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Accidia. Una malattia dell’anima che inaridisce la gioia di impegnarsi e vivere

ENZO BIANCHI, intervistato da Clémence Houdaille

Che cos’è l’accidia?

È una parola difficile, poco presente oggi nel linguaggio corrente. Si tratta di una forma di pigrizia, ma anche di disperazione, di depressione. È un vuoto che si sente dentro, che ci paralizza, ci impedisce di essere in grado di affrontare la vita e di rispondere alla nostra vocazione. Questa mancanza di passione, di sensibilità può condurci fino all’indurimento dell’anima. È una malattia mortale. Per Evagrio Pontico, un Padre del deserto che è vissuto nel IV secolo, l’accidia era il vizio per eccellenza del monaco. È quello che si è anche chiamato il demone di mezzogiorno, in riferimento al salmo 90, che evoca “lo sterminio che devasta a mezzogiorno”. Ma in realtà è un male della nostra società contemporanea.

Ci spieghi meglio.

Siamo in una società malata di depressione, nella quale non c’è un vero passato, un radicamento, una vera passione, e nella quale ci si chiede se valga la pena di agire. Ci manca la forza per impegnarci in una vita autentica. È un male che tocca in particolare le giovani generazioni. I giovani che incontro sono spesso caratterizzati da una mancanza di volontà, di convinzione. Ognuno non vorrebbe essere lì ma non riesce ad essere altrove. D’altra parte, siamo costantemente immersi nel rumore, ma la solitudine ci paralizza. È il segno che la situazione contemporanea è un attentato contro una vera umanità.

In che senso questa forma di pigrizia spirituale è un peccato?

Se dipende da noi, è un vizio e un peccato, che impedisce la vita vera e la speranza. Dobbiamo imparare a resistere, a lottare, altrimenti siamo preda di pensieri che diventano mostri e ci tolgono ogni volontà. Abbiamo sempre una responsabilità. Davanti a questo tipo di patologia, dovremmo sempre chiederci come viviamo con gli altri, qual è la nostra relazione con l’altro.

Per superare l’accidia occorre allora entrare in relazione con gli altri?

Sì, perché l’incontro ci fa uscire dal accidia1.jpgnostro amore per noi stessi. La vita comune, la solidarietà, la comunione sono dei rimedi alla pigrizia spirituale. Non per niente Evagrio diceva che l’accidia è la malattia dei solitari. Una vita di dialogo e di confronto con gli altri è un buon antidoto.

Ma nella nostra società siamo in permanenza collegati gli uni agli altri. Eppure, lei dice che l’accidia è un male attuale?

Basta andare al bar o al ristorante per vedere giovani di 18 anni, seduti insieme, ma ognuno davanti allo schermo del suo smartphone. Questo la dice lunga sulla solitudine in cui sono immersi, malgrado la loro apparente vita sociale. La vita contemporanea nega tutti i legami fruttuosi che esistevano tra gli uomini. Ormai, l’essere umano è un “uomo assoluto”, senza dipendenza dagli altri, senza legame. Ma in realtà, quest’uomo assoluto è più debole, perché incapace di essere protagonista della propria vita. Vive una sorta di disumanizzazione. Si fanno passi verso la barbarie. Ma incontro anche molti giovani che fanno grandi sforzi per trovare un senso alla loro vita, per aggrapparsi ad una speranza che li spinga a vivere. La società attuale non incoraggia questo, soprattutto in Occidente, dove i bisogni primari sono soddisfatti.

Quindi è il benessere materiale che ci fa dimenticare Dio e ci porta alla pigrizia spirituale?

Oggi i giovani non si interessano di Dio. Spesso, il tema di Dio per loro è legato alla violenza, all’integralismo. Possono essere sensibili alla persona di Gesù Cristo, al Vangelo, ma non a Dio. Mentre per la mia generazione “cercare Dio” era un’espressione ricca di senso, che ci incantava. Ma oggi si vuole trovare qualcuno che testimoni che la vita vale la pena di essere vissuta. Gesù può essere questo compagno di strada.

L’accidia tocca più facilmente i giovani o i più anziani?

Entrambi. Quando si ha un impegno, un lavoro, la tentazione è meno forte di quando non si ha nulla da fare. Nella vecchiaia, la tentazione dell’accidia è di ritorno. Non si hanno più progetti a lungo termine. Allora bisogna trovare nel presente un senso per vivere giorno per giorno, combattere la pigrizia spirituale nella relazione con gli altri, negli incontri, uscire dall’isolamento in cui ci rinchiude la vecchiaia.

La Speranza cristiana non dovrebbe premunircene?

Certo, possediamo la Speranza nel Regno, nella vita eterna con Cristo risorto. Ma molti si pongono interrogativi sulla vita eterna. La fede non è più una roccia incrollabile, ma chiede di dire sì ogni giorno. Abbiamo ormai una visione scientifica della vita e della morte, e abbiamo difficoltà a credere nell’aldilà. E proviamo una tristezza che alimenta la pigrizia spirituale, e viceversa.

E nella vita religiosa?

Nella vita comunitaria, il giorno dell’accidia è paradossalmente la domenica. Finché si lavora dalla mattina alla sera, si va avanti. Ma la domenica è un giorno durante il quale non lavoriamo, un giorno in cui si ha del tempo per sé. Quando un religioso comincia a chiedersi come occupare il suo pomeriggio senza aver voglia di restare in comunità, la cosa diventa pericolosa. Il tempo libero della domenica diventa un peso mentre dovrebbe essere una gioia. L’accidia è quindi un rischio particolarmente importante nella vita religiosa, perché la crisi maggiore oggi tra i religiosi è legata alla vita in comunità. A porre le maggiori difficoltà non sono né l’obbedienza né la castità, ma l’individualismo. Quest’ultimo rende sempre più pesante la vita comunitaria, che ha senso solo nell’ascolto gli uni degli altri, nel sostenersi reciprocamente. L’attivismo è un modo di nascondersi il problema. Quando il lavoro ci assorbe totalmente, facciamo le cose una dopo l’altra senza lasciare spazi di libertà.

Come combattere l’accidia specificamente nella vita religiosa?

Talvolta mi infastidiscono i precetti dati dai libri di spiritualità perché si contraddicono. Non esiste un solo metodo, bisogna sempre considerare il contesto, per ogni singola persona. Invitare alla preghiera è insufficiente. Bisogna vedere se la persona ha possibilità di avere degli scambi di opinione, se ha un’amicizia. Il rimedio può anche essere trovato nella frequentazione della Parola di Dio. Può essere d’aiuto riprendere rapporti con la natura, facendo delle passeggiate, essere attenti agli alberi, agli animali. Perché ci ridà il senso della vita. Ma a volte non si riesce a dare dei consigli perché si vede che la persona non è in grado di affrontare la situazione. Allora bisogna cambiare il contesto della sua vita. Indipendentemente dallo stato di vita, se ci sono luoghi di silenzio dove ascoltarsi nella pace e se c’è una capacità di relazione con gli altri, si hanno i mezzi per uscire dall’accidia.

Lei ha conosciuto l’accidia? O momenti simili? Come è riuscito a identificare il male? Come ne è uscito?

Sì, l’ho conosciuta, sotto forma di una “confusione”: mi sentivo invaso dal nulla. Sono le tenebre, la notte oscura, in cui nulla sembra avere senso. Per me è stata un’ora in cui le tenebre parlavano al mio cuore, e la mia preghiera si era ridotta ad una sola invocazione: “Non confundar me, Domine! Salvami dall’essere umiliato per sempre!” (Sal 30,2). Un’ora faticosa e sufficientemente lunga perché mi interrogassi sulla mia vocazione e sul mio rapporto con Dio. Più tardi, è arrivato il momento di rialzarmi, grazie alla scoperta di un nuovo volto di Dio, il volto della misericordia: sono giunto a poter proclamare: “Canterò per sempre la tua misericordia, Signore, anche negli inferi!”. Come diceva un Padre del deserto: “Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo, cadiamo ancora e ci rialziamo ancora! Perché l’amore di Dio è una grazia che non deve essere meritata”.

Segno di unità

Volto rotondo, barba bianca e voce roca, occhi azzurri socchiusi in un sorriso malizioso, Enzo Bianchi, “monaco laico”, risponde volentieri alle domande. Il fondatore della comunità monastica di Bose, che da due anni ha lasciato il posto di priore, continua, a 76 anni, a fare conferenze e a pubblicare libri di spiritualità. Figlio di un artigiano piemontese, Enzo Bianchi era, all’inizio degli anni 60, studente di economia a Torino. Nello slancio ecumenico del Concilio Vaticano II, si costituì attorno a lui un gruppo di preghiera che univa giovani di diverse confessioni cristiane. L’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio, si recò a Bose, paesino abbandonato del Piemonte, con l’intenzione di fondarvi una comunità monastica. Tre anni dopo, un pastore svizzero e due giovani cattolici lo raggiunsero. La regola di Bose è stata adottata nel 1971. “Cercherai sempre di essere segno di unità”, vi è scritto al numero 43. La comunità conta oggi circa 80 membri, cattolici, protestanti e ortodossi.

in “La Croix” del 22 aprile 2019 (traduzione: http://www.finesettimana.org

Missionari uccisi o perseguitati. Ecco i nuovi martiri della Chiesa

Giacomo Galeazzi

Un cristiano su sette è perseguitato per la sua fede. Nell’ultimo anno il numero dei missionari uccisi è raddoppiato rispetto ai dodici mesi precedenti. Nel mondo quasi trecento milioni di cristiani (dati Acs) vivono in un Paese di persecuzione. Insomma, a due millenni dalle catacombe e dalle carneficine di santi al Colosseo e al Foro Romano, i seguaci di Gesù sono ancora il gruppo religioso più sottoposto a violazioni di diritti umani, soprusi e violenze.

Ormai da un decennio, in coincidenza con l’escalation del terrorismo jihadista, in Asia e Africa gli attentati terroristici bagnano di sangue le principali festività del calendario liturgico. «Per la loro sopravvivenza è fondamentale che le comunità cristiane non vengano percepite dalla maggioranza della popolazione come “quinte colonne” dell’Occidente – spiegano in Vaticano – I cristiani, come i caldei in Iraq o i copti in Egitto, sono spesso i più antichi abitanti di quelle terre eppure vengono guardati alla stregua di “stranieri” per la loro appartenenza religiosa». E infatti le chiese affollate di fedeli vengono colpite alla pari degli hotel che ospitano i turisti occidentali. Mai tanto sangue cristiano in duemila anni.

L’ecumenismo del sangue

Un martirio senza pietà cui sono sottoposte tutte le confessioni cristiane. Il cardinale Kurt Koch, ministro vaticano per l’Unità dei cristiani, ha più volte richiamato il mondo occidentale a prendere coscienza della moderna persecuzione. «Per molti in Europa le persecuzioni dei cristiani sono storia antica della Chiesa e non è ancora entrato nella consapevolezza collettiva come oggi i cristiani rappresentino il gruppo religioso maggiormente perseguitato – ha avvertito Koch -. Siamo ciechi davanti alla cristianofobia che dilaga». Papa Francesco parla di «ecumenismo del sangue» perché a chi uccide un cristiano non interessa in quale chiesa sia stato battezzato o quale tradizione teologica segua. Don Giuseppe Pizzoli, direttore della fondazione Missio e dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese, prima di essere chiamato a Roma dalla Cei, è stato missionario in Guinea Bissau e nello stato brasiliano di Paraiba. «Le persecuzioni ci accompagnano quotidianamente – spiega don Pizzoli -. Il Papa ci ricorda che il secolo scorso e l’inizio di questo nuovo secolo sono caratterizzati da un numero sempre crescente di cristiani perseguitati nel mondo e da un grande numero di “martiri”, ossia, persone uccise per la loro fede, il loro impegno nel testimoniare il Vangelo nella carità ai più poveri, sfruttati, oppressi o abbandonati».

arcobaleno.jpgI missionari italiani nel mondo oggi sono oltre 7 mila, in larga parte inseriti in istituti religiosi maschili e femminili, ma tra questi anche 406 sacerdoti diocesani e 200 laici inviati dalle diocesi. A questi si aggiungono alcune migliaia tra missionari che fanno parte di movimenti ecclesiali, volontari collegati ad associazioni e Ong di ispirazione cristiana e «pendolari» che ogni anno trascorrono alcuni mesi in appoggio a missionari di cui sono amici e sostenitori. Le missioni italiane sono distribuite in tutti i continenti e le presenze maggiori si trovano in America Latina e in Africa.

La reazione alle conversioni

Nei Paesi di antica tradizione la Chiesa perde sempre più terreno, mentre in continenti e Stati in cui la fede cristiana è più recente la Chiesa sta crescendo molto. «Spesso questa crescita avviene in Paesi in cui non si è ancora giunti alla coscienza e alla pratica della libertà religiosa e in cui la presenza della Chiesa a volte è tollerata, mentre altre volte fortemente contrastata – osserva Pizzoli -. In queste situazioni di ostilità la Chiesa diventa testimone più autentica del Vangelo e suscita adesioni più convinte e coraggiose. Il rischio di martirio è più alto, ma nella storia il sangue dei martiri è stato e continua ad essere lievito di nuove e convinte conversioni».

in “La Stampa” del 23 aprile 2019

D’Ormesson:”Senza Dio, niente speranza. La nostra sola opportunità: che esista”

Alessandro Zaccuri

Jean d’Ormesson lo ha ripetuto fino alla fine: «Io non affermo che Dio esiste: non ne so nulla. Affermo che può esistere. Affermo che niente si oppone alla sua esistenza. È come un angolo di cielo azzurro alla fine di una giornata un po’ grigia». Sono le penultime parole di questo scrittore straordinariamente prolifico e insieme sfuggente, che non ha mai smesso di dichiararsi agnostico – ma non ateo, differenza per lui fondamentale – e intanto ha continuato a proclamarsi fedele al cattolicesimo in cui era nato e cresciuto.

D’Ormesson è morto a Neuilly-sur-Seine il 5 dicembre 2017, all’età di 92 anni. Era stato il più giovane accademico di Francia e si è rivelato uno dei più longevi. Giornalista e narratore, direttore del Figaro e autore di una quarantina di libri, molti dei quali di grande successo come A Dio piacendo, che nel 1974 ripercorreva le vicende della famiglia nobiliare da cui Jean d’O (è l’ironico soprannome con cui era conosciuto) si onorava di discendere. Lettura appassionante, alla quale andrebbe affiancata almeno quella di Dio, vita e opere, singolare commistione di romanzo e poema in prosa, attraversata come al solito da un discreto sottofondo autobiografico. In quel libro, apparso nel 1980, D’Ormesson si faceva carico di redigere la biografia dell’Onnipotente, intrecciandola con la storia del mondo (che per lui, parigino purosangue, tendeva a coincidere con la storia di Francia) e più ancora con le tensioni metafisiche che da sempre lo incuriosivano. Molto spazio alle contese con Lucifero, ma anche a riflessioni paradossali, come quella per cui Dio esiste e non esiste nello stesso tempo. Perché la sua esistenza non è uguale alla nostra, certo. Ma anche perché, di nuovo, non può essere provata con certezza. Se così fosse, del resto, che senso avrebbe mai la fede?

Sono le domande che D’Ormesson si è posto per tutta la sua lunga vita, a volte dissimulandole sotto la sua proverbiale eleganza, ma senza mai ridurre l’urgenza della ricerca a mero gioco intellettuale. Negli ultimi anni il suo stile, da sempre controllatissimo, si era fatto sempre più essenziale, proprio come i piccoli libri che aveva cominciato a scrivere rivolgendosi anzitutto ai giovani, che ricambiavano con entusiasmo questa predilezione. Una manciata di titoli, distribuita in Italia tra vari editori, come Neri Pozza – che ha pubblicato Guida degli smarriti e Malgrado tutto, direi che questa vita è stata bella – e la fiorentina Clichy, che dopo La conversazione, Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto, Che cosa strana è il mondo e Il mio canto di speranza, propone ora Una preghiera infinita (traduzione di Fabrizio Di Majo, pagine 142, euro 15,00), che di D’Ormesson rappresenta il testamento e, coerentemente, il rilancio della scommessa cara a Pascal: quella che ha come oggetto, appunto, l’esistenza di Dio.

Come spiega nella nota introduttiva la figlia dello scrittore, Héloïse d’Ormesson, il libro è stato «completato» ma «non finito ». Il testo c’è tutto, a mancare è però la revisione definitiva, alla quale D’Ormesson sottoponeva tutti i suoi scritti mediante un procedimento di distillazione che dal manoscritto passava per la copiatura da parte di una dattilografa e da lì procedeva di revisione in revisione, fino alla redazione da mandare in stampa. Il lievissimo sentore d’incompletezza – quasi impercettibile nell’edizione italiana – si addice bene a un libro che non pretende di esaurire il proprio argomento e invita, semmai, a considerarlo sotto una diversa prospettiva. D’Ormesson prende la parola in prima persona, da buon testimone, ma il suo vero intento consiste nel trascinare il lettore in questo raffinato meccanismo di argomentazioni e contro-argomentazioni. «Inutile riperterlo ancora una volta – annota con delicata sprezzatura –: noi non siamo dei sapienti, siamo soltanto anime semplici colpite dalla meraviglia, e il nostro solo compito in queste pagine è bruciare le tappe e passare il più in fretta possibile di stupore in stupore». «Siamo tutti degli smarriti», aveva affermato altrove, confermando la sensazione che non esista condizione migliore per misurarsi con quello che davvero conta.

Scrive ancora D’Ormesson in Una preghiera infinita: «Alla domanda: “Ma cosa ci sarà dopo il pensiero e gli uomini?”, la risposta è abbastanza semplice: “Qualcos’altro”». Di questo «qualcos’altro» il libro postumo va in cerca, così come facevano i precedenti. D’Ormesson parte dall’enigma che ogni nascita costituisce «come ogni morte, e forse ancor di più». Si nasce per morire, su questo almeno c’è consenso, ma «nell’attesa, bisogna pur vivere». Occorre interrogarsi, dunque, e non farsi ingannare. L’autore non rinuncia al suo incrollabile ottimismo (altro che «un inferno in terra», sostiene: i nostri giorni «sono un sogno e una delizia»), ma non si sottrae al confronto con la scienza, «chiave del mondo nuovo» e fonte di sorprese continue, di scoperte impensabili.

D’Ormesson insiste molto sulla creazione, che non per niente rappresentava il punto d’approdo del già ricordato Dio, vita e opere. Il Big Bang, però, è solo il primo momento di una trilogia cosmica che prosegue con il sorgere della vita e culmina «con il trionfo degli uomini e del loro genio». La filosofia, la teologia, il costituirsi delle religioni sono questioni capitali che D’Ormesson affronta con leggerezza mai supponente. «Coraggio. Non arrendiamoci troppo in fretta. Tentiamo ancora. Ricominciamo», esorta quando le conclusioni gli appaiono deludenti. Tutto, alla fine, porta al «mistero dei misteri», che è Dio. Sarà anche smarrito, il vieux garçon Jean d’O, ma non ha perso la capacità di formulare definizioni perfette. «Il soccorso divino che noi chiamiamo grazia», per esempio. Oppure l’ammissione che «un mondo senza Dio sarebbe troppo ingiusto, troppo triste, troppo inutile ». «Senza Dio, niente speranza – insiste –. La nostra sola opportunità: che Dio esista».

Lo abbiamo già detto: D’Ormesson è francese fino in fondo. Nel 2012, quasi novantenne, si era divertito a impersonare un leader politico molto simile a François Mitterrand nel film La cuoca del presidente e anche in Una preghiera infinita le citazioni provengono di preferenza dalla tradizione culturale del suo Paese. Un nome ricorrente è quello di Jacques Bénigne Bossuet, il grande predicatore secentesco la cui retorica rappresenta ancora oggi un modello insuperato. Anche per questo, forse, del libro-testamento va recuperato nella versione originale almeno il titolo, che suona jean-20ormesson-20-20un-20hosanna-20sans-20fin-5b9240e18f821.png. Anche “osanna” è una preghiera, non si discute, ma di acclamazione più che di richiesta. Se quelle che abbiamo citato in apertura sono le penultime parole dello scrittore, vanno adesso riprodotte le ultimissime, suggello di una peregrinazione che non ha mai perso di vista la sua meta: «I cristiani non hanno il diritto di lamentarsi – e d’altra parte non si lamentano», annota D’Ormesson, perché non solo credono in Dio, «ma hanno anche la fortuna di avere sotto gli occhi, come modello, un personaggio la cui esistenza e il cui posto nella storia non possono esser messi in discussione: Gesù». Ed eccolo, alla fine, l’osanna degli smarriti: «Almeno lui, ci è permesso di ammirarlo e amarlo senza farci troppe domande sulla sua realtà. Se qualcuno ha lasciato una traccia sfolgorante nella mente e nel cuore degli uomini, è proprio il Cristo Gesù».

in “Avvenire” del 21 aprile 2019

Mendicanza – La verità è che siamo tutti mendicanti

Nunzio Galantino

Dal verbo latino mendicare (elemosinare, supplicare), la parola mendicanza indica sia la condizione di bisogno materiale sia, sempre di più, la condizione dell’uomo che, consapevole di non poter bastare a se stesso, chiede aiuto. La mano tesa del mendicante è metafora dell’atteggiamento interiore di domanda, di ricerca e di curiosità dell’uomo che vive la condizione della mendicanza. La stessa condizione che, penso, Gesù invitasse a coltivare quando diceva: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9).

Chiedere, cercare, bussare, sono le tre azioni della mendicanza, approdo dell’uomo che – consapevole che non si può sfuggire al proprio limite e alle varie forme di mancanza – passa dal grido stizzito a una infaticabile disponibilità al confronto e all’incontro, che sazino il suo bisogno. La mendicanza è una condizione vera, reale e dura da sentirsi addosso. Eppure essa corrisponde esattamente a ciò che siamo, specie nel nostro mondo occidentale: mendicanti. Ma non di ciò che ci serve per sopravvivere, ma di ciò che ci può far vivere. L’aver concesso troppo spazio a desideri inessenziali ed effimeri ha fatto perdere il contatto con ciò che serve davvero: la gioia di vivere e di stabilire relazioni, la bellezza di essere parte dell’esistenza e, per chi crede, la fiducia di essere figli di un Dio che ci vuole liberi e liberati. Questo è ciò di cui andiamo cercando le tracce, viandanti e mendicanti a mano aperta, elemosina-400x210.jpgin cerca di una scintilla di senso e di uno squarcio di luce. Quella che ti accompagna senza accecarti; che ti permette di non perderti senza dispensarti dal cercare e, dopo aver trovato, ti spinge a cercare ancora. Semmai dopo aver assaporato i frutti amari di una esperienza che ti allontana, prima di tutto da te stesso. Frutti che ciascuno di noi preferirebbe non aver mai mangiato ma che fanno sentire prepotente il bisogno di altro. Un bisogno che può trovare risposta solo se, sulla propria strada e nella quotidia

nità, si incontrano compagni di viaggio interessati alla vita. Come lo è stato Gesù risorto per quelli che lo hanno incontrato. Dov’è che Gesù si fa trovare da Risorto? In un giardino dove incontra la Maddalena; sulla strada, quella che percorre con i discepoli di Emmaus, delusi per aver investito la propria vita su un “perdente”, almeno fino a quel momento. Si fa trovare in una casa, quella dove si erano ritirati i discepoli impauriti e indecisi sul loro futuro; sulla riva del mare dove prepara il pesce arrosto per i suoi apostoli. Un giardino, una casa, una strada, la riva del mare.

La ruvida mendicanza è così: obbliga a restare aderenti alla vita, a non chiudersi nei “recinti sacri”, ad abbandonare le false sicurezze, le inutili luci artificiali, e mettersi e restare in cammino. È questo l’orizzonte di ogni mendicante, è questo l’oriente verso cui è importante volgersi per avere la propria dote di luce e di infinito.

in “Il Sole 24 Ore” del 21 aprile 2019

La fraternità umana come paradigma per una vita felice

Vincenzo Paglia

L’annuncio della Pasqua risuona oggi in un mondo diviso e rissoso: casa per casa, ormai, non solo tra città e nazioni. Ci eravamo con presunzione mossi per esportare democrazia dei popoli, stiamo accumulando anarchia degli individui. E conflitti e contese moltiplicano focolai dovunque: anche per ragioni che sembravano superate dalla storia. Non si tratta più soltanto di una guerra mondiale a pezzetti, come ha detto il Papa. Stiamo diffondendo il seme di una lite globale dei condomini. E’ il mondo che sta andando a pezzi. Purtroppo. I legami della comune appartenenza all’umano, che rendono bella e vitale la convivenza, sono quotidianamente sovrastati dagli spiriti animali del branco, dalle risse di strada per il sorpasso, dalla pulogo_fraternit.jpglsione aggressiva per il godimento. Difetti congeniti, certo. La novità, però, sta nella strisciante legittimazione pubblica e sociale di questo conflitto degli interessi: tollerato dal populismo della politica e incoraggiato dall’industria del godimento. Questa legittimazione genera corruzione, non benessere. Da quanto tempo non abbiamo più sogni collettivi che non siano semplici proiezioni dei desideri individuali? Da quanto tempo non abbiamo visioni della comunità umana all’altezza delle qualità migliori dello spirito? È forse all’orizzonte una nuova alleanza degli uomini e delle donne? Spirano venti di convinto e adeguato contrasto al razzismo tra i popoli? Possiamo vantare lo sviluppo di una cultura della fraternità umana e della prossimità responsabile fra comunità fortunate e comunità abbandonate? In ogni caso, l’effetto psichico della globalizzazione dell’interesse individuale, del desiderio autoriferito, del godimento esclusivo, va in scena ora. Siamo depressi, facilmente isterici, occasionalmente in vendita. Nemmeno sappiamo bene il perché. Ma questo ci rende ancora più insofferenti e smarriti. Il tetto della nostra casa comune è scoperchiato, piove dentro: e a volte, il fulmine accende un focolaio che si porta via qualcosa (o qualcuno). Anche le guglie alte – come quella della cattedrale di Notre Dame – sono cadute. Il cielo sembra vuoto e la terra diventa arida e ostile. I nostri esperimenti mentali di sostituzione dell’amore di Dio che progetta di far abitare il cielo ai nostri corpi risorti, sono falliti. I legami di prossimità fra gli umani, che il cielo di Dio è pronto a riscattare e risuscitare, sono l’unica via che rende abitabile la terra. Non è stata una grande mossa, quella di convincerci che il cielo è vuoto. Nel frattempo, è venuta l’ora di contrastare la nostra rassegnazione alla guerra civile di tutti contro tutti, che perde passioni e intelletto d’amore per l’impresa di vivere insieme. Condividere le nostre qualità migliori, materiali e spirituali che siano, è una soddisfazione insostituibile. E un’emozione impagabile. Una cattedrale cristiana che brucia possiamo ricostruirla. La freddezza del cuore per l’impresa di una casa comune, che si spinge fino al progetto di cacciare di casa tutti, per rimanerne i soli padroni, rende sterile ogni altra costruzione. L’annuncio della risurrezione del Signore “primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Lettera ai Colossesi, 1, 18) è un manifesto di resistenza umana. La società degli individui, incapace di amore per la comunità umana, è una città dei morti, anche se sembra viva. Per questo si devono costruire le chiese, ma soprattutto ritessere i legami lacerati. Ritessere dovunque e “maglia dopo maglia”. Così la tela cresce. Francesco d’Assisi, riparò la chiesa in rovina, restituendo alla comunità l’amore per una fraternità universale, che induce a non abitare la terra invano. È lì, la perfetta letizia. E’ qui il senso della risurrezione dai morti del Primogenito. Perché tutti risorgano. Buona Pasqua.

in “La Stampa” del 21 aprile 2019

Che cosa fare di fronte alla sofferenza, alla violenza, all’inganno, alla morte?

Antonio Torresin

Che cosa fare quando il nemico sembra avere la meglio, tutto sembra precipitare, e non hai più le forze per contrastare il male? Che cosa possiamo fare quando sembra di essere soli davanti alla fine, quando tutti sembrano scappati, fuggiti per paura e troppo fragili per resistere alla prova?

Che cosa fare quando il male sembra insinuarsi anche nelle istituzioni religiose e politiche; quando chi dovrebbe agire nel nome di Dio, nel suo nome commette violenza; e chi dovrebbe cercare il bene comune difende il proprio potere a scapito dei più deboli?

Che cosa si può fare quando anche Dio sembra impotente e la sua Parola resta “lettera morta”?

Quando anche l’Alleanza sembra non bastare

Perché tutta la storia di Alleanza tra Dio e gli uomini sembra non bastare perché il suo popolo – che siamo noi – ascolti e si converta; anche chi ha ricevuto la Scrittura sembra avere un cuore di pietra, proclama e legge quella Parola di vita, ma non si converte e con la sua vita la smentisce clamorosamente! Diventa impronunciabile anche il nome di Dio!

Che cosa si può fare di fronte all’inevitabile, quando tutto precipita e non serve più parlare, cercare di convincere gli amici e i nemici, provare a correggere la trama degli avvenimenti?

Quando non ci si può più sottrarre agli eventi che incombono, quando non c’è argine che tenga, e la violenza prende le redini della storia, e tutti danno il peggio di sé, e prevalgono gli istinti più primitivi; quando ciascuno pensa solo a mettere in salvo se stesso, quando i più fragili pagano per tutti, quando i più forti, quelli che gridano di più, sembrano essere gli unici ascoltati. Che cosa si può fare allora?

Il Dio che si lascia ferire

Puoi solo lasciarti ferire. Puoi solo offrire il tuo corpo, “come agnello condotto al macello”, offrire il volto agli sputi, porgere l’altra guancia allo schiaffo, la giugulare al coltello, il corpo alla croce.

Puoi solo lasciarti ferire, e, disarmato, esporre il tuo corpo alla violenza, senza veli, nudo e vulnerabile, senza difese. Esporti fragile per disarmare, con un azzardo, la forza del nemico.

Puoi solo lasciarti ferire, decidere che il male è bene che cada su di te piuttosto che sui tuoi amici, che è meglio perdere la vita piuttosto che toglierla ad altri.

Puoi solo lasciarti ferire.

Ma occorre farlo senza rancore, senza rispondere al male con il male, senza emettere parole di condanna, senza giudizi su chi ha tradito ed è fuggito o suoi nemici che infieriscono.

Puoi solo lasciarti ferire, in silenzio, senza lamenti, senza amarezza, ma piuttosto con una dolce tenerezza, con la speranza che questa resa sia l’ultima parola d’amore per gli amici e per i nemici.

Puoi solo lasciarti ferire, perché la fine di tutto non sia una condanna, ma l’offerta della vita a salvezza di chi ti ha lasciato solo, per il bene di chi infierisce, inconsapevole del male di cui lui stesso è prigioniero.

Puoi solo lasciarti ferire senza che dalle ferite esca un rimprovero, soffrire senza maledire.

Da quelle ferite allora “uscì sangue e acqua”: una nuova fonte di vita e di purificazione. Quelle sono ferite che diventano come delle “feritoie” dalle quali proviene una grazia: “dalle sue piaghe noi siamo guariti”.

Puoi solo lasciarti ferire, Gesù, perché solo un Dio può portare il male su di sé per la vita di tutti, nella vulnerabilità dell’amore, che si arrende davanti alla libertà dell’amato.

Puoi solo lasciarti ferire, Gesù, perché nessuno vada perduto, per radunare i figli dispersi, per attirare dalla tua croce tutti gli uomini a te.

Nelle parole di una donna

Verrà il giorno nel quale trovare parole di luce e di speranza, verrà – e già viene – il giorno della vita più forte della morte, ma ora tu, Gesù, puoi solo lasciarti ferire, senza amarezza, senza odio alcuno, continuando a sperare nel Padre, continuando a volere solo il bene per tutti, per gli amici e per i nemici. Puoi solo lasciarti ferire, sorretto da una speranza indefettibile, da un amore che non viene meno, da uno Spirito che ti tiene in vita, legato al Padre fino alla fine.

Un giorno, una donna, in un campo di prigionia potrà scrivere parole che oggi sento essere il riflesso delle tue ferite, parole che tengono accesa la luce anche nei giorni più oscuri, parole che possono dire solo le anime che si sono lasciate ferire come te.

«Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso fare niente, è così, è di una forza elementare –, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande; più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo.

A ogni crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopraviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono  pa01-0.jpguna donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina» (Etty Hillesum).

Quando tutto si svuota

Oggi ti guardo, Gesù, vorrei toccare e baciare le tue ferite, e mentre le bacio ascoltare parole di speranza per i tempi difficili che la vita a volte ci chiede di attraversare.

Ti guardo, e ti chiedo di togliere ogni amarezza dal nostro cuore, ti chiedo di non lasciarci soli nella prova, di versare ancora “sangue e acqua” perché possiamo essere guariti dal male.

Posso solo attestare quello che mi viene raccontato, ma i segnali si moltiplicano. Parlo degli attacchi di panico.

Qualcuno ne parla come di un indicatore della nostra epoca, il sintomo di uno stato d’animo che ci riguarda in realtà un po’ tutti.

Siamo prigionieri di una paura che paralizza, e i sintomi degli attacchi di panico forse parlano di ciascuno di noi. Ma restiamo ai racconti.

Chi viene colto da questi attacchi di panico prova la sensazione di precipitare, come se venissero a mancare punti di appoggio, di riferimento, argini possibili a cui aggrapparsi, mentre incombe qualcosa di terribile e inevitabile.

La terra sembra venir meno sotto i piedi, e le previsioni più nefaste si fanno reali. E tu cadi, precipiti, e con te tutto viene meno. All’immagine del precipitare si accompagna spesso quella dell’essere risucchiati, inghiottiti da un vortice che impedisce i movimenti, che come una pietra schiaccia il torace, rende difficile anche il respiro, paralizza il corpo mentre non ci si riesce ad alzare. Non a caso è la mattina il momento più difficile, iniziare una giornata, uscire di casa, provare ad affrontare il giorno che incombe.

Manca il respiro e mancano le forze tanto che si vorrebbe restare a letto, non svegliarsi più.

Infine colpisce un effetto postumo agli attacchi di panico: un senso di depressione, una spossatezza che disarma, la tendenza a vedere tutto oscuro, e a sentirsi anche in colpa per non saper o poter reagire.

Il silenzio di un’alba inattesa

Io rimango sempre senza parole, non so che dire. Certo, a tutti verrà in mente di consigliare un aiuto medico, il sostegno di un professionista, ma penso sempre che questi stati dell’anima siano anche e soprattutto sintomi spirituali, abbiano a che fare anche con la fede, soprattutto con la fede! E mi chiedo in che modo l’annuncio della risurrezione debba farsi spazio anche e proprio nel cuore oppresso di chi è paralizzato dal male.

E non lo siamo in qualche modo tutti noi? Non siamo tutti vittime della sensazione che ogni cosa stia precipitando e non ci sia più nulla da fare per impedirlo? Non proviamo tutti il senso di panico che paralizza, che ti schiaccia come un peso sul petto? O la percezione di un vuoto che ti risucchia, di una mancanza che come una voragine rende tutto inconsistente? Non ci manca il respiro? E allora: a noi che cosa può dire l’annuncio della risurrezione?

Quella del Vangelo non è certo una soluzione magica, una pillola che fa sparire ogni paura. Non è come il risveglio da un incubo, quando qualcuno ti dice: “è stato solo un brutto sogno!”, “non è successo nulla”. Qualcosa è successo, ed effettivamente ci sarebbero buone ragioni per essere in preda al panico. Eppure proprio all’inizio di quel giorno, dopo una notte da incubi, al mattino, un annuncio viene rivolto dalle donne, come oggi a noi; come un invito ad uscire dal tunnel, a vedere una luce, a muovere timidi ma autentici passi vero l’alba e non solo verso un sepolcro.

«Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva predetto, guardate il luogo dove era stato deposto». È l’invito guardare meglio, a rivisitare la storia che sembra segnata dal male, da una perdita irreparabile, da un dolore insopportabile, ad aprire gli occhi non a chiuderli.

Quello che occorre è un uomo

«Non abbiate paura!» ci dice l’angelo: il dolore è vero, ma c’è qualcosa di più vivo del dolore. Il male è vero, ma c’è qualcosa di così buono da essere più forte del male. La menzogna ha effettivamente corrotto le parole, ma c’è una verità più grande che non viene meno. La ferita è vera – e ne resteranno i segni per sempre, non si cancellano le cicatrici – ma c’è qualcosa di più vivo di quelle ferite. Come è possibile? Come credere che ci sia qualcosa oltre al panico, quando tutto sembra precipitare?

Serve una mano ferma che ci sorregga. Serve un uomo, come dice il poeta:

Ciò che occorre è un uomo

non occorre la saggezza,

ciò che occorre è un uomo

in spirito e verità;

non un paese, non le cose

ciò che occorre è un uomo

un passo sicuro e tanto salda

la mano che porge, che tutti

possano afferrarla, e camminare

liberi e salvarsi (Carlo Betocchi).

E proprio questo racconta la vicenda di Gesù, quella dell’umanità di Dio che ci prende per mano. Perché Dio non poteva salvarci restando fuori, dall’alto della sua onnipotenza, mantenendo una distanza infinita dai nostri mali più oscuri.

Doveva assumere la nostra carne, farla sua, per ridonarla a noi trasformata, come una nuova possibilità di essere uomini e donne. Ciò che occorre è un uomo, ma di un’umanità così vera da vincere la morte, così umana da essere divina.

Dio non ci abbandona, entra nel nostro panico, entra nel vuoto, visita il sepolcro, ma non ne rimane prigioniero. E ci ha preso per mano perché da quel vuoto, da quella mancanza, da quella perdita potessimo anche noi uscirne vivi, semplicemente più veri e più umani, rigenerati dall’umanità di Dio.

in Settimana News, 20 aprile 2019

Via Crucis. Preghiera di papa Francesco: “Nella tua croce le croci del mondo”

Signore Gesù, aiutaci a vedere nella Tua Croce tutte le croci del mondo:

  • la croce delle persone affamate di pane e di amore;

  • la croce delle persone sole e abbandonate perfino dai propri figli e parenti;

  • la croce delle persone assetate di giustizia e di pace;

  • la croce delle persone che non hanno il conforto della fede;

  • la croce degli anziani che si trascinano sotto il peso degli anni e della solitudine;

  • la croce dei migranti che trovano le porte chiuse a causa della paura e dei cuori blindati dai calcoli politici;

  • la croce dei piccoli, feriti nella loro innocenza e nella loro purezza;

  • la croce dell’umanità che vaga nel buio dell’incertezza e nell’oscurità della cultura del momentaneo;chagall_exodus-1966.jpg

  • la croce delle famiglie spezzate dal tradimento, dalle seduzioni del maligno o dall’omicida leggerezza e dall’egoismo;

  • la croce dei consacrati che cercano instancabilmente di portare la Tua luce nel mondo e si sentono rifiutati, derisi e umiliati;

  • la croce dei consacrati che, strada facendo, hanno dimenticato il loro primo amore;

  • la croce dei tuoi figli che, credendo in Te e cercando di vivere secondo la Tua parola, si trovano emarginati e scartati perfino dai loro famigliari e dai loro coetanei;

  • la croce delle nostre debolezze, delle nostre ipocrisie, dei nostri tradimenti, dei nostri peccati e delle nostre numerose promesse infrante;

  • la croce della Tua Chiesa che, fedele al Tuo Vangelo, fatica a portare il Tuo amore perfino tra gli stessi battezzati;

  • la croce della Chiesa, la Tua sposa, che si sente assalita continuamente dall’interno e dall’esterno;

  • la croce della nostra casa comune che appassisce seriamente sotto i nostri occhi egoistici e accecati dall’avidità e dal potere.

  • Signore Gesù, ravviva in noi la speranza della risurrezione e della Tua definitiva vittoria contro ogni male e ogni morte. Amen!

“Processo a Gesù” . Opera teatrale di Diego Fabbri

Anna Roda

Rappresentato per la prima volta nel 1955 [1], il capolavoro di Diego Fabbri (1911-1980), scritto dopo una lunga gestazione dal 1952 al 1954, ha trionfato sui palcoscenici di tutto il mondo. L’idea nacque in Fabbri dal processo «politico» che un gruppo di giuristi anglosassoni aveva fatto nel 1933 a Gerusalemme e che si era concluso con l’assoluzione di Gesù. Da tale spunto l’opera di Fabbri divenne un’indagine serrata ed emozionante su una società che aveva perso la speranza della salvezza, la fiducia nei propri valori, soprattutto la fiducia nella condivisione e nell’amore, rifugiandosi nell’individualismo e nell’edonismo.

La visione cattolica del drammaturgo non ha nulla di consolatorio e pietistico, ma nasce e si nutre della drammaticità di Dostoevskij, di Pascal, di Manzoni, e dei grandi scrittori francesi come Bernanos, Mauriac, Péguy, Claudel; Fabbri arriva a realizzare, in quest’opera come in molte altre, il documento di un’epoca confusa ed inquieta, dove l’uomo tanto più sente il bisogno di Dio quanto più se ne allontana, cercandolo, per paradosso, per tutte le strade possibili, dagli amori disordinati alle esperienze angoscianti, fino alle improvvise folgorazioni del soprannaturale.

Il dramma è diviso in due tempi con un intermezzo; la scena è semplice e si presenta a sipario alzato. Prendendo spunto dal teatro pirandelliano più tipico, i personaggi, non casualmente con nomi biblici (Elia, Rebecca, Sara e Davide), si presentano agli spettatori, tra i quali è già nascosto qualche attore che in un secondo tempo interverrà direttamente nell’azione scenica, annunciando la messa in scena di un processo a Gesù, una sorta di sacra rappresentazione che cerca di scoprire se Gesù fosse innocente o colpevole, se fu condannato ingiustamente o meno. I quattro, a cui si aggiunge poi un giudice occasionale, sembrano ripetere parti prestabilite: alcuni si mettono alla difesa, altri all’accusa. Il dibattito è però serrato e polemico, tanto da far supporre qualche personale implicazione dei personaggi, tutti ebrei e quindi tutti implicati nell’antico processo al Cristo. Piano piano vengono chiamati a deporre coloro che furono direttamente coins-l640.jpgvolti in quel processo: Caifa, Pilato, Maria, Giuseppe e poi alcuni discepoli, Pietro, Giovanni, Giuda; tutti attori moderni che interpretano una parte, ma nello stesso tempo personaggi autentici che difendono un ruolo, una scelta, una posizione pro o contro Gesù. L’amara conclusione a cui si giunge è “ tutti lo misero a morte con nascosto rammarico, ma con un sospiro di sollievo…”

Illuminanti, per la continuazione del dramma, le parole che, ad un certo punto, dice Elia: “… noi non fingiamo niente, noi non ripetiamo niente, come tu credi; noi, al contrario, facciamo ogni giorno del nuovo, perché se quello che succede quassù, tra noi, è quasi sempre lo stesso dibattito, quel che invece cambia sempre, ogni sera, è ciò che accade attorno a noi, tra la gente che ci ascolta…”
Ed infatti, dopo l’intermezzo, in cui si rivela il profondo dramma che lega Sara e Davide, il secondo tempo è un dialogo aperto e coinvolgente con il «pubblico»: intervengono un sacerdote, un intellettuale, una «bionda» e poi una povera donnetta, ognuno dichiarando i motivi della propria adesione a Gesù o del proprio profondo odio.

La conclusione è travolgente, anche se forse un poco “scontata”, perché il vero pregio di quest’opera è nel suo svolgimento dialettico e serrato:” … chi è – chi è – per voi, Gesù di Nazareth?… Perché non lo gridate forte, dovunque e sempre, quel che avete detto stasera? Tutti dovete gridarlo! Tutti! Perché altrimenti si ripete anche per voi, quello che accadde per noi, allora. Di rinnegare… di condannare… di crocifiggere Gesù. Io debbo ormai proclamare… alto… e al cospetto di tutti… che non so ancora se Gesù di Nazareth sia stato quel Messia che noi aspettavamo… non lo so… ma è certo che Lui, Lui solo, alimenta e sostiene da quel giorno tutte le speranze del mondo! E io lo proclamo innocente… e martire… e guida…”

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La Passione nella letteratura

  1. Introduzione
  2. “Vita di Gesù” di Francois Mauriac
  3. “Una vita di Cristo” di Luigi Santucci
  4. “Vita di Gesù” di Ferruccio Parazzoli
  5. “Processo a Gesù” di Diego Fabbri
  6. “Il Quinto Evangelista” di Mario Pomilio
  7. “La ricotta” di Pier Paolo Pasolini
  8. “Getsemani” di Charles Péguy
  9. Giuda: il mistero insolubile del traditore
  10. Il giudice e i malfattori
  11. Il compianto corale degli amici

“The Way of the Cross”. The Passion of the Lord. Colosseum, Rome, 2019

[AR – DE – EN – ES – FR – IT – PL – PT – SL]

WITH CHRIST AND WITH WOMEN
ON THE WAY OF THE CROSS

MEDITATIONS – Introduction

Forty days have now passed since we began our Lenten journey with the imposition of ashes. Today we relived the final hours of the earthly life of the Lord Jesus, to the moment when, from the cross, he cried out “Consummatum est”, “it is finished”. We have gathered in this place where thousands of people once suffered martyrdom for their fidelity to Christ. We want to walk this via dolorosa in union with the poor, the outcast of our societies and all those who even now are enduViaCrucis-2017-tv-640x342.jpegring crucifixion as victims of our narrowmindedness, our institutions and our laws, our blindness and selfishness, but especially our indifference and hardness of heart. We Christians too suffer from that disease. May the Cross of Christ, a means of death but also of new life, embracing heaven and earth, north and south, east and west, enlighten the consciences of citizens, of the Church, of lawmakers and of all those who call themselves followers of Christ, so that the Good News of our redemption may be made known to all.

[AR – DE – EN – ES – FR – IT – PL – PT – SL]

La cattedrale di Notre-Dame. Fiamme e speranza

Enzo Bianchi

Cosa è bruciato con la cattedrale di Notre-Dame? Un’unità inscindibile di tante identità: a prendere fuoco e andare in fumo sotto gli occhi attoniti e sgomenti di tutto il mondo è stato un monumento simbolo sì della città di Parigi, ma anche dell’intera nazione francese e della sua storia, della «figlia primogenita» della chiesa di Roma ma anche delle radici e delle ali dell’Europa, della cultura umanistica universale così come dell’esperienza di fede di milioni di cristiani attraverso i secoli. Chiunque sente di appartenere anche solo a una di queste identità si è sentito colpito al cuore da quell’inferno di fiamme e fumo. Anche chi non crede ai simboli e alla loro forza evocatrice, anche chi rifNotre_Dame_de_Paris_DSC_0846w.jpgugge dalla retorica e dagli stereotipi, per dodici interminabili ore si è reso conto di una verità che molti di noi pensavano non appartenesse più alla storia e al pensiero contemporaneo: l’essere umano si nutre anche – e forse soprattutto – di principi e valori che hanno bisogno di trovare «un luogo e un nome» in un punto ben preciso della storia e della geografia, in un «monumento» che esprima la grandezza delle persone che lo hanno via via pensato, voluto, realizzato, custodito, abitato, reso vivo, un manufatto che possa narrare con la bellezza la concretezza di quegli ideali.

Notre-Dame ha conosciuto nella sua lunga storia pesanti rifacimenti e brutali devastazioni, le campane delle sue torri hanno proclamato l’incoronazione di Napoleone e la liberazione dalla barbarie nazista, le sue volte hanno sentito risuonare le primizie della musica polifonica, le sue navate hanno accolto restauri e restaurazioni, controriforme e rivoluzioni, adeguamenti liturgici e respiri conciliari. Tutto questo l’altra notte era un letto di braci ardenti a forma di croce: la pianta della cattedrale arrossava la notte come un tappeto di lampade votive, immagine tra le più eloquenti nell’esprimere il dolore e la speranza di una città, una chiesa, una nazione, un continente, a esprimere i sentimenti dell’umanità tutta. Non bruciava solo la cattedrale ma un pezzo della nostra storia, qualcosa della nostra umanità e noi siamo diventati veramente più poveri.

Per me, vedere arrossato prima e fiammeggiante poi quello spazio non più innalzato verso il cielo, ha significato anche rivisitare con la mente e il cuore la mia assidua, pluridecennale frequentazione della cattedrale di Notre-Dame, appuntamento ineludibile di ogni mia sosta a Parigi. Fin dai lontani anni dei miei studi universitari, non ho mai «visitato» come un turista Notre-Dame: l’ho sempre e soltanto «vissuta» come spazio di stupore, tempo di silenzio e di preghiera, di sguardo posato sulla bellezza e l’armonia. In anni più recenti ho avuto il dono per me inestimabile di potervi predicare: in due occasioni per i quaresimali di Notre-Dame (les Conférences de Carême) e una terza volta, sempre su invito del cardinale di Parigi, per l’iniziativa «Le cattedrali d’Europa evangelizzano». L’emozione che vi ho provato era sì legata all’eccezionalità, per me, dell’evento, ma ancor più alla chiara percezione di trovarmi in quel luogo precisamente per vivere la realtà per la quale era stato pensato fin dalla posa della prima pietra: uno spazio per credere insieme, per ascoltare insieme, per celebrare insieme la speranza, e per vivere insieme l’avventura umana e cristiana. Nell’immediatezza del tragico evento, conoscendo bene la condizione della fede cristiana in Francia, la precarietà della comunità cattolica e l’incertezza di un futuro per la chiesa, anch’io sono stato tentato di leggere l’incendio e il crollo di quella cattedrale come «il segno premonitore della possibile fine di una cultura, di una civiltà, di una religione, la fine dell’Europa, una fine di cui siamo tutti responsabili». Perciò, restano le domande che esigono una nostra risposta: crediamo ancora che l’Europa abbia un senso e possa essere un bene per il nostro futuro? Ci sentiamo ancora cittadini europei?

Eppure la circostanza che questo immane disastro sia avvenuto all’inizio della Settimana santa per i cristiani d’occidente, quando la liturgia fa risuonare le Lamentazioni del profeta Geremia sulla città di Gerusalemme distrutta e data alle fiamme, non può che collocare simbolicamente la ferita profonda subita dalla cattedrale di Notre-Dame nella speranza di una risurrezione, nel rinnovamento di una cultura e di quell’umanesimo di cui l’Europa è stata creatrice. Quest’anno l’Alleluja pasquale non risuonerà tra quelle volte, eppure sono convinto che saranno le sue note a consolare il cuore non solo dei cristiani ma anche della solidale schiera di uomini e donne di ogni dove che guardando quell’impensabile incendio hanno trepidato e pianto, accomunati da un’appartenenza piena al grande corpo dell’umanità, e uniti da una passione per quei valori dei quali Notre-Dame è simbolo.

in “La Stampa” del 17 aprile 2019