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Monarchie del Golfo, una settimana di ordinaria repressione

Riccardo Noury

Come ogni settimana, non sono mancate neanche in quella appena terminata preoccupanti notizie sullo stato dei diritti umani nellaregione del Golfo. Il 16 maggio la quarta corte d’appello del Bahrein ha emesso il verdetto al termine di un “maxi-processo”, iniziato il 23 agosto 2016, che vedeva imputate di terrorismo 138 persone, 52 delle quali in contumacia.

Il processo, in cui sono state ammesse come prove diverse confessioni estorte con la tortura, si è concluso con 23 assoluzioni, 53 ergastoli, tre condanne a 15 anni, una a 10 anni, 15 a sette anni, 37 a cinque anni e sei a tre anni. C’è poi l’odiosa pena “accessoria” della privazione della cittadinanza, provvedimento adottato nei confronti di 115 imputati. Dall’inizio dell’anno, 231 bahreiniti sono stati resi apolidi. Dal 2012, il totale è di 718.

L’articolo 10 della legge sulla cittadinanza, più volte emendato, stabilisce che questa possa essere revocata a chi svolge servizio militare per un Paese straniero, si mette al servizio di un Paese straniero o procura “danno alla sicurezza nazionale“, definizione quest’ultima che può voler dire tutto e niente.

Le persone che vengono private della cittadinanza sono obbligate a consegnare il passaporto e i documenti d’identità. Quelle che non sono in carcere devono chiedere un permesso di soggiorno in quanto “stranieri” o lasciare il Paese. Chi è in carcere lo farà al termine della pena. Chi non ottiene il nuovo documento viene accusato di “soggiorno illegale” ed espulso.

Anche nell’Arabia Saudita del “moderato” e “riformista” principe della Corona Mohammad Bin Salman non si sono risparmiati. Il 18 maggio fonti ufficiali saudite hanno reso noto l’arresto di sei difensori dei diritti umani e di una settima persona al momento ignota, con l’accusa di tradimento. L’annuncio è stato immediatamente seguito da una campagna diffamatoria mossa dai media di regime, che hanno accusato le persone arrestate di far parte di una cellula in contatto con entità straniere. In parole semplici, di essere dei traditori.

Tra le sette persone arrestate figura Loujain al-Hathloul, la nota promotrice della campagna contro il divieto di guida alle donne saudite, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere rimosso dal 24 giugno. L’hanno portata via da casa la sera del 15 maggio ed è detenuta nella prigione di al-Hai’r nella capitale Riad.

Ci sono poi Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, che nel 2013 sfidarono il divieto guidando per le vie della capitale, così come Aisha al-Manea, a sua volta protagonista della campagna sin dai primi anni Novanta. E infine Ibrahim al-Modeimigh, avvocato e promotore dei diritti delle donne, e Mohammad al-Rabea, che aveva aperto a Riad un circolo letterario per uomini e donne.

in Il Fatto Quotidiano 21 maggio 2018

Italia. Il secondo Paese più vecchio del mondo

Per il terzo anno di fila la popolazione italiana diminuisce: perdiamo 100mila persone rispetto all’anno precedente. Dal Rapporto Annuale dell’Istat emerge che al 1 gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni di residenti, con un’incidenza degli stranieri dell’8,4% (5,6 milioni). Rimane ancora ampiamente positivo il saldo migratorio: nel 2017 in Italia si registrano 184.000 stranieri in più. Ma in totale siamo di meno, e siamo anche più vecchi: l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo (dopo il Giappone), con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani. Per il nono anno consecutivo le nascite registrano una diminuzione: nel 2017 ne sono state stimate 464.000, il 2% in meno rispetto all’anno precedente, nuovo minimo storico.

Italiano che va, straniero che viene. L’Italia è ormai un Paese di immigrazione oltre che di emigrazione. Nel 2017 si stimano circa 153.000 cancellazioni anagrafiche per l’estero, dato in crescita dal 2007 ma in leggero calo (meno 2,6%) rispetto al 2016. Le mete principali degli italiani sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera e la Francia. Aumentano i laureati che “scappano”: sono 25.000 nel 2016 contro i 19.000 del 2013. Ma è in crescita anche il numero di cittadini stranieri che diventano italiani: nel 2016 sono oltre 201.000 le acquisizioni di cittadinanza e si stima che nel 2017 superino le 224.000.

Nascite al minimo.  Per il nono anno consecutivo le nascite registrano una diminuzione: nel 2017 ne sono state stimate 464 mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Nel 2017 si stima che i nati con almeno un genitore straniero siano intorno ai 100 mila (21,1% del totale dei nati). Dal 2012 il contributo in termini di nascite della popolazione straniera residente è in calo. A diminuire sono in particolare i nati da genitori entrambi stranieri, con una stima pari a 66 mila nel 2017 (14,2% sul totale delle nascite). Pur mantenendosi su livelli decisamente più elevati di quelli delle cittadine italiane (1,95 rispetto a 1,27 secondo le stime nel 2017), diminuisce il numero medio di figli delle cittadine straniere, come conseguenza delle dinamiche migratorie e della loro struttura per età che si presenta ‘invecchiata’ rispetto al passato.

Si diventa genitori sempre più tardi. Considerando le donne, l’età media alla nascita del primo figlio è di 31 anni nel 2016, in continuo aumento dal 1980 (quando era di 26 anni). La speranza di vita alla nascita ha raggiunto nel 2017 gli 80,6 anni per gli uomini e gli 84,9 anni per le donne. Ma ci sono fortissime differenze territoriali: il valore più elevato si trova a Firenze (84,1 anni) e nella provincia di Trento (83,8 anni), il valore minimo, invece, si registra nelle province di Napoli e Caserta (per entrambe 80,7 anni). Grandi differenze territoriali anche per l’aspettativa di vita in buona salute: a Bolzano è di quasi 70 anni (69,3 per gli uomini e 69,4 per le donne) a fronte di una media nazionale di 60 anni per gli uomini e 57 anni e 8 mesi per le donne, mentre i maschi della Calabria e le femmine della Basilicata sono, invece, ai livelli più bassi con un’aspettativa di vita in buona salute alla nascita rispettivamente di 51,7 anni e 50,6 anni.

I rapporti umani contano più di quelli virtuali. Le amicizie, il tempo libero passato insieme, l’aiuto delle persone vicine sono ancora un elemento che contraddistingue fortemente il nostro Paese. ll 78,7% delle persone di 18 anni e più dichiara di poter fare affidamento almeno su un parente, un amico o un vicino; il 33,1% ha dato almeno un aiuto gratuito nelle quattro settimane precedenti l’intervista; il 13,2% della popolazione di 14 anni e più ha svolto almeno un’attività gratuita in forma organizzata. Quasi il 60% della popolazione ha a disposizione la rete di amici e la rete di sostegno. Il 43,2% di chi può contare sull’aiuto di parenti, amici e vicini esprime un giudizio positivo per la propria vita, il 42,9% di chi frequenta amici si dichiara molto soddisfatto così come la metà delle persone attivi e in associazioni o gruppi di volontariato. C’è poi un 60,1% degli utenti regolari di Internet che utilizza i social network. Ma in generale “l’utilizzo crescente dei social network non rappresenta una modalità sostitutiva, ma complementare, delle relazioni sociali di persona che restano la forma di interazione più appagante”.

 

Media Education nella società globale

Alessandra Ceccherelli

Giovedì 24 e venerdì 25 maggio al Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze si terrà il convegno La Media Education nella società globale. Esperienze e trasferimento di buone pratiche. L’evento intende fare il punto sul ruolo della media education nella formazione del cittadino del XXI secolo, con particolare riferimento alle sfide della globalizzazione, dell’intercultura e dell’inclusione socioculturale. L’obiettivo è quello di valutare le potenzialità pedagogiche di un’area della ricerca educativa che può fornire strumenti analitici utili a una lettura più critica della comunicazione su temi caldi come l’immigrazione, la convivenza, la cittadinanza post-coloniale.

La prima giornata del convegno prevede la presentazione del progetto europeo Media Education for Equity and Tolerance (Erasmus+ 2016-2018), coordinato dalla professoressa Maria Ranieri, e dei primi risultati delle sperimentazioni didattiche condotte in Italia e in Germania nell’ambito di tale progetto.
A seguire, verranno condivise e discusse una serie di esperienze di educazione ai media e all’intercultura nell’ambito scolastico ed extrascolatico, inclusa la realtà della comunità eTwinning che verrà illustrata da Donatella Nucci, Capo Unità eTwinning Italia.

La seconda giornata dell’evento sposterà il focus del convegno sulla comunicazione dell’intercultura nei media, con i contributi di studiosi e professionisti del settore. Leonardo Bianchi, News Editor di Vice Italia ed esperto in comunicazione politica e culture giovanili, terrà una lezione intitolata L’eterna “invasione”: come la disinformazione condiziona il dibattito sui migranti.

Al tema del rapporto tra informazione, social media e percezione dell’immigrazione è stato dedicato un articolo sulla piattaforma europea per l’educazione degli adulti EPALE Italia.

L’evento è patrocinato dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana.

La partecipazione al convegno è gratuita, ma è necessaria l’iscrizione. 

L’evento è valido ai fini della formazione e permette l’esonero ai sensi dell’art.64 comma 5 del CCN.

La regola di vita del prete: vocazione, formazione, missione

Lorenzo Prezzi

L’invito a una regola di vita per il prete torna in una pubblicazione di Mauro Maria Morfino, vescovo di Alghero-Bosa: Facciamo come il Signore. Pensare una regola di vita del presbitero (recuperabile sul sito della diocesi). Un testo assai sviluppato (un centinaio di pagine), strettamente connesso con quella corrente spirituale che da alcuni decenni fa del riferimento alla regola di vita un marchio di riconoscimento non solo per il presbitero, ma anche per il laico.

La memoria va subito alla Regola di vita del cristiano ambrosiano, lettera pastorale del card. C.M. Martini nel 1996. Diceva: ho scritto questa regola «per dirti in forma semplice e breve dove è possibile incontrare il Dio che è il nostro Tutto, il Dio della compassione e della misericordia, il Dio che si fa compagno del nostro dolore e ci aiuta a portarne il peso, dandogli un senso. Questo Dio puoi trovarlo nella Chiesa: nel suo annuncio, che è il Vangelo di Gesù e dei fatti storici indubitabili della sua vita», nei suoi sacramenti e nella compagnia di quanti credono.

Un’indicazione spirituale che ha trovato un’applicazione molto estesa per i presbiteri. L’hanno ripresa B. Mazzocato, vescovo di Treviso, nel 2008, M. Semeraro (Albano Laziale) nel 2016, F. Masseroni (Vercelli) nel 2001, L. Monari (Brescia) alla CEI nel 2006 e poi ai suoi preti nel 2012.

Il suo riferimento è più volte tornato nella ricerca sul prete che i vescovi hanno fatto fra il 2014-2015. In particolare negli scritti dei vescovi G. Sigismondi (ora assistente ACI) e F. Lambiasi (Rimini).

La corrente spirituale affonda le sue radici nella lunga storia ecclesiale, in particolare nella tradizione monastica (Regola di Benedetto) e in quella pastorale (Gregorio Magno, Regula pastoralis).

I nervi scoperti

La regola è contemporaneamente disciplina del tempo, discepolato del Signore e stile del ministero: «la regola è verificare sul volto e sul passo di Cristo, la nostra esistenza di cristiani e di servi del Vangelo. È per salvaguardare senza tentennamenti e infingimenti la salus animarum, suprema lex Ecclesiae e per vivere sapientemente e gioiosamente il ministero di grazia ricevuto con l’imposizione della mani, che si può parlare di una regola di vita e della sua attuazione» (p. 89).

La tirannia dei tempi, il venir meno del ruolo sociale del prete, la necessità di un’identità spirituale robusta convergono oggi nella rinnovata richiesta di una disciplina e di uno stile che permettano al presbitero di vivere pienamente il suo ministero.

Un ampio spazio è dato al riferimento principe, cioè alla Parola. In particolare nel commento a Mc 1,28-39 (una giornata-tipo di Gesù) e a Gv 21,15-17 (la triplice richiesta di amore di Gesù a Pietro).

Tornano spesso i punti fondanti e faticosi della vita presbiterale: dalla radicalità della scelta all’opportunità di trovare appigli e sostegni alla fedeltà nel ministero, dal ritmo fra lavoro e riposo alla gerarchia delle attività, dal rapporto fra preghiera e azione alla qualità della liturgia e dell’omiletica.

Soprattutto nella seconda parte si affrontano i «nervi scoperti», le tentazioni che mettono alla prova l’elemento unificante della vita presbiterale, cioè la carità pastorale.

A cominciare dal tempo. «Cogliamo non raramente il tempo rivestito di inimicizia nei nostri confronti o come indomabile entità. Tempo che perdiamo. Tempo che non ha più tempo per noi. E noi divorati dal tempo, orfani del tempo, vittime puntualmente alienate del tempo idolatrato» (p. 50). «Senza una disciplina del tempo, che è una vera “santificazione del tempo”, non c’è possibilità di vita spirituale cristiana» (p. 52).

Ri-umanizzare le relazioni. Il che significa essere sia vicini che distinti rispetto agli interlocutori, capaci di empatia, di reciprocità, di gratuità, di stabilità relazionale, di assertività e di tenerezza. Il diritto del presbitero a stare da solo, un sorta di jus… solo. Fare da soli, camminare da soli, pensare da soli: è ciò che smentisce il dato originario di appartenere a un corpus, di essere nel presbiterio. Non ci bastano i presbiteri, ci occorrono i presbitèri (F. Lambiasi).

La rabbia del maligno

L’autarchia dottrinale. L’ecclesiologia che innerva parole e prassi deraglia e non è più quella cattolica, non è più quella del concilio, né del magistero. «Il demonio teme poco coloro che digiunano, coloro che pregano anche di notte, coloro che sono casti, perché sa bene quanti di questi ne ha portato alla rovina. Ma coloro che sono concordi e che vivono nella casa di Dio, con un cuor solo, uniti a Dio e tra loro nell’amore, questi producono al demonio dolore, timore, rabbia» (san Bernardo).

L’autarchia liturgica. «Quando la comunità deve assistere allo smantellamento dell’altare e trovarsi imposta la celebrazione spalle al popolo mai richiesta dall’assemblea o altri arbitrari sconvolgimenti degli spazi liturgico-celebrativi, come anche la riesumazione di riti, libri liturgici, paramenti e consuetudini che la Chiesa ha sostituito; o il divieto per i fedeli di ricevere l’eucaristia nelle mani per comunicarsi obbligatoriamente in bocca, cosa che la delibera attuativa della CEI n. 56 non prevede, dov’è più rintracciabile il “grande valore pedagogico” della liturgia?» (pp. 65-66).

Il clericalismo. «È un nervo scoperto che, oltre a far male, molto scandalizza coloro che ne diventano disarmati testimoni. Il “qui comando io” – che sta a indicare che né concilio, né papa, né vescovo, né vicario generale, né vicario foraneo, né tantomeno alcun altro “semplice” confratello, può interferire sulla conduzione della mia parrocchia, del mio ministero» (p. 66).

La pastorale mercenaria. «Si privilegia una pastorale settoriale e selettiva, che dà enfasi e largo spazio alle proprie genialità, mentre mortifica e penalizza ambiti pastorali che gli competerebbero come prete, a pieno titolo con il medesimo investimento di energie» (p. 67-68). Tratti che lasciano il gusto amaro della mercificazione «si palesano anche nella resistenza a mutare luogo, campo di azione e modalità operative, tenendo in ostaggio e per lunghi anni, intere comunità» (p. 68).

Coerenza e studio

Il testo si chiude con due annotazioni.

La prima sulla coerenza fra vissuto e detto, perché la predicazione è efficace solo se c’è coerenza fra quanto si dice e quello che si vive.

La seconda riguarda lo studio. Una reazione evidente alla svalutazione dello sforzo concettuale e all’impegno della conoscenza teologica, diffusa non solo fra il clero, ma spesso anche fra il laicato. «Alla radice di questo malvezzo, probabilmente, vi è un fraintendimento di fondo, assai generalizzato: cioè il tempo dedicato allo studio, è tempo sottratto alla gente, alla pastorale, alla vita parrocchiale e associativa. Un tempo di estraniazione dalla propria vocazione di pastore, di uomo per e tra la gente». Tutt’altro. Le ore dello studio «si riverberano sulla sua identità ministeriale come addizione e non come sottrazione… È un tempo santo perché è da quelle ore “extracomunitarie” del prete che viene ri-ossigenata la comunità; è da questo spazio ad elevata identità pastorale, che i destinatari del nostro servizio ecclesiale beneficiano di diagnosi non affrettate» (pp. 82-83).

in Settimana-News 17 maggio 2018

 

PER LEGGERE IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO :

http://www.diocesialghero-bosa.it/wp-content/uploads/2018/02/Facciamo-come-il-Signore_MMMorfino.pdf

Stephen Hawking e altri sogn(ator)i cosmici

Markus Pohlmeyer

«La scienza è il meglio che abbiamo! È la ricerca comune di una conoscenza vera e affidabile del mondo, inclusi noi stessi». [1]

In un appello per la scienza e le sue forme appropriate di trasmissione nelle scuole e nei mezzi di comunicazione, Stephen Hawking (morto lo scorso 14 marzo 2018) richiamava il fatto di un progresso tecnico e scientifico inarrestabile: «In una società democratica l’opinione pubblica ha bisogno di conoscenze scientifiche di base che le consentano di prendere decisioni fondate, in modo da non doversi affidare agli esperti» [2]. O ai populisti, ai demagoghi, ai fanatici religiosi ecc…

La mente e la mano, creare il sorprendente

Hawking certamente non parla contro i professionisti (ma per le conoscenze di base!); egli stesso è uno di loro, straordinario e affascinante, a cui è sempre riuscito, con pubblicazioni scientifiche (divulgative), di appassionare un vasto pubblico ai misteri e alle meraviglie del cosmo. E non ha mai mollato, nonostante la sua grave malattia! [3] La moderna tecnologia informatica gli è stata di grande aiuto. I miracoli non sono dèi, demoni o angeli, i miracoli sono l’arte e la scienza.

«Non diversamente dall’infinita torre delle tartarughe [4] su cui poggia la terra piatta, anche la teoria delle superstringhe è una tale visione del mondo. Sebbene sia molto più matematica e accurata rispetto alla torre delle tartarughe, entrambe sono solo teorie dell’universo. Entrambe non devono essere comprovate dall’osservazione […]. Quindi, abbiamo ridefinito il compito della scienza: si tratta della scoperta di leggi che ci permettono di prevedere eventi entro i limiti che ci pone il principio di indeterminazione» [5].

Il principio di non delegazione

Hawking, come Kierkegaard, ci mette in guardia dal delegare la nostra responsabilità agli altri! Certamente non si tratta affatto di poter diventare uno specialista in tutti i settori: è oggi semplicemente illusorio (celebre l’affermazione che Goethe o Leibniz sarebbero stati gli ultimi geni universali) e sarebbe una pretesa davvero troppo eccessiva!

Se la democrazia ci sta a cuore (e nella mente), allora abbiamo tutti l’obbligo di informarci il meglio possibile per amore della nostra comunità. Questo è il motivo per cui Platone e Cicerone promuovono costantemente la filosofia come un elemento che dà forma alla vita, cioè di un poter-vivere-insieme giusto e riflessivo nella polis o nella res publica. E che ne è del nostro tempo troppo scarso? Forse ne abbiamo più che a sufficienza: «In Germania, l’uso dei media dei quattordicenni è di poco meno di 7,5 ore al giorno, come rivela un ampio sondaggio fatto su 5000 studenti. E non è stato preso in considerazione l’uso di telefoni cellulari e lettori MP3» [6].

Destato alla passione

Hawking mi ha appassionato, come Carl Sagan; la sua serie televisiva Cosmo (1983) – che ha avuto milioni di spettatori – è stata per me, allora giovanissimo studente, una rivelazione intellettuale ed estetica. Ciò che Sagan ha raccontato – come un Dante che guida attraverso il nuovo (antichissimo) edificio dell’Universo – si rendeva visibile, incisivo, attraverso immagini e raffigurazioni formidabili (secondo le possibilità dell’epoca). Materiale per sogni! Qui ho anche sentito, per la prima volta, un inno vedico alla creazione. Alle mie orecchie suonava esotico: vedico? Inno? Induismo? Uff … Avevo appena capito le conseguenze della teoria della relatività nelle puntate precedenti…

E adesso questo universo, sogno di un Dio, dovrebbe anche essere ciclico? E solo uno dei tanti? Wow! Un poema, antichissimo, la cui cascata di domande sul da dove venga il mondo, non finiscono mai. Nella sesta strofa, gli dei stessi vengono dichiarati/degradati a parte del processo creativo, il che significa che non possiamo ottenere alcuna informazione da loro! – Finché finalmente un guardiano della creazione si mostra (lui lo saprà!), solo per mettere in discussione questa certezza: «[…] o se non lo sa?» [7] Qui finisce l’inno; e il nostro domandare sembra continuare all’infinito. Non vi è già qui il germe di un dubbio scientifico, in forma poetica, che ha il coraggio di non accontentarsi di risposte rapide e semplici (da parte della religione)?

Leggere e pensare

Affascinanti sono anche le frasi di Carlo Rovelli, che mostrano come cose profonde, importanti e molto irritanti possano essere trasmesse in un linguaggio chiaro e semplice: «Albert [Einstein] leggeva Kant e seguiva a tempo perso lezioni all’Università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto né fare esami. È così che si diventa scienziati sul serio» [8]. Questo auguro davvero molto ai nostri studenti di oggi, così modulati e regolamentati, sotto una onnipresente e totalizzante dittatura economica: che riscoprano questa libertà, il mondo e la scienza, proprio in quanto ciascuno di loro è un Io inconfondibile! Che cosa rimane quindi della nostra terra quotidiana, così familiarmente piatta?

Prendiamo gli elettroni: «I “salti quantici” da un’orbita all’altra sono il loro solo modo di essere reali: un elettrone è un insieme di salti da un’interazione all’altra. Quando nessuno lo disturba, non è in alcun luogo preciso. Non è in un luogo» [9]. Sembra più che inquietante per la nostra visione del mondo da primati e allo stesso tempo un miracolo il fatto che noi possiamo descrivere/calcolare una cosa del genere. Che cos’è il linguaggio, che cos’è il pensiero? «Non ci sono “io” e “i neuroni del mio cervello”. Si tratta della stessa cosa. Un individuo è un processo, complesso, ma strettamente integrato» [10].

In viaggio con compagni fidati

Rovelli, lungi dal proclamare dogmi scientifici, invita a mettersi in viaggio: dalla teoria della relatività attraverso i loop fino all’Io. Questa è una storia di storie che si correggono, si integrano e, soprattutto, sono aperte a nuove storie su questo cosmo che – in tutta modestia e limitatezza, con tutto il tragico e la grandezza dell’umano – può dire Io: quella odissea sui mari verso le stelle è anche un’odissea sui mari dell’anima e verso le stelle della fantasia.

Grazie a Stephen Hawking, a un grande narratore di storie cosmiche: materiale per altri sogni, incoraggiamento ad altre esplorazioni!


[1] M. Spitzer, Digitale Demenz. Wie wir uns und unsere Kinder um den Verstand bringen, München 2012, 13.

[2] S.W. Hawking, Öffentliche Einstellungen zur Wissenschaft, in Id., Ist alles vorherbestimmt? Sechs Essays, übers. v. H. Kober, Hamburg 1996, 105-112, hier 107.

[3] Meine Erfahrung mit ALS, in Hawking, Ist alles vorherbestimmt?, 113-123.

[4] Eine Lieblingsanekdote von Hawking. Der unendliche Schildkrötenturm bricht aber unter der Aporie des infiniten Regresses (z.B. nach Aristoteles) logisch in sich zusammen.

[5] S.W. Hawking, Die illustrierte Kurze Geschichte der Zeit, übers. v. H. Kober, Hamburg 2000, 228.231.

[6] Spitzer, Digitale Demenz, 11.

[7] Gedichte aus dem Rig-Veda, übers. v. P. Thieme, Stuttgart 1983, 67. (X, 129)

[8] C. Rovelli, Sieben kurze Lektionen über Physik, übers. v. S. Vagt, 3. Aufl., Hamburg 2016, 11.

[9] Rovelli, Sieben kurze Lektionen über Physik, 25.

[10] Rovelli, Sieben kurze Lektionen über Physik, 84.

in Settimana-News 20 maggio 2018

14 nuovi Cardinali. Francesco rafforza la chiesa dei poveri

Paolo Rodari

Ancora una volta Francesco, per evitare fughe di notizie e possibili intoppi alla sua azione di governo, crea dei nuovi cardinali senza avvisare prima i diretti interessati. Ieri, durante la recita del Regina Coeli in piazza San Pietro, l’annuncio, dopo un personale discernimento, di un nuovo concistoro che ha colto tutti unanimemente di sorpresa. Sono quattordici coloro che riceveranno la porpora il prossimo 29 giugno. Undici hanno meno di ottant’anni e quindi, al momento, possono partecipare al conclave.

A fare notizia sono sia i prescelti sia gli esclusi. Fra i primi spicca il nome di colui che fino a oggi è stato de facto il braccio destro del Papa: il sostituto Angelo Becciu. Il presule di origini sarde andrà ad occupare presto un’importante casella sempre nella curia romana — si dice alla prefettura delle Cause dei santi — liberando, nel contempo, un ruolo strategico in segreteria di Stato che occupava dal 2011, al tempo di Benedetto XVI e del cardinale Tarcisio Bertone. Con ogni probabilità, Francesco sceglierà come nuovo sostituto un suo uomo di fiducia, non è scontato che sia un italiano. Papa Bergoglio concede la porpora anche a due personalità che vanno a rafforzare l’idea di una Chiesa che, come disse Giovanni XXIII un mese prima dall’apertura del Concilio, l’ 11 settembre del 1962, sia «di tutti, e particolarmente dei poveri». Si tratta del vicario di Roma Angelo De Donatis, già parroco conosciuto e amato, padre spirituale dei preti della diocesi, e di Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila capace di farsi prossimo a tutti nel disagio del post terremoto senza usare lo stesso disagio come passerella per sé. In questa linea, anche altri nomi. Anzitutto il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako, appartenente a una comunità perseguitata e in esilio a causa delle guerre che hanno devastato l’Iraq. Quindi il polacco Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, a cui il Papa affidò nel 2013 i poveri di Roma dicendogli: « Non ti voglio vedere seduto alla scrivania, la puoi pure vendere ». E ancora: «Il conto dell’elemosineria è buono quando è vuoto. Il denaro deve restare nelle nostre mani meno possibile». Infine, il peruviano Pedro Barreto che nel 2012, dopo aver chiesto di fermare le estrazioni selvagge compiute quotidianamente in Amazzonia, subì minacce di morte.

Anche se con Francesco non esistono posti cardinalizi per consuetudine o tradizione, era atteso, ed è stato annunciato, il nome di Luis Ladaria Ferrer, gesuita spagnolo, dal luglio del 2017 prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al posto del cardinale Gerhard Ludwig Müller. Profilo basso, Ladaria sta portando avanti il suo compito seguendo fedelmente le indicazioni papali e senza opporsi al suo magistero.

Sorte diversa, nel senso che non hanno ricevuto la porpora, è toccata alle sedi di Milano, Torino e Venezia. Sulle ultime due, guidate dai vescovi Nosiglia e Moraglia, sembra che ormai Francesco vi abbia messo una pietra sopra. Diverso, invece, è il discorso di Milano. Mario Delpini, arcivescovo da un anno circa, è stato scelto come successore di Scola direttamente da Francesco. Sul suo nome pesa il fatto che Scola non abbia ancora compiuto 80 anni, l’età oltre la quale non si entra in conclave. E, probabilmente, l’evidenza di un concistoro già molto spostato sull’Europa. I cardinali elettori europei, infatti, divengono con ieri 54 (erano 48). Rimangono 17 i nordamericani, 4 quelli dell’Oceania, 5 i centroamericani. Passano da 12 a 13 i latino americani, da 15 a 16 gli africani, da 14 a 17 gli asiatici. In totale, Francesco sfora il tetto dei 120 cardinali elettori stabilito da Paolo VI: divengono 126, erano 115.

in “la Repubblica” del 21 maggio 2018

Il Presidente della Repubblica non è un notaio. Ha precisi poteri e responsabilità

Gustavo Zagrebelsky, intervistato da Liana Milella

Sono trascorsi due mesi e mezzo dal voto e ancora non abbiamo il nuovo governo. Lei, professor Zagrebelsky, che ne dice?

«Dal 4 marzo qualcosa di nuovo cerca di nascere. Che ci riesca, sia vitale, sia davvero qualcosa di nuovo e, alla fine, sia bene o male, è presto per dirlo. Ma non stupisce il lungo travaglio. Il voto ha detto una cosa semplice e una difficile. Quella semplice è un desiderio di rottura; quella difficile è il compito ricostruttivo. Si immagina il presidente della Repubblica che, per tagliar corto, soffoca la novità con un governo tecnico?».

Dunque, nessun problema?

«No! Ce n’è uno grande. Sembra si stia configurando un governo a composizione e contenuti predeterminati, totalmente estranei al Parlamento e al presidente della Repubblica. Il quale rischia di trovarsi con le spalle al muro per effetto di un “contratto” firmato davanti al notaio. Eppure, la nomina del governo spetta a lui. Lui non è un notaio che asseconda muto. È piuttosto un partner che può e deve intervenire per far valere ciò che gli spetta come dovere istituzionale. Non si tratta di astratti scrupoli di giuristi formalisti, ma di importantissimi compiti di sostanza».

Lei pensa ad aspetti della procedura seguita che impedirebbero al capo dello Stato di intervenire come dovrebbe poter fare?

«Teoricamente, il presidente della Repubblica potrebbe respingere le proposte fattegli. Ma, se lo immagina il caos che ne deriverebbe? La prassi maturata in tanti anni di governo repubblicano è questa. Prima, le consultazioni con i gruppi parlamentari; poi, in base a queste indicazioni, l’incarico a una persona capace di unire una maggioranza; infine, se l’incaricato “scioglie positivamente la riserva”, la nomina a presidente del Consiglio e, su sua proposta, la nomina dei ministri. La formazione del governo è un atto complesso e, nei diversi passaggi che ho detto, il presidente ha tutte le possibilità (in passato ampiamente esercitate) per far valere i poteri che gli spettano. Se egli accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista».

E quali passi, secondo lei, occorrerebbe fare per evitare questo esito?

«Il presidente, ricordando vicende del passato, ha detto con chiarezza ch’egli intende far valere le sue prerogative. Potrebbe procedere a nuove consultazioni, e poi conferire un incarico corredato da condizioni che spetta a lui dettare, come rappresentante dell’unità nazionale e primo garante della Costituzione. Per inciso, finora, non esiste alcun “incaricato” e i due firmatari dell’atto notarile, dal punto di vista costituzionale, sono soggetti privi di mandato. Tutto potrebbe avvenire, se non sorgono problemi tra i partiti, in pochissimo tempo».

Lei parla di atto complesso e di condizioni poste dal Presidente. Quali potrebbero essere?

«Ci sono cose costituzionalmente “non negoziabili”. Innanzitutto, per ciò che riguarda le persone chiamate al governo che devono portare la loro carica con “dignità e onore”. Nelle scelte politiche, invece, il presidente della Repubblica non può intervenire se non per rammentare che ve ne sono, accanto alle libere, altre che libere non sono. La Costituzione è un repertorio di scelte non “negoziabili”».

Vuole fare qualche esempio?

«Mi limito ad alcuni punti. Innanzitutto, i vincoli generali di bilancio. Mi pare che, sulle proposte che implicano spese o riduzioni di entrate, si discuta come se non ci fosse l’articolo 81 della Costituzione che impone il principio di equilibrio nei conti dello Stato e limiti rigorosi all’indebitamento. Ciò non deriva (soltanto) dai vincoli europei esterni, ma prima di tutto da un vincolo costituzionale interno che non riguarda singoli provvedimenti controllabili uno per uno, ma politiche complessive».

Sull’equilibrio dei conti finora molto si è detto, ma lei ha individuato altre “stranezze”?

«Sono colpito dalla superficialità con la quale si trattano i problemi della sicurezza. Dall’insieme, emerge uno Stato dal volto spietato verso i deboli e “i diversi”: l’autodifesa “sempre legittima”; la “chiusura”, non si sa come, dei campi Rom; la restrizione delle misure alternative alla pena detentiva; perfino l’uso del Taser, la pistola a onde elettriche che l’Onu considera strumento di tortura; le misure contro l’immigrazione clandestina con specifiche figure di reato riservate ai migranti clandestini; il trasferimento di fondi dall’assistenza dei profughi ai rimpatri coattivi. Come ciò sia compatibile con i diritti umani, con la ragionevolezza e l’uguaglianza, con il rispetto della dignità e del principio di recupero sociale dei condannati, con esplicite e puntuali pronunce della Corte costituzionale, non si saprebbe dire. La “libertà di culto” è trattata come questione di pubblica sicurezza, con riguardo alla religione islamica (controllo dei fondi, registro dei ministri del culto, ecc.). Nelle 57 pagine del contratto ci sono anche cose che possono considerarsi positive. Non ne parlo, in quanto attengono a scelte discrezionali su cui il presidente della Repubblica non avrebbe motivo di intervenire. Ma su quelle anzidette certamente sì, nella sua veste di garante della Costituzione contro involuzioni che travolgono traguardi di civiltà faticosamente raggiunti».

Come mai non ha parlato finora delle riforme istituzionali?

«Innanzitutto, noto che non c’è parola circa la legge elettorale e l’esecrato (a parole) Rosatellum. È poi caduta l’ipotesi di una nuova riforma di sistema, per esempio in vista di qualche tipo di presidenzialismo. L’esperienza ha forse reso cauti. Invece, si ragiona di interventi puntuali. È prevista la riduzione del numero dei parlamentari, cosa da gran tempo auspicata (a parole). Circa la democrazia diretta, si prospetta l’introduzione del referendum propositivo accanto a quello abrogativo, con l’abolizione della condizione della partecipazione della maggioranza degli elettori: riforma molto democratica, a prima vista, ma forse solo a prima vista. E poi c’è la questione del vincolo di mandato».

Per l’appunto: mi meravigliavo che non arrivasse qui.

«La discussione in proposito è legittima e la questione delicatissima. Ma non possiamo soltanto deplorare il trasformismo di deputati e senatori che passano dalla maggioranza all’opposizione o, più spesso, dall’opposizione alla maggioranza cedendo a promesse e corruzione. Questo è uno dei non minori mali del nostro sistema parlamentare. Il “contratto”, in proposito, è generico, ma insiste su un punto che a me pare rilevante: l’esigenza che, con “cambio di casacca”, non si determini per interesse privato il tradimento delle aspettative degli elettori rispetto al governo. Se la coscienza del parlamentare lo fa stare stretto dove è stato eletto, lasci il suo posto in Parlamento. La libertà di coscienza, che il divieto di mandato vincolante vuole proteggere, dovrebbe invece essere fermamente garantita in tutti gli altri casi, in particolare nel procedimento legislativo. Piuttosto, a meno di errore, non trovo nel contratto nulla a proposito della questione di fiducia che tante volte il governo ha usato, per l’appunto, per coartare la libertà di coscienza dei parlamentari».

Lei, nel corso di questo colloquio, ha sempre messo il “contratto” tra virgolette. Perché?

«I contratti sono sempre specifici. Così è, ad esempio, il Regierungsvertag (contratto di governo) tedesco, al quale impropriamente si è accostato il nostro che parla invece dell’universo mondo. Accanto a cose precise (tasse e reddito di cittadinanza, ad esempio) abbondano espressioni come: occorrerà, è necessario, si dovrà, è imprescindibile… Questo non è un contratto ma un accordo per andare insieme al governo. Insomma, un patto di potere, sia pure per fare cose insieme. Niente di male. Ma chiamarlo contratto è cosa vana e serve solo a dare l’idea di un vincolo giuridico che non può esistere. In politica, come nell’amore, non si sta insieme per forza, ma solo per comunanza di sentimenti o d’interessi».

Ma è previsto addirittura un organismo che dovrebbe garantire il rispetto del patto, il “Comitato di conciliazione”.

«È una figura fantasmatica, solo abbozzata. Quando tra due parti nasce un contrasto, è bene cercare di appianarlo (cabine di regia, consigli di gabinetto, caminetti). Ma qui si immagina qualcosa di più, qualcosa di formale pensato in termini privatistici. In coda ai contratti si indica il “foro competente” in caso di lite. Qui c’è il “comitato di conciliazione”. Cosa piuttosto innocua se rimane nella dinamica dei rapporti politici tra i “contraenti”. Cosa pericolosissima, anzi anticostituzionale, se dalle decisioni di tale comitato si volessero far derivare obblighi di comportamento nelle sedi istituzionali, del presidente del Consiglio, dei ministri, dei parlamentari».

in “la Repubblica” del 21 maggio 2018

Conferma. Rafforzare la verità

Nunzio Galantino, Segretario Generale CEI

Dal verbo latino confirmare, composto dal prefisso con e da firmus (saldo), la conferma è l’atto del rafforzare, fortificare. Può riguardare un pensiero, una convinzione, una decisione o una relazione. Gli ambiti di applicazione della conferma sono numerosi. Due esempi: un evento che, nel comportamento personale, segue coerentemente a delle parole, dà forza e “conferma” sia la veridicità delle parole sia quella dell’evento stesso. Ma la conferma può riguardare anche una verità detta da altri, com’è nel caso di una sentenza. Qui la conferma assume il senso del riconoscimento e dell’accettazione di quanto stabilito da altri. In tutti i casi e comunque nell’atto della conferma è in gioco una verità.

L’atto del confermare consolida una verità che esiste ma che ha bisogno di essere ulteriormente rafforzata per essere accolta. È significativo il senso che, in alcune confessioni cristiane, viene riconosciuto al sacramento della Confermazione (Cresima). È un ribadire l’avvenuta adesione all’esperienza di fede. È un ribadirlo in maniera consapevole, pubblica e responsabile. Sul piano personale – salvo le forme patologiche che esso può raggiungere – il bisogno di conferma non è da leggersi subito in maniera negativa. È normale infatti che le nostre azioni, i nostri sguardi, i nostri comportamenti e i nostri pensieri esigano conferma da parte di chi condivide con noi l’avventura della vita: sul piano emotivo-sentimentale, nel contesto familiare, nell’ambito lavorativo e in quello della crescita interiore. La conferme rassicurano, mentre, l’indeterminatezza e l’incertezza destabilizzano.

Anche «leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi» (C. Pavese). Non avvertire mai il bisogno di conferma è segno di una eccessiva considerazione di sé e di una scarsa considerazione degli altri. Noi non cresciamo da soli e non diventiamo migliori senza gli altri. «L’Homo Sapiens preferisce ancor oggi, statisticamente parlando, il pensiero che rassicura, aspira alla conferma di ciò che già crede, e vuole assaporare il dubbio solo come innocuo e piacevole diversivo» (P. F. d’Arcais). Un dubbio che si farebbe bene invece a coltivare soprattutto nell’era delle fake news, delle bugie, delle invenzioni.

Per quanto utili, non penso siano sufficienti dispositivi di legge e lodevoli progetti per smascherare le notizie false e, soprattutto per identificare le fonti false e ingannevoli. È necessario investire anche personalmente energie intellettuali ed emotive per imparare a riconoscere l’autorevolezza e la qualità delle fonti: quotidiani, siti web, statistiche sbandierate, libri di testo, promesse elettorali, cinica delegittimazione dell’avversario, eccetera.

Ricordando che, oggi soprattutto e come afferma M. Rubin, «La verità non è la regola, ma l’eccezione alla regola».

in “Il Sole 24 Ore” del 20 maggio 2018

Message of His Holiness Francis for World Mission Day 2018

Together with young people, let us bring the Gospel to all

Dear young people, I would like to reflect with you on the mission that we have received from Christ. In speaking to you, I also address all Christians who live out in the Church the adventure of their life as children of God. What leads me to speak to everyone through this conversation with you is the certainty that the Christian faith remains ever young when it is open to the mission that Christ entrusts to us. “Mission revitalizes faith” (Redemptoris Missio, 2), in the words of Saint John Paul II, a Pope who showed such great love and concern for young people.

The Synod to be held in Rome this coming October, the month of the missions, offers us an opportunity to understand more fully, in the light of faith, what the Lord Jesus wants to say to you young people, and, through you, to all Christian communities.

Life is a mission

Every man and woman is a mission; that is the reason for our life on this earth. To be attracted and to be sent are two movements that our hearts, especially when we are young, feel as interior forces of love; they hold out promise for our future and they give direction to our lives. More than anyone else, young people feel the power of life breaking in upon us and attracting us. To live out joyfully our responsibility for the world is a great challenge. I am well aware of lights and shadows of youth; when I think back to my youth and my family, I remember the strength of my hope for a better future. The fact that we are not in this world by our own choice makes us sense that there is an initiative that precedes us and makes us exist. Each one of us is called to reflect on this fact: “I am a mission on this Earth; that is the reason why I am here in this world” (Evangelii Gaudium, 273).

We proclaim Jesus Christ

The Church, by proclaiming what she freely received (cf. Mt 10:8; Acts 3:6), can share with you young people the way and truth which give meaning to our life on this earth. Jesus Christ, who died and rose for us, appeals to our freedom and challenges us to seek, discover and proclaim this message of truth and fulfilment. Dear young people, do not be afraid of Christ and his Church! For there we find the treasure that fills life with joy. I can tell you this from my own experience: thanks to faith, I found the sure foundation of my dreams and the strength to realize them. I have seen great suffering and poverty mar the faces of so many of our brothers and sisters. And yet, for those who stand by Jesus, evil is an incentive to ever greater love. Many men and women, and many young people, have generously sacrificed themselves, even at times to martyrdom, out of love for the Gospel and service to their brothers and sisters. From the cross of Jesus we learn the divine logic of self-sacrifice (cf. 1 Cor 1:17-25) as a proclamation of the Gospel for the life of the world (cf. Jn 3:16). To be set afire by the love of Christ is to be consumed by that fire, to grow in understanding by its light and to be warmed by its love (cf. 2 Cor 5:14). At the school of the saints, who open us to the vast horizons of God, I invite you never to stop wondering: “What would Christ do if he were in my place?”

Transmitting the faith to the ends of the earth

You too, young friends, by your baptism have become living members of the Church; together we have received the mission to bring the Gospel to everyone. You are at the threshold of life. To grow in the grace of the faith bestowed on us by the Church’s sacraments plunges us into that great stream of witnesses who, generation after generation, enable the wisdom and experience of older persons to become testimony and encouragement for those looking to the future. And the freshness and enthusiasm of the young makes them a source of support and hope for those nearing the end of their journey. In this blend of different stages in life, the mission of the Church bridges the generations; our faith in God and our love of neighbor are a source of profound unity.

This transmission of the faith, the heart of the Church’s mission, comes about by the infectiousness of love, where joy and enthusiasm become the expression of a newfound meaning and fulfilment in life. The spread of the faith “by attraction” calls for hearts that are open and expanded by love. It is not possible to place limits on love, for love is strong as death (cf. Song 8:6). And that expansion generates encounter, witness, proclamation; it generates sharing in charity with all those far from the faith, indifferent to it and perhaps even hostile and opposed to it. Human, cultural and religious settings still foreign to the Gospel of Jesus and to the sacramental presence of the Church represent the extreme peripheries, the “ends of the earth”, to which, ever since the first Easter, Jesus’ missionary disciples have been sent, with the certainty that their Lord is always with them (cf. Mt 28:20; Acts 1:8). This is what we call the missio ad gentes. The most desolate periphery of all is where mankind, in need of Christ, remains indifferent to the faith or shows hatred for the fullness of life in God. All material and spiritual poverty, every form of discrimination against our brothers and sisters, is always a consequence of the rejection of God and his love.

The ends of the earth, dear young people, nowadays are quite relative and always easily “navigable”. The digital world – the social networks that are so pervasive and readily available – dissolves borders, eliminates distances and reduces differences. Everything appears within reach, so close and immediate. And yet lacking the sincere gift of our lives, we could well have countless contacts but never share in a true communion of life. To share in the mission to the ends of the earth demands the gift of oneself in the vocation that God, who has placed us on this earth, chooses to give us (cf. Lk 9:23-25). I dare say that, for a young man or woman who wants to follow Christ, what is most essential is to seek, to discover and to persevere in his or her vocation.

Bearing witness to love

I am grateful to all those ecclesial groups that make it possible for you to have a personal encounter with Christ living in his Church: parishes, associations, movements, religious communities, and the varied expressions of missionary service. How many young people find in missionary volunteer work a way of serving the “least” of our brothers and sisters (cf. Mt 25:40), promoting human dignity and witnessing to the joy of love and of being Christians! These ecclesial experiences educate and train young people not only for professional success, but also for developing and fostering their God-given gifts in order better to serve others. These praiseworthy forms of temporary missionary service are a fruitful beginning and, through vocational discernment, they can help you to decide to make a complete gift of yourselves as missionaries.

The Pontifical Mission Societies were born of young hearts as a means of supporting the preaching of the Gospel to every nation and thus contributing to the human and cultural growth of all those who thirst for knowledge of the truth. The prayers and the material aid generously given and distributed through the Pontifical Mission Societies enable the Holy See to ensure that those who are helped in their personal needs can in turn bear witness to the Gospel in the circumstances of their daily lives. No one is so poor as to be unable to give what they have, but first and foremost what they are. Let me repeat the words of encouragement that I addressed to the young people of Chile: “Never think that you have nothing to offer, or that nobody needs you. Many people need you. Think about it! Each of you, think in your heart: many people need me” (Meeting with Young People, Maipu Shrine, 17 January 2018).

Dear young people, this coming October, the month of the missions, we will hold the Synod devoted to you. It will prove to be one more occasion to help us become missionary disciples, ever more passionately devoted to Jesus and his mission, to the ends of the earth. I ask Mary, Queen of the Apostles, Saint Francis Xavier, Saint Thérèse of the Child Jesus and Blessed Paolo Manna to intercede for all of us and to accompany us always.

From the Vatican, 20 May 2018, Solemnity of Pentecost

Chiesa e persone Lgbt sul ponte dell’incontro

Matteo Zuppi e Luciano Moia

Rispetto, compassione e sensibilità. Sono i tre atteggiamenti che padre James Martin, gesuita americano, chiede alla Chiesa nei confronti delle persone Lgbt. Ma è anche quello che, allo stesso modo, chiede alle persone Lgbt nei confronti della Chiesa. Se ciascuno trova il coraggio di fare un pezzetto di strada, rivedendo posizioni di chiusura o di sospetto, come peraltro sollecita papa Francesco in Amoris laetitia e non solo, sarà possibile un incontro fecondo per tutti, in un clima in cui le persone Lgbt potranno «comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (Al, 250).

“Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt” (Marcianum press; pagine 114) è titolo del libro di padre Martin, nei prossimi giorni in libreria, di cui pubblichiamo la prefazione dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi. Si tratta di un saggio agile ed immediato che scandaglia le buone ragioni per cui la Chiesa dovrebbe offrire il suo sostegno pastorale alle persone che vivono un orientamento sessuale segnato dalla sofferenza della complessità. E le buone ragioni, com’è facile intuire, sono quelle del Vangelo. Perché, con questo abbraccio nella misericordia, la Chiesa potrebbe contribuire all’unità, risolvendo una divisione che affligge molti credenti. Quindi «rispetto, compassione e sensibilità»?

Il rispetto, spiega il padre gesuita, significa «riconoscere che i cattolici Lgbt esistono», significa «occuparsi del loro bene spirituale, compito che alcune diocesi e parrocchie già assolvono egregiamente». Compassione vuol dire «porsi in una condizione di ascolto», che è l’atteggiamento che la Chiesa dovrebbe usare nei confronti di tutti gli emarginati. E, infine, la sensibilità, presuppone familiarità ed amicizia. Poi, visto che il ponte dev’essere “bidirezionale”, i credenti Lgbt, come detto, dovrebbero usare la stessa disponibilità nei confronti della Chiesa.

«Un libro atteso e molto necessario che aiuterà vescovi, preti, operatori pastorali e tutti i leader della Chiesa ad essere più sensibili verso i membri Lgbt della comunità ecclesiale cattolica », ha sottolineato il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per laici, famiglia e vita, in una «dichiarazione di apprezzamento » riportata con altre all’inizio del libro. E ha aggiunto: «Aiuterà anche i membri Lgbt a sentirsi più a casa propria in quella che, dopo tutto, è anche la loro Chiesa».

Di grande interesse la postazione all’edizione italiana di Damiano Migliorini e padre Giuseppe Piva che riflettono sul rapporto tra pastorale e dottrina auspicando non tanto una rivoluzione normativa, quanto alcune azioni concrete sul piano della comprensione e dell’accoglienza. Obiettivi pastorali e nessuna “svolta” come paventato da coloro che negli Usa e in Italia si sono schierati contro questo libro con un fitto fuoco di sbarramento. Preoccupazioni inutili. Leggere per credere (L.Mo.)

Un ponte da costruire, così è stata tradotta l’opera di padre James Martin, Building a Bridge. L’attenzione non può che cadere su entrambe le metà del titolo. Innanzitutto ‘ponte’, espressione molto amata da papa Francesco, che mette in comunicazione molto rispettosa, possibilmente empatica e piena di sensibilità, due realtà presenti nella nostra stessa Chiesa: i pastori e l’insieme variegato e complesso delle persone omosessuali, che padre Martin – come spiega nel testo – preferisce indicare con la sigla Lgbt. Senza alcuna intenzione ideologica, ma solamente con la volontà di indicarle con il nome che queste stesse comunità si sono date. È un necessario passo per avviare una comunicazione rispettosa. È innegabile la varietà delle posizioni che le persone omosessuali esprimono riguardo alla loro stessa condizione, tra esse molte non condivisibili; e ancor maggiore è la complessità del loro vissuto in relazione alla fede in Dio, nella comunità cristiana o lontana da essa.

Gli insegnamenti della Chiesa circa la condizione delle persone omosessuali sono chiari e sinteticamente espressi nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Essi sono il punto di partenza per padre Martin, il quale non vuole in alcun modo metterli in discussione. Questi insegnamenti non sono stati seguiti da una prassi pastorale adeguata, che non si limiti solo all’applicazione fredda delle indicazioni dottrinali, ma faccia diventare queste ultime un itinerario di accompagnamento. Di frequente l’approccio è stato finora solo in rapida risposta alle sollecitazioni opportune e non opportune di gruppi e persone omosessuali, spesso solo per il loro contenimento, soprattutto credenti (pur con prospettive a volte molto differenti sono indicative le esperienze di gruppi di cattolici omosessuali, tra i quali l’esperienza di Courage e di altri gruppi ospitati in parrocchie o diocesi del nostro Paese).

Le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia ci sollecitano ad un allargamento della prospettiva che traduca in itinerari pastorali la dottrina di sempre. «Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (n. 250). Come più volte ci ha ricordato Papa Francesco, nella pastorale siamo chiamati a non accontentarci della semplice applicazione delle norme morali («Un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni ‘irregolari’, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone», Amoris laetitia, n.305), optando piuttosto per un vero e paziente accompagnamento (‘ Accompagnare, Discernere, Integrare…’) alla comprensione e assunzione vitale del messaggio evangelico da parte di ogni persona, senza riduzioni, con una sapiente pedagogia della gradualità che, tenendo conto delle particolari circostanze di ciascuno, nulla tolga all’integrità della fede e della dottrina. Questo è l’opportuno esercizio del ministero della Chiesa come Madre e Maestra.

L’intento del libro è questo: aiutare a maturare un atteggiamento di comprensione e capacità di accompagnamento dei pastori nei confronti dei fratelli e sorelle omosessuali ma anche viceversa, perché specularmente c’è la tentazione di chiudersi o di assumere posizioni ideologiche. L’aspirazione del libro è aiutare l’anelito ad una vita evangelica dentro la comunità cristiana e coltivare una relazione pastorale che porti frutti per il Regno. Nessun autentico cammino di crescita spirituale e morale può prescindere dalla verità del Vangelo e della dottrina; ma la carità e la verità evangelica nella pastorale esigono la disponibilità e la capacità al dialogo. E allora sì, c’è un ponte ‘da costruire’ – per venire alla seconda metà del titolo – con questa significativa porzione del popolo di Dio, le persone Lgbt, pur nella loro variegata espressione ecclesiale. Il non far niente, invece, rischia di generare tanta sofferenza, fa sentire soli e, spesso, induce ad assumere posizioni di contrapposizione ed estreme.

Tale ‘costruzione’ è un’operazione difficile, in divenire, come bene lascia intuire la traduzione italiana. Ce lo ricorda ancora Papa Francesco, in due passi molto profondi di Evangelii Gaudium: «A coloro che sono feriti da antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae. […] Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto!» (nn. 100-101).

Il libro di padre Martin, uno dei primi tentativi a riguardo, è utile a favorire il dialogo, la conoscenza e comprensione reciproca, in vista di un nuovo atteggiamento pastorale da ricercare insieme alle nostre sorelle e fratelli Lgbt. Come ha già ben detto il Cardinal Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita della Santa Sede, questo libro è «molto necessario » e «aiuterà vescovi, sacerdoti e operatori pastorali (…) ad essere più sensibili verso i membri Lgbt della comunità ecclesiale cattolica». Inoltre «aiuterà anche i membri Lgbt a sentirsi più a casa propria in quella che, dopo tutto, è anche la loro Chiesa».

*Arcivescovo di Bologna

in “Avvenire” del 20 maggio 2018