Archivi categoria: Dibattito culturale

Le nuove tecnologie di comunicazione. Una presenza pervasiva tra gli italiani

CENSIS – Comunicato stampa 06 dicembre 2019

Dieci anni di smartphone: come è cambiata la vita degli italiani. Vero driver dell’innovazione digitale nel nostro Paese e responsabile del superamento del digital divide da parte di un’ampia fetta della società, lo smartphone ha giocato un ruolo da protagonista nella rivoluzione compiuta dal sistema dei media nell’ultima decina d’anni. Oggi rappresenta un oggetto di culto: l’icona della disintermediazione digitale. La percentuale degli utenti in Italia è passata da un timido 15% nel 2009 all’attuale 73,8%. Sono stati i giovani under 30 i pionieri del consumo, passati da un’utenza pari al 26,5% nel 2009 all’86,3% dell’ultimo anno.45.jpg A partire dal 2016 si registra una impennata anche tra i giovani adulti (30-44 anni), fino ad attestarsi oggi al 90,3%. La diffusione su larga scala di una tecnologia personale così potente ha contribuito a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare i nostri desideri e le nostre abitudini. Il 25,8% dei possessori dichiara di non uscire di casa senza il caricabatteria al seguito. Oltre la metà (il 50,9%) controlla il telefono come primo gesto al mattino o l’ultima attività della sera prima di andare a dormire.

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Droga, una vittima ogni 26 ore. Relazione annuale al Parlamento

VINCENZO R. SPAGNOLO

L’utilizzo di droghe, in Italia, miete quasi una vittima al giorno: 334 nel 2018, 38 in più dell’anno precedente. In media, una ogni 26 ore. Fra i più giovani, sono 660mila gli studenti che hanno fatto uso, nell’ultimo anno, di almeno una sostanza illegale: cannabis in testa (25,6%), ma seguita dalle Nps, le nuove (e micidiali) sostanze psicoattive come il Fentanyl, col 7%. In generale, il costo annuo per la cura e il trattamento delle tossicodipendenze è quantificabile in poco meno di «due miliardi di euro», in base a «una stima sicuramente in difetto», perché non tiene conto delle patologie correlate ai comportamenti a rischio legati al consumo, come le malattie infettive (Epatite B e C, Hiv e Aids).

Sono alcuni dei dati, non certo rassicuranti, contenuti nella Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze per il 2019, realizzata dal Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del consiglio. Lo scorso 29 ottobre, il testo è stato trasmesso alla Camera dei deputati dal ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà e potrebbe essere diffuso in queste ore. Ieri Avvenire ha potuto visionarlo: in 283 pagine, suddivise in sei capitoli, contiene la fotografia più aggiornata (basata su dati consolidati relativi al 2018) del consumo di sostanze, del trattamento sanitario, del contrasto giudiziario e delle attività di prevenzione nel nostro Paese.

Cannabis, regina del mercato
Nel 2018, le operazioni antidroga sono state 25.596. E fra i 123.186 chilogrammi di droghe sequestrate, la cannabis resta la sostanza più diffusa, con una «spesa stimata intorno ai 4,4 miliardi di euro l’anno» e «una percentuale di purezza alta» (12% per la marijuana, 17% per l’hashish). Dosi o carichi di “erba” o di “fumo” vengono scoperti nel 58% delle operazioni antidroga e assommano al 96% del totale di sequestrati. Inoltre, l’80% delle segnalazioni di consumo (illecito amministrativo ai sensi del noto articolo 75 del Dpr 309/1990) e il 48% delle denunce alle autorità giudiziarie sono relative ai cannabinoidi (marijuana, hashish e piante di cannabis). Un terzo degli studenti delle superiori ha “fumato” almeno una volta, con una «iniziazione» spesso intorno ai 15-16 anni. Inoltre, sono circa 150mila gli studenti tra i 15 e i 19 anni che potrebbero necessitare di un sostegno clinico.

Nps, la nuova minaccia online
Attraverso il web, iniziano ad arrivare in Italia «nuove sostanze psicoattive»: cannabinoidi, catinoni e oppioidi sintetici (come il famigerato Fentanyl, responsabile quest’anno negli Usa di 72mila decessi), in genere ordinati su Internet e ricevuti per posta. Sono «oltre 400», si legge a pagine 246, i «siti/forum/account social molto usati soprattutto dai giovani», come «piattaforme di vendita online», per i quali sono state «avanzate al ministero della Salute, 17 proposte di oscuramento di siti». Le indagini hanno «portato al sequestro di quasi 80 kg e 27mila dosi di sostanze sintetiche». E nel solo 2018, 5 decreti del ministero della Salute hanno inserito 49 nuove droghe nelle tabelle delle sostanze illegali. E il «Sistema nazionale d’allerta precoce» (Snap) «permette di identificare in tempi sempre più ridotti nuove sostanze in circolazione»: 39 nuove molecole scoperte nel 2018 (soprattutto catinoni sintetici e triptamine), in 15 casi con esami su persone «giunte in pronto soccorso per intossicazioni acute».

Coca e incidenti stradali
Il mercato della “neve” è stabile ma fiorente, con una spesa stimata di «6,5 miliardi». Dopo la cannabis resta «la sostanza maggiormente consumata dai poliutilizzatori» e uno «dei pericoli sociali di maggiore rilevanza», per gli incidenti stradali dovuti al suo abuso. Quella in circolazione adesso è più pura: dal 33% di principio attivo del 2016 è passata al 68% nell’ultimo biennio, con ricoveri e casi di decesso cresciuti rispettivamente del 38% e 21%.

Eroina per quindicenni
Sul fronte degli oppiacei, i dati mostrano una crescita: nel 2018, una tonnellata di eroina è stata sequestrata dalle forze dell’ordine; il principio attivo è del 18%, più alto che in passato; sale il prezzo di spaccio e raddoppiano le denunce per traffico. Ne fanno uso 6 persone ogni mille. Soprattutto, ed è l’aspetto più allarmante, «l’aumento della disponibilità di eroina» si accompagna alla crescita della percentuale dei giovani fra 15 e 19 anni, che l’hanno provata almeno una volta: «Dall’1,1 all’1,5%».

Decessi e ricoveri d’urgenza
Di droga si muore di più di prima: «Si è verificato un incremento dei decessi direttamente droga-correlati», passati «dai 296 casi del 2017 a 334 nel 2018». Una vittima ogni 26 ore, per intendersi. Con un inquietante raddoppio («+92%») dei decessi fra «le donne over 40». In generale, s’incrementa il numero delle persone «in trattamento» per l’uso di stupefacenti (con un 14% di «nuovi utenti») per un totale di 133.060 (88% uomini, dipendenti soprattutto da eroina e coca). Ma se i 568 servizi pubblici per le dipendenze e le 839 strutture socio-riabilitative censite (su 908 presenti) notano un «invecchiamento della propria utenza», sono i dati sui ricoveri a indicare come molti assuntori non siano consapevoli dei rischi. In un anno, infatti, sono state 7.452 persone finite in ospedale, più di 20 al giorno. E «più della metà di tali diagnosi fa riferimento a sostanze miste o non conosciute», col sospetto che sia la punta dell’iceberg di una «popolazione insorgente di utilizzatori di sostanze sintetiche e Nps, in maggioranza giovani».

Il dramma delle carceri
Secondo la relazione, sale la cifra dei «soggetti segnalati per detenzione di sostanze per uso personale» (cannabis in 8 casi su 10). Resta invece stabile il numero dei denunciati alla magistratura per traffico, spaccio e altri reati; 35.745 persone, con aumento degli over 35 e delle donne. Il narcomercato genera «conseguenze nell’ambito penitenziario»: la popolazione carceraria «è costituita per un terzo da detenuti» per reati collegati alle droghe e «per un quarto da soggetti tossicodipendenti» in cura.

Prevenzione nelle scuole
Il Dipartimento politiche antidroga ha siglato un accordo con la direzione generale per lo studente del Miur e ha promosso progetti e convenzioni (circa 70) con università ed enti non profit. «Gli interventi di prevenzione – osservano gli esperti del Dpa – rivestono un ruolo fondamentale, in particolar modo in ambito scolastico» per «identificare tempestivamente i comportamenti a rischio e le condizioni di vulnerabilità» dei ragazzi.

in Avvenire, 06 dicembre 2019

La società italiana. Rapporto Censis 2019

CENSIS – Comunicato stampa 

Il furore di vivere degli italiani ha vinto su tutto. Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista. Ma come siamo arrivati a questo punto? Gli italiani avevano dovuto prima metabolizzare la rarefazione della rete di protezione di un sistema di welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria, destinando risorse crescenti a strumenti privati di autotutela e introiettando l’ansia del dover fare da soli rispetto a bisogni non più coperti come in passato. Poi avevano dovuto fare i conti con la rottura dell’ascensore sociale, assumendo su di sé anche l’ansia provocata dal rischio di un possibile declassamento sociale. Anche perché la nuova occupazione creata negli ultimi anni è stata segnata da un andamento negativo di retribuzioni e redditi. Oggi il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata. Il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Infine, gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali.

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Stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro. Mattone e Bot erano inscritti nel codice genetico degli italiani: erano gli strumenti che rispondevano materialmente alla domanda sociale di futuro, il veicolo per salire verso livelli più alti di benessere. Ma oggi è cambiata la percezione sociale della proprietà immobiliare, considerata un costo più che un investimento. Dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, visti i rendimenti microscopici. Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi, in assenza di grandi strategie da generali d’armata, di certo non avvistati all’orizzonte in questi anni. Hanno cercato di porre una diga per arrestare la frana verso il basso. La loro reazione vitale ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali, a dispetto di proclami pubblici e decreti: il severo scrutinio nei consumi, il cash accumulato in chiave difensiva, anche il «nero» di sopravvivenza. Così non si è fermata la corsa alla liquidità: +33,6% di contante e depositi bancari nel decennio 2008-2018 (contro il -0,4% delle attività finanziarie complessive delle famiglie). È il segno di un legame profondo con il contante che rinvia alle sue valenze psicologiche, oltre che funzionali.

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Lo stato della salute nell’Unione europea

Lo stato della salute nell’UE

Le relazioni sullo stato della salute nell’Unione europea “State of Health in the EU” pubblicate a novembre 2019 dalla Commissione europea, oltre a chiarire gli scopi comuni e i margini di cooperazione tra gli Stati membri, tracciano il profilo della sanità in 30 nazioni. I dati rappresentano un quadro esauriente partendo da tre parametri essenziali: efficacia, accessibilità e resilienza dei sistemi sanitari. La relazione di accompagnamento evidenzia i rischi insiti nei vari sistemi sanitari presenti nell’Ue e traccia alcune linee guida da seguire. L’esitazione vaccinale, problema endemico nell’intera Europa, richiede ad esempio una più capillare alfabetizzazione. La trasformazione digitale può migliorare la sanità mobile, mentre le difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria in alcuni contesti sono tutt’ora lontane dall’essere superate. Inoltre la resilienza del sistema sanitario europeo passa attraverso il trasferimento di mansioni tra gli operatori del settore. Un sapiente utilizzo della scadenza dei medicinali offre infine la possibilità di limitare le spese e aumentare le possibilità di una pronta guarigione. Per approfondire consulta il comunicato stampa sul sito della Commissione europea e i profili sanitari per Paese.

Health at glance 2019

Nei 34 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), un nuovo nato ha una speranza di vita media di 81 anni, 1 adulto su 3 ha almeno una malattia cronica e le principali cause di morte sono le malattie cardiache e dell’apparato circolatorio (1 decesso su 3) e il cancro (1 su 4). Sono alcuni dei dati riportati nel rapporto OCSE “Health at glance 2019”, che presenta gli indicatori chiave sulla salute e la performance dei servizi sanitari. Leggi l’approfondimento dedicato.

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La Dichiarazione di Marsiglia e l’impegno della comunità di sanità pubblica verso i migranti

La città portuale di Marsiglia, confine ma anche ponte tra l’Europa e gli altri Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, è stata teatro della 12sima edizione della European Public Health Conference (EUPHA) che si è svolta dal 20 al 23 novembre 2019. Durante la Conferenza intitolata “Costruire ponti per la solidarietà nella salute pubblica”, l’EUPHA, la Société Française de Santé Publique e gli altri partecipanti hanno presentato una Dichiarazione (Marseille Statement) in cui si esortano tutti i governi a onorare gli impegni assunti nel perseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) e, in particolare, a sostenere l’impegno di garantire una vita sana e la promozione del benessere per tutti. Leggi la riflessione di Silvia Declich (Centro Nazionale per la Salute Globale, ISS).

Rapporto ASviS 2019: l’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile

È online la quarta edizione del Rapporto ASviS 2019. Il documento mostra la situazione complessiva e lo stato di avanzamento dei 193 Paesi delle Nazioni Unite rispetto al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e fornisce una panoramica dettagliata della situazione italiana di cui descrive anche le iniziative di Governo, Parlamento e amministrazioni pubbliche. Leggi l’approfondimento, con l’analisi dell’andamento nazionale dei singoli Obiettivi, a cura di Raffaella Bucciardini e Angela Spinelli (Iss).

Assistenza sanitaria di base e copertura sanitaria universale: il report Oms

Pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) alla vigilia del High-Level Meeting on Universal Health (che si è svolto il 23 settembre 2019 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), il rapporto “Primary Health Care on the Road to Universal Health Coverage. 2019 Global monitoring report. Conference edition” documenta i progressi fatti a livello globale nell’accesso della popolazione ai servizi sanitari. Leggi il commento di Silvia Declich e Maria Grazia Dente – Centro nazionale per la salute globale, Iss.

Disuguaglianze di salute in Europa: il nuovo report dell’Oms Europa

Il gap di salute fra ricchi e poveri si riduce meno dell’atteso: è questo il messaggio chiave che emerge dal rapporto dell’Ufficio europeo dell’Oms “Healthy, prosperous lives for all: the European Health Equity Status Report (2019)”. In termini di speranza di vita alla nascita i dati raccolti in 19 Paesi della Regione indicano che la differenza media è di 3,9 anni nelle donne (speranza di vita media 82 anni) e di 7,6 anni negli uomini (speranza di vita media 76,2 anni). È stato inoltre analizzato l’effetto di otto politiche sulla riduzione delle differenze di salute fra classi sociali: aumento di 1000 dollari del Pil pro capite; riduzione delle disuguaglianze di reddito; riduzione del tasso di disoccupazione; riduzione delle spese private per la salute; aumento delle spese di protezione sociale; aumento del finanziamento del sistema sanitario pubblico; aumento della spesa pubblica sulle politiche del lavoro; aumento della spesa pubblica nelle abitazioni e condizioni di vita. tra questi l’unico parametro a non avere effetto sulle disuguaglianze è risultato essere l’aumento del reddito pro capite, mentre le politiche del lavoro e le condizioni di vita e abitative hanno l’effetto massimo. Per maggiori informazioni scarica il documento.

Oms: i 10 argomenti di salute del 2019

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha stilato una lista che raccoglie i 10 problemi di salute a livello mondiale che richiedono un’attenzione speciale da parte della comunità internazionale e dei singoli Paesi. Le problematiche spaziano da focolai infettivi legati a malattie prevenibili da vaccino (come difterite e morbillo) ai fenomeni di antibiotico resistenza, passando per la diffusione di obesità e inattività fisica, l’impatto sulla salute dell’inquinamento ambientale, i cambiamenti climatici e le crisi umanitarie. Visita il sito Oms per la lista completa.

in Epicentro del 05 dicembre 2019

Linee Guida per una Sana Alimentazione Italiana. Centro di Ricerca Crea

IRMA D’ARIA

QUATTRO MINISTERI (Agricoltura, Salute, Istruzione e Ambiente), più di cento esperti tra nutrizionisti, dietisti, biologi e associazioni di consumatori e 13 (anziché dieci) nuove direttive tra cui tre novità: una specifica su frutta e verdura, una sull’impatto ambientale, economico e sociale delle diverse scelte alimentari ed una sulla dietoterapia e sull’uso di integratori (dimagranti o di altro tipo). Dopo la prima edizione del 1986, a cui sono seguite varie revisioni di cui l’ultima nel 2003, è stata presentata oggi a Roma la quarta revisione delle Linee Guida per una sana alimentazione attesa per ben 15 anni: un documento elaborato dal Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione del CREA molto più dettagliato stilato sulla base di un corposo dossier scientifico di riferimento. Andrea Ghiselli, dirigente di ricerca Crea Alimenti e Nutrizione e presidente della Commissione di revisione delle Linee Guida, ci spiega quali sono le novità principali.

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Più frutta e verdura

Mentre nelle passate Linee guida, questi alimenti erano inseriti in un’unica raccomandazione con cereali e legumi, oggi gli esperti hanno stilato una direttiva specifica sia perché si tratta di alimenti preziosi per la nostra salute, sia perché in Italia ne mangiamo poco. “Frutta e verdura – spiega Ghiselli – sono quel gruppo di alimenti che più ne mangi meglio è senza restrizioni di sorta a differenza di altri cibi. Purtroppo, gli italiani consumano in media circa 200 grammi di frutta e 200 grammi di verdura, che è la metà della dose raccomandata dalle Linee guida, cioè 450 grammi di frutta e 400 di verdura”. Inoltre, vari studi scientifici in questi anni hanno dimostrato che esiste un legame tra consumi di frutta e verdura e prevenzione delle malattie cronico-degenerative, obesità e mortalità prematura. “Questi alimenti hanno anche il grande pregio di riempire lo stomaco con poche calorie e poiché danno sazietà consentono di mangiare meno oltre al fatto che contengono molte sostanze preziose come fibra, vitamine e Sali minerali”, aggiunge l’esperto.

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Conoscere il mondo della disabilità

In occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, l’Istat, il Comitato Italiano Paralimpico e l’Inail hanno promosso un’iniziativa congiunta, patrocinata dalla Camera dei Deputati, per far conoscere meglio e in modo rigoroso il mondo della disabilità nel nostro Paese.

Alla presenza del Capo dello Stato, sono stati presentati i risultati di un nuovo Rapporto realizzato dall’Istat per valorizzare e mettere al servizio della collettività e dei decisori politici il vasto patrimonio informativo a disposizione dell’Istituto su un tema così rilevante ma al contempo ancora poco conosciuto nelle sue molteplici dimensioni.

368.jpgGli anziani sono i più colpiti: quasi 1 milione e mezzo di ultra settantacinquenni (cioè più del 20% della popolazione in quella fascia di età) si trovano in condizione di disabilità e 990.000 di essi sono donne. Ne segue che le persone con limitazioni gravi hanno un’età media molto più elevata di quella del resto della popolazione: 67,5 contro 39,3 anni. Il 26,9% di esse vive sola, il 26,2% con il coniuge, il 17,3% con il coniuge e i figli, il 7,4% con i figli e senza coniuge, circa il 10% con uno o entrambi i genitori, il restante 12% circa vive in altre tipologie di nucleo familiare. Le persone con disabilità che vivono con genitori anziani sono particolarmente vulnerabili, poiché rischiano di vivere molti anni da sole, senza supporto familiare; questo rischio è, peraltro piuttosto diffuso perché un numero elevato di disabili sopravvive a tutti i componenti della famiglia (genitori e fratelli), anche prima di raggiungere i 65 anni (Istat, 2016).

La “geografia della disabilità” vede al primo posto le Isole, con un’incidenza del 6,3%, contro il 4,8% (il valore più basso) del Nord. Le Regioni nelle quali il fenomeno è più diffuso sono l’Umbria e la Sardegna (rispettivamente, l’8,7% e il 7,3% della popolazione). Veneto, Lombardia e Valle d’Aosta sono, invece, le Regioni con l’incidenza più bassa: il 4,4%. Le limitazioni che determinano disabilità sono di varia natura e gravità, ricadono in vari ambiti e possono essere tra loro legate da rapporti di negativa interazione. Importanti ambiti nei quali esse si manifestano e, eventualmente, si generano sono: la salute, l’istruzione, il lavoro, le condizioni economiche, la partecipazione alla vita sociale e culturale.

Per saperne di più vedi il report dell’ISTAT:

http://www.istat.it/it/files//2019/12/Disabilità.pdf

 

Le strade segrete della ‘ndrangheta. Nel libro “Statale 106” di Antonio Talia

MARCO BELLIZI

Ci sono strade e strade. C’è la Route 66, la celebre arteria che collega le coste occidentali e orientali degli Stati Uniti; c’è la Great Ocean Road in Australia, 243 chilometri attraverso spiagge e foreste pluviali: un vero tesoro naturalistico. C’è la Panamericana, che dall’Alaska all’Argentina si snoda lungo 48.000 chilometri in 14 paesi, fra i quali Canada, Messico, Panama, Costa Rica, Colombia, Perú, famosa per i viaggi di Che Guevara e Bruce Chatwin.

E poi c’è la statale Jonica 106, che unisce Reggio Calabria a Taranto. Non faccia sorridere l’accostamento. Perché le arterie americane e australiane sopracitate, con la vena calabrese hanno legami più stretti di quanto si possa pensare. E non solo per il silenzio, denso, che accompagna chi le percorre. Un silenzio in cui, scrive lo scrittore e giornalista Antonio Talia citando non a caso il re dell’horror Stephen King, «qualcosa potrebbe nascere». Qualcosa di non propriamente benefico.

Talia è nato nell’estrema propaggine della penisola italiana, conosce bene quelle terre, ci ha giocato da bambino (anche a sparare con armi vere in poligoni improvvisati). Ha respirato la ruggine della Calabria, la polvere metallica prodotta dagli squallidi resti di impianti industriali sorti e abbandonati nel nulla, dai cantieri mai finiti, dalle carcasse di auto bruciate (o esplose). La polvere virtuale prodotta da storie famigliari mai dimenticate, da rancori eterni. Una coltre sottile, che ricorda un po’ la «Ruggine americana» narrata da Philipp Meyer, capace di posarsi ovunque, di degradare ogni cosa e di seppellire qualsiasi velleità di riscatto.

Nel suo libro «Statale 106. Viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta» (Roma, 2019, minimum fax, pagine 312, euro 18) Talia più che polvere la chiama per la verità “sindrome”. Una malattia veicolata dalla statale in tutti i luoghi che attraversa. Bocale, Saline Joniche, Melito Porto Salvo, Bova Marina, Brancaleone Marina, Africo Nuovo, Bovalino, Locri, Siderno, Gioiosa Jonica. E, risalendo verso i monti, San Luca e Platì. E poi Polsi, con il suo Santuario e le immagini della Madonna sui santini utilizzati dai criminali per riti da codice penale. Tutte località diventate note al pubblico per i fatti di cronaca nera, gli elenchi dei morti e quei cognomi che ricorrono continuamente e che da quelle parti conoscono bene.

Per la verità, certi nomi stanno cominciando a farsi “apprezzare” anche altrove. In Canada. Negli Stati Uniti. In Australia. Lungo le strade citate sopra. In Colombia, in Messico. E ancora in Germania. In Olanda. In Slovacchia. Nel Nord Italia, dove, scrive Talia, la ‘ndrangheta “è un boa pronto a stritolare, annidato tra i giardini delle villette brianzole”, e l’intero territorio è “suddiviso in ‘locali’, zone amministrative-ombra”. Per ogni paesino calabrese toccato dalla statale l’autore ricorda gli atti efferati che vi hanno trovato origine o compimento. Sono vicende che scandiscono anche la storia nazionale, dalla lotta per il controllo del dismesso impianto Liquichimica Biosintesi, che ha dato il via alla prima guerra di ’ndrangheta, all’omicidio del politico e manager Lodovico Ligato, maturato nel contesto della “seconda guerra”, scoppiata, secondo quanto accertato dagli inquirenti, tra le famiglie Imerti-Condello-Serraini-Rosmini e De Stefano-Libri-Tegano. Fino ad arrivare alla strage di Duisburg in Germania e all’ancora misterioso omicidio del giornalista Ján Kuciak a Veľká Mača, in Slovacchia.

Una storia on the road molto poco epica ma narrata da Talia con il piglio incalzante e asciutto del cronista e il gusto del racconto di un romanziere in grado con poche parole di rendere fedelmente un paesaggio urbano, una cultura, un ambiente naturale dove le caratteristiche morfologiche diventano metafora di una cultura stretta tra l’angustia di monti e gole e un mare profondo dal potenziale inespresso. E dove la bruttura dei casolari grezzi, incompiuti o dipinti con colori troppo accesi, è una sprezzante, ostentata sfida alla bellezza e all’armonia, il rifiuto di ogni manifestazione dell’ordine civile e statale.

Sotto l’aspetto informativo, il libro, a partire dagli atti dei processi nei quali sono stati coinvolti e condannati esponenti della ‘ndrangheta, passando per le intercettazioni, i racconti degli infiltrati e le testimonianze dei magistrati, espone efficacemente tutte le numerose diramazioni ideali che partono dalla statale 106, portando alla luce particolari di un fenomeno, quello della ’ndrangheta, nel quale sono molte ancora le zone d’ombra. Silenzi, appunto, dove “qualcosa potrebbe nascere”. O dove continua a riprodursi. Dal 1994 al 2019, ricorda Talia, il Tribunale dei minori di Reggio Calabria ha processato oltre cento minori per omicidio o tentato omicidio. In molti casi si tratta di ragazzini coinvolti in traffico di droga o estorsioni, che hanno obbedito agli ordini dei genitori in carcere. «Questi ragazzi crescono immersi in quel tipo di cultura — spiega il procuratore della direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, in una testimonianza presente nel libro — e l’unica possibilità consiste nel far loro conoscere un’alternativa diversa, perché finché vivono in quell’ambiente hanno una sola opzione».

Andròs agathìa (la virtù dell’uomo valente): secondo una delle interpretazioni più accreditate, il termine ’ndrangheta deriverebbe da queste due parole greche. Un messaggio preciso. Del resto, scrive l’autore, la sindrome di cui si parla “è una patologia del comportamento”, un lungo corto circuito nel malinteso processo di riscatto di una parte del paese colpevolmente dimenticata. Il libro di Talia, al quale non deve essere estranea, come si accennava, una certa letteratura americana, si fa leggere come un avvincente romanzo, ma rende bene una realtà atroce, fatta di morte e disperazione. Di quest’ultima, soprattutto. Perché ciò che colpisce è l’assoluta irrazionalità della scelta criminale, una strada che non solo non porta a nulla ma è tutt’altro che comoda e fruttuosa. Emblematiche sono le parole pronunciate da un agente infiltrato nelle cosche calabresi a proposito degli affiliati con i quali ha dovuto vivere per diverso tempo a stretto contatto: “Nessuna di queste persone — racconta — mi sembrava, non dico felice, ma neanche soddisfatta della vita che conduceva, e nonostante la loro ricchezza si muovevano sempre al risparmio, come se dovessero continuamente contare anche gli spiccioli”. I piccoli avanzi di un paese che troppo spesso guarda a queste terre “con orrore e disgusto” o con l’indifferenza, scrive Talia, del “lasciate-che-i-terroni-si-ammazzino-tra-loro”.

in L’Osservatore Romano, 04 dicembre 2019

Il paradosso meritocratico. Ridistribuire i frutti di talento e impegno

LEONARDO BECCHETTI

È singolare osservare come in tema di meritocrazia il Vangelo e il pensiero liberale dicano la stessa cosa. Nella parabola dei talenti i tre servi ricevono uno 5 talenti, uno 2 e il terzo solo uno. I primi due li investono e ne ottengono altri 5 e 2 rispettivamente, mentre chi ne aveva ricevuto uno solo ha paura e lo sotterra. Sarà solo quest’ultimo a subire i rimproveri e la punizione del padrone. La parabola suggerisce che i talenti non sono egualmente distribuiti e non sono meritati, ma rappresentano piuttosto una dotazione di partenza (chi riceve 5 talenti invece di 1 non ha fatto nulla per meritarselo).

La vita, prima ancora che il padrone, punisce non chi ha avuto pochi talenti ma chi non si è messo in gioco, non ha rischiato e investito la propria vita. James Buchanan, uno dei più noti esperti di scelte pubbliche del pensiero economico mainstream, non dice cose molto diverse quando ricorda che i risultati della vita dipendono da quattro fattori (talento, fortuna, denaro, impegno) e che l’unico meritevole di premio è l’impegno.italiana.jpg

Il paradosso arriva quando confrontiamo queste valutazioni in fondo concordanti con le esigenze dei sistemi socioeconomici. Che hanno bisogno di innovazione per spostare avanti la frontiera e migliorare, oggi, la capacità di produrre e al tempo stesso, in abbinamento, la sostenibilità sociale e ambientale. Premiare le eccellenze (che non dipendono solo dallo sforzo ma anche dal talento) diventa dunque un modo per stimolare l’avanzamento delle conoscenze che, una volta realizzato, potrà apportare benefici a tutta la popolazione se tali benefici saranno opportunamente condivisi e redistribuiti.

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CLIMA. Dal vertice di Madrid i dati allarmanti dell’emergenza

Marinella Correggia

Le vittime collaterali del caos climatico si contano a migliaia, ormai, anche nel Nord del mondo. Lo rivela il rapporto Global Climate Risk Index 2020, diffuso a Madrid in occasione della Cop25 da German Watch, un istituto tedesco di analisi e azione «per l’equità globale e la sopravvivenza»80bb112ee271508962b4d5fa1c2e2613-1.jpg

Il risultato di oltre 12.000 eventi meteorologici estremi (ondate di calore, siccità, alluvioni, inondazioni, cicloni) registrati nel ventennio 1999-2018 è una strage: circa 495mila vittime umane, e perdite economiche superiori ai 3.500 miliardi di dollari (in Ppa, parità di potere d’acquisto)

Per compilare la classifica dei più sfortunati, il Climate Risk Index (Cri) tiene conto di quattro indicatori: numero assoluto di morti, numero di morti ogni 100mila abitanti, perdite totali in dollari (Ppa) e perdite per unità di prodotto interno lordo.

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Una riforma dell’istituto di prescrizione che offende la civiltà giuridica

Vladimiro Zagrebelsky

Con una legge del gennaio di quest’anno la maggioranza di allora approvò una legge che introduceva una novità nell’operare della prescrizione dei reati. Per i reati che saranno commessi dopo il prossimo 1° gennaio, i termini, che la legge definisce più o meno lunghi a seconda della gravità dei reati, non opereranno più dopo la sentenza di primo grado. Questa sentenza, sia essa di condanna o di assoluzione, diverrà poi definitiva e esecutiva se non appellata né dall’imputato, né dal pubblico ministero oppure dopo che siano esauriti i giudizi di appello e ditribunale.jpeg cassazione.

L’intenzione del legislatore della riforma è quella di ridurre il gran numero di sentenze che dichiarano la estinzione del reato per prescrizione e di eliminare l’interesse degli imputati a presentare impugnazioni puramente dilatorie, nel solo intento di raggiungere la prescrizione. L’operare della riforma venne dilazionato per consentire al governo di introdurre riforme capaci di assicurare tempi brevi alla conclusione dei processi penali. Nessuna efficace soluzione essendo nel frattempo stata trovata al problema gravissimo della lunghezza dei processi, si è ora giunti al nodo su cui si oppongono, non solo maggioranza e opposizione, ma anche i partiti da cui il nuovo governo è sostenuto, nonché l’associazione dei magistrati e quelle degli avvocati. Benché non vi sia urgenza (gli effetti della riforma si avranno tra anni) e le possibili soluzioni alternative siano pressoché infinite, il governo rischia di perdere la sua maggioranza (irresponsabilmente nel bel mezzo della sessione di bilancio).

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