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Millennials italiane: libere creative, egocentriche, ambiziose

Marika Gervasio

Libere, aperte, indipendenti, ambiziose, egocentriche, provocatorie, diverse, ma soprattutto: creative. Quanti sono i volti delle Millennials? Almeno otto, individuati da Kiko nella ricerca «La self-expression per le Millennials italiane» condotta con Kantar Millward Brown Italy. Tutte con una caratteristica fondamentale in comune: potersi esprimere liberamente (32%), oltre ogni convenzione sociale, mettendo al primo posto la creatività e le passioni.

Le ragazze tra i 19 e i 34 anni sono più di 5 milioni in tutta Italia, pari all’8% della popolazione, Valorizzare la “self expression” per le giovanissime significa soprattutto potersi sentire libere di esprimersi al meglio (32%) con creatività (17%), senza modificare il proprio comportamento per seguire regole sociali imposte (34%), senza farsi influenzare dagli altri (24%) e seguendo le proprie passioni (17%).

Dall’analisi emergono inoltre 4 indicatori – creatività, valorialità, unicità e aspirazione – che incrociati ai valori di libertà, sfida con se stesse, accettazione e stabilità, caratteristici del target di riferimento, danno origine a 8 categorie principali di Millennials. E allora, ecco chi sono le Millennials italiane: le “Creative” si dividono tra “Libere” e “Aperte”, le prime hanno una forte personalità e sono idealiste, mentre le seconde sono coraggiose e abituate a reinventarsi. Entrambe lottano per cause sociali che ritengono importanti: contro la violenza di genere le “Libere” e a favore dei rifugiati e dei Paesi in via di sviluppo le “Aperte”.

Le “Valoriali”: divise tra “Ambiziose” e “Indipendenti”, laddove le prime puntano sull’affermazione delle pari opportunità, sono realizzate, sicure e di successo, mentre le seconde sono dirette, determinate, sfidano le convenzioni. Le “Uniche”: divise in “Diverse” ed “Egocentriche” con le prime, più ribelli, creative e attente all’ambiente, pronte a ispirarsi a una donna forte, naturale e non convenzionale, e le seconde più consapevoli e decise a trasformare i difetti in pregi.

Le “Aspirazionali”: divise in “Premurose” e “Provocatorie” con le prime amorevoli e generose, e le seconde coraggiose, pronte a superare i limiti e a cambiare ogni qual volta lo desiderano. Insomma, un universo ricco di creatività, sorprese, fascino e positività. Il 64% spera di poter esprimere il meglio di se stessa nel futuro, in un orizzonte decennale. Non solo, 1 Millennials su 2 dichiara di avere con se stessa una relazione molto positiva (35% positivo, 29% soddisfacente), mentre solo per il 23% tale relazione è negativa. E questo traspare anche dalla giocosità con cui amano avvicinarsi al make up: il 68% delle Millennials ama truccarsi tutti i giorni, usando un trucco leggero, con prodotti acquistati soprattutto in negozi specializzati (49%) e affidandosi ai consigli di amiche (27%), make-up artist (26%) o youtuber (27%). Per tutte, infatti, l’aspetto estetico conta, soprattutto se diventa veicolo di personalità: in una scala tra 1 e 10 “avere un bell’aspetto” conquista in media la posizione 8.51, “puntare sulla personalità” arriva fino al 9.77. Personalità che le Millennials dimostrano anche sostenendo attivamente le cause sociali, come la lotta contro la violenza di genere (54%), le violenze sessuali (51%), l’omofobia (38%).

«Le Millennials sono consapevoli, attente al proprio “io”, desiderose di esprimere al meglio chi sono – commenta Cristina Scocchia, ad di Kiko -. Hanno deciso di rompere gli schemi e di sentirsi libere, mostrando una personalità tutt’altro che standardizzata. A caratterizzarle, anzi, è uno stile unico e creativo. Amano guardare il mondo e agirvi secondo 5 valori base: socialità, trasparenza, immediatezza, libertà ed esperienza, aspetti che sono tipici di chi è cresciuto con una web-forma-mentis. Se vogliamo interagire con loro, dobbiamo comprendere fino in fondo questo modo di essere, dialogare, ricercare il feedback, sviluppando i nostri brand in modo partecipativo e co-creativo. Un cambio importante di paradigma che genererà rapporti di fiducia autentici e duraturi».

Quanto alle differenze con la generazione precedente, si notano diverse peculiarità: le più adulte si sentono più libere di esprimersi nell’ambito del proprio nucleo familiare (46% vs 27% Millennials), mentre per le più giovani il “porto sicuro” è rappresentato dal rapporto di coppia (27% vs 15% Generazione X). Le Millennials, infatti, sostengono che il maggior supporto all’espressione di loro stesse proviene dal partner (37%), seguito dalla mamma (34%) e dalle amiche (22%), mentre le donne più adulte si affidano proprio a quest’ultima categoria (23%). Per entrambe le generazioni, invece, il maggior ostacolo è il capo: 16% Mllennials e 13% per la Generazione X. Ma anche la cura di se e gli hobby rappresentano ambiti in cui entrambe le generazioni riescono a esprimere meglio loro stesse (cura di se: 27% Millennials, 33% Generazione X; hobby 21% Millennials, 24% Generazione X), con il target Millennials particolarmente predisposto anche a musica (13%) e arte (10%) come modalità di self-expression.

«I Millennials sono una generazione diversa da tutte le altre composta da persone che sono cresciute nel Web2.0 e che oggi traspongono nel mondo cosiddetto reale tutti i valori e le dinamiche esistenti negli ambienti collaborativi della rete – dichiara Federico Capeci, Ceo di Kantar Millward Brown Italy -. Così, nel rapporto con se stessi e con i brand ricercano “l’esperienza”. Per loro una marca deve essere autentica, trasparente e incarnare i loro stessi valori. Valori che hanno a che fare con il realismo, il pragmatismo, la condivisione, l’inclusione delle diversity, esattamente come dimostrato dall’indagine sulla “self expression”. L’espressione dell’”io” è, mai come per queste donne, al centro di un universo fatto di networking, di hic et nunc, di esperienze memorabili, immersive e personalizzate che solo i brand più sensibili, come Kiko, riescono realmente a comprendere e interpretare».

in Il Sole 24 Ore, lunedì 03 dicembre 2018

La schiavitù nel mondo. Una immane tragedia che lascia molti indifferenti

«Solleviamo il velo di indifferenza che grava sul destino di chi soffre. Nessuno può lavarsi le mani di fronte alla tragica realtà delle schiavitù di oggi». È questo il tweet di Papa Francesco, accompagnato dall’hashtag #EndSlavery, lanciato dal suo account in nove lingue @Pontifex oggi, in occasione della Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù che si celebra il 2 dicembre di ogni anno. Ancora una volta il Papa torna a stigmatizzare quello che, in diverse occasioni, ha definito un «crimine vergognoso» che, a 70 anni dall’approvazione della Convenzione Onu sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione, registra numeri drammatici. Sono 40,3 milioni infatti – riferisce il portale Vatican News – gli schiavi moderni, costretti a lavorare o a prostituirsi e un business da 354 miliardi di dollari annui. Numeri che crescono e si alimentano per colpa di regimi dittatoriali, di guerre e fame ma anche tramite il vettore del commercio globale. Secondo dati del 2016, oltre il 70% delle persone che figurano in condizione di schiavitù, è costituito da donne e ragazze, mentre negli ultimi cinque anni, sono 89 milioni le persone che hanno sperimentato una qualche forma di schiavitù moderna per periodi di tempo più limitati. I Paesi dove maggiormente si concentrano i tassi di schiavitù sono Corea del Nord, Eritrea, Burundi, Repubblica Centrafricana, Afghanistan, Mauritania, Sud Sudan, Pakistan, Cambogia e Iran. Ma questa piaga non risparmia Paesi ricchi come Stati Uniti, Australia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e anche l’Italia, dove i flussi migratori costituiscono terreno fertile per la tratta umana. In un Angelus del luglio scorso Papa Francesco aveva denunciato questa orrenda pratica che «lo scopo dello sfruttamento lavorativo e sessuale, del commercio di organi, dell’accattonaggio e della delinquenza forzata». Questo avviene «anche qui a Roma…» diceva il Pontefice, aggiungendo: «Anche le rotte migratorie sono spesso utilizzate da trafficanti e sfruttatori per reclutare nuove vittime della tratta… È responsabilità di tutti denunciare le ingiustizie e contrastare con fermezza questo vergognoso crimine».

in “La Stampa Vatican Insider” del 2 dicembre 2018

Strumento. Istruzioni per l’uso giusto e corretto

Nunzio Galantino

Dal sostantivo latino instrumentum (più tardi strumentum) e dal verbo in-struere (fabbricare, costruire, disporre), lo strumento è, secondo il vocabolario, «un arnese, un apparecchio, un dispositivo con cui si eseguono determinate operazioni nell’ambito di un’arte, di un mestiere, di una tecnica». E, come diversi sono gli ambiti nei quali si fa uso di strumenti, così ne è diversa la natura. Esistono strumenti di alta precisione cui si ricorre nei laboratori scientifici e per interventi che richiedono la massima esattezza, e vi sono strumenti musicali che, a seconda della vibrazione (a corda, a fiato, a percussione), producono suoni diversi. Oltre a strumenti specifici e per scopi ben definiti, strumenti sono tutti quei mezzi cui si ricorre per raggiungere uno scopo qualsiasi.

Tra questi vanno annoverate anche le parole e, con esse, il linguaggio. Mentre gli strumenti materiali sono per lo più neutri, sicché è l’intenzione e la modalità d’uso a conferire loro una qualità (positiva o negativa): «Le parole non sono mai neutre, né lasciano mai le cose come stanno» (papa Francesco). Infatti, una parola consola, ma una parola può anche offendere; una parola incoraggia ma una parola può anche demoralizzare; una parola può esaltare ma una parola può anche demoralizzare. In ogni caso, l’uso di qualsiasi strumento richiede un elevato livello di consapevolezza e una coraggiosa assunzione di responsabilità. Soprattutto quando è in gioco la propria e la vita altrui. Ciò rende particolarmente vero quanto ha scritto M. Qoist: «Fino a quando non avrai veramente accettato i tuoi limiti, non potrai costruire nulla di solido perché sciupi il tuo tempo a desiderare gli strumenti che sono nelle mani degli altri e non ti accorgi di possederne anche tu, differenti, è vero, ma altrettanto utili». La nostra stessa esistenza – fatta di relazioni, energie, emozioni, intelligenza, volontà e aspirazioni – è uno strumento.

Chi crede, la vive per farsi collaboratore di Dio nella creazione; tutti, per fare la propria parte e rendere più vivibile questo nostro mondo. Tanto da far dire a Madre Teresa di Calcutta: «Questo è ciò che sono: una matita di Dio. Una fragile matita con la quale Egli scrive ciò che vuole. Dio scrive attraverso di noi. Per quanto imperfetti noi siamo come strumenti, Egli scrive ciò che desidera». Proprio questa donna straordinaria ci ha mostrato come si possa fare delle proprie mani, del proprio cuore e del proprio sguardo altrettanti strumenti di vita laddove purtroppo dominano segni evidenti di morte e di abbandono. Mani, sguardo e parola  possono trasformarsi purtroppo anche in strumenti di controllo della libertà altrui fino a negare agli altri le condizioni di vita più elementari. È allora che la persona, qualsiasi persona, da strumento di umanità diventa burocrate, rigido e fermo: fedele ma senza cuore, osservante ma infelice. A differenza di chi invece sceglie di farsi strumento di umanità disponendosi all’ascolto e dedicando tempo all’altro, senza… strumentalizzarlo.

in “Il Sole 24 Ore” del 2 dicembre 2018

Adolescenti italiani e stili di vita. Ricerca IARD 2018

Oggi, a Milano, sono stati presentati i risultati di un’ampia ricerca dal titolo “Adolescenti e Stili di Vita”, realizzata dal Laboratorio Adolescenza e Istituto di Ricerca IARD con la collaborazione della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza.

L’indagine – effettuata con il sostegno di ANCC-COOP (Associazione Nazionale Cooperative Consumatori) e Mediatyche – Compagnia di Comunicazione – e coordinata da Carlo Buzzi ordinario di Sociologia dell’Università di Trento, ha coinvolto un campione di 2654 studenti delle scuole medie superiori tra i 14 e i 19 anni.

L’estrazione casuale delle classi campione è stata effettuata sulla base di un campionamento nazionale multistadio stratificato a quantità proporzionate (sulla popolazione in target di età), secondo un disegno fattoriale che ha considerato la distribuzione per area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud, Isole), il tipo di scuola (licei vs altre scuole) e l’ampiezza demografica delle città (aree metropolitane vs altre).

I questionari sono stati somministrati a scuola, durante l’orario di lezione, alla presenza dell’insegnante e/o di un intervistatore, tra i mesi di novembre 2017 e aprile 2018.

Gli aspetti indagati sono molti: parità e rispetto tra i generi; scuola e lavoro; io e la famiglia; social network e gambling; lo sport; l’impegno sociale e l’attenzione alla sostenibilità; l’alimentazione; le malattie sessualmente trasmissibili e la contraccezione; ecc.

Ne risulta un quadro assai variegato e complesso che solleva molte domande ai genitori e ai docenti.

Le tavole con le risposte sono consultabili al seguente indirizzo:

http://www.laboratorioadolescenza.org/res/site144680/res1385571_Indagine-Adolescenti-2018_sintesi-risultati.pdf

Bambini sempre più sedentari. Salute a rischio

È crisi sedentarietà per i bambini nel mondo: un rapporto mondiale redatto da ricercatori canadesi su dati di 49 paesi mostra che i bambini di oggi non si muovono abbastanza per stare in salute e avere garanzia di una corretta crescita.
Chiamato “Global Matrix 3.0”, il rapporto è stato redatto da esperti del Children’s Hospital of Eastern Ontario Research Institute e mostra che i paesi con i bambini più attivi sono la Slovenia, lo Zimbabwe e il Giappone dove il movimento fisico è una norma sociale pervasiva. In Giappone, ad esempio, è in uso una pratica utilissima al movimento dei bambini, tutti vanno a scuola a piedi anche grazie a una normativa che assicura scuole vicine alle abitazioni (distanti non più di 4 km per i più piccoli e non più di 6 per i liceali).
Gli esperti hanno utilizzato diversi parametri legati all’attività dei bambini e dato i voti a ciascuno di essi per ciascun paese: dalle azioni di governo per incentivare al movimento alle abitudini familiari (uso dell’auto, etc).
La tendenza a livello globale, con l’eccessivo uso di smartphone e computer, l’automazione sempre più spinta e gli spostamenti sempre in macchina, è alla sedentarietà; ciò sta portando a una generazione di bambini inattivi che li mette su una strada molto pericolosa per la loro salute, afferma Mark Tremblay, della University of Ottawa. “Abbiamo la responsabilità collettiva di cambiare questa situazione perché i bambini fisicamente non attivi sono a rischio di problemi di salute fisica, mentale, sociale e cognitiva. Hanno bisogno di diventare abitualmente attivi per divenire adulti sani e resilienti”.

(ANSA 27 novembre 2018).

Afghanistan. Guerra: 5000 bambini morti o mutilati

Sempre più gravi le notizie che provengono dall’Afghanistan martoriato dalle violenze.

Solo quest’anno, rileva un rapporto dell’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, nel paese circa 5000 bambini sono stati uccisi o mutilati. Il documento è stato pubblicato in occasione del quarantesimo anniversario — nel 2019 — del sanguinoso conflitto in Afghanistan. «Quattro decenni che hanno avuto un impatto terribile sulle vite dei bambini afghani», si legge nel rapporto dell’Unicef. Nel dettaglio, l’agenzia dell’Onu segnala anche che 6 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, di cui oltre la metà sono bambini. Più di 3 milioni di minori non vanno a scuola (il 60 per cento sono ragazze); la malnutrizione acuta grave tra i bambini è tra i livelli più alti al mondo, con circa mezzo milione di colpiti; la pratica dei matrimoni precoci ha raggiunto un tasso del 35 per cento; la copertura vaccinale è solo del 46 per cento.

«La situazione sta peggiorando e i bambini ne pagano le conseguenze in termini di impatto sulla loro istruzione, salute, benessere fisico e mentale, le loro vite, il loro futuro», prosegue il rapporto. Riguardo all’istruzione, quest’anno sono già 870 gli attacchi contro gli edifici scolastici, mentre non diminuiscono minacce e intimidazioni contro gli studenti e il personale e gli scontri tra gruppi e forze armate nei pressi delle scuole. Inoltre — sottolinea l’Unicef — la crescente insicurezza e l’importante aumento del numero di attacchi contro le scuole hanno messo a rischio almeno 20 anni di progressi per i bambini afghani. Tra gennaio e settembre le scuole prese di mira dai terroristi sono il doppio di quelle attaccate nello stesso periodo nel 2017. E oltre 1200 edifici scolastici sono chiusi per l’insicurezza. Il 2018 è stato particolarmente difficile: l’aumento delle violenze e della povertà, i livelli senza precedenti di siccità, l’insicurezza alimentare e il poco adeguato sistema di servizi sociali hanno avuto un forte impatto sui bambini.

in L’Osservatore Romano 28 novembre 2018

Giovani e sesso. Dal noi all’io

EURISPES 

Il sesso, i rapporti sentimentali tra “tradizione” e legami alternativi, e il mondo dell’erotismo e della trasgressione: dalla pornografia al BDSM, dal sexting all’uso dei sex toys. Giovani italiani divisi tra la voglia di sposare sesso e sentimenti, preservando la  tradizionale vita di coppia, e la tentazione di sperimentare legami alternativi, come l’amicizia di letto. E se la “coppia aperta” piace poco, il 44% dei giovani sposati fa sesso occasionale fuori dalla coppia.

Nato da un’idea dello staff de Il Filocolo, il rapporto dell’Eurispes “Sesso, erotismo e sentimenti: i giovani fuori dagli schemi” rivela come i giovani italiani vivono i rapporti sessuali e il mondo dell’eros.
Oltre sette su dieci utilizzano materiale pornografico, quasi sei su dieci hanno praticato il sexting almeno una volta nella vita e oltre quattro su dieci usano dildo e vibratori come “aiutino”. Se poi è vero che il 72,3% dei giovani non ha “mai” praticato il BDSM, la percentuale di quanti invece sono incuriositi o avrebbero la voglia di farlo si attesta al 54,8%.
Omosessuali audaci e trasgressivi, un quarto di loro non usa contraccettivi e la stragrande maggioranza intrattiene amicizie di letto.
Tra tutti gioviani, quelli del Nord-Est sono i più licenziosi.

Lo spaccato che emerge dalle 89 tabelle in cui è articolata l’indagine “Sesso, erotismo e sentimenti: i giovani fuori dagli schemi”, suggerisce un’ampia serie di valutazioni che non confluiscono automaticamente in un’immagine nitida e univoca. Sarebbe del resto illusorio ricercare unitarietà in un contesto così variegato in cui le diverse soggettività pesano assai più di norme e vincoli esterni che vedono sempre più erosa la loro cogenza.
Anche nella sfera della sessualità e nei rapporti tra questa e le dinamiche affettive, il protagonista è il singolo che procede lungo un percorso individuale e auto-costruito che, a differenza di quanto avveniva negli anni dell’edificazione della società di massa, non risente più di tanto delle “mode” e delle omologazioni proposte nel e dal contesto pubblico. Così come nella più generale sfera del consumo, guidato da un marketing iper-individualizzato, l’individuo-massa è stato sostituito da un individualismo di massa.
Sopravvive, comunque, una diversificazione di genere che è interessante sottolineare. Tra i “giovani maschi” e le “giovani femmine”, mentre l’auto-erotismo risulta sdoganato e valorizzato quasi in egual misura – e ciò è certamente frutto dei processi di liberazione della donna quanto meno nell’area della sessualità ‒, la dimensione affettiva collegata all’eros risulta molto più cogente tra le giovani piuttosto che tra i giovani. Per quel che riguarda i “vincoli esterni” e la dimensione pubblica della coppia, va rilevato che il matrimonio continua in certa misura a “contenere” il libero fluire delle pulsioni sessuali molto più dei rapporti di convivenza. Ma in proposito c’è da chiedersi se non sia proprio l’impegno di “esclusiva” anche solo formale che si assume con il matrimonio, a contribuire alla progressiva rarefazione di questo istituto.

Sexting mania: il desiderio si accende via web

Quasi 6 giovani su 10 hanno praticato il sexting almeno una volta nella vita, ovvero hanno inviato e condiviso materiale sessualmente esplicito in forma verbale, fotografica o video. Benché, infatti, il 41,4% dichiari di non averlo “mai” fatto, il 36,2% lo ha praticato “qualche volta”, il 12% “spesso” e il 10,4% “una sola volta”. La pratica si sta diffondendo soprattutto fra i giovani. Il 45,2% dei 25-30enni non lo ha “mai” praticato, contro il 37,1% dei 18-24enni. A dedicarsi più spesso al sexting sono i ragazzi del Nord-Est: qui il 17,5% lo pratica “spesso”, rispetto al 15,6% delle Isole, il 10,9% del Centro, il 10,7% del Sud, il 9,9% del Nord-Ovest.
Osservando le risposte per orientamento sessuale, emerge una maggiore propensione a scambiare più spesso materiale sessualmente esplicito tra chi si dichiara omosessuale (il 44% contro l’8,2% degli eterosessuali); mentre quasi la metà degli eterosessuali si dicono estranei a questa pratica (46,4%). Tre giovani su quattro fanno sexting con il proprio partner (75%), ma, nello stesso tempo, quasi la metà lo ha fatto con un partner occasionale (46,6%) e quattro su dieci  con una persona che gli piaceva (40,6%), il 35,6% con qualcuno con cui voleva scherzare. Sono i ragazzi del Nord-Est gli unici a dichiarare, in più della metà dei casi, di aver fatto sexting con partner occasionali (51,6%).

Sesso e sentimenti? Coincidono, ma anche no

Sesso e sentimenti per i millennials coincidono “spesso” quattro volte su dieci (41,7%), “sempre” per poco in più di un quarto dei casi (26,3%), “qualche volta” per un altro 26,1% dei casi, “mai” per il 5,9%. A conciliare meglio i sentimenti e la sessualità, sono le giovani donne, come era facilmente ipotizzabile. Per il genere femminile, infatti, i due aspetti del rapporto coincidono “sempre” nel 34,3% dei casi, contro il 16,1% degli uomini, ovvero meno della metà.
Tra i separati/divorziati, quindi tra chi ha già vissuto il fallimento di una relazione importante, si registra la percentuale più alta di chi afferma che nella propria vita sentimenti e sessualità coincidono “sempre” (28,6%) e “spesso” (71,4%).
Dalla ricerca emerge un dato interessante: tra i giovani sposati si registra la percentuale più alta di chi ha, invece, risposto “mai” (8%) e “qualche volta” (32%).

Autoerotismo, la masturbazione piace di più a chi ha studiato

Quasi otto giovani su dieci ritengono che l’autoerotismo “faccia parte della normale vita sessuale di un adulto”. In particolare, è “molto” d’accordo con questa affermazione il 43,2% degli intervistati, “abbastanza” il 34,5%; si dicono invece “poco” d’accordo il 14,5% e “per niente” il 7,7%. Tra uomini e donne non sono state rilevate particolari differenze.
Sono soprattutto coloro che possiedono una formazione più elevata a ritenere con maggiore frequenza l’autoerotismo una componente normale della vita adulta: il 70,5% degli intervistati in possesso di Master/Specializzazione/Dottorato ha risposto “molto”; il grado di adesione diminuisce fra quanti hanno il diploma di maturità e licenza media inferiore (solo il 36,3% risponde “molto”).
Gli omosessuali e i bisessuali sono molto più propensi degli eterosessuali ad essere “molto” d’accordo nel ritenere l’autoerotismo un’attività normale: quasi i tre quarti degli omosessuali la pensano così (73,5%) e oltre la metà dei bisessuali (54%), contro il 39,7% degli eterosessuali.

Sesso a pagamento? “Accettabile” ma solo se a pagare sono gli uomini

Sei ragazzi su dieci ritengono in qualche misura accettabile che un uomo paghi per prestazioni sessuali. Secondo il 23,9% è “abbastanza” accettabile, per il 31,8% “poco” accettabile, per il 4,3% “molto” accettabile. In particolare, sono i più giovani tra i 18 e i 24 anni, i più favorevoli ad accettare questo tipo di comportamento (oltre tre su dieci lo ritengono “abbastanza” e “molto” accettabile contro il 24,2% dei più grandi).
I risultati cambiano completamente osservando le risposte sulla base del genere degli intervistati. Per la maggior parte delle donne (52%), il fatto che un uomo paghi per avere rapporti sessuali è del tutto “inaccettabile”, contro il 24,7% degli uomini, ovvero meno della metà. E sono più del triplo rispetto alle femmine, i maschi che reputano il pagamento in cambio di sesso “molto” accettabile” (6,8% contro il 2,2% delle donne).
L’orientamento cambia se si ipotizza la situazione inversa: ovvero se a pagare per prestazioni sessuali è una donna, poco meno della metà del campione (49,3%) lo considera “per niente accetabile”; resta comunque più della metà la quota di quanti lo ritengono in qualche misura accettabile: tre su dieci rispondono “poco” (29,9%), il 17,9% “abbastanza”, il 3% “molto”.
I dati sono particolarmente interessanti, se si analizzano scomponendoli per genere: le donne restano coerenti nel considerare il pagamento in cambio di favori sessuali “inaccettabile” nella maggior parte dei casi (56%), a prescindere dal fatto che a farlo sia un uomo o una donna; al contrario, per gli uomini si osserva una variazione di ben 16 punti percentuali in sfavore di questa condotta da parte di una donna (40,6% contro il 24,5%); a conferma di questo atteggiamento, i maschi che affermano di trovare “molto accettabile” questa condotta per una donna, sono meno della metà di quanti la considerano “molto accettabile” per un uomo (2,3% contro il 6,8%).

Video e immagini porno, un “aiutino” per sette giovani su dieci

Oltre sette giovani su dieci utilizzano materiale pornografico (71,3%). In particolare, il 34,8% lo guarda solo per autoerotismo, il 23,8% lo fa sia per praticare autoerotismo sia per giocare con il partner (23,8%), il 12,7% solo come gioco di coppia; mentre una minoranza del 28,7% dichiara di non visionare mai materiale pornografico.
Guardare foto e video pornografici è molto diffuso, in particolare, tra i giovani omosessuali, che dichiarano di non farlo solo nel 6,1% dei casi. Al contrario, il 93,9% ne fa uso sia per autoerotismo e nell’intimità con il partner (42,8%), solo per autoerotismo (38,8%) e solo con il partner (12,2%).

Sex toys: dildo e vibratori sotto le lenzuola per quattro su dieci

Se è vero che la maggior parte dei giovani intervistati non fa uso “mai” di sex toys  (57,2%), esiste un altro 42,8% che, invece, usa dildo e vibratori. In particolare, il 18,8% li usa sia per autoerotismo sia per giocare con il partner, il 14,4% solo con il partner, il 9,6% solo per autoerotismo. Sono i più giovani a giocarci con più frequenza (47,4% dei 18-24enni contro il 38,8% dei 25-30enni).
Osservando i risultati sulla base degli orientamenti sessuali, solo fra gli intervistati eterosessuali, l’utilizzo dei sex toys è escluso nella maggior parte dei casi (61,8%), mentre vengono impiegati per autoerotismo e con il partner dal 42,9% degli omosessuali e dal 36% dei bisessuali.

BDSM, la metà dei giovani vorrebbe provare
Il 72,3% dei giovani non ha “mai” praticato il BDSM (pratica sessuale che prevede bondage, dominazione, sottomissione, sadismo e masochismo), il restante 27,7% si divide tra chi lo ha praticano “una volta o raramente” (16,8%), “qualche volta” (9,2%), “spesso” (1,7%). Il 78% delle donne non lo ha “mai” praticato contro il 65,2% degli uomini. I più “tradizionalisti” vivono nelle regioni del Meridione (oltre otto su dieci dichiarano di aver mai praticato il BDSM), coloro che osano di più, invece, si trovano nel Nord-Est del Paese, dove solo il 54,6% dice di non praticarlo e dove si riscontra la percentuale più alta di chi, invece, lo pratica spesso 4,1%. Anche in questo caso, sono gli omosessuali i più audaci: uno su dieci lo pratica “spesso”, il 16,3% “qualche volta”.
Ma, nonostante più del 70% del campione abbia dichiarato di non aver mai accompagnato l’attività sessuale con bondage, dominazione, sottomissione, sadismo e masochismo, la percentuale di quanti invece sono incuriositi o avrebbero la voglia di farlo si attesta al 54,8%. Il 16,3% avrebbe “abbastanza” piacere di farlo, il 6,2% sarebbe “molto” predisposto. I più propensi a considerare il BDSM una fonte potenziale di piacere sono i separati/divorziati che indicano la risposta “molto” nel 28,6% dei casi. E, per quanto riguarda gli orientamenti sessuali, sono i bisessuali che a ritenere in percentuale più alta (20%), di poterne trarre piacere.

Contraccezione, dati choc: un quarto degli omosessuali non usa precauzioni

Circa un ragazzo su dieci non usa “mai” i contraccettivi (10,4%);  il 13,4% “raramente”, il 12,4% “qualche volta”, il 23,9% “spesso”. Solo il 39,9% quando ha rapporti sessuali, usa sempre i contraccettivi, a fronte, quindi, di un complessivo 60,1% meno prudente.
Le donne sono più sensibili a questo argomento rispetto agli uomini, affermando di ricorrervi “sempre” nel 45,5% dei casi; tuttavia, una quota più ampia di donne ammette di farne uso “mai” (12,3% contro l’8,1%).
L’uso della contraccezione è maggiormente diffuso al Nord-Ovest (il 52,4% dice farne uso sempre), mentre al Sud e al Centro si riscontrano le percentuali più elevate di chi non la utilizza “mai” (rispettivamente 13,3% e 12,7%).
Come era prevedibile, ad utilizzare contraccettivi con meno regolarità sono i giovani sposati e conviventi (34% e 35% rispondono “sempre”).
Per quanto riguarda gli orientamenti sessuali, i bisessuali li usano “sempre” nel 46% dei casi, seguiti dagli eterosessuali (40,9%).
Un quarto degli omosessuali, invece non li utilizza “mai” (26,5%) e solo il 22,4% lo fa “sempre”.

Sesso occasionale: capita alla maggioranza dei ragazzi. Gli sposati infedeli sono il 44%

Quasi sei giovani su dieci fanno sesso occasionale: al 25,5% è capitato “una volta” o “raramente”, a due su dieci è successo “qualche volta” (21,6%), l’11,4% lo fa “spesso”. Mentre tra le donne, poco più della metà dichiara di non praticare sesso occasionale (50,8%), tra gli uomini la percentuale si ferma al 29%. Ne consegue che i maschi che ammettono di avere “qualche volta” relazioni sessuali occasionali sono circa il 10% in più delle donne (27,7% contro il 17,3%) e quelli che dichiarano di averne spesso sono addirittura più del doppio (16,5% contro il 7,5%). E’ molto probabile che le risposte fornite dalle donne siano fortemente influenzate da condizionamenti sociali.
Un dato sorprendente riguarda i giovani sposati: se è vero che il 56% non fa sesso occasionale, non si può certo sottovalutare il restante 44% che invece, intrattiene questo tipo di rapporto fuori dal vincolo matrimoniale (il 24% “una volta o raramente”, il 14% “qualche volta”, il 6% “spesso”). Meno sorprende invece che siano i separati/divorziati a lasciarsi andare a incontri occasionali “spesso” nel 42,9% dei casi.
A chi ha risposto di averlo praticato almeno una volta, è stato chiesto se la considerano  un’esperienza appagante: per il 36,2% lo è solo “qualche volta”, per il 27,3% “raramente”; circa uno su dieci lo ritiene appagante “sempre” e quasi il doppio (21,1%) “spesso”. Solo il 4,8% non ha mai tratto soddisfazione da questo tipo di esperienza.
Un’esperienza che i maschi trovano molto più soddisfacente rispetto alle donne: Il 16,4% reputa “spesso” appaganti questo tipo di incontri rispetto al 4,1% delle ragazze; al contrario, le donne che non lo hanno “mai” trovato appagante sono il doppio rispetto ai ragazzi (6,1% rispetto al 3,6%).

Amicizia “di letto”, fenomeno cult

Amici ma anche amanti: tra i giovani italiani le relazioni “friendship whit benefit” sono piuttosto diffuse. La maggioranza netta ne ha instaurata almeno una (55,1%); di questi, un quarto tra le 2 e le 5 (24,4%). Sono i giovani del Centro Italia i più propensi a questo tipo di rapporto: quasi 4 su 10 ne hanno avute tra 2 e 5 (39,4%), a cui si aggiunge il 17,6% di quanti ne hanno instaurate più di 5, per un totale del 57% degli intervistati che ha avviato nella vita più di due amicizie di letto.
In particolare, sono molto diffuse tra gli omosessuali che, in più del 60% dei casi, hanno sperimentato questa relazione almeno due volte nella vita. Il 32,7% di loro la considerano “molto” appagante, il 46,9% “abbastanza” e solo il 6,1% “poco” soddisfacente.

Coppia aperta, piace poco eppure…

La modalità “coppia aperta” non piace molto ai giovani italiani: solo il 20,7% trova soddisfacente un rapporto di coppia che prevede attività sessuali al di fuori della relazione a due. Più della metà dei giovani sposati è convinta che un rapporto aperto sia “per niente” soddisfacente, mentre solo il 14,3% dei separati/divorziati ha la stessa opinione. Al contrario, il 28,6% di loro crede possa essere “molto” appagante, contro lo zero per cento degli sposati.
La maggior parte dei giovani italiani non ha mai avuto una relazione stabile “aperta” (75%), il 12,5% “raramente”, il 7,6% “qualche volta”, il 3% “spesso”, solo l’1% “sempre”.
Gli omosessuali hanno instaurato più “spesso” relazioni di questo tipo nel 24,5% dei casi, e “sempre” nel 6,5% dei casi; quest’ultima opzione è prossima allo zero tra gli eterosessuali (0,3%).

Note metodologiche

L’indagine campionaria è stata realizzata su un campione probabilistico composto da ragazzi di età compresa tra i 18 ed i 30 anni, stratificato in base alla distribuzione della popolazione per sesso ed area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole) risultante dai dati dell’ultimo Censimento Istat.
La rilevazione è stata realizzata tramite la somministrazione on line di un questionario semistrutturato ad alternative fisse predeterminate. La modalità delle domande ad alternativa fissa predeterminata ha consentito di ottenere, oltre ad un elevato tasso di risposta al questionario, una più efficace standardizzazione ed una maggiore facilità di codifica e di analisi delle risposte fornite dagli intervistati.
I questionari hanno indagato una serie di aree tematiche relative ai rapporti sentimentali, l’amore e la sessualità: visione della vita di coppia e dei rapporti uomo-donna, stereotipi di genere, abitudini sessuali, rapporti disfunzionali.
I ragazzi che hanno partecipato all’indagine sono stati circa 1.000; i questionari considerati validi ed analizzati sono stati complessivamente 710.
I questionari sono stati somministrati tra maggio e luglio 2018.

Eurispes, Comunicato stampa, 28 novembre 2018

Infanzia. Un decalogo per la difesa dei bambini

Alberto Pellai

Che senso ha per noi adulti celebrare ogni anno la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia? Significa darsi, almeno una volta all’anno, un’occasione per pensare in modo serio e consapevole da che cosa proteggere la crescita dei minori. E di conseguenza, quali sono i territori della crescita sui quali è necessario che converga la nostra attenzione di adulti e di educatori, di genitori e di politici sensibili alle esigenze di chi non ha voce e anche avendola non riuscirebbe a dire con parole adeguate ciò di cui noi adulti dobbiamo farci carico.

Ecco, nella mia visione, dieci diritti che vanno pensati, tutelati e e presidiati oggi più che mai per proteggere e sostenere la crescita.

  1. Diritto a crescere in una famiglia che non sia stremata dalla precarietà, dalla crisi economica, dall’emergenza che ogni giorno impone di trovare un modo per sopravvivere, anziché vivere. Nella nostra nazione le famiglie che attualmente vivono in povertà assoluta sono più di due milioni, il numero più alto mai registrato nell’ultimo decennio. Di conseguenza i bambini che in esse crescono spesso si trovano a confronto con genitori stremati dalla vita, in ansia per tutto. E in queste condizioni, si vive e cresce male
  2. Diritto a città, spazi di vita, cortili e strade in cui muoversi a piedi e in bicicletta, in cui poter giocare all’aria aperta non sia considerato un pericolo reale per la sopravvivenza e/o un disturbo per le esigenze produttive del mondo adulto. I bambini sono i veri fantasmi nelle nostre città. Sempre chiusi nei cubicoli delle automobili dei loro genitori, o nelle microstanze degli appartamenti in cui li cresciamo, quasi sempre si dimenticano di avere un corpo con cui esplorare il mondo e la vita. E senza corpo un bambino diventa come un robot e smette di essere un bambino
  3. Diritto al tempo libero,un tempo cioè non già tutto occupato da attività, addestramenti, apprendimenti sempre gestiti da un adulto che dice che cosa si deve fare e che cosa si deve imparare. Ai bambini servono ampi spazi di vita “vuoti e destrutturati” da riempire con la propria creatività e da nutrire con ciò che un tempo era uno dei principali motori dell’infanzia, ovvero la fantasia
  4. Diritto alla fase-specificità, ovvero a muoversi in un mondo che sa che la minore età va rispettata e nutrita con cose che le sono adatte. Città coperte di cartelloni pubblicitari di impronta pornografica; schermi abitati da parolacce, aggressività e violenza; siti online frequentati dai minori per i quali tutto è accessibile e senza filtro; gioco d’azzardo a diffusione epidemico tra i minori. Sono tantissime le esperienze non fase-specifiche che i minori incontrano sulla loro strada ogni giorno e dalle quali nessuno li protegge o intorno alle quali nessuno fa educazione e prevenzione.
  5. Diritto ad una scuola che sia maestra di vita oltre che di discipline, in cui i docenti possano essere formati e supervisionati, in cui le classi non siano più sovraffollate, in cui si educhi non solo il sapere e il saper fare degli studenti, ma anche il loro saper essere
  6. Diritto ad essere protetti dagli strateghi del marketingdelle multinazionali che da anni vedono nell’infanzia un’età da formare non alla vita, ma al consumo. E’ necessario che l’infanzia e l’adolescenza vengano risparmiate dalla pervasività con cui l’economia globale, di stampo liberista, le hanno rese il loro target preferenziale.
  7. Diritto ad essere educati alla bellezza. Bellezza delle parole, bellezza delle immagini, bellezza delle relazioni, bellezza della natura. Città grigie e inquinate, canzoni e film pieni di situazioni e parole ostili e volgari;  musei, cinema e teatri con costi elevatissimi per genitori che ci vogliono accompagnare i figli: come possono i bambini imparare ad amare il bello quando non è loro reso accessibile e disponibile?
  8. Diritto ad un mondo adulto che sa produrre una mente adulta comune rispetto ai bisogni di crescita di bambini, preadolescenti e adolescenti. Occorre che scuola e famiglia siano alleate e condividano metodi ed obiettivi del progetto educativo rivolto a chi sta crescendo. Se questo non succede – e i media e la cronaca nazionale ce lo raccontano ogni giorno – la crescita dei minori sarà sempre più caotica e disorganizzata.
  9. Diritto alla salute, alla prevenzione primaria, alla tutela del benessere psico-fisico, condizione resa sempre più difficile dalle sollecitazioni che i minori ricevono a vivere sedentariamente, mangiare in modo sregolato e poco valido dal punto di vista nutrizionale e dal fatto che la tutela della loro salute è resa sempre più difficile in un Sistema Sanitario reso precario dalla crisi economica e in cui la figura del pediatra è quantitativamente sempre più scarsa sul territorio nazionale.
  10. Diritto a un futuro. Ovvero uno spazio di progetto in cui dare senso alla loro fatica di crescere, alla loro motivazione a impegnarsi, a studiare, a fare fatica. In questi ultimi anni, chi cresce si sente già da piccolo derubato del proprio futuro. E di tutti i diritti negati, forse questo è quello che fa più male a chi è nato e sta crescendo nel terzo millennio.

in Famiglia cristiana, 19 novembre 2018

Giovani generosi impegnati per un mondo migliore

NATALIA ASPESI

Sono una moltitudine, non una rarità, le ragazze, i ragazzi, gli uomini e le donne che amano il mondo e vogliono salvarlo, che ritengono ovvio aiutare chi ha bisogno, di qualunque colore sia e dovunque viva, che non accettano di ignorare le guerre, la fame, i terremoti, il terrorismo, le malattie, le inondazioni, la miseria, l’abbandono, i migranti, dovunque la gente viva la tragedia quotidiana di una crudele incerta sopravvivenza, dove il futuro non esiste. Ma è come se queste persone non esistessero, l’informazione spesso le scopre quando fanno cattiva notizia, come Silvia Romano, rapita in un villaggio nella pericolosa foresta keniota alle spalle di Malindi, luogo di turismo privilegiato, e non lontano dal villaggio in cui sorge il centro spaziale italiano Luigi Broglio.

Ventitré anni, milanese di Lambrate, ragazza qualsiasi senza storia, che anziché sognare di esibirsi a X Factor con i capelli tinti di viola e molti anelli al naso, ha scelto un altro modo per dare senso alla sua giovinezza, appunto il volontariato con una onlus che lavora in Africa, accettando di dare il suo contributo di entusiasmo e sostegno, a Chakama, un luogo considerato pericoloso per le incursioni di banditi e terroristi. L’avevano sconsigliata senza però fermarla: e lei ha affrontato la grande avventura, sicura del suo bisogno di essere utile, di sentirsi nel giusto, di inebriarsi di bene. Felice, ridente, come appare nelle foto circondata da bellissimi bambini, come lei felici, come lei ridenti.

Ma si sa oggi i “clicchisti” nel deserto inutile della valanga di post hanno un’idea tutta loro di cosa e chi devono irridere, sconfessare, insozzare, minacciare di morte; i gesti e le parole che non capiscono o che gli imporrebbero una riflessione, e poi chi si sottrae al cattivo umore generale con una scelta di vita coraggiosa, e chi alla fine segretamente invidiano, sentono migliori. Non si sa cosa stia succedendo a quella che oggi è solo una vittima, doppiamente vittima in quanto donna, ma buona parte dei suoi improvvisati nemici, maschi intrappolati nelle loro infelicità, femmine avvilite dalla pochezza dei loro desideri, si augurano il peggio. E il peggio è che oggi il noioso e annoiato popolo in guerra con gli altri e quindi con se stesso, non sa come imporsi alle donne se non augurando loro una sottomissione attraverso lo stupro, la violenza, la sopraffazione di gruppo

In questo senso a Silvia la giusta, la generosa, l’appassionata, ragazza inerme nella ferocia dei rapitori, non viene risparmiato il disprezzo con cui oggi si tenta nuovamente di isolare le donne, di rimetterle al loro posto. Forse lo sghignazzo verso Silvia è un ennesimo, stupido gioco, e giusto per non sentirsi, orrore, buoni la si accusa di non essersene stata quieta a casa sua, magari a vedere il Grande fratello vip, a seguire Elisa Isoardi su Instagram, o se proprio scriteriata, a occuparsi di bambini in Italia, naturalmente italiani. Di Isoardi e di altre belle signore di coscia lunga e vita turbolenta abbiamo simpatiche notizie tutti i giorni più volte al dì, ma chi sono le persone che trovano se stesse lavorando lontano per gli altri? Si sa che il governo fa di tutto per ostacolare un tipo di volontariato che agisce senza tener conto dei suoi diktat, anche usando la folla di insultanti di professione. Forse bisognerebbe avere lo chic di rivalutare il buon buonismo per limitare la volgarità della cattiveria arrogante e forse, prima o poi, pericolosa.

n “la Repubblica” del 23 novembre 2018

Yemen. 85 mila bambini morti in tre anni di guerra

Sono circa 85.000 i bambini sotto i cinque anni morti per fame o malattie gravi dall’inizio del conflitto in Yemen nel 2015. Questa la denuncia contenuta in un rapporto di diverse organizzazioni umanitarie redatto sulla base di dati aggiornati all’ottobre 2018.

«Per ogni bambino ucciso da bombe e proiettili, dozzine stanno morendo di fame. I bambini che muoiono di fame soffrono immensamente: le loro funzioni vitali rallentano e alla fine si fermano, i loro sistemi immunitari sono così deboli che sono più inclini alle infezioni e talmente fragili che non riescono nemmeno a piangere. I genitori possono solo rimanere a guardare i loro bambini che stanno morendo senza poter fare nulla» denunciano le ong. «Nonostante le difficoltà, salviamo vite ogni giorno: abbiamo fornito cibo a 140.000 bambini e curato più di 78.000 bambini per malnutrizione dall’inizio della crisi».

Il dato fornito dal rapporto s’inquadra in una situazione sempre più drammatica: da mesi il conflitto yemenita ha conosciuto una nuova fiammata di violenza con l’assedio a Hodeidah, città portuale di fondamentale importanza nella distribuzione di aiuti e merci in tutto il paese. Inoltre, lo Yemen è uno dei paesi più poveri del mondo ed è stato dilaniato da una terribile carestia negli ultimi anni. Il conflitto ha causato oltre centomila morti e migliaia di sfollati. Le Nazioni Unite stimano che 400.000 bambini soffriranno di grave malnutrizione acuta, la forma più letale di fame estrema, nel 2018, 15.000 in più rispetto al 2017.

Nel frattempo, il conflitto non conosce tregua. I ribelli huthi hanno lanciato nelle ultime ore quattro missili balistici contro obiettivi militari sauditi nella regione sud dell’Arabia Saudita, al confine con lo Yemen.

in L’Osservatore Romano 22 novembre 2018