Archivi categoria: Tematiche religiose

International Day of Persons with Disabilities.

pope FRANCIS                                       [ EN  – ES  – IT ]

On the occasion of the International Day of Persons with Disabilities, we renew our gaze of faith, which sees in each brother and sister the presence of Christ Himself, Who considers every gesture of love towards one of His least brothers to have been made to Himself (cf. Gospel of Matthew 25: 40). On this occasion, I would like to recall how today the promotion of the right to participation plays a central role in combating discrimination and promoting the culture of encounter and quality of life.

Great progress has been made towards people with disabilities in the medical and welfare fields, but still today we see the presence of the throwaway culture, and many of them feel that they exist without belonging and without participating. All this calls not only for the rights of people with disabilities and their families to be protected, but it also exhorts us to make the world more human by removing everything that prevents them from having full citizenship, the obstacles of prejudice, and by promoting the accessibility of places and quality of life, taking into account of all the dimensions of the human being.

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It is necessary to care for and accompany persons with disabilities in every condition of life, also making use of current technologies but without regarding them as absolute; with strength and tenderness, to take on board situations of marginalization; and to make way alongside them and to “anoint” them with dignity for an active participation in the civil and ecclesial community. It is a demanding, even tiring journey, which will increasingly contribute to forming consciences capable of recognizing that each one of us is a unique and unrepeatable person.

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Il Papa e il valore del presepe: «Fatelo nelle case e nelle scuole»

Gian Guido Vecchi

La grotta è aggrappata a settecento metri su un fianco dei monti Sabini, «uno spazio angusto come a Betlemme», alla parete di fondo un affresco giottesco della Natività e un Bambino posato sulla roccia, ed il Papa resta a lungo a occhi socchiusi e capo chino, le mani intrecciate, muovendo appena le labbra, in preghiera come otto secoli fa il santo del quale ha scelto il nome.

È qui che san Francesco d’Assisi, di ritorno dalla Terra Santa, rappresentò nel Natale 1223 il primo presepe della storia. Ed è qui che Francesco ha voluto arrivare, ieri pomeriggio, per firmare la Lettera apostolica «Admirabile signum» sul presepe: «Vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata». Nelle case e anche nei luoghi pubblici. È come se Francesco richiamasse il senso autentico del presepe e rivendicasse del modo più solenne — è la prima volta che un pontefice gli dedica una lettera apostolica — il significato di quel «mirabile segno», sottraendolo alla retorica identitaria sovranista, a chi tende a negarlo per non «offendere» altre identità, ad ogni uso politico in Italia e nel mondo.

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L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, fa notare: «Il presepe appartiene a tutti, non può essere strumentalizzato, perché quel bambino che tende le braccia si lascia abbracciare da chiunque si accosta a lui». Così il Papa spiega che «dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato». Fa freddo, nel santuario affacciato sulla piana reatina. Decine di bimbi, in mano dei palloncini colorati, accolgono Bergoglio con un canto natalizio.

A fare il presepe «si impara da bambini, quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine che racchiude una ricca spiritualità popolare», scrive Francesco. «Ci commuove» perché «manifesta la tenerezza di Dio». San Francesco «realizzò una grande opera di evangelizzazione». Fin dall’origine, «è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione, è un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi».

Il Papa ripercorre l’intuizione del Santo di Assisi: «Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo: “Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”». Allora non c’erano statuine, «il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti».

piemonte.jpgLa Lettera spiega il senso dei «segni». Il cielo stellato e il buio ci dicono che «Dio non ci lascia soli» anche nella «notte della nostra vita». Le rovine dei palazzi antichi sono «il segno visibile dell’umanità decaduta» e mostrano che «Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio». Pastori e medicanti indicano che «i poveri sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi». Il presepe, insomma, è un appello «a seguire Gesù sulla via dell’umiltà, povertà, spogliazione, che dalla mangiatoia conduce alla Croce»

in “Corriere della Sera” del 2 dicembre 2019

Pope calls entrepreneurs, businessmen to embrace simplicity

Christopher Wells

Pope Francis on Monday received a group of young Catholic business leaders and entrepreneurs from France, who are in Rome to take part in a conference entitled a “Journey for the Common Good”. The conference aims at promoting Catholic social teaching in people’s personal and professional lives.

Genuine Christian witness

In his address, the Holy Father welcomed the pilgrims and expressed his appreciation for their desire to follow the social teaching of the Church in both their personal and professional lives. He recognized that it is not always easy to reconcile the demands of the Gospel with the demands of business and commerce; but, he said, the “evangelical values” that entrepreneurs and managers hope to implement in their businesses provide an opportunity for “genuine and irreplaceable Christian witness”.cq5dam.thumbnail.cropped.1500.844.jpg

The Pope said he hoped that the conference for the “Journey for the Common Good” would help those taking part by “enlightening their discernment” in order to help them in making conscientious decisions. He highlighted the teaching of Vatican II, in the Constitution Gaudium et spes, which encourages lay people to be responsible witnesses within their own fields, “in the light of Christian wisdom”, and with attentive respect for the doctrine of the Church.

Ecological conversion

He also highlighted the importance of ecological conversion, and recommended his own encyclical Laudato sí to nourish their “prayer and reflection”. Although cultural change takes time, Pope Francis said that businessmen and entrepreneurs have “an essential role to play” in making modest, but concrete changes “to educate the world of work to a new style”.

At the same time, he reminded them that ecological conversion must be connected to spiritual conversion, “which is its indispensable condition”. To that end, Pope Francis called on those present to “be committed to simplicity and sobriety”, rather than consumption, in order to truly appreciate life. “Simplicity allows us to stop and taste the little things”, he said, “to give thanks for the possibilities that life offers without attaching ourselves to what we have or saddening ourselves with what we do not have”.

Journey for the Common Good

The Journey for the Common Good is taking place in Rome over the course of three days, with meetings and reflections focused on the “vocation” of Christian business leaders and entrepreneurs in light of the social doctrine of the Church. The Cardinal Secretary of State, Pietro Parolin, and the Ambassador of France to the Holy See, Elizabeth Beton-Delègue, are among those scheduled to address the participants.

Vatican, 02 dicembre 2019

 

Attacco jihadista in chiesa in Burkina Faso, 14 morti

La violenza jihadista è tornata a colpire in una chiesa in Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri dell’Africa da anni teatro di attacchi delle milizie fondamentaliste spesso provenienti dai Paesi vicini. Almeno 14 persone, tra cui diversi bambini, sono morte e altre sono rimaste ferite nell’assalto a una chiesa protestante durante una funzione religiosa domenicale. L’attacco è avvenuto a Foutouri, un’area già bersaglio di aggressioni dfef5.jpga parte di gruppi terroristi legati ad al Qaeda e al Daesh.

«Una chiesa protestante è stata attaccata ad Hantoukoura, nel dipartimento di Fouturi, vicino alla frontiera con il Niger – riferisce il governatorato della regione di Fada N’Gourma in una nota – intorno a mezzogiorno, causando 14 morti e numerosi feriti». Secondo altre fonti l’attacco sarebbe stato sferrato da una decina di uomini armati che hanno preso di mira anche il celebrante, oltre a diversi bambini presenti alla funzione. Subito dopo le forze di sicurezza hanno lanciato una caccia all’uomo per individuare i membri del commando, fuggiti in motocicletta.

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“La convivenza civile è figlia del credere gli uni negli altri”

ENZO BIANCHI

È sempre più urgente che la nostra società ritrovi la fiducia, una fede comune, cioè una convinzione, un’adesione a dei principi e dei valori condivisi. Ogni società può vivere se riunisce i suoi membri attorno a un orizzonte comune, altrimenti prima o poi è votata alla decadenza e quindi alla decomposizione. Questa fiducia comune deve essere fede nell’umano, n1164.jpgegli uomini e nelle donne reali che oggi vivono gli uni accanto agli altri in questa nostra terra europea.

La democrazia muore quando diventa maggioritario il partito dei “senza fiducia”, perché la convivenza civile è figlia del credere gli uni negli altri. Non si tratta di credere che l’umanità sia naturalmente buona o che un nuovo assetto politico e sociale metta fine alla malvagità, bensì di credere nelle possibilità di umanizzarsi sempre di più, di contrastare l’ingiustizia e la violenza, di trovare vie di pace e di libertà che non escludano nessuno ma, anzi, tengano particolarmente conto dei deboli, dei meno muniti e difesi, sempre presenti nella società.

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Pope writes Apostolic Letter on the significance of the Christmas crèche

Pope Francis has written an Apostolic Letter on the meaning and importance of the nativity scene.[ AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – PL  – PT ]

He signed the Letter during his visit on Sunday afternoon to the Italian town of Greccio. Greccio is the mountain village where Saint Francis of Assisi created the first crib scene in 1223 to commemorate the birth of Jesus. Pope Francis returned to the town on Sunday to deliver his Apostolic Letter entitled, “Admirabile signum”.PRESEPE-OK.jpg

An enchanting image

The Latin title of the Letter refers to the “enchanting image” of the Christmas crèche, one that “never ceases to arouse amazement and wonder”, writes the Pope. “The depiction of Jesus’ birth is itself a simple and joyful proclamation of the mystery of the Incarnation of the Son of God”, he says.

A living Gospel

“The nativity scene is like a living Gospel rising up from the pages of sacred Scripture”, continues Pope Francis. Contemplating the Christmas story is like setting out on a spiritual journey, “drawn by the humility of the God who became man in order to encounter every man and woman.” So great is His love for us, writes the Pope, “that He became one of us, so that we in turn might become one with Him.”

A family tradition

The Pope hopes this Letter will encourage the family tradition of preparing the nativity scene, “but also the custom of setting it up in the workplace, in schools, hospitals, prisons and town squares.” Praising the imagination and creativity that goes into these small masterpieces, Pope Francis says he hopes this custom will never be lost “and that, wherever it has fallen into disuse, it can be rediscovered and revived.”

The Gospel origin of the crèche

Pope Francis recalls the origin of the Christmas crèche as related in the Gospels. “Coming into this world, the Son of God was laid in the place where animals feed. Hay became the first bed of the One who would reveal Himself as ‘the bread come down from heaven’.” The nativity scene “evokes a number of the mysteries of Jesus’ life and brings them close to our own daily lives”, writes the Pope.

Saint Francis’ crèche in Greccio

Pope Francis takes us back to the Italian town of Greccio, which Saint Francis visited in the year 1223. The caves he saw there reminded him of the countryside of Bethlehem. On 25 December, friars and local people came together, bringing flowers and torches, writes the Pope. “When Francis arrived, he found a manger full of hay, an ox and a donkey.” A priest celebrated the Eucharist over the manger, “showing the bond between the Incarnation of the Son of God and the Eucharist.”

The start of the tradition

This is how our tradition began, continues Pope Francis, “with everyone gathered in joy around the cave, with no distance between the original event and those sharing in its mystery.” With the simplicity of that sign, Saint Francis carried out a great work of evangelization, he writes. His teaching continues today “to offer a simple yet authentic means of portraying the beauty of our faith.”

A sign of God’ tender love

Pope Francis explains that the Christmas crèche moves us so deeply because it shows God’s tender love. From the time of its Franciscan origins, “the nativity scene has invited us to ‘feel’ and ‘touch’ the poverty that God’s Son took upon Himself in the Incarnation”, writes the Pope. “It asks us to meet Him and serve Him by showing mercy to those of our brothers and sisters in greatest need.”

The meaning of the crèche elements  

Pope Francis reflects on the meaning behind the elements that make up the nativity scene. He begins with the background of “a starry sky wrapped in the darkness and silence of night.” We think of when we have experienced the darkness of night, he says, yet even then, God does not abandon us. “His closeness brings light where there is darkness and shows the way to those dwelling in the shadow of suffering.”

The landscape

The Pope then writes about the landscapes that often include ancient ruins or buildings. He explains how these ruins are “the visible sign of fallen humanity, of everything that inevitably falls into ruin, decays and disappoints.” This scenic setting tells us that Jesus has come “to heal and rebuild, to restore the world and our lives to their original splendour.”

The shepherds

Turning to the shepherds, Pope Francis writes that, “unlike so many other people, busy about many things, the shepherds become the first to see the most essential thing of all: the gift of salvation. It is the humble and the poor who greet the event of the Incarnation.” The shepherds respond to God “who comes to meet us in the Infant Jesus by setting out to meet Him with love, gratitude and awe”, he adds.

The poor and the lowly

The presence of the poor and the lowly, continues the Pope, is a reminder that “God became man for the sake of those who feel most in need of His love and who ask Him to draw near to them.” From the manger, “Jesus proclaims, in a meek yet powerful way, the need for sharing with the poor as the path to a more human and fraternal world in which no one is excluded or marginalized.”

Everyday holiness

Then there are the figures that have no apparent connection with the Gospel accounts. Yet, writes Pope Francis, “from the shepherd to the blacksmith, from the baker to the musicians, from the women carrying jugs of water to the children at play: all this speaks of everyday holiness, the joy of doing ordinary things in an extraordinary way.”

Mary and Joseph

The Pope then focuses on the figures of Mary and Joseph.

“Mary is a mother who contemplates her child and shows Him to every visitor”, he writes. “In her, we see the Mother of God who does not keep her Son only to herself, but invites everyone to obey His word and to put it into practice. Saint Joseph stands by her side, “protecting the Child and His Mother.” Joseph is the guardian, the just man, who “entrusted himself always to God’s will.”

The Infant Jesus

But it is when we place the statue of the Infant Jesus in the manger, that the nativity scene comes alive, says Pope Francis. “It seems impossible, yet it is true: in Jesus, God was a child, and in this way He wished to reveal the greatness of His love: by smiling and opening His arms to all.” The crèche allows us to see and touch this unique and unparalleled event that changed the course of history, “but it also makes us reflect on how our life is part of God’s own life.”

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The Three Kings 

As the Feast of Epiphany approaches, we add the Three Kings to the Christmas crèche. Their presence reminds us of every Christian’s responsibility to spread the Gospel, writes Pope Francis. “The Magi teach us that people can come to Christ by a very long route”, but returning home, they tell others of this amazing encounter with the Messiah, “thus initiating the spread of the Gospel among the nations.”

Transmitting the faith

The memories of standing before the Christmas crèche when we were children should remind us “of our duty to share this same experience with our children and our grandchildren”, says Pope Francis. It does not matter how the nativity scene is arranged, “what matters is that it speaks to our lives.”

The Christmas crèche is part of the precious yet demanding process of passing on the faith, concludes Pope Francis. “Beginning in childhood, and at every stage of our lives, it teaches us to contemplate Jesus, to experience God’s love for us, to feel and believe that God is with us and that we are with Him.”

 

La diplomazia pontificia. La pace e la giustizia tra le priorità perseguite

PIETRO PAROLIN, Segretario di Stato del Vaticano

L’esperienza ci mostra che in quanti si avvicinano all’azione diplomatica della Santa Sede è sempre presente un interrogativo: per quale fine agisce la diplomazia pontificia? Per dare risposta si possono qui richiamare ragioni storiche — credo che siano ancora valide le argomentazioni del Balladore-Pallieri e del Vismara, illustri docente di questo Ateneo — e affermare che si tratta di un’azione proseguita in continuità nel corso dei secoli o magari la si può leggere seguendo il corso degli avvenimenti e delle decisioni adottate. Spesso, però, si tralascia di indicare che siamo di fronte a un’azione sviluppata seguendo le forme della diplomazia permanente che hanno visto e vedono la Santa Sede parte di quella rete di relazioni stabili tra le Nazioni che, con tutti i limiti possibili, rappresenta anche oggi uno strumento a servizio della umana convivenza e della sua aspirazione alla sicurezza, alla stabilità, alla pace. La diplomazia pontificia, infatti, pur saldamente ancorata dalla sua natura a compiti anzitutto ecclesiali che la pongono a servizio della missione universale della Chiesa, resta proiettata nell’opera di garantire l’ordinata convivenza mondiale, quell’auspicata pace che, lungi dall’essere equilibrio, è in primo luogo sinonimo ed effetto della giustizia.

Certo, nel caso della diplomazia pontificia va sempre ricordato che essa costituisce strumento essenziale per la vita interna della Chiesa, e cioè per la realtà di una comunità di credenti con il suo assetto spirituale e societario tra di loro uniti da un vincolo inscindibile. Con il suo servizio, infatti, il Rappresentante Pontificio svolge una diretta collaborazione con la missione del Successore di Pietro, manifesta cioè in modo visibile lcolomba-della-pace-vector-background_10876-3.jpg’interesse e la sollecitudine che il Papa ha per le Chiese locali presenti nelle diverse Regioni. Attraverso il suo Rappresentante, il Vescovo di Roma instaura un rapporto vitale e necessario che contribuisce a far emergere la vera immagine della Chiesa, quale realtà di comunione tra il centro e la periferia. Una comunione che oggi Papa Francesco vede come strumento per superare le diversità e prevenire gli antagonismi o le divisioni […].

Il collegamento alla pace è continuo e permette di leggere la cifra sulla quale la diplomazia pontificia, seguendo le norme e il linguaggio che della diplomazia sono propri, si struttura per trasformare la pace da solo sentimento a metodo: favorire una coesistenza internazionale fatta di amicizia, rispetto, attenzione reciproca[…].

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La morte. La Bibbia sulla soglia del mistero

LAURA  INVERNIZZI

Che cos’è la morte per la Bibbia? La domanda è semplice, la risposta improba, perché quello della morte è un concetto ambiguo e nella Bibbia, che raccoglie una riflessione sviluppatasi in un arco di circa mille anni, non esiste un unico modo di pensare alla morte: vi si trovano insieme molteplici prospettive, non organizzate, nel libro che abbiamo in mano, né secondo lo sviluppo storico del pensiero e della riflessione (che può essere ricostruito attraverso la datazione dei testi), né in modo sistematico. La riflessione speculativa sulla morte non è di interesse biblico, anche perché più che la morte in sé, o ciò che la segue, alla Bibbia interessa la vita, e la morte, facendo parte naturalmente del ciclo della vita umana, è incontrata solo come limite della vita stessa.

Hieronymus Bosch, «Salita al Calvario» (1510-1516)

Nella Bibbia ebraica, in cui il numero delle ricorrenze del sostantivo «morte» (152) è circa un terzo di quello delle ricorrenze del verbo «morire» (843), inoltre, più che della morte in astratto, della sua provenienza e del motivo per cui costituisce il termine ineludibile della vita, si parla del morire dell’uomo, delle diverse circostanze e dei modi in cui l’uomo affronta la morte, propria o altrui. La situazione cambia nei testi scritti in greco, con un aumento in proporzione dell’uso del sostantivo, forse perché è maggiore il grado di astrazione che tale lingua permette. Tali testi, inoltre, essendo più recenti, riflettono uno stadio più avanzato della riflessione e tra di essi vi sono gli scritti del Nuovo Testamento, nei quali la morte di Gesù e il suo morire hanno importanza fondamentale per dar senso non solo alla morte, ma alla vita stessa.

Percorrendo le pagine bibliche si può tratteggiare una piccola fenomenologia dell’uomo davanti alla morte, che non pretende di essere esaustiva, ma permette di evocare vari modi in cui la morte è vista e valutata e di far emergere l’ambiguità che soggiace a ogni ragionamento, che tocchi tale realtà.

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Religione. Alla ricerca di Dio tra le contraddizioni del mondo moderno

Roberto Righetto

«Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa»: è uno dei passi emblematici del monologo Il nostro bisogno di consolazione di Stig Dagerman, scrittore svedese, morto suicida a soli 31 anni nel 1954. Quando apparve in Italia nel 1991, questo giornale fu il primo a parlare del libro, e in maniera entusiasta. Perché dentro il nichilismo che esprime è racchiuso un inno alla vita, nonostante egli fosse convinto che l’uomo è solo polvere e scrivesse che «l’eternità non si cura di me». Assieme a Vasilij Grossman e al suo racconto dell’orrore di Treblinka, che per primo descrisse quando entrò nel campo di sterminio assieme all’esercito sovietico nell’autunno del 1944 («la striscia nera, funerea, di cenere che attraversava i boschi e i campi»: espressione non più di un buio interiore ma dell’inferno che l’uomo è capace di infliggere all’altro uomo), Dagerman è il primo autore con cui si mette a confronto Erik Varden nel suo volume La solitudine spezzata.

Nato in Norvegia e già ricercatore a Cambridge, Varden è entrato in monastero nel 2002; ora è abate di Mount Saint Bernard in Inghilterra. Il libro, che in Italia è appena stato tradotto da Qiqajon (pagine 152, euro 16), è un invito a recuperare il senso della memoria cristiana in un momento storico in cui egli deve ammettere che «termini come ‘grazia’, ‘peccato’, ‘redenzione’, perfino ‘Dio’, sono ampiamente diventati privi di significato», per poi specificare che, «il nostro tempo è diffidente verso le parole e rifugge i dogmi, eppure conosce il significato del desiderio. Desidera confusamente, senza sapere che cosa, se non la sensazione di avere inAgus.jpg sé un vuoto che necessita di essere riempito».

E qui Varden esprime parole severe sullo stato del cristianesimo, che è affetto di spiritualismo e «manca di credibilità incarnata», incapace di guardare avanti e propenso a recriminare e a invocare il bel tempo perduto. Come la moglie di Lot, i credenti oggi molto spesso hanno nostalgia degli agi della cristianità e finiscono per rinchiudersi in una fortezza o per farsi prendere dalla depressione spirituale. Quell’accidia che i monaci conoscono bene, assai prima di Freud. Pur non condannando la donna che uscendo da Sodoma si volge indietro, un gesto che come disse Origene con tenerezza esprime il proprio dell’uomo di essere fatto di carne (e che anche Anna Achmatova ha esaltato in una poesia commovente uscendo dal cliché di fumetto teologico), Varden rammenta col cardinale Newman che «essere a proprio agio vuol dire non essere al sicuro » e che «non è mai troppo tardi per trasformarsi in una statua di sale».

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“Perché avete paura della vita?” Gesù sta tutto in una domanda

Massimo Recalcati

Nei Vangeli le domande di Gesù prevalgono sulle risposte. È la constatazione sorprendente dalla quale prende avvio l’ultimo ispirato libro del monaco di Bose Ludwig Monti, studioso raffinato e radicale delle Sacre Scritture.

L’etimologia del termine domanda viene dal greco erotesis, parola che concerne direttamente il desiderio e la forza di Eros. L’amore, come la domanda, è, infatti, qualcosa in movimento, dinamico, vivo. Nella predicazione di Gesù non solo la domanda assume un valore dominante rispetto alla risposta, ma Gesù stesso appare come l’incarnazione di una domanda. Come Copenhaver ha scritto, egli è «la domanda a tutte le nostre risposte».

Nelle domande di Gesù, sostiene Monti, ci sono dei “chiodi fissi”. Domande che ritornano insistentemente. Per esempio, la domanda cruciale: «Non avete mai letto?». Il rapporto di Gesù con le Scritture è indicativo del senso stesso della sua predicazione. Egli non legge i testi sacri come se fossero semplici parole o racconti che provengono da un tempo passato. Leggere le Scritture non significa accumulare un sapere erudito. L’idea che Gesù ha della lettura è sovversiva. Si legge non con gli occhi ma col cuore; per questo, come scriveva Gregorio Magno, «le parole divine crescono insieme con chi legge ». La lettura non è solo un esercizio intellettuale, ma è fare esperienza di un incontro. Questo incontro — l’incontro con la parola delle Scritture — se è davvero tale dà luogo ad una “conversione”, all’acquisizione di una nuova forma per la propria vita. «Non aveMonti-Domande-di-Gesù.jpgte mai letto nelle Scritture?» è la domanda che Gesù rivolge a chi lo ascolta per spronare a leggere col cuore. Se non c’è cuore, o, se il cuore si è “indurito”, non c’è possibilità di incontrare la verità della parola. Questo significa, come ricorda il monaco di Bose, che la religione non deve mai prevalere sulla vita. Se essa porta nel suo etimo latino ( religio) il legare, l’imbrigliare, Gesù «ha sempre liberato e mai legato».

La parola di Gesù è focalizzata a liberare la vita da ogni peso sacrificale, compreso quello religioso. Non si tratta di mortificare la vita sotto la frusta di una legge inumana e patibolare, ma di riempire la vita di vita, di diventare il “sale della terra”. «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv, 10,10). Le Scritture non contengono parole morte, parole chiuse nella dogmatica religiosa della risposta, ma parole che chiedono di essere restituite alla vita.

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