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Droghe. Come è cambiato il mondo degli stupefacenti

Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele

Secondo i dati più recenti l’Italia è al secondo posto nell’uso di sostanse stupefacenti leggere, che di leggero non hanno più nulla se non la percezione del rischio. Quattro milioni di persone, tra i 15 e i 64 anni, hanno consumato negli ultimi dodici mesi almeno un tipo di droga tra cannabis, cocaina, eroina, droghe sintetiche, nuove sostanze psicoattive. (…) Ne abbiamo parlato con don Luigi Ciotti presidente e fondatore del Gruppo Abele.

Come sono cambiate le droghe negli anni? Quali sono le principali differenze tra le droghe di oggi e le droghe degli ultimi anni?

Come ogni prodotto di consumo, anche le “droghe” sono cambiate e continuano a cambiare. Nello specifico, il cambiamento è determinato soprattutto da tre fattori: a) La concorrenza all’interno del narcotraffico, che pur nel moltiplicarsi delle economie illegali e delle occasioni di arricchimento resta una delle principali fonti di profitto delle mafie, la base dei loro imperi criminali. Concorrenza che porta all’immissione nel mercato nuovi tipi di sostanze in grado di “conquistare” nuove fasce di consumatori. b) I mutamenti sociali, in particolare in ambito giovanile, che determinano nuovi orientamenti, propensioni, stili di vita e di consumo, di cui l’uso di droghe diventa parte integrante. Cruciale, in questo senso, è stato il passaggio negli anni 90 dalle droghe da “estraneazione” – di cui era emblema l’uso di eroina endovena – alle droghe da “prestazione”, socializzanti e performanti, come l’ecstasy, le anfetamine, la cocaina. Cruciale perché ha contribuito a demolire nell’immaginario giovanile la figura romantica dell’eroe-negativo che con la tossicodipendenza esprimeva una protesta al “sistema”, trasformato dalla cultura della prestazione in figura “perdente” e priva di fascino. c) La crisi economica, che ha profondamente impoverito l’Italia e reso lo “spaccio al minuto” un espediente per fare qualche soldo. Quanto allo scenario attuale, è molto articolato: la stragrande maggioranza dei consumatori predilige una triade di sostanze: due legali, alcol e tabacco, e una illegale, la cannabis. La “fidelizzazione” alla cannabis (chi la consuma non vi associa l’assunzione di altre sostanze illegali) è stimata intorno all’80 per cento. Quanto alla minoranza, pur significativa che si avventura nell’uso/abuso di droghe illegali (da una parte cocaina e crack, dall’altra oppioidi sintetici – ottenuti prevalentemente via Internet – insieme a un ritorno dell’eroina fumata) sono persone che hanno spesso alle spalle prolungate “sperimentazioni”. Ketamina, efedrone, psicofarmaci rappresentano varianti in grado di determinare di volta in volta effetti “personalizzati”, sicché si può dire che, a differenza del passato, oggi il “mercato” offre la possibilità al consumatore di confezionarsi il proprio prodotto, in base a esigenze e effetti desiderati.

Quali sono le più preoccupanti emergenze legate al consumo di stupefacenti nei nostri giorni?

L’overdose rimane l’emergenza principale: non solo quelle tradizionali causate da eroina e da alcol – aumentate statisticamente in questi ultimi anni dopo una progressiva diminuzione – ma quelle associate a infarti e ictus per abuso di cocaina e di crack o a ”colpi di calore” (ipertermia letale) per eccesso di anfetamine e metanfetamine. Si manifestano inoltre stati deliranti prodotti dall’abuso di droghe sintetiche, e se da un verso è diminuita la diffusione di malattie attraverso l’uso di siringhe infette, dall’altro resta alto il rischio del contagio per via sessuale a causa di comportamenti irresponsabili.

Quale tipo di consumo di droghe c’è da parte dei giovani? Per quale motivo e a che età si avvicinano alle droghe? Vi sono differenze rispetto al passato?

Le sostanze psicoattive di sintesi, raggruppate nel termine generico di “nuove droghe” e reperite sui mercati “criptati” di Internet si stanno diffondendo sempre più tra le nuove generazioni. Parliamo di metanfetamine a volte non ancora classificate come illegali, di oppiodi prodotti in laboratorio, di efedrone… Molti ragazzi oggi tendono a sperimentare e provare di tutto, spesso senza sapere nulla della sostanza assunta. Incoscienza, impulsività, senso d’onnipotenza e di invulnerabilità propri dell’età adolescenziale sono i fattori che in genere vengono associati all’abuso. I motivi che portano all’iniziazione del consumo sono spesso banali: accondiscendenza al gruppo, riflesso conformistico all’interno di un atteggiamento anticonformistico, timore di essere da meno e dunque esclusi. Tutto riporta alla pressione del gruppo dei “pari” e al desiderio di appartenenza identitaria tradotto in emulazione di comportamenti trasgressivi. Bisogna tuttavia distinguere il fenomeno del consumo da quello della dipendenza. La maggior parte dei giovani consumatori impara a conoscere il proprio limite e a ricondurre l’assunzione di sostanze a un principio di autoregolazione, trovando una misura nell’intensità e nella frequenza. Quando si riduce il bisogno di appartenenza – con i relativi “riti di passaggio” – il più delle volte il consumo diminuisce o scompare, soppiantato da interessi di altro genere e dalla ricerca di nuovi e più maturi rapporti. Se l’età tipica dell’iniziazione rimane il biennio della scuola superiore (con una “precocizzazione” oggi, in alcuni contesti, agli anni della scuola media), la desistenza dall’abitudine avviene mediamente tra i 22-24 anni, tranne per chi si avventura in percorsi rischiosi che sfociano nella dipendenza. Al primo consumo si giunge per motivazioni banali, veicolate, come detto, dal bisogno di socializzazione, di appartenenza e d’identità. La persistenza nel consumo, l’abuso e la possibile dipendenza riguardano invece ragazzi colpiti da forme di disagio personale o relazionale, spesso cresciuti in ambienti familiari e sociali attraversati da privazioni che lasciano il segno.

Perchè i Servizi e le Comunità di recupero si sentono abbandonati?

Sono ormai 8 anni che non viene convocata una Conferenza nazionale sulla droga (per legge dovrebbe essere triennale). Il Dipartimento nazionale antidroga è da tempo una scatola vuota, privata di personale, di consulenza scientifica, di finanziamenti. Il disinteresse della politica per le dipendenze scaturisce a mio avviso da due fattori. Da un lato il congelamento della questione droga, in quanto troppo “spigolosa” per esecutivi di unità nazionale (anche nell’attuale “contratto” di governo non è presa in considerazione); dall’altro i tagli alla spesa sanitaria e la conseguente, pesante penalizzazione del settore servizi: i Servizi di recupero hanno visto diminuire i loro organici (i pensionamenti sono stati rimpiazzati solo in minima parte) e alcune comunità hanno dovuto chiudere perché si sono drasticamente ridotti i budget regionali a loro disposizione. Non solo: la diminuzione delle overdose, dal culmine degli anni 90 fino all’inizio della seconda decade del 2000 e l’epidemia di Aids tenuta più sotto controllo grazie alle terapie antiretrovirali, hanno prodotto l’idea che quei problemi fossero in buona parte risolti. Si trattava di un’illusione, figlia anche di un criterio di osservazione che ha privilegiato le dipendenze sui consumi, sopravvalutando la diminuzione delle prime (e al tempo stesso trascurando la crescita delle dipendenze comportamentali: gioco d’azzardo, internet ecc) e sottovalutando l’aumento dei secondi e i rischi che sempre si collegano al semplice consumo.

Come giudichi l’attività di prevenzione all’uso di droghe condotta in Italia? È sufficiente? Ci sono abbastanza risorse ed energie per questa attività?

La prevenzione è la “Cenerentola” delle attività sanitarie. È stata la principale vittima dei tagli di finanziamenti e risorse alla Sanità. Alcuni servizi di prevenzione sono scomparsi, altri languono. Mediamente si è arrivati a un taglio di circa il 50 per cento! Le campagne “universali”, massmediatiche, dirette a tutta la popolazione non sono state più prodotte. Forse è il danno minore, considerato il loro scarso impatto. Più grave è il taglio di alcuni servizi che andavano incontro al disagio e all’emarginazione, cercando di rendere le condizioni della dipendenza meno nocive. È il caso delle “unità di strada” per le persone tossicodipendenti da eroina; dei drop-in che hanno consentito un rifugio diurno; di alcuni dormitori per le persone dipendenti che vivono in strada. È stata soprattutto la drastica riduzione di risorse ai Comuni – ancora competenti sotto il profilo legislativo per le attività di prevenzione e reinserimento – ad avere indebolito la rete dei servizi socio-sanitari. Quasi totalmente assenti sono le attività di prevenzione dell’analisi delle sostanze assunte nei luoghi di consumo. Molti giovani comprano senza sapere che cosa effettivamente contengono le sostanze acquistate. Se si sentono male e vengono portati al Pronto Soccorso, il tempo richiesto per trovare l’antidoto tramite analisi di laboratorio può rivelarsi fatale. Con le analisi sul campo si viene invece subito a conoscenza del “prodotto” assunto, e un sistema di allarme rapido a tutte le strutture sanitarie connesse in rete consente un’acquisizione tempestiva dell’antiveleno. Servizi di questo genere esistono a Torino e in pochissimi altri luoghi d’Italia, mentre nel resto d’Europa stanno diventando la norma. C’è poi una prevenzione altrettanto fondamentale che è quella educativa. L’impegno contro la droga comincia nelle scuole e nelle famiglie, in quanto potenziali, formidabili veicoli di passione, di partecipazione, di formazione individuale e sociale. Ma scuola e persone non possono essere lasciate sole in questo compito tanto più impervio in un’epoca il cui il “dettato” del consumo schiaccia i giovani in un presente fine a se stesso, mentre sottrae loro le opportunità di costruire un futuro. Ecco allora la necessità di una “città educativa”, di contesti urbani e sociali dove un adolescente possa trovare risposta alle sue passioni e ascolto alle sue inquietudini, riempiendo di vita e di progetti quei vuoti che sono spesso la premessa all’uso e all’abuso di droga.

Come è cambiato il mondo dell’assistenza alle persone tossicodipendenti?

Meno personale, meno risorse, invecchiamento degli operatori, mancato turn-over con quelli più giovani. Ciò impedisce ai Ser.d di rinnovarsi e di mantenere livelli prestazionali adeguati. In particolare sta avvenendo un’eccessiva “sanitarizzazione” dei Ser.d, in cui il personale medico-infermieristico è preponderante rispetto a quello psico-educativo e sociale. È noto come la tossicodipendenza sia una “malattia” con caratteristiche tutte particolari. Il reinserimento sociale, l’attività di accompagnamento psico-educativo durante la fase di cura sono strumenti importanti quanto il farmaco e la terapia delle malattie “droga-correlate”. Se il pilastro dell’approccio psico-sociale viene meno, anche l’efficacia degli interventi sanitari rimane dimezzata. L’adesione alla cura è la prima a risentirne. Per quanto riguarda le comunità di recupero, oggi si trovano a sostenere problematiche complicate. Le persone tossicodipendenti da eroina sono invecchiate, senza più relazioni familiari, né con la famiglia di origine né con quella eventualmente acquisita; spesso si sovrappongono problematiche di tipo fisico (disabilità) e psichico (doppie diagnosi) ai limiti dell’invalidità, che rendono di fatto impossibile qualsiasi tentativo di reinserimento lavorativo se non in situazioni protette (cooperative di tipo B). Per persone spesso senza casa o fissa dimora, l’intervento finisce così per assumere connotazioni marcatamente assistenziali.

Ecologia. I negazionisti climatici. Ciechi di fronte ad ogni evidenza

Paul Krugman*

in “Il Sole 24 Ore” del 20 ottobre 2018 I cambiamenti climatici sono una bufala. I cambiamenti climatici ci sono, ma non sono provocati dall’uomo. I cambiamenti climatici sono provocati dall’uomo, ma fare qualunque cosa per contrastarli distruggerebbe posti di lavoro e ucciderebbe la crescita economica. Queste sono le fasi del negazionismo climatico. Trump e i suoi alleati, messi sulla difensiva dall’ennesimo uragano, reso ancora più deleterio dai cambiamenti climatici, e da un inquietante rapporto delle Nazioni Unite, negli ultimi giorni hanno rispolverato queste pessime argomentazioni. È stato uno spettacolo scioccante e ci ha ricordato che siamo governati da persone che sono disposte a mettere in pericolo la civiltà per opportunismo politico, per non parlare dei maggiori profitti per i loro amici che vendono combustibili fossili.

In questi giorni, i negazionisti dei cambiamenti climatici sembrano aver momentaneamente fatto marcia indietro e non si ostinano più a dire che non sta succedendo nulla. Il vecchio espediente di confrontare le temperature attuali con quelle di un anno insolitamente caldo (1998) per negare che il pianeta si sta riscaldando è vanificato da una sequela di nuovi record delle temperature. E le imponenti tempeste tropicali alimentate dal riscaldamento degli oceani rendono le conseguenze dei cambiamenti climatici sempre più visibili. Perciò la nuova strategia è minimizzare quello che succede. I modelli di previsione cambiamenti climatici «non sono molto affidabili», ha dichiarato Larry Kudlow, il consigliere economico della Casa Bianca.

In realtà sono affidabilissimi: finora il riscaldamento globale è in linea con le proiezioni passate. «Qualcosa sta cambiando, ma poi ritornerà come prima», ha detto Trump a 60 minutes, il programma della Cbs. Basandosi su cosa? Un bel niente. Avendo dovuto ammettere, controvoglia, che forse il pianeta sta diventando più caldo, i negazionisti dichiarano di non essere convinti che i responsabili siano i gas serra. «Non so se sia opera dell’uomo», ha detto Trump. E se da un lato fa in qualche modo marcia indietro sulle sue precedenti affermazioni secondo cui i cambiamenti climatici sarebbero una bufala architettata dai cinesi, vede ancora un complotto da parte dei climatologi, che «hanno motivazioni politiche molto forti», a suo dire. Decenni fa gli esperti avevano previsto che le emissioni avrebbero innalzato le temperature. Gente come Trump li liquidava con disprezzo. Ora le previsioni si sono avverate. E i negazionisti insistono a dire che il colpevole non sono le emissioni, che dev’esserci altro, che è un complotto. Infine, veniamo al costo di una politica climatica. In passato ho notato una cosa strana: i conservatori hanno fiducia nella potenza e nella flessibilità delle economie di mercato, eppure sostengono che queste economie verrebbero distrutte se il governo introducesse incentivi per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

Le affermazioni apocalittiche sul costo della riduzione delle emissioni sono bizzarre se si considerano i progressi tecnologici realizzati nel campo delle energie rinnovabili. I costi dell’energia eolica e solare sono crollati. Intanto, le centrali a carbone sono diventate così poco competitive che Trump vuole sovvenzionarle a scapito di forme di energia più pulite. La realtà è che il negazionismo climatico non ha mai avuto molto a che fare con la logica o l’evidenza scientifica: i negazionisti sono senza ombra di dubbio in malafede. Non credono davvero a quello che dicono. Stanno solo cercando scuse per consentire a gente come i fratelli Koch di continuare a far soldi. Inoltre, i liberal vogliono limitare le emissioni, e la destra moderna esiste per fare il contrario di quello che vogliono i liberal.

Una possibile interpretazione di ciò che sta succedendo è che siamo di fronte all’esempio più lampante della corruzione di Trump. Abbiamo buone ragioni per credere che Trump e i suoi accoliti stiano svendendo l’America per il proprio tornaconto personale. Ma se si parla di clima non stanno solo svendendo l’America: stanno svendendo il mondo. Premio Nobel per l’Economia (Traduzione di Fabio Galimberti)

in Il Sole 24 Ore di sabato 20 ottobre 2018

Digitalizzazione. 4,3 milioni di italiani senza internet. Chi sono i disconnessi?

Nei giorni scorsi il Censis ha pubblicato un rapporto sulla tecnologia presente nelle case degli italiani, che ha messo in luce ancora una volta come a farla la padrone sia oggi come ieri la televisione. Ben più della rete. Il 97,1% delle famiglie intervistate (20 mila in tutto) ha almeno un apparecchio televisivo, ma solo il 22,1% un pc desktop, il 48,1% un portatile e il 26,4% un tablet.
Nelle case degli italiani ci sono infatti oltre 43 milioni di televisioni e solo 5,6 milioni di pc fissi, 14 milioni di portatili e 7,4 milioni di tablet. L’82% delle famiglie italiane possiede un collegamento internet (il 98% fra le famiglie giovani, con meno di 34 anni), ma solo la metà di esse ha sia un connessione domestica che mobile, e una su tre (il 44,6% tra i giovani fino a 34 anni) utilizza solo la connessione tramite mobile. I disconnessi, cioè le famiglie senza connessione a internet, sono il 17,8% degli intervistati, pari a 4,3 milioni di persone.
Riguardo alla frequenza di utilizzo della televisione ci vengono in aiuto i dati Istat delle persone la guardano, tra questi l’86% lo fa ogni giorno, e i gruppi più numerosi sono i giovanissimi e gli anziani, in particolare i 6-14enni e i 65-74enni.Tornando alla rilevazioni del Censis, solo un apparecchio televisivo su cinque è connesso alla rete, il che significa che la maggior parte delle famiglie guarda i programmi in onda sui canali televisivi. Sono solo 5,3 milioni gli italiani che seguono almeno saltuariamente programmi televisivi fruibili su internet (2,7 milioni di italiani guardano RaiPlay, 2,3 milioni SkyGo e 3,7 milioni Netflix). Si tratta di un’abitudine più diffusa fra i giovani e fra i laureati.
L’accesso al web tramite Tv – per esempio con una Smart Tv o con un dispositivo esterno – dipende dalla condizione economica e il gap è importante: solo il 10% delle famiglie meno abbienti possiede una smart Tv, contro il 26% delle famiglie ad alto reddito. Inoltre, la smart TV è più presente laddove ci sono figli: la possiede il 28% delle coppie con figli, il 18% delle coppie senza figli e l’8,6% delle persone che vivono sole.
Un ulteriore aspetto interessante che è emerso dall’indagine è che a quanto pare il numero di apparecchi televisivi è condizionato sia dalla condizione socioeconomica (le famiglie benestanti hanno più televisori) che dalla presenza e dal numero di figli: più figli ci sono, più televisori possiedono le famiglie. Inoltre, al netto delle persone che vivono sole, solo nel 65,7% dei casi ci sono meno televisori che componenti della famiglia.
Sempre Istat nel 2016 ha lanciato “CambieRai” , la prima consultazione pubblica sul “servizio pubblico radio-televisivo e multimediale” svolta in Italia, a cui hanno partecipato 11.188 persone, il 36% con meno di 35 anni e il 30% laureato.
Complessivamente il 60% dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di guardare quotidianamente i programmi RAI e il 20,5% qualche volta alla settimana. Una frequenza che risulta essere maggiore nelle fasce di età più anziane e molto minore in quelle più giovani. L’88% degli over 65 guarda la RAI ogni giorno, come l’80% dei 55-64 enni. Fra i 25-34 enni siamo intorno al 48% e fra i giovanissimi under 25, al 58%. Solo la metà degli utenti fruisce contenuti RAI non attraverso la televisione. Ma soprattutto: solo il 17% sostiene che continuerà a informarsi attraverso i telegiornali nazionali e regionali nei prossimi anni.
Una serie di domande particolarmente interessanti riguardavano la percezione delle persone su quanto è importante che il servizio pubblico televisivo si occupi di favorire il dialogo interculturale e interreligioso e quanto di “identità nazionale”. Bene: il 46% degli intervistati dichiara che è necessario promuovere l’identità nazionale e locale il Servizio Pubblico dedicando più spazio soprattutto ai temi legati al territorio e il 43% producendo al contempo anche contenuti che parlino delle diverse culture che compongono la società italiana. Per la metà degli intervistati la RAI dovrebbe occuparsi di più delle eccellenze italiane e per il 60% di arte e cultura del nostro paese per favorire il senso di identità nazionale. Infine, per il 37% dei rispondenti il Servizio Pubblico deve dedicarsi soprattutto a temi nazionali e per il 33% deve valorizzare le tradizioni locali.
Emerge comunque una significativa apertura internazionale: 7 persone su 20 pensano che la RAI dovrebbe produrre film e fiction sia per il pubblico italiano sia per il mercato internazionale, contro il 12% che ritiene che bisognerebbe concentrarsi unicamente sulla produzione di film e fiction per il pubblico italiano.

in Il Sole 24 ore, 20 ottobre 2018

 

 

Il Futuro dell’UE. Quale contributo da parte delle religioni

Mariano Crociata*

La Commissione Europea, nella persona del primo vicepresidente Frans Timmermans, ha promosso anche quest’anno, ai primi di ottobre, un incontro di alto livello con rappresentanti delle principali Chiese e associazioni o comunità religiose d’Europa, sul tema «Il futuro dell’Europa: affrontare le sfide con azioni concrete». Più che un resoconto, quello che mi propongo di offrire è una ricognizione delle questioni più vive di un dibattito a cui è difficile rimanere estranei, se solo si ha un poco a cuore quanto avviene nello scenario europeo in questi mesi, soprattutto nella prospettiva delle prossime elezioni.

Un dialogo «aperto, trasparente, regolare»

Se una rievocazione va fatta dell’incontro, è solo perché merita di essere sottolineato un tratto che accomuna in misura prevalente le diverse religioni e confessioni, e cioè il superamento delle preoccupazioni di parte per concentrare l’attenzione sull’Europa come bene di tutti, anche di uomini e donne credenti e delle Chiese e religioni nel loro insieme. Si è potuto constatare il comune interesse per lo stato attuale e per l’avvenire dell’Unione Europea.

Accanto a questo, o forse proprio per questo, è difficile, in una tale circostanza, restringere i temi ad alcuni ambiti soltanto, poniamo di ordine etico o istituzionale, poiché tutti gli aspetti della situazione attuale dell’Unione si propongono sul tavolo del confronto e della discussione evidenziando che tutto di essa sta a cuore a tutti. Lo stesso art. 17 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), che è alla base del dialogo con le istituzioni religiose, è stato richiamato solo per mostrare in atto una comunicazione aperta, trasparente e regolare che rispecchia il riconoscimento del posto delle religioni nell’Europa dei popoli e delle nazioni, e del bene reciproco che rappresenta il loro rapporto con l’Unione.

Un passaggio difficile

Il fatto probabilmente più significativo di questa fase storica è rappresentato dalla coscienza che l’Unione si trova ad attraversare un passaggio molto delicato, se non propriamente critico. Guardando alle prossime elezioni, sorge la domanda se ci sarà ancora una Unione Europea. Per la prima volta è diventato pensabile che essa possa finire. I populismi sono indicati come la minaccia più grande alla sua integrità e permanenza; il loro tipo di politica non permetterebbe all’Unione di sopravvivere.

A ben vedere, la situazione appare più complessa. Se infatti ci si ferma a considerazioni di ordine elettorale, è possibile mettere in conto una tenuta anche abbastanza ampia delle formazioni politiche tradizionali. L’aspetto più critico sta invece nella disaffezione e nel disamore che si percepisce tra i cittadini europei, ben oltre i confini elettorali delle forze populiste.

C’è preoccupazione per come sta evolvendo la società; si diffonde una paura che si materializza nella figura dei migranti ma che presenta ben altre radici ed è alimentata da fenomeni di più profonda origine e di autonoma evoluzione. La paura poi si trasforma in rabbia e, via via, in odio contro qualcuno individuato nel migrante e nello straniero, e in genere nelle minoranze, portando alla fine allo scontro. La cosa più ignobile è la strumentalizzazione che i vari populismi e nazionalismi fanno di questa paura, con il rischio di ricadere nel razzismo.

Non è raro che tali forze facciano appello alla tradizione cristiana, se non addirittura la rivendichino ma, nei fatti, piegandola ad altri fini. Di essa, infatti, accettano solo alcune parti e, anzi, se ne servono per escludere, e non per includere, tradendo la sua originaria vocazione e il suo spirito più autentico. Sono in tal modo evidenti i segni di un clima culturale profondamente mutato.

L’inquietudine per il futuro

C’è inquietudine e insicurezza di fronte a un futuro che viene percepito come un ignoto minaccioso; ci troviamo – dice qualcuno – come nelle sabbie mobili. Alcuni fattori oggi in modo particolare acuiscono la sensazione di smarrimento e di disorientamento che afferra molti, lasciandoli in un isolamento individualistico e in una drammatica mancanza di senso.

Innanzitutto, la questione ecologica che segnala il raggiungimento della soglia di non-ritorno nel grado di inquinamento e di degrado ambientale della terra; sempre di più si percepisce che il pianeta ha raggiunto il limite oltre il quale entra in crisi la sua vivibilità per l’essere umano e per tutti gli esseri viventi. Non a caso l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ incontra incondizionato apprezzamento e cordiale condivisione oltre ogni confine religioso e culturale, chiamando tutti alla propria responsabilità.

Poi la cosiddetta quarta rivoluzione industriale, insieme agli sviluppi della robotica e dell’intelligenza artificiale, è destinata a modificare profondamente l’organizzazione del lavoro, come pure diversi altri aspetti della vita sociale.

Infine, l’evoluzione del mondo della comunicazione con i nuovi media, unita alle conquiste tecnologiche dell’informatica, apre scenari in cui la disinformazione sembra entrare come componente ineliminabile (si può vedere al riguardo il messaggio del papa per Giornata mondiale delle comunicazioni di quest’anno e l’impegno costante della COMECE).

Tutto questo rende prepotente il bisogno di riprendere il controllo del proprio destino, ma la difficoltà dell’impresa getta in una condizione psicologica e spirituale di sconforto che richiede adeguata elaborazione culturale e sociale. Anche questo aiuta a capire l’impulsività e la reversibilità di scelte collettive anche importanti, come mostra il caso della Brexit.

Identità e contraddizioni nell’Europa di oggi

La questione dell’identità si conferma come inaggirabile, seppure si presenti in forme diverse: per i popoli dell’Europa dell’Est a muovere contro è spesso la paura di perderla; nei popoli dell’Occidente a giocare è invece la preoccupazione di dover cambiare il proprio stile e tenore di vita, senza riuscire a vedere che spesso l’ospite più inquietante è proprio il non senso e la smemoratezza rispetto alla propria storia e alle proprie radici religiose e culturali; per le minoranze immigrate a incidere è la minaccia di vedere snaturata, se non cancellata, la propria identità e cultura di origine.

Questo grumo di paure ha bisogno di essere distintamente assunto e trattato con mirata attenzione e convergente disegno. È chiaro che, in questa direzione, politica e morale devono concorrere insieme verso un obiettivo comune, perché non si può continuare a pensare l’Europa in termini di rapporti commerciali e di transazioni finanziarie; non tutto può diventare transazione. Le stesse preoccupazioni per la disoccupazione hanno bisogno di ben altre risorse oltre quelle economiche, a cominciare dal senso di comunanza di destino e dalla solidarietà.

Papa Francesco lo ricordava nel suo discorso al convegno Re-thinking Europe il 28 ottobre 2017, quando ribadiva che bisogna guardare innanzitutto alle persone in quanto parte integrante costitutivamente in una comunità, condizione per fare dell’Unione europea un luogo di dialogo e una comunità inclusiva anche delle minoranze.

Allarma che si stia perdendo di vista che, anche solo sul piano economico, è insieme che si prospera e che il rispetto delle minoranze è una sorta di originario principio ispiratore. Esso si colloca nel quadro della visione democratica e dei diritti umani entro cui nasce l’Unione, e perciò nel quadro delle motivazioni che hanno ispirato i suoi fondatori. Ora, la pratica democratica e il rispetto dei diritti umani chiedono di essere applicati a tutti, sia agli elementi interni che a quelli esterni all’Unione, se si vuole essere coerenti con quanto asserito nelle dichiarazioni e nei programmi.

La disomogeneità nell’applicazione dei diritti si rivela una contraddizione che indebolisce dall’interno il senso proprio del valore stesso della democrazia e dei diritti umani, e insidia la maturità della coscienza europea e la certezza dei principi su cui si fonda la sua storia e la sua identità molto più delle presunte minacce esterne. Siamo ad un tornante in cui gli sfidati siamo noi stessi, e precisamente dall’interno; il fenomeno migratorio e la contingenza economica sono le cause scatenanti di una crisi che nasce dentro l’orizzonte culturale e spirituale europeo.

C’è poi un problema, ricorrente soprattutto in contesto di polemica politica, di distanza tra istituzioni e popoli europei, ed è insistente la tentazione di scaricare le responsabilità gli uni sulle altre e viceversa. È evidente che c’è qualcosa che tocca ora le une ora gli altri, e tuttavia non è scaricandosi sistematicamente delle proprie responsabilità che si perviene ad uno sblocco della situazione per farla ripartire.

In questi mesi può essere perfino un inganno mirare soltanto a ridimensionare le rappresentanze populiste nel prossimo Parlamento europeo e pensare che vederle ristrette a una minoranza sia un obiettivo soddisfacente, poiché il problema vero sta nel bisogno di un nuovo slancio della politica che faccia sentire in modo condiviso che l’Europa può essere ancora un progetto comune.

Questo è il tempo in cui far emergere il meglio delle classi politiche nazionali e delle sue rappresentanze europee, fino a rinnovare le istituzioni dell’Unione ai vari livelli, così che diventino interpreti delle attese dei popoli e mostrino il loro avere a cuore, oltre un’astratta osservanza delle regole, i destini concreti di tutti, a cominciare dai territori più periferici e dalle fasce più deboli delle nazioni e dei popoli.

Un soggetto politico internazionale

Paradossalmente, il segno di questa capacità alta della politica dovrebbe mostrarsi in una visione e in una iniziativa di respiro internazionale, che proietti l’Unione nella sua qualità di soggetto che ha una parola da dire e la forza di intervenire efficacemente nei più diversi scenari mondiali, a cominciare da quelli più conflittuali e finire a quelli potenzialmente più promettenti per sviluppo umano e sociale, come i Paesi dell’Africa, dove, in realtà, la storia dei colonialismi nazionali sembra non solo spesso alimentare i conflitti sociali prima che militari, ma, quel che è peggio, remare contro le esigenze di un’autentica politica europea internazionale.

Senza essere ad essa funzionale, la gestione della questione migratoria potrebbe ricevere un nuovo orientamento anche da quella politica verso l’esterno, non senza però aver prima impostato una politica interna di gestione equa quanto alla distribuzione dei pesi e alle collaborazioni di tutte le nazioni, per far diventare la presenza dei migranti ciò che promette di essere, una risorsa e una ricchezza umana e culturale, oltre che economica. Deve crescere a questo scopo il senso di una responsabilità collettiva, nei singoli popoli e tra tutti i cittadini europei.

Il contributo delle religioni

Le religioni e le confessioni cristiane presenti in Europa rappresentano in tale direzione una risorsa unica nel suo genere per la convinzione e la concordia della sua condivisione del progetto europeo. Senza in nulla sminuire la missione propria di ciascuna e l’autonomia della loro distinta organizzazione e azione, nonché delle loro reciproche relazioni, esse di fatto costituiscono un fattore determinante di coesione sociale perché sono convinte della bontà e della necessità del progetto di una unione tra i popoli e le nazioni europei, a cominciare da quelli nel cui seno sono nate l’idea e le figure che hanno dato la prima origine a quella che all’inizio era denominata Comunità Economica Europea.

Qui sta il primo decisivo contributo all’Unione, al quale seguono a ruota tutti gli altri impegni che ciascuna confessione e religione può mettere in campo. Rivendicare il ruolo pubblico della religione nello spazio europeo, nella salvaguardia del diritto fondamentale alla libertà religiosa, non può essere visto dunque come una minaccia ma piuttosto come la possibilità di consentire a un movimento di impegno religioso trasversale di cooperare ad un’Europa plurale e, insieme, più unita e concorde. Attraverso l’incontro e il confronto tra e dentro le religioni e confessioni, di fatto si apprende e si esercita quel dialogo tra popoli e istituzioni che è l’anima della politica e di una ritrovata e accresciuta unità europea.

Tutti si avverte il bisogno di unire le forze, non perché nei mondi religiosi le relazioni siano idilliache, ma perché essi possiedono risorse culturali e spirituali capaci di legare le persone e i gruppi sociali, oltre i calcoli e le convenienze, con la solidità che conseguono in maniera originale la fede e la profondità dell’adesione religiosa.

Un contributo decisivo può venire dalle comunità religiose nell’ambito nevralgico dell’educazione. Le comunità religiose di fatto si trovano a svolgere un compito educativo non soltanto su temi e in ambiti strettamente religiosi, ma, per la natura stessa della fede e dell’esperienza religiosa, esse tendono a plasmare tutta la persona umana, accompagnandola in maniera particolare nella fase iniziale, e come tale determinante, della sua formazione. Che questo venga compiuto in un orizzonte di incontro interreligioso ed ecumenico e in un contesto socio-politico consapevolmente assunto di crescente unificazione europea, non può che conseguire risultati promettenti nella diffusione di una coscienza di appartenenza inseparabilmente a una nazione e alla comunità tra i popoli d’Europa.

Conoscersi e conoscere

A questo ambito è connesso, più di quanto non sembri, l’approccio alla questione migratoria. Infatti, accanto alle numerose, e già in atto, iniziative di accoglienza, soprattutto in contesto ecumenico, il contributo delle religioni può essere di grande rilevanza nel processo di integrazione. Una delle esigenze di più grande urgenza e di maggiore impatto è trovare il giusto equilibrio tra rispetto delle identità culturali e religiose ed elaborazione delle relazioni e delle condizioni di convivenza. Conoscersi e conoscere l’altro (promuovendo l’istruzione religiosa e contrastando l’analfabetismo religioso) sono simultanei e formano la garanzia che, sul lungo periodo, si imparerà a convivere crescendo insieme.

Integrazione non è assimilazione, come sicurezza non è ghettizzazione. Pertanto, la grande questione in gioco è il modello di integrazione. Colui che non si conosce fa sempre paura, anche agli occhi di chi arriva da fuori, e non solo agli occhi di chi accoglie. Bisogna imparare a conoscere cultura e sensibilità religiosa di chi arriva da noi e cercare di far conoscere e capire il nostro mondo e il nostro stile di vita e di pensiero a chi arriva da fuori dei nostri Paesi e del nostro continente. Solo così si potrà imparare a vivere e a costruire insieme.

La presenza islamica pone questioni specifiche. Bisogna uscire dalla specularità e dagli automatismi dei sospetti e dei rifiuti reciproci, perché producono solo incomprensione e ostilità. Il rispetto delle ritualità proprie dell’islam, ad esempio, è condizione per prevenire un motivo ulteriore di incoraggiamento della radicalizzazione, che, certo, deve il suo costituirsi a fenomeni complessi interni ed esterni rispetto alle condizioni di vita occidentali, ma trova alimento in tutto ciò che si configura come indebita limitazione dell’esercizio della libertà di religione.

Per un verso, c’è bisogno di risvegliare quella maggioranza silenziosa europea che possiede la forza di respingere con fermezza ogni forma di estremismo; per altro verso, la questione identitaria degli islamici viene ad essere solo rafforzata dal sentimento di rifiuto respirato pregiudizialmente in tanti ambienti dei nostri Paesi, senza per questo nascondere che la paura dell’islam è spesso la paura di essere obbligati alla conversione. La via d’uscita sembra essere prospettata dall’istanza volta alla formazione di un islam europeo.

Modello di convivenza e impegno educativo

Su questa linea si potrà adeguatamente gestire il fenomeno della multiculturalità, individuando il giusto equilibrio tra gli estremi dell’assimilazione e di una tolleranza solo in apparenza diversa dall’indifferenza. E si potranno anche scontare le diversità contrastanti delle culture che vengono tra loro a contatto.

In un contesto di globalizzazione si trovano accostate culture che si sono sviluppate ciascuna con il proprio ritmo. In una società che invece cambia velocemente, e anzi in crescente accelerazione, la questione dell’identità si acuisce. La sensazione di pericolo di venire cancellati nella propria identità è forte. Per questo sono più che mai necessari l’istruzione, l’educazione, il dialogo, da coltivare nell’humus della storia e dei principi europei. Sono, queste, condizioni insuperabili per affrontare la complessità da cui siamo ormai inesorabilmente avvolti.

La scuola svolge, al riguardo, un compito insostituibile, proprio per il meticciato sociale germinale che riesce a creare e la naturalezza del processo di integrazione che è in grado di innescare.

L’impegno educativo deve condurre ad apprendere la ricchezza della diversità e il valore dell’unità delle differenze. Per far questo bisogna imparare e coltivare l’ascolto degli altri, aprirsi all’accoglienza reciproca per far crescere identità, allo stesso tempo, forti in sé stesse e aperte al mondo.

Importante, a tale scopo, la cooperazione ecumenica e interreligiosa, contro la tentazione della privatizzazione della religione e il rifiuto del dialogo. Nella conoscenza e nel dialogo gli uni con gli altri si affrontano e si risolvono questioni che, nell’ignoranza e nella distanza reciproche, diventano barriere insuperabili e conducono allo scontro.

Dal deficit al recupero della fiducia

Infine, va rilevato con preoccupazione un deficit di fiducia a tutti i livelli che si estende dall’ambito locale all’orizzonte europeo. C’è bisogno di fiducia per ripartire, una fiducia che è possibile ricostruire anche nei confronti nelle istituzioni a condizione della loro corrispondente trasparenza. Dobbiamo chiederci come creare le premesse per risvegliarla e farla crescere.

Non è fuori luogo tornare allo specifico delle religioni e delle confessioni, per le quali la dimensione della fiducia svolge un ruolo costitutivo nell’esperienza del rapporto con Dio, con gli altri, con la realtà. Questo, che è un desiderio e un auspicio, in realtà si trasforma prontamente in una responsabilità e in un impegno, che le religioni e le confessioni cristiane volentieri assumono guardando al futuro dell’Unione Europea.

Mons. Mariano Crociata è vescovo di Latina e rappresentante della Conferenza episcopale italiana presso la Commissione della conferenze episcopali dell’Unione Europea (COMECE).

Antropologia. Non tutto è morte. Risorgere é un compito della vita

Massimo Recalcati

Come si può intendere laicamente il mistero cristiano della resurrezione? Il corpo di Cristo che risorge dopo aver conosciuto l’assoluto nascondimento della morte, della fine della vita, non è solo una immagine consolatrice che dovrebbe liberare l’uomo dal peso insopportabile della sua finitezza, ma può essere assunto come il simbolo di una resistenza altrettanto assoluta della vita contro la tentazione della morte. Non è, in fondo, questo uno dei significati fondamentali della predicazione di Gesù? Non abbiate paura perché non tutto è morte, perché il cuore della vita è più grande dell’ombra della morte!

Non a caso è nella parola antica Kum che è contenuto il tema della possibilità che la vita rinnovi se stessa proprio laddove pare morta, finita, consegnata ad uno scacco fatale. Kum è la parola imperativo che, per esempio, nel testo biblico, Dio rivolge a Giona. Essa scuote il profeta dal suo letargo per consegnargli una missione impossibile che lo costringe a mettersi in movimento. Ma è anche la parola-imperativo che Gesù rivolge a Lazzaro: Kum! Alzati! Cammina! Rimettiti in moto! Kum è la parola che riabilita la vita alla vita, proprio nel punto dove la vita si perde e muore.

Ecco la cifra laica della resurrezione. Dobbiamo provare a vedere in Kum la parola che ispira ogni autentica pratica umana di cura. La posta in gioco è decisiva: è possibile rialzarsi, ricominciare, ritornare a vivere, anche quando l’esperienza della caduta, della malattia, del fallimento, della catastrofe appare senza rimedio alcuno? In gioco non è solo il destino individuale della vita, ma quella di una città, di un popolo, di un ideale, del nostro stesso pianeta. Il Grande Cretto di Burri che commemora il terremoto di Gibellina o il One World Trade Center di Daniel Libeskid che evoca il trauma dell’abbattimento delle Torri gemelle, non guariscono la ferita (inguaribile) ma la sanno incorporare in una forma nuova che consente alla vita di ricominciare a vivere. Il mistero della resurrezione, riletto laicamente, indica allora non solo e non tanto la possibilità eventuale che la vita possa esistere dopo la morte, tema caro a tutte le religioni, ma la  possibilità di ridare vita ad una vita che sembrava perduta, di ricostruire una città distrutta, di ritrovare un popolo privato di ogni forma di identità, di restituire un volto umano alla vita dopo l’esperienza atroce dell’orrore.

La parola Kum!, Alzati!, è un appello che esige movimento, rilancio, responsabilità di un atto che sappia riaccendere la vita. In gioco è l’evento della sorpresa che sempre accompagna il “miracolo” dell’uscita della vita dalla zona sepolcrale della morte. Non è infatti proprio questa sorpresa al centro di ogni avventura di cura? Possiamo pensare esemplarmente ad alcuni casi clinici ritenuti senza speranza che, nel corso di una cura, risorgono contraddicendo i protocolli e le previsioni prognostiche più nefaste. Può accadere con bambini colpiti da malattie rare, con giovani afflitti da patologie mentali gravi, ma anche, in uno scenario meno drammatico, con studenti ritenuti dall’istituzione scuola senza speranza, cause perse, irrecuperabili. Può accadere con territori e città che hanno fatto esperienza – solo apparentemente irreversibile – della catastrofe. Ma più in generale ogni volta che incontriamo una resistenza insperata alla morte, ogni volta che incrociamo la sorpresa della vita che non cede alla morte e ricomincia a camminare, facciamo esperienza della resurrezione. Come se la cifra ultima della resurrezione coincidesse con quella della insurrezione: non si tratta di respingere fobicamente la caduta o la malattia, il fallimento o la perdita inconsolabile, illudendosi che possa esistere una medicina capace di dissolverne la presenza scabrosa. Piuttosto si tratta di non lasciare l’ultima parola alla morte. Per questo sappiamo che i momenti più fecondi per una vita sono quelli che implicano passaggi stretti, crisi, ferite.

Tuttavia, affinché il “miracolo” della resurrezione si possa compiere è sempre necessario un atto di fede che non può essere confuso con una semplice credenza. Non si tratta tanto di avere fede in un salvatore, ma di avere fede nella forza stessa della fede. Quando una volta a Lacan chiesero in che cosa consistesse l’esperienza dell’analisi, egli rispose, molto semplicemente, che essa consisteva nell’offrire ad una vita persa, l’opportunità per “ripartire”. Ebbene, la fede nel proprio desiderio è la condizione di base per questa ripartenza. Alzati! è la parola-imperativo che rimette in piedi e in movimento la potenza affermativa del desiderio contro la tentazione cupa, sempre presente negli umani, della morte. Perché, in fondo, se la resurrezione non può pretendere di curare la vita dal suo destino mortale – non può liberare la vita dalla morte – essa può invece liberare la vita dalla paura paralizzante della morte e dalla sua tentazione. Perché la paura della morte, umanissima quando riguarda la prossimità dell’evento della propria fine che ci priva della gioia infinita della vita, può nascondere talvolta la paura della vita. La tentazione della morte è, infatti, un modo per voler evadere dalla fatica che la vita impone. È questa la tentazione più grande.

Testimoniare che non tutto è morte, non tutto è devastazione, non tutto è destinato a finire, che risorgere è un compito della vita, è il segreto che la parola Kum! porta con sé nei secoli.

in “la Repubblica” del 19 ottobre 2018

Droga. I narcos messicani alla conquista della stampa

Lucia Capuzzi

Sergio Martínez stava facendo colazione nel solito ristorante di Cacahoatán, cittadina all’estremo sud del Chiapas quasi al confine con il Guatemala, quando i proiettili l’hanno colpito. Il 47enne è morto sul colpo mentre il commando usciva dal locale senza che nessuno cercasse di fermarlo. Era il 3 ottobre. Undici giorni prima, sempre in Chiapas, la stessa sorte era toccata a Mario Gómez, ucciso mentre usciva dalla sua casa di Yajalón, in Chiapas. Entrambi erano giornalisti. Martínez, in realtà, aveva lasciato da tempo il quotidiano Enfoque ma continuava a informare attraverso il suo blog. Gómez, invece, continuava a lavorare per l’Heraldo del Chiapas. Con le loro morti, sono diventati già undici i reporter assassinati da gennaio in Messico, il Paese più sanguinoso per la stampa dopo l’Afghanistan. L’anno scorso, con altrettanti giornasti ammazzati, aveva avuto il tragico primato assoluto. Dal 2007 sono 70 i giornalisti uccisi, più di venti quelli desaparecidos, l’ultimo, Augustín Silva Vásquez, è scomparso il 21 gennaio, nell’Oaxaca. La maggior parte proviene da “zone silenziate”. Non solo epicentri della narco-guerra che, da undici anni, dilania il Messico, con un bilancio – per difetto – di almeno 255mila vittime. Sono “pezzi di nazione” in cui la lotta fra organizzazioni criminali, con il sostegno di interi pezzi di istituzioni precedentemente ‘catturate’, uccide l’informazione. Oltre al singolo giornalista.

Ben prima che la questione “fake news” entrasse nel dibattito globale, i narcos hanno colto l’importanza dell’informazione come “arma di guerra”. E l’hanno impiegata. La conquista dei mezzi di comunicazione è andata di pari passo a quella dei poteri politici e delle polizie dei territori presi in ostaggio dai differenti gruppi. Cresciuti nel corso del Novecento all’interno di uno Stato che si illudeva di poterli controllare, i narcos sono diventati ormai vere e proprie multinazionali del crimine, i cui guadagni concorrono con il Pil di varie nazioni. La loro “area di influenza” copre almeno un terzo del territorio messicano. La strategia di colonizzazione può essere più o meno cruenta e palese, a seconda della banda. Tutte, però, hanno messo a punto un apposito metodo di “gestione” dei media. Con un obiettivo preciso: trasformarli da mezzi di informazione a strumenti di disinformazione. Ci sono riusciti in dieci Stati. Il resto della nazione è definito da Reporter sans frontiers (Rsf) “zona critica”, dove la libertà di stampa è limitata ma non completamente imbavagliata.

In pratica, come ha affermato il reporter d’inchiesta Javier Váldez poco prima di essere assassinato a Sinaloa, il 15 maggio 2017: «I narcos hanno sottomesso il governo, hanno sottomesso gli imprenditori e ora stanno sottomettendo i giornalisti». «Nelle zone silenziate sono i narcos a “dettare la linea” al giornale, a definire il menù di quanto deve essere pubblicato, a censurare le notizie scomode», racconta Balbina Flores, rappresentante in Messico di Rsf. Il meccanismo è semplice: ogni gruppo ha un “incaricato” dei rapporti con i media. Non proprio un ufficio stampa, ma quasi. Quest’ultimo monitora regolarmente radio, tv e quotidiani. E chiama i singoli giornalisti per comunicare che cosa devono scrivere e come devono farlo, e che cosa devono, invece, ignorare. «Non so come facciano, ma hanno tutti i telefoni di ogni reporter: casa, ufficio, cellulare. Chiamano alle ore più impensate, nel cuore della notte. Non chiedono, ordinano. “Vai a fotografare quello”, “Non menzionare quell’altra sparatoria…”, “Ignora il cadavere decapitato trovato di fronte alla scuola”. A volte, ti dicono perfino quanto spazio dedicare a una notizia. Caporedattori dell’orrore. Se non ti adegui, prenderanno “provvedimenti”: il più frequente è la “tablada”, il pestaggio con tavole di legno sulle piante dei piedi fin quando non riesci più a camminare. Se perseveri, muori», dice Gildo Garza, 39 anni, di cui diciotto trascorsi come reporter nella più emblematica “zona silenziata” messicana: lo Stato di Tamaulipas, nel nord-est.

Proprio là, i sanguinari Los Zetas – in perenne conflitto con i rivali del Golfo – hanno plasmato il primo buco nero mediatico. A partire dal 6 febbraio 2006, quando un commando armato è entrato nella redazione del Mañanadi Nuevo Laredo ed ha esploso vari colpi di mitragliatrici e due granate. Uno dei 40 reporter presenti – pochi rispetto all’organico ma era un giorno festivo –, Jaime Orozco Tey è rimasto mutilato. Era la prima volta che si verificava un attacco simile nella nazione. Non sarebbe stata l’ultima. Lo stesso Mañana ha subito altri due attentati sei anni dopo, nel 2012, il 12 maggio e l’11 luglio. Quel medesimo giorno, sconosciuti hanno fatto esplodere un ordigno di fronte alla sede di El Norte, sempre a Nuevo Laredo. Qualche mese prima, a marzo, era toccato alle redazioni di Televisa e dell’Expreso di Ciudad Victoria. Nel frattempo, uno dopo l’altro, i giornali avevano smesso di dare informazioni sulle sparatorie, i sequestri, i corpi mutilati abbandonati per le strade. In pratica, su quanto accadeva e accade tuttora in Tamaulipas. «Se sfogli le pagine di un qualunque quotidiano, ci trovi comunicati ufficiali del governo, dichiarazioni dei vari politici, un po’ di costume. Nessun accenno a quanto avviene fuori. Quando c’è stato l’attacco all’Expreso ero presente: hanno fatto scoppiare un’autobomba. Come in Iraq… Abbiamo dato la notizia su Internet ma, poco dopo, l’abbiamo dovuta togliere per evitare ulteriori rappresaglie. Mi ricordo quel giorno».

È stato allora che Garza ha cercato di sfuggire all’autocensura dei media, creando un sito indipendente, El Ciudadano. Il quotidiano online si concentrava sugli intrecci tra crimine organizzato e politica, «la radice del dramma del Tamaulipas e dell’intero Messico», secondo Garza. Poi, una sera di giugno 2013, Mario Ricardo Chávez Jorge, co-fondatore e direttore della testata, è stato sequestrato mentre usciva dal cinema. Il suo corpo seviziato è stato trovato due settimane dopo, il 24 giugno, nei pressi di Reynosa. Dopo una breve indagine, le autorità hanno affermato che l’omicidio non era legato all’attività giornalistica di Chávez Jorge. «È un classico, purtroppo – sottolinea Flores –. Eppure ci sono ben quattro strutture pubbliche per proteggere la libertà di stampa, abbiamo addirittura una Procura ad hoc dal 2010». Dei 48 casi di assassinio presi in carico finora, questa ne ha risolti appena 3. Se l’impunità in Messico è del 98 per cento quella relativa ai diritti contro i giornalisti è del 99,75 per cento. Gildo Garza s’è trovato di fronte a un bivio: continuare a fare il cronista, con il rischio di finire come l’amico e collega, o “adeguarsi”. Ha provato a imboccare la prima strada. «Perché? Come giornalisti ci siamo presi l’impegno di informare. Non possiamo rinunciare ora che il Paese ne ha maggiore necessità».

Il reporter ha, così, creato un nuovo quotidiano online, Cambio.press, specializzato in inchieste sulla cosiddetta “narco-politica” e “narco-economia”. Per un po’, pur fra molte difficoltà, i narcos l’hanno lasciato andare avanti. «Alla fine, l’8 giugno 2017 ho ricevuto un ultimatum da Los Zetas. Mi hanno dato un paio d’ore per abbandonare la città, altrimenti l’avrebbe pagata la mia famiglia». Garza ha preso la moglie e i figli e si è trasformato in una delle centinaia di migliaia di sfollati interni messicani. Da quasi diciotto mesi vive sotto protezione fuori dal Tamaulipas. «Lo rifarei? Beh in realtà non ho mai smesso di farlo. Cambio.press continua a informare. Non so se sia utile. Ma se si prendono il disturbo di silenziare la stampa – i narcos e soprattutto i loro alleati politici – vuol dire che dà fastidio…».

in Avvenire 19 ottobre 2018

Scuola. Diventare insegnante. Un percorso reso tortuoso e incerto

Roberto Carnero

Non c’è nulla che possa scoraggiare un giovane il quale voglia intraprendere una data professione più dell’incertezza del percorso per accedervi. E negli ultimi anni non sembra esserci un mestiere la cui strada sia più incerta di quello dell’insegnante. Non tanto per il precariato fatto di supplenze, più o meno lunghe, che da sempre costituisce spesso l’inevitabile gavetta per poi entrare finalmente in ruolo: perché negli ultimi anni, con i pensionamenti che ci sono stati e ci saranno, le cattedre vacanti sono tutt’altro che scarse; la necessità di docenti di sostegno, poi, ha reso disponibili ulteriori posti.

Il problema riguarda invece un aspetto che potrebbe essere molto semplice: l’iter formativo, e burocratico, per diventare insegnanti. Il Governo Gentiloni aveva emanato i decreti attuativi della cosiddetta legge sulla “buona scuola” (107/2015), che tutta buona alla fine non si è rivelata. Tra le altre cose si stabiliva che, per accedere al percorso finalizzato a diventare insegnanti, il “Fit” (formazione iniziale e tirocinio), i laureati nelle diverse materie dovessero avere ottenuto, all’interno del proprio piano di studi, 24 crediti formativi universitari (Cfu), corrispondenti grosso modo a quattro vecchi esami “annuali”, in psicologia, pedagogia, antropologia e didattica disciplinare.

Di per sé era buona l’idea di inserire queste competenze come obbligatorie per andare a svolgere un lavoro, quello dell’insegnante, sempre più complesso e delicato per i tanti risvolti non solo culturali, ma anche psicologici e sociali che esso comporta nella scuola di oggi. Peccato però che quella richiesta avesse valore retroattivo: si applicava, cioè, anche a chi si era già laureato prima dell’entrata in vigore del provvedimento. Così molti laureati (magari anche da diversi anni) interessati all’insegnamento si sono dovuti iscrivere di nuovo all’università per sostenere quegli esami che mancavano loro per poter accedere al concorso. Gli atenei, a loro volta, hanno attivato questi “corsi d’emergenza”, vista la pressante domanda in vista del bando concorsuale dato per imminente. Essendomi trovato a insegnare Didattica dell’italiano in un grande ateneo del Nord, posso testimoniare direttamente la frustrazione, e talora anche la rabbia, di laureati giovani e meno giovani, che magari già insegnavano da anni come supplenti, costretti a tornare sui banchi per ottenere quei crediti mancanti. Mi sono sempre chiesto come mai i sindacati non abbiamo fatto le barricate su una cosa simile.

Ora circolano voci per cui il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti sarebbe intenzionato a modificare la normativa, rendendo i 24 Cfu un requisito “accessorio”, dunque non obbligatorio, per iscriversi al concorso per insegnanti. Se ciò è vero, l’intenzione del ministro è lodevole, poiché si andrebbe a correggere una stortura. Ma bisogna pensare anche a un altro risvolto, diciamo così, di “pace sociale”. Che cosa proverebbero coloro che con molta fatica (e sborsando anche i quattrini delle tasse universitarie) negli ultimi mesi hanno fatto i salti mortali per ottenere quei benedetti 24 Cfu? Avrebbero l’impressione di aver fatto una fatica inutile e – sostanzialmente – di essere stati presi in giro dallo Stato. Che il «Governo del cambiamento» intenda cambiare ciò che non va, sta bene. Ma bisogna osservare che quando si continuano a cambiare le carte in tavola, il gioco alla fine rischia di risultare truccato.

Ci permettiamo perciò di suggerire una soluzione di compromesso, che possa salvare capra e cavoli. Bene togliere il requisito, almeno per chi si sia già laureato, dei 24 crediti aggiuntivi. Chi però li ha sostenuti ha acquisito importanti competenze che ne aumentano la professionalità. È, questo, un fatto innegabile. Dunque che tale requisito, per quanto “accessorio”, venga adeguatamente valorizzato in termini di punteggio, in modo che possa segnare, quanto alla posizione in graduatoria, una differenza che oggettivamente c’è.

in Avvenire 19 ottobre 2018

Manovra finanziaria. Numeri e ombre

Leonardo Becchetti

Della Manovra economica del governo conosciamo i titoli e l’architettura complessiva dell’impianto. I dettagli (che saranno decisivi) sono rimandati necessariamente al rimodellamento successivo al confronto con la Commissione europea e al dibattito parlamentare. E il confronto è partito nel modo più aspro possibile sia dentro la maggioranza (il conflitto sul condono fiscale tra i vicepremier Di Maio e Salvini) sia con la Commissione europea che parla di «deviazione senza precedenti» dalle regole.
Sappiamo ad oggi che ci saranno 33,5 miliardi di spesa con tre capitoli principali (disinnesco dell’aumento dell’Iva per 12,4 miliardi, Reddito cittadinanza e modifiche riforma Fornero per 6,7 miliardi ciascuno). E che queste spese saranno coperte per quasi due terzi da maggior deficit (21,9 miliardi) e solo per la restante parte da entrate provenienti da molti rivoli (tra cui spending review e aumento delle imposte su banche e assicurazioni).

La Manovra è una scommessa che aumenta il rischio Paese come evidenziato dalla dinamica dello spread. La reazione dei mercati è stata in principio più calma, scontando previsioni in fondo ottimistiche su conflitto tra Roma e Bruxelles, probabilità di restare nell’euro ed effetti dell’altrettanto probabile downgrade delle agenzie di rating. L’impennata di ieri però indica che le turbolenze di fondo sono molte e che il rischio di finire contro gli scogli resta elevato.

Il Governo, per rendere questa Manovra compatibile con una riduzione e non un aumento del rapporto debito/Pil, scommette su un forte “effetto moltiplicativo” dei trasferimenti verso pensioni e Reddito di cittadinanza tale da generare un aumento del Pil dell’1,5% (mentre oggi le previsioni degli enti accreditati si attestano in media attorno all’1%).

Un limite fondamentale della Manovra è ritenere che questi ambiziosi effetti moltiplicativi si realizzino trasmettendo lo stimolo soprattutto attraverso pensioni e Reddito di cittadinanza e molto meno attraverso il sistema produttivo di imprese e banche. Queste ultime sono concepite come luoghi di grande profitto e speculazione a danno dei cittadini. E dunque sono vacche da mungere (con più tasse) e da punire in caso di crisi e fallimenti (perché gli stessi denotano senza ombra di dubbio un dolo). La realtà è un po’ diversa. Le banche hanno un ruolo delicatissimo nel sistema. Conservano i nostri risparmi e gestiscono il credito che consente alle imprese di sopravvivere. Sono oggi sottoposte a una pressione fortissima da parte dei regolatori, cercano di smaltire una montagna di crediti in sofferenza e non versano certo in condizioni smaglianti di salute.

Sulle pensioni il “regalo” del Governo agli italiani è un’«uscita» con cinque anni d’anticipo per chi matura le condizioni di quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi). Uscire prima avrà comunque un costo in termini di pensione più bassa per via del sistema contributivo. Il conto da pagare è salato e crescerà col passare degli anni. Gli italiani non sono improvvisamente diventati ciechi. La verità, più banale e amara, è che in tanti si accodano a chi promette loro cinque anni di lavoro in meno (come corsero dietro a chi offriva “pensioni baby”) senza preoccuparsi delle conseguenze su conti e generazioni future.

La misura del Reddito di cittadinanza presenta numerose incognite. Usare una soglia si povertà uniforme in tutto il Paese trasferirebbe la grandissima parte delle risorse al solo Sud e non avrebbe senso, scontrandosi con i parametri Istat che la stabiliscono attorno agli 800 euro per un single in una grande città del nord e attorno ai 550 per un single in un paese del Mezzogiorno. In ottica di economia civile, dove il traguardo è la generatività personale, il Reddito di cittadinanza ha senso se il pungolo al reinserimento lavorativo è significativo.

Otto ore di lavoro sociale a settimana sono un contributo blando che si giustifica se l’impegno sul fronte della formazione è cospicuo e impegnativo. Come accade già oggi in alcune misure regionali (come il Reddito di dignità pugliese), un’attenzione a istruzione e salute a livello familiare dovrebbe essere la nota qualificante dell’intervento. La «pace fiscale» è l’ennesimo condono accompagnato dall’ennesima promessa poco credibile che sarà l’ultimo e d’ora in poi la severità verso gli evasori sarà massima. Viene persa da questo punto di vista una grande occasione per realizzare il programma del “pagare meno pagare tutti” che lega lotta severa all’evasione con trasferimento automatico dei suoi proventi in riduzione delle imposte.

Coniugando equità e riduzione della pressione fiscale. Detto tutto ciò siamo parte dell’equipaggio e dobbiamo tifare patriotticamente per la nostra Nazionale (il Governo in carica), sperando che la strategia scelta funzioni magari con le correzioni di rotta auspicate che rendano la Manovra più efficace e sostenibile. Anche perché non invidieremmo affatto chi domani potrebbe essere chiamato a rimettere insieme i cocci dell’Italia in caso di fallimento, con la sorte sventurata di dover fare un lavoro ingrato e di essere accusato di essere un «nemico del popolo»…

in Avvenire 19 ottobre 2018

 

L’industria culturale e creativa in Italia

Io sono cultura. È dentro l’evocazione suscitata da questo titolo che si racchiude l’importanza della realtà culturale italiana, ad oggi uno dei principali fattori produttivi che rafforzano la qualità e la competitività dell’economia nel nostro Paese. Un titolo che ha accompagnato proprio recentemente la pubblicazione della VII edizione del rapporto sul Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere in collaborazione con la Regione Marche. Quali sono, dunque, i settori trainanti? Quali attività possono essere considerate parte integrante della produzione culturale e creativa italiana? Qual è il contributo alla crescita economica e occupazionale del Paese?

Un’idea di cultura costruita sul made in Italy

Partiamo dall’ultima domanda. Sono molte le notizie positive in proposito, legate alla dinamicità di un settore che contribuisce a creare il 6% della ricchezza prodotta in Italia(89,9 miliardi di euro, + 1,8% rispetto al 2015) e dà lavoro a 1,5 milioni di persone, (6% del totale degli occupati in Italia, +1,5% rispetto al 2015) grazie al contributo di soggetti privati, istituzioni pubbliche e organizzazioni non profit, che in settori eterogenei e attraverso diverse attività alimentano un sistema che continua a creare occupazione e valore economico.

Museigalleriefestivalbeni culturaliattività letterariecinema sono realtà che alimentano l’economia culturale italiana, ma non solo le sole. La produzione culturale e creativa poggia anche su iniziative produttive che dalla cultura traggono linfa creativa e  competitività. Ed è così che il “confine” del sistema culturale e creativo si allarga e tiene dentro il design, l’architettura, la comunicazione e tutte quelle industrie creative che, si legge nel rapporto, “sviluppano servizi per altre filiere e veicolano contenuti e innovazione nel resto dell’economia – dal turismo all’enogastronomia alla manifattura – dando vita ad una cerniera, una ‘zona ibrida’ in cui si situa la produzione creative-driven […] che va dalla manifattura evoluta, appunto, all’artigianato artistico”.

Si tratta, per rispondere alla seconda domanda posta in apertura, di un sistema che comprende 5 macro-domini:

  • industrie culturali – (cinema, musica, radio, tv, videogame e software, editoria, media)

  • patrimonio storico artistico (musei, biblioteche, archivi, monumenti)

  • performing arts e arti visive – attività legate alla produzione di beni e servizi culturali non riproducibili (spettacoli dal vivo, arti visive)

  • industrie creative – attività afferenti al mondo dei servizi (per esempio design, architettura e comunicazione)

  • creative driven – attività economiche non strettamente riconducibili alla dimensione culturale ma caratterizzate da strette sinergie con il settore

Parliamo nel complesso di 413.752 imprese (2016), il 6,8% delle attività economiche del  Paese, considerando anche le attività economiche ascrivibili come creative driven. Stringendo l’analisi ai primi 4 macro-domini, considerati nel rapporto il Core Cultura, ovvero la struttura portante del Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano, le imprese che operano in quei settori, direttamente collegate alle attività culturali e creative, sono 289.112, di cui il 51,6% svolge attività riconducibili alle industrie culturali; il 43,8% alle industrie creative; il 4,3% è attivo nel campo delle performing arts e arti visive; lo 0,4% è impegnato nella valorizzazione del patrimonio storico-artistico, con una forte componente pubblica nella gestione di queste attività.

Settori trainanti

Già da questi primi dati appare evidente il ruolo trainante delle industrie culturali e creative. Le prime producono oltre 33 miliardi di euro di valore aggiunto (il 2,2% del totale nazionale); le seconde 12,9 miliardi (0,9% su base nazionale). Insieme coprono una fetta di occupazione pari la circa il 3% dei lavoratori italiani. Un dato di assoluto rilievo, che assume maggior spessore se si aggiungono le performace fatte registrare da due attività tradizionali del settore culturale: quella della conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale (2,9 miliardi di euro di valore aggiunto) e quella delle performing arts e delle arti visive (7,2 miliardi di euro).

Nel campo delle imprese culturali, le attività legate all’editoria e alla produzione di videogiochi e software hanno un peso rilevante sia sul piano occupazionale (160 mila addetti) che economico (11,5 miliardi), così come la produzione di contenuti audiovisivi che da sola offre lavoro a 59 mila occupati. A sostenere, invece, il settore dell’impresa creativa troviamo tutte le attività legate al mondo dell’architettura, della comunicazione e del design.

L’intero percorso di crescita del Sistema Produttivo Culturale e Creativo è arricchito inoltre dalla presenza di occupati sempre più qualificatidal 2011 al 2016 il numero di laureati nel settore è aumentato dal 33% al 41%. L’esigenza di ricercare sul mercato competenze specialistiche e risorse sempre più qualificate è indice di un processo di crescita del sistema orientato alla competitività e alla valorizzazione di giovani che sembrano investire nella formazione affine al Core Cultura. Non solo aspirando a entrare nel settore come dipendenti, ma anche come promotori di attività autonome, avviando imprese come già ad oggi hanno fatto le oltre 52.000 donne, titolari di imprese del Core Cultura, impegnate soprattutto nel campo dell’editoria e della comunicazione.

Droghe. Il consumo tra i giovani. Relazione al Parlamento 2018

La cannabis rimane la sostanza illegale più utilizzata nella vita dagli studenti tra i 15 e i 19 anni, seguita, nell’ordine, dalle nuove sostanze psicoattive (NPS), spice, cocaina, stimolanti, allucinogeni ed eroina. È quanto emerge dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga.

La pubblicazione riporta dati relativi al 2017 e contiene alcuni paragrafi dedicati all’analisi dei consumi di sostanze illegali tra gli studenti (le informazioni sono fornite dallo studio Espad Italia, che analizza i consumi di alcol, tabacco e sostanze illegali e altri comportamenti a rischio degli studenti italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni).

Nel 2017 il 34,2% degli studenti ha riferito di aver utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, mentre il 26% ha riferito di averlo fatto nel corso dell’ultimo anno (circa 670.000 ragazzi). Tra questi ultimi, l’89,5% ha assunto una sola sostanza illegale e il restante 10,5% è definibile “poliutilizzatore”, avendo assunto due o più sostanze. Il 16,7% degli studenti ha utilizzato sostanze psicoattive illegali nel mese in cui è stato condotto lo studio e il 3,9% ne ha fatto un uso frequente, ha cioè utilizzato 20 o più volte cannabis e/o 10 o più volte le altre sostanze illegali (cocaina, stimolanti, allucinogeni, eroina) negli ultimi 30 giorni.

Il confronto con i risultati delle precedenti rilevazioni evidenzia come negli ultimi cinque anni il consumo nel corso della vita sia leggermente aumentato, mentre per le altre forme di consumo si è assistito a una sostanziale stabilizzazione.

I dati rivelano che il 33,6% degli studenti (circa 870.000) ha utilizzato cannabis almeno una volta nella vita, il 25,8% (circa 670.000) ne ha fatto uso nel corso del 2017, il 16,4%, (circa 420.000) ha riferito di averla consumata nel corso del mese di svolgimento dello studio e il 3,4% ha dichiarato di averla consumata frequentemente (20 o più volte nell’ultimo mese).

Sono circa 360.000 (13,9%) gli studenti che hanno utilizzato almeno una volta nella vita una o più delle cosiddette nuove sostanze psicoattive (cannabinoidi sintetici, oppiodi sintetici, ecc.).

Gli studenti che riferiscono di avere sperimentato la cocaina almeno una volta nella vita sono poco più di 88.000 (3,4%), 49.000 quelli che ne hanno fatto uso nel corso del 2017 (1,9%) e quasi 33.000 quelli che l’hanno usata nel mese antecedente la compilazione del questionario (1,3%).

L’1,1% degli studenti (circa 28.000) riferisce di aver fatto uso di eroina almeno una volta nella vita; lo 0,8% (oltre 20.000) l’ha assunta almeno una volta nel 2017 e lo 0,6% (15.500) nel mese precedente la compilazione del questionario.