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Con la tessera sanitaria le spese si consultano online

Fino al 28 febbraio sarà possibile consultare on line, utilizzando il Sistema Tessera Sanitaria le spese sanitarie per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata da parte dell’Agenzia delle Entrate. I servizi telematici, spiega il Ministero dell’Economia, sono attivi sul sito web http://www.sistemats.it per consultare i propri dati di spesa sanitaria relativi agli anni 2017, 2018 e 2019 trasmessi dagli erogatori i prestazioni sanitarie, ma anche segnalare eventuali incongruenze e per esercitare, se lo si desidera, l’opposizione all’invio di tali dati all’Agenzia delle entrate per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata. 

Nello specifico sul sito è possibile consultare i propri dati di spesa sanitaria relativi agli anni 2017-2019 trasmessi dagli erogatori di prestazioni sanitarie. I dati possono essere esportati e si possono visualizzare alcune statistiche quali, ad esempio, la ripartizione delle spese, sia per tipologia erogatore che per tipologia di spesa, e la relativa distribuzione mensile. Allo stesso tempo il sito è utile per segnalare eventuali  incongruenze: le segnalazioni possono riguardare importi e classificazione della spesa, nonché la titolarità del documento  fiscale. Il Sistema Tessera sanitaria provvede a trasmettere  telematicamente le segnalazioni al soggetto che ha effettuato l’invio, affinché possa procedere alla eventuale correzione dell’anomalia. Questa funzionalità, specifica il Tessera_Sanitaria_Italia-Fronte.jpgMef, è disponibile per i dati relativi all’anno 2019 (fino al 31 gennaio 2020).

I contribuenti possono inoltre, solo nel mese di febbraio, esercitare l’opposizione all’invio dei dati all’Agenzia delle entrate per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata. L’accesso al servizio di consultazione è garantito tramite lo SPID, la tessera sanitaria e le credenziali Fisconline rilasciate dall’Agenzia delle entrate. 

in Ansa 22 febbraio 2019

PER SAPERNE DI PIU’

https://sistemats1.sanita.finanze.it/portale/

Rigurgiti razzisti e sana indignazione. Quello che i piccoli ci insegnano

Il maestro, in una scuola elementare di Foligno, ordina a un bambino nero di mettersi davanti alla finestra, spalle alla classe, poi dice ai suoi compagni: “Guardate quant’è brutto”. Si giustifica così: “Ho voluto fare un esperimento sociale”. Stentiamo a crederlo. Ma un’interrogazione parlamentare e un’indagine conoscitiva avviata dal Miur dopo che i piccoli allievi avevano raccontato in famiglia l’accaduto ci spinge a riflettere, ancora una volta, sui rigurgiti razzisti presenti ormai in tutta Europa e in particolar modo, sebbene sia doloroso ammetterlo, nel nostro Paese. Le ripetute offese rivolte ai genitori adottivi del giovane senegalese di Melegnano, in provincia di Milano, hanno suscitato sconcerto. Così come ha fatto impressione l’aggressione fisFNM-Il-rock-multietnico-delle-scuole-di-Prato-nell’iniziativa-Mosaici-G2.jpgica nei confronti di un dodicenne egiziano da parte dei suoi compagni di classe a Roma.

Cosa sta succedendo in Italia? Consiglio la lettura di un libro, “Il Terzo Reich dei sogni”, in cui l’autrice, Charlotte Beradt, analizzando i sogni di molti cittadini tedeschi negli anni dell’avvento del nazismo, confermava in sostanza una celebre intuizione di Carl Gustav Jung, secondo il quale Adolf Hitler aveva conquistato l’inconscio del suo popolo. Questo vale per i totalitarismi, certo, ma anche nelle fiorenti democrazie avanzate occidentali, complice la presenza pervasiva dei social, dobbiamo purtroppo constatare che le peggiori intolleranze, stupidità e protervie possono essere introiettate nella coscienza collettiva a una velocità impressionante, rispetto alla quale il vecchio pettegolezzo, che un tempo passava di bocca in bocca senza venire nemmeno verificato, era ben poca cosa.
È questa la ragione per cui la scuola, di fronte allo sfacelo etico contemporaneo, alla mancanza di valori e gerarchie, alla decadenza dei canoni, alla scomparsa delle opere e degli stili, dovrebbe diventare una postazione di resistenza dove custodire la sapienza, mantenere le promesse e diffondere lo spirito critico. Se invece proprio in classe, addirittura alle elementari, nel punto in cui la pianta umana conosce il suo momento più bello e rigoglioso, chi dovrebbe innaffiarla la inaridisce, chi è chiamato a formare i caratteri li mortifica, allora davvero rischiamo di perdere la fiducia necessaria.
Per fortuna non sempre è così. Prendiamo Foligno: sono andato diverse volte nelle scuole della città umbra e ricordo ragazzi fantastici, docenti appassionati, molte associazioni tese a costruire legami. Poi basta un caso come quest’ultimo – che si può solo sperare di vedere infine solidamente smentito – per gettare fango nel mucchio.

Ormai accade quasi ogni giorno: dal famoso giocatore di calcio vilipeso dal pubblico alla sconosciuta nigeriana che non viene fatta salire sull’autobus. Personalmente, avendo a che fare con gli immigrati, ne sento tante: come se certi insulti sul treno, in aula, o nei posti di lavoro, fossero diventati la norma, non più percepiti alla maniera di un reato. Anzi, chi interviene a difesa del malcapitato di turno, viene a sua volta ricoperto d’improperi. Perché è stato così facile scivolare nel fondo oscuro della nostra natura, quella meno rassicurante, dove ci illudevamo non saremmo più precipitati? Guardiamoci intorno: le parole dei politici appaiono vuote, tutte gergali, prive di vera tensione morale; le principali agenzie educative sembrano in crisi; gli adulti credibili sono confinati nella solitudine. Se non c’è argine alla tracotanza degli invasati, ciò dipende anche da un vuoto culturale più profondo. Abbiamo affidato il timone delle dottrine ai conduttori televisivi; la lettura agli smartphone; le citazioni a Wikipedia; le interpretazioni a Facebook; la fatica del conoscere ai talk show; la potenza dei nostri giovani agli sprovveduti. Eppure educare non è una mera competenza. Io lo so chi domani insegnerà a noi le responsabilità oggi disattese dagli adulti: saranno gli stessi bambini indignati che hanno raccontato ai genitori la bizzarra trovata di quello strano maestro. Magari non tutti. Ne basterà uno solo per restituirci la speranza.

in Avvenire venerdì 22 febbraio 2019

Ecologia. I predatori della terra.Rapporto Caritas sul fenomeno del land grabbing

LUCA M. POSSATI

Una nuova forma di colonialismo che si realizza su tanti livelli: agricolo, economico, politico, industriale e sociale. Una delle forme più sottili e insidiose di sfruttamento delle popolazioni rurali e dei paesi poveri, le cui radici stanno non solo nella rapacità delle multinazionali, ma anche nella corruzione delle classi dirigenti. È il land grabbing, letteralmente “accaparramento delle terre”, ossia l’acquisizione di terre straniere, spesso senza il consenso delle comunità che le abitano, o senza i risarcimenti promessi, con il solo scopo del profitto. È uno scandalo gravissimo, che esiste da molti anni, ma che dallo scoppio della grande crisi finanziaria nel 2008 è cresciuto enormemente, lasciando nella fame e nella povertà milioni di persone.

A rilanciare l’allarme è un rapporto della Caritas intitolato “Terra bruciata” e pubblicato ieri in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale. «Gli investimenti rivolti a terre straniere — si legge — ritrovano forza propulsiva nella possibilità di speculazione. Questo provoca numerosi sconvolgimenti sul prezzo del cibo e della fornitura. I drivers più importanti che scatenano il fenomeno sono la garanzia di un approvvigionamento alimentare, l’acquisizione di risorse energetiche e manifatturiere e, più in generale, il trarre profitti da investimenti privati».

Il fenomeno è complesso e difficile da definire con precisione. Le terre sono acquisite spesso per fini puramente agricoli, allo scopo di incentivare un certo tipo di produzione e guadagnare controllando i prezzi. C’è poi l’uso dei terreni per fini non agricoli o agro-industriali, come la produzione di biocarburanti o il cracking, cioè la fratturazione idraulica dei terreni per la ricerca di gas. Le ricadute sulle popolazioni sono tremende. «I casi di deforestazione — denuncia la Caritas — sono in aumento, le riserve di acqua vengono continuamente inquinate da materiali tossici provenienti dai terreni su cui sono sparsi per renderli più fertili e produttivi, ma riducendo inevitabilmente e drasticamente gli ecosistemi».

Il land grabbing è una pratica insidiosa e malvagia: aggira le comunità rurali promettendo ricchezza, ma in realtà blocca lo sviluppo, alimenta la corruzione delle classi politiche locali e la speculazione finanziaria. O peggio ancora: lascia completamente inutilizzati enormi terreni che sono usati come semplice merce da scambio. In tal modo, «si è assistito a numerose violazioni dei diritti umani. Non sono nuovi i casi in cui è stata favorita l’espropriazione delle terre alle popolazioni locali per poter sfruttare quei territori a proprio vantaggio, stipulando anche accordi con gli stessi governi nazionali, che ne hanno potuto trarre profitto» scrive la Caritas. Dietro questo fenomeno non ci sono solo le multinazionali, ma anche stati, governi o istituzioni internazionali. Un solo esempio: la Banca mondiale è il primo finanziatore di compravendite di terra nel mondo e finora — nonostante gli appelli di numerose ong — non ha mai accettato di rivedere i suoi parametri di investimento.

Ma quali sono i paesi più colpiti da questo fenomeno? Secondo i rapporti più recenti, sono soprattutto i paesi africani come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano paesi emergenti come il Brasile e l’Indonesia. I principali paesi investitori sono invece gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda.

Il dossier della Caritas approfondisce in particolare la diffusione del land grabbing in America latina (soprattutto Argentina ed Ecuador) e riporta l’esperienza della Rete ecclesiale panamazzonic

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a (Repam), l’iniziativa della Chiesa nata nel 2014 a Brasília, che cerca di rispondere alle principali sfide della regione: promozione dei diritti umani, alternative allo sviluppo, comunicazione, ricerca, ecc.

Ora, di fronte a un fenomeno tanto insidioso, che cosa si può fare? Al momento, non esiste una strategia internazionale contro il land grabbing. Il fatto è che le acquisizioni dei terreni avvengono grazie a fonti finanziarie in paradisi fiscali o attraverso ragnatele complicate di gruppi di aziende, difficilmente tracciabili. «Rimane essenziale il dialogo tra i governi dei paesi target che sostengono questo business e chi alimenta il land grabbing e l’accaparramento delle terre per supportare e attuare politiche più idonee e trasparenti per il rispetto dei diritti dell’uso della terra. È quindi necessaria una continua azione di persuasione — conclude la Caritas — affinché da parte dei governi locali ci sia rispetto nei confronti di chi lotta per sopravvivere».

in L’Osservatore Romano, 21 febbraio 2019

PER SAPERNE DI PIU’

http://www.caritas.it/materiali/Mondo/am_lat/ddt44_americalatina2019.pdf

 

TINTORETTO. Un ribelle a Venezia. A 500 anni dalla nascita

Il docu-film sul genio furioso e rivoluzionario che ha cambiato la storia dell’arte, ideato da Melania G. Mazzucco e narrato da Stefano Accorsi, con la partecipazione straordinaria di Peter Greenaway.

Ha costruito la sua carriera come proto-rock star _David Bowie
Il primo regista della storia. _Jean-Paul Sartre

In occasione dell’anniversario dei cinquecento anni dalla nascita, arriva in anteprima nelle sale cinematografiche italiane Tintoretto. Un Ribelle a Venezia, un nuovo esclusivo docu-film firmato da Sky Arte dedicato alla figura di un pittore straordinario, mutevole e cangiante, istintivo e appassionato.

Figlio di un tintore, da cui il suo nome d’arte, Tintoretto (1519-1594) è infatti l’unico grande pittore del Rinascimento a non aver mai abbandonato Venezia, nemmeno negli anni della peste. Immergendoci nella Venezia del Rinascimento e attraversando alcuni dei luoghi che più conservano la memoria dell’artista, dall’Archivio di Stato a Palazzo Ducale, da Piazza San Marco alla Chiesa di San Rocco, verremo così guidati attraverso le vicende di Jacopo Robusti, in arte Tintoretto, dai primi anni della sua formazione artistica fino alla morte, senza trascurare l’affascinante fase della formazione della sua bottega, luogo in cui lavorano anche alcuni dei suoi figli, Domenico, che erediterà l’impresa del padre, e l’amatissima Marietta, talentuosa pittrice. Ideato e scritto da Melania G. Mazzucco e con la partecipazione straordinaria del regista Peter Greenaway, il film sarà narrato dalla voce di Stefano Accorsi e arriverà nelle sale cinematografiche solo per tre giorni, il 25, 26, 27 febbraio 2019, distribuito da Nexo Digital nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema.

Attraversando la vita del pittore, un artista spregiudicato e inquieto caratterizzato da un’infinita voglia di indipendenza e un amore assoluto per la libertà, Tintoretto. Un Ribelle a Venezia delineerà i tratti della Venezia del 1500, un secolo culturalmente rigoglioso che vede tra i suoi protagonisti altri due giganti della pittura come Tiziano e Veronese, eterni rivali di Tintoretto in un’epoca in cui la Serenissima conferma il suo dominio marittimo diventando uno dei porti mercantili più potenti d’Europa e affronta la drammatica peste del 1575-77, che stermina gran parte della popolazione lasciando un segno indelebile nella Laguna. È proprio durante la peste che Tintoretto crea il suo ciclo più importante. In una Venezia deserta, cupa e spettrale, con i cadaveri degli appestati lungo i canali, Tintoretto rimarrà in città per continuare la sua più grande opera: il ciclo di dipinti della Scuola Grande di San Rocco, una serie di teleri che coprono la maggior parte delle pareti dell’edificio intitolato alla celebre confraternita. Nessuno all’epoca, nemmeno Michelangelo nella Cappella Sistina, vantava di aver firmato ogni dipinto all’interno di un edificio.

Ad accompagnare lo spettatore attraverso le vicende di Tintoretto, saranno chiamati numerosi esperti come gli storici dell’arte Kate Bryan, Matteo Casini, Astrid Zenkert, Agnese Chiari Moretto Wiel, Michel Hochmann, i co-curatori della mostra Tintoretto 1519-2019 di Palazzo Ducale, Frederick Ilchman e Tom Nichols, le scrittrici Melania G. Mazzucco e Igiaba Scego, le restauratrici Sabina Vedovello e Irene Zuliani, impegnate nel restauro delle Due Marie di Tintoretto.

Il documentario osserverà infatti anche le analisi dettagliate che permetteranno a una squadra italiana di restaurare due capolavori di Tintoretto: “Maria in meditazione” (1582 – 1583) e “Maria in lettura” (1582 – 1583). Grazie al sostegno di Sky Arte, le due tele saranno infatti restaurate prima di essere esposte all’interno della mostra monografica di Tintoretto alla National Gallery of Art di Washington, in occasione dell’anniversario dei cinquecento anni dalla nascita di Tintoretto, che avverrà nel 2019.

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Tintoretto. Un Ribelle a Venezia è prodotto da Sky Arte e arriverà al cinema solo per tre giorni, il 25, 26, 27 febbraio. L’appuntamento si inserisce nel calendario della Grande Arte al Cinema, un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital. Per la stagione 2019 arriva nelle sale italiane in collaborazione con i media partner Radio Capital, Sky Arte e MYmovies.it.

Sky Arte festeggia i 500 anni dalla nascita del grande pittore veneziano lanciando, in contemporanea al documentario, anche un’inedita biografia a fumetti. “Tintoretto. Un ribelle a Venezia” è infatti anche una graphic novel per lettori dai 14 anni, scritta da Alberto Bonanni su disegni di Gianmarco Veronesi. Il volume ripercorre in quattro capitoli a colori la vita dell’artista veneziano e la sua presunta rivalità con un altro maestro della scena artistica del ‘500: Tiziano Vecellio. Si tratta della prima pubblicazione a fumetti realizzata da Sky Arte in collaborazione con TIWI, studio creativo già editore del premiato marchio di albi illustrati per la prima infanzia minibombo. Il volume sarà disponibile in tutte le librerie da marzo 2019.

Scuola. Educazione alla cittadinanza. Oltre le strumentalizzazioni o il falso neutralismo

PAOLO FERRATINI

In un liceo bolognese, un’ottantina di insegnanti ha sottoscritto l’impegno a dedicare alcune ore al tema dell’immigrazione, sia alla luce delle vicende più attuali relative al nostro paese, sia come questione di grande momento nello scenario globale. Il documento, che ha poi raccolto l’adesione di molte altre scuole della città, segnala l’urgenza di proporre agli studenti uno spazio di dialogo informato, a partire dalla condivisione di dati fattuali ed elementi di conoscenza, capace di sottrarre al sentito dire e all’emotività il formarsi del giudizio di ciascuno. Le severe politiche di respingimento attuate dal governo, scrivono i firmatari, “chiamano direttamente in causa il senso e il modo in cui stiamo svolgendo il nostro compito di insegnanti ed educatori”. “Una scuola che non riesce a facilitare la comprensione e la rielaborazione di quello che accade al di fuori – si legge in chiusura del testo – non svolge la propria funzione”. L’iniziativa ha sollevato un polverone, con tanto di interrogazioni parlamentari e attacchi al dirigente (l’accusa era, ovviamente, di “fare politica  a scuola).

L’episodio invita a qualche riflessione generale sui compiti che riteniamo debba avere la scuola. Sgomberiamo preventivamente il campo. La relazione magisteralumnus, asimmetrica per natura, impone al primo l’osservanza di un principio deontologico che non ammette deroghe, ossia quello che Quintiliano chiamava la maxima debita pueris reverentia: mai la sua posizione può essere usata per esercitare qualsivoglia potere coercitivo o di condizionamento, della mente o delle emozioni, nei confronti dei giovani che gli sono affidati. Nell’ambito di questo generale autocontrollo, rientra anche l’inibizione non solo alla propaganda ideologica, ma anche a qualsiasi forma di persuasione suggestiva. Dato ciò per acquisito, dovrà forse la scuola, per evitare qualunque rischio, proporsi come un ambiente politicamente “neutro”? Quando i docenti bolognesi, nell’esprimere inquietudine per ciò che “accade al di fuori” della scuola, assumono di fatto una “posizione” di giudizio sugli eventi di cui intendono “facilitare la comprensione e la rielaborazione” da parte degli studenti, stanno svolgendo la loro funzione o “fanno politica a scuola”?

C’è molta falsa coscienza, in giro. Per un verso, si chiede alla scuola di non essere “scollegata” dall’attualità, di preparare non solo giovani istruiti, ma anche buoni cittadini; dall’altro, si accredita l’idea che in essa non sia possibile il formarsi di convincimenti politici se non all’insegna dell’indottrinamento. Si vorrebbe un’educazione civica “in ambiente sterile”.

A questo rischia di ridursi, in realtà, la formazione alla “cittadinanza attiva”, formula che tracima da tutti i documenti di politica scolastica degli ultimi vent’anni, di cui nessuno tuttavia si è mai curato di chiarire il contenuto valoriale. Quale sarebbe il cuore della “cittadinanza attiva”? Il “patriottismo costituzionale” di Habermas? La coscienza democratica? La responsabilità? Più citizenship o più civicness? Essa si esaurisce nella condivisione consapevole di un’obbligazione etico-politica o implica altro (solidarietà, orientamento alla non-violenza, rispetto degli altri, tutela dell’ambiente, ecc.)?

Si capisce bene perché nessuno risponde. Se si osservano le proposte sull’educazione alla cittadinanza, ci si trova davanti ad una declaratoria di competenze: sapere argomentare, sapere lavorare in gruppo, sapere ascoltare gli altri. Tutte cose bellissime e importanti, ma esclusivamente strumentali. E’ come se dicessi: per essere un buon vasaio, devi sapere riconoscere i diversi tipi di argilla, sapere lavorare al tornio, sapere usare una sgorbia. Tutto questo, tuttavia, permette di eseguire modelli, ma non è sufficiente per crearne di nuovi. Se l’esercizio della cittadinanza “attiva” si riduce al possesso di determinate competenze funzionali, in esso di attivo resta assai poco. Ecco la falsa coscienza di quell’aggettivo! Verità vuole che la si chiami “cittadinanza conforme”: a scuola si impari ad essere dei buoni esecutori di cittadinanza conforme. Basta dirlo.

Si sappia tuttavia che la richiesta di una scuola politicamente neutra non è affatto una richiesta politicamente neutra. La rimozione di un orizzonte semantico dalle pratiche del discorso e il loro appiattimento ad una tecnica argomentativa disincarnata e astratta non potrà che ridurre la scuola a strumento di conservazione degli assetti sociali esistenti. Il cittadino attivo Educazione-alla-cittadinanza.jpgche dovrebbe uscirne, nel migliore dei casi, sarà capace di esporre un punto di vista, rispettando il diritto altrui di manifestarne di diversi. Ma difficilmente sarà in grado di avere un proprio punto di vista, ovvero di produrre uno sguardo autonomo sulla realtà. Sarà cioè stato abituato a discutere e a pronunciarsi intorno ad alternative, per esempio di ordine morale o politico, tutte interne ad un recinto discorsivo predefinito ed eterodiretto.

Se si vuole invece che la scuola sia un luogo e un momento in cui i cittadini adulti di domani imparano a maturare idee proprie e nuove; se si vuole che essa sia uno spazio nel quale si confrontano inquietudini e domande sul presente per preparare risposte per il futuro, occorre che la politica vi entri con tutta la sua drammaticità, nelle forme di uno studio e di una ricerca aperti alle sfide molteplici che l’uomo ha davanti; uno spazio nel quale i convincimenti si formino nel dialogo tra posizioni di valore, senza che queste vengano ipocritamente scambiate per ideologie. Perché non c’è alcun dialogo vero se non si “prende posizione”.

 

«D20 Leader», due milioni di euro per formare cento ragazzi fra i 20 e i 29 anni

Maria Piera Ceci

«Il Paese è in crisi e i giovani espatriano. Noi vorremmo invertire questa equazione: il Paese è in crisi perché i giovani espatriano. E vogliamo contribuire a fornire le competenze più alte ai nostri giovani, affinché restino in Italia e contribuiscano a superare la crisi». A parlare così il presidente di Fondirigenti, Carlo Poledrini, a proposito di D20 Leader, il progetto del Fondo interprofessionale promosso da Confindustria e Federmanager. Il bando sarà pronto in primavera. Uno stanziamento di due milioni di euro per formare cento ragazzi fra i 20 e i 29 anni, reclutati per una quota del 20 per cento fra diploprocesso-d-acquisto-scuola-di-formazione.jpgmati e ragazzi usciti dagli Its, per la restante quota dell’80 per cento fra laureati, senza specificare il tipo di laurea. L’idea è di far partire il corso a maggio, con i primi venti giovani.

«Cerchiamo manager leader non tecnici», spiega ancora Poledrini. «Quindi potranno essere ingegneri, economisti, laureati in lettere. L’importante è che abbiano delle qualità e che brillino loro gli occhi quando si parla del futuro».

Per individuare i giovani si stanno attivando apposite convenzioni con le università, Crui, Its Alfieri del lavoro. Partner del progetto sono imprese, business school, Commissione europea, Ocse.

«La formazione mira a crescere non solo bravi manager, ma anche bravi leader. Il modello proposto è quello 2-3-1, cioè i primi due mesi saranno dedicati alla formazione sul campo e allo study tour all’estero, ospiti di organizzazioni internazionali. Poi seguirà una fase di tre mesi di controllo e verifica dei profili. I partecipanti verranno divisi in gruppi per realizzare dei project work. Saranno impegnati nello sviluppo di proprie idee di innovazione. L’ultimo mese sarà destinato infine alle valutazioni e alla condivisione dei risultati».

Il candidato ideale di D20 Leader è un giovane, o una giovane, che abbia nel cassetto un sogno da realizzare all’interno e a vantaggio dell’Italia. «Cerchiamo ragazzi che abbiano voglia, coraggio e forza di investire sei mesi della propria vita per costruire il proprio futuro. Vogliamo che con questi ragazzi si crei valore, non solo per loro stessi, ma anche per le imprese nelle quali andranno a lavorare, come manager e come leader. Abbiamo fatto interviste a ragazzi in scuole e università romane. I loro modelli-leader spaziano da Mandela, a Totti, da Piero Angela a Marchionne e spunta anche il campione di pallavolo Ivan Zaytsev. Queste definizioni di leader mettono in evidenza la necessità di qualcosa di nuovo nel nostro Paese».

In Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2019

 

 

Digitale in classe, la rete Garr lancia una sfida tra gli istituti superiori

Al. Tr.

Realizzare oggetti multimediali digitali innovativi per la scuola: è questa la sfida in cui dovranno cimentarsi gli studenti delle scuole superiori italiane che parteciperanno al concorso lanciato da Garr, la rete italiana a banda ultralarga dedicata all’istruzione e alla
ricerca, nell’ambito del progetto europeo Up to University (Up2U) .

Viaggio premio al Didacta di Firenze

Il gruppo di studenti che presenterà il miglior progetto di oggetto multimediale innovativo vincerà un viaggio premio per presentare il proprio lavoro a Didacta, fiera sul mondo della scuola in progrrivoluzione-digitale.jpgamma a Firenze dal 9 all’11 ottobre prossimo. Il progetto Up2U è un percorso gratuito pensato per gli studenti delle scuole superiori e per i loro insegnanti, con l’obiettivo di far acquisire loro le competenze necessarie per l’uso delle tecnologie digitali che dovranno padroneggiare all’università. Oltre a Garr, per l’Italia partecipa al progetto l’università Sapienza di Roma.

Per info e iscrizioni: https://tinyurl.com/y3322l5t

in Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2019

Meeting “The Protection of Minors in the Church”. Reflection Points

INTRODUCTION OF HIS HOLINESS POPE FRANCIS

Dear Brothers, good morning!

In light of the scourge of sexual abuse perpetrated by ecclesiastics to the great harm of minors, I wanted to consult you, Patriarchs, Cardinals, Archbishops, Bishops, and Religious Superiors and Leaders, so that together we might listen to the Holy Spirit and, in docility to his guidance, hear the cry of the little ones who plead for justice. In this meeting, we sense the weight of the pastoral and ecclesial responsibility that obliges us to discuss together, in a synodal, frank and in-depth manner, how to confront this evil afflicting the Church and humanity. The holy People of God looks to us, and expects from us not simple and predictable condemnations, but concrete and effective measures to be undertaken. We need to be concrete.

So we begin this process armed with faith and a spirit of great parrhesia, courage and concreteness.

As a help, I would share with you some important criteria formulated by the various Episcopal Commissions and Conferences – they came from you and I have organized them somewhat. They are guidelines to assist in our reflection, and they will now be distributed to youimages (15).jpeg. They are a simple point of departure that came from you and now return to you. They are not meant to detract from the creativity needed in this meeting.

In your name, I would also like to thank the Pontifical Commission for the Protection of Minors, the Congregation for the Doctrine of the Faith and the members of the Organizing Committee for their outstanding and dedicated work in preparing for this meeting. Many thanks!

Finally, I ask the Holy Spirit to sustain us throughout these days, and to help us to turn this evil into an opportunity for awareness and purification. May the Virgin Mary enlighten us as we seek to heal the grave wounds that the scandal of paedophilia has caused, both in the little ones and in believers. Thank you.

Reflection Points

1. To prepare a practical handbook indicating the steps to be taken by authorities at key moments when a case emerges.

2. To equip oneself with listening structures that include trained and expert people who can initially discern the cases of the alleged victims.

3. Establish the criteria for the direct involvement of the Bishop or of the Religious Superior.

4. Implement shared procedures for the examination of the charges, the protection of the victims and the right of defence of the accused.

5. Inform the civil authorities and the higher ecclesiastical authorities in compliance with civil and canonical norms.

6. Make a periodic review of protocols and norms to safeguard a protected environment for minors in all pastoral structures: protocols and norms based on the integrated principles of justice and charity so that the action of the Church in this matter is in conformity with her mission.

7. Establish specific protocols for handling accusations against Bishops.

8. Accompany, protect and treat victims, offering them all the necessary support for a complete recovery.

9. Increase awareness of the causes and consequences of sexual abuse through ongoing formation initiatives of Bishops, Religious Superiors, clerics and pastoral workers.

10. Prepare pathways of pastoral care for communities injured by abuses and penitential and recovery routes for the perpetrators.

11. To consolidate the collaboration with all people of good will and with the operators of mass media in order to recognize and discern real cases from false ones and accusations of slander, avoiding rancour and insinuations, rumours and defamation (cf. Pope Francis’ address to the Roman Curia, 21 December 2018).

12. To raise the minimum age for marriage to sixteen years.

13. Establish provisions that regulate and facilitate the participation of lay experts in investigations and in the different degrees of judgment of canonical processes concerning sexual and / or power abuse.

14. The right to defence: the principle of natural and canon law of presumption of innocence must also be safeguarded until the guilt of the accused is proven. Therefore, it is necessary to prevent the lists of the accused being published, even by the dioceses, before the preliminary investigation and the definitive condemnation.

15. Observe the traditional principle of proportionality of punishment with respect to the crime committed. To decide that priests and bishops guilty of sexual abuse of minors leave the public ministry.

16. Introduce rules concerning seminarians and candidates for the priesthood or religious life. Be sure that there are programs of initial and ongoing formation to help them develop their human, spiritual and psychosexual maturity, as well as their interpersonal relationships and their behaviour.

17. Be sure to have psychological evaluations by qualified and accredited experts for candidates for the priesthood and consecrated life.

18. Establish norms governing the transfer of a seminarian or religious aspirant from one seminary to another; as well as a priest or religious from one diocese or congregation to another.

19. Formulate mandatory codes of conduct for all clerics, religious, service personnel and volunteers to outline appropriate boundaries in personal relationships. Be specific about the necessary requirements for staff and volunteers and check their criminal record.

20. Explain all information and data on the dangers of abuse and its effects, how to recognize signs of abuse and how to report suspected sexual abuse. All this must take place in collaboration with parents, teachers, professionals and civil authorities.

21. Where it has not yet been in place, establish a group easily accessible for victims who want to report any crimes. Such an organization should have a certain autonomy with respect to the local ecclesiastical authority and include expert persons (clerics and laity) who know how to express the Church’s attention to those who have been offended by improper attitudes on the part of clerics.


Bulletin of the Holy See Press Office, 21 February 2019

I cattolici e la politica. Quale presenza e operatività?

Giannino Piana

Da alcuni mesi la questione della presenza dei cattolici in politica è al centro del dibattito ecclesiale (e non solo). A sollevarla sono stati una serie di interventi sia di papa Francesco che della Cei – il presidente card. Bassetti è più volte intervenuto in proposito – nonché del quotidiano cattolico «Avvenire», il quale ha ospitato una serie di interventi di vari esponenti della cultura e dell’associazionismo cattolico che hanno recato un importante contributo al dibattito, con l’offerta di significativi apporti tanto all’analisi dell’attuale situazione di crisi e delle cause che l’hanno prodotta, quanto all’individuazione delle vie da percorrere per contribuire alla sua soluzione.

A conferire particolare rilievo a questo vivace confronto ha poi concorso, in misura consistente, la celebrazione il 19 gennaio scorso del centenario dell’appello «A tutti gli uomini liberi e forti» di don Luigi Sturzo, il manifesto da cui è nato il Partito popolare. Un evento storico, quest’ultimo, di grande importanza, perché non ha segnato soltanto la fine del non expedit, ma ha soprattutto inaugurato una nuova stagione (purtroppo breve per l’avvento poco dopo del fascismo) di presenza dei cattolici in politica con un programma di profondo significato morale e civile, che conserva tuttora grande attualità.

Le ragioni del ritorno di una domanda

La sollecitazione ad interrogarsi su tale presenza non è tuttavia ai nostri giorni legata a fattori contingenti o di semplice memoria storica. È, più radicalmente, motivata dalla preoccupazione per una congiuntura politica particolarmente difficile (persino drammatica), che non può non interpellare chi ha a cuore le sorti del Paese, in particolare quelle delle categorie più deboli. La gravità dei fenomeni in corso (non solo in Italia) è ben documentata dal messaggio di papa Francesco per la celebrazione della 52° giornata della pace; messaggio in cui vengono messi in luce i vizi della politica «che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale».
Un lungo elenco, quello del papa, che comprende: «la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone – , la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza col pretesto artificioso della ‘ragion di Stato’, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio » (La buona politica è al servizio della pace, 1 gennaio 2019, n. 4).
Un quadro fosco e allarmante, dunque, che trova riscontro anche nel nostro Paese, dove ai mali delineati si aggiungono le spinte nazionaliste e populiste e il farsi strada di forme di vero e proprio razzismo – si pensi alla chiusura dei porti e allo smantellamento di alcuni centri di accoglienza dei migranti –, fino all’avanzare di una forma di antipolitica, che trova espressione in un dilettantismo superficiale e nel rifiuto della competenza – tutto è lasciato all’improvvisazione – nonché nel rifiuto, in nome della democrazia diretta, di ogni forma di intermediazione.

Il significato di un coinvolgimento

Non si possono certo ignorare le cause che hanno prodotto tale situazione: dal disagio sociale provocato dalla crisi economica, che ha accentuato le diseguaglianze e dilatato l’area delle povertà, al crescente sviluppo tecnologico che sottrae posti di lavoro e determina il venir meno di garanzie sociali per i lavoratori; dalla paura, dovuta agli sviluppi del fenomeno migratorio, spesso artificiosamente alimentata dai media – la percezione della consistenza di tale fenomeno è di gran lunga superiore alla realtà – alle forti spinte individualiste e corporative che alimentano la lacerazione del tessuto sociale, fino agli atteggiamenti di diffidenza e di sospetto nei confronti della classe politica tradizionale per il distacco (purtroppo spesso reale) dalla vita della gente.
Alla radice di tutto non è tuttavia difficile scorgere il venir meno di una proposta etico-culturale e ideologica, che consenta di fornire all’azione politica una visione progettuale capace di suscitare un consenso sempre più ampio e di concorrere alla costruzione di una democrazia partecipata e solidale. Una proposta per la cui attuazione si esige il coinvolgimento di forze sociali e politiche di diversa estrazione, che concorrano con il loro apporto specifico – come è avvenuto in occasione della redazione della Carta costituzionale – a fornire i tasselli di un mosaico largamente rappresentativo.

In questo quadro diviene comprensibile l’insistenza con cui i cattolici vengono sollecitati all’assunzione di una particolare responsabilità.
Dopo una lunga stagione di presenza diretta attraverso il partito della Democrazia cristiana – dal dopoguerra agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso – la presenza dei cattolici in politica si è progressivamente attenuata. Il venir meno del partito cattolico, a seguito della vicenda di Tangentopoli, e la poca consistenza dei tentativi fatti in seguito per risuscitarlo, sia pure sotto forma diversa, hanno finito per generare uno stato di frammentazione del mondo cattolico in ambito politico, con la conseguente scarsa visibilità provocata anche da una incapacità di comunicare, in modo efficace, le proprie convinzioni.

 Un approccio laico alle questioni sociali e legislative

L’importanza della politica, che papa Francesco non ha esitato a definire, ricuperando una formula coniata a suo tempo da Paolo VI, «una forma eminente di carità» (ibidem, n. 2), è fuori discussione. La possibilità di farsi carico, in termini strutturali, dei bisogni sociali implica infatti l’impegno diretto nelle istituzioni pubbliche, tanto a livello amministrativo che strettamente politico. Ma il problema che affiora riguarda le condizioni secondo le quali tale impegno va esercitato.

La prima di esse è senza dubbio la laicità.

Essa non comporta soltanto il rifiuto della ricostituzione del partito cattolico – il che risulterebbe oggi un anacronismo –; implica, più radicalmente, un approccio «laico» alle questioni sociali e legislative, nel rispetto del pluralismo delle diverse posizioni etico-culturali presenti nella società e nell’offerta del proprio contributo mediante il ricorso ad argomentazioni razionali, con il riferimento dunque a un’ispirazione cristiana non confessionale. Ad essere richiesta è, in altri termini, una forma di laicità, che si oppone tanto al clericalismo quanto a un laicismo di matrice radicale che non riconosce il ruolo sociale della religione. Una laicità che ha le proprie radici nel messaggio evangelico e il cui obiettivo è la costruzione di un progetto riformatore incentrato sui valori della libertà, della giustizia e della pace.

La seconda condizione è la relativizzazione della politica.

In questo consiste (forse) il contributo più significativo del cristianesimo.
La convinzione che non si dà un sistema perfetto di società libera infatti la politica – come scrive Marta Cartobbia – «da ogni teologia politica di schmittiana memoria, dall’irrazionalità dei miti politici e dalla pretesa salvifica delle cose mondane» (Introduzione a: Francesco Occhetta, Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo del populismo, San Paolo 2018); la mette, in altre parole, al riparo dalla tentazione di una totalizzazione ideologica che, oltre ad avere come esito l’affermarsi di regimi assolutistici di cui conosciamo le tragiche conseguenze, apre la strada al suo inserimento entro un quadro più ampio in cui entrano in gioco fattori quali le attività sociali, culturali e ricreative, che costituiscono un ineludibile fonte di arricchimento per la crescita umana. quali prospettive per un contributo costruttivo
Ma, accertate le condizioni che ne rendono corretta la presenza, quale contributo i cattolici possono offrire al rinnovamento della politica nel nostro Paese? La risposta coinvolge due diversi versanti: quello etico e culturale, nel quale sono in gioco i valori di fondo sui quali la politica va radicata, e quello della proposta operativa, dove è necessario fare i conti con la situazione reale ed individuare le priorità su cui intervenire, nonché le modalità degli stessi interventi.

il versante etico-culturale

Sul primo versante – quello etico e culturale – esiste una tradizione di pensiero del mondo cattolico, che è venuta consolidandosi nel tempo e che è riconducibile a un’antropologia – quella del personalismo sociale –, in cui personale e politico sono tra loro integrati così da superare tanto le derive individualiste che quelle collettiviste. A questa antropologia si è anzitutto rifatto il

popolarismo di Sturzo, al centro del quale vi era una concezione limitata dello Stato rispettosa della persona umana e degli organismi naturali – famiglia, classi e comuni –; un popolarismo pertanto che, contrariamente all’odierno populismo incentrato sul modello della «democrazia diretta» che è la negazione della mediazione politica, si identificava – è Pierluigi Castagnetti a rilevarlo – «con il protagonismo del popolo e la capacità della politica di sentirsene espressione» (Come servire il popolo senza mai servirsene.

La lezione sturziana a cento anni dall’appello ai liberi e forti, in: Avvenire, 18 gennaio 2019, p. 3). Questa linea di tendenza, pur con gli inevitabili aggiustamenti (e alcune discutibili limitazioni), è stata, nell’immediato dopoguerra, posta al centro dell’azione politica del partito della Democrazia cristiana – è sufficiente ricordare il contributo offerto alla stesura della Carta costituzionale –, ma si è poi – purtroppo – progressivamente attenuata con il trascorrere degli anni. Ad essa occorre tornare, vincendo la tentazione di inseguire soluzioni di piccolo cabotaggio, motivate da ragioni meramente elettorali, e avviando processi di cambiamento ispirati a valori irrinunciabili e insieme capaci di incidere concretamente sulla realtà.

Molti sono gli ambiti in cui il mondo cattolico può dare in proposito un importante contributo, attingendo alle risorse del proprio patrimonio etico e civile e facendosi catalizzatore di energie morali, di competenze professionali e di esperienze particolarmente significative. Obiettivo fondamentale di tale azione deve essere la ricostruzione del tessuto sociale, favorendo la crescita di un sistema plurale di enti intermedi, capaci di rappresentare esigenze e interessi di parti diverse della società e di farle convergere verso il bene comune. Il che comporta l’instaurarsi di nuovi rapporti tra comunità civile e comunità politica, mediante lo sviluppo, da un lato, di una corretta applicazione del principio di sussidiarietà, e, dall’altro, della creazione di luoghi nei quali dare vita a un dibattito costruttivo sui temi pubblici.

proposta operativa

Il secondo versante – quello della proposta operativa – rende necessaria l’individuazione delle priorità concrete alle quali occorre dare risposta, considerando la diversa gravità delle situazioni nelle quali sono in gioco diritti soggettivi e diritti sociali e, più radicalmente, la dignità della persona umana.26970_Simpson Desert.jpg

Muovendo da questo assunto un posto di primo piano va oggi assegnato alle questioni del lavoro e dell’occupazione, all’intervento pubblico a sostegno della famiglia, all’inserimento degli immigrati nel tessuto sociale attraverso i processi di integrazione e di interazione, alla lotta contro le crescenti diseguaglianze, al tema della sicurezza e al ridimensionamento delle paure spesso indotte dall’enfasi con cui i media dipingono la situazione.

E l’elenco potrebbe continuare.

Tutto questo senza trascurare le questioni più squisitamente politiche, sia di politica interna – si pensi alla questione della partecipazione democratica e della scelta della rappresentanza in una società dominata da poteri forti come quello economico-finanziario e quello della comunicazione – sia di politica internazionale, dove un ruolo di prim’ordine va assegnato al tema della pace, di cui – come ci ha ricordato papa Francesco – «la buona politica deve essere al servizio».
Queste sono, in definitiva, le modalità dell’impegno che il mondo cattolico deve fare proprie. Un impegno che, stante la situazione di difficoltà che la politica attraversa, diviene un dovere ineludibile, se si vogliono ricostruire le basi di una convivenza civile partecipata e solidale.

in “Rocca” n. 5 del 1 marzo 2019

Accoglienza, la straordinaria lezione di casa Calò

Alex Zanotelli

Anticipiamo qui uno stralcio della prefazione di padre Alex Zanotelli al volume A casa nostra. I nuovi ragazzi della famiglia Calò di Nicoletta Ferrara, in libreria da oggi per Editrice Missionaria Italiana. Il libro racconta la straordinaria storia di accoglienza di questa famiglia di Treviso che dal 2015 ospita in casa 6 giovani migranti. Una vicenda di accoglienza scaturita come risposta concreta alle stragi nel Mediterraneo: per la loro scelta i Calò sono stati premiati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal Parlamento europeo.

Antonio, tornando a casa da scuola, dove insegnava, disse a Nicoletta: «Basta, stanno morendo tutti, non si può continuare così, dobbiamo fare qualcosa». Fu quella la reazione di Antonio al naufragio nel canale di Sicilia di oltre 700 migranti. Antonio sentiva che non si poteva più tollerare quello che stava avvenendo e che bisognava fare qualcosa. «Abbiamo capito semplicemente questo – scrive Nicoletta –: non possiamo più guardare la storia che avviene, e continuare a vivere la nostra esistenza in modo parallelo. La storia ci deve trafiggere, deve passare attraverso i nostri muri, impastarsi con la nostra vita e con i nostri cuori. Il vangelo ci sta chiamando ed esige da noi una o-que-muda-com-o-novo-ensino-medio-798x470-696x410.jpgrisposta precisa». Dovrebbe essere questa la reazione più normale per un cristiano. Purtroppo non è così per tanti cristiani in Italia. Invece Antonio e Nicoletta hanno immediatamente risposto a questa chiamata con una precisa scelta. Sono andati in Prefettura e hanno chiesto di ospitare in casa loro dei rifugiati. Fu una sorpresa anche per il prefetto di Treviso: era la prima volta che in Italia una famiglia chiedeva di accogliere in casa dei migranti. Ma l’insistenza di Antonio e Nicoletta ha fatto il miracolo. E così l’8 giugno 2015 sono arrivati in casa Calò, in provincia di Treviso, sei giovanotti africani di quattro nazionalità diverse: Siaka, Saeed, Mohamed, Sahiou, Braima e Tidjane. E in casa si sono trovati a convivere con i quattro figli dei Calò: Andrea, Giovanni, Elena e Francesco. Un’esperienza totalmente nuova. Niente centri di accoglienza, niente progetti! Solo una famiglia dove sentirsi a casa. Da qui nasce il miracolo che ci racconta Nicoletta: il miracolo delle relazioni umane. È stato un lento processo di crescita interpersonale: da parte dei genitori capire che avevano non quattro, ma dieci figli; da parte dei sei neri, che avevano un papà e una mamma e quattro fratelli bianchi. Si rompe così il tabù del sangue e nasce la nuova famiglia, che è tale perché nascono nuove e più profonde relazioni umane. È questa la visione gesuana così ben espressa nel vangelo di Marco, al capitolo 3,31-35, su chi sono i veri parenti di Gesù. Non è un cammino facile. Nicoletta racconta il lungo e duro noviziato che anche lei ha dovuto fare per arrivare a sentire questi sei africani come suoi figli. E il punto di partenza è sempre quello: lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’altro. «Avete mai pianto – ha chiesto papa Francesco durante l’eucaristia celebrata a Lampedusa – quando avete visto un barcone affondare?». Se la sofferenza dell’altro non ci tocca, non ci interroga, non ci tormenta, non può nascere nulla. E questi ragazzi, che fuggono da guerre, da dittature, da fame, si portano dentro un’enorme sofferenza che si è decuplicata con quel viaggio spaventoso nel deserto, e poi in Libia e nella traversata del mare. Nicoletta ha saputo ascoltare la loro enorme sofferenza, diventando così la mamma di questi giovani africani. Un passaggio, questo, non facile.

Non è stato facile nemmeno per Nicoletta e Antonio, due convinti e ferventi cristiani, accogliere in casa sei giovani musulmani che pregano e praticano il ramadan (con tutti i pregiudizi che noi occidentali abbiamo sull’islam!). Invece, in un clima di rispetto reciproco le diverse esperienze religiose si sono arricchite, al punto che Nicoletta si chiede: «Saranno i musulmani a rimetterci nel rapporto giusto con Dio, a insegnarci le priorità?». E d’altra parte Nicoletta, accogliendo lo «straniero», il profugo, l’«altro», ha accolto Gesù. Queste pagine profumano di vangelo autentico, vissuto nella quotidianità. Una fede, quella di Nicoletta e Antonio, profondamente incarnata, con una capacità grande di legare il vangelo alla vita.

in “Avvenire” del 21 febbraio 2019