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Branduardi: «Senza visione non c’è musica. Lo insegna san Francesco»

Massimo Iondini 

«Una canzone alle spalle ha bisogno di un pensiero. San Francesco era un poeta e cantava: il suo cuore era aperto sul mistero e i piedi amavano questa terra con i suoi limiti»

«Per i vent’anni di L’Infinitamente Piccolo, che ho portato sul palcoscenico per 350 volte, si farà finalmente una versione senza di me», dice Angelo Branduardi: «Non sarà né un musical né una commedia musicale ma la semplice “Lauda”, la forma teatrale inventata da san Francesco. I francescani mi hanno interpellato e io ho subito detto il mio sì. Credo ci si stia già lavorando. Mi farebbe molto piacere, perché quel disco ispirato agli scritti di san Francesco è stata la cosa più bella che abbia mai composto. Mi immagino un semplice assito, come usava fare il santo, che si esibiva sulla pubblica piazza come un menestrello. Tutto quello che lui ha scritto, e purtroppo è rimasto molto poco, nasceva per essere cantato. Lui non parlava, cantava». Quello spettacolo, nato nel 2000 per il Giubileo, ha percorso attraverso centinaia di concerti le infinite Vie del Pellegrinaggio sulla Via Francigena e negli spazi teatrali d’Italia e d’Europa, per non esaurire mai la sua portata meta-musicale e spirituale. Una voce fuori dal coro, come era quella del Poverello di Assisi e come è sempre stata, del resto, quella del menestrello Branduardi con i suoi viaggi nel tempo e nei suoni del mondo. Ora con le sue musiche sospese tra sonorità medievali e rinascimentali e folkpop moderno sarà ospite dello Sponz Fest 2018 di Vinicio Capossela (21-26 agosto) con l’intrigante sottotitolo: “Salvagg’ – Salvataggi dalla mansuetudine”.

«Una peste percorre la società contemporanea, l’ammansimento. Isolati e connessi nell’individualismo collettivo delegato alla Rete». È il suggestivo Sos che col suo festival lancia Capossela e che lei ha raccolto…

«Sì, la Rete può essere molto pericolosa, circola un fiume di cose belle e brutte: è licenza, non democrazia come si favoleggiava. A noi musicisti sembrava poi promettere la possibilità di fare musica liberi da condizionamenti, ma vediamo purtroppo con che pessimi risultati. Manca quella che io chiamo la polvere dietro alla schiena, il cammino che ognuno deve fare per arrivare a qualcosa. E con la Rete il cammino non c’è. Io con il mio stile non riuscirei nemmeno a iniziare in una situazione di mercato musicale come quella attuale. Se fossi un ventenne oggi non combinerei nulla».

Perché, cosa manca oggi in particolare?

«Quando io e i miei colleghi dei primi anni Settanta iniziammo c’era nella discografia una specie di regola d’oro: al primo disco si perdevano soldi, col secondo si andava più o meno in pari e al terzo si cominciava a guadagnare. Il tutto diluito almeno in cinque anni di tempo e con una piccola paghetta che ci consentiva di non dover andare a lavorare all’ortomercato a scaricare la frutta per poter sopravvivere. Adesso se non vendi subito prendi un calcio nel sedere. Se poi ti va bene di vincere un talent show hai i tuoi sei mesi di illusione finché non arriva il prossimo vincitore. Invece ci vogliono tempo e pazienza, il talento va coltivato. Questo è l’unico cammino che può portare da qualche parte».

Camminando camminando è poi un suo album, ma soprattutto il suo ideale…

«Bisogna camminare nella vita. Nella giusta direzione, però. Oggi a illudere, soprattutto i nativi digitali, è il fatto che ormai basta pigiare un tasto e suona di tutto. Invece in quell’immagine reale della polvere sulla schiena c’è anche lo studio. Non è necessario un diploma in composizione per scrivere belle canzoni, e i Beatles ce lo stanno a dimostrare. Però la canzone ha bisogno in sé, nella sua essenza, di una visione. Pertanto bisogna imparare a costruire, a pensare, e meditare. Vano credere che si possa fare musica assemblando meccanicamente».

Cosa proporrà il 22 agosto nella tana del lupo d’Irpinia Capossela?

«Con me sul palco al posto del mio storico sodale Maurizio Fabrizio ci sarà stavolta Fabio Valdemarin, che suona un sacco di strumenti. Potremo contare su pianoforte, organo, tastiere e tromba oltre che sulle mie chitarre e sul violino. Rivisiteremo molti miei storici pezzi, famosi e meno noti. Poi ci sarà una parte più medievale grazie all’ensemble di musica antica di Giovannangelo De Gennaro. Tutto ciò sullo sfondo del vecchio castello di Calitri, che si illuminerà alla luce del tramonto».

Note per intenditori… E i giovani?

«Ci saranno, eccome. Del resto io sono un provocatore, anche se non sembra. Ho sempre fatto il contrario di quello che ci si aspettava. Io non vengo da una scuola e non ho creato una scuola. La mia musica è come l’aglio: o piace o fa schifo. I musicisti che van bene a tutti non sono veri artisti. Bisogna sempre dividere il pubblico. Non puoi essere un uomo per tutte le stagioni. È giusto così».

Lei ha spesso cambiato anche all’insegna di una certa ricerca filologicamusicale.

«Sì, ma non nella sostanza. Semmai quando ero giovane ero più sintetico, usavo frasi molto pregne e pesanti dal punto di vista musicale e letterario. Con mia moglie Luisa Zappa, nei testi, si riusciva a dire quasi tutto nel giro di quattro battute. Una forma di sintesi che col tempo, e con il fatto di sapere che non so, si è andata trasformando in maggiore elaborazione. Scrivo ragionando e lavorando, non accetto il risultato così come arriva. L’essenzialità di una volta assume ora una forma più complessa. Ma per arrivare a questo ho dovuto anche commettere degli errori di percorso. Per i quali sono stato perdonato. Oggi chi ti perdona? Nessuno ti aspetta più nel tuo percorso artistico».

Torniamo a san Francesco. Non si è mai sentito un po’ ingabbiato dopo aver messo in musica il Cantico delle Creature, brani dei suoi scritti e alcuni episodi della sua vita tratti dalle Fonti francescane?

«No, perché Francesco era poeta, amava cantare ed era un uomo, diventato Santo. La sua visione era grande, universale. Ho degli amici francescani che fanno addirittura meditazione alla orientale. È stato uno di loro a propormi il lavoro su san Francesco. Il problema a volte è la paura di allargare le esperienze. Mi viene in mente papa Giovanni Paolo II con il suo appello “non abbiate paura”. Per me suonare e scrivere è aprire la porta sullo Sconosciuto ».

L’arte e la meditazione in musica anche come viatico alla trascendenza?

«Poi però bisogna essere capaci di tornare indietro, chiudere questa porta misteriosa e accettare la dimensione terrena con i suoi limiti. Se no vaghi e diventa un problema distinguere la realtà dalla fantasia, rischi di diventare matto. Bisogna sapere che tutto ciò che stiamo percependo può essere il futuro ma potrebbe non esserlo e comunque è una visione. Come lo sono, in qualche misura, certe belle canzoni. Ma attenzione, non sono la realtà. Non ci puoi sguazzare dentro perché ne va della salute. Ci sono tanti casi di musicisti straordinari che non sono mai tornati di qua».

E il rap, che lei non disdegna, da che parte ci porterà?

«Il rap sarebbe anche una bella forma artistica. Apprezzo Caparezza, Fabri Fibra, mi piace Eminem che trovo un grande musicista indipendentemente da quello che dice o come si comporta. Sono fatti suoi, di cui renderà conto. Il problema è che da genere è diventato una moda e adesso c’è una schiera di rapper che non finisce più. Vedo un declino abbastanza vicino. Perché quando la fila si allunga poi cadono tutti assieme. Nella moltitudine c’è già il germe della fine».

in Avvenire domenica 19 agosto 2018

L’uomo che coltiva l’orto su un albero

Lorenzo Pastuglia

Quando nel 2000 Francesco Mangano ha innestato per la prima volta una pianta su un Solanum mauritianum, ceppo originario del Sudamerica, non poteva pensare che dopo 18 anni le persone da tutta Europa si interessassero ai suoi semi. Il 63enne di Taurianova, città di quasi 16mila abitanti vicino a Reggio Calabria, ha infatti modificato il concetto di orto verticale: dai rami dei suoi alberi pendono rigogliose 10 varietà diverse di pomodori – tra cui corallini, ciliegini e San Marzano – e otto tipi differenti di melanzane: dalle bianche e viola dolci alle variegate. E i prodotti, coltivati tra i tre e i sei metri d’altezza, hanno la stessa qualità di quelli di terra, ma sono resistenti alle malattie. Il costo di produzione è molto basso: «Il Solanum non ha bisogno di concimi e veleni perché ha radici lunghe e si abbevera dell’acqua presente nel terreno – dice l’artigiano -. C’è quindi un grande risparmio idrico: basta innaffiare la pianta solo ogni 15 giorni. Gli alimenti che ne escono resistono a insetti, funghi e animali selvatici, perché si trovano a un’altezza impossibile da raggiungere».

Dunque niente ogm, ma solo prodotti naturali che «resistono al maltempo – continua Mangano – perché seminati in primavera e raccolti da luglio a dicembre, quando le piante muoiono. Si evitano così i mesi più freddi e la neve, sebbene l’albero possa resistere anche a -2». Il Solanum è presente anche nelle Isole Mauritius, in Australia, India, Sri Lanka e Madagascar. In Italia è arrivata «probabilmente per gli uccelli che sono emigrati da noi e hanno rilasciato sul terreno i chicchi delle bacche gialle che nascono tra i rami».

Tra Calabria e Germania 

Una gioventù passata tra la Calabria e Wuppertal, città tedesca a metà fra Dortmund, Dusseldorf e Colonia dove Mangano arriva a 17 anni per fare l’operaio tessile. Poi il ritorno a Taurianova 10 anni dopo, dove apre una bottega per la riparazione di oggetti in pelle nel centro-città, che ancora gestisce. Nel 1999 compra una casa con il mutuo e inizia a vivere in una villa con orto insieme alla moglie Teresa e ai due figli Vincenzo e Davide. Per inaugurarlo, un amico gli regala un Solanum: «mi sono accorto che faceva fiori simili a quelli dei pomodori e ho poi scoperto che sono della stessa famiglia, così ho creato il mio metodo».

Prima vengono tagliati i ramoscelli e fatte delle incisioni alla base, «due innesti se il ramo è forte, uno se è più fragile», poi inserite nei tagli le piante prive di foglie e radici. Il tutto viene quindi coperto con una busta di plastica chiusa con dello scotch: «Si crea così quella condensa che mantiene umida e viva la pianta per una settimana – spiega Mangano –. Poi quando questa si appiattisce ed è capace di prendere la linfa arborea, sviluppa e fruttifica dopo due mesi e mezzo, recuperando il ritardo iniziale». Durante la crescita, vengono applicate delle canne di bambù ai rami portanti, che servono a reggere il peso degli ortaggi.

Anche per il professore di Agronomia e coltivazione erbacea dell’Università Politecnica delle Marche, Rodolfo Santilocchi, tutto ciò sembra funzionare: «Dipende dalla compatibilità tra il Solanum e il ramo innestato – dice – e dalla capacità dell’albero di dare acqua e nutrienti necessari allo sviluppo della parte area. Dato che queste condizioni sembrano rispettate, i prodotti avranno la stessa qualità di quelli di terra».

C’è tanto da mangiare 

Se un solo Solanum è capace di contenere 50 piante, abbondante sarà il raccolto dato che il metodo viene applicato su 10 dei 20 alberi presenti nell’orto, che l’artigiano alterna con i rimanenti anno per anno: «Una parte di quello che produco la regalo ad amici e familiari». Dopo un servizio televisivo di Striscia la Notizia, inoltre, in tanti hanno iniziato a chiedere a Mangano i semi dell’albero: «Mi facevo inviare l’indirizzo e una busta preaffrancata, poi spedivo gratis 30 chicchi di bacche gialle». Ma con il tempo le richieste aumentano: dall’Italia tocca a Francia, Svizzera, Inghilterra e Grecia. Così la decisione di aprire una pagina eBay insieme a Davide: «Un utente mi ha chiesto dei semi anche dalla Turchia – conclude – ma dato che lì i contatti italiani non sono riconosciuti, ho deciso di regalarli a mie spese al signore, perché mi piace fare felici le persone».

in La Stampa 20 agosto 2018

Concessioni autostradali in Italia. Anomalie, profitti e latitanze dello Stato

Ugo Arrigo

Il tragico evento di Genova ha fatto sorgere urgenti domande sulla qualità e l’efficacia dell’intervento pubblico nel settore delle autostrade in concessione. Che cosa ha fatto il ministero dei Trasporti e il concedente Anas per controllare l’operato del concessionario Autostrade per l’Italia sia dal punto di vista dell’esercizio delle tratte assegnate che degli interventi manutentivi, ordinari e straordinari? E le tariffe di pedaggio che sono state autorizzate nel tempo erano giustificate dai costi di esercizio a carico dell’operatore e dagli investimenti promessi negli accordi di concessione? Sono domande alle quali non si può dare una risposta precisa per carenza delle necessarie informazioni, che non sono pubbliche, ma si intuisce che essa sia tendenzialmente negativa e con grande probabilità anche molto negativa.

Dopo la privatizzazione del 1999 sembra infatti che il settore pubblico abbia volutamente minimizzato il suo ruolo nel settore quasi nell’intento di non arrecare disturbo al soggetto regolato. Questo vale tanto per la regolazione tecnica quanto per quella economica. Riguardo ai controlli tecnici alcuni giorni fa il Secolo XIX ha scritto che il concessionario se li faceva da soli: “Autostrade è, di fatto, l’unico controllore di se stesso, esegue con personale proprio ispezioni e autocertificazioni, oppure le affida a consulenti pagati dalla medesima società. Nessun ente pubblico compie screening autonomi, perversione d’una norma le cui conseguenze possono essere catastrofiche”. Al riguardo sconcerta l’assenza, non è che chiaro se per mancanza di obbligo legale o per mancanza del suo rispetto, di un monitoraggio pubblico indipendente da quello del titolare della concessione. Si tratta di una situazione che poteva forse essere giustificata quando la società Autostrade era pubblica, appartenendo all’Iri, e in conseguenza poteva risultare un’inutile duplicazione che la mano pubblica sinistra del concedente Anas verificasse i controlli della mano pubblica destra del concessionario Autostrade, trattandosi di due mani dello stesso corpo pubblico. Ai tempi bastava la seconda, ma dopo la privatizzazione era invece indispensabile la prima. Anche in questo caso sembra che nessuno se ne sia accorto, non sapremo mai se per sciatteria burocratica o per esplicita volontà di non disturbare il soggetto regolato.

Se la regolazione tecnica sembra essere avvenuta secondo il noto criterio di Gigi Marzullo “si faccia una domanda e si dia una risposta”, ovvero “si faccia un controllo e se lo autocertifichi”, la regolazione economica, quella che a partire dai piani finanziari definisce i pedaggi e in conseguenza anche i ricavi e i profitti, non sembra essere stata da meno. La privatizzazione di Autostrade avvenuta nel 1999 fu fatta violando la legge. Infatti, una norma generale sulle privatizzazione del 1994 richiedeva che prima di privatizzare imprese operanti nei servizi di pubblica utilità, spesso monopolisti o comunque soggetti a scarsa concorrenza, si istituisse un regolatore indipendente per la determinazione delle tariffe e il controllo della qualità. È adempiendo a questa norma che prima di quotare in borsa Enel, senza peraltro che sia mai venuto meno il controllo pubblico, fu istituita l’Autorità per l’energia che oggi si chiama Arera, e prima di privatizzare Telecom fu istituita l’Agcom. In maniera simile, prima di privatizzare Autostrade o gli aeroporti occorreva istituire l’Autorità dei trasporti, l’arbitro dello specifico mercato. Invece l’Art è nata solo nel 2011, pienamente operativa solo dal 2013, ma la sua legge istitutiva ha stabilito che per il settore autostradale deve occuparsi solo delle nuove concessioni, non di quelle vecchie. Dunque un monopolio pubblico in cui la concorrenza non è proprio possibile è stato trasformato in un monopolio privato senza che ad alcun regolatore indipendente sia dato il compito di occuparsene nella sua interezza.

Prima della privatizzazione del 1999, e anche per qualche tempo dopo, l’istruttoria sulle tariffe pubbliche dei settori che non avevano un regolatore indipendente, di fatto tutti tranne quelli energetici che erano regolati dall’Autorità omonima, era svolta da una commissione tecnica consultiva presso il ministero del Tesoro, che si chiamava Nars. Il Nars aveva sede pressa la segreteria del Cipe, il Comitato interministeriale della programmazione economica, al quale forniva i suoi pareri. In base a essi, il Cipe dava il via libera alle tariffe pubbliche dei diversi settori. In relazione alle tariffe autostradali il Nars, del quale chi scrive è stato membro in rappresentanza della Presidenza del Consiglio dal 1996 al 1999, aveva predisposto un interessante meccanismo di adeguamento tariffario in base al quale le tariffe avrebbero potuto anche diminuire da un anno all’altro, qualora l’aumento dei livelli di traffico sulle reti avesse superato l’aumento riconosciuto dei costi di gestione. Per spiegarlo in maniera semplice, in presenza di un aumento di costi del 3% e del traffico del 3% le tariffe avrebbero dovuto restare invariate in quanto i maggiori costi sarebbero stati esattamente compensati dai proventi del maggior traffico. Ma se il traffico fosse aumentato del 5% le tariffe dovevano diminuire, al fine di evitare un profitto ingiustificato al gestore. Questo meccanismo non piacque né ai soggetti regolati, né al Governo, tanto che i regolati si fecero approvare i consueti aumenti tariffari al posto delle previste riduzioni direttamente per decreto ministeriale e non più tramite delibera del più attento Cipe.

Ma questa regolazione tariffaria su misura non è stata certo l’unico vantaggio regalato dal settore pubblico. Tutte le concessioni autostradali sono da sempre secretate, non le ha neppure l’Autorità dei trasporti, e all’opinione pubblica e agli studiosi del settore non è possibile conoscere cosa prevedono. All’inizio di quest’anno il ministro Delrio ha finalmente deciso di renderle pubbliche. Esse sono state dunque rese disponibili sul sito del Ministero. Peccato manchino gli allegati di maggiore interesse, in particolare i piani finanziari che giustificano le tariffe e loro variazioni nel tempo. Solo dai piani finanziari è possibile comprendere se le tariffe e la loro crescita nel tempo sono giustificate o meno, se e quanti profitti sono stati generosamente regalati dal settore pubblico a spese dei viaggiatori, se i concessionari rispettano le promesse di investimento che le tariffe permettono comunque di recuperare.

Un vantaggio ulteriore è stato il mantenimento anche dopo la privatizzazione del principio che si possa caricare in tariffa già oggi il recupero finanziario di un investimento che si farà forse in futuro, generando in tal modo immediati effetti benefici sui profitti aziendali. Questa regola ha senso eventualmente per gestori pubblici, non per gestori privati. Andava bene per un sindaco che doveva rifare un acquedotto e che anziché aumentare le tasse ai cittadini aumentava invece preventivamente la tariffa dell’acqua potabile così da poter accantonare i soldi necessari per l’investimento. Ma la stessa cosa non ha alcun senso per un gestore privato il quale, una volta incamerata la maggiorazione tariffaria per investimenti futuri, può tranquillamente iniziare a distribuirla sotto forma di dividendi agli azionisti e bonus ai manager.

Se l’albergatore Tizio vuole fare investimenti per migliorare la sua struttura e passare da tre a cinque stelle aumenterà i prezzi della camere dopo che i miglioramenti saranno fruibili dagli ospiti, non prima. Se la farà prima i suoi clienti fuggiranno dato che opera in concorrenza, evitando di pagare un tre stelle come se ne avesse cinque. Invece nel caso dei gestori autostradali, così come di quelli aeroportuali, i clienti non possono scappare, trattandosi di monopoli naturali. E questa è una ragione aggiuntiva del non senso regolatorio che una maggiorazione tariffaria possa precedere gli investimenti anziché accodarvisi.

L’ultimo vantaggio tra quelli sino al momento scoperti è scritto direttamente all’articolo 9 della convenzione del 2007 con l’Anas: il concedente in caso di grave inadempienza del concessionario può far decadere la concessione, ma in tal caso deve immediatamente indennizzarlo di tutti i profitti che avrebbe conseguito per tutti gli anni residui della concessione. Questa clausola è davvero stupefacente in quanto se devo chiudere un contratto per grave violazione del contraente sono io a doverlo indennizzare garantendogli tutti i profitti futuri. Dopo aver letto questa clausola sono andato subito a vedere chi avesse sottoscritto il contratto per conto dell’ente pubblico concedente dato che mi aspettavo di trovarvi la firma di Babbo Natale. Ovviamente è anche una clausola giuridicamente insostenibile e a mio avviso fonte di nullità: infatti, la revoca della concessione dovrebbe essere la sanzione più consistente a carico della parte inadempiente, ma se a fronte di essa occorre comunque versare i profitti che avrebbe realizzato ciò significa esattamente l’assenza di alcun tipo di sanzione economica a fronte di qualsivoglia danno che il concessionario possa arrecare. Essa equivale a esentare il concessionario da ogni responsabilità a fronte di inadempienze. In quali altri contratti, pubblici o privati, si trovano clausole del genere?

Dunque è inevitabile che il testo della convenzione debba essere rivisto dal Governo attuale e in caso di non assenso del concessionario questa potrebbe già essere una motivazione sufficiente per un atto unilaterale del concedente.

in Il Sussidiario 19 agosto 2018

Praga 1968: così si spense 50 anni fa “il comunismo dal volto umano”

Franco Cardini

La storia europea, specie poi quella del Seicento, continua a essere una Cenerentola nelle scuole italiane (e stendiamo un velo sulla società civile, che ormai di storia non sa più nulla). Peccato: altrove il XVII secolo è stato il Grand Siècle, il Siglo de Oro: ma da noi, dopo il Risorgimento, non si è in fondo mai usciti dalla logica del «secolo delle preponderanze straniere». Se le cose stessero altrimenti, sapremmo che un tragicomico evento del 1618, la cosiddetta “defenestrazione di Praga”, segnò l’inizio di quella guerra che, protrattasi fino al 1648 (per quanto in realtà si trascinasse fino al 1659), venne definita appunto Guerra dei Trent’Anni. Una lunga fase-cerniera, che trasformò profondamente la storia dell’Occidente. Si può dire che con quella guerra, momento culminante della dinamica inaugurata dalla Riforma protestante, cessasse di esistere la compagine socioculturale della Cristianità occidentale che aveva ancor coscienza nonostante tutto di una sua intrinseca unità e prendesse vita l’Europa moderna, caratterizzata dalla laicizzazione della cultura e dall’affermarsi degli Stati assoluti.

Chi con la storia ha più dimestichezza, si sorprende a pensare che in quel di Praga il numero otto sia tutto sommato di cattivo augurio. La storia della Cecoslovacchia indipendente si concluse nel 1938 sotto gli occhi attoniti dell’Europa. E se quest’anno si commemora – molto in sordina, è vero – la data “europea” del 1618, e ancor dolorosamente si pensa alla catastrofe politico-diplomatica del 1938, viva è invece la memoria di quel 20-21 agosto del 1968: ed è impossibile dimenticare le foto e i filmati dei carri armati sovietici (e di altri paesi del Patto di Varsavia sulla piazza di San Venceslao, con i carristi che escono dalle torrette dei loro giganti d’acciaio un po’ disorientati dinanzi alle proteste pacifiche ma accorate dei praghesi; è impossibile dimenticare – cinecamere e telecamere nel furono testimoni – l’immagine terribile di quel ragazzo di Praga, lo studente Jan Palach, che si cosparse di benzina e si fece bruciar vivo per protestare contro quell’aggressione e quell’invasione.

Dodici anni prima c’era stato l’“aiuto fraterno” dell’Unione Sovietica di Chrušcëv all’Ungheria: e la rivolta di Budapest dell’autunno del 1956 – chi era ragazzo allora la chiamò a lungo, romanticamente, “rivoluzione” – aveva segnato profondamente l’Europa e il mondo del dopoguerra, aveva fatto cadere molte illusioni che a proposito della possibilità della fine della Guerra Fredda si erano aperte pochi mesi prima, nel febbraio, con il XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e l’avvio del processo di destalinizzazione. I fatti del 1956 avevano segnato profondamente l’esperienza di tutte le sinistre occidentali: a partire dagli intellettuali v’erano state dimissioni clamorose nei partiti Comunisti di tutta Europa, mentre i partiti progressisti e socialdemocratici, tradizionalmente legati da rapporti d’alleanza o comunque di simpatia a quelli comunisti, intrapresero un differente e irreversibile cammino.

Ma il decennio successivo era destinato a modificare ancor più profondamente il quadro politico internazionale e a mettere in crisi rapporti di forza considerati fino ad allora stabili, mentre nuove realtà premevano all’orizzonte. In tutto il mondo si stava accentuando il processo di decolonizzazione, che faceva emergere situazioni fino ad allora impensabili e dava luogo a un vasto movimento di paesi “non-allineati” i quali cercavano di uscire dalla logica bipolare affermatasi dopo il 1945; nel sudest asiatico da “crisi indocinese” dava luogo alla dinamica che avrebbe condotto alla guerra del Vietnam, autentica plaque tournante della stessa vita e della categorie morali del mondo statunitense; nel Vicino Oriente, la crisi di Suez e la guerre arabo-israeliane del 1956 e del 1967 avviavano un processo dinamico dal quale gli esperimenti “laici” del mondo arabo sarebbero usciti sconfitti; la rivoluzione popolare e il castrismo, a cui molti avevano guardato sulle prime con sufficienza come a uno dei tanti episodi di caudillismo centroamericano, finiva con l’incidere profondamente sull’equilibrio mondiale fino a conseguenze che nel 1962 condussero sull’orlo di un nuovo conflitto; mentre negli anni 60 i due grandi esperimenti comunisti mondiali – quello sovietico e quello cinese – entravano in conflitto, un utopistico e per molti versi patetico eppur possente e trascinante movimento pacifista soprattutto giovanile e studentesco (ricordate il Flowers Power?) preludeva a quel Sessantotto al quale ancor oggi tanti di noi guardano come a una sorta di mito sia pure mancato, a un orizzonte perduto.

Al di là di quella che continuava a essere la Cortina di Ferro, a lungo quasi nulla parve muoversi: eppure, dopo le rivolte polacca e berlinese del 1953 e il grande episodio ungherese di tre anni dopo, le istanze di rinnovamento e soprattutto la richiesta di libertà e d’indipendenza nazionale erano un fuoco potente che covava sotto le ceneri della paura e del conformismo. Nell’Europa del blocco socialista la Cecoslovacchia era, dopo la Germania Democratica, il paese economicamente e industrialmente all’avanguardia e quello dove il ceto intellettuale aveva maggior peso politico. Fu il grande Adenauer, europeista convinto, a replicare una volta a chi gli prospettava un’unione europea esclusivamente occidentale, affermando che «non è possibile pensare a un’Europa senza Praga». E proprio da lì giunse più forte una volontà “riformista” che non è azzardato definire, oggi, rivoluzionaria. Un comunista slovacco nato nel 1921, Alexsander Dubcek s’impose fino dal 1966 all’interno del partito comunista cecoslovacco criticando l’indirizzo ancora sostanzialmente stalinista del segretario Novotny e chiedendo ampi margini d’indipendenza dall’Urss, decentramento economico, misure antidirigistiche e antiautoritarie nella vita civile. Fu questo il “nuovo corso” inaugurato nel gennaio del 1968, allorché Dubcek fu eletto primo segretario del suo partito: la sua politica ottenne un consenso entusiastico nel suo Paese e la sua popolarità divenne inarrestabile in tutto il mondo.

Proprio per questo restammo tutti senza fiato quando, nell’agosto dello stesso anno, le truppe sovietiche e quelle del Patto di Varsavia (Repubblica tedesco-democratica, Bulgaria, Polonia, Ungheria) entrarono in Cecoslovacchia e a Praga. Avevano i cannoni ad “alzo zero”, anche se non spararono. Dubcek, che aveva ricevuto una durissima “scomunica” diretta da parte dello stesso Breznev (vedi qui di seguito l’estratto da un colloquio telefonico intercorso tra i due sette giorni prima dell’invasione sovietica, ndr), comprese che non c’era altro da fare se non piegarsi. Rimase segretario del partito fino all’aprile dell’anno successivo, quando fu sostituito da G. Husak. Dopo aver ricevuto alcuni incarichi secondari Dubcek, oggetto di critiche molto severe per quel che aveva fatto come capo di governo, fu espulso dal partito.

Sembrò che, dopo la luminosa schiarita durata pochi mesi, le nubi del cielo sopra Praga si chiudessero per sempre. Ma quel che in Ungheria era stato stroncato con al forza nel 1956, quel che nel 1968 si era evitato in Cecoslovacchia con un misto pesante eppure abilissimo di burocratismo, conformismo e sistema poliziesco, si sarebbe ripresentato con energia e maturità ancor maggiori nella Polonia di Solidarnosc e poi nella stessa Unione Sovietica scossa dalla mancata soluzione del problema afghano.
Bisognerà riscriverla, prima o poi, la storia dell’Unione Europea. E bisognerà cominciar a studiarla nelle scuole come nei paesi civili si studia la storia patria. Quel giorno, Dubcek, oggi quasi dimenticato, riceverà dai cittadini europei il riconoscimento che gli spetta.

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L’inedito. La telefonata di Brežnev a Dubcek: «Se non interverrete voi, lo faremo noi»

Durò un’ora e venti minuti la conversazione telefonica del 13 agosto 1968 fra il primo segretario del partito comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek, e il primo segretario del Pcus Leonìd Il’ìc Brèžnev. Cominciò alle 17.35 e terminò alle 18.55. Una lunga telefonata, dove Brèžnev intimò a Dubcek di prendere misure immediate per invertire le riforme della Primavera di Praga. La registrazione venne eseguita su nastro dai funzionari del Kgb. In questa conversazione, Brežnev adotta un tono molto più aggressivo e bellicoso rispetto a una chiamata di quattro giorni prima. Accusa ripetutamente Dubcek di «totale inganno » e di «sabotaggio degli accordi raggiunti a Cierna e Bratislava». E lancia anche avvertimenti obliqui dove fa capire a Dubcek che i sovietici sono pronti a intraprendere azioni che tutelino «la causa del socialismo in Cecoslovacchia». Qui pubblichiamo un estratto di quella conversazione.

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Brežnev: «Alexander Stepanovic, oggi ho sentito il bisogno di parlarti. Ti ho chiamato al mattino presto e poi più tardi in giornata, ma tu sei stato via tutto il tempo, a Karlovy Vary, e poi mi hai richiamato: ma a quel punto io avevo dovuto riunirmi con i compagni. Ora che sono tornato, mi hanno detto che tu hai in corso un incontro del Presidium, così spero di non disturbarti troppo con questa conversazione ».

Dubcek: «No, per nulla, i compagni mi hanno già detto che volevi parlarmi. Io sono appena rientrato da Karlovy Vary: ho avuto un incontro con il compagno Ulbricht».

Brežnev: «Com’è andato l’incontro?».

Dubcek: «Bene, penso. Il compagno Ulbricht e i compagni che l’accompagnavano sono rientrati oggi nella Ddr, ho appena finito di congedarli».

Brežnev: «Abbiamo poco tempo, così lasciami andare direttamente al punto. Mi rivolgo di nuovo a te con ansia sul fatto che i mass media nel tuo Paese non solo hanno raffigurato scorrettamente i nostri incontri di Cierna nad Tisou e Bratislava, ma stanno anche aumentando i loro attacchi contro le forze sane e continuando ad alimentare idee anti-sovietiche e anti-socialiste. Quello a cui faccio riferimento qui non sono alcuni episodi isolati, ma è una campagna organizzata; e, a giudicare dal contenuto di questi materiali, questi organi di stampa sono arrivati a dare spazio alle forze destrorse e anti-socialiste. Noi al Politburo ci siamo scambiati i nostri punti di vista su queste questioni e abbiamo concluso unanimemente che ci sono tutte le basi per considerare la situazione che si è dispiegata come una violazione degli accordi raggiunti a Cierna nad Tisou. Ho ben presente l’accordo che tu e io abbiamo raggiunto durante le nostre discussioni faccia a faccia, così come l’accordo che abbiamo stipulato durante gli incontri a quattro e l’accordo che è emerso tra il Politburo del nostro partito e il Presidium del comitato centrale del tuo partito».

Dubcek: «Ti ho già detto quale tipo di misure stiamo prendendo per mettere fine alle manifestazioni antisovietiche e anti-socialiste nei mass media. Ti ho già detto quale tipo di misure stiamo preparando, e in quale ordine le porteremo avanti. Ma ti ho già detto anche allora che è impossibile fare tutto questo in un giorno solo. Abbiamo bisogno di tempo, per portarle avanti. Non siamo in grado di riportare l’ordine nelle azioni dei mass media in soli due o tre giorni».

Brežnev: «Questo è vero, Saša, e noi vi abbiamo avvistato all’epoca che le forze reazionarie non avrebbero facilmente abbandonato le loro posizioni e che sarebbe stato ovviamente impossibile fare tutto in soli due o tre giorni. Ma è già passato molto più tempo di due o tre giorni, e il successo del vostro lavoro in questo caso dipende dalla vostra volontà di prendere misure decisive per riportare l’ordine nei mass media. Naturalmente se la ledarship del Partito comunista cecoslovacco e il governo dell’Unione Sovietica continueranno in futuro a seguire una politica di non interferenza in questo campo, questo processo continuerà senza sosta. È semplicemente impossibile fermarli attraverso una politica di non interferenza. Voi doveteprednere misure concrete. Questo è esattamente il punto sul quale abbiamo raggiunto un concreto accordo in relazione al ruolo di Pelikán, e abbiamo detto che era essenziale rimuovere Pelikán. Questo avrebbe dovuto essere il primo passo necessario per riportare l’ordine nei mass media».

Dubcek: «Leonid Il’ìc, noi abbiamo studiato i problemi e continuiamo a studiarli. Ho detto al compagno Cerník quale tipo di misure avremmo preso, e ho dato al compagno Lenárt l’incarico di sviluppare le misure necessarie. A quanto mi risulta, nessun attacco è apparso recentemente contro il Pcus o contro l’Unione Sovietica o contro l’ordine socialista».

Brežnev: «Come puoi dire una cosa del genere, quanto letteralmente tutti i giornali – “Literární listy”, “Mladá fronta”, “Reporter”, “Prace” – ogni giorno stanno pubblicando articoli anti-sovietici e anti- partito?».

Dubcek: «Questo accadeva prima di Bratislava. Da Bratislava in poi non è più successo ».

Brežnev: Che cosa intendi con “solo prima di Bratislava”? L’8 agosto “Literární listy” ha pubblicato un articolo intitolato “Da Varsavia a Bratislava”, che è stato un attacco in piena regola contro il Pcus e l’Unione Sovietica e contro tutti i Paesi socialisti fratelli. L’8 agosto, non c’è bisogno di dirlo, è stato dopo Bratislava».

Dubcek: «È stato un caso isolato. Non ne conosco altri. Tutto il resto è apparso prima di Bratislava. Noi ci siamo opposti a questo articolo e stiamo ora prendendo le misure appropriate».

Brežnev: «Non posso essere d’accordo, Saša. Nel corso degli ultimi due o tre giorni, i giornali che ho citato hanno tenacemente continuato a riempirsi di deliri diffamatori sull’Unione Sovietica e gli altri Paesi fratelli. I miei compagni al Politburo insistono sul prendere urgenti misure con te su questo problema e sull’inviare una nota diplomatica a questo proposito, e io non sono in grado di trattenere i compagni dallo spedire una simile nota. Ma ho solo voluto accertarmi che, prima che questa nota fosse spedita, io avessi una possibilità di parlarti personalmente ».

Dubcek: «Abbiamo avuto una riunione con i membri della stampa. La sessione ha condannato i giornalisti e le testate di cui parli per le loro azioni scorrette; e in quella sede è stata raggiunta una deliberazioni per porre fine a tutte le espressioni polemiche».

Brežnev: «Non è questo il punto, Saša, che tu abbia o non abbia fatto una riunione con i membri della stampa. Quello che avevamo concordato non era soltanto di indire qualche riunione. Noi avevamo concordato che tutti i mass media – stampa, radio e televisione – sarebbero stati portati sotto il controllo del comitato centrale de Partito comunista cecoslovacco e del governo, e che tu avresti bloccato le pubblicazioni anti-sovietiche e anti-socialiste dopo Bratislava. Da parte nostra, noi in Unione Sovietica stiamo rispettando completamente questo accordo e non stiamo facendo alcun tipo di polemica. Per quanto riguarda gli organi di stampa cecoslovacchi, stanno continuando i loro implacabili attacchi contro il Pcus e l’Unione Sovietica e sono perfino arrivati al punto di attaccare i leader del nostro partito. Ci hanno già etichettati come “stalinisti” e altre cose del genere. E che cosa – lo devo chiedere – hai da dire su questo?».

Dubcek: [silenzio]

Brežnev: «Credo di essere corretto, se ti dico che finora non abbiamo sperimentato alcuna azione, da parte del Presidium del comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco, che rispettasse gli impegni presi su questa materia. Io devo dirti apertamente, Saša, che puntando i piedi nell’adempimento di queste obblighi, ci stai completamente ingannando e stai platealmente sabotando le decisioni che abbiamo preso congiuntamente. Questo atteggiamento riguardo gli obblighi che hai sottoscritto sta creando una situazione nuova, che porta a riconsiderare la tua posizione. Per la stessa ragione stiamo valutando nuove, indipendenti decisioni che dovranno difendere sia il Partito comunista cecoslovacco, sia la causa del socialismo in Cecoslovacchia».

Dubcek: «Voglio soltanto dirti, compagno Brežnev, che noi stiamo lavorando in questa direzione. Se tu potessi essere qui, vedresti quali grandi sforzi stiamo facendo in questa direzione. Ma è una questione difficile e non siamo in grado di risolverla in soli due o tre giorni, come ti ho già detto. Abbiamo bisogno di tempo».

Brežnev: «Alexander Stepanovic, io sono anche obbligato a dire che non siamo in grado di attendere molto di più e che non dovresti obbligarci ad aprire nuovi conflitti con i tuoi mass media e a rispondere a tutti gli articoli e le attività che sono state permesse ora in Cecoslovacchia contro il nostro Paese, contro il nostro partito, e contro tutti i partiti socialisti».

Banale. La realtà non è mai qualcosa di scontato

Nunzio Galantino

La banalità è una caratteristica del linguaggio, non della vita quotidiana. Dal francese ban – è il proclama emanato del signore feudale – si passa a banal con riferimento a qualcosa che si estende a tutto il villaggio, divenendo proprietà comune. Nell’antichità feudale, infatti, un luogo, un edificio, uno strumento era ritenuto “banale” se il suo uso era permesso alla comunità. Così, definire banale un acquedotto, un mulino o una strada voleva dire affermarne la pubblica fruibilità. Si spiega così la corrispondenza che si è stabilita tra banale e (di uso) comune. Solo più tardi si è ritenuto banale tutto ciò che manca di originalità e, quindi, col significato di ovvio, prevedibile e, per certi versi, inutile. Insomma, dal significato oggettivo e neutro che definiva banale tutto ciò che era comune, si è passato, con il tempo, ad attribuire al termine banale un senso dispregiativo per indicare, come si diceva, una realtà priva di eccezionalità e già abbondantemente nota.

In questo senso, un discorso senza alcuna novità è banale, un romanzo che non evoca suggestioni nuove è banale, un’opera d’arte che non suscita emozioni forti è banale. Forse vale la pena non dimenticare l’origine etimologica della parola “banale” evocata in apertura. Soprattutto perché la banalità non manca nelle nostre giornate, nei nostri discorsi e nella nostra vita. Il più delle volte essa è fatta di sentimenti, esperienze e incontri che non provocano emozioni forti e, anzi, possono rendere particolarmente faticosa la vita. Eppure, non necessariamente sentimenti diffusi ed esperienze comuni sono privi di significato. Come, non sono mai banali – solo perché sempre attesi e prevedibili – certi tramonti, certi panorami, certi profumi, certe relazioni.

«La banalità è una caratteristica del linguaggio, non della realtà – avverte M. Parrini. – Chi tace non è mai banale, chi parla lo è quasi sempre». C’è un solo modo per sfuggire alla banalità e trasformare in speciale, unico e pieno di fascino ciò che è comune, ripetitivo, banale e talvolta sofferto. È un miracolo a portata di cuore e di volontà; ma soprattutto è il frutto più maturo della lealtà con la quale abitiamo le parole che pronunziamo e gli sguardi che rivolgiamo a persone e cose che incrociamo ogni giorno. Siamo sicuri che si vive bene solo quando la vita è fatta di esperienze estreme, di incontri imprevedibili, di vacanze sbalorditive, di spettacoli mozzafiato? Oppure, una vita degna di questo nome può essere fatta anche di una prevedibilità che non è frutto della mancanza di iniziativa ed è fatta di accoglienza per tutto ciò che, pur ripetendosi, domanda passione sempre nuova e partecipazione piena? Di ciò che è “banale” – nel senso di “comune” – sono fatte le nostre giornate e i nostri incontri quotidiani. È una banalità che dà la sicurezza di appartenere a una comunità, quella umana, capace di restituire la quiete e la fiducia necessarie per esplorare strade inedite perché «l’apparizione della banalità è spesso utile nella vita, perché serve a rallentare delle corde troppo tese e fa ritornare in sé chi si era abbandonato a sentimenti troppo fiduciosi» (I. Turgenev).

in “Il sole 24 Ore” del 19 agosto 2018

Filosofia. Chiamato da ciò che ancora non è. Grandezza e responsabilità dell’uomo

Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz

 Proponiamo uno stralcio della relazione che la Gerl-Falkovitz, professore emerito di Filosofia delle religioni e Scienze religiose comparate all’università di Dresda, ha tenuto al Meeting di Rimini nel pomeriggio del 19 agosto 2018 in occasione della presentazione della Mostra dedicata a Romano Guardini (1885-1968). 

«Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo». Così recita il titolo del tema scelto da Guardini per il Katholikentag (il raduno biennale dei cattolici tedeschi) tenutosi a Berlino nel 1952. La citazione è nota e (per questo motivo) non vi si presta più attenzione. Ma, chi conosce veramente Dio? Pensando più in profondità: Chi potrebbe pronunciare una tale frase, così lapidaria, senza essere entrato nel raggio di Dio? Senza presunzione, ma per la familiarità con l’opera di Guardini, mi è possibile dire che tutta la sua persona e il suo pensiero sono stati “protesi verso di Lui”. Come ci testimonia il suo amico Heinrich Kahlefeld: «Ha taciuto a tanti con quale profondità egli abbia adorato Dio Padre e quanto gli fosse familiare la bellezza di Cristo». Anche la molteplicità e la profondità dei lavori di Guardini dimostrano proprio che in questa sua posizione di tensione — in questo suo essere proteso — viene alla luce qualcosa di molto grande e degno di stupore.

In questo senso, si impone sempre la domanda: in cosa consiste veramente la specificità tematica dell’opera di Guardini, in cosa consistono le sue motivazioni fondamentali, perché era in grado di coinvolgere le persone più diverse (e in quale numero!) e verso quale scopo il tutto converge? La proposta qui oggi è la seguente: Guardini ha pensato e sperimentato il Dio vivente come forza del divenire stesso. Cioè, come forza dell’inizio, dell’iniziativa, come inizio della creazione ma, ancora di più, come inizio della salvezza, Salvezza che è «più grande della creazione»: «E se già il creare, il quale fa sì che quanto non esiste cominci ad esistere, è un impenetrabile mistero, così è sottratto a ogni sguardo e a ogni misura umana quanto significa che Dio faccia del peccatore una persona che si presenta senza colpa. È una creatività che viene dalla pura libertà dell’amore. Nell’intervallo fra i due stati v’è una morte, un annientamento [quell’] incomprensibilità tocca il cuore».

Da questo secondo, “altro inizio” viene disegnato il divenire dell’uomo, che si lascia inserire nell’“opera” di Dio, e il dipanarsi dell’esistenza cristiana durante tutta la vita. “Opera”, una parola sulla quale si è basato il suo impegno alla Burg Rothenfels; una parola nella cui dinamica e prospettiva escatologica Guardini coinvolgeva i giovani, gli studenti e uditori all’università.

Nel divenire è la libertà, nella libertà si decide il destino, e Guardini osava parlare del destino di Dio negli uomini. Ma anche del destino dell’uomo in Dio, dell’uomo che si confronta con Dio. Da ciò è nata viva la passione di Dio — il patire e la passione (Leiden und Leidenschaft) — in cui anche l’uomo, che si inserisce nel raggio di luce della Sua iniziativa, è divenuto vivo. «Dio non è Colui che contrappone una realtà già fatta e delle richieste da eseguire. Egli ha generato la pienezza di una realtà che sfida e tutte quelle possibilità da ricercare e da cogliere con la giusta iniziativa e forza creativa. Il mondo diventa di fatto così, come l’uomo lo fa».

Alcuni uomini riescono a cogliere la sfida del Nuovo, altri invece no. «Il significato dei santi — dice Guardini — consiste proprio in questo, che nella loro esistenza il processo del divenire nuovi — che per noi è dappertutto coperto e disturbato — emerge con particolare chiarezza, energia e con la forza della promessa». Fino alla sua ultima opera incompiuta — L’esistenza del cristiano — una domanda lo ha particolarmente accompagnato: a quale trasformazione sono veramente sfidati, chiamati e di quale trasformazione sono capaci la coscienza cristiana e l’agire cristiano? Tale “divenire” accade già nella preghiera vera: «Conoscere qualcosa di Cristo o rimanere nella vicinanza del Signore è già in sé un atto santo. Ogni volta che un tratto della sua santa figura diventa vivo o una sua parola ci tocca, questo significa già un divenire interiore».

Alla luce di questo “divenire nuovo”, la teologia di Guardini — diversamente da tanti altri — non è prima di tutto antropologia, ma prima di tutto parola del Logos divino, prima di tutto Parola della Rivelazione, prima di tutto Parola del Mistero che si comunica. Di fronte a Dio l’uomo deve inginocchiarsi e diventare in Lui glorioso. Nel Dio rivelato l’uomo si rivela a se stesso.

Dalla Rivelazione si desta qualcosa di insondabile: il Mistero del nuovo inizio, Dio stesso come inizio. Guardini ama la parola inizio, la usa nove volte nei suoi titoli, la riformula come “forza dell’inizio”, addirittura come “forza di novità”. Inizio è qualcosa di enorme, di mostruoso, di non (e mai) comprensibile. Inizio inteso come: Ur-Sprung, salto originario, Ur-Neues, novità originaria, gratuito, semplicemente lì, presente. Ma tutto ciò che è senza motivo, gratuito è Mistero; anche il bambino appartiene a questo Mistero, così come la fonte, così come il seme, così come tutto ciò che prima non c’era e improvvisamente appare piccolo per poi diventare qualcosa di grande. «Questo è il mistero del bambino: profondità d’inizio, pienezza di futuro, insieme dono e inizio della potenza di vita».

Il penetrare di Guardini in questa “profondità d’inizio” si trova fin da subito in una densa rete di pensieri: sempre nuovi archi di tensione diventano, nel loro susseguirsi, trasparenti. Magistralmente, e con sicuro talento e disciplina di riflessione, Guardini dipana ciò che altrimenti verrebbe vissuto, ma raramente illuminato nella sua non scontentezza. Che cos’è “inizio”? L’inizio dell’uomo è più di un punto di partenza, che viene subito abbandonato. Già questo, nel pensiero quotidiano, non è scontato.

Così come, seguendo lo stesso inaspettato movimento di pensiero, anche la fine non è semplicemente punto e interruzione. «Iniziare passa attraverso tutta la sua vita (la vita dell’uomo) e il finire già inizia con il primo respiro». Certamente c’è un inizio, che immediatamente sparisce, quando è fatto: in latino si chiama initium, lo start temporale. Ma Guardini guarda all’inizio “permanente”. Questo in latino si chiama principium, che domina tutto ciò che verrà. «La vita sorge non solo nella prima ora, quasi una volta per sempre, così da andare poi avanti in una direzione lineare, ma risorge continuamente dalla profondità, dal nascosto all’aperto; da ciò che ancora non c’è al reale».

Quale profondità misteriosa viene qui intesa? Questa domanda ci porta nel cuore dell’esistenza, nel suo “ambito originario” (Urbereich). Guardini chiama il destino più profondo dell’uomo “essere chiamato” (così il senso della parola persona). Inizio è chiamata. E ciò che chiama è una volontà, non semplicemente un informe potere primordiale, una natura generale, ottusa e incosciente. È una enorme volontà che mi crea chiamandomi, cosi come sono, beato di essere. In questa chiamata non sono una copia, uno schiavo, sostituibile da mille altri, bensì sono libero, unico, «dato nel suo essere sé ».

Questa volontà è felicità, inaudita beatitudine. È la beatitudine di essere voluti, per la quale Guardini usa la parola “grazia”, non intendendo questa parola come una pia arbitrarietà, ma come dono, senza calcolo, gratuito. «Questo amore non ha nessuna “ragione”. È ragione a se stessa. Quando si manifesta, a chi si indirizza, non viene più da chiedere un perché — se non per avere una occasione di ringraziamento e di risposta all’amore». Questo dono originario (Ur-Geschenk) è una “intima certezza di sé” la felicità di essere. Questo «inizio è inesauribile», infinitamente potente.

Dalla Sua infinità discende tutto ciò che inizia, la Sua forza rende la vita possibile. Ogni nuovo mattino si desta dalla stessa forza. In generale, dove c’è novità, sorpresa, irruzione, risveglio, essa vive dal primo, intramontabile, “perdurante” inizio. Da ciò l’importanza del mattino per la liturgia, per il lavoro, per l’esistenza in generale. È possibile formulare questo pensiero in modo significativo anche partendo dal suo altro capo. Dovunque il futuro, inteso come novità, come sorpresa, come qualcosa di non calcolabile, venga pianificato fin nel dettaglio — dove, per esempio, non venga più accettato il bambino come simbolo dell’inaspettato Nuovo — questa forza primaria, che tutto porta e tutto vuole, viene esclusa e diventa inefficace. Lì non regna più il soffio vitale di un futuro donato, ma la vacuità della chiusura.

E la chiusura è possibile. Certamente non è possibile difendersi dal fatto originale di essere donati a se stessi; o detto in un altro modo, non ci si può difendere dalla beatitudine di essere voluti, ma, ciononostante, proprio questo viene tentato, da ogni uomo, a partire da Adamo.

 

I rischi dell’esercizio del potere senza competenze e dialogo

Leonardo Becchetti

Non tutti si sono accorti che in Italia è accaduta una sorta di Rivoluzione d’Ottobre nella quale comunità di utenti in rete hanno assaltato ed espugnato il Palazzo d’Inverno delle competenze. La rivoluzione è scoppiata grazie alla miscela esplosiva di quattro ingredienti: l’enorme ‘ricchezza’ digitale di cui quasi tutti oggi dispongono con un cellulare che consente l’accesso alla miniera di informazioni in rete, l’attivismo digitale e la capacità di usare i social per creare dal basso movimenti politici e d’opinione, la rabbia sociale per le difficoltà economiche del nostro Paese, combinata con una capacità di assorbimento ed elaborazione dell’informazione molto bassa (come è ovvio) per chi non ha le conoscenze di base nelle materie in questione.

Grazie alla miscela esplosiva di questi ingredienti, comunità organizzate dal basso di utenti con bassa capacità di assorbimento delle conoscenze possono, in democrazia, arrivare ad avere un’influenza politica rilevante. E se decidono che 2+2=4 è in realtà una pseudo-verità con la quale la ‘cricca’ di coloro che controllano il mondo del sapere e della cultura vuole opprimere il popolo per interessi personali, 2+2=4 può essere abolito per legge dal nuovo movimento politico che arriva al potere sulla spinta del consenso. La rivolta contro le classi dominanti e il loro sapere è una caratteristica di moltissime rivoluzioni (si pensi al destino di chiunque avesse un paio di occhiali nel regime di Pol Pot), ma gli ingredienti originali di questa fase storica rendono l’attuale rivoluzione unica per molti aspetti.

Il fenomeno di cui parliamo sta accadendo con notevoli regolarità e parallelismi in tre diversi campi: quello delle discipline mediche (no-Vax), economiche (sovranismo monetarista) e ingegneristico-finanziarie (no alle grandi infrastrutture). Nelle scienze mediche l’ignoranza delle statistiche e l’esaltazione di casi particolari che avvalorano le proprie credenze ha creato il movimento del rifiuto della vaccinazione obbligatoria. Basta la vox populi per una presunta malattia scaturita dalla vaccinazione per gettare a mare tutto il patrimonio di conoscenze sull’importanza della copertura vaccinale e sul fatto che la stessa ha la capacità di ridurre la probabilità di ammalarsi. Ma un elemento tipico della rivolta delle competenze, trasversale ai tre campi, è la rivolta contro la statistica e a favore del caso (magari unico e rarissimo) che supporta il mio ragionamento. In economia la rabbia esplode attorno all’idea di una moneta democratica. Le cose non vanno perché la moneta è gestita e controllata dalle Banche centrali e, in seconda battuta, dalle banche di credito. Se la moneta fosse affidata al popolo, stampata dalla Banca centrale e resa immediatamente disponibile allo Stato e ai cittadini per investimenti pubblici, tutti i problemi sarebbero risolti. Quindi la via per la prosperità ostacolata da un élite ignorante e corrotta è il sovranismo monetario che passa ovviamente per l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea. Nel mondo tecnico-ingegneristico la rabbia sociale si scaglia contro le infrastrutture. Abbiamo il digitale a cosa servono le infrastrutture pesanti? Se i no-Tav fossero esistiti ai tempi del Frejus la grande opera (i cui effetti sono stati fondamentali negli anni successivi e sino a oggi) non si sarebbe mai realizzata.

Gli eventi drammatici di quest’estate agostana sembrano essere un monito contro i possibili effetti negativi della rivoluzione contro le competenze. Di fronte al peggioramento del quadro finanziario internazionale (guerra dei dazi, fine del Quantitative easing, aumento dei tassi negli Stati Uniti), vanno in crisi drammatica Paesi come Argentina e Turchia che avevano spinto più l’acceleratore sull’idea del sovranismo monetarista: come se la moneta fosse il toccasana di tutti e non esistessero rischi di inflazione e di squilibri finanziari con gravi conseguenze su reddito e ricchezza quando la moneta viene stampata a sproposito. Di fronte all’obbligo flessibile sui vaccini, le prime storie e i primi problemi dei bambini immunodepressi fanno riflettere.

Il dramma di Genova, infine, fa capire quanto siano importanti la cura delle infrastrutture fisiche, il loro adeguamento e, se necessario, la loro giusta evoluzione e quanta seria attenzione vada data agli allarmi degli esperti in materia. Sperando che non sia la tragedia degli eventi (che ci travolgerebbe tutti) l’unica possibile ‘sveglia’, una via fondamentale da seguire è quella del dialogo paziente e costante tra gli esperti e la società civile. Mai come oggi la divulgazione è un dovere e mai come oggi quell’atteggiamento spesso arrogante e sprezzante degli addetti ai lavori chiusi nelle loro torri d’avorio risulta inadeguato e inaccettabile. Un tempo pensavamo in buona fede di aver risolto i problemi del mondo quando nel chiuso delle nostre stanze scoprivamo una formula o una legge scientifica. La rivoluzione e l’assalto al palazzo delle competenze ci suggerisce che il nostro compito non finisce qui. Se la società civile e gli ‘ignoranti’ (da professore di economia lo sono anche io in campi non miei come ad esempio la medicina e le infrastrutture) devono fare un bagno d’umiltà, gli esperti di settore devono dedicare una parte importante della loro attività al dialogo e alla divulgazione. Nella logica ignaziana del presupponendum, devi sempre pensare che chi ti parla abbia qualche elemento di verità e sforzarti di capire e cercarlo. E magari, in mezzo a tante ingenuità e inesattezze, possono trovare spunti interessanti per un ulteriore avanzamento dei saperi. La stessa umiltà è richiesta ai non addetti ai lavori. Informarsi, appassionarsi, partecipare è una bellissima aspirazione dell’animo umano. Ma diventa un vizio e una colpa quando si trasforma in sapere superficiale ed arroganza che cambia nella direzione sbagliata il destino dei più.

in “Avvenire” del 19 agosto 2018

Psicologia. L’insostenibile bisogno di ammirazione

A firma di uno dei più noti e stimati psicoanalisti italiani, Gustavo Pietropolli Charmet, nel libro appena pubblicato con il titolo “L’insostenibile bisogno di ammirazione”, troviamo un’approfondita e inquietante analisi di un malessere che attraversa, sebbene in gradi differenziati, tutti

Siamo narcisi che palpitano al ritmo di like desiderando una sola cosa: essere visibili e ammirati. È finito il tempo in cui erano i sentimenti di colpa a influenzare i nostri comportamenti: a guidare molti di noi, adulti e adolescenti, ora sono il nostro bisogno di visibilità sociale, di notorietà, di ammirazione continua e la paura di finire in un cono d’ombra sociale. È questa uno delle conseguenze dell’individualismo, dell’enfasi sul Sé, che si traduce spesso nell’esibizione di doti inesistenti. Ma a condurre il gioco è un Sé fragile, terrorizzato di non essere all’altezza delle aspettative, che sprofonda facilmente nella paura della vergogna, la causa più diffusa di sofferenza mentale.

In pochi anni e con un’accelerazione imprevedibile è successa una catastrofe: sono spariti il Patriarcato e il suo rappresentante più noto, il Padre. Il loro posto è stato occupato dal Sé, è lui che comanda e sancisce il giusto dall’ingiusto. L’individuo, insensibile alle regole e alle leggi e in assenza di grandi narrazioni condivise, pretende di realizzarsi e di ottenere con facilità ricchezza, benessere e potere sociale. Se nelle società del passato l’urgenza era quella di adeguarsi alle regole e alla legge del Padre, oggi il desiderio più profondo dei ragazzi – ma sempre di più anche degli adulti – è quello di suscitare ammirazione. E se non c’è l’ammirazione, c’è la vergogna: risulta intollerabile l’idea di essere considerati brutti, insignificanti, privi di fascino.

Alla caduta dell’etica condivisa ha corrisposto l’enfasi sull’estetica, sul potere della seduzione, sull’esibizione spudorata di doti spesso inesistenti. Ecco perché oggi la paura di essere inadeguati, di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere desiderabili, è divenuta la causa più diffusa di sofferenza mentale.

Bene comune. Il patrimonio dimenticato e sopraffatto dall’individualismo

Enzo Bianchi

Esiste un’espressione che appartiene al patrimonio ereditato come società civile, ma che oggi pare dimenticata quando non addirittura contestata: il bene comune. Siamo tutti consapevoli che la nostra società occidentale, e l’italiana in particolare, attraversa da alcuni anni una crisi. “Crisi” è parola tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: viene da krísis, passare al vaglio e indica separazione, giudizio. Ai giorni nostri l’applicazione di questo concetto a un corpo sociale, alla polis, alla società, indica una situazione di deperimento, di decrescita, di decadenza. Ci troviamo, e lo affermiamo, in una situazione di crisi, ma dovremmo dire innanzitutto che la nostra crisi è sociale, culturale, etica, antropologica e, quindi, è anche politica ed economica.

Politica perché la politica è astenica, debole e anche afona: paradossalmente “grida” con voce forte perché non ha nulla da dire in verità; democratica, perché vediamo qua e là affiorare tentativi di manovre di tirannia compatibile con l’attuale assetto democratico; sociale, perché non si è più capaci di un orientamento comune per la società; legale, perché l’illegalità sembra prevalere sempre più; morale, etica, perché vengono a mancare i principi di giustizia e di uguaglianza. E infine, ovviamente, crisi finanziaria ed economica, patita da moltissime persone. Di fronte a questa situazione – che le stesse “agenzie formative” come la scuola e la stessa chiesa non hanno finora saputo fronteggiare con efficacia – emerge la necessità di una controtendenza che si può solo esprimere in una ricerca del bene comune.

Bene comune – quest’unica espressione composta da due parole – è un concetto essenziale per la convivenza, per la qualità della vita nella polis. “Bene” indica ciò che noi vorremmo e ciò che auguriamo alle persone cui siamo legati: il bene (bonum) è quanto gli uomini e le donne desiderano per vivere in pienezza. Bene comune non è semplicemente un patrimonio comune, qualcosa di materiale posseduto insieme, ma è l’insieme delle condizioni di vita che favoriscono il “benessere”, l’umanizzazione di tutti: bene comune sono anche la cultura, la democrazia, l’arte… Il naturale destinatario del bene comune allora non è più l’individuo ma la persona nella sua unicità e interezza.

La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi. Oggi vediamo dominante la concezione individualistica e utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune. È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita privata degli individui oppure i diritti individuali devono essere ottemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune?

Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo. È un ambito in cui assistiamo da tempo a una triste afonia dei cristiani nella vita politica, quasi che la dimensione comunionale propria dei discepoli del Signore non sia in grado di offrire un contributo valoriale specifico nella compagnia degli uomini. Eppure, nell’attuale crisi a livello occidentale occorre tornare tutti insieme – indipendentemente dal proprio credo, ma facendo tesoro delle ricchezze che questo racchiude – alla ricerca del bene comune, anche perché le scienze umane attestano sempre più che “vivere è inter homines esse”: stare tra gli uomini, vivere le relazioni umane è ciò che ci umanizza, ma è anche la prima forma del bene che gli esseri umani conoscono, un bene “comune”. Senza ecosistema relazionale, comunitario, politico, non ci può essere cammino di umanizzazione, ma solo il perseguire interessi individuali ed egoismi competitivi che portano a ingiustizia, ineguaglianza e, di conseguenza, conflitto, violenza, guerra! È questo che vogliamo, come cristiani?

in “Jesus” dell’agosto 2018

Concessionarie autostrade: un business miliardario

Pietro Saccò

Gestire un’autostrada è un’attività molto redditizia. Lo sapeva bene l’ingegnere milanese Piero Puricelli quando nel 1923 propose a Benito Mussolini il progetto della Milano-Laghi, 84,5 chilometri di strada riservata alle auto «non interessata da altre vie, con caratteristiche geometriche, tecniche e strutturali idonee per esplicare le prestazioni di velocità e di portata con la maggiore garanzia di sicurezza». Nessuno al mondo aveva ancora realizzato un’autostrada così lunga. Mussolini, entusiasta della costruzione di un’opera che avrebbe dato lustro al regime, accettò. La Società Anonima Puricelli Strade e Cave fu incaricata di costruire l’autostrada, con l’aiuto di generosi finanziamenti pubblici. In cambio avrebbe incassato i pedaggi per mezzo secolo, dopodiché l’avrebbe restituita allo Stato. Senza avere il genio di Puricelli, anche oggi le società che ottengono dallo Stato la concessione per la gestione di un’autostrada fanno grandissimi affari, raccogliendo miliardi di euro di utili e distribuendo ricchi dividendi ai propri soci.

Di chi sono le autostrade italiane

Tutte le autostrade italiane – 7.488 chilometri totali – appartengono allo Stato che le controlla attraverso Anas Spa, società interamente controllata dal ministero del Tesoro. Di quei 7.488 chilometri una piccola parte, 954 chilometri, è gestita direttamente dall’Anas, che non chiede pedaggi: sono dell’Anas, ad esempio, la Salerno- Reggio Calabria, la Palermo Catania, il Grande raccordo anulare di Roma. Altri 483 chilometri sono gestiti dall’Anas in società miste con le Regioni, e sono strade a pagamento, come la Bre.Be.Mi, la Roma Latina o la Tangenziale Est Esterna di Milano.

Ma gran parte delle autostrade italiane, 5.887 chilometri, sono date in concessione a società private. Attualmente il ministero dei Trasporti ha 25 rapporti di concessione con 24 società. Le società concessionarie ricevono dall’Anas il compito di gestire l’autostrada, fare manutenzione, costruire eventualmente nuovi tratti e riscuotere i pedaggi. I lavori previsti e gli investimenti da fare sono specificati nel contratto di concessione, che in genere ha una durata molto lunga. Autostrade per l’Italia, con i suoi 2.857 chilometri in concessione, è la prima concessionaria d’Italia. Al secondo posto Gavio, che ha 1.423 chilometri di rete autostradale, compresi i preziosi tratti del Nordovest.

Gran parte delle concessioni oggi attive sono state rinnovate nel 2007. Quelle con Autostrade, in particolare, dureranno fino al 2038, scadenza prorogata poi al 2042 dal governo Renzi nel 2017. Alcune convenzioni sono scadute e la società autostradale gestisce tutto in proroga nell’attesa di una nuova gara. Per anni le convenzioni sono rimaste secretate. Soltanto dallo scorso febbraio il ministero dei Trasporti in uno sforzo di trasparenza le ha rese tutte disponibili sul suo sito, anche se con molti omissis.

Non è scontato che l’autostrada si paghi. Ad esempio negli Stati Uniti o in Germania è gratuita, mentre è a pagamento in altri Stati europei, compresi Francia, Spagna, Portogallo e Austria. L’autostrada si paga anche in Brasile, Messico e Giappone.

A chi vanno i soldi del pedaggio

Il pedaggio è riscosso dalla società autostradale. Il prezzo è concordato ogni anno tra l’Anas e la società concessionaria in base a calcoli complessi che comprendono i dati di traffico, la redditività, parte dell’inflazione, la realizzazione degli investimenti, la qualità del servizio. Nel 2017, secondo i dati di Aiscat, l’associazione delle concessionarie autostradali, dal pagamento dei pedaggi le aziende hanno incassato 8.050 milioni di euro. Di questi, 1.452 milioni sono andati direttamente allo Stato come Iva e altri 654 milioni come “canone aggiuntivo”.

Al di là dell’Iva che paga ogni impresa, le concessionarie devono infatti pagare allo Stato anche il canone per l’uso dell’infrastruttura. C’è un canone fisso, che dal 2007 è pari al 2,4% dei pedaggi al netto dell’Iva, e a questo si aggiunge un’integrazione in base ai chilometri percorsi. Attualmente sono 6 millesimi di euro per ogni chilometro percorso da auto, pullman e furgoni e 18 millesimi di euro per i mezzi pesanti e le auto con rimorchio. C’è infine un terzo canone, chiamato di sub concessione: è una tassa che va dal 2 al 20% di quanto i concessionari incassano dalle concessioni vendute a loro volta, ad esempio quelle che gli pagano le società delle aree di servizio.

Nel 2016, secondo gli ultimi dati del ministero dei Trasporti, al netto dell’Iva lo Stato ha incassato 841,7 milioni dalle autostrade: 135,5 milioni dai canoni di concessione, 630 milioni dalle integrazioni, 19,9 milioni dai canoni di sub-concessione (e poi si aggiungono gli incassi dai regimi particolari della Asti-Cuneo e della Strada dei Parchi).

L’autostrada come business

Tolte le spese per tasse e concessioni, aggiunti gli incassi dai canoni delle aree di servizio e altre attività (468 milioni di euro), nelle casse delle società che hanno le concessioni restano comunque molti soldi. Certo, in parte devono essere spesi per la gestione, ma l’attività del concessionario autostradale è estremamente redditizia. Restiamo sui dati del 2016. I 5,7 miliardi di euro di pedaggi netti delle 24 società concessionarie sono stati incassati a fronte di 2,9 miliardi di euro di costi di produzione, che includono gli stipendi (943 milioni) e le spese per la manutenzione (646 milioni nel 2016).

Gli investimenti non sono enormi e storicamente sono inferiori a quanto promesso al governo. Per il periodo 20082016, nota il ministero, le concessionarie hanno investito 15 miliardi contro i 21,7 che erano stati promessi nei piani finanziari. Anche escludendo gli effetti dei ritardi fisiologici dei lavori, nota il governo, le società hanno fatto solo l’85% degli investimenti promessi. Per Atlantia il completamento è al 98%. Il risultato operativo totale nel 2016 è stato di 2,6 miliardi di euro. Tolte le spese finanziarie, rimane un utile netto di 1,1 miliardi. Niente male, come margine.

Le stesse stime del ministero mostrano come in media il Roe, uno dei principali indici di redditività, per il settore autostradale italiano è stato dell’11,3%, con utili netti pari al 36,6% dei ricavi. Il ministero usa anche un criterio aggiuntivo per quantificare la ricchezza prodotta da una concessionaria e misurare a chi finisce quella ricchezza: lo ha chiamato Vaid, sigla che sta per “Valore aggiunto integrato distribuibile”. In media le 25 concessionarie italiane hanno prodotto 250,5 milioni di euro di Vaid l’una nel 2016, a beneficio soprattutto dello Stato (35,4%), dell’impresa stessa (31%), dei dipendenti (15,6%), dei finanziatori (11%) e degli azionisti (7%).

Ci sono alcune società in cui la ripartizione dei guadagni è molto sbilanciata a favore degli azionisti. È il caso di Satap, del gruppo Gavio, o del Traforo del Monte Bianco: entrambi hanno fatto arrivare agli azionisti un quinto della ricchezza prodotta. Ma è soprattutto il caso di Autostrade per l’Italia, dove gli azionisti si sono presi il 31% della ricchezza prodotta, lasciando soltanto l’1% all’azienda.

Il caso Autostrade per l’Italia

La più grande concessionaria autostradale italiana era storicamente una società pubblica. È stata privatizzata nel 1999, negli anni delle grandi privatizzazioni, quelli che hanno visto passare ai privati società come Enel (in parte) e Telecom (per intero). Allora, la finanziaria statale Iri controllava l’86,6% delle azioni di Autostrade, mentre aveva collocato in Borsa il 13,4%. Il governo dell’epoca è guidato da Massimo D’Alema, che ha come ministri dell’Economia prima Carlo Azeglio Ciampi (fino al 13 maggio del 1999) e poi Giuliano Amato.

Il progetto per Autostrade è incassare 13mila miliardi di lire (6,7 miliardi di euro) con la vendita della quota dell’Iri, ma creando le condizioni perché l’azienda abbia un nocciolo duro di investitori con il 30% delle azioni e non sia totalmente in balìa del mercato. Per quel 30% non si fanno avanti in molti. L’offerta che vince è comunque quella della cordata Schema28, che paga poco meno di 5mila miliardi: al centro ci sono i Benetton, che avranno il 18% delle azioni di Autostrade, poi Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4%), Autopistas (3,85%), Ina (2%), UniCredit (2%) e la portoghese Brisa (0,5%).

Dopo tre anni, nel 2003, la cordata lancia un’Opa, in gran parte a debito, e con 6,45 miliardi di euro prende il controllo dell’intera azienda. Dopodiché scorpora le attività in concessione creando una nuova Autostrade Spa, che dal 2007 viene ribattezzata Atlantia. Oggi Atlantia controlla l’88% di Autostrade per l’Italia, dopo averne venduto il 12% per 1,7 miliardi a dei fondi esteri nel 2017. Le autostrade italiane sono la principale azienda del gruppo, che controlla anche autostrade in Cile, Brasile e Polonia, l’aeroporto di Fiumicino e Telepass. Il 30,2% di Atlantia è di Sintonia, finanziaria lussemburghese di Edizione, la holding della famiglia Benetton che controlla anche Autogrill oltre ai negozi di famiglia. Tra i principali soci di Atlantia ci sono il fondo sovrano di Singapore e la banca d’affari Blackrock, oltre alla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

I soldi di Autostrade

Autostrade per l’Italia è una macchina da utili per Atlantia e, a ricaduta, per i Benetton. L’Ansa ha ripreso i bilanci 2013-2017: in cinque anni l’azienda ha fatto 4,05 miliardi di utili, distribuendone il 93% (3,75 miliardi) agli azionisti. Nello stesso periodo ha speso per la manutenzione solo 2,1 miliardi. Se ai 3,7 miliardi di utili si sommano gli 1,1 miliardi di euro di riserve che la società ha trasferito ai soci, l’incasso per i proprietari sale a 4,8 miliardi di euro in cinque anni. Se si guarda ai soli Benetton, nel 2017 Sintonia ha incassato 274,8 milioni di euro di dividendi da Atlantia, dopo i 230 del 2016, i 267 del 2015 e i 280 del 204. Nonostante la generosità verso gli azionisti, Atlantia è comunque abbastanza ricca da riuscire a finanziare un’operazione enorme come l’acquisizione della rivale spagnola Abertis assieme ai tedeschi di Hocthief: un acquisto da 18,2 miliardi di euro in cui l’esborso per gli italiani è di circa 7 miliardi. Assieme ad Abertis, Atlantia porta a 14mila i chilometri di strade a pedaggio che gestisce nel mondo, cifra che ne fa il maggiore operatore mondiale del settore.

in Avvenire 17 agosto 2018