Archivi categoria: Tematiche religiose

Religione. “La grammatica della vita spirituale cristiana”

In questi tempi, si sente un nuovo bisogno di spiritualità, forse perché una desertificazione interiore sta rendendo l’uomo incapace di nutrire la propria anima. Certamente, la sua preziosità si avverte proprio perché se ne sente la mancanza, come di qualcosa che rischia di scomparire. Quando, per esempio, la comunicazione diventa invadente nasce la nostalgia del silenzio per stare in contatto con sé stessi. Quando l’odio si esibisce sui social e nelle conversazioni quotidiane si inizia a provare il desiderio di mitezza. Quando l’ambiente mondano si fa totalmente immanente, ecco che si fa sentire il bisogno di spiritualità, che è anzitutto un bisogno umano. Ma le risposte che oggi una persona si può dare potrebbero non essere in linea con la rivelazione cristiana. Luciano Manicardi, priore del Monastero di Bose, propone una riflessione sull’argomento, intitolata Per una grammatica della vita spirituale cristiana.

«In tempi di ritorno del religioso, di inflazione di spiritualità, di bulimia spirituale, è urgente chiarificare che cos’è lo spirituale cristiano […]. L’esperienza spirituale cristiana, fondata com’è sulla parola di Dio, sul Lógos (cf. Gv 1,1-18), rischia di divenire a-logica, senza parola, dunque senza confini, senza limiti, senza distinzioni, e di ridursi all’emozionale. Oppure […] il rischio è la riduzione di Dio a equivalente simbolico di una relazione altruista: l’importante è aiutare gli altri, fare il bene, organizzare la carità […]. Per non dire del dilagare disordinato di un cattolicesimo devozionale e pio che si nutre di visioni e apparizioni, un cattolicesimo taumaturgico e miracolistico in cui il paradigma ottico del “vedere” e quello tattile del “toccare con mano” sembrano imporsi con la forza arrogante dell’evidenza e dell’immediatezza, di ciò che rende non più necessaria la fatica dell’ascolto, evita l’alea dell’interpretazione e non corre i rischi connessi all’avventura della fede.»

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Benedetto XVI. Allarme per le sue condizioni di salute

Luigi Accattoli

Torna l’allarme sulla salute del papa emerito Benedetto XVI, che ha compiuto 93 anni in aprile: ma è un allarme senza nuove evidenze cliniche, che insiste sulla ben nota condizione di «fragilità» che con il tempo ovviamente non può che aggravarsi. Il quotidiano tedesco Passauer Neue Presse scriveva ieri che Ratzinger è ora «estremamente fragile: il suo pensiero e la sua memoria sono rapidi, ma al momento la sua voce è quasi impercettibile». Il giornale attribuiva queste parole a Peter Seewald, biografo di Benedetto, che gli aveva fatto visita sabato nella residenza interna al Vaticano per presentargli la biografia pubblicata in maggio: «Benedikt XVI. Ein Leben» (Benedetto XVI. La vita).

L’allarme è legittimo stante l’età e la debolezza di salute dell’emerito, già nota, ma non si tratta di una preoccupazione nuova e immediata, tant’è che Seewald riferisce d’aver trovato l’amico Papa «ottimista» nonostante lo sfogo facciale che l’affligge, tanto da accennare — nella minima conversazione che hanno avuto — alla «possibilità che prenda di nuovo in mano la penna quando avrà recuperato le forze».

Quanto allo sfogo facciale, l’abbiamo visto tutti dalle foto che furono divulgate il 18 giugno, quando inaspettatamente Joseph Ratzinger tornò in aereo in Baviera — unica uscita dall’Italia da quando rinunciò nel 2013 al Papato — per «congedarsi» dal fratello don Georg, maggiore di tre anni, le cui condizioni si erano aggravate e che sarebbe poi morto il 1° luglio. Più che in ogni altra occasione, Benedetto in quelle foto apparve con parti del volto arrossate e gonfie. Fu spiegato dai competenti che quelle immagini segnalavano un aggravamento dell’infezione dermica che lo tormenta da anni e da sei mesi in maniera più acuta, provocandogli gonfiore e prurito al volto, rendendogli dolorosa la parola e costringendolo a un uso continuato di antibiotici e antidolorifici. Ed è appunto questa la condizione nella quale sabato l’ha trovato Seewald che non lo vedeva dallo scorso autunno.

Ieri il sito vicino al Vaticano «Il Sismografo» ha indicato il nome di quella patologia: si tratterebbe di un’infezione acuta della pelle denominata «erisipela» (parola greca che vuol dire «arrossamento della pelle»), contagiosa e frequente tra gli anziani. Il direttore del «Sismografo», Luis Badilla, concorda con Seewald nel ritenere «seria», seppure non nuova, la situazione di Joseph Ratzinger.

in “Corriere della Sera” del 4 agosto 2020

Filosofia. La minaccia oggi è la perdita del senso del vivere, un nichilismo esistenziale

Juliàn Carròn

«Mi accorgo che sono circondato dal nulla, anche semplicemente parlando con i miei compagni di corso: il dialogo fra noi è all’insegna del nulla, passiamo da un argomento all’altro senza più ricordare ciò di cui parlavamo prima». Tra le righe della lettera di uno studente a Julián Carrón, guida di Comunione e Liberazione, una sensazione che in tanti oggi avvertiamo – come un tarlo che ci svuota, piano. Qualcosa che, nei lunghi silenzi del lockdown, abbiamo forse percepito più nettamente. «La grave minaccia oggi è la perdita del senso del vivere», ha detto il PapaLa minaccia di un nichilismo non ideologico ma esistenziale, che respiriamo inconsapevolmente. Una «sfiducia nella possibilità di compimento e di senso dell’esistenza», lo definisce Carrón nel suo “Il brillìo degli occhi”. Che cosa ci strappa dal nulla? (Editrice Nuovo Mondo, pagine 160, euro 4,00), appena uscito. Che cosa, appunto, ci può strappare a questo impalpabile malessere, quasi l’aria stessa ne fosse contaminata? Domanda forte, che per un cristiano di lungo corso può forse suonare disturbante: io credo in Cristo e nella Resurrezione, potrebbe rispondere uno di loro, e nessun tarlo mi rode. Eppure: lo sfaldamento della famiglia, la violenza nelle case, la diffusa indifferenza al destino di una moltitudine di miserabili, il crollo demografico – quasi una voglia di non continuare – non danno la sensazione che anche l’ambiente umano interiore sia malato e in declino? E davvero sempre la nostra speranza cristiana regge a questo urto, a questo dubbio?

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Dio è importante nella vita? Quale rapporto tra fede e comportamento?

Qual è il rapporto tra credere in Dio e comportamento morale? E quanto sono importanti Dio e la preghiera nella vita delle persone?

Il Pew Research Center nel 2019 ha posto queste domande a 38.426 persone in 34 paesi del mondo e ha pubblicato i risultati in un servizio del 20 luglio scorso.

Per leggere la traduzione italiana del documento vedi il seguente link:

http://www.settimananews.it/religioni/dio-importante-nella-tua-vita/

Quel faticoso primato della coscienza

Enzo Bianchi

Ha affermato il concilio Vaticano II: Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa’ questo, evita quest’altro … La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità (Gaudium et spes 16).

Cos’è dunque la coscienza? È la voce di Dio in ogni uomo creato a sua immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27), capace di bene e di male. È per ogni persona il criterio ultimo e definitivo del proprio pensare, parlare e agire.

Nell’ebraico biblico non c’è un termine corrispettivo del nostro “coscienza”. Nella traduzione latina delle Scritture il termine conscientia appare 35 volte, di cui solo 3 nell’Antico e 32 nel Nuovo Testamento. I termini ebraici “conoscere” (jada‘) e “cuore” (leb), nonché quello greco syneídesis, confluiscono con la loro ricchezza semantica nel nostro concetto di “coscienza”. In particolare, un’espressione fondamentale è “cuore che ascolta” (1Re 3,9), chiesto in dono a Dio da Salomone per poter discernere come svolgere il suo compito di re: il cuore capace di ascoltare la voce della verità, la voce di Dio che gli indica il sentiero. Paolo, dal canto suo, afferma: “Tutto ciò che non viene dalla coscienza è peccato” (Rm 14,23), parole riprese dall’assioma: “Chi agisce contro la propria coscienza merita la condanna”.

La coscienza è voce di Dio, eco della Parola che risuona nell’intimità pur sempre limitata e condizionata dell’uomo. Essa è pure un’eco dello Spirito santo, eco riflessa dalla libertà di cui ogni persona è dotata, sempre condizionata dalla stessa condizione umana. Certo, per esercitare la coscienza occorre poter dire “io”, e quindi condizione preventiva è che ci sia uno spazio di libertà per questo “io”. Ciò però nella consapevolezza che su ciascuno pesano vari condizionamenti: la storia sociale, familiare, personale, le strutture che ci plasmano, la cultura in cui siamo immersi, le alterazioni dovute al peccato…

È sul terreno della coscienza che tutti gli umani dovrebbero confrontarsi per camminare insieme. È la coscienza l’organo da esaltare per indicare la vera dignità di ogni uomo e di ogni donna: un organo che va assolutamente esercitato, per lasciare alle nuove generazioni un abbozzo di criticità, di resistenza, per abilitarle alle scelte che esse dovranno, con responsabilità e creatività, assumere ed esercitare.

Il cristiano non dimentichi dunque la realtà della coscienza, perché è in essa che Dio può parlare

 quando legge le Scritture, sappia che nella sua coscienza esse possono diventare Parola indirizzata personalmente a lui

 quando pensa, si eserciti nel discernimento interrogandosi a lungo e non cercando risposte facili. È infatti nella coscienza che, attraverso l’esercizio della critica e del confronto, si può aprire il cammino verso la verità;

 quando prega, cerchi anzitutto di ascoltare più che di parlare a Dio (cf. 1Sam 3,9). La voce di Dio è “un silenzio sottile” (1Re 19,12), e se a volte egli sembra muto è perché la sordità del credente diventa impedimento a un vero ascolto;

 quando sceglie, invochi lo “Spirito di sapienza e di discernimento” (Is 11,2), dono sempre rinnovato a chi lo invoca (cf. Lc 11,13). È lo Spirito che illumina e dà forza e coraggio, parrhesía.

La coscienza non è una voce che ci ricorda una legge “già fatta”, da applicare in modo meccanico, ma ci chiede creatività e profezia nel discernere situazioni nuove, sempre illuminate dal principio fondamentale dell’amore. Per questo è inviolabile, è un santuario, è il tesoro che ogni umano ha ricevuto in dono da Dio.

La coscienza deve essere aiutata a scoprire i suoi errori, deve confrontarsi, ma nessuna autorità umana ha il diritto di conculcare la coscienza personale. Nessuna autorità, al limite neanche il papa, secondo la famosa frase di John Henry Newman: “Se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo …, allora brinderei per il papa. Ma prima per la coscienza e poi per il papa”.

in “Jesus” del luglio 2020

Chiesa cattolica. Una donna si autocandida a Vescovo

Lilia Sebastiani

Auto-candidata, in realtà. Giunta il 25 maggio agli organi di informazione, l’autocandidatura della teologa e biblista francese Anne Soupa al ruolo di arcivescovo di Lione (che tra l’altro ha il titolo di «primate della Gallia»!), non è una provocazione, come alcuni banalmente la definiscono con lo scopo di ridurne la portata, ma qualcosa di ben più forte, un segnale di scomodissima chiarezza.La stessa protagonista ammette, velando di sorridente e gentile umorismo la serietà dell’assunto, che si tratta di un «colpo mediatico», di «una cosa che non si fa»; ma il suo fine è un altro: che si possa immaginare una donna arcivescovo senza che sembri subito uno scherzo.
«Una candidatura simbolica certo, ma i simboli a volte possono essere molto forti. C’è la volontà di denunciare due problemi reali: l’invisibilità delle donne, che priva la Chiesa cattolica di nuovo spirito e nuovo sangue, ma anche il grande problema della governance, in mano a un clero maschile in calo costante di numeri».

Questa è la chiave di lettura, dunque. E poiché vi compare l’aggettivo ‘simbolico’, che in certi settori anche autorevoli e influenti della chiesa cattolica sembra venir percepito subito come sinonimo di ‘non reale’ o di ‘non rilevante’, gli stessi settori hanno prontamente tirato un sospiro di sollievo e accantonato il problema.

Anne Soupa, chi è

Nata nel 1947, laureata in diritto e in scienze politiche all’Istituto di Studi Politici di Parigi, con un master in teologia conseguito prima dei quarant’anni all’Università Cattolica di Lione, sposata e madre di quattro figli adulti, Anne Soupa non è nuova alle prese di posizione forti e visibili.
Dopo aver lavorato in una banca, è entrata nel gruppo editoriale Bayard, e successivamente nelle Éditions du Cerf, in cui ha diretto la rivista Biblia. Da più di trentacinque anni è – così si definisce – una militante cattolica sul campo. Per otto anni è stata presidente della Conférence des baptisé- e-s francophones, volta a promuovere i laici nella chiesa.

Nel 2008 André Vingt-Trois, cardinale arcivescovo di Parigi, rilasciò a una radio cattolica, parlando sui ruoli ecclesiali delle donne, una dichiarazione che definire infelice è poco: «…La cosa più difficile è avere delle donne preparate. Non è tutto avere una gonna, ma occorre qualcosa nella testa (Le tout n’est pas d’avoir une jupe, mais quelque chose dans la tête)». Anne Soupa che aveva prontamente fatto sentire la sua protesta per l’inqualificabile sessismo della dichiarazione, fondò allora insieme a Christine Pedotti le Comité de la Jupe (= il Comitato della Gonna), che ha lo scopo di lottare contro ogni forma di discriminazione delle donne nella Chiesa. Con analoghe finalità, fa anche parte del movimento Me Too.

Il suo impegno di battaglia per una chiesa migliore non si limita alla situazione delle donne, ma guarda all’intera situazione dei laici. Nel 2009 ha pubblicato Les pieds dans le bénitier (= I piedi nell’acquasantiera), un libro molto discusso che è considerato l’avvio ufficiale della questione femminile nella chiesa francese. Nel 2012, in una intervista rilasciata a Témoignage chrétien, lancia l’idea di un Sinodo delle donne: «Si può immaginare un sinodo delle donne, l’idea che propongo alla fine del mio libro. In tale circostanza potrebbero emergere delle mozioni specificatamente femminili e, perché no, dei voti che uniscono uomini e donne».

Nel 2013, dopo la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI e prima dell’elezione del successore, ha promosso a Parigi il primo ‘conclave’ femminile della storia: vi sono state invitate 72 donne (teologhe, ma non solo), per discutere le principali richieste da avanzare al nuovo papa. Si è discusso allora sulla spiritualità del futuro, sui modi di ridonare fiducia alla base cattolica, del messaggio da indirizzare alle giovani generazioni: al futuro papa ancora non identificato si chiedeva plus de miséricorde e maggiore relativizzazione della legge. Ha valutato in seguito l’arrivo di papa Francesco come una sorpresa di Dio (François, la divine surprise: ce pape va-t-il convertir l’Eglise? Éd. Médiaspaul, 2014).

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Nuovi culti e pratiche spirituali

Alessandro Olivieri Pennesi

La domanda di spiritualità si ripropone oggi, anche tra le nuove generazioni, sotto forma di ricerca di saggezza e di senso. Si tratta di un fenomeno sociale recente ma che va ridisegnando un nuovo paesaggio “religioso” che permarrà a lungo.

Sono crollati i grandi sistemi ideologici; le risposte fornite del materialismo consumistico risultano inadeguate ed ecco che i nuovi “nomadi spirituali” per spegnere la loro sete vanno ad attingere a tutte le fonti e a tutte le tradizioni oggi rese accessibili attraverso la rete ; spesso rifiutano le grandi religioni e i loro dogmi.

Oltre la religione

L’espressione “religione” è divenuta per molti troppo stretta per qualificare la ricerca di senso, la sete di mistica e la ricerca di esperienza spirituale che anima molte persone oggi anche nel nostro Paese.

Tale ricerca si alimenta con letture di racconti, testimonianze, incontri e viaggi esotici. Viene data importanza all’avventura spirituale, ma staccata dall’insegnamento dottrinale delle grandi tradizioni religiose.

Per comprendere questa “corrente culturale”, nella prospettiva di stabilire un dialogo autentico con quanti ne sono influenzati, ma anche per evidenziare i punti sui quali queste spiritualità contrastano con la fede cristiana, vanno senz’altro incoraggiate in ambito ecclesiale le iniziative di associazioni che offrono un indispensabile supporto informativo e di documentazione del fenomeno che è comunque in crescita e che sta subendo rapide trasformazioni dovute a questa sorta di nomadismo spirituale.

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Documento vaticano. Più fragili ma più solidali per rinascere dopo il Covid

LUCIANO MOIA

La chiamata a sforzi globali, il significato morale della solidarietà, la lezione della fragilità, la sfida dell’interdipendenza, l’obiettivo di attuare un progetto di coesistenza umana che consenta un futuro migliore per tutti.

Sono i punti più significativi della nota messa a punto dalla Pontificia Accademia della vita con l’obiettivo di indicare tutti gli elementi capaci di aprire la strada a una conversione globale al tempo del Covid. E cioè incidere sulle strutture socio-politiche ma, soprattutto, scendere nei cuori delle persone.

L’Humana communitas nell’era della pandemia. Riflessioni inattuali sulla rinascita della vita è il secondo studio preparato dall’istituto presieduto dall’arcivescovo Vincenzo Paglia sull’emergenza Covid, a quattro mesi dal primo, Pandemia e fraternità universale, in cui si cercava di mettere a fuoco il rapporto tra conoscenze scientifiche, globalizzazione e giustizia.

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Religione. La liturgia della Parola di Dio

CORRADO MAGGIONI

La liturgia della Parola non è semplicemente una parte introduttiva, quasi una sorta di premessa al dopo, ma è parte essenziale della celebrazione eucaristica: «Le due parti che costituiscono in certo modo la Messa, cioè la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte così strettamente tra di loro da formare un solo atto di culto», ricorda Sacrosanctum concilium 56. E l’Introduzione al Lezionario spiega che: «Nella Parola di Dio si annunzia la divina alleanza, mentre nell’Eucaristia si ripropone l’alleanza stessa, nuova ed eterna. Lì la storia della salvezza viene rievocata nel suono delle parole, qui, la stessa storia viene ripresentata nei segni sacramentali della liturgia» (n. 10).

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La conquista della basilica di Santa Sofia

Asli Erdogan

Io sono della città che originariamente fu fondata come Costantinopoli e ora, più di mille anni dopo, è chiamata Istanbul. E fra questi due nomi ne ha avuti altri, più di due dozzine. Questa è la città che ha fronteggiato due dozzine di assedi, due epidemie di peste, una decina di terremoti devastanti, che è sopravvissuta a innumerevoli guerre, lotte, intrighi, battaglie, che ha visto centinaia di re venire, governare e andarsene, e ha accolto tante lingue, religioni, monumenti. E per me, nativa della polis, come la chiamavano i greci, c’è un unico, incontestabile simbolo dell’unicità e della saggezza della città, Santa Sofia. Un monumento imponente e unico, almeno per me, quanto le piramidi egiziane. Mi sono chiesta spesso quanto sia stata trattata equamente Bisanzio nella ricerca delle radici storiche dell’Europa. Costantinopoli era romana, greca, cristiana e altro ancora. È dove il Mediterraneo incontra il Mar Nero, dove le culture dell’Asia Minore, vecchie di dodicimila anni, incontrano la Tracia e la Penisola Ellenica, dove la Persia e l’Oriente incontrano l’Occidente. Ma una camminata di due giorni intorno all’Istanbul odierna rivela che il trattamento di Bisanzio da parte degli ottomani, da cui impararono e assimilarono moltissimo, fu tutt’altro che equo. Palazzi in rovina, chiese convertite in moschee, mille anni di Bisanzio a cui fu proibito, quasi interamente, di gettare ombra sulla gloria successiva dell’era ottomana.

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