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Droghe. Come è cambiato il mondo degli stupefacenti

Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele

Secondo i dati più recenti l’Italia è al secondo posto nell’uso di sostanse stupefacenti leggere, che di leggero non hanno più nulla se non la percezione del rischio. Quattro milioni di persone, tra i 15 e i 64 anni, hanno consumato negli ultimi dodici mesi almeno un tipo di droga tra cannabis, cocaina, eroina, droghe sintetiche, nuove sostanze psicoattive. (…) Ne abbiamo parlato con don Luigi Ciotti presidente e fondatore del Gruppo Abele.

Come sono cambiate le droghe negli anni? Quali sono le principali differenze tra le droghe di oggi e le droghe degli ultimi anni?

Come ogni prodotto di consumo, anche le “droghe” sono cambiate e continuano a cambiare. Nello specifico, il cambiamento è determinato soprattutto da tre fattori: a) La concorrenza all’interno del narcotraffico, che pur nel moltiplicarsi delle economie illegali e delle occasioni di arricchimento resta una delle principali fonti di profitto delle mafie, la base dei loro imperi criminali. Concorrenza che porta all’immissione nel mercato nuovi tipi di sostanze in grado di “conquistare” nuove fasce di consumatori. b) I mutamenti sociali, in particolare in ambito giovanile, che determinano nuovi orientamenti, propensioni, stili di vita e di consumo, di cui l’uso di droghe diventa parte integrante. Cruciale, in questo senso, è stato il passaggio negli anni 90 dalle droghe da “estraneazione” – di cui era emblema l’uso di eroina endovena – alle droghe da “prestazione”, socializzanti e performanti, come l’ecstasy, le anfetamine, la cocaina. Cruciale perché ha contribuito a demolire nell’immaginario giovanile la figura romantica dell’eroe-negativo che con la tossicodipendenza esprimeva una protesta al “sistema”, trasformato dalla cultura della prestazione in figura “perdente” e priva di fascino. c) La crisi economica, che ha profondamente impoverito l’Italia e reso lo “spaccio al minuto” un espediente per fare qualche soldo. Quanto allo scenario attuale, è molto articolato: la stragrande maggioranza dei consumatori predilige una triade di sostanze: due legali, alcol e tabacco, e una illegale, la cannabis. La “fidelizzazione” alla cannabis (chi la consuma non vi associa l’assunzione di altre sostanze illegali) è stimata intorno all’80 per cento. Quanto alla minoranza, pur significativa che si avventura nell’uso/abuso di droghe illegali (da una parte cocaina e crack, dall’altra oppioidi sintetici – ottenuti prevalentemente via Internet – insieme a un ritorno dell’eroina fumata) sono persone che hanno spesso alle spalle prolungate “sperimentazioni”. Ketamina, efedrone, psicofarmaci rappresentano varianti in grado di determinare di volta in volta effetti “personalizzati”, sicché si può dire che, a differenza del passato, oggi il “mercato” offre la possibilità al consumatore di confezionarsi il proprio prodotto, in base a esigenze e effetti desiderati.

Quali sono le più preoccupanti emergenze legate al consumo di stupefacenti nei nostri giorni?

L’overdose rimane l’emergenza principale: non solo quelle tradizionali causate da eroina e da alcol – aumentate statisticamente in questi ultimi anni dopo una progressiva diminuzione – ma quelle associate a infarti e ictus per abuso di cocaina e di crack o a ”colpi di calore” (ipertermia letale) per eccesso di anfetamine e metanfetamine. Si manifestano inoltre stati deliranti prodotti dall’abuso di droghe sintetiche, e se da un verso è diminuita la diffusione di malattie attraverso l’uso di siringhe infette, dall’altro resta alto il rischio del contagio per via sessuale a causa di comportamenti irresponsabili.

Quale tipo di consumo di droghe c’è da parte dei giovani? Per quale motivo e a che età si avvicinano alle droghe? Vi sono differenze rispetto al passato?

Le sostanze psicoattive di sintesi, raggruppate nel termine generico di “nuove droghe” e reperite sui mercati “criptati” di Internet si stanno diffondendo sempre più tra le nuove generazioni. Parliamo di metanfetamine a volte non ancora classificate come illegali, di oppiodi prodotti in laboratorio, di efedrone… Molti ragazzi oggi tendono a sperimentare e provare di tutto, spesso senza sapere nulla della sostanza assunta. Incoscienza, impulsività, senso d’onnipotenza e di invulnerabilità propri dell’età adolescenziale sono i fattori che in genere vengono associati all’abuso. I motivi che portano all’iniziazione del consumo sono spesso banali: accondiscendenza al gruppo, riflesso conformistico all’interno di un atteggiamento anticonformistico, timore di essere da meno e dunque esclusi. Tutto riporta alla pressione del gruppo dei “pari” e al desiderio di appartenenza identitaria tradotto in emulazione di comportamenti trasgressivi. Bisogna tuttavia distinguere il fenomeno del consumo da quello della dipendenza. La maggior parte dei giovani consumatori impara a conoscere il proprio limite e a ricondurre l’assunzione di sostanze a un principio di autoregolazione, trovando una misura nell’intensità e nella frequenza. Quando si riduce il bisogno di appartenenza – con i relativi “riti di passaggio” – il più delle volte il consumo diminuisce o scompare, soppiantato da interessi di altro genere e dalla ricerca di nuovi e più maturi rapporti. Se l’età tipica dell’iniziazione rimane il biennio della scuola superiore (con una “precocizzazione” oggi, in alcuni contesti, agli anni della scuola media), la desistenza dall’abitudine avviene mediamente tra i 22-24 anni, tranne per chi si avventura in percorsi rischiosi che sfociano nella dipendenza. Al primo consumo si giunge per motivazioni banali, veicolate, come detto, dal bisogno di socializzazione, di appartenenza e d’identità. La persistenza nel consumo, l’abuso e la possibile dipendenza riguardano invece ragazzi colpiti da forme di disagio personale o relazionale, spesso cresciuti in ambienti familiari e sociali attraversati da privazioni che lasciano il segno.

Perchè i Servizi e le Comunità di recupero si sentono abbandonati?

Sono ormai 8 anni che non viene convocata una Conferenza nazionale sulla droga (per legge dovrebbe essere triennale). Il Dipartimento nazionale antidroga è da tempo una scatola vuota, privata di personale, di consulenza scientifica, di finanziamenti. Il disinteresse della politica per le dipendenze scaturisce a mio avviso da due fattori. Da un lato il congelamento della questione droga, in quanto troppo “spigolosa” per esecutivi di unità nazionale (anche nell’attuale “contratto” di governo non è presa in considerazione); dall’altro i tagli alla spesa sanitaria e la conseguente, pesante penalizzazione del settore servizi: i Servizi di recupero hanno visto diminuire i loro organici (i pensionamenti sono stati rimpiazzati solo in minima parte) e alcune comunità hanno dovuto chiudere perché si sono drasticamente ridotti i budget regionali a loro disposizione. Non solo: la diminuzione delle overdose, dal culmine degli anni 90 fino all’inizio della seconda decade del 2000 e l’epidemia di Aids tenuta più sotto controllo grazie alle terapie antiretrovirali, hanno prodotto l’idea che quei problemi fossero in buona parte risolti. Si trattava di un’illusione, figlia anche di un criterio di osservazione che ha privilegiato le dipendenze sui consumi, sopravvalutando la diminuzione delle prime (e al tempo stesso trascurando la crescita delle dipendenze comportamentali: gioco d’azzardo, internet ecc) e sottovalutando l’aumento dei secondi e i rischi che sempre si collegano al semplice consumo.

Come giudichi l’attività di prevenzione all’uso di droghe condotta in Italia? È sufficiente? Ci sono abbastanza risorse ed energie per questa attività?

La prevenzione è la “Cenerentola” delle attività sanitarie. È stata la principale vittima dei tagli di finanziamenti e risorse alla Sanità. Alcuni servizi di prevenzione sono scomparsi, altri languono. Mediamente si è arrivati a un taglio di circa il 50 per cento! Le campagne “universali”, massmediatiche, dirette a tutta la popolazione non sono state più prodotte. Forse è il danno minore, considerato il loro scarso impatto. Più grave è il taglio di alcuni servizi che andavano incontro al disagio e all’emarginazione, cercando di rendere le condizioni della dipendenza meno nocive. È il caso delle “unità di strada” per le persone tossicodipendenti da eroina; dei drop-in che hanno consentito un rifugio diurno; di alcuni dormitori per le persone dipendenti che vivono in strada. È stata soprattutto la drastica riduzione di risorse ai Comuni – ancora competenti sotto il profilo legislativo per le attività di prevenzione e reinserimento – ad avere indebolito la rete dei servizi socio-sanitari. Quasi totalmente assenti sono le attività di prevenzione dell’analisi delle sostanze assunte nei luoghi di consumo. Molti giovani comprano senza sapere che cosa effettivamente contengono le sostanze acquistate. Se si sentono male e vengono portati al Pronto Soccorso, il tempo richiesto per trovare l’antidoto tramite analisi di laboratorio può rivelarsi fatale. Con le analisi sul campo si viene invece subito a conoscenza del “prodotto” assunto, e un sistema di allarme rapido a tutte le strutture sanitarie connesse in rete consente un’acquisizione tempestiva dell’antiveleno. Servizi di questo genere esistono a Torino e in pochissimi altri luoghi d’Italia, mentre nel resto d’Europa stanno diventando la norma. C’è poi una prevenzione altrettanto fondamentale che è quella educativa. L’impegno contro la droga comincia nelle scuole e nelle famiglie, in quanto potenziali, formidabili veicoli di passione, di partecipazione, di formazione individuale e sociale. Ma scuola e persone non possono essere lasciate sole in questo compito tanto più impervio in un’epoca il cui il “dettato” del consumo schiaccia i giovani in un presente fine a se stesso, mentre sottrae loro le opportunità di costruire un futuro. Ecco allora la necessità di una “città educativa”, di contesti urbani e sociali dove un adolescente possa trovare risposta alle sue passioni e ascolto alle sue inquietudini, riempiendo di vita e di progetti quei vuoti che sono spesso la premessa all’uso e all’abuso di droga.

Come è cambiato il mondo dell’assistenza alle persone tossicodipendenti?

Meno personale, meno risorse, invecchiamento degli operatori, mancato turn-over con quelli più giovani. Ciò impedisce ai Ser.d di rinnovarsi e di mantenere livelli prestazionali adeguati. In particolare sta avvenendo un’eccessiva “sanitarizzazione” dei Ser.d, in cui il personale medico-infermieristico è preponderante rispetto a quello psico-educativo e sociale. È noto come la tossicodipendenza sia una “malattia” con caratteristiche tutte particolari. Il reinserimento sociale, l’attività di accompagnamento psico-educativo durante la fase di cura sono strumenti importanti quanto il farmaco e la terapia delle malattie “droga-correlate”. Se il pilastro dell’approccio psico-sociale viene meno, anche l’efficacia degli interventi sanitari rimane dimezzata. L’adesione alla cura è la prima a risentirne. Per quanto riguarda le comunità di recupero, oggi si trovano a sostenere problematiche complicate. Le persone tossicodipendenti da eroina sono invecchiate, senza più relazioni familiari, né con la famiglia di origine né con quella eventualmente acquisita; spesso si sovrappongono problematiche di tipo fisico (disabilità) e psichico (doppie diagnosi) ai limiti dell’invalidità, che rendono di fatto impossibile qualsiasi tentativo di reinserimento lavorativo se non in situazioni protette (cooperative di tipo B). Per persone spesso senza casa o fissa dimora, l’intervento finisce così per assumere connotazioni marcatamente assistenziali.

Un Nobel a tre piccoli-grandi eroi della solidarietà

Gerolamo Fazzini

Si tratta di padre Carraro, attivo in Brasile, della laica consacrata Carla Magnaghi, in Sud Sudan e di suor Evelina Mattei in Congo

Solo un pazzo, oppure un uomo di grande fede, può immaginare che sia possibile «evangelizzare l’inferno». Ma è esattamente ciò che dal 2005, a San Paolo del Brasile, sta facendo padre Gianpietro Carraro. Questo missionario di 58 anni – nato a Sandon di Fossò ( Venezia) e ordinato prete a Chioggia nel 1987 – ha scelto di vivere insieme al popolo della strada: senza fissa dimora, drogati, alcolizzati, gli “scarti” della società in cui papa Francesco ci invita a vedere la carne di Cristo.

Don Gianpietro riceve oggi a Concesio (Brescia) il Premio Cuore amico, il cosiddetto Nobel dei missionari, che ogni anno viene attribuito a persone che si siano particolarmente distinte nel campo della carità, nel mondo. Insieme a lui verranno premiate Evelina Mattei, suora Maestra di Santa Dorotea di 70 anni, impegnata nella Repubblica Democratica del Congo, e Carla Magnaghi di 76 anni, laica consacrata dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, attiva in Sud Sudan. In Brasile da 24 anni, nel 2005 padre Gianpietro ha iniziato un’esperienza nuova, chiamata Missão Belém (Missione Betlemme) che nel 2010 ha ricevuto l’approvazione diocesana del cardinale Odilo Scherer. «Una chiamata nella chiamata», la definisce lui, dopo l’esperienza nella Comunità di Villaregia e, successivamente, nell’Alleanza della Misericordia, un’associazione missionaria di San Paolo che si occupa dei poveri. Oggi la Missione Belem conta una sessantina di consacrati e consacrate con voti, centinaia di membri volontari, oltre a migliaia di amici e collaboratori presenti in Brasile e Haiti: nelle sue case sono accolte oltre 1.500 persone. Molti di coloro che vengono ospitati e recuperati dalla strada provengono dalla “crackolandia”: una terra di nessuno, nel cuore di una delle città più popolose e cosmopolite del Brasile, dove a tutte le ore si spaccia e si consuma la droga dei poveri.

Un vero e proprio inferno – chi scrive lo può testimoniare, essendoci stato – dove il missionario porta non solo una parola di consolazione e speranza, ma anche l’annuncio esplicito di Cristo come possibilità per una vita nuova. Tra quelli che hanno accolto la buona notizia di un Dio che ama anche i più derelitti ci sono persone che oggi, completamente riabilitate, guidano comunità e case di accoglienza; altri sono diventati persino sacerdoti. A condividere fin dalle origini l’impegno a fianco di meninos de rua, tossicodipendenti, anziani abbandonati e prostitute, c’è Calcida, una consacrata brasiliana, molto più del classico braccio destro del missionario: egli stesso la definisce cofondatrice di Missione Belem.Con il contributo del Premio Cuore Amico, verrà realizzato un nuovo centro di accoglienza, per la cui costruzione saranno impegnati molti volontari della Missione Belém.

I soldi del premio serviranno, invece, a Carla Magnaghi per potenziare le attività del Centro “Usratuna” (Nostra Famiglia in arabo) a Juba. Originaria del Varesotto, è entrata a 18 anni nell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, fondato dal beato don Luigi Monza. Da insegnante si è appassionata all’attività riabilitativa per bambini con disabilità e si è specializzata in psicomotricità e logopedia, lavorando per molti anni fra Como e Varese. Diventata esperta nel linguaggio dei segni, segue anche i bambini con sordità. Nel 1991 prende dimora in Sudan mentre infuriano i bombardamenti e il conflitto tra Spla (movimento di liberazione del Sud) e l’esercito. A Juba il suo Istituto aveva aperto il Centro Usratuna su richiesta del comboniano Agostino Baroni, arcivescovo di Khartoum, perché fosse un segno di carità in un contesto islamico. All’epoca Juba era un villaggio immerso in un contesto di estrema povertà. Dopo soli cinque mesi dal suo arrivo viene preso d’assalto dai ribelli e il Centro Usratuna è invaso da più di tremila civili che vi si rifugiano per sfuggire alla violenza: vi resteranno ben sei mesi. Anche oggi in Sud Sudan infuria la guerra, tra Dinka e Nuer, con due milioni di rifugiati e una gravissima crisi economica. Carla che, negli anni, ne ha viste davvero di tutti i colori («per un periodo, nel 1991-92, Osama Bin Laden ha abitato vicino a noi, ma allora nessuno sapeva chi fosse!») ha sempre mantenuto, come le sue consorelle, un rapporto di amicizia, ricambiato, con i musulmani, senza mai dar adito ad accuse di proselitismo.

Pure suor Evelina Mattei è una che di fegato ne ha da vendere. Più della metà dei suoi 70 anni li ha passati in Africa. Era partita dal paese di PaoloVI nel 1975, fresca di diploma di infermiera e ostetrica. In Burundi, lavora in due dispensari, dove accoglie bambini e assiste le mamme, offrendo loro nozioni di igiene e alimentazione. La guerra però costringe la comunità delle suore a rifugiarsi nell’ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Apre una nuova comunità, insieme ad alcune consorelle, a Kaniola. E lì si prende a cuore soprattutto la sorte delle donne: costruito un centro di maternità, suor Evelina spende lì le sue migliori energie. Nel 2009 viene mandata a Bukavu, nel periodo della guerra più cruenta. Suor Evelina vede la morte in faccia, con i soldati armati di machete e si prodiga nel campo profughi allestito in città. Oggi è a Burhiba dove, nel carcere sovraffollato e privo di medicine, porta la sua competenza medica e il suo sorriso agli ammalati. Grazie alla somma ricevuta con il Premio Cuore Amico la missionaria vuole infatti migliorare la difficile situazione sanitaria dei detenuti nella prigione centrale della città.

In AVVENIRE sabato 20 ottobre 2018

 

 

Alternanza Scuola-Lavoro. Con il patrimonio culturale e paesaggistico

Lo scorso fine settimana 255 mila persone hanno visitato le bellezze del patrimonio culturalepaesaggistico e ambientale italiano in occasione delle Giornate FAI d’Autunno. Come di consueto, i volontari e le volontarie del FAI Fondo Ambiente Italiano, in primavera e in autunno, offrono la possibilità di scoprire oltre 700 luoghi del Bel Paese poco conosciuti o inaccessibili durante il resto dell’anno. Un patrimonio diffuso da Sud a Nord, fatto di palazzi, castelli, aree archeologiche, musei, siti termali.

Ve ne parliamo perché attraverso questa e altre iniziative, dal 1996 il FAI ha attivato il progetto “Apprendisti Ciceroni”, con lo scopo di avvicinare ragazzi e ragazze delle scuole al patrimonio di arte e natura italiano. In poco più di 20 anni ben 40.000 studenti i delle scuole medie e superiori hanno partecipato a questa esperienza formativa. In effetti, per la scuola secondaria di II grado, la partecipazione ad “Apprendisti Ciceroni” non solo fa acquisire crediti scolastici, ma può anche essere riconosciuta come attività di Alternanza Scuola Lavoro. Diventa così un’esperienza professionalizzante in un settore, quello culturale, che rappresenta uno dei più importanti lavori del futuro.

Il patrimonio culturale italiano è il nostro petrolio, uno dei principali fattori produttivi che rafforzano la qualità e la competitività dell’economia nel nostro Paese. Questo settore contribuisce al 6% del PIL (89,9 miliardi di euro) con circa 1,5 milioni di occupati in aziende private, enti pubblici e organizzazioni non profit, Museigallerieparchibeni culturalifestivaliniziative letterarie e cinema sono le realtà tradizionalmente forti, ma vanno aggiunti quei nuovi lavori dell’industria creativa come designarchitetturacomunicazione e marketing territoriale. Qui tutti i dati del VII rapporto sul Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano.

Uno stock di circa 415 mila imprese che producono il 6,8% del PIL in cui spiccano due settori trainanti:

  • la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale (2,9 miliardi di euro di valore aggiunto)

  • le performing art (legate alla produzione di beni e servizi culturali non riproducibili (spettacoli dal vivo, arti visive) (7,2 miliardi di euro).

Orientare gli studenti verso il Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano è dunque molto importante, così come promuovere esperienze dirette di alternanza scuola lavoro nel patrimonio culturale. Il settore chiede professionalità sempre più qualificate e specialistiche (dal 2011 al 2016 il numero di laureati nel settore è aumentato dal 33% al 41%).

Migranti. Un nodo per la tenuta dell’Europa e la qualità della sua civiltà

Giannino Piana

L’Europa attraversa oggi una situazione di grave difficoltà. La Brexit, con l’uscita di un paese importante come l’Inghilterra, la crisi economico-finanziaria non ancora risolta, la presenza di spinte populiste che mettono sotto processo ogni forma di rappresentanza in nome dell’ideale della democrazia diretta e, infine, il fenomeno migratorio, che ha assunto (e continua ad assumere) proporzioni sempre più massicce sono altrettanti segnali di una condizione di profondo disagio. La minaccia del tracollo si fa sentire, alimentata dall’interesse convergente di paesi (peraltro non allineati tra loro) come gli Usa di Trump e la Russia di Putin ad indebolirne la presenza sullo scenario mondiale.

A questi motivi di primaria rilevanza si aggiunge poi l’avanzare di forze sovraniste ed euroscettiche – si pensi a paesi come l’Italia e come l’Austria – o di movimenti di destra – è sufficiente il rimando ai paesi dell’Est europeo, ma anche a Stati come la Francia e la Germania (pericolose sono, al riguardo, le recenti virate a destra della Csu) – che rischiano di sbilanciare la situazione, mettendo seriamente a repentaglio la stessa idea di comunità europea.

Le ragioni della crisi e la questione migratoria

Le ragioni di questa crisi non sono solo di ordine economico e politico, ma prima ancora (e più ancora) di carattere culturale ed etico. Il prevalere dell’ideologia individualista con l’affermarsi degli egoismi dei singoli e delle corporazioni o degli interessi dei membri della propria nazione rispetto a quelli di altre – lo slogan ripetuto «prima gli italiani» è un indice significativo del sopravvento di questa logica –, il benesserismo che trasforma il mercato, e dunque l’efficienza produttiva e consumista, in criterio di valutazione di ogni scelta personale e di gruppo, il mito della tecnica con la tendenza a identificare il progresso tecnologico con la crescita umana e, da ultimo (ma non in ordine di importanza), la temperie antiumanista, che sfocia in forme di ripiegamento nichilista, sono fattori destinati ad erodere le basi stesse della convivenza civile tra le nazioni europee.

I valori di libertà e di giustizia, di tolleranza e di uguaglianza, di solidarietà e di cooperazione, che hanno costituito, fin dall’inizio, il terreno fertile sul quale l’Europa è venuta sviluppandosi – non sono forse questi i motivi ispiratori dei Padri fondatori? – sembrano aver lasciato il posto a una totale assenza di tensione morale, con la rimessa in discussione di quella che è stata da sempre definita come civiltà europea.

La «cifra» emblematica di questa situazione è la questione migratoria, dove diversi paesi, e in particolare quelli dell’Est – Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca – (ma non solo) hanno reagito nei confronti della politica di ripartizione degli immigrati messa in atto da Bruxelles, adottando decisioni restrittive o chiudendo decisamente le frontiere. A rendersi in tal caso trasparente è stata, da un lato, la situazione di impotenza delle istituzioni europee, incapaci di far valere le proprie decisioni – si è misurato qui ancora una volta il limitato potere degli organismi federali – e, dall’altro, la scarsa (per non dire nulla) coscienza di un’appartenenza comune da parte di governi che, anziché collaborare alla elaborazione di progetti unitari e rispettare, una volta approvate, le decisioni assunte, preferiscono rivendicare, quando i loro interessi particolari non coincidono con tali decisioni, la sovranità nazionale, calpestando ogni regola e indebolendo nei fatti il cammino dell’Unione.

Alle origini dello stato di disgregazione

Il fenomeno migratorio risulta essere così la spia di uno stato di disgregazione diffuso, dovuto a una frammentazione ideologica, che ha le sue radici nella diversità delle motivazioni che hanno spinto i paesi appartenenti oggi all’Unione ad aggregarsi, e dunque nei diversi livelli di intensità della loro adesione. La composizione attuale prevede infatti, accanto a paesi che condividono, pur se in maniera meno radicale di quanto avveniva agli inizi a causa della complessità delle situazioni che si sono successivamente determinate, i grandi ideali del passato – quelli dei Padri fondatori – paesi, che si possono definire come «compagni di viaggio» interessati a godere dei benefici che la Comunità offre, e paesi – quelli appartenenti al gruppo di Visegrad – per i quali il rapporto con Washington è molto più importante di quello con Bruxelles.

La questione dell’immigrazione non può essere tuttavia semplicemente ricondotta alle motivazioni illustrate; va inquadrata, per essere correttamente accostata, nella cornice di un ampio contesto storico. Non si possono infatti anzitutto dimenticare le ferite, anche a distanza difficilmente rimarginabili, provocate dal passato coloniale di molti paesi europei. Come non si può dimenticare quanto è avvenuto nel secolo scorso in alcune nazioni dell’Europa – Germania e Italia in primis – con l’affermarsi di ideologie totalitarie come il nazismo e il fascismo, che oltre a trasformare il continente in un grande teatro di guerra, hanno teorizzato e dato vita a gravissime forme di razzismo – è sufficiente richiamare qui l’attenzione sul genocidio degli ebrei – culminate in una strategia estesa di efferata violenza e caratterizzate da interventi di inaudita crudeltà.

A questo si deve aggiungere (e non è cosa di poco conto) il fatto che molti paesi europei – e l’Italia è uno di questi – hanno vissuto in un passato non lontano – soprattutto a fine Ottocento e nella prima metà del Novecento – una esperienza migratoria di grandi proporzioni, con pesanti difficoltà di inserimento in nazioni lontane – le Americhe in particolare – sperimentando la durezza dell’impatto con popolazioni non sempre pronte all’accoglienza e l’asservimento a situazioni lavorative, che oltre al peso dell’accettazione dei mestieri più faticosi e più umili, erano spesso gravate dalla totale assenza di diritti.

Sembra che tutto quello, che fino a ieri è avvenuto per la diretta responsabilità dei paesi europei – dalle conquiste coloniali ai genocidi del «secolo breve» – e quello che alcuni degli stessi paesi europei hanno, a loro volta, subìto con le migrazioni di massa venga oggi dimenticato, e che una parte consistente della popolazione europea – si pensi al successo di Salvini nel nostro paese – sia disponibile a mettere in atto gli stessi meccanismi di rifiuto e di marginalizzazione nei confronti di chi bussa alle porte del nostro continente.

La ricerca di soluzioni alternative praticabili

Non si vogliono con questo negare le difficoltà che si incontrano nell’affrontare il problema migratorio. Ma è, in ogni caso, irrealistico, oltre che moralmente inaccettabile, pensare che tale problema possa venire risolto ricorrendo al semplice divieto degli sbarchi o all’espulsione di chi giunge sul territorio europeo in stato di clandestinità.

I flussi migratori sono destinati a continuare a lungo, sia per la presenza in più nazioni di scenari di guerra non superabili in tempi brevi – il caso della Siria è l’ultimo di essi – sia per la persistenza di situazioni di sottosviluppo in molte parti del Sud del mondo. La globalizzazione favorisce questo esodo, ridimensionando le distanze fisico-geografiche tra le nazioni e gli stessi continenti e facendo conoscere, grazie agli strumenti della comunicazione sociale oggi a disposizione, anche a chi vive in regioni sperdute, lo stato di benessere del mondo occidentale, che diviene inevitabilmente un miraggio da perseguire.

La possibilità di contrastare l’atteggiamento di rifiuto dei migranti, che ha assunto talora accenti decisamente razzisti, sta nella ricerca di soluzioni praticabili, che consentano di dare corso a una politica aperta all’accoglienza e alla solidarietà e insieme capace di far fronte ai problemi che inevitabilmente emergono, attraverso la creazione di strutture adeguate di ospitalità e la predisposizione di posti di lavoro che sottraggano i nuovi arrivati al pericolo del ricorso ad espedienti, non solo illegali ma in alcuni casi (pochi in verità rispetto alla percezione diffusa) di vera criminalità.

Ma tale politica non può essere demandata semplicemente ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo – Italia, Grecia, Spagna e Malta – come è, purtroppo, finora in larga misura avvenuto; deve diventare un impegno responsabile dell’intera Europa; impegno che richiede il consenso di tutti gli Stati per una equa distribuzione dei migranti in arrivo. Una ripartizione corretta tra i trentacinque Paesi dell’Unione, che tenga conto non solo del rispettivo quoziente di popolazione, ma anche della diversa situazione economico-sociale – la ripresa dalla crisi timidamente iniziata nel 2016 non è avvenuta in tutte le categorie sociali e in tutti i paesi europei allo stesso modo – consentirebbe di far fronte al problema senza eccessivi oneri economici e senza gravi disagi sociali.

Una questione culturale ed etica

L’importanza di una soluzione politica è dunque fuori discussione. Essa tuttavia non può diventare pienamente efficace se non si accompagna a un profondo rinnovamento delle coscienze; se i valori sui quali l’Europa si è fin dall’inizio radicata non diventano punti di riferimento essenziali nelle scelte, sia personali che collettive. La doppia eredità greco-romana ed ebraico-cristiana riveste ancor oggi un importante significato per il ricupero di una identità fondata sullo sviluppo di una cittadinanza democratica, nella quale a reggere le sorti comuni siano la giustizia e la legalità, e sull’apertura a una fratellanza tra gli uomini che conferisca all’idea di Europa una dimensione universalistica, una visione condivisa di umanità.

Questo umanismo, insieme laico e cristiano, è la base etico-culturale su cui va costruita la politica dell’accoglienza, la quale presuppone il superamento tanto della tentazione di fare proprio il paradigma «noi» e gli «altri» quanto di praticare la generalizzazione, attribuendo ad un popolo, ad un gruppo o ad un’etnia – emblematico è il caso dei Rom – comportamenti negativi presenti in alcuni dei loro membri e dimenticando che le responsabilità sono sempre e soltanto individuali. Ma presuppone anche, in positivo, la messa in atto di processi di integrazione e di interazione, che creino le condizioni per un pieno inserimento dei migranti nella realtà del territorio e favoriscano, nello stesso tempo, la possibilità di mantenere e di sviluppare la loro originaria identità culturale. A meno di un anno dalle elezioni europee il clima che prevale non sembra orientato in questa direzione. La crescita delle forze nazionaliste, populiste e di destra lascia intravedere il rischio di un ulteriore aggravamento della situazione.

È urgente, dunque, che tutte le forze autenticamente democratiche si impegnino a creare le condizioni per una radicale inversione di rotta, che consenta di affrontare con serietà e con coraggio la questione migratoria. E restituisca all’Europa la dignità derivante dalla propria tradizione culturale e dal patrimonio di valori che costituiscono la base della sua civiltà.

in “Rocca” n. 21 del 1 novembre 2018

La sfida educativa tra memoria e profezia

Bruno Forte

1. Perché l’educazione? Un amore ferito. L’urgenza di riflettere sulla sfida educativa appare chiara se solo si consideri quanto la trasmissione ai nostri ragazzi e giovani di ciò che per noi veramente conta nella vita risulti oggi più che mai ardua. È come se la distanza fra le generazioni si fosse improvvisamente accresciuta, sia per l’accelerazione dei cambiamenti in atto, sia per la novità dei linguaggi che il mondo del computer e della rete ci va imponendo. I “nativi digitali” – coloro cioè che sono nati nell’era di “internet” e che vi accedono con strabiliante naturalezza – fanno fatica a intendersi con gli abitanti del vecchio pianeta terra, solcato da confini e distanze, che risultavano spesso difficilmente valicabili. Quanto viene proposto dall’opera di genitori e educatori desiderosi di far bene, rischia di essere volatilizzato dal mondo della “rete” in cui i nostri ragazzi navigano alla grande, spesso senza adeguata cautela e discernimento. Mentre il “villaggio globale” dei giovani è sempre più omologato su modelli planetari, le identità tradizionali, radicate in storia, usi e costumi, appaiono relativizzarsi e perdere d’interesse ai loro occhi. Anche nell’azione pastorale ci sembra a volte di rispondere a domande che nessuno pone o di porre domande che non interessano più nessuno! La realtà di un mondo senza Dio, in cui non di rado ci pare di trovarci, è forse solo il frutto di questo “Dio senza mondo”, che tale risulta a molti cui vorremmo proporlo, che parlano ormai linguaggi totalmente diversi dai nostri. L’amore per i nostri ragazzi, che ci motiva a trasmettere loro quanto di più bello abbiamo in cuore, sembra ferito dalla difficoltà di trovare la via giusta perché ciò avvenga.

Come affrontare la sfida educativa che ne consegue? Come dire alle nuove generazioni ciò che veramente ci sta a cuore, la vita della nostra vita, il senso delle nostre fatiche e la speranza dei nostri giorni? È a domande come queste che più volte hanno invitato a rispondere gli ultimi Papi, che all’educazione alla fede hanno dedicato una speciale attenzione nel tempo delle nuove sfide, legate alla globalizzazione e all’imporsi dell’universo digitale. È a tali domande che i Vescovi italiani hanno scelto di prestare la loro attenzione prioritaria in questi “anni dieci” del terzo millennio. È su di esse che vorrei riflettere con voi in maniera necessariamente breve ed essenziale. Scelgo di parlare della sfida educativa a partire da un’icona biblica, quella dei discepoli di Emmaus, cui si affianca sulla via un viandante dapprima non riconosciuto, Gesù, che li introduce progressivamente alla realtà tutta intera del suo mistero (Lc 24, 13-35). Mi sembra che il modello del Figlio di Dio, che si fa educatore dei due discepoli tanto simili a noi e ai nostri ragazzi, come noi “stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, possa aiutarci a capire come rispondere alla sfida tanto urgente, quanto decisiva dell’educazione1.

2. La posta in gioco: il senso della vita. Ciò che il racconto di Emmaus ci fa anzitutto capire è che l’educazione è un cammino: essa non avviene nel chiuso di una relazione statica, esclusiva e rassicurante, decisa una volta per sempre, ma si pone nel rischio e nella complessità del divenire della persona, teso fra nostalgie e speranze, di cui è appunto figura il cammino da Gerusalemme a Emmaus percorso dai due discepoli e dal misterioso Viandante. Siamo tutti usciti dalla città di Dio, in quanto opera delle Sue mani, e andiamo pellegrini verso il domani nell’avanzare della sera, bisognosi di qualcuno che ci stia vicino, sulla cui presenza affidabile poter contare: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (v. 29). Tutti siamo incamminati verso l’ultimo silenzio dell’esistenza che muore! Proprio nel confronto con l’enigma della morte, però, si affacciano alla mente e al cuore due radicali e opposte possibilità: ritenersi “gettati verso la morte” (come pensa Martin Heidegger riflettendo sulla condizione umana) o considerarsi “mendicanti del cielo” (come sostiene ad esempio Jacques Maritain), destinati alla vita vittoriosa sulla morte della Gerusalemme celeste. Se l’uomo è solo in questo mondo, l’ultima parola sul suo destino non potrà che essere quella del finale silenzio in cui la sua esistenza si spegnerà. Se invece c’è un Dio che è amore, ogni essere personale è un “tu” unico e singolare cui quest’amore è rivolto, e che come tale vive e vivrà per sempre grazie all’eterna fedeltà dell’interlocutore divino. La tristezza dei due discepoli all’inizio del racconto di Emmaus è quella di chi teme che la morte l’abbia vinta sulla vita; l’entusiasmo con cui ripartono nella notte per andare ad annunciare a tutti di aver incontrato il Risorto è quello di chi sa che la vita ha vinto e vincerà la morte.

Fra le due opzioni la scelta è decisiva e va fatta ogni giorno: ecco perché siamo tutti in cammino sulla via dell’educazione, per scegliere sempre di nuovo ciò su cui sta o cade il senso ultimo della nostra vita. Ed ecco perché l’annuncio della vita vittoriosa sulla morte deve risuonare ogni giorno, in un’incessante testimonianza vissuta nella condivisione del cammino e nella proposta umile e coraggiosa della buona novella dell’amore, fatta nella più ampia varietà di forme, di linguaggi, di esperienze: è questa la “nuova evangelizzazione” di cui ogni generazione ha bisogno. Non va mai dato per scontato l’annuncio del senso e della bellezza della vita, vista nell’orizzonte di Dio e del Suo eterno amore. Ci sarà sempre bisogno di educatori, che siano persone dal cuore nuovo, capaci di cantare il cantico nuovo della speranza e della fede lungo le vie, talvolta tortuose e scoscese, che i pellegrini del tempo sono chiamati a percorrere. Chi educa non dovrà mai dimenticare che la posta in gioco nell’educazione è la scelta decisiva della persona, l’opzione fondamentale che qualificherà il suo stile di vita e le singole decisioni settoriali. Educare vuol dire introdurre al senso della realtà totale, attraverso un processo che aiuti la persona a riconoscere come vere e ad accogliere nella libertà le ragioni di vita e di speranza che le vengono proposte. La meta di un’educazione piena e realizzante non può che essere la scelta libera e fedele del bene, la sola che consenta alla persona di entrare nell’obbedienza al disegno di Dio su di lei, dov’è la sua vera pace. È quanto afferma nella forma più densa e precisa il Poeta: “E in la sua volontade è nostra pace / ell’è quel mar al qual tutto si move / ciò ch’ella cria e che natura face” (Paradiso, Canto III, 85).

3. La condizione base del processo educativo: il dono del tempo. Se educare è introdurre alla realtà totale, colta nel suo senso e nella sua bellezza ultima, si comprende quali possano essere le resistenze e gli ostacoli principali che si frappongono oggi all’impegno educativo. La fine dei “grandi racconti” ideologici, caratteristici dell’epoca moderna, ha lasciato il campo all’esperienza della frammentazione, tipica della cosiddetta post-modernità. La cultura del frammento ha modificato profondamente gli scenari tradizionali dell’educare anzitutto nella concezione del tempo. Questa risulta profondamente segnata dai processi culturali avviatisi a partire dall’Illuminismo: la ragione, che sa di sapere e vuole tutto dominare, imprime ai percorsi storici di adeguamento del reale all’ideale un’incalzante accelerazione. Questa “fretta della ragione” si esprime tanto nella rapidità dello sviluppo tecnico e scientifico, quanto nell’urgenza e nella passione rivoluzionarie, connesse all’ideologia. Il mito del progresso non è che una forma della volontà di potenza della ragione: in esso la presunzione della finale conciliazione, che superi la dolorosa scissione fra reale e ideale, diviene chiave ispiratrice dell’impegno di trasformazione del presente, anticipazione militante di un avvenire dato per certo. Le moderne filosofie della storia non si limitano a interpretare il mondo, ma intendono trasformarlo al più presto, secondo la propria immagine e somiglianza. L’emancipazione – motivo ispiratore e sempre ammaliante dello spirito moderno – porta con sé un’indiscutibile carica di urgenza, un’indifferibile accelerazione sui tempi: il divario fra “tempo storico” e “tempo biologico”, ad esempio, è spinto al massimo dalla sete di compimento totale, di soluzioni finali, tipica della religione emancipata del progresso.

Le conseguenze di questa sfasatura di tempi – di cui l’esempio forse più vistoso è il possibile impiego distruttivo dell’energia nucleare – non sono riscontrabili solo negli effetti devastanti che essa ha sul deterioramento ambientale, ma anche nelle prospettive che si disegnano per i soggetti storici. Occorre ritrovare il predominio umano sul tempo, per tornare a dare tempo alla persona e alle esigenze del suo sviluppo integrale. Di fronte a questa urgenza si comprende come la prima e decisiva condizione del processo educativo riguardi proprio l’uso del tempo: occorre aver tempo per l’altro e dargli tempo, accompagnandolo nella durata con fedeltà, vivendo con perseveranza la gratuità del dono del proprio tempo. Oggi si parla di “banca del tempo” per dire quanto è prezioso il mettere a disposizione degli altri gratuitamente anche solo qualche ora della nostra settimana: l’impegno educativo esige un’immensa disponibilità a spendere le risorse di questa banca. Chi ha fretta o non è pronto ad ascoltare e accompagnare pazientemente il cammino altrui, non sarà mai un educatore. Tutt’al più potrà pretendere di proporsi come un modello lontano, poco significativo e coinvolgente per la vita degli altri. Gesù sulla via di Emmaus avrebbe potuto svelare subito il suo mistero: se non lo ha fatto, è perché sapeva che i due discepoli avevano bisogno di tempo per capire quanto avrebbe loro rivelato, e forse – come diceva Sant’Ireneo agli albori della riflessione cristiana – perché anche Dio, il Dio che è entrato nella storia per amore nostro, ha bisogno di tempo per imparare a farsi vicino alla sua creatura così fragile e incostante. Come in ogni rapporto basato sull’amore, anche nel rapporto educativo il dono del tempo è il segno più credibile del proprio coinvolgimento al servizio del bene dell’altro.

4. Camminare insieme: la relazione educativa come “compagnia”. Una seconda, decisiva condizione per realizzare un efficace processo educativo è la relazione interpersonale: come affermava Romano Guardini, “solo la vita accende la vita”, ed è perciò solo nell’arco di fiamma del rapporto fra le persone in gioco che il cammino dell’educazione può realizzarsi. Anche qui una resistenza e un ostacolo non di poco conto all’impegno educativo vengono dalle vicende storiche legate alla parabola della modernità e all’insorgere del post-moderno: oltre la crisi delle ideologie e delle appartenenze forti che esse propugnavano, sono diffuse nella condizione post-moderna l’esperienza dell’incomunicabilità e la predominanza delle cosiddette “passioni tristi”, che ripiegano ciascuno nell’orizzonte corto del suo “particulare”. È stato detto che il postmoderno è tempo della contaminazione, dove tutto appare contaminato, sporco, infondato. “L’essere non è, ma ac-cade”, cade cioè nel nulla, diranno i portavoce del “pensiero debole”. Non s’intravede più un fondamento su cui si regga la consistenza del reale: tutto è insostenibile leggerezza dell’essere, irrefrenabile caduta. Perciò il postmoderno è anche tempo della fruizione, del bruciare l’istante, assolutizzando l’adesso e consumando l’intensità dell’attimo. Questo aggrapparsi all’evanescenza della fruizione immediata condanna il postmoderno a essere il tempo della frustrazione, dell’abbandono nichilista, perché la fruizione non riesce a dare durevolmente senso alla vita.

La relazione interpersonale è divenuta debole: la “cultura forte” dell’ideologia si è frantumata nei tanti rivoli delle “culture deboli”, in quella “folla delle solitudini” , in cui è rilevante la mancanza di orizzonti comuni, una penuria di speranze “in grande”, che piega ciascuno nel mondo chiuso del suo privato. La fine delle ideologie appare come la pallida avanguardia dell’avvento dell’idolo, che è il relativismo di chi non ha più alcuna fiducia nella forza della verità. Siamo malati di assenza, poveri di speranza e di grandi ragioni, sempre più soli, perché privi di un sogno comune: scommettere sulla possibilità di creare ponti fra le solitudini diventa allora questione vitale. Comprendiamo così la rilevanza di un’altra condizione necessaria al processo dell’educazione: occorre camminare insieme. Prima che essere per l’altro, chi educa deve stare con l’altro. L’educazione avviene attraverso la relazione di ascolto, di condivisione e di dialogo: l’essere genitori nella relazione ai figli, l’insegnamento vissuto nel porsi accanto e di fronte a chi apprende, la testimonianza resa a chi vorremmo condurre all’incontro con la verità, esigono compagnia della vita e della parola. Il fallimento di un’educazione solo autoritaria, che neghi il valore del dialogo e dell’ascolto dell’altro, si dimostra da sé. Sarebbe parimenti sbagliato, però, pensare che l’educazione possa realizzarsi solo fra pari: l’egualitarismo educativo ha prodotto disastri. Il dialogo non significa appiattimento delle differenze: non si amano gli altri se non si è se stessi, accettando anche l’inevitabile diversità da loro. “Se mi ami, dimmi di no” è un valido progetto educativo, se inserito in una rete di attenzione e di amore, che non escluda le differenze, ma le porti all’incontro reciprocamente arricchente.

Anche in campo educativo è, dunque, urgente realizzare quella “convivialità delle differenze” (don Tonino Bello), di cui è esempio eloquente il comportamento del misterioso Viandante sulla via di Emmaus: si fa prossimo, accompagna il cammino dei due, ascolta, trasforma il loro modo di vedere. “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro” (v. 15). Accompagnarsi, porre domande, ascoltare, leggere il cuore dell’altro e farlo ardere con l’annuncio della parola di vita, accendere il desiderio e corrispondervi coi gesti della condivisione: questo è la compagnia della vita, lo spezzare insieme il pane dei giorni, stando in cammino con l’altro per comprendere e parlare al suo cuore e trasformarlo. Non si tratta tanto di insegnare dall’alto di una cattedra, quanto di trasmettere il senso e la bellezza della vita con  l’eloquenza della vita stessa: “Il mondo di oggi – diceva Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; e, quando ascolta i maestri, lo fa perché sono anche testimoni” (cf. Evangelii Nuntiandi, n. 41). Chi educa deve farsi prossimo: la luce della vita si trasmette nella reciprocità fra i due, nella pazienza di accettare i suoi tempi e di stimolarne le scelte. Come amava ripetere John Henry Newman, “cor ad cor loquitur”, è il cuore che parla al cuore. Accompagnare vuol dire prevenire e accogliere l’altro nell’amore: “Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”, scrive Sant’Agostino all’amico che gli chiedeva come educare i difficili ragazzi dei suoi tempi (De catechizandis rudibus, 4) – “Non c’è invito più grande all’amore che prevenire amando”. Chi educa deve amare per primo e senza stancarsi, o non educa affatto. Per essere buoni educatori bisogna dare amore ricordandosi sempre dell’amore ricevuto e accettando di lasciarsi continuamente educare dall’amore. Chi sa accogliere, sa anche donare! Per accompagnare fedelmente l’altro, l’educatore deve dimostrargli di apprezzarlo, deve valorizzarlo, perché chi va educato ha bisogno anzitutto di fiducia, di quel sentirsi amato che gli consentirà anche di lasciarsi correggere e ammonire. L’incoraggiamento e l’elogio sono spesso più utili del rimprovero, perché danno la forza di impegnarsi a migliorare. Il rigorismo stanca e deprime. Solo l’amore eleva e incoraggia ed è vita che genera vita…

5. La sfida dell’identità e la memoria di quanto veramente conta. Un’altra sfida importante che viene all’impegno educativo dalla parabola della modernità e dall’avvento del post-moderno è la cosiddetta “crisi delle identità”, radicata in una sorta di perdita della memoria collettiva e personale, frutto di una malintesa emancipazione dal passato e dalle proprie radici. Siamo in un’epoca di “identità deboli”: da quella della persona, a quella del genere, all’identità comune della nazione, della cultura, della spiritualità, della lingua. Lo sradicamento dal passato da cui veniamo, così com’esso è trasmesso attraverso l’insieme delle espressioni culturali, sociali, artistiche, religiose, compromette la stessa possibilità di affrontare le sfide del presente e dell’avvenire. Senza memoria non c’è identità né profezia! Nel racconto dei discepoli di Emmaus è significativo che Gesù non si limiti ad accompagnare i due discepoli: egli fa memoria delle cose avvenute e del grande quadro della storia della salvezza che le illumina, e così stimola i due, schiudendo loro il senso della vicenda collettiva, per introdurvi il loro cuore inquieto e aprirlo allo stupore davanti al dono dell’amore divino: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27). Facendo memoria delle meraviglie compiute da Dio per il suo popolo, il misterioso Viandante introduce i due nella realtà totale del suo mondo vitale, apre il tesoro del suo cuore e fa loro comprendere ciò che tutti abbiamo ricevuto dal Padre celeste e di cui viviamo veramente. Si comprende qui come il linguaggio della memoria ravvivi l’identità dell’interlocutore se sa coniugare oggettività e passione, dati ed emozioni: non basta ricordare il passato; occorre coglierne il senso per noi, compiendo una sorta di interpretazione esistenziale di esso che si faccia carico delle domande più vere e profonde del presente.

Il “rischio educativo” consiste nel compiere questa operazione della memoria viva, “pericolosa”, capace di inserire la persona nella realtà totale che conti per lei e per tutti, e dunque nella tradizione viva della fede e dell’amore che nutrono la vita e ci trasmettono la luce che viene dal passato della salvezza, aprendoci alla novità del futuro della promessa. Veramente, l’educazione è opera totale, “cattolica”, nel senso etimologico del termine (“kath’òlou” = in pienezza): formando al grande abbraccio della realtà, grazie all’opera educativa perseverante e integrale, la vita suscita e contagia la vita, il dono ricevuto si fa amore donato, la verità accolta e trasmessa libera e salva. È necessario perciò che la memoria sia come quella evocata da Gesù, viva, trasformante, non asettica e inerte: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (v. 32). Solo la parola convinta e la testimonianza credibile di ciò di cui abbiamo fatto esperienza sono in grado di accendere la vita. La memoria va insomma partecipata all’altro con amore, come avviene in Gesù, che al culmine del cammino condiviso si rivela nel gesto dello spezzare il pane benedetto, di offrire e condividere il dono di Dio nel dono di sé. Il Maestro non comunica solo con la parola, ma lo fa anche col gesto: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (vv. 30 e 31). Il gesto benedicente si unisce al segno della condivisione del pane, della vita, del cuore. La comunione memorante e narrativa è rete relazionale attraverso cui è possibile introdurre l’altro alla pienezza della vita: solo in una relazione di amore fedele e ricca di memoria, nutrita di radicamento nel passato da cui veniamo, passa la vita che illumina la vita, tanto fra genitori e figli, quanto in generale fra insegnanti e alunni, fra educatori e discepoli, fra pastori e popolo loro affidato, fra catechisti e catechizzandi…

6. La profezia della vita nuova e piena. Un’ultima sfida al processo educativo viene dalla penuria di speranze in grande che sembra caratterizzare la cultura post- moderna: tramontato il sole dell’ideologia, il futuro non appare più certo e affidabile, come volevano rappresentarlo i “méga-recits” ideologici delle più diverse matrici. Uscire dal buio degli orizzonti verso cui andare è sfida decisiva, tanto per l’esistenza personale, quanto per l’impresa collettiva. Anche su questo punto il racconto di Emmaus svela ricchezze sorprendenti: Gesù schiude ai due discepoli un nuovo futuro, aprendo il loro cuore a una speranza affidabile; egli accende la profezia, contagiando il coraggio e la gioia. È scopo dell’educazione schiudere orizzonti, raccogliere le sfide e accendere la passione per la causa di Dio tra gli uomini, che è la causa della verità, della giustizia e dell’amore. Chi educa non deve pretendere di dominare l’altro, ma deve aspirare a liberarlo per la sua libertà più vera. Gesù procede così: si fa vicino, spiega le Scritture, alimenta il desiderio, si fa riconoscere e offre ai due l’annuncio di sé, della sua vittoria sulla morte, rendendoli liberi dalla paura e provocandoli alla libertà della missione: “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (vv. 15 e 27). “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (vv. 30-31). Si accende nei cuori dei due una “grande gioia” (v. 41). È da questa gioia che scaturisce l’urgenza di partire subito per portare agli altri la buona novella di cui sono ormai testimoni: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!»” (vv. 33-34).

L’incontro vissuto esige di essere testimoniato: non puoi fermarti a ciò che hai avuto in dono. Devi a tua volta donarlo, camminando sulle tue gambe e facendo le scelte della tua libertà. L’educazione o genera testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono, o fallisce il suo scopo. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di vita, in cui ciascuno giochi la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. “Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v. 35). L’educazione ha raggiunto il suo fine quando chi l’ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato: “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia – affermava il Card. Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione a Successore di Pietro, parlando a Subiaco il 1 Aprile 2005 – sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando di lì la vera umanità, uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”. Educare, insomma, non è clonare, ma accendere la vita col dono della vita, suscitando i cammini di libertà di un’esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità che sola rende e renderà liberi. L’educatore o è testimone di una speranza affidabile, contagiosa di verità e trasformante nell’amore, o non è.

7. Contagiati dal Risorto, educare come Lui. L’icona biblica di Emmaus ci consente così una descrizione dell’azione educativa: educare è accompagnare l’altro dalla tristezza del non senso alla gioia della vita piena di significato, introducendolo

nel tesoro del proprio cuore e del cuore della Chiesa, rendendolo partecipe di esso per la forza diffusiva dell’amore. Chi vuol essere educatore deve poter ripetere con l’apostolo Paolo queste parole, che sono un autentico progetto educativo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24). Sullo stile educativo di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo esaminarci tutti, chiedendoci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto analogamente di compagnia, memoria e profezia. Questo vale tanto per la quotidiana comunicazione vitale fra le generazioni, quanto per l’impegno educativo in campo scolastico e universitario, quanto per l’azione pastorale della Chiesa e il servizio alla causa della evangelizzazione. Facilmente il bilancio ci sembrerà perdente: ci conforta tuttavia il fatto di non essere soli. Dio – che ha educato il suo popolo nella storia della salvezza – continua a educarci e a educare: “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Non rinunciamo dunque a raccogliere la sfida educativa, qualunque sia il livello di responsabilità che ci è dato di vivere. E confidiamo nel divino Maestro.

A Lui vorrei rivolgermi in conclusione, dicendogli con semplicità e fiducia a nome di tutti coloro che vogliano accettare e vivere la sfida educativa: Signore Gesù, Tu ti sei fatto compagno di strada dei discepoli dal cuore triste, incamminati dalla città di Dio verso il buio della sera. Hai fatto ardere il loro cuore, aprendolo alla realtà totale del Tuo mistero. Hai accettato di fermarti con loro alla locanda, per spezzare il pane alla loro tavola e permettere ai loro occhi di aprirsi e di riconoscerti. Poi sei scomparso, perché essi – toccati ormai da te – andassero per le vie del mondo a portare a tutti l’annuncio liberante della gioia che avevi loro dato. Concedi anche a noi di riconoscerti presente al nostro fianco, viandante con noi sui nostri cammini. Illuminaci e donaci di illuminare a nostra volta gli altri, a cominciare da quelli che specialmente ci affidi, per farci anche noi compagni della loro strada, come tu hai fatto con noi, per far memoria con loro delle meraviglie della salvezza e far ardere il loro cuore, come tu hai fatto ardere il nostro, per seguirti nella libertà e nella gioia e portare a tutti l’annuncio della tua bellezza, col dono del tuo amore che vince e vincerà la morte. Amen. Alleluia”.

(Incontro di Studio di Scholé, Brescia 6 Settembre 2018)

Le grandi domande della vita

Jean Vanier, intervistato da Daniele Zappalà

 I 90 anni di Vanier che con la sua “Arca” accoglie i disabili mentali.

«Auguro ai giovani d’incontrare sulla loro strada dei preti straordinari con un carisma per l’ascolto dei loro dubbi, dei loro desideri e anche delle loro dipendenze. Preti di cui abbiamo tanto bisogno perché capaci di rivelare la vera bellezza e di renderci più umani. Preti che non dobbiamo mai lasciare soli. Quando sono amati, gli esseri umani cambiano». A parlare è un giovane nello spirito che ha appena superato la soglia dei 90 anni. JeanVanier (del quale Queriniana ha appena mandato nelle librerie il volume Le grandi domande della vita; pagine 248, euro 18,00) è solo un po’ più ricurvo che in passato, ma il suo sorriso resta quello accogliente e dolcemente invadente di sempre, con cui ha incontrato fin dagli anni Sessanta l’umanità “ferita” dall’handicap mentale. E così ha fondato l’Arca, per abbracciare i disabili psichici, che oggi è diffusa in diversi Paesi, fra cui l’Italia, come ci ricorda nella sede storica del movimento, in piena campagna, nella Piccardia francese delle cattedrali gotiche.

Per i suoi 90 anni, lei ha diffuso un video con 10 regole di vita per divenire più umani. Conservare la propria umanità è difficile?

Molte persone sono perdute. Non sanno dove andare. Il mondo politico è diviso. La Chiesa non è sempre stabile. Emerge il problema dell’ambiente: che cosa accadrà nel pianeta fra 30 anni? Resta la questione del Medio Oriente: la Siria, l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, Israele. I ricchi diventano sempre più ricchi. I poveri sempre più poveri. Tutto questo sembra dirci che il mondo perde la sua stabilità e direzione. Al contempo, abbiamo tanti nuovi strumenti di comunicazione. Mi sono espresso proprio per questo sulla nostra umanità da proteggere, sentendomi anch’io talvolta perduto in mezzo a tutti questi cambiamenti.

Lei dedicò la sua tesi di dottorato in filosofia alla felicità secondo Aristotele. Riscoprire di continuo l’umanità aiuta a sperimentare la felicità?

Per Aristotele, ciò che conta è la realtà, l’esperienza. Ha una visione profondamente umana. Per lui, l’amicizia è un frutto che contribuisce alla felicità. Ma è problematico il suo disprezzo per le persone con un handicap e per i barbari. Gli mancava una visione della comunità universale, il senso della famiglia umana. Parlare di esseri umani significa riconoscere l’umanità di ciascuno, anche al Polo Nord e di fronte a tutte le religioni. Gli immigrati, ad esempio, sono persone con nomi e storie. Aristotele non è andato fino in fondo all’idea di esperienza. Invece, ciascun essere umano è importante.

Per lei la felicità è associata al cristianesimo?

Sì e no. L’idea di amare è cristiana, sì. Ma per certi aspetti, si può ritrovare quest’idea anche altrove. Nel buddismo o in certi passaggi del Corano, ad esempio. Avevamo qui uno psichiatra che non esercitava più in ospedale perché amava giocare a pallavolo con i suoi pazienti. Per questo, certi suoi colleghi lo disprezzavano. È stato il nostro psichiatra per 31 anni. Era felice di vivere in una comunità in cui ognuno era rispettato, al di là del proprio handicap. Possiamo davvero dire di non aver mai visto un uomo tanto umano. Aveva un tale desiderio di ascolto che riusciva sempre a spingere tutti a parlare. Era felicissimo di vivere in una comunità cattolica, ma diceva di desiderare la fede e di non averla. Personalmente, lo trovavo più cristiano di tanti cristiani. Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro. Era quello che lui viveva. Ci sono cristiani che vorrebbero una Chiesa più chiusa, circondata di muri, ma il cristianesimo non è questo. Non è la paura dell’altro. È invece ciò che papa Francesco ci mostra, rivelandoci Gesù. Gesù e il cristianesimo sono l’apertura all’altro, verso ogni essere umano. S’impara così la saggezza che c’è in ogni essere umano. In Italia, mi piace oggi osservare l’esempio della Chiesa che è aperta verso chi migra, molto più dello Stato.

La Chiesa sta imparando a coltivare più che in passato la cultura dell’incontro?

Sì e no. Seguo con fervore il Papa. Lo ascolto, lo guardo. Ho trovato eccellente il film appena uscito. Il Papa mi ricorda Gesù, va incontro alle persone. Ma percepisco un doppio movimento. C’è pure una Chiesa che vuole ancora mantenere i propri muri, proprio mentre il Papa incontra tutti. Gesù promise ai poveri il Regno di Dio. Lo fece in mezzo a tante forze opposte, come ha mostrato in un suo bel libro anche il teologo José Antonio Pagola. Ancor più che Giovanni Battista, Gesù disturbava molti nel Tempio.

Certe comunità cristiane hanno conosciuto di recente delle derive anche gravi. Cosa dovrebbe essere una comunità?

Non un luogo sicuro, ma una missione nella quale le persone si amano fra loro. In questo modo, una comunità è un luogo di liberazione. Quando si vive assieme, sorgono problemi, ma si può riconoscere che gli altri, nella comunità, hanno la stessa missione. Si impara quanto sia importante aver bisogno gli uni degli altri. La comunità è una scuola per imparare ad accettare l’altro e non per coltivare una visione personale, com’è accaduto in certe comunità dove delle dipendenze, come quella sessuale, sono divenute persino degli strumenti di potere. Al contrario, quando il nostro desiderio d’umanità e di pace cresce, il nostro ego si restringe. Esiste una tensione che viene superata ricevendo i nutrimenti della Chiesa. La preghiera, l’Eucaristia, la Parola di Dio, l’esempio del Papa».

in “Avvenire” del 20 ottobre 2018

La Chiesa nel mondo. Dati statistici

Paolo Affatato

Sacerdoti, suore e frati sono in calo ovunque nel mondo. Oggi i preti sono 415mila, i consacrati poco più di 52mila e le suore si attestano sulle 659mila unità, ma la decrescita, figlia del fenomeno acclarato della mancanza di vocazioni, è un trend che si nota per il quarto anno consecutivo: è uno dei dati registrati del «Dossier statistico sulla Chiesa cattolica», curato e presentato oggi dall’agenzia vaticana Fides, servizio di informazione delle Pontificie Opere missionarie, in vista della Giornata missionaria mondiale, che si celebra domenica 21 ottobre.

Secondo i dati elaborati da Fides – tratti per la maggior parte dall’Annuario statistico della Chiesa e dunque aggiornati al 31 dicembre 2016 – i cattolici nel mondo sono 1 miliardo e 299 milioni, il 17,% della popolazione mondiale (che è di 7,3 miliardi di persone). Ma, sebbene la popolazione dei fedeli nel mondo sia cresciuta di oltre 14 milioni di unità, a livello percentuale vi è una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente, pari allo 0,05%. Il Documento, che con tabelle e grafici divisi per continente offre un colpo d’occhio sullo stato di salute della Chiesa cattolica a livello globale, rileva che le diocesi in cui è organizzata la comunità sono 3.016, un terzo delle quali (1.114) dipendenti dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (a ottobre 2018), e dunque presenti nei cosiddetti «territori di missione», ovvero le regioni di Africa, Asia e America Latina dove la presenza di battezzati va ancora consolidata.

Il numero totale dei sacerdoti nel mondo – si legge nel testo – è diminuito rispetto all’anno precedente (–687) e si attesta a quota 414.969, e il declino tocca soprattutto l’Europa (dove vi sono 2.583 preti in meno), mentre un saldo positivo si registra in Africa (+1.181) e in Asia (+1.304). Anche i membri di ordini religiosi sono diminuiti (–1.604 persone ), così come le suore (– 10.800 unità, mentre solo in Asia resistono vocazioni: +533). Interessante notare che il numero dei missionari laici nel mondo tocca quota 354mila (con aumento di circa 3.000 unità) e i catechisti sono 3 milioni, una «forza-lavoro pastorale» che in molte diocesi del mondo supplisce alla cronica carenza di consacrati.

La Chiesa cattolica si conferma un’istituzione fortemente impegnata nel campo delle opere educative e sociali, gestendo nel mondo 72.800 scuole materne, 96.500 scuole primarie, 47.800 scuole secondarie, frequentate da oltre 62 milioni di allievi di tutte le religioni. Istituzioni, ordini e comunità cattoliche seguono poi altri 5,5 milioni di studenti, tra istituti superiori, collegi e università. «Si tratta di un’opera pastorale ed educativa che in molte nazioni risulta preziosa e insostituibile per il bene delle società» ha ricordato il cardinale Fernando Filoni, a capo del dicastero vaticano di Propaganda Fides, commentando i dati.

Molte di queste opere vanno avanti grazie alle Pontificie Opere missionarie (Pom), organizzazioni «nate per sostenere l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, contribuendo alla crescita umana e culturale di tante popolazioni», ha ricordato Papa Francesco nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale. Grazie alla «colletta universale» – «la più grande colletta mondiale», ha osservato l’arcivescovo GianPietro Dal Toso, presidente delle Pom – promossa tra i battezzati nei cinque continenti e in tutte le parrocchie del mondo durante quella Giornata, le Pom gestiscono progetti per la costruzione di chiese e cappelle, il sostegno ai seminari, la promozione di opere educative, sociali e professionali per giovani e bambini. Le offerte raccolte convergono, infatti, in uno speciale fondo amministrato dai segretariati internazionali delle Pom che «nel 2017 hanno promosso progetti per un controvalore di 130 milioni di dollari», ha riferito Dal Toso. Il tutto, rimarcano i centocinquanta direttori nazionali delle Pom, «in nome dell’azione missionaria universale della Santa Sede» e con l’intento di «dare testimonianza dell’amore di Cristo nel proprio ambiente».

Le Pontificie opere missionarie sono istituzioni nate in chiese di antica tradizione cattolica, sull’onda del grande slancio missionario del 1800, quando gruppi di fedeli laici come la francese Pauline Jaricot, oggi in via di beatificazione, vollero darsi da fare per supportare, con la preghiera e con l’aiuto materiale, l’opera dei missionari inviati tra i non cristiani, in terre lontane. Nel secolo scorso sono poi divenute una istituzione della Chiesa, centrale per la «cooperazione missionaria». A loro è stata affidata l’organizzazione del «Mese missionario straordinario», annunciato dal Papa per l’ottobre 2019, che coinciderà con la celebrazione del Sinodo dei vescovi dedicato all’Amazzonia. «Due eventi – ha osservato Fabrizio Meroni, segretario generale della Pom – espressione della medesima “passione missionaria” presente in ogni battezzato».

in “La Stampa Vatican Insider” del 19 ottobre 2018

Ecologia. I negazionisti climatici. Ciechi di fronte ad ogni evidenza

Paul Krugman*

in “Il Sole 24 Ore” del 20 ottobre 2018 I cambiamenti climatici sono una bufala. I cambiamenti climatici ci sono, ma non sono provocati dall’uomo. I cambiamenti climatici sono provocati dall’uomo, ma fare qualunque cosa per contrastarli distruggerebbe posti di lavoro e ucciderebbe la crescita economica. Queste sono le fasi del negazionismo climatico. Trump e i suoi alleati, messi sulla difensiva dall’ennesimo uragano, reso ancora più deleterio dai cambiamenti climatici, e da un inquietante rapporto delle Nazioni Unite, negli ultimi giorni hanno rispolverato queste pessime argomentazioni. È stato uno spettacolo scioccante e ci ha ricordato che siamo governati da persone che sono disposte a mettere in pericolo la civiltà per opportunismo politico, per non parlare dei maggiori profitti per i loro amici che vendono combustibili fossili.

In questi giorni, i negazionisti dei cambiamenti climatici sembrano aver momentaneamente fatto marcia indietro e non si ostinano più a dire che non sta succedendo nulla. Il vecchio espediente di confrontare le temperature attuali con quelle di un anno insolitamente caldo (1998) per negare che il pianeta si sta riscaldando è vanificato da una sequela di nuovi record delle temperature. E le imponenti tempeste tropicali alimentate dal riscaldamento degli oceani rendono le conseguenze dei cambiamenti climatici sempre più visibili. Perciò la nuova strategia è minimizzare quello che succede. I modelli di previsione cambiamenti climatici «non sono molto affidabili», ha dichiarato Larry Kudlow, il consigliere economico della Casa Bianca.

In realtà sono affidabilissimi: finora il riscaldamento globale è in linea con le proiezioni passate. «Qualcosa sta cambiando, ma poi ritornerà come prima», ha detto Trump a 60 minutes, il programma della Cbs. Basandosi su cosa? Un bel niente. Avendo dovuto ammettere, controvoglia, che forse il pianeta sta diventando più caldo, i negazionisti dichiarano di non essere convinti che i responsabili siano i gas serra. «Non so se sia opera dell’uomo», ha detto Trump. E se da un lato fa in qualche modo marcia indietro sulle sue precedenti affermazioni secondo cui i cambiamenti climatici sarebbero una bufala architettata dai cinesi, vede ancora un complotto da parte dei climatologi, che «hanno motivazioni politiche molto forti», a suo dire. Decenni fa gli esperti avevano previsto che le emissioni avrebbero innalzato le temperature. Gente come Trump li liquidava con disprezzo. Ora le previsioni si sono avverate. E i negazionisti insistono a dire che il colpevole non sono le emissioni, che dev’esserci altro, che è un complotto. Infine, veniamo al costo di una politica climatica. In passato ho notato una cosa strana: i conservatori hanno fiducia nella potenza e nella flessibilità delle economie di mercato, eppure sostengono che queste economie verrebbero distrutte se il governo introducesse incentivi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Le affermazioni apocalittiche sul costo della riduzione delle emissioni sono bizzarre se si considerano i progressi tecnologici realizzati nel campo delle energie rinnovabili. I costi dell’energia eolica e solare sono crollati. Intanto, le centrali a carbone sono diventate così poco competitive che Trump vuole sovvenzionarle a scapito di forme di energia più pulite. La realtà è che il negazionismo climatico non ha mai avuto molto a che fare con la logica o l’evidenza scientifica: i negazionisti sono senza ombra di dubbio in malafede. Non credono davvero a quello che dicono. Stanno solo cercando scuse per consentire a gente come i fratelli Koch di continuare a far soldi. Inoltre, i liberal vogliono limitare le emissioni, e la destra moderna esiste per fare il contrario di quello che vogliono i liberal.

Una possibile interpretazione di ciò che sta succedendo è che siamo di fronte all’esempio più lampante della corruzione di Trump. Abbiamo buone ragioni per credere che Trump e i suoi accoliti stiano svendendo l’America per il proprio tornaconto personale. Ma se si parla di clima non stanno solo svendendo l’America: stanno svendendo il mondo. Premio Nobel per l’Economia (Traduzione di Fabio Galimberti)

in Il Sole 24 Ore di sabato 20 ottobre 2018

Scuola italiana di “potatura della vite”. Decima edizione

Sono aperte le iscrizioni al X anno della Scuola Italiana di Potatura della Vite, che Simonit&Sirch terranno da novembre 2018 a gennaio 2019. Unica nel suo genere a livello internazionale, la Scuola terrà i suoi corsi nei territori di maggior pregio della viticultura italiana, in collaborazione con importanti Università e Istituti di Ricerca che contribuiscono al progetto con lezioni di approfondimenti di fisiologie e patologia della vite. In tutto, si terranno 24 corsi in 13 regioni. Fra le novità di quest’anno, l’apertura di una scuola in Liguria,l’intensificarsi dei corsi di II livello riservati a chi ha già frequentato quello di I livello, che saranno bene sette, e l’avvio in Franciacorta di un corso in inglese. I corsi si terranno in Liguria, Piemonte, Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Sicilia, Sardegna e saranno condotte dai tutor della Simonit&Sirch. Le lezioni si svolgeranno tra novembre 2018 e gennaio 2019 per la potatura invernale e in primavera 2019 per la potatura verde. Come per le scorse edizioni, sono aperte a tutti (addetti al lavoro, tecnici, studenti o anche semplici appassionati del verde) e si articoleranno in quattro giornate formative (tre invernali e una primaverile), durante le quali si svolgeranno due lezioni teoriche in aula e sei esercitazioni pratiche in vigneto. Le lezioni e le esercitazioni verranno effettuate su vigneti potati secondo il Metodo Simonit&Sirch per il I livello e su vigneti allevati tradizionalmente nel territorio per il II livello.
I tutor guideranno i partecipanti in un percorso tra le conseguenze dei tagli di potatura e l’architettura della pianta in funzione della forma di allevamento, con l’obiettivo di eseguire una potatura più consapevole nel rispetto della fisiologia della vite e della struttura perenne della pianta. A chi frequenterà tutte le lezioni e supererà i test finali, sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Inoltre sarà tenuto un registro interno alla Scuola, che attesta il percorso individuale formative svolto da ciascun partecipante, in previsione della sua partecipazione a futuri corsi di approfondimento.

Date e programmi dettagliati si trovano sul sito www.simonitesirch.it, dove si possono anche fare le iscrizioni online. Il costo dei corsi di I livello è di è di 440 euro e comprende anche il materiale didattico (per gli studenti di Università e istituti tecnici 240 euro). Quello dei corsi di II livello (aperti solo a chi ha frequentato il corso di I livello) è di 800 euro.

L’obiettivo della Scuola è insegnare le basi del Metodo Simonit&Sirch di potatura ramificata della vite, ormai adottato da oltre 130 fra le principali aziende vinicole italiane e straniere. In sintesi, il Metodo Simonit&Sirch si fonda su quattro regole base che possono essere applicate universalmente: permettere alla pianta di ramificare con l’età, di occupare spazio col fusto e con i rami; garantire la continuità del flusso linfatico; eseguire tagli di piccole dimensioni sul legno giovane, poco invasivi; utilizzare, quando necessario, la cosiddetta tecnica “del legno di rispetto” per allontanare il disseccamento dal flusso principale della linfa.

Per informazioni e iscrizioni:
www.simonitesirch.it – scuola@preparatoriuva.it – Tel. 0432.752417.

in Avvenire 19 ottobre 2018

I giovani nella Bibbia.

Gianfranco Ravasi

La parola più usata nell’Antico Testamento? Dopo il nome divino Jhwh(“Jahweh”) è ben, vale a dire “figlio”. Ce lo ricorda il cardinale Gianfranco Ravasi nel volume Cuori inquieti. I giovani nella Bibbia, pubblicato in occasione del Sinodo dei giovani voluto da papa Francesco. «La Bibbia – commenta il biblista, presidente del Pontificio consiglio della Cultura – è per certi versi un libro di figli buoni e cattivi che vedono alla fine entrare in scena in mezzo a loro il Figlio per eccellenza, Gesù Cristo». E osserva che il vocabolo ben deriva dal verbo ebraico banah, che significa “costruire, edificare”. «La casa infatti – spiega – cresce con le pareti, fatte di pietre vive e protese verso l’alto e il futuro, che sono i figli». Ed è pieno di episodi biblici in cui i figli si confrontano con i padri (da Isacco e Abramo al figliol prodigo), o i fratelli spesso litigano fra loro (da Caino e Abele alla vicenda rocambolesca di Giuseppe), questo libro che cerca di porre in rapporto gli eventi raccontati in quello che è stato giustamente definito il Grande Codice della cultura occidentale e il mondo di oggi, caratterizzato dal motto “digito, ergo sum”.

I nostri adolescenti, che trascorrono cinque ore almeno della loro giornata davanti al computer, comunicano in modo assai differente rispetto agli adulti e agli anziani, più abituati al dialogo vis-à-vis. Non a caso Ravasi cita la nota espressione di papa Giovanni: «Voi dite sui vecchi le stesse cose che dicevamo noi da ragazzi. È giusto. Ma un giorno altri ragazzi diranno lo stesso di voi». Ma, aggiunge il cardinale, «noi della generazione precedente trasmettiamo, con la nostra indifferenza, con le nostre prediche moralistiche, con l’assenza dei valori genuini, rami secchi che i giovani rigettano e non possono far rinverdire. Si crea, così, una sorta di deserto comune in cui ci trasciniamo». Per questo non bisogna mai smettere di rimarcare, in questi dialogo fra nuove e vecchie generazioni, che nell’animo dei giovani rimane sempre un’inquietudine positiva. Come ha detto l’attuale pontefice in un videomessaggio del luglio 2016 al raduno ecumenico “Insieme” di Washington: «So che c’è qualcosa, nei vostri cuori, che vi rende inquieti, perché un giovane che non è inquieto è un vecchio».

La parte più intensa del volume è quella dedicata a Gesù giovane. Servendosi dei pochi cenni che emergono dai Vangeli e rinunciando alle suggestioni di quelli Apocrifi, Ravasi ci ricorda che Gesù non è stato solo bambino ma anche adolescente e giovane, morendo poco più che trentenne, un’età che oggi consideriamo giovanile. Nel ritratto che emerge tutto parte dalla linea di demarcazione dell’episodio di Gesù dodicenne al tempio tra i dottori, «una sorta di bar-mizvah» che nella cultura giudaica significava l’ingresso nella giovinezza, con l’ammissione al culto e all’osservanza della Torah. Il piccolo saggio dedicato a Gesù consente di puntualizzare varie questioni aperte, dal mestiere che egli praticava (falegname o carpentiere?) alle lingue che parlava (aramaico, ebraico e anche greco?), se egli sapesse leggere e scrivere, sino al fatto se avesse fratelli o sorelle o se fosse sposato. Come accennato, Ravasi ricostruisce molte vicende delle Scritture in cui i giovani si confrontano con i vecchi, come nel caso di Salomone, il re famoso per la sua saggezza, e del figlio Roboamo, non solo inesperto ma del tutto incapace di governare. Solo la vera sapienza e lungimiranza possono costituire la stoffa del buon uomo politico e «non è automatico indizio di buon governo né un sovrano di lungo corso né un giovane e aitante innovatore ».

Per ricordarci la maledizione del profeta Isaia che riferiva questo oracolo divino: «Io metterò come loro capi dei ragazzi, dei monelli li domineranno»: ad una classe politica sprecona spesso finisce per succederne una del tutto incapace e arrogante. Ai nostri ragazzi portati ad avere rapporti amorosi spesso fugaci, il libro porta l’esempio supremo del Cantico dei Cantici: il poemetto insegna la verità autentica sulla relazione interpersonale, a partire da tre elementi. Il primo è la corporeità, che si esprime anche nella sessualità, «celebrata come un dono divino di attrazione e fecondità». Al secondo posto viene l’eros, che in questo libro biblico sta per «tenerezza, bellezza, fascino, sentimento, passione». L’ultimo anello è rappresentato dall’amore, nel quale i due protagonisti del Cantico «si donano nella totalità dell’essere ». Concetto ben illustrato dalla citazione di un altro testo famosissimo, Il Profeta del poeta libanese Gibran: «Amatevi l’un l’altro ma non fate dell’amore una catena: lasciate piuttosto che vi sia un mare in movimento tra i lidi delle vostre anime… Siete nati insieme e insieme sarete in eterno. Sarete insieme anche quando le ali bianche della morte disperderanno i vostri giorni. Sarete insieme anche nella silenziosa memoria di Dio».

in Avvenire 19 ottobre 2018