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La regola di vita del prete: vocazione, formazione, missione

Lorenzo Prezzi

L’invito a una regola di vita per il prete torna in una pubblicazione di Mauro Maria Morfino, vescovo di Alghero-Bosa: Facciamo come il Signore. Pensare una regola di vita del presbitero (recuperabile sul sito della diocesi). Un testo assai sviluppato (un centinaio di pagine), strettamente connesso con quella corrente spirituale che da alcuni decenni fa del riferimento alla regola di vita un marchio di riconoscimento non solo per il presbitero, ma anche per il laico.

La memoria va subito alla Regola di vita del cristiano ambrosiano, lettera pastorale del card. C.M. Martini nel 1996. Diceva: ho scritto questa regola «per dirti in forma semplice e breve dove è possibile incontrare il Dio che è il nostro Tutto, il Dio della compassione e della misericordia, il Dio che si fa compagno del nostro dolore e ci aiuta a portarne il peso, dandogli un senso. Questo Dio puoi trovarlo nella Chiesa: nel suo annuncio, che è il Vangelo di Gesù e dei fatti storici indubitabili della sua vita», nei suoi sacramenti e nella compagnia di quanti credono.

Un’indicazione spirituale che ha trovato un’applicazione molto estesa per i presbiteri. L’hanno ripresa B. Mazzocato, vescovo di Treviso, nel 2008, M. Semeraro (Albano Laziale) nel 2016, F. Masseroni (Vercelli) nel 2001, L. Monari (Brescia) alla CEI nel 2006 e poi ai suoi preti nel 2012.

Il suo riferimento è più volte tornato nella ricerca sul prete che i vescovi hanno fatto fra il 2014-2015. In particolare negli scritti dei vescovi G. Sigismondi (ora assistente ACI) e F. Lambiasi (Rimini).

La corrente spirituale affonda le sue radici nella lunga storia ecclesiale, in particolare nella tradizione monastica (Regola di Benedetto) e in quella pastorale (Gregorio Magno, Regula pastoralis).

I nervi scoperti

La regola è contemporaneamente disciplina del tempo, discepolato del Signore e stile del ministero: «la regola è verificare sul volto e sul passo di Cristo, la nostra esistenza di cristiani e di servi del Vangelo. È per salvaguardare senza tentennamenti e infingimenti la salus animarum, suprema lex Ecclesiae e per vivere sapientemente e gioiosamente il ministero di grazia ricevuto con l’imposizione della mani, che si può parlare di una regola di vita e della sua attuazione» (p. 89).

La tirannia dei tempi, il venir meno del ruolo sociale del prete, la necessità di un’identità spirituale robusta convergono oggi nella rinnovata richiesta di una disciplina e di uno stile che permettano al presbitero di vivere pienamente il suo ministero.

Un ampio spazio è dato al riferimento principe, cioè alla Parola. In particolare nel commento a Mc 1,28-39 (una giornata-tipo di Gesù) e a Gv 21,15-17 (la triplice richiesta di amore di Gesù a Pietro).

Tornano spesso i punti fondanti e faticosi della vita presbiterale: dalla radicalità della scelta all’opportunità di trovare appigli e sostegni alla fedeltà nel ministero, dal ritmo fra lavoro e riposo alla gerarchia delle attività, dal rapporto fra preghiera e azione alla qualità della liturgia e dell’omiletica.

Soprattutto nella seconda parte si affrontano i «nervi scoperti», le tentazioni che mettono alla prova l’elemento unificante della vita presbiterale, cioè la carità pastorale.

A cominciare dal tempo. «Cogliamo non raramente il tempo rivestito di inimicizia nei nostri confronti o come indomabile entità. Tempo che perdiamo. Tempo che non ha più tempo per noi. E noi divorati dal tempo, orfani del tempo, vittime puntualmente alienate del tempo idolatrato» (p. 50). «Senza una disciplina del tempo, che è una vera “santificazione del tempo”, non c’è possibilità di vita spirituale cristiana» (p. 52).

Ri-umanizzare le relazioni. Il che significa essere sia vicini che distinti rispetto agli interlocutori, capaci di empatia, di reciprocità, di gratuità, di stabilità relazionale, di assertività e di tenerezza. Il diritto del presbitero a stare da solo, un sorta di jus… solo. Fare da soli, camminare da soli, pensare da soli: è ciò che smentisce il dato originario di appartenere a un corpus, di essere nel presbiterio. Non ci bastano i presbiteri, ci occorrono i presbitèri (F. Lambiasi).

La rabbia del maligno

L’autarchia dottrinale. L’ecclesiologia che innerva parole e prassi deraglia e non è più quella cattolica, non è più quella del concilio, né del magistero. «Il demonio teme poco coloro che digiunano, coloro che pregano anche di notte, coloro che sono casti, perché sa bene quanti di questi ne ha portato alla rovina. Ma coloro che sono concordi e che vivono nella casa di Dio, con un cuor solo, uniti a Dio e tra loro nell’amore, questi producono al demonio dolore, timore, rabbia» (san Bernardo).

L’autarchia liturgica. «Quando la comunità deve assistere allo smantellamento dell’altare e trovarsi imposta la celebrazione spalle al popolo mai richiesta dall’assemblea o altri arbitrari sconvolgimenti degli spazi liturgico-celebrativi, come anche la riesumazione di riti, libri liturgici, paramenti e consuetudini che la Chiesa ha sostituito; o il divieto per i fedeli di ricevere l’eucaristia nelle mani per comunicarsi obbligatoriamente in bocca, cosa che la delibera attuativa della CEI n. 56 non prevede, dov’è più rintracciabile il “grande valore pedagogico” della liturgia?» (pp. 65-66).

Il clericalismo. «È un nervo scoperto che, oltre a far male, molto scandalizza coloro che ne diventano disarmati testimoni. Il “qui comando io” – che sta a indicare che né concilio, né papa, né vescovo, né vicario generale, né vicario foraneo, né tantomeno alcun altro “semplice” confratello, può interferire sulla conduzione della mia parrocchia, del mio ministero» (p. 66).

La pastorale mercenaria. «Si privilegia una pastorale settoriale e selettiva, che dà enfasi e largo spazio alle proprie genialità, mentre mortifica e penalizza ambiti pastorali che gli competerebbero come prete, a pieno titolo con il medesimo investimento di energie» (p. 67-68). Tratti che lasciano il gusto amaro della mercificazione «si palesano anche nella resistenza a mutare luogo, campo di azione e modalità operative, tenendo in ostaggio e per lunghi anni, intere comunità» (p. 68).

Coerenza e studio

Il testo si chiude con due annotazioni.

La prima sulla coerenza fra vissuto e detto, perché la predicazione è efficace solo se c’è coerenza fra quanto si dice e quello che si vive.

La seconda riguarda lo studio. Una reazione evidente alla svalutazione dello sforzo concettuale e all’impegno della conoscenza teologica, diffusa non solo fra il clero, ma spesso anche fra il laicato. «Alla radice di questo malvezzo, probabilmente, vi è un fraintendimento di fondo, assai generalizzato: cioè il tempo dedicato allo studio, è tempo sottratto alla gente, alla pastorale, alla vita parrocchiale e associativa. Un tempo di estraniazione dalla propria vocazione di pastore, di uomo per e tra la gente». Tutt’altro. Le ore dello studio «si riverberano sulla sua identità ministeriale come addizione e non come sottrazione… È un tempo santo perché è da quelle ore “extracomunitarie” del prete che viene ri-ossigenata la comunità; è da questo spazio ad elevata identità pastorale, che i destinatari del nostro servizio ecclesiale beneficiano di diagnosi non affrettate» (pp. 82-83).

in Settimana-News 17 maggio 2018

 

PER LEGGERE IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO :

http://www.diocesialghero-bosa.it/wp-content/uploads/2018/02/Facciamo-come-il-Signore_MMMorfino.pdf

Message of His Holiness Francis for World Mission Day 2018

Together with young people, let us bring the Gospel to all

Dear young people, I would like to reflect with you on the mission that we have received from Christ. In speaking to you, I also address all Christians who live out in the Church the adventure of their life as children of God. What leads me to speak to everyone through this conversation with you is the certainty that the Christian faith remains ever young when it is open to the mission that Christ entrusts to us. “Mission revitalizes faith” (Redemptoris Missio, 2), in the words of Saint John Paul II, a Pope who showed such great love and concern for young people.

The Synod to be held in Rome this coming October, the month of the missions, offers us an opportunity to understand more fully, in the light of faith, what the Lord Jesus wants to say to you young people, and, through you, to all Christian communities.

Life is a mission

Every man and woman is a mission; that is the reason for our life on this earth. To be attracted and to be sent are two movements that our hearts, especially when we are young, feel as interior forces of love; they hold out promise for our future and they give direction to our lives. More than anyone else, young people feel the power of life breaking in upon us and attracting us. To live out joyfully our responsibility for the world is a great challenge. I am well aware of lights and shadows of youth; when I think back to my youth and my family, I remember the strength of my hope for a better future. The fact that we are not in this world by our own choice makes us sense that there is an initiative that precedes us and makes us exist. Each one of us is called to reflect on this fact: “I am a mission on this Earth; that is the reason why I am here in this world” (Evangelii Gaudium, 273).

We proclaim Jesus Christ

The Church, by proclaiming what she freely received (cf. Mt 10:8; Acts 3:6), can share with you young people the way and truth which give meaning to our life on this earth. Jesus Christ, who died and rose for us, appeals to our freedom and challenges us to seek, discover and proclaim this message of truth and fulfilment. Dear young people, do not be afraid of Christ and his Church! For there we find the treasure that fills life with joy. I can tell you this from my own experience: thanks to faith, I found the sure foundation of my dreams and the strength to realize them. I have seen great suffering and poverty mar the faces of so many of our brothers and sisters. And yet, for those who stand by Jesus, evil is an incentive to ever greater love. Many men and women, and many young people, have generously sacrificed themselves, even at times to martyrdom, out of love for the Gospel and service to their brothers and sisters. From the cross of Jesus we learn the divine logic of self-sacrifice (cf. 1 Cor 1:17-25) as a proclamation of the Gospel for the life of the world (cf. Jn 3:16). To be set afire by the love of Christ is to be consumed by that fire, to grow in understanding by its light and to be warmed by its love (cf. 2 Cor 5:14). At the school of the saints, who open us to the vast horizons of God, I invite you never to stop wondering: “What would Christ do if he were in my place?”

Transmitting the faith to the ends of the earth

You too, young friends, by your baptism have become living members of the Church; together we have received the mission to bring the Gospel to everyone. You are at the threshold of life. To grow in the grace of the faith bestowed on us by the Church’s sacraments plunges us into that great stream of witnesses who, generation after generation, enable the wisdom and experience of older persons to become testimony and encouragement for those looking to the future. And the freshness and enthusiasm of the young makes them a source of support and hope for those nearing the end of their journey. In this blend of different stages in life, the mission of the Church bridges the generations; our faith in God and our love of neighbor are a source of profound unity.

This transmission of the faith, the heart of the Church’s mission, comes about by the infectiousness of love, where joy and enthusiasm become the expression of a newfound meaning and fulfilment in life. The spread of the faith “by attraction” calls for hearts that are open and expanded by love. It is not possible to place limits on love, for love is strong as death (cf. Song 8:6). And that expansion generates encounter, witness, proclamation; it generates sharing in charity with all those far from the faith, indifferent to it and perhaps even hostile and opposed to it. Human, cultural and religious settings still foreign to the Gospel of Jesus and to the sacramental presence of the Church represent the extreme peripheries, the “ends of the earth”, to which, ever since the first Easter, Jesus’ missionary disciples have been sent, with the certainty that their Lord is always with them (cf. Mt 28:20; Acts 1:8). This is what we call the missio ad gentes. The most desolate periphery of all is where mankind, in need of Christ, remains indifferent to the faith or shows hatred for the fullness of life in God. All material and spiritual poverty, every form of discrimination against our brothers and sisters, is always a consequence of the rejection of God and his love.

The ends of the earth, dear young people, nowadays are quite relative and always easily “navigable”. The digital world – the social networks that are so pervasive and readily available – dissolves borders, eliminates distances and reduces differences. Everything appears within reach, so close and immediate. And yet lacking the sincere gift of our lives, we could well have countless contacts but never share in a true communion of life. To share in the mission to the ends of the earth demands the gift of oneself in the vocation that God, who has placed us on this earth, chooses to give us (cf. Lk 9:23-25). I dare say that, for a young man or woman who wants to follow Christ, what is most essential is to seek, to discover and to persevere in his or her vocation.

Bearing witness to love

I am grateful to all those ecclesial groups that make it possible for you to have a personal encounter with Christ living in his Church: parishes, associations, movements, religious communities, and the varied expressions of missionary service. How many young people find in missionary volunteer work a way of serving the “least” of our brothers and sisters (cf. Mt 25:40), promoting human dignity and witnessing to the joy of love and of being Christians! These ecclesial experiences educate and train young people not only for professional success, but also for developing and fostering their God-given gifts in order better to serve others. These praiseworthy forms of temporary missionary service are a fruitful beginning and, through vocational discernment, they can help you to decide to make a complete gift of yourselves as missionaries.

The Pontifical Mission Societies were born of young hearts as a means of supporting the preaching of the Gospel to every nation and thus contributing to the human and cultural growth of all those who thirst for knowledge of the truth. The prayers and the material aid generously given and distributed through the Pontifical Mission Societies enable the Holy See to ensure that those who are helped in their personal needs can in turn bear witness to the Gospel in the circumstances of their daily lives. No one is so poor as to be unable to give what they have, but first and foremost what they are. Let me repeat the words of encouragement that I addressed to the young people of Chile: “Never think that you have nothing to offer, or that nobody needs you. Many people need you. Think about it! Each of you, think in your heart: many people need me” (Meeting with Young People, Maipu Shrine, 17 January 2018).

Dear young people, this coming October, the month of the missions, we will hold the Synod devoted to you. It will prove to be one more occasion to help us become missionary disciples, ever more passionately devoted to Jesus and his mission, to the ends of the earth. I ask Mary, Queen of the Apostles, Saint Francis Xavier, Saint Thérèse of the Child Jesus and Blessed Paolo Manna to intercede for all of us and to accompany us always.

From the Vatican, 20 May 2018, Solemnity of Pentecost

Chiesa e persone Lgbt sul ponte dell’incontro

Matteo Zuppi e Luciano Moia

Rispetto, compassione e sensibilità. Sono i tre atteggiamenti che padre James Martin, gesuita americano, chiede alla Chiesa nei confronti delle persone Lgbt. Ma è anche quello che, allo stesso modo, chiede alle persone Lgbt nei confronti della Chiesa. Se ciascuno trova il coraggio di fare un pezzetto di strada, rivedendo posizioni di chiusura o di sospetto, come peraltro sollecita papa Francesco in Amoris laetitia e non solo, sarà possibile un incontro fecondo per tutti, in un clima in cui le persone Lgbt potranno «comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (Al, 250).

“Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone Lgbt” (Marcianum press; pagine 114) è titolo del libro di padre Martin, nei prossimi giorni in libreria, di cui pubblichiamo la prefazione dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi. Si tratta di un saggio agile ed immediato che scandaglia le buone ragioni per cui la Chiesa dovrebbe offrire il suo sostegno pastorale alle persone che vivono un orientamento sessuale segnato dalla sofferenza della complessità. E le buone ragioni, com’è facile intuire, sono quelle del Vangelo. Perché, con questo abbraccio nella misericordia, la Chiesa potrebbe contribuire all’unità, risolvendo una divisione che affligge molti credenti. Quindi «rispetto, compassione e sensibilità»?

Il rispetto, spiega il padre gesuita, significa «riconoscere che i cattolici Lgbt esistono», significa «occuparsi del loro bene spirituale, compito che alcune diocesi e parrocchie già assolvono egregiamente». Compassione vuol dire «porsi in una condizione di ascolto», che è l’atteggiamento che la Chiesa dovrebbe usare nei confronti di tutti gli emarginati. E, infine, la sensibilità, presuppone familiarità ed amicizia. Poi, visto che il ponte dev’essere “bidirezionale”, i credenti Lgbt, come detto, dovrebbero usare la stessa disponibilità nei confronti della Chiesa.

«Un libro atteso e molto necessario che aiuterà vescovi, preti, operatori pastorali e tutti i leader della Chiesa ad essere più sensibili verso i membri Lgbt della comunità ecclesiale cattolica », ha sottolineato il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per laici, famiglia e vita, in una «dichiarazione di apprezzamento » riportata con altre all’inizio del libro. E ha aggiunto: «Aiuterà anche i membri Lgbt a sentirsi più a casa propria in quella che, dopo tutto, è anche la loro Chiesa».

Di grande interesse la postazione all’edizione italiana di Damiano Migliorini e padre Giuseppe Piva che riflettono sul rapporto tra pastorale e dottrina auspicando non tanto una rivoluzione normativa, quanto alcune azioni concrete sul piano della comprensione e dell’accoglienza. Obiettivi pastorali e nessuna “svolta” come paventato da coloro che negli Usa e in Italia si sono schierati contro questo libro con un fitto fuoco di sbarramento. Preoccupazioni inutili. Leggere per credere (L.Mo.)

Un ponte da costruire, così è stata tradotta l’opera di padre James Martin, Building a Bridge. L’attenzione non può che cadere su entrambe le metà del titolo. Innanzitutto ‘ponte’, espressione molto amata da papa Francesco, che mette in comunicazione molto rispettosa, possibilmente empatica e piena di sensibilità, due realtà presenti nella nostra stessa Chiesa: i pastori e l’insieme variegato e complesso delle persone omosessuali, che padre Martin – come spiega nel testo – preferisce indicare con la sigla Lgbt. Senza alcuna intenzione ideologica, ma solamente con la volontà di indicarle con il nome che queste stesse comunità si sono date. È un necessario passo per avviare una comunicazione rispettosa. È innegabile la varietà delle posizioni che le persone omosessuali esprimono riguardo alla loro stessa condizione, tra esse molte non condivisibili; e ancor maggiore è la complessità del loro vissuto in relazione alla fede in Dio, nella comunità cristiana o lontana da essa.

Gli insegnamenti della Chiesa circa la condizione delle persone omosessuali sono chiari e sinteticamente espressi nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Essi sono il punto di partenza per padre Martin, il quale non vuole in alcun modo metterli in discussione. Questi insegnamenti non sono stati seguiti da una prassi pastorale adeguata, che non si limiti solo all’applicazione fredda delle indicazioni dottrinali, ma faccia diventare queste ultime un itinerario di accompagnamento. Di frequente l’approccio è stato finora solo in rapida risposta alle sollecitazioni opportune e non opportune di gruppi e persone omosessuali, spesso solo per il loro contenimento, soprattutto credenti (pur con prospettive a volte molto differenti sono indicative le esperienze di gruppi di cattolici omosessuali, tra i quali l’esperienza di Courage e di altri gruppi ospitati in parrocchie o diocesi del nostro Paese).

Le parole di Papa Francesco in Amoris Laetitia ci sollecitano ad un allargamento della prospettiva che traduca in itinerari pastorali la dottrina di sempre. «Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (n. 250). Come più volte ci ha ricordato Papa Francesco, nella pastorale siamo chiamati a non accontentarci della semplice applicazione delle norme morali («Un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni ‘irregolari’, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone», Amoris laetitia, n.305), optando piuttosto per un vero e paziente accompagnamento (‘ Accompagnare, Discernere, Integrare…’) alla comprensione e assunzione vitale del messaggio evangelico da parte di ogni persona, senza riduzioni, con una sapiente pedagogia della gradualità che, tenendo conto delle particolari circostanze di ciascuno, nulla tolga all’integrità della fede e della dottrina. Questo è l’opportuno esercizio del ministero della Chiesa come Madre e Maestra.

L’intento del libro è questo: aiutare a maturare un atteggiamento di comprensione e capacità di accompagnamento dei pastori nei confronti dei fratelli e sorelle omosessuali ma anche viceversa, perché specularmente c’è la tentazione di chiudersi o di assumere posizioni ideologiche. L’aspirazione del libro è aiutare l’anelito ad una vita evangelica dentro la comunità cristiana e coltivare una relazione pastorale che porti frutti per il Regno. Nessun autentico cammino di crescita spirituale e morale può prescindere dalla verità del Vangelo e della dottrina; ma la carità e la verità evangelica nella pastorale esigono la disponibilità e la capacità al dialogo. E allora sì, c’è un ponte ‘da costruire’ – per venire alla seconda metà del titolo – con questa significativa porzione del popolo di Dio, le persone Lgbt, pur nella loro variegata espressione ecclesiale. Il non far niente, invece, rischia di generare tanta sofferenza, fa sentire soli e, spesso, induce ad assumere posizioni di contrapposizione ed estreme.

Tale ‘costruzione’ è un’operazione difficile, in divenire, come bene lascia intuire la traduzione italiana. Ce lo ricorda ancora Papa Francesco, in due passi molto profondi di Evangelii Gaudium: «A coloro che sono feriti da antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae. […] Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto!» (nn. 100-101).

Il libro di padre Martin, uno dei primi tentativi a riguardo, è utile a favorire il dialogo, la conoscenza e comprensione reciproca, in vista di un nuovo atteggiamento pastorale da ricercare insieme alle nostre sorelle e fratelli Lgbt. Come ha già ben detto il Cardinal Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita della Santa Sede, questo libro è «molto necessario » e «aiuterà vescovi, sacerdoti e operatori pastorali (…) ad essere più sensibili verso i membri Lgbt della comunità ecclesiale cattolica». Inoltre «aiuterà anche i membri Lgbt a sentirsi più a casa propria in quella che, dopo tutto, è anche la loro Chiesa».

*Arcivescovo di Bologna

in “Avvenire” del 20 maggio 2018

“Con la fede ho trovato i miei sogni e la forza di realizzarli”

Domenico Agasso jr

«Gli estremi confini della terra sono molto relativi e sempre facilmente “navigabili”». Il mondo digitale, «le reti sociali stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano». Eppure senza il dono «coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita».

Lo scrive papa Francesco nel Messaggio per la 92.ma Giornata missionaria mondiale, che si celebra domenica 21 ottobre 2018, intitolato «Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti». Il Pontefice rivela che «grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli». E afferma: «Per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più».

Quello che spinge il Vescovo di Roma a parlare «a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. “La missione rinvigorisce la fede”, scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato».

Ogni uomo e donna è «una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra». Ed essere «attratti» e «inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza». E per Francesco nessuno come i giovani «sente quanto la vita irrompa e attragga».

Il Papa sottolinea che «vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida». Il Pontefice argentino conosce «bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore». Trovarsi nel mondo «non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: “Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo”», afferma citando la sua esortazione apostolica «Evangelii gaudium».

La Chiesa, annunciando «ciò che ha gratuitamente ricevuto, può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra». Gesù Cristo, morto e risorto «per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno». Dunque «cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita». Francesco lo dice loro «per esperienza»: infatti «grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più».

Il Papa osserva che «molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi come annuncio del Vangelo per la vita del mondo». E anche «voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti». I ragazzi stanno «sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino».

La trasmissione della fede, «avviene per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita». E la propagazione «della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore». E questa «espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari». Così i contesti umani, culturali e religiosi «ancora estranei al Vangelo e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati».

Per Francesco «la periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita». Il Pontefice nota che «gli estremi confini della terra sono oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze». Sembra tutto «a portata di mano, tutto così vicino ed immediato». Eppure, senza «il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra».

Papa Bergoglio gioisce perché «tanti giovani trovano, nel volontariato missionario, una forma per servire i “più piccoli”, promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani». Queste esperienze «ecclesiali fanno sì che la formazione di ognuno non sia soltanto preparazione per il proprio successo professionale, ma sviluppi e curi un dono del Signore per meglio servire gli altri». Poi, il Papa evidenzia che «nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è».

in “La Stampa Vatican Insider” del 19 maggio 2018

Verso una nuova antropologia

Gianfranco Ravasi

È indispensabile segnalare, sia pure in modo sommario, alcuni cambi di paradigma socio-culturale. Il primo riguarda lo stesso concetto di cultura che non ha più l’originaria accezione intellettuale illuministica di aristocrazia delle arti, scienze e pensiero, ma ha assunto caratteri antropologici trasversali a tutti i settori del pensare e agire umano, recuperando l’antica categoria di paideia e humanitas, i due termini che indicavano nella classicità la cultura (vocabolo allora ignoto se non per l’“agri-cultura”). Per questo il perimetro del concetto è molto ampio e coinvolge, ad esempio, la cultura industriale, contadina, di massa, femminile, giovanile e così via. Essa si esprime, poi, oltre che nelle civiltà nazionali e continentali, anche in linguaggi comuni e universali, veri e propri nuovi “esperanto”, come la musica, lo sport, la moda, i media.

Conseguenza evidente è nel fenomeno del multiculturalismo, che è però un concetto statico di pura e semplice coesistenza tra etnie e civiltà differenti: più significativo è quando diventa interculturalità, categoria più dinamica che suppone un’interazione forte con cui le identità entrano in dialogo, sia pure faticoso, tra loro. Questo incontro è favorito dall’urbanesimo sempre più dominante. Al dato positivo dell’osmosi tra le culture si associano alcuni corollari problematici tra loro antitetici.

Da un lato, il sincretismo o il “politeismo dei valori” che incrina i canoni identitari e gli stessi codici etici personali; d’altro lato, la reazione dei fondamentalismi, dei nazionalismi, dei sovranismi, dei populismi, dei localismi (tant’è vero che ora si parla di “glocalizzazione” che sta minando l’ancora dominante globalizzazione). L’erosione delle identità culturali, morali e spirituali e la stessa fragilità dei nuovi modelli eticosociali e politici, la mutevolezza e l’accelerazione dei fenomeni, la loro fluidità quasi aeriforme (codificata ormai nella simbologia della “liquidità” prospettata da Bauman) incidono evidentemente anche sull’antropologia.

Il tema è ovviamente complesso e ammette molteplici analisi ed esiti. Indichiamo solo il fenomeno dell’io frammentato, legato al primato delle emozioni, a ciò che è più immediato e gratificante, all’accumulo lineare di cose più che all’approfondimento dei significati. La società, infatti, cerca di soddisfare tutti i bisogni ma spegne i grandi desideri ed elude i progetti a più largo respiro, creando così uno stato di frustrazione e soprattutto la sfiducia in un futuro. La vita personale è sazia di consumi eppur vuota, stinta e talora persino spiritualmente estinta. Fiorisce, così, il narcisismo, ossia l’autoreferenzialità che ha vari emblemi simbolici come il selfie, la cuffia auricolare, o anche il “branco” omologato, la discoteca o l’esteriorità corporea. Ma si ha anche la deriva antitetica del rigetto radicale espresso attraverso la protesta fine a se stessa, il bullismo, la violenza verbale sulle bacheche informatiche o l’indifferenza generalizzata ma anche con la caduta nelle tossicodipendenze o con gli stessi suicidi in giovane età.

Si configura, quindi, un nuovo fenotipo di società. Per tentare un’esemplificazione significativa – rimandando per il resto alla sterminata documentazione sociologica elaborata in modo continuo – proponiamo una sintesi attraverso una battuta del filosofo Paul Ricoeur: «Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini». Domina, infatti, il primato dello strumento rispetto al significato, soprattutto se ultimo e globale. Pensiamo alla prevalenza della tecnica (la cosiddetta “tecnocrazia”) sulla scienza; oppure al dominio della finanza sull’economia; all’aumento di capitale più che all’investimento produttivo e lavorativo; all’eccesso di specializzazione e all’assenza di sintesi, in tutti i campi del sapere, compresa la teologia; alla mera gestione dello Stato rispetto alla vera progettualità politica; alla strumentazione virtuale della comunicazione che sostituisce l’incontro personale; alla riduzione dei rapporti alla mera sessualità che emargina e alla fine elide l’eros e l’amore; all’eccesso religioso devozionale che intisichisce anziché alimentare la fede autentica e così via.

Un altro esempio “sociale” (ma nel senso di social) che anticipa il discorso più specifico, che svolgeremo successivamente, è quello espresso da un asserto da tempo formalizzato: «Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni’, asserto che coinvolge un tema fondamentale come quello di verità (e anche di “natura umana”).

Il filosofo Maurizio Ferraris, studiandone gli esiti sociali nel saggio Postverità e altri enigmi (Il Mulino 2017), commentava: «Frase potente e promettente questa sul primato dell’interpretazione, perché offre in premio la più bella delle illusioni: quella di avere sempre ragione, indipendentemente da qualunque smentita». Si pensi al fatto che ora i politici più potenti impugnano senza esitazione le loro interpretazioni e postverità come strumenti di governo, le fanno proliferare così da renderle apparentemente “vere”. Ferraris concludeva: «Che cosa potrà mai essere un mondo o anche semplicemente una democrazia in cui si accetti la regola che non ci sono fatti ma solo interpretazioni?». Soprattutto quando queste fake news sono frutto di una manovra ingannatrice ramificata lungo le arterie virtuali della rete informatica?

Infine affrontiamo solo con un’evocazione la questione religiosa. La “secolarità” è un valore tipico del cristianesimo sulla base dell’assioma evangelico «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio», ma anche della stessa Incarnazione che non cancella la sarx per una gnosi spiritualistica. Proprio per questo ogni teocrazia o ierocrazia non è cristiana, come non lo è il fondamentalismo sacrale, nonostante le ricorrenti tentazioni in tal senso.

C’è, però, anche un “secolarismo” o “secolarizzazione”, fenomeno ampiamente studiato (si veda, ad esempio, l’imponente e famoso saggio L’età secolare di Charles Taylor, del 2007) che si oppone nettamente a una coesistenza e convivenza con la religione. E questo avviene attraverso vari percorsi: ne facciamo emergere due più sottili (la persecuzione esplicita è, certo, più evidente ma è presente in ambiti circoscritti).

Il primo è il cosiddetto “apateismo”, cioè l’apatia religiosa e l’indifferenza morale per le quali che Dio esista o meno è del tutto irrilevante, così come nebbiose, intercambiabili e soggettive sono le categorie etiche. È ciò che è ben descritto da papa Francesco nell’Evangelii gaudium: «Il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede posto all’apparenza… Si ha l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite» (n. 62). Il pontefice introduce anche il secondo percorso connettendolo al precedente: «Esso tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo; con la negazione di ogni trascendenza ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, dando luogo a un disorientamento generalizzato» (n. 64).

Concludendo è, però, importante ribadire che l’attenzione ai cambi di paradigma socio-culturali non dev’essere mai né un atto di mera esecrazione, né la tentazione di ritirarsi in oasi sacrali, risalendo nostalgicamente a un passato mitizzato. Il mondo in cui ora viviamo è ricco di fermenti e di sfide rivolte alla fede, ma è anche dotato di grandi risorse umane e spirituali delle quali i giovani sono spesso portatori: basti solo citare la solidarietà vissuta, il volontariato, l’universalismo, l’anelito di libertà, la vittoria su molte malattie, il progresso straordinario della scienza, l’autenticità testimoniale richiesta dai giovani alle religioni e alla politica e così via. Ma questo è un altro capitolo molto importante da scrivere in parallelo a quello finora abbozzato.

in “Avvenire” del 20 maggio 2018

 

Cile, la presa di coscienza di una Chiesa ferita

Andrea Tornielli

Mai nella storia della Chiesa era accaduto un fatto del genere: l’episcopato di un intero Paese che rimette nelle mani del Papa la rinuncia. Un gesto clamoroso e inedito, che rappresenta la prima riposta veramente adeguata alla drammaticità della situazione. Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, degli abusi di coscienza e di potere, le coperture e gli insabbiamenti, la pervicace incapacità di prendere coscienza di quanto accaduto e di quando discredito tutto ciò abbia rappresentato per la Chiesa, hanno reso necessaria questa decisione.

Nel documento di dieci cartelle scritto dal Papa, che i 34 vescovi si sono visti consegnare al loro arrivo in Vaticano, Francesco non ha fatto l’inquisitore, non è andato a caccia di colpevoli come capri espiatori da sacrificare. È andato alla radice del problema, mostrando, con dati alla mano e grazie all’approfondita indagine condotta da monsignor Scicluna, quanto la malattia fosse strutturata e sistemica. Per questo ha potuto affermare che quanto è stato fatto fino ad oggi per riparare al male commesso «non è servito molto», forse perché si è voluto «voltare pagina troppo rapidamente» o perché «non si è avuto il coraggio di affrontare le responsabilità, le omissioni e specialmente le dinamiche che hanno permesso che le ferite si verificassero e si perpetuassero nel tempo».

Francesco ha ricordato il passato glorioso, profetico, della Chiesa cilena, che negli anni Settanta ha difeso il popolo dalla dittatura alzando coraggiosamente la propria voce in favore dei più deboli. Poi qualcosa è accaduto, è cambiato il centro attorno a cui tutto ruotava. «La Chiesa stessa è diventata il centro dell’attenzione. Ha smesso di guardare e indicare il Signore, per guardarsi e occuparsi di sé stessa». In sostanza, tra le righe del documento papale si legge questa diagnosi: i pastori si sono staccati dal popolo, si sono avvicinati al potere, sono diventati una casta, con una «psicologia di élite», circoli chiusi con spiritualità narcisiste e autoritarie. Invece di evangelizzare, l’importante era sentirsi speciali, diversi dagli altri: «Messianismo, élitarismo, clericalismo sono tutti sinonimi di perversione nell’essere ecclesiale e anche sinonimo di perversione è la perdita della sana coscienza di saperci appartenenti al santo popolo fedele di Dio che ci precede».

La malattia che ha colpito la Chiesa cilena, frutto di decenni di nomine selezionate secondo le regole di appartenenza a selezionati club e cordate ecclesiali, e ai loro referenti vaticani, non si guarisce con un colpo di spugna, un’operazione di maquillage, la dimissione di qualche vescovo. Chiede di andare più a fondo. Ci sono state coperture, i colpevoli di abusi sono stati allontanati da un ordine religioso per essere accolti altrove, in diocesi, dove sono stati messi ancora a contatto con i giovani. Le denunce delle vittime che coraggiosamente hanno rotto l’opprimente muro di silenzio che avvolgeva i crimini di padre Fernando Karadima sono state considerate «inverosimili», da vescovi, arcivescovi e cardinali, perché Karadima era un «santo» e un grande formatore di preti e vescovi. Le vittime sono state screditate, allontanate, rifiutate, definite «serpenti» negli scambi di lettere tra cardinali. Ed è stato impressionante leggere ciò che ancora alla vigilia dell’incontro con il Papa veniva altezzosamente dichiarato da qualcuno dei protagonisti, incapace di vedere, incapace di fare mea culpa. Quel mea culpa che, invece, ha fatto Francesco, chiedendo perdono per essersi sbagliato sul caso cileno.

Con una Chiesa dove si sono verificati abusi di potere, dove ci sono state indebite pressioni su chi stava indagando perché tutto fosse insabbiato, dove si sono distrutti documenti per impedire che le inchieste proseguissero così da accertare la verità, Papa Francesco non ha usato il suo «potere». Non si è presentato come un angelo vendicatore, pronto a fulminare i colpevoli in forza del suo essere capo della Chiesa universale. Ha proposto ai 34 vescovi un ritiro spirituale, un percorso penitenziale. Li ha messi di fronte alle loro responsabilità, o meglio ha aperto loro gli occhi sullo stato in cui si trova la Chiesa del Cile. E nel giro di tre giorni l’episcopato cileno si è finalmente reso conto della situazione mettendo il Papa nella condizione di rinnovare.

«Fratelli – ha scritto Francesco nel documento consegnato ai vescovi – non siamo qui perché siamo migliori degli altri. Come vi ho detto in Cile, siamo qui con la coscienza di essere peccatori perdonati o peccatori che vogliono essere perdonati, peccatori con apertura penitenziale». Non supereroi. Una Chiesa che guarda a sé stessa, che è preoccupata di sé stessa, del suo buon nome, che vive di sé stessa, del suo potere e dei suoi privilegi, e non sa essere vicina al popolo. Il caso del Cile diventa emblematico per altre Chiese, per altri episcopati, per altri Paesi del continente americano e di quello europeo. L’atteggiamento penitenziale, di chi non si mette sul piedistallo difendendo l’indifendibile, è un passo necessario in Cile e da ogni parte del mondo. Le ferite potranno essere sanate soltanto se la Chiesa cilena, oltre che mettere in atto le migliori pratiche per la tutela dei minori e perseguire in modo adeguato quanti si macchiano di questi delitti che distruggono l’anima, tornerà a centrarsi nuovamente al di fuori di sé stessa e del suo potere, tornando «a guardare e a indicare il Signore».

in “La Stampa Vatican Insider” del 18 maggio 2018

Il Patriarca Bartolomeo: “L’Europa non punti solo all’economia”

Nikos Tzoitis

Futuro dell’Europa, diritti dell’uomo, fenomeno migratorio. Questi i temi al centro della prolusione del patriarca ecumenico Bartolomeo rivolta ai rappresentanti diplomatici dell’Unione Europea incontrati ad Ankara alcuni giorni fa, in piena campagna elettorale in Turchia. Bartolomeo ha ricordato ai presenti gli sforzi del Fanar per la promozione del dialogo, quale «unico modo per affrontare le sfide» del presente. Il dialogo, interreligioso ed interculturale, finalizzato all’unità dei Cristiani, «è un gesto di solidarietà», ha detto. Per questo motivo il patriarcato di Costantinopoli si è sempre adoperato a promuoverlo nel mondo ortodosso.

Il patriarca ha ricordato infatti che il Sinodo panortodosso di Creta (2016), malgrado le defezioni dell’ultimo momento, ha fatto propri i documenti preparatori del gennaio 2016, firmati da tutti i partecipanti che si sono ritrovati d’accordo nel dichiarare che «il fondamentalismo è espressione di una religiosità malata». Bartolomeo ha inoltre espresso il rammarico per il disprezzo ostentato della società contemporanea nei confronti del Creato, sottolineando che la solidarietà al creato e all’umanità sono fattori imprescindibili, «le due facce della stessa moneta». «Oggi – ha aggiunto – si assiste per il mondo, ad un distacco dalla tradizione della solidarietà, un fenomeno del nostro tempo, che è dovuto alla rapida e diffusa crescita dell’individualismo, edonismo, consumismo e alla mancanza di sensibilità sociale».

In risposta a questa sfida, «le religioni – ha esortato il primate ortodosso – sono chiamate a promuovere le loro tradizioni filantropiche, e lavorare per costruire “ponti” allo scopo di proteggere la sacralità della persona umana e contribuire al riavvicinamento delle persone e delle culture contro il fanatismo e il conflitto delle culture. Nel loro insegnamento e nella pratica, devono riconfermare l’ininterrotta unità tra la fede in Dio e l’amore per i nostri simili. La risposta a questi problemi moderni richiede davvero una comune azione, altrimenti il futuro non si prospetta roseo».

Soffermandosi sul tema dell’Europa, Bartolomeo ha ricordato come essa, nel suo cammino verso la piena integrazione e l’unità, non può avere soltanto come unico riferimento lo sviluppo economico, bensì il rispetto della dignità della persona umana. «Per noi, l’Europa è un grande esperimento di solidarietà, in un continente che nel secolo scorso ha vissuto le due più sanguinose e terribili guerre della storia dell’umanità», ha affermato. «È un progetto di pacifica convivenza, libertà, giustizia e rispetto del pluralismo». In questo senso, l’Europa non è il “Kopfgeburt”, cioè «un prodotto della mente» – come è stato definito nel passato dal famoso sociologo Ralph Dahrendorf -, ma piuttosto «incarna degli alti ideali umani e certamente anche un certo idealismo».  «Non è possibile che l’Unione Europea deve semplicemente esistere come un progetto impostato sulla omogeneizzazione economica e di un certo sviluppo, basato sul principio della autonomia dell’economia». Ciò che sta alla base del progetto europeo sono «i diritti dell’uomo e il concetto di “società aperta”, entrambi espressioni di fede nella libertà e nella dignità umana», ha ribadito Bartolomeo.

Sviluppando poi ulteriormente il suo pensiero sull’Europa, nell’anno del 70esimo anniversario dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, il patriarca ecumenico ha sottolineato che: «Non occorre dare enfasi ai concetti di uguaglianza, fratellanza e libertà presi singolarmente perché si rischia andare alla deriva dei vari radicalismi Questi tre concetti e valori sono imprescindibili tra di loro e sotto questo aspetto la nostra visione d’Europa ha una base etica e spirituale». Di conseguenza, noi distinguiamo «l’Europa tecnocratica che dà la precedenza ai valori del mercato da quella che si basa sui diritti dell’uomo e sul pluralismo». «È piuttosto caratteristico che questi principi vengano alla ribalta quando si mettono in discussione l’unità e il futuro dell’Europa», ha osservato il leader ortodosso. Che ha pure voluto ribadire che «i diritti non costituiscono una minaccia al pluralismo, ma assicurano quelle condizioni per poter esprimere liberamente le eredità culturali e il rispetto delle differenze.

La globalizzazione non significa uniformità. Sotto questo aspetto la libertà religiosa appartiene ai valori dell’Europa». «Deve esser ben chiaro – ha poi aggiunto – che l’Unione europea non è emersa ex nihilo, dal nulla. Si basa su una lunga tradizione di valori e battaglie per la libertà, la giustizia e la fede nella dignità della persona umana. Senza queste radici, sarebbe impossibile determinare quello che definiamo oggi “Europa”. Una di queste radici è indubbiamente il cristianesimo. Pertanto, il nocciolo dell’Europa moderna, vale a dire i diritti dell’uomo, portano il marchio del cristianesimo, anche se non possono essere considerati come sua diretta creazione. Né il rifiuto iniziale dei moderni diritti dell’uomo da parte delle Chiese cristiane dell’Occidente, né le tendenze anti-ecclesiastiche degli illuministi, sono stati in grado di eliminare le radici profonde dei diritti umani nella tradizione e nella cultura cristiana».

Il patriarca si dice convinto del fatto «che oggi le Chiese cristiane possono contribuire alla cultura dei diritti umani, rafforzando così l’identità europea». Mentre, per quanto riguarda il contributo specifico che può offrire la Chiesa ortodossa in questa cultura, «crediamo che questo sia legato alla centralità della dimensione sociale della libertà, che protegge dalla trasformazione dei diritti dell’uomo in infiniti valori individuali». A questo proposito, quando si parla di grandi Padri della Chiesa d’Oriente, di iconografia ortodossa, di uso eucaristico della creazione, di incarnazione del dogma cristologico di Calcedonia, dell’ architettura di Santa Sofia, della cultura ortodossa di filantropia e di diaconia, di teologia della persona, si fa riferimento ai valori spirituali che appartengono alle radici dell’Europa, ha sottolineato Bartolomeo. Un’Europa che risulta essere molto più ampia, non solo geograficamente, ma anche culturalmente e spiritualmente, dall’Europa occidentale.

Per la coscienza ortodossa, il futuro non appartiene all’individualismo, al cosiddetto “homo clausus” – l’uomo introverso, o alla sua autorealizzazione edonistica – tantomeno si trova al comunitarismo esasperato, dove la libertà individuale è sacrificata per scopi collettivi. Ma neanche si trova nella sacralizzazione della scienza, della tecnologia, dell’economia e del «fondamentalismo di mercato», o allo sfruttamento deliberato delle risorse naturali. In realtà, questi concetti non sono realmente «europei». «Il futuro appartiene alla “cultura della solidarietà”», ha affermato Bartolomeo I.

Non è mancato nel suo intervento un cenno alla questione migratoria. «È noto a tutti», ha detto, «che l’immigrazione e il continuo flusso dei rifugiati dalle regioni in guerra è uno dei più grandi problemi che affliggono tutta l’umanità. Mettono alla prova i valori fondamentali della cultura europea. È impossibile affrontare l’attuale crisi migratoria e dei rifugiati con criteri e valori di un’Europa burocratica, tecnocratica ed economicamente concentrata su se stessa. La soluzione deve basarsi sui principi dei valori dei diritti dell’uomo, che sono la Magna Carta europea che pongono al centro il rispetti della libertà umana.

L’alleato naturale dei diritti dell’uomo sono le Chiese cristiane, anche la base della concezione cristiana della dignità umana è diversa da quella dei movimenti laici». Infine il patriarca ecumenico si è espresso nei confronti dei cosiddetti rappresentanti di un certo «estremismo secolarizzante», i quali tendono ad emarginare la religione, senza però promuovere obiettivi umanitari. «Le religioni sono in grado di affrontare con decisione le questioni della migrazione e dei rifugiati, e coltivare uno spirito di solidarietà a sostegno di iniziative e tendenze nella sfera politica e sociale, e che sono destinati a proteggere la dignità umana», ha evidenziato. «La fede ispira e rafforza la lotta per la giustizia e la libertà e fornisce ancora sostegno quando sembra che si trovi in una fase di stallo. Siamo certi che la crisi migratoria e dei rifugiati è un’opportunità e una base per la cooperazione di tutti. Perché la questione dei rifugiati e degli immigrati non riguarda solo l’Europa».

Risulta spontaneo allora domandarsi: «Quo vadis Europa?». In una recente dichiarazione il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, ha proclamato che «l’Europa sta perdendo peso in tutto il mondo». Secondo il patriarca Bartolomeo, «l’Europa è molto più di quello che rappresenta dal punto di vista economico e demografico. Il suo presente secolarizzato non può prescindere dal suo passato, che si era ispirato e plasmato dalla cultura cristiana. In Europa come nel resto del mondo, le Chiese cristiane rimarranno per sempre un luogo, dove la vera libertà è vissuta e testimoniata».

in “La Stampa Vatican Insider” del 17 maggio 2018

Ramadan, gli auguri del Vaticano e della CEI ai musulmani

Dopo gli auguri ai «fratelli musulmani» di Papa Francesco, ieri, durante l’udienza generale, giungono oggi – come ogni anno – gli auguri della Santa Sede per l’inizio del mese di Ramadan.

In un messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, a firma del presidente il cardinale Jean-Louis Tauran e del segretario Miguel Ángel Ayuso Guixot, la Santa Sede dice di apprezzare «l’importanza di questo mese nonché il grande sforzo da parte dei musulmani di tutto il mondo a digiunare, pregare e a condividere i doni dell’Onnipotente con i più poveri». «Consapevoli dei doni che scaturiscono dal Ramadan – si legge – ci uniamo a voi nel ringraziamento a Dio misericordioso per la Sua benevolenza e generosità, e vi porgiamo i nostri più cordiali auguri. Le riflessioni che vorremmo condividere con voi in quest’occasione riguardano un aspetto vitale delle relazioni fra cristiani e musulmani: la necessità di passare dalla competizione alla collaborazione. In passato le relazioni fra cristiani e musulmani sono state segnate troppo spesso da uno spirito di competizione, di cui si vedono le conseguenze negative: gelosia, recriminazioni e tensioni. In alcuni casi queste hanno portato a violenti scontri, specialmente quando la religione è stata strumentalizzata, soprattutto a causa di interessi di parte e di moventi politici».

Anche la Conferenza episcopale italiana ha voluto inviare un messaggio di augurio ai musulmani presenti in Italia che vivono il Ramadan. «Care amiche e cari amici appartenenti a tutte le associazioni e istituzioni islamiche in Italia!», scrivono monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio, nel testo ricevuto dal Sir. «In occasione del mese di Ramadan desideriamo raggiungere ciascuno di voi e tutte le vostre comunità con il messaggio che anche quest’anno il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso vi indirizza: lo facciamo oggi, 18 maggio, proprio perché questo è il primo venerdì di Ramadan di quest’anno, e ci sembrava bello sottolineare l’importanza del giorno della preghiera e unirci idealmente a ciascuno di voi». «Oltre a inviarvi questo messaggio ufficiale del Vaticano – scrivono Spreafico e Bettega -, vogliamo cogliere l’occasione per esprimervi anche il nostro augurio, sincero e fraterno.

Le tante occasioni di dialogo islamo-cristiano che viviamo in sede nazionale come a livello locale costituiscono un bel patrimonio comune di collaborazione e di educazione alla convivenza, all’amicizia e alla pace; allo stesso tempo ci ricordano quanto sia urgente continuare a seminare segni di dialogo tra noi e con tutte le fedi. Siamo convinti che sia questa la missione alla quale ci chiama il Dio Clemente e Misericordioso che tutti invochiamo. Che questo mese di preghiera, di carità e di fraternità possa estendere i suoi frutti positivi a tutti voi e a chiunque vi incontra. Ramadan benedetto a ciascuno di voi!».

in “La Stampa Vatican Insider” del 18 maggio 2018

Vaticano. Pedofilia, tutti i Vescovi cileni offrono le dimissioni al Papa

La decisione è maturata dopo tre giorni di incontri con Francesco «e molte ore dedicate alla meditazione e alla preghiera». Ora il Papa potrà decidere caso per caso

La conferenza stampa di monsignor Luis Fernando Ramos Perez (a destra), segretario della Conferenza episcopale cilena, e monsignor Juan Ignacio Gonzalez Errazuriz (a sinistra), vescovo di San Bernardo (Fotogramma)

«Abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Papa». Lo ha detto il segretario generale della Conferenza episcopale del Cile, monsignor Fernando Ramos, leggendo una dichiarazione, a conclusione del vertice straordinario convocato da Francesco in questi giorni in Vaticano per affrontare lo scandalo pedofilia e dell’insabbiamento delle denunce, che ha coinvolto il Paese sudamericano. I 34 vescovi cileni hanno quindi rassegnato le loro dimissioni.

«Dopo tre giorni di incontri con il Santo Padre e molte ore dedicate alla meditazione e alla preghiera – affermano i vescovi cileni in una dichiarazione alla stampa -, seguendo le sue indicazioni, desideriamo comunicare che anzitutto ringraziamo papa Francesco per il suo ascolto paterno e la sua correzione fraterna. Ma soprattutto vogliamo chiedere perdono per il dolore causato alle vittime, al Papa, al popolo di Dio e al nostro Paese per i gravi errori e le omissioni da noi commessi».

«Ringraziamo – continua la nota – anche monsignor Scicluna e il reverendo Jordi Bertomeu per la loro dedizione pastorale e personale, nonché per lo sforzo investito nelle ultime settimane per cercare di sanare le ferite della società e della Chiesa dl nostro Paese». «Ringraziamo le vittime – prosegue il testo – per la loro perseveranza e il loro coraggio, nonostante le enormi difficoltà personali, spirituali, sociali e familiari che hanno dovuto affrontare, unite spesso all’incomprensione e agli attacchi della stessa comunità ecclesiale. Ancora una volta imploriamo il loro perdono e il loro aiuto per continuare ad avanzare sul cammino della guarigione delle ferite, perché possano rimarginarsi».

Dopo aver letto il testo (in spagnolo e in italiano), monsignor Ramos e monsignor Juan Ignacio Gonzalez Errazuriz, vescovo di San Bernardo, hanno voluto fare un’ulteriore dichiarazione in cui ringraziavano la stampa per il lavoro svolto sulla vicenda e precisavano che papa Francesco deciderà se accettare, respingere o accettare fino a nomina del successore le dimissioni di ognuno dei vescovi. Nel frattempo il loro lavoro pastorale continuerà.

in Avvenire venerdì 18 maggio 2018

Paul Ricoeur: Per un’utopia della comunità ecclesiale

Marco Roncalli

Raccolta in volume una conferenza del filosofo protestante del 1967 sul senso e la funzione di una comunità ecclesiale: è sempre necessaria una costante reinterpretazione Riflettere sulla funzione specifica di una comunità ecclesiale, le sue aspirazioni e istanze di senso, il suo linguaggio, il ruolo nella Chiesa e nella società, è quello che Paul Ricoeur – come raramente troviamo nei filosofi – prova a fare in queste pagine nate alla vigilia del Sessantotto, già girate parecchio come fotocopie di dispense fra gli studiosi di questo maestro dell’ermeneutica: mai però arrivate in un’edizione al grande pubblico.

Registrate nel gennaio 1967 alla Gerbe, una sala della parrocchia protestante di Amiens, durante un incontro teologico di due giorni, le parole di questa lunga conferenza di Ricoeur – scandita in tre parti con interlocutori cattolici, protestanti e comunisti e trascritte dal pastore Ennio Floris – furono pubblicate l’anno dopo nei “Cahiers d’études du centre protestant de recherche et de rencontres du nord” con il titolo Senso e funzione di una comunità ecclesiale al quale l’editrice Claudiana ha preferito ora Per un’utopia ecclesiale (pagine 100, euro 12,50). L’opera va in libreria a cura di Claudio Paravati, Alberto Romele, Paolo Furia, e con una prefazione di Olivier Abel che considera quest’opera «a un tempo, come militante testimonianza di un periodo di passaggio e come banco di prova, come laboratorio di temi filosofici sviluppati, altrove o in seguito, in modo indipendente», dove «viene alla luce un aspetto del pensiero di Ricoeur troppo spesso trascurato, in cui i lettori potranno cogliere un approccio filosofico nuovo, radicale». Approccio dove – insieme ai non pochi spunti elaborati in opere successive – si comprende il del ruolo del filosofo nella Chiesa riformata francese.

Intervenendo sulla «comunità confessante» Ricoeur si ferma nella prima parte sul tema “Essere protestanti oggi” (con grande attenzione al linguaggio); nella seconda parte sulla presenza della Chiesa nel mondo (affrontando i punti di inserzione, le capacità di pressione, aspetti specifici della comunità cristiana); nella terza parte sul conflitto “Fede e religione” ricollegandosi a Bonhoeffer, Ebeling, Fuchs, come pure alla tradizione della predicazione primitiva e all’esegesi paolina.

Pagine dunque militanti di un Ricoeur allora presidente del Movimento del cristianesimo sociale e anche della Federazione protestante e due anni dopo rettore dell’Università di Nanterre. Pagine che disegnano tratti di una Chiesa contrappunto di utopia dentro la società, fra critiche esterne della religione (Marx, Nietzsche, Freud) e decostruzione di varie pseudo-razionalizzazioni (che nascondono vivaci testi biblici).

Non pochi i passaggi di grande interesse. Nell’ambito del linguaggio, ad esempio, circa la parola che non può diventare reliquia, sopravvivendo grazie a costante reinterpretazione: «Chiamo interpretazione non solo ciò che possiamo fare intellettualmente ma anche praticamente, socialmente per rendere attuale una parola che continua a essere parola solamente se essa continua a essere riconvertita in un evento, che ridiventa esso stesso evento». In ambito teologico, nella risposta data alla domanda “Possiamo ancora pronunciare la parola Dio?”: «Non possiamo più costruire delle teologie speculative, sistematiche, in cui parliamo di Dio come di una causa prima, un pensatore supremo, un essere assoluto separato da tutti gli altri esseri, ma dobbiamo pensare ciò che può significare nella Scrittura il Dio di Gesù Cristo.

Se Gesù Cristo è colui che muore donando la vita, è quest’atto di svuotarsi di Cristo per noi a essere il nostro solo accesso a Dio». E così «la comunità cristiana non ha nient’altro da offrire agli altri esseri umani che quest’affermazione del Dio che si svuota, della debolezza assoluta di Dio per l’essere umano, che permette il nuovo essere umano, e che apre una speranza in cui gli esseri umani sono responsabili, ognuno nei confronti di tutti». Infine, tutto da segnalare qui il passaggio nel quale Ricoeur s’interroga su quella che gli pare essere «la funzione insostituibile» di una comunità confessante in un tipo di società come la nostra, e cioè: della previsione, della decisione razionale, dell’invasione della tecnica nella vita quotidiana ad ogni livello. Scrive il filosofo: «Mi sembra che la ragion d’essere delle chiese consista nel porre in permanenza la domanda sui fini, della “prospettiva”, in una società della “pianificazione”. Il “benessere”? A quale scopo? Tale questione tocca le ragioni profonde dell’essere umano nella società della produzione, del consumo e del tempo libero.

Questa è caratterizzata da un controllo crescente dell’essere umano sui mezzi e da una cancellazione dei suoi fini, come se la razionalità crescente dei mezzi rivelasse progressivamente l’assenza di senso. Ciò è vero in particolare nelle società capitaliste […].In questo modo si rende manifesto l’elemento primo della società di produzione: il desiderio senza fine».

Ma c’è un altro sogno vano che anima l’essere umano della società consumista: ovvero «l’aumento della sua potenza», spiega Ricoeur. Che aggiunge: «Si vorrebbe annullare il tempo, lo spazio, il destino della nascita e della morte, ma in un progetto simile tutto diventa strumento, utensile, nel regno universale del manipolabile e del disponibile. È questo progetto che sfocia nel vuoto totale del non-senso. È così che la nostra “modernità vive simultaneamente della razionalità crescente della società e dell’assurdità crescente del destino». Una riconferma dell’assenza di giustizia presso gli uomini, ma ancor più della mancanza di amore e di significato .

Ed ecco allora i problemi che ci stagliano davanti nel segno dell’“insignificanza”: quella del lavoro, del tempo libero, della sessualità. Di fronte ad essi il compito non è recriminare o rimpiangere ma testimoniare. Come? Facendo appello all’utopia, risponde Ricoeur, che chiama utopia «questa prospettiva di un’umanità compiuta, allo stesso tempo come totalità degli esseri umani e come destino singolare di ogni persona». È la prospettiva che può dare un senso: volere che l’umanità sia una, volere che essa si realizzi in ogni persona. Nella responsabilità di pensare sempre un doppio destino.

in “Avvenire” del 17 maggio 2018