Archivi categoria: Dibattito culturale

Nichilismo digitale. L’altra faccia delle piattaforme

Geert Lovink, intervistato da Simone Paliaga

«Sono strutturati per creare attesa e frustrazione e cambiano la nostra vita interiore. Telefonia e società si sono fusi insieme con rischi per la libertà e i diritti».

«I social media riformattano la nostra vita interiore». L’individuo è sempre più inseparabile dalla piattaforma, e il social networking diventa sinonimo di sociale’ secondo Geert Lovink, docente all’università di Amsterdam e uno dei maggiori studiosi di nuovi media, di cui Bocconi Editore ha appena pubblicato Nichilismo digitale. L’altra faccia delle piattaforme(pagine 198, euro 22).

Il titolo originale del suo libro è Sad for design, tristi per progetto? Qualcuno dunque vuole la nostra tristezza?

In questi duri tempi neo-liberali di precarietà e crescente disuguaglianza, molti soffrono di solitudine, depressione e esaurimento. I giovani sono vulnerabili e inclini alle insicurezze. Vivono sui social media ventiquattro ore su ventiquattro. Ho unito queste due condizioni e ho scoperto quella che definisco “tristezza tecnologica”, una condizione sottile e non medica, paragonabile alla noia. Così quando è troppo, rompiamo le righe e piangiamo per un breve momento. Non possiamo più sopportare di aspettare l’altro.

Cioè?

Anni fa ho scritto sulla “psicopatologia del sovraccarico di informazioni”, in linea con quanto sosteneva Franco Berardi. Ma nel 2017 c’è stata un’accelerazione quando i dissidenti della Silicon Valley hanno confessato di come manipolavano emotivamente gli utenti con il software design. Cercavano prestazioni umane approfondendo le nostre dipendenze dai dispositivi attraverso la percepita presenza online di persone che ci sono care, usando i like, con indicatori di tempo e spunte per mostrare che qualcuno ha letto un messaggio ma non risponde. Questo ci rende tristi. Abbiamo bisogno di una pausa, ma non ce la facciamo. Mettiamo via il cellulare e un momento dopo lo riprendiamo chiedendoci, ci ha risposto? digital_platforms.jpg

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“Saturdays for Future” per una sostenibilità ambientale e sociale

Leonardo Becchetti ed Enrico Giovannini

E se i giovani dei Fridays for Future, che si sono mobilitati in tutto il mondo per chiedere agli adulti e alle istituzioni di ‘non rubargli il futuro’ e di costruire un domani sostenibile per il pianeta, coinvolgessero le proprie famiglie in Saturdays for Future, dedicati a cambiare le abitudini di spesa? Se, cioè, il sabato, il giorno successivo alla mobilitazione, quando oltre la metà delle persone fa abitualmente la spesa settimanale, si trasformasse per tutti nel giorno del ‘voto con il portafoglio’ a favore della sostenibilità ambientale e sociale?

Noi crediamo che un impegno ‘generativo’ di questo tipo lancerebbe un fortissimo segnale al mondo economico e finanziario. Per questo, la nostra proposta è di cominciare i Saturdays For Future a settembre (il 21 o il 28, a seconda della data prescelta per il prossimo sciopero globale degli studenti per il clima), il che consentirebbe di preparare adeguatamente la giornata dedicata ‘al consumo e alla produzione responsabile’ di cui parla l’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il quale precede l’Obiettivo 13 dedicato alla lotta al cambiamento climatico.

Saturdays for Future potrebbero aiutare i mercati e le imprese ad accelerare la transizione verso la sostenibilità, rendendo l’impegno per l’ambiente e il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle comunità in cui esse operano economicamente conveniente. Un evento del genere segnerebbe la nascita di un nuovo potere dal basso e di un nuovo modo di fare economia. Che spingerebbe i media a non parlare solo della variazione degli indici finanziari, ma anche dell’azione mirata da parte di consumatori responsabili. Abbiamo dei meccanismi mentali, quasi automatici, che ci portano a pensare che tutto quello che accade nel sistema economico passi sopra le nostre teste senza che noi possiamo influire minimamente.

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L’italiana che dirige il Sincrotone di Barcellona

CATERINA BISCARI, intervistata da Claudio Zerbetto

L’intervista a Caterina Biscari, eccellenza italiana della fisica in Spagna. Ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), dirige il Sincrotrone ALBA di Barcellona.

Dal 2012 è direttore generale del Sincrotrone ALBA, la più grande e prestigiosa infrastruttura scientifica della penisola iberica, punto di incontro di fisici e scienziati provenienti da tutto il mondo. ALBA è un acceleratore con svariate applicazioni in molteplici campi, dall’industria alla medicina, dedicate a studiare il comportamento delle più minuscole particelle della materia. Esperimenti realizzati, appunto, utilizzando la luce di sincrotrone prodotta dagli elettroni accelerati. L’anno scorso ha ricevuto il premio «Scienziata dell’anno 2018» dalla Fondazione «Womans week». Nonostante il successo e i numerosi riconoscimenti in campo internazionale, Caterina Biscari ha conservato la sua semplicità, l’umiltà e la curiosità di chi lavora costantemente nel settore della ricerca. Laureata in fisica all’Università Complutense di Madrid, Caterina Biscari – padre siciliano e madre andalusa –, è nata a Modica, vicino a Ragusa. Nonostante sia vissuta diversi anni in Spagna, mantiene con l’Italia, e specialmente con la Sicilia, un legame affettivo molto forte.

Dottoressa Biscari, la sua passione per la scienza parte da lontano…
Dagli ultimi anni del liceo. Sentivo il desiderio di capire meglio le leggi fondamentali che governano la natura. Mi ponevo tante domande. E il mio libro di fisica, all’epoca, non era più sufficiente per soddisfare le mie curiosità.

Poi la decisione.
Avevo particolare facilità di approccio alle materie scientifiche, alla matematica. Ho pensato che la fisica sarebbe stata il mio futuro.

Scelta azzeccata.
Direi che è stata una scelta della quale sono sempre stata convinta, e che mi ha riservato molte gratificazioni. Spingendomi sempre oltre, con nuovi impegni, approfondendo la ricerca.

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Un nuovo patto tra generazioni per un futuro di speranza per tutti.

La manifestazione studentesca dello scorso marzo a favore del clima ha portato alla luce anche le difficoltà del rapporto tra generazioni e la questione etica che esso porta in sé. Riaprire il dialogo intergenerazionale significa cominciare a ritessere un futuro di speranza per tutti.

Dopo le manifestazioni dello scorso 15 marzo a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo, non è più necessario spendere molte parole per presentare la sedicenne Greta Thunberg e lo “Sciopero dalla scuola per il clima” (School strike for climate). Non era così nell’agosto del 2018, quando da sola iniziò a protestare davanti al Parlamento svedese, chiedendo un impegno più deciso del Governo del suo Paese nell’attuazione degli impegni presi nel 2015 alla COP21 di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici. Nel corso di questi mesi, grazie soprattutto ai social network, la domanda all’origine della sua protesta è divenuta nota e altri giovani in tutto il mondo l’hanno fatta propria: «Perché andare a scuola e studiare, se rischiamo di non avere un futuro?».

I destinatari di questa provocazione sono in primo luogo i responsabili politici dei singoli Paesi, ma più in generale tutti gli adulti. In modo ancor più netto, in occasione del discorso tenuto alla COP24 sul clima di Katowice, Greta si è rivolta proprio agli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece state rubando loro il futuro». L’accusa è che l’attuale risposta alle questioni climatiche è immatura, lenta, insufficiente. I giovani ritengono che chi è più grande di loro sia inerte o non faccia abbastanza di fronte alle ferite inferte quotidianamente al pianeta dai nostri stili di vita. Si tratta di una rivendicazione che coglie nel segno, sensibile all’urgenza della questione ambientale, e che richiederebbe di essere meglio approfondita per la complessità degli aspetti in gioco. Tuttavia c’è anche un altro fattore su cui soffermarsi, evidenziato indirettamente dalle proteste degli studenti: il modo in cui il rapporto fra le generazioni si declina in questa fase storica.

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Ergastolo ostativo. La Corte di Strasburgo boccia l’Italia

Davide Galliani

In Italia dei 1.700 ergastolani, 1.200 sono ostativi. Per il 75% degli ergastolani italiani la liberazione condizionale è un istituto che rimane “sulla carta”, sanno che esiste, ma non la otterranno mai. Questo perché tutti i benefici penitenziari, per le persone condannate per uno dei reati ricompresi nell’articolo 4bis dell’ord. pen., possono essere concessi solo a fronte di una utile collaborazione con la giustizia. Sei un ergastolano ostativo? Collabora, il gioco è fatto. Vero, ma anche no. Esiste la libertà morale di non barattare la propria libertà personale con quella altrui, magari un fratello. Esiste il diritto al silenzio, un diritto inviolabile della persona, che non può evaporare solo perché il processo di cognizione è finito. Esiste la paura, vale a dire il rischio per la vita e la incolumità di chi collabora e dei propri famigliari, iniziando dai figli. E va detto che esiste anche uno Stato, il nostro, che non prende sul serio il sistema di protezione dei collaboratori di giustizia.

A detta del procuratore nazionale antimafia, è da ripensare completamente: scarse risorse finanziarie e di personale, cambio di identità concesso di rado, abbandono del collaboratore e dei famigliari, scarsa vigilanza e controllo. Del resto, una domanda ragionevole, che germoglia dalla comune esperienza: cosa può garantire che una persona che ha collaborato, in realtà, non lo abbia fatto per tornare a delinquere, per vendicarsi, per mero calcolo processuale?73b3b643-2340-4d76-bc6b-c28d47006bb2_large.jpg

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La povertà in Italia. Un male oscuro in espansione

Chiara Saraceno

La povertà assoluta nel nostro Paese non accenna a diminuire. Secondo l’Istat aumenta un po’ al Nord, diminuisce quasi impercettibilmente nel Mezzogiorno. Rimane attorno ai cinque milioni di persone, di cui quasi 1 milione e trecentomila, in aumento rispetto allo scorso anno, di bambini e ragazzi. Si tratta del 12,6% dei minori di 18 anni che vivono nel nostro Paese, distribuiti diversamente a seconda della ripartizione territoriale (riguarda il 15,7% nel Mezzogiorno, 10,1% nel Centro), cittadinanza (riguarda oltre il 31% dei bambini e ragazzi stranieri, il 7,7% di quelli italiani) e della occupazione dei genitori (tocca il 16,3% se i genitori sono operai, il 28,5% se in cerca di occupazione).

Questa inesorabile stabilità di alti livelli di povertà assoluta nel nostro Paese, unitamente al piccolo aumento al Nord, segnala tutta la fragilità di una ripresa più annunciata che effettiva e di un ritorno ai livelli occupazionali pre-crisi che nasconde una grande trasformazione dei rapporti di lavoro: più precari, temporanei, spesso a bassa remunerazione e con scarse o nulle protezioni. Troppe persone non possono contare su un lavoro con una prospettiva ragionevole di stabilità e il livello di disoccupazione continua a rimanere alto. E troppe famiglie, specie quelle con più figli, specialmente nel Mezzogiorno, ma in misura crescente anche al Nord, non hanno redditi da lavoro sufficiente per vivere. Sono anche le famiglie che più spesso vivono in affitto in un Paese in cui viceversa la maggioranza della popolazione vive in una abitazione di proprietà: un bene che i poveri non possono permettersi, ma che anche quando in affitto incide in modo sproporzionato, per il 35%, sui loro ridotti bilanci.

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Senza acqua potabile una persona su tre nel mondo. Report UNICEF-OMS

Nel mondo, una persona su tre non ha accesso all’acqua potabile sicura. Lo rivela il rapporto ‘Progress on drinking water’, di Unicef e Organizzazione mondiale della sanità, che punta i riflettori sulle disuguaglianze nell’accesso alla risorsa acqua. Non solo: “Più della metà del mondo – denunciano – non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri”. Il “mero accesso all’acqua non basta.
Se è sporca o insicura, non stiamo aiutando i bambini a livello globale”, afferma Ann Naylor dell’Unicef. Infatti, sottolinea Naylor, “se l’acqua non è pulita, sicura da bere o è troppo lontana da raggiungere, e se l’accesso ai servizi igienici è limitato, allora non stiano lavorando a favore delle nuove generazioni”. Secondo il Rapporto, circa 2,2 miliardi di persone a livello mondiale non dispongono di servizi per l’acqua potabile, 4,2 miliardi non dispongono di servizi igienici sicuri. Per 3 miliardi di persone, inoltre, non è possibile neppure lavarsi le mani disponendo di acqua e sapone in casa. Secondo Unicef e Oms, dunque, se “progressi significativi sono stati fatti per l’accesso universale di base all’acqua, ci sono tuttavia grandi differenze nella qualità dei servizi forniti”. “Se i vari paesi falliranno negli sforzi per garantire acqua sicura e servizi igienico-sanitari – ha avvertito Maria Neira, Director Department of Public Health dell’Organizzazione mondiale della sanità – continueremo a vivere insieme a malattie che già da tempo sarebbero dovute essere nei libri di storia: malattia come diarrea, colera, tifo, epatite A e malattie tropicali dimenticate. Investire in acqua, sanità e igiene è vantaggioso per la società sotto molteplici aspetti ed è – rileva – una base essenziale per la salute pubblica”.

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Persone in fuga nel mondo: oltre 70 milioni. Report UNHCR

Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività.Zoom-9-nov-Rifugiati-siriani.jpg

I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, pubblicato oggi, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.

La cifra di 70,8 milioni è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela in particolare è attualmente riflessa da questo dato solo parzialmente. In tutto, circa 4 milioni di venezuelani, secondo i dati dei paesi che li hanno accolti, hanno lasciato il Paese, rendendo la crisi in atto uno degli esodi forzati recenti di più vasta portata a livello mondiale. Sebbene la maggior parte delle persone in fuga necessiti di protezione internazionale, ad oggi solo circa mezzo milione di queste ha presentato formalmente domanda di asilo.

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«Mai l’utero in affitto». Le donne contro la Cgil

ANTONELLA MARIANI

«Maternità solidale» al posto di utero in affitto. Per le gestanti sostitutive un «rimborso spese», non un compenso. Garanzia di «libertà e autodeterminazione » delle donne, non nuova forma di schiavitù. Come da prassi, la «normalizzazione » di una pratica per molti indigesta passa anche attraverso un linguaggio accattivante.

Così domani a Roma saranno presentate due bozze di regolamentazione della Gravidanza per altri, la Gpa, patrocinate dal portale di informazione giuridica Articolo29 e da una cordata costituita da Associa- zione Luca Coscioni, Associazione Certi diritti (radicale), Ufficio Nuovi diritti della Cgil e Famiglie Arcobaleno. Il tutto nell’ambito di un convegno su ‘Fecondazione medicalmente assistita e gestazione per altri: la possibilità di un figlio nel 2019’, dove a intervenire, da mattina a sera, sono esclusivamente relatori pro-gravidanza per altri. Tornando alle bozze di regolamentazione, che bypassano il divieto previsto dalla Legge 40, l’idea è di consentire l’accesso alla Gpa a tutti, singoli e coppie, omosessuali ed eterosessuali. Spiega l’avvocata Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni: «Prevediamo una Gpa solidale, senza commercializzazione: si dovrà dimostrare che la gestante non è in stato di bisogno, ci sarà un rimborso delle spese mediche e una polizza assicurativa. La donna dovrà già avere figli suoi e non potrà essere anche la donatrice di ovuli». Congegno perfetto per ridurre al minimo i legami tra gestante e neonato e le eventuali «pretese» di tenersi il figlio. Il «ripensamento» è previsto ma sottoposto a condizioni.

La Corte Costituzionale alla fine del 2017 ha stabilito che la Gpa è una pratica lesiva della dignità delle donna, ma Filomena Gallo preferisce parlare di libertà e autodeterminazione. Senza contare però che legislazioni simili in altri Paesi dimostrano quanto sia poco frequente la situazione teorica del «dono» e quanto sia difficile distinguere, nella realtà, tra «surrogata solidale» e «commerciale ».

La presentazione delle proposte per introdurre la Gpa nel nostro Paese avverrà a Roma, nella sede della Cgil in Corso d’Italia. L’ufficio Nuovi diritti del sindacato, infatti, ha curato la parte sulle tutele nel lavoro delle persone coinvolte, gestante e committenti. Ma è proprio la partecipazione del maggior sindacato italiano alla elaborazione di una proposta di legge pro-Gpa ad aver scatenato la polemica più accesa. Perché non si è aperta una consultazione o un dibattito con gli iscritti prima di prendere una posizione così netta (peraltro già espressa in altre occasioni)? «L’immagine di una donna che affitta l’utero rientra nella vostra mission di tutela del lavoro? Se si tratta di dono e non di lavoro perché la Cgil organizza il convegno?». Sono solo due delle domande contenute in un appello al segretario Maurizio Landini, sottoscritto da decine e decine di persone (ieri sera almeno 150, quasi tutte donne, intellettuali, politiche, femministe) tra le quali la regista Cristina Comencini, la sociologa Daniela Danna, la fondatrice di Se Non Ora Quando- Libere FrRosyurconsulting_maternità-surrogata_utero-in-affitto.jpgancesca Izzo, l’ex deputata Pd Francesca Marinaro, la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini…

Un fronte compatto contro la Gpa, che guarda stupefatto all’inclusione della maternità surrogata nel novero dei Nuovi diritti di cui si occupa la Cgil. «Davvero possiamo pensare, vista la condizione sociale ed economica del Paese che la ‘possibilità di un figlio nel 2019’ passi dal regolamentare l’utero in affitto? Sono ben altri gli impedimenti alla scelta libera di avere un figlio che un sindacato come la Cgil dovrebbe considerare con urgenza ». Interpellati da Avvenire, i vertici del sindacato al momento non rispondono. 

in Avvenire 18 giugno 2019

Povertà in Italia. ISTAT: 1,8 milioni di famiglie povere

Sono oltre 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta in Italia, con un’incidenza pari al 7% del totale, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale). Numeri stabili, così come i trend che da anni caratterizzano la distribuzione geografica e sociale della povertà: con il Mezzogiorno in svantaggiato, immigrati e famiglie numerose a rischio. A pesare anche la mancanza di un titolo di istruzione e di una casa di proprietà.

Secondo i dati Istat relativi al 2018, pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005, si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta. L’Istat non rileva variazioni significative rispetto al 2017 nonostante il quadro di diminuzione della spesa complessiva delle famiglie in termini reali. In gran parte questo si deve al fatto che soltanto le famiglie con minore capacità di spesa (a maggiore rischio di povertà) mostrano una tenuta dei propri livelli di spesa, con un conseguente miglioramento in termini relativi rispetto alle altre. Le famiglie in condizioni di povertà relativa sono poco più di 3 milioni(11,8%), quasi 9 milioni di persone (15% del totale).

Il dato territoriale conferma la condizione svantaggiata del Sud. La percentuale di famiglie che si trova in povertà assoluta nel Mezzogiorno è del 10%, contro il 5,8% del Nord e il 5,3% del Centro. I minori in povertà assoluta (il 12,6%) sono 1 milione e 260mila: l’incidenza va dal 10,1% nel Centro fino al 15,7% nel Mezzogiorno. L’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri è del 30,3%, mentre tra gli italiani si attesta al 6,4. Gli individui stranieri in povertà assoluta sono oltre un milione e 500mila.

Nel 2018 si conferma un’incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. È pari a 8,9% tra quelle con quattro componenti e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; si attesta invece attorno al 7% tra le famiglie di 3 componenti, in linea con il dato medio. La povertà, inoltre, aumenta in presenza di figli conviventi, soprattutto se minori, passando dal 9,7% delle famiglie con un figlio minore al 19,7% di quelle con 3 o più figli minori. Anche nei nuclei mono-Brandolini_art.jpggenitoriali la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11%.

Istruzione e casa di proprietà sembrano essere gli antidoti alla povertà. La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Se la persona di riferimento ha conseguito un titolo almeno di scuola secondaria superiore l’incidenza è pari al 3,8%, si attesta su valori attorno al 10% se ha al massimo la licenza di scuola media. Fondamentale inoltre il titolo di godimento dell’abitazione in cui si vive, con una situazione particolarmente critica per chi vive in affitto. Le circa 850 mila famiglie povere in affitto rappresentano quasi la metà (46,6%) di tutte le famiglie povere, a fronte di una quota di famiglie in affitto del 18,7% sul totale delle famiglie residenti.

in Avvenire, 18 giugno 2019