essere sul punto di subire un reato nei tre mesi precedenti l’intervista è pari al 6,4% (7,2% donne e 5,6% uomini)

 Tra il 2008-2009 e il 2015-2016, si stima un miglioramento generalizzato nelle preoccupazioni: il 41,9% dei cittadini è preoccupato di subire uno scippo o un borseggio (-6,3 punti percentuali dal 2008-2009), il 40,5% un’aggressione o una rapina (-7,1 punti percentuali ), il 37% il furto dell’auto (-6,7) e il 28,7% (-14) teme per sé o i propri familiari di subire una violenza sessuale. Il 60,2% dei cittadini è (molto o abbastanza) preoccupato dei furti nell’abitazione (unico dato stabile).

 Nonostante il miglioramento, il 33,9% dei cittadini ritiene di vivere in una zona a rischio di criminalità (molto o abbastanza), dato decisamente in aumento rispetto alla rilevazione precedente (+11,9 punti percentuali).

 Dal 1997-98, gli indicatori di degrado socioambientale nella zona in cui si vive sono in calo tranne che per la percezione della presenza di prostituzione. Il 23,4% dei cittadini è stato testimone di atti di vandalismo contro il bene pubblico, il 12,5% vede (spesso o talvolta) persone che si drogano, l’8,8% persone che spacciano droga, il 9% prostitute in cerca di clienti.

 L’opinione sul controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine è negativa per il 46,4% degli individui, in peggioramento rispetto al 38,4% della precedente rilevazione. Valutazioni più positive sono espresse da coloro che vivono nei centri di piccole dimensioni.

 Tra chi dà valutazione negativa, è opinione diffusa che le forze dell’ordine dovrebbero transitare più spesso nelle strade (55,5%), essere più numerosi (44,2%) o più presenti sul territorio (26,6%), e in particolare nelle zone a rischio (20,5%) e di notte (20,3%).

 Al senso di insicurezza i cittadini reagiscono con strategie di difesa individuali e familiari. Più di un individuo su quattro (il 28%) evita alcune strade, luoghi o persone quando esce di sera; il 72,1% delle famiglie ha almeno un sistema di sicurezza per l’abitazione e il 55,7% adotta qualche modalità di difesa (lascia le luci accese quando esce, chiede ai vicini di controllare, ecc.).

 Il quadro territoriale è quanto mai vario, con regioni in cui la paura e la preoccupazione si presentano come problemi molto marcati. Tra le ripartizioni emerge il Centro Italia, che deve soprattutto al Lazio la sua situazione critica, e tra le regioni emerge la Lombardia, seguita da Campania e Puglia.

Per saperne di più vedi report ISTAT

https://www.istat.it/it/files//2018/06/Report-Percezione-della-sicurezza.pdf

Alternanza scuola-lavoro. Un esempio di successo

L’alternanza scuola-lavoro di Enel è un esempio di successo. La replicabilità del suo modello ne fa uno dei 25 migliori casi di formazione duale e apprendistato formativo in Italia.

A riconoscerlo è la prima ricerca sul tema promossa da Fondazione Sodalitas, con il sostegno di JPMorgan Foundation, e realizzata da Fondazione Di Vittorio. Il percorso di inserimento lavorativo sviluppato dal nostro Gruppo con l’Istituto di Istruzione Superiore Galilei-Sani di Latina, per il periodo 2016-2018, è stato indicato come una delle 25 best practice di riferimento ed è stato inserito nella piattaforma web We4Youth.it. Una mappa che faciliterà l’inserimento lavorativo degli studenti italiani. Nella sezione “Modelli” sono raccontate le prime esperienze di successo, fra cui appunto il programma sperimentale di Enel, realizzate su tutto il territorio nazionale: da Milano a Torino, da Bologna ad Ancona, Roma e Pomigliano d’Arco, fino a Potenza ed Enna. Piccole e grandi imprese hanno lavorato con centinaia di studenti di licei, istituti tecnici e professionali, così come di istituti tecnici superiori.

“Il nostro modello di “apprendistato duale” ormai consolidato rappresenta un’esperienza di successo per i giovani che ne sono stati protagonisti, consolidando le loro competenze e capacità, per l’azienda che ha investito sul loro potenziale di innovazione e per il sistema educativo che si è arricchito di un’efficace sinergia fra impresa e scuola. Siamo orgogliosi di aver aperto questo “percorso di qualità” ad altre aziende, che speriamo diventino sempre più numerose”

Una strategia contro la disoccupazione giovanile

La presentazione della ricerca è avvenuta a Milano presso la Fondazione Corriere della Sera, lo scorso 21 marzo, nell’ambito delle iniziative dello European Pact for Youth: la strategia lanciata nel 2015 dalla Commissione Europea e da CSR Europe per sviluppare partnership fra imprese e sistema formativo, a sostegno dell’occupabilità e dell’inclusione dei giovani nel vecchio continente.

Il Piano d’azione italiano, sostenuto da Enel, coinvolge circa 125mila studenti e 4.700 docenti. Fino a oggi sono state attivate 4mila collaborazioni, creando 16mila nuove opportunità di lavoro per i giovani. Contrastare il fenomeno dei NEET (Not Engaged in Employment, Education or Training), che in Europa conta 7 milioni di giovani non impegnati in alcuna attività lavorativa, di studio o formazione, è dunque possibile. Per Adriana Spazzoli, Presidente della Fondazione Sodalitas, i 25 casi della ricerca rappresentano modelli di successo che saranno presentati nei prossimi mesi in tre regioni italiane (Piemonte, Lazio e Sicilia), in un road show per la promozione di partnership di qualità.

“Numerose ricerche a livello europeo documentano come l’esperienza formativa in un contesto lavorativo aumenti in modo significativo l’occupabilità dei giovani. I primi 25 casi di successo da noi presentati mettono in luce che l’integrazione tra imprese e scuole è possibile in tutta Italia”

Il modello Enel

Il programma del nostro Gruppo per l’alternanza scuola-lavoro ha radici profonde. Nel biennio 2014-2015 siamo stati la prima azienda in Italia a stipulare circa 150 contratti di apprendistato di alta formazione con studenti ammessi al IV anno, con l’obiettivo di far svolgere periodi di formazione in azienda riconosciuti nel curriculum scolastico. Dopo l’approvazione del Jobs Act dal parte del Governo, l’istruzione secondaria superiore è stata rivolta esclusivamente all’apprendistato di I livello. Abbiamo allora sviluppato in questa direzione il nostro modello di alternanza. Attraverso l’apprendistato per il conseguimento del diploma, permettiamo agli studenti di anticipare l’acquisizione di conoscenze tecnico-specialistiche e di capacità operative già allineate al mercato del lavoro. I giovani sono messi direttamente a confronto con attività sul campo, in modo tale che non debbano spendere i primi anni di impiego per integrare le basi teoriche dei loro studi.

L’iter di professionalizzazione aziendale diventa così più veloce ottimizzando il turn-over delle competenze. L’attività di co-progettazione, che coinvolge giovani, docenti scolastici e tutor aziendali, punta a stimolare la riflessione sulla gestione dell’esperienza e sulla valutazione dei risultati, ma permette anche un confronto sulle modalità di osservazione e la valutazione delle competenze e delle soft skills (team work, problem solving, proattività, responsabilità).

Il programma 2016/2018 ha una durata di 36 mesi e, oltre ad essere rivolto all’IIS Galilei-Sani di Latina, coinvolge 140 apprendisti provenienti da 7 istituti tecnici di 7 regioni, mentre per il biennio 2017-2019 è prevista l’integrazione di 30 apprendisti provenienti da due istituti tecnici abruzzesi. In questi due anni i giovani svolgono in azienda un apprendistato retribuito della durata di 1400 ore (di cui 280 dedicate a lezioni di formazione con esercizi in laboratorio).

Work-based learning experiences

I riscontri delle prime esperienze Enel nel 2014 mostrano la piena soddisfazione degli studenti per gli aspetti organizzativi del percorso, per gli strumenti e le attrezzature messe loro a disposizione, ma anche per la qualità della relazione costruita con i tutor aziendali. Aspetti che emergono anche dai 263 questionari della ricerca promossa da Fondazione Sodalitas in collaborazione con JPMorgan Foundation. Il suo Senior Country Officer, Guido Nola, ha evidenziato in particolare la necessità di supportare le scuole nella trasformazione del sistema educativo italiano attraverso le Work-Based Learning Experiences.

“Le esperienze di qualità di alternanza scuola-lavoro sono auspicabili e rappresentano un passaggio fondamentale per facilitare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, favorendo un orientamento efficace verso percorsi di studi e carriera più soddisfacenti”

Nei questionari emerge soprattutto l’efficacia degli ambienti di lavoro nel trasmettere il rispetto delle regole di un’organizzazione, così come il consolidamento del rapporto con colleghi e superiori, oltre allo sviluppo del senso di responsabilità e della propensione al lavoro di squadra.

Per ottenere questi risultati occorrono però quattro condizioni di base, tutte soddisfatte dal programma di apprendistato di Enel: innanzitutto le competenze trasmesse non devono essere solo di carattere tecnico-specialistico, ma trasversali, cioè basate sullo sviluppo delle capacità critiche dello studente. In questo modo può raggiungere una maggiore adattabilità a contesti diversi, utile all’evoluzione della sua carriera lavorativa. Al termine delle esperienze il giovane deve essere anche in grado di orientarsi rispetto al percorso di studi e alla futura occupabilità, mentre le istituzioni formative e le imprese sono chiamate a svolgere un’attività di monitoraggio di ogni fase del processo organizzativo. Necessarie per la co-progettazione, infine, sono le pratiche di valutazione, perché ottimizzano il percorso in azienda ma stimolano anche la riflessività dello studente.

https://corporate.enel.it/it/storie/a/2018/03/we4youth-e-il-modello-scuola-lavoro-di-enel

 

 

La casa. E’ il luogo della vita «vera»

Nunzio Galantino*

 «Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: ”Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui. “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”. Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova e dove ci si trova realmente, dove si vive e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato… allora lasciamo entrare Dio» (M. Buber, Il cammino dell’uomo). A volte la realtà ci sembra troppo piccola e banale, altre volte troppo insignificante la vita di tutti i giorni: solite persone, soliti problemi, solite difficoltà. Eppure è proprio questo il «piccolo mondo che ci è affidato» del quale dobbiamo aver cura, in cui dobbiamo accendere un brivido di vita vera. Inutile e fuorviante cercare altrove: quella è la porta attraverso la quale dobbiamo far passare l’infinito con i suoi sogni e le sue speranze. Anche se a volte ci sembra difficile. Rendere sacri i piccoli luoghi che abitiamo non significa costruirci intorno altarini o cappelle votive. Renderli sacri vuol dire semplicemente scaldarli con una scintilla di amore e di passione vera. Questo ci è sempre possibile. Sempre e con chiunque. Soprattutto con chi ha pochi o nessun motivo per amare la vita.

La casa è il luogo della vita “vera”. È il luogo del disordine o dell’ordine maniacale, il luogo dove si mettono a nudo i nostri bisogni: lì arrivano i giorni delle lacrime e tornano i figli prodighi, lì si racchiudono l’ansia e il desiderio delle nostre speranze. La nostra banale e monotona vita quotidiana, tormentata dalle preoccupazioni e inaridita dalla percezione dei nostri limiti, è alla continua e strenua ricerca di senso: eppure nel piccolo cerchio di mura della nostra casa, nei mille frammenti delle nostre giornate, nel groviglio delle nostre relazioni, è lì che si nasconde il senso pieno della nostra esistenza. Nel cuore della vita di tutti i giorni, proprio là dove l’uomo vive e spera e dove scorre il suo tempo, proprio là possiamo intuire una presenza di luce, e là ci sentiamo mendicanti. Ciò che cerchiamo non è distante come un paradiso vago e lontano, ma ci è accanto, abita in noi, è parte del nostro quotidiano: basta solo un po’ di attenzione, un po’ di passione, quel minimo di capacità di ascolto che raggiunge la fecondità di un gesto, di un dono, di un piccolo amore. A volte la verità delle cose essenziali ci è tanto vicina da diventare per noi quasi invisibile, e ci sfugge.

Un tempo Rilke scrisse: «Se la tua giornata ti sembra povera, non la accusare; accusa te stesso, che non sei abbastanza poeta da evocarne le ricchezze», come dire che siamo noi a rendere povero e meschino un tempo o un luogo se siamo senza fantasia, senza sussulti, senza capacità di lasciarci sorprendere. La tenerezza di Dio si intreccia nei fili della nostra trama quotidiana: il suo Regno si nasconde nel granello di senape, nel pizzico di lievito, nel minuscolo seme. Roba, insomma, di tutti i giorni. Una conferma al racconto chassidico di Buber l’ho trovata in un detto di Eraclito riferito da Aristotele, ma riportato anche da M. Heidegger. Alcuni stranieri desideravano incontrare l’autore di Le Storie. Avvicinandosi, furono sorpresi dal vederlo mentre si riscaldava a un forno. Leggendo nei volti dei suoi visitatori la curiosità delusa, Erodoto fa loro coraggio e li invita espressamente ad entrare, con queste parole: «Gli dei sono presenti anche qui». Sono parole che pongono in un’altra luce il soggiorno del pensatore e il gesto semplice del suo riscaldarsi al fuoco del camino. Il racconto non dice se i visitatori abbiano capito subito queste parole. È evidente però il messaggio che Erodoto intende trasmettere: «Anche qui – presso il camino, dove ogni cosa e ogni pensare è familiare – persino qui … gli dei sono presenti». E in un altro frammento (fr 119), lo stesso Eraclito afferma: «Il soggiorno (solito) è per l’uomo l’ambito aperto per il presentarsi del dio (dell’in-solito)».

*Segretario Generale della Cei

in “Il Sole 24 Ore” del 23 giugno 2018

Cinema. Robert Bresson, ovvero le leggi segrete della vita

Graziano Perillo

In Note sul cinematografo Robert Bresson scrive: «Non si deve rappresentare la vita con la copiatura fotografica della vita, ma con le leggi segrete in mezzo alle quali si sentono muovere i tuoi modelli». Il cinema di Bresson è, di fatto, una continua ricerca, scandita dai modelli/personaggi dei suoi film, per rappresentare le leggi segrete della vita. Ne nasce così una profonda meditazione sull’uomo dalle forti coloriture pessimistiche e religiose. Se si volesse accostare un nome di un filosofo a Bresson, sicuramente il più appropriato sarebbe Blaise Pascal, non perché Bresson abbia cercato di tradurre consapevolmente il pensiero di Pascal in film, tutt’altro se si considerano le fonti letterarie alle quali si richiama – Diderot, Tolstoj, Dostoevskij, Bernanos –, ma perché come Pascal, e prima ancora Agostino d’Ippona, Bresson è drammaticamente interpellato dalla miseria umana con tutto il carico di distruttività e disperazione che porta con sé, una condizione alla quale soltanto la fede e la grazia possono dare un senso.

La meditazione sulla condizione umana prende in tal modo la forma di una rappresentazione del conflitto tra bene e male, o meglio delle possibilità di salvezza della vita o di perdizione con la morte, dietro alle quali si annidano le più profonde possibilità della speranza della trascendenza, o del ripiegamento sulla violenza del mondo e delle passioni. La speranza configura così una forma di “ottimismo tragico”, per usare la felice espressione di Mounier, e rappresenta il nucleo stesso della fede, la cui traduzione attiva si concretizza nell’amore verso l’altro, oppure verso Dio. Il mancato riconoscimento dell’amore, anche quello sofferto, genera invece la spirale dello smarrimento e della violenza: l’etilismo, il furto, l’omicidio. L’uomo bressoniano non ha alcuna scelta che non sia tra il bene e il male, non ha alcuna possibilità di riconoscere un’azione morale legittimata da un valore arbitrariamente riconosciuto, perché ogni scelta è già determinata tra due possibilità estreme, il bene e il male, tra le quali si danno le occasioni, spesso inattese, di realizzare o l’una o l’altra possibilità.

Bresson ama moltissimo Dostoevskij, come Woody Allen, ma a differenza di quest’ultimo che accoglie l’interpretazione nietzschiana del romanziere russo per risolvere la questione del bene e del male in senso nichilistico, Bresson trova nella fede la risposta al male. Il male è lì a troneggiare e a vincere con la forza distruttiva della quale è carico e con il peso della morte che porta con sé. Ma che cos’è il male? Esiste per davvero? A queste domande, apparentemente insensate ma pienamente legittime, il cinema filosofico di Bresson cerca di dare una risposta, poco trionfalistica: il male è la perdita dell’originaria innocenza ed è, quindi, colpa, peccato. Il male è l’accanimento privo di senso e del tutto gratuito a infliggere sofferenze al mite e all’innocente, è la furia omicida che può impadronirsi all’improvviso per ottenere un po’ di denaro, è la passione amorosa che rende ciechi e spinge alla guerra, è la falsificazione della verità per condannare un innocente e ottenere un vantaggio politico. Il male è ovunque, domina nella storia e alberga nel cuore degli uomini senza una ragione precisa se non per conseguire vantaggi, piccoli o grandi che siano. Anzi, Bresson è qui estremamente chiaro, soprattutto nel film più significativo su questo punto, L’Argent, nel quale il personaggio principale Yvon scivola dall’innocenza alla colpa fino a diventare omicida per ricavare pochi spiccioli. Ma il male è a volte anche la scelta necessaria per ottenere una salvezza  come avviene al tenete Fontaine in Un condannato a morte è fuggito costretto a uccidere una guardia nazista per ottenere la fuga salvifica.

Al male si oppone il bene, la cui realizzazione non è nel potere degli uomini, ma è inattesa grazia divina che l’uomo è chiamato a cogliere. In questo senso, due film sono estremamente significativi: La conversa di Belfort e Un condannato a morte è fuggito. Nel primo film la grazia agisce improvvisamente, senza che la conversa Anne-Marie, la quale aveva tentato in tutti i modi di alleviare Therese dalle pene interiori che l’affliggevano, possa vedere il risultato della sua azione caritatevole, perché soltanto la sua morte spingerà Therese a redimersi e a consegnarsi alla polizia; nel secondo film, centrale risulta essere la citazione dell’episodio di Nicodemo del Vangelo secondo Giovanni – nel quale a Nicodemo che chiede «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gesù risponde «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio… Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va » – che costituisce il senso della storia del tenente Fontaine che alla domanda sul perché l’amico con il quale progettava la fuga è stato catturato e fucilato, si sente rispondere che ciò è avvenuto affinché lui stesso riuscisse. «Il vento soffia dove vuole»: la grazia arriva inattesa, come per esempio in un incontro che può cambiare la vita. Il tenente Fontaine dovrà fidarsi di un imprevisto compagno di cella e fuggire con lui. Scoprirà che senza l’aiuto di quest’ultimo non avrebbe mai potuto realizzare la sua fuga.

L’inatteso dunque è occasione di salvezza. Bresson lo esprime con un’accurata scelta cinematografica, con la preferenza per la quasi totale assenza del recitato e per i minimali toni emotivi dell’attore in modo che l’attesa della coincidenza imprevedibile si mostri nell’abbandono del personaggio all’evento. Nell’evento si può cogliere, infatti, l’insondabile e nascosto segno che invita all’accoglienza dell’amore e del bene, il cui mancato riconoscimento trasforma la storia in destino, e rende l’invito a trascendere in chiusura, la gratuità e l’amore in disperazione e orgoglio. L’accoglienza della grazie rende così l’uomo disposto alla speranza e alla vita, desideroso della libertà, mentre l’uomo riverso sul proprio egoismo, si scopre prigioniero del rancore e della solitudine interiore.

Per Bresson sono, dunque, gli eventi a formare la storia degli uomini e sono le risposte che si danno a questi eventi, tessuti di incontri e di quotidianità, a costituire il senso stesso del propria storia. Non c’è alcun determinismo nel darsi degli eventi, ma soltanto la possibilità di riconoscere in essi la grazia o l’assoluto nulla, la presenza o l’assenza di Dio, l’apertura o la chiusura all’amore.

 

FILMOGRAFIA

Social media nemici del cervello e dello spirito critico. Protesi del pensiero

Non fa bene al cervello essere continuamente bombardato da messaggi, come quelli che arrivano senza sosta dai social media, rischiano di diventare una sorta di “protesi del pensiero” e di azzerare lo spirito critico: lo ha detto oggi a Roma uno dei massimi esperti di Neuroscienze a livello internazionale, Lamberto Maffei, della Scuola Normale di Pisa, che oggi è intervenuto nell’Adunanza generale solenne dell’Accademia dei Lincei.

“Non si può sottovalutare il rischio che lo sviluppo dei social media moderni, quali Facebook, Twitter e la televisione, diffondendo messaggi uguali a grandi moltitudini di persone, tenda a fare aumentare il cervello collettivo, oltre il grado richiesto per la socialità all’interno della specie”. In questo modo, ha detto Maffei all’ANSA a margine della conferenza, “il cervello è letteralmente invaso da un’enorme quantità di messaggi, fino a trovarsi in una situazione di disagio” e finché gli stessi messaggi, ripetuti continuamente, diventano “protesi del pensiero”. Con smartphone e tablet si stabilisce una “simbiosi” che rende più facile convincere” e trasmettere “messaggi globali”: “il grande pericolo – ha rilevato – è la perdita dello spirito critico del cittadino” al punto da preferire di “seguire un pastore”, inteso come “colui che grida”. Le uniche possibili contromisure, per Maffei, sono nella scuola e nella sua responsabilità nell’educare i giovanissimi “ai valori della lettura e del pensiero e della scienza”.

Ansa 22 giugno 2018