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Poveri. L’opzione non negoziabile per dare certezza al futuro

Agostino Giovagnoli

Come scrive Charles Maier, la globalizzazione spinge verso una separazione sempre più netta tra spazio geografico e spazio dell’identità. Anche l’istituzione ecclesiastica ha cominciato progressivamente a «deterritorializzarsi». Negli ultimi decenni del Novecento, in particolare, la Chiesa latino-americana ha cominciato a riflettere e a operare in questo senso […]. Nella Chiesa latino-americana sono infatti cresciute la consapevolezza che tanti uomini e donne non si ritrovano nello «spazio parrocchiale» e l’urgenza di raggiungerli là dove vivono veramente. Il problema è avvertito con particolare intensità nelle megalopoli del XXI secolo, realtà cruciale in America Latina sebbene presente anche altrove, specialmente in Asia.

Ad Aparecida, la V conferenza del Celam ha tirato le fila di una «teologia della città» lungamente elaborata nei decenni precedenti e messo a fuoco la sua realizzazione nelle metropoli moderne plasmate dalla globalizzazione. Benjamin Bravo spiega che, nelle megalopoli sudamericane, i luoghi dove veramente si svolge la vita di tanti – o dove almeno si collocano i momenti più importanti di molte esistenze individuali – sono spesso «luoghi della cultura», nel senso di spazi o reti sociali dove specifiche culture o subculture svolgono una funzione aggregante: la cultura dei giovani, quella tecnicoscientifica, quella della religiosità popolare ecc. Ed è decisivo che la Chiesa entri all’interno di tali «luoghi culturali» per raggiungere gli uomini e le donne che li popolano.

Proprio in una di queste megalopoli, Jorge Bergoglio ha maturato un’importante esperienza pastorale. A Buenos Aires ha vissuto direttamente la realtà di una grande città globale e qui ha iniziato quel dialogo ecumenico e quegli incontri interreligiosi poi continuati durante il suo pontificato. Sempre qui ha maturato la consapevolezza della varietà culturale che caratterizza i tessuti urbani contemporanei e l’esigenza del dialogo interculturale che ne scaturisce. Sono entrambi presupposti della «cultura dell’incontro» su cui Francesco ha più volte insistito. A Buenos Aires, in particolare, ha conosciuto intensamente la realtà di una grande periferia urbana: quando era arcivescovo della capitale argentina ha frequentato assiduamente le villa miseria e i loro abitanti, celebrando in mezzo a loro l’eucaristia in posti di grande povertà. Periferie, poveri, popoli: questi temi sono stati al centro della sua riflessione prima di diventare papa e hanno poi assunto un rilievo cruciale nel suo pontificato […].

Il tema dei poveri è stato sviluppato da Francesco nell’Evangelii gaudium in due prospettive complementari: da una parte, con un approccio economico e sociale che denuncia le cause strutturali della povertà; dall’altra, con un approccio culturale e storico che guarda ai poveri come gli scartati e gli esclusi e li considera dal punto di vista teologico. Ispirandosi alla visione biblica del povero, nell’esortazione programmatica di questo pontificato viene sviluppata una riflessione teologica e pastorale sul rapporto con i poveri, non come un problema che riguarda l’etica ma come una questione che interessa la dottrina: «Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica» […].

Sottolineandone l’appartenenza alla «dottrina», questo papa ha fatto dell’opzione per i poveri un elemento cruciale del suo pontificato. Ha respinto, in questo modo, la tendenza a ideologizzare l’opzione per i poveri, come è avvenuto non solo in alcune correnti della teologia della liberazione o del cattolicesimo «progressista» ma anche – in modo specularmente contrario – negli ambienti che insistono sulla conservazione dei valori tradizionali (per Francesco, si potrebbe dire, sono i poveri il «valore non negoziabile»). Le conseguenze di questa scelta investono tutta la vita della Chiesa e la sua stessa architettura: i poveri devono passare dai margini al centro, poiché le periferie sono il futuro della Chiesa. Si tratta di un elemento cruciale per sostituire l’istituzione post-tridentina, per uscire dalla Chiesa-palazzo stabilmente collocata al centro della città in età moderna ed edificare una Chiesa-tenda che si muova nelle periferie delle grandi megalopoli contemporanee […].

Questo papa è convinto che sarà la sensibilità verso i poveri a determinare il futuro dell’umanità, come emerge ad esempio dalla Laudato si’. Nella sua visione, le periferie devono diventare una priorità non solo per la Chiesa ma per tutti: abbandonare una visione dei problemi a partire dal centro è una necessità anche per la politica, l’economia, la cultura. Affermando l’importanza delle periferie, Francesco ha proposto una interpretazione pastorale, evangelica, cristiana di un vasto processo storico in atto nel mondo contemporaneo. Quello del XXI secolo è un mondo di periferie e i suoi abitanti, in qualche modo, anticipano un futuro che è sempre più diffuso.

in “Avvenire” del 22 febbraio 2018

“Il cristianesimo al tempo di papa Francesco” curato da Andrea Riccardi per Laterza (pagine 376, euro 22,00) è un libro in cui lo storico, oltre a un proprio saggio, propone una serie di interventi (qui sopra proponiamo stralci della postfazione dello storico Agostino Giovagnoli) di studiosi e osservatori della contemporaneità su come il pontificato di questo Papa stia cambiando il modo di dirsi e di essere cristiani oltre che portare una nuova visione del mondo. Contributi anche di Elisa Giunipero, Massimo Franco, Gianni La Bella, Walter Kasper, Marco Impagliazzo, Roberto Morozzo della Rocca, Dario Edoardo Viganò, Massimo Faggioli, Pierangelo Sequeri, Francesco Bonini, Armand Puig i Tàrrech, Marinella Perroni, Stefano Picciaredda, Paolo Gherri, Jean-Pierre Bastian, Benjamin Bravo e Marta Margotti

La confessione di papa Francesco: ” Ho vissuto anni oscuri”

Paolo Rodari

Dice di aver vissuto «il tempo di una grande desolazione, un tempo oscuro». «Credevo — continua — che fosse già la fine della mia vita» perché «sì, facevo il confessore ma con uno spirito di sconfitta». E ancora: «Ho pregato tanto, in questo tempo, ma ero secco come un legno» perché «credevo che la pienezza della mia vocazione fosse nel fare le cose». Tuttavia, «non ho lasciato la preghiera e questo mi ha aiutato». Non ha paura di parlare di sé, Papa Francesco, entrando anche nei momenti più riservati e insieme bui della sua vita. Le parole che lui stesso dice a braccio incontrando la settimana scorsa i parroci di Roma nella basilica di San Giovanni in Laterano, infatti, sono la parte più intima della sua vita e vanno a svelare, con semplicità, il tempo di una sorta di notte oscura vissuta dal futuro Papa in Argentina fra l’inizio degli anni ’80 e il 1992, l’anno in cui Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Buenos Aires. Dopo una telefonata del nunzio vaticano in Argentina, Ubaldo Calabresi, «ho poi aperto un’altra porta», racconta.

Bergoglio, che nel 1981 compie 45 anni, vive un momento di difficile passaggio della sua esistenza. Dopo essere diventato a soli 37 anni superiore della provincia argentina della Compagnia di Gesù, e poi rettore del Colegio Máximo di San Miguel, diventa confessore, incarico nel quale non si ritrova del tutto. Trascorre un periodo in Germania dedicato a terminare una tesi dottorale su Romano Guardini che tuttavia non arriverà mai a discutere, e poi parte per Córdoba dove «come lavoro» fa il direttore spirituale e il confessore della chiesa della Compagnia di Gesù. Sono anni duri per lui, di buio, anche di incomprensioni all’interno della Compagnia, un periodo che i biografi definiscono di «esilio». E nei quali Bergoglio deve ripetersi spesso: «Adesso non so cosa fare». Mai avrebbe immaginato cosa sarebbe accaduto dopo; la nomina a vescovo ausiliare, la guida dell’intera diocesi di Buenos Aires, l’elezione al soglio di Pietro il 13 marzo del 2013, giusto cinque anni fa.

È vero, come rivela lui stesso in un libro-intervista scritto col sociologo francese Dominique Wolton, già nel 1978 vive un periodo d’inquietudine — «il demone di mezzogiorno», come chiamano in Argentina la crisi di mezza età — affrontato «per sei mesi una volta alla settimana» con una psicoanalista ebrea che lo aiuta molto. Ma qui sembra che egli debba fronteggiare qualcosa di più profondo, una crisi nella vocazione risolta soltanto grazie alla preghiera, e in particolare a un rapporto «faccia a faccia col Signore, parlando, conversando, dialogando con Lui». La notte oscura è di tante donne e uomini di fede, «una spina nella carne», dice san Paolo. Ne scrive Giovanni della Croce che parla di notte dei sensi e dello spirito, momento di travaglio, sofferenza, dubbio, senso di solitudine e d’abbandono da parte di Dio. Un’oscurità, spiega il carmelitano spagnolo, voluta da Dio per purificare l’anima dall’ignoranza e liberarla dagli attaccamenti ad affetti, persone e cose, che le impediscono lo slancio verso l’alto e l’unione amorosa con Lui. La vive, fra i tanti, anche Teresa di Calcutta, che si sente per un lungo periodo «abbandonata da Dio». Sorride a tutti, ma dentro di sé non ha che buio. Bergoglio non arriva a dire di essersi sentito abbandonato da Dio. Tuttavia, il suo smarrimento è reale.

Ma, confida ancora ai preti romani, per molti sacerdoti può essere così: «È un momento aspro ma liberatorio. Quello che è passato, è passato». Dopo «c’è un’altra età, un altro andare avanti». E, in effetti, tutto cambia successivamente. Il gesuita che nel ’78 sente, mentre si trova in macchina, che hanno eletto Karol Wojtyla al soglio di Pietro, un uomo del quale fatica a ripetere il nome, parte per Roma nel 2013 convinto di tornare a casa presto. Le cose vanno diversamente. Bergoglio diviene Francesco e dalla sua Argentina rimane lontano. Ma la crisi degli anni di Córdoba è oggi passata. Ai suoi collaboratori ripete di non sentire alcuna nostalgia del suo Paese. Ha scelto di vivere a Santa Marta non per rifiuto del lusso dell’appartamento apostolico, ma perché quelle stanze gli sembrano un imbuto all’incontrario, una porta piccola all’imboccatura di spazi troppo grandi. A Santa Marta vede gente, prega, lavora, non si sente solo. La strada è spianata. La notte oscura sembra ormai svanita.

in “la Repubblica” del 22 febbraio 2018

Romano Guardini. Nel cinquantesimo della sua morte

Marco Roncalli

L’1 ottobre 1968 mancava a Monaco di Baviera Romano Guardini, il filosofo e teologo italiano per nascita, tedesco per formazione, europeo per vocazione, definito dalla sua biografa Hanna-Barbara Gerl «un Padre della Chiesa del XX secolo». Nel cinquantenario della sua scomparsa, in Italia, in Germania, e in altri Paesi, soprattutto europei, sono già iniziati diversi convegni dedicati all’approfondimento dell’eredità del suo pensiero che ha influito su generazioni di cattolici.

Ora a celebrarlo è Verona, la città dove Guardini nacque il 17 febbraio 1885 («Nelle vicinanze dell’Arena, il cui possente ovale ci ricorda la nostra continuità con l’antichità classica», com’era solito ripetere) e dove fu battezzato il 3 maggio successivo. Due gli appuntamenti in programma oggi, martedì 20 febbraio. Alle 17 presso la Chiesa di San Nicolò all’Arena una funzione religiosa farà memoria del suo battesimo; mentre alle 18.30 presso il Teatro Stimate interverranno due profondi conoscitori del pensiero di Guardini (nonché curatori e traduttori di alcuni suoi volumi): Silvano Zucal, professore di filosofia all’Università di Trento, che presenterà una lectio dal titolo “Romano Guardini: un ethos per l’Europa”, e Ilario Bertoletti, docente all’Università Cattolica di Brescia e direttore editoriale della Morcelliana che spiegherà il legame tra Guardini e l’editrice che l’ha fatto conoscere in Italia e ne prosegue l’edizione critica dell’Opera omnia. Un’edizione che, pur dividendone la produzione in scritti filosofici, teologici, spirituali, liturgici, di interpretazione biblica, o in saggi dedicati a figure (come l’ultimo volume sugli scritti guardiniani su Friedrich Hölderlin), oppure in scritti autobiografici ed epistolari, finisce per dar risalto alla coerenza dell’originalità del suo discorso sull’uomo e su Dio ma anche alla fedeltà di una testimonianza brillata nel secolo breve.

L’appuntamento promosso dallo Studio Teologico San Zeno in collaborazione il Vicariato per la Cultura, Vicariato Verona Centro e la Fondazione Giorgio Zanotto, consentirà di riaccendere il riflettore su un uomo che nei suoi scritti cercò la Verità nella storia, nella politica, nell’arte, nella letteratura, nella filosofia, nella teologia, nella liturgia, nella poesia, nella musica. Un uomo dove è difficile scindere fra la dimensione «pubblica», quella delle lezioni, dei saggi, delle conferenze, e «privata», quella degli appunti autobiografici, del diario, delle lettere. E dove non si percepisce una distanza fra la sua parabola umana e spirituale e la sua visione generale sull’essere vivente in relazione con l’Assoluto. Un pensatore per il quale vale certamente la tesi cara a Teilhard de Chardin: la verità dell’Uomo è la verità dell’ Universo per l’Uomo, creato e redento dal Logos, cioè semplicemente, la Verità.

«Qui a Verona, nella sua città di origine, faremo memoria di uno dei più grandi pensatori del Novecento attraverso i massimi studiosi del suo pensiero», spiega don Gianattilio Bonifacio, direttore dello Studio Teologico. E aggiunge: «Offriremo alla città l’occasione per riflettere sull’attualità del suo pensiero e della sua opera». Trasferitosi ad un anno con la famiglia a Magonza (dove il padre era stato inviato come Console d’Italia), frequentò lì le scuole elementari e le secondarie, raggiungendo la maturità classica nel 1903 e – anche se in casa parlava italiano – ebbe una buona formazione «tedesca» senza una particolare impronta «religiosa». Incerto su quali studi continuare, dopo aver provato con chimica a Tubinga e Scienze politiche dapprima a Monaco e poi a Berlino, nel 1906 avvertì il bisogno di dare maggior consistenza alla sua adesione alla fede dentro una Chiesa ai suoi occhi non solo istituzione, ma luogo concreto dove vivere in pienezza la liturgia, i sacramenti, la preghiera, le relazioni con i fratelli.

Di lì a poco la scelta del sacerdozio. Superate alcune difficoltà (specie per l’opposizione dei genitori), si iscrisse alla Facoltà teologica di Friburgo e poi di Tubinga. Entrato nel Seminario Teologico della diocesi di Magonza nel 1908, dopo due anni ricevette l’ordinazione. Cappellano in varie parrocchie tra il 1910 e il 1912, eccolo via via dar corpo alla sua seconda vocazione: l’insegnamento e gli studi. Si laurea dunque in teologia a Friburgo, consegue il dottorato, e decide di restare in Germania quando i suoi rientrano in Italia al crepitare della prima guerra mondiale. Siamo nel 1915 e nello stesso anno Guardini affida l’associazione degli studenti medi cattolici di Magonza che seguirà sino al 1920, anno in cui passa a Bonn per prepararsi alla docenza presso quella Università.

Ottenuta l’abilitazione in teologia dogmatica nel 1922, l’anno successivo gli viene offerta all’Università di Berlino – ambiente protestante – una cattedra di «filosofia religiosa e di Weltanschauung cattolica». Inizia per lui quel lungo periodo di insegnamento accademico durato sino al 1939 e interrotto dalle autorità naziste con la soppressione della sua cattedra. Di fatto le sue lezioni continuavano nelle omelie dal pulpito «come una cosa sola», spiegando la visione del mondo in prospettiva cristiana: ai suoi occhi la più abilitante per guardare la realtà e in grado di assumere lo sguardo di Cristo. «Lo sguardo della Weltanschauung è lo sguardo di Cristo… Lo sguardo sul mondo è una prerogativa di colui che davvero crede in forza della sua fede, anche se il suo livello spirituale, quanto al resto, possa essere modesto. Nel credente si ripete, per quanto in misura minima, l’atteggiamento del Cristo. Ogni vero e reale credente è un vivo giudizio sul mondo», così Guardini già in un suo scritto del ‘23, nella certezza di u na Chiesa cattolica «portatrice dello sguardo di Cristo sul mondo». «Lei dovrebbe fare ciò che dice il termine Weltanschauung, ossia considerare il mondo, le cose, l’uomo, le opere, ma fare tutto ciò come un cristiano cosciente delle sue responsabilità, dicendo ciò che vede in termini scientifici», gli aveva consigliato Max Scheler. Cosa che Guardini provò a fare, talvolta anche con conferenze (si pensi a quelle del ciclo “Le cose ultime”, nel 1940) segnate da una scrittura «in codice» o «reticente», veicolanti in un linguaggio apparentemente estraneo a quanto andava accadendo, un potenziale critico ben comprensibile.

«Davanti a una visione del mondo che presume di abbracciare l’intero orizzonte della realtà, il messaggio della fede circa le cose ultime si offre come irriducibile ad una spiegazione soltanto intramondana, come quella “riserva escatologica” che funge da campanello di allarme nei confronti di ogni pretesa esclusiva dell’ideologia. Il primato riconosciuto al Dio personale e trascendente, è confutazione dell’obbedienza assoluta predicata al Führer. È a Dio solo, giudice dell’uomo e della storia, che va data fiducia ed obbedienza, in vita come in morte. Lungi dal declinare parallelamente al tramonto dell’Occidente, il cristianesimo potrà rigenerarsi nella sua natura evangelica, centrata sulla buona novella del Dio crocifisso e risorto per noi» spiegava, richiamando la figura di Guardini, il vescovo teologo Bruno Forte in un intervento dal titolo “Quale avvenire per il Cristianesimo?”, tenuto al Centre Culturel Saint Louis de France, a Roma, il 24 Gennaio 2008.

E Guardini mantenne la stessa posizione quando, dopo la cacciata dall’Università, si decise ad abbandonare Berlino per una stanza nella canonica dell’amico Josef Weiger a Mooshausen, dove rimase dall’estate del ’43 al ’45, lì cominciando a scrivere le sue pagine autobiografiche per riprendere il suo insegnamento dopo la guerra dal ’45 al ‘48 a Tubinga e dal ’48 al ’62 alla LudwigMaximilians-Universität di Monaco, la città elettiva dei suoi ultimi vent’anni dove si spense il 1° ottobre del 1968. Come ha sintetizzato Rosino Gibellini: «Guardini non è un teologo accademico nel senso classico del termine, anche se ha insegnato per ben trentaquattro anni all’Università: quando iniziava a trentotto anni la sua docenza a Berlino, egli godeva già di notorietà, come esponente del movimento liturgico, come educatore della gioventù, come oratore e scrittore». E basta qui ricordare tra le opere che l’avevano fatto conoscere, solo per fare qualche esempio, “Lo spirito della liturgia” (1918), “Il senso della Chiesa” (1922), “L’opposizione polare” (1925), Il Signore (1937), “L’essenza del cristianesimo” (1938), “Mondo e persona” (1939): volumi nei quali Guardini appare come uno dei maggiori interpreti della scelta esistenziale di vita cristiana, anticipatore di tanti dibattiti sulla postmodernità nel suo pensare il Cristo e le sfide della modernità, nel suo immaginare il futuro della fede senza orpelli. «Ma il contributo teologico più caratteristico che lo scrittore di successo e il solitario teologo abbia dato alla teologia del XX secolo rimane la sua frequentazione della biblioteca dell’umanità e le sue interpretazioni in chiave teologica di testi e figure della letteratura mondiale, che hanno introdotto in teologia una sensibilità per il concreto e il vissuto, e hanno aperto nuove piste alla riflessione teologica al di fuori di un ben circoscritto spazio ecclesiale», così ancora Gibellini nella sua “Breve storia della teologia del XX secolo” edita dalla Morcelliana dieci anni fa.

Si è già detto che moltissime pagine guardiniane hanno alimentato il dibattito del pensiero cattolico dell’ultimo secolo. Qui basterà ricordare che nel singolare destino di Guardini c’è anche il fatto di essere stato in qualche modo «maestro» di più di un Pontefice che a lui ha guardato come un punto di riferimento. Se è stato Papa Montini ad averlo letto assiduamente (la sua biblioteca personale custodita all’Istituto Paolo VI di Concesio, alle porte di Brescia, ne conserva una ventina di opere) e ad averne promosso personalmente le prime traduzioni presso la Morcelliana allora diretta da Fausto Minelli (accollandosene l’onore e l’onere, a partire dal piccolo libro indirizzato ai suoi allievi fucini dal titolo La coscienza, tradotto dal sacerdote trentino don Giulio Delugan), se è stato Giovanni Paolo II, in Germania nel 1980, ad annoverarlo, insieme ad Alberto Magno, Nicolò Cusano, Mòhler, Scheeben e Przywara, tra quanti «hanno arricchito e ancora incessantemente arricchiscono non solo la Chiesa di lingua tedesca, ma anche la vita e la teologia di tutta la Chiesa», è certamente Joseph Ratzinger (che da giovane studente ebbe modo di studiarlo e perfino talvolta ascoltarlo dal vivo) ad averlo più volte indicato come un suo grande «maestro», confidando di calcarne le orme e di ispirarsi a lui. Un rapporto intellettuale quello stabilitosi fra i due: cementato dalla comune preoccupazione di ritrovare l’essenziale del cristianesimo ed entrare nelle dimensioni ontologiche della liturgia. E forse non a caso è durante il pontificato di Benedetto XVI che si assiste, per certi versi, ad una riscoperta di Romano Guardini. Che tuttavia ha segnato anche la formazione intellettuale e spirituale di Papa Francesco.

È noto che Jorge Bergoglio nel 1986 trascorse alcuni mesi presso la facoltà filosoficoteologica Sankt Georgen di Francoforte. L’intento era di preparare una tesi di dottorato dedicata proprio a Guardini. Se il progetto venne poi accantonato, non venne però dimenticato. Ed è soprattutto l’idea guardiniana della vita come opposizione polare che torna al centro di rilevanti passaggi ad esempio della sua prima esortazione apostolica Evangelii gaudium, mentre l’analisi guardiniana del rapporto fra morale e politica è ben valorizzata nell’enciclica più famosa di Papa Francesco, la Laudato si’, con diverse citazioni. Non è un caso poi se nel libro-intervista con Dominique Wolton “Politique et société” (pubblicato dalle Éditions de l’Observatoire) Papa Francesco raccomanda le letture di Guardini definendolo «l’uomo che ha capito tutto». Inoltre non è casuale forse se, proprio durante questo pontificato, il 16 dicembre scorso, nel Duomo di Nostra Signora di Monaco di Baviera, si è aperto il processo di beatificazione di Guardini. Alla messa pontificale presieduta dal cardinale Reinhard Marx è seguita, il giorno seguente, una celebrazione presso la tomba del grande sacerdote italo-tedesco nella chiesa di Saint Ludwig: la stessa in cui celebrò a lungo per gli studenti universitari e che sorge nella piazza dedicata ai fratelli Scholl, protagonisti della Rosa Bianca, ai quali Guardini, maestro di libertà, non era per niente sconosciuto.

Di Guardini il cardinale Marx ha parlato come di un «ispiratore di verità e testimone del Vangelo», di una «persona che ebbe la chiara visione di ciò che le ideologie del XX secolo hanno fatto alla gente». Anche per questo il lucido pensiero di questo filosofo e teologo – dove la razionalità si oppone ad ogni totalitarismo e integralismo, e persino la cristologia si fa critica all’ideologia, oltre che riflessione su Gesù, Dio, la Chiesa come punto d’incontro tra il mondo e la Luce – mantiene, a tanti anni di distanza, un un suo avvolgente fascino.

in “La Stampa Vatican Insider” del 20 febbraio 2018

La letteratura che parla di Dio

Roberto Righetto

«Bisogna leggere la letteratura, mettersi in sintonia, cambiare registro. Bisogna arrivare a chiedersi quale è il contributo che unicamente la letteratura può esprimere, cercare ciò che nessuna teologia concettuale saprebbe formulare e che invece la letteratura esprime, a modo suo, con potenza»: così si poteva leggere in un editoriale di Concilium nel lontano 1976, in un numero completamente dedicato al confronto fra teologia e letteratura. Autori ne erano il teologo cattolico, nonché critico letterario, francese Jean-Pierre Jossua e il teologo protestante tedesco Johann Baptist Metz. Ora la rivista edita da Queriniana torna ad affrontare la questione spaziando su tutti i mondi letterari, dall’America del Nord a quella del Sud, dall’Africa all’Asia.

Come giustamente rilevava Milan Kundera nell’Arte del romanzo, questa forma particolare di espressione sorta in Europa con la modernità ha saputo interpretare e scandagliare probabilmente meglio della filosofia il mistero dell’uomo. Mistero che resta affascinante anche se spesso insondabile, e che viene continuamente indagato anche dopo il verdetto del filosofo Adorno secondo il quale era impossibile fare poesia dopo Auschwitz. Come hanno scritto due acuti indagatori del rapporto fra sacro e letteratura quali Ferdinando Castelli e Luigi Pozzoli, poeti e scrittori del Novecento hanno il merito di aver liberato Cristo dal museo dei grandi personaggi del passato, anche quando hanno assunto nei suoi confronti un atteggiamento di opposizione. «Al posto di quel Dio impassibile e un po’ sordo, inesorabilmente perduto con l’avanzare impetuoso del mondo moderno, ha iniziato a far capolino nella letteratura novecentesca in modo sempre più tangibile un Dio disceso sulla terra, umiliato accanto agli umiliati, capace di rispondere al grido di dolore che si alza da un’umanità sempre più sfigurata e abbandonata»: così ha commentato Enzo Bianchi la parabola degli autori del secolo scorso, rilevando come «dai romanzi di Bernanos alle poesie di Ungaretti, è l’immagine di un Dio che si dà pena per l’uomo, che soffre, lotta, geme accanto alle lacerazioni di ogni vivente, a emergere progressivamente come immagine autentica (e profondamente evangelica) del divino a cui l’angosciata disperazione dell’umanità si rivolge».

Lo sottolinea anche Jean-Baptiste Sèbe nel suo saggio su Concilium, incentrato sul rapporto fra Cristo e gli scrittori moderni e contemporanei. Sèbe cita Saramago e Bobin per ricordare che, al di là delle molteplici e contraddittorie rappresentazioni, Gesù Cristo resta una pietra d’inciampo per lo scrittore: «Colui che non ha mai scritto nulla – a parte qualche segno tracciato sulla sabbia – continua a essere un oggetto di ispirazione inesauribile». Da parte sua la studiosa argentina Cecilia Avenatti de Palumbi rimarca come la teologia postconciliare ha potuto trovare nella letteratura un linguaggio rivitalizzatore. Giustamente vengono citati i nomi di Charles Moeller e di Adolphe Gesché (ma anche von Balthasar, Guardini, De Lubac) in questo sforzo che per un certo periodo è sembrato monodirezionale: i teologi che guardavano alla letteratura e non viceversa. Spentasi la grande stagione della letteratura cattolica francese del ’900, che ha avuto i suoi massimi rappresentanti in Mauriac, Bernanos e Julien Green, una stagione quasi ineguagliabile, avvicinata nel nostro Paese da Pomilio, Santucci, Chiusano e Parazzoli, non per questo però il processo di reciproca influenza si è interrotto. E forse non è un caso che proprio Oltralpe oggi si stia verificando un risveglio in questo senso: si pensi allo scrittore Eric-Emmanuel Schmitt o a Emmanuel Carrère con Il Regno. Pensiamo perfino a un autore come Stephen King, che ha uno dei suoi punti di forza nelle manipolazioni di temi religiosi o comunque attinenti alla sfera del sacro, primo fra tutti la morte. Per non parlare di Philip Dick, che qualcuno ha definito il Kafka del XX secolo. O anche al Cormac McCarthy de La strada, un viaggio di un padre e di un figlio alla ricerca di una vita possibile sul filo della fine del mondo. Proprio a McCarthy rivolge l’attenzione ancora Sèbe: il bambino rappresenta il verbo, la parola, ciò che rende possibile l’umano in un mondo spietato. Se resta in vita il bambino, se riesce a conservare la parola, «allora vuol dire che Dio continua a parlare». Aggiunge Sèbe: «A distanza da qualsiasi confessione religiosa, The Road unisce i bagliori di una lingua salvata nella quale l’essenziale è detto e non può morire».

Ma Concilium – unica rivista teologica italiana dopo la drammatica chiusura di Communio – per la penna della studiosa scozzese Heather Walton rilancia anche l’idea della «teologia attraverso il life writing». Con la scrittura autobiografica, che comprende memorie, diari di viaggio, saggi personali e che ha il suo modello nei Vangeli (vedi ancora Carrère) e nelle Confessioni di Agostino, interi mondi si spalancano. È l’esplosione della parola che si manifesta nei mistici e nelle mistiche, come ci ha rammentato Michel de Certeau, e per avvicinarci ai nostri tempi in figure come Simone Weil e Dorothy Day. Una scrittura “selvaggia” che apre spazi infiniti e che può di nuovo rianimare il pensiero teologico del XXI secolo, dando vita a quella che Parazzoli anni fa definì «teologia narrativa». Una scrittura teologica che finisce per approdare, secondo il poeta portoghese Josè Tolentino Mendonça – che quest’anno è stato chiamato da papa Francesco a predicare gli esercizi spirituali in Vaticano – a «una lettura infinita»: la possibilità per il lettore di interpretare, arricchendoli, i testi narrativi.

in “Avvenire” del 20 febbraio 2018

La solitudine. Alla ricerca di una risposta per superarla

Bruno Forte

Ha fatto scalpore la decisione del Governo britannico di istituire un ministero per la solitudine, con lo scopo di affrontare la sfida di questa “triste realtà della vita moderna” che colpisce un altissimo numero di persone, “dagli anziani, a quelli che hanno perso persone care o che non hanno nessuno con cui parlare e con cui condividere pensieri o esperienze”. Non è difficile ritenere che questa sfida, in forme diverse, ci riguarda tutti: a uno sguardo puramente esteriore la vita di ognuno di noi appare come il viaggio più o meno breve che ciascuno compie lottando in prima persona con le tenebre che tutto sembrano avvolgere, dal prima che è dietro di noi a ciò che è dopo di noi, fino all’ultimo silenzio della morte. È la condizione espressa in maniera folgorante dalla lirica di Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”.

La solitudine è insomma esperienza originaria, propria della condizione umana: che cos’è l’esistenza se non lo star fuori (“ex-sistere”), l’uscire da un grembo avvolgente per essere gettati nella solitudine di un’avventura unica e irripetibile? E chi non è solo davanti all’imminenza della fine che tutto sovrasta? Forse, perciò, il venire alla luce o l’andare incontro al buio oltre la vita sono entrambi accompagnati dal segnale di una ferita lacerante: “On entre, on crie – Et c’est la vie ! – On baîlle, on sort – Et c’est la mort” – “Si entra, si grida: è la vita! Si ansima, si esce: ed è la morte” (Ausone de Chancel). L’intervallo tra questo duplice sospiro, quello della nascita e quello della morte, è appunto la vita, come soffio che passa. Si comprende, allora, perché vivere significhi in fondo imparare a morire e come in questa lotta contro l’ultima nemica, la morte, nessuno possa sostituirsi a un altro: si è soli.

C’è un canto dei “chassidim” – i pii Ebrei della diaspora – che esprime bene questa condizione di solitudine davanti al dolore e alla fine: “Quando il rabbino danza, tutti i chassidim danzano con lui; quando il rabbino canta, tutti i chassidim cantano con lui… Quando il rabbino piange, egli piange da solo”. L’esperienza del dolore ci mette a nudo di fronte alla verità di noi stessi: in essa si è soli nell’essenziale povertà di ciò che siamo. Marguerite Yourcenar, nei “carnets de notes” delle sue Memoires d’Adrien – straordinario romanzo della solitudine umana – scrive, quasi a evocare l’intuizione da cui furono concepite quelle pagine: “Quando gli dei ormai non ci furono più, e il Cristo ancora non c’era, l’uomo solo è stato”. Questa frase fa intuire come siano due le possibili alternative con cui affrontare la solitudine esistenziale: quella degli idoli o quella del Cristo.

La prima è la via “pagana”: popolare l’universo di idoli da noi stessi prodotti, che riempiano i vuoti delle nostre solitudini per sfuggire ad esse. In antico questi idoli erano gli dèi del paganesimo, oggi sono quelli del consumismo e dell’edonismo rampante. Ci si stordisce con i mezzi dell’avere, del potere o del piacere, illudendosi che il tarlo della solitudine davanti alla vita e alla morte sia stato sconfitto. L’esistenza si trasforma così in un ballo in maschera più o meno vistoso, dove occorre recitare ciascuno la propria parte, dando tanta importanza all’effimero da credere che esso non sia illusorio, ma duraturo e vincente. Si vive per guadagnare, dominare o godere, bruciando uno dopo l’altro gli istanti del tempo che passa, come se ognuno di essi fosse una possibile, beata eternità, da conquistare e possedere senza limiti. Le relazioni apparenti nascondono così la folla delle solitudini.

A questo modo di vivere si oppone, però, la nostra capacità di pensare e di porci domande: è nell’accettare la fatica dell’interrogazione, l’inquietudine del sospetto e la ferita del dubbio, che l’idolo si va sbriciolando. Si capisce allora che la vita non può consistere in un continuo fuggire dalla morte, che essa anzi trova la sua dignità più vera nel guardare in faccia la morte e lottare contro di essa. Il coraggio di esistere (come direbbe Paul Tillich: “the courage to be”), la volontà di dare risposta alle domande sul senso di ciò che siamo, di ciò che facciamo, sono

la sola medicina contro la vacuità dell’esistenza. È possibile, insomma, capovolgere l’evidenza: se la vita ci appare come il cammino verso l’ultimo silenzio della morte, ciò che vince quest’evidenza è l’uomo pensante, l’uomo che non rinuncia a cercare, che non si fa negligente davanti al compito di dare un senso alle sue opere e ai giorni. Quest’uomo che domanda non si arrende alla vittoria della solitudine e della morte. Sono, allora, il nostro pensare, il nostro amare, il nostro sperare nonostante tutto, a dare dignità e senso alla vita e alla morte.

È qui che si affaccia l’altra possibilità che ci è data per affrontare la radicale solitudine del nostro esistere in modo pienamente umano: se si dovesse indicare un’icona di questa via differente, nessuna sarebbe più adatta che quella del Profeta galileo nell’ora del Getsemani, il Figlio eterno venuto fra noi, solo davanti alla sua vita e alla sua morte. Egli ben conobbe la solitudine dolorosa: “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me!”. Fu però proprio in essa che, affidandosi al Padre, egli trasformò il dolore in amore, il soffrire in offerta. La sua solitudine fra gli ulivi del Getsemani si offre allora come rivelazione di una comunione più grande, quella del Dio sempre vicino e della scelta di voler esistere, morire e risorgere alla vita per tutti con Lui e in Lui.

Quest’approdo non è naufragio, né rinuncia a dare senso al vivere e al morire, ma è come la lotta di Giacobbe con l’Angelo portata al vertice supremo, è il dare valore e significato alla solitudine di tutti trasformando la fine in inizio, la sconfitta in vittoria. Un testimone di Cristo al cuore del secolo drammatico dei totalitarismi, delle guerre mondiali e degli stermini, il teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer, nell’ora ultima della sua solitudine di condannato a morte dalla barbarie nazista, confidò a un militare inglese, suo compagno di prigionia, la sua certezza profonda: “Now is the end. For me the beginning of life” – “Ora è la fine. Per me, l’inizio della vita”. Dove si ama e si offre la vita per una causa di amore più grande, lì la solitudine è vinta ed è vinta la morte. Lì l’Eterno è presente con la sua accoglienza ultima e vittoriosa, che gli occhi della fede, esperti dell’Invisibile, possono riconoscere affinché il cuore si affidi.

Il Sole 24 Ore , domenica 11 febbraio 2018

Vaticano – Cina. Vigilia di un possibile storico accordo

Francesco Sisci

Il testo che pubblichiamo in traduzione italiana è il frutto di una conferenza all’Università Link a novembre del 2017

I rapporti tra Santa Sede e Cina sono una questione estremamente delicata e anche piena di sfumature, però nonostante questi dettagli importanti e delicati, sono sostanziati da un binario di pensiero strategico sia da parte cinese sia da parte della Santa Sede. Ciò che vediamo è una maratona in cui due percorsi strategici molto diversi, due modi di pensare molto diversi stanno man mano convergendo e questa convergenza è la maggiore senz’altro dal 1949, da quando il partito comunista ha preso il potere, e i rapporti Cina – Santa Sede si sono prima scollati poi completamente staccati.

Forse oggi i punti di convergenza strategici a lungo termine sono i maggiori mai avuti nella storia tra Santa Sede e Cina, le due forse uniche istituzioni millenarie sul pianeta.

Prima di andare sui millenni partirei dalla cronaca cioè da quella che è stata l’accelerazione degli ultimi due anni. In questo periodo c’è stata un’accelerazione molto molto forte, che ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Visto che queste istituzioni pensano in termini di secoli o di decenni, naturalmente non sappiamo dove e quando si arriverà a una normalizzazione dei rapporti, potrebbe essere tra un mese, tra sei mesi, tra un anno o tra sei anni. Però c’è stata un’accelerazione.

La visita del 2015

Il primo punto di svolta di questa accelerazione credo sia avvenuta quasi casualmente durante la visita in contemporanea negli Stati Uniti a settembre del 2015 del papa e di Xi Jinping. In quell’occasione Xi Jinping si aspettava – come successo come con le visite di tutti i suoi predecessori – che l’America in qualche modo si spegnesse e si concentrasse sulla visita del presidente della Cina.

Era un periodo molto delicato di campagna elettorale molto tesa e dura, tra Hillary Clinton e Donald Trump però il passato era stato una testimonianza forte, e avevano steso i tappeti rossi, le prime pagine dei giornali americani si erano concentrate sulla visita cinese e sul futuro del rapporto fra Cina e stati Uniti.

In quel caso stranamente successe un’altra cosa poiché c’era la visita del papa. Il papa doveva andare a parlare alla sessione plenaria delle Nazioni Unite. Per circa 40, 50 giorni la visita di questo papa, oscurò da una parte il dibattito politico statunitense, cioè si parlava più del papa che di Trump e Hillary, e d’altro canto oscurò Xi Jinping.

Questo fatto fece capire in modo concreto quello che alcuni in Cina dicevano già da tempo, ma in qualche modo non era percepito dalla leadership, cioè il super potere “lieve” del papato, del Vaticano.

La Cina negli ultimi 20-25 anni ha capito che c’è una dimensione soffice nella potenza e nella proiezione internazionale di una superpotenza, quella che Joseph Nye chiama soft power e c’è questo interesse negli ultimi 20, 25 anni della Cina sulla proiezione del soft power. Lì, nella visita del papa in Usa, c’è stata un’esplosione del soft power. È stato questo che ha fatto vedere come prima di tutto la questione Cina-Vaticano non era semplicemente una questione interna, di gestire 10, 12, quattro milioni di cattolici che vivono in Cina, ma un problema molto più complesso. Era il problema di avere un rapporto con la super potenza lieve del mondo, cioè la Santa Sede.

Se la Santa Sede riusciva a imporsi e coprire il dibattito interno americano questa era la vera super potenza soffice. Naturalmente questo ha avviato un cambiamento della dinamica dei rapporti bilaterali e sul modo di pensare il dialogo tra Santa Sede e Cina, che per altro già avviato da molto tempo. Soprattutto, ha cambiato i tempi, il senso di urgenza. Se la questione Santa Sede – Cina era solo interna, la Cina la considerava sì una questione importante ma alla fine della giornata i cattolici non creano problemi sono una minima minoranza. Cioè è una questione che si può risolvere domani, dopodomani, senza nessuna urgenza. Se invece la Santa Sede è la super potenza il pensiero diventa: noi cinesi, che dobbiamo inserirci in questo mondo dove il Vaticano riesce ad essere così importante. Dobbiamo avere un senso di urgenza.

Secondo, arriva anche un calcolo di rischio. Se il Vaticano è così potente, non si tratta più solo di gestire questi pochi milioni di cattolici cinesi. Questi possono forse aiutarci ma forse anche danneggiarci nella nostra posizione nel mondo. In tal mondo la questione è stata posta in termini totalmente diversi rispetto a come era pensata la questione precedentemente.

L’intervista

Da lì è nata man mano l’ipotesi di fare un’intervista al papa che doveva essere un messaggio che i due leader si scambiavano e soprattutto doveva uscire fuori anche dai confini, dai profili ovvi della situazione.[1] Cioè il papa come si è visto, come era già chiaro, non era semplicemente interessato alla sorte dei cattolici, non parla solo dei cattolici; il papa, questo papa, è interessato alla sorte di sette miliardi di esseri umani, e ne è fortemente interessato. Lui non pensa solo al suo orticello di un miliardo di cattolici battezzati, lui pensa a tutti.

Ciò è molto importante perché lui ha parlato in quella intervista ai cinesi delle questioni che stanno a cuore ai cinesi. Ha parlato da prete, da buon prete. Ha parlato come un prete che da bambino – ricordo – quando capitava un guaio, riusciva a trovare le parole che colpiscono il cuore e ti convincono a ripensare a quello che hai fatto. Questo approccio ha convinto anche i cinesi, e credo che abbia posto la questione Cina – Vaticano su termini diversi non semplicemente su termini ideologici, non solo strategici geopolitici ma di supporto di aiuto umano. C’era quello che la Chiesa poteva fare per i singoli cinesi che hanno tantissimi problemi materiali ma hanno dei problemi di coscienza molto forti, ad esempio la questione del figlio unico.

I cinesi adorano i figli e i figli sono un problema fondamentale, la continuità con gli antenati, quasi come una religione dei figli, il fatto che i cinesi hanno deciso negli ultimi trenta anni di non avere figli, di sacrificare, di uccidere “il loro dio” in qualche modo pur di crescere, di trasformarsi, di cambiare è la testimonianza, da una parte di quanto siano determinati a cambiare di mettersi in una strada diversa.

D’altro canto la vicenda del figlio unico è evidenza di quanto essi abbiano sofferto e soffrono per questi cambiamenti e il papa lì è riuscito a trovare le parole per guardare in avanti, non per tormentarsi e continuare a tormentarsi. Quindi questa è stata una cosa molto importante, e l’intervista credo sia uscita molto bene, tanto che, poche ore dopo che l’intervista era stata rilasciata, i giornali cinesi l’hanno ripresa. Ci sono state centinaia di riprese. Non l’hanno tradotta totalmente ma ne hanno dato notizia.

Un dettaglio molto importante è che l’intervista è stata data in inglese, non in italiano, non in cinese; l’inglese è stata l’unica versione ufficiale perché serviva una lingua neutra, che capisse il papa e che capisse contemporaneamente Xi Jinping. È un aspetto cruciale per la mia modesta esperienza di cronista; le traduzioni sono sempre un trucco, sempre molto delicate specialmente tra italiano e cinese e viceversa, lingue culturalmente e strutturalmente molto diverse. Quindi ogni volta non si tratta di fare una traduzione meccanica, ma di rendere un pensiero da una parte e dall’altra. Ed in questa resa di pensiero ovviamente mille pezzi si perdono da entrambi i lati. Perciò era importante avere un mezzo neutro che avesse la stessa valenza da un lato e dall’altro, e l’inglese è una lingua che ormai sia il papa e Xi Jinping sono in grado di capire senza ulteriori mediazioni.

L’afflato sentimentale

Questo è stato il primo punto di rottura e di avvicinamento concreto, cioè l’illuminazione di settembre 2015 si è trasformata in un primo atto di convergenza importante. Un secondo atto, un “annusamento“ direi è stata una visita a marzo 2016 del vicepresidente esecutivo della scuola del partito che è venuto a Roma, ha incontrato tanta gente e ha “annusato“ la situazione ed è rimasto sbalordito dei Musei vaticani della cultura e dello spessore di questi. Un altro elemento molto importante: è rimasto incuriosito che nei Musei vaticani ci fossero anche tante sculture e opere cinesi, perché la Santa Sede considera questi tesori parte della storia della Santa Sede e dell’umanità, e della testimonianza dell’amore della Santa Sede per la Cina.

“Amore” è una parola un po’ forte che non si usa in geopolitica, eppure una parola molto importante per la Chiesa e per la Cina, un paese politicamente molto scettico ma anche molto sentimentale. Per affrontare la Cina ci vuole un afflato sentimentale e se c’è questo afflato sentimentale tante difficoltà si superano; senza di questo tante difficoltà invece sorgono e si moltiplicano; la percezione di questo sentimento verso la Cina è stato un elemento molto importante.

In quei mesi poi Gianni Valente aveva intervistato per Vatican Insider alcuni vescovi cinesi “sotterranei”. Tutti avevano espresso il loro appoggio a un accordo con Pechino. Cioè: la Chiesa cinese più fedele al papa nei decenni voleva l’accordo, non era contraria.

Tutto questo ha aperto la strada a uno snodo importante, arrivato ad agosto del 2016 quando il cardinale titolare di Hong Kong, John Tong, ha pubblicato sul settimanale diocesano un lungo saggio ecclesiologico che apriva concretamente sui termini di un accordo tra Santa Sede e Cina. L’accordo non era impossibile, ma c’era uno spazio concreto per il bene della Chiesa in Cina che non doveva essere più lasciata da sola. La questione dei vescovi poteva essere risolta.

Un intervento così dotto, umano e autorevole, significava che non c’era in realtà opposizione sostanziale a un accordo.

A fare da cassa di risonanza e creare un nuovo consenso anche in Cina sulla questione, poi ci fu il lavoro in quei mesi il Global Times, il giornale semiufficiale, nato da una costola del Quotidiano del Popolo, voce della leadership cinese. Il Global Times ha pubblicato quattro articoli[2], una enormità rispetto all’esperienza del passato.

Ad agosto poi per la prima volta nella storia dei rapporti bilaterali il presidente cinese Xi ha risposto al messaggio di un papa e ha mandato in dono una copia della Stele cristiana di Xi’an del VII secolo. Da sottolineare che già Paolo VI negli anni ’60 scrisse a Mao. Da allora in poi tutti i papi, più volte, hanno scritto ai leader cinesi, senza alcun effetto. Xi per la prima volta rispondeva con un oggetto che intendeva dire: il cristianesimo non è una religione occidentale arrivata in Cina di recente, ma è parte da secoli della tradizione cinese, come l’altra grande religione oggi dominante nel paese, il buddhismo. Questi è arrivato in Cina sempre intorno a quegli anni.

Il discorso del segretario di Stato

Un’altra data importante nel 2016 è stato il discorso del segretario di Stato Pietro Parolin per Celso Costantini. Questo è stato un discorso assolutamente fondamentale per Pechino, perché Parolin è naturalmente segretario di Stato e naturalmente un uomo che ha seguito la questione in primissima persona, la questione Cina, per circa venti anni, che ha conosciuto bene i cinesi e ne ha conquistato la fiducia operando da prete e non tanto da diplomatico. Lui si poneva non come politico, ma come prete, e questo lungi dall’allontanare gli interlocutori invece li ha avvicinati. Cioè lui aveva sottolineato un aspetto diplomatico politico che però aveva questa sostanza di essere sacerdote.

Perché Celso Costantini è importante? Per due elementi, per prima cosa lui rinunciò a essere nominato cardinale facendo nominare cardinale per la prima volta un vescovo cinese e questo dimostrava che la Chiesa non voleva imporre un controllo del clero romano sulla Chiesa cinese e anzi la Chiesa romana voleva che la Chiesa cinese fosse veramente cinese. Anzi era importante che il primo cardinale cinese non fosse lui, che era italiano trapiantato in Cina negli anni ’20, ma fosse un cinese vero. Quindi era un messaggio politico molto importante per la Cina.

Seconda cosa, estremamente importante dal punto di vista politico per la Cina, Costantini lottò per avere un riconoscimento del ruolo della Santa Sede con una prima nunziatura indipendentemente e lontano dal ruolo della Francia.

La Chiesa cattolica era sostanzialmente uscita dalla Cina dopo che era stato abolito l’ordine dei gesuiti, eravamo a metà del ‘700, e dopo esserci entrata alla fine del ‘500. Rientrò circa un secolo dopo, nel 1856 con la seconda guerra dell’oppio proprio portata dalla Francia che era allora la potenza tutelare della chiesa. In questo contesto con l’esempio di Celso Costantini Parolin volle affermare che la Santa Sede, anche se non ha uno stato come lo stato pontificio alle spalle, non vuole agire per conto di o sotto una potenza egemone. Quindi si trattava di un messaggio molto importante perché naturalmente c’è il dibattito in Cina, su: ma per chi si muove la Chiesa? si muove per le nuove potenze attuali? si muove per essere di aiuto? è su spinta degli Stati Uniti, dell’Europa, dell’Italia?

No, il messaggio di Parolin è che la Santa Sede si muove in proprio e non vuole potere, non lo ha voluto allora non lo vuole adesso. Quindi la Santa Sede parla da sola non parla attraverso lo Stato, quindi questo è stato un punto molto importante per definire aggiungere un lato politico.

La conferenza all’Università Remnin

Un’altra tappa di questa accelerazione è stata una conferenza organizzata dall’università del popolo a Pechino il 29 ottobre nella Renmin University. Essa è un’università un po’ particolare. Ci sono tre grandi università in Cina, ci sono molte grandi università, ma l’Università di Pechino è famosa per storia, letteratura, filosofia, materie umanistiche. Poi c’è la Qinghua, famosa per le materie scientifiche tra cui l’economia, e la Renmin che invece è l’università fondata da Mao Zedong, fondata dal partito, l’Università del popolo che si interessa in particolare di questioni politiche e di legge, le questioni più delicate.

Dunque che l’Università Remnin facesse una conferenza su questioni religiose era estremamente delicato ed importante. In questa conferenza i cinesi hanno espresso pubblicamente una parte assolutamente importante e fondamentale a livello storico dei rapporti secolari della Chiesa. Loro hanno detto attribuendolo a Parolin, quindi in questo senso sottolineando l’importanza che i segretari di Stato hanno nei rapporti bilaterali, che la leadership cinese avrebbe accettato il ruolo del papa nella nomina dei vescovi.

Questa cosa in Italia, in Occidente oggi sembra ovvia. In realtà sappiamo che è stata spinosissima per secoli. Anche da noi la storia dei vescovi-conti è quello che ha dato forma ai rapporti tra Sacro romano impero germanico e papato. L’imperatore tedesco che si inginocchia davanti al papa a Canossa raccontano appunto i sussidiari di storia.

In realtà questo punto fondamentale non era stato risolto dai gesuiti nemmeno quando i gesuiti con von Shall o Verbiest erano diventati parte della corte imperiale come ministri molto importanti dell’impero. Eppure nonostante il potere e l’influenza di questi gesuiti, storicamente celebrata, neppure loro erano riusciti ad ottenere dall’imperatore il privilegio per il papa nel nominare i vescovi.

Ciò perché l’imperatore allora sommava potere politico e poteri quasi religiosi. Viceversa con l’adozione del marxismo come ideologia di Stato il potere politico cinese si è distaccato dalla dimensione metafisica. Il Partito comunista cinese è materialista e non ha nessun interesse nelle questioni ultra mondane. Quindi si apriva uno spazio teorico di convergenza, molto importante perché entrambi i sistemi lavorano in termini “teologici” deduttivi: prima bisogna fissare i principi e poi dai principi trarne delle conseguenze.

C’era uno spazio per un accordo vero, profondo, il partito non si interessa di Dio, si interessa delle questioni umane. Il papa, il papato, la Chiesa si interessa di questioni di cui il partito non si interessa, di Dio. Si apre veramente una possibilità di una convergenza come non c’è mai stata tra poteri imperiali cinesi e papato e la comprensione anche della particolarità e dell’originalità della fede cattolica.

Le ragioni di un’incomprensione

C’era un problema in Cina di incomprensione profonda della particolarità della Chiesa cattolica che da un parte parla italiano, parla latino, parla inglese eccetera, cioè è radicata profondamente nelle varie realtà nazionali. Ma è anche universale e cattolica, cioè appunto comprensiva di tutto, diversamente da Chiese protestanti o ortodosse che sono molto più radicate nelle specificità locali a discapito della dimensione generale.

Questo passo avanti di comprensione in Cina, estremamente significativo, è avvenuto in uno specifico contesto. Siamo a ottobre del 2016, verso la fine della campagna elettorale americana e l’interesse cinese verso la questione della Santa Sede non è solo più interno ma in relazione a tutto il contesto internazionale. Il contesto internazionale portava a concentrarsi naturalmente sui candidati alla presidenza, Hillary Clinton o Donald Trump. Allora molti cinesi pensavano che la presidenza Trump sarebbe stata migliore per i rapporti bilaterali della presidenza di Hillary Clinton.

In realtà dopo le elezioni si è visto che non è stato così. O forse sarebbe stata la stessa cosa con la Clinton, non lo sappiamo. Ma di certo la presidenza Trump ha portato ad un avvelenamento progressivo, anche molto rapido dei rapporti bilaterali. Questo ha influenzato il rapporto con la Santa Sede perché credo che la Cina abbia capito che la Santa Sede non si faceva influenzare e non seguiva a ruota gli americani. Essa continuava a mantenere la sua rotta strategica indifferentemente da quello che potevano fare, pensare, dire gli Stati Uniti. D’altro canto, il potere e l’influenza della Chiesa continuava a crescere.

In tutti questi mesi è sembrato che il potere di influenza della Chiesa abbia preso una nuova dimensione. Essa pare vada anche a penetrare alcune lacune lasciate aperte dal potere americano che ha problemi di crisi e di riadattamento ad un nuovo mondo dopo circa 16 di disastri dalla guerra in Iraq e Afghanistan passando per le primavere arabe e la guerra in Siria. Politiche che hanno dissanguato l’economia americana e hanno approfondito il caos in Medio Oriente e Asia centrale.

L’annuncio della possibile normalizzazione

Questo ha portato ad un piccolo passo avanti, una cosa che è stata molto sofferta. L’8 marzo 2017 i cinesi hanno mandato in onda una prima trasmissione televisiva sulla rete ufficiale in cui annunciavano la possibilità di una normalizzazione delle relazioni. È stata una cosa molto problematica. Doveva essere prima in un giorno, poi in un altro, è stata rinviata. Alla fine è stata fatta, ed è stata una cosa dialettica. I cinesi dicevano: ma la Chiesa ha rovesciato e aiutato a rovesciare il regime comunista, in Polonia, è stata quella che ha distrutto l’Unione sovietica, quindi, sottintendevano, farà la stessa cosa in Cina.

Nella trasmissione, si è stato obiettato, sì da una parte è successo, ma forse anche perché in quei Paesi c’erano carenze specifiche e debolezze molto forti di quel sistema. Però contemporaneamente la Chiesa in quegli anni ha salvato Cuba, che per molti versi poteva essere molto più a rischio della Polonia o della Russia. Il regime castrista è stato salvato per un intervento molto forte fatto dalla Chiesa cattolica a favore dei Castro. Ciò dimostra che quindi la Chiesa non ha programmi ideologici non ha agende politiche. Anzi è una prova che la Chiesa guarda il mondo in termini ampi e non ha una prevenzione anti comunista di principio. Certamente è contraria all’ateismo, vuole maggiore libertà religiosa però ha salvato Cuba.

Questo dibattito in televisione anche molto animato ha messo in evidenza i dubbi e i timori che continuavano a perdurare in Cina su questo tema.

Così il 1° giugno c’è stato un altro passo significativo. Il fondo di investimenti culturale, guidato da Zhu Jiancheng, è venuto a donare un quadro al santo padre e l’idea che abbiamo visto si è sviluppata è cresciuta. Siamo nel 2017; è in programma una mostra congiunta, da una parte dei Musei vaticani a Pechino e dall’altra il Museo della città proibita a Roma presso i Musei vaticani. L’idea è stata lanciata a loro e recentemente a novembre 2017 c’è stato l’annuncio da parte della televisione cinese e dal Global Times che la diplomazia dell’arte è equivalente alla diplomazia che portò alla normalizzazione dei rapporti fra Cina e Stati Uniti negli anni ’70.

Quindi ciò ha voluto dire che a novembre 2017 abbiamo avuto la “rottura del ghiaccio“ ufficiale, cioè la dichiarazione politica da parte della Cina che c’è la volontà politica di normalizzare i rapporti, naturalmente ancora non sono normalizzati ma è stato annunciato che c’è la volontà politica di farlo – quando saranno normalizzati e se lo saranno –; ci sono questioni aperte e fatte di molti dettagli. Bisogna mettere a punto mille questioni anche di diffidenza, mille paure delle due “amministrazioni”, ci sono prudenze da entrambi i lati.

La Cina deve pensare a novanta milioni di membri del partito, alla stabilità e ai rischi che stanno aumentando sempre di più giorno dopo giorno con le tensioni attorno alla Cina stessa. D’altro canto la Chiesa deve pensare come una decisione del genere può essere digerita e vissuta dal resto della Chiesa mondiale tra cui ci sono i cattolici, ma non solo, vista l’influenza globale su sette miliardi di terrestri.

Pochi giorni dopo c’è stata la visita del papa a Myanmar, una visita molto seguita in Cina perché il papa andava quasi in Cina. Myanmar inoltre è uno dei paesi con cui la Cina ha rapporti politicamente più stretti. Il papa ha affrontato la questione dei Rohingya che occupano un’area dove i cinesi potrebbero volere creare un loro porto e un oleodotto strategico. Qui i cinesi in realtà hanno una linea molto coincidente con quella del papa e con punti di vista maggioritari nell’amministrazione in America.

I cinesi speravano che il papa desse un sostegno al leader democratico del paese Aung Saan Suu Kyi, volevano limitare il potere dei militari. I cinesi hanno sempre avuto dei rapporti molto stretti con Aung Saan Suu Kyi anzi l’hanno sostenuta e protetta in tempi molto delicati e sono favorevoli ad una transizione democratica positiva della Birmania. Non solo non vogliono i militari tiranni, ma non vogliono scontri di piazza che dilanino il Paese. Il papa è riuscito a parlare bene sia ai militari sia ad Aung Saan Suu Kyi, sia ai buddhisti. Infatti, in Myanmar c’è un fondamentalismo buddhista molto radicali e molto anti musulmani.

I cinesi sono stati molto soddisfatti da questo, tanto è vero che per la prima volta il Global Times ha dedicato un articolo a questa visita del papa, e un gruppo di sacerdoti cinesi con tanto di bandiera nazionale sono andati alla messa del papa alla cattedrale di Yangoon dicendogli: venga presto santo padre.

Naturalmente il “presto” dei tempi cinesi potrebbe essere due mesi come due anni, però ormai il punto importante, è questa accelerazione. Essa continua anche in questi giorni, nonostante, e forse proprio a dispetto del coro di critiche che si è levato da una parte della stampa internazionale contro tale eventualità.

[1] http://www.atimes.com/at-exclusive-pope-francis-urges-world-not-to-fear-chinas-rise/
[2] 2016/12/28 “Cautious optimism” over Sino-Vatican ties; 2016/10/25 Between God and Caesar; 2016/03/10 LitFest 2016; 2016/02/25 From Rome to Beijing.

SETTIMANA-NEWS 18 febbraio 2018

Tra Vaticano e Cina alla vigilia di un accordo storico

Carlo Marroni 

L’accordo è considerato ormai alle porte. Tra Santa Sede e Cina si stanno stingendo i contatti per arrivare ad una intesa sulla nomina “condivisa” dei vescovi, tema centrale che ha segnato profondamente le relazioni (non ufficiali) tra i due stati e reso difficile la vita dei 12 milioni di cattolici cinesi, una goccia nel mare cinese ma guardati con sospetto e spesso perseguitati dal regime di Pechino. Da molti anni la nomina dei vescovi era stata avocata dallo stato, attraverso l’Associazione Patriottica – sotto il controllo governativo – senza che il Vaticano potesse esprimere il proprio pare. Questo stato di relazioni aveva creato due chiese parallele: quella ufficiale sottomessa al regime e quella “sotterranea” fedele al Papa. Da qualche anno questo stato di cose è gradualmente ma sostanzialmente cambiato e le tensioni si erano allentate, senza per questo arrivare ad una effettiva normalizzazione. L’evento che aveva creato una svolta era stata la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, un documento fondamentale in cui si esprimeva un concetto nuovo: «La soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità civili».

I segnali di Pechino

Con l’elezione di Papa Francesco e il ritorno del cardinale Pietro Parolin alla guida della diplomazia pontifica, i contatti si sono riattivati con successo (l’ultimo incontro riservato delle due delegazioni è avvenuto in dicembre) e ora l’intesa di una procedura “condivisa” – anche se i dettagli ancora non sono noti – è alle porte. L’ultimo segnale importante è arrivato due settimane fa da un editoriale del Global Times, testata online cinese considerata organo semi ufficiale del Partito dove si afferma che la Cina e il Vaticano «prima o poi stabiliranno relazioni diplomatiche» e un accordo «sarebbe di estremo beneficio per i cattolici» e nel quale si dice che Papa Francesco «gode di un’immagine positiva nell’opinione pubblica cinese» e per questo può «portare avanti le relazioni tra Cina e Vaticano e risolvere i problemi correlati con saggezza». Insomma, una questione che va avanti dal 1951, anno di rottura delle relazioni diplomatiche voluta dal regime di Mao, sembra ormai alle porte. Ma non tutti sono d’accordo, nella Chiesa.

L’opposizione all’accordo e l’incidente di Zen

L’opposizione all’intesa da parte di ambienti cattolici è rappresentata dall’anziano cardinale Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong, storico avversario del regime (scese in piazza nelle proteste di tre anni fa) che da sempre è il portabandiera della linea della fermezza. Attorno a Zen – a cui Ratzinger affidò le meditazioni del venerdì santo nel 2008 – si è formato un gruppo di opposizione, più o meno silenziosa, che contrasta la linea dialogante di Francesco, che più volte in questi anni ha detto di voler arrivare ad un accordo e visitare la Cina, sulle orme gesuitiche di padre Matteo Ricci. Tuttavia tre settimane e fa si è consumata una crisi: Zen ha incontrato il Papa a Roma e poco dopo ha riferito la sostanza del colloquio, scrivendo sul suo blog che Francesco «sta svendendo la Chiesa». Una vicenda che ha dell’incredibile (questi colloqui tra Papa e cardinali sono riservati, neanche a dirlo) che ha portato il cardinale Parolin – molto conosciuto e stimato a Pechino, fu lui di fatto a scrivere la lettera ai cinesi del 2007 quando era sottosegretario ai rapporti esteri – a rilasciare una lunga intervista a La Stampa-Vatican Insider in cui ha espresso i fondamenti del dialogo in corso: «Certo – ha detto tra l’altro Parolin – sono tante le ferite oggi ancora aperte. Per curarle, occorre usare il balsamo della misericordia. E se a qualcuno viene chiesto un sacrificio, piccolo o grande, deve essere chiaro a tutti che questo non è il prezzo di uno scambio politico, ma rientra nella prospettiva evangelica di un bene maggiore, il bene della Chiesa di Cristo».

La diplomazia dell’arte con i Musei Vaticani

Ora la situazione in Cina della Chiesa cattolica vede la presenza ancora di sette vescovi “ufficiali”, quindi non nominati dal Vaticano, ma senza apparenti contrasti, e anche la posizione del vescovo ausiliare di Hong Kong, Ma Daquin, che nel 2012 fu arrestato per aver “rotto” pubblicamente con l’Associazione Patriottica e ora è in stato di libertà vigilata, potrebbe presto risolversi. Insomma, una situazione sospesa, che tuttavia vede la prospettiva di una normalizzazione graduale. Che viaggia a diversi livelli. Una fatto considerato molto importante è quella della cosiddetta “diplomazia dell’arte”. Nella prossima primavera 40 opere della collezione cinese del Museo etnologico “Anima Mundi” dei Musei Vaticani verranno esposte in Cina, prima a Pechino, nella Città proibita, successivamente in altre tre metropoli, tra cui Xian e Shanghai. Nello stesso periodo 40 opere delle collezioni statali cinesi saranno esposte in Vaticano, proprio nello spazio “Anima Mundi”.

Lo scoglio di Taiwan per le relazioni diplomatiche

Se l’accordo sulla nomina dei vescovi sarà raggiunto – la previsione è entro pochi mesi – questo aprirà la strada al riavvio delle relazioni diplomatiche ufficiali, con scambi di ambasciatori? La prospettiva in questo caso appare più remota. Lo scoglio è Taiwan: la Santa Sede è l’unico stato in Europa che ha relazioni con Taipei (gli altri 19 sono dell’Oceania, America latina e Africa) e una “rottura” per aprire a Pechino appare al momento molto remota. Diverso è un viaggio del Papa in Cina, che Francesco potrebbe compiere magari il prossimo anno, sempre che tutto proceda senza intoppi. A questa prospettiva di “appeasement” si oppongono non solo ambienti della chiesa contraria ad una intesa con chi ha oppresso i cattolici e i suoi pastori per decenni (Zen ha riparlato di Ostpolitik verso Pechino che «mostra disprezzo per la genuina fede») ma anche centrali politiche ed economiche americane, sia liberal che di destra, che guardano con forte sospetto un riallacciamento di rapporti tra la chiesa cattolica – che per molti americani deve restare una religione “occidentale” – e il potere cinese, tornato ad essere un nemico nell’era di Trump.

Il Sole 24 Ore 18 febbraio 2018

 

Il cristianesimo in cammino. Dal palazzo alla tenda

Andrea Riccardi

Forse non si sono colti del tutto i contorni della figura di papa Francesco. Non si sono colte le dinamiche del suo pontificato, anche se abbondano i testi biografici sulla sua persona e vengono pubblicati tanti suoi scritti. Chi è papa Francesco? Ancora non è facile dirlo. Com’è ovvio per un contemporaneo nel pieno della sua azione. Ma c’è un segreto in lui, pur essendo una personalità cordiale e accessibile. È il segreto di una storia tutt’altro che conclusa, ma anche di un personaggio originale dalle dimensioni complesse. La sua personalità è molto conosciuta e scandagliata, ma conserva aspetti di riservatezza. Il segreto non riguarda solo le sorprese che egli riserverà in futuro con le sue decisioni, ma anche gli approdi verso cui sta conducendo la Chiesa cattolica, quale ruolo potrà svolgere tra i cristiani e le religioni, quale opera internazionale avrà modo di condurre. (…)

Francesco non ha un modello unico di governo o di pastorale né persegue una forma perfetta di Chiesa. Più volte ha ribadito che il suo modello di figura geometrica è il poliedro e non la sfera. Questo testo sul cristianesimo al tempo di papa Bergoglio vuole essere proprio un libro «poliedrico», con approcci differenti alla realtà cristiana del secondo decennio del XXI secolo, ma anche al Papa e al suo governo. (…)

La Chiesa è realtà complessa, che viene da una grande storia, di cui essa stessa vive. Si misura e si confronta anche con religioni (d’ispirazione cristiana o non cristiana) che hanno compiuto operazioni di profonda deculturazione, riallacciandosi solo ai testi fondativi, saltando tanta storia con operazioni dai significativi successi di consenso. Queste «nuove religioni» incalzano le Chiese storiche, come il cattolicesimo, rappresentando una vera sfida nelle meccaniche di un mondo globale fatto tutto di mercato.

Francesco, alla testa di un’antichissima istituzione storico-religiosa, ha saputo dare alla sua presenza e al suo messaggio una nota di semplicità comunicativa, in un tempo in cui le «religioni dell’emozione», tutte deculturate e tanto nel mercato, sembrano avere la meglio rispetto alle Chiese storiche. Capire papa Francesco vuol dire comprendere anche come sia cambiata la dimensione religiosa dei nostri contemporanei, che abitano un mondo globale. Tuttavia la dimensione storica resta decisiva, non solo per capire il cattolicesimo, ma anche per considerare nella giusta luce le scelte di un Papa.

Jorge Bergoglio, arcivescovo argentino alle soglie della pensione e già candidato (sconfitto) al conclave del 2005 in cui fu eletto Benedetto XVI, è stato scelto non per attuare un programma dettagliato (salvo la riforma della Curia vaticana), quanto per far uscire la Chiesa dall’impasse in cui si trovava. Il Papa ha risposto a questa attesa con la sua iniziativa, risultata imprevista a vari suoi elettori o apparsa sconvolgente a una parte dei cattolici. Giustamente Agostino Giovagnoli ha così rappresentato il movimento inaugurato da Bergoglio (che non è un progetto di riforma del tipo di quello di Paolo VI): la Chiesa «è diventata sempre meno simile a uno splendido palazzo… e sempre più protesa ad assomigliare a una tenda piantata in mezzo ai popoli, che si sposta seguendone il cammino». Insomma, «dal palazzo alla tenda»: questo sembra essere l’itinerario del cattolicesimo bergogliano.

Come hanno reagito i vari segmenti della Chiesa? È una domanda la cui risposta è tanto importante quanto difficile. Quale è stato l’impatto nella vita quotidiana dei cattolici, con tutte le diverse gradazioni di rapporto con la Chiesa? E come hanno reagito le altre Chiese cristiane e i mondi religiosi? Quale l’impatto sullo scenario internazionale? Rispondere a queste domande porta a ricostruire tanti attori, soggetti e segmenti, che hanno incrociato il pontificato di Bergoglio, che vengono da lontano, ma vanno anche lontano con una loro dinamica propria. Il «poliedro» vuole suggerire anche il metodo plurale per rispondere alle tante domande aperte e ricostruire il pontificato di Francesco e il cristianesimo del suo tempo. Questo metodo plurale aiuta a conoscere di più il mondo della globalizzazione, a provare a ricostruire una storia globale, così necessaria e difficile da scrivere.

Del resto papa Francesco è ormai una figura che si è imposta nel suo tempo, anche al di fuori dei confini della Chiesa cattolica, come un leader particolare tra i leader del mondo.

Non si tratta solamente del perimetro dei grandi leader dell’Occidente o dei Paesi storici che hanno un rapporto con la Chiesa di Roma. Con le sue visite a vari Stati, «periferici» e non cattolici, Bergoglio è divenuto un interlocutore rilevante per popoli e governi fuori dal giro tradizionale del cattolicesimo. Forse si potrebbe dire che per le sue scelte, ma anche per le dinamiche della realtà contemporanea, è il primo «Papa globale». La sua è una vicenda tutt’altro che conclusa. Resta però da chiedersi se gli anni di papa Francesco non portino a una configurazione nuova dell’antica Chiesa cattolica. Anche questo fa parte del segreto di papa Bergoglio

in “Corriere della sera” del 18 febbraio 2018

La leggerezza dell’amore disinteressato

Nunzio Galantino

Sono ancora bianche e quindi tutte da scrivere tante delle pagine del libro della vita aperto davanti a noi. Davanti a singoli, Istituzioni e davanti a un Paese come il nostro, sempre alla ricerca di equilibri meno precari, di progettualità credibili e di motivazioni forti per nutrire la speranza di uomini e donne che hanno troppi motivi per cedere alla tentazione di fermarsi.

Personalmente guardo quelle pagine da scrivere con la voglia di non lasciar passare invano le opportunità che mi si aprono dinanzi. Con il desiderio di non lasciarmi fermare dalla realtà, spesso dura, ma di volerla abitare perché mi sento a pieno titolo parte di essa. E con la certezza che la strada da percorrere non è fatta solo di fango che rende faticoso l’incedere. Una strada lungo la quale è possibile scorgere semi pronti a fiorire e piante pronte a dare ristoro nei momenti di fatica. Quante iniziative attendono ancora quelle pagine bianche. Quante parole possono farle vibrare di sentimenti nobili, ma purtroppo anche di vergognose ingiurie. Quanti tentativi possono testimoniare il desiderio di non arrendersi e di volersi sottrarre alla morsa della paura sempre incombente.

Ma, le iniziative non velleitarie camminano sulle gambe di persone consapevoli, le parole sensate escono da cuori pacificati e sono espressione di volontà mai dome. Non si cambia infatti il mondo distruggendolo, ma abbracciandolo; non lo si salva solo con degli ideali e dei programmi né solo con il senso del dovere. Il mondo lo salva la passione di chi è capace di vivere profondamente la realtà senza mistificarla. La realtà nella quale si è inseriti non quella cui si aspira solo per non spendersi con dedizione. E nemmeno la realtà favolistica che affascina soltanto gli sconfitti della vita o i cacciatori di consensi a tutti i costi. Quelli che fanno fatica a star dietro al vero e al nuovo che si fa strada. Il mondo lo salva la passione di chi è capace di sentirsi parte della propria realtà, anche quella che piace meno, anche quella che consideriamo deviazione e che condanniamo senza riserve, come l’uccisione e il vilipendio del corpo di una ragazza o la voglia di farsi giustizia da sé, semmai col “nobile” intento di vendicare qualcuno. Penso ci sia bisogno di altro. C’è bisogno di assunzione di responsabilità. Non certo di parole che trasudano violenza e che tendono a giustificare il male.

Non invidio, ma nemmeno riesco ad apprezzare la sicurezza di chi, armato di schemi immodificabili ha la condanna facile e si rifiuta di capire. Peggio quando questi schemi esibiscono etichette religiose con tanto di esclusiva. Penso piuttosto che, soprattutto se cristiani, come il Signore Risorto dovremmo sentire il sussulto di chi aspira alla vita, guardare al cuore di chi cerca un porto che accolga e plachi la sua solitudine, la sua disperazione e, qualche volta, anche la sua cattiveria. Dovremmo entrare anche noi nel Cenacolo con mani e cuore aperti. Segnati da ferite, frutto soltanto di una passione e di un amore senza limiti. E, come Lui, aprirci a una vita che non conosce chiusure, né limiti né tramonti né confini. Far parlare la vita. E la vita, in un mondo appesantito da interessi e chiusure insopportabili, ci chiede di essere ragionevolmente semplici e leggeri, di vivere un amore e una passione disinteressati. Potessimo tornare semplici e concreti come tanti uomini e donne che non nascondono la fatica, neanche quella dei propri sentimenti. Quando raggiungeremo la libertà di vivere e camminare senza interessi nascosti; quando vivremo per la strada, nelle case, sotto il cielo pieni di fiducia; quando useremo parole semplici che vengono dal cuore e il cuore raggiungono, allora, solo allora, potremo sentirci leggeri. Sentiremo la leggerezza del viandante ristorato, pronto a proseguire il viaggio… con gli altri, senza sentirli come concorrenti o avversari. Maria Zambrano ci consiglia, nel nostro viaggio, lungo questa strada in salita e stretta, di «sollevare il cuore, di tenerlo in alto perché non sprofondi, perché non ci sfugga». Per tenerlo sollevato bisogna prenderlo tra le mani, il cuore, e non aver paura di guardare cosa c’è dentro e camminare ancora e ancora. Per poter, alla prossima tappa, di nuovo abbracciare ed essere abbracciati. Conosco uomini e donne che cercano, giorno per giorno, di riempire così le pagine bianche del libro della loro vita. Chissà quanto vantaggio ricaveremmo tutti se a questi uomini e a queste donne dessimo

più credito offrendo loro la possibilità di parlarci e di raccontarci la loro storia. Quella che ispira i loro giorni e i loro progetti. Dobbiamo invece registrare che, con sempre maggiore frequenza, lo spazio della comunicazione è offerto ad altri. Spesso, cattivi maestri esperti nel camuffare interessi e progetti di piccolo cabotaggio. Lo so, quando il clima si fa pesante intorno a noi, sarebbe più facile pronunziare parole violente. Troverebbero più ascolto. Ma davvero è questo che fa crescere in consapevolezza e in partecipazione un popolo?

in “Il Sole 24 Ore” del 17 febbraio 2018

Cina, il vescovo Wei Jingyi “della Chiesa clandestina”: noi seguiamo il Papa

Giuseppe Wei Jingyi, intervistato da Gianni Valente

Lui, con la sua comunità, seguirà il Papa e la Santa Sede, «comunque vadano a finire le relazioni tra Cina e Vaticano». E fin da adesso, invita tutti gli “amici” di Hong Kong, Macao, Taiwan e di altri posti sparsi nel mondo a mettere da parte la «pretesa di parlare al nostro posto, di parlare a nome della Chiesa clandestina», perché «nella realtà attuale della Repubblica popolare cinese, nessuno può dire di rappresentare la Chiesa clandestina».

Nella “tempesta mediatica” di questi giorni, alla quale non sono aliene anche motivazioni politiche e che rilancia le campagne orchestrate da alcuni gruppi a Hong Kong e in alcuni settori dell’Occidente contro una possibile svolta dei rapporti tra Cina popolare e Vaticano, le parole
di Giuseppe Wei Jingyi, vescovo cattolico della diocesi di Qiqihar, nella provincia nord-orientale dell’Heilongjiang, meritano un ascolto particolare. Perché arrivano dalla Cina. E per l’autorevolezza di chi le pronuncia, a viso aperto.

Giuseppe Wei Jingyi, classe 1958 nato a Baoding, è una delle figure più rilevanti e rispettate della cosiddetta area “clandestina” della Chiesa cattolica presente in Cina. Anche adesso gli apparati del governo cinese non riconoscono la sua ordinazione episcopale. A 31 anni, egli era presente come giovane sacerdote – con compiti non marginali – nella riunione che una ventina di personalità, vescovi “clandestini” o loro delegati, tenne nel novembre 1989, nel piccolo villaggio di Zhangerce, nella provincia centro-settentrionale di Shaanxi, con l’intenzione di dare vita alla Conferenza episcopale cinese che operasse fuori dal controllo del governo.

Wei, consacrato vescovo segretamente nel giugno 1995, ha vissuto in passato tre periodi di detenzione e di restrizione delle libertà personali, il più lungo dei quali, scattato dopo la “riunione segreta” di Zhangerce, è durato oltre due anni, dal settembre 1990 al dicembre 1992. Anche per questo, oggi, le sue parole suonano quanto mai eloquenti e impegnative.

Vescovo Wei, c’è grande attenzione e anche strane iniziative riguardo alla situazione presente e futura della Chiesa cattolica in Cina…

«Da fine gennaio, quando sono iniziate le indiscrezioni su un possibile sviluppo nei rapporti tra la Cina e il Vaticano, sono seguiti tantissimi resoconti, commenti, analisi e ipotesi su tale questione. A sentire quello che viene diffuso sui media, ci sono quelli delusi e ce ne sono altri emozionati. Ci sono anche quelli che parlano a nome della comunità “clandestina”, e alzano la voce dicendo di doverla difendere dalle ingiustizie. Dicono che la Chiesa clandestina in Cina è la “vittima” del Papa e della Curia romana nel processo per migliorare le relazioni tra governo cinese e Vaticano».

E lei, vescovo Wei, come guarda a tutto questo?

«Io sono un vescovo della comunità clandestina della Chiesa cattolica nel Continente cinese. Esprimo la mia gratitudine per chi si interessa di noi e ci ha aiutato in tutti i modi. Ma voglio anche dire a tutti che la Cina è immensa, che la condizione della Chiesa varia da luogo a luogo, e questo vale soprattutto per la Chiesa clandestina. Quindi, voglio chiedere agli amici fuori della Cina continentale, inclusi quelli di Hong Kong, Macao, Taiwan e tutti gli altri sparsi nei vari continenti, pregandoli con tutto il cuore: per favore, non parlate a nome nostro, non abbiate la pretesa di parlare al nostro posto, di parlare a nome della Chiesa clandestina. Ve lo chiedo perché non siete voi a poter rappresentare la Chiesa clandestina che è in Cina».

Alcuni presentano l’area ecclesiale “clandestina” come una realtà preoccupata o perfino ostile davanti alla possibilità di una intesa tra Pechino e la Santa Sede. Le cose stanno così?

«Nella realtà attuale della Repubblica popolare cinese, nessuno può dire di rappresentare la Chiesa

clandestina. Se qualcuno ha ricevuto da una comunità particolare o da una singola persona la richiesta di diffondere messaggi a nome loro, dichiari apertamente che lui parla a nome e per conto di quella determinata comunità o di quella singola persona, e di nessun altro. Io stesso non voglio essere “rappresentato” da qualcun altro, senza essere nemmeno informato. E seguendo quello che mi suggerisce la fede, a nome mio e della comunità affidata da Dio alla mia cura pastorale, voglio dichiarare solennemente: comunque vadano a finire le relazioni tra Cina e Vaticano, noi obbediremo totalmente alla decisione del Papa e della Santa Sede, qualsiasi essa sia. E non chiederemo nemmeno il perché».

Su che cosa è fondata questa fiducia? È solo rispetto per le decisioni dell’autorità ecclesiastica?

«Quando Abramo fu chiamato da Dio, le condizioni intorno a lui erano aspre e sfavorevoli. Abramo non ha chiesto a Dio di cambiare le situazione, prima di muoversi. Abramo ha solo avuto fede in Dio, nel suo Dio, che lo aveva chiamato. Si è affidato a Dio senza esitare. Quando Dio ha chiamato me, i seminari in Cina non erano ancora stati riaperti. Ma Dio mi ha dato la Sua luce. Mi ha fatto intravedere anche quale poteva essere il futuro della Chiesa in Cina. Quando ho fatto la richiesta per entrare nel seminario appena aperto, mi hanno detto che dovevo fare un esame di ammissione. Ho preparato un testo di presentazione con questo titolo: “Se la fine di un duro inverno è arrivata, potrà mai la primavera essere lontana?”».

E adesso?

«Ora dobbiamo guardare al tempo presente. La situazione attorno a noi non è ottimale, tutt’altro, e questo fa preoccupare tante persone. Ma anche adesso il nostro aiuto viene dal Signore. È Lui che ha creato il cielo e la terra e tutto l’universo. La nostra speranza è tutta affidata al Signore. È solo Lui che la custodirà. Sarà Lui che non ci farà provare vergogna di noi stessi. Per questo le parole del cardinale Parolin, che ho potuto leggere, mi hanno molto incoraggiato».

Cosa, in particolare, l’ha confortata di quelle parole?

«Da tanto tempo noi della Chiesa in Cina sapevamo solo che la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese stanno trattando per superare le distanze. Ma le trattative erano riservate, e non avevamo modo di valutare quali criteri stavano ispirando il dialogo. Anche per questo trovavano spazio le voci di chi diffondeva preoccupazione intorno al possibile accordo. Le risposte di Parolin ci hanno confermato che non hanno fondamento le tesi di chi sostiene che un accordo finirà per contraddire i princìpi cattolici. Il Papa non è un politico. I collaboratori del Papa non si muovono seguendo criteri politici. Tutto il loro impegno è animato e illuminato dalla fede. E la fede alimenta anche il desiderio che tutte le pecore ritornino all’unità nello stesso gregge, sotto lo stesso pastore. Questo è il compito del Papa: custodire la comunione nella Chiesa».

Si riferisce anche ai vescovi ordinati in maniera illegittima?

«Tra i 7 vescovi illegittimi ce ne sono alcuni scomunicati, e qualcuno di loro ha fatto delle cose non buone. Qualcuno si può chiedere: sono ancora degni e in grado di guidare le comunità come vescovi? Il mio modo di guardare le cose è questo: noi sappiamo che il Papa è un padre, e i vescovi illegittimi sono come il figliol prodigo, hanno commesso degli sbagli e sono andati via da casa. Quando il figlio si pente, e chiede di ritornare dal padre, potranno forse esserci dei motivi per cui il padre gli rifiuta il perdono? Al contrario, il padre aspettava da tempo il suo ritorno».

C’è chi dice che un conto è la misericordia per la persona, un conto è riaffidare l’esercizio del ministero episcopale…

«Ma se il Papa dice che possono fare i vescovi, allora loro possono fare i vescovi. Una volta ritornati a casa, possono vivere come parte della famiglia. Dobbiamo aiutarci, incoraggiarci, amarci e andare avanti insieme. Tutto questo mi fa ricordare quello che nel Vangelo Gesù dice alla donna adultera: “Donna, nessuno ti condanna? Allora neanch’io ti condanno. Va’, e non peccare più”. E mi ricordo anche di un’altra frase di Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”».

Cosa succede se le cose cambiano, se una delle parti non mantiene i suoi impegni?

«Per trovare un accordo occorre sempre fidarsi un po’ dell’altro. Se non ci fosse un po’ di fiducia reciproca, non ci sarebbe neanche la possibilità di parlare, e non si arriverebbe mai a nessun accordo. La Santa Sede ha come obiettivo la propagazione della fede in Cristo, mentre il governo cinese ha altri obiettivi. La Santa Sede è seria e non ha niente da nascondere, quando parla con gli Stati. Ma anche la Cina è una grande nazione, che sa onorare gli accordi presi. Noi cristiani sappiamo che è possibile fidarci degli uomini. E ci fidiamo soprattutto del Signore. È lui che guida tutte le cose».

in “La Stampa Vatican Insider” del 16 febbraio 2018