Archivi categoria: Tematiche educative

Rigurgiti razzisti e sana indignazione. Quello che i piccoli ci insegnano

Il maestro, in una scuola elementare di Foligno, ordina a un bambino nero di mettersi davanti alla finestra, spalle alla classe, poi dice ai suoi compagni: “Guardate quant’è brutto”. Si giustifica così: “Ho voluto fare un esperimento sociale”. Stentiamo a crederlo. Ma un’interrogazione parlamentare e un’indagine conoscitiva avviata dal Miur dopo che i piccoli allievi avevano raccontato in famiglia l’accaduto ci spinge a riflettere, ancora una volta, sui rigurgiti razzisti presenti ormai in tutta Europa e in particolar modo, sebbene sia doloroso ammetterlo, nel nostro Paese. Le ripetute offese rivolte ai genitori adottivi del giovane senegalese di Melegnano, in provincia di Milano, hanno suscitato sconcerto. Così come ha fatto impressione l’aggressione fisFNM-Il-rock-multietnico-delle-scuole-di-Prato-nell’iniziativa-Mosaici-G2.jpgica nei confronti di un dodicenne egiziano da parte dei suoi compagni di classe a Roma.

Cosa sta succedendo in Italia? Consiglio la lettura di un libro, “Il Terzo Reich dei sogni”, in cui l’autrice, Charlotte Beradt, analizzando i sogni di molti cittadini tedeschi negli anni dell’avvento del nazismo, confermava in sostanza una celebre intuizione di Carl Gustav Jung, secondo il quale Adolf Hitler aveva conquistato l’inconscio del suo popolo. Questo vale per i totalitarismi, certo, ma anche nelle fiorenti democrazie avanzate occidentali, complice la presenza pervasiva dei social, dobbiamo purtroppo constatare che le peggiori intolleranze, stupidità e protervie possono essere introiettate nella coscienza collettiva a una velocità impressionante, rispetto alla quale il vecchio pettegolezzo, che un tempo passava di bocca in bocca senza venire nemmeno verificato, era ben poca cosa.
È questa la ragione per cui la scuola, di fronte allo sfacelo etico contemporaneo, alla mancanza di valori e gerarchie, alla decadenza dei canoni, alla scomparsa delle opere e degli stili, dovrebbe diventare una postazione di resistenza dove custodire la sapienza, mantenere le promesse e diffondere lo spirito critico. Se invece proprio in classe, addirittura alle elementari, nel punto in cui la pianta umana conosce il suo momento più bello e rigoglioso, chi dovrebbe innaffiarla la inaridisce, chi è chiamato a formare i caratteri li mortifica, allora davvero rischiamo di perdere la fiducia necessaria.
Per fortuna non sempre è così. Prendiamo Foligno: sono andato diverse volte nelle scuole della città umbra e ricordo ragazzi fantastici, docenti appassionati, molte associazioni tese a costruire legami. Poi basta un caso come quest’ultimo – che si può solo sperare di vedere infine solidamente smentito – per gettare fango nel mucchio.

Ormai accade quasi ogni giorno: dal famoso giocatore di calcio vilipeso dal pubblico alla sconosciuta nigeriana che non viene fatta salire sull’autobus. Personalmente, avendo a che fare con gli immigrati, ne sento tante: come se certi insulti sul treno, in aula, o nei posti di lavoro, fossero diventati la norma, non più percepiti alla maniera di un reato. Anzi, chi interviene a difesa del malcapitato di turno, viene a sua volta ricoperto d’improperi. Perché è stato così facile scivolare nel fondo oscuro della nostra natura, quella meno rassicurante, dove ci illudevamo non saremmo più precipitati? Guardiamoci intorno: le parole dei politici appaiono vuote, tutte gergali, prive di vera tensione morale; le principali agenzie educative sembrano in crisi; gli adulti credibili sono confinati nella solitudine. Se non c’è argine alla tracotanza degli invasati, ciò dipende anche da un vuoto culturale più profondo. Abbiamo affidato il timone delle dottrine ai conduttori televisivi; la lettura agli smartphone; le citazioni a Wikipedia; le interpretazioni a Facebook; la fatica del conoscere ai talk show; la potenza dei nostri giovani agli sprovveduti. Eppure educare non è una mera competenza. Io lo so chi domani insegnerà a noi le responsabilità oggi disattese dagli adulti: saranno gli stessi bambini indignati che hanno raccontato ai genitori la bizzarra trovata di quello strano maestro. Magari non tutti. Ne basterà uno solo per restituirci la speranza.

in Avvenire venerdì 22 febbraio 2019

Scuola. Educazione alla cittadinanza. Oltre le strumentalizzazioni o il falso neutralismo

PAOLO FERRATINI

In un liceo bolognese, un’ottantina di insegnanti ha sottoscritto l’impegno a dedicare alcune ore al tema dell’immigrazione, sia alla luce delle vicende più attuali relative al nostro paese, sia come questione di grande momento nello scenario globale. Il documento, che ha poi raccolto l’adesione di molte altre scuole della città, segnala l’urgenza di proporre agli studenti uno spazio di dialogo informato, a partire dalla condivisione di dati fattuali ed elementi di conoscenza, capace di sottrarre al sentito dire e all’emotività il formarsi del giudizio di ciascuno. Le severe politiche di respingimento attuate dal governo, scrivono i firmatari, “chiamano direttamente in causa il senso e il modo in cui stiamo svolgendo il nostro compito di insegnanti ed educatori”. “Una scuola che non riesce a facilitare la comprensione e la rielaborazione di quello che accade al di fuori – si legge in chiusura del testo – non svolge la propria funzione”. L’iniziativa ha sollevato un polverone, con tanto di interrogazioni parlamentari e attacchi al dirigente (l’accusa era, ovviamente, di “fare politica  a scuola).

L’episodio invita a qualche riflessione generale sui compiti che riteniamo debba avere la scuola. Sgomberiamo preventivamente il campo. La relazione magisteralumnus, asimmetrica per natura, impone al primo l’osservanza di un principio deontologico che non ammette deroghe, ossia quello che Quintiliano chiamava la maxima debita pueris reverentia: mai la sua posizione può essere usata per esercitare qualsivoglia potere coercitivo o di condizionamento, della mente o delle emozioni, nei confronti dei giovani che gli sono affidati. Nell’ambito di questo generale autocontrollo, rientra anche l’inibizione non solo alla propaganda ideologica, ma anche a qualsiasi forma di persuasione suggestiva. Dato ciò per acquisito, dovrà forse la scuola, per evitare qualunque rischio, proporsi come un ambiente politicamente “neutro”? Quando i docenti bolognesi, nell’esprimere inquietudine per ciò che “accade al di fuori” della scuola, assumono di fatto una “posizione” di giudizio sugli eventi di cui intendono “facilitare la comprensione e la rielaborazione” da parte degli studenti, stanno svolgendo la loro funzione o “fanno politica a scuola”?

C’è molta falsa coscienza, in giro. Per un verso, si chiede alla scuola di non essere “scollegata” dall’attualità, di preparare non solo giovani istruiti, ma anche buoni cittadini; dall’altro, si accredita l’idea che in essa non sia possibile il formarsi di convincimenti politici se non all’insegna dell’indottrinamento. Si vorrebbe un’educazione civica “in ambiente sterile”.

A questo rischia di ridursi, in realtà, la formazione alla “cittadinanza attiva”, formula che tracima da tutti i documenti di politica scolastica degli ultimi vent’anni, di cui nessuno tuttavia si è mai curato di chiarire il contenuto valoriale. Quale sarebbe il cuore della “cittadinanza attiva”? Il “patriottismo costituzionale” di Habermas? La coscienza democratica? La responsabilità? Più citizenship o più civicness? Essa si esaurisce nella condivisione consapevole di un’obbligazione etico-politica o implica altro (solidarietà, orientamento alla non-violenza, rispetto degli altri, tutela dell’ambiente, ecc.)?

Si capisce bene perché nessuno risponde. Se si osservano le proposte sull’educazione alla cittadinanza, ci si trova davanti ad una declaratoria di competenze: sapere argomentare, sapere lavorare in gruppo, sapere ascoltare gli altri. Tutte cose bellissime e importanti, ma esclusivamente strumentali. E’ come se dicessi: per essere un buon vasaio, devi sapere riconoscere i diversi tipi di argilla, sapere lavorare al tornio, sapere usare una sgorbia. Tutto questo, tuttavia, permette di eseguire modelli, ma non è sufficiente per crearne di nuovi. Se l’esercizio della cittadinanza “attiva” si riduce al possesso di determinate competenze funzionali, in esso di attivo resta assai poco. Ecco la falsa coscienza di quell’aggettivo! Verità vuole che la si chiami “cittadinanza conforme”: a scuola si impari ad essere dei buoni esecutori di cittadinanza conforme. Basta dirlo.

Si sappia tuttavia che la richiesta di una scuola politicamente neutra non è affatto una richiesta politicamente neutra. La rimozione di un orizzonte semantico dalle pratiche del discorso e il loro appiattimento ad una tecnica argomentativa disincarnata e astratta non potrà che ridurre la scuola a strumento di conservazione degli assetti sociali esistenti. Il cittadino attivo Educazione-alla-cittadinanza.jpgche dovrebbe uscirne, nel migliore dei casi, sarà capace di esporre un punto di vista, rispettando il diritto altrui di manifestarne di diversi. Ma difficilmente sarà in grado di avere un proprio punto di vista, ovvero di produrre uno sguardo autonomo sulla realtà. Sarà cioè stato abituato a discutere e a pronunciarsi intorno ad alternative, per esempio di ordine morale o politico, tutte interne ad un recinto discorsivo predefinito ed eterodiretto.

Se si vuole invece che la scuola sia un luogo e un momento in cui i cittadini adulti di domani imparano a maturare idee proprie e nuove; se si vuole che essa sia uno spazio nel quale si confrontano inquietudini e domande sul presente per preparare risposte per il futuro, occorre che la politica vi entri con tutta la sua drammaticità, nelle forme di uno studio e di una ricerca aperti alle sfide molteplici che l’uomo ha davanti; uno spazio nel quale i convincimenti si formino nel dialogo tra posizioni di valore, senza che queste vengano ipocritamente scambiate per ideologie. Perché non c’è alcun dialogo vero se non si “prende posizione”.

 

«D20 Leader», due milioni di euro per formare cento ragazzi fra i 20 e i 29 anni

Maria Piera Ceci

«Il Paese è in crisi e i giovani espatriano. Noi vorremmo invertire questa equazione: il Paese è in crisi perché i giovani espatriano. E vogliamo contribuire a fornire le competenze più alte ai nostri giovani, affinché restino in Italia e contribuiscano a superare la crisi». A parlare così il presidente di Fondirigenti, Carlo Poledrini, a proposito di D20 Leader, il progetto del Fondo interprofessionale promosso da Confindustria e Federmanager. Il bando sarà pronto in primavera. Uno stanziamento di due milioni di euro per formare cento ragazzi fra i 20 e i 29 anni, reclutati per una quota del 20 per cento fra diploprocesso-d-acquisto-scuola-di-formazione.jpgmati e ragazzi usciti dagli Its, per la restante quota dell’80 per cento fra laureati, senza specificare il tipo di laurea. L’idea è di far partire il corso a maggio, con i primi venti giovani.

«Cerchiamo manager leader non tecnici», spiega ancora Poledrini. «Quindi potranno essere ingegneri, economisti, laureati in lettere. L’importante è che abbiano delle qualità e che brillino loro gli occhi quando si parla del futuro».

Per individuare i giovani si stanno attivando apposite convenzioni con le università, Crui, Its Alfieri del lavoro. Partner del progetto sono imprese, business school, Commissione europea, Ocse.

«La formazione mira a crescere non solo bravi manager, ma anche bravi leader. Il modello proposto è quello 2-3-1, cioè i primi due mesi saranno dedicati alla formazione sul campo e allo study tour all’estero, ospiti di organizzazioni internazionali. Poi seguirà una fase di tre mesi di controllo e verifica dei profili. I partecipanti verranno divisi in gruppi per realizzare dei project work. Saranno impegnati nello sviluppo di proprie idee di innovazione. L’ultimo mese sarà destinato infine alle valutazioni e alla condivisione dei risultati».

Il candidato ideale di D20 Leader è un giovane, o una giovane, che abbia nel cassetto un sogno da realizzare all’interno e a vantaggio dell’Italia. «Cerchiamo ragazzi che abbiano voglia, coraggio e forza di investire sei mesi della propria vita per costruire il proprio futuro. Vogliamo che con questi ragazzi si crei valore, non solo per loro stessi, ma anche per le imprese nelle quali andranno a lavorare, come manager e come leader. Abbiamo fatto interviste a ragazzi in scuole e università romane. I loro modelli-leader spaziano da Mandela, a Totti, da Piero Angela a Marchionne e spunta anche il campione di pallavolo Ivan Zaytsev. Queste definizioni di leader mettono in evidenza la necessità di qualcosa di nuovo nel nostro Paese».

In Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2019

 

 

Digitale in classe, la rete Garr lancia una sfida tra gli istituti superiori

Al. Tr.

Realizzare oggetti multimediali digitali innovativi per la scuola: è questa la sfida in cui dovranno cimentarsi gli studenti delle scuole superiori italiane che parteciperanno al concorso lanciato da Garr, la rete italiana a banda ultralarga dedicata all’istruzione e alla
ricerca, nell’ambito del progetto europeo Up to University (Up2U) .

Viaggio premio al Didacta di Firenze

Il gruppo di studenti che presenterà il miglior progetto di oggetto multimediale innovativo vincerà un viaggio premio per presentare il proprio lavoro a Didacta, fiera sul mondo della scuola in progrrivoluzione-digitale.jpgamma a Firenze dal 9 all’11 ottobre prossimo. Il progetto Up2U è un percorso gratuito pensato per gli studenti delle scuole superiori e per i loro insegnanti, con l’obiettivo di far acquisire loro le competenze necessarie per l’uso delle tecnologie digitali che dovranno padroneggiare all’università. Oltre a Garr, per l’Italia partecipa al progetto l’università Sapienza di Roma.

Per info e iscrizioni: https://tinyurl.com/y3322l5t

in Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2019

Studiare materie scientifiche si conferma determinante per i lavoratori di domani

Il gap tra domanda e offerta di competenze professionali è destinato ad aumentare poiché non c’è un numero sufficiente di giovani che intraprende percorsi di studio in materie scientifiche e tecniche, ovvero nelle cosiddette discipline Stem (Science, technology, engineering and mathematics). Secondo gli esperti Hays, società leader nel recruitment specializzato, i giovani che studiano materie scientifiche risultano, infatti, ancora in minoranza e ciò comporta una mancanza di profili in grado di ricoprire ruoli tecnici tra coloro che si affacciano al mondo del lavoro.

«Per colmare questa lacuna è indispensabile incoraggiare i nostri giovani ad intraprendere carriere accademiche e professionali in ambito Stem – affermano gli esperti di Hays -. Ispirare le nuove generazioni è un dovere di tutti perché se non lo facciamo, rischiamo di vanificare i progressi compiuti nell’innovazione tecnologica in questi ultimi anni».

Sconfiggere i falsi miti e cambiare le percezioni

Una delle ragioni dietro la poca popolarità delle materie Stem è sicuramente il modo in cui vengono percepite. Molti, infatti, le considerano noiose, altri ancora le ritengono troppo difficili. «I giovani devono trarre ispirazione dai professionisti Stem che svolgono lavori all’avanguardia, risolvono ogni giorno problematiche reali e giocano un ruolo chiave nel plasmare il nostro futuro – spiegano gli esperti Hays -. Questi percorsi di carriera sono in realtà tra i più interessanti e gratificanti, ma spesso ragazzi e ragazze non lo sanno. Lo sforzo per abbattere i falsi miti deve cominciare dalla famiglia, ma è responsabilità anche degli istituti scolastici, delle imprese e delle istituzioni. Tutti dobbiamo impegnarci di più per presentare le Stem come un’opzione attraente e accessibile per le nuove generazioni, fornendo reali opportunità ed esperienze che coinvolgano attivamente i giovani studenti».

Le scuole devono promuovere le Stem

Le scuole dovrebbero incoraggiare di più gli studenti ad avvicinarsi alle materie Stem e un buon punto di partenza potrebbe essere una solida consulenza per la scelta del percorso accademico e professionale. I giovani andrebberp indirizzati verso carriere in linea con le richieste del mercato e la consulenza dovrebbe essere a loro disposizione durante tutto l’excursus scolastico, non solo nel momento in cui devono prendere decisioni per il futuro. In questo modo le loro scelte saranno più consapevoli. Gli studenti andrebbero trattati da adulti e informati con chiarezza su quali sono le abilità richieste dal mercato e quali saranno le opportunità lavorative a loro disposizione.

Anche le imprese devono fare la loro parte

Anche le imprese devono contribuire a colmare il divario tra scuola e mondo del lavoro, ad esempio potrebbero offrire più tirocini in ambito Stem da svolgere durante gli studi perché i giovani che sperimentano esperienze di lavoro in questo campo, sono più inclini a considerarlo come un possibile percorso professionale. Inoltre, le aziende dovrebbero “educare” le persone alle carriere Stem come ha fatto, ad esempio, Facebook che ha rilasciato una serie di video informativi per spiegare cos’è e come funziona l’Intelligenza artificiale, nella speranza di avvicinare un numero sempre maggiore di persone al tema. «Le aziende hanno uno sguardo privilegiato su quelle che saranno le competenze più richieste dal mercato del lavoro in futuro – affermano gli esperti Hays – e queste informazioni dovrebbero essere sfruttate al meglio per rendere più efficaci gli incontri dedicati all’orientamento professionale organizzati da scuole e università».

Apertura dalle istituzioni 

Per incoraggiare gli studenti a scegliere percorsi di studio e professionali nelle Stem, anche il ruolo delle istituzioni è fondamentale. Ad esempio, sarebbe opportuno promuovStudi_tecnici.jpgere un maggior numero di programmi di apprendistato in ambito Stem, concentrandosi non solo su settori consolidati come l’ingegneria, ma anche sul coding e in ambito scientifico. È necessaria un’effettiva collaborazione tra le istituzioni, le aziende e il mondo dell’istruzione per garantire ai giovani un’adeguata preparazione che permetta loro di essere realmente competitivi sul mercato del lavoro.

Far avvicinare i giovani alle Stem è indispensabile per colmare il gap tra domanda e offerta di competenze, ma soprattutto è doveroso per garantire loro la possibilità di una carriera gratificante che contribuisca all’innovazione tecnologica e al progresso scientifico.

in Il Sole 24 Ore, 22 febbraio 2019

Vaticano. La protezione dei minori nella Chiesa. Incontro 21-24 febbraio 2019

ore 9:30   1a relazione a cura del Sig. Card. Luis Antonio Tagle
ore 10:15  2a relazione a cura di S.E. Mons. Charles Jude Scicluna
ore 16:00  3a relazione a cura del Sig. Card. Rubén Salazar Gómez

Il prete delle baracche. Dalla parte degli ultimi

Enzo Scandurra

È morto don Roberto Sardelli, uno dei preti più popolari di Roma, il prete “delle baracche”, sempre dalla parte degli ultimi, dei più deboli e degli oppressi. Era nato a Pontecorvo (dove si celebreranno i funerali oggi, 20 febbraio) nel 1935. Nel 1968 aveva abbandonato la parrocchia per vivere con i baraccati dell’Acquedotto Felice. L’anno scorso l’Università di Roma Tre gli aveva conferito la Laurea Magistrale Honoris Causa in Scienze Pedagogiche ad attestare il suo lungo impegno di Maestro accanto ai ragazzi.

Figura singolare nel panorama italiano aveva conosciuto don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana e ne era rimasto affascinato. Ordinato Sacerdote nel 1965, ebbe l’incarico parrocchiale presso la chiesa di San Policarpo al Tuscolano, vicino all’Acquedotto. Don Roberto scelse, dopo pochi mesi, di vivere insieme ai baraccati, per lungo tempo, facendosi carico anche dei malati di Aids, allora malattia incurabile. Lì si prodigò in ogni modo per fare doposcuola ai ragazzi tentando di convincerli che non erano inferiori ai loro coetanei che vivevano nei palazzi di via Tuscolana.

Nacque così la “Scuola 725” (dal nome del numero civico) che rappresentò, per quei tempi, un incredibile esperimento pedagogico per i più poveri. Raccontano i ragazzi di quella scuola che il primo giorno che arrivò don Roberto, si presentò con un libro Americani e Vietcong anziché con dei libri di catechismo. Faceva lezioni con la luce di una candela e, quando era inverno, accanto a una vecchia stufa che riempiva di fumo la baracca “725”. Allora quei bambini che vivevano nella baraccopoli e che la mattina si recavano alla scuola pubblica, facevano dei lunghi giri, al ritorno dalla scuola, per non far capire agli altri che vivevano nelle baracche.

Don Sardelli lì spronò a non vergognarsi della loro condizione, a emanciparsi. Utilizzando un linguaggio semplice, sotto la sua guida, i ragazzi scrissero la Lettera al Sindaco e il libro Non Tacere. La Lettera suscitò un grande scandalo a Roma, tanto che la stessa Rai fece un servizio di Giuseppe Fiori facendo venire alla luce la scandalosa condizione di vita dei baraccati. Dopo lo sgombero della bidonville, l’impegno civile di don Roberto è continuato come giornalista e scrittore. Scrisse un libro Il danzatore assai convinto che per avvicinarsi ai Sinti e ai Rom dovesse imparare a ballare il Flamenco. Quarant’anni dopo scrisse nuovamente una Lettera al Sindaco che non ebbe lo stesso successo della prima per le divergenze di idee sulle periferie romane con Veltroni.

Racconta don Roberto che quando arrivò Papa Francesco ricevette una telefonata direttamente da lui, al quale però rimproverava di non fare “pulizia” nella curia romana. Per questi suoi incredibili meriti ha avuto accanto a sé sempre molti amici ed estimatori, gente comune, intellettuali, insieme a molti dei suoi vecchi “studenti” della baraccopoli che gli sono stati sempre riconoscenti e vicini fino alla sua morte. Fabio Grimaldi è l’autore, insieme ai ragazzi della “Scuola 725”, del film “Non tacere” che ha vinto il premio come miglior documentario al Festival Arcipelago e che racconta la storia della “Scuola”.

00051E3F-don-sardelli-con-i-suoi-ragazzi.jpgDa molti anni era malato e si era ritirato nel comune di Pico per assistere la sorella. Dopo la morte di quest’ultima era andato a vivere nel comune di Pontecorvo cedendo la sua modestissima casa di Pico ad un amico tedesco che lo aveva aiutato a trovare i farmaci adatti per curare la sorella malata. Lo si incontrava a Roma mentre si recava al Policlinico per avere i farmaci che provenivano dalla Germania. Nonostante queste sventure quando compagni e amici andavano a trovarlo, lui continuava a chiedere: “Che ne pensate della situazione politica?”. Uno scenario, quello politico attuale, che ai suoi occhi di ribelle appariva ormai lontanissimo da qualsiasi sua aspettativa e speranza. P.S. su il manifesto del 22.12.2018, Damiano Tavoliere ha scritto un bell’articolo a lui dedicato in occasione del conferimento della Laura Honoris Causa, don Roberto, baraccato tra i baraccati.

in “il manifesto” del 21 febbraio 2019

Accordo tra Santa Sede e Stato italiano. Riconoscimento titoli di studio

Il 13 febbraio 2019 la Santa Sede, rappresentata dal Card. Giuseppe Versaldi, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica (degli Istituti di Studi), e la Repubblica Italiana, rappresentata dal Ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca, il Prof. Marco Bussetti, hanno firmato un accordo che ha appunto per oggetto il riconoscimento dei titoli di studio ottenuti nelle facoltà ecclesiastiche.

Nel vigente testo del Concordato, firmato l’11 febbraio 1929 e revisionato tramite l’accordo del 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato e successivo scambio di Note Verbali del 25 gennaio 1994, vengono determinati i titoli di Teologia e Sacra Scrittura quali titoli riconoscibili tramite una procedura attualmente svolta dai Dicasteri della Santa Sede e dal Ministero italiano per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca.

Vista la mancanza di corrispondenza delle discipline di Teologia e Sacra Scrittura nell’ordinamento universitario italiano, nel 1995 si era deciso di procedere ad una valutazione dell’equivalenza dei titoli, riconosciuti come lauree e lauree magistrali italiane, e dunque mirata ai soli effetti giuridici di livello. Il riconoscimento di tutti gli altri titoli rilasciati dalle Istituzioni di Educazione Superiore della Santa Sede aventi sede in Italia, non vedeva invece un riconoscimento uniforme sul territorio italiano.

Tuttavia, i rapporti nel settore dell’Educazione Superiore tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana non sono riconducibili alla sola materia concordataria, ma fanno riferimento alla comune appartenenza alla Convenzione sul riconoscimento dei titoli di studio relativi all’insegnamento superiore nella regione europea (Convenzione di Lisbona, 11 aprile 1997) ed allo Spazio Europeo dell’Educazione Superiore (EHEA), cui la Santa Sede aderisce dal 2003.
La medesima Convenzione di Lisbona, ratificata sia dalla Santa Sede che dall’Italia, stabilisce l’obbligo delle parti contraenti al riconoscimento delle qualifiche che danno accesso all’insegnamento superiore negli altri Stati firmatari e prevede la creazioni di rispettivi Centri di informazione relativi al sistema dell’Educazione di ciascuna delle Parti contraenti, Centri che devono collaborare nella rete ENIC-NARIC sotto l’egida dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa. In questo contesto sono anche state create le rispettive agenzie per la valutazione della qualità dei sistemi di formazione, ovvero per la Santa Sede l’agenzia AVEPRO, creata con chirografo di Papa Benedetto XVI il 19 settembre 2007.

In particolare a partire dal 2014, in occasione della presidenza del Consiglio UE da parte dell’Italia, Italia e Santa Sede hanno gestito in co-presidenza il Processo di Bologna e conseguentemente anche l’EHEA. Da questa cooperazione si è dato avvio ad una sempre più stretta collaborazione tra gli organi competenti della Santa Sede e dell’Italia in ambito educativo.

L’accordo prevede il completo riconoscimento da parte dell’Italia di tutti i titoli rilasciati dalle Istituzioni di Educazione Superiore erette o approvate dalla Santa Sede e quelle legalmente riconosciute dall’Italia, secondo i principi della Convenzione di Lisbona, al fine di facilitare le collaborazioni accademiche e la mobilità di studenti e ricercatori.

La procedura che si dovrà svolgere tramite le istituzioni dell’Educazione Superiore dell’Italia e della Santa Sede, nel rispetto della loro autonomia istituzionale, dovrà prevedere la valutazione individuale dei periodi di studio e dei relativi titoli finali. Le istituzioni provvederanno al riconoscimento e/o a concedere la prosecuzione degli studi nell’ordinamento italiano o della Santa Sede. L’accordo chiarisce altresì che i titoli previsti dal Concordato (Teologia e Sacra Scrittura al momento) continuino ad essere riconosciuti con decreto del Ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca ai sensi della procedura vigente dal 1995.

miur.jpgL’accordo rafforzerà e valorizzerà in modo particolare la collaborazione tra le Università, Facoltà ed altre Istituzioni Pontificie Romane con le loro sorelle Italiane nella città eterna, creando così a Roma un polo universitario unico nel mondo, nel quale oltre alle varie discipline delle Università comprensive e specializzate dell’Italia si possono studiare in 62 Facoltà o istituti specializzati sotto l’autorità della Santa Sede. Oltre alle scienze sacre e quelle con esse connesse, si offre una vasta gamma di altri studi superiori ecclesiastici, dall’archeologia cristiana fino alla Licenza interdisciplinare sulla protezione dei minori, dalla Musica sacra fino agli studi arabi e di Islamistica, dalla psicologia alla comunicazione sociale, oppure dalle lingue classiche e cristiane fino agli studi sulla Famiglia e il Church management.

in http://www.educatio.va, 13 febbraio 2019

Eurostat: in Europa c’è posto per 3,8 milioni di lavoratori. Ecco le qualifiche più gettonate

Francesca Barbieri

Non solo Germania . Dalla Spagna alla Gran Bretagna, dall’Olanda alla Polonia, sono sempre di più le imprese che nel Vecchio Continente faticano a trovare le figure professionali con le competenze giuste, con il paradosso sempre più marcato che da un lato ci sono giovani che non trovano lavoro e dall’altro ci sono aziende che non riescono a rintracciare i candidati giusti.

GUARDA IL VIDEO – Lavoro, in Europa 3,8 milioni di posti: ecco le qualifiche più richieste

Il fenomeno lo registra Eurostat: sono oltre 3,8 milioni i posti di lavoro vacanti in Europa, quelle ricerche di personale che alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre) sono già iniziate e non ancora concluse.

Si tratta di posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro sta cercando attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata ed è disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. Il trend è in forte crescita (+27%) se si pensa che a inizio 2016 i posti vacanti erano circa 3 milioni.

PER SAPERNE DI PIÙ / Dalla Gran Bretagna alla Spagna: l’identikit dei lavoratori più richiesti in Europa

Il record dei posti vacanti si registra in Germania, dove risultavano 1,2 milioni di ricerche di personale avviate e non ancora concluse nel terzo trimestre del 2018 . A seguire la Gran Bretagna (851mila), poi Repubblica Ceca (271mila) , Olanda (256mila), Polonia (156mila) e Belgio (149mila). Ma un buon numero di “introvabili” si registrano anche in Spagna (quasi 125mila) , Ungheria (87mila) e Svezia (103mila) e Austria (126mila).

A segnalare il picco di carenza di figure professionali è anche il colosso globale del recruiting Manpower che ogni anno dal 2006 svolge un’indagine sul talent shortage a livello globale. Nel 2018 èimages (1).jpeg stato raggiunto l’apice, con il 45% delle imprese che “denunciano” la difficoltà a trovare i profili con le competenze adeguate.

Ma quali sono le competenze più richieste nel mondo? Mentre l’intelligenza artificiale – si legge nel report di Manpower – sta aumentando rapidamente ciò che può essere automatizzato, la tecnologia sta tratteggiando una nuova fisionomia, anziché sostituire, i ruoli richiesti. Gli operai specializzati – come elettricisti, saldatori, meccanici -, i rappresentanti di vendita, gli ingegneri, gli autisti e i tecnici, sono state tra le prime 5 professionalità più difficili da trovare negli ultimi 10 anni. Un datore di lavoro su 4 dice che trovare operai specializzati nel 2018 è stato più difficile rispetto all’anno precedente.

in Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2019

“5G4School” per accelerare l’innovazione tecnologica digitale. Una pratica didattica di eccellenza

Cesare Avenia, presidente della Fondazione Lars Magnus Ericsson, ha incontrato ieri mattina 100 studenti dell’IIS Croce Aleramo di Roma. L’iniziativa rientra nell’ambito del progetto “5G4School” che la Fondazione Lars Magnus Ericsson e la Fondazione Mondo Digitale hanno lanciato in Italia per far conoscere agli studenti le potenzialità della rete di quinta generazione e avvicinarli verso nuovi scenari e profili professionali.

«Sono orgoglioso di contribuire fattivamente, attraverso questo nuovo programma, alla diffusione delle competenze critiche che saranno determinanti per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Auguro che questo nuovo programma possa avvicinare tutti gli studenti che parteciperanno alla nuova frontiera dell’innovazione tecnologica digitale», ha dichiarato Cesare Avenia.

Trasmettere fino a 10 Gigabit al secondo significa che enormi quantità di informazioni superano distanze maggiori in tempi velocissimi, rivoluzionando diversi ambiti di applicazione, dal settore automobilistico alla sanità. Ma come accompagnare i cittadini in questa trasformazione? Come investire sulla formazione dei giovani per prepararli ad affrontare con successo le sfide del futuro? Con il progetto “5G4School” Fondazione Lars Magnus Ericsson e Fondazione Mondo Digitale coinvolgono gli studenti nella sperimentazione delle tecnologie 5G, Internet of Things e Cloud Robotic per interconnettere oggetti, dati e persone e portare servizi e benefici nel contesto in cui vivono.

Le attività, rivolte a 200 studenti delle scuole secondarie superiori di Roma e Milano, rientrano in un programma di formazione, orientamento e autoimprenditorialità che si articola in diverse fasi: un percorso di alternanza scuola-lavoro sullo sviluppo di applicazioni IoT e Cloud per la robotica; due hackathon per selezionare i team che accedono alla Phyrtual Factory, l’acceleratore giovanile inclusivoimages (3).jpeg della Fondazione Mondo Digitale; l’esposizione dei prototipi e la premiazione del miglior progetto alla RomeCup 2019, la manifestazione di robotica in programma nella capitale dal 2 al 5 aprile.

«Con Fondazione Lars Magnus Ericsson aiutiamo i giovani a sperimentare potenzialità e impatto delle nuove tecnologie nella vita personale e professionale. Promuoviamo creatività, soluzioni innovative e inclusive, e cultura del cambiamento per un’azione sistemica di sviluppo, visione e crescita delle aziende italiane e del nostro Paese», ha dichiarato Alfonso Molina, direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale.

in Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2019