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Branduardi: «Senza visione non c’è musica. Lo insegna san Francesco»

Massimo Iondini 

«Una canzone alle spalle ha bisogno di un pensiero. San Francesco era un poeta e cantava: il suo cuore era aperto sul mistero e i piedi amavano questa terra con i suoi limiti»

«Per i vent’anni di L’Infinitamente Piccolo, che ho portato sul palcoscenico per 350 volte, si farà finalmente una versione senza di me», dice Angelo Branduardi: «Non sarà né un musical né una commedia musicale ma la semplice “Lauda”, la forma teatrale inventata da san Francesco. I francescani mi hanno interpellato e io ho subito detto il mio sì. Credo ci si stia già lavorando. Mi farebbe molto piacere, perché quel disco ispirato agli scritti di san Francesco è stata la cosa più bella che abbia mai composto. Mi immagino un semplice assito, come usava fare il santo, che si esibiva sulla pubblica piazza come un menestrello. Tutto quello che lui ha scritto, e purtroppo è rimasto molto poco, nasceva per essere cantato. Lui non parlava, cantava». Quello spettacolo, nato nel 2000 per il Giubileo, ha percorso attraverso centinaia di concerti le infinite Vie del Pellegrinaggio sulla Via Francigena e negli spazi teatrali d’Italia e d’Europa, per non esaurire mai la sua portata meta-musicale e spirituale. Una voce fuori dal coro, come era quella del Poverello di Assisi e come è sempre stata, del resto, quella del menestrello Branduardi con i suoi viaggi nel tempo e nei suoni del mondo. Ora con le sue musiche sospese tra sonorità medievali e rinascimentali e folkpop moderno sarà ospite dello Sponz Fest 2018 di Vinicio Capossela (21-26 agosto) con l’intrigante sottotitolo: “Salvagg’ – Salvataggi dalla mansuetudine”.

«Una peste percorre la società contemporanea, l’ammansimento. Isolati e connessi nell’individualismo collettivo delegato alla Rete». È il suggestivo Sos che col suo festival lancia Capossela e che lei ha raccolto…

«Sì, la Rete può essere molto pericolosa, circola un fiume di cose belle e brutte: è licenza, non democrazia come si favoleggiava. A noi musicisti sembrava poi promettere la possibilità di fare musica liberi da condizionamenti, ma vediamo purtroppo con che pessimi risultati. Manca quella che io chiamo la polvere dietro alla schiena, il cammino che ognuno deve fare per arrivare a qualcosa. E con la Rete il cammino non c’è. Io con il mio stile non riuscirei nemmeno a iniziare in una situazione di mercato musicale come quella attuale. Se fossi un ventenne oggi non combinerei nulla».

Perché, cosa manca oggi in particolare?

«Quando io e i miei colleghi dei primi anni Settanta iniziammo c’era nella discografia una specie di regola d’oro: al primo disco si perdevano soldi, col secondo si andava più o meno in pari e al terzo si cominciava a guadagnare. Il tutto diluito almeno in cinque anni di tempo e con una piccola paghetta che ci consentiva di non dover andare a lavorare all’ortomercato a scaricare la frutta per poter sopravvivere. Adesso se non vendi subito prendi un calcio nel sedere. Se poi ti va bene di vincere un talent show hai i tuoi sei mesi di illusione finché non arriva il prossimo vincitore. Invece ci vogliono tempo e pazienza, il talento va coltivato. Questo è l’unico cammino che può portare da qualche parte».

Camminando camminando è poi un suo album, ma soprattutto il suo ideale…

«Bisogna camminare nella vita. Nella giusta direzione, però. Oggi a illudere, soprattutto i nativi digitali, è il fatto che ormai basta pigiare un tasto e suona di tutto. Invece in quell’immagine reale della polvere sulla schiena c’è anche lo studio. Non è necessario un diploma in composizione per scrivere belle canzoni, e i Beatles ce lo stanno a dimostrare. Però la canzone ha bisogno in sé, nella sua essenza, di una visione. Pertanto bisogna imparare a costruire, a pensare, e meditare. Vano credere che si possa fare musica assemblando meccanicamente».

Cosa proporrà il 22 agosto nella tana del lupo d’Irpinia Capossela?

«Con me sul palco al posto del mio storico sodale Maurizio Fabrizio ci sarà stavolta Fabio Valdemarin, che suona un sacco di strumenti. Potremo contare su pianoforte, organo, tastiere e tromba oltre che sulle mie chitarre e sul violino. Rivisiteremo molti miei storici pezzi, famosi e meno noti. Poi ci sarà una parte più medievale grazie all’ensemble di musica antica di Giovannangelo De Gennaro. Tutto ciò sullo sfondo del vecchio castello di Calitri, che si illuminerà alla luce del tramonto».

Note per intenditori… E i giovani?

«Ci saranno, eccome. Del resto io sono un provocatore, anche se non sembra. Ho sempre fatto il contrario di quello che ci si aspettava. Io non vengo da una scuola e non ho creato una scuola. La mia musica è come l’aglio: o piace o fa schifo. I musicisti che van bene a tutti non sono veri artisti. Bisogna sempre dividere il pubblico. Non puoi essere un uomo per tutte le stagioni. È giusto così».

Lei ha spesso cambiato anche all’insegna di una certa ricerca filologicamusicale.

«Sì, ma non nella sostanza. Semmai quando ero giovane ero più sintetico, usavo frasi molto pregne e pesanti dal punto di vista musicale e letterario. Con mia moglie Luisa Zappa, nei testi, si riusciva a dire quasi tutto nel giro di quattro battute. Una forma di sintesi che col tempo, e con il fatto di sapere che non so, si è andata trasformando in maggiore elaborazione. Scrivo ragionando e lavorando, non accetto il risultato così come arriva. L’essenzialità di una volta assume ora una forma più complessa. Ma per arrivare a questo ho dovuto anche commettere degli errori di percorso. Per i quali sono stato perdonato. Oggi chi ti perdona? Nessuno ti aspetta più nel tuo percorso artistico».

Torniamo a san Francesco. Non si è mai sentito un po’ ingabbiato dopo aver messo in musica il Cantico delle Creature, brani dei suoi scritti e alcuni episodi della sua vita tratti dalle Fonti francescane?

«No, perché Francesco era poeta, amava cantare ed era un uomo, diventato Santo. La sua visione era grande, universale. Ho degli amici francescani che fanno addirittura meditazione alla orientale. È stato uno di loro a propormi il lavoro su san Francesco. Il problema a volte è la paura di allargare le esperienze. Mi viene in mente papa Giovanni Paolo II con il suo appello “non abbiate paura”. Per me suonare e scrivere è aprire la porta sullo Sconosciuto ».

L’arte e la meditazione in musica anche come viatico alla trascendenza?

«Poi però bisogna essere capaci di tornare indietro, chiudere questa porta misteriosa e accettare la dimensione terrena con i suoi limiti. Se no vaghi e diventa un problema distinguere la realtà dalla fantasia, rischi di diventare matto. Bisogna sapere che tutto ciò che stiamo percependo può essere il futuro ma potrebbe non esserlo e comunque è una visione. Come lo sono, in qualche misura, certe belle canzoni. Ma attenzione, non sono la realtà. Non ci puoi sguazzare dentro perché ne va della salute. Ci sono tanti casi di musicisti straordinari che non sono mai tornati di qua».

E il rap, che lei non disdegna, da che parte ci porterà?

«Il rap sarebbe anche una bella forma artistica. Apprezzo Caparezza, Fabri Fibra, mi piace Eminem che trovo un grande musicista indipendentemente da quello che dice o come si comporta. Sono fatti suoi, di cui renderà conto. Il problema è che da genere è diventato una moda e adesso c’è una schiera di rapper che non finisce più. Vedo un declino abbastanza vicino. Perché quando la fila si allunga poi cadono tutti assieme. Nella moltitudine c’è già il germe della fine».

in Avvenire domenica 19 agosto 2018

Spiritualità. Enzo Bianchi: «Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»

Enzo Bianchi 

In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. Scrive Ippolito di Roma: «Noi sappiamo che il Verbo si è fatto uomo, della nostra stessa pasta (uomo come noi siamo uomini!)». Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.

La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai discepoli, la stanchezza e la forza, la debolezza e il pianto, la gioia e l’esultanza, i silenzi e i ritiri in solitudine, le sue relazioni e i suoi incontri, la sua libertà e la suaparrhesía, sono bagliori dell’umanità di Gesù che i vangeli ci fanno intravedere attraverso la finestra rivelatrice e opaca dello scritto. E sono riflessi luminosi che consentono all’uomo di contemplare qualcosa della luce divina.

L’alterità e la trascendenza di Dio sono state evangelizzate da Gesù e tradotte in linguaggio e pratica umana. È la pratica di umanità di Gesù che narra Dio e che apre all’uomo una via per andare verso Dio. «Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito… lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18), rivelato una volta per tutte, in modo ultimo e definitivo. Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli, divenuti «servi della Parola» (Lc 1,2); solo attraverso questa conoscenza potremo anche credere in lui fino ad amarlo, fino a confessarlo «Signore», «Figlio di Dio», «Salvatore», e così giungere alla fede in Dio, alla conoscenza del Dio vivente e vero.

Ecco perché ritengo sia un grave rischio per i cristiani quello di deificareGesù prima di conoscerne la concreta esistenza umana. Se infatti non si conosce l’umanità di Gesù, attraverso i vangeli, si finisce per credere in lui come a una realtà da noi immaginata e costruita. Nell’uomo Gesù la condizione di Dio ha subito una kénosis, uno svuotamento: colui che era in forma di Dio si è spogliato della sua uguaglianza con Dio (cf. Fil 2,6-7), e questo è avvenuto in modo che nella vita di Gesù non si vedesse altro che la sua umanità, un’umanità nella condizione di servo «fino alla morte, anzi alla morte di croce» (Fil 2,8)! La sua condizione di Dio è stata per così dire “messa tra parentesi”, e Gesù è stato uomo, uomo come noi, soggetto alla nostra limitata condizione mortale.

Sì, Gesù ha vissuto la sua esistenza terrena quale uomo povero e fragile, esattamente come gli uomini con cui entrava in relazione; il Figlio è entrato nella storia come uomo, pienamente uomo: un uomo capace di fare della sua vita un capolavoro d’amore.

In risposta a questa umanizzazione di Dio in Gesù Cristo, la fede è un atto umano. È un atto della libertà umana, un atto vitale di tutta la persona, un atto che implica l’entrare in una relazione ed è un atto in divenire, che avviene e si snoda nel tempo. Essa è innanzitutto fiducia, fiducia nella vita, fiducia negli altri. Fiducia nell’umano che è in ogni uomo e in cui consiste l’immagine e la somiglianza con Dio. Umano che, come immagine di Dio nell’uomo, è dono, e come somiglianza, è responsabilità dell’uomo.

Nella sua prassi di umanità Gesù ha saputo destare, creare fiducia e così generare alla vita e dare vita. Nei suoi incontri egli suscitava la soggettività delle persone che incontrava e valorizzava la loro umanità, il loro volto e il loro nome, cioè le manifestazioni della loro unicità e irripetibilità. Quante volte ha detto: «La tua fede-fiducia ti ha salvato!» (Mc 5,34 e par.; 10,52; Lc 7,50; 17,19; 18,42; cf. anche Mt 8,13; 15,28). Declinare oggi la fede come cammino di umanizzazione e come cammino della fiducia e del senso è il compito richiesto ai cristiani. Compito nuovo e antico al tempo stesso: raccontare Dio agli esseri umani attraverso una pratica di umanità improntata all’umanità di Gesù di Nazaret.

(Anticipiamo in questa pagina una sintesi della relazione di Enzo Bianchi al 76° Corso di studi cristiani che prende il via oggi alla Pro Civitate Christiana di Assisi, nel complesso della Cittadella).

in Avvenire martedì 21 agosto 2018

L’uomo che coltiva l’orto su un albero

Lorenzo Pastuglia

Quando nel 2000 Francesco Mangano ha innestato per la prima volta una pianta su un Solanum mauritianum, ceppo originario del Sudamerica, non poteva pensare che dopo 18 anni le persone da tutta Europa si interessassero ai suoi semi. Il 63enne di Taurianova, città di quasi 16mila abitanti vicino a Reggio Calabria, ha infatti modificato il concetto di orto verticale: dai rami dei suoi alberi pendono rigogliose 10 varietà diverse di pomodori – tra cui corallini, ciliegini e San Marzano – e otto tipi differenti di melanzane: dalle bianche e viola dolci alle variegate. E i prodotti, coltivati tra i tre e i sei metri d’altezza, hanno la stessa qualità di quelli di terra, ma sono resistenti alle malattie. Il costo di produzione è molto basso: «Il Solanum non ha bisogno di concimi e veleni perché ha radici lunghe e si abbevera dell’acqua presente nel terreno – dice l’artigiano -. C’è quindi un grande risparmio idrico: basta innaffiare la pianta solo ogni 15 giorni. Gli alimenti che ne escono resistono a insetti, funghi e animali selvatici, perché si trovano a un’altezza impossibile da raggiungere».

Dunque niente ogm, ma solo prodotti naturali che «resistono al maltempo – continua Mangano – perché seminati in primavera e raccolti da luglio a dicembre, quando le piante muoiono. Si evitano così i mesi più freddi e la neve, sebbene l’albero possa resistere anche a -2». Il Solanum è presente anche nelle Isole Mauritius, in Australia, India, Sri Lanka e Madagascar. In Italia è arrivata «probabilmente per gli uccelli che sono emigrati da noi e hanno rilasciato sul terreno i chicchi delle bacche gialle che nascono tra i rami».

Tra Calabria e Germania 

Una gioventù passata tra la Calabria e Wuppertal, città tedesca a metà fra Dortmund, Dusseldorf e Colonia dove Mangano arriva a 17 anni per fare l’operaio tessile. Poi il ritorno a Taurianova 10 anni dopo, dove apre una bottega per la riparazione di oggetti in pelle nel centro-città, che ancora gestisce. Nel 1999 compra una casa con il mutuo e inizia a vivere in una villa con orto insieme alla moglie Teresa e ai due figli Vincenzo e Davide. Per inaugurarlo, un amico gli regala un Solanum: «mi sono accorto che faceva fiori simili a quelli dei pomodori e ho poi scoperto che sono della stessa famiglia, così ho creato il mio metodo».

Prima vengono tagliati i ramoscelli e fatte delle incisioni alla base, «due innesti se il ramo è forte, uno se è più fragile», poi inserite nei tagli le piante prive di foglie e radici. Il tutto viene quindi coperto con una busta di plastica chiusa con dello scotch: «Si crea così quella condensa che mantiene umida e viva la pianta per una settimana – spiega Mangano –. Poi quando questa si appiattisce ed è capace di prendere la linfa arborea, sviluppa e fruttifica dopo due mesi e mezzo, recuperando il ritardo iniziale». Durante la crescita, vengono applicate delle canne di bambù ai rami portanti, che servono a reggere il peso degli ortaggi.

Anche per il professore di Agronomia e coltivazione erbacea dell’Università Politecnica delle Marche, Rodolfo Santilocchi, tutto ciò sembra funzionare: «Dipende dalla compatibilità tra il Solanum e il ramo innestato – dice – e dalla capacità dell’albero di dare acqua e nutrienti necessari allo sviluppo della parte area. Dato che queste condizioni sembrano rispettate, i prodotti avranno la stessa qualità di quelli di terra».

C’è tanto da mangiare 

Se un solo Solanum è capace di contenere 50 piante, abbondante sarà il raccolto dato che il metodo viene applicato su 10 dei 20 alberi presenti nell’orto, che l’artigiano alterna con i rimanenti anno per anno: «Una parte di quello che produco la regalo ad amici e familiari». Dopo un servizio televisivo di Striscia la Notizia, inoltre, in tanti hanno iniziato a chiedere a Mangano i semi dell’albero: «Mi facevo inviare l’indirizzo e una busta preaffrancata, poi spedivo gratis 30 chicchi di bacche gialle». Ma con il tempo le richieste aumentano: dall’Italia tocca a Francia, Svizzera, Inghilterra e Grecia. Così la decisione di aprire una pagina eBay insieme a Davide: «Un utente mi ha chiesto dei semi anche dalla Turchia – conclude – ma dato che lì i contatti italiani non sono riconosciuti, ho deciso di regalarli a mie spese al signore, perché mi piace fare felici le persone».

in La Stampa 20 agosto 2018

Papa Francesco. Lettera ai cattolici del mondo: Vergogna e pentimento.

Papa Francesco

DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – PL  – PT ]

«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26). Queste parole di San Paolo risuonano con forza nel mio cuore constatando ancora una volta la sofferenza vissuta da molti minori a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate. Un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità, siano credenti o non credenti. Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità.

1. Se un membro soffre

Negli ultimi giorni è stato pubblicato un rapporto in cui si descrive l’esperienza di almeno mille persone che sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni. Benché si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte; le ferite “non vanno mai prescritte”. Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare. Il cantico di Maria non si sbaglia e, come un sottofondo, continua a percorrere la storia perché il Signore si ricorda della promessa che ha fatto ai nostri padri: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53), e proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.

Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli. Faccio mie le parole dell’allora Cardinale Ratzinger quando, nella Via Crucis scritta per il Venerdì Santo del 2005, si unì al grido di dolore di tante vittime e con forza disse: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! […] Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr Mt8,25)» (Nona Stazione).

2. Tutte le membra soffrono insieme

La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale, «perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 165). L’appello di San Paolo a soffrire con chi soffre è il miglior antidoto contro ogni volontà di continuare a riprodurre tra di noi le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).

Sono consapevole dello sforzo e del lavoro che si compie in diverse parti del mondo per garantire e realizzare le mediazioni necessarie, che diano sicurezza e proteggano l’integrità dei bambini e degli adulti in stato di vulnerabilità, come pure della diffusione della “tolleranza zero” e dei modi di rendere conto da parte di tutti coloro che compiono o coprono questi delitti. Abbiamo tardato ad applicare queste azioni e sanzioni così necessarie, ma sono fiducioso che esse aiuteranno a garantire una maggiore cultura della protezione nel presente e nel futuro.

Unitamente a questi sforzi, è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore. Così amava dire San Giovanni Paolo II: «Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49). Imparare a guardare dove guarda il Signore, a stare dove il Signore vuole che stiamo, a convertire il cuore stando alla sua presenza. Per questo scopo saranno di aiuto la preghiera e la penitenza. Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno secondo il comando del Signore,[1] che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno per una cultura della protezione e del “mai più” verso ogni tipo e forma di abuso.

E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita.[2] Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»[3]. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.

E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo. Perché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11).

E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. La coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione.

Al tempo stesso, la penitenza e la preghiera ci aiuteranno a sensibilizzare i nostri occhi e il nostro cuore dinanzi alla sofferenza degli altri e a vincere la bramosia di dominio e di possesso che tante volte diventa radice di questi mali. Che il digiuno e la preghiera aprano le nostre orecchie al dolore silenzioso dei bambini, dei giovani e dei disabili. Digiuno che ci procuri fame e sete di giustizia e ci spinga a camminare nella verità appoggiando tutte le mediazioni giudiziarie che siano necessarie. Un digiuno che ci scuota e ci porti a impegnarci nella verità e nella carità con tutti gli uomini di buona volontà e con la società in generale per lottare contro qualsiasi tipo di abuso sessuale, di potere e di coscienza.

In tal modo potremo manifestare la vocazione a cui siamo stati chiamati di essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1).

«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», ci diceva San Paolo. Mediante l’atteggiamento orante e penitenziale potremo entrare in sintonia personale e comunitaria con questa esortazione, perché crescano tra di noi i doni della compassione, della giustizia, della prevenzione e della riparazione. Maria ha saputo stare ai piedi della croce del suo Figlio. Non l’ha fatto in un modo qualunque, ma è stata saldamente in piedi e accanto ad essa. Con questa posizione esprime il suo modo di stare nella vita. Quando sperimentiamo la desolazione che ci procurano queste piaghe ecclesiali, con Maria ci farà bene “insistere di più nella preghiera” (cfr S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 319), cercando di crescere nell’amore e nella fedeltà alla Chiesa. Lei, la prima discepola, insegna a tutti noi discepoli come dobbiamo comportarci di fronte alla sofferenza dell’innocente, senza evasioni e pusillanimità. Guardare a Maria vuol dire imparare a scoprire dove e come deve stare il discepolo di Cristo.

Lo Spirito Santo ci dia la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio.

Vaticano, 20 agosto 2018


[1] «Questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» ( Mt 17,21).[2] Cfr Lettera al Popolo di Dio pellegrino in Cile, 31 maggio 2018.

[3] Lettera al Cardinale Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.

Concessioni autostradali in Italia. Anomalie, profitti e latitanze dello Stato

Ugo Arrigo

Il tragico evento di Genova ha fatto sorgere urgenti domande sulla qualità e l’efficacia dell’intervento pubblico nel settore delle autostrade in concessione. Che cosa ha fatto il ministero dei Trasporti e il concedente Anas per controllare l’operato del concessionario Autostrade per l’Italia sia dal punto di vista dell’esercizio delle tratte assegnate che degli interventi manutentivi, ordinari e straordinari? E le tariffe di pedaggio che sono state autorizzate nel tempo erano giustificate dai costi di esercizio a carico dell’operatore e dagli investimenti promessi negli accordi di concessione? Sono domande alle quali non si può dare una risposta precisa per carenza delle necessarie informazioni, che non sono pubbliche, ma si intuisce che essa sia tendenzialmente negativa e con grande probabilità anche molto negativa.

Dopo la privatizzazione del 1999 sembra infatti che il settore pubblico abbia volutamente minimizzato il suo ruolo nel settore quasi nell’intento di non arrecare disturbo al soggetto regolato. Questo vale tanto per la regolazione tecnica quanto per quella economica. Riguardo ai controlli tecnici alcuni giorni fa il Secolo XIX ha scritto che il concessionario se li faceva da soli: “Autostrade è, di fatto, l’unico controllore di se stesso, esegue con personale proprio ispezioni e autocertificazioni, oppure le affida a consulenti pagati dalla medesima società. Nessun ente pubblico compie screening autonomi, perversione d’una norma le cui conseguenze possono essere catastrofiche”. Al riguardo sconcerta l’assenza, non è che chiaro se per mancanza di obbligo legale o per mancanza del suo rispetto, di un monitoraggio pubblico indipendente da quello del titolare della concessione. Si tratta di una situazione che poteva forse essere giustificata quando la società Autostrade era pubblica, appartenendo all’Iri, e in conseguenza poteva risultare un’inutile duplicazione che la mano pubblica sinistra del concedente Anas verificasse i controlli della mano pubblica destra del concessionario Autostrade, trattandosi di due mani dello stesso corpo pubblico. Ai tempi bastava la seconda, ma dopo la privatizzazione era invece indispensabile la prima. Anche in questo caso sembra che nessuno se ne sia accorto, non sapremo mai se per sciatteria burocratica o per esplicita volontà di non disturbare il soggetto regolato.

Se la regolazione tecnica sembra essere avvenuta secondo il noto criterio di Gigi Marzullo “si faccia una domanda e si dia una risposta”, ovvero “si faccia un controllo e se lo autocertifichi”, la regolazione economica, quella che a partire dai piani finanziari definisce i pedaggi e in conseguenza anche i ricavi e i profitti, non sembra essere stata da meno. La privatizzazione di Autostrade avvenuta nel 1999 fu fatta violando la legge. Infatti, una norma generale sulle privatizzazione del 1994 richiedeva che prima di privatizzare imprese operanti nei servizi di pubblica utilità, spesso monopolisti o comunque soggetti a scarsa concorrenza, si istituisse un regolatore indipendente per la determinazione delle tariffe e il controllo della qualità. È adempiendo a questa norma che prima di quotare in borsa Enel, senza peraltro che sia mai venuto meno il controllo pubblico, fu istituita l’Autorità per l’energia che oggi si chiama Arera, e prima di privatizzare Telecom fu istituita l’Agcom. In maniera simile, prima di privatizzare Autostrade o gli aeroporti occorreva istituire l’Autorità dei trasporti, l’arbitro dello specifico mercato. Invece l’Art è nata solo nel 2011, pienamente operativa solo dal 2013, ma la sua legge istitutiva ha stabilito che per il settore autostradale deve occuparsi solo delle nuove concessioni, non di quelle vecchie. Dunque un monopolio pubblico in cui la concorrenza non è proprio possibile è stato trasformato in un monopolio privato senza che ad alcun regolatore indipendente sia dato il compito di occuparsene nella sua interezza.

Prima della privatizzazione del 1999, e anche per qualche tempo dopo, l’istruttoria sulle tariffe pubbliche dei settori che non avevano un regolatore indipendente, di fatto tutti tranne quelli energetici che erano regolati dall’Autorità omonima, era svolta da una commissione tecnica consultiva presso il ministero del Tesoro, che si chiamava Nars. Il Nars aveva sede pressa la segreteria del Cipe, il Comitato interministeriale della programmazione economica, al quale forniva i suoi pareri. In base a essi, il Cipe dava il via libera alle tariffe pubbliche dei diversi settori. In relazione alle tariffe autostradali il Nars, del quale chi scrive è stato membro in rappresentanza della Presidenza del Consiglio dal 1996 al 1999, aveva predisposto un interessante meccanismo di adeguamento tariffario in base al quale le tariffe avrebbero potuto anche diminuire da un anno all’altro, qualora l’aumento dei livelli di traffico sulle reti avesse superato l’aumento riconosciuto dei costi di gestione. Per spiegarlo in maniera semplice, in presenza di un aumento di costi del 3% e del traffico del 3% le tariffe avrebbero dovuto restare invariate in quanto i maggiori costi sarebbero stati esattamente compensati dai proventi del maggior traffico. Ma se il traffico fosse aumentato del 5% le tariffe dovevano diminuire, al fine di evitare un profitto ingiustificato al gestore. Questo meccanismo non piacque né ai soggetti regolati, né al Governo, tanto che i regolati si fecero approvare i consueti aumenti tariffari al posto delle previste riduzioni direttamente per decreto ministeriale e non più tramite delibera del più attento Cipe.

Ma questa regolazione tariffaria su misura non è stata certo l’unico vantaggio regalato dal settore pubblico. Tutte le concessioni autostradali sono da sempre secretate, non le ha neppure l’Autorità dei trasporti, e all’opinione pubblica e agli studiosi del settore non è possibile conoscere cosa prevedono. All’inizio di quest’anno il ministro Delrio ha finalmente deciso di renderle pubbliche. Esse sono state dunque rese disponibili sul sito del Ministero. Peccato manchino gli allegati di maggiore interesse, in particolare i piani finanziari che giustificano le tariffe e loro variazioni nel tempo. Solo dai piani finanziari è possibile comprendere se le tariffe e la loro crescita nel tempo sono giustificate o meno, se e quanti profitti sono stati generosamente regalati dal settore pubblico a spese dei viaggiatori, se i concessionari rispettano le promesse di investimento che le tariffe permettono comunque di recuperare.

Un vantaggio ulteriore è stato il mantenimento anche dopo la privatizzazione del principio che si possa caricare in tariffa già oggi il recupero finanziario di un investimento che si farà forse in futuro, generando in tal modo immediati effetti benefici sui profitti aziendali. Questa regola ha senso eventualmente per gestori pubblici, non per gestori privati. Andava bene per un sindaco che doveva rifare un acquedotto e che anziché aumentare le tasse ai cittadini aumentava invece preventivamente la tariffa dell’acqua potabile così da poter accantonare i soldi necessari per l’investimento. Ma la stessa cosa non ha alcun senso per un gestore privato il quale, una volta incamerata la maggiorazione tariffaria per investimenti futuri, può tranquillamente iniziare a distribuirla sotto forma di dividendi agli azionisti e bonus ai manager.

Se l’albergatore Tizio vuole fare investimenti per migliorare la sua struttura e passare da tre a cinque stelle aumenterà i prezzi della camere dopo che i miglioramenti saranno fruibili dagli ospiti, non prima. Se la farà prima i suoi clienti fuggiranno dato che opera in concorrenza, evitando di pagare un tre stelle come se ne avesse cinque. Invece nel caso dei gestori autostradali, così come di quelli aeroportuali, i clienti non possono scappare, trattandosi di monopoli naturali. E questa è una ragione aggiuntiva del non senso regolatorio che una maggiorazione tariffaria possa precedere gli investimenti anziché accodarvisi.

L’ultimo vantaggio tra quelli sino al momento scoperti è scritto direttamente all’articolo 9 della convenzione del 2007 con l’Anas: il concedente in caso di grave inadempienza del concessionario può far decadere la concessione, ma in tal caso deve immediatamente indennizzarlo di tutti i profitti che avrebbe conseguito per tutti gli anni residui della concessione. Questa clausola è davvero stupefacente in quanto se devo chiudere un contratto per grave violazione del contraente sono io a doverlo indennizzare garantendogli tutti i profitti futuri. Dopo aver letto questa clausola sono andato subito a vedere chi avesse sottoscritto il contratto per conto dell’ente pubblico concedente dato che mi aspettavo di trovarvi la firma di Babbo Natale. Ovviamente è anche una clausola giuridicamente insostenibile e a mio avviso fonte di nullità: infatti, la revoca della concessione dovrebbe essere la sanzione più consistente a carico della parte inadempiente, ma se a fronte di essa occorre comunque versare i profitti che avrebbe realizzato ciò significa esattamente l’assenza di alcun tipo di sanzione economica a fronte di qualsivoglia danno che il concessionario possa arrecare. Essa equivale a esentare il concessionario da ogni responsabilità a fronte di inadempienze. In quali altri contratti, pubblici o privati, si trovano clausole del genere?

Dunque è inevitabile che il testo della convenzione debba essere rivisto dal Governo attuale e in caso di non assenso del concessionario questa potrebbe già essere una motivazione sufficiente per un atto unilaterale del concedente.

in Il Sussidiario 19 agosto 2018

Università. Più fondi agli atenei che hanno studenti con redditi più bassi

Marzio Bortoloni

Arrivano 7,3 miliardi per finanziare le università, con una novità di peso che punta a favorire con più fondi gli atenei dove gli studenti hanno redditi in media più bassi o hanno più difficoltà a raggiungere, a causa di trasporti meno efficienti e difficoltà logistiche, le aule dove seguire le lezioni. Le novità sono state introdotte da un decreto appena firmato dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Marco Bussetti. Che dopo i primi interventi per “smontare” alcune misure della buona scuola del precedente Governo lancia un primo segnale importante anche per l’università

Gli 1,3 miliardi previsti nel Fondo di finanziamento ordinario per il 2018 appena distribuiti tra gli atenei in base al costo standard – un criterio introdotto nel 2014 per sostituire gradualmente la spesa storica con un parametro più oggettivo basato sul prezzo giusto delle attività universitarie – dovranno infatti tener conto di questi due importi perequativi, frutto anche di un lavoro congiunto sui dati fatto dal Miur insieme all’Istat. Il primo importo è utilizzato per graduare il costo standard di ateneo in base al reddito medio familiare della Regione dove ha sede l’università e alla capacità contributiva effettiva degli iscritti. «Si va così incontro alle realtà in cui gli studenti – avverte una nota del Miur – partono da condizioni più svantaggiate». Il secondo importo è utilizzato per incrementare il costo standard degli atenei in funzione dell’accessibilità: si tiene conto della rete dei trasporti e dei collegamenti in modo da compensare le università che logisticamente sono più difficili da raggiungere. Per il triennio 2018-2020 il costo standard rappresenta il modello per ripartire rispettivamente il 22%, il 24% e il 26% (tra 1,4 e 1,7 miliardi di euro) del Fondo di finanziamento ordinario delle università – che vale oltre 7 miliardi – in base a parametri dimensionali oggettivi che tengono anche conto degli specifici contesti.

Il via libera al nuovo modello del costo standard prevede anche lo sblocco del decreto ministeriale relativo alla distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario 2018 agli atenei che, complessivamente, si attesta a 7,327 miliardi di euro. La parte di Fondo distribuita secondo la spesa storica si ferma a 2,949 miliardi euro. La quota premiale pesa per il 24%, come previsto dalle norme attuali (1,693 miliardi di euro). Il costo standard – come detto – vale 1,380 miliardi di euro. Il ministro Bussetti ha firmato anche il provvedimento con i nuovi valori-soglia per la tornata dell’Abilitazione scientifica nazionale 2018-2020, la “patente” necessaria a ogni aspirante docente universitario. Il decreto sui valori-soglia – creati per verificare la qualità del curriculum dei futuri prof – contiene gli indicatori che saranno utilizzati per la formazione delle Commissioni e per la valutazione dei candidati a diventare professori ordinario o associato nei 190 settori concorsuali esistenti. In particolare, da oggi e fino al 25 settembre, sarà possibile presentare la domanda per aspirante Commissario. Il bando per gli aspiranti candidati all’abilitazione per la docenza sarà adottato con un decreto entro questa settimana e quindi inviato alla Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione prevedendo l’apertura delle domande della nuova tornata dal 10 settembre prossimo.

in Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2018

Scuola-Esame Maturità. I test Invalsi bocciano i «100 e lode» al Sud

Giorgio Alulli

Secondo i risultati degli esami di maturità gli studenti del Sud sarebbero molto più bravi degli studenti del Nord; in Puglia il 10,8% dei ragazzi ha preso 100 o 100 e lode agli esami, in Calabria il 10,7%, in Campania l’8,4%, Al contrario in Veneto solo il 6% ha ottenuto questi risultati, in Piemonte il 5,3%, in Lombardia il 4,3%.
Complimenti a questi studenti. Peccato che da molti anni a questa parte i risultati delle prove standardizzate nazionali distribuite dall’Invalsi indichino esattamente il contrario.

Cioè esiste un forte divario di competenze linguistiche e matematiche, ma a favore degli studenti delle scuole del Nord, e del Nord-est in particolare. Indicazioni che sono puntualmente confermate anche dagli esiti delle prove standardizzate distribuite dalle organizzazioni internazionali come l’Ocse e la Iea.

Pochi però sembrano scandalizzarsi per il fatto che il nostro sistema scolastico gratifica gli studenti che ottengono risultati peggiori nelle prove standardizzate rilasciando loro votazioni più alte. E questo a danno futuro (negli eventuali concorsi pubblici) degli studenti che ottengono risultati migliori. E per il fatto che in questo modo gli studenti del Sud non vengono stimolati ad ottenere prestazioni simili ai colleghi del Nord, perché un buon voto lo ottengono anche con una preparazione più bassa. Creando dunque per questi ragazzi un danno immediato in termini di preparazione realmente acquisita, mascherata da un voto fasullo. E per il fatto che l’esame di maturità, così come è concepito e messo in pratica, perde ancora di più il suo significato di verifica effettiva della preparazione dei ragazzi.

Un esito così iniquo, per gli studenti sia del Nord che del Sud, passa regolarmente, o quasi, sotto silenzio. Questa difformità di giudizi su base locale dimostra che non abbiamo un sistema scolastico omogeneo, che i criteri di valutazione differiscono su base locale e che dunque anche gli standard di insegnamento e le prestazioni dei ragazzi attese da parte dei docenti sono più bassi al Sud. Con tanti saluti all’equità del sistema. Questa ipotesi è inquietante, perché significa che abbiamo un sistema scolastico meridionale che non solo produce risultati peggiori, ma che è anche destinato a riprodursi ad un regime più basso di quello settentrionale, a tutto danno degli stessi ragazzi, perché le aspettative dei docenti nei loro confronti sono più basse.

Si tratta di squilibri gravi, che vanno ad incidere sugli stessi diritti di cittadinanza, che non sono equamente garantiti su tutto il territorio nazionale, come vorrebbe la Costituzione. Favorire una maggiore uniformità del sistema, e dei criteri di valutazione, non sarebbe difficile; basterebbe fare come in Francia e in Inghilterra, dove le prove scritte degli esami finali del ciclo secondario (Baccalaureat e A level) sono corrette a livello centrale; anche l’introduzione di almeno una prova standardizzata all’interno dell’esame finale favorirebbe un giudizio più equo.

La sperimentazione, da parte dell’Invalsi, della somministrazione informatizzata delle prove, che ha dato un esito tutto sommato positivo, dimostra la fattibilità di un percorso simile. La direzione intrapresa dal nostro sistema scolastico è invece quella esattamente opposta: a partire dal prossimo anno verrà aumentato il peso del curriculum scolastico precedente all’interno del voto finale dell’esame di maturità ed espunta dall’esame la prova standardizzata, che verrà somministrata in un momento diverso, dando luogo a una certificazione autonoma; si otterrà così il risultato di aumentare l’autoreferenzialità del voto finale rilasciato dalla scuola e di produrre due certificazioni diverse del livello di apprendimenti raggiunto dallo studente.

Lo Stato finirebbe dunque per certificare un doppio esito scolastico, molto probabilmente discordante al suo interno, creando confusione tra chi (sistema universitario e sistema produttivo) dovrebbe utilizzare i risultati scolastici come importante riferimento per le proprie strategie di reclutamento, e tra gli stessi studenti, il cui reale valore accademico resterebbe sfocato.

in Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2018

Praga 1968: così si spense 50 anni fa “il comunismo dal volto umano”

Franco Cardini

La storia europea, specie poi quella del Seicento, continua a essere una Cenerentola nelle scuole italiane (e stendiamo un velo sulla società civile, che ormai di storia non sa più nulla). Peccato: altrove il XVII secolo è stato il Grand Siècle, il Siglo de Oro: ma da noi, dopo il Risorgimento, non si è in fondo mai usciti dalla logica del «secolo delle preponderanze straniere». Se le cose stessero altrimenti, sapremmo che un tragicomico evento del 1618, la cosiddetta “defenestrazione di Praga”, segnò l’inizio di quella guerra che, protrattasi fino al 1648 (per quanto in realtà si trascinasse fino al 1659), venne definita appunto Guerra dei Trent’Anni. Una lunga fase-cerniera, che trasformò profondamente la storia dell’Occidente. Si può dire che con quella guerra, momento culminante della dinamica inaugurata dalla Riforma protestante, cessasse di esistere la compagine socioculturale della Cristianità occidentale che aveva ancor coscienza nonostante tutto di una sua intrinseca unità e prendesse vita l’Europa moderna, caratterizzata dalla laicizzazione della cultura e dall’affermarsi degli Stati assoluti.

Chi con la storia ha più dimestichezza, si sorprende a pensare che in quel di Praga il numero otto sia tutto sommato di cattivo augurio. La storia della Cecoslovacchia indipendente si concluse nel 1938 sotto gli occhi attoniti dell’Europa. E se quest’anno si commemora – molto in sordina, è vero – la data “europea” del 1618, e ancor dolorosamente si pensa alla catastrofe politico-diplomatica del 1938, viva è invece la memoria di quel 20-21 agosto del 1968: ed è impossibile dimenticare le foto e i filmati dei carri armati sovietici (e di altri paesi del Patto di Varsavia sulla piazza di San Venceslao, con i carristi che escono dalle torrette dei loro giganti d’acciaio un po’ disorientati dinanzi alle proteste pacifiche ma accorate dei praghesi; è impossibile dimenticare – cinecamere e telecamere nel furono testimoni – l’immagine terribile di quel ragazzo di Praga, lo studente Jan Palach, che si cosparse di benzina e si fece bruciar vivo per protestare contro quell’aggressione e quell’invasione.

Dodici anni prima c’era stato l’“aiuto fraterno” dell’Unione Sovietica di Chrušcëv all’Ungheria: e la rivolta di Budapest dell’autunno del 1956 – chi era ragazzo allora la chiamò a lungo, romanticamente, “rivoluzione” – aveva segnato profondamente l’Europa e il mondo del dopoguerra, aveva fatto cadere molte illusioni che a proposito della possibilità della fine della Guerra Fredda si erano aperte pochi mesi prima, nel febbraio, con il XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e l’avvio del processo di destalinizzazione. I fatti del 1956 avevano segnato profondamente l’esperienza di tutte le sinistre occidentali: a partire dagli intellettuali v’erano state dimissioni clamorose nei partiti Comunisti di tutta Europa, mentre i partiti progressisti e socialdemocratici, tradizionalmente legati da rapporti d’alleanza o comunque di simpatia a quelli comunisti, intrapresero un differente e irreversibile cammino.

Ma il decennio successivo era destinato a modificare ancor più profondamente il quadro politico internazionale e a mettere in crisi rapporti di forza considerati fino ad allora stabili, mentre nuove realtà premevano all’orizzonte. In tutto il mondo si stava accentuando il processo di decolonizzazione, che faceva emergere situazioni fino ad allora impensabili e dava luogo a un vasto movimento di paesi “non-allineati” i quali cercavano di uscire dalla logica bipolare affermatasi dopo il 1945; nel sudest asiatico da “crisi indocinese” dava luogo alla dinamica che avrebbe condotto alla guerra del Vietnam, autentica plaque tournante della stessa vita e della categorie morali del mondo statunitense; nel Vicino Oriente, la crisi di Suez e la guerre arabo-israeliane del 1956 e del 1967 avviavano un processo dinamico dal quale gli esperimenti “laici” del mondo arabo sarebbero usciti sconfitti; la rivoluzione popolare e il castrismo, a cui molti avevano guardato sulle prime con sufficienza come a uno dei tanti episodi di caudillismo centroamericano, finiva con l’incidere profondamente sull’equilibrio mondiale fino a conseguenze che nel 1962 condussero sull’orlo di un nuovo conflitto; mentre negli anni 60 i due grandi esperimenti comunisti mondiali – quello sovietico e quello cinese – entravano in conflitto, un utopistico e per molti versi patetico eppur possente e trascinante movimento pacifista soprattutto giovanile e studentesco (ricordate il Flowers Power?) preludeva a quel Sessantotto al quale ancor oggi tanti di noi guardano come a una sorta di mito sia pure mancato, a un orizzonte perduto.

Al di là di quella che continuava a essere la Cortina di Ferro, a lungo quasi nulla parve muoversi: eppure, dopo le rivolte polacca e berlinese del 1953 e il grande episodio ungherese di tre anni dopo, le istanze di rinnovamento e soprattutto la richiesta di libertà e d’indipendenza nazionale erano un fuoco potente che covava sotto le ceneri della paura e del conformismo. Nell’Europa del blocco socialista la Cecoslovacchia era, dopo la Germania Democratica, il paese economicamente e industrialmente all’avanguardia e quello dove il ceto intellettuale aveva maggior peso politico. Fu il grande Adenauer, europeista convinto, a replicare una volta a chi gli prospettava un’unione europea esclusivamente occidentale, affermando che «non è possibile pensare a un’Europa senza Praga». E proprio da lì giunse più forte una volontà “riformista” che non è azzardato definire, oggi, rivoluzionaria. Un comunista slovacco nato nel 1921, Alexsander Dubcek s’impose fino dal 1966 all’interno del partito comunista cecoslovacco criticando l’indirizzo ancora sostanzialmente stalinista del segretario Novotny e chiedendo ampi margini d’indipendenza dall’Urss, decentramento economico, misure antidirigistiche e antiautoritarie nella vita civile. Fu questo il “nuovo corso” inaugurato nel gennaio del 1968, allorché Dubcek fu eletto primo segretario del suo partito: la sua politica ottenne un consenso entusiastico nel suo Paese e la sua popolarità divenne inarrestabile in tutto il mondo.

Proprio per questo restammo tutti senza fiato quando, nell’agosto dello stesso anno, le truppe sovietiche e quelle del Patto di Varsavia (Repubblica tedesco-democratica, Bulgaria, Polonia, Ungheria) entrarono in Cecoslovacchia e a Praga. Avevano i cannoni ad “alzo zero”, anche se non spararono. Dubcek, che aveva ricevuto una durissima “scomunica” diretta da parte dello stesso Breznev (vedi qui di seguito l’estratto da un colloquio telefonico intercorso tra i due sette giorni prima dell’invasione sovietica, ndr), comprese che non c’era altro da fare se non piegarsi. Rimase segretario del partito fino all’aprile dell’anno successivo, quando fu sostituito da G. Husak. Dopo aver ricevuto alcuni incarichi secondari Dubcek, oggetto di critiche molto severe per quel che aveva fatto come capo di governo, fu espulso dal partito.

Sembrò che, dopo la luminosa schiarita durata pochi mesi, le nubi del cielo sopra Praga si chiudessero per sempre. Ma quel che in Ungheria era stato stroncato con al forza nel 1956, quel che nel 1968 si era evitato in Cecoslovacchia con un misto pesante eppure abilissimo di burocratismo, conformismo e sistema poliziesco, si sarebbe ripresentato con energia e maturità ancor maggiori nella Polonia di Solidarnosc e poi nella stessa Unione Sovietica scossa dalla mancata soluzione del problema afghano.
Bisognerà riscriverla, prima o poi, la storia dell’Unione Europea. E bisognerà cominciar a studiarla nelle scuole come nei paesi civili si studia la storia patria. Quel giorno, Dubcek, oggi quasi dimenticato, riceverà dai cittadini europei il riconoscimento che gli spetta.

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L’inedito. La telefonata di Brežnev a Dubcek: «Se non interverrete voi, lo faremo noi»

Durò un’ora e venti minuti la conversazione telefonica del 13 agosto 1968 fra il primo segretario del partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek, e il primo segretario del Pcus Leonìd Il’ìc Brèžnev. Cominciò alle 17.35 e terminò alle 18.55. Una lunga telefonata, dove Brèžnev intimò a Dubcek di prendere misure immediate per invertire le riforme della Primavera di Praga. La registrazione venne eseguita su nastro dai funzionari del Kgb. In questa conversazione, Brežnev adotta un tono molto più aggressivo e bellicoso rispetto a una chiamata di quattro giorni prima. Accusa ripetutamente Dubcek di «totale inganno » e di «sabotaggio degli accordi raggiunti a Cierna e Bratislava». E lancia anche avvertimenti obliqui dove fa capire a Dubcek che i sovietici sono pronti a intraprendere azioni che tutelino «la causa del socialismo in Cecoslovacchia». Qui pubblichiamo un estratto di quella conversazione.

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Brežnev: «Alexander Stepanovic, oggi ho sentito il bisogno di parlarti. Ti ho chiamato al mattino presto e poi più tardi in giornata, ma tu sei stato via tutto il tempo, a Karlovy Vary, e poi mi hai richiamato: ma a quel punto io avevo dovuto riunirmi con i compagni. Ora che sono tornato, mi hanno detto che tu hai in corso un incontro del Presidium, così spero di non disturbarti troppo con questa conversazione ».

Dubcek: «No, per nulla, i compagni mi hanno già detto che volevi parlarmi. Io sono appena rientrato da Karlovy Vary: ho avuto un incontro con il compagno Ulbricht».

Brežnev: «Com’è andato l’incontro?».

Dubcek: «Bene, penso. Il compagno Ulbricht e i compagni che l’accompagnavano sono rientrati oggi nella Ddr, ho appena finito di congedarli».

Brežnev: «Abbiamo poco tempo, così lasciami andare direttamente al punto. Mi rivolgo di nuovo a te con ansia sul fatto che i mass media nel tuo Paese non solo hanno raffigurato scorrettamente i nostri incontri di Cierna nad Tisou e Bratislava, ma stanno anche aumentando i loro attacchi contro le forze sane e continuando ad alimentare idee anti-sovietiche e anti-socialiste. Quello a cui faccio riferimento qui non sono alcuni episodi isolati, ma è una campagna organizzata; e, a giudicare dal contenuto di questi materiali, questi organi di stampa sono arrivati a dare spazio alle forze destrorse e anti-socialiste. Noi al Politburo ci siamo scambiati i nostri punti di vista su queste questioni e abbiamo concluso unanimemente che ci sono tutte le basi per considerare la situazione che si è dispiegata come una violazione degli accordi raggiunti a Cierna nad Tisou. Ho ben presente l’accordo che tu e io abbiamo raggiunto durante le nostre discussioni faccia a faccia, così come l’accordo che abbiamo stipulato durante gli incontri a quattro e l’accordo che è emerso tra il Politburo del nostro partito e il Presidium del comitato centrale del tuo partito».

Dubcek: «Ti ho già detto quale tipo di misure stiamo prendendo per mettere fine alle manifestazioni antisovietiche e anti-socialiste nei mass media. Ti ho già detto quale tipo di misure stiamo preparando, e in quale ordine le porteremo avanti. Ma ti ho già detto anche allora che è impossibile fare tutto questo in un giorno solo. Abbiamo bisogno di tempo, per portarle avanti. Non siamo in grado di riportare l’ordine nelle azioni dei mass media in soli due o tre giorni».

Brežnev: «Questo è vero, Saša, e noi vi abbiamo avvistato all’epoca che le forze reazionarie non avrebbero facilmente abbandonato le loro posizioni e che sarebbe stato ovviamente impossibile fare tutto in soli due o tre giorni. Ma è già passato molto più tempo di due o tre giorni, e il successo del vostro lavoro in questo caso dipende dalla vostra volontà di prendere misure decisive per riportare l’ordine nei mass media. Naturalmente se la ledarship del Partito comunista cecoslovacco e il governo dell’Unione Sovietica continueranno in futuro a seguire una politica di non interferenza in questo campo, questo processo continuerà senza sosta. È semplicemente impossibile fermarli attraverso una politica di non interferenza. Voi doveteprednere misure concrete. Questo è esattamente il punto sul quale abbiamo raggiunto un concreto accordo in relazione al ruolo di Pelikán, e abbiamo detto che era essenziale rimuovere Pelikán. Questo avrebbe dovuto essere il primo passo necessario per riportare l’ordine nei mass media».

Dubcek: «Leonid Il’ìc, noi abbiamo studiato i problemi e continuiamo a studiarli. Ho detto al compagno Cerník quale tipo di misure avremmo preso, e ho dato al compagno Lenárt l’incarico di sviluppare le misure necessarie. A quanto mi risulta, nessun attacco è apparso recentemente contro il Pcus o contro l’Unione Sovietica o contro l’ordine socialista».

Brežnev: «Come puoi dire una cosa del genere, quanto letteralmente tutti i giornali – “Literární listy”, “Mladá fronta”, “Reporter”, “Prace” – ogni giorno stanno pubblicando articoli anti-sovietici e anti- partito?».

Dubcek: «Questo accadeva prima di Bratislava. Da Bratislava in poi non è più successo ».

Brežnev: Che cosa intendi con “solo prima di Bratislava”? L’8 agosto “Literární listy” ha pubblicato un articolo intitolato “Da Varsavia a Bratislava”, che è stato un attacco in piena regola contro il Pcus e l’Unione Sovietica e contro tutti i Paesi socialisti fratelli. L’8 agosto, non c’è bisogno di dirlo, è stato dopo Bratislava».

Dubcek: «È stato un caso isolato. Non ne conosco altri. Tutto il resto è apparso prima di Bratislava. Noi ci siamo opposti a questo articolo e stiamo ora prendendo le misure appropriate».

Brežnev: «Non posso essere d’accordo, Saša. Nel corso degli ultimi due o tre giorni, i giornali che ho citato hanno tenacemente continuato a riempirsi di deliri diffamatori sull’Unione Sovietica e gli altri Paesi fratelli. I miei compagni al Politburo insistono sul prendere urgenti misure con te su questo problema e sull’inviare una nota diplomatica a questo proposito, e io non sono in grado di trattenere i compagni dallo spedire una simile nota. Ma ho solo voluto accertarmi che, prima che questa nota fosse spedita, io avessi una possibilità di parlarti personalmente ».

Dubcek: «Abbiamo avuto una riunione con i membri della stampa. La sessione ha condannato i giornalisti e le testate di cui parli per le loro azioni scorrette; e in quella sede è stata raggiunta una deliberazioni per porre fine a tutte le espressioni polemiche».

Brežnev: «Non è questo il punto, Saša, che tu abbia o non abbia fatto una riunione con i membri della stampa. Quello che avevamo concordato non era soltanto di indire qualche riunione. Noi avevamo concordato che tutti i mass media – stampa, radio e televisione – sarebbero stati portati sotto il controllo del comitato centrale de Partito comunista cecoslovacco e del governo, e che tu avresti bloccato le pubblicazioni anti-sovietiche e anti-socialiste dopo Bratislava. Da parte nostra, noi in Unione Sovietica stiamo rispettando completamente questo accordo e non stiamo facendo alcun tipo di polemica. Per quanto riguarda gli organi di stampa cecoslovacchi, stanno continuando i loro implacabili attacchi contro il Pcus e l’Unione Sovietica e sono perfino arrivati al punto di attaccare i leader del nostro partito. Ci hanno già etichettati come “stalinisti” e altre cose del genere. E che cosa – lo devo chiedere – hai da dire su questo?».

Dubcek: [silenzio]

Brežnev: «Credo di essere corretto, se ti dico che finora non abbiamo sperimentato alcuna azione, da parte del Presidium del comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco, che rispettasse gli impegni presi su questa materia. Io devo dirti apertamente, Saša, che puntando i piedi nell’adempimento di queste obblighi, ci stai completamente ingannando e stai platealmente sabotando le decisioni che abbiamo preso congiuntamente. Questo atteggiamento riguardo gli obblighi che hai sottoscritto sta creando una situazione nuova, che porta a riconsiderare la tua posizione. Per la stessa ragione stiamo valutando nuove, indipendenti decisioni che dovranno difendere sia il Partito comunista cecoslovacco, sia la causa del socialismo in Cecoslovacchia».

Dubcek: «Voglio soltanto dirti, compagno Brežnev, che noi stiamo lavorando in questa direzione. Se tu potessi essere qui, vedresti quali grandi sforzi stiamo facendo in questa direzione. Ma è una questione difficile e non siamo in grado di risolverla in soli due o tre giorni, come ti ho già detto. Abbiamo bisogno di tempo».

Brežnev: «Alexander Stepanovic, io sono anche obbligato a dire che non siamo in grado di attendere molto di più e che non dovresti obbligarci ad aprire nuovi conflitti con i tuoi mass media e a rispondere a tutti gli articoli e le attività che sono state permesse ora in Cecoslovacchia contro il nostro Paese, contro il nostro partito, e contro tutti i partiti socialisti».

Inizio anno scolastico 2018-2019

Ecco le date regione per regione:

Bolzano: 5 settembre

Friuli Venezia Giulia: 10 settembre

Abruzzo: 10 settembre

Basilicata: 10 settembre

Piemonte: 10 settembre

Campania: 12 settembre

Lombardia: 12 settembre

Sicilia: 12 settembre

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Valle d’Aosta: 12 settembre

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Calabria: 17 settembre

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Calendario scolastico 2018/19, data inizio e termine lezioni per ogni regione

Banale. La realtà non è mai qualcosa di scontato

Nunzio Galantino

La banalità è una caratteristica del linguaggio, non della vita quotidiana. Dal francese ban – è il proclama emanato del signore feudale – si passa a banal con riferimento a qualcosa che si estende a tutto il villaggio, divenendo proprietà comune. Nell’antichità feudale, infatti, un luogo, un edificio, uno strumento era ritenuto “banale” se il suo uso era permesso alla comunità. Così, definire banale un acquedotto, un mulino o una strada voleva dire affermarne la pubblica fruibilità. Si spiega così la corrispondenza che si è stabilita tra banale e (di uso) comune. Solo più tardi si è ritenuto banale tutto ciò che manca di originalità e, quindi, col significato di ovvio, prevedibile e, per certi versi, inutile. Insomma, dal significato oggettivo e neutro che definiva banale tutto ciò che era comune, si è passato, con il tempo, ad attribuire al termine banale un senso dispregiativo per indicare, come si diceva, una realtà priva di eccezionalità e già abbondantemente nota.

In questo senso, un discorso senza alcuna novità è banale, un romanzo che non evoca suggestioni nuove è banale, un’opera d’arte che non suscita emozioni forti è banale. Forse vale la pena non dimenticare l’origine etimologica della parola “banale” evocata in apertura. Soprattutto perché la banalità non manca nelle nostre giornate, nei nostri discorsi e nella nostra vita. Il più delle volte essa è fatta di sentimenti, esperienze e incontri che non provocano emozioni forti e, anzi, possono rendere particolarmente faticosa la vita. Eppure, non necessariamente sentimenti diffusi ed esperienze comuni sono privi di significato. Come, non sono mai banali – solo perché sempre attesi e prevedibili – certi tramonti, certi panorami, certi profumi, certe relazioni.

«La banalità è una caratteristica del linguaggio, non della realtà – avverte M. Parrini. – Chi tace non è mai banale, chi parla lo è quasi sempre». C’è un solo modo per sfuggire alla banalità e trasformare in speciale, unico e pieno di fascino ciò che è comune, ripetitivo, banale e talvolta sofferto. È un miracolo a portata di cuore e di volontà; ma soprattutto è il frutto più maturo della lealtà con la quale abitiamo le parole che pronunziamo e gli sguardi che rivolgiamo a persone e cose che incrociamo ogni giorno. Siamo sicuri che si vive bene solo quando la vita è fatta di esperienze estreme, di incontri imprevedibili, di vacanze sbalorditive, di spettacoli mozzafiato? Oppure, una vita degna di questo nome può essere fatta anche di una prevedibilità che non è frutto della mancanza di iniziativa ed è fatta di accoglienza per tutto ciò che, pur ripetendosi, domanda passione sempre nuova e partecipazione piena? Di ciò che è “banale” – nel senso di “comune” – sono fatte le nostre giornate e i nostri incontri quotidiani. È una banalità che dà la sicurezza di appartenere a una comunità, quella umana, capace di restituire la quiete e la fiducia necessarie per esplorare strade inedite perché «l’apparizione della banalità è spesso utile nella vita, perché serve a rallentare delle corde troppo tese e fa ritornare in sé chi si era abbandonato a sentimenti troppo fiduciosi» (I. Turgenev).

in “Il sole 24 Ore” del 19 agosto 2018