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I giovani e l’incertezza

Giuseppe Maiolo

Nel libro “La società dell’incertezza” Zingmunt Bauman sosteneva che la società contemporanea, conquistata la libertà individuale, ora è destinata all’incertezza. Era il 1999 e il grande sociologo era acuto profeta. L’epoca mutevole e fortemente instabile che stiamo attraversando produce paure e insicurezze e un persistente senso di precarietà. Tutto può cambiare continuamente e generare ansia. Poi però si alterna al senso di disorientamento l’illusione del “tutto è possibile”.

Quello che accade a ognuno di noi, avviene a maggior ragione alle giovani generazioni che si ritrovano ad attraversare la fase della vita più instabile e ricca di paure preoccupazioni e e dubbi. L’adolescenza, ovvero per antonomasia, il tempo dei cambiamenti e delle di perdite, dello spaesamento e dell’incertezza. Passare dall’infanzia alla maturità vuol dire affrontare il viaggio che porta all’autonomia ed è, alla fine, capacità di scegliere e costruire relazioni significative. Oggi, dove tutto è più complicato e difficile, gli adolescenti più di un tempo, hanno paura di non farcela e non essere in grado di cavarsela. Vivono in maniera acuta l’angoscia del futuro che non riescono a immaginare e temono di crescere e assumersi responsabilità. Incerti su loro stessi, faticano a costruire la propria identità e spesso sono in difficoltà nella gestione dei sentimenti e degli affetti. Non credono nell’amore e temono che lasciarsi andare a ciò che si prova, sia pericoloso e metta in evidenza le proprie fragilità.

Si aggiunga che il sentimento di precarietà nelle relazioni, viene rinforzato dal contesto ambientale e dal comportamento degli adulti che sono abili messaggeri di insicurezza. Ci ripetiamo che è necessario convivere con l’incertezza, ma per chi sta dentro quel mondo di fisiologiche trasformazioni e cerca di capire qual è l’orientamento da prendere, dove sta andando il corpo e la mente, la fatica si centuplica ed è alle volte paralizzante. I nuovi adolescenti così spesso si spaventano e per uscire dall’impasse provano, come soluzioni, gesti dirompenti, a volte radicali o assoluti. Di frequente rinunciano al compito di crescere, si nascondono al confronto con gli altri, scappano dalle comunicazioni reali o si ritirano dalle relazioni, impauriti della vita stessa. Frutto di quell’incertezza dominante che avvolge e impantana chi attraversa le sabbie mobili dello sviluppo.

Tutto questo è particolarmente significativo se pensiamo che ci troviamo nell’era dei Social e della comunicazione. È importante capirlo senza cadere subito nelle critiche negative alla tecnologia imperante che, come sostengono molti, sta distruggendo i rapporti personali reali. Personalmente non sono convinto che siano questi nuovi modi di entrare in contatto a essere responsabili del disagio giovanile. Viceversa penso che la tecnologia digitale apra mondi, sviluppi possibilità e faciliti i contatti, allargando gli spazi relazionali. È il modo con cui viene utilizzata che conta. Gli adolescenti di oggi non sono più problematici i quelli di ieri. Talora, per certi versi, sono migliori, più informati, curiosi, intraprendenti. A volte eccedono, non sanno fermarsi, non percepiscono il limite e non sanno calibrare le loro energie e controllare le loro pulsioni. Ma li abbiamo attrezzati a fare questo? Abbiamo costruito col nostro esempio quei manuali di comportamento che servono per andare da un registro all’altro, dal virtuale al reale? Perché spesso capita che essi siano abili, abilissimi, a gestire le relazioni on line, ma molto meno in grado di farlo nella realtà. In grande difficoltà nella gestione delle frustrazioni, per uscire dall’incertezza relazionale o dai conflitti, usano anche nella realtà le stesse azioni specifiche della comunicazione virtuale. In rete e nei social è facile bloccare il contatto quando non andiamo più d’accordo con un “amico”, eliminare d’un colpo un profilo o ignorare un messaggio. Altrettanto comodo è usare lo switch, che tecnicamente è un interruttore che consente di interrompere una comunicazione e spostarsi su altro. Glielo abbiamo insegnato, noi adulti, che nei rapporti quotidiani le cose vanno in un modo diverso?

in “Trentino” del 13 agosto 2018

Schiavi invisibili. La condizione di molti giovani nelle mani di feroci criminali

Caritas italiana

Gli schiavi invisibili sono sempre di più. E sempre più giovani. Sfruttati nel lavoro, costretti a prostituirsi, mandati in strada a chiedere l’elemosina da organizzazioni criminali. Un esercito di bambini o adolescenti perduti, senza futuro, senza nessuno a cui chiedere aiuto. Ogni due minuti, nel mondo, una bambina o un bambino è vittima di sfruttamento sessuale. Un numero aberrante che costituisce una delle cifre di un fenomeno criminale, quello della tratta di esseri umani, che negli ultimi trent’anni ha coinvolto centinaia di milioni di persone con un giro d’affari illecito che si stima movimenti intorno ai 150 miliardi di dollari l’anno ; e che vede tra le sue vittime più vulnerabili bambini e adolescenti in fuga da povertà, guerre e deprivazione.

Non a caso papa Francesco ha definito la tratta «la schiavitù più estesa» del ventunesimo secolo. Ed è proprio per volere del Santo Padre che, a partire dal 2015, si svolge ogni anno la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, nella memoria liturgica di Santa Bakhita: nativa del Sud Sudan e vissuta nella seconda metà dell’800, fu giovanissima vittima di tratta per mano di due negrieri e conobbe sulla propria pelle le sofferenze della schiavitù. «Sicuramente sul tema della tratta c’è molta ignoranza. Ma a volte pare ci sia anche poca volontà di comprendere la portata del problema. Perché? Perché tocca da vicino le nostre coscienze, perché è scabroso, perché ci fa vergognare. […] Il lavoro di sensibilizzazione deve cominciare da casa, da noi stessi, perché solo così saremo capaci poi di coscientizzare le nostre comunità, stimolandole ad impegnarsi affinché nessun essere umano sia più vittima della tratta. [La tratta] è una vera forma di schiavitù, purtroppo sempre più diffusa, che riguarda ogni Paese, anche i più sviluppati, e che tocca le persone più vulnerabili della società: le donne e le ragazze, i bambini e le bambine, i disabili, i più poveri, chi proviene da situazioni di disgregazione familiare e sociale».

Quantificare a oggi le vittime di tratta e di grave sfruttamento lavorativo è estremamente complesso, sia per la natura sommersa di tale fenomeno, sia per le persistenti difficoltà nell’identificazione delle vittime e dei colpevoli nell’esteso contesto di indagini transnazionali. I numeri relativi alla tratta oscillano infatti dai 21 milioni di persone (uomini, donne, bambini) nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite, fino alla triste stima redatta dall’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. In base ai dati raccolti e pubblicati dall’ILO4 nel 2017, lo scorso 2016 si contavano nel mondo oltre 40 milioni di vittime di schiavitù moderna, un numero che include anche il fenomeno della tratta. La maggioranza è costituita da donne, per lo più giovanissime, anche se si registra un preoccupante aumento di bambini ed adolescenti. Lo stesso ILO ha inoltre pubblicato una stima relativa al lavoro minorile, la quale conferma che 152 milioni di bambini di età compresa fra i 5 e i 17 anni nel corso del 20165 sono stati soggetti alla costrizione del lavoro minorile. Sono numeri tragici e importanti, che raccontano il dolore, la sofferenza, ma anche le speranze e i sogni di un’infanzia e una gioventù sommersa, troppo spesso dimenticata.

Eppure il flusso di uomini, donne, bambini dall’Afghanistan e dalla Siria in fiamme, dall’inferno della Libia, le persone in fuga dalla Somalia, dal Bangladesh, dall’Eritrea, dal Sudan e da altri Paesi africani, da anni è continuo. Dietro le storie di queste persone oltre a povertà, malattie, dittature e guerre, ci sono interessi politici ed economici internazionali. Guerre, povertà, saccheggio delle risorse naturali, sfruttamento economico e commerciale, dittature, sono le cause all’origine delle migrazioni contemporanee.

L’obiettivo di questo dossier è di creare una maggiore consapevolezza in relazione al fenomeno della tratta minorile e sullo status dei minori non accompagnati; e al tempo stesso riflettere sulla situazione globale di violenza e ingiustizia di milioni di persone che gridano in silenzio, grazie anche a un focus specifico su un Paese come il Marocco, meta di arrivo di lunghe migrazioni attraverso l’Africa, ma anche punto di partenza per il viaggio finale verso l’Europa. Per questo è fondamentale, da un lato, ribadire la necessità di garantire diritti, libertà e dignità alle persone trafficate e ridotte in schiavitù e, dall’altro, denunciare coloro che usano e abusano della povertà e della vulnerabilità di queste persone per farne oggetti di piacere o fonti di guadagno. Essere liberi di muoversi, migrare, in accordo con leggi rispettose della persona e della sua dignità, deve essere una conquista dell’umanità, non una costrizione; un cammino che purtroppo la liberale Europa non riesce a seguire, soffocata in politiche securitarie per la difesa dei confini, a gloria di pochi e a danno di tanti.

(Caritas, Minori non accompagnati tra tratta e sfruttamento, luglio 2018)

Per saperne di più leggi il Rapporto Caritas:

http://www.caritasitaliana.it/materiali/Mondo/mor_naf/marocco/ddt39_marocco2018.pdf

I giovani, tra utopia e realtà

Michele Giulio Masciarelli

I giovani, segni di speranza

Lo sperare del giovane. «Primavera. Giovinezza. La metafora è logora, ma che importa!».1 Il giovane gode e soffre per la sua sovrabbondanza di vita. Egli ha una «vocazione perturbatrice» e una «funzione rianimatrice».2 Per questa sua vivace presenza critica nei dinamismi di vita si deve essere felici perché essa serve a creare importanti spinte dentro la successione delle età e nello scrostare forme anchilosate di comportamenti, di visioni della vita e simili. «Quelle forze incontrollabili che, lasciate libere, irrompono in quel periodo della vita, contribuiscono anche – ecco il rovescio! – a fare di questa età la peripezia più disagevole, più pericolosa di tutto il viaggio».3

Tuttavia, nonostante questo, è prudenza e sapienza tollerare di buon animo i tratti antipatici che il giovane mostra col suo fastidioso dissentire, contestare, disturbare la quiete di ambienti senza sussulti. Purtroppo questa tolleranza non sempre c’è. «Per molti la giovinezza amabile – o sopportabile – è quella racchiusa nei reliquiari della memoria. Ma la società si mantiene viva grazie ai regolari scismi che in essa provoca l’arrivo delle nuove generazioni».4

Lo sperare col giovane. Quale speranza è possibile condividere col giovane? O anche: quale colore umano e spirituale mostra il giovane quando vive la sua “età della vita”? La giovinezza è l’età della consapevolezza: il giovane si presenta, dunque, come un soggetto umano che ha preso contatto con il proprio io e cerca di averne sempre più padronanza di mano in mano che diventa cosciente delle sue risorse vitali.5

È l’età bivalente: questa forma di vita, mentre è caratterizzata felicemente dall’esuberante vitalità, conosce anche:

1) la mancanza dell’esperienza: è dunque un’età segnata da una tensione dialettica nel suo vissuto;

2) il difetto della coscienza della durezza con cui la realtà si oppone alla sua volontà di cambiarla; l’incapacità a stabilire la giusta relazione fra giudicare e agire. È l’età aperta all’infinito;

3) la mancanza della pazienza, che è sempre condizione necessaria per portare a termine intraprese e progetti di vita.

In positivo, però, nell’atteggiamento del giovane si colgono anche, per solito:

1) un orientamento all’infinito, caratterizzato dal senso dell’illimitato;

2) la purezza delle intenzioni che si esprime nel rifiuto del compromesso;

3) la convinzione che, quando le idee sono vere e le convinzioni sono giuste, esse sono capaci di cambiare e, in un certo senso, di rifondare la realtà della vita.

Al giovane non serve un’educazione debole. La giovinezza è la cronaca feroce e comica, spietata e beffarda di questa incompatibilità col mondo adulto che gli appare un universo separato, in parte anche ostile, col quale non riesce a collegarsi se non con la fatica di una difficile iniziazione e di una severa responsabilità.

Età vitale, la giovinezza, se esprime forza, probabilmente esige anche che le si risponda con forza educativa. Non è pertanto comprensibile che gli educatori si pongano dinanzi al giovane in una specie di timidezza paralizzante, come se stessero dinanzi a lui con imbarazzo, soprattutto con la paura di dialogare con lui, come se i loro codici linguistici non fossero più utili neppure per una pur minima comunicazione con lui.

Gli educatori giustamente si pongono il problema linguistico per comunicare col giovane, ma talora assumono un atteggiamento assolutorio dinanzi a lui come se non fosse anche suo compito quello d’imparare a comunicare col mondo adulto.

Una considerazione più estesa meriterebbe la critica della pretesa giovanilistica di rinunciare a ogni approccio disciplinarmente fermo nei riguardi dei giovani, dimenticando che non si educa blandendo e in modo molliccio, ma anche con l’urto (il noto streben della pedagogia idealistica, specialmente di Fichte).

La giovinezza un’età bella, ma non va mitizzata

Anche la giovinezza nasce da una crisi e ha le sue particolari crisi. Ogni età nasce da una crisi: l’infanzia da quella traumatica del parto e dello svezzamento; l’adolescenza (la più toccata dalla crisi) dall’uscita dal mondo quieto e protetto della fanciullezza; la giovinezza da quella turbinosa e diffusa a metastasi dell’adolescenza; l’adultità da quella della giovinezza, legata all’incontro difficile e deludente con l’esperienza; l’età anziana da quella dovuta al distacco da tutte le età precedenti.

Detto questo, l’età giovanile va letta come un’età intraposta fra due crisi (quella dell’adolescenza e dell’età adulta) che, in qualche modo la stringono a tenaglia. Conviene ricordarlo e tenerlo presente per non costruire un discorso su questa età, trattandola con l’insopportabile approccio retorico che sprizza falsità da ogni sillaba che s’adopera per questi peana inutili, dannosi e non richiesti che, di là della loro consapevolezza più o meno viva, chiedono di fatto d’essere aiutati e non blanditi.

Fra l’altro, poco sapiente è assumere la giovinezza come età privilegiata fra le altre, come paradigma scelto, vincente su tutte le altre “età di vita”, che prelude alle scelte da compiere nelle varie incombenze e provviste dentro le società e le comunità. La non saggezza di questa forma di retorica sta nel fatto che non si considerano con realismo le cose proprio perché si è vittime di una mitizzazione che non ha motivo di essere e anche per una cultura dall’occhio stretto e corto che euforizza il discorso sul corpo, specie su quello palestrato o impomatato.

Ma ve le immaginate musiche solo all’ordine del “veloce, velocissimo”, senza le necessarie “pause”, il “decelerare”, i “piano, pianissimo”? Senza i “lenti” anche i balli ci perderebbero…

Potremmo imparare dall’asino, l’animale dei piccoli spazi, dei tempi lenti, del piccolo trotto, del preoccuparsi soprattutto del frammento di tempo che sta vivendo e del breve spazio di terra che sta calpestando.

E il prete che c’entra con questo fare asinino? C’entra senz’altro e, forse, abbastanza. Parliamo della pastorale del prete, che non obbedisce al mito olimpico dell’arrivare prima ad ogni costo, che non è ossessionata di cumulare primati, ma fa quello che deve fare in pace, con calma e contemplazione anche semplicemente umana.

I giovani visti da vicino.

Nessuna età è fotografabile perché ogni uomo e ogni donna la realizzano in una singolarità che, in fondo, non è mai clonabile e appena appena imitabile. Al seguito di questa considerazione, ne parliamo con tratti rapidi e distanti e con inevitabili limiti. Dunque, il tratteggio è questo.

–  Il giovane diventa consapevole delle proprie risorse vitali e le sente come la forza di cui dispone per entrare nel mondo dell’esperienza consapevole. In fondo, tale nuova forma di vita conosce l’aspetto positivo della crescita nella personalità e il limite della mancanza di esperienza.

– Egli percepisce una sorta di incondizionatezza: gli pare di poter possedere senza ostacoli il mondo a cui si apre, potendo usare le sue energie che sente smisurate.

– La ricordata mancanza di esperienza si fa sentire in lui come un terreno magmatico sotto i piedi, di mano in mano che avanza nelle plaghe del vissuto.

– Non ha preso ancora coscienza della forza di freno e anche di dura resistenza che l’esperienza oppone ai suoi desideri di iniziative e di realizzazioni, con le prime delusioni che iniziano a cumularsi e a rattristarlo. L’esuberanza della sua fantasia, del suo coraggio e della sua temerarietà comincia ad essere mortificata, mentre l’intero idealismo spontaneo (Guardini) inizia ad essere scosso.

– Comincia per lui il tempo delle scelte, imboccando strade con decisione, dalle quali non sempre riuscirà a tornare indietro, esperimentando successi e fallimenti.

– È attratto dal futuro: è un essere che, più di altri, in genere sente di essere nato e di dover vivere in avanti. Egli vive sapendo di essere in fase di decollo (Guardini), avendo la sensazione di disporre, fra l’altro, di possibilità senza limite.

– Il giovane inizia la sua tipica esperienza etica e, in un certo qual modo, disegna un quadro dei valori decisivi della personalità, che di fatto costruiscono l’uomo morale: amore per la verità, coraggio, onestà, lealtà, senso dell’onore, ricerca della chiarezza e della precisione nel dire e nel fare, intrapresa generosa nelle iniziative che richiedono impegno…

– Ben presto, con l’urto dell’esperienza, si farà convinto che egli non è un solista, ma che fa parte di un coro e che la sua età è dentro una famiglia di età di cui deve tenere conto e constaterà che ci sono anche gli altri, con le loro idee, i loro diritti e desideri, le loro sensibilità e abitudini… Esperimenterà, perciò, ben presto la difficoltà alla convivenza con i pari e soprattutto con i soggetti d’altra età perché non dispone ancora di una virtù essenziale. In lui «manca quell’atteggiamento tanto banale quanto fondamentale per qualsiasi riuscita, che è la pazienza».6

Il giovane, soggetto di un’avventura drammatica

Certamente il giovane ha bisogno di vivere il suo incontro-disincontro col mondo adulto. La verità è che «la giovinezza è un’età di regressione. Il mutamento che la caratterizza si effettua in senso inverso rispetto allo stato che lo precede» : in un certo senso – caduto l’approccio magico alla vita – la speranza per lui ha perso le caratteristiche del sogno che spinge oltre le cose che, da piccolo dell’uomo (infanzia, fanciullezza e anche adolescenza) non coglieva come barriere o ostacoli, ma come piccole pedane di lancio, come soglie di voli in avanti. Ora egli si trova davanti a una realtà, fatta senza il suo consenso, alla cui costruzione non ha partecipato e che, conseguentemente, sente quasi come un macigno che, in parte, lo stimola, ma molto lo limita: perciò, egli vorrebbe farlo rotolare per qualche pendio scosceso, mentre constata l’impotenza per farlo e ne è oltremodo irritato.

Egli, insomma, vive il dramma dell’ostacolo e della distanza. «Se-pa-ra-zio-ne. Forse abbiamo qui le cinque sillabe chiave. Ora il giovane è separato da tutto ciò che sapeva. La sapeva lunga, ora non sa più nulla. L’età dell’apprendimento inizia attraverso il suo severo disapprendere. […] Sotto certi aspetti, il giovane è più disarmato, più nuovo dei minori di lui, il bambino e l’adolescente, che si erano insediati nella vita come se si trattasse dell’eternità. Lui si sente imbarcato nella storia. […] Un tempo regnava sul territorio. Ora diviene un emigrato simile a tutti gli altri: sovrano senza corona».7

È fonte di sicurezza sapere e vedere che tutti o molti ti girino intorno come satelliti intorno al sole; ora egli è una stella confusa fra altre stelle, se davvero e quando si consideri come una stella. Ormai egli non vive disinvoltamente dentro il cerchio di orizzonti sconfinati: gli orizzonti li attinge da lontano, per così dire, e grado a grado, con lo slancio del “desiderio”: egli comincia a vivere l’identità dell’homo desiderans, che è insieme bella, fragile e dolorante, perché implica sempre una mancanza enorme.8

Nel nostro tempo, purtroppo, c’è stata la caduta dell’uomo contemporaneo nelle forre del presentismo. Paolo VI disse una volta che l’uomo, l’uomo moderno soprattutto, è costretto a dichiararsi povero, «un povero dai desideri esasperati, illusi o delusi».9 Tuttavia l’homo desiderans esiste sempre ed è, di per sé, un produttore di futuro.10 Consola anche il fatto che il desiderio abbia la stessa struttura della speranza.

No al “giovanilismo”

Per queste e altre ragioni sarebbe il caso che si rinunciasse alla retorica del giovanilismo. Assolutamente insopportabile è il mieloso approccio con la mediocre dogmatica de “i giovani sono il futuro” (del mondo, della Chiesa…) o della giovinezza come dell’età più bella della vita… Forse – come ha affermato con durezza lo scrittore e filosofo francese Paul Nizan (1905-1940) –, non va riconosciuto a nessuno «il diritto di dire che i vent’anni sono la più bella età della vita». Tanto meno si aiutano i giovani a sperare nella loro età e in vista di quelle che lo aspettano, attribuendo loro altre esclusive, come la pretesa di ritenere, sempre e comunque, che il giovane sia il più adatto a gestire compiti e mansioni nelle comunità, nelle istituzioni.

Non per ogni attività (culturale, spirituale, ecclesiale) il giovane (magari fra le sue doti principali c’è quella di essere palestrato) è il soggetto più adatto. Certamente non merita, solo perché di bassa età, l’esclusiva dell’amore: questa sarebbe pura pretesa, fra l’altro non sempre suffragata dal riscontro dell’esperienza: ama chi ama, ama molto chi ama molto, ama al massimo chi dà la vita per gli altri (cf. Gv 15,13). «Non è certo dell’amore che la giovinezza ha l’esclusiva – scrive con scontato buon senso Christiane Singer –. Dal concepimento alla morte, l’amore accompagna tutto il viaggio».11

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Ch. Singer, Le età della vita, Servitium Editrice, Sotto il Monte (BG), p. 111.

2 Ibidem, p. 110.

Ibidem, pp. 111-112.

Ibidem, pp. 109-110.

5 Questo non significa che il giovane abbia il controllo di tutto ciò che ha sotto i piedi, di ciò che gli gira intorno, di ciò che gli frulla dentro l’anima e, meno ancora, dell’aria culturale che respira, ad esempio dell’aria nichilistica che respira. U. Galimberti, nel suo volume L’ospite inquietanteIl nichilismo e i giovani (Feltrinelli, Milano 2007), scruta nelle pieghe più scure dell’anima giovanile, senza perdere di vista i cambiamenti sociali degli ultimi decenni e tenendo sullo sfondo il nichilismo. Dopo aver mostrato la pericolosità di questo “ospite inquietante”, si propone di dischiudere ai giovani la cifra segreta della loro età, per coscientizzarli sull’età che stanno vivendo.

6 R. Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 2011, p. 22.

7 Singer, Le età della vita, p. 114.

Cf. F. Carmagnola, Il desiderio non è una cosa semplice. Figure di àgalma, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI) 2008; U. Volli, Figure del desiderioCorpo, testo, mancanza, Raffaello Cortina, Milano 2002; G. Pulli, Sul desiderio, Liguori, Napoli 2003; F.R. Jameson, Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli, Milano 2007; A. Amendola, E. D’agostino, S. Santonicola (a cura), Il desiderio preso per la coda. Rappresentazioni, applicazioni, teorie, Plectica, Salerno 2008; M. Recalcati: Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2012; La forza del desiderio, Qiqajon, Magnano (BI) 2014.

9 Discorso all’Udienza del 13 dicembre 1972.

10 Cf. M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non-luoghi ai non-tempo, Eleuthera, Milano 2009.

11 Cf. Ch. Singer, Le età della vita, p. 117.

in Settimana-News 17 luglio 2018

 

Scuola. Disabilità intellettive tra gli studenti

ISTAT

Il Piano d’azione per la salute mentale 2013-2020 dell’Oms dedica particolare attenzione al tema della prevenzione e trattamento dei disturbi mentali dell’età evolutiva, una serie di disturbi legati alla presenza di patologie attinenti l’area della neuropsichiatria infantile6. Non vi sono purtroppo fonti a disposizione che consentono di fornire un quadro generale sulla popolazione nell’età evolutiva. Con una certa approssimazione, si è fatto riferimento per i disturbi di depressione e ansia cronica grave ai soli minori di 15-17 anni rilevati con l’Indagine europea sulla salute Ehis, mentre per altre problematiche di salute mentale alla popolazione scolastica degli alunni con disagio mentale e agli ospiti con alcuni problemi di neurosviluppo presenti nei presidi residenziali.

I dati delle Rilevazioni sulle scuole del Miur mostrano un lento ma costante incremento degli alunni con disabilità all’interno delle scuole italiane, soprattutto quelli con disturbi di salute mentale. Nell’anno scolastico 2016/2017 gli alunni con disabilità rappresentano circa il 3% degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado e, in particolare, gli alunni con disabilità intellettiva, pari a due alunni con disabilità su tre, rappresentano la quota più importante.

I dati dell’indagine sull’integrazione degli alunni con disabilità, condotta annualmente dall’Istat nella scuola primaria e secondaria di primo grado confermano che anche nelle scuole del primo ciclo l’insieme dei disturbi di tipo mentale è quello più frequente (73%) e maggiormente associato (56%) ad altre forme di disabilità tra gli alunni con almeno un disturbo. Alcuni disturbi sono più diffusi tra i maschi, come ad esempio i disturbi del comportamento e dell’attenzione (21% maschi e 10,1% femmine); i disturbi dello sviluppo (25,7% contro 20,4%) e quelli della sfera affettivo relazionale (17,7% e 14,0%) mentre la disabilità intellettiva è presente maggiormente tra le femmine (52,4% contro 41,9%).

L’indagine permette di descrivere gli studenti con un disturbo di salute mentale10 secondo una metodologia condivisa a livello internazionale (Icf) che, in relazione a determinate aree di funzionamento, individua l’eventuale presenza di un problema e la sua gravità.

Gli alunni con solo disturbo di salute mentale presentano un problema grave nell’area dell’apprendimento nel 23,2% dei casi: questa percentuale raggiunge il 41,2% se al disturbo mentale si associa un’altra disabilità. Rispetto agli alunni con altre disabilità12, emergono differenze nell’area dell’interazione e del tempo libero e nell’eseguire un compito. In particolare, il 18,5% di alunni con solo disturbo mentale presenta un problema grave di funzionamento nell’interazione e tempo libero e questa percentuale sale al 26,2% se al disturbo si sommano altre disabilità, mentre si attesta al 15,8% tra gli alunni con altre disabilità. In presenza di un disturbo di salute mentale isolato, nel 19% dei casi si osserva un grave problema ad eseguire un compito, contro il 17% degli alunni con altre disabilità.

In Italia sono 1.064 i bambini e ragazzi con disturbi mentali dell’età evolutiva ricoverati in strutture residenziali14, 11 per 100mila minori residenti: la quota prevalente è costituita da maschi, che rappresentano il 64% dell’intero collettivo (13 per 100mila minori maschi residenti). La presenza in strutture residenziali risulta più frequente in età adolescenziale; oltre l’83% di minori ricoverati risulta avere più di 11 anni di età.

L’offerta di posti letto in strutture residenziali che accolgono prevalentemente minori con disturbi mentali15, è caratterizzata da notevoli differenze territoriali: i livelli massimi registrati nelle regioni del Nord-est, 25 posti letto per 100mila minori residenti, si riducono considerevolmente nel Mezzogiorno, con un tasso che non supera la soglia dell’11 per centomila.

In linea con la normativa vigente16, nel nostro Paese gran parte delle residenze per minori sono di piccole dimensioni, con un numero di posti letto inferiore alle 10 unità. Tuttavia, anche in questo caso si riscontrano alcune differenze territoriali: il Mezzogiorno si caratterizza per la più alta quota di strutture di grandi dimensioni (26%) a fronte di un valore medio nazionale del 18%, di contro le regioni del Nord-est si distinguono per la più alta quota di strutture di medie-piccole dimensioni (90%)

(in ISTAT, La salute mentale nelle varie fasi della vita, 26 luglio 2018)

Per saperne di più

https://www.istat.it/it/files//2018/07/Report_Salute_mentale.pdf

Poco lavoro e tanti sogni. Così i giovani italiani immaginano la loro vita a 45 anni

Alessandro Rosina

Qualsiasi paese per crescere e generare condizioni di benessere diffuso ha bisogno di trasformare le nuove generazioni da giovani passivi, a carico delle generazioni precedenti, ad adulti attivi, inseriti in modo solido e qualificato nei processi di sviluppo sociale ed economico. Mettere le nuove generazioni nelle condizioni di realizzare con successo la transizione alla vita adulta è quindi il compito principale per un Paese che si prende cura del proprio futuro. Questo è ancor più importante oggi per la maggiore complessità e incertezza che pesa sulle scelte formative, occupazionali e familiari. In carenza di sistemi efficienti di orientamento e supporto negli snodi del percorso di vita e professionale, troppi giovani rischiano di perdersi e di portare nella vita adulta delusioni e frustrazioni anziché energie e competenze per realizzarsi e far crescere il paese.

Questa prospettiva ha conseguenze particolarmente rilevanti in paesi come l’Italia, ma anche la Spagna e la Germania, che, per la bassa natalità passata, si trovano oggi con ventenni e trentenni che sono circa un terzo in meno rispetto agli attuali quarantenni e cinquantenni. Se tale riduzione quantitativa non verrà compensata da un potenziamento qualitativo, sostenibilità del sistema sociale e crescita economica rischiano di essere fortemente compromesse. È allora interessante cercare di capire quali adulti si aspettano di essere gli attuali under 35, che corrispondono sostanzialmente alla generazione dei Millennials.

Un faro sul futuro delle nuove generazioni è stato puntato dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo che ha chiesto ad un campione di oltre duemila italiani e circa mille coetanei spagnoli, tedeschi, francesi, britannici, di immaginare la propria condizione a 45 anni. I dati dell’indagine mostrano come un giovane italiano su quattro consideri elevata la possibilità di trovarsi a quella età senza lavoro. È interessante notare come il valore sia relativamente basso tra chi è più vicino ai vent’anni ma cresca poi considerevolmente con l’età, salendo a oltre uno su tre dopo i trenta. Questo dato è coerente con quelli di altre ricerche che evidenziano un progressivo riadattamento al ribasso delle aspettative e degli obiettivi delle nuove generazioni via via che si confrontano con le condizioni reali del mondo del lavoro. Di rilievo è anche l’effetto del titolo di studio: il timore di diventare adulti inattivi sale a 4 persone su 10 tra chi ha un titolo basso.

Eppure l’importanza assegnata al lavoro per una piena realizzazione è alta in tutte le categorie sociali e risulta maggiore in Italia rispetto agli altri grandi paesi europei. La Francia è il Paese nel quale la realizzazione personale è fatta meno coincidere con il lavoro e più con altre dimensioni della vita, compresa quella familiare. La Germania offre invece ai propri giovani le prospettive più alte di essere attivi in età adulta. Francia e Regno Unito presentano una consistenza quantitativa robusta di giovani e quindi non si troveranno nei prossimi decenni a veder indebolito il rapporto tra persone al centro dell’età attiva e popolazione anziana. La Germania si troverà invece a veder peggiorare fortemente tale rapporto, compensandolo però con un potenziamento delle condizioni di partecipazione dei futuri adulti ai processi produttivi. Italia e Spagna, davanti alla stessa sfida, con più difficoltà consentono ai giovani di proiettarsi come soggetti attivi nella fase centrale della vita produttiva. Questo quadro è ulteriormente confermato dalle attese sui redditi da lavoro, che vedono i giovani tedeschi molto meno ancorati su stipendi bassi al contrario dei coetanei spagnoli e italiani.

Un elemento di grande rilevanza è l’ampia differenza, in tutti i paesi, tra uomini e donne. Questo dato evidenzia come la bassa valorizzazione delle nuove generazioni porti anche ad una accentuazione dei vincoli di valorizzazione del capitale umano femminile. In un mondo in cui è sempre più facile spostarsi per esperienze di studio e di lavoro, le difficoltà che i giovani trovano nel proprio territorio di origine portano anche a incentivare la scelta di cercare il proprio futuro altrove. I dati dell’indagine mostrano come i giovani italiani vedano maggiori possibilità di realizzazione lavorativa in tutti gli altri grandi paesi europei rispetto al proprio. Solo con la Spagna la situazione è considerata comparabile. Viceversa gli spagnoli appaiono meno positivi rispetto all’Italia. La Germania è invece il Paese che vince tutti i confronti diretti.

Sarà difficile recuperare se ciò che si offre ai giovani italiani è di partecipare con dignità al declino anziché diventare protagonisti di una espansione di opportunità. Consentire alle nuove generazioni italiane di dimostrare di meritarsi un futuro diverso è il progetto su cui tutto il Paese dovrebbe mettersi a lavorare.

in “la Repubblica” del 28 luglio 2018

Violenza sui minori. Conseguenze personali, relazionali, sociali, ecnomiche

Rapporto Cesvi, 2018

Le conseguenze del maltrattamento e della trascuratezza sui bambini/e dipendono dal tipo di abuso a cui i bambini e le bambine sono sottoposti, ma occorre sottolineare che tutte le forme di maltrattamento hanno conseguenze gravi non solo sui bambini/e, ma anche sulla società.

In primo luogo, il maltrattamento assume forme diverse e dunque ha conseguenze dissimili a seconda dell’età dei bambini/e. Il report Ending Violence in Childhood evidenzia come il maltrattamento possa iniziare sin dal periodo prenatale: dati della WHO riportano infatti che tra il 4% e il 12% delle donne incinte nel mondo hanno subìto violenze durante la gravidanza. La violenza contro le future madri rappresenta un rischio per i neonati che possono avere un peso minore alla nascita e presentare disabilità mentali o fisiche se le madri sono vittime di violenza. Nella fascia di età 2-4 anni aumenta invece il rischio di violenza fisica in famiglia. Secondo i dati, tra il 50% e il 60% dei bambini/e è stato vittima di violenza fisica da parte di un caregiver o di un genitore. Nel periodo preadolescenziale e adolescenziale, oltre a permanere il rischio di maltrattamento e trascuratezza in ambito familiare, aumentano anche i rischi legati al bullismo a scuola e, specie per le bambine, il rischio di violenza sessuale.

In particolare, le conseguenze del maltrattamento e della trascuratezza si distinguono in

1) danni a breve termine e immediati per i bambini/e a livello fisico, psicologico ed emotivo

2) danni a medio-lungo termine della violenza, sia per l’individuo che per la società.

I danni a breve termine, difficili da rilevare e da definire con precisione, possono riguardare gli abusi di natura fisica e conseguenze quali fratture, lividi e bruciature. In casi particolarmente acuti di violenza in famiglia, bambini e bambine possono avere sintomi ricollegabili alla sindrome post-traumatica e depressione. Nel caso di abusi sessuali, le conseguenze di breve periodo sono l’ansia verso il futuro oppure la trasmissione di malattie veneree. Indizi di abusi emotivi, invece, possono essere il cambiamento nel comportamento di bambini e bambine, pianto costante etc. Tuttavia, gli alti livelli di instabilità familiare e l’incidenza di patologie psicologiche dei genitori rendono complicato de- terminare quali conseguenze specifiche siano riconducibili al maltrattamento e abuso e quali invece siano determinate dall’impatto di problematiche legate alla salute mentale dei genitori. È bene inoltre ricordare che anche forme più “lievi” di maltrattamento come le punizioni corporali possono costituire un fattore predittivo per sentimenti di ansia e depressione per bambini/e e giovani adulti.

Le conseguenze a lungo termine del maltrattamento ai bambini/e dipendono da una serie di fattori che possono mediare o esacerbare il trauma subìto, tra i quali “il tipo di evento traumatico e la causa, l’età in cui avviene il trauma, la sua durata nel tempo, la presenza, il tipo e l’interconnessione con altri fattori di rischio e di protezione”. Numerosi studi hanno inoltre rilevato che coloro che sono vittime di molteplici tipi di maltrattamento o sono vittimizzati più volte hanno maggiori possibilità di subire conseguenze a lungo termine. Lo studio The Effects of Child Abuse and Exposure to Domestic Violence on Adolescent Internalizing and Externalizing Behavior Problems sottolinea che gli adolescenti che da bambini/e sono stati esposti sia ad abuso che a violenza domestica sono maggiormente a rischio di subire conseguenze a lungo termine derivanti da questa doppia esposizione.

Le conseguenze a lungo termine di natura fisica dei maltrattamenti possono derivare da abusi fisici subiti da bambini/e – che possono determinare ad esempio danni al sistema immunitario con effetti nel lungo periodo – oppure da una maggiore incidenza di comportamenti dannosi per la propria salute adottati dai bambini/e abusati una volta divenuti adulti. Dati USA riportano che nei tre anni successivi alle indagini per maltrattamento, il 28% dei bambini/e che ne erano vittime aveva sviluppato una malattia cronica. Gli abusi durante l’infanzia sono inoltre stati collegati a malattie quali il diabete, l’asma, l’obesità nell’adolescenza e l’ipertensione in età adulta. L’abuso e la trascuratezza dei bambini/e hanno inoltre conseguenze negative sullo sviluppo cerebrale, con possibili problemi per le abilità cognitive, linguistiche e accademiche delle vittime di abusi, nonché sulla probabilità di sviluppare malattie mentali. L’impatto dei maltrattamenti sulla salute mentale dei maltrattati, una volta diventati adulti, è particolarmente drammatico: la ricerca The Long-Term Health Consequences of Child Physical Abuse, Emotional Abuse, and Neglect: A Systematic Review and Meta-Analysis ha rilevato che gli abusi fisici possono portare a depressione, ansia, disturbi dell’alimentazione nonché al tentativo di suicidio o all’utilizzo di droghe in seguito alla contrazione di malattie sessuali. Gli abusi emotivi e la trascuratezza possono portare a depressione, ansie, tentativi di suicidio e abuso di droghe.

Lo studio americano ACE (Adverse Childhood Experiences) – una delle ricerche più complete e autorevoli in materia – ha dimostrato che i traumi e le esperienze avverse durante l’infanzia incidono significativamente sulle maggiori cause di morte negli Stati Uniti e determinano una qualità della vita inferiore. In particolare, i dati ACE rilevano che circa il 54% dei casi di depressione e il 58% dei casi di tentativi di suicidio di donne sono collegati a esperienze negative nell’infanzia. Per quanto riguarda nello specifico gli abusi di natura sessuale, ulteriori disturbi comportamentali che possono insorgere come conseguenza a lungo termine sono: l’automutilazione, l’attività sessuale frequente e indiscriminata, la sovralimentazione compulsiva e cronica, le spese folli, l’attività ad alto rischio.

Disturbi del comportamento sono poi rilevati più spesso tra bambini e bambine maltrattati rispetto a quelli che non ne sono vittima. Secondo dati del National Survey of Child and Adolescent Well-Being, più della metà dei bambini/e presi in carico per maltrattamento corre un rischio maggiore di soffrire di problemi emotivi o comportamentali. Oltre ai danni fisici e psicologici, i bambini e le bambine vittime di abusi sono più esposti al rischio di adottare com- portamenti dannosi per la salute: ad esempio, i bambini/e vittime di abusi di natura fisica sono a maggior rischio di abuso di alcol una volta diventati giovani adulti.

Infine, essere esposti a violenza nell’ambiente familiare e domestico porta a introiettare la violenza come risposta “adeguata” a situazioni di stress. Di conseguenza, coloro che sono vittime di maltrattamento e trascuratezza durante l’infanzia rischiano di perpetuare il ciclo della violenza, maltrattando a loro volta figli e partner. Secondo il report Ending Violence in Childhood, il più importante fattore predittivo della possibilità per bambini/e di usare comportamenti violenti da adulti è essere cresciuti in un ambiente familiare caratterizzato da violenza domestica. Lo studio di Makkai e Mouzos – che si basa su dati australiani – ha rilevato invece che le donne che sono state vittime di violenza durante l’infanzia, o che sono state testimoni di violenza familiare, possono essere più a rischio di subire violenza domestica nel futuro; in particolare, il 72% delle donne che ha subìto abusi fisici o sessuali da bambina è stata nuovamente vittima di violenza da adulta, contro il 43% delle donne che non è stata vittima di abusi nell’infanzia. In Italia, secondo la ricerca Vite in Bilico, il 64% delle donne vittime di abusi sessuali ha vissuto situazioni familiari ad alta conflittualità, e il 48% ha assistito ad aggressioni verbali e offese verso un familiare nell’infanzia. Tuttavia, il ciclo della violenza non è destinato a ripetersi in modo ineluttabile, poiché è un effetto delle interazioni tra fattori di rischio, fattori protettivi e contesto sociale. Studi condotti negli USA e in Gran Bretagna evidenziano che la maggioranza degli individui che sono stati vittime di maltrattamento non sono violenti nei confronti dei propri figli. Le stime sulla percentuale di persone abusate che a loro volta maltrattano i figli variano dall’8% al 40%.

Per quanto riguarda invece i costi economici legati al maltrattamento, sono state effettuate alcune stime che non riguardano esclusivamente il maltrattamento in ambito familiare; tuttavia, i numeri sono utili per comprendere quanto costa non investire adeguatamente nella prevenzione della violenza contro i bambini/e, in ogni sua forma. Stime UNICEF per gli USA rilevano che i costi durante tutto il corso della vita legati al maltrattamento di bambini/e ammontano a circa 124 miliardi di dollari all’anno (la stima include cure sanitarie, spese legate ai servizi sociali, spese legali, produttività e guadagni mancati). Dati del Copenhagen Consensus Center hanno invece stimato il costo totale della violenza contro i bambini/e al mondo in 3,7 trilioni di dollari, una cifra che equivale al 4,3% del PIL globale – la stima include omicidi, abusi e violenze sessuali. Per ciò che concerne specificamente gli abusi non fatali (come per esempio le punizioni corporali), per Europa e Asia Centrale il costo è stimato in 173 miliardi di dollari (pari al 3,16% del PIL della regione considerata); per gli abusi sessuali i costi sono invece pari a 1,1 miliardi di dollari. Inoltre, dati WHO mostrano che i costi economici relativi alla violenza sui bambini/e ammontano ogni anno a 1,14 miliardi di sterline nel Regno Unito e a 11 miliardi di euro in Germania. Infine, per quanto riguarda il nostro Paese, lo studio del 2013 Tagliare sui Bambini è davvero un risparmio? a cura di CISMAI, Università Bocconi e Terre des Hommes riporta che il costo dei maltrattamenti sui bambini/e in circa 13,056 miliardi di euro annui, che equivalgono allo 0,84% del PIL. I costi diretti ammontano a 338,6 milioni di euro, mentre i costi indiretti a 12,7 miliardi di euro. I nuovi casi di maltrattamento, prosegue lo studio, costano all’Italia ben 910 milioni di euro all’anno.

Più difficili da stimare, e potenzialmente molto maggiori, sono i costi indiretti legati alle conseguenze dei maltrattamenti sullo sviluppo dei minori che ne sono stati vittime: la violenza può per esempio incidere sullo sviluppo neurologico di bambini/e, determinando problemi di salute nel lungo periodo e maggiori difficoltà nel conseguire un livello di istruzione che possa garantire occupazioni più remunerate. Inoltre, come conseguenza dei maltrattamenti, bambini e bambine possono sviluppare problemi comportamentali che a loro volta rendono più complicato il loro percorso scolastico e lavorativo.

A fronte di costi in termini di benessere dei bambini e delle bambine e di costi per la società, è evidente l’urgenza di investire nella prevenzione del maltrattamento all’infanzia.

(Tratto dal Rapporto CESVI, Liberi tutti. Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, 2018)

Per leggere il Rapporto:

https://www.cesvi.org/wp-content/uploads/2018/05/LiberiTutti_Indice_Maltrattamento_Cesvi.pdf

Grooming e abuso sessuale dei minori. Un fenomeno criminale in crescita

Secondo alcune rilevazioni, circa il 15% dei minori europei di età compresa tra i 10 e i 17 anni che utilizzano Internet riceve qualche tipo di proposta sessuale e il 34% di loro s’imbatte in contenuti a carattere sessuale senza averli cercati. Secondo le informazioni fornite dalle ONG di settore, circa il 70% delle vittime di abusi sessuali online si pone nella fascia d’età prepuberale. Preoccupante è il trend statistico rilevato che attesta la costante diminuzione dell’età media delle vittime della pedopornografia. I dati raccolti dall’organizzazione internazionale Inhope mostrano inoltre un incremento negli ultimi anni delle vittime infantili di abusi sessuali e degli abusi di natura estrema e sadica. Nella stessa direzione vanno letti i dati forniti dall’Internet Watch Foundation (IWF). L’ultima indagine condotta da questa Fondazione, tramite un complesso lavoro di monitoraggio che ha coinvolto 48 Paesi, ha rilevato un notevole incremento nella diffusione di materiale pedopornografico in Rete rispetto al 2013 (+417%). Va sottolineato che secondo questa indagine il 3% delle vittime risulterebbe di due anni o di età inferiore. In Italia, i dati Interforze sui reati commessi e denunciati a danno di minori nel quinquennio 2011-2015, mostrano l’allarmante crescita della pornografia minorile (+543%); si è infatti passati dalle 23 vittime del 2011 alle 148 del 2015. Negli ultimi anni si rileva inoltre un considerevole aumento delle denunce per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico (da 322 del 2011 a 614 del 2015).

L’introduzione delle tecnologie digitali ha dilatato le possibilità di diffusione di materiale pedopornografico, rendendolo nel contempo più facilmente accessibile ad ampie fasce di popolazione. Gli stessi social network sono a volte gli strumenti utilizzati da adulti che intendono adescare minorenni a fini sessuali. In questa prospettiva, non è poi da trascurare il cosiddetto sexting, fenomeno rappresentato dall’invio, da parte dello stesso minorenne, di messaggi, foto o video a carattere sessuale spesso finalizzato all’ottenimento di piccoli vantaggi personali, quali ricariche telefoniche, che non di rado purtroppo vede coinvolti adulti potenziali abusanti alla ricerca di contatti sessuali con persone di minore età. Spesso l’adulto abusante utilizza tecniche di seduzione affettiva e manipolazione psicologica, denominate grooming, mediante le quali circuisce il minore, spingendolo all’incontro sessuale offline. Ad abuso sessuale commesso, l’adulto adotta particolari strategie con l’obiettivo di convincere il minore a non rivelare ad altri il segreto rappresentato dalla violenza subita, fino ad arrivare alla minaccia di inviare tutto il materiale video o fotografico a familiari e amici del minore stesso.

L’abuso sessuale online su persone minorenni è da considerarsi tra i comportamenti illegali più ripugnanti, suscettibile di arrecare grave nocumento alle vittime. In questa forma di abuso confluisce sia la produzione, la distribuzione, il download e la visualizzazione di materiale pedopornografico, sia l’adescamento online di minori per poterne poi abusare offline o la sollecitazione online del minore, da parte di un adulto, alla produzione, anche tramite webcam, di materiale a carattere sessuale. È peraltro da rilevare che la visione a pagamento degli abusi in diretta streaming rappresenta una pratica in significativa crescita.

Il fenomeno è talmente esteso che in Rete si sono create community e spazi di discussione volti a sostenere la cosiddetta “cultura pedofila” con iniziative, quali la “giornata dell’orgoglio pedofilo”, che si pongono l’obiettivo di normalizzare la pedofilia con tesi pseudoscientifiche, diffondendo l’idea che tale aberrante pratica sia una manifestazione d’amore verso i bambini piuttosto che una grave violazione dei loro diritti fondamentali, quali quello alla protezione e alle cure necessarie per un armonico sviluppo147. Non di rado nell’ambito di tale processo di “normalizzazione” si tende anche ad attribuire parte di responsabilità alla stessa vittima.

Le azioni di vigilanza e repressione di tali fenomeni sono estremamente difficoltose, anche perché molti criminali contraffanno la propria identità online, utilizzano reti darknet e sofisticati sistemi di criptazione delle comunicazioni, e richiedono un approccio globale e un complesso lavoro di rete che, negli ultimi anni, a fronte di alcune sollecitazioni normative, si è rafforzato attraverso la partecipazione attiva di più attori sociali.

La presa in carico della vittima rappresenta poi un intervento particolarmente delicato che richiede la realizzazione tempestiva di percorsi multidisciplinari di sostegno tesi a sostenere processi di elaborazione del trauma subito. Gli esiti clinici dell’abuso sono mutevoli e connessi alla peculiare combinazione, rilevabile nella vittima e nel contesto di appartenenza, di fattori di rischio e fattori protettivi. Se pur nell’ambito di un’ampia variabilità, l’abuso sessuale online implica comunque profondi effetti sulla vittima a livello psicologico, somatico e comportamentale spesso amplificati dalla capillare e non controllabile diffusione delle immagini, dei video o delle conversazioni a sfondo sessuale attraverso la Rete che, peraltro, può alimentare processi di vittimizzazione secondaria connessi alle reazioni sociali. La presa di coscienza, da parte della vittima, della possibilità di incontrare qualcuno che abbia visionato le immagini o i video diffusi online costituisce ulteriore fonte di trauma e sofferenza. L’esposizione mediatica può, in alcuni casi, esasperare vissuti di vergogna e di disperazione e favorire situazioni di ritiro sociale e tentativi di suicidio.

A livello internazionale si sono nel tempo individuate forme di collaborazione tra le autorità di polizia e giudiziarie dei singoli Stati membri e organismi specializzati europei, quali Europol, il Centro europeo per la criminalità informatica EC3 e Eurojust, al fine di perseguire con maggiore efficacia gli autori di queste gravi forme di reato. Dal punto di vista della tutela delle persone abusate, degna di rilievo è la Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato atte a promuovere l’adozione di un approccio rispettoso delle esigenze del minore, che ne tenga in considerazione età, maturità, opinioni, necessità e preoccupazioni.

La sottoscrizione di codici di condotta, la promozione di iniziative di autoregolamentazione e la realizzazione sia di linee di emergenza (hotline) e pulsanti di sicurezza, sia di campagne informative finalizzate a prevenire la consumazione di reati di questo tipo e consentire la segnalazione e la rimozione di materiale pedopornografico in Rete sono alcuni progetti promossi dall’Unione europea realizzati dagli stessi fornitori di contenuti e servizi digitali. La Coalizione CEO, costituita da stakeholder e ONG attive nel campo della tutela dei minori, è nata con la finalità di rendere Internet un luogo più sicuro, sotto vari profili, per i bambini. Inhope è invece un’organizzazione non governativa che sviluppa e coordina, su scala internazionale, una rete di hotline con lo scopo di combattere lo sfruttamento sessuale dei minori e la diffusione online di materiale illecito pedopornografico. Tramite le hotline, implementate in diversi paesi nel mondo, è possibile segnalare in qualsiasi momento e in maniera anonima il materiale online che si ritiene di natura pedopornografica. In questo senso, un recente studio della Commissione europea ha, tra l’altro, rilevato che i contenuti segnalati rimossi entro 1-3 giorni sono stati il 60% nel 2011, mentre si attestavano oltre il 90% nel 2014, confermando anche per questi aspetti l’efficacia del programma comunitario pluriennale per la protezione dei bambini che usano le tecnologie della comunicazione.

La Risoluzione del Parlamento europeo 2015/2147(INI)156 invita la Commissione a sostenere politiche e un quadro giuridico volto a contrastare i contenuti e materiali illeciti su Internet, ritenendo necessario assicurare misure speciali per combattere lo sfruttamento sessuale online dei minori e una cooperazione efficace tra tutti i soggetti interessati per garantire i diritti e la tutela dei min  ori. In questa direzione si esprime sempre il Parlamento europeo che, con specifica Risoluzione sul tema, chiede la creazione di validi canali di comunicazione fra gli organi di contrasto, le autorità giudiziarie, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i fornitori di servizi Internet, i fornitori di Internet hosting, le imprese operanti nel settore dei social media, il settore bancario e le ONG, comprese le organizzazioni a favore dei giovani e dei minori, al fine di garantire che i diritti e la tutela dei minori online siano salvaguardati e che i contenuti illeciti siano prontamente rimossi e segnalati alle autorità competenti.

In Italia ha rivestito particolare importanza sotto il profilo del contrasto di questo fenomeno l’introduzione della legge 6 febbraio 2006, n. 38 che stabilisce specifiche responsabilità e specifici obblighi in capo ai fornitori di servizi Internet. La legge ha peraltro introdotto il concetto di pornografia virtuale, intendendo con ciò quel materiale pornografico che ritrae immagini virtuali di persone di minore età o parti di esse. Ha inoltre istituito il Centro Nazionale per il Contrasto della Pedopornografia sulla Rete Internet (C.N.C.P.O.) presso il Ministero dell’Interno, Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni attribuendogli una serie di compiti, tra i quali quello di raccogliere le segnalazioni, effettuare il monitoraggio della Rete e, attraverso la creazione di black-list, attivare le funzioni idonee all’attività di filtraggio dei siti con contenuti pedopornografici.

Di particolare interesse sono poi i lavori condotti dall’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le pari opportunità, che si pone tra gli obiettivi la promozione di studi e ricerche sul fenomeno e la predisposizione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori, il quale costituisce parte integrante del Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza elaborato ogni due anni dall’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza.

La legge 1 ottobre 2012, n. 172 ha ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa del 2007 per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale (Convenzione di Lanzarote) che apporta alcune modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, introducendo peraltro i nuovi reati di adescamento di minorenni, anche attraverso Internet (grooming), di istigazione e apologia di pratiche di pedofilia e di pedopornografia. La Convenzione individua una serie di misure preventive finalizzate a sensibilizzare gli operatori, bambini e la popolazione su tale fenomeno e incoraggia i media a fornire adeguate informazioni sugli aspetti dello sfruttamento e degli abusi sessuali relativi ai minori; stabilisce inoltre misure di supporto e assistenza alle vittime, promuove la denuncia di presunti abusi e di episodi di sfruttamento e prevede l’istituzione di centri di aiuto via telefono o via Internet che consentano di fornire consigli a chi chiama anche a titolo confidenziale e nel rispetto dell’anonimato.

(in AGCOM, Media e Minori. 2.0, pp.30-34, Roma 2018)

 

“Gli sdraiati”. Il silenzio dei padri di fronte ai figli distesi sul divano

Massimo Recalcati

Freud dava ai genitori due notizie, una cattiva e una buona. Quella cattiva: il mestiere del genitore è un mestiere impossibile. Quella buona: i migliori sono quelli che sono consapevoli di questa impossibilità. Come dire che l’insufficienza, la vulnerabilità, la fragilità, il senso dei propri limiti, non sono ingredienti nocivi all’esercizio della genitorialità. Tutt’altro. E’ da queste due notizie che trae linfa Gli sdraiati, il nuovo, imperdibile, libro di Michele Serra che racconta la sua testimonianza singolare di padre. Se nella nostra cultura il tema della paternità è diventato negli ultimi anni un tema egemonico, è perché intercetta una angoscia diffusa non solo nelle famiglie, ma nelle pieghe più profonde del nostro tessuto sociale: cosa resta del padre nell’epoca della sua evaporazione autoritaria e disciplinare? Può esistere ancora una autorità simbolica degna di rispetto? Può la parola di un padre avere ancora un senso se non può più essere la parola che chiude tutti i discorsi, che può definire dall’alto il senso Assoluto del bene e del male, della vita e della morte?

Il padre di cui ci parla Serra attraverso il suo caso personale non nasconde affatto la paradossale “fragilità materna”, la schizofrenica incarnazione dell’autorità che oscilla paurosamente tra la spinta a sgridare e quella a soccorrere, non cancella le contraddizioni del suo parlamento interno, abitato, come quello di tutti – come ricordava giustamente Gilles Deleuze ai rivoluzionari degli anni Settanta – da reazionari che invocano il ristabilimento repressivo dell’ordine. Questo nuovo padre non ha più a che fare con truppe di figli intimoriti dalla sua potenza titanica, né con figli ribelli che contestano la sua azione repressiva. Non si era mai vista prima una cosa del genere, commenta un amico di Serra preparandosi alla vendemmia in una bella mattina d’autunno mentre osserva i ragazzi che preferiscono trascorrere la mattina nei loro letti anziché unirsi ai “vecchi”. “Non si era mai visto prima che i vecchi lavorano mentre i giovani dormono”.

Una mutazione antropologica, come direbbe Pasolini, sembra aver investito i nostri figli. Michele Serra la sintetizza come passaggio dalla posizione eretta a quella orizzontale: eccoli, gli sdraiati, avvolti nelle loro felpe e circondati dai loro oggetti tecnologici come fossero prolungamenti post-umani del corpo e del pensiero. Eccoli i figli di oggi, quelli che preferiscono la televisione allo spettacolo della natura, che non amano le bandiere dell’Ideale, ma che vivono anarchicamente nel loro godimento autistico, eccoli in un mondo dove “tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso”. Eccoli i consumisti perfetti, “il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, l’illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa”.

Non si era mai visto niente di simile a questa generazione. Sia detto senza alcun moralismo, precisa Serra. Non è né bene, né male; è una mutazione, “è l’evoluzione della specie”, come commenta suo figlio.

Gli Sdraiati è un libro tenerissimo dove la consueta ironia e la forza satirica che tutti amiamo in Michele Serra si alterna a momenti struggenti, ad una nostalgia lirica di rara intensità e alla bellezza pura della scrittura. Come quando descrive l’orizzonte metafisico delle Langhe o la resistenza commovente al vento e alla pioggia delle portulache sulla terrazza della casa del mare dei propri avi, o, come quando racconta con stupore la scoperta dell’abitudine del figlio ipertecnologico di raggiungere il tetto della scuola per guardare le nuvole, o quando lo descrive stravaccato sul divano indugiando sul suo volto addormentato che “contiene il suo addio agli anni dell’innocenza”, o come quando, ancora, osserva stupefatto, nelle pagine finali del libro, il figlio oltrepassarlo sul sentiero di montagna del Colle della Nasca che egli dubitava avrebbe mai potuto percorrere sino in fondo.

La giovinezza si palesa innanzitutto nell’odore. Nei versetti dedicati a Giacobbe la Bibbia descrive soavemente l’odore del figlio come quello neutro di un campo. Nell’età della giovinezza, come i genitori sanno bene, questo incanto si rompe. Era stato facile amarli da piccoli, quando l’odore del loro corpo era quello del campo. Adesso invece il corpo sgomita. Una delle etimologie del termine adolescenza significa infatti arrivare ad avere il proprio odore. È quello che accade anche agli sdraiati. Il corpo fa irruzione sulla scena della famiglia con la sua forza pulsionale di cui i calzini puzzolenti che il padre raccoglie con pazienza e disperazione per casa sono una traccia emblematica. Questo corpo spinge alla vita. Ma spinge a suo modo. Senza ricalcare quello che è avvenuto nella generazioni che li ha preceduti. Gli sdraiati sembra facciano collassare ogni possibilità di dialogo. La parola non circola. Sembra vivano in un mondo chiuso allo scambio.

In Pastorale americana di Philip Roth l’impossibilità del dialogo tra le generazioni viene resa spietatamente attraverso le scelte del terrorismo e del fondamentalismo religioso compiute dalla figlia balbuziente per manifestare in questo modo la sua opposizione ostinata al padre. Niente del genere per Gli sdraiati di Serra. Il figlio non sceglie la via dell’opposizione ideologica, della lotta senza quartiere, della rabbia e della rivolta. Egli sembra piuttosto appartenere ad un altro mondo. Così lo guarda suo padre. Senza giudizio, ma come si guarda qualcosa di irraggiungibile, qualcosa che non possiamo governare. Per questo Serra invita le vecchie generazioni a porre fine allo loro assurda guerra che viene descritta – in una atmosfera oniroide alla Blade Runner – come uno scontro epico tra la moltitudine stremata dei Vecchi e la forza resistente dei Giovani.

Il condottiero dei Vecchi Brenno Alzheimer, alias Michele Serra, sa che la sua guerra è sbagliata, sa che è sbagliato odiare la giovinezza, guardarla con lo sguardo torvo e risentito da chi ormai ne è fatalmente escluso, sa che è sbagliato rifiutare la legge irreversibile del tempo. Brenno Alzheimer, diversamente dai padri ipermoderni che esorcizzano il passare del tempo come una maledizione, sa che sono i Giovani a dover vincere la guerra perché è “la bellezza che deve vincere la guerra. La natura deve vincere la guerra, la vita deve vincere la guerra. Voi giovani dovete vincere la guerra”. Il segreto più grande nel rapporto tra le generazioni è quello di saper amare la vita del figlio anche quando la nostra inizia la fase del suo declino. Non avere paura del proprio tramonto è la condizione per la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. E non dispererei che le portulache che sono state oggetto di cura da tre generazioni nella terrazza della casa del mare – “la cura del mondo è una abitudine che si eredita”, scrive Serra – possano trovare nello sdraiato, apparentemente indifferente allo spinozismo panteistico del padre, il loro giardiniere impossibile.

In la Repubblica 06 novembre 2013

 

Violenza. 427 mila bambini testimoni dei maltrattamenti delle loro mamme

Save the Children

In Italia si stima che 427.000 minori, in soli cinque anni, abbiano vissuto la violenza tra le mura domestiche nei confronti delle loro mamme, nella quasi totalità dei casi compiute per mano dell’uomo[1]. Bambini e bambine che assistono direttamente ai maltrattamenti – e di cui a volte sono vittime essi stessi – o che ne prendono coscienza in maniera indiretta notando i lividi, le ferite o i cambiamenti di umore nella loro madre, o osservando porte, sedie o tavoli rotti in casa. Una piaga, quella della “violenza assistita”, ancora poco conosciuta e per lo più sommersa, anche a causa della mancata consapevolezza, da parte degli adulti, della sua gravità e dell’ancora troppo scarso sostegno che viene garantito alle mamme, le quali in molti casi subiscono in silenzio, senza denunciare.

Per accendere i riflettori sul fenomeno della violenza assistita e sottolineare l’urgenza di una strategia per contrastarla, Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – lancia oggi la forte iniziativa di sensibilizzazione Abbattiamo il muro del silenzio e diffonde un nuovo dossier che contiene inedite elaborazioni realizzate dall’Istat per Save the Children con un’ampia analisi qualitativa, oltre che quantitativa, del fenomeno e delle esperienze di violenza subite dalle donne.

Tra le donne che, nella loro vita, hanno subito una qualche forma di violenza più di 1 su 10 ha temuto per la propria vita o quella dei propri figli e in quasi la metà dei casi i loro bambini hanno assistito in prima persona ai maltrattamenti[2].

Le mamme vittime di violenza domestica in Italia, emerge inoltre dal dossier, sono più di 1,4 milioni ma solo una piccola parte – il 7% delle donne che hanno subito violenze ripetute in casa – è fortemente consapevole dei soprusi subiti; tra queste più di 1 su 3 è stata vittima dei maltrattamenti anche durante la gravidanza. Per contro, quasi 550.000 donne vittime di violenza domestica sono vittime silenti, che quasi mai denunciano o si rivolgono a medici e che nel 57% dei casi non considerano la violenza subita come un reato, ma solo come “qualcosa di sbagliato”[3].

“La casa dovrebbe essere per ogni bambino il luogo più sicuro e protetto e invece per tanti si trasforma in un ambiente di paura e di angoscia permanente. Per un bambino assistere ad un atto di violenza nei confronti della propria mamma è come subirlo direttamente. Moltissimi bambini e adolescenti sono vittime di questa violenza silenziosa, che non lascia su di loro segni fisici evidenti, ma che ha conseguenze devastanti: dai ritardi nello sviluppo fisico e cognitivo alla perdita di autostima, da ansia, sensi di colpa e depressione all’incapacità di socializzare con i propri coetanei. Un impatto gravissimo e a lungo termine che tuttavia, nel nostro Paese, è ancora sottovalutato”, ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

“Ề indispensabile mettere in campo un sistema di protezione diffuso capillarmente che non lasci mai da sole le donne ad affrontare il complesso e doloroso percorso di liberazione dalla violenza domestica e che si prenda cura immediatamente dei bambini fin dalle prima fasi in cui questa emerge, senza attendere la conclusione degli iter giudiziari. Ề poi fondamentale che tutti gli adulti che sono a contatto con i minori – a partire dalle scuole e dai servizi sanitari – assumano una responsabilità diretta per far emergere queste situazioni sommerse, attrezzandosi per riconoscere tempestivamente ogni segnale di disagio, senza trascurarlo o minimizzarlo”, ha proseguito Milano.

In concomitanza con il lancio dell’iniziativa, dal 5 al 7 luglio- presso Palazzo Merulana, in via Merulana 121 a Roma – sarà possibile visitare un’installazione immersiva creata da Save the Children per vivere in prima persona il dramma che tanti bambini vivono quotidianamente. Il visitatore potrà infatti entrare in quella che apparentemente è la normale cameretta di un bambino di 7 anni, dove sono tuttavia presenti diversi particolari che possono rivelare il clima di paura che prova un minore che assiste in casa alla violenza nei confronti della propria mamma: un rifugio sotto il letto, un nascondiglio nell’armadio, giocattoli rotti, o libri di scuola rovinati. Grazie alla tecnologia bone conductor (conduzione ossea), le persone vivranno quindi le stesse sensazioni, lo stesso clima di angoscia e di paura che prova nella realtà un minore quando la propria mamma subisce i maltrattamenti tra le mura domestiche.
Per visitare l’installazione e consultare gli orari è necessario prenotarsi al link https://www.eventbrite.it/e/biglietti-abbattiamo-il-muro-del-silenzio-46977735672

Bambini in pericolo

Dal nuovo dossier di Save the Children emerge che tra le donne che in Italia hanno subito violenza nella loro vita – oltre 6,7 milioni secondo l’Istat -, più di 1 su 10 ha avuto paura che la propria vita o quella dei propri figli fosse in pericolo. In quasi la metà dei casi di violenza domestica (48,5%), inoltre, i figli hanno assistito direttamente ai maltrattamenti, una percentuale che supera la soglia del 50% al nord-ovest, al nord-est e al sud, mentre in più di 1 caso su 10 (12,7%) le donne dichiarano che i propri bambini sono stati a loro volta vittime dirette dei soprusi per mano dei loro padri[4]. Per quanto riguarda gli autori delle violenze, i dati sulle condanne con sentenza irrevocabile per maltrattamento in famiglia – più che raddoppiate negli ultimi 15 anni, passando dalle 1.320 nel 2000 alle 2.923 nel 2016 – evidenziano che nella quasi totalità dei casi (94%) i condannati sono uomini e che la fascia di età maggiormente interessata è quella tra i 25 e i 54 anni, l’arco temporale nel quale solitamente si diventa padri o lo si è già[5].

Mamme vittime di violenza domestica: chi sono[6]

Oggi, nel nostro Paese, sono oltre 1,4 milioni le madri che nel corso della loro vita hanno subito maltrattamenti in casa da parte dei loro mariti o compagni. Tra queste, più di 446.000 vittime vivono ancora con il partner violento e spesso non vedono possibili vie di uscita dalla relazione, spesso anche perché non indipendenti dal punto di vista economico. 174.000 mamme che hanno subito violenza dal loro attuale compagno dichiarano che i figli hanno visto o subito direttamente i maltrattamenti. Si tratta, in particolare, di donne che nel 97% dei casi sono sposate, nel 71% sono italiane, nel 41% hanno tra i 30 e i 49 anni, nel 40% dei casi sono casalinghe e in quasi 4 casi su 10 (34%) hanno il diploma superiore.

Prendendo invece in considerazione le oltre 455.000 madri che non vivono più con l’ex partner violento e che hanno dichiarato che i propri bambini hanno visto o subito la violenza, 7 su 10 sono separate o divorziate, 8 su 10 sono italiane, nel 42% dei casi hanno 30-49 anni di età, mentre più di 1 su 3 (34%) è dirigente, imprenditrice, libera professionista, quadro o impiegata, e quasi la metà (46%) ha conseguito il diploma superiore.

La consapevolezza delle conseguenze della violenza assistita sui minori[7]

Del totale di donne che in Italia hanno ripetutamente subito forme di violenza domestica per mano di partner o ex partner – più di 1,6 milioni di donne secondo i dati elaborati dall’Istat per Save the Children – solo il 7% (pari a 118.330 vittime) si è mostrata molto consapevole del reato subito e ha attivato dei percorsi di uscita dalla violenza.

Si tratta, in particolare, di donne che in ben il 75% dei casi sono anche madri e che sono state vittime di violenze fisiche molto evidenti: nell’81% dei casi hanno riportato ferite, nel 36% hanno subito maltrattamenti durante la gravidanza, in più del 19% delle situazioni il partner era in possesso di un’arma e in oltre il 43% era sotto l’effetto di alcool o sostanze stupefacenti. Su queste donne, molto gravi  sono state poi le conseguenze stesse dei maltrattamenti: 1 su 4 ha fatto ricorso ai medicinali, 2 su 5 sono andate in terapia psicologica o psichiatrica, circa 1 su 5 (22%) ha pensato al suicidio e a forme di autolesionismo o non è riuscita a portare avanti le normali attività quotidiane o andare al lavoro per un certo periodo; presentano, inoltre, difficoltà nella gestione dei propri figli (35%), hanno sviluppato forme d’ansia (70%) e disturbi del sonno e dell’alimentazione (65%).Di queste donne, quasi 9 su 10 considerano la violenza subita un reato e nella quasi totalità dei casi (99%) hanno denunciato la violenza subita, ricevendo conseguentemente il supporto necessario per attivare percorsi di uscita dalla violenza che in oltre il 58% dei casi le hanno portate a lasciare il partner violento.

Accanto a queste donne fortemente consapevoli delle violenze subite, tuttavia, ce ne sono moltissime – più di 548.000, il 33% del totale di coloro che hanno subito ripetutamente la violenza domestica –  che, nonostante riportino ferite o altri segni di maltrattamenti e subiscano le conseguenze, anche a lungo termine, dei soprusi perpetrati da partner o ex partner, faticano a dichiarare che i propri figli hanno assistito alle violenze, preferiscono chiudersi nel silenzio e non denunciare quanto subito. Di queste, più della metà (56%) ha figli o convive ancora con il marito o il partner violento, quasi 6 su 10 (57%) considerano la violenza subita solo come qualcosa di sbagliato, ma non un reato, e solo nel 4% delle situazioni hanno sporto denuncia e nel 2% si sono rivolte a un medico o a un consultorio.

“Ề impressionante il numero di donne con bambini, che pur in presenza di continue violenze non denuncia. Questo dato interpella le istituzioni e la comunità civile sulla necessità di garantire ad ogni mamma un clima di fiducia e un sostegno concreto e tempestivo, tale da spezzare la catena della violenza e consentire di riconquistare una vita autonoma e serena. Troppe mamme, ancora oggi, continuano a subire in silenzio con i loro bambini perché si sentono in trappola e non vedono alternative”, ha affermato Raffaela Milano.

“In questo senso, è più che mai urgente e necessario strutturare una strategia di contrasto alla violenza assistita, a partire dal pieno rispetto della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata nel 2013. Occorre creare una vera e propria rete di prevenzione, emersione e protezione che coinvolga istituzioni, enti locali, scuole, servizi territoriali e associazioni. Allo stesso tempo, è necessario potenziare su tutto il territorio nazionale la rete antiviolenza e i servizi psico-sociali territoriali. Ề importante inoltre il coinvolgimento delle scuole, sia sul piano educativo nei confronti dei bambini e dei genitori, che per il riconoscimento precoce delle vittime della violenza domestica, attraverso percorsi formativi qualificati. Ề inoltre essenziale garantire la protezione giuridica dei minori coinvolti nella violenza per consentire l’avvio tempestivo di una presa in carico volta al recupero dei danni subiti, senza attendere l’iter dei processi”, ha concluso Milano.

L’intervento di Save the Children per contrastare la violenza assistita

A fine 2016, Save the Children ha avviato nel territorio di Biella il progetto “I Germogli”: un intervento integrato di accoglienza, prevenzione, sostegno e accompagnamento all’autonomia di nuclei mamma- bambino vittime di violenza assistita. Il progetto consiste in una comunità mamma-bambino in cui vengono ospitate e supportate in un percorso di autonomia e reinserimento sociale, mamme vittime di violenza domestica, ed in un centro polifunzionale che offre percorsi laboratoriali, educativi e di supporto alla genitorialità per le donne del territorio.
Il progetto “Germogli” si inserisce all’interno della più ampia azione dell’Organizzazione di sostegno alle famiglie e ai bambini che si trovano in condizioni di vulnerabilità sociale, educativa ed economica, realizzata attraverso la rete di Punti Luce, Spazi Mamme e Fiocchi in Ospedale attivati da Save the Children su tutto il territorio nazionale.

L’installazione “La stanza di Alessandro”
Ề possibile visitare l’installazione immersiva a Palazzo Merulana giovedì 5 luglio dalle ore 18 alle ore 20; venerdì 6 luglio dalle ore 14 alle ore 20; sabato 7 luglio dalle ore 14 alle ore 20.
Per partecipare è necessario prenotarsi utilizzando il seguente link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-abbattiamo-il-muro-del-silenzio-46977735672

Considerata la sensibilità dei contenuti, la visita dell’installazione è sconsigliata ai minori di 18 anni.

L’installazione immersiva è stata ideata dall’agenzia di comunicazione The Embassy, in collaborazione con ECCETERA, BC TODAY e con il coinvolgimento degli studenti della “Scuola Politecnica di Design”.

Immagini video dell’installazione immersiva sono disponibili al link: https://media.savethechildren.it/?r=10553&k=d87ffeed25

Immagini video dell’installazione immersiva (versione per media online) sono disponibili al link: https://media.savethechildren.it/?r=10570&k=ba3f24a85a

Traccia audio dell’installazione: https://media.savethechildren.it/?r=10551&k=018ae14ead

Una fotogallery dell’installazione al link: https://media.savethechildren.it/pages/search.php?search=%21collection2080&k=f2dd0a8116#

Il tour virtuale dell’installazione immersiva: https://www.savethechildren.it/campagne/abbattiamo-il-muro-del-silenzio/cosa-significa-assistere-a-violenza

Il rapporto “Abbattiamo il muro del silenzio” è disponibile al link: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/abbattiamo-il-muro-del-silenzio-il-dossier

Per ulteriori informazioni:

Ufficio Stampa Save the Children
Tel 06-48070023/63/81/82
ufficiostampa@savethechildren.org
www.savethechildren.it

[1]Stima Save the Children a partire dai dati diffusi dall’Istat nel 2015, relativa all’arco temporale 2009-2014. Sono state prese in considerazione solo le donne con figli dai 30 ai 54 anni (che presumibilmente avevano figli minorenni all’epoca delle violenze, considerando anche l’età media al primo figlio in Italia), che hanno subito violenza nel corso dell’ultimo anno o nel corso degli ultimi 5 anni. La stima dei figli minorenni è stata poi calcolata sul numero medio di figli per donna.

[2] Fonte: indagine Istat 2015

[3] Elaborazione Istat per Save the Children sui dati rilevati nel 2014

[4] Fonte: indagine Istat 2015

[5] Fonte: elaborazione Save the Children su dati Istat, 2016

[6] Elaborazione Istat per Save the Children sui dati rilevati nel 2014

[7] Elaborazione Istat per Save the Children sui dati rilevati nel 2014

Infanzia. Violenza: diffusione, conseguenze, prevenzione, normative

1. DEFINIZIONE

La violenza sui bambini/e è un fenomeno preoccupante e diffuso in tutto il mondo: nel 2015 circa tre bambini/e su quattro (1,7 miliardi di minori) hanno vissuto una qualche forma di violenza interpersonale. In particolare, 1,3 miliardi di bambini/e sono stati sottoposti a qualche forma di punizione corporale, 261 milioni di scolari hanno sperimentato violenza da parte dei loro coetanei, mentre 100.000 bambini/e sono stati vittime di omicidio. A fronte di dati così drammatici, è bene precisare che la violenza contro i bambini/e è un fenomeno comunque sottostima- to, come calcolato dalla stessa WHO.

La forma di violenza più diffusa, tuttavia, è la violenza in famiglia; i bambini e le bambine sono infatti maltrattati soprattutto nell’ambiente che dovrebbe più di tutti garantire loro sicurezza e protezione. Tra il 60% e il 70% dei bambini/e tra i 2 e i 14 anni di età ha vissuto episodi di violenza emotiva da parte dei propri caregiver e nei soli Paesi industrializzati circa il 58% dei bambini/e ha subito una qualche forma di disciplina violenta in casa. La violenza non risparmia neppure i più piccoli: secondo dati raccolti in 30 Paesi, sei bambini su dieci tra i 12 e i 23 mesi sono soggetti a disciplina violenta e di questi almeno la metà è esposta ad abusi verbali. Contrastare il maltrattamento in famiglia può risultare inoltre particolarmente complicato, poiché la sfera familiare, in molte culture e società, viene ancora considerata come un ambito privato e come tale è difficile non solo stimare il fenomeno, ma anche intervenire adeguatamente.

La violenza contro i bambini/e e in particolare il maltrattamento e la trascuratezza in famiglia – oggetto di questa ricerca – non devono essere considerati esclusivamente come l’effetto di un raptus momentaneo che porta i genitori o i caregivers a essere violenti nei confronti dei minori, ma come un fenomeno che ha radicate origini culturali e sociali: per esempio, poco più di un caregiver su quattro (più di un miliardo di persone) ritiene accettabile l’uso di punizioni corporali per crescere i propri figli e figlie. Al maltrattamento inoltre spesso si accompagna la trascuratezza: nel mondo il 16,3% dei bambini/e è vittima di negligenza fisica e il 18,4% di trascuratezza emotiva. Infine, sono 176 milioni i bambini/e sotto i 5 anni di età che vivono con una madre vittima di violenza domestica, situazione che può metterli a rischio di ulteriori maltrattamenti.

I numeri sono allarmanti, e ancora più allarmante è il fatto che il maltrattamento sui bambini/e è un fenomeno sottostimato, principalmente a causa di cinque fattori:

• accettazione della violenza a livello sociale: determinati comportamenti (per es.: le punizioni corporali) possono essere considerati come socialmente accettabili e quindi non sono visti come forme di violenza contro i minori;

• stigma: le famiglie possono sentirsi messe sotto accusa e socialmente isolate nel caso emergano episodi di maltrattamento;

• paura: i bambini e le bambine possono temere di es- sere colpevolizzati e puniti se rivelano gli abusi subiti. Anche altri componenti della famiglia potrebbero non rivelare che cosa accade al suo interno per paura di ritorsioni;

• dipendenza: i bambini/e dipendono per la propria sopravvivenza dagli adulti che li abusano;

• incapacità dei bambini/e di riportare un abuso subìto perché troppo piccoli.

In particolar modo, l’accettazione sociale della violenza porta inevitabilmente alla minimizzazione e/o negazione del problema e alla sua riduzione a dimensione soggettiva/ privata/familiare alla quale non si riconosce una dimensione di carattere sociale. Questa incapacità culturale di cogliere la dimensione sociale del maltrattamento sui minori impedisce una piena assunzione di responsabilità da parte della collettività e, di conseguenza, la costruzione di efficaci politiche di intervento.

Come nel resto del mondo, anche in Europa il maltratta- mento e la trascuratezza sono fenomeni diffusi e potenzialmente sottostimati. Secondo WHO-European Region, in Europa circa 18 milioni di bambini/e sono vittime di abusi sessuali, 44 milioni sono vittime di abuso fisico e 55 milioni di abusi mentali. Si stima inoltre che in Europa al- meno 850 bambini/e sotto i 15 anni muoiano a seguito di maltrattamenti subiti, anche se non tutti i maltrattamenti hanno conseguenze fatali.

Questi dati si inseriscono in un contesto in cui, come rileva la WHO, le disfunzioni a livello familiare sono significative, con tassi che variano dal 16,4% dei bambini/e che hanno un componente della famiglia con problemi di dipendenza dall’alcol, al 14,6% di bambini/e che hanno vissuto in prima persona una situazione di violenza tra i genitori, al 14,1% di bambini/e con genitori separati, al 10% di bambini/e con un componente familiare che ha problemi di salute mentale, fino al 5,3% di bambini/e con un componente della famiglia in carcere e al 2,6% di bambini/e che hanno un componente della famiglia con problemi di dipendenza da droghe.

Per quanto riguarda il nostro Paese, secondo i dati dell’Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia10 sono 47,7 su 1.000 i minorenni seguiti dai servizi sociali, per un totale di 457.453 bambini/e: 234.904 maschi e 200.048 femmine. Di questi 457.453 si stima che i bambini/e vittime di maltrattamento siano 91.272. In particolare: il 47,1% dei bambini/e maltrattati è vittima di grave trascuratezza materiale e/o affettiva, il 19,4% ha assistito a episodi di violenza domestica, il 13,7% ha sofferto di abusi psicologici, il 6,9% è stato vittima di abusi fisici e il 4,2% di abusi sessuali. Il nostro Paese, prosegue la ricerca, ha un indice di prevalenza del maltratta- mento minore rispetto ad altri Paesi europei: se l’indice di prevalenza si attesta al 9,5‰ per l’Italia, in Canada si arriva al 9,7‰, in Inghilterra all’11,2‰, e negli Stati Uniti al 12,1‰. Per quanto riguarda l’età dei bambini e delle bambine maltrattati, i dati della ricerca CISMAI-Terre des Hommes rilevano che i bambini/e e ragazzi/e in carico ai servizi sociali perché a rischio o vittime di maltrattamento sono segnalati ai servizi sociali soprattutto in età adolescenziale, mentre la fascia di età 0-3 anni rappresenta solo il 29% dei bambini/e che sono presi in carico dai servizi sociali. Ciò significa che i servizi sociali intervengono quando i bambini e le bambine sono già stati danneggiati, potenzialmente a lungo termine, da comportamenti violenti.

Il più recente rapporto di Terres des Hommes La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo (2017)11 evidenzia come la violenza domestica sia la causa più significativa della gran parte dei reati contro i bambini: nel 2016 in- fatti nel nostro Paese sono stati 1.618 i bambini/e vitti- me di maltrattamento in famiglia (di cui il 51% bambine), con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Aumentano inoltre in modo preoccupante (+23%) i bambini/e vittime di disciplina violenta, mentre diminuiscono lievemente gli abusi sessuali di minori di 14 anni (-11%), per l’80% bambine. Continuano inoltre a giocare un ruolo importante nel contesto italiano alcuni stereotipi di genere che normalizzano se non l’uso della violenza, comunque una posizione subordinata di donne e bambini/e all’interno delle famiglie che può a sua volta giustificare comportamenti violenti nell’ambito domestico. A questo

proposito l’Osservatorio adolescenti italiani su violenze e stereotipi di genere, social network e sicurezza in rete dichiara che il 44,3% dei ragazzi intervistati ritiene che sia l’uomo a “dover dirigere la famiglia”. Inoltre, in Italia, la figura paterna è ancora percepita come autoritaria: i padri italiani sembrano avere uno stile educativo più rigido delle madri, con una maggiore propensione alle punizioni corporale.

2 LE CONSEGUENZE PERSONALI, RELAZIONALI, SOCIALI ED ECONOMICHE SUI BAMBINI/E E SUI FUTURI ADULTI

Le conseguenze del maltrattamento e della trascuratezza sui bambini/e dipendono dal tipo di abuso a cui i bambini e le bambine sono sottoposti, ma occorre sottolineare che tutte le forme di maltrattamento hanno conseguenze gravi non solo sui bambini/e, ma anche sulla società.

In primo luogo, il maltrattamento assume forme diverse e dunque ha conseguenze dissimili a seconda dell’età dei bambini/e. Il report Ending Violence in Childhood evidenzia come il maltrattamento possa iniziare sin dal periodo prenatale: dati della WHO riportano infatti che tra il 4% e il 12% delle donne incinte nel mondo hanno subìto violenze durante la gravidanza. La violenza contro le future madri rappresenta un rischio per i neonati che possono avere un peso minore alla nascita e presentare disabilità mentali o fisiche se le madri sono vittime di violenza. Nella fascia di età 2-4 anni aumenta invece il rischio di violenza fisica in famiglia. Secondo i dati23, tra il 50% e il 60% dei bambini/e è stato vittima di violenza fisica da parte di un caregiver o di un genitore. Nel periodo preadolescenziale e adolescenziale, oltre a permanere il rischio di maltrattamento e trascuratezza in ambito familiare, aumentano anche i rischi legati al bullismo a scuola e, specie per le bambine, il rischio di violenza sessuale.

In particolare, le conseguenze del maltrattamento e della trascuratezza si distinguono in 1) danni a breve termine e immediati per i bambini/e a livello fisico, psicologico ed emotivo e 2) danni a medio-lungo termine della violenza, sia per l’individuo che per la società.

I danni a breve termine, difficili da rilevare e da definire con precisione, possono riguardare gli abusi di natura fisica e conseguenze quali fratture, lividi e bruciature. In casi particolarmente acuti di violenza in famiglia, bambini e bambine possono avere sintomi ricollegabili alla sindrome post-traumatica e depressione. Nel caso di abusi sessuali, le conseguenze di breve periodo sono l’ansia verso il futuro oppure la trasmissione di malattie veneree. Indizi di abusi emotivi, invece, possono essere il cambiamento nel comportamento di bambini e bambine, pianto costante etc. Tuttavia, gli alti livelli di instabilità familiare e l’incidenza di patologie psicologiche dei genitori rendono complicato de- terminare quali conseguenze specifiche siano riconducibili al maltrattamento e abuso e quali invece siano determinate dall’impatto di problematiche legate alla salute mentale dei genitori. È bene inoltre ricordare che anche forme più “lievi” di maltrattamento come le punizioni corporali possono costituire un fattore predittivo per sentimenti di an- sia e depressione per bambini/e e giovani adulti.

Le conseguenze a lungo termine del maltrattamento ai bambini/e dipendono da una serie di fattori che possono mediare o esacerbare il trauma subìto, tra i quali “il tipo di evento traumatico e la causa, l’età in cui avviene il trauma, la sua durata nel tempo, la presenza, il tipo e l’inter- connessione con altri fattori di rischio e di protezione”. Numerosi studi hanno inoltre rilevato che coloro che sono vittime di molteplici tipi di maltrattamento o sono vittimizzati più volte hanno maggiori possibilità di subire conseguenze a lungo termine. Lo studio The Effects of Child Abuse and Exposure to Domestic Violence on Adolescent Internalizing and Externalizing Behavior Problems sottolinea che gli adolescenti che da bambini/e sono stati esposti sia ad abuso che a violenza domestica sono maggiormente a rischio di subire conseguenze a lungo termine derivanti da questa doppia esposizione.

Le conseguenze a lungo termine di natura fisica dei maltrattamenti possono derivare da abusi fisici subiti da bambini/e – che possono determinare ad esempio danni al sistema immunitario con effetti nel lungo periodo – oppure da una maggiore incidenza di comportamenti dannosi per la propria salute adottati dai bambini/e abusati una volta divenuti adulti. Dati USA riportano che nei tre anni successivi alle indagini per maltrattamento, il 28% dei bambini/e che ne erano vittime aveva sviluppato una malattia cronica. Gli abusi durante l’infanzia sono inoltre stati collegati a malattie quali il diabete, l’asma, l’obesità nell’adolescenza e l’ipertensione in età adulta. L’abuso e la trascuratezza dei bambini/e hanno inoltre conseguenze negative sullo sviluppo cerebrale, con possibili problemi per le abilità cognitive, linguistiche e accademiche delle vittime di abusi, nonché sulla probabilità di sviluppare malattie mentali. L’impatto dei maltrattamenti sulla salute mentale dei maltrattati, una volta diventati adulti, è particolarmente drammatico: la ricerca The Long-Term Health Consequences of Child Physical Abuse, Emotional Abuse, and Neglect: A Systematic Review and Meta-Analysis ha rilevato che gli abusi fisici possono portare a depressione, ansia, disturbi dell’alimentazione nonché al tentativo di suicidio o all’utilizzo di droghe in seguito alla contrazione di malattie sessuali. Gli abusi emotivi e la trascuratezza possono

portare a depressione, ansie, tentativi di suicidio e abuso di droghe. Lo studio americano ACE (Adverse Childhood Experiences) – una delle ricerche più complete e autorevoli in materia – ha dimostrato che i traumi e le esperienze avverse durante l’infanzia incidono significativamente sulle maggiori cause di morte negli Stati Uniti e determinano una qualità della vita inferiore. In particolare, i dati ACE rilevano che circa il 54% dei casi di depressione e il 58% dei casi di tentativi di suicidio di donne sono collegati a esperienze negative nell’infanzia. Per quanto riguarda nello specifico gli abusi di natura sessuale, ulteriori disturbi comporta- mentali che possono insorgere come conseguenza a lungo termine sono: l’automutilazione, l’attività sessuale frequente e indiscriminata, la sovralimentazione compulsiva e cronica, le spese folli, l’attività ad alto rischio.

Disturbi del comportamento sono poi rilevati più spesso tra bambini e bambine maltrattati rispetto a quelli che non ne sono vittima. Secondo dati del National Survey of Child and Adolescent Well-Being, più della metà dei bambini/e presi in carico per maltrattamento corre un rischio maggiore di soffrire di problemi emotivi o comportamentali. Oltre ai danni fisici e psicologici, i bambini e le bambine vittime di abusi sono più esposti al rischio di adottare comportamenti dannosi per la salute: ad esempio, i bambini/e vittime di abusi di natura fisica sono a maggior rischio di abuso di alcol una volta diventati giovani adulti.

Infine, essere esposti a violenza nell’ambiente familiare e domestico porta a introiettare la violenza come risposta “adeguata” a situazioni di stress. Di conseguenza, coloro che sono vittime di maltrattamento e trascuratezza durante l’infanzia rischiano di perpetuare il ciclo della violenza, maltrattando a loro volta figli e partner. Secondo il report Ending Violence in Childhood, il più importante fattore predittivo della possibilità per bambini/e di usare comportamenti violenti da adulti è essere cresciuti in un ambiente familiare caratterizzato da violenza domestica. Lo studio di Makkai e Mouzos – che si basa su dati australiani – ha rilevato invece che le donne che sono state vittime di violenza durante l’infanzia, o che sono state testimoni di violenza familiare, possono essere più a rischio di subire violenza domestica nel futuro; in particolare, il 72% delle donne che ha subìto abusi fisici o sessuali da bambina è stata nuovamente vittima di violenza da adulta, contro il 43% delle donne che non è stata vittima di abusi nell’infanzia. In Italia, secondo la ricerca Vite in Bilico41, il 64% delle donne vittime di abusi sessuali ha vissuto situazioni

familiari ad alta conflittualità, e il 48% ha assistito ad aggressioni verbali e offese verso un familiare nell’infanzia. Tuttavia, il ciclo della violenza non è destinato a ripetersi in modo ineluttabile, poiché è un effetto delle interazioni tra fattori di rischio, fattori protettivi e contesto sociale. Studi condotti negli USA e in Gran Bretagna evidenziano che la maggioranza degli individui che sono stati vittime di mal- trattamento non sono violenti nei confronti dei propri figli. Le stime sulla percentuale di persone abusate che a loro volta maltrattano i figli variano dall’8% al 40%.

Per quanto riguarda invece i costi economici legati al mal- trattamento, sono state effettuate alcune stime che non riguardano esclusivamente il maltrattamento in ambito familiare; tuttavia, i numeri sono utili per comprendere quanto costa non investire adeguatamente nella prevenzione della violenza contro i bambini/e, in ogni sua forma. Stime UNICEF per gli USA rilevano che i costi durante tutto il corso della vita legati al maltrattamento di bambini/e ammontano a circa 124 miliardi di dollari all’anno (la stima include cure sanitarie, spese legate ai servizi sociali, spese legali, produttività e guadagni mancati). Dati del Copenhagen Consensus Center hanno invece stimato il costo totale della violenza contro i bambini/e al mondo in 3,7 trilioni di dollari, una cifra che equivale al 4,3% del PIL globale – la stima include omicidi, abusi e violenze sessuali. Per ciò che concerne specificamente gli abusi non fatali (come per esempio le punizioni corporali), per Europa e Asia Centrale il costo è stimato in 173 miliardi di dollari (pari al 3,16% del PIL della regione considerata); per gli abusi sessuali i costi sono invece pari a 1,1 miliardi di dollari. Inoltre, dati WHO mostrano che i costi economici relativi alla violenza sui bambini/e ammontano ogni anno a 1,14 miliardi di sterline nel Regno Unito e a 11 miliardi di euro in Germania45. Infine, per quanto riguarda il nostro Paese, lo studio del 2013 Tagliare sui Bambini è davvero un risparmio? a cura di CISMAI, Università Bocconi e Terre des Hommes riporta che il costo dei maltrattamenti sui bambini/e in circa 13,056 miliardi di euro annui, che equivalgono allo 0,84% del PIL. I costi diretti ammontano a 338,6 milioni di euro, mentre i costi indiretti a 12,7 miliardi di euro. I nuovi casi di maltrattamento, prosegue lo studio, costano all’Italia ben 910 milioni di euro all’anno.

Più difficili da stimare, e potenzialmente molto maggiori, sono i costi indiretti legati alle conseguenze dei maltrattamenti sullo sviluppo dei minori che ne sono stati vittime: la violenza può per esempio incidere sullo sviluppo neurologico di bambini/e, determinando problemi di salute nel lungo periodo e maggiori difficoltà nel conseguire un livello di istruzione che possa garantire occupazioni più remunerate. Inoltre, come conseguenza dei maltrattamenti, bambini e bambine possono sviluppare problemi comportamentali che a loro volta rendono più complicato il loro percorso scolastico e lavorativo.

A fronte di costi in termini di benessere dei bambini e delle bambine e di costi per la società, è evidente l’urgenza di investire nella prevenzione del maltrattamento all’infanzia.

3 I BENEFICI DELLA PREVENZIONE

Considerando le conseguenze personali, relazionali, sociali ed economiche del maltrattamento all’infanzia esposte nel paragrafo precedente, è indubbio che un approccio preventivo è certamente più efficace rispetto ad azioni di carattere curativo.

La letteratura scientifica in questo senso restituisce una nutrita casistica dei benefici che la prevenzione del maltrattamento può apportare. Tra gli interventi più efficaci, ad esempio, si possono ricordare i programmi di supporto per le famiglie a rischio durante i primi anni di vita dei figli/e. I programmi prevedono visite domiciliari di operatori sociali e/o volontari che supportano i genitori (o i futuri genitori); tali interventi determinano un miglioramento del- le capacità genitoriali e dell’ambiente familiare influendo positivamente sullo sviluppo dei bambini/e e allo stesso tempo riducendo la probabilità che vengano maltrattati. Secondo Howard e Brooks-Gunn, i maggiori beneficiari di questo tipo di interventi sono soprattutto le madri, specialmente se molto giovani e al primo figlio48. La buona pratica Home-Start, ad esempio, è rivolta a famiglie e madri con bambini/e di età inferiore ai 5 anni con uno scarso supporto sociale. Il programma, fondato nel 1973 in Gran Bretagna e implementato in 22 Paesi europei, prevede che dei volontari facciano visita alle famiglie ogni settimana per 3-4 ore, occupandosi dei bambini/e e fornendo un generale supporto alla vita quotidiana. Anche se Home-Start non ha l’obiettivo esplicito di combattere il maltrattamento e la trascuratezza infantile, è indubbio che le visite domiciliari influiscano positivamente su fattori di rischio per il maltrattamento quali la depressione delle madri e i problemi comportamentali dei bambini/e.

Altra esperienza efficace è quella del programma “Partnering with Families”, lanciato nel 2013 dal governo serbo in partnership con UNICEF e la Novak Dokovic Foundation e rivolto a bambini/e particolarmente marginalizzati, quali bambini/e Rom, di famiglie povere e con disabilità. A seguito di rilevazioni sui genitori di tali categorie di bambini, il programma ha individuato le famiglie a rischio che non avevano mai ricevuto informazioni atte a prevenire eventuali abusi, offrendo loro visite domiciliari e facilitando l’accesso a servizi di cura o a contributi per la disabilità. Grazie a tale intervento si sono osservati miglioramenti sulla salute dei bambini/e e si è evidenziata una diminuzione delle punizioni corporali nell’80% dei casi.

Anche le attività di empowerment ed educazione rivolte a bambini e bambine possono svolgere un ruolo importante nella prevenzione del maltrattamento: in Croazia nel periodo 2007-2008 è stata realizzata la campagna mediatica “Šutnja nije zlato” (“Il silenzio non è d’oro”) che prevedeva anche attività nelle scuole superiori per sensibilizzare sui diversi tipi di violenza di genere, tra i quali la violenza domestica.

In Irlanda il programma “Stay Safe”, rivolto ai bambini e alle bambine delle scuole elementari, si pone invece l’obiettivo di prevenire il maltrattamento sui minori e il bullismo, includendo anche una formazione specifica per i genitori e per gli insegnanti. Una valutazione condotta tre mesi dopo la realizzazione del programma ha rilevato miglioramenti negli studenti e nelle studentesse in termini di conoscenze, capacità e autostima.

Particolarmente importanti a fini preventivi sono gli interventi volti a contrastare alla radice norme sociali che normalizzano la violenza contro i bambini/e. Uno degli strumenti più efficaci in questo senso è la legislazione che deve contrastare la normalizzazione di comportamenti violenti e lesivi dei diritti dei bambini. Un esempio a supporto di tale affermazione è dato dalla legislazione che proibisce le punizioni corporali in famiglia, dimostratasi efficace nel produrre non solo un cambiamento culturale significativo, ma anche importanti vantaggi sociali ed economici. È stato infatti calcolato che eliminando le punizioni corporali si produce un ritorno economico pari a 11 dollari per ogni dollaro speso in prevenzione.

La fonte normativa internazionale più autorevole su questo argomento è il Commento n° 8 (2006) del Comitato ONU sui diritti dell’infanzia che riguarda esplicitamente

il diritto dei bambini/e alla protezione dalle punizioni corporali. Grazie anche a questo documento, ad oggi circa 60 Paesi57 nel mondo hanno emanato leggi che proteggono i bambini/e dalle punizioni corporali, ivi compreso l’ambito familiare. Il primo Paese ad aver adottato una legge contro le punizioni corporali è stata la Svezia nel 1979, seguita dalla Finlandia (1983) e dalla Norvegia (1987). Tali leggi miravano principalmente a innescare un cambiamento culturale che rendesse inaccettabile l’uso di punizioni corporali verso i bambini/e. In Svezia l’implementazione della legge, accompagnata da un’attività di sensibilizzazione sulla popolazione, ha ottenuto buoni risultati: nel 1980 più del 30% dei genitori dichiarava di aver usato punizioni corporali nei confronti di figli e figlie, mentre nel 2000 era solo il 10% a farlo.

Nonostante i progressi però, attualmente solo il 9% dei bambini/e sotto i 5 anni di età vive in un Paese dove le punizioni corporali in famiglia sono proibite; ciò significa che 607 milioni di bambini/e nel mondo non sono ancora protetti a livello legale dalle punizioni corporali.

(in CESVI, LIberiTutti, Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, pp. 10-14, 2018)

PER LEGGERE LA RICERCA VEDI:

https://www.cesvi.org/wpcontent/uploads/2018/05/LiberiTutti_Indice_Maltrattamento_Cesvi.pdf