Archivi categoria: Dibattito culturale

Monarchie del Golfo, una settimana di ordinaria repressione

Riccardo Noury

Come ogni settimana, non sono mancate neanche in quella appena terminata preoccupanti notizie sullo stato dei diritti umani nellaregione del Golfo. Il 16 maggio la quarta corte d’appello del Bahrein ha emesso il verdetto al termine di un “maxi-processo”, iniziato il 23 agosto 2016, che vedeva imputate di terrorismo 138 persone, 52 delle quali in contumacia.

Il processo, in cui sono state ammesse come prove diverse confessioni estorte con la tortura, si è concluso con 23 assoluzioni, 53 ergastoli, tre condanne a 15 anni, una a 10 anni, 15 a sette anni, 37 a cinque anni e sei a tre anni. C’è poi l’odiosa pena “accessoria” della privazione della cittadinanza, provvedimento adottato nei confronti di 115 imputati. Dall’inizio dell’anno, 231 bahreiniti sono stati resi apolidi. Dal 2012, il totale è di 718.

L’articolo 10 della legge sulla cittadinanza, più volte emendato, stabilisce che questa possa essere revocata a chi svolge servizio militare per un Paese straniero, si mette al servizio di un Paese straniero o procura “danno alla sicurezza nazionale“, definizione quest’ultima che può voler dire tutto e niente.

Le persone che vengono private della cittadinanza sono obbligate a consegnare il passaporto e i documenti d’identità. Quelle che non sono in carcere devono chiedere un permesso di soggiorno in quanto “stranieri” o lasciare il Paese. Chi è in carcere lo farà al termine della pena. Chi non ottiene il nuovo documento viene accusato di “soggiorno illegale” ed espulso.

Anche nell’Arabia Saudita del “moderato” e “riformista” principe della Corona Mohammad Bin Salman non si sono risparmiati. Il 18 maggio fonti ufficiali saudite hanno reso noto l’arresto di sei difensori dei diritti umani e di una settima persona al momento ignota, con l’accusa di tradimento. L’annuncio è stato immediatamente seguito da una campagna diffamatoria mossa dai media di regime, che hanno accusato le persone arrestate di far parte di una cellula in contatto con entità straniere. In parole semplici, di essere dei traditori.

Tra le sette persone arrestate figura Loujain al-Hathloul, la nota promotrice della campagna contro il divieto di guida alle donne saudite, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere rimosso dal 24 giugno. L’hanno portata via da casa la sera del 15 maggio ed è detenuta nella prigione di al-Hai’r nella capitale Riad.

Ci sono poi Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, che nel 2013 sfidarono il divieto guidando per le vie della capitale, così come Aisha al-Manea, a sua volta protagonista della campagna sin dai primi anni Novanta. E infine Ibrahim al-Modeimigh, avvocato e promotore dei diritti delle donne, e Mohammad al-Rabea, che aveva aperto a Riad un circolo letterario per uomini e donne.

in Il Fatto Quotidiano 21 maggio 2018

Italia. Il secondo Paese più vecchio del mondo

Per il terzo anno di fila la popolazione italiana diminuisce: perdiamo 100mila persone rispetto all’anno precedente. Dal Rapporto Annuale dell’Istat emerge che al 1 gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni di residenti, con un’incidenza degli stranieri dell’8,4% (5,6 milioni). Rimane ancora ampiamente positivo il saldo migratorio: nel 2017 in Italia si registrano 184.000 stranieri in più. Ma in totale siamo di meno, e siamo anche più vecchi: l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo (dopo il Giappone), con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani. Per il nono anno consecutivo le nascite registrano una diminuzione: nel 2017 ne sono state stimate 464.000, il 2% in meno rispetto all’anno precedente, nuovo minimo storico.

Italiano che va, straniero che viene. L’Italia è ormai un Paese di immigrazione oltre che di emigrazione. Nel 2017 si stimano circa 153.000 cancellazioni anagrafiche per l’estero, dato in crescita dal 2007 ma in leggero calo (meno 2,6%) rispetto al 2016. Le mete principali degli italiani sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera e la Francia. Aumentano i laureati che “scappano”: sono 25.000 nel 2016 contro i 19.000 del 2013. Ma è in crescita anche il numero di cittadini stranieri che diventano italiani: nel 2016 sono oltre 201.000 le acquisizioni di cittadinanza e si stima che nel 2017 superino le 224.000.

Nascite al minimo.  Per il nono anno consecutivo le nascite registrano una diminuzione: nel 2017 ne sono state stimate 464 mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Nel 2017 si stima che i nati con almeno un genitore straniero siano intorno ai 100 mila (21,1% del totale dei nati). Dal 2012 il contributo in termini di nascite della popolazione straniera residente è in calo. A diminuire sono in particolare i nati da genitori entrambi stranieri, con una stima pari a 66 mila nel 2017 (14,2% sul totale delle nascite). Pur mantenendosi su livelli decisamente più elevati di quelli delle cittadine italiane (1,95 rispetto a 1,27 secondo le stime nel 2017), diminuisce il numero medio di figli delle cittadine straniere, come conseguenza delle dinamiche migratorie e della loro struttura per età che si presenta ‘invecchiata’ rispetto al passato.

Si diventa genitori sempre più tardi. Considerando le donne, l’età media alla nascita del primo figlio è di 31 anni nel 2016, in continuo aumento dal 1980 (quando era di 26 anni). La speranza di vita alla nascita ha raggiunto nel 2017 gli 80,6 anni per gli uomini e gli 84,9 anni per le donne. Ma ci sono fortissime differenze territoriali: il valore più elevato si trova a Firenze (84,1 anni) e nella provincia di Trento (83,8 anni), il valore minimo, invece, si registra nelle province di Napoli e Caserta (per entrambe 80,7 anni). Grandi differenze territoriali anche per l’aspettativa di vita in buona salute: a Bolzano è di quasi 70 anni (69,3 per gli uomini e 69,4 per le donne) a fronte di una media nazionale di 60 anni per gli uomini e 57 anni e 8 mesi per le donne, mentre i maschi della Calabria e le femmine della Basilicata sono, invece, ai livelli più bassi con un’aspettativa di vita in buona salute alla nascita rispettivamente di 51,7 anni e 50,6 anni.

I rapporti umani contano più di quelli virtuali. Le amicizie, il tempo libero passato insieme, l’aiuto delle persone vicine sono ancora un elemento che contraddistingue fortemente il nostro Paese. ll 78,7% delle persone di 18 anni e più dichiara di poter fare affidamento almeno su un parente, un amico o un vicino; il 33,1% ha dato almeno un aiuto gratuito nelle quattro settimane precedenti l’intervista; il 13,2% della popolazione di 14 anni e più ha svolto almeno un’attività gratuita in forma organizzata. Quasi il 60% della popolazione ha a disposizione la rete di amici e la rete di sostegno. Il 43,2% di chi può contare sull’aiuto di parenti, amici e vicini esprime un giudizio positivo per la propria vita, il 42,9% di chi frequenta amici si dichiara molto soddisfatto così come la metà delle persone attivi e in associazioni o gruppi di volontariato. C’è poi un 60,1% degli utenti regolari di Internet che utilizza i social network. Ma in generale “l’utilizzo crescente dei social network non rappresenta una modalità sostitutiva, ma complementare, delle relazioni sociali di persona che restano la forma di interazione più appagante”.

 

Stephen Hawking e altri sogn(ator)i cosmici

Markus Pohlmeyer

«La scienza è il meglio che abbiamo! È la ricerca comune di una conoscenza vera e affidabile del mondo, inclusi noi stessi». [1]

In un appello per la scienza e le sue forme appropriate di trasmissione nelle scuole e nei mezzi di comunicazione, Stephen Hawking (morto lo scorso 14 marzo 2018) richiamava il fatto di un progresso tecnico e scientifico inarrestabile: «In una società democratica l’opinione pubblica ha bisogno di conoscenze scientifiche di base che le consentano di prendere decisioni fondate, in modo da non doversi affidare agli esperti» [2]. O ai populisti, ai demagoghi, ai fanatici religiosi ecc…

La mente e la mano, creare il sorprendente

Hawking certamente non parla contro i professionisti (ma per le conoscenze di base!); egli stesso è uno di loro, straordinario e affascinante, a cui è sempre riuscito, con pubblicazioni scientifiche (divulgative), di appassionare un vasto pubblico ai misteri e alle meraviglie del cosmo. E non ha mai mollato, nonostante la sua grave malattia! [3] La moderna tecnologia informatica gli è stata di grande aiuto. I miracoli non sono dèi, demoni o angeli, i miracoli sono l’arte e la scienza.

«Non diversamente dall’infinita torre delle tartarughe [4] su cui poggia la terra piatta, anche la teoria delle superstringhe è una tale visione del mondo. Sebbene sia molto più matematica e accurata rispetto alla torre delle tartarughe, entrambe sono solo teorie dell’universo. Entrambe non devono essere comprovate dall’osservazione […]. Quindi, abbiamo ridefinito il compito della scienza: si tratta della scoperta di leggi che ci permettono di prevedere eventi entro i limiti che ci pone il principio di indeterminazione» [5].

Il principio di non delegazione

Hawking, come Kierkegaard, ci mette in guardia dal delegare la nostra responsabilità agli altri! Certamente non si tratta affatto di poter diventare uno specialista in tutti i settori: è oggi semplicemente illusorio (celebre l’affermazione che Goethe o Leibniz sarebbero stati gli ultimi geni universali) e sarebbe una pretesa davvero troppo eccessiva!

Se la democrazia ci sta a cuore (e nella mente), allora abbiamo tutti l’obbligo di informarci il meglio possibile per amore della nostra comunità. Questo è il motivo per cui Platone e Cicerone promuovono costantemente la filosofia come un elemento che dà forma alla vita, cioè di un poter-vivere-insieme giusto e riflessivo nella polis o nella res publica. E che ne è del nostro tempo troppo scarso? Forse ne abbiamo più che a sufficienza: «In Germania, l’uso dei media dei quattordicenni è di poco meno di 7,5 ore al giorno, come rivela un ampio sondaggio fatto su 5000 studenti. E non è stato preso in considerazione l’uso di telefoni cellulari e lettori MP3» [6].

Destato alla passione

Hawking mi ha appassionato, come Carl Sagan; la sua serie televisiva Cosmo (1983) – che ha avuto milioni di spettatori – è stata per me, allora giovanissimo studente, una rivelazione intellettuale ed estetica. Ciò che Sagan ha raccontato – come un Dante che guida attraverso il nuovo (antichissimo) edificio dell’Universo – si rendeva visibile, incisivo, attraverso immagini e raffigurazioni formidabili (secondo le possibilità dell’epoca). Materiale per sogni! Qui ho anche sentito, per la prima volta, un inno vedico alla creazione. Alle mie orecchie suonava esotico: vedico? Inno? Induismo? Uff … Avevo appena capito le conseguenze della teoria della relatività nelle puntate precedenti…

E adesso questo universo, sogno di un Dio, dovrebbe anche essere ciclico? E solo uno dei tanti? Wow! Un poema, antichissimo, la cui cascata di domande sul da dove venga il mondo, non finiscono mai. Nella sesta strofa, gli dei stessi vengono dichiarati/degradati a parte del processo creativo, il che significa che non possiamo ottenere alcuna informazione da loro! – Finché finalmente un guardiano della creazione si mostra (lui lo saprà!), solo per mettere in discussione questa certezza: «[…] o se non lo sa?» [7] Qui finisce l’inno; e il nostro domandare sembra continuare all’infinito. Non vi è già qui il germe di un dubbio scientifico, in forma poetica, che ha il coraggio di non accontentarsi di risposte rapide e semplici (da parte della religione)?

Leggere e pensare

Affascinanti sono anche le frasi di Carlo Rovelli, che mostrano come cose profonde, importanti e molto irritanti possano essere trasmesse in un linguaggio chiaro e semplice: «Albert [Einstein] leggeva Kant e seguiva a tempo perso lezioni all’Università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto né fare esami. È così che si diventa scienziati sul serio» [8]. Questo auguro davvero molto ai nostri studenti di oggi, così modulati e regolamentati, sotto una onnipresente e totalizzante dittatura economica: che riscoprano questa libertà, il mondo e la scienza, proprio in quanto ciascuno di loro è un Io inconfondibile! Che cosa rimane quindi della nostra terra quotidiana, così familiarmente piatta?

Prendiamo gli elettroni: «I “salti quantici” da un’orbita all’altra sono il loro solo modo di essere reali: un elettrone è un insieme di salti da un’interazione all’altra. Quando nessuno lo disturba, non è in alcun luogo preciso. Non è in un luogo» [9]. Sembra più che inquietante per la nostra visione del mondo da primati e allo stesso tempo un miracolo il fatto che noi possiamo descrivere/calcolare una cosa del genere. Che cos’è il linguaggio, che cos’è il pensiero? «Non ci sono “io” e “i neuroni del mio cervello”. Si tratta della stessa cosa. Un individuo è un processo, complesso, ma strettamente integrato» [10].

In viaggio con compagni fidati

Rovelli, lungi dal proclamare dogmi scientifici, invita a mettersi in viaggio: dalla teoria della relatività attraverso i loop fino all’Io. Questa è una storia di storie che si correggono, si integrano e, soprattutto, sono aperte a nuove storie su questo cosmo che – in tutta modestia e limitatezza, con tutto il tragico e la grandezza dell’umano – può dire Io: quella odissea sui mari verso le stelle è anche un’odissea sui mari dell’anima e verso le stelle della fantasia.

Grazie a Stephen Hawking, a un grande narratore di storie cosmiche: materiale per altri sogni, incoraggiamento ad altre esplorazioni!


[1] M. Spitzer, Digitale Demenz. Wie wir uns und unsere Kinder um den Verstand bringen, München 2012, 13.

[2] S.W. Hawking, Öffentliche Einstellungen zur Wissenschaft, in Id., Ist alles vorherbestimmt? Sechs Essays, übers. v. H. Kober, Hamburg 1996, 105-112, hier 107.

[3] Meine Erfahrung mit ALS, in Hawking, Ist alles vorherbestimmt?, 113-123.

[4] Eine Lieblingsanekdote von Hawking. Der unendliche Schildkrötenturm bricht aber unter der Aporie des infiniten Regresses (z.B. nach Aristoteles) logisch in sich zusammen.

[5] S.W. Hawking, Die illustrierte Kurze Geschichte der Zeit, übers. v. H. Kober, Hamburg 2000, 228.231.

[6] Spitzer, Digitale Demenz, 11.

[7] Gedichte aus dem Rig-Veda, übers. v. P. Thieme, Stuttgart 1983, 67. (X, 129)

[8] C. Rovelli, Sieben kurze Lektionen über Physik, übers. v. S. Vagt, 3. Aufl., Hamburg 2016, 11.

[9] Rovelli, Sieben kurze Lektionen über Physik, 25.

[10] Rovelli, Sieben kurze Lektionen über Physik, 84.

in Settimana-News 20 maggio 2018

14 nuovi Cardinali. Francesco rafforza la chiesa dei poveri

Paolo Rodari

Ancora una volta Francesco, per evitare fughe di notizie e possibili intoppi alla sua azione di governo, crea dei nuovi cardinali senza avvisare prima i diretti interessati. Ieri, durante la recita del Regina Coeli in piazza San Pietro, l’annuncio, dopo un personale discernimento, di un nuovo concistoro che ha colto tutti unanimemente di sorpresa. Sono quattordici coloro che riceveranno la porpora il prossimo 29 giugno. Undici hanno meno di ottant’anni e quindi, al momento, possono partecipare al conclave.

A fare notizia sono sia i prescelti sia gli esclusi. Fra i primi spicca il nome di colui che fino a oggi è stato de facto il braccio destro del Papa: il sostituto Angelo Becciu. Il presule di origini sarde andrà ad occupare presto un’importante casella sempre nella curia romana — si dice alla prefettura delle Cause dei santi — liberando, nel contempo, un ruolo strategico in segreteria di Stato che occupava dal 2011, al tempo di Benedetto XVI e del cardinale Tarcisio Bertone. Con ogni probabilità, Francesco sceglierà come nuovo sostituto un suo uomo di fiducia, non è scontato che sia un italiano. Papa Bergoglio concede la porpora anche a due personalità che vanno a rafforzare l’idea di una Chiesa che, come disse Giovanni XXIII un mese prima dall’apertura del Concilio, l’ 11 settembre del 1962, sia «di tutti, e particolarmente dei poveri». Si tratta del vicario di Roma Angelo De Donatis, già parroco conosciuto e amato, padre spirituale dei preti della diocesi, e di Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila capace di farsi prossimo a tutti nel disagio del post terremoto senza usare lo stesso disagio come passerella per sé. In questa linea, anche altri nomi. Anzitutto il patriarca caldeo Louis Raphael I Sako, appartenente a una comunità perseguitata e in esilio a causa delle guerre che hanno devastato l’Iraq. Quindi il polacco Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, a cui il Papa affidò nel 2013 i poveri di Roma dicendogli: « Non ti voglio vedere seduto alla scrivania, la puoi pure vendere ». E ancora: «Il conto dell’elemosineria è buono quando è vuoto. Il denaro deve restare nelle nostre mani meno possibile». Infine, il peruviano Pedro Barreto che nel 2012, dopo aver chiesto di fermare le estrazioni selvagge compiute quotidianamente in Amazzonia, subì minacce di morte.

Anche se con Francesco non esistono posti cardinalizi per consuetudine o tradizione, era atteso, ed è stato annunciato, il nome di Luis Ladaria Ferrer, gesuita spagnolo, dal luglio del 2017 prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al posto del cardinale Gerhard Ludwig Müller. Profilo basso, Ladaria sta portando avanti il suo compito seguendo fedelmente le indicazioni papali e senza opporsi al suo magistero.

Sorte diversa, nel senso che non hanno ricevuto la porpora, è toccata alle sedi di Milano, Torino e Venezia. Sulle ultime due, guidate dai vescovi Nosiglia e Moraglia, sembra che ormai Francesco vi abbia messo una pietra sopra. Diverso, invece, è il discorso di Milano. Mario Delpini, arcivescovo da un anno circa, è stato scelto come successore di Scola direttamente da Francesco. Sul suo nome pesa il fatto che Scola non abbia ancora compiuto 80 anni, l’età oltre la quale non si entra in conclave. E, probabilmente, l’evidenza di un concistoro già molto spostato sull’Europa. I cardinali elettori europei, infatti, divengono con ieri 54 (erano 48). Rimangono 17 i nordamericani, 4 quelli dell’Oceania, 5 i centroamericani. Passano da 12 a 13 i latino americani, da 15 a 16 gli africani, da 14 a 17 gli asiatici. In totale, Francesco sfora il tetto dei 120 cardinali elettori stabilito da Paolo VI: divengono 126, erano 115.

in “la Repubblica” del 21 maggio 2018

Il Presidente della Repubblica non è un notaio. Ha precisi poteri e responsabilità

Gustavo Zagrebelsky, intervistato da Liana Milella

Sono trascorsi due mesi e mezzo dal voto e ancora non abbiamo il nuovo governo. Lei, professor Zagrebelsky, che ne dice?

«Dal 4 marzo qualcosa di nuovo cerca di nascere. Che ci riesca, sia vitale, sia davvero qualcosa di nuovo e, alla fine, sia bene o male, è presto per dirlo. Ma non stupisce il lungo travaglio. Il voto ha detto una cosa semplice e una difficile. Quella semplice è un desiderio di rottura; quella difficile è il compito ricostruttivo. Si immagina il presidente della Repubblica che, per tagliar corto, soffoca la novità con un governo tecnico?».

Dunque, nessun problema?

«No! Ce n’è uno grande. Sembra si stia configurando un governo a composizione e contenuti predeterminati, totalmente estranei al Parlamento e al presidente della Repubblica. Il quale rischia di trovarsi con le spalle al muro per effetto di un “contratto” firmato davanti al notaio. Eppure, la nomina del governo spetta a lui. Lui non è un notaio che asseconda muto. È piuttosto un partner che può e deve intervenire per far valere ciò che gli spetta come dovere istituzionale. Non si tratta di astratti scrupoli di giuristi formalisti, ma di importantissimi compiti di sostanza».

Lei pensa ad aspetti della procedura seguita che impedirebbero al capo dello Stato di intervenire come dovrebbe poter fare?

«Teoricamente, il presidente della Repubblica potrebbe respingere le proposte fattegli. Ma, se lo immagina il caos che ne deriverebbe? La prassi maturata in tanti anni di governo repubblicano è questa. Prima, le consultazioni con i gruppi parlamentari; poi, in base a queste indicazioni, l’incarico a una persona capace di unire una maggioranza; infine, se l’incaricato “scioglie positivamente la riserva”, la nomina a presidente del Consiglio e, su sua proposta, la nomina dei ministri. La formazione del governo è un atto complesso e, nei diversi passaggi che ho detto, il presidente ha tutte le possibilità (in passato ampiamente esercitate) per far valere i poteri che gli spettano. Se egli accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista».

E quali passi, secondo lei, occorrerebbe fare per evitare questo esito?

«Il presidente, ricordando vicende del passato, ha detto con chiarezza ch’egli intende far valere le sue prerogative. Potrebbe procedere a nuove consultazioni, e poi conferire un incarico corredato da condizioni che spetta a lui dettare, come rappresentante dell’unità nazionale e primo garante della Costituzione. Per inciso, finora, non esiste alcun “incaricato” e i due firmatari dell’atto notarile, dal punto di vista costituzionale, sono soggetti privi di mandato. Tutto potrebbe avvenire, se non sorgono problemi tra i partiti, in pochissimo tempo».

Lei parla di atto complesso e di condizioni poste dal Presidente. Quali potrebbero essere?

«Ci sono cose costituzionalmente “non negoziabili”. Innanzitutto, per ciò che riguarda le persone chiamate al governo che devono portare la loro carica con “dignità e onore”. Nelle scelte politiche, invece, il presidente della Repubblica non può intervenire se non per rammentare che ve ne sono, accanto alle libere, altre che libere non sono. La Costituzione è un repertorio di scelte non “negoziabili”».

Vuole fare qualche esempio?

«Mi limito ad alcuni punti. Innanzitutto, i vincoli generali di bilancio. Mi pare che, sulle proposte che implicano spese o riduzioni di entrate, si discuta come se non ci fosse l’articolo 81 della Costituzione che impone il principio di equilibrio nei conti dello Stato e limiti rigorosi all’indebitamento. Ciò non deriva (soltanto) dai vincoli europei esterni, ma prima di tutto da un vincolo costituzionale interno che non riguarda singoli provvedimenti controllabili uno per uno, ma politiche complessive».

Sull’equilibrio dei conti finora molto si è detto, ma lei ha individuato altre “stranezze”?

«Sono colpito dalla superficialità con la quale si trattano i problemi della sicurezza. Dall’insieme, emerge uno Stato dal volto spietato verso i deboli e “i diversi”: l’autodifesa “sempre legittima”; la “chiusura”, non si sa come, dei campi Rom; la restrizione delle misure alternative alla pena detentiva; perfino l’uso del Taser, la pistola a onde elettriche che l’Onu considera strumento di tortura; le misure contro l’immigrazione clandestina con specifiche figure di reato riservate ai migranti clandestini; il trasferimento di fondi dall’assistenza dei profughi ai rimpatri coattivi. Come ciò sia compatibile con i diritti umani, con la ragionevolezza e l’uguaglianza, con il rispetto della dignità e del principio di recupero sociale dei condannati, con esplicite e puntuali pronunce della Corte costituzionale, non si saprebbe dire. La “libertà di culto” è trattata come questione di pubblica sicurezza, con riguardo alla religione islamica (controllo dei fondi, registro dei ministri del culto, ecc.). Nelle 57 pagine del contratto ci sono anche cose che possono considerarsi positive. Non ne parlo, in quanto attengono a scelte discrezionali su cui il presidente della Repubblica non avrebbe motivo di intervenire. Ma su quelle anzidette certamente sì, nella sua veste di garante della Costituzione contro involuzioni che travolgono traguardi di civiltà faticosamente raggiunti».

Come mai non ha parlato finora delle riforme istituzionali?

«Innanzitutto, noto che non c’è parola circa la legge elettorale e l’esecrato (a parole) Rosatellum. È poi caduta l’ipotesi di una nuova riforma di sistema, per esempio in vista di qualche tipo di presidenzialismo. L’esperienza ha forse reso cauti. Invece, si ragiona di interventi puntuali. È prevista la riduzione del numero dei parlamentari, cosa da gran tempo auspicata (a parole). Circa la democrazia diretta, si prospetta l’introduzione del referendum propositivo accanto a quello abrogativo, con l’abolizione della condizione della partecipazione della maggioranza degli elettori: riforma molto democratica, a prima vista, ma forse solo a prima vista. E poi c’è la questione del vincolo di mandato».

Per l’appunto: mi meravigliavo che non arrivasse qui.

«La discussione in proposito è legittima e la questione delicatissima. Ma non possiamo soltanto deplorare il trasformismo di deputati e senatori che passano dalla maggioranza all’opposizione o, più spesso, dall’opposizione alla maggioranza cedendo a promesse e corruzione. Questo è uno dei non minori mali del nostro sistema parlamentare. Il “contratto”, in proposito, è generico, ma insiste su un punto che a me pare rilevante: l’esigenza che, con “cambio di casacca”, non si determini per interesse privato il tradimento delle aspettative degli elettori rispetto al governo. Se la coscienza del parlamentare lo fa stare stretto dove è stato eletto, lasci il suo posto in Parlamento. La libertà di coscienza, che il divieto di mandato vincolante vuole proteggere, dovrebbe invece essere fermamente garantita in tutti gli altri casi, in particolare nel procedimento legislativo. Piuttosto, a meno di errore, non trovo nel contratto nulla a proposito della questione di fiducia che tante volte il governo ha usato, per l’appunto, per coartare la libertà di coscienza dei parlamentari».

Lei, nel corso di questo colloquio, ha sempre messo il “contratto” tra virgolette. Perché?

«I contratti sono sempre specifici. Così è, ad esempio, il Regierungsvertag (contratto di governo) tedesco, al quale impropriamente si è accostato il nostro che parla invece dell’universo mondo. Accanto a cose precise (tasse e reddito di cittadinanza, ad esempio) abbondano espressioni come: occorrerà, è necessario, si dovrà, è imprescindibile… Questo non è un contratto ma un accordo per andare insieme al governo. Insomma, un patto di potere, sia pure per fare cose insieme. Niente di male. Ma chiamarlo contratto è cosa vana e serve solo a dare l’idea di un vincolo giuridico che non può esistere. In politica, come nell’amore, non si sta insieme per forza, ma solo per comunanza di sentimenti o d’interessi».

Ma è previsto addirittura un organismo che dovrebbe garantire il rispetto del patto, il “Comitato di conciliazione”.

«È una figura fantasmatica, solo abbozzata. Quando tra due parti nasce un contrasto, è bene cercare di appianarlo (cabine di regia, consigli di gabinetto, caminetti). Ma qui si immagina qualcosa di più, qualcosa di formale pensato in termini privatistici. In coda ai contratti si indica il “foro competente” in caso di lite. Qui c’è il “comitato di conciliazione”. Cosa piuttosto innocua se rimane nella dinamica dei rapporti politici tra i “contraenti”. Cosa pericolosissima, anzi anticostituzionale, se dalle decisioni di tale comitato si volessero far derivare obblighi di comportamento nelle sedi istituzionali, del presidente del Consiglio, dei ministri, dei parlamentari».

in “la Repubblica” del 21 maggio 2018

Conferma. Rafforzare la verità

Nunzio Galantino, Segretario Generale CEI

Dal verbo latino confirmare, composto dal prefisso con e da firmus (saldo), la conferma è l’atto del rafforzare, fortificare. Può riguardare un pensiero, una convinzione, una decisione o una relazione. Gli ambiti di applicazione della conferma sono numerosi. Due esempi: un evento che, nel comportamento personale, segue coerentemente a delle parole, dà forza e “conferma” sia la veridicità delle parole sia quella dell’evento stesso. Ma la conferma può riguardare anche una verità detta da altri, com’è nel caso di una sentenza. Qui la conferma assume il senso del riconoscimento e dell’accettazione di quanto stabilito da altri. In tutti i casi e comunque nell’atto della conferma è in gioco una verità.

L’atto del confermare consolida una verità che esiste ma che ha bisogno di essere ulteriormente rafforzata per essere accolta. È significativo il senso che, in alcune confessioni cristiane, viene riconosciuto al sacramento della Confermazione (Cresima). È un ribadire l’avvenuta adesione all’esperienza di fede. È un ribadirlo in maniera consapevole, pubblica e responsabile. Sul piano personale – salvo le forme patologiche che esso può raggiungere – il bisogno di conferma non è da leggersi subito in maniera negativa. È normale infatti che le nostre azioni, i nostri sguardi, i nostri comportamenti e i nostri pensieri esigano conferma da parte di chi condivide con noi l’avventura della vita: sul piano emotivo-sentimentale, nel contesto familiare, nell’ambito lavorativo e in quello della crescita interiore. La conferme rassicurano, mentre, l’indeterminatezza e l’incertezza destabilizzano.

Anche «leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi» (C. Pavese). Non avvertire mai il bisogno di conferma è segno di una eccessiva considerazione di sé e di una scarsa considerazione degli altri. Noi non cresciamo da soli e non diventiamo migliori senza gli altri. «L’Homo Sapiens preferisce ancor oggi, statisticamente parlando, il pensiero che rassicura, aspira alla conferma di ciò che già crede, e vuole assaporare il dubbio solo come innocuo e piacevole diversivo» (P. F. d’Arcais). Un dubbio che si farebbe bene invece a coltivare soprattutto nell’era delle fake news, delle bugie, delle invenzioni.

Per quanto utili, non penso siano sufficienti dispositivi di legge e lodevoli progetti per smascherare le notizie false e, soprattutto per identificare le fonti false e ingannevoli. È necessario investire anche personalmente energie intellettuali ed emotive per imparare a riconoscere l’autorevolezza e la qualità delle fonti: quotidiani, siti web, statistiche sbandierate, libri di testo, promesse elettorali, cinica delegittimazione dell’avversario, eccetera.

Ricordando che, oggi soprattutto e come afferma M. Rubin, «La verità non è la regola, ma l’eccezione alla regola».

in “Il Sole 24 Ore” del 20 maggio 2018

Chiesa e persone Lgbt sul ponte dell’incontro

Matteo Zuppi e Luciano Moia

Rispetto, compassione e sensibilità. Sono i tre atteggiamenti che padre James Martin, gesuita americano, chiede alla Chiesa nei confronti delle persone Lgbt. Ma è anche quello che, allo stesso modo, chiede alle persone Lgbt nei confronti della Chiesa. Se ciascuno trova il coraggio di fare un pezzetto di strada, rivedendo posizioni di chiusura o di sospetto, come peraltro sollecita papa Francesco in Amoris laetitia e non solo, sarà possibile un incontro fecondo per tutti, in un clima in cui le persone Lgbt potranno «comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (Al, 250).

“Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt” (Marcianum press; pagine 114) è titolo del libro di padre Martin, nei prossimi giorni in libreria, di cui pubblichiamo la prefazione dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi. Si tratta di un saggio agile ed immediato che scandaglia le buone ragioni per cui la Chiesa dovrebbe offrire il suo sostegno pastorale alle persone che vivono un orientamento sessuale segnato dalla sofferenza della complessità. E le buone ragioni, com’è facile intuire, sono quelle del Vangelo. Perché, con questo abbraccio nella misericordia, la Chiesa potrebbe contribuire all’unità, risolvendo una divisione che affligge molti credenti. Quindi «rispetto, compassione e sensibilità»?

Il rispetto, spiega il padre gesuita, significa «riconoscere che i cattolici Lgbt esistono», significa «occuparsi del loro bene spirituale, compito che alcune diocesi e parrocchie già assolvono egregiamente». Compassione vuol dire «porsi in una condizione di ascolto», che è l’atteggiamento che la Chiesa dovrebbe usare nei confronti di tutti gli emarginati. E, infine, la sensibilità, presuppone familiarità ed amicizia. Poi, visto che il ponte dev’essere “bidirezionale”, i credenti Lgbt, come detto, dovrebbero usare la stessa disponibilità nei confronti della Chiesa.

«Un libro atteso e molto necessario che aiuterà vescovi, preti, operatori pastorali e tutti i leader della Chiesa ad essere più sensibili verso i membri Lgbt della comunità ecclesiale cattolica », ha sottolineato il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per laici, famiglia e vita, in una «dichiarazione di apprezzamento » riportata con altre all’inizio del libro. E ha aggiunto: «Aiuterà anche i membri Lgbt a sentirsi più a casa propria in quella che, dopo tutto, è anche la loro Chiesa».

Di grande interesse la postazione all’edizione italiana di Damiano Migliorini e padre Giuseppe Piva che riflettono sul rapporto tra pastorale e dottrina auspicando non tanto una rivoluzione normativa, quanto alcune azioni concrete sul piano della comprensione e dell’accoglienza. Obiettivi pastorali e nessuna “svolta” come paventato da coloro che negli Usa e in Italia si sono schierati contro questo libro con un fitto fuoco di sbarramento. Preoccupazioni inutili. Leggere per credere (L.Mo.)

Un ponte da costruire, così è stata tradotta l’opera di padre James Martin, Building a Bridge. L’attenzione non può che cadere su entrambe le metà del titolo. Innanzitutto ‘ponte’, espressione molto amata da papa Francesco, che mette in comunicazione molto rispettosa, possibilmente empatica e piena di sensibilità, due realtà presenti nella nostra stessa Chiesa: i pastori e l’insieme variegato e complesso delle persone omosessuali, che padre Martin – come spiega nel testo – preferisce indicare con la sigla Lgbt. Senza alcuna intenzione ideologica, ma solamente con la volontà di indicarle con il nome che queste stesse comunità si sono date. È un necessario passo per avviare una comunicazione rispettosa. È innegabile la varietà delle posizioni che le persone omosessuali esprimono riguardo alla loro stessa condizione, tra esse molte non condivisibili; e ancor maggiore è la complessità del loro vissuto in relazione alla fede in Dio, nella comunità cristiana o lontana da essa.

Gli insegnamenti della Chiesa circa la condizione delle persone omosessuali sono chiari e sinteticamente espressi nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Essi sono il punto di partenza per padre Martin, il quale non vuole in alcun modo metterli in discussione. Questi insegnamenti non sono stati seguiti da una prassi pastorale adeguata, che non si limiti solo all’applicazione fredda delle indicazioni dottrinali, ma faccia diventare queste ultime un itinerario di accompagnamento. Di frequente l’approccio è stato finora solo in rapida risposta alle sollecitazioni opportune e non opportune di gruppi e persone omosessuali, spesso solo per il loro contenimento, soprattutto credenti (pur con prospettive a volte molto differenti sono indicative le esperienze di gruppi di cattolici omosessuali, tra i quali l’esperienza di Courage e di altri gruppi ospitati in parrocchie o diocesi del nostro Paese).

Le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia ci sollecitano ad un allargamento della prospettiva che traduca in itinerari pastorali la dottrina di sempre. «Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (n. 250). Come più volte ci ha ricordato Papa Francesco, nella pastorale siamo chiamati a non accontentarci della semplice applicazione delle norme morali («Un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni ‘irregolari’, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone», Amoris laetitia, n.305), optando piuttosto per un vero e paziente accompagnamento (‘ Accompagnare, Discernere, Integrare…’) alla comprensione e assunzione vitale del messaggio evangelico da parte di ogni persona, senza riduzioni, con una sapiente pedagogia della gradualità che, tenendo conto delle particolari circostanze di ciascuno, nulla tolga all’integrità della fede e della dottrina. Questo è l’opportuno esercizio del ministero della Chiesa come Madre e Maestra.

L’intento del libro è questo: aiutare a maturare un atteggiamento di comprensione e capacità di accompagnamento dei pastori nei confronti dei fratelli e sorelle omosessuali ma anche viceversa, perché specularmente c’è la tentazione di chiudersi o di assumere posizioni ideologiche. L’aspirazione del libro è aiutare l’anelito ad una vita evangelica dentro la comunità cristiana e coltivare una relazione pastorale che porti frutti per il Regno. Nessun autentico cammino di crescita spirituale e morale può prescindere dalla verità del Vangelo e della dottrina; ma la carità e la verità evangelica nella pastorale esigono la disponibilità e la capacità al dialogo. E allora sì, c’è un ponte ‘da costruire’ – per venire alla seconda metà del titolo – con questa significativa porzione del popolo di Dio, le persone Lgbt, pur nella loro variegata espressione ecclesiale. Il non far niente, invece, rischia di generare tanta sofferenza, fa sentire soli e, spesso, induce ad assumere posizioni di contrapposizione ed estreme.

Tale ‘costruzione’ è un’operazione difficile, in divenire, come bene lascia intuire la traduzione italiana. Ce lo ricorda ancora Papa Francesco, in due passi molto profondi di Evangelii Gaudium: «A coloro che sono feriti da antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae. […] Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto!» (nn. 100-101).

Il libro di padre Martin, uno dei primi tentativi a riguardo, è utile a favorire il dialogo, la conoscenza e comprensione reciproca, in vista di un nuovo atteggiamento pastorale da ricercare insieme alle nostre sorelle e fratelli Lgbt. Come ha già ben detto il Cardinal Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita della Santa Sede, questo libro è «molto necessario » e «aiuterà vescovi, sacerdoti e operatori pastorali (…) ad essere più sensibili verso i membri Lgbt della comunità ecclesiale cattolica». Inoltre «aiuterà anche i membri Lgbt a sentirsi più a casa propria in quella che, dopo tutto, è anche la loro Chiesa».

*Arcivescovo di Bologna

in “Avvenire” del 20 maggio 2018

In piena Guerra Fredda Stalin chiese a Pio XII un’ambasciata in Vaticano

Andrea Tornielli

Josip Stalin, il dittatore comunista che perseguitava i cristiani, Pio XII, il Papa anticomunista. Nel febbraio 1952, in piena Guerra fredda, il leader sovietico avrebbe tentato un riavvicinamento tra la Santa Sede e l’Unione Sovietica. Una trattativa ufficiosa e ancora embrionale, che si sarebbe protratta fino all’inizio del marzo 1953, quando il leader sovietico morì, con il conseguente naufragio del progetto. Colloqui informali avvenuti in gran segreto, nella residenza di Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, con l’interessamento del re esiliato Umberto II.

È quanto emerge da un verbale di 40 cartelle, fino ad oggi inedito, dove sono messi nero su bianco i resoconti dei colloqui che attestano l’offerta di Stalin. Per l’Unione Sovietica i contatti erano condotti dallo storico comunista Ambrogio Donini, studioso delle religioni, ambasciatore italiano in Polonia nel 1947, senatore della Repubblica eletto nelle liste del Pci dal 1953 al 1963. Per il Vaticano c’era il gesuita padre Giacomo Martegani, direttore della Civiltà Cattolica, che incontrava Papa Pacelli due volte al mese per ragioni d’ufficio.

Il documento sarà presentato dal professor Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università del Molise, al convegno sulle relazioni tra Russia e Santa Sede, promosso dal Pontificio Comitato di Scienze storiche, che si svolgerà in Vaticano il 22 e 23 maggio. La Stampa ha letto in anteprima il verbale, che lo stesso Donini, trent’anni dopo quegli eventi, volle consegnare al cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato di Giovanni Paolo II e pioniere dell’Ostpolitik. Dal verbale emerge che Umberto II era al corrente della trattativa. Informato di tutto era anche l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, uno dei cardinali più vicini a Pio XII.

Un importante colloquio fra Donini e Martegani si svolse il 13 febbraio 1952 in casa di Falcone Lucifero. A un certo punto della discussione il professore affrontò il tema decisivo: una proposta concreta, che il professore avanza lasciando intendere di essere autorizzato in alto loco a Mosca. «La Santa Sede ha già accettato e accetterebbe oggi di nuovo un rappresentante accreditato dagli Stati Uniti d’America. Perché non ha mai espresso una posizione analoga nei confronti dell’Urss?». La proposta era di quelle da far tremare i polsi. Padre Martegani replicò pesando attentamente le parole: «Il fatto sarebbe molto importante ma non si può mettere il carro davanti ai buoi. Questo potrebbe caso mai essere il punto di arrivo di una lunga chiarificazione, non il punto di partenza. Si nominano i rappresentanti diplomatici quando si tratta e quando il colloquio diviene abituale; non quando i rapporti sono infranti».

Dopo che lo storico comunista ebbe lasciato l’abitazione, il gesuita fece il punto della situazione con uno dei testimoni, il conte Paolo Sella di Monteluce, presidente dell’omonima fondazione di studi economici e sociali con sede in Vallemosso, adesso provincia di Biella. Insieme misero nero su bianco il colloquio, sottolineando che «Il prof. Ambrogio Donini ha fatto chiaro accenno alla possibilità di una mediazione della Chiesa sia sul piano economico sia sul piano ideologico e politico», per agevolare il disgelo internazionale. «Donini ha egualmente accennato alla eventuale apertura di una rappresentanza diplomatica ufficiale dell’Urss presso la Santa Sede…

In quella occasione» Donini offri a Martegani «la formale proposta da parte del Capo del Governo sovietico, Stalin, per la apertura di una Ambasciata Sovietica presso al Santa Sede in Roma». Nel testo anche che l’«offerta non fu respinta dal rappresentante del Sommo Pontefice» ma «dichiarata accettabile subordinatamente alla prova di un concreto atteggiamento» di disponibilità del governo sovietico.

«È un documento importante – spiega lo storico Napolitano che l’ha scoperto e studiato – perché dimostra una linea di dialogo avviata da Mosca che risale a ben prima dell’Ostpolitik». Non se ne fece nulla. Stalin si spense il 5 marzo 1953 e il progetto morì con lui. Aveva chiesto polemicamente il dittatore sovietico: «Quante divisioni ha il Papa?». Nell’apprendere la notizia della sua morte, Pio XII commentò: «Ora potrà vedere quante divisioni noi abbiamo lassù!».

in “La Stampa” del 20 maggio 2018

Verso una nuova antropologia

Gianfranco Ravasi

È indispensabile segnalare, sia pure in modo sommario, alcuni cambi di paradigma socio-culturale. Il primo riguarda lo stesso concetto di cultura che non ha più l’originaria accezione intellettuale illuministica di aristocrazia delle arti, scienze e pensiero, ma ha assunto caratteri antropologici trasversali a tutti i settori del pensare e agire umano, recuperando l’antica categoria di paideia e humanitas, i due termini che indicavano nella classicità la cultura (vocabolo allora ignoto se non per l’“agri-cultura”). Per questo il perimetro del concetto è molto ampio e coinvolge, ad esempio, la cultura industriale, contadina, di massa, femminile, giovanile e così via. Essa si esprime, poi, oltre che nelle civiltà nazionali e continentali, anche in linguaggi comuni e universali, veri e propri nuovi “esperanto”, come la musica, lo sport, la moda, i media.

Conseguenza evidente è nel fenomeno del multiculturalismo, che è però un concetto statico di pura e semplice coesistenza tra etnie e civiltà differenti: più significativo è quando diventa interculturalità, categoria più dinamica che suppone un’interazione forte con cui le identità entrano in dialogo, sia pure faticoso, tra loro. Questo incontro è favorito dall’urbanesimo sempre più dominante. Al dato positivo dell’osmosi tra le culture si associano alcuni corollari problematici tra loro antitetici.

Da un lato, il sincretismo o il “politeismo dei valori” che incrina i canoni identitari e gli stessi codici etici personali; d’altro lato, la reazione dei fondamentalismi, dei nazionalismi, dei sovranismi, dei populismi, dei localismi (tant’è vero che ora si parla di “glocalizzazione” che sta minando l’ancora dominante globalizzazione). L’erosione delle identità culturali, morali e spirituali e la stessa fragilità dei nuovi modelli eticosociali e politici, la mutevolezza e l’accelerazione dei fenomeni, la loro fluidità quasi aeriforme (codificata ormai nella simbologia della “liquidità” prospettata da Bauman) incidono evidentemente anche sull’antropologia.

Il tema è ovviamente complesso e ammette molteplici analisi ed esiti. Indichiamo solo il fenomeno dell’io frammentato, legato al primato delle emozioni, a ciò che è più immediato e gratificante, all’accumulo lineare di cose più che all’approfondimento dei significati. La società, infatti, cerca di soddisfare tutti i bisogni ma spegne i grandi desideri ed elude i progetti a più largo respiro, creando così uno stato di frustrazione e soprattutto la sfiducia in un futuro. La vita personale è sazia di consumi eppur vuota, stinta e talora persino spiritualmente estinta. Fiorisce, così, il narcisismo, ossia l’autoreferenzialità che ha vari emblemi simbolici come il selfie, la cuffia auricolare, o anche il “branco” omologato, la discoteca o l’esteriorità corporea. Ma si ha anche la deriva antitetica del rigetto radicale espresso attraverso la protesta fine a se stessa, il bullismo, la violenza verbale sulle bacheche informatiche o l’indifferenza generalizzata ma anche con la caduta nelle tossicodipendenze o con gli stessi suicidi in giovane età.

Si configura, quindi, un nuovo fenotipo di società. Per tentare un’esemplificazione significativa – rimandando per il resto alla sterminata documentazione sociologica elaborata in modo continuo – proponiamo una sintesi attraverso una battuta del filosofo Paul Ricoeur: «Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini». Domina, infatti, il primato dello strumento rispetto al significato, soprattutto se ultimo e globale. Pensiamo alla prevalenza della tecnica (la cosiddetta “tecnocrazia”) sulla scienza; oppure al dominio della finanza sull’economia; all’aumento di capitale più che all’investimento produttivo e lavorativo; all’eccesso di specializzazione e all’assenza di sintesi, in tutti i campi del sapere, compresa la teologia; alla mera gestione dello Stato rispetto alla vera progettualità politica; alla strumentazione virtuale della comunicazione che sostituisce l’incontro personale; alla riduzione dei rapporti alla mera sessualità che emargina e alla fine elide l’eros e l’amore; all’eccesso religioso devozionale che intisichisce anziché alimentare la fede autentica e così via.

Un altro esempio “sociale” (ma nel senso di social) che anticipa il discorso più specifico, che svolgeremo successivamente, è quello espresso da un asserto da tempo formalizzato: «Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni’, asserto che coinvolge un tema fondamentale come quello di verità (e anche di “natura umana”).

Il filosofo Maurizio Ferraris, studiandone gli esiti sociali nel saggio Postverità e altri enigmi (Il Mulino 2017), commentava: «Frase potente e promettente questa sul primato dell’interpretazione, perché offre in premio la più bella delle illusioni: quella di avere sempre ragione, indipendentemente da qualunque smentita». Si pensi al fatto che ora i politici più potenti impugnano senza esitazione le loro interpretazioni e postverità come strumenti di governo, le fanno proliferare così da renderle apparentemente “vere”. Ferraris concludeva: «Che cosa potrà mai essere un mondo o anche semplicemente una democrazia in cui si accetti la regola che non ci sono fatti ma solo interpretazioni?». Soprattutto quando queste fake news sono frutto di una manovra ingannatrice ramificata lungo le arterie virtuali della rete informatica?

Infine affrontiamo solo con un’evocazione la questione religiosa. La “secolarità” è un valore tipico del cristianesimo sulla base dell’assioma evangelico «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio», ma anche della stessa Incarnazione che non cancella la sarx per una gnosi spiritualistica. Proprio per questo ogni teocrazia o ierocrazia non è cristiana, come non lo è il fondamentalismo sacrale, nonostante le ricorrenti tentazioni in tal senso.

C’è, però, anche un “secolarismo” o “secolarizzazione”, fenomeno ampiamente studiato (si veda, ad esempio, l’imponente e famoso saggio L’età secolare di Charles Taylor, del 2007) che si oppone nettamente a una coesistenza e convivenza con la religione. E questo avviene attraverso vari percorsi: ne facciamo emergere due più sottili (la persecuzione esplicita è, certo, più evidente ma è presente in ambiti circoscritti).

Il primo è il cosiddetto “apateismo”, cioè l’apatia religiosa e l’indifferenza morale per le quali che Dio esista o meno è del tutto irrilevante, così come nebbiose, intercambiabili e soggettive sono le categorie etiche. È ciò che è ben descritto da papa Francesco nell’Evangelii gaudium: «Il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede posto all’apparenza… Si ha l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite» (n. 62). Il pontefice introduce anche il secondo percorso connettendolo al precedente: «Esso tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo; con la negazione di ogni trascendenza ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, dando luogo a un disorientamento generalizzato» (n. 64).

Concludendo è, però, importante ribadire che l’attenzione ai cambi di paradigma socio-culturali non dev’essere mai né un atto di mera esecrazione, né la tentazione di ritirarsi in oasi sacrali, risalendo nostalgicamente a un passato mitizzato. Il mondo in cui ora viviamo è ricco di fermenti e di sfide rivolte alla fede, ma è anche dotato di grandi risorse umane e spirituali delle quali i giovani sono spesso portatori: basti solo citare la solidarietà vissuta, il volontariato, l’universalismo, l’anelito di libertà, la vittoria su molte malattie, il progresso straordinario della scienza, l’autenticità testimoniale richiesta dai giovani alle religioni e alla politica e così via. Ma questo è un altro capitolo molto importante da scrivere in parallelo a quello finora abbozzato.

in “Avvenire” del 20 maggio 2018

 

Nel mercato degli schiavi un migrante costa la metà

Paolo Lambruschi

La tomba nel cimitero di Modica è una semplice lapide in pietra a terra coperta dal disegno di una piuma incatenata da filo spinato. Sotto il disegno è scritto il nome di Tesfalidet Tesfom, 24enne eritreo ripescato in mare e portato a Pozzallo il 13 marzo dalla nave Proactiva dell’Ong Open arms, ricoverato in condizioni disperate per la fame, la tbc e le percosse subite dai trafficanti e morto dopo 24 ore di agonia.

Pesava 30 chili, al medico che gli ha risposto perché fosse ridotto così ha risposto: «Libia». «Ti prego fratello, prova a comprendermi/ ti prego aiutami», invocava Tesfom. Parole che descrivono anche la situazione delle migliaia di braccianti che magari non sono passati dalla Libia, ma vengono sfruttati in silenzio in questa fascia della Sicilia del Sud, tra le province di Siracusa e Ragusa, nascosti nel mare bianco delle serre da Modica a Pachino fin sulla costa, accanto a scenari da cartolina resi celebri dalle fiction del commissario Montalbano.

«Qui – spiega Giorgio Abbate, responsabile immigrazione della Caritas locale – si concentrano le aziende agricole che, anche a pochi passi dal mare e dai borghi marinari, dedicano ogni spazio di terra per la produzione in serra o a campo aperto per molti mesi l’anno, oltre che del pomodoro di Pachino, di ortaggi, frutta, vino, olio». Pochi si occupano dei braccianti che in queste campagne lavorano senza orari né dignità, spesso sottopagati. Si chiama dumping. Tradotto: i prezzi alla produzione si contengono sulla pelle dei lavoratori stranieri mentre i prezzi alla vendita restano alti, a vantaggio di mafie e grande distribuzione.

Vicino alla spiaggia di Marina di Acate la Caritas diocesana di Ragusa, che con Noto è in trincea e collabora strettamente, ha aperto 4 anni fa uno sportello del progetto Presidio della Caritas nazionale. L’anno scorso venne vandalizzato a scopo intimidatorio da ignoti. «Non sono riusciti a fermarci – commenta il direttore di Caritas Ragusa, Domenico Leggio –. Noi offriamo ai lavoratori agricoli e alle loro famiglie accoglienza, ascolto, sportello legale, lo sportello sindacale curato dalla Cgil, il servizio di medicina e infermeria con la fornitura di alimenti per neonati, la distribuzione di abiti. E un laboratorio teatrale per i bambini dei braccianti per reinterpretarne la situazione». «Stimiamo – prosegue Leggio – che ci siano in zona almeno 3mila braccianti, spesso con le famiglie. E che ci siano circa 250 bambini, 100 dei quali contattati. Sono soprattutto maghrebini e romeni. Non tutti riescono ad andare a scuola perché spesso sono molto distanti e restano isolati dai coetanei. Passano la giornata sotto le tende mentre i genitori lavorano. Il giovedì li passiamo a prendere. Così riescono a tornare piccoli per qualche ora».

Nel Ragusano, lavorano 25mila braccianti contrattualizzati, non si sanno le cifre del nero. Si teme che anche i minori siano sfruttati al lavoro nelle serre, come confermano alcune testimonianze agli operatori. Secondo il rapporto del Presidio di Ragusa per il 2017, su 420 lavoratori aiutati circa la metà erano romeni, un quarto tunisini, l’8% marocchini e il 5% italiani. Le ore di lavoro non si contano e sono sottopagate, le tariffe del dumping sono su base etnica. «C’è una sorta di scala. Italiani e tunisini – nota Peppe Scifo, segretario generale della Cgil di Ragusa – guadagnano 35 euro al giorno, i romeni fino a 25 – 32. Molti sono contrattualizzati mentre i richiedenti asilo prendono in nero 15 – 20 euro». Agli stagionali a contratto dopo 51 o 102 giornate lavorate spetta la disoccupazione. In queste, come in altre campagne del Sud, ne vengono segnate meno. Capita anche che venga chiesto al lavoratore di pagarsi i contributi affitto con la disoccupazione. «Le aziende in regola? Sono minoritarie».

Il mercato ortofrutticolo di Vittoria è il più ricco del Mezzogiorno ed è oppresso dalla cappa delle tre mafie – camorra, ’ndrangheta e Cosa nostra – come dimostrano diverse indagini della Dia e inchieste parlamentari. Di proprietà regionale, viene gestito dal Comune e anche a causa di questo il prefetto di Ragusa ha inviato da mesi la commissione di accesso in municipio. Se ne attende la relazione per valutare il commissariamento. «La filiera dell’ortofrutta a Vittoria – commenta Scifo – è inquinata dalle cosche e dai loro interessi in diversi segmenti. Dall’imposizione di servizi come l’imballaggio, in mano a cosche locali, al trasporto gestito dai casalesi che con i pomodori spostano anche la droga. E qualche anno fa venne ucciso in centro Michele Brandimarte, boss dell’omonima famiglia legata alla cosca Piromalli-Molè di Gioia Tauro».

Sempre a Vittoria, ogni notte si consuma il dramma di molte donne, soprattutto romene, schiave anche sessuali nelle serre di alcuni datori di lavoro senza scrupoli. Avvenire nel 2010 aveva raccolto la denuncia di padre Beniamino Sacco, coraggioso parroco di periferia allo Spirito Santo, dove da 20 anni ha aperto due centri di accoglienza. «Non è cambiato nulla – sbotta l’anziano parroco – perché violenze e ricatti sessuali in cambio del lavoro continuano. Nessuna parla per paura, allora lo faccio io per difenderle. Molte braccianti chiamano i datori ‘padroni’ e alcuni pensano di poter disporre di queste lavoratrici come schiave». Anche a Pachino, Ispica, Rosolini e Scicli, nella diocesi di Noto, lo sfruttamento morde, ma il salario di piazza arriva almeno a 35 euro per regolari ed esperti. Tuttavia la collocazione di centri di accoglienza vicino alle aziende ha spinto diversi richiedenti asilo a trovare impiego in nero a 15 euro.

«Dai colloqui con oltre un centinaio di braccianti – chiarisce Giorgio Abbate, che segue il Presidio diocesano che opera in rete con Croce Rossa, Diaconia valdese e Flai Cgil – si sono riscontrate varie forme di sfruttamento, con persone che lavorano addirittura sette giorni su sette». «Il giovane Tesfom – conclude Maurilio Assenza, direttore e anima della Caritas diocesana di Noto – ci ha lasciato due poesie toccanti in cui ci domanda: «Non sono forse tuo fratello, perché non chiedi notizie di me»? Chiedere notizie di lui e dei tanti migranti che condividono la sua sorte o sono sfruttati, questo è il modo migliore per ricordarlo». La vera battaglia in questa prima linea è contro l’indifferenza che ha addormentato le coscienze.

in “Avvenire” del 20 maggio 2018