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L’Europa non è un nemico (sarebbe ora di capirlo)

Sergio Fabbrini

E’ un bene che il governo italiano abbia aperto (finalmente) un dialogo costruttivo con la Commissione europea sulla legge di bilancio 2019. È un bene che il negoziato con la Commissione persegua (finalmente) l’obiettivo di evitare l’attivazione della procedura d’infrazione (per debito, oltre che per deficit, eccessivi) nei confronti del nostro Paese. È un bene che i due principali leader del governo italiano abbiano deciso (finalmente) di ascoltare il mondo produttivo del Paese (come testimonia la lettera del ministro dello Sviluppo economico inviata ieri a questo giornale). Tuttavia, è bene anche comprendere le ragioni che hanno condotto all’isolamento dell’Italia in Europa, oltre che del governo nel mondo economico, se si vuole prevenire un nuovo isolamento. Quelle ragioni sono dovute a visioni sbagliate, visioni che sono proprie (in verità) non solo del governo ma anche di altre componenti della nostra classe politica. Due in particolare: la visione elettoralistica della politica interna e la visione avversariale della politica europea. Vediamo di cosa si tratta.

Cominciamo dalla prima. Può essere che qualche leader politico abbia operato per trasformare la Commissione nel capro espiatorio delle nostre difficoltà economiche. Tuttavia, la propaganda ha un limite. Come hanno sostenuto i rappresentanti delle maggiori organizzazioni imprenditoriali italiane che si sono riuniti lunedì scorso a Torino, i maggiori ostacoli alla crescita economica del Paese provengono dall’interno, piuttosto che dall’esterno.

Non è colpa dell’Unione europea (Ue) se vengono bloccate, in Italia, le opere infrastrutturali che già dispongono di risorse, né è colpa  dell’Ue se la prossima legge di bilancio, in Italia, è in larga parte assorbita da spesa corrente (reddito di cittadinanza, riforma delle pensioni) e non da investimenti pubblici («su 36,5 miliardi di spesa aggiuntiva, solo 3,5 vengono destinati agli investimenti», secondo questo giornale). Qui, i vincoli dell’Eurozona non c’entrano. C’entrano invece le scelte domestiche. Di fronte alla minaccia di una recessione incombente, il governo propone un bilancio pubblico che non investe sulla crescita (con investimenti vincolati all’incremento dell’occupazione), bensì distribuisce risorse con effetti moltiplicativi limitati.

Il Paese ha assolutamente bisogno di affrontare le diseguaglianze che si sono create lungo la crisi dell’ultimo decennio, ma quelle diseguaglianze richiedono risposte strutturali e non già elettoralistiche. Occorrerebbe, ad esempio, distinguere tra le politiche per l’assistenza (finalizzate a neutralizzare la povertà) e le politiche per il lavoro (finalizzate a creare nuova occupazione). Queste ultime richiedono investimenti per accrescere le opportunità occupazionali (ed una cultura del lavoro come fonte della dignità personale), non già sussidi che producono un effetto opposto. La visione elettoralistica della politica non vede discontinuità tra la campagna elettorale e l’azione di governo. Per essa, è prioritario soddisfare gli interessi delle proprie constituencies elettorali piuttosto che quelli del proprio Paese. Non basta il dialogo, se non si rovescia la prospettiva, trovando risposte  specifiche all’interno di un obiettivo generale. Se un Paese non cresce, infatti, tutti ne pagheranno le conseguenze.

Vediamo ora la visione avversariale dell’Ue, anch’essa responsabile delle nostre difficoltà. Il governo (ma non solo lui) ha continuato ad interpretare l’Ue come un’organizzazione esterna all’Italia, il cui scopo è quello di dominare gli stati europei (se non di consentire ad alcuni stati di controllare altri stati). In realtà, l’Ue non è un Concerto delle Nazioni dove contano solamente i rapporti di forza. È un’organizzazione fatta di stati, oltre che di istituzioni comunitarie, tenuta insieme da regole giuridiche e pratiche politiche, non già da rapporti di potere. Ciò significa che è intoccabile? Tutt’altro. Significa, però, che il suo (cattivo) funzionamento è il risultato di un’azione collettiva regolata che va compresa. È vero che il funzionamento dell’Eurozona è influenzato da asimmetrie che hanno rafforzato alcuni Paesi del nord a danno di quelli del sud, ma è anche vero che tali asimmetrie  hanno generato i loro effetti negativi perché esaltate dal modello (intergovernativo) che regola quel funzionamento. Quelle asimmetrie esisterebbero comunque anche senza l’Eurozona (la Germania sarà sempre più forte dell’Italia), ma solamente attraverso l’Eurozona (se organizzata in modo appropriato) possono essere tenute sotto controllo. Per cambiare un sistema dall’interno, occorre però avere chiaro in quale direzione cambiarlo. Se la direzione è quella di creare un’Eurozona sovranazionale (se non federale), l’unica che può neutralizzare le asimmetrie tra gli stati, allora occorre introdurre dei “firewalls” (dei frangi-fuoco) tra i governi nazionali e le istituzioni europee. Le seconde debbono gestire risorse e competenze non delegate dai primi, così da prevenire l’istituzionalizzazione, a livello europeo, dei rapporti di forza obiettivi che esistono a livello dei governi nazionali. Può essere necessario chiedere una maggiore flessibilità nell’interpretazione dei  vincoli di bilancio dell’Eurozona, ma ciò non è sufficiente per neutralizzare la strutturale asimmetria tra gli stati che appartengono a quest’ultima.

La visione avversariale dell’Ue è sbagliata perché ci conduce all’isolamento imbelle. Tant’è che là dove si è consolidata, nel Regno Unito, ha prodotto conseguenze drammatiche. Insomma, per fare dei progressi nei negoziati con la Commissione e nel dialogo con il mondo produttivo, occorre rivedere il modo di pensare la politica (interna ed esterna). Occorre prendere atto che vincere una campagna elettorale è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per governare il Paese. E occorre capire che non si può contrastare l’Ue come se fosse un nemico. Essa è un’organizzazione di cui anche noi facciamo parte e che anche noi possiamo contribuire a migliorare.

in Il Sole 24 Ore, 16 dicembre 2018

Non rottamiamo le nostre anime

Franco Arminio

Il nero dell’Italia di oggi non è il fascismo, ma la depressione. Forse sono depressi anche in Francia, ma lì ora è una depressione che si agita. Da noi è una cosa inerte, cupa. Tutti parlano di Salvini, ma il problema sono quelli che non escono di casa. Ci sono milioni di italiani in pigiama. C’è gente che finisce la sua giornata prima di cominciarla. Esistono i lavori usuranti, ma esistono anche i riposi usuranti. Abbiamo milioni di pensionati in buona salute, ma a cui nessuno sa cosa chiedere. Milioni di giovani senza lavoro e molto spesso senza utopie. Abbiamo un esercito di mutilati che non hanno partecipato a nessuna battaglia. La depressione degli italiani ovviamente non preoccupa nessuno perché i depressi in genere non danno fastidio. Anzi, uno dei motivi dell’assenza di conflitto sociale è proprio il dilagare della depressione. E ovviamente anche della paura. Parliamo sempre della paura per i migranti. Ma forse la vera paura è il cancro. Siamo avvinti a questo nodo scuro che nessun uragano può sciogliere. Nessuno di noi, in nessun luogo può dire di non avere un parente o un conoscente ammalato di cancro. Anche la salute non è mai stata tanto grigia. Basta guardare le facce che ci sono in giro. È come se fosse sceso un velo grigio sulle facce. La scontentezza fa più danni del colesterolo. E poi c’è la lingua. Gli italiani non hanno mai parlato così male. Una volta c’erano i pastori, i barbieri che parlavano in rima. Anche chi non aveva studiato ti sapeva raccontare qualcosa. Ora si parla tanto di narrazioni, ma nessuno sa narrare niente. E ci si ammala anche per questo. C’è come un ristagno delle emozioni. La Rete ha creato un mondo di solitari che aspettano ogni giorno una parola che non arriva e se arriva non è mai bastevole. Primo e ultimo gesto della giornata: accendere e spegnere il telefonino. È come portarsi dietro una bombola di ossigeno vuota. Non c’è aria in Rete, è solo un traffico di ombre. E quello che una volta si chiamava mondo reale è un deserto. L’unico luogo dove si fa vita sociale ormai sono i ristoranti. Visti da fuori sembrano acquari dove ogni cliente è un pesciolino.

Nessuno sembra preoccuparsi di una situazione del genere. Il governo da mesi è impegnato in esercizi di ragioneria finanziaria perché per l’Europa di oggi sembra che la vita di una nazione passi tutta per l’ufficio di ragioneria. Anche la morte sembra passata in secondo piano. Sempre più spesso si muore di nascosto e chi resta subito si rimette in marcia. Il lutto fa pensare al vuoto e il vuoto fa paura. Fa paura il silenzio. E allora via con le esternazioni. Le fa il bidello su Facebook e le fa il ministro della scuola che non vorrebbe compiti a casa a Natale. Ognuno ha qualcosa da dire o da svelare e alla fine non sentiamo niente, non ricordiamo niente. Forse in una situazione del genere almeno gli intellettuali si dovrebbero allarmare, ma gli intellettuali sono depressi, come tutti gli altri. E poi c’è l’antica attitudine alla viltà e alla furbizia. Si preferisce non prendere posizione. Non mi riferisco al fatto di scrivere su un giornale o in Rete, ma anche alla semplice discussione coi vicini o al bar. Oggi la parola è passata a chi non ha niente da dire. E il segreto sta nel fatto che questi si rivolgono a chi non ha voglia di ascoltare. In questo modo ogni cretinata è sempre viva e vegeta, mentre il pensiero sembra un esercizio per presuntuosi. Se metti una bella poesia in Rete, alcuni apprezzano ma per altri è solo un esercizio narcisistico. Chi racconta un’esperienza virtuosa è uno che si vanta. Gli sfaccendati e i rancorosi hanno creato un clima in cui i loro sentimenti sono la normalità. Il bene è una stranezza da indagare, in qualche caso persino da perseguire legalmente. Forse quello che una volta si chiamava impegno politico oggi dovrebbe partire dalla condizione fisica e spirituale degli italiani. Bisogna partire dai corpi più che dalle leggi di bilancio. Da questo punto di vista il governo in carica mi sembra davvero assai lontano dal poter fare un lavoro culturale. È in corso una rottamazione delle anime di cui nessuno si occupa. Parlo delle persone che hanno potere. Questi ci fanno morire, ma esiste pure chi ci sta guarendo. Ecco il mistero di questa epoca, crepuscolo e alba assieme. L’alba viene dagli ignoti che abbracciano ancora, che stanno vicini agli infermi. Gli ignoti che  lavorano con cura, i silenziosi che parlano coi loro esercizi di salute morale. Il conflitto non è più tra destra e sinistra, ma tra tirchi e generosi, tra cinici e appassionati. Nessuno sa come andrà a finire. Non pensate che l’esito dipenda da Salvini e da Di Maio. Dipende da ognuno di noi. Dipende dalle verità che proteggeremo, dai sogni che proveremo a realizzare. È ora che ognuno stenda il suo sogno sulla tavola del mondo, i sogni non prendono spazio, ma lo danno.

in “Corriere della Sera” del 16 dicembre 2018

Bontà. Un frutto che ancora matura su questa terra

Concita De Gregorio e di Catia Tondonati

Grazie a Catia Tondodonati, zia affidataria di Antonella «Alla domanda quanti siete in famiglia?, noi, complici, sorridiamo e rispondiamo 5+ 1. È diventato un codice, troppo complicato sarebbe spiegare. Riassumo la composizione: mio padre, impiegato d’azienda, dedito al lavoro, alla sua terra e alla sua famiglia, ci ha trasmesso un forte senso del dovere e una grande dose di umiltà; mia madre, La Madre, colei che tutto ama, tutto rende meraviglioso, tutto può, con una forza mitica e misteriosa. Io sono la più grande, Beatrice, un ingegnere ancora in erba, poi c’è Francesco, un designer eccentrico e Caterina, la piccola di casa, studentessa di Economia. E siamo a cinque. Manca Lei. Il nostro + 1. È arrivata nella nostra famiglia, ufficialmente, due anni fa in seguito ad una pratica di affido, ma era già di famiglia per me e i miei fratelli: era nostra cugina. Ha una patologia genetica grave, i genitori l’hanno abbandonata. Un bel dì una telefonata dal tribunale ci mette davanti a una decisione ardua: decidere del futuro di una bambina non poco speciale. In soldoni suonava più o meno così: “Potete scegliere: o la casafamiglia, o l’affido presso di voi”. Disperazione. Panico. Mio padre si trova a sfamare ancora due figli laureati ma che non trovano lavoro e una terza che sta ancora studiando. Ce la faremo? Mia madre allarga le sue enormi ali da chioccia, e fa entrare un quarto ovetto sotto le sue piume. ” Sì che ce la faremo”. E allora sposta camere, armadi, fai spazio in casa… reinventa una famiglia. Ma soprattutto inizia a conoscere cose di Lei che non pensavi esistessero. Non deambula bene, non ti segue con lo sguardo, ha due anni e qualcosa non va. Test genetici. Visite specialistiche. Ospedali. Diagnosi: sindrome da microduplicazione Xp11.22- p11.23, unita ad una leggera forma di Epidermolisi bollosa. Segni particolari: occhi grandi, marroni, buoni. Capelli di seta, neri, “boccolosi”. Corporatura robusta, sintomo di una buonissima forchetta, e una dolcezza che ti scioglie il cuore. E sembra più forte e più bella di sempre. Il suo nome è Antonella, ma Lei si fa chiamare Chicca, in onore di mio fratello Chicco (Francesco). Non saprei dire chi dei due ami di più l’altro. Sono simbiotici. Padre e figlia, amici, fratelli. Quando li guardo ridere insieme, non so mai dove inizi l’uno e finisca l’altro. È la nostra gioia. Il nostro meraviglioso fulmine a ciel sereno, il + 1 che serviva a rendere la nostra famiglia completa. Due cose ci auguriamo: che questa immensa e rara unione duri per sempre e che Lei, con il nostro appoggio, possa provare a cavarsela da sola, autonomamente. Difficile? Non lo sappiamo, non conosciamo questa sindrome, non possiamo fare pronostici, non conosciamo nessuno che possa raccontarci del futuro. Nell’era dei social e della “condivisione”, questo è il nostro veicolo per raccontare la nostra storia, impegnativa ma dalle grandi soddisfazioni. Vorremmo fare appello a tutte le famiglie che vivono la nostra stessa condizione affinché possiamo confrontarci, supportarci, consigliarci, migliorarci. Ai medici perché possano guidarci. Noi promettiamo di continuare a dare il meglio di noi stessi, per Lei».

in “la Repubblica” del 16 dicembre 2018

Economia circolare. Risultati acquisiti e prospettive future

Elena Comelli

Non più usa e getta, ma usa e ricicla. Il futuro del manifatturiero è nel riutilizzo dei materiali già usati, nel taglio dei consumi di materie prime vergini, nella riduzione dei rifiuti e dello spreco energetico. Ce lo dice l’Europa, ma ce lo dicono anche i bilanci delle imprese impegnate nella rivoluzione circolare, che corrono più delle altre. Del resto l’Italia, da sempre povera di risorse, è già ben piazzata per tener testa alla pressione competitiva globale, grazie a un’importante tradizione di “frugalità”. Dai rottami di Brescia agli stracci di Prato, fino alla carta da macero di Lucca, il sistema industriale italiano pratica da secoli l’economia circolare. Ma non bisogna mollare la presa.

«Tra i grandi Paesi europei, siamo quello con la quota maggiore di materia prima seconda impiegata dal sistema produttivo», spiega Domenico Sturabotti, direttore di Fondazione Symbola, il punto di riferimento centrale in Italia per le imprese impegnate nella transizione verso un sistema produttivo circolare ed efficiente. In base ai dati di Eurostat, è materia prima seconda quasi un quinto (18,5%) del materiale utilizzato dal sistema produttivo italiano, ben davanti alla
Germania (10,7%), unico Paese più forte di noi nella manifattura. Con 256 tonnellate per milione di euro, dato quasi dimezzato rispetto al 2008 e molto minore rispetto a quello della Germania (424), siamo il più efficiente tra i grandi Paesi europei nel consumo di materia dopo la Gran Bretagna (che impiega 223 tonnellate di materia per milione di euro, ma ha un’economia più legata alla finanza).

Siamo secondi dopo la Germania (59 milioni di tonnellate) per riciclo
industriale con 48 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi avviati a riciclo (meglio di Francia, Regno Unito e Spagna). Un recupero che fa risparmiare al sistema energia primaria per oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno ed emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2 .

Il vantaggio della circolarità, però, non si limita al taglio delle bollette e delle emissioni. «La maggiore efficienza si traduce in minori costi produttivi, minore dipendenza dall’estero per le risorse e maggiore innovazione, che si tratti di prodotti realizzati dagli scarti o della rigenerazione di elettrodomestici, del riutilizzo degli abiti o della produzione di bioplastiche da residui agricoli», rileva Sturabotti. «Le medie imprese industriali che hanno investito l’anno scorso in ricerca e sviluppo sono il 27% tra quelle che puntano sull’eco-efficienza e solo il 18% tra le altre», precisa.

Ancora più interessanti sono le ricadute che emergono sul fronte della competitività. «Le medie imprese manifatturiere che hanno investito in eco-innovazione nel triennio 2014-2016 hanno registrato performance superiori a quelle non investitrici», in base all’ultima indagine di Symbola in collaborazione con Unioncamere. Ai migliori risultati aziendali vanno ad affiancarsi quelli sull’occupazione: il 41% delle imprese impagnate nell’eco-innovazione hanno registrato una crescita degli occupati contro il 31% delle altre. Non solo: le imprese eco-investitrici hanno segnato una crescita dell’export nel 49% dei casi, contro il 33% delle altre.

In pratica, l’economia circolare è un’importante leva per la crescita, come dimostrano tante storie di imprese che hanno trasformato le sfide ambientali in opportunità di business, sfruttando anche le tecnologie dell’industria 4.0. Tutti i settori e tutte le filiere ne sono interessati, ma la meccanica è il comparto manifatturiero che ha meglio interpretato la transizione verso modelli produttivi circolari, con la progettazione di macchine utensili sempre più orientate all’efficienza e al recupero, a partire dal caso della fiorentina Dell’Orco; Villani fino al primato della vicentina Tonello, che produce da 35 anni macchine per il finissaggio di capi d’abbigliamento adottate da tutti i più grandi marchi mondiali della moda, grazie ai loro sistemi di riciclo continuo dell’acqua, con consumi e dispendio energetico molto inferiori rispetto alla concorrenza. Famosa è l’innovazione NoStone per ottenere l’effetto consumato dei jeans che, grazie all’azione meccanica e non chimica, non produce polveri o fanghi e riduce il consumo di acqua. Anche per questo siamo leader mondiali in un comparto che quest’anno prevede una crescita del fatturato del 9,3% a 6.650 milioni di euro.

Eccellenze circolari si trovano anche in altri settori classici del Made in Italy, come l’arredamento, dove spicca il caso della mantovana Saviola, che sottrae ogni anno alla discarica un milione e mezzo di tonnellate di legno per produrre pannelli truciolari in 14 stabilimenti fra Italia, Belgio e Argentina, senza sacrificare un albero. Nell’abbigliamento c’è il caso di Thermore, leader mondiale delle imbottiture termiche, precursore del riciclo della plastica fin dagli anni Ottanta, con diverse linee derivate da poliestere riciclato post-consumo, tra cui la nota Ecodown realizzata completamente con fibre ricavate dal riciclo della plastica. In media, per la realizzazione di una giacca imbottita con Ecodown si riutilizzano circa dieci bottiglie di plastica che altrimenti finirebbero nei rifiuti.

Il punto è che stanno rapidamente cambiando anche gli stili di vita e i modelli di comportamento dei consumatori. Il tema della sostenibilità appassiona o quanto meno coinvolge il 59% degli italiani, 29,7 milioni di persone, in base all’ultimo rapporto Lifegate. Non a caso il fatturato complessivo dell’alimentazione biologica cresce a doppia cifra, sfiorando ormai i 5 miliardi, e il consumo consapevole è in pieno boom. Legambiente stima che questi nuovi filoni di business potrebbero creare 867mila posti di lavoro a livello europeo e 190mila solamente in Italia.

Questo articolo è pubblicato nell’ambito di Solutions&Co, un’iniziativa internazionale e collaborativa tra venti testate giornalistiche da tutto il mondo focalizzata sulle imprese che stanno sviluppandosi oltre lo stadio di startup nella lotta contro il climate change. Trovate altre storie qui.

In Il Sole 24 Ore, 03 dicembre 2018

Smartphone centro hi-tech della vita e del lavoro

Mario Cianflone

Una vita davanti al piccolo schermo. Ma non la tv. Il piccolo schermo, che, poi, tanto “mini” in realtà non è più, è ormai quello dello smartphone, il vero e indispensabile compagno di tutti i giorni perché tutto passa da lì: dalle sue app, dai suoi circuiti e dal display touch. Telefonare è solo una funzione, e forse la meno importante, perché lo smartphone nato come evoluzione del cellulare è diventato la madre di tutti i dispositivi. Ha assorbito le capacità di una molteplicità di oggetti, dalla fotocamera al player di audio e video, dal navigatore gps al collettore di messaggi, da chiave di accesso ai social network a strumento di pagamento. Basti pensare, come confronto, che in Italia si vendono circa 3 milioni di tv in un anno. I telefonini sfiorano la soglia di 20 milioni di unità: per oltre il 90% sono smartphone ormai suddivisi tra Android (88%) e iPhone (10%). Forse lo stesso nome smartphone è riduttivo: la definizione che meglio lo descrive è quella dei suoi predecessori, gli ormai dimenticati “computer palmari” o handheld device. E questo, Steve Jobs, 11 anni fa con il suo primo Apple iPhone, lo aveva capito con mirabile lungimiranza, cucinando ingredienti noti ma mai così ben miscelati.

Il suo ruolo centrale è tale da insidiare la carta di credito (anche se molte banche resistono all’avanzata di soluzioni come Apple Pay e Samsung Pay). Ha “mangiato” interi segmenti di mercato dell’elettronica di consumo. In pratica – a parte gli oggetti “da amatori”, come le macchine fotografiche reflex o mirrorless o alcuni player audio e qualche navigatore – ha polverizzato intere categorie. Per rendersene conto basta entrare in negozio di Mediaworld o Unieuro e vedere che l’offerta sul bruno è confinata ai tv (che resistono), ai pc (quasi tutti portatili), qualche tablet (in affanno) mentre il resto sembra monoprodotto “mobile” con accessori per smartphone come cover, cuffie e altoparlanti wireless che non a caso si stanno trasformando in smart speaker, al pari degli orologi che da segnatempo diventano smartwatch.

Perché? Semplice: perché lo smartphone ora fa tante cose e soprattutto le fa bene. Prendiamo ad esempio la fotografia digitale. Chi si imbatte in vecchi scatti salvati sul pc si rende subito conto che le immagini prodotte dai primi iPad e cellulari erano di bassa qualità. Ora invece il panorama, da circa tre anni, è cambiato radicalmente. Gli smartphone fanno belle foto, anche al buio. Scatti usati anche in ambito professionale, grazie al fatto che hanno due, tre, e persino quattro obiettivi. Quanto alla musica, servizi online come Spotify permettono di averla a portata di polpastrello.

Lo smartphone ha un ruolo sempre più centrale anche in auto. Usare il cellulare mentre si guida è criminale oltre che stupido, ma con le vetture attuali dotate di sistemi di interfacce come Android Auto e Apple CarPlay si possono replicare alcune funzioni sul display di bordo. Navigazione compresa, impostando la destinazione prima di salire a bordo. Inutile girarci intorno: le mappe di Google sono forse le migliori quanto ad aggiornamento sul traffico e sono sicuramente le più pratiche, anche a piedi. Non a caso, molti preferiscono il navigatore di Google al poco pratico e mal aggiornato sistema di bordo.

E gli usi “non telefonici” non finiscono qui. Con un’app, il telefonino smart può essere trasformato in qualsiasi cosa: un personal trainer digitale che misura i parametri vitali, un telecomando per la domotica, un assistente per prenotare un ristorante, far arrivare la cena a casa, avere a disposizione un’auto in car sharing o con conducente. E quanto è più semplice il check-in di un volo con la carta d’imbarco digitale? Non è possibile fare un elenco esaustivo di quello che il nostro “amico digitale” può fare, oltre ad avere un ruolo centrale nella gestione dei social media e per comunicare tramite WhatsApp. Può trasformarsi in pc o in decoder se collegato a un monitor o alla tv e consentire – e qui è merito del display ad alta risoluzione di hardware dalle prestazioni esuberanti – di vedere un film o una serie tv anche in streaming, grazie ai nuovi piani tariffari sempre più generosi in termini di giga.

Dal punto di vista, invece, del design e delle prestazioni, gli smartphone di ultima generazione iniziano a fare fatica nel dire qualcosa di nuovo: look e materiali (di pregio) unificati, con display senza bordi, si fanno riconoscere solo da dietro per la disposizione delle fotocamere, mentre le prestazioni in genere sono molto alte e difficilmente migliorabili per i modelli medi e top di gamma. Ancora una volta, cartina al tornasole di questa scarsità di idee è l’ascesa del notch (la tacca sul display introdotta da Apple su iPhone X): vero stilema del 2018. Dunque, l’unico punto dove si può agire è il prezzo. Gli smartphone di alto e medio livello costano parecchio, quelli di fascia super bassa sarebbe meglio lasciarli sullo scaffale. Occorre ritornare, forse, a una saggia via di mezzo perché la soglia dei mille euro è stata superata tante volte. Troppe, persino per il centro digitale della nostra vita.

in Il Sole 24 Ore, 05 dicembre 2018

Economia e società. La rabbia dei “perdenti” della globalizzazione

Mauro Magatti

Si può pensare di superare la lunga transizione che stiamo vivendo solo se partiamo dall’idea che, a livello mondiale, si sono messe in movimento forze storiche profonde che non riusciamo ancora bene a comprendere né a valutare nella loro reale portata. Nella babele dei linguaggi contemporanei e grazie alla potenza dei social, le democrazie in tutto il mondo sono scosse dal vento forte e disordinato di una protesta che si produce per vie laterali, canalizzando il malcontento dei perdenti della globalizzazione (come nel caso dei Gilet gialli in Francia). Ex ceto medio, che fatica economicamente ma che soprattutto non crede più all’idea che la crescita sia, di per sé, la soluzione dei suoi problemi. E per questo costituisce il fronte del no (con un neoluddismo sociale che mette insieme elementi contraddittori: dai No Tav al rifiuto delle tasse per il diesel) affidandosi a leader politici che in comune hanno solo i loro sentimenti e le loro parole anti establishment (qualunque cosa ciò voglia dire).

Dietro la superficie, si coglie però un dato più profondo: siamo di fronte alla consumazione della relazione tra individuo e ordine sociale per come l’abbiamo pensata e costruita dagli anni 60 a oggi. Un’ampia percentuale di gente comune è ormai convinta — non per condizionamenti ideologici ma sulla base delle proprie esperienze quotidiane — che la quota di benessere e sicurezza in cui può ragionevolmente sperare è molto modesta. E per questo non è più disponibile a stare al gioco. Si può discutere se tale percezione sia fondata o meno.

Ma quello che conta (e che non sembra sia stato capito da buona parte della intellighenzia) è che ormai da tempo siamo usciti dall’immaginario della crescita illimitata che ha dominato fino al 2008. Il problema è che i partiti di sinistra (a cui tradizionalmente si attribuisce una visione critica dell’ordine economico) hanno da tempo cambiato posizione, sposando una linea progressista che combina libertà individuali, innovazione e mercato. Per questo, oggi sembrano del tutto incapaci di raccogliere le istanze sociali che fondamentalmente chiedono che qualcuno si metta in mezzo tra le vite individuali e i grandi processi associati alla globalizzazione (dalla finanza al terrorismo alle migrazioni). Sapendo mediare tra la spinta modernizzatrice e le esigenze (economiche ma anche identitarie) delle comunità e delle persone. La vera paura di tanti è quella di finire per diventare degli scarti di un «sistema» che, nel nome di grandi discorsi sul progresso e l’innovazione, di fatto si disinteressa dei destini concreti della maggioranza delle persone. Come recitava efficacemente uno dei manifesti dei Gilet gialli «Le élite pensano alla fine del mondo, noi pensiamo alla fine del mese».

Ho parlato prima di forze profonde che sono insieme materiali e spirituali. Forse si può addirittura arrivare a dire che quello che sta accadendo in questi anni segna la conclusione della parabola cominciata nel 1968, della quale il liberismo di destra e di sinistra sono state le due ali politicoculturali. In realtà, in questo mezzo secolo, abbiamo costruito un modello di vita radicalmente individualistico che oggi la digitalizzazione porta alle sue estreme conseguenze, eliminando tutte le mediazioni intermedie e schiacciando la comunicazione sul tempo immediato. E tutto ciò proprio nel momento in cui il cambio delle condizioni storiche rende difficile soddisfare la promessa di benessere e felicità per tutti. Ma se milioni di singoli individui, socialmente isolati, culturalmente indeboliti ed economicamente marginali reclamano quella sicurezza che la crescita di per sé non è più in grado di garantire, allora il rischio di un repentino rovesciamento autoritario (in forme necessariamente inedite) diventa più realistico.

Sono a rischio i valori democratici ed europeisti che hanno consentito la crescita dell’autonomia Prima si riconosce questa frattura e prima sarà possibile evitare gli esiti più nefasti. Ciò concretamente significa tornare a interrogarsi su come sia possibile tenere insieme oggi crescita economica e democrazia. I termini della questione sono stati già delineati da Dani Rodrik, il quale ha parlato di un trilemma: «Se vogliamo far progredire la globalizzazione dobbiamo rinunciare o allo Stato-nazione o alla democrazia politica. Se vogliamo difendere ed estendere la democrazia, dovremo scegliere fra lo Stato-nazione e l’integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato-nazione e l’autodeterminazione dovremo scegliere fra potenziare la democrazia e potenziare la globalizzazione».

Il corso della storia ci ha portato a questo snodo: se, come oggi è evidente, dalle democrazie sale la domanda di una maggiore protezione sociale anche in contrasto con le esigenze dell’economia globale, è necessario pensare a un’azione politica capace di corrispondere a tale domanda. In fondo, fu proprio questa la questione che Keynes si trovò ad affrontare già negli anni 30, quando il disordine finanziario aveva provocato tanti disastri: riconnettere in modo nuovo intelligente e non regressivo economia e società è oggi la sfida che occorre vincere. Da qui non si può scappare. Ed è da qui che occorre ripartire.

in “Corriere della Sera” del 15 dicembre 2018

La “Gran Madre” di Italia. Finora ha avuto 121 figli. Una storia fantastica

Germana Giacomelli, intervistata da Stefano Lorenzotto

Per il pranzo di Natale, a tavola saranno almeno in 24. Ma potrebbero essere cinque volte tanti. Perché Germana Giacomelli, 71 anni, la Grande Madre d’Italia, ha avuto finora 121 figli. L’avverbio non deve apparire asimmetrico rispetto all’età: nella sua gioiosa caserma continuano ad arrivarne. «Non la chiami comunità, neh? Siamo a tutti gli effetti, anche di legge, una famiglia».

Cinque li ha partoriti lei. Otto li ha adottati. Gli altri le sono stati affidati dai tribunali per i minorenni di Milano, Brescia e Venezia. Li ricorda per nome a uno a uno. Il più piccolo aveva 15 giorni, ora ha 15 anni, «una femmina, Serena, vedesse quant’è bella». Il più grande ne ha 47, «un’altra femmina, Rossella, sono ancora la sua tutrice». Italiani, bosniaci, nigeriani, ghanesi, tunisini, marocchini, cinesi, brasiliani. Il mondo in casa. Quella di Bande, frazione di Cavriana (Mantova), dove mamma Germana vive con il marito Gianpaolo Brizzolari, fornaio, sposato mezzo secolo fa, e la loro tribù.

Degli otto figli ai quali il capofamiglia ha dato un tetto e un cognome, la metà sono stati segnati dalla malattia. Cristina, 27 anni, è affetta dalla sindrome di Down; Laura, 24, è cerebropatica e spastica; Celeste, 22, epilettica, ha un’emiplegia e l’epatite C. Quanto al piccolo Roberto, è morto nel 2010, a soli 18 mesi. «I medici ci avevano detto che sarebbe sopravvissuto al massimo per 15 settimane», si rattrista la madre adottiva. «Non sentiva, non parlava, non deglutiva, aveva una tetraparesi, potevo nutrirlo solo con una sonda inserita nello stomaco. Però lei non ha idea di quanto amore ha sparso intorno a sé. Arrivò che non riusciva neppure ad aprire gli occhi e andò via avendoli spalancati su un mondo diverso. Ora è il nostro angelo custode».

Quand’è cominciata quest’avventura?

«Trentatré anni fa. Avevo già messo al mondo quattro figli. Mio marito possedeva due panifici, io  un negozio di scarpe. Mi crede se le dico che non sapevamo come spendere i soldi? Auto, abiti griffati, viaggi, ristoranti, colf. Non mi mancava nulla eppure mi sentivo priva di tutto. Stavo malissimo. Ero in perenne attesa di qualcosa che desse un senso alla vita. Ma non sapevo dove cercarlo».

Alla fine come l’ha trovato?

«Mi sono messa a pensare agli altri. Le inquietudini sono svanite. Ho cominciato da chi avevo più vicino, da Laura, che dava ripetizioni a mio figlio Lorenzo. Decisi di aiutarla a diplomarsi insegnante. Il paese mormorava, la consideravano una ragazza di facili costumi. Si figuri i commenti quando restò incinta di un egiziano. Voleva abortire. Mio marito e io stabilimmo di darle uno stipendio fisso, 1 milione di lire al mese, affinché continuasse la gravidanza. Le diagnosticarono un tumore alla gola. La accompagnavo in ospedale a Brescia per la cobaltoterapia. Aveva il terrore di partorire un figlio deforme. Invece ebbe una bimba stupenda. Laura si sposò con un uomo che si prese cura di lei e della piccina. E diventò maestra elementare».

Il passo successivo fu prendersi in casa i ragazzi in affido?

«Non solo ragazzi. Serena, la più piccola che il giudice ci ha mandato, aveva appena 15 giorni di vita. In seguito fu adottata. Altri non se ne sono più andati. Davide è con noi da 30 anni».

E quando trovano una nuova famiglia?

«Mi prende il magone. Allora rovescio la casa, come se dovessi fare le pulizie di Pasqua. Per non pensarci».

Che storie hanno alle spalle?

«Così brutte che si stenta persino a immaginarle. Figli di tossicomani e criminali, bambini trovati per strada o violentati dai padri, orfani di entrambi i genitori. Ne abbiamo avuto uno sottratto alla  madre che lo lavava con la candeggina per scacciare il diavolo dal suo corpo, finché un giorno gliela diede da bere; uno che veniva imbottito di barbiturici, pestati nel mortaio, per farlo stare tranquillo; uno che voleva dormire per terra perché i genitori a cui era stato tolto non gli avevano mai dato un letto».

Chi vi informa di queste tragedie?

«Un po’ le vediamo dagli atti giudiziari, un po’ affiorano spontaneamente con la terapia dell’amore. Due volte la settimana viene qui una psicologa. Ci aiutano altri tre educatori, fra cui una logopedista. Tutta gente pagata da noi. Finora nessuno dei ragazzi è mai caduto nella droga come i loro genitori, nessuno ha perso il lavoro. La Germana mette solo le pezze, neh? Però cucite bene».

Io non saprei da che parte cominciare.

«Ma no, ci riuscirebbe benissimo anche lei. Hanno bisogni minimi. Ricordo che uno di loro, appena arrivato dalla Sicilia, mi disse: “Vorrei la pasta con il sugo e andare a scuola, nient’altro”».

Con suo marito avrà dovuto fissare regole molto rigide.

«Poche. Non rubare, non mentire, non menare le mani. Qualcuno si meraviglia: “Perché il papà non ti dà mai le botte?”. Mi tocca rispondergli: ué, la mamma l’è minga un tamburo!».

Da dove le deriva questa vocazione?

«Forse dalla mia famiglia di origine, piuttosto numerosa. Sono cresciuta a Bovegno, nel Bresciano, prima dei sette figli di un minatore della Val Trompia. Si chiamava Montenero Robusto Alpino, perché era nato nel 1917, mentre suo padre stava in trincea nelle Alpi Giulie, sul monte Nero. Non essendo nomi di santi, il prete si rifiutò per tre volte di battezzarlo. Alla fine nell’archivio parrocchiale fu registrato come Augusto».

Era contento della sua scelta di fare da mamma ai figli di nessuno?

«Per nulla. Vent’anni fa, sul letto di morte, pronunciò il nome di tutti i miei fratelli, tranne il mio. Se ne andò senza salutarmi. Non era d’accordo neppure mia madre Rosi, ma almeno con lei, nell’ultimo anno di vita, sono riuscita a ricucire. Però non li biasimo. Solo ora che mi avvicino alla loro età mi rendo conto di quanto dirompente dovette sembrargli la scelta di questa figlia un po’ matta. Anche qui a Cavriana l’hanno capita davvero in pochi».

Che cosa c’è da capire nell’altruismo? 

«Lo dice lei. Molti compaesani pensano che puntiamo ai 500 euro mensili erogati dai Comuni per ciascun affido. Pazienza, che vadano a farsi benedire».

Ma questi contributi bastano?

«Per vitto, abbigliamento, bollette, visite specialistiche, terapie, vacanze, corsi di nuoto e di sci? La casa, 13 camere, 6 bagni, 9.000 metri quadrati di giardino, piscina, ha bisogno di continui restauri. Io ho una pensione di 675 euro al mese, il Brizzolari poco più. Per fortuna pane, pizza e brioche li porta lui dal panificio, dove ha assunto tre dei nostri ragazzi che abitano per conto loro. E posso contare sulle mie sorelle Fabrizia e Mina».

Non vi aiuta nessuno dei figli che avete avuto, o avete, in affido?

«Da loro non accetterei un euro, è giusto che si tengano i loro stipendi. A volte rimprovero mio marito: ma vendilo, ’sto forno. Mi risponde: “E dopo come facciamo?”. È lui il mio sponsor ufficiale, non dice mai di no. Così, a 75 anni suonati, ogni notte si alza all’1.30, va al lavoro, torna alle 14, sta con i ragazzi fino alle 19, poi si corica di nuovo senza cenare».

E lei?

«Alle 21 sono già a letto anch’io».

Perché avete dipinto la casa di rosa?

«Non è il colore della speranza? Trent’anni fa mio marito fu sfrattato dal suo negozio di Desenzano. In sei mesi finimmo in bolletta».

Come ne usciste?  

«Un commerciante di farine, dal quale Gianpaolo non aveva mai comprato nulla, gli disse: “Ho trovato a Peschiera del Garda la bottega che fa per te”. Non chiese neppure la mediazione».

Che cos’è lo svago per lei?

«Stare in famiglia. Le mie uniche uscite da questa casa sono per andare dal medico, al supermercato, in banca e in chiesa. Non ho ricordi di essere stata al ristorante o al cinema. Nel 2017 i figli hanno insistito per mandarci otto giorni alle Canarie, mio marito e io, da soli. È stato come spedirmi su Marte. Ma sono felice, ho trovato ciò che mi mancava. Accogliere fa vedere la vita in modo totalmente nuovo. Doni dieci e ricevi un milione. Come dice sempre il Brizzolari, che cosa saremmo senza questi ragazzi?».

Perché le mamme italiane fanno in media solo 1,24 bambini a testa?

«Andiamo tutti di corsa. Per arrivare dove, poi? Neanche le mie due figlie hanno figli. “Abbiamo già dato”, scherzano, e un po’ è vero, perché mi hanno aiutato a crescerne molti. A sposarsi non ci pensano, hanno pure mollato i fidanzati».

Come mamma ha commesso errori?

«Senz’altro. Nessuno nasce bravo. Tutti i giorni speri di fare la cosa giusta. Il guaio è che non sai quale sia. Quando la imbrocchi, devi capire che non è mai merito tuo. Ho dato troppo? Ho dato troppo poco? So solo che i nostri 121 figli ci hanno insegnato a diventare genitori».

Ma lei e suo marito vi chiedete mai che fine farà la vostra grande famiglia quando non ci sarete più?

«Le voglio raccontare la storia di Laura, figlia di una tossicodipendente. Nacque al sesto mese di gravidanza, fu subito battezzata perché non doveva arrivare a sera. Il referto medico era lungo quanto la mia lista della spesa: cerebropatia, tetraparesi, retinopatia. Muoveva soltanto un braccio, non riconosceva nessuno e rantolava, perché intubandola le avevano lesionato i polmoni. All’età di 18 mesi la adottammo. Mia sorella Fabrizia la portò a San Giovanni Rotondo, tenendola su per le ascelle. Laura non voleva più staccarsi dalla tomba del frate di Pietrelcina. La mattina dopo, appena sveglia, esclamò: “Padre Pio mi farà camminare!”. Ritornò a casa sulle proprie gambe. Capisce? Qualcuno veglierà su questa famiglia anche dopo che noi ce ne saremo andati».

in “Corriere della Sera” del 15 dicembre 2018

Prima Guerra Mondiale. Considerazioni di un Vescovo

Ivo Muser, vescovo di Bolzano

Cento anni fa, nel periodo attorno a Ognissanti e al Giorno dei defunti, si concludeva una guerra spaventosa. Deve colpirci e indurci a riflettere il fatto che in questo incendio di vaste proporzioni che chiamiamo Prima guerra mondiale si fronteggiarono soprattutto cristiani e nazioni, che con naturalezza si dicevano «cristiane».

La guerra fu voluta da molti

«Dio onnipotente, re del cielo e della terra, re delle schiere della guerra e sostegno del mondo, benedici con il tuo sangue innocente le armi imperiali … Conserva i combattenti nella loro fedeltà incrollabile e guidali in battaglie colme di fiducia sino alla felice vittoria!». Questa preghiera per i soldati fu pronunciata da un mio predecessore, il principe vescovo Franz Egger di Bressanone. Già nella sua lettera pastorale del 30 luglio 1914, quindi due giorni dopo l’inizio ufficiale della guerra, scriveva: «Se mai c’è stata una guerra giusta, allora è sicuramente quella attuale».

Mentre papa Benedetto XV con perseveranza esortava alla pace e definiva questa guerra «inutile strage», un suicidio dell’Europa civilizzata, l’entusiasmo bellico contagiò ampie parti non solo d’Europa ma anche della nostra popolazione. La guerra non scoppiò inaspettata, bensì fu preparata a lungo nelle menti, nella politica, nella cultura e nella scienza, nell’economia e anche nella religione. Questo conflitto – oggi dobbiamo ammetterlo con onestà – fu voluto da molti e quasi comunemente definito «una guerra santa», talvolta anche un «giudizio divino» nei confronti di quanti erano considerati nemici della fede e della patria.

Umiltà e compito

Nel ricordare gli eventi di 100 anni fa non si tratta di volgersi all’indietro in modo altezzoso e saccente, o di trascinare con presunzione gli uomini di allora davanti al tribunale del presente. Noi ricordiamo con riflessione e turbamento quel periodo della nostra storia per costruire ponti di pace. È prioritario, alla luce della catastrofe e delle conseguenze di ampia portata che ha causato, rinnovare l’apertura alla volontà di pace e imparare una volta per tutte che il linguaggio della guerra non può in nessun modo rappresentare per noi un’alternativa o un’opzione.

Il ricordo comune degli orrori e delle crudeltà del conflitto vuole collocare questo monito in profondità nei nostri cuori: la pace va voluta e cercata, la pace ha bisogno di essere curata e accompagnata in modo vigile, affinché non venga sacrificata per presunti interessi superiori. La memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune.

Davanti alle infinite sofferenze che le guerre, senza eccezione, sempre provocano, non possiamo permetterci di mettere in gioco la pace gettando benzina sul fuoco dei conflitti. È fondato e necessario rammentare la storia – con le sue ingiustizie, le sue ferite e le sue cicatrici – ma senza abusarne per legittimare con nuovi atti ingiusti i torti commessi.

Le radici di questa guerra

La Grande guerra ha provocato un dolore umano indicibile e la morte di milioni di persone. Le grandi catastrofi del XX secolo vanno messe in relazione a questa tragedia, non ultimo anche l’enorme numero di vittime nella Seconda guerra mondiale. L’ascesa e la presa del potere del fascismo in Italia non sarebbe concepibile senza la prima contesa bellica, tantomeno la Rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi e la conseguente guerra civile russa, che inghiottì milioni di vite umane. Anche il nazionalsocialismo e la sua ideologia del disprezzo e dell’annientamento della persona, con il conseguente orribile piano di sterminio degli ebrei, trovano nel Primo conflitto mondiale le loro radici.

Nel fare memoria di questa catastrofe primigenia del XX secolo dobbiamo dare un nome alle radici della guerra: come il nazionalismo, diventato un surrogato della religione; l’odio, il disprezzo e l’arroganza verso altri popoli; la pretesa ingiustificata di potere assoluto su vita e morte, ma anche la brama di ricchezza e di conquista. Allora come oggi la pace viene minacciata da massicci deficit di giustizia e violazioni dei diritti umani. Particolarmente pericolose sono anche la glorificazione e la giustificazione della violenza: un chiaro e forte no deve attraversare tutta la nostra società, quando gruppi di persone sono sospettati in modo generico o quando s’invita a ripulire la nostra terra da determinate categorie di persone. L’accusa con cui ha dovuto confrontarsi Pietro durante il processo a Gesù resta sempre attuale: «La tua parlata ti tradisce» (cf. Mt 26,73).

Nessuna guerra è una vittoria

      In questi giorni in cui si ricorda, si riflette e si commemora, nessuno dovrebbe parlare di vittoria. I monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte. Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, alla comprensione, alla volontà di convivenza! Non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti!

In un discorso tenuto a Gorizia, in una città dove anche la «piazza grande» ha visto il nome cambiato in «piazza Vittoria», nel 1966 il poeta italiano Giuseppe Ungaretti che qui aveva combattuto nella Prima guerra mondiale, diceva: «Il nome di Gorizia non era il nome di una vittoria, non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega, ma il nome di una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevamo il nemico, ma che noi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello».

Un ricordo ripulito significa liberarsi della vecchia immagine del nemico e dei metodi usati per costruirla e giustificarla. Un ricordo riconciliato significa manifestare la volontà politica che fa diventare partner e amici i nemici di un tempo.

I cristiani hanno il compito di gestire il futuro operando per la pace. Come cristiani e come comunità cristiana siamo chiamati a non lasciare soli i responsabili politici, ma a stimolarli e incoraggiarli a prendere decisioni al servizio della pace e del bene comune.

Ponti per la pace

      La Prima guerra mondiale ha prodotto conseguenze di vasta portata per la nostra terra: il Sudtirolo assegnato all’Italia; il Tirolo separato e diviso fra due stati; l’antica diocesi di Bressanone attraversata da un confine nazionale. Con l’ideologia fascista arrivarono i dolorosi divieti negli ambiti della lingua, della scuola, della cultura, dell’associazionismo. Iniziò una voluta e forzata alienazione dell’area culturale tirolese vecchia di secoli. Per molti abitanti i successivi decenni furono segnati dalle sofferenze provocate dalle due dittature del fascismo e del nazionalsocialismo, dal funesto periodo delle Opzioni e dalla Seconda guerra mondiale.

Oggi sta a noi mantenere aperte le frontiere e fare in modo che possa crescere assieme ciò che è strettamente collegato: nei cuori e nelle menti, grazie alle molte occasioni e possibilità che ci sono offerte in un’Europa riconciliata, unita e con regioni forti.

Invito a gestire la nostra vita e la nostra convivenza da uomini e donne di pace: non volgendo il pensiero al passato, ma con un comune sguardo rivolto al futuro! Auspico che ci sia donata la volontà di perseguire con decisione l’unità nella diversità: qui e in un’Europa comune, dove diverse culture, lingue e confessioni religiose s’incontrano e s’impreziosiscono reciprocamente.

Invito a riscoprire la nostra identità cristiana e a curarla in un dialogo rispettoso con le altre identità: non tutto ciò che oggi si richiama al cristianesimo è anche improntato al cristianesimo. E invito a plasmare la nostra convivenza con la ferma volontà di trarre insegnamento dalla dolorosa storia del XX secolo, che ha molto ferito e segnato anche la nostra terra.

Oggi abbiamo bisogno di segni concreti che sappiano unirci e riconciliarci, che ci aiutino a comprendere assieme la storia, a rammentare, a interpretare e a perdonare. Ogni parte ha avuto vittime e colpevoli!

Tutti noi possiamo compiere semplici azioni di pace, iniziando dall’impegno a conoscere gli «altri»: che sia il proprio vicino o la propria vicina, una persona appartenente a un altro gruppo linguistico, il migrante con la sua storia e le sue speranze. Conoscere veramente l’altro costruisce un ponte per la pace.

Non dimenticare

      Non dimentichiamo mai: la guerra non ha inizio sui campi di battaglia, ma nei pensieri, nei sentimenti e nelle parole delle persone. I nostri pensieri non sono mai neutrali e il nostro linguaggio ci tradisce sempre. C’è una stretta correlazione tra pensare, parlare e agire, cent’anni fa e anche oggi.

Non dimentichiamo poi le migliaia di giovani, anche della nostra terra, mandati al massacro. Sono un monito a lavorare per concreti progetti di pace. L’auspicio è che siano soprattutto i nostri giovani a costruire assieme il loro presente e il loro futuro. Conoscendo i tragici eventi di cento anni fa e visitando gli scenari bellici dove ragazzi come loro si sono fronteggiati e uccisi in una guerra assurda, possono capire che la pace non è una cosa scontata ma va voluta e costruita giorno per giorno.

Lasciamoci colpire – sul piano strettamente personale ma anche come comunità di credenti – dalle beatitudini di Gesù nel discorso della montagna, che nella festa di Ognissanti viene proclamato in tutte le chiese cattoliche del mondo: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

In 20 anni emigrati 463mila campani. Come se fosse sparita mezza Napoli

Salvatore Avitabile

In venti anni il Mezzogiorno ha perso oltre un milione di abitanti. E dalla Campania, dal 1997 al 2017, sono emigrate oltre 463 mila persone, quasi tutti giovani. Come se mezza Napoli si fosse svuotata. Un record, emerso ieri dal report «Mobilità interna e migrazioni internazionali della popolazione residente» diffuso dall’Istat. Il trend negativo è cresciuto dal 2009 quando la fuga dalla Campania era di 316.345 persone. Poi nel 2013 è salita a 402.793 cittadini e nel 2017 fino a 463.994. È il segno evidente che povertà e disoccupazione sono sempre più fenomeni ormai radicati. Uno scenario che viene rafforzato da un altro report, diffuso sempre ieri dall’Istat, che riguarda i conti economici territoriali su redditi e ricchezza dal quale emerge che il Pil per abitante nel 2017 risulta pari a 35,4 mila euro nel Nord-ovest, a 34,3 mila euro nel Nord-est e a 30,7 mila euro nel Centro.

Invece il differenziale negativo del Sud resta ampio: il livello del Pil pro capite è di 18,5 mila euro, inferiore del 45% rispetto a quello del Centro-Nord (del 44,1% nel 2016). Scrive l’Istat: «In termini di reddito disponibile per abitante il divario scende al 35,3%». In Campania il Pil a prezzi corrente per abitante (2011-2017) è 18,2 mila euro mentre in Lombardia è di 38,2 mila euro.

Tornando all’emigrazione i Il confronto della Campania con le regioni del Nord è impietoso: l’Emilia Romagna è la più attrattiva con un aumento della popolazione – in venti anni – di 311.496 abitanti e la Lombardia, dal 1997 al 2017, di 265.515. Nelle altre regioni del Nord, in 20 anni, il saldo positivo è stato di 601.886 cittadini. Un’ulteriore conferma, se ci volesse ancora, che l’Italia va a doppia velocità, con un Nord che produce e crea lavoro, e un Mezzogiorno, a cominciare dalla Campania, che continua a spopolarsi, soprattutto di giovani. Infatti, in base ai dati dell’Istat, sono stati 4 mila i giovani che hanno lasciato la Campania per andare all’estero. E, con Germania e Svizzera, gli under 29 partenopei continuano a credere nel Regno Unito come una grande occasione per trovare un lavoro. Nessuna paura dopo il via libera della Brexit con il referendum del 23 giugno 2016. La Brexit diventerà operativa il 29 marzo del 2019.

Secondo l’ultimo rapporto di Banca d’Italia, diffuso nei mesi scorsi, sono stati 54 mila i laureati che dal 2006 al 2016 hanno lasciato Napoli e la Campania. Dodici laureati ogni 100. L’emigrazione è aumentata nonostante nel 2017 il tasso di occupazione sia cresciuto del 2,3%, in lieve rallentamento rispetto al 2016. Ma in Campania l’offerta di lavoro per i laureati è inferiore di 10 punti percentuali rispetto alla media italiana: le assunzioni di laureati tra il 2012 e il 2016 hanno rappresentato meno del 15% del totale. In Campania un giovane su due non lavora. E, in base ai dati diffusi da Eurostat, in Campania i Neet (i giovani under 29 che non lavorano e non studiano) sono quasi 300 mila, una vera e propria generazione «bruciata».

Per l’Istat la doppia velocità, tra Nord e Sud, viene evidenziata anche dalla spesa pro capite per consumi finali delle famiglie a prezzi correnti nel 2017 che è di 20,4 mila euro nel Nord-Ovest, 20,2 mila euro nel Nord-Est, 18,3 mila euro al Centro e 13,3 mila euro nel Mezzogiorno.

Il divario negativo tra Mezzogiorno e Centro-Nord è del 32,4%. Campania fanalino di coda con il 12,3%. Inoltre, sempre secondo l’Istat, il reddito da lavoro per occupato dipendente è pari nel 2017 a 39,3 mila euro nel Nord-ovest, 37,6 mila nel Nord-est e 35,3 mila nel Centro. Il Mezzogiorno si pone, con 30,9 mila euro, su un livello inferiore di circa il 18% rispetto ai 37,6 mila delle regioni del Centro-nord.

La regione con il valore più basso è la Calabria, con 28,8 mila euro, seguita dalla Campania, con 30,7 mila euro; quella con il livello più alto è la Provincia autonoma di Bolzano-Bozen, con 41, 6mila euro.

Infine l’incidenza dell’economia non osservata (sommerso e illegalità) è sempre più alta nel Mezzogiorno. Il peso del sommerso dovuto all’impiego di input di lavoro irregolare è particolarmente elevato in Calabria (9,4% del valore aggiunto) e in Campania (8,6%).

in la Repubblica 14 dicembre 2018

Proteggere i bambini da mafie e terrorismo

ROBERTO SAVIANO

L’Europa sotto attacco terroristico impone un serio ragionamento sul destino di molti bambini e adolescenti dentro e fuori i confini del continente. Cosa c’entrano i bambini con il terrorismo? C’entrano, perché quello che accade oggi è il risultato delle politiche di ieri. Quando lo scorso luglio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito per discutere la condizione dei bambini nei luoghi di guerra, ha dato questo titolo al dibattito: “Proteggere i bambini oggi significa prevenire i conflitti di domani”. Allora mi domando: i bambini li stiamo davvero proteggendo? Cosa stiamo facendo per il loro e per il nostro futuro? Parlare della condizione dei bambini in luoghi resi instabili da guerre e persecuzioni apparirà forse a qualcuno un argomento di scarso interesse, se non fosse che anche in Italia e in Europa i bambini e gli adolescenti, europei e stranieri, non sono al riparo da sfruttamento e afflizione, nonostante vivano in Stati democratici. E la loro condizione mina seriamente le basi delle nostre democrazie, fondate sul rispetto dei diritti, soprattutto quelli dei più deboli.

Se diamo uno sguardo ai dati allarmanti sulla dispersione scolastica in Europa, ci rendiamo conto di come i bambini e i ragazzi che non stanno frequentando le scuole oggi saranno i soggetti più deboli, vittime domani di nuovi populismi, persino peggiori di quelli che stiamo sperimentando adesso. In Italia, secondo l’Eurostat, la dispersione scolastica riguarda il 14,2% dei minori e a un ulteriore approfondimento risulta evidente il divario tra il Nord e il Sud, un divario su cui la politica non ha alcuna intenzione di agire concretamente. Tra qualche tempo anche la scuola dell’obbligo verrà presentata come un privilegio per ricchi…

Un esempio concreto degli effetti della dispersione scolastica è rappresentato dalla Turchia, Paese in cui la percentuale di giovani che ha interrotto gli studi supera il 30%: questi dati hanno un legame strettissimo con la salute della “democrazia” e quindi con il futuro del paese. Dall’altro lato, è utile soffermarsi sui dati che riguardano l’arrivo in Europa di minori non accompagnati, provenienti da paesi dove le condizioni di vita per loro sono intollerabili. Nel 2017 ne sono arrivati in Italia 15mila, 32mila in Europa. Nel 2018 il numero di minori soli è aumentato, anche in presenza di una diminuzione degli arrivi totali. Si tratta di 18mila tra bambini e adolescenti, il 15% dei migranti che hanno raggiunto l’Italia. Ma da dove vengono? Attraverso la rotta balcanica, quella che non riguarda direttamente l’Italia, dalla Siria e dall’Afghanistan. In Italia arrivano soprattutto da Gambia, Nigeria, Senegal.

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulle condizioni dei 350 milioni di bambini esposti a situazioni di conflitto armato ci dice che nella blacklist ci sono 20 paesi e 66 gruppi armati e che 21mila sono le gravi violazioni dei diritti dei bambini accertate nel 2017 nelle zone di conflitto. Quello che sconcerta è l’aumento del 35% di quest’ultimo dato rispetto al 2016 che spiega l’aumento di minori che scappano da soli anche in presenza di una diminuzione degli arrivi totali di cui si vantano i politicanti nostrani. Sarà interessante confrontare l’elenco dei paesi considerati “sicuri” dal governo italiano (da individuare come previsto dal Decreto Sicurezza) con quello stilato dal Consiglio delle Nazioni Unite dei paesi in cui i minori sono a rischio; chi sa che non ci siano strane coincidenze.

Fatto sta che in Italia ogni anno si perdono le tracce di circa la metà dei minori non accompagnati censiti, in Europa si perdono le tracce del 30%. Che fine fanno questi ragazzi? Save the Children, ogni anno, nell’Atlante dell’infanzia a rischio denuncia la gravità di questa situazione e lancia un grido dall’allarme che resta, per lo più, inascoltato. Fin qui ho presentato fatti, su cui non può esserci nessun ministro o sottosegretario che possa rispondere, come è ormai abitudine: “Questo lo dice lei!”. E i dati che abbiamo sono allarmanti, se partiamo dall’assunto che i bambini di oggi, e il modo in cui vengono trattati, determineranno il mondo di domani.

Ma c’è una ferita aperta, sanguinante. Leggo le informazioni sull’attentatore di Strasburgo, Chérif Chekkat: nato a Strasburgo (non ha quindi esitato a provocare dolore nella sua città natale) nel 1989. Ventisette condanne per reati comuni commessi in Francia, Svizzera e Germania, dove è stato detenuto. Il giorno dell’attentato si era reso latitante: doveva essere arrestato per estorsione, ma quando la polizia è arrivata a casa sua, non l’ha trovato. Dicono si fosse “radicalizzato”, eppure nessuna traccia nel suo appartamento di legami con l’Isis; quindi ecco che le definizioni che di lui vengono date, oltre ad “assassino”: cane sciolto, avanzo di galera per nulla disposto a farsi saltare in aria. Chérif Chekkat, che poi è stato ucciso dalle forze speciali francesi, è il rappresentante di questa nuova categoria di attentatori di cui abbiamo già fatto tragica esperienza. Criminali disposti a tutto perché legati a nulla.

Di fronte al dolore che tutto questo sta provocando – c’è un giovane e appassionato giornalista, Antonio Megalizzi, che lotta tra la vita e la morte – dobbiamo chiederci in quale direzione stiamo andando. Se l’azione politica è tesa a trovare soluzioni o se, invece, utilizza tutto ciò che è destabilizzante come rampa di lancio per costruire, sulla paura, nuovi confini che creeranno nuovi ghetti, nuove marginalizzazioni e, quindi, nuovo terrore.

La risposta che l’Europa ha trovato alla paura è del tutto irrazionale: cercare un capro espiatorio. Più abbiamo paura e più cediamo al rancore e la cattiveria diventa la bussola che ci guida. Viviamo uno stato di conflittualità perenne, alimentato da speculazioni su emergenze che non esistono, o almeno non come ci vengono raccontate, anche perché quanto è difficile dover constatare che “il nemico” ci somiglia più di quanto siamo disposti ad ammettere… Possiamo scegliere. E scegliere è un atto di coraggio, soprattutto quando ci sentiamo, come ora, in balìa degli eventi. Pensiamo ai ragazzi, ai bambini. Ai bambini italiani che al centro di Napoli lasciano la scuola, a quelli che divengono paranze utilizzati dai clan per confezionare dosi di cocaina e gestire piazze di spaccio. E pensiamo a quei bambini, a quegli adolescenti che da soli arrivano in Europa. Che qui non hanno nessuno e diventano proprietà (sì, proprietà!) di chi prima li afferra. Tutti questi bambini non hanno scelta, chiediamo dunque ai nostri governi di occuparsene. Pretendiamolo, per il loro bene di oggi che sarà l’unica condizione per avere un futuro non dilaniato.

in La Repubblica 14 dicembre 2018