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Salute.”Respirare a lungo aria inquinata è come fumare un pacchetto di sigarette al giorno”

Respirare per lungo periodo l’aria inquinata equivale a fumare un pacchetto di sigarette al giorno. L’allarme arriva da un nuovo studio pubblicato sulla rivista medica Jama e condotto su 6 aree urbane statunitensi: Baltimora, Chicago, Los Angeles, New York, St. Paul, Minnesota e Winston-Salem nella Carolina del Nord. Gli esperti hanno esaminato le conseguenze dell’inalazione a lungo termine di ozono a livello del suolo, particolato, ossido di azoto e carbone su oltre 7 mila adulti di età tra i 45 e gli 84 anni per 17 anni.9c.jpg

Tramite Tac e spirometria i ricercatori hanno potuto osservare che l’esposizione costante agli inquinanti è stata probabile concausa nei pazienti di enfisema, malattia debilitante, cronica e irreversibile solitamente associata al fumo che limita la capacità polmonare riducendo la quantità di ossigeno nel sangue. Dall’altra parte sono stati misurati giorno per giorno i livelli di agenti inquinanti nelle aree di residenza del campione posto sotto osservazione. La ricerca, tra le più complete effettuate negli ultimi anni sugli effetti dell’inquinamento atomosferico sulla salute, è stata avviata su pazienti sani, senza alcun problema polmonare, tenendo conto anche della loro età e delle abitudini. Continua a leggere

Il dolore. L’ineludibile e amara esperienza di ogni uomo

BRUNO FORTE

La domanda del dolore

Il dolore è la domanda da cui prima o poi nessuno potrà evadere. Sembra che la storia avanzi attraverso il dolore, nei conflitti di interessi, di classi, di razze, di individui e di popoli. Nel dolore tutti si trovano accomunati: «Gli uomini si distinguono gli uni dagli altri nel possesso ma sono solidali nella povertà» (J. Moltmann). Dal profondo della sofferenza del mondo, specialmente del dolore dei deboli e dei piccoli, si leva la domanda angosciosa sul senso di tutto questo e l’aspirazione alla giustizia, la cui assenza e nostalgia è il pungolo supremo della domanda: è il problema di Dio. «Si Deus iustus, unde malum?», se c’è un Dio giusto, perché il male? e se c’è il male, come potrà esserci un Dio giusto? Dalle piaghe della storia nasce così il rifiuto o l’invocazione del totalmente Altro.

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È quanto esprimono questi versi, al tempo stesso drammatici e nobili, del pensatore che ha fatto del “sentimento tragico della vita” la molla della sua ricerca, Miguel de Unamuno: “Perché, Signore, ci lasci soli / nel dubbio della morte? / Perché ti nascondi? / Perché hai acceso nel nostro petto / l’ansia di conoscerti, / l’ansia che tu esista, / per poi velarti ai nostri occhi? / Dove sei, mio Signore, se ci sei? / … / Che c’è al di là, Signore, di questa vita? / Se tu, Signore, esisti, / dicci perché e a che fine, diccene il senso! / Di’ il perché del tutto. / … / Vedi, Signore: sta sorgendo l’alba / e io sono stanco di lottar con te / come lo fu Giacobbe! / Dimmi il tuo nome, / il nome, la tua essenza! / Dammi conforto! Dimmi che ci sei! / … / Più non posso muovermi, mi arrendo. / Qui ti aspetto, Signore, / qui ti attendo / sulla soglia socchiusa della porta, chiusa con la tua chiave. / Ti chiamai, gridai, piansi per il dolore, / mille voci ti diedi; / ti chiamai e non mi apristi, / non apristi alla mia agonia; / qui, Signore, mi fermo, / mendicante seduto sulla soglia, / che aspetta un’elemosina; / qui ti attendo. / Tu mi aprirai la porta quando io muoia, / la porta della morte, / e allora vedrò la verità / saprò se tu ci sei / o dormirò nella tua tomba”1.

La storia della ricerca umana ha dato alla domanda del dolore e alla sfida che essa costituisce per l’esistenza stessa di Dio risposte diverse, che possono comunque ricondursi ad alcuni modelli fondamentali. C’è stato chi, dinanzi all’inconciliabilità di Dio e del male, ha semplicemente soppresso il primo dei due termini: è la soluzione dell’ateismo tragico. «Per Dio la sola scusa è che non esiste» (Stendhal e Nietzsche). Continua a leggere

Omicidi. Un paese sempre più sicuro, ma non in famiglia e per le donne

Giorgio Beretta

Nel 2018 il 64,6% di omicidi familiari commessi da chi aveva un regolare porto d’armi Un Paese sempre più sicuro, ma non negli spazi della vita quotidiana. Che, anzi, manifestano una crescente pericolosità, soprattutto per le donne. E’ quanto emerge dal Dossier Viminale presentato a Castel Volturno (Caserta) in occasione della tradizionale riunione di Ferragosto del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro dell’Interno, Salvini.

Nell’ultimo anno sono calate le rapine (-16,2%), i furti (-11,2%) e le truffe (-2,1%, tranne quelle con vittime ultrasessantacinquenni (+1,2%). Ma soprattutto sono calati gli omicidi (-14%): i 307 omicidi volontari commessi tra agosto 2018 e luglio 2019 costituiscono il numero più basso mai registrato dagli anni Cinquanta. Sono diminuiti, ma di poco (-4%), anche gli omicidi nella sfera familiare e affettiva: ma proprio questo sta diventando l’ambito di maggior pericolosità per la vita delle persone. I dati del Viminale mostrano, infatti, che oggi quasi la metà degli omicidi in Italia sono commessi nel contesto familiare-affettivo: 145 su un totale di 307.

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Mentre calano gli omicidi compiuti dalla criminalità comune e della criminalità organizzata (25 nell’ultimo anno) rimangono, invece, pressoché invariati proprio quelli in ambito familiare: e di questi, la maggior parte (il 63,4%, cioè 92) ha visto come vittime le donne. Che la famiglia sia sempre più pericolosa per le donne è confermato da un altro dato del dossier: gli ammonimenti dei Questori per violenza domestica sono più che raddoppiati nell’ultimo anno, passando da 666 a 1.172 (+76%), ma il numero degli allontanamenti è stato pressoché identico. Sono diminuite, invece, le denunce per stalking presentate, in tre casi su quattro da donne: sono state 12.733, il 13% in meno rispetto all’anno precedente.

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Mohammed il sopravvissuto.”Partiti in quindici ho resistito solo io”

Alessandra Ziniti

Provate solo a immaginarli Ismail e Mohammed, arsi dal sole e dalla sete, rimasti soli su quel gommone dal quale sono stati costretti a buttare giù in mare i corpi senza vita dei tredici compagni di viaggio. Provate a immaginarli mentre si guardano, il terrore negli occhi, e si chiedono: «E ora a chi di noi due toccherà?». Sembrano invisibili su quel gommone ormai alla deriva da dieci giorni. Navi e aerei passano in continuazione, nessuno li vede. O forse qualcuno si gira dall’altra parte. Immaginate il più giovane e devastato dei due, Ismail, 20 anni appena, che con l’ultimo filo di voce avvolge con il suo abbraccio mortale Mohammed e gli dice: «Sono morti tutti, perché noi siamo ancora vivi? Moriamo insieme» e butta in mare con l’ultimo gesto disperato il cellulare libia.jpgormai inutile e il Gps di cui gli scafisti li avevano dotati indicando loro la rotta per Malta. È l’istinto di sopravvivenza a salvare Mohammed che quasi grida: «Se vuoi morire fallo da solo, io non voglio». Ismail si rannicchia in posizione fetale sul fondo del gommone e si lascia morire, Mohammed quasi si accovaccia su di lui e lo veglia. È così, in stato di semiincoscienza che, come dice lui, «Dio e Malta mi hanno salvato».

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Pedopornografia. Oltre 200 portali segnalati da METER alla polizia

MARCO GUERRA

Prosegue senza sosta la lotta dell’associazione Meter onlus contro la pedopornografia. Oggi l’associazione, che anima uno dei più autorevoli e attivi osservatori del mondo sul fenomeno della pedofilia on line, ha reso noto di aver segnalato 205 portali pedopornografici alla Polizia Postale Italiana e ad alcuni responsabili amministratori dei server provider.

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Centinaia di migliaia di file

In particolare si tratta di centinaia di migliaia di file proposti ed esposti in vendita per i pedofili di tutto il mondo (circa 680 mila foto sono state segnalate in un solo portale). “È evidente che non possiamo pubblicizzare tale materiale e non lo faremo nel rispetto delle leggi in vigore – si legge nella nota diffusa da Meter -, ma è inquietante, assurdo, violento al limite della stessa violenza umana: oltre l’indicibile”.

Assente strategia internazionale

Solo in alcuni e sparuti casi, spiega ancora Meter onlus, c’è la collaborazione di alcuni server provider che rimuovono il contenuto e formalmente dichiarano di essere disponibili alla collaborazione con le Autorità del Paese dove è allocato il materiale pedopornografico. “Ciò conferma – conclude il comunicato – che a livello internazionale manca una vera e propria strategia chiara e trasparente di responsabilità e collaborazione nel contrastare il fenomeno che nel frattempo ha raggiunto livelli ben strutturati e criminali”.

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Il mondo celebra le api, sempre più bisognose di aiuto

“Nell’ultimo periodo si sono verificate tutte insieme le condizioni peggiori per l’attività delle api: il freddo non le faceva uscire, la grandine ha rovinato la fioritura, il vento ha asciugato il nettare e la pioggia lo ha annacquato. Ora porteremo le arnie in montagna come facciamo ogni anno in questo periodo: speriamo di riuscire a produrre almeno là”. Il grido di dolore di Serena Baschirotto, apicoltrice dell’area di Malpensa, nel milanese, non è purtroppo isolato e arriva proprio in occasione della Giornata mondiale delle api.

Questa ricorrenza proclamata nel 2018 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, su iniziativa della Repubblica Slovena e con il sostegno e il voto favorevole dell’Italia, si celebra per il secondo anno e la situazione per questo prezioso insetto è più difficile che mai. Sopratutto nel nostro paese, dove una primavera quanto mai capriccios112933042-4fbe2f30-ce81-44b3-b11a-178f3ccdbdae.jpga, se da un lato allontana la minaccia della siccità, crea però diversi altri problemi. Coldiretti segnala infatti che l’andamento climatico siccitoso del mese di marzo, seguito da un aprile e un maggio dal meteo caratterizzato da vento, pioggia e sbalzi termici, non ha consentito alle api di trovare il nettare sufficiente da portare nell’alveare.

In Italia, stando ai dati forniti dalla Fai, la Federazione Apicoltori Italiani, gli apicoltori censiti sono circa 55 mila, cui se ne aggiungono almeno altri 5 mila che, specie tra i giovani, stanno manifestando entusiasmo e propositi di investimento in questo settore. Nonostante le numerose avversità, il patrimonio apistico nazionale è in crescita e nel 2018 ha raggiunto quota 1,5 milioni di alveari, con una produzione potenziale di circa 23 mila tonnellate e un volume d’affari stimato in 150 milioni di euro, cui sono da aggiungere 2 miliardi di euro di valore della produzione delle sole colture di interesse agro-alimentare.

La Giornata mondiale delle api, rimarcano Fai e Confagricoltura, a cui la Fai è associata, “deve essere l’occasione per promuovere presso l’opinione pubblica iniziative per far conoscere di più la vita delle api, il loro ruolo nel preservare la biodiversità e la necessità che – gli agricoltori per primi, come tutti i cittadini del Pianeta – si attivino ulteriormente per aiutare l’ape spargendo semi di fiori utili alla produzione di nettare e polline, le matrici alimentari che sono alla base della più grande e preziosa simbiosi naturale che rende vitale il mondo in cui viviamo”.

I nemici delle api e i pericoli che le minacciano sono purtroppo molteplici, a cominciare dal riscaldamento globale. “I cambiamenti climatici in atto – sottolineano ancora da Coldiretti – sconvolgono la natura e si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo.

Oltre a quello del clima, un problema globale, esistono poi le minacce locali. “La diffusione sul territorio di veleni finalizzati alle disinfestazioni della zanzara tigre – ricorda Raniero Maggini, presidente del WWF Roma e Area Metropolitana – è pericolosa quanto inutile. Colpisce indistintamente noi come le altre specie viventi, aumentando la precarietà che già minaccia api ed altri insetti”.

L’importanza delle api, ribadisce ancora la Coldiretti, non riguarda solo la produzione del miele: prodotti come mele, pere, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma questi insetti sono utili anche per la produzione di carne con l’azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme come l’erba medica e il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento. Anche la grande maggioranza delle colture orticole da seme, come l’aglio, la carota, i cavoli e la cipolla, si può riprodurre grazie alle api.

in nationalgeographic.it

La scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni

MASSIMO RECALCATI

l lavoro degli insegnanti è diventato oggi un lavoro di frontiera: supplire a famiglie inesistenti o angosciate, rompere la tendenza all’ isolamento e all’ adattamento inebetito di molti giovani, contrastare il mondo morto degli oggetti tecnologici e il potere seduttivo della televisione, riabilitare l’ importanza della cultura relegata al rango di pura comparsa sulla scena del mondo, riattivare le dimensioni dell’ascolto e della parola che sembrano totalmente inesistenti, rianimare desideri, progetti, slanci, visioni in una generazione cresciuta attraverso modelli identificatori iperedonisti, conformistici o apaticamente pragmatici. Gli insegnanti consapevoli ce lo dicono in tutti i modi: “Non ascoltano più!”, “Non parlano più!”, “Non studiano più!”, “Non desiderano più!”.Professore-con-alunno.jpg

Cosa può dunque tenere ancora vivo il motore del desiderio? Non è forse questa la missione che unisce tutte le figure (a partire dai genitori) impegnate nel discorso educativo? Mestiere impossibile decretava Freud. Aggiungendo però a questa profezia pessimistica una buona notizia: i migliori sono quelli che sono consapevoli di questa impossibilità, quelli che non si prendono per davvero come padri o insegnanti educatori. I migliori sono quelli che hanno contattato la loro insufficienza. Sono quelli che hanno preso coscienza dell’impossibilità e del danno che provocherebbe porsi come gli educatori migliori.

Proviamo ora a fare un esperimento mentale: chi sono gli insegnanti che non abbiamo mai dimenticato? Sono quelli che hanno saputo incarnare un sapere, sono quelli che ricordiamo non tanto per ciò che ci hanno insegnato ma per come ce lo hanno insegnato. Ciò che conta nella formazione di un bambino o di un giovane non è tanto il contenuto del sapere, ma la trasmissione dell’amore per il sapere. Gli insegnanti che non abbiamo dimenticato sono quelli che ci hanno insegnato che non si può sapere senza amore per il sapere. Sono quelli che sono stati per noi uno “stile”. I bravi insegnanti sono quelli che hanno saputo fare esistere dei mondi nuovi con il loro stile. Sono quelli che non ci hanno riempito le teste con un sapere già morto, ma quelli che vi hanno fatto dei buchi. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte già fatte.

Il bravo insegnante non è solo colui che sa ma colui che, per usare una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy ne La strada, “sa portare il fuoco”. Portare il fuoco significa che un insegnante non è qualcuno che istruisce, che riempie le teste di contenuti, ma innanzitutto colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della comunità, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire alcuna immagine di “allievo ideale”, ma esaltando piuttosto i difetti, persino i sintomi, di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno. È, insomma, come scrisse un grande pedagogista italiano quale fu Riccardo Massa, qualcuno che “sa amare chi impara”. Tutti ne abbiamo conosciuto almeno uno.

Questa è la vera prevenzione primaria che servirebbe ai nostri figli: incontrarne almeno uno così. Dobbiamo, invece che ironici, essere riconoscenti all’ esercito civile di chi ha scelto di vivere nella Scuola, a coloro che hanno autenticamente e appassionatamente scelto di amare chi impara. Mi è capitato di voler continuare ad insegnare mentre venivo interrotto in aula dagli studenti che protestavano per la Legge Gelmini. Avevano ragione, ma ho insistito nel difendere le mie ragioni. La democrazia è fatta di queste divergenze, di questi conflitti tra prese di posizione diverse che possono convivere mantenendosi tali. Volevo proseguire nella lezione perché un’ ora di lezione non è un automatismo svuotato di senso, non è routine senza desiderio come invece sembrava pensassero i miei interlocutori. Certo questo è il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell’Università che ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l’ imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto.

Il vero nemico dell’insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto. Ridurre l’ amore per il sapere a pura routine. A quel punto non c’ è più trasmissione di una conoscenza viva ma burocrazia intellettuale, parassitismo, noia, plagio, conformismo. Un sapere di questo genere non può essere assimilato senza generare un effetto di soffocamento, una vera e propria anoressia intellettuale. Eppure la Scuola continua ad essere fatta di ore di lezione che possono essere avventure, esperienze intellettuali ed emotive profonde. (…).

Il nostro tempo segnala una crisi senza precedenti del discorso educativo. Le famiglie appaiono come turaccioli sulle onde di una società che ha smarrito il significato virtuoso e paziente della formazione rimpiazzandolo con l’ illusione di carriere prive di sacrificio, rapide e, soprattutto, economicamente gratificanti. Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? Per questa ragione di fondo la Scuola viene invocata dalle famiglie come un’ istituzione “paterna” che può separare i nostri figli dall’ipnosi telematica o televisiva in cui sono immersi, dal torpore di un godimento “incestuoso”, per risvegliarli al mondo. Ma anche come una istituzione capace di preservare l’ importanza dei libri come oggetti irriducibili alle merci, come oggetti capaci di fare esistere nuovi mondi. Capissero almeno questo i suoi censori implacabili. Capissero che sono innanzitutto i libri – i mondi che essi ci aprono – ad ostacolare la via di quel godimento mortale che sospinge i nostri giovani verso la dissipazione della vita (tossicomania, bulimia, anoressia, depressione, violenza, alcoolismo, ecc).

Lo sapeva bene Freud quando riteneva che solo la cultura poteva difendere la Civiltà dalla spinta alla distruzione. La Scuola contribuisce a fare esistere il mondo perché un insegnamento, in particolare quello che accompagna la crescita (la cosiddetta scuola dell’obbligo), non si misura certo dalla somma nozionistica delle informazioni che dispensa, ma dalla sua capacità di rendere disponibile la cultura come un nuovo mondo, come un altro mondo rispetto a quello di cui si nutre il legame familiare. Quando questo mondo, il nuovo mondo della cultura, non esiste o il suo accesso viene sbarrato, come faceva notare il Pasolini luterano, c’ è solo cultura senza mondo, dunque cultura di morte, cultura della droga. Se tutto sospinge i nostri giovani verso l’assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’ umano, l’ incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi?

in la Repubblica, 29 aprile 2011

 

Per una politica che persegua il bene comune e governi la complessità

Andrea Riccardi

Nel lessico politico agitato di questi giorni due parole ricorrono con frequenza: «popolo» e «poltrone». Il popolo sovrano da una parte e, dall’altra, l’accusa ai politici di essere accaparratori di poltrone. Dare voce al popolo e ridurre le poltrone sembra la panacea: un politically correct ripetuto da molti anche per non apparire «poltronari» o usurpatori della volontà del popolo. Il popolo italiano si è espresso recentemente. Alle elezioni politiche del marzo 2018 (da cui è nato il governo Conte) e con le Europee del maggio 2019. In un anno non è cambiato troppo, se non la crescita della Lega alle europee e nei sondaggi.

Si deve, per ora, provare a cercare soluzioni all’interno del Parlamento. Non è attaccamento alle «poltrone», ma alla logica delle istituzioni democratiche. In realtà è prevalso nell’immaginario politico, un modello bipolare che, negli anni Novanta, sembrò la soluzione alla crisi della prima Rejh .jpgpubblica. Il culto del referendum lo ha rafforzato. Diversi sistemi elettorali hanno cercato di realizzare il bipolarismo, ma ci sono state resistenze che fanno pensare a un corpo sociale italiano refrattario, perché legato all’Italia delle cento città, ai tanti mondi, alle rappresentanze differenziate. La coerente ricerca di un sistema bipolare, animata da intenti riformatori della politica ma smentita dalla storia, è scaduta ormai in logica plebiscitaria. Dal bipolarismo al plebiscitarismo. È tutt’altra cosa.

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Politica. Oltre crisi e neoliberismo: rifondare la solidarietà e la cooperazione

Mauro Magatti

All’elettore, al padre e alla madre di famiglia, ai giovani che desiderano costruirsi una vita e agli anziani alla ricerca di un po’ di serenità, i giochi di palazzo non interessano per nulla. Insofferenti allo spettacolo triste di questi giorni, non vorrebbero altro che una politica seriamente impegnata a lavorare per creare le condizioni in un futuro che si intravvede, ma che ancora non c’è. Nella consapevolezza che il bene comune non è mai qualcosa di statico, ma un cammino che si fa insieme.

L’Italia ha votato meno di un anno e mezzo fa l’attuale Parlamento. Tutti ricordano che fu necessaria una lunghissima trattativa per far nascere il ‘Governo del cambiamento’ giallo-verde che ha promesso un rilancio in grande stile del nostro Paese. Con riforme che volevano imprimere una netta discontinuità rispetto alle politiche seguite in precedenza. Sappiamo che le cose sono andate diversamente. Né poteva essere senato.jpgaltrimenti, dato che le prospettive di M5s e Lega erano nettamente divergenti. Poi sono venute le schermaglie per vincere le elezioni europee a cui sono seguite settimane di agonia che hanno portato alla apertura della crisi. Si discute adesso se formare un nuovo Governo o tornare alle urne.

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Quando l’Italia salvò i “boat people” nel Mar Cinese Meridionale

Vincenzo Grienti

Mar Cinese Meridionale: una piccola imbarcazione viene intercettata dall’incrociatore Vittorio Veneto della Marina militare italiana. È il 29 luglio e a bordo ci sono i primi 128 profughi vietnamiti soccorsi dalle navi italiane in quella che verrà chiamata “Missione Vietnam”. Donne, uomini e bambini avevano fissato con i chiodi uno straccio sporco su quel che rimaneva della cabina della carretta del mare e con il catrame gli avevano scritto «SOS».

vietnamese-boat-people-9.jpgQuesti profughi furono ben presto ribattezzati “ boat people” e l’attività di recupero durò per quasi un mese dall’arrivo del convoglio nelle acque del Siam. Momenti che monsignor Luigi Callegaro, cappellano capo della squadra navale, annotò minuziosamente sul suo taccuino e che pubblicò a missione compiuta nel numero 4 del settembre 1979 di “Bonus Miles Christi”, la rivista dell’Ordinariato militare: «Quando sul ponte di volo si vedono correre e giocare i 125 frugoletti salvati si apre il cuore – scriveva Callegaro –. Ognuno di loro si è scelto un protettore e i genitori presenti sorridono inchinandosi in segno ossequioso di rispetto dinanzi a tale altruismo. Alla preghiera del marinaio si mettono tutti spontaneamente sull’attenti come i grandi e sembrano angioletti in preghiera – prosegue il sacerdote –. Questo è il momento in cui le due comunità fraternizzano fino all’ora della cena. Poi ognuno torna al suo posto». Una rotta, quella del ritorno a casa, che dal 2 agosto in poi vide impegnati ufficiali, sottufficiali e marinai ad alleviare le sofferenze dei migranti provati dalla fatica e dal viaggio. Tra i più attivi anche padre Filippo, un religioso vietnamita, che all’andata aveva tenuto agli equipaggi alcuni incontri sugli usi, i costumi e la cultura del Vietnam. A tutti venne chiesto di gettare il cuore oltre l’ostacolo e aiutare migliaia di civili vietnamiti, uomini, donne e bambini, che scappavano dal regime comunista di Hanoi, respinti dagli Stati confinanti e costretti a salire a bordo di barche fatiscenti, zattere e scialuppe. Per giorni sbattuti tra le onde, in preda a burrasche e con il rischio di essere assaltati dai pirati. «Parlare del salvataggio dei cosiddetti boat people potrebbe apparire come una semplice rievocazione storica – spiega il capitano di vascello Giosué Allegrini, capo ufficio storico della Marina Militare –. Gli aspetti umanitari di questa missione nell’Estremo Oriente sono stati infatti trattati ampiamente, all’epoca e in seguito. È tuttavia possibile, al giorno d’oggi, scoprire diverse interessanti rivelazioni, sulla base di informazioni che non erano state a quel tempo divulgate, per motivi di sicurezza. Sono questi particolari a fornire la reale portata della straordinaria impresa non solo umanitaria, ma anche operativa, affrontata dalla nostra Marina Militare – aggiunge Allegrini –. Scopriamo oggi, infatti, che passarono meno di 48 ore tra la decisione governativa di intervenire e la partenza della prima Unità di quel Gruppo Navale costituito ad hoc con gli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria e la nave rifornitrice Stromboli. Una bella dimostrazione di efficienza, ovvero di quel genere di cose che non si vedono ma fanno la differenza tra le Marine e le Nazioni. Una missione di pace, peraltro, in un teatro di guerra. La Marina Militare, elemento di punta della Nato nel Mediterraneo durante la Guerra Fredda, disponeva a bordo delle unità di sistemi d’arma ad elevata automazione e con tempi di risposta per l’epoca ridottissimi. Fu quindi necessario adottare tutta una serie di accorgimenti al fine di evitare il rischio di incidenti nei confronti di navi o aerei vietnamiti, muniti di armamenti sovietici. Fu merito della felice collaborazione tra il nostro Corpo Diplomatico e lo Stato Maggiore Marina affinché questo pericolo fosse scongiurato, da una parte e dall’altra – sottolinea Allegrini –. È un fatto che oltre novecento fra uomini, donne e bambini furono recuperati dalle nostre unità navali, sfuggendo ad un ben triste destino e portati in Italia, a Venezia, in un radioso mattino dell’agosto 1979». Tra i dettagli poco conosciuti anche i momenti dei preparativi delle tre unità navali e dei loro equipaggi: «Rientrate rapidamente dalle rispettive missioni in corso, Andrea Doria, Vittorio Veneto e Stromboli costituirono l’8° Gruppo Navale, vennero in tempi da record approntate negli Arsenali della Spezia e Taranto alle particolari e delicate attività di ricerca, recupero, soccorso e trasporto – aggiunge il capitano di vascello Leonardo Merlini, direttore del Museo tecnico navale della Spezia –. sulle tre navi furono costituite due sale operatorie e imbarcati migliaia di medicinali e vaccini, stivate oltre 25mila razioni ordinarie e migliaia di capi di vestiario e materiale speciale. In particolare, all’Arsenale della Spezia, che celebra quest’anno i 150 anni di ininterrotto funzionamento, dunque il più antico arsenale marittimo ancora in attività, spettò il compito di approntare nave Andrea Doria. La missione in Vietnam confermò la capacità della nostra Marina di poter condurre, in tempi ristrettissimi, attività di protezione civile anche in acque e mari lontani». Il 21 agosto l’arrivo a Venezia. Ad accoglierli il ministro della Difesa Attilio Ruffini, il sottosegretario agli Esteri Giuseppe Zamberletti, il vescovo ordinario militare Mario Schierano, il patriarca di Venezia Marco Cé. L’approdo nella città lagunare aprì un futuro di speranza ai fuggiaschi vietnamiti scrivendo uno dei capitoli più intensi della storia di solidarietà e accoglienza del nostro Paese.

in “Avvenire” del 15 agosto 2019 1979,