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Papa Francesco. Messaggio Giornata Mondiale Comunicazioni sociali 2020

Papa Francesco  –                      [ AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – PL  – PT ]

“Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2).
La vita si fa storia

Desidero dedicare il Messaggio di quest’anno al tema della narrazione, perché credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri.

1. Tessere storie

L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.

L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.

L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

2. Non tutte le storie sono buone

«Se mangerai, diventerai come Dio» (cfr Gen 3,4): la tentazione del serpente inserisce nella trama della storia un nodo duro da sciogliere. “Se possederai, diventerai, raggiungerai…”, sussurra ancora oggi chi si serve del cosiddetto storytelling per scopi strumentali. Quante storie ci narcotizzano, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, di possedere, di consumare. Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. Spesso sui telai della comunicazione, anziché racconti costruttivi, che sono un collante dei legami sociali e del tessuto culturale,si producono storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamentepersuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

Ma mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita.

In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata,  raggiungendo livelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

3. La Storia delle storie

La Sacra Scrittura è una Storia di storie. Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono (cfr Gen 1). Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui. In un Salmo, la creatura racconta al Creatore: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda […]. Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (139,13-15). Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

In questo senso la Bibbia è la grande storia d’amore tra Dio e l’umanità. Al centro c’è Gesù: la sua storia porta a compimento l’amore di Dio per l’uomo e al tempo stesso la storia d’amore dell’uomo per Dio. L’uomo sarà così chiamato, di generazione in generazione, a raccontare e fissare nella memoria gli episodi più significativi di questa Storia di storie, quelli capaci di comunicare il senso di ciò che è accaduto.

Il titolo di questo Messaggio è tratto dal libro dell’Esodo, racconto biblico fondamentale che vede Dio intervenire nella storia del suo popolo. Infatti, quando i figli d’Israele schiavizzati gridano a Lui, Dio ascolta e si ricorda: «Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Dalla memoria di Dio scaturisce la liberazione dall’oppressione, che avviene attraverso segni e prodigi. È a questo punto che il Signore consegna a Mosè il senso di tutti questi segni: «perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio i segni che ho compiuti: così saprete che io sono il Signore!» (Es 10,2). L’esperienza dell’Esodo ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando, di generazione in generazione, come Egli continua a farsi presente. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita.

Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

Anche i Vangeli, non a caso, sono dei racconti. Mentre ci informano su Gesù, ci “performano”[1] a Gesù, ci conformano a Lui: il Vangelo chiede al lettore di partecipare alla stessa fede per condividere la stessa vita. Il Vangelo di Giovanni ci dice che il Narratore per eccellenza – il Verbo, la Parola – si è fatto narrazione: «Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha raccontato» (Gv 1,18). Ho usato il termine “raccontato” perché l’originale exeghésato può essere tradotto sia “rivelato” sia “raccontato”. Dio si è personalmente intessuto nella nostra umanità, dandoci così un nuovo modo di tessere le nostre storie.

4. Una storia che si rinnova

La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale. Essa ci mostra che Dio ha preso a cuore l’uomo, la nostra carne, la nostra storia, fino a farsi uomo, carne e storia. Ci dice pure che non esistono storie umane insignificanti o piccole. Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra. Ogni storia umana ha una dignità insopprimibile. Perciò l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata.

«Voi – scriveva San Paolo – siete una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2 Cor 3,3). Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo. Come le Confessioni di Agostino. Come il Racconto del Pellegrino di Ignazio. Come la Storia di un’anima di Teresina di Gesù Bambino. Come i Promessi Sposi, come I fratelli Karamazov. Come innumerevoli altre storie, che hanno mirabilmente sceneggiato l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. Ciascuno di noi conosce diverse storie che profumano di Vangelo, che hanno testimoniato l’Amore che trasforma la vita. Queste storie reclamano di essere condivise, raccontate, fatte vivere in ogni tempo, con ogni linguaggio, con ogni mezzo.

5. Una storia che ci rinnova

In ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto. Mentre leggiamo la Scrittura, le storie dei santi, e anche quei testi che hanno saputo leggere l’anima dell’uomo e portarne alla luce la bellezza, lo Spirito Santo è libero di scrivere nel nostro cuore, rinnovando in noi la memoria di quello che siamo agli occhi di Dio. Quando facciamo memoria dell’amore che ci ha creati e salvati, quando immettiamo amore nelle nostre storie quotidiane, quando tessiamo di misericordia le trame dei nostri giorni, allora voltiamo pagina. Non rimaniamo più annodati ai rimpianti e alle tristezze, legati a una memoria malata che ci imprigiona il cuore ma, aprendoci agli altri, ci apriamo alla visione stessa del Narratore. Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

Con lo sguardo del Narratore – l’unico che ha il punto di vista finale – ci avviciniamo poi ai protagonisti, ai nostri fratelli e sorelle, attori accanto a noi della storia di oggi. Sì, perché nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.

Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende. Per poterlo fare, affidiamoci a una donna che ha tessuto l’umanità di Dio nel grembo e, dice il Vangelo, ha tessuto insieme tutto quanto le avveniva. La Vergine Maria tutto infatti ha custodito, meditandolo nel cuore (cfr Lc 2,19). Chiediamo aiuto a lei, che ha saputo sciogliere i nodi della vita con la forza mite dell’amore:

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.

Roma, 24 gennaio 2020,


[1] Cfr Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 2: «Il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita».

Conferenza Episcopale Italiana. Consiglio Permanente: Comunicato finale

Vivere il tempo della speranza

Questo è il tempo della speranza. Su un terreno fertile il nuovo deve ancora compiersi, a volte a fatica, ma, pur nelle sue criticità, questo è senz’altro il tempo della speranza. A partire da questa certezza i membri del Consiglio Permanente hanno ripreso e approfondito l’Introduzione proposta dal Cardinale Presidente in apertura dei lavori. È stato condiviso, innanzitutto, il richiamo a riscoprire “la centralità della Parola” e “l’appartenenza alla Parola”: è il fulcro del Documento di base (“Il rinnovamento della catechesi”) pubblicato cinquant’anni fa – il 2 febbraio 1970 – sotto la spinta del Concilio Vaticano II. Proprio come allora, anche oggi bisogna osare e scommettere sul rinnovamento, non restando imprigionati in quella che Papa Francesco denuncia come la logica velenosa del “si è sempre fatto così”. Rinnovarsi è anche far sentire partecipe la nostra gente di tale processo. La sinodalità, che può assumere varie declinazioni e modalità attuative – è stato ribadito -, è la strada da percorrere. L’invito, allora, è a rileggere il Documento di base alla luce della sinodalità e della missionarietà cui chiama il Santo Padre. 

L’analisi dei Vescovi ha dato voce, poi, alle domande che salgono dai territori: sono domande di opportunità per i giovani, che soprattutto al Meridione, continuano a emigrare; sono domande di lavoro, di accesso ai servizi, di qualità ambientale, di politica attenta al bene comune. Ancora, sono domande di conoscenza di questo momento storico, fortemente caratterizzato dalla rivoluzione digitale, che influenza anche il modo di pensare. Al riguardo, i Vescovi hanno chiesto di ritornare e, allo stesso tempo, ripensare il kerygma (primo annuncio) con scelte pastorali e itinerari formativi nuovi che potrebbero avere un ritorno positivo sugli stili di vita. “È compito della catechesi – si legge nel Documento di Base – aiutare i fedeli a interpretare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, in modo adatto a ciascuna generazione, così che essi possano rispondere ai perenni interrogativi dell’uomo” (n. 129). Ritornano le parole del Santo Padre alla Curia Romana in occasione del Natale: “Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza”. A tal proposito, il Consiglio Permanente ha sottolineato il valore antropologico del mutamento in atto, con la richiesta conseguente di un impegno maggiore a sentirsi portatori della speranza evangelica di fronte alle grandi sfide. Altresì, ha registrato la fatica diffusa nel comprendere, come dice il Papa, che “non siamo più in un regime di cristianità”. Da qui una serie di interrogativi: cosa è venuto meno? Quali sono i criteri antropologici su cui innestare un nuovo modo di pensare? Che cosa si può e si deve fare in forza del Vangelo? Come trasmettere la fede oggi?

I Vescovi sono convinti che, nonostante tutto, nella coscienza individuale di non poche persone sia in atto una nuova fioritura spirituale; anzi la realtà di tante esperienze parrocchiali, associazioni, movimenti e un gioioso e fattivo annuncio di laici e di tantissimi sacerdoti, donano un orizzonte e uno sguardo pieno di speranza. E se le domande fondamentali restano, diventa ancora più importante coglierle e rispondere con comunità fedeli al Vangelo e alla propria vocazione. È essenziale non puntare tanto sul piano organizzativo quanto sulla testimonianza, proponendo anche la riscoperta di figure profetiche della storia ecclesiale e sociale del Paese. Davanti a questi fenomeni epocali, in cui sembra messo in discussione il concetto stesso di umanità, i Vescovi rafforzano il loro impegno di prossimità verso i propri sacerdoti, una vicinanza autentica e non formale, un legame che è lievito di fraternità, perché non si sentano schiacciati dalle polarizzazioni che impediscono di guardare al futuro con fiducia. È vitale e decisivo il discernimento compiuto con loro, accanto a loro e tra di loro. Questa prospettiva potrebbe essere una grande opportunità per accompagnare il cambiamento di epoca non in maniera depressiva e traumatica. Anche questa è la ministerialità della Chiesa da vivere in comunione e unità.

Condividere la gioia del Vangelo

I lavori del Consiglio Permanente si sono concentrati sull’esame della bozza degli Orientamenti pastorali per il quinquennio 2020-2025. A fare da sfondo al testo è l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco: accogliere e condividere la gioia del Vangelo è il dono e la missione da vivere nella comunione della Chiesa. Per comprendere meglio e realizzare tale vocazione, i Vescovi intendono “intercettare” attese e sfide che oggi interpellano il Paese riguardo alla “buona notizia” della gioia offerta agli uomini in Cristo; vogliono poi accostare l’annuncio con la parola e con la vita, testimoniando la gioia della fraternità; infine, intendono essere collaboratori della gioia di tutti. L’incontro con il Vangelo, infatti, arricchisce reciprocamente e vede i credenti portare il loro contributo nell’ambito della cultura e della cittadinanza, sostenuti da quell’impegno educativo – al centro di questo decennio – tutt’altro che finito.

Alla base c’è un’esperienza di Chiesa che sul territorio si fa comunità di prossimità, luogo di crescita spirituale, capace di intercettare le domande di senso che abitano il cuore di ciascuno. Nel confronto è emersa la necessità di una maggiore lettura del contesto odierno – che resta segnato da individualismo e secolarismo diffusi – in grado di recuperare tematiche sociali ed ecclesiali mai marginali. Pensiamo a fine vita, tutela della salute, carità, unità pastorali, questione ecologica, migranti. Un supporto culturale, in tal senso, potrebbe giungere dall’Istituto Toniolo e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore che nel biennio 2020-2021 compiono cento anni.

I Vescovi hanno sottolineato anche il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia dal dopo- Concilio ad oggi con l’invito a “riprenderne il filo” e a “rivalorizzarne le tappe”. Gli Orientamenti – è stato detto – ruotino attorno ad alcune scelte prioritarie, con sinteticità e incisività. Soprattutto, è decisivo l’uso di un linguaggio narrativo, che tenga conto dei destinatari del documento. È necessario poi trovare strumenti e metodi per “graffiare” la realtà, coinvolgere maggiormente laici e religiosi e offrire prospettive comuni che sostengano il cammino delle Diocesi, con l’offerta di proposte e percorsi pastorali. Gli Orientamenti, chiamati a intercettare i principali appuntamenti che la Chiesa italiana vivrà nei prossimi mesi – Incontro del Mediterraneo (Bari, 19-23 febbraio 2020), Settimane Sociali (Taranto, 4-7 febbraio 2021) e Congresso Eucaristico (Matera, 16-19 settembre 2021) -, potranno dar vita nel percorso ad appuntamenti regionali, anche in preparazione al Giubileo del 2025. Rimane la prospettiva di un con-venire a livello nazionale per una verifica e un “innesto” di tematiche nuove.

La discussione continuerà nelle Conferenze Episcopali Regionali e nella sessione primaverile del Consiglio Permanente, per arrivare a dedicarvi l’Assemblea Generale che si terrà a Roma dal 18 al 21 maggio 2020. I Vescovi ne hanno formulato il tema: Condividere la gioia del Vangelo. Nel fare questa scelta, che concerne la discussione degli Orientamenti così da consentirne la pubblicazione nei mesi successivi, s’intende ripartire con gioia dall’annuncio della gioia del Vangelo e dalla volontà di interrogarsi sulle azioni per portarlo avanti con uno stile di fraternità e sinodalità, inteso quale metodo di riforma della Chiesa e di modalità di presenza al mondo.

Mediterraneo, frontiera di pace

Nel corso dei lavori del Consiglio Permanente sono stati approfonditi contenuti e organizzazione dell’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo (Bari, 19-23 febbraio 2020). L’evento – dal carattere fortemente simbolico – riunisce 60 rappresentanti delle Chiese di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum; la presenza del Santo Padre, domenica 23 febbraio, rafforzerà la fraternità tra i Vescovi, nella condivisione di gioie e fatiche che vivono i popoli del “grande lago di Tiberiade”, secondo la definizione di Giorgio La Pira. Nel dibattito che ne ha arricchito la presentazione, è stata condivisa l’opportunità di questa iniziativa che, secondo le parole del Cardinale Presidente nell’Introduzione, “cade in un momento di crisi”: “La guerra, in più punti del Mediterraneo, è l’esito di scelte miopi e interessate, dalle quali non sono estranee nuove logiche coloniali, avanzate dalle grandi potenze”. Per questo, è stato detto, l’incontro impegna a recuperare le radici culturali che hanno innervato la storia del Mediterraneo e dell’Europa. Ne nasce la responsabilità di uno sguardo profetico, che aiuti a leggere questa opportunità di confronto e condivisione come “un piccolo segno dei tempi”, per osare la pace e fondarla sul diritto, la giustizia sociale, la riconciliazione, la salvaguardia del creato. Le giornate di Bari – che vedono coinvolta la Diocesi nel cammino di preparazione e organizzazione – saranno impostate su un approfondito e fraterno scambio su due grandi tematiche specifiche, per verificare fino a che punto ci sono visioni e valutazioni condivise per un necessario discernimento evangelico, per creare maggiori legami tra le Chiese, dando impulso all’evangelizzazione e contribuendo alla pace e alla giustizia nei diversi Paesi. L’intento è arrivare a mettere a fuoco proposte concrete e fattive. In vista di questo appuntamento è stato chiesto alle Madri Superiore dei Monasteri d’Italia e alle loro Comunità di accompagnare spiritualmente la preparazione e la realizzazione dell’incontro. Medesimo coinvolgimento è affidato alle parrocchie, a tutte le comunità di vita consacrata, alle associazioni e ai movimenti.

Tutela dei minori e operatività del Servizio nazionale

A un anno dalla nascita del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, il Consiglio Permanente si è soffermato sull’attività svolta in questi dodici mesi. In particolare si è evidenziato che, dopo l’approvazione in Assemblea Generale (maggio 2019) e la pubblicazione delle nuove Linee Guida della CEI (giugno 2019), sono stati compiuti passi rilevanti. Tra questi, si è sottolineata la costituzione per ogni Regione ecclesiastica di un “Servizio regionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, con la nomina di un Vescovo incaricato per la Tutela dei Minori e di un Coordinatore regionale. Si sta inoltre avviando al completamento la rete dei Referenti diocesani o interdiocesani, sul territorio con la conseguente costituzione di un Servizio diocesano (o interdiocesano). Entro maggio verrà comunicata l’avvenuta attivazione di questo strumento alla Nunziatura, secondo le indicazioni del Motu Proprio Vos estis lux mundi. Nel mese di marzo sono inoltre in programma tre raduni nazionali (Roma, Milano e Napoli) per incontrare i Referenti diocesani e fornire indicazioni operative unitarie circa la messa in pratica delle Linee Guida e l’inizio del lavoro di prevenzione, affinché le prassi di questo organismo entrino in maniera omogenea nella pastorale ordinaria. Tutto questo si inserisce in un percorso di rinnovamento integrale che vede la partecipazione convinta e attiva di tutti i membri della Chiesa italiana e che si traduce in un cambiamento autentico di sguardo, a partire dall’ascolto e dall’accoglienza delle vittime, ora poste al centro. Intanto, il Servizio nazionale sta predisponendo strumenti operativi allegati alle Linee guida da utilizzare per l’informazione e la formazione (in vista della prevenzione) sia degli stessi Referenti diocesani, sia di tutti gli altri operatori pastorali.

Verso la Settimana sociale di Taranto

Il cammino di preparazione verso la Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) è entrato nel vivo con la recente pubblicazione dei Lineamenta, ossia le linee di preparazione a un appuntamento che, già nel titolo, si presenta come di grande attualità: “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso”. Questo evento – è stato evidenziato – non deve restare isolato: a tal fine si è chiesto un coinvolgimento dei territori – Regioni e Diocesi – puntando ad ascoltare e valorizzare soprattutto i giovani e a identificare le buone pratiche presenti sul territorio. Questo permetterà di giungere a Taranto a partire da esperienze concrete che possono aiutare alla soluzione dei molteplici problemi ambientali presenti nel Paese. Tre, è stato ricordato, i momenti nazionali di avvicinamento, con obiettivi differenziati: ad Assisi, dal 19 al 20 giugno 2020, saranno coinvolti giovani che svilupperanno i contenuti dell’incontro promosso dal Santo Padre “Economy of Francesco” (Assisi, 26-28 marzo 2020) in rapporto alla situazione italiana; a Lamezia Terme, nel settembre 2020, saranno sensibilizzate le Chiese del Sud, ponendo l’attenzione ai drammi aperti nel territorio e alle prospettive per contribuire alla loro soluzione; a Verona, nel novembre 2020, all’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, saranno chiamate particolarmente le Chiese del Nord ad approfondire il tema del rapporto tra azienda, economia e cura della casa comune. Nel confronto sui contenuti i Vescovi hanno sottolineato la centralità dell’ecologia integrale (cfr. Laudato si’), in grado di comporre i diversi aspetti della crisi antropologica contemporanea, nonché di portare i cattolici a entrare in dialogo con tutti riguardo alla casa comune. L’auspicio è che questa Settimana Sociale possa essere un’opportunità per crescere nell’annuncio della gioia del Vangelo a tutti, secondo il Magistero di Papa Francesco, ascoltando il grido della terra e il grido dei poveri. (…).

(Conferenza Episcopale Italiana. Consiglio Permanente: Comunicato finale, Roma, 20-22 gennaio 2020)

 

EMANUELE SEVERINO. Relazione dialettica tra Filosofia e Teologia

PIERO CODA

La filosofia di Emanuele Severino e la teologia. Ora che si è conclusa la sua avventura terrena, vorrei spendere una parola su questa relazione certo non marginale né episodica nell’itinerario intellettuale e nella proposta teoretica di uno dei pensatori più rigorosamente e arditamente speculativi del nostro tempo. E non solo nel panorama italiano. Lo faccio con sincera commozione, perché con ciò mi è dato di rendergli un omaggio non formale rendendo testimonianza di un cordiale e serrato dialogo sperimentato lungo questi decenni.

Di relazione tra filosofia e teologia si può in effetti parlare, nel pensiero di Severino, non soltanto in modo estrinseco, ma per il fatto stesso che esso ambisce configurarsi come proposizione o meglio disvelatezza della “struttura originaria”. La teologia non può per ciò stesso non sentirsi direttamente interpellata.

Dal mio punto di vista, sono d’accordo con chi, tra i teologi italiani, ha affermato — cito le ponderate parole di Pierangelo Sequeri — che la filosofia di Severino «deve essere considerata un punto di non ritorno anche per ogni revisione dell’ontologia classica nell’ambito del pensiero teologico». Qui sta il punto decisivo di un confronto e, diciamo pure, di una reciproca provocazione tra la filosofia di Severino e la teologia. La critica che egli ha rivolto lungo gli anni, con puntiglioso rigore e decisa parresia, alla forma assunta dalla teologia cattolica soprattutto nella sua versione neoscolastica — con ciò che questa opzione ha comportato in termini di posizionamento dell’intellectus fidei entro le coordinate stabilite da quella che Severino amava definire la “scacchiera” dell’ontologia greca — si mostra convergente, per certi versi, con l’attuale scavo di rinnovamento ontologico che interessa un consistente e promettente filone della teologia, non solo cattolica. Pur restando il punto di partenza e il punto di arrivo distinti e distanti.

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Papi africani. La Tunisia li ricorda con un’emissione filatelica

LUCIO BRUNELLI

La notizia si diffuse in un baleno, rimbalzò nei palazzi del potere, corse di bocca in bocca nei ghetti inquieti dei nuovi plebei: «È stato eletto un Papa africano!». Nato a Roma, già appartenente al clero della capitale, i suoi genitori provenivano dalla Cabilia: un Papa 2G, seconda generazione di immigrati nordafricani…

Non è il lead di un romanzo di fantareligione, una provocazione anti-sovranista, una profezia del futuro. No, è storia. Qualcosa di già accaduto, nei primi secoli cristiani. Storia dell’elezione di Papa Gelasio, 1° marzo dell’anno 492 dopo Cristo. «Romanus natus», nato romano, scriveva fieramente di sé il nuovo Pontefice all’imperatore bizantino Anastasio I ma «natione afer», di nazionalità africana, riferisce il Liber Pontificalis, la fonte più antica e preziosa per la storia dei Papi.

Non fu, questo figlio di immigrati berberi, l’unico vescovo di Roma donato alla Chiesa dal continente nero. Ma se provassimo a chiedere in giro se e quanti sono stati i Papi africani leggeremmo sul volto dei nostri interlocutori imbarazzo e perplessità. Scena muta. Su questa suggestiva storia la nostra conoscenza non va molto oltre, temiamo, quel motivetto musicale — «papa nero» — che una ventina di anni fa si guadagnò un po’ di popolarità a Sanremo. Allora è giusto ringraziare la Tunisia, nazione quasi integralmente musulmana, che con una serie di francobolli ha voluto rendere onore ai tre Papi africani della nostra storia. Lo ha fatto in modo significativo a Natale, festività cristiana, spiegando che l’iniziativa ha lo scopo di promuovere «valori di tolleranza, apertura e dialogo interreligioso» che la Tunisia considera patrimonio della propria storia. La busta per il primo giorno di emissione ha impresso un timbro postale speciale, realizzato, per la prima volta, in collaborazione tra le Poste tunisine e le Poste Vaticane. (chi desidera acquisire l’inedita serie filatelica troverà le istruzioni nel sito www.e-stamps.poste.tn).

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La strage di Debre Libanos (Etiopia): il più grave crimine dell’Italia fascista

Andrea Riccardi

Paolo Borruso, nel libro ‘Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia’ (Laterza, pagine 256, euro 20), in uscita oggi, ricostruisce i contorni precisi di uno dei crimini più efferati della storia del Novecento: l’assassinio, a Debre Libanos, di più di duemila persone di fede cristiana. Apre il libro una prefazione di Andrea Riccardi della quale anticipiamo ampi stralci. Paolo Borruso è professore associato di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano.

Debre Libanos è il più importante monastero d’Etiopia: è il cuore della Chiesa etiopica, la più antica Chiesa africana con caratteri veramente originali, maturati lungo i secoli. Il cristianesimo etiopico è stato l’asse portante del secolare impero che il negus neghesti Haile Selassie incarnava. Il negus rappresentava il legame con la tradizione nazionale, era il protettore della Chiesa, formalmente dipendente dal patriarcato copto di Alessandria d’Egitto, ma in realtà sotto il controllo dei sovrani. […]

A Debre Libanos avvenne una tremenda strage di monaci, diaconi, sacerdoti, fedeli, giovani, studenti, addirittura vicini della stessa area geografica, compiuta dagli italiani nel 1937, specie tra il 20 e il 29 maggio, come risposta all’attentato al viceré, maresciallo Graziani. Questo è il più grave crimine di guerra commesso dall’Italia. Ma, in Italia, non si è parlato di Debre Libanos. L’ha fatto solo qualche studioso coraggioso, come Angelo Del Boca, che ha ricostruito gli aspetti oscuri della guerra d’Etiopia.

In questo libro lo storico Paolo Borruso ripercorre non solo la vicenda della strage, ma anche il tempo in cui viene dimenticata e accantonata, per la resistenza degli ambienti e delle istituzioni italiane del secondo dopoguerra, per la volontà radicata di non ridiscutere il mito degli italiani «brava gente» e di dare un’immagine edulcorata del fascismo. In realtà, la politica coloniale del fascismo è rivelatrice del volto oscuro del regime e della logica di violenza e di odio che lo pervadeva.

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‘The Two Popes’: A Film by Fernando Meirelles

MARC RASTOIN

Fernando Meirelles, the Brazilian director who became famous with the film City of God in 2002, loves transforming literary works into cinema. His latest, The Two Popes, is an adaption made in collaboration with the author of the play The Pope, Anthony McCarten, who also wrote The Pope: Francis, Benedict and the Decision that Shook the World.[1]

The Two Popes is a fiction that has as its protagonists the last two popes, Benedict and Francis . Rather than making a facile film about scandals and games of influence, the director has chosen to tell the story of two men of faith faced with a difficult decision.[2]

Everything starts from a simple idea: Cardinal Bergoglio is thinking about retiring. He would like to retire and become a parish priest again. He comes to Rome to make his request. At the same time, Benedict XVI is meditating on an important and virtually unprecedented decision: to resign from his office as bishop of Rome, and retire. So Jorge Bergoglio (Jonathan Pryce)[3] and Joseph Ratzinger (Anthony Hopkins) meet and begin to discuss retirement. The use of surnames here is deliberate, a necessity, since the screenwriter intends primarily to talk to us about the meeting of two men in the flesh. But the film escapes the subtle pitfalls of filmed theatre and is able to incorporate long sequences from Jorge Mario Bergoglio’s earlier life in Argentina.

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«I DUE PAPI», UN FILM DI FERNANDO MEIRELLES

MARC RASTOIN

Diventato noto al grande pubblico con il film La città di Dio nel 2002, il regista brasiliano Fernando Meirelles ama la trasposizione cinematografica di opere letterarie. È ciò che ultimamente ha fatto adattando, con l’aiuto dell’autore stesso, l’opera teatrale The Pope di Anthony McCarten, autore pure de L’ anno dei due papi: Francesco, Benedetto e la rinuncia che ha scosso il mondo (1).

I due papi è una fiction che ha come protagonisti gli ultimi due papi della Chiesa cattolica. Ma piuttosto che realizzare un film facile sugli scandali e sui giochi di influenza, il regista ha voluto raccontare la storia di due uomini di fede di fronte a una decisione difficile (2).

Tutto parte da un’idea semplice: il cardinale Bergoglio pensa di andare in pensione; gli piacerebbe ritirarsi e diventare di nuovo parroco. Viene a Roma per sostenere la sua richiesta. Allo stesso tempo, Benedetto XVI, che era stato eletto papa nel precedente conclave, medita su una decisione importante e senza precedenti: dimettersi dalla sua carica di vescovo di Roma e ritirarsi ugualmente. Ed ecco che Jorge Bergoglio (Jonathan Pryce) (3) e Joseph Ratzinger (Anthony Hopkins) si incontrano e iniziano a discutere. È volutamente che i cognomi qui sono necessari, poiché è innanzitutto dell’incontro di due uomini in carne e ossa che lo sceneggiatore intende parlarci. Ma il film sfugge alle sottili insidie del teatro filmato, incorporando lunghe sequenze argentine, tratte dalla vita precedente di Jorge Mario Bergoglio.

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Chiara Lubich. Luminosa messaggera di pace, solidarietà, fraternità nel mondo

Adriana Masotti

Ricorre quest’anno il centenario della nascita a Trento di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, che con il suo pensiero e la sua azione tutta rivolta alla fraternità e alla pace, ha lasciato un’eredità diffusa in tutto il mondo.

Il 22 gennaio è il giorno del compleanno di Chiara Lubich e oggi, di anni, lei ne avrebbe compiuti 100. “Celebrare per incontrare” è il titolo che si è voluto dare a questo centenario che vedrà numerose iniziative in tutti i continenti e in particolare in Italia e a Trento. A parlare della fondatrice del Movimento dei Focolari, saranno le centinaia di migliaia di persone che vivono per un mondo più unito, nei movimenti economici, politici e culturali nati dalla sua spiritualità, nelle centinaia di progetti sociali, ambientali e umanitari a lei ispirati, che contribuiscono a costruire società più inclusive e giuste. Anche l’attuale presidente dei Focolari, Maria Voce, ha voluto celebrare questo anniversario con un videomessaggio in cui sottolinea l’attualità del ‘sogno’ di unità di Chiara in un mondo dove “continuamente emergono correnti di particolarismi e di divisioni, sorgono sempre nuovi muri e nuove frontiere”.

Le origini trentine di Chiara

Trento, crocevia della storia europea e della storia della Chiesa, è la città che ha dato i natali alla Lubich il 22 gennaio 1920. Seconda di quattro figli, dalla madre eredita la fede cristiana, dal padre socialista e dal fratello maggiore, partigiano e giornalista, una spiccata sensibilità sociale. Già nel nucleo familiare impara l’arte del dialogo, che sarà la nota caratteristica di tutta la sua vita, sempre impegnata a gettare ponti di pace e di unità tra persone, generazioni, classi sociali e popoli. Di particolare rilievo, tra le iniziative in programma in Italia, l’appuntamento questa sera al Teatro Piccolo Eliseo di Roma, con la presenza di Francesco Rutelli, già sindaco della Capitale, che conferì la Cittadinanza onoraria alla Lubich il 22 gennaio 2000 e la partecipazione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’evento che si terrà a Cadine, vicino a Trento, il 25 gennaio prossimo.

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Periferia. Le potenzialità dell’assenza

Nunzio Galantino

Periferia. Parola passata, col tempo, a indicare una condizione più che un luogo fisico. Nel senso che essere periferici non vuol dire solo essere lontani e marginali rispetto a un centro fisico. Essere periferici vuol dire anche contare poco o niente oppure vivere in condizioni di isolamento personale o comunitario. Periferia sembra esser divenuta la nuova parola passepartout in ogni dibattito politico o programma elettorale.

Oggetto di attenzione a intermittenza e di strumentalizzazione sistematica. L’origine etimologica della parola periferia si trova nel latino peripheria, con antecedenti nel greco peri-phéreia: ciò che circonda, ciò che è ai margini e lontano rispetto a un centro particolare. Se il centro è luogo di insediamento storico, dell’amministrazione e del governo, delle relazioni e degli scambi facilitati, la periferia è vista soprattutto come luogo dell’assenza. Assenza di storia, di regole, di servizi, di armonia, di sicurezza, di qualità e di identità.

Di periferia insomma si parla per lo più per negazione, quasi a sancire, in ogni caso, l’esistenza di una distanza antropologica incolmabile tra centro e periferia. Distanza che rimarrà finché non ci si libererà definitivamente dal considerare la marginalità come unico metro di classificazione della periferia e finché, come si è detto, si continuerà a definirla per negazione. La periferia, sia spaziale che esistenziale, è anche luogo di potenzialità nuove e inedite. Bisogna ricercarle. Ed è lo sforzo, talora riuscito, messo in atto da nuovi urbanisti e city designer.

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Religione. La prima comunità cristiana

Gianfranco Ravasi

Una coppia differente di volumi, apparsi in contemporanea, offre l’occasione per gettare uno sguardo su due momenti della storia della cristianità delle origini. Il primo testo ci conduce agli albori stessi della nuova religione e del suo presentarsi sulla ribalta pubblica. Si tratta della celebre lettera (catalogata X, 96) che Plinio il Giovane, nipote del naturalista Plinio il Vecchio (del quale descriverà la tragica fine nell’eruzione del Vesuvio dell’agosto 79), indirizza all’imperatore Traiano, segnalandogli il pericolo rappresentato dal sorgere di una setta che si riferiva a Cristo e che egli bollava come «una superstizione perversa e sfrenata».

Scegliamo all’interno della denuncia piuttosto articolata e del consiglio richiesto all’imperatore sulla prassi giudiziaria da adottare (Plinio aveva iniziato allora – siamo attorno al 110-111 – a ricoprire la carica di governatore del Ponto e della Bitinia) un paragrafo interessante, ricorrendo all’edizione antologica dell’epistolario pliniano che Giulio Vannini ha eseguito selezionando 50 delle oltre 350 lettere a noi giunte e offrendole con l’originale latino a fronte. Era loro «consuetudine riunirsi prima dell’alba di un giorno stabilito [la domenica], recitare a turno un inno a Cristo come se fosse un dio e impegnarsi con un giuramento non a compiere un qualche delitto, bensì a non commettere né furti, né rapine, né adulteri, a non tradire la parola data e a non negare la restituzione di un deposito se fosse stato loro richiesto. Al termine di queste cerimonie se ne andavano e si ritrovavano per consumare un pasto, usuale e innocuo».

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