Archivi categoria: Tematiche religiose

La logica paradossale del Vangelo in risposta al rischio della disumanità

CHIARA GIACCARDI, intervistata da Andrea Monda

Portare «il messaggio dell’eccedenza» in una società dominata dal «messaggio dell’eccesso», ricordando che chi vuol trattenere la propria vita la perde, mentre «chi è disposto a perderla la riceve moltiplicata!». Per Chiara Giaccardi, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano e membro del comitato di direzione del mensile «donne, chiesa, mondo», è questo il contributo che ci si attende dalla Chiesa di fronte a una società sempre più impaurita e chiusa in se stessa.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana?

L’ossessione sicuritaria è diventata un tratto quasi nevrotico della nostra società, che esprime una diffidenza e un rifiuto totale per tutto ciò che sfugge al controllo. Come insegna la psicanalisi, per il nevrotico vale solo la riKandindky - Composition VII-fb.jpgpetizione e ciò che è conosciuto: l’inedito, tutto ciò che può interferire con le abitudini, diventa intollerabile.

Sicurezza viene da sine-cura, senza preoccupazione. Ci sono due modi per alleggerire la preoccupazione: delegare ad altri il compito di controllare, e così evitare di coinvolgersi; oppure “prendersi cura”, e in questo modo correre un rischio che paradossalmente riduce il pericolo. In fondo l’ospite (hospes) è il nemico (hostis) di cui ci si prende cura (-pa), riducendo la distanza e le ragioni di rancore.

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Religiosità in Brasile. Una costellazione di movimenti e gruppi spirituali

GIANFRANCO RAVASI

Nell’aprile 2016 a Rio de Janeiro attraversavamo in auto con l’arcivescovo, il cardinale João Tempesta Orani, la città diretti al celebre Cristo del Corcovado per una cerimonia interreligiosa, quando rimasi sorpreso vedendo la costruzione in atto di una sorta di imponente cattedrale. La risposta del cardinale fu ancora più sorprendente: si trattava del tempio che stava erigendo Marcelo Crivella, “vescovo” della Igreja Universal do Reino de Deus, un miliardario brasiliano allora candidato a sindaco della metropoli, carica che ottenne nelle elezioni di pochi mesi dopo. È noto anche che uno dei bacini di voti più ampi per l’ascesa al potere del presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro è stato proprio quest’area religiosa in forte espansione un po’ in tutta l’America Latina.

Si tratta di una costellazione di gruppi spirituali che sbocciano come funghi soprattutto nei quartieri poveri e che hanno a capo ricchi proprietari, dotat2042.jpgi di diffusi network radio-televisivi, come nel caso della Rede Record fondata da un pastore protestante della stessa “Chiesa” di Crivella, un tale Edir Macedo, anch’egli miliardario. Siamo in presenza di un fenomeno in espansione che ha come matrice il protestantesimo “pentecostale”, detto anche “evangelicale”, da non confondere con le confessioni “evangeliche” classiche (in Brasile dette anche de missão) come i luterani, i presbiteriani, i metodisti e così via. La galassia pentecostale, fluida e diffusa in mille ramificazioni e aggregazioni, tendenzialmente di taglio conservatore e integralista, ha simbolicamente un avvio già nel ’700-’800 col cosiddetto “Risveglio”, una riforma nella Riforma protestante di impronta spirituale e carismatica.

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Religione e secolarizzazione nei Paesi arabi

Marco Ventura

Un giovane arabo su cinque si dichiara non religioso. Lo rivela l’indagine commissionata da Bbc Arabic ai ricercatori dell’Arab Barometer su un campione di 25 mila donne e uomini in Medio Oriente e Nord Africa.

Quella che gli autori hanno presentato come la più vasta ricerca del genere ha rivelato non soltanto una fetta consistente della popolazione araba che non si considera religiosa, il 13% e quasi il 20% per i giovani tra i 18 e i 30 anni, ma soprattutto una crescita del 5% negli ultimi anni, con l’eccezione, tra i Paesi considerati, del solo Yemen. La Tunisia sarebbe il Paese di gran lunga meno religioso, con più del 30% di persone che non dicalendario-musulmano.jpgchiara alcuna fede. Il Marocco è nella media, l’Egitto è poco sotto, ma entrambi sono tra quelli con la maggior crescita di non-religiosi, dopo Tunisia e Libia. Iraq, Giordania e territori sotto l’Autorità palestinese sono invece sotto il 10%.

La stessa indagine avrebbe anche accertato un minore sostegno per i gruppi radicali come Hamas, Hezbollah e i Fratelli musulmani. La scoperta della presenza di un pezzo di società araba che ha il coraggio di dichiarare la propria non religiosità a un intervistatore, ancorché sotto garanzia di anonimato, insegna quanto sia sbagliato pensare a quel mondo come a un monolite musulmano. Al contempo, il dato non può esser preso come l’indizio certo di un processo di secolarizzazione che porterà la regione a convergere verso l’Occidente secolarizzato. Resta la grande questione, per gli occidentali non meno che per gli arabi, dei vantaggi di una popolazione meno religiosa. Più tolleranza, come sembrerebbero dimostrare i dati del Pew Research sull’attitudine degli europei verso gli immigrati? O più sviluppo, come ha sostenuto ancora di recente Damian Ruck dell’Università di Bristol?

La ricerca dell’Arab Barometer ci ricorda intanto che, religiosi o meno, 9 libanesi su 10 dichiarano inaccettabile l’omosessualità, e 25 marocchini su cento ritengono tollerabile l’omicidio d’onore.

in “la Lettura” del 21 luglio 2019

Teologia. In continua ridefinizione del suo statuto e dei suoi compiti

Enrico Galavotti

Il mezzo secolo che ci separa dalla conclusione del concilio Vaticano II rappresenta un arco di tempo sufficiente per appurare quanto l’evento conciliare abbia sortito un impatto fondamentale nella ridefinizione dello statuto e dei compiti della teologia. Il concilio era scaturito in una fase che pure era densa di impulsi volti a rinnovare il lavoro teologico, che tuttavia erano stati oggetto di una sistematica campagna di devitalizzazione. Quando si rileggono oggi gli interventi del magistero romane del mezzo secolo che precedette l’annuncio della decisione di Giovanni XXIII di convocare il Vaticano II si resta colpiti da locuzioni che ricorrevano di frequente e che diventavano l’oggetto stesso del sospetto e della censura: «nuovo» e «novità» erano letti come sinonimi di eterodossia, di deviazione dalla retta fede, di assunzione di criteri di discernimento altri da quelli tradizionalmente indicati dal magistero romano, con tutto ciò che ne conseguiva per i sostenitori di tali novità. Sappiamo bacharelado-em-teologia.jpgcome questo fu anche l’atteggiamento che guidò l’elaborazione degli schemi preparatori del Vaticano II, in cui le migliori menti della scuola teologica romana distillarono trattati che intendevano mettere in sicurezza la fede cristiana, considerata costantemente minacciata da parte di un nemico che, di volta in volta, di decennio in decennio, assumeva questo o quel volto .

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Etica. Migrare da noi stessi, crescere, cambiare, convertirsi

GIANNINO PIANA

Homo viator è la formula nella quale Gabriel Marcel condensa l’intero contenuto della sua antropologia. Ma l’essere costantemente in cammino non è soltanto un modo di essere che caratterizza strutturalmente la condizione umana; è più radicalmente un imperativo etico al quale l’uomo deve conformare la propria condotta. A specificare l’identità umana (e a distinguerla da altre identità) è infatti la tensione in avanti e l’apertura al futuro. Migrare è dunque un dato originario, costitutivo della natura dell’uomo, ma è insieme anche un’attitudine esistenziale e un compito da assolvere; è, ancor più profondamente, una categoria dello spirito. La tradizione ebraico-cristiana conferisce a questo modo di essere-al-mondo un grande significato religioso. L’uomo biblico — ce lo testimoniano figure come quelle di Abramo e di Giuseppe proposte in questo quaderno — è per definizione un migrante, un nomade in costante esodo alla ricerca di una terra, la terra della promessa, che, raggiunta, diviene a sua volta il punto di partenza per camminare verso una meta ulteriore. Non è questo del resto il senso profondo dell’escatologia cristiana, contrassegnata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora” del regno; tensione che fa della vita del credente un permanente pellegrinaggio? cambiare-strada-si-può.jpg

La migrazione come esperienza interiore

La migrazione è tuttavia una realtà complessa e ambivalente. Vi è anzitutto una migrazione negativa cui oggi assistiamo – questo quaderno non manca di metterla in luce – ; è la migrazione geografica forzata di chi è costretto ad abbandonare la propria terra per uscire da una situazione di povertà estrema o per fuggire da una situazione di guerra o di violenza che rischia di comprometterne l’esistenza. Come tale la migrazione è un fenomeno grave provocato dalle diseguaglianze che dividono il mondo e le classi sociali, e che sono il frutto di uno stato di ingiustizia che reclama l’assunzione di precise responsabilità civili e politiche.

Ma vi è anche una migrazione positiva – quella a cui si fa qui riferimento – che consiste in un processo interiore, in un’esperienza che – come già si è accennato – coinvolge la persona nella sua globalità. Migrare è, in questo caso, uscire da se stessi, dal recinto della propria autoreferenzialítà per incontrare l’altro e il mondo. È abbandonare la condizione di stabilità e di sicurezza e mettere in discussione le garanzie acquisite per affrontare l’ignoto. Il che può avvenire soltanto laddove si coltivano alcune attitudini interiori: dal silenzio all’ascolto, dalla povertà alla ricettività.

Crescere e cambiare

La migrazione non è, anche in questo caso, senza sofferenza. In quanto condizione della crescita personale, essa presuppone la conquista di una autonomia, che comporta il passaggio attraverso distacchi e rotture. La libertà “per”, che è la vera libertà – quella che gli Scolastici chiamavano “libertà di perfezione” (libertas perfectionis) opponendola alla “libertà di elezione” (libertas electionis), cioè al libero arbitrio – si attua soltanto nella scelta, la quale se costituisce, da un lato, la via obbligata per la propria realizzazione; riduce, dall’altro, lo spazio delle proprie possibilità di scelta – scegliere vuol dire sempre autolimitarsi rinunciando a qualcosa di altro con l’inevitabile esperienza di uno stato di lacerazione interiore.

Il superamento delle dipendenze, a partire da quelle familiari, ma anche da abitudini consolidate e rassicuranti alle quali consciamente (o più spesso inconsciamente) ci si aggrappa, è una condizione imprescindibile per ricuperare il proprio mondo interiore e consolidare il proprio io personale. Solo infatti rientrando in se stessi, assumendo piena coscienza di sé e capacità di autodecisione – solo giungendo, in altri termini, alla piena maturità della propria personalità – è possibile migrare da sé, costruendo un progetto di vita aperto e muovendo, con pazienza e con costanza, i propri passi verso di esso.

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Etty Hillesum, la ragazza che trovò Dio durante la Shoah

CRISTINA UGUCCIONI

La storia della giovane ebrea olandese, morta ad Auschwitz 75 anni fa, che scriveva: «una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata»

«Si vorrebbe esser un balsamo per molte ferite». Con queste parole si conclude il Diario scritto da Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che il 7 settembre 1943 fu deportata ad Auschwitz dove morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943, 75 anni fa. Di lei Benedetto XVI, ricordando a tutti che «la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone», disse: «Inizialmente lontana da Dio […], nella sua vita dispersa e inquieta Etty Hillesum Lo ritrova proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”».

images.jpeg  Parole per il nostro tempo

Non ancora conosciuto come meriterebbe, il “Diario” (pubblicato in edizione ridotta e integrale da Adelphi, insieme al volume delle “Lettere”), consente di scoprire un seme di agape che, insieme ad altri, fu impiantato nel grembo insanguinato della storia del Novecento; un seme buono che può accompagnare e sostenere in modo speciale gli uomini e le donne del nostro tempo.

Come una pattumiera

Etty Hillesum era nata nel 1914 in Olanda, a Middelburg, in una famiglia ebrea non praticante. Trasferitasi ad Amsterdam, si era laureata in Legge e cominciava a studiare lingue slave e a dare lezioni di russo (la lingua della madre). Era una giovane donna colta, vivace, curiosa. E molto irrequieta. Dotata di grande capacità introspettiva, all’inizio del Diario (nel 1941), si descriveva con queste parole: «Io voglio qualcosa e non so che cosa. Di nuovo mi sento presa da una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. […] Nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta chiarezza di pensiero, a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito. […] A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà, e un desiderio appassionato, quasi elementare di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».

La gratitudine

Intenzionata a mettere ordine nel suo caos interiore, Etty si rivolse a un allievo di Jung – Julius Spier – ebreo, fondatore della psicochirologia (scienza che analizzando le mani studia la persona), con il quale poi visse una relazione sentimentale. Alla morte di quest’uomo, da lei battezzato «l’ostetrico della sua anima», gli dedicò queste parole: «Tu mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me […]. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere». La limpida gratitudine verso Spier, espressa in molti passi del Diario, contrasta l’odierna pressione culturale a “farsi da sé senza vincoli né debiti con alcuno” e invita a onorare e ringraziare quanti, ad ogni generazione, insegnano “a pronunciare il nome di Dio” consegnando un tesoro del quale poi ciascuno, a propria volta, ha la responsabilità nei confronti di altri.

Purché tu mi tenga per mano

Mentre la guerra infuriava e le condizioni di vita si facevano sempre più drammatiche per gli ebrei olandesi, le pagine del Diario restituiscono il percorso interiore di Etty, il suo volgersi a Dio e la fiducia con cui si abbandona a Lui: «Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano andrò dappertutto allora, e cercherò di non avere paura. E dovunque mi troverò, io cercherò di irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. […] Una volta che si comincia a camminare con Dio si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata».

L’agape di Dio

La preghiera, per Etty (lettrice attenta della Bibbia), non si configura come un ripiegamento narcisistico su di sé né come ricerca di una appagante relazione con Dio in cui immergersi ignorando il patire altrui. Sotto questo aspetto la sua esperienza aiuta a individuare la distorsione in cui oggi può incorrere la preghiera: nella nostra epoca, minata da un dilagante narcisismo, la preghiera è esposta al rischio di trasformarsi in una tecnica di autorassicurazione psicologica, una pratica da mettere in atto per raggiungere il benessere, per “stare bene con se stessi” (ormai diventato il diktat ossessionante delle società occidentali). Pregare significava, per Etty, coinvolgersi nella dinamica dell’agape di Dio per tutti i Suoi figli: «Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dir questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi e che ultimamente stanno crescendo meravigliosamente in me. O l’uno o l’altro: o si pensa solo a se stessi e alla propria conservazione, senza riguardi, o si prendono le distanze da tutti i desideri personali e ci si arrende. Per me, questa resa non si fonda sulla rassegnazione che è un morire, ma si indirizza là dove Dio per avventura mi manda ad aiutare come posso».

La vita ricca di significato

Intanto la repressione per gli ebrei olandesi era diventata durissima: i nazisti cominciarono a condurli nel campo di smistamento di Westerbork, ultima tappa prima di Auschwitz. Nel luglio del 1942 Etty iniziò a lavorare in una sezione del Consiglio Ebraico, organizzazione che faceva da cuscinetto tra i nazisti e gli ebrei: poco tempo dopo domandò di essere trasferita a Westerbork per prestare assistenza alle persone in transito, tornando alcune volte ad Amsterdam anche per ragioni di salute. Era chiara in lei la consapevolezza del destino che attendeva il suo popolo: «Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato». Le pagine del Diario ripetutamente restituiscono la celebrazione della vita: «Di minuto in minuto desideri, necessità, legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà. Sono pronta a ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella».

Aprire la via a Dio

Nel luglio del 1943 i nazisti stabilirono che la metà dei membri del Consiglio Ebraico presenti nel campo rientrasse ad Amsterdam, mentre l’altra metà avrebbe dovuto restare senza poter più uscire. Etty, che pure avrebbe potuto cercare salvezza nascondendosi, scelse di restare. Voleva prendersi cura di quella umanità dolente e spaventata: «Quanto sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, Dio mio. Ti ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro pene: parlano tranquille e senza sospetti e d’un tratto vien fuori tutta la loro pena e si scopre una povera creatura disperata che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi. Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna essere un gran conoscitore dell’animo umano. I miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben limitati. Ma esistono già, in qualche misura: li migliorerò pian piano e con molta pazienza».

Ogni atomo di odio

In un tempo come il nostro – nel quale toni ringhiosi e parole di odio paiono diffondersi come un virus malefico – Etty sostiene e incoraggia quella moltitudine immensa di uomini e donne che anche oggi – ovunque sulla terra – con letizia, e non senza molti sacrifici, seminano quotidiane opere di agape: quelle infinite forme della custodia, dell’accudimento, della dedizione che tengono in piedi il mondo e che sono incanti quotidiani: mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi. Annotava Etty: «L’assenza di odio non significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e a buon mercato? Laggiù (a Westerbork) ho potuto toccare con mano come a ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo si renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto».

Sino all’ultimo respiro

Mostrando la convinzione che l’umanità formi una catena i cui anelli sono saldati gli uni agli altri, Etty pensava anche a quanti sarebbero venuti dopo di lei e scriveva: «Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica». Tutti gli esseri umani nascono “in debito” con altri e sono destinati a vivere “in favore” di altri: nel Diario di Etty questa verità granitica dell’umano risplende.

in La Stampa

 

Miguel de Unamuno. Un grande filosofo in continua ricerca della verità

ANTONIO DALL’OSTO

Ci sono dei personaggi che hanno attraversato la nostra storia anche recente lasciando ciascuno, a modo suo, una traccia profonda. Potremmo chiamarli “profeti” del tempo moderno, anche se la loro memoria col passare del tempo tende a sbiadirsi. Tra questi è da annoverare senza dubbio Miguel de Unamuno (1864 – 1936). Originario dei Paesi Baschi (Bilbao), fu poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico.

Un piccolo prezioso libretto, atto a ravvivarne la memoria e a mostrare l’attualità del suo messaggio, a 83 unamuno1.jpganni dalla sua morte, è quello appena pubblicato, per i caratteri dell’editore Pazzini, a firma di Miguel Ángel Malavia, intitolato La fede di Miguel de Unamuno, e curato da Francesco Strazzari.

Non è facile mettere bene a fuoco la sua figura, data la molteplicità degli aspetti che lo caratterizzano. Del resto, egli stesso rifuggì sempre da ogni etichetta. Studiò i filosofi tedeschi, aderì al socialismo che poi abbandonò. Fu rettore della celebre università di Salamanca e decano della Facoltà di filosofia. Entrò anche in politica. Fu deputato alle Cortes. Nel 1935 fu nominato cittadino onorario della Repubblica. Trascorse gli ultimi giorni di vita, dall’ottobre al dicembre 1936, agli arresti domiciliari, quando la Spagna era già in piena guerra civile. Morì di infarto nella piccola casa di Salamanca il 31 dicembre 1936. Continua a leggere

Tommaso Moro.La libertà della coscienza di fronte alla cieca arroganza del potere

Miguel Cuartero Samperi 

Parlare di coscienza oggi, in un tempo in cui la nostra società sembra soggiogata dalla tirannia dei “diritti individuali” e del principio di “auto-determinazione” è quanto mai urgente e vitale per la sopravvivenza spirituale della società occidentale.

Tommaso Moro, santo e martire inglese nato nel 1478 e morto il 6 luglio del 1517, è ucopertina-definitiva.jpgniversalmente ricordato per due motivi: per essere l’autore di Utopia – celebre romanzo di filosofia politica diventato un best seller della letteratura occidentale – e per la vicenda della sua morte sul patibolo per mano del re Enrico VIII. Ma Tommaso Moro meriterebbe di essere conosciuto e ricordato per molti altri motivi; non a caso è stato definito dall’amico Erasmo un «uomo per tutte le stagioni». Non a caso Chesterton lo considerò «il più grande degli inglesi che hanno agito nella storia» (G.K. Chesterton, The Fame of blessed Thomas More, 1930); lo stesso Chesterton che si riferì a lui come «un diamante che un tiranno gettò nel fossato, perché non riusciva a spezzare» (G.K. Chesterton, Perché sono cattolico, cit., p. 114).

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La Madre Teresa delle prostitute

Charlotta Smeds 

È possibile perdonare? In Svezia, da bambina fu vittima di abusi, e dopo la fuga da casa finì nella rete della prostituzione, per poi cadere nella dipendenza da alcool e droghe. E’ stata vittima di violenze. Oggi, migliaia di persone la chiamano l’“Angelo delle prostitute di Malmskillnadsgatan”, una delle strade del centro di Stoccolma; a volte anche la “Madre Teresa delle prostitute”. Questa è la storia di Elise Lindqvist, e del mistero del perdono

La domanda nasce spontanea quando la incontri. Com’è possibile? Com’è possibile che questa donna, che fin dall’infanzia in Svezia ha vissuto vicende tanto drammatiche, abbia gli occhi che trasmettono solo una profonda pace e gioia?

Voglio incontrare il Papa

Incontro Elise Lindqvist al suo arrivo a Roma: è venuta per salutare il Papa al termine di un’udienza, nel mese di maggio. Ha un solo desiderio: “Voglio ringraziare Papa Francesco per la sua battaglia contro la tratta degli esseri umani”.

Elise Lindqvist ha la stessa età del Papa: entrambi sono nati nel 1936. Ha anche la sua stessa instancabile grinta, sebbene raccolta in un corpo di appena 1 metro e 50. Per riuscire a dare meglio la mano a Francesco, dopo l’udienza, Elise sale un grandino sulla transenna. “Ho sentito parlare di te”, le dice il Papa, “fai un lavoro meraviglioso!”. Lui si riferisce alle notti trascorse da Elise a dare sostegno e consolazione alle donne di strada a Stoccolma. Da oltre 20 anni le cerca per dare loro sostegno, fare loro da madre e ricordare loro che c’è una vita oltre la strada. E lei questo lo sa bene, perché era una di loro. download.jpeg

Un’infanzia drammatica

Elise Lindqvist nasce in un piccolo villaggio svedese, e dall’età di 5 anni gli abusi sessuali diventano parte della sua vita quotidiana. Lei sottolinea che non era il padre ad abusare di lei, ma persone vicine alla famiglia. Spaventata, ubbidiva, convinta che ciò facesse parte di tutto quello che i bambini dovevano sopportare. “Quando mi dicevano di venire a mangiare a casa loro, sapevo il prezzo che dovevo pagare. Dopo correvo via, con la minaccia che sarei stata uccisa se avessi raccontato”. Il dolore provato da Elise era causato dal non potersi fidare di nessun adulto: era stata abbandonata da tutti coloro che avrebbero dovuto difenderla. Addirittura la madre guardava da un’altra parte mentre gli uomini la portavano in un’altra stanza. A scuola, il maestro mandava gli alunni fuori in cortile per la ricreazione, mentre a lei diceva: “Elise, resta qui!” Suo padre era l’unico che a volte la prendeva in braccio e le diceva: “la mia piccola”. Da tutti gli altri, invece, veniva punita per essere “brutta e stupida”. “Penso che senza quelle piccole manifestazioni di tenerezza di mio papà non sarei sopravvissuta”. Ma con la morte del padre, avvenuta quando Elise aveva 10 anni, la vita diventa per lei ancora più dura. Il nuovo compagno della mamma fa abuso di alcool e aggredisce continuamente Elise. “Un giorno mi punta il fucile addosso, e io, a soli dieci anni, lo supplico di sparare, perché non volevo più vivere”. Ma il fucile è scarico e l’uomo spara a vuoto. “Il Signore mi voleva viva, anche se ancora non sapevo della sua esistenza”.

“Quanto sei bella”

A quattordici anni scappa di casa e arriva in una città, dove una famiglia buona si prende cura di lei. “Quando la mamma della famiglia mi spogliò la prima sera, pensai rassegnata che tutto sarebbe continuato anche qui. Invece, mi spogliò soltanto per lavarmi, e lo fece in modo molto delicato”. Elise, a questo punto della storia, diventa molto seria. “Quello che mi succede adesso, è quello che succede a migliaia di ragazze oggi. I papponi riconoscono le vittime perfette e sanno come acchiapparle”. Nel caso di Elise, si trattò di una donna che un giorno le si avvicinò e le disse: “Come sei bella…”
“Era una bellissima signora. Nessuno fino ad allora mi aveva mai detto ‘bella’, e in un attimo caddi totalmente in suo potere. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei. La chiamavo ‘mamma’, e lei mi comprava vestiti e trucchi. Un giorno mi disse che avrei dovuto lavorare per lei, vendendo il mio corpo ai suoi clienti. Avevo 16 anni, e ho ubbidito.”
Elise non sa esattamente quanti anni ha lavorato per questa signora. Si ricorda solo come ha smesso, dopo aver subito una violenza particolarmente forte da parte di un cliente. Tornò dalla sua padrona e le disse che non ce la faceva più a prostituirsi. “Sono stata fortunata. Se oggi una ragazza si rifiuta di continuare a prostituirsi, viene uccisa e il suo corpo sparisce. La mia padrona ha aperto la porta e mi ha buttato giù dalle scale: ‘Non hai più niente da fare qui’”.
A questo punto, Elise inizia a vivere come una senza tetto, prendendo il cibo dai bidoni della spazzatura per strada. “Conoscevo solo rapporti distruttivi, e finivo con uomini violenti. Per consolazione mischiavo alcool e pasticche, e cadevo in una dipendenza sempre più disperata”.

La luce di Gesù

La guardo e vedo un viso che esprime solo pace e gioia. Non c’è traccia del suo racconto drammatico, nessuna amarezza né rancore. “Nel 1994, vengo ricoverata in un centro di recupero. Tutti avevano paura di me. Appena qualcuno si avvicinava, lanciavo dei calci, e se vedevo un uomo, gli sputavo e gridavo parolacce. Conoscevo solo la rabbia”. Elise racconta di come per lei, in questo centro, le persone si comportassero in modo strano. “Tutti sorridevano. All’inizio mi dissi che ero sicuramente finita in un manicomio. Quei sorrisi erano provocanti… Dopo un po’, iniziai a pensare che la ragione di quei sorrisi fosse sicuramente un uso di fantastiche sostanze chimiche, e per questo cominciai a chiedere le ‘pasticche’ che prendevano loro”. Invece, al posto delle pasticche, quelle persone portarono Elise in una cappella e cominciarono a pregare per lei. Diffidente e chiusa, Elise assisteva, ignara di cosa stessero facendo intorno a lei.
“Non sapevo niente di Dio, e della preghiera: per me la Chiesa era un posto di morte.” A un certo punto, avviene quello che lei descrive come un “intervento soprannaturale”. Ho avuto la sensazione fisica di fare una doccia, ma una doccia di luce e di pace. Gesù era l’unico che poteva guarirmi: ero un caso umano impossibile. E così è stato. In quel momento, io sono ‘nata’. E quando oggi mi chiedono quanti anni ho, io rispondo ’25’: 25 anni fa Gesù mi ha dato la vita e ho imparato a camminare nel suo amore.”

Niente guarigione senza perdono

Qualche mese più tardi, quando si era abituata a vedere con occhi nuovi, compiendo i primi passi del suo cammino di fede, il padre spirituale di Elise le confida che deve fare un passo ulteriore: deve perdonare! “Di nuovo, ho reagito presa da una forte rabbia. Come poteva pretendere che avrei dovuto perdonare il male che tante persone mi avevano fatto?” Elise, a questo punto, racconta di come le hanno spiegato che non sarebbe mai potuta guarire se non avesse perdonato. “È stato un processo lungo e doloroso, sempre in cappella a pregare, nome dopo nome. Da ultimo, sono riuscita a perdonare mia madre, che non mi ha amato e non mi ha difeso. Ho capito che non era in grado, e che anche lei, a sua volta, era una vittima”.

L’Angelo delle prostitute

Da oltre 20 anni, Elise Lindqvist utilizza la sua drammatica esperienza per aiutare altre donne: “La prima volta che sono uscita di notte, sulla famosa via delle prostitute di Stoccolma, la Malmskillnadsgatan, ho visto me stessa, e ho capito che questa era il posto dove dovevo operare”.

La sua opera consiste nell’essere una presenza materna, costante: una persona che ascolta, abbraccia, porta qualcosa da bere e offre indumenti per riscaldarsi nelle fredde notti invernali.
“Ogni volta che riesco a salvare una ragazza dalla strada, quello è per me il premio più bello, ma la mia presenza serve soprattutto a dare consolazione e coraggio; a far sapere loro che c’è chi le ama, e che non sono sole”, racconta. “Mi chiamano “mamma”.
Il 18 ottobre 2016, in occasione della Giornata europea contro la tratta degli esseri umani, Elise è stata invitata a parlare al Parlamento Europeo. Nel suo discorso ai parlamentari, ha sottolineato le responsabilità delle istituzioni: adottare risoluzioni concrete che bandiscano totalmente la tratta degli esseri umani, dal momento che tutti gli Stati membri sono consapevoli del problema.
“Ho concluso dicendo che tornerò quando compirò 90 anni per vedere se hanno tenuto fede all’impegno preso”.
Attraversando la Piazza alla fine dell’Udienza, le chiedo perché zoppica, e lei risponde di sfuggita: “Mi hanno buttato giù da una scala mobile qualche tempo fa. A certe persone, la mia presenza vicino alle prostitute dà fastidio”.

in Vatican News, 03 luglio 2019

 

 

Forza e verità di una predica. Ritornare ad essere umani

Nando Dalla Chiesa

Il prete siede al lunghissimo tavolo in basso, in fondo alla sala ad anfiteatro. È solo. Nessun maxischermo ne rimanda l’immagine, così che i più lontani non vedono gli occhi inquieti. Davanti, ad ascoltarlo, ha 170–180 persone di ogni età, giunte da ogni regione d’Italia. Week end di luglio lontani dal mare. Ma anche dalla città, Roma, raggiungibile in treno o con 45 minuti d’auto. La conference room, come è stata ribattezzata la sala, sta in un complesso denominato “Il Carmelo”, vicino a Ciampino, gestito dall’ordine dei carmelitani dell’Antica Osservanza. Isolato, in un deliquio di colori arrossati e di canti di uccelli.

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Il prete parla parole di preoccupazione, riflette sul mondo che sta fuori senza dargli confini. Sostiene anzi che a erigere confini c’è il rischio di non capire. I muri attentano all’intelligenza. Una volta l’Europa ne aveva uno, ora ne ha diciassette. E le minacce che si stagliano all’orizzonte vanno capite, perché da qualunque angolazione le si guardi, sono grandi davvero: l’esaurimento della democrazia, la proliferazione delle guerre, una catastrofe ecologica. Messe in fila così appaiono predizioni messianiche. Ma il prete le prende una per una, le spiega, ne agguanta e strofina i risvolti sociali e umanitari. Tutto appare sensato nel discorso che si fa ragionamento. Sul terzo rischio evoca la ormai celebre enciclica di papa Francesco, la “Laudato sii”. E invita ad accompagnare, “senza usarli”, gli adolescenti che hanno scelto di battersi per la salvezza del pianeta. Continua a leggere