Archivi categoria: Dibattito culturale

“Trattato per l’interdizione delle armi nucleari” ( Tian).

Francesco Palmas

Ha infranto i dogmi della Realpolitik. Con forza morale, impeto e afflato verso un mondo migliore. È questo il merito principale del Trattato per l’interdizione completa delle armi nucleari ( Tian). Il patto ha compiuto tre anni. Quanta strada ha percorso da quel lontano 2017. Fra mille ostacoli, ha raccolto finora 122 firme e 40 ratifiche parlamentari, già depositate all’Onu. Ne mancano dieci perché diventi vincolante, 90 giorni dopo il deposito del cinquantesimo strumento di ratifica. A quella data, vieterà l’arma nucleare ai Paesi firmatari, già sprovvisti di testate atomiche e già incamminati in un percorso di disarmo, membri del Trattato di non proliferazione. Forse è questo il limite numero uno del Tian.

Nessun Paese dotato di armi nucleari l’ha firmato. Temiamo non lo farà mai. Nemmeno la Nato è parte contraente e l’Italia fa parte dei detrattori. L’Alleanza Atlantica ha un ombrello nucleare e Roma ne è invischiata fino al collo. Nel radiare i cacciabombardieri Tornado si è dotata di un sostituto che sarà presto certificato per sganciare le testate tattiche della Nato. Nemmeno in Medi Oriente nessuno si è vincolato. Sulla carta, tutti hanno partecipato ai negoziati. Tutti hanno votato a favore del testo, eccetto Israele e la Turchia che, nonostante i continui colpi di testa, ospita ancora testate atomiche della Nato.

Il trattato ha molti fautori e non meno detrattori. I primi si compiacciono della loro missione. Sanno di aver contribuito a gettare le basi di una norma che dovrebbe portare a un cambio di mentalità e di comportamenti e, in ultima analisi, all’eliminazione delle armi nucleari. Sono forse sognatori? Senz’altro considerano la loro creatura come uno strumento di delegittimazione delle armi nucleari e di stigmatizzazione dei Paesi detentori. Il che non è poco. Gli “atomici”, insieme ai detrattori del Tian, denunciano il carattere illusorio e vano di un trattato che non smuoverà una foglia, che non contribuirà a migliorare la sicurezza internazionale e che non porterà a nessuna misura concreta di disarmo. Vediamo perché. Tutti i Paesi nucleari stanno svecchiando gli arsenali e hanno programmi ventennali di ammodernamento e potenziamento. Sanno che l’arma nucleare conferisce loro uno status di superpotenza e di invulnerabilità.

Difficile che vi rinuncino. Perderebbero un vantaggio strategico sulle altre potenze. Ecco perché i realisti temono addirittura che il trattato possa inficiare il dispositivo della dissuasione reciproca, indebolire la Nato e la stabilità dell’Europa. In Germania, si sta facendo perfino strada l’idea di estendere il parapioggia nucleare francese all’intera Unione Europea. Eppure il trattato Tian ha il supporto delle opinioni pubbliche mondiali. Chi non sarebbe favorevole a un mondo senza armi nucleari? Il Patto ha indicato il cammino. É il frutto di una campagna internazionale per l’interdizione, che si è galvanizzata a partire dal 2010. Tutto è maturato nelle assise multilaterali sul disarmo. Per molti versi il percorso è simile a quello battuto dalle convenzioni sull’interdizione delle mine antiuomo del 1997 e da quella sulle armi a submunizioni del 2008.

Fatte le debite differenze, due sono le similitudini che balzano subito agli occhi: 1°) la prevalenza della prospettiva umanitaria sulle questioni di sicurezza internazionale, e, 2°) il binomio di attori coinvolti, statali e non governativi. Fra i tratti distintivi del Tian, ci sono la fortissima tensione morale e tre grandi conferenze internazionali sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari – Oslo, Nayarit e Vienna –, cui si sono sommate, all’Assemblea generale dell’Onu, le dichiarazioni tonitruanti di un gruppo di Stati sempre più folto. Una cosa è certa: la polarizzazione fra detentori dell’arma nucleare e Paesi senza atomiche non fa che acuirsi.

in “Avvenire” del 5 agosto 2020

FILOSOFIA. C’è un Dio oltre l’universo? Confronto tra Giorello e Facchini

Riportiamo un interessante e serrato confronto sull’argomento dell’esistenza di Dio tra GIULIO GIORELLO (Milano, 14 maggio 1945 – Milano, 15 giugno 2020), filosofo, matematico, accademico ed epistemologo e FIORENZO FACCCHINI (Porretta Terme, 9 novembre 1929), antropologo, paleontologo, accademico, teologo.

Il testo è tratto dalla Rivista VITA e PENSIERO del 27 giugno 2020

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Hiroshima e Nagasaki 1945-2020: un terribile insegnamento disatteso

CARLO TREZZA

Gli anniversari del primo impiego dell’arma atomica a Hiroshima il 6 agosto del 1945 rischiano di cadere nell’oblio. I sopravvissuti alla tragedia (hibakusha) si contano ormai sulle dita delle mani e il clima internazionale attuale è meno propizio a siffatte commemorazioni. Quella che ebbe luogo nel 2015 per marcare il 70mo anniversario fu deludente e passò quasi inosservata. Maggiore eco ebbe l’anno successivo la storica visita del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nella città giapponese, la prima di un presidente americano, e il discorso magistrale che egli pronunciò in tale occasione. È poco probabile che il suo successore segua il suo esempio.

Furono oltre 100mila le vittime che persero la vita a Hiroshima e molti di più i feriti, gli ustionati e gli esposti alle radiazioni che perirono successivamente. Tre giorni dopo, il 9 agosto, analoga sorte toccò ai cittadini di Nagasaki. Il numero delle vittime fu allora inferiore (circa 80mila) benché l’ordigno fosse più potente: le colline della la città fecero da scudo. Il simbolismo nei due casi può essere intrepretato diversamente: con Hiroshima si ricorda il primo impiego dell’arma atomica, con Nagasaki se ne può evocare l’ultimo impiego. Non sono mancate tuttavia da allora le occasioni in cui l’umanità si è trovata sull’orlo della catastrofe nucleare. Se Hiroshima viene ancora oggi da alcuni giustificata per aver accelerato la capitolazione del Giappone evitando ulteriori massacri, è assai più difficile trovare analoghe giustificazioni per il successivo annientamento di Nagasaki.

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Nucleare. Una folle corsa che deve essere stoppata

MARCO IMPAGLIAZZO

Il 6 agosto 1945, settantacinque anni fa, una bomba atomica esplodeva su Hiroshima. Tre giorni dopo la stessa tragedia si ripeteva a Nagasaki. Decine di migliaia di persone cancellate in un istante, per non contare quanti avrebbero dovuto sopportare dolore e morte nei giorni e negli anni seguenti, portando «nei propri corpi », come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio in Giappone, «germi di morte che continuavano a consumare la loro energia vitale». Mentre ci confrontiamo con un altro germe di morte, il microscopico virus che ha stravolto la vita del pianeta, è bene non dimenticare le altre minacce al genere umano, tra cui quella nucleare, accresciutasi man mano che aumentavano le nazioni in grado di replicare quei primi bombardamenti e che si perfezionavano e si moltiplicavano quegli strumenti di morte.

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La nuova questione meridionale. Divario di cittadinanza tra Sud e Nord

Il libro di Luca Bianchi e Antonio Fraschilla, da oggi nelle librerie, edito da Rubbettino, “Divario di cittadinanza, Un viaggio nella nuova questione meridionale”, è un diario di un viaggio nel Mezzogiorno, dove la cittadinanza limitata, connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, è il tema principale con il quale misurarsi. Un racconto in cui i dati e le analisi si alternano alle storie concrete di cittadini, delle loro difficoltà, dei diritti negati, dell’inventiva, dei successi, delle furberie e dei quotidiani compromessi.

Quattro anni di viaggio per vedere cosa c’è davvero dietro a quei numeri impietosi sui divari che rendono il Mezzogiorno la più grande regione in ritardo di sviluppo d’Europa. Un lungo peregrinare che ha portato gli autori a raccontare cosa rimane del sogno industriale degli anni ‘50 in città dimenticate come Gela. A raccontare le storie dei primari campani che si vanno a curare al Nord con il cuore in gola ma convinti che solo lì possano avere maggiori speranze di guarigione. Dei pendolari alle prese con treni lumaca. Delle mamme calabresi e siciliane che non studiano e non lavorano perché devono badare ai loro bambini in città dove non esistono asili nido o servizi per l’infanzia. Dei giovani che hanno chiesto il Reddito di Cittadinanza perché in fondo non possono ambire ad altra forma di sostentamento. Delle mafie che dalla povertà e dai bisogni traggono manovalanza per incrementare il loro esercito e fare affari al Nord.

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Il razzismo, orrori da non dimenticare

Gian Antonio Stella

«Si avrebbe torto giudicando le azioni di un’epoca dal punto di vista di un’epoca diversa», scrive Alexandre Dumas, mettendo in bocca la frase a D’Artagnan ne I tre moschettieri. Parole d’oro. Come dimostrano anche le polemiche roventi sull’abbattimento delle statue di tanti uomini che a suo tempo pensavano fosse «normale», per quanto oggi la parola ci faccia orrore, avere degli schiavi. Basti rileggere quanto disse perfino Abramo Lincoln a Charleston, nell’Illinois, il 18 settembre 1858: «Non sono e non sono mai stato favorevole a promuovere in alcun modo l’uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; devo aggiungere che non sono mai stato favorevole a concedere il voto ai negri o a fare di loro dei giurati, né ad abilitarli a coprire cariche pubbliche, o a permetter loro matrimoni coi bianchi». Da brividi.

Vale anche, purtroppo, per la Chiesa. Sarebbe ingiusto, proprio perché moltissimi preti e frati e missionari hanno dato battaglia contro la schiavitù, a partire dal grande Bartolomé de Las Casas che arrivò a Santo Domingo da padrone di schiavi e dedicò la vita alla loro liberazione, rimuovere quelle parti della storia che ancora oggi fanno arrossire tanti cristiani impegnati nel volontariato. In particolare in Africa. Da dove, stando agli studi, sarebbero stati rapiti e smistati in Europa, nelle Americhe e nei paesi arabi almeno venti milioni di africani. Almeno.

Certo, come rivendicò nel 1992 Giovanni Paolo II nell’indimenticabile visita di perdono a Goré, il porto senegalese da dove salpavano le navi negriere («Uomini, donne e bambini sono stati vittime d’un vergognoso commercio cui hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede») la Chiesa condannò lo schiavismo già in una lettera del 1462 di Pio II come un crimine: «magnum scelus». Ma si trattava di affermazioni di principio scontate e tradite. Il silenzio sul tema del Concilio di Trento, aperto nel 1545 quando già le rotte per l’America erano aperte da mezzo secolo e la tratta dei neri era già stata avviata dai cattolicissimi portoghesi, la dice lunga. Così come l’uso di 475 schiavi a bordo delle navi della flotta pontificia con base a Civitavecchia ancora nel 1726. Guai a giudicare col metro di oggi. Ma anche dimenticarcene è insopportabile.

in “Corriere della Sera” del 5 agosto 2020

La Turchia e la violenza sulle donne. La figlia di Erdogan contesta il padre

Monica Ricci Sargentini

La figlia del Leader turco Sümeyye contraria al ritiro dalla Convenzione di Istanbul. Il figlio sul fronte opposto

Chi avrebbe potuto immaginare che la famiglia del presidente Recep Tayyip Erdogan, bastione del conservatorismo turco, si sarebbe divisa sul modo in cui contrastare la violenza perpetrata nei confronti delle donne? Il motivo del diverbio è il possibile ritiro di Ankara dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, meglio nota come Convenzione di Istanbul perché fu firmata proprio nella megalopoli nel 2011.

In questi giorni l’Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al governo dal 2003, dovrebbe decidere se seguire l’esempio della Polonia e ritirare la sua adesione come auspicano da tempo le parti più conservatrici e religiose del Paese capitanate dal vicepresidente del partito Numan Kurtulmus.

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Libano: Una immane prevedibile tragedia

Alessia De Luca – Annalisa Perteghella

In Libano si continua a scavare e a piangere i morti. E col passare delle ore prende forma l’ipotesi che a causare la devastante esplosione al porto di Beirut siano state negligenza e incuria, in un paese sempre più avvitato nelle sue tante crisi. 

La capitale del Libano non è città che si allarma per poco. Ne ha passate tante, dai lunghi anni della guerra civile, ai bombardamenti e gli attentati. Eppure oggi appare sgomenta, incredula, scossa fin nelle fondamenta dalla violentissima deflagrazione che intorno alle 18 di ieri ha squassato i magazzini del porto investendo diversi quartieri del centro della città ed è stata avvertita fino a chilometri di distanza. Le vetrine dei quartieri di Achrafieh, Hamra, Badaro e Hazmieh, sono andate in frantumi, come le finestre dei palazzi e dei veicoli, abbandonati per strada. Sulla corniche, il famoso lungomare della città, si è depositato un denso strato di calcinacci, schegge e macerie degli edifici circostanti, mentre si scava ancora, questa mattina, alla ricerca di superstiti e feriti. L’ultimo bilancio, ancora provvisorio, della Crocerossa libanese parla di almeno 100 morti e 4mila feriti, tra i quali tre italiani: due militari dell’Unifil e una cooperante. Sull’accaduto si sono rincorse ipotesi per ore. Per il momento l’unica certezza è che nella zona dell’esplosione era stoccata una quantità enorme di nitrato di ammonio, sostanza utilizzata per produrre fertilizzanti e, in certe condizioni, altamente esplosiva. (…)

Incidente o attentato?

La detonazione che ha investito la città di Beirut è stata talmente potente da aver causato un terremoto di magnitudo 3.5, percepito fino all’isola di Cipro, a circa 200 chilometri di distanza. Per ore si è temuto che la causa dell’esplosione fosse un attentato, ma secondo le prime ricostruzioni, all’origine di tutto ci sarebbero materiali esplosivi confiscati dalle autorità e colpevolmente abbandonati senza adeguate misure di sicurezza. Secondo l’emittente qatariota Al Jazeera, nel 2013 la nave che trasportava il materiale in questione, 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, ed era diretta in Mozambico fece riparo nel porto di Beirut per un problema al motore. In base alle leggi libanesi fu decretato il sequestro dell’imbarcazione. I proprietari abbandonarono il carico e l’equipaggio si disperse. Il nitrato fu stoccato nell’hangar 12 del porto e da allora i funzionari delle dogane inviarono agli uffici amministrativi preposto cinque lettere – tra il 2013 e il 2017 – per chiedergli di ordinare che il materiale, altamente pericoloso, venisse rimosso. Non ottennero nessuna risposta e a distanza di tre anni dall’ultima lettera, il carico si trovava ancora nell’hangar.

PER SAPERNE DI PIU’ VEDI REPORT ISPI

L’apprendimento continuo. Una sfida difficile e necessaria da affrontare

BRUNO LAMBORGHINI

La digital transformation in atto, a cui si affiancano sempre più i progressi nella bioingegneria e nelle neuroscienze, riapre in modo rivoluzionario il rapporto tra macchine e persone, un rapporto già sempre centrale nel lungo processo di industrializzazione.

Rispetto ai passati cicli tecnologico-industriali che hanno liberato l’uomo da gran parte della fatica manuale, attraverso lo sviluppo di crescenti flussi di energie fisiche, la tecnologia digitale sta creando eccezionali flussi di energie cognitive immateriali, una straordinaria produzione di dati e conoscenze mai sperimentata in precedenza, con effetti difficilmente prevedibili sull’evoluzione futura e i relativi impatti sulla società umana.

Viviamo già in un contesto in cui i robot si auto-riproducono, le macchine “intelligenti” imparano a prendere decisioni, le reti neurali entrano nei cervelli, l’ingegneria genetica interviene nel DNA e può produrre cloni umani, creando una crescente integrazione simbiotica tra uomo e macchina.

Gli algoritmi prodotti dalla crescita esponenziale dell’Intelligenza Artificiale (IA) possono determinare rilevanti impatti sull’occupazione sostituendo attività non più solo di fabbrica, ma anche nelle professioni della conoscenza e nei processi decisionali (Brynjolfsson e Mc Afee).

Questa difficile sfida, forse la più complessa mai sperimentata, va affrontata mantenendo le persone al centro, non le macchine, e rendendo possibile un rapporto simbiotico consapevolmente gestito dalle persone. Occorre saper tradurre l’IA in intelligenza umana aumentata (IUA), accrescendo conoscenze, capacità e competenze di tutti, non solo di una élite specialistica, e consentendo infinite opportunità di sviluppo di nuove attività e nuovi benefici individuali e sociali. Ciò sarà possibile solo se le conoscenze e le competenze professionali riusciranno a innovarsi continuamente, a crescere e a integrarsi con una velocità di cambiamento possibilmente non inferiore a quella della tecnologia. Non è possibile disegnare oggi le competenze che saranno necessarie anche nel futuro più prossimo, ma già ora si possono definire dei trend e dei percorsi da seguire.

La vera sfida è la capacità di sviluppare processi dinamici di apprendimento continuo di conoscenze e competenze in grado di affrontare mutazioni tecnologiche ed economico-sociali continue, complesse e imprevedibili. Certamente, con la necessità che, con il supporto di imprese e istituzioni, ciascuno si doti di una grande consapevolezza e flessibilità mentale e culturale per un adattamento contestuale continuo in stretta relazione con quanto sta avvenendo.

Il contenuto e il significato del lavoro deve tradursi progressivamente per tutti in competenze professionali specifiche per qualunque livello di attività, sotto la spinta delle tecnologie, ma sotto la chiara guida della capacità e consapevolezza personale di ciascuno.

Da jobs a skills

La diffusione del digitale viene molto spesso identificata dai media con il rischio della fine del lavoro umano. Non si dedica, invece, sufficiente attenzione alla metamorfosi in atto nel passaggio, favorito dalla tecnologia, del concetto tradizionale di lavoro verso attività e competenze qualificate, passando dal termine generico di job a quello di skill, cioè introducendo competenze professionali in tutte le attività, anche quelle a minore qualificazione.

Questo passaggio non avviene inerzialmente, non è un free lunch, richiede grande impegno e comporta costi sociali rilevanti. In particolare, si deve attuare una trasformazione radicale dei percorsi formativi di base, scuola e università, con un forte e consapevole impegno formativo da parte di imprese e istituzioni, ma soprattutto con una precisa disponibilità delle singole persone a impegnarsi in processi di apprendimento permanente. Occorre passare dal concetto tradizionale di istruzione a quello di apprendimento continuo. Solo accettando la sfida dell’apprendimento continuo su tutto l’arco di vita si possono affrontare i rischi di rapida obsolescenza delle competenze.

L’urgenza di questo impegno non appare, peraltro, ancora percepita né da parte dei singoli né di organizzazioni pubbliche e private che non investono su attività di reskiling continuo dei dipendenti, non comprendendo che il fattore umano è, e sempre più sarà, l’asset principale delle aziende e delle istituzioni. Si rinnovano le macchine, ma non si investe sul rinnovamento formativo delle persone.

Ciò sta creando, in particolare in Europa e in Italia, un grave skill shortage di competenze a tutti i livelli, dai tecnici agli ingegneri ai manager, che non sono così in grado di affrontare concretamente i cambiamenti tecnologici e sociali. Paradigmatico il recente caso italiano del programma Industria 4.0: mentre si prevedeva di incentivare gli investimenti in macchinari connessi, non si è incoraggiata la formazione delle competenze necessarie, rischiando così di avere effetti ridotti o nulli per la carenza delle competenze in grado di utilizzare le macchine.

La sfida della professionalizzazione del lavoro attraverso le competenze professionali va affrontata investendo sulla formazione di competenze in evoluzione dinamica in tutte le attività, sia low skill che medium e high skill. In assenza di limitazioni strutturali e in presenza di condizioni favorevoli, qualsiasi attività lavorativa può e deve arricchirsi continuamente di competenze digitali trasversali (il lavoratore “aumentato” dall’IA) e di competenze gestionali, tali da professionalizzare e rendere ciascuno gestore autonomo del proprio cambiamento.

Le competenze dinamiche

Le competenze aperte al futuro richiedono conoscenze professionali in continuo aggiornamento dinamico, ma anche capacità di contaminazione interdisciplinare e un’attenzione ricca di curiosità e passione verso il nuovo, l’imprevisto, il cambiamento, un atteggiamento mentale e culturale, un nuovo mindset (Harari). Occorrerà anche una grande capacità di relazioni e di scambio di conoscenze, senza timore di rischiare di perdere il proprio patrimonio conoscitivo e professionale, ma anzi arricchendolo attraverso forme di comunità di pratica e di knowledge sharing.

Si parla oggi sempre più di un mix di tech skill e di soft skill, ma questi termini possono essere limitanti in quanto occorre dare spazio, accanto alle competenze tecno-gestionali, anche a profonde human skill basate su una chiara consapevolezza delle proprie responsabilità verso gli altri e verso la comunità-territorio in cui si opera, un’umiltà concreta e profondi valori etico-sociali, ricchi di humanities. Dovremo, in sostanza, puntare a essere “persone integrali”, come le definisce Federico Butera, persone che siano “psicologicamente, professionalmente, socialmente, eticamente integrali e che godano di una solida integrità di sé”.

Sempre più di frequente ci si riferisce a componenti umane da affiancare a quelle tecnologiche nei processi di apprendimento e nelle attività operative. Nelle università propone la figura dell’ingegnere umanista, nelle aziende si ricerca l’ingegnere-filosofo. L’apprendimento continuo delle nuove competenze (diverso dal tradizionale approccio di lifelong training, spesso attuato formalmente ma con scarsi effetti pratici) si realizza attraverso la contaminazione culturale interdisciplinare di ciascuna persona attraverso istituzioni formative adeguate a questo scopo, con laboratori di ricerca e innovation hub, con una imprenditoria startup minded in contesti di scambio a livello territoriale con istituzioni pubbliche in grado di creare una learning society, come propongono Stiglitz e Greenwood, ovvero comunità di apprendimento aperte a tutti. Consapevolezza, discernimento, conoscenza, abilità, curiosità e passione sono le parole chiave della learning community.

Apprendimento attivo vs. formazione passiva

L’elemento di criticità è determinato dalle inadeguate risposte dei sistemi formativi attuali, per lo più ancora organizzati come una catena di montaggio limitata ai primi 18-20 anni di vita per fornire informazioni (più che formazione) e conoscenze di base, con minima partecipazione attiva e critica degli studenti e senza diretto collegamento con la realtà sociale, con il mondo del lavoro e delle professioni. Una risposta diversa è ben possibile, come si può vedere in quanto viene attuato in Germania attraverso le Fachhochschulen, scuole connesse strettamente con il mondo del lavoro. In Italia, al contrario, dobbiamo lamentare le difficoltà incontrate dagli Istituti tecnici superiori (Its), istituzioni orientate a una formazione esperienziale di aula e stage presso imprese e istituzioni, ma ancora oggi frenate nel loro sviluppo. Analoghi problemi incontrano i corsi professionalizzanti presso le università italiane, considerati anomali rispetto ai curricula tradizionali, mentre sarebbe necessario che le università potessero contribuire efficacemente all’apprendimento collettivo continuo, affiancando i propri percorsi a corsi finalizzati al reskilling e all’aggiornamento delle competenze in stretta collaborazione con imprese, istituzioni e mondo del lavoro.

Un mix positivo che dovrebbe poter essere attuato dalle università, così come dai licei e dalle scuole tecniche, affiancando le necessarie conoscenze di base e di metodo a forme di apprendimento professionale continuo, aprendo alle esigenze del mondo reale e del futuro, invitando a imparare sempre, senza mai smettere di studiare e conoscere.

Human learning e machine learning

L’intelligenza artificiale ha aperto la strada dell’apprendimento continuo da parte delle macchine connesse. Il machine learning sviluppato da algoritmi IA consente a macchine (come i robot, le auto senza pilota, ma anche le app dei nostri smartphone) di apprendere in real time in modo continuo e con la capacitò di contestualizzare e aggiornare il proprio stock di conoscenze, scambiandolo con altre macchine e accrescendone la disponibilità.

Un utilizzo efficace di questo apprendimento contestuale di miliardi di dati è dato dalla possibilità, collegata proprio all’immensa quantità di dati e immagini disponibili, di acquisire capacità decisionali specifiche (un esempio ne è proprio l’auto senza pilota, quando confronta la realtà fattuale con lo stock di immagini in memoria per prendere le decisioni conseguenti).

Al contrario, i processi di insegnamento tradizionali cercano di accumulare nella testa degli studenti nozioni con verifiche limitate, senza connessioni né riferimenti con la realtà vissuta quotidianamente. Si tratta di processi una tantum che non riescono a indurre stimoli all’aggiornamento e al rinnovo delle conoscenze e competenze nel proprio arco di vita; fenomeno strettamente legato al basso livello di lettura di libri e giornali da parte tanto di giovani quanto di persone adulte. Nè riempiono il vuoto di apprendimento (anzi spesso lo creano) meccanismi quali i motori di ricerca o enciclopedie online come Wikipedia. Analogamente, i corsi universitari on line Mooc o Weschool-Oliproject sono certamente utili ma sono scarsamente strutturati e molto limitati in termini di numero e tipo di partecipanti.

Sarebbe invece utile che scuole e università potessero gestire le straordinarie potenzialità di corsi on line, l’e-learning e i webinar in modo strutturato e finalizzato allo sviluppo di competenze in relazione alle effettive esigenze di reskilling e upskiling. Può essere forse utile cogliere dal modello machine learning indicazioni per lo human learning. Il fattore differenziante è (per ora) la linearità di apprendimento delle macchine rispetto alla capacità complessa, sinaptica e intuitiva della mente umana. Quindi, l’affiancamento di modelli di machine learning e delle nuove prospettive aperte dalle neuroscienze e dal deep learning nei processi di human learning potrebbe accelerare un apprendimento contestuale, ma occorre puntare sul carattere unico delle componenti umane rispetto alla macchina, le sole in grado di generare un deep human learning.

Verso la trasformazione dei tre cicli: apprendimento, lavoro e pensione

Veniamo da un modello di vita che, nella lunga storia dello sviluppo industriale, ha determinato una suddivisione della vita umana in tre cicli temporalmente separati: il ciclo dell’education per un primo periodo di vita, quindi il ciclo del lavoro e, al termine, il ciclo del retirement pensionistico. Questa suddivisione non era praticata in passato nelle attività pre-industriali, nelle attività agricole e nelle attività artigianali, dove apprendimento e lavoro erano strettamente integrati e duravano tutta la vita, spesso sino al termine della vita stessa.

Le trasformazioni in atto, sotto la spinta “disruptive” della tecnologia, ma anche per i profondi mutamenti socio-organizzativi e demografici, impongono, da un lato l’esigenza di apprendimento continuo contestuale di conoscenze e competenze durante tutta la vita attiva e dall’altro modelli di lavoro-attività in continuo cambiamento, in forme strutturate o destrutturate di lavoro dipendente e di attività autonome.

Questa trasformazione apre anche la possibilità di trovare risposta al crescente bisogno di un chiaro senso del lavoro rispetto alla propria vita, ridefinendone modalità, tempi e condizioni, e creando premesse di partecipazione e gestione del proprio lavoro, in un percorso di ricerca di maggiore coinvolgimento e felicità nel rapporto vita-lavoro, come proponeva Adriano Olivetti.

Non vi è dubbio che ciò richieda profondi cambiamenti nelle modalità contrattuali e di tutela del lavoro, così come nella ridefinizione dei modelli organizzativi e delle strutture di welfare pubblico/privato, per mettere le persone in grado di affrontare possibili periodi di disoccupazione o sottooccupazione, o condizioni di disabilità e disagio.

E’ molto probabile che in futuro si debba passare dalla tripartizione storica dei cicli di vita a percorsi di apprendimento continuo e permanente di competenze integrate alle attività lavorative, in forme remunerate o volontarie e con un’adeguata organizzazione del tempo libero per intrattenimento, sport, cultura e impegno sociale per la comunità. È una sfida difficile e complessa, ma è con ogni probabilità l’unica strada possibile, e auspicabile, davanti a noi.

* Pubblicato in “Progetto Mactotrends 2019-2020”, Harvard Business Review Italia, novembre 2019

*Bruno Lamborghini, presidente della Fondazione Amiotti di Milano, già Chief economist, direttore e amministratore con ruoli di presidenza nel gruppo Olivetti.

In Russia 1.000 figli dell’utero in affitto “parcheggiati” senza genitori

Antonella Mariani 

Dopo il caso dell’Ucraina, il britannico Guardian svela ciò che accade nelle città russe: le famiglie straniere non possono entrare nel Paese a causa del Covid e i piccoli crescono con le babysitter

Mille bambini nati da utero in affitto a partire da febbraio, in piena emergenza Coronavirus, sono parcheggiati nelle città russe, in attesa della riapertura delle frontiere che consentirà ai genitori committenti di prenderli con sé. La choccante vicenda delle decine di neonati ucraini allineati nella hall di un hotel di Kiev, il maggio scorso, ha dunque una sua replica fedele in Russia, ma su scala almeno decuplicata: se lì si calcolava che i bambini nati durante il lockdown fossero un centinaio, in Russia sarebbero addirittura mille. A rivelarlo, in un reportage da Mosca, è Andrew Roth, che ieri sul giornale britannico The Guardian raccontava che la chiusura delle frontiere ha costretto le cliniche a sistemare i bambini, nati da febbraio in poi, in appartamenti privati, accuditi da baby sitter. A molte madri surrogate, che normalmente sono obbligate a lasciare il bebè subito dopo il parto, è stato chiesto di prendersi cura dei neonati più a lungo. I genitori committenti, dal canto loro, stanno premendo sulle autorità russe per ottenere dei lasciapassare.

Secondo il Guardian, che ha interpellato Irina Kirkova, vice capo del Consiglio consultivo per i diritti umani, si tratterebbe di coppie soprattutto asiatiche: 180 verrebbero dalla Cina, altre da Singapore, Filippine. E poi Argentina, Francia, Australia.

Come è già avvenuto per la vicenda ucraina, anche in questo caso si svela tutta l’ingiustizia insita nella pratica della Gravidanza per altri (Gpa). Bambini di pochi mesi, o settimane o giorni, che ricevono cure professionali anziché godere dell’affetto e del calore delle famiglie, la fortissima pressione sulle madri gestanti, chiamate ad accudire un figlio che per contratto erano tenute invece ad abbandonare ad altri… Il carico emozionale diventa più pesante.

A questo si aggiunge l’opacità delle pratiche: poche settimane fa 4 medici e altrettanti impiegati di due cliniche per l’infertilità sono stati arrestati con l’accusa di traffico di esseri umani. Due gli “incidenti”, spiega il Guardian: a gennnaio un bambino nato da surrogazione di maternità è morto per la Sindrome della morte improvvisa e in giugno è stato scoperto un appartamento in cui vivevano cinque bambini accuditi da due nannies cinesi.

In Russia la surrogazione di maternità è legale per coppie straniere eterosessuali (come in Ucraina e in Georgia e in pochi altri Paesi del mondo) e la madre surrogata non deve avere legami genetici con il bambino, per evitare qualsiasi rivendicazione. Le coppie straniere si rivolgono a intermediari e la spesa complessiva si aggira sui 66mila euro; alle gestanti, solitamente giovani donne delle regioni più povere della Russia, arrivano intorno ai 12mila euro.

in Avvenire, 30 luglio 2020