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Alternanza Scuola-Lavoro. Con il patrimonio culturale e paesaggistico

Lo scorso fine settimana 255 mila persone hanno visitato le bellezze del patrimonio culturalepaesaggistico e ambientale italiano in occasione delle Giornate FAI d’Autunno. Come di consueto, i volontari e le volontarie del FAI Fondo Ambiente Italiano, in primavera e in autunno, offrono la possibilità di scoprire oltre 700 luoghi del Bel Paese poco conosciuti o inaccessibili durante il resto dell’anno. Un patrimonio diffuso da Sud a Nord, fatto di palazzi, castelli, aree archeologiche, musei, siti termali.

Ve ne parliamo perché attraverso questa e altre iniziative, dal 1996 il FAI ha attivato il progetto “Apprendisti Ciceroni”, con lo scopo di avvicinare ragazzi e ragazze delle scuole al patrimonio di arte e natura italiano. In poco più di 20 anni ben 40.000 studenti i delle scuole medie e superiori hanno partecipato a questa esperienza formativa. In effetti, per la scuola secondaria di II grado, la partecipazione ad “Apprendisti Ciceroni” non solo fa acquisire crediti scolastici, ma può anche essere riconosciuta come attività di Alternanza Scuola Lavoro. Diventa così un’esperienza professionalizzante in un settore, quello culturale, che rappresenta uno dei più importanti lavori del futuro.

Il patrimonio culturale italiano è il nostro petrolio, uno dei principali fattori produttivi che rafforzano la qualità e la competitività dell’economia nel nostro Paese. Questo settore contribuisce al 6% del PIL (89,9 miliardi di euro) con circa 1,5 milioni di occupati in aziende private, enti pubblici e organizzazioni non profit, Museigallerieparchibeni culturalifestivaliniziative letterarie e cinema sono le realtà tradizionalmente forti, ma vanno aggiunti quei nuovi lavori dell’industria creativa come designarchitetturacomunicazione e marketing territoriale. Qui tutti i dati del VII rapporto sul Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano.

Uno stock di circa 415 mila imprese che producono il 6,8% del PIL in cui spiccano due settori trainanti:

  • la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale (2,9 miliardi di euro di valore aggiunto)

  • le performing art (legate alla produzione di beni e servizi culturali non riproducibili (spettacoli dal vivo, arti visive) (7,2 miliardi di euro).

Orientare gli studenti verso il Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano è dunque molto importante, così come promuovere esperienze dirette di alternanza scuola lavoro nel patrimonio culturale. Il settore chiede professionalità sempre più qualificate e specialistiche (dal 2011 al 2016 il numero di laureati nel settore è aumentato dal 33% al 41%).

La sfida educativa tra memoria e profezia

Bruno Forte

1. Perché l’educazione? Un amore ferito. L’urgenza di riflettere sulla sfida educativa appare chiara se solo si consideri quanto la trasmissione ai nostri ragazzi e giovani di ciò che per noi veramente conta nella vita risulti oggi più che mai ardua. È come se la distanza fra le generazioni si fosse improvvisamente accresciuta, sia per l’accelerazione dei cambiamenti in atto, sia per la novità dei linguaggi che il mondo del computer e della rete ci va imponendo. I “nativi digitali” – coloro cioè che sono nati nell’era di “internet” e che vi accedono con strabiliante naturalezza – fanno fatica a intendersi con gli abitanti del vecchio pianeta terra, solcato da confini e distanze, che risultavano spesso difficilmente valicabili. Quanto viene proposto dall’opera di genitori e educatori desiderosi di far bene, rischia di essere volatilizzato dal mondo della “rete” in cui i nostri ragazzi navigano alla grande, spesso senza adeguata cautela e discernimento. Mentre il “villaggio globale” dei giovani è sempre più omologato su modelli planetari, le identità tradizionali, radicate in storia, usi e costumi, appaiono relativizzarsi e perdere d’interesse ai loro occhi. Anche nell’azione pastorale ci sembra a volte di rispondere a domande che nessuno pone o di porre domande che non interessano più nessuno! La realtà di un mondo senza Dio, in cui non di rado ci pare di trovarci, è forse solo il frutto di questo “Dio senza mondo”, che tale risulta a molti cui vorremmo proporlo, che parlano ormai linguaggi totalmente diversi dai nostri. L’amore per i nostri ragazzi, che ci motiva a trasmettere loro quanto di più bello abbiamo in cuore, sembra ferito dalla difficoltà di trovare la via giusta perché ciò avvenga.

Come affrontare la sfida educativa che ne consegue? Come dire alle nuove generazioni ciò che veramente ci sta a cuore, la vita della nostra vita, il senso delle nostre fatiche e la speranza dei nostri giorni? È a domande come queste che più volte hanno invitato a rispondere gli ultimi Papi, che all’educazione alla fede hanno dedicato una speciale attenzione nel tempo delle nuove sfide, legate alla globalizzazione e all’imporsi dell’universo digitale. È a tali domande che i Vescovi italiani hanno scelto di prestare la loro attenzione prioritaria in questi “anni dieci” del terzo millennio. È su di esse che vorrei riflettere con voi in maniera necessariamente breve ed essenziale. Scelgo di parlare della sfida educativa a partire da un’icona biblica, quella dei discepoli di Emmaus, cui si affianca sulla via un viandante dapprima non riconosciuto, Gesù, che li introduce progressivamente alla realtà tutta intera del suo mistero (Lc 24, 13-35). Mi sembra che il modello del Figlio di Dio, che si fa educatore dei due discepoli tanto simili a noi e ai nostri ragazzi, come noi “stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, possa aiutarci a capire come rispondere alla sfida tanto urgente, quanto decisiva dell’educazione1.

2. La posta in gioco: il senso della vita. Ciò che il racconto di Emmaus ci fa anzitutto capire è che l’educazione è un cammino: essa non avviene nel chiuso di una relazione statica, esclusiva e rassicurante, decisa una volta per sempre, ma si pone nel rischio e nella complessità del divenire della persona, teso fra nostalgie e speranze, di cui è appunto figura il cammino da Gerusalemme a Emmaus percorso dai due discepoli e dal misterioso Viandante. Siamo tutti usciti dalla città di Dio, in quanto opera delle Sue mani, e andiamo pellegrini verso il domani nell’avanzare della sera, bisognosi di qualcuno che ci stia vicino, sulla cui presenza affidabile poter contare: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (v. 29). Tutti siamo incamminati verso l’ultimo silenzio dell’esistenza che muore! Proprio nel confronto con l’enigma della morte, però, si affacciano alla mente e al cuore due radicali e opposte possibilità: ritenersi “gettati verso la morte” (come pensa Martin Heidegger riflettendo sulla condizione umana) o considerarsi “mendicanti del cielo” (come sostiene ad esempio Jacques Maritain), destinati alla vita vittoriosa sulla morte della Gerusalemme celeste. Se l’uomo è solo in questo mondo, l’ultima parola sul suo destino non potrà che essere quella del finale silenzio in cui la sua esistenza si spegnerà. Se invece c’è un Dio che è amore, ogni essere personale è un “tu” unico e singolare cui quest’amore è rivolto, e che come tale vive e vivrà per sempre grazie all’eterna fedeltà dell’interlocutore divino. La tristezza dei due discepoli all’inizio del racconto di Emmaus è quella di chi teme che la morte l’abbia vinta sulla vita; l’entusiasmo con cui ripartono nella notte per andare ad annunciare a tutti di aver incontrato il Risorto è quello di chi sa che la vita ha vinto e vincerà la morte.

Fra le due opzioni la scelta è decisiva e va fatta ogni giorno: ecco perché siamo tutti in cammino sulla via dell’educazione, per scegliere sempre di nuovo ciò su cui sta o cade il senso ultimo della nostra vita. Ed ecco perché l’annuncio della vita vittoriosa sulla morte deve risuonare ogni giorno, in un’incessante testimonianza vissuta nella condivisione del cammino e nella proposta umile e coraggiosa della buona novella dell’amore, fatta nella più ampia varietà di forme, di linguaggi, di esperienze: è questa la “nuova evangelizzazione” di cui ogni generazione ha bisogno. Non va mai dato per scontato l’annuncio del senso e della bellezza della vita, vista nell’orizzonte di Dio e del Suo eterno amore. Ci sarà sempre bisogno di educatori, che siano persone dal cuore nuovo, capaci di cantare il cantico nuovo della speranza e della fede lungo le vie, talvolta tortuose e scoscese, che i pellegrini del tempo sono chiamati a percorrere. Chi educa non dovrà mai dimenticare che la posta in gioco nell’educazione è la scelta decisiva della persona, l’opzione fondamentale che qualificherà il suo stile di vita e le singole decisioni settoriali. Educare vuol dire introdurre al senso della realtà totale, attraverso un processo che aiuti la persona a riconoscere come vere e ad accogliere nella libertà le ragioni di vita e di speranza che le vengono proposte. La meta di un’educazione piena e realizzante non può che essere la scelta libera e fedele del bene, la sola che consenta alla persona di entrare nell’obbedienza al disegno di Dio su di lei, dov’è la sua vera pace. È quanto afferma nella forma più densa e precisa il Poeta: “E in la sua volontade è nostra pace / ell’è quel mar al qual tutto si move / ciò ch’ella cria e che natura face” (Paradiso, Canto III, 85).

3. La condizione base del processo educativo: il dono del tempo. Se educare è introdurre alla realtà totale, colta nel suo senso e nella sua bellezza ultima, si comprende quali possano essere le resistenze e gli ostacoli principali che si frappongono oggi all’impegno educativo. La fine dei “grandi racconti” ideologici, caratteristici dell’epoca moderna, ha lasciato il campo all’esperienza della frammentazione, tipica della cosiddetta post-modernità. La cultura del frammento ha modificato profondamente gli scenari tradizionali dell’educare anzitutto nella concezione del tempo. Questa risulta profondamente segnata dai processi culturali avviatisi a partire dall’Illuminismo: la ragione, che sa di sapere e vuole tutto dominare, imprime ai percorsi storici di adeguamento del reale all’ideale un’incalzante accelerazione. Questa “fretta della ragione” si esprime tanto nella rapidità dello sviluppo tecnico e scientifico, quanto nell’urgenza e nella passione rivoluzionarie, connesse all’ideologia. Il mito del progresso non è che una forma della volontà di potenza della ragione: in esso la presunzione della finale conciliazione, che superi la dolorosa scissione fra reale e ideale, diviene chiave ispiratrice dell’impegno di trasformazione del presente, anticipazione militante di un avvenire dato per certo. Le moderne filosofie della storia non si limitano a interpretare il mondo, ma intendono trasformarlo al più presto, secondo la propria immagine e somiglianza. L’emancipazione – motivo ispiratore e sempre ammaliante dello spirito moderno – porta con sé un’indiscutibile carica di urgenza, un’indifferibile accelerazione sui tempi: il divario fra “tempo storico” e “tempo biologico”, ad esempio, è spinto al massimo dalla sete di compimento totale, di soluzioni finali, tipica della religione emancipata del progresso.

Le conseguenze di questa sfasatura di tempi – di cui l’esempio forse più vistoso è il possibile impiego distruttivo dell’energia nucleare – non sono riscontrabili solo negli effetti devastanti che essa ha sul deterioramento ambientale, ma anche nelle prospettive che si disegnano per i soggetti storici. Occorre ritrovare il predominio umano sul tempo, per tornare a dare tempo alla persona e alle esigenze del suo sviluppo integrale. Di fronte a questa urgenza si comprende come la prima e decisiva condizione del processo educativo riguardi proprio l’uso del tempo: occorre aver tempo per l’altro e dargli tempo, accompagnandolo nella durata con fedeltà, vivendo con perseveranza la gratuità del dono del proprio tempo. Oggi si parla di “banca del tempo” per dire quanto è prezioso il mettere a disposizione degli altri gratuitamente anche solo qualche ora della nostra settimana: l’impegno educativo esige un’immensa disponibilità a spendere le risorse di questa banca. Chi ha fretta o non è pronto ad ascoltare e accompagnare pazientemente il cammino altrui, non sarà mai un educatore. Tutt’al più potrà pretendere di proporsi come un modello lontano, poco significativo e coinvolgente per la vita degli altri. Gesù sulla via di Emmaus avrebbe potuto svelare subito il suo mistero: se non lo ha fatto, è perché sapeva che i due discepoli avevano bisogno di tempo per capire quanto avrebbe loro rivelato, e forse – come diceva Sant’Ireneo agli albori della riflessione cristiana – perché anche Dio, il Dio che è entrato nella storia per amore nostro, ha bisogno di tempo per imparare a farsi vicino alla sua creatura così fragile e incostante. Come in ogni rapporto basato sull’amore, anche nel rapporto educativo il dono del tempo è il segno più credibile del proprio coinvolgimento al servizio del bene dell’altro.

4. Camminare insieme: la relazione educativa come “compagnia”. Una seconda, decisiva condizione per realizzare un efficace processo educativo è la relazione interpersonale: come affermava Romano Guardini, “solo la vita accende la vita”, ed è perciò solo nell’arco di fiamma del rapporto fra le persone in gioco che il cammino dell’educazione può realizzarsi. Anche qui una resistenza e un ostacolo non di poco conto all’impegno educativo vengono dalle vicende storiche legate alla parabola della modernità e all’insorgere del post-moderno: oltre la crisi delle ideologie e delle appartenenze forti che esse propugnavano, sono diffuse nella condizione post-moderna l’esperienza dell’incomunicabilità e la predominanza delle cosiddette “passioni tristi”, che ripiegano ciascuno nell’orizzonte corto del suo “particulare”. È stato detto che il postmoderno è tempo della contaminazione, dove tutto appare contaminato, sporco, infondato. “L’essere non è, ma ac-cade”, cade cioè nel nulla, diranno i portavoce del “pensiero debole”. Non s’intravede più un fondamento su cui si regga la consistenza del reale: tutto è insostenibile leggerezza dell’essere, irrefrenabile caduta. Perciò il postmoderno è anche tempo della fruizione, del bruciare l’istante, assolutizzando l’adesso e consumando l’intensità dell’attimo. Questo aggrapparsi all’evanescenza della fruizione immediata condanna il postmoderno a essere il tempo della frustrazione, dell’abbandono nichilista, perché la fruizione non riesce a dare durevolmente senso alla vita.

La relazione interpersonale è divenuta debole: la “cultura forte” dell’ideologia si è frantumata nei tanti rivoli delle “culture deboli”, in quella “folla delle solitudini” , in cui è rilevante la mancanza di orizzonti comuni, una penuria di speranze “in grande”, che piega ciascuno nel mondo chiuso del suo privato. La fine delle ideologie appare come la pallida avanguardia dell’avvento dell’idolo, che è il relativismo di chi non ha più alcuna fiducia nella forza della verità. Siamo malati di assenza, poveri di speranza e di grandi ragioni, sempre più soli, perché privi di un sogno comune: scommettere sulla possibilità di creare ponti fra le solitudini diventa allora questione vitale. Comprendiamo così la rilevanza di un’altra condizione necessaria al processo dell’educazione: occorre camminare insieme. Prima che essere per l’altro, chi educa deve stare con l’altro. L’educazione avviene attraverso la relazione di ascolto, di condivisione e di dialogo: l’essere genitori nella relazione ai figli, l’insegnamento vissuto nel porsi accanto e di fronte a chi apprende, la testimonianza resa a chi vorremmo condurre all’incontro con la verità, esigono compagnia della vita e della parola. Il fallimento di un’educazione solo autoritaria, che neghi il valore del dialogo e dell’ascolto dell’altro, si dimostra da sé. Sarebbe parimenti sbagliato, però, pensare che l’educazione possa realizzarsi solo fra pari: l’egualitarismo educativo ha prodotto disastri. Il dialogo non significa appiattimento delle differenze: non si amano gli altri se non si è se stessi, accettando anche l’inevitabile diversità da loro. “Se mi ami, dimmi di no” è un valido progetto educativo, se inserito in una rete di attenzione e di amore, che non escluda le differenze, ma le porti all’incontro reciprocamente arricchente.

Anche in campo educativo è, dunque, urgente realizzare quella “convivialità delle differenze” (don Tonino Bello), di cui è esempio eloquente il comportamento del misterioso Viandante sulla via di Emmaus: si fa prossimo, accompagna il cammino dei due, ascolta, trasforma il loro modo di vedere. “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro” (v. 15). Accompagnarsi, porre domande, ascoltare, leggere il cuore dell’altro e farlo ardere con l’annuncio della parola di vita, accendere il desiderio e corrispondervi coi gesti della condivisione: questo è la compagnia della vita, lo spezzare insieme il pane dei giorni, stando in cammino con l’altro per comprendere e parlare al suo cuore e trasformarlo. Non si tratta tanto di insegnare dall’alto di una cattedra, quanto di trasmettere il senso e la bellezza della vita con  l’eloquenza della vita stessa: “Il mondo di oggi – diceva Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; e, quando ascolta i maestri, lo fa perché sono anche testimoni” (cf. Evangelii Nuntiandi, n. 41). Chi educa deve farsi prossimo: la luce della vita si trasmette nella reciprocità fra i due, nella pazienza di accettare i suoi tempi e di stimolarne le scelte. Come amava ripetere John Henry Newman, “cor ad cor loquitur”, è il cuore che parla al cuore. Accompagnare vuol dire prevenire e accogliere l’altro nell’amore: “Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”, scrive Sant’Agostino all’amico che gli chiedeva come educare i difficili ragazzi dei suoi tempi (De catechizandis rudibus, 4) – “Non c’è invito più grande all’amore che prevenire amando”. Chi educa deve amare per primo e senza stancarsi, o non educa affatto. Per essere buoni educatori bisogna dare amore ricordandosi sempre dell’amore ricevuto e accettando di lasciarsi continuamente educare dall’amore. Chi sa accogliere, sa anche donare! Per accompagnare fedelmente l’altro, l’educatore deve dimostrargli di apprezzarlo, deve valorizzarlo, perché chi va educato ha bisogno anzitutto di fiducia, di quel sentirsi amato che gli consentirà anche di lasciarsi correggere e ammonire. L’incoraggiamento e l’elogio sono spesso più utili del rimprovero, perché danno la forza di impegnarsi a migliorare. Il rigorismo stanca e deprime. Solo l’amore eleva e incoraggia ed è vita che genera vita…

5. La sfida dell’identità e la memoria di quanto veramente conta. Un’altra sfida importante che viene all’impegno educativo dalla parabola della modernità e dall’avvento del post-moderno è la cosiddetta “crisi delle identità”, radicata in una sorta di perdita della memoria collettiva e personale, frutto di una malintesa emancipazione dal passato e dalle proprie radici. Siamo in un’epoca di “identità deboli”: da quella della persona, a quella del genere, all’identità comune della nazione, della cultura, della spiritualità, della lingua. Lo sradicamento dal passato da cui veniamo, così com’esso è trasmesso attraverso l’insieme delle espressioni culturali, sociali, artistiche, religiose, compromette la stessa possibilità di affrontare le sfide del presente e dell’avvenire. Senza memoria non c’è identità né profezia! Nel racconto dei discepoli di Emmaus è significativo che Gesù non si limiti ad accompagnare i due discepoli: egli fa memoria delle cose avvenute e del grande quadro della storia della salvezza che le illumina, e così stimola i due, schiudendo loro il senso della vicenda collettiva, per introdurvi il loro cuore inquieto e aprirlo allo stupore davanti al dono dell’amore divino: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27). Facendo memoria delle meraviglie compiute da Dio per il suo popolo, il misterioso Viandante introduce i due nella realtà totale del suo mondo vitale, apre il tesoro del suo cuore e fa loro comprendere ciò che tutti abbiamo ricevuto dal Padre celeste e di cui viviamo veramente. Si comprende qui come il linguaggio della memoria ravvivi l’identità dell’interlocutore se sa coniugare oggettività e passione, dati ed emozioni: non basta ricordare il passato; occorre coglierne il senso per noi, compiendo una sorta di interpretazione esistenziale di esso che si faccia carico delle domande più vere e profonde del presente.

Il “rischio educativo” consiste nel compiere questa operazione della memoria viva, “pericolosa”, capace di inserire la persona nella realtà totale che conti per lei e per tutti, e dunque nella tradizione viva della fede e dell’amore che nutrono la vita e ci trasmettono la luce che viene dal passato della salvezza, aprendoci alla novità del futuro della promessa. Veramente, l’educazione è opera totale, “cattolica”, nel senso etimologico del termine (“kath’òlou” = in pienezza): formando al grande abbraccio della realtà, grazie all’opera educativa perseverante e integrale, la vita suscita e contagia la vita, il dono ricevuto si fa amore donato, la verità accolta e trasmessa libera e salva. È necessario perciò che la memoria sia come quella evocata da Gesù, viva, trasformante, non asettica e inerte: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (v. 32). Solo la parola convinta e la testimonianza credibile di ciò di cui abbiamo fatto esperienza sono in grado di accendere la vita. La memoria va insomma partecipata all’altro con amore, come avviene in Gesù, che al culmine del cammino condiviso si rivela nel gesto dello spezzare il pane benedetto, di offrire e condividere il dono di Dio nel dono di sé. Il Maestro non comunica solo con la parola, ma lo fa anche col gesto: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (vv. 30 e 31). Il gesto benedicente si unisce al segno della condivisione del pane, della vita, del cuore. La comunione memorante e narrativa è rete relazionale attraverso cui è possibile introdurre l’altro alla pienezza della vita: solo in una relazione di amore fedele e ricca di memoria, nutrita di radicamento nel passato da cui veniamo, passa la vita che illumina la vita, tanto fra genitori e figli, quanto in generale fra insegnanti e alunni, fra educatori e discepoli, fra pastori e popolo loro affidato, fra catechisti e catechizzandi…

6. La profezia della vita nuova e piena. Un’ultima sfida al processo educativo viene dalla penuria di speranze in grande che sembra caratterizzare la cultura post- moderna: tramontato il sole dell’ideologia, il futuro non appare più certo e affidabile, come volevano rappresentarlo i “méga-recits” ideologici delle più diverse matrici. Uscire dal buio degli orizzonti verso cui andare è sfida decisiva, tanto per l’esistenza personale, quanto per l’impresa collettiva. Anche su questo punto il racconto di Emmaus svela ricchezze sorprendenti: Gesù schiude ai due discepoli un nuovo futuro, aprendo il loro cuore a una speranza affidabile; egli accende la profezia, contagiando il coraggio e la gioia. È scopo dell’educazione schiudere orizzonti, raccogliere le sfide e accendere la passione per la causa di Dio tra gli uomini, che è la causa della verità, della giustizia e dell’amore. Chi educa non deve pretendere di dominare l’altro, ma deve aspirare a liberarlo per la sua libertà più vera. Gesù procede così: si fa vicino, spiega le Scritture, alimenta il desiderio, si fa riconoscere e offre ai due l’annuncio di sé, della sua vittoria sulla morte, rendendoli liberi dalla paura e provocandoli alla libertà della missione: “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (vv. 15 e 27). “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (vv. 30-31). Si accende nei cuori dei due una “grande gioia” (v. 41). È da questa gioia che scaturisce l’urgenza di partire subito per portare agli altri la buona novella di cui sono ormai testimoni: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!»” (vv. 33-34).

L’incontro vissuto esige di essere testimoniato: non puoi fermarti a ciò che hai avuto in dono. Devi a tua volta donarlo, camminando sulle tue gambe e facendo le scelte della tua libertà. L’educazione o genera testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono, o fallisce il suo scopo. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di vita, in cui ciascuno giochi la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. “Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v. 35). L’educazione ha raggiunto il suo fine quando chi l’ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato: “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia – affermava il Card. Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione a Successore di Pietro, parlando a Subiaco il 1 Aprile 2005 – sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando di lì la vera umanità, uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”. Educare, insomma, non è clonare, ma accendere la vita col dono della vita, suscitando i cammini di libertà di un’esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità che sola rende e renderà liberi. L’educatore o è testimone di una speranza affidabile, contagiosa di verità e trasformante nell’amore, o non è.

7. Contagiati dal Risorto, educare come Lui. L’icona biblica di Emmaus ci consente così una descrizione dell’azione educativa: educare è accompagnare l’altro dalla tristezza del non senso alla gioia della vita piena di significato, introducendolo

nel tesoro del proprio cuore e del cuore della Chiesa, rendendolo partecipe di esso per la forza diffusiva dell’amore. Chi vuol essere educatore deve poter ripetere con l’apostolo Paolo queste parole, che sono un autentico progetto educativo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24). Sullo stile educativo di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo esaminarci tutti, chiedendoci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto analogamente di compagnia, memoria e profezia. Questo vale tanto per la quotidiana comunicazione vitale fra le generazioni, quanto per l’impegno educativo in campo scolastico e universitario, quanto per l’azione pastorale della Chiesa e il servizio alla causa della evangelizzazione. Facilmente il bilancio ci sembrerà perdente: ci conforta tuttavia il fatto di non essere soli. Dio – che ha educato il suo popolo nella storia della salvezza – continua a educarci e a educare: “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Non rinunciamo dunque a raccogliere la sfida educativa, qualunque sia il livello di responsabilità che ci è dato di vivere. E confidiamo nel divino Maestro.

A Lui vorrei rivolgermi in conclusione, dicendogli con semplicità e fiducia a nome di tutti coloro che vogliano accettare e vivere la sfida educativa: Signore Gesù, Tu ti sei fatto compagno di strada dei discepoli dal cuore triste, incamminati dalla città di Dio verso il buio della sera. Hai fatto ardere il loro cuore, aprendolo alla realtà totale del Tuo mistero. Hai accettato di fermarti con loro alla locanda, per spezzare il pane alla loro tavola e permettere ai loro occhi di aprirsi e di riconoscerti. Poi sei scomparso, perché essi – toccati ormai da te – andassero per le vie del mondo a portare a tutti l’annuncio liberante della gioia che avevi loro dato. Concedi anche a noi di riconoscerti presente al nostro fianco, viandante con noi sui nostri cammini. Illuminaci e donaci di illuminare a nostra volta gli altri, a cominciare da quelli che specialmente ci affidi, per farci anche noi compagni della loro strada, come tu hai fatto con noi, per far memoria con loro delle meraviglie della salvezza e far ardere il loro cuore, come tu hai fatto ardere il nostro, per seguirti nella libertà e nella gioia e portare a tutti l’annuncio della tua bellezza, col dono del tuo amore che vince e vincerà la morte. Amen. Alleluia”.

(Incontro di Studio di Scholé, Brescia 6 Settembre 2018)

Scuola italiana di “potatura della vite”. Decima edizione

Sono aperte le iscrizioni al X anno della Scuola Italiana di Potatura della Vite, che Simonit&Sirch terranno da novembre 2018 a gennaio 2019. Unica nel suo genere a livello internazionale, la Scuola terrà i suoi corsi nei territori di maggior pregio della viticultura italiana, in collaborazione con importanti Università e Istituti di Ricerca che contribuiscono al progetto con lezioni di approfondimenti di fisiologie e patologia della vite. In tutto, si terranno 24 corsi in 13 regioni. Fra le novità di quest’anno, l’apertura di una scuola in Liguria,l’intensificarsi dei corsi di II livello riservati a chi ha già frequentato quello di I livello, che saranno bene sette, e l’avvio in Franciacorta di un corso in inglese. I corsi si terranno in Liguria, Piemonte, Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Sicilia, Sardegna e saranno condotte dai tutor della Simonit&Sirch. Le lezioni si svolgeranno tra novembre 2018 e gennaio 2019 per la potatura invernale e in primavera 2019 per la potatura verde. Come per le scorse edizioni, sono aperte a tutti (addetti al lavoro, tecnici, studenti o anche semplici appassionati del verde) e si articoleranno in quattro giornate formative (tre invernali e una primaverile), durante le quali si svolgeranno due lezioni teoriche in aula e sei esercitazioni pratiche in vigneto. Le lezioni e le esercitazioni verranno effettuate su vigneti potati secondo il Metodo Simonit&Sirch per il I livello e su vigneti allevati tradizionalmente nel territorio per il II livello.
I tutor guideranno i partecipanti in un percorso tra le conseguenze dei tagli di potatura e l’architettura della pianta in funzione della forma di allevamento, con l’obiettivo di eseguire una potatura più consapevole nel rispetto della fisiologia della vite e della struttura perenne della pianta. A chi frequenterà tutte le lezioni e supererà i test finali, sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Inoltre sarà tenuto un registro interno alla Scuola, che attesta il percorso individuale formative svolto da ciascun partecipante, in previsione della sua partecipazione a futuri corsi di approfondimento.

Date e programmi dettagliati si trovano sul sito www.simonitesirch.it, dove si possono anche fare le iscrizioni online. Il costo dei corsi di I livello è di è di 440 euro e comprende anche il materiale didattico (per gli studenti di Università e istituti tecnici 240 euro). Quello dei corsi di II livello (aperti solo a chi ha frequentato il corso di I livello) è di 800 euro.

L’obiettivo della Scuola è insegnare le basi del Metodo Simonit&Sirch di potatura ramificata della vite, ormai adottato da oltre 130 fra le principali aziende vinicole italiane e straniere. In sintesi, il Metodo Simonit&Sirch si fonda su quattro regole base che possono essere applicate universalmente: permettere alla pianta di ramificare con l’età, di occupare spazio col fusto e con i rami; garantire la continuità del flusso linfatico; eseguire tagli di piccole dimensioni sul legno giovane, poco invasivi; utilizzare, quando necessario, la cosiddetta tecnica “del legno di rispetto” per allontanare il disseccamento dal flusso principale della linfa.

Per informazioni e iscrizioni:
www.simonitesirch.it – scuola@preparatoriuva.it – Tel. 0432.752417.

in Avvenire 19 ottobre 2018

I giovani nella Bibbia.

Gianfranco Ravasi

La parola più usata nell’Antico Testamento? Dopo il nome divino Jhwh(“Jahweh”) è ben, vale a dire “figlio”. Ce lo ricorda il cardinale Gianfranco Ravasi nel volume Cuori inquieti. I giovani nella Bibbia, pubblicato in occasione del Sinodo dei giovani voluto da papa Francesco. «La Bibbia – commenta il biblista, presidente del Pontificio consiglio della Cultura – è per certi versi un libro di figli buoni e cattivi che vedono alla fine entrare in scena in mezzo a loro il Figlio per eccellenza, Gesù Cristo». E osserva che il vocabolo ben deriva dal verbo ebraico banah, che significa “costruire, edificare”. «La casa infatti – spiega – cresce con le pareti, fatte di pietre vive e protese verso l’alto e il futuro, che sono i figli». Ed è pieno di episodi biblici in cui i figli si confrontano con i padri (da Isacco e Abramo al figliol prodigo), o i fratelli spesso litigano fra loro (da Caino e Abele alla vicenda rocambolesca di Giuseppe), questo libro che cerca di porre in rapporto gli eventi raccontati in quello che è stato giustamente definito il Grande Codice della cultura occidentale e il mondo di oggi, caratterizzato dal motto “digito, ergo sum”.

I nostri adolescenti, che trascorrono cinque ore almeno della loro giornata davanti al computer, comunicano in modo assai differente rispetto agli adulti e agli anziani, più abituati al dialogo vis-à-vis. Non a caso Ravasi cita la nota espressione di papa Giovanni: «Voi dite sui vecchi le stesse cose che dicevamo noi da ragazzi. È giusto. Ma un giorno altri ragazzi diranno lo stesso di voi». Ma, aggiunge il cardinale, «noi della generazione precedente trasmettiamo, con la nostra indifferenza, con le nostre prediche moralistiche, con l’assenza dei valori genuini, rami secchi che i giovani rigettano e non possono far rinverdire. Si crea, così, una sorta di deserto comune in cui ci trasciniamo». Per questo non bisogna mai smettere di rimarcare, in questi dialogo fra nuove e vecchie generazioni, che nell’animo dei giovani rimane sempre un’inquietudine positiva. Come ha detto l’attuale pontefice in un videomessaggio del luglio 2016 al raduno ecumenico “Insieme” di Washington: «So che c’è qualcosa, nei vostri cuori, che vi rende inquieti, perché un giovane che non è inquieto è un vecchio».

La parte più intensa del volume è quella dedicata a Gesù giovane. Servendosi dei pochi cenni che emergono dai Vangeli e rinunciando alle suggestioni di quelli Apocrifi, Ravasi ci ricorda che Gesù non è stato solo bambino ma anche adolescente e giovane, morendo poco più che trentenne, un’età che oggi consideriamo giovanile. Nel ritratto che emerge tutto parte dalla linea di demarcazione dell’episodio di Gesù dodicenne al tempio tra i dottori, «una sorta di bar-mizvah» che nella cultura giudaica significava l’ingresso nella giovinezza, con l’ammissione al culto e all’osservanza della Torah. Il piccolo saggio dedicato a Gesù consente di puntualizzare varie questioni aperte, dal mestiere che egli praticava (falegname o carpentiere?) alle lingue che parlava (aramaico, ebraico e anche greco?), se egli sapesse leggere e scrivere, sino al fatto se avesse fratelli o sorelle o se fosse sposato. Come accennato, Ravasi ricostruisce molte vicende delle Scritture in cui i giovani si confrontano con i vecchi, come nel caso di Salomone, il re famoso per la sua saggezza, e del figlio Roboamo, non solo inesperto ma del tutto incapace di governare. Solo la vera sapienza e lungimiranza possono costituire la stoffa del buon uomo politico e «non è automatico indizio di buon governo né un sovrano di lungo corso né un giovane e aitante innovatore ».

Per ricordarci la maledizione del profeta Isaia che riferiva questo oracolo divino: «Io metterò come loro capi dei ragazzi, dei monelli li domineranno»: ad una classe politica sprecona spesso finisce per succederne una del tutto incapace e arrogante. Ai nostri ragazzi portati ad avere rapporti amorosi spesso fugaci, il libro porta l’esempio supremo del Cantico dei Cantici: il poemetto insegna la verità autentica sulla relazione interpersonale, a partire da tre elementi. Il primo è la corporeità, che si esprime anche nella sessualità, «celebrata come un dono divino di attrazione e fecondità». Al secondo posto viene l’eros, che in questo libro biblico sta per «tenerezza, bellezza, fascino, sentimento, passione». L’ultimo anello è rappresentato dall’amore, nel quale i due protagonisti del Cantico «si donano nella totalità dell’essere ». Concetto ben illustrato dalla citazione di un altro testo famosissimo, Il Profeta del poeta libanese Gibran: «Amatevi l’un l’altro ma non fate dell’amore una catena: lasciate piuttosto che vi sia un mare in movimento tra i lidi delle vostre anime… Siete nati insieme e insieme sarete in eterno. Sarete insieme anche quando le ali bianche della morte disperderanno i vostri giorni. Sarete insieme anche nella silenziosa memoria di Dio».

in Avvenire 19 ottobre 2018

Il gioco d’azzardo tra i giovani. Ricerca dell’Istituto Superiore Sanità

POPOLAZIONE SCOLASTICA MINORENNE (14-17 ANNI)

Quanti sono i giocatori minori?

Il 70,8% ha dichiarato di non aver mai giocato, mentre il 29,2% (si stimano 670.144 soggetti) dichiara di aver praticato gioco d’azzardo almeno una volta nei 12 mesi antecedenti l’intervista. Giocano prevalentemente i 17enni (35%), a seguire i 16enni (30,5%), i 15enni (27,6%) e i 14enni (24,4%). I giocatori sono più maschi (41,1%; per una stima di circa 486.200 ragazzi) che femmine (16,8% per una stima di circa 186.800 ragazze). Rispetto all’area geografica, giocano prevalentemente gli studenti del Sud del paese (36,3%; per una stima di 215.356 studenti) e a seguire delle Isole (29,9%; per una stima di 79.722) del Centro (27,3%; per una stima di 116.384 studenti), del Nord Ovest (25,8%; per una stima di 149.919 studenti) e del Nord Est (20,2%; per una stima di 86.400 studenti). Ci sono più giocatori negli istituti tecnici (37,5%) e negli istituti professionali (28,2%).

A cosa giocano gli studenti italiani?

Gli studenti italiani giocano prevalentemente alle lotterie istantanee o in tempo reale (21,1%), praticano scommesse sportive (17,1%), scommesse virtuali (8,1%) e giocano alle slot-machine (6,8%).

Dove giocano gli studenti italiani?

Gli studenti italiani giocano soprattutto dai tabaccai (46,7%) e nelle sale scommesse (41,1%); a seguire i bar (28,8%). Gli studenti scelgono il luogo dove giocare preferibilmente perché vicino casa (49,9%), non viene richiesto il documento di identità (20,9%), o per il pay out più elevato (11,1%).

Quanti sono gli studenti giocatori problematici in Italia?

I giocatori sociali sono 22,7% (stimati in 520.968 studenti) i giocatori a rischio sono 3,5% (stimati in 80.326 studenti) i giocatori problematici sono il 3% (stimati in 68.850 studenti). La prevalenza maggiore di giocatori problematici è al sud (4,4% vs 3% di media nazionale), a seguire le Isole (3% in linea con la media nazionale), il Centro (2,9% di poco inferiore alla media nazionale), il Nord Ovest (2,1%) e il Nord Est (1,8%), entrambi inferiori al 3% della media nazionale.

Gli stili di vita e gli studenti giocatori problematici

Anche in questo caso, come per gli adulti, si riscontra un’associazione tra comportamento di gioco e stili di vita non salutari (fumo, alcol e altre sostanze). Infatti, tra i giocatori problematici ci sono più fumatori abituali (28,3% vs 14,3% giocatori sociali) e una percentuale maggiore di coloro che dichiarano di fumare 10 o più sigarette al giorno (48,2% vs 31,1%), consumano inoltre più sostanze alcoliche e altre sostanze. Tra i giocatori problematici sono maggiori le percentuali del consumo di alcolici 2 o più volte a settimana, in particolare di birra (23,7% vs 8,8%), di vino (8,7% vs 4,2%) e di superalcolici (8,5% vs 2,5%) rispetto ai giocatori sociali. Infine, sembra caratterizzare maggiormente il giocatore problematico, il fenomeno del binge drinking (15,9% vs 4,1%) e il consumo di cannabis (45,5% vs 23,5%; consumo negli ultimi 12 mesi)

A cosa giocano gli studenti giocatori problematici?

I dati delle distribuzioni percentuali della pratica di gioco nella popolazione degli studenti mostrano un divario tra giocatori problematici e giocatori sociali in tutte le tipologie di gioco ad eccezione delle Lotterie istantanee o in tempo reale, ugualmente praticate (rispettivamente 70,1% vs 70%). Gli studenti giocatori problematici praticano principalmente scommesse sportive (79,6% vs 50,1%), le scommesse virtuali (54,8% vs 16,4%), altri giochi a base sportiva (50,8% vs 21,9%), le slot machine (42,5% vs 15,4%), lotto e lotterie a esito differito (41,7% vs 21,6%) e le VLT (25,6% vs 5,7%)

Dove giocano gli studenti giocatori problematici?

I giocatori problematici preferiscono giocare prevalentemente nelle sale scommesse (59% vs 34%), presso i bar (29,2% vs 27,7%) e presso altre ricevitorie (11,1% vs 5,8%). Si osserva che i giocatori problematici che pur frequentano i tabaccai, li scelgono in percentuale minore rispetto ai giocatori sociali (34,2% vs 47,5%). I luoghi di gioco vengono scelti prevalentemente perché vicini a casa (giocatore sociale 49.9% vs giocatore problematico 38,5%) o perché non viene loro richiesto il documento di identità (giocatore sociale 16,1% vs giocatore problematico 33,3%).

Pubblicità

Il 10,8% degli intervistati che ha giocato almeno una volta negli ultimi 12 mesi, ha scelto di giocare in base alla pubblicità vista o sentita. Se si analizza tale informazione all’interno della popolazione dei giocatori problematici si riscontra una percentuale molto vicina a quella degli adulti giocatori problematici (33,9%) mentre nella popolazione dei giocatori sociali solamente il 6,4% sceglie di giocare sulla base della pubblicità vista o sentita.

Gioco legale vs gioco illegale

Negli studenti, si osservano percentuali ancora più elevate tra coloro che praticano gioco illegale rispetto alla popolazione adulta. In particolare, il 16% dei giocatori sociali e il 20,5% dei giocatori problematici ha dichiarato di aver praticato gioco illegale. Queste percentuali scendono sensibilmente nella pratica del gioco on line (giocatori problematici 13,9% vs giocatori sociali 7%)

Fattori di rischio e protezione

Gli studenti maschi hanno circa 3 volte più possibilità di sviluppare comportamenti di giochi a rischio rispetto alle ragazze, così come chi vive nelle isole italiane o nel nord est ed ha 17 anni, mentre sembra che queste probabilità diminuiscano fortemente se si hanno 14 anni si vive nel nord ovest e si frequentano scuole assimilabili ai licei.

Gli studenti che assumono superalcolici o cocktail, birra, ready to drink, energy drink, vino più di 2 volte a settimana, consuma spice, fuma 10 o più sigarette al giorno, consuma smart drugs, pratica il binge drinking, consuma Cannabis, o integratori si espone circa il doppio al rischio di sviluppare un comportamento di gioco problematico rispetto a chi consuma queste sostanze con frequenze minori.

Gli studenti che dedicano più di un’ora al giorno al gioco in denaro in luogo fisico ha in quadruplo delle probabilità di, così come chi dedica più di 1 ora al giorno al gioco on line ha circa il triplo delle possibilità di sviluppare un comportamento di gioco problematico.

Gli studenti che hanno amici e/o compagni di classe che giocano e soprattutto che hanno o hanno avuto difficoltà con il gioco hanno circa il triplo delle possibilità di sviluppare essi stessi problemi legati al comportamento di gioco.

Gli studenti che utilizzano più della metà della propria disponibilità mensile per giocare in denaro hanno circa il triplo delle probabilità di sviluppare delle difficoltà legate al comportamento di gioco, così come chi dispone di entrate settimanali oltre i 50€ e spende oltre 50€ a settimana senza il controllo dei genitori ha circa il doppio delle possibilità di sviluppare problemi legati al comportamento di gioco.

Gli studenti che hanno un rendimento scolastico scarso hanno circa il doppio delle probabilità di sviluppare delle difficoltà nel comportamento di gioco rispetto a chi ha un rendimento scolastico almeno sufficiente.

Comunicato stampa ISS del 18 ottobre 2018

 

Adolescenza. Ragazzi sempre più violenti, verso se stessi e verso gli altri

Storie di ordinaria violenza, non riconosciuta come tale, identificate ancora come “ragazzate” dagli adulti, cioè sottovalutate. Troppi adolescenti mettono in atto comportamenti violenti in maniera troppo superficiale, a scuola, in famiglia, in gruppo e nella coppia, senza avere tante volte la piena consapevolezza della gravità delle loro azioni.

In genere, quando parliamo di violenza, ci balza subito in mente il bullismo, nonostante esistano anche altre espressioni di violenza più diffuse ed estremamente gravi.

Se pensiamo che, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2 adolescenti su 50 hanno subìto aggressioni fisiche dal proprio partner, già a partire dai 14–15 anni, che 1 adolescente su 10 ha paura o ha avuto paura del proprio partner e che 3 ragazzi su 50 si sentono incastrati nella propria relazione sentimentale perché vittime di un fidanzato/a che li minaccia, dobbiamo prendere consapevolezza di quanto sia diffusa la violenza anche nelle coppie di adolescenti.

Si tratta di possessività, non di gelosia, di violazione della libertà, di restrizione degli spazi individuali e delle relazioni, come una tela di un ragno invisibile che si stringe intorno alla preda giorno dopo giorno.

Parliamo di femminicidi, ma non ci rendiamo conto di quanto sia possibile incontrare, fin dall’adolescenza, le stesse dinamiche distorte di coppia.

Manca, difatti, una reale comprensione delle dinamiche più profonde, di quanto questi comportamenti siano radicati fin dalla prima adolescenza. Troppo spesso ci si limita ad un’analisi descrittiva dei fenomeni, senza addentrarci nella mente delle vittime e degli aggressori per comprendere cosa scatta nella loro testa, come vivono, cosa provano e perché non si riescono a tutelare.

Ragazzi Violenti. Un viaggio nelle menti di vittime e aggressori, edito da Imprimatur, è il nuovo libro della dott.ssa Maura Manca, Psicoterapeuta e Presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, che si occupa ormai da una ventina d’anni di adolescenti e dei loro problemi.

È un libro scritto in prima persona che dà voce ai protagonisti, ai ragazzi che si raccontano nel loro essere vittime di bullismo, cyberbullismo, violenza di coppia, violenza sessuale, ma anche nel loro essere violenti, aggressori e carnefici. Questa è l’assoluta novità del libro, l’autrice si è mimetizzata dietro i personaggi e ha preso il lettore per mano per aiutarlo a maturare profonda consapevolezza di quanto la violenza sia radicata nelle menti di questi ragazzi, di quanto sia sottovalutata e diffusa.

Racconto dopo racconto emerge chiaramente che vittime e aggressori sono le due facce di una stessa medaglia, che la famiglia e la scuola giocano un ruolo fondamentale, ma troppo spesso sono presenti nel modo meno corretto.

I loro racconti fanno riflettere su quanto sia fondamentale il ruolo dei genitori, che spesso hanno le risposte davanti agli occhi, ma non le vedono o non hanno strumenti per vederle, e di quanto gravi sulla psiche di questi ragazzi l’assenza di una guida. Ci dimentichiamo spesso anche quanto influisca il contesto sociale e culturale e Maura Manca, nel suo libro, fa comprendere quanto giochi un ruolo fondamentale l’interazione di più fattori nella messa in atto di questi comportamenti violenti, quanto sia ormai trasversale la violenza e riguardi tutti i ceti sociali e le età, bambini compresi.

Sexting, vendetta pornografica, cyberbullismo e bullismo sono le forme di violenza maggiormente conosciute.

Basti pensare che il 33% degli episodi di cyberbullismo è di tipo sessuale e le vittime sono prettamente ragazze. Un comportamento che invade la psiche, che lascia degli esiti a lungo termine e che porta, nella metà dei casi, a pensare o a tentare il suicidio.

Non solo violenza eterodiretta, esistono delle forme di violenza rivolte verso se stessi, estremamente diffuse, di cui si parla ancora troppo poco, come il cutting o il burning.

Il 18% degli adolescenti italiani, dati in linea con quelli internazionali e purtroppo stabili nel corso degli anni, dichiara di aver messo in atto condotte autolesive. I dati più preoccupanti in assoluto sono due: quasi il 14% lo fa in maniera ripetitiva e sistematica (dato in aumento del 2,5% in un solo anno) e l’età media in cui iniziano a farsi del male è pari a 12,8 anni.

In Italia non si vuole parlare di autolesionismo e non si fa prevenzione nelle scuole e questo porta i ragazzi ad aver paura del confronto e a nascondersi nei rifugi virtuali, nei social e nei gruppi pro-autolesionismo. Nel libro Maura Manca descrive perfettamente come nasce un autolesionista, quanto sia difficile la vita per questi ragazzi, quanto la rete rinforzi i loro comportamenti, quanto sia marcata la relazione con il bullismo e soprattutto quanto la scuola e la famiglia non siano pronte ad affrontare questo tipo di condotte.

Se vogliamo apportare un vero cambiamento dobbiamo distanziarci da una mentalità che guarda solo il singolo episodio di violenza e imparare ad analizzare la cornice in cui agiscono questi ragazzi, il contesto in cui si muovono e creare alternative che gli diano nuove possibilità.

in http://www.adolescenza.it   –  17 ottobre 2018

 

Alcolismo in Italia. Un fenomeno in forte ascesa. 435mila morti in 10 anni

Eurispes/Enpam

435mila morti in dieci anni per patologie alcol-correlate, incidenti, omicidi e suicidi. L’alcol è la sostanza psicotropa che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina.

Sono alcuni dei dati che emergono da un articolato e complesso Rapporto di ricerca: “Indagine sull’Alcolismo in Italia. Tre percorsi di ricerca”Nata nell’ambito delle attività previste dall’Osservatorio permanente Eurispes/Enpam su “Salute, Previdenza e Legalità”, l’indagine ha coinvolto giovani studenti, adolescenti, cittadini e medici.

Si beve ovunque, a qualunque ora, sempre più lontano dai pasti e soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Oltre sei italiani su dieci mettono l’alcol in relazione alla convivialità, al relax, al piacere e alla spensieratezza (63,4%); solo un quarto, al contrario, lo associa a concetti negativi, come la fuga dai problemi, la perdita di controllo e il pericolo (25,6%). E il “debutto” alcolico arriva in età sempre più precoce: più della metà dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha bevuto il primo bicchiere tra gli 11 e i 14 anni (52,8%).

Il fenomeno è stato osservato attraverso tre diverse indagini campionarie, ciascuna delle quali disegna un quadro completo di come sono cambiate e stanno cambiando le abitudini “del bere” nel nostro Paese, di quanto sia diffuso e radicato il fenomeno tra i giovani, di come si è modificata l’immagine del consumatore, anche e soprattutto come conseguenza dei messaggi trasmessi dai media.

L’alcol rappresenta il primo fattore di rischio per la salute in Europa, insieme al fumo e all’ipertensione. Attraverso l’analisi e l’incrocio di diverse fonti statistiche, Eurispes/Enpam hanno calcolato che dal 2008 al 2017 ci sono state 435mila morti causate dall’alcol, per patologie alcol-correlate, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti domestici, omicidi o suicidi legati allo stato di alterazione psicofisica.

Un dato che non sorprende anche considerando la precocità con la quale avviene l’approccio al consumo di alcol. La maggioranza netta dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni infatti beve alcolici: oltre la metà lo fa “qualche volta” (51,6%), l’8,2% “spesso”. In particolare, tra i 15-19enni la percentuale di chi beve “qualche volta” sale al 65% e solo due su dieci sono astemi.

Un terzo degli intervistati ha giocato con gli amici a chi beve di più (33,1%) e una identica percentuale rivela di aver visto un amico o un conoscente riprendersi o farsi riprendere in video mentre beveva.

La birra è in cima ai desideri dei giovanissimi, seguono il vino, poi shottini e superalcolici. Il consumo è sempre più extracasalingo, indipendente dal pasto e legato a momenti di divertimento e allo “sballo”: il 28,6% beve al pub, il 21,4% in discoteca, solo due su dieci bevono a tavola. Insomma, il drink alcolico è considerato una sorta di “rito di passaggio sociale” che caratterizza la fine dell’infanzia. E il tradizionale divario tra i due sessi risulta oggi assai più contenuto rispetto al passato.

L’indagine fa emergere poi un aspetto sconcertante: oltre la metà dei minori ha acquistato alcolici (54,4%) nonostante la legge italiana lo vieti e obblighi il venditore a chiedere un documento d’identità. Di questi, oltre un quinto dichiara che non gli è stato mai chiesto il documento al momento dell’acquisto (21,7%).

Sebbene il tema dell’alcolismo venga percepito dai cittadini italiani maggiorenni come problema sociale in modo meno netto rispetto a trent’anni fa (oggi lo ritiene un problema rilevante il 35,4% rispetto al 66% del 1984, anno della prima indagine Eurispes), emergono però frequenti eccessi nel consumo. Alla metà degli intervistati capita, infatti, di eccedere con l’alcol, anche se “qualche volta” (47,7%), ovvero il 14% in più rispetto al 2010 (22°Rapporto Italia, Eurispes). E lo fa per diverse ragioni: il 28% per “piacere” (nel 2010 la quota era del 49,4%), un quarto per “stare meglio con gli altri” (il 12,1% in più rispetto al 2010), il 23,7% per “rilassarsi” (l’8,8% in più rispetto al 2010), il 9,2% per “affrontare una situazione complicata” (contro il 2,6%), il 2,2% per “reagire a un insuccesso” (contro l’1,2%).

Questo risultato appare particolarmente interessante se confrontato con il parere dei medici, secondo i quali il consumo eccessivo di alcol non appartiene a nessuna particolare tipologia di paziente ma “attraversa” l’intera societàQuattro medici su dieci ritengono infatti che gli alcolisti non possono essere categorizzati (39,4%), mentre per tre su dieci si tratta di persone depresse o in difficoltà (31,8%), secondo il 23,5% sono invece soggetti socialmente inseriti e solo il 5,3% li identifica come persone sbandate. In generale, emerge una scarsissima correlazione tra emarginazione sociale e alcolismo e, anzi, per oltre sette medici su dieci, le motivazioni di chi ha dipendenza da alcol non sono legate a problemi o disagi, ma piuttosto ad una ricerca di divertimento e di “sballo”. Un approccio culturale a cui contribuirebbero in modo determinante i media con i messaggi che veicolano.

Il mondo medico sottolinea il primato dell’alcol per diffusione rispetto alle altre sostanze psicotrope e il suo impatto deleterio rispetto alla salute. Nove medici su dieci indicano l’alcol come la sostanza che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina.

Il rapporto tra alcol e guida si conferma uno dei nodi cruciali del problema. In Italia, l’uso di sostanze alcoliche è tra le prime cause di morte tra i giovanissimi, spesso in seguito a incidenti stradali. Il 40% degli intervistati maggiorenni ammette di essersi messo alla guida dopo aver bevuto in modo eccessivo, a cui si aggiunge un decimo dei giovanissimi. Inoltre, il 30% dei ragazzini tra gli 11 e i 14 anni dichiara di aver viaggiato su un mezzo guidato da qualcuno che avesse bevuto alcolici. Interrogati sul tasso alcolemico consentito dalla legge per guidare, i due terzi degli italiani non sono stati in grado di rispondere correttamente, così come i tre quarti dei giovanissimi.

Più di otto italiani su dieci ritengono che lo Stato abbia fatto poco per contrastare il fenomeno dell’alcolismo (84,1%); tuttavia, una maggioranza non schiacciante (60%) si dice favorevole ad una regolamentazione del consumo, a fronte di numerose voci contrarie.

Sintesi della ricerca

 

Formazione, in Emilia Romagna scende il tasso di abbandono scolastico

In Emilia-Romagna il tasso di abbandono scolastico scende al 9,9% nel 2017, in calo rispetto al 13,6% del 2011 e al 20% del 2004. Permettendo alla regione di centrare in anticipo l’obiettivo Ue per il 2020 fissato al 10%.

«Eccellenza italiana»
Il dato, riferito ai 18-24enni in possesso della licenza media che non frequentano corsi scolastici né attività formative, è stato diffuso durante una seduta della commissione Cultura dell’Assemblea legislativa regionale, nella quale è stata illustrata la clausola valutativa sulla disciplina del sistema dell’istruzione e formazione professionale (Iefp), formato da 41 enti di formazione e da 71 istituti professionali. «Un sistema interamente pubblico – ha sottolineato il presidente della commissione Giuseppe Paruolo (Pd) – che integra pubblico e privato sociale per rilanciare anche quei mestieri impropriamente chiamati “manuali” che a volte vengono guardati con pregiudizio ma che rappresentano una vera eccellenza italiana».

Educazione. Proposte formative su legalità, salute, spreco alimentare

Con due distinte note il Miur illustra l’offerta formativa per l’anno scolastico 2018-2019 relativamente all’educazione alla salute, educazione alimentare a ai corretti stili di vita, e i progetti educativi per l’educazione alla legalità, alla pace e alla cittadinanza attiva.

Con nota 5 ottobre 2018 prot. n. 4127 il Miur informa le istituzioni scolastiche di secondo grado in merito ai progetti formativi messi disposizione per l’anno scolastico 2018/2019 relativamente all’educazione alla legalità, alla pace e alla cittadinanza attiva:

  • Centro studi ed iniziative culturali “Pio La Torre”: il progetto educativo diretto ad approfondire la conoscenza nelle nuove generazioni dei fenomeni criminali di stampo mafioso è indirizzato alle classi del triennio delle scuole secondarie di secondo grado, comprese le scuole italiane all’estero e, per la prima volta, ai detenuti studenti nelle Case circondariali.

  • l’Unione Camere Penali Italiane propone alle classi dell’ultimo triennio delle scuole secondarie di secondo grado un progetto educativo diretto a promuovere l’educazione alla legalità e il rispetto delle regole, con particolare riferimento ai principi costituzionali afferenti il processo penale.

Con nota 5 ottobre 2018 prot. n. 4128 il Miur informa le istituzioni scolastiche di secondo grado in merito ai progetti formativi messi disposizione per l’anno scolastico 2018/2019 relativamente all’educazione alla salute, educazione alimentare a ai corretti stili di vita:

  • l’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC) presenta alle scuole una serie di iniziative volte ad approfondire i temi della ricerca sul cancro, utilizzando percorsi di educazione ai corretti stili di vita e alla prevenzione.

  • la Croce Rossa Italiana (CRI)  presenta alle scuole interventi di promozione alla salute e in particolare un nuovo Percorso Formativo volto alla promozione della cultura della cittadinanza attiva e del volontariato e un nuovo Contest a livello nazionale rivolto agli studenti delle scuole partecipanti.

  • l’Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS) promuove nelle scuole, anche per il corrente anno scolastico,

  • FBAO – Fondazione Banco Alimentare Onlus  propone alle scuole di partecipare alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare (GNCA) in programma per il prossimo 24 novembre 2018 e offre alle scuole una serie di progetti educativi volti ad evitare lo spreco alimentare, a comprendere il valore del cibo fornendo anche documentazione didattica e momenti di formazione con i propri volontari.

in Notizie della scuola 11/10/2018 12:23

Handicap. In 25 anni alunni disabili raddoppiati nelle scuole italiane

Raddoppiano gli alunni disabili nelle scuole italiane: in 25 anni i bambini con problemi fisici o psichici nelle classi elementari e medie sono arrivati a quota 160mila, passando dal 2 al 4 per cento del totale degli studenti. È quanto emerge da un’analisi dell’Unione europea delle cooperative Uecoop su dati Istat, diffusa in occasione della Giornata nazionale delle persone con la sindrome di Down che si è celebrata domenica 14 ottobre 2018.

Sfida per il welfare italiano
L’aumento della presenza dei disabili a scuola – sottolinea Uecoop – è tra le sfide più importanti per il welfare italiano, che può essere affrontata con la giusta miscela di pubblico e privato grazie anche all’opera delle oltre 12mila cooperative sociali e di istruzione che si occupano di disabilità non solo a scuola, ma anche nei centri di aggregazione e in casa. Nelle scuole italiane dove operano oltre 150mila insegnanti di sostegno – rileva Uecoop – in un caso su tre l’assistenza ai ragazzi disabili riguarda problemi motori e di apprendimento, con oltre il 49% che soffre di vere e proprie disabilità intellettive. In tale contesto, da un lato bisogna garantire la massima assistenza alle famiglie con il potenziamento del numero del personale di sostegno, dall’altra bisogna cercare di proseguire con lo stimolo intellettuale dei ragazzi, sia in classe che nella vita extra scolastica, in modo da amplificare quanto appreso sui banchi nonostante mille difficoltà. Molto spesso al di fuori dell’orario scolastico – conclude Uecoop – è proprio il mondo delle cooperative sociali a svolgere questo lavoro di assistenza ai genitori nelle gestione dei figli disabili.

in Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2018