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Allarme psichiatri: 300.000 giovani “dipendenti” da internet

L’impatto che lo sviluppo delle tecnologie, l’utilizzo della rete, degli smartphone e il loro uso eccessivo possono avere in periodi sensibili dello sviluppo cerebrale come il periodo adolescenziale non sono ancora pienamente valutabili.

“L’adolescenza e’ un periodo centrale del percorso di sviluppo individuale” spiega in un comunicato Francesca Merzagora, presidente Onda, “che richiede la stessa attenzione dell’infanzia, e’ una transizione neurobiologica fondamentale per dare forma al cervello adulto. Il ruolo della famiglia e’ centrale per individuare i rischi a cui sono esposti gli adolescenti come l’abuso di nuove tecnologie che prima del sonno impatta negativamente sui circuiti cerebrali alterando il ritmo sonno – veglia”.

La tecnologia comporta una modificazione dei concetti di tempo e spazio, permettendo di osservare una profonda accelerazione dei ritmi di vita e allo stesso tempo riducendo le distanze. “Tutto questo comporta una sovrastimolazione sensoriale”, chiarisce Gemma Lacaita, direttore socio sanitario della Asst Fbf-Sacco di Milano, “tutti siamo sottoposti a sempre maggiori stimoli, che possono comportare importanti conseguenze sul benessere psichico individuale”.

“Gli adolescenti di oggi sono stati correttamente definiti ‘nativi digitali”, prosegue Claudio Mencacci, direttore Dipartimento Neuroscienze e salute mentale dell’ASST FBF-Sacco di Milano e autore, insieme a Giovanni Migliarese, del volume ‘Quando tutto cambia. La salute psichica in adolescenza’ edito da Pacini Editore e presentato oggi.

“Questa terminologia sottolinea che l’adolescente vive il proprio sviluppo identitario in un mondo in cui uno degli aspetti centrali e’ rappresentato dalla tecnologia. Diviene quindi fondamentale cercare di comprendere quale possa essere l’effetto di questi strumenti nel percorso di modellazione cerebrale adolescenziale”.

L’utilizzo della tecnologia e’ ormai ubiquitario negli adolescenti italiani. I dati ISTAT segnalano che quasi il 95% dei ragazzi tra i 14 e 19 anni utilizza internet. Gli studi internazionali segnalano che l’utilizzo della tecnologia puo’ diventare problematico in una percentuale compresa tra l’1 e il 4% circa di questi ragazzi. In Italia sono stimati in 300 mila tra i 12 e i 25 anni quelli con dipendenza da internet. Ragazzi che sviluppano una vera e propria dipendenza da internet o dal gaming o dai social network, possono farlo a discapito anche della propria vita reale, scolastica e di relazione, rischiando di isolarsi e “perdere il treno” della propria adolescenza ovvero di un periodo fondamentale nella creazione delle competenze emotive, affettive e relazionali.

Giovanni Migliarese, coautore del libro e responsabile del Centro ADHD Adulti della Asst-Fbf-Sacco, ricorda che l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ ha presentato ormai nel 2005 un piano d’azione finalizzato a favorire la salute mentale, riconosciuta finalmente tra i capisaldi del benessere individuale. Questo riconoscimento parte dal riscontro che le malattie psichiche portano importanti conseguenze per il funzionamento individuale e per la qualita’ di vita, con impatto non solo sul benessere del soggetto ma anche su quello della societa’. Alcune azioni sono mirate a ridurre i fattori di rischio correlati alla slatentizzazione dei disturbi psichici, mentre altre sono tese a migliorare gli stili di vita e a rendere piu’ efficaci i fattori protettivi.

Alcuni periodi della vita necessitano di particolare attenzione, poiche’ estremamente sensibili a fattori patogeni e perche’ l’intervento in queste fasi permette di ridurre gli effetti deleteri delle patologie sul lungo termine. Molti studi hanno segnalato gli anni della prima infanzia come centrali nello sviluppo della salute psichica individuale, ma e’ ormai assodato, come segnalato da diversi studi, che bisogna tenere alta la guardia anche negli anni dell’adolescenza che risulta un periodo di fondamentale transizione neuro-biologica oltre che psicologica. In questi anni infatti il cervello si modella, si definiscono le reti di connessione neurale, permettendo all’individuo di acquisire competenze cognitive, relazionali e affettive, che rimarranno sostanzialmente stabili nel resto della vita.

In Italia oggi vivono circa 8 milioni e 200 mila giovani tra i 12 e i 25 anni. Una platea ampia di ragazzi su cui sara’ costruito il nostro futuro. Di questi circa il 10% (dati ISTAT) si dichiarano globalmente insoddisfatti della loro vita, delle loro relazioni amicali, familiari e della loro salute. Questo dato segnala che un numero estremamente significativo di giovani e’ in una situazione di difficolta’ emotiva, confermata dalla prevalenza, sempre attorno al 10%, di forme depressive o ansiose in questa fascia d’eta’. È a questi 800 mila giovani che bisogna prestare attenzione facilitando il riconoscimento di tutti quei fattori “tossici” che possono favorire l’esordio e il mantenimento di patologie psichiche.

Ma quali possono essere gli aspetti tossici a cui prestare attenzione? Accanto a fattori ubiquitariamente riconosciuti (sostanze stupefacenti, stress, maltrattamenti e violenza, abusi) negli ultimi anni sempre piu’ attenzione e’ stata posta al possibile ruolo della tecnologia. Gli adolescenti di oggi sono stati correttamente definiti “nativi digitali” e vivono il proprio sviluppo identitario in un mondo in cui uno degli aspetti centrali e’ rappresentato dalla tecnologia. Quale puo’ essere l’effetto di questi strumenti nel percorso di modellazione cerebrale adolescenziale, soprattutto in caso di eccessiva esposizione a questi mezzi? Nella letteratura internazionale sono presenti numerosi studi che segnalano gli effetti sullo sviluppo cerebrale dell’utilizzo eccessivo di smartphone, gaming, internet e social network. Un dato interessante, seppur preliminare, deriva dal riscontro di vere e proprie modificazioni della materia bianca (prevalentemente dei fasci di connessione cortico-subcorticali) in ragazzi con dipendenza marcata da smartphone che ricalcano, almeno in parte, quelle gia’ riscontrate in soggetti con dipendenza da internet.

L’utilizzo eccessivo della tecnologia puo’ essere una soluzione inconsapevole a diversi tipi di difficolta’ nella vita reale. Alcune caratteristiche individuali sono state associate al rischio di sviluppare una dipendenza da internet o da smartphone. Alcuni studi hanno segnalato rischi elevati per soggetti con forme di autismo ad alto funzionamento, ad esempio. Per molte di queste persone la tecnologia rappresenta una fonte enorme di conoscenze negli ambiti settoriali di interesse e rischia dunque di ricevere un super-investimento. L’utilizzo eccessivo di questi strumenti puo’ riempire il vuoto che deriva dalle difficolta’ a livello socio-relazionale, creando una sorta di stabilizzazione, di falso equilibrio, che porta a forti crisi quando viene ad essere interrotto. Anche l’ADHD e’ stato correlato alla dipendenza da internet e, in modo ancora piu’ chiaro, da gaming. La struttura stessa di alcuni giochi, con “l’incentivo a raggiungere il livello successivo’, e’ estremamente attraente per ragazzi dipendenti dalla ricompensa.

L’esposizione eccessiva alla tecnologia e’ stata correlata anche a un peggioramento sintomatologico nei bambini e negli adolescenti con ADHD, e alcuni dati preliminari segnalano effetti cognitivi della stessa. Le tecnologie portano allo sviluppo di capacita’ cognitive secondo un “modello rappresentativo”: la modalità di approccio al reale si modifica, non si sa più come si deve fare una cosa ma come si deve chiedere a uno strumento di farla. L’utilizzo del tablet da parte di un bambino, essendo interattivo, modifica la modalità di accedere al reale e dunque permette un tipo di apprendimento profondamente differente.

Questo si riflette sull’allocazione delle risorse cognitive e mnesiche. Non sappiamo più come farlo ma dove trovare le istruzioni per farlo. La tecnologia implementa quindi alcune forme di apprendimento e alcune competenze cognitive a discapito di altre.

“La presenza ubiquitaria della tecnologia provoca quella che potremmo definire come una vera e propria sovrastimolazione sensoriale”, spiega Mencacci. “I ragazzi sono sempre esposti a micro-stimolazioni attraverso gli smartphone. Alert, messaggi, like tendono a creare uno stato di allerta, con conseguenze che si riscontrano sull’attenzione, sulla memoria e sui ritmi del sonno. Quasi il 90% dei ragazzi riferisce di aver sperimentato il fenomeno della ‘vibrazione fantasma’ ovvero del falso allarme di ricezione di un messaggio sul cellulare”.

La tecnologia spinge verso l’implementazione di modalità attentive differenti. Abbiamo necessita’ di maggior flessibilità e rapidità. Diversi studi segnalano come vi sia una maggior tendenza al multi-tasking, che favorisce un’attenzione maggiormente diffusa ma comporta una tendenza al peggioramento delle performance. Anche la sola presenza di un device potenzialmente attivo e’ collegata ad un allungamento dei tempi di completamento di un compito, in quanto si verifica uno stato di allerta che ci porta a controllare il telefono piu’ volte anche in assenza di reali segnali.

Anche la memoria e’ influenzata dallo sviluppo tecnologico. La memoria viene esternalizzata: demandiamo al cellullare o ad internet la conservazione di un numero sempre maggiore di informazioni, creando mappe mentali differenti che ci servono per recuperarle. “Non so cosa, ma come”. Vi sono oggetti e applicazioni per ricordarsi di ogni cosa, non solo i numeri di telefono, ma la posizione dove abbiamo parcheggiato, o dove abbiamo lasciato le chiavi della macchina. Diversi studi hanno analizzato gli effetti cognitivi dell’esposizione al gaming con risultati preliminari ma estremamente interessanti. I videogame migliorano l’attenzione visiva e la coordinazione, ma, alcuni dati suggeriscono un aumento di comportamenti impulsivi e aggressivi.

“La tecnologia permette enormi vantaggi sul versante dell’acquisizione delle conoscenze, specialmente di conoscenze settoriali e tecniche, mentre rischia di non aiutare nella creazione delle competenze emotive, affettive e relazionali.

L’aspetto centrale dell’adolescenza, che potremmo anche definire come l’eta’ delle scelte, risulta proprio quella di non lasciare irrisolte problematiche emotive, relazionali e affettive. È quindi centrale la necessita’ di prestare attenzione ai ragazzi che mostrano un pattern problematico di utilizzo di questi mezzi”, conclude Migliarese.

Red/ Dire, giovedì 22 febbraio 2018

 

L’educazione alla democrazia: il contributo di John Dewey

Che cosa significa oggi educare alla democrazia? Certamente non solo fare “educazione civica” come materia separata, soprattutto se per educazione civica s’intende poco più che imparare quali sono le istituzioni, i loro rapporti, i meccanismi che regolano la nostra convivenza civile.

Educare alla democrazia dovrebbe anche significare portare i giovani a condividere valori, modi di essere, modalità di comportamento, insieme individuali e sociali. Ciò non si ottiene solo con qualche lezione di “educazione civica”, ma sviluppando la valenza educativa di tutte le materie di studio, sia umanistiche sia scientifiche, e soprattutto facendo esperienze, già a scuola, di un modo di vivere “democratico”.

Può essere utile valorizzare in tal senso gli studi di John Dewey, in cui la democrazia appare non solo una forma di governo, ma una way of life, un modo di essere individuale e sociale, che richiede condivisione di valori, solidarietà, interesse allo scambio di esperienze, impegno a superare gli egoismi e le distanze tra le classi. Queste implicazioni del concetto di democrazia, che alla critica ispirata alla filosofia analitica sembravano elementi di confusione, di scarsa chiarezza concettuale, costituiscono invece proprio l’aspetto più interessante, e più attuale, del pensiero di Dewey sul rapporto educazione-democrazia.

Oggi viviamo una contraddizione forte tra le spinte individualistiche, favorite in tanti modi, e il bisogno di mantenere il legame sociale. In una società democratica questa contraddizione è insostenibile, la democrazia ha bisogno sia di sviluppo e affermazione individuale che di solidarietà e inclusione. Ma come si connettono, nell’impresa educativa, i due principi dello sviluppo individuale e della socialità? La soluzione non è facile, e la lettura dei testi di Dewey può ancora dare indicazioni preziose sul rapporto tra “poteri individuali” e loro “equivalenti sociali”.

C’è poi un altro aspetto da considerare: educare alla democrazia, oggi, non può significare conformarsi alla società esistente, per il semplice fatto che la società in cui viviamo è una democrazia imperfetta. Anche su questo punto J. Dewey offre importanti contributi: per lui il compito della scuola non è affatto la riproduzione dello stato di cose esistente, ma è dare ai giovani strumenti per interpretare le situazioni e cambiarle.

L’impresa educativa, per Dewey, è la coscienza critica della società, il momento e il luogo in cui la società si interroga su se stessa. Il senso del rispetto della dignità umana, il bisogno di contrasto alle disuguaglianze etniche e di genere, il bisogno di ricostruire le condizioni per l’esercizio di una giustizia sociale, devono necessariamente far parte dell’ambito educativo delle giovani generazioni verso un orizzonte sociale e politico che vede l’inclusione del diverso, l’esercizio dell’empatia e l’attenzione all’equità come assi caratterizzanti di un nuovo welfare attivo e responsabile.

Per la lettura

J. Dewey, Democrazia e educazione, 1916;  Ricostruzione filosofica, 1919; Liberalismo e azione sociale, 1935;  Esperienza e educazione, 1938

Le relazioni genitori-figli nell’era delle reti digitali

Marina D’Amato

Nella società contemporanea occidentale, – ed italiana in particolare – genitori e figli sembrano fare le stesse cose: guardano la tv, giocano con i videogiochi, navigano su internet, si vestono, mangiano, parlano ed interagiscono allo stesso modo, esprimendosi con gli stessi gesti e le stesse parole. Si inventano pochi giocattoli per i bambini ma moltissimi gadgets per tutti, e nei parchi giochi come Disneyland grandi e piccoli hanno gli stessi comportamenti e le stesse reazioni. Di fatto, la stessa età.

In casa e fuori, condividono e utilizzano in maniera identica gli stessi spazi. Che ci sia una alterazione dei ruoli? Che il crinale fra adulti e bambini sia venuto meno perché va sfumando la responsabilità degli uni e crescendo quella degli altri? Perché è la responsabilità stessa che si perde in questa postmodernità? Potremmo sostenere che la caratteristica precipua di questo tempo è l’“adultizzazione” dei piccoli e l’“infantilizzazione” dei grandi? Che la teoria educativa che ha ispirato i comportamenti degli ultimi anni del “peer to peer” inglobi anche i genitori e i figli? Chi è il bambino contemporaneo adultizzato precocemente da un genitore infantile?

Alle soglie del Novecento, due erano le concezioni educative dominanti, quella protestante di Locke e quella romantica di Rousseau. Secondo la prima, è attraverso l’educazione e l’istruzione che il bambino potrà sviluppare l’autocontrollo che lo trasformerà in adulto civilizzato. Per la seconda invece, il problema è che il potenziale naturale e intatto del fanciullo non venga manomesso e condizionato dall’adulto nel processo educativo. Il tentativo di trovare un equilibrio tra esigenze della società civile e natura del bambino si deve alla riflessione novecentesca, in special modo a Freud e Dewey che a buon diritto possono essere considerati come i rappresentanti di una sintesi della concezione dell’infanzia dal XVI al XX secolo.

Tutte le concezioni del secolo scorso – sia quelle psicologiche, sia quelle pedagogiche, da Piaget a Sullivan, a Horney, a Bruner, a Kohlberg – mettono in evidenza l’assunto che nel bambino in quanto scolaro devono essere preservate personalità e individualità, che la capacità di autocontrollo va differita nel tempo e che comunque la conoscenza della vita va mantenuta sotto il controllo degli adulti.

Nel momento del suo massimo sviluppo, nel mondo Occidentale, intorno agli anni Sessanta, la tipologia di famiglia puerocentrica entra in crisi e con essa la sua concezione dell’infanzia. Al puerocentrismo acquisitivo si sostituisce gradatamente il puerocentrismo narcisistico, tipico della postmodernità, e tale rappresentazione, consolidatasi negli anni, permane ai giorni nostri.

Queste concezioni dinamiche, attente, persuasive dell’infanzia, non la salvano da un processo di progressiva omologazione culturale, che è data dall’entrata in scena di nuove forme della comunicazione, i mass media innanzitutto, la televisione e internet in special modo. Davanti agli schermi la divisione tra mondo “piccolo” e mondo “grande” si annulla e bambini e adulti si trasformano semplicemente in pubblico, in audience. I media, vecchi e nuovi, insegnano il mondo attraverso un flusso di immagini e suoni per i quali non serve nessuna preparazione ed accomunano così nella comprensione dei fatti sia adulti che bambini, annullando l’infanzia, proprio come accadeva prima della scuola. I media non mantengono il segreto della conoscenza, perché questa si palesa in forme a tutti intellegibili, per le quali non è necessario alcun sapere: gli schermi mostrano le immagini, dicono per figure, fanno vedere e capire, ma soprattutto sentire. Si impara a comprendere attraverso le emozioni, e non tramite la ragione.

I bambini odierni si trovano così ad essere esposti a una intensità di informazione tutta attingibile e decodificabile, a un conoscere non più guidato e progressivo come quello scolastico, incentrato su di loro, ma che, puntando sulle emozioni, sulle associazioni, deduzioni e intuizioni si rivolge a tutti. Con l’era dei media, e quindi con l’accesso indifferenziato alla conoscenza, l’infanzia si insabbia come fatto culturale e rimane come dato di natura. Questo processo incide sulla famiglia e la trasforma, alterando il ruolo della scuola come luogo storico di elezione e di separazione dal mondo adulto.

Il bambino contemporaneo, “soggetto di diritti”, diviene così “oggetto di preoccupazione” degli adulti a cui sfugge precocemente di mano perché non ne condividono il mondo dell’immaginario fantastico, non conoscono i nuovi eroi che lo popolano, non si adattano ai ritmi veloci dei videogiochi e non ne comprendono la logica. Per questo finiscono per averne paura… e quindi inventano per loro una vita scandita da tutta una serie di attività, che spesso saturano completamente il tempo quotidiano, limitando e, a volte, annullando, quei margini di libera espressione e di creatività tipici dell’infanzia. Tutto ciò serve a placare il senso di inadeguatezza o di colpa per l’assenza dell’adulto e gli consente di considerare il bambino come un prolungamento di sé stesso. Grazie a una nuova sensibilità nei confronti del suo mondo cognitivo e affettivo (si pensi ai contributi dati dalla psicologia dello sviluppo e dalla psicoanalisi infantile), il bambino viene visto sempre più come un prodotto da migliorare in modo esponenziale fino a farlo divenire un “capolavoro”.

A ciò si aggiunge anche una progressiva tendenza ad anticipare le tappe della crescita, a far acquisire sempre più precocemente quelle competenze ritenute utili per l’affermazione sociale. I genitori investono fortemente sul piano affettivo nei pochi figli che mettono al mondo, tendono a rispecchiarsi in essi e a riversare su di loro le proprie attese e bisogni. Più che “figlio di famiglia” ed espressione del progetto della coppia, il figlio diviene colui che definisce sempre più la coppia stessa.

Questa immagine di bambino porta con sé l’inconsapevole bisogno realizzativo dei genitori e degli adulti e ha ovviamente forti ripercussioni sullo stile educativo praticato. Si può dire che il genitore contemporaneo non è impegnato nel compito di educare bensì di attirare il bambino a sé, compiacendolo in ogni suo bisogno, spesso iperstimolandolo, complice in questo la società dei consumi che è ovviamente gestita dagli adulti. L’attuale rappresentazione dell’infanzia vede il bambino come essere potenzialmente perfetto e precocemente competente, il bambino “sovrano”, il bambino “idolo” della famiglia affettiva.

A tale concezione del bambino fa da contrappunto un’analoga rappresentazione della funzione genitoriale, che ricerca la perfezione e che di fatto espropria l’infanzia con la sua specificità di essere in fieri, bisognosa di un adulto non paritario ma responsabile, in grado di dargli limiti oltre che gratificazioni, e di farlo pensare anche per doveri e non solo per diritti. Solo così il bambino diventerà un adulto capace di staccarsi dalla famiglia.

Genitori infantili e bambini adulti

L’ideale educativo del nucleo familiare contemporaneo, tendenzialmente mononucleare, non contempla più forme di abdicazione da parte di nessun membro: in primis, la realizzazione del Sé individuale, che è desiderata per i figli, ma egualmente ambita da parte dei genitori. Il bambino si trova così a non essere più l’unico destinatario delle tensioni ideali familiari, ma a doverle spartire con la madre e il padre, anzi a doversi adattare sempre più rapidamente ai loro ritmi e ai loro comportamenti.

Così l’ambito familiare, con la sua pronunciata indifferenziazione dei ruoli (padre e madre godono ormai di una interscambiabilità reciproca) e scosso dagli squilibri derivanti dai rispettivi bisogni di soddisfacimento e godimento, non è più abitato da quelle forme di riconoscimento affettivo e ideale che erano destinate al figlio.

È qui che è maturata la figura di un bambino deposto dalla propria posizione di potere e trattato sempre più spesso come un pari. L’immagine del bambino-re appartiene ormai a un’epoca che ha poco a che fare con il presente, un’epoca in cui il modello funzionale era fortemente influenzato dalla regola implicita che faceva dell’amore per il proprio partner e per il proprio figlio un’unica dimensione affettiva. La diversa concezione su cui si fonda oggi la coppia, unita frequentemente da una sorta di patto associativo interindividuale, ha portato con sé la trasformazione del ruolo dominante del bambino. Il quale è, appunto, semplicemente un membro del gruppo, che gode di molti diritti e di pochi doveri, ma non è più la figura intorno alla quale si concentra l’attenzione, né tantomeno la figura in funzione della quale vengono prese le decisioni. E forse è proprio per dimostrare la loro centralità che i bambini di oggi ricorrono spesso a strategie e comportamenti tirannici.

D’altro canto, la maturità psichica è, per un adulto, l’esito di uno sviluppo mentale, e si realizza con la capacità di approfondire la realtà, di assimilarla e di meditarla, per poter operare le scelte. Essere maturi significa aver accettato la preminenza del principio di realtà su quello del piacere, essere in grado di convivere con soddisfazioni e frustrazioni.

Il deficit di responsabilità che si riscontra nei genitori di oggi ha verosimilmente a che fare con la crescita esponenziale di bambini adultizzati, registrata non solo dagli psicologi, ma anche da economisti e sociologi, e soprattutto dal mondo del marketing. E non è, forse, estraneo al numero sempre maggiore di patologie psichiche infantili. Non va dimenticato, infatti, che i bambini quando stanno male possono manifestare anche attraverso il sintomo il disagio di non essere presi in considerazione come un fine, bensì come strumento in funzione del prioritario interesse di quei genitori, abili nella delega e capaci del fare il meno possibile. Ma così l’infanzia muore… L’idea della morte dell’infanzia è sintomatica della nostra epoca, tuttavia non viene considerata come un vero “disagio della nostra civiltà”. Soprattutto, la scomparsa dell’infanzia riflette una diffusa patologia di tensione e insoddisfazione della famiglia verso scopi non definiti.

In questo scenario di bambini adulti e di adulti bambini, i media giocano un ruolo fondamentale. Basti pensare a come nel cinema (Forrest Gump, Dump and Dumper, Le Petit Homme, Big) o nella pubblicità (da Benetton a Calvin Klein) viene messa in evidenza questa ambiguità. O al fenomeno Michael Jackson, definito dal suo biografo come l’uomo che non è mai stato bambino e il bambino che non è mai cresciuto.

Le tappe che fino alla scorsa generazione definivano i momenti “cerniera” dello sviluppo di ciascuno: la conclusione dell’iter scolastico, l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio sono diventate via via più evanescenti e hanno subito un progressivo differimento nel tempo. Ne deriva che le classi di età non tracciano più limiti di spazi sociali nettamente distinti, e la gioventù come l’età matura regrediscono allo stadio di categorie fluttuanti; solo la prima infanzia e la vecchiaia sono riconoscibili. All’interno di questi squilibri, il bambino viene a porsi come un bene raro agli occhi dei responsabili delle politiche demografiche, e ancor più agli occhi dell’individuo postmoderno, che ne subisce la fascinazione sul piano simbolico. In un’epoca sempre più spesso descritta come cinica e disincantata, il bambino assume una funzione sociale essenziale: offre la speranza per il futuro e finisce per rappresentare per il singolo l’unico prolungamento possibile e la sola fonte di compensazione alla propria frustrazione narcisistica.

Al contempo il fanciullo è un bene appetibile per gli spazi di mercato in quanto consumatore attivo, dotato spesso di un proprio e consistente budget; in quanto mediatore di consumi perché incita all’acquisto; in quanto futuro consumatore. Per questo è vezzeggiato dai media e idolatrato dalla pubblicità e target privilegiato dei videogiochi e del web.

Videogiochi e generazioni a confronto

I nuovi genitori, compresi tra i 25 e i 55 anni videogiocano molto: costituiscono il 62% degli italiani, ma stupisce osservare nei dati dell’ultimo rapporto AESVI, che i nonni, coloro che hanno più di 65 anni giocano più dei loro nipoti, 7,9% contro 7,2%! Si tratta sicuramente di un nuovo “legame”, perché il dato rileva non solo una popolazione sempre più connessa e dipendente dai digital devices e dalle consolle, ma soprattutto mette in evidenza che il tempo ludico è divenuto un tempo costante che, spesso, occupa spazi di “tempo vuoto” o di tempo che deve essere dedicato a quella specifica attività: videogiocare. Sul totale dei videogiocatori, che ha più di 14 anni pari a 25.754.000 individui, il 37.9% afferma di giocare quotidianamente, mentre il 21% lo fa per 2/3 volte a settimana, l’11% 4/5 volte a settimana, mentre il 6,8% lo fa una volta a settimana.

Ciò che emerge, da questa e da altre indagini similari, è l’identico profilo di adulti e bambini : davanti uno schermo si è soli. Il videogiocatore ama spendere il proprio tempo ricreativo senza compagnia , decidendo di staccare dalla propria realtà e immergersi nel fantastico, divenendo parte del gioco stesso (il 76.4% gioca da solo, mentre solo il 17.8% gioca con un familiare, mentre la divisioni tra amici “reali” e amici online è suddivisa in 10.7% e 10.8%. Il restante 6.0% indica, genericamente, di giocare con altre persone).

Il giro d’affari mosso dai videogiochi in Italia è molto considerevole, e il trend appare in crescita perché la passione dei videogiochi sta estendendosi anche al mondo femminile. Secondo un recente studio dell’ABI il mercato dei giochi on line crescerà il 97% ogni anno.

Secondo l’ultimo studio dello IARD, il 40% dei giovani italiani passa da una a due ore giornaliere di tempo con un play game. L’8% addirittura tra le 3 e le 4 ore; la restante metà del complessivamente da mezz’ora a un’ora e mezza. Si tratta di un universo, che nonostante le apparenze, è autoreferenziale, perché gli adulti non entrano facilmente in contatto con un mondo fantastico che coinvolge i loro figli. Giocano sì, ma con altri giochi.

Solo il 6% del campione di ragazzi preso in esame ammette di aver condiviso almeno una volta la settimana una conversazione su questo tema con uno dei genitori. Eppure, per due giovani su cinque i videogiochi sembrano essere un argomento di conversazione quotidiana molto prima della cronaca, della politica e della cultura. Gli interlocutori sono il gruppo dei pari (40% amici o amiche, 33% compagni di classe, 29% fratelli e sorelle e solo il 12% con contatti on line).

Difficile conoscere, dall’esterno, questa nuova comunità virtuale che unisce ragazzi e ragazze sconosciuti tra loro ma capaci di interagire con le loro menti fin nei meandri più reconditi delle loro strategie intellettive e comunicative e forse anche sentimentali. Il ruolo degli adulti dovrebbe essere quello di considerare come ogni gesto compiuto nel web rimane “per sempre” ed è conoscibile “ovunque” online. Che il nuovo ruolo degli adulti sia proprio quello di indicare una nuova responsabilità sociale? Così come di far comprendere la permanenza e l’immanenza del e sul web di pensieri e azioni? Inoltre, i ragazzi si identificano con un personaggio assumendone mentalità e duttilità e virtualmente esistono nel mondo dell’infinito irreale come personalità sociali dotate di status e ruoli, capaci di combattere, di vincere e di esistere con molte vite e in molti modi. I genitori, gli insegnanti e gli adulti dovrebbero sforzarsi di conoscere i miti, i valori, i simboli e i modelli di comportamento dei nuovi mondi fantastici…

Un recente studio del GET (Groupe des Ecoles des Télécommunications) ha analizzato le modalità con cui i ragazzi si incontrano tra loro, le regole e le tecniche di comunicazione usate nelle comunità virtuali, l’influenza di questi scenari sui comportamenti dei più giovani e i legami possibili che si instaurano travalicando l’universo ludico. Ne è emersa una comunità dove sono presenti e si giustappongono almeno tre tipologie: legami sociali attraverso i quali si attua l’apprendimento (sia nelle sale gioco sia nei gruppi informali); forme prestabilite di raggruppamenti in rete identificati con i nomi di clan, tribù, “guildes”, secondo la scala di coordinamento e momenti di ritrovo ludici; momenti di incontro tra giocatori (nei cybercaffè, a scuola, o durante i campionati).

Per quanto concerne il mercato videoludico in Italia, il 2016 ha registrato un trend positivo, con un giro d’affari di oltre un miliardo di euro. Secondo gli addetti ai lavori entro il 2020 quella dei videogiochi diventerà la principale forma di intrattenimento nel mondo: il mercato dei game, insomma, dopo aver superato quello del cinema si avvia a superare anche quello della televisione. Al momento attuale, il giro d’affari mondiale dei videogame è di circa 60 miliardi di dollari e sembra destinato a raddoppiare nei prossimi anni: si stima che il solo mercato italiano videoludico crescerà del 90% rispetto al 2014, con un giro di affari pari al miliardo e con oltre 35 milioni di giocatori.

Il mondo dei videogiochi si è sviluppato in stretta connessione con quello del cinema: dal 1993, quando Super Mario si trasformò da un mucchio di pixel in un personaggio in carne e ossa nel film diretto da Roland Joffe, l’intreccio tra un linguaggio e l’altro è diventato sempre più forte ed evidente. Molti videogiochi hanno trovato una nuova vita nel cinema e molti film di successo hanno avuto una versione interattiva trasformandosi in videogame. Il fenomeno Pokémon la dice lunga a questo proposito: da videogioco a film, a pupazzo, a oggetto di culto per più generazione di bambini. L’ultima generazione di giochi imita fortemente i linguaggi cinematografici per i dettagli delle scene e per le storie, per questo coinvolge assai di più: perché comporta emozioni paragonabili a quelle di una partita di poker d’azzardo, perché all’impegno emotivo si affianca la capacità strategica, in un sistema dinamico pieno di partecipazione, che nessun’altra rappresentazione della realtà è in grado di offrire. Questa generazione di bambini e ragazzi nata “per immersione” nella cultura digitale è così “naturalmente” predisposta a concepire un mondo senza confini a portata di mano. Gli adulti hanno un compito nuovo: insegnare a pensare che sul web tutto è ovunque e per sempre!

(Relazione Presentazione Convegno Cisf, Roma, 25 gennaio 2018)

 

Essere “generativi”. Per sfuggire al declino e avere una vita ricca di senso

Leonardo Becchetti

L’esilio fu percepito da Dante Alighieri come una sventura che lo allontanava dalla possibilità dell’impegno politico diretto nella vita del suo tempo. Ma quello scacco aprì la sua vita a un’occasione di generatività perfino superiore: la redazione di un’opera che avrebbe ispirato tutte le generazioni a venire.

Si attribuisce ad Alexander Fleming nel 1929 la scoperta della penicillina, scoperta che pose le premesse per il suo utilizzo industriale nel secondo dopoguerra del Novecento e la nascita di una nuova generazione di farmaci per curare le infezioni di cui avrebbe beneficiato tutta l’umanità a venire. Come accade sovente nel progresso scientifico, quella scoperta sarebbe stata un mattone ‘generativo’ su cui altri avrebbero potuto costruire per arrivare a nuovi avanzamenti delle conoscenze.

Immagino che Dante e Fleming abbiano perseguito il loro obiettivo con grande determinazione, anche se in mezzo a fatiche, difficoltà e dubbi che la loro opera non avrebbe avuto l’impatto desiderato. E che una forza misteriosa interiore li spingesse avanti, motivasse fatica e sforzo e li aiutasse a superare le loro perplessità. E così è certamente accaduto per santi e fondatori di ordini religiosi o di opere laiche che hanno realizzato effetti perduranti nel tempo.

Quella forza interiore, di cui probabilmente non erano appieno consapevoli, era il dividendo nascosto della generatività. Possiamo definire una generatività di primo e di secondo ordine. La generatività di primo ordine può essere intesa come capacità di incidere positivamente nelle vite altrui. Quella di secondo ordine consiste invece nel formare, incidere, influire nella vita di persone che a loro volta potranno incidere positivamente nelle vite di altri.

Per Erik Erikson generatività è desiderare, far nascere, accompagnare, lasciar andare. John S. Mill ha coniato una delle più belle definizioni di soddisfazione di vita come effetto indiretto di una vita ben spesa nella logica della generatività: non siamo felici se cerchiamo la nostra felicità di per sé, ma se facciamo qualcosa di qualche utilità per altri (arte, scienza, filantropia) troviamo la nostra felicità lungo la strada. E la generatività biologica, sociale, politica e spirituale sono collegate. Dietro i risultati empirici degli studi sulla soddisfazione di vita (che hanno ormai al loro attivo stime su milioni e milioni di dati) emerge che la generatività nelle diverse forme è una componente principale della soddisfazione di vita. E’ la molla che spinge avanti cultura, scienza, politica e ovviamente anche demografia.

Senza un’idea di futuro, che va oltre la mera riproduzione biologica (un progetto generativo di vita e un gusto per la generatività) non c’è neanche la generatività biologica. Il gusto per la generatività può essere alla base della ripresa dello spirito imprenditoriale nel nostro Paese e della capacità dei nostri giovani di trovare un buon lavoro. Al termine di un recente incontro con studiosi di diverse discipline su giovani e lavoro, c’è stata una sorprendente convergenza sul fatto che l’elemento più importante per combattere la disoccupazione giovanile è proprio il desiderare (il primo verbo eriksoniano della generatività). E l’aspetto più preoccupante per un giovane oggi è ‘essere sdraiato’ e non desiderare. Solo un desiderio forte può infatti mettere in moto e motivare lo sforzo per risalire la scala del talento investendo con forza ed energia in una dimensione vocazionale e professionale. E senza quello sforzo e quelle energie non si sviluppano competenze e si finisce risucchiati nel gorgo della competizione a bassa qualifica o con le macchine. Il quarto verbo eriksoniano della generatività – lasciare andare – è il meno ovvio, ma anche il più interessante. Molte esperienze si fermano all’ultimo miglio perché il geniale fondatore è geloso della sua opera e non sa lasciarla andare. Così accade a chi crea un’Organizzazione a movente ideale e non prepara la sua successione. Come anche al fondatore di un’impresa familiare che non riesce ad arrivare alla seconda generazione.

La generatività si declina ovviamente anche in politica (a proposito di queste settimane di campagna elettorale…) e sta non tanto nel riuscire a occupare una poltrona, ma nel mettere in moto da quella poltrona un processo di cambiamento che segna un reale progresso nella vita sociale ed economica di un Paese. È il famoso concetto del ‘tempo superiore allo spazio’ caro a papa Francesco nella Evangelii gaudium, che non è altro che la declinazione del concetto di generatività in politica.

La nostra società deve riscoprire il gusto della generatività se vogliamo sfuggire al declino sociale ed economico e avere individualmente una vita piena e ricca di senso. La riscoperta del gusto per la generatività seppellita dalla polvere e dalla spazzatura culturale dei nostri tempi può porre le basi per la rinascita demografica, sociale, culturale, economica e spirituale dell’Italia.

in “Avvenire” del 18 febbraio 2018

Soltanto la forza del perdono libera davvero vittime e carnefici

Lucia Bellaspiga

Se esistesse la reversibilità del tempo, se si potesse “tornare indietro”, “non aver fatto” il male che invece si è compiuto, il problema della giustizia e la necessità del perdono non avrebbero ragione d’essere. Basterebbe riavvolgere il nastro e rimediare. Ma così non è, il male commesso ormai esiste e nella società degli uomini reclama giustizia, giudizio, pena, nel tentativo per lo meno di dare riparazione all’atto irrevocabile. C’è un ordinamento, per tutto questo, ci sono leggi, giudici e condanne, un ingranaggio nei secoli sempre più perfetto, almeno nelle intenzioni. Ma poi c’è il sassolino che a volte si insinua tra le sue ruote e sovverte l’ingranaggio, supera il nesso tra colpa e punizione, passa come un uragano su vittime e carnefici e libera entrambi: è il perdono, lo strumento più potente nel sistema giustizia, l’unico concretamente in grado sia di guarire le offese delle vittime che di redimere i colpevoli. Non è proprio il “tornare indietro” citato all’inizio, ma l’effetto che sortisce è lo stesso.

Ce lo raccontano studi e teorie (la “giustizia riparativa” fa incontrare vittime e rei affinché entrambi ricomincino a vivere), ma ce lo raccontano soprattutto le storie umane, di fronte alle quali ti arrendi all’evidenza, capisci che davvero succede. Lo sanno bene gli ex brigatisti rossi che nessuna punizione piegava, nessuna argomentazione morale impietosiva, ma che crollarono a uno a uno di fronte all’arma più imprevedibile, l’abbraccio delle loro stesse vittime. Irriducibili di fronte a tutto, ma non al perdono “immotivato”, gratuito, dell’uomo o della donna cui avevano rubato gli affetti più cari e distrutto la vita.

L’“Incontro che genera vita” avverrà di nuovo oggi a Rimini (via Valverde 10) all’Università del Perdono della Comunità Papa Giovanni XXIII, con la figlia di Aldo Moro, Agnese, che dialogherà con Franco Bonisoli, ex terrorista coinvolto nel sequestro dello statista ucciso dalle Br e nella strage della scorta. È lungo il cammino che li ha portati fino a Rimini, «nella casa di don Oreste Benzi, il prete che diceva “un uomo non è il suo errore” e da qui ripartiva per ricostruire persone nuove – ricorda il suo successore, Paolo Ramonda –: “Tu non sei un ladro, sei un uomo che ha rubato, non sei un assassino, sei un uomo che ha ucciso”…». Per anni Agnese e Franco hanno percorso vie inconciliabili, l’una nella lacerazione della perdita subita, l’altro nella cecità ideologica di chi persegue il suo abbaglio come fosse eroismo. Finché – testimonia Bonisoli – c’è stato l’impatto con la pazienza di cappellani come don Salvatore Bussu, che nel carcere di Nuoro gli parlava di una seconda occasione. «Com’era possibile? perché? se non sono morto è per quell’umile prete». Poi con Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, assassinato dalle Br nel 1980, che abbracciandolo spuntò le sue armi e lo lasciò a nudo. E con Agnese Moro, con la quale aderì al progetto di giustizia riparativa ideato dal gesuita Guido Bertagna insieme a Claudia Mazzuccato, docente di Diritto penale alla Cattolica oggi presente al convegno. «Il perdono si impara», spiega il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, che nel 2012 con la Papa Giovanni XXIII fondò l’Università del Perdono, «un luogo in cui con varie strategie si diffonde la pratica concreta del perdono. La classica distinzione tra errore ed errante va riformulata: non si tratta di una benevola concessione, bensì di un iper-dono, un dono super, il più gratuito. Quello di cui noi beneficiamo quando facciamo i conti con Dio. Perdonare non ha nulla a che fare con il dimenticare, che invece è atto involontario». «Sono qui solo per dire che è possibile – sorride Agnese Moro –. Per molti di noi è stato il solo modo di trovare giustizia, un bene di cui noi siamo alla ricerca perenne. E non sono certo gli anni di carcere a restituirtela».

in “Avvenire” del 18 febbraio 2018

Educazione. Anticipare, andare, gettare il cuore oltre l’ostacolo

Eraldo Affinati

Penso spesso a don Giovanni Bosco. Abbiamo lasciato che a raccontarlo fossero soltanto i salesiani. I quali certo lo devono fare, ci mancherebbe, ma qui siamo di fronte a una figura che va ben oltre la dimensione del santino edificante. A mio avviso dovremmo soffiare nella polvere accumulata sopra le targhe commemorative. Il suo ‘metodo preventivo’, ad esempio, dovrebbe tornare al centro dei corsi di formazione per docenti. Prima che un ragazzo esploda in gesti rabbiosi autolesionistici oppure di bullismo apparentemente immotivato, dovremmo capire da dove viene: chi sono i suoi genitori, com’è cresciuto, in quali luoghi trascorre i pomeriggi, cosa fa insieme ai compagni quando non va a scuola. Attenzione alle semplificazioni sociologiche: anche là dove sembra che tutto funzioni (famiglia irreprensibile, ottimo ceto sociale, buone frequentazioni), può esserci la molla rotta, il problema irrisolto, il trauma nascosto. Il verme dentro la mela.

Detto in estrema sintesi: quale è l’insegnamento più prezioso che possiamo trarre dal grande sacerdote? Andare sul posto. Non restare seduti in cattedra. Scendere in strada. Gettare il cuore oltre l’ostacolo. Diventare amico dei piccoli spazzacamini, come faceva lui a Torino, a Porta Palazzo, oggi vuol dire parlare con gli immigrati.

in “Avvenire” del 18 febbraio 2018

Preservare i rapporti umani oltre l’invadenza digitale.

Luigi Zoja

Pubblichiamo stralci dell’articolo «La nuova generazione fragile e critica», uscito sull’ultimo numero di «Vita e pensiero».

In diverse occasioni mi è stato chiesto, come psicanalista, un parere sulla nuova psicologia giovanile. Quasi improvvisamente infatti, le nuove generazioni scambiano fra loro più parole per cellulare o per internet che discorrendo di persona. L’apprendere a essere adulti consiste sempre più in questa comunicazione tecnologica con coetanei che, a loro volta, lo vogliono imparare. Il fatto che l’iniziazione alla maggiore età di tipo “verticale” sia stata sostituita con un “apprendimento orizzontale” non dipende dunque soltanto dalla scomparsa dell’attaccamento patriarcale, di cui i decenni precedenti avevano discusso, ma dalla centralità ineludibile delle nuove tecnologie con cui si comunica. In un numero crescente di casi, per i giovani questi modi di comunicazione corrispondono ormai, in pratica, alla totalità della comunicazione. Naturalmente anche i loro genitori, i “grandi”, sanno a loro volta usare il telefono portatile e il computer. Ma questo significa ben poco: gli adulti li impiegano soltanto come strumenti, così come, seguendo il progresso, dopo il treno hanno imparato a prendere l’aereo. I giovani invece non hanno semplicemente comprato quegli strumenti: sono stati educati, iniziati, alla vita da essi. Sono figli della comunicazione elettronica almeno quanto sono figli dei propri genitori. Sono usciti da quell’utero tecnologico.
Su questa sconvolgente novità abbiamo ben pochi studi proprio perché lo sconvolgimento è radicale e continuo. Così, chi appartiene a una generazione precedente e oggi si china sui ventenni per capirli teme spesso di incontrare una nuova classe anagrafica più conformista, disinformata e passiva delle precedenti. Entrando in dialogo con loro, può invece rimanere sorpreso dalla capacità di critica autonoma. All’interno della “generazione critica” di oggi, tuttavia, sono molto forti anche la frammentazione, l’isolamento e una componente auto-critica, che finisce coll’associarsi a una forte passività. I “movimenti” degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta erano estroversi e collettivizzanti. Fra i “giovani critici” di oggi prevalgono invece i temperamenti introversi e le tendenze individualizzanti (non sono, cioè, individualisti, ma impegnati in un cambiamento che comincia da loro stessi). Non appartengono a organizzazioni. Proprio per la loro discrezione, spesso non ci si accorge di quanto siano numerosi. Il fenomeno è comune a tutta l’Europa, ma è sorprendentemente vasto in Italia.
Notiamo qui un rovesciamento della piramide. I grandi movimenti di rinnovamento, che si tratti della Rivoluzione bolscevica o del Risorgimento italiano, partono sempre da un’élite intellettuale, per poi cercare, ed entro i concreti limiti trovare, una base. Qui è come se la base si fosse espansa orizzontalmente con facilità grazie alla tecnologia, ma stesse ancora cercando l’élite e i soggetti che la guidino. È ormai una massa che, direbbero gli americani, costituisce un vasto grass-roots movement: ma, restando in gran parte chiusa in casa e adunandosi solo in modo virtuale, le manca l’autopercezione della propria unità e quindi difficilmente si sente “massa critica”.
Il risultato paradossale è che, a questo punto, i giovani più critici, anziché scendere in strada, si ritirano nella loro stanza chiudendo la porta alle spalle. Qui incontriamo la zona, oggi sempre più vasta, in cui lo spirito critico individuale e la sensazione, pure individuale, di fallimento si sovrappongono. Oggi gran parte della gioventù non adattata è così introversa e, contemporaneamente, inconsapevole della propria condizione da viverla come fallimento. Scelgono di essere eremiti urbani, non perché insensibili al mondo, ma perché troppo sensibili alle differenze che da esso lo separano. La tecnologia, il forte declino di produttività dell’Europa nei settori non di punta, l’avanzata di molti Paesi del Terzo mondo (che si trasforma addirittura in trionfo per quelli del Brics), si sono da tempo combinati con le difficoltà nel trovare un primo impiego e hanno spinto fuori dal mercato del lavoro proprio quelli che non erano ancora riusciti a entrarvi. Li hanno serrati in un circolo vizioso. In Italia questo problema comune dei Paesi ricchi ha assunto un aspetto estremo. I figli — anzi, il fi- glio, sempre più spesso unico, sempre più protetto dal mondo, soprattutto se maschio — anche quando cresciuti in famiglie di lavoratori manuali sono stati ormai “programmati” per entrare nel ceto medio e svolgere attività ritenute più prestigiose.
Ma il xxi secolo non è il xix di Marx ed Engels, in cui le nuove tecniche eliminano il lavoro manuale dalle fabbriche strangolando gli operai. Nell’attuale mondo la tecnica — soprattutto l’informatica — più che le catene di montaggio elimina ormai le scrivanie: dopo aver ridotto al minimo i colletti blu sta compiendo un “genocidio” dei colletti bianchi. Purtroppo il genitore italiano se n’è accorto meno ancora che in altri Paesi: ha continuato ad affidare al figlio il suo riscatto piccolo borghese, condannandolo alla ricerca di un’occupazione e di un prestigio sociale che già stavano evaporando quando le sognava.
A questa esclusione oggettiva si aggiunge (ancora una volta: in Europa, ma in Italia in misure estreme) un fattore soggettivo e psicologico, che in molti casi gli si sovrappone: quantità crescenti di giovani sembrano infatti auto-escludersi. Questo gruppo di Neet (in inglese: Not in Employment, Education or Training) è spaventato dalla competitività crescente. Il termine Neet viene dal Regno Unito, il Paese europeo che più ha compiuto studi sul problema. Come si è detto, l’acronimo si riferiva originariamente ai giovani di 16, 17 e 18 anni non impegnati in lavoro, scuola o apprendistato.
I paragoni tra Paesi diversi sono ardui, data la diversa durata degli obblighi scolastici, le diversità del mercato del lavoro, delle classificazioni che fanno rientrare fra i disoccupati e così via. In ogni caso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sottolinea come esistano Paesi con alto tasso di Neet ma bassa disoccupazione giovanile; altri con elevata disoccupazione giovanile ma pochi Neet; e, infine, un terzo gruppo con grandi percentuali sia di Neet sia di giovani disoccupati. A quest’ultimo appartiene l’Italia, insieme a diversi Paesi dell’Europa dell’Est, alla Grecia e alla Turchia. Sarebbe comunque riduttivo classificare la nuova generazione di autoesclusi considerando questi ultimi solo come un’inedita forma di psicopatologia. Per capire una condizione così generalizzata bisogna prima di tutto interrogarsi sul suo senso. Qualunque nevrosi non è solo una fuga da certe difficoltà. La domanda profonda è: «verso quale direzione» questi giovani cercano di andare?
Uno degli italiani oggi più noti nel mondo è, in questo momento, Carlo Petrini, creatore dello slow food, e che oggi, oltre alla biodiversità, propone un’opera di salvataggio di riti e costumi. Non è esagerato immaginare che, dopo quella gastronomica, la parte buona delle tradizioni italiche, il cosiddetto inconscio collettivo, stia gradualmente proponendo anche una dieta mediatica alternativa, che potremmo chiamare slow culture: una gastronomia dello spirito e una alimentazione della conoscenza, basata non solo sull’elettronica, ma anche su una preservazione del rapporto umano e su ritmi in ogni senso biologici, di cui le menti non potranno mai fare a meno.

in L’Osservatore Romano, 17 febbraio 2018

La scuola, la famiglia e l’insegnante picchiato

Ferdinando Camon

La notizia che viene da Foggia, dove un padre ha picchiato un insegnante di scuola media perché aveva rimproverato suo figlio, è stata commentata e raccontata più dettagliatamente su questo giornale che su altri. E si capisce perché: è una notizia a forte carica etica. Non parla di uno scontro fra insegnante e alunno, e nemmeno fra genitore dell’alunno e insegnante. Se così fosse, sarebbe una notizia regionale, e non avrebbe avuto il rilievo che ha avuto.

No, sotto sotto, molto in profondità, le due istituzioni che si trovano a contatto, e non si accettano, sono la scuola e la famiglia. La scuola ha sempre a che fare con le famiglie degli alunni, e agendo (com’è suo dovere) sulla cultura degli alunni agisce sulla cultura delle famiglie. Il compito della scuola è di rendere migliore la società, di rendere la nuova generazione migliore della precedente. Il che vuol dire i figli migliori dei genitori. E questo non tutti i genitori lo accettano, il genitore di Foggia voleva il figlio come una ripetizione di se stesso. Non c’è dubbio che i miei figli hanno studiato e imparato cose che io non conoscevo, e che i miei nipoti studiano e imparano cose che i miei figli neanche sospettavano.

In un certo senso, è per questo che io mandavo a scuola i miei figli, perché diventassero migliori di me. Si dice sempre che la scuola è la prosecuzione della famiglia, ma non è esatto: la famiglia che dà i suoi figli a una scuola glieli dà perché faccia sui figli ciò che lei non può fare, non è in grado, non ha la cultura, o non ha il tempo. La famiglia che manda i suoi figli a scuola sperando però che non imparino niente di più, o di diverso, di quello che già lei sa, fa del male ai figli e alla società. Io vengo da una famiglia contadina, la scuola mi ha insegnato una cultura cittadina e nazionale e internazionale.

Un’altra cultura vuol dire un’altra morale, un’altra idea del rapporto con gli altri e della giustizia. Ciò che impari a casa, ciò che avviene a casa, viene discusso a scuola, approvato o corretto. La famiglia di Foggia rovesciava questo rapporto. Ciò che avveniva a scuola veniva discusso a casa, corretto e condannato. C’è un libretto, vecchio ma bellissimo, intitolato Le bacchette di Lula, in cui si racconta l’insegnamento in Sardegna: i bambini andavano a scuola portandosi da casa una bacchetta, con la quale il maestro doveva picchiarli quando se lo meritavano.

Qui a Foggia succedeva l’inverso: il bambino raccontava a casa l’insegnamento della scuola, e i genitori, se quell’insegnamento non gli piaceva, si riempivano di collera verso gl’insegnanti, e alla prima occasione saldavano il conto. Nella notizia che commentiamo, il padre del ragazzo non ha aspettato che si presentasse l’occasione, ma se l’è creata, precipitandosi a scuola. La scuola insegna una relazione basata sul dialogo: non si fa altro che parlare, a scuola, di tutto e con tutti. Le malattie professionali degli insegnanti riguardano l’apparato vocale. Questa famiglia di Foggia basa le relazioni sulle bòtte. Se il padre riesce a picchiare il professore, gliele dà e non le prende, vuol dire che ha ragione. È la morale arcaica. Non si discute, ma si picchia. C’è una frase di Freud che dice: «L’uomo che, invece di scagliare una lancia, scagliò una parolaccia, fondò la civiltà». La scuola è il luogo dove s’insegna a parlare e con ciò s’insegna la civiltà. Quest’uomo che, invece di parlare e magari insultare, non ha fatto altro che picchiare, insegna al figlio la barbarie.

E così il figlio è preso tra due fuochi: la barbarie a casa, la civiltà a scuola. La settimana scorsa venti madri calabresi hanno chiesto al tribunale dei minori di Reggio Calabria: «Portate via dalle nostre case i nostri figli, perché qui crescono mafiosi». Non sappiamo niente della madre di questo ragazzo di Foggia, ma è così che doveva fare.

in Avvenire 15 febbraio 2018

Parlando ai bambini il loro cervello si modifica e si sviluppa

I genitori possono avere una notevole influenza sul linguaggio dei loro figli e sullo sviluppo del cervello semplicemente coinvolgendoli in una conversazione. Un dialogo tra un adulto e un bambino sembra cambiare infatti il cervello dei piccoli, portando una maggiore attività in un’area denominata di Broca, coinvolta nella produzione e nell’elaborazione del linguaggio. Emerge da uno studio del Massachusetts Institute of Technology e della Harvard University, pubblicato su Psychological Science.

Lo studio è partito dai dati di una ricerca del 1995, che parla di un gap di circa 30 milioni di parole ascoltate nei primi tre anni di vita tra i piccoli nati da famiglie a basso reddito e quelli nati da genitori con stipendi più elevati. Prendendo in esame bambini di età compresa tra 4 e 6 anni e con l’utilizzo risonanza magnetica funzionale (fMRI), i ricercatori hanno identificato differenze nella risposta del cervello al linguaggio correlate al numero di conversazioni dei bimbi con i genitori. Una cosa valida e che applicava indipendentemente dal reddito o dall’educazione di mamma e papà.

I ricercatori sperano con questa scoperta di incoraggiare i genitori a coinvolgere i loro bambini in una conversazione più ampia, sin da piccoli. “Una delle cose di cui siamo entusiasti è che sembra una cosa relativamente fattibile – conclude John Gabrieli, autore senior dello studio – ciò non significa che sia facile ad esempio per le famiglie meno istruite, in condizioni di maggiore stress economico, avere più conversazioni con i propri figli. Ma allo stesso tempo, è un’azione mirata e specifica, e potrebbero esserci modi per promuoverla o incoraggiarla “.

in Ansa 15 febbraio 2018

“Scuola e famiglie. Non possiamo permetterci scontri”

Eraldo Affinati intervistato da Virginia Della Sala

In passato, se i bambini della comunità di Barbiana tornavano a casa e si lamentavano perché Don Milani aveva dato loro un ‘nocchino’, uno scappellotto, i genitori non sarebbero mai andati a lamentarsi col priore. Anzi. Avrebbero risposto: ‘Te ne ha dato uno? Allora io te ne do due’. In pratica, avrebbero rafforzato l’azione educativa di don Lorenzo. Oggi è il contrario. E i ragazzi non hanno più i riferimenti gerarchici di un tempo”.

Eraldo Affinati è docente da trent’anni e anche uno scrittore (ha pubblicato per Mondadori Tutti i nomi del Mondo). Oggi insegna italiano agli immigrati alla scuola Penny Wirton. “La scuola – spiega – è lo specchio della realtà, quindi si porta dentro tutti i problemi che ci sono fuori. Non è un’isola”.

Professor Affinati, quali sono questi problemi?

Prima di tutto gli adulti che diventano sempre più fragili. Non incarnano più l’emblema della regola da rispettare e vogliono spianare la strada ai figli cercando di rimuovere qualsiasi ostacolo si presenti sulla loro strada. Ma è sbagliato. L’adolescente ha bisogno di ostacoli da superare per crescere. Ha bisogno di un nemico con il quale confrontarsi. A un certo punto, l’adulto deve anche accettare il rischio di perdere il consenso dei figli, deve accettare la tensione e la responsabilità

E se non lo fa?

Allora tocca alla scuola. Inevitabilmente si crea una spaccatura tra scuola e famiglia che a volte può degenerare nei fatti di cronaca di cui leggiamo e sentiamo nelle ultime settimane.

Si riferisce agli insegnanti aggrediti da alunni e genitori?

Sì. Lì c’è il problema della sempre crescente solitudine del docente. Come dicevo, un tempo godeva dell’appoggio delle famiglie, oggi molto spesso si trova in classe da solo a esercitare anche la funzione genitoriale. L’azione educativa non può essere esercitata da una sola persona o da un solo soggetto: è una questione che riguarda la cosiddetta intera “comunità educante” attorno al giovane.

Come mai i ragazzi reagiscono con violenza?

Crescono in un mondo nuovo, digitale e informatico, che li pone di fronte a una marea informativa che un tempo ci si sognava. Non c’è però la gerarchia di valori che dovrebbe organizzare questa mole. E sono più smarriti di prima, soprattutto le personalità fragili. L’adolescente, si sa, è pur sempre lo specialista dell’errore.

La funzione del docente è stata spogliata della sua autorevolezza?

Chiunque parli di scuola, prima di farlo dovrebbe entrare in un’aula scolastica, alle 10 del mattino. Meglio se in un istituto tecnico o professionale. Così si potrebbe sperimentare cosa significhi insegnare, cosa osservare l’azione quotidiana degli insegnanti: 25 o 30 ragazzi tutti diversi, bravi, negligenti, di seconda generazione o che ancora non parlano bene l’italiano, ragazzi Dsa, cioè con disturbi specifici di apprendimento, oppure ragazzi Bes, cioè con Bisogni Educativi Speciali, o con handicap. Capite quanto sia difficile insegnare Petrarca o una formula matematica in un panorama come questo? Poche ore di questo e cambierebbero molti dei pregiudizi nei confronti della scuola.

Cosa pensa delle scuole come il Visconti di Roma che sponsorizzano l’assenza di questo tipo di differenze?

Annoveravano, nello specifico, l’assenza di immigrati e di disabili. Ai genitori che sono spinti a iscrivere i figli in queste scuole considerate “migliori” per questi motivi, posso dire che in trent’anni di insegnamento ho capito che le classi migliori erano proprio quelle composte da persone diverse: ragazzi, ragazze, immigrati, secchioni, ripetenti, negligenti.

Molti ritengono che sia un ostacolo allo svolgimento delle lezioni e un ostacolo per gli studenti più zelanti.

Non solo i deboli hanno bisogno dei forti, ma anche i forti hanno bisogno dei deboli. A livello educativo si sente subito che una classe eterogenea è molto più formativa di una livellata su un solo grado. Sono più vicine alla vita, durante la quale si avrà a che fare con un’umanità eterogenea e non di certo solo con persone eccellenti oppure solo con persone negligenti.

Quale soluzione a queste criticità?

Comunicare una scuola positiva e il grande lavoro dei docenti. Giustamente i media enfatizzano i casi di cronaca peggiori e tutti i fallimenti, ma la scuola è fatta da milioni di persone che ogni giorno entrano in aula e fanno lezione senza problemi. Il mondo dell’istruzione è bellissimo. E molto complesso.

in “il Fatto Quotidiano” del 15 febbraio 2018