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Il destino dei bambini poveri

Chiara Saraceno

Nascere e crescere poveri riduce fortemente le possibilità di godere di buona salute. C’è, ad esempio, una correlazione tra povertà e obesità nei bambini e ragazzi. Ma essere poveri riduce anche la possibilità di sviluppare appieno le proprie capacità, a partire da quelle cognitive. I bambini delle famiglie più povere hanno infatti, rispetto ai loro coetanei, una forte probabilità di fallimento scolastico, rischiano di lasciare precocemente la scuola e di non raggiungere livelli minimi di apprendimento in italiano e matematica.

Le disuguaglianze quindi si formano e riproducono già nell’infanzia, lasciando il loro imprinting non solo sulle risorse disponibili, ma sui corpi e le menti dei più piccoli. Questo svantaggio riguarda in Italia più di un minore su dieci, se ci si limita alla povertà assoluta, percentuali più alte se si allarga lo sguardo ad altre forme di deprivazione. Si tratta in prevalenza di italiani, anche se tra gli stranieri l’incidenza è più alta. Non ci si può quindi sorprendere che alcuni bambini e ragazzi si ribellino a questa ingiustizia sfidando, anche violentemente, la società che, inchiodandoli alle loro condizioni famigliari, sociali, di quartiere, nega loro le opportunità di crescere.

La buona notizia è che non si tratta di un destino ineluttabile, contro il quale non si può fare nulla. Lo ricordava qualche giorno fa su questo giornale Marco Rossi-Doria e lo mostra il Rapporto 2018 di Save the Children “Illuminiamo il futuro” dedicato ai bambini e ragazzi che “nuotano contro la corrente”. Anche quelli che vivono in famiglie e quartieri poveri e in contesti in cui può essere forte la tentazione di prendere scorciatoie per sfogare la frustrazione o farsi valere, possono maturare la pazienza necessaria per investire sul proprio sviluppo, per dedicare energie a quel progetto di lungo periodo che è lo sviluppare le proprie capacità. Purché incontrino luoghi, persone, esperienze accoglienti e capaci di riconoscere e far fiorire le attitudini.

Non sempre basta avere genitori straordinari, capaci di trasmettere ai figli quella che l’antropologo Appadurai ha chiamato la capacità di aspirare nonostante la povertà e le condizioni obiettive di emarginazione. È importante anche la disponibilità precoce, già nella primissima infanzia, di servizi educativi che aiutino a liberare e arricchire le potenzialità dei bambini. È necessaria una scuola capace (e con le risorse necessarie) di accogliere, motivare, sostenere chi non ha alle spalle contesti famigliari e sociali favorevoli e che non concentri negli stessi spazi i bambini e ragazzi più disagiati.

Ma sono anche importanti contesti e comunità locali in grado di offrire a questi bambini e ragazzi non solo “luoghi sicuri”, ma luoghi, attività di vario genere, relazioni, che arricchiscano la loro esperienza, facendo così maturare sia il loro interesse, sia le loro capacità, cognitive, emotive, relazionali, estetiche, analogamente a quanto avviene ai loro coetanei più fortunati. Che li facciano diventare resilienti, per usare un termine oggi di moda. Perché la resilienza non è né naturale né gratuita. Va coltivata da una comunità che da un lato offre opportunità educative formali e informali ai più vulnerabili tra i bambini e ragazzi, dall’altro lato, oltre a garantire un livello minimo di reddito a chi si trova in povertà, si preoccupa di costruire condizioni di contesto — lavoro, sicurezza, abitazioni decenti — che non mettano in scacco la resilienza e la capacità di aspirare faticosamente conquistate.

in “la Repubblica” del 17 maggio 2018

Scuola. Alunni con disabilità

Sono 254.366 le alunne e gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane di ogni ordine e grado, il 2,9% del totale della popolazione studentesca. In totale, nell’anno scolastico 2016/2017 il 43,3% delle classi, comprese quelle della scuola dell’infanzia, aveva almeno un’alunna o un alunno disabile al suo interno.

È quanto emerge dalla pubblicazione sui “Principali dati relativi agli alunni con disabilità per l’a.s.2016/2017” disponibile da oggi sul sito del MIUR. Rispetto alla precedente rilevazione, effettuata nell’anno scolastico 2014/5015, le studentesse e gli studenti con disabilità risultano in aumento (+8,3%).

In termini assoluti, è la scuola primaria a registrare la presenza più elevata di alunne e alunni con disabilità, 90.845. Mentre è la scuola secondaria di I grado ad avere la più alta incidenza di disabili sul totale della sua popolazione studentesca, pari al 4%.

Osservando la distribuzione rispetto alle scuole statali e non, dall’indagine emerge che il 93% delle alunne e degli alunni con disabilità frequenta le scuole statali che hanno una media di presenze, rispetto al totale della propria popolazione studentesca del 3,1% contro l’1,6% delle non statali.

A livello territoriale si evidenzia una diversa distribuzione di alunne e alunni con disabilità. Se nel complesso del sistema scolastico italiano sono pari al 2,9% del totale, nel Centro Italia sono il 3,1% (51.259 alunne e alunni), al Nord-Est sono il 2,6% (42.353 alunne e alunni), nel Nord-Ovest  sono il 3% (66.804 alunne e alunni), al Sud sono il 2,9% (93.950 alunne e alunni). A livello regionale, la punta massima si registra in Abruzzo con una percentuale media del 3,6% e la minima in Basilicata con il 2,2%.

Nel 96,1% dei casi la disabilità è di tipo psicofisico. Nella scuola di II grado il 23,6% delle studentesse e degli studenti con disabilità frequenta un liceo, il 26,6% un istituto tecnico e il 50% un istituto professionale.

A partire dall’anno scolastico 2009/2010 si è registrato un miglioramento del rapporto numerico tra alunne/alunni disabili e posti di sostegno, passando da 2,09 alunni a 1,80 nell’anno scolastico 2016/2017. La percentuale del contingente dei docenti di sostegno sul totale del corpo docente è passata dall’8,6% del 2001/2002 al 16,3% del 2016/2017.

PER SAPERNE DI PIU’ VEDI

http://www.miur.gov.it/documents/20182/0/FOCUS_I+principali+dati+relativi+agli+alunni+con+disabilit%C3%A0_a.s.2016_2017_def.pdf/1f6eeb44-07f2-43a1-8793-99f0c982e422

Povertà educativa. “Pochi riescono a uscire dallo stato di disagio delle famiglie”

Luisiana Gaita

La diffusione del nuovo rapporto, curato da Save the Children, “Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia” accompagna il lancio della campagna ‘Illuminiamo il Futuro’ e l’avvio della petizione on line per chiedere il recupero di spazi pubblici in stato di abbandono da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per bambini e adolescenti.

Un Paese vietato ai minori, dove quasi un milione e 300mila bambini e ragazzi, il 12,5% del totale, vive in povertà assoluta, oltre la metà non legge un libro, quasi uno su tre non usa internet e più del 40 per cento non fa sport. Ma, soprattutto, l’Italia è un Paese dove i minori non riescono a emanciparsi dalle condizioni di disagio delle loro famiglie e non hanno opportunità educative e spazi per svolgere attività sportive, artistiche e culturali, sebbene siano moltissimi i luoghi abbandonati e inutilizzati. La diffusione del nuovo rapporto di Save the Children ‘Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia accompagna il lancio della campagna Illuminiamo il Futuro per il contrasto alla povertà educativa e l’avvio della petizione on line su www.illuminiamoilfuturo.it per chiedere il recupero di tanti spazi pubblici in stato di abbandono e degrado da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per i bambini e gli adolescenti.

Alla petizione si legano i dieci luoghi simbolici vietati ai minori in Italia: da un’ex scuola elementare nella periferia di Milano a un teatro abbandonato a Torino, dai parchi in condizioni di degrado nelle periferie di Roma e Napoli, sino a L’Aquila, città simbolo vietata ai bambini, ma anche agli adulti, e al Parlamento, il luogo per eccellenza dove troppo spesso la voce dei minori è inascoltata.

EMANCIPARSI DAL DISAGIO – Dal rapporto emerge che i quindicenni che vivono in famiglie disagiate hanno quasi 5 volte in più la probabilità di non superare il livello minimo di competenze sia in matematica che in lettura rispetto ai loro coetanei che vivono in famiglie più benestanti (24% contro 5%). Tuttavia, tra questi minori, spicca una quota di ‘resilienti’, ragazzi e ragazze che raggiungono ottimi livelli di apprendimento anche provenendo da famiglie in gravi condizioni di disagio.

Come favorire la loro resilienza? Uno studio inedito contenuto nel nuovo dossier di Save the Children dimostra che i fattori che aiutano i ragazzi ad emanciparsi dalle situazioni di disagio sociale ed economico sono l’aver frequentato un asilo nido (+39% di probabilità), una scuola ricca di attività extracurriculari(+127%), dotata di infrastrutture adeguate (+167%) o caratterizzata da relazioni positive tra insegnanti e studenti (+100%). Di contro, per i minori le probabilità di sviluppare percorsi di resilienza si riducono tra il 30% e il 70% se vivono in contesti segnati da alti tassi di criminalità minorile e dispersione scolastica e di quasi due volte se risiedono in aree dove la disoccupazione giovanile è più alta della media nazionale.

LA POVERTÀ EDUCATIVA – “È dunque fondamentale – spiega l’organizzazione – investire su questi aspetti per fronteggiare la drammatica condizione di povertà educativa che colpisce i minori in Italia”. Quasi il 14% dei ragazzi abbandona gli studi prima del tempo, circa la metà degli alunni non usufruisce della mensa a scuola, il tempo pieno è assente da sette classi delle scuole primarie e da nove classi delle scuole secondarie su dieci, mentre appena un bambino su dieci frequenta l’asilo nido o un servizio per la prima infanzia.

IL DIVARIO TRA NORD E SUD – Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Molise occupano i primi cinque posti della triste classifica della povertà educativa in Italia, secondo il nuovo indice di povertà educativa elaborato dall’Organizzazione. Al contrario, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Emilia Romagna sono le aree che offrono maggiori opportunità educative per i minori. Se in Italia la percentuale di ragazzi che abbandona precocemente gli studi è una delle più alte in Europa, è vero che raggiunge livelli ancor più elevati in Sicilia (23,5%), Sardegna e Campania (18,1%). L’Umbria, di contro, figura come la regione più virtuosa in tal senso con un 6,7%. E se quasi 9 bambini su 10 (l’87%) non vanno all’asilo nido o non frequentano servizi per la prima infanzia, queste percentuali si avvicinano drammaticamente al 100% in Calabria e Campania dove solo rispettivamente l’1,2% e il 2,6% dei bambini può accedere a questi servizi.

NUOTARE CONTRO CORRENTE – Oggi, in Italia, il 23% degli alunni di 15 anni non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica, ovvero non è in grado di utilizzare dati e formule per comprendere la realtà esterna, mentre il 21% non riesce a interpretare correttamente il significato di un testo appena letto, non raggiungendo pertanto le competenze minime in lettura. Nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi che vivono in contesti svantaggiati e i minori che vivono in famiglie con un più basso livello socio-economico e culturale sono 34mila, ossia il 25% del totale degli alunni di quindici anni iscritti a scuola.

Eppure tra questi, il 26 per cento riesce a raggiungere le competenze minime sia in matematica che in lettura, percentuale che si alza notevolmente prendendo in considerazione la singola materia (37% in matematica; 36% in lettura). Di essi, il 3,79% raggiunge i livelli di competenze più alti in matematica, mentre lo 0,75% (circa mille alunni) sono considerati ‘top performer’, ovvero ottengono il massimo livello di competenza. Nel corso del tempo, il numero di minori resilienti in Italia ha fatto registrare un significativo aumento soprattutto tra il 2006 e il 2012, passando dal 17,2% al 28,1%, per poi contrarsi sino all’attuale 26%. Le percentuali più alte si registrano soprattutto al Nord. Ad eccezione della Liguria, infatti, nelle regioni settentrionali più di un minore su tre è resiliente, con punte del 45% in Veneto e 46% in Lombardia.

“Negli ultimi anni sono stati compiuti alcuni significativi passi avanti per contrastare la povertà educativa, tra cui l’adozione del Reddito di inclusione e l’istituzione di un Fondo specifico con Legge di stabilità” spiega Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, sottolineando però, come i dati del rapporto consegnino “un quadro allarmante dell’impatto della povertà educativa oggi in Italia”. Per questo l’ambiente nel quale vivono, crescono e vengono educati i minori è fondamentale. “L’Italia è un Paese vietato ai minori – spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the Children – dove assistiamo all’abbandono e al degrado in cui versano tantissimi spazi pubblici, che invece potrebbero fare la differenza ed essere utilizzati dai bambini”.

I DIECI LUOGHI VIETATI AI MINORI – La mobilitazione legata alla campagna ‘Illuminiamo il Futuro’  e alla petizione on line è accompagnata sui social dall’hashtag #italiavietatAiminori ed è associata ai 10 luoghi simbolici vietati ai minori in Italia, individuati dall’Organizzazione con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui tanti spazi pubblici, da Nord a Sud, sottratti ai minori nel nostro Paese. Tra questi, l’ex scuola elementare di Via Cabella a Milano, nel quartiere Baggio, che ormai da 20 anni versa in stato di completo abbandono; oppure il Teatro Principessa Isabella, nel quartiere Lucento/Vallette di Torino, che rappresentava uno dei luoghi più vivi della periferia e un punto di riferimento per l’intera comunità ma che risulta sbarrato dal 2016. E, ancora, il parco nel quartiere Villaggio Falcone, nella zona di Ponte di Nona a Roma, inghiottito dall’erba alta e dal degrado, con i giochi per bambini distrutti e ormai ridotto a discarica a cielo aperto.

Tra i luoghi vietati ai minori anche la palestra nel quartiere Arghillà, a Reggio Calabria, completata da diversi anni ma mai stata consegnata e utilizzata, in un’area caratterizzata da grave disagio sociale ed economico dove i minori del posto non hanno un luogo dove fare sport, il parco San Gennaro nel rione Sanità di Napoli, con la sua vastissima area verde, un campo di calcetto e un’area per il pattinaggio, inutilizzato da anni per i continui atti di vandalismo o l’asilo nido comunale Galante, nel quartiere Danisinni, una zona fortemente degradata nella periferia di Palermo, che dopo essere stato chiuso per lavori più di 10 anni fa non ha ancora rivisto la luce. “Spazi fisici, concreti e visibili – aggiunge Save di Children – a cui si aggiungono due luoghi particolarmente emblematici delle deprivazioni ai danni di bambini e adolescenti nel nostro Paese: L’Aquila, la città che a nove anni dal terremoto vede ancora i bambini e i ragazzi privati della possibilità di tornare a studiare nelle loro scuole e il Parlamento, il luogo per eccellenza dove troppo spesso i diritti dei minori vengono ignorati.

in Il Fatto Quotidiano 12 maggio 2018

Per saperne di più:

http://www.savethechildren.it

 

Minori stranieri non accompagnati. Criticità dell’accoglienza in Italia

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) Filomena Albano – a un anno dall’entrata in vigore chiede di attuare la legge per i minori stranieri non accompagnati – fa un appello perché i tribunali nominino i tutori e denuncia il fatto che troppi minori (Msna) siano “concentrati in Sicilia e pongono a rischio il sistema”.
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) ha inviato al presidente del Consiglio, ai ministeri coinvolti, ai presidenti delle Regioni, al vicepresidente del Csm e alla Conferenza Stato Regioni una nota sullo stato di attuazione della legge sui minori stranieri non accompagnati (Mnsa) entrata in vigore il 6 maggio 2017.
L’invito è di intensificare gli sforzi per realizzare un sistema di accoglienza completo, efficace e omogeneo sul territorio nazionale. “L’obiettivo – afferma la Garante – è tutelare e dare piena attuazione ai diritti e al superiore interesse del minore, così come previsto dalla normativa internazionale e nazionale”.

I numeri dei minori non accompagnati in Italia

In Italia al 31 marzo risultano presenti 13.838 migranti sotto i 18 anni privi di adulti di riferimento (a febbraio erano 14.338). Nel dicembre 2017 ne erano stati contati 18.303. Sono invece oltre 4000 gli aspiranti tutori volontari, i cui corsi di formazione sono iniziati nello scorso autunno. I nominativi di circa mille tutori sono già stati trasmessi ai tribunali per i minorenni, che sono ora tenuti a designarli. L’aver trasferito a livello nazionale l’esperienza dei tutori volontari – già sperimentata localmente e in alcuni paesi europei – è una delle novità introdotte dalla legge 47 sui minori non accompagnati, normativa per la quale l’Italia è annoverata tra le buone prassi europee.

Una legge da attuare pienamente nell’interesse dei minori

“Pur nella consapevolezza degli sforzi fatti, ad oggi, vi sono però aspetti della legge che ancora non hanno avuto piena attuazione” avverte la Garante Albano. L’elenco è ampio. Si va dai regolamenti di attuazione, che avrebbero dovuto esser adottati, alle stesse nomine dei tutori. “Da una campionatura parziale, salvo alcune realtà che hanno avviato da tempo queste esperienza, il numero di quelli nominati dai tribunali resta ancora esiguo” registra l’Autorità garante.

Nominare presto i tutori volontari

“Occorre valorizzare il contributo di solidarietà di questi cittadini con la nomina tempestiva, da parte dei giudici, dei tutori già formati e inseriti negli elenchi” sollecita la Garante nel riassumere i contenuti della nota inviata a Governo, Regioni e Csm. Tutori per i quali serve istituire una polizza assicurativa per la responsabilità civile, prevedere permessi di lavoro e assicurare il rimborso delle spese sostenute. Le nomine inoltre, perché la tutela sia effettiva, dovranno avvenire tenendo conto della vicinanza territoriale tra minorenni e tutori. Va quindi attivata una sinergia tra tutti gli attori del sistema di protezione e accoglienza, i garanti, i tribunali, i servizi sociali, le prefetture e le questure.

Le criticità dell’accoglienza in Italia

Non è stato ancora adottato il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che definisce la procedura per il primo colloquio con il minore da parte del personale della struttura di prima accoglienza. “Anche questo decreto, come gli altri, andrebbe adottato quanto prima” sostiene l’Agia. Va approvato anche un protocollo multidisciplinare, unitario per tutta Italia, per accertare l’età dei non accompagnati. E va creato un format unico e condiviso per la “cartella sociale” degli Msna, contenente le informazioni fondamentali e la tracciabilità della presa in carico. Tutte le questure italiane, infine, dovrebbero uniformarsi alle circolari del Ministero dell’Interno che non subordina il rilascio del permesso di soggiorno ai minorenni soli alla presentazione del passaporto o di un altro documento di identità.

Accorciare i tempi di permanenza

“È poi necessario garantire il rispetto dei 30 giorni previsti dalla legge come termine massimo di permanenza nelle strutture di prima accoglienza” aggiunge la Garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia). I ragazzi, secondo l’Agia, andrebbero spostati tempestivamente in quelle di seconda accoglienza.

Distribuire i minori sul territorio

Quattro minori stranieri su di 10 di quelli presenti in Italia sono concentrati in Sicilia. “La loro costante presenza in questa regione rischia di far fallire tutto il sistema di accoglienza e protezione per i ‘minori’, incluso quello del tutore” avverte l’Autorità garante. “Gli aspiranti tutori sono distribuiti in modo quasi uniforme sul territorio nazionale, i ragazzi sono invece localizzati prevalentemente in Sicilia: si rischia così di non garantire standard accettabili di accoglienza e di integrazione dei giovani”.

Andare oltre la tutela con l’affido

Il ricorso all’affido, istituto giuridico consolidato, presenta ancora delle criticità. “Bisogna incoraggiare, sostenere e favorire l’affido – dice l’Autorità garante – Esso non solo risponde agli obiettivi di integrazione e inclusione, ma consente ai bambini e ai ragazzi di trovare un punto di riferimento stabile nella famiglia affidataria.

Diventano maggiorenni da integrare

I 18 anni, poi, arrivano presto per i minori stranieri non accompagnati: oltre l’80% ha tra i 16 e i 17 anni. “Nel poco tempo disponibile – osserva la Garante Albano – non riescono a completare il percorso verso l’autonomia e a integrarsi. Bisogna allora garantire loro un prolungamento del supporto attivando il cosiddetto ‘prosieguo amministrativo’ previsto dalla legge 47. Serve informare i soggetti deputati ad attivare questa procedura e prevedere risorse finanziarie per gli enti competenti. Nella stessa ottica vanno finanziati percorsi di autonomia e sostenute le iniziative per promuoverne l’integrazione sociale e lavorativa”.

in AVVENIRE 07 maggio 2018

Salute. Bimbi con il fiato corto non solo per le allergie: colpa dell’inquinamento

Elena Meli

Non è illogico: se l’aria è molto inquinata, chi ha qualche problema respiratorio può peggiorare fino a restare letteralmente senza fiato. Vale per esempio per chi soffre d’asma, che nelle giornate da bollino rosso rischia di finire perfino in Pronto soccorso: secondo alcune stime, i ricoveri possono arrivare a triplicare quando lo smog è alle stelle. Le corse più frequenti in ospedale sono un’eventualità ormai assodata quando l’inquinamento raggiunge un picco, ma che cosa succede quando si è esposti ogni giorno all’aria poco pulita? Semplice, ci si ammala di più: due ricerche recenti lo hanno dimostrato con dati inequivocabili, raccolti in Gran Bretagna e in Francia su bambini, adolescenti e adulti.

Traffico ed emissioni inquinanti

Ciò che più colpisce è l’entità del fenomeno: secondo i risultati dell’indagine inglese, pubblicati su Environment International, il 38 per cento dei nuovi casi d’asma infantile che si registrano ogni anno dipende dall’inquinamento dell’aria, il 24 per cento dallo smog che deriva direttamente dal traffico urbano. «Sapevamo già che vivere in aree inquinate favorisce la comparsa dell’asma, non era stato però finora stimato il numero di casi effettivamente provocati dallo smog – ha spiegato Haneen Khreis dell’Institute for Transport Studies di Leeds, che ha coordinato lo studio -. Il nostro modello, che tiene conto del traffico, delle altre emissioni inquinanti e della dispersione atmosferica delle particelle, ha consentito di stimare l’impatto sulla salute delle diverse fonti di smog: il dato è evidente e sottolinea una volta di più la necessità di interventi per migliorare la qualità dell’aria urbana».

 Funzionalità respiratoria

La seconda ricerca, apparsa sull’European Respiratory Journal, conferma i timori anche negli adulti sottolineando che un’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico da auto e da ozono aumenta il rischio di sviluppare sintomi d’asma e, in chi è già malato, fa salire l’utilizzo di farmaci e la probabilità di attacchi gravi. Gli autori, un gruppo di ricercatori francesi, spiegano che tutto dipende dal peggioramento della funzionalità respiratoria indotto dallo smog: al crescere dell’esposizione al traffico, infatti, nell’aria espirata sale la concentrazione di 8-isoprostano, un marcatore indicativo di un danno ai tessuti polmonari.

 Polveri irritanti

Non si sorprende Gennaro D’Amato, presidente della commissione su Climate Change, Aerobiology and Respiratory Allergy della World Allergy Organization: «Le polveri presenti nell’aria inquinata sono irritanti e inducono un’infiammazione persistente delle vie aeree, che diventano iper-reattive. Lo stesso vale per gas come l’ozono, che irrita la congiuntiva oculare, il naso e le vie aeree inferiori, o come il monossido di azoto, che deriva dalla trasformazione del biossido di azoto dei gas di scarico in presenza di raggi ultravioletti e ossigeno: così in una bella giornata la passeggiata all’aperto in città può rivelarsi un boomerang, se l’aria è molto inquinata. Ricordiamoci poi che le concentrazioni-soglia per gli inquinanti sono frutto di compromessi: in altri termini non sono livelli ottimali a cui non si rischia nulla, ma valori che è ragionevole ottenere nei centri urbani e che non sono al contempo “insostenibili” da parte del nostro organismo».

 Un «insulto» ai polmoni

In città, insomma, i polmoni soffrono e lo ha dimostrato anche uno studio inglese per cui alcuni volontari hanno camminato per due ore lungo la centralissima Oxford Street o nel più tranquillo Hyde Park: chi è stato a più stretto contatto coi gas di scarico ha registrato una netta riduzione della capacità respiratoria, anche senza che ci fossero sintomi evidenti. A lungo andare questi continui «insulti» ai polmoni possono favorire la comparsa dell’asma in chi non ce l’ha e tutto questo è amplificato in chi è già allergico, quindi ad alto rischio di diventare asmatico: i pollini, per esempio, sono più aggressivi e penetrano più in profondità quando l’aria non è pulita, irritando di più le vie aeree e spianando la strada all’asma vero e proprio.

Bambini e fumatori più a rischio

«I bambini sono più in pericolo, ma lo sono anche i fumatori o chi convive con un fumatore, perché allo smog aggiungono i danni da sigarette – riprende D’Amato -. Queste persone, così come chi soffre di broncopneumopatie croniche, hanno anche una maggior probabilità di attacchi asmatici acuti “da città”. In generale, poi, i pazienti asmatici che vivono in contesti urbani si riconoscono: hanno sintomi peggiori e crisi più numerose». Il problema è che contro lo smog si può fare ben poco, a parte trasferirsi a vivere in campagna. E non tutti possono farlo.

 Blocco del traffico

«Dovremmo seguire gli esempi di città come Copenaghen o Amsterdam, dove le biciclette ormai la fanno da padrone – dice l’esperto -. In Danimarca, dove questa politica è stata accolta da tempo, si è già potuto vedere l’effetto positivo sulla salute generale della popolazione, non più esposta a livelli di inquinamento troppo alti. Ben vengano quindi i blocchi del traffico, anche perché per esempio le mascherine possono ben poco: non sono molto protettive contro il particolato fine e andrebbero cambiate spesso per mantenere una certa efficacia». Non resta che fuggire dalla città, almeno nel fine settimana: «Anche due o tre giorni lontani dallo smog possono aiutare, soprattutto i bambini. E per le vacanze, sì alla montagna e al mare, dove l’aria è più pulita: nuotare, per esempio, favorisce l’allargamento del torace che migliora la capacità respiratoria dei più piccini», conclude D’Amato.

 Finto sollievo

Ma se piove la situazione migliora? In genere gli allergici sono felici all’idea che un po’ di pioggia «lavi» l’aria almeno dai pollini. Errore: soprattutto nella prima mezz’ora di un forte temporale primaverile i pollini si gonfiano e poi si spezzano, così riescono a entrare più in profondità nelle vie aeree. Il risultato è un aumento delle crisi d’asma gravi. Emblematica l’epidemia di «asma da temporale» che nel novembre 2016 ha colpito Melbourne, in Australia, facendo nove vittime. Spiega lo pneumologo Gennaro D’Amato: «Durante un temporale l’asma può scatenarsi anche in chi di norma ha soltanto una rinite allergica e non ha mai avuto un attacco. La crisi respiratoria peraltro è solo la punta dell’iceberg: in qualunque asmatico o allergico i sintomi peggiorano, se si trova all’esterno all’inizio di un temporale che avvenga nel periodo in cui sono presenti i pollini che non tollera. La prevenzione è semplice: basta non uscire quando le previsioni annunciano un acquazzone e, se si viene sorpresi fuori, occorre almeno coprire naso e bocca o magari rifugiarsi in un negozio o dentro un portone per i primi venti, trenta minuti».

in Corriere della Sera 5 maggio 2018

Alunni stranieri. L’iscrizione scolastica non evita il rimpatrio

Andrea Alberto Moramarco

L’iscrizione a scuola del minore di nazionalità straniera non può essere utilizzata dai genitori cittadini extracomunitari come espediente per ottenere la stabilizzazione della loro presenza in Italia. L’esigenza di non interrompere il percorso scolastico del figlio, infatti, non integra di per sé quel grave motivo che può pregiudicare lo sviluppo della personalità del minore e che legittima la temporanea autorizzazione alla permanenza nel territorio italiano. Ad affermarlo è la Cassazione con l’ordinanza 10420, depositata ieri.

I fatti
Al centro della vicenda vi è la storia personale di una donna albanese la quale, separatasi dal marito, si era trasferita in Italia con la figlia minore trovando ospitalità presso la sorella, già da tempo residente in Italia. Al fine di regolarizzare la sua posizione, la donna aveva iscritto sua figlia a scuola e presentato istanza di autorizzazione alla permanenza in Italia, ai sensi del’articolo 31 comma 3 del Testo unico sull’immigrazione (Dlgs 286/1998) che, nell’ottica di garantire il diritto all’unità familiare e la tutela dei minori, prevede la possibilità di ottenere un permesso temporaneo a risiedere nel territorio italiano quando ricorrono «gravi motivi connessi allo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore».
Tuttavia, il Tribunale per i minorenni così come la Corte d’appello in sede di reclamo, rigettava la richiesta della donna ritenendo che l’autorizzazione richiesta poteva concedersi solo «in presenza di circostanze di emergenza, ovvero di circostanze contingenti ed eccezionali tali da porre in grave pericolo lo sviluppo della personalità del minore» e non, invece, per salvaguardare una «situazione di integrazione nel tessuto sociale», ovvero per consentire condizioni di vita del minore «migliori di quelle godute o godibili nel paese di origine». In sostanza, non sussistevano le ragioni gravi e urgenti per ritenere che il ritorno in Albania della bambina avrebbe potuto ledere il suo primario interesse, posto che la stessa era iscritta a scuola in Italia da pochi mesi e la madre non svolgeva alcuna attività lavorativa e, dunque, non era integrata nel tessuto sociale.

La decisione
La questione arriva poi in Cassazione dove la donna cerca di far valere la sue ragioni facendo leva sulla impossibilità di avere una vita dignitosa nel suo paese per lei e per la figlia e sul nocumento irreversibile che la minore subirebbe in caso di interruzione del percorso scolastico. I giudici di legittimità si mostrano però inflessibili e confermano il rigetto dell’istanza effettuando alcune precisazioni. Per la Corte, in primo luogo, i gravi motivi di cui all’articolo 31 del Testo unico sull’immigrazione non devono coincidere necessariamente con situazioni di emergenza o eccezionali, ben potendo comprendere «qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave» riconducibile all’allontanamento del minore o al suo «definitivo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto». Ciò posto, ad ogni modo, il Collegio puntualizza che deve trattarsi pur sempre di eventi traumatici e non prevedibili che «trascendano il normale disagio dovuto al rimpatrio». Nel caso di specie, chiosa la Cassazione, la domanda, basata sull’inserimento scolastico della bambina, sembra essere diretta più ad ottenere «un’impropria stabilizzazione della presenza della ricorrente in Italia in carenza del permesso di soggiorno» piuttosto che a conseguire la temporanea autorizzazione alla permanenza.

Il Sole 24 Ore 03 maggio 2018

“Garanzia Giovani” porta al lavoro un iscritto su cinque

Francesca Barbieri

Quattro anni di Garanzia Giovani. Domani 1° maggio il programma europeo rivolto all’universo dei Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano, tra i 15 e i 29 anni, sarà al quarto giro di boa rispetto all’apertura del portale nazionale – nel 2014 – che consente di iscriversi al Piano e provare così a uscire dai margini del mercato del lavoro.

Il bilancio dell’Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive, tracciato nel rapporto che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, parla di oltre un milione e mezzo di iscrizioni (al 31 dicembre 2017) che scendono però a 1,3 milioni se si considerano le cancellazioni. I “presi in carico” – i giovani che sono stati ricontattati dai servizi per l’impiego – sono ancora di meno, poco più di un milione. Di questi 547mila sono stati avviati a un intervento di politica attiva e 226mila sui 472mila che hanno concluso il percorso hanno poi trovato un posto di lavoro. Un lavoro che in quasi un caso su tre (30,5%) è a tempo indeterminato, nel 41% coincide con l’apprendistato, mentre il resto si divide tra tempo determinato (25%) e altre forme residuali (come job on call e contratti di collaborazione).

«Premesso che si può e si deve fare di più – commenta Maurizio Del Conte, presidente Anpal – i risultati nel complesso li ritengo positivi, considerato che stiamo ragionando su un progetto rivolto a una categoria ai margini della vita sociale e produttiva del Paese e che grazie alla Youth Guarantee si sono in qualche modo messi in gioco: hanno misurato le loro competenze, sono entrati in contatto con strutture quali i centri per l’impiego riacquistando una dimensione sociale, attivandosi e dando la loro dichiarazione di disponibilità».

A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, però, la maggior parte dei registrati al programma si è persa per strada, visto che su un totale di 1,3 milioni, coloro che hanno concluso il percorso sono stati, come detto in precedenza, meno di 500mila e chi ha trovato un’occupazione rappresenta il 17,5% dei registrati, quasi uno su cinque.Il rapporto dell’Anpal evidenzia comunque che nel periodo di osservazione il 69,2% dei giovani che ha portato a termine una misura ha avuto una o più esperienze di lavoro che poi si sono, in alcuni casi, interrotte.

«Sicuramente i risultati sarebbero stati diversi – sottolinea Del Conte – se il nostro Paese avesse avuto una rete di servizi per il lavoro efficiente e strutturata. In questo senso Garanzia Giovani ha contribuito in modo determinante a evidenziare la necessità di implementare la riforma del lavoro che ha portato alla nascita della stessa Anpal».

Risultati in chiaroscuro anche sullo scacchiere europeo, dove l’Italia registra un calo del 9% dei Neet, passati da 2,41 milioni nel 2014 a 2,19 nel 2017, ma resta ultima, nel drappello dei peggiori. Anche se il picco negativo(26,2%) di quattro anni fa si allontana, il 24,1% degli under 30 rientra ancora nella categoria dei «Né né», contro una media Ue del 13,4% e dista anni luce dalle virtuose Germania (8,5%) e Olanda (5,9 per cento). La media italiana nasconde poi una frattura evidente tra il Nord, dove i Neet sono il 16,7%, e il Sud, dove la percentuale è più che doppia, al 34,4%.

Dal report dell’Anpal emerge poi l’identikit dei giovani “presi in carico”: nel 55% dei casi hanno tra i 19 e i 24 anni, il 10,5% è rappresentato da ragazzi fino a 18 anni e il restante 34,5% da over 25. Nel complesso, il 58% dei giovani ha un diploma superiore, il 23% solo la licenza media e il 19% la laurea.

Le misure di politica attiva complessivamente erogate gli iscritti al Programma sono state 625mila (alcuni giovani ne hanno ricevute più di una): il tirocinio extracurriculare si conferma lo strumento più diffuso (60%), seguito dagli incentivi occupazionali (23%) e dai corsi di formazione (12,3%). «Il fatto che abbiamo un così alto numero di tirocini – spiega Del Conte – dipende anche dalla mancanza di un efficace sistema di alternanza scuola/lavoro. Comunque, gli stage di chi ha aderito a Garanzia Giovani presentano tassi di assunzione più elevati. Nel 2016 su 100 aderenti alla Youth Guarantee, 42 sono stati assunti dopo 6 mesi. Su 100 non aderenti gli assunti sono stati 39».

Resta comunque il fatto che la maggioranza dei ragazzi non vede trasformarsi lo stage in un contratto di lavoro vero e proprio.

I margini per migliorare la Garanzia Giovani, insomma, non mancano. «Bisogna creare un sistema virtuoso di rete tra pubblico e privato – conclude Del Conte – in accordo e sinergia con le Regioni, con una cabina di regia che valorizzi le esperienze migliori replicandole sul territorio nazionale e intervenga in sussidiarietà dove è necessario».Una sfida impegnativa che non può prescindere da un uso efficiente delle risorse economiche a disposizione, che poche non sono. La prima fase di Garanzia Giovani conta su una dote di 1,5 miliardi da spendere entro quest’anno. Nel 2017, dopo la revisione intermedia del bilancio Ue, sono arrivati ulteriori 1,27 miliardi allargando al 2020 il raggio di azione degli interventi, con la possibilità nelle Regioni del Mezzogiorno di estendere il Programma a tutti i giovani disoccupati, non necessariamente Neet.

in Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2018

Baby gang, meno denunce ma reati sempre più efferati

ALESSANDRA ZINITI

Reati sempre più gravi commessi da ragazzini che hanno alle spalle famiglie disgregate e percorsi scolastici disastrosi. E’ l’ultima fotografia delle baby-gang che viene fuori da una giornata di studio su “Baby gang, devianza, il racconto di un fenomeno sociale”, dedicata alla carta di Treviso, il codice deontologico per i giornalisti. E se le denunce di episodi criminali commessi da minorenni sono in calo, è vero però che la tipologia degli atti commessi colpisce per la sua efferatezza spesso gratuita.

Da Maria De Luzenberger, procuratore presso il tribunale dei minorenni di Napoli, arriva l’identikit dei nuovi babycriminali: “Provengono da determinati quartieri: questo vuol dire che o c’è una contaminazione di quartiere o si tratta di figli di persone che hanno avuto già problemi con la giustizia. Quello che vediamo è che si tratta di famiglie spesso disgregate e di ragazzi che hanno percorsi scolastici disastrosi o accidentati. C’è la necessità di un maggiore collegamento tra i vari soggetti che operano sul fenomeno, a partire dalla scuola. Il problema è capire l’incremento, la frequenza di questi episodi e la loro efferatezza – spiega -. I dati delle denunce ci dicono che l’andamento non è crescita ma in diminuzione. Per l’efferatezza, invece, siamo di fronte a episodi sempre più gravi. Questo anche perché si tratta di una generazione di ragazzi molto assuefatti alla violenza”.

La garante per l’infanzia Filomena Albano pone invece l’accento su alcune criticità del sistema che rendono più difficile un intervento efficace. ” Dobbiamo sapere chi sono  i ragazzi autori dei fatti devianti e criminali, da quale contesto sociale e familiare provengono, quale è lo stato di precarietà lavorativa o il tasso di istruzione. Dietro ogni ragazzo che delinque c’è una responsabilità degli adulti. Per questo bisogna intervenire sugli adulti che sono corresponsabili, sulla famiglia, sulla scuola e sui servizi del territorio. Il  problema è  l’assenza di connessioni tra le reti istituzionali. La scuola da sola nulla può fare. Assistiamo a progetti anche molto belli che  nascono e muoiono, bisogna strutturare reti permanenti che consentano il flusso di comunicazione per amplificare le connessioni. Non si può affrontare il fenomeno solo in maniera repressiva. Alcune proposte, come abbassare l’età della punibilità dei minori potrebbero essere addirittura controproducenti”

in la Repubblica 20 aprile 2018

Adolescenti “feriti” e senza evidenze, ecco perché i prof perdono la sfida

Fabrizio Foschi

In che modo ascoltare la realtà dei giovani? Tanti oggi si pongono questa domanda.

Se lo chiede il Miur, che continua a stanziare fondi per la lotta alla dispersione scolastica, che nel nostro Paese non accenna a diminuire in modo significativo. Siamo al 13,8% su scala nazionale e faremo fatica a cogliere l’obiettivo del 10% indicato dall’Europa per l’anno 2020.

Se lo chiedono i demografi e gli statistici dell’Istituto Toniolo (leggi Università Cattolica) di Milano, che da alcuni anni elaborano indagini sulla condizione giovanile. Il Rapporto giovani 2018 realizzato su un campione rappresentativo di 2.225 soggetti tra i 20 e i 25 anni riferisce di persone meno individualiste di come spesso vengono raccontate e desiderose di farsi parte attiva del Paese, nonostante le difficoltà della fase attuale e la sfiducia nella politica (il 53% la boccia, ma il 74% è disposto a migliorarla con un impegno personale).

Se lo chiedono scrittori, ricercatori e commentatori politici, che ci giocano un po’ a ripetere come un mantra che il nostro “non è un paese per giovani”.

Se lo chiede la Chiesa italiana, che dedicherà il prossimo Sinodo dei Vescovi (ottobre 2018) alla relazione tra i giovani e la fede. In vista dell’appuntamento è stato stilato, da oltre 300 ragazzi convenuti a Roma per alcuni giorni da tutto il mondo, un disincantato documento finale, rifluito poi in un più tranquillizzante documento preparatorio. Nel testo dei 300 si può leggere, tra l’altro, che “in molti luoghi esiste un ampio divario fra i desideri dei giovani e la loro capacità di prendere decisioni a lungo termine”.

Questo è il punto che interpella ogni giorno chi nella scuola, nelle famiglie, nella società si trova ad affrontare il compito dell’educazione: qual è l’origine di questo drammatico divario? Da quali fattori è determinata la condizione esistenziale di chi oggi attraversa le fasi dell’adolescenza e della giovinezza?

I giovani, intendendo in questo caso gli adolescenti in età scolare, bisogna anzitutto guardarli. Sì, certo, piegati sui loro cellulari connessi alla rete, impegnati a chattare, diffidenti della scuola e degli adulti che li vogliono catturare e imporre loro delle regole. Sono espressione dell’attuale melting pot culturale, italiani per nascita, italiani acquisiti o in attesa di cittadinanza, con o senza una famiglia tradizionale alle spalle. Occorre guardarli nel loro essere o sentirsi in qualche modo feriti.

Il documento pre-sinodale preparato dai giovani ha un altro passaggio in cui si legge che “l’esclusione sociale è un fattore che contribuisce alla perdita di autostima e di identità sperimentata da molti; in Medio Oriente, molti giovani si sentono obbligati a convertirsi ad altre religioni al fine di essere accettati dai loro coetanei e dalla cultura dominante che li circonda”. Nel mondo, non lontano da noi, ci sono giovani e adolescenti le cui ferite possiamo leggere sulla loro pelle e negli occhi. Basta scorrere le pagine di un giornale.

Qui nel nostro Bel Paese le ferite sono prodotte da un altro meccanismo, da un bombardamento interiore. Si parlava qualche tempo fa di un “effetto Chernobyl” sui giovani: esteriormente l’organismo è normale, ma la mentalità dominante ha operato un plagio fisiologico, è come se non ci fosse più alcuna evidenza reale. Non pare che questo effetto si sia rimarginato, tutt’altro. Semmai la mentalità dominante passa attraverso il cellulare, con il quale, chattando, si è insieme al gruppo, ma su un’isola separata dal resto. A differenza di qualche anno addietro, il mercato della comunicazione propone ai giovani e giovanissimi soluzioni, scelte di vita e prospettive culturali che sembrano allontanarli ancora di più da quel senso della realtà totale di cui non si ha più evidenza. E tuttavia questo significato ultimo del reale si può presentare sotto diverse facce.

Qui si inserisce nuovamente il tema dell’ascolto e della trasmissione della conoscenza da una generazione all’altra, dai padri ai figli. Sicuramente, lo si avverte nella scuola e nella società, i giovani non desiderano essere commiserati, tanto meno essere ingannati dalle promesse che provengono dal mondo adulto (politica, scuola, famiglia). Da questo punto di vista, cioè da quello delle “istituzioni”, se il tentativo di dialogo con il mondo giovanile avviene sulla base di un richiamo a certi valori etici o a modelli conoscitivi standardizzati da una pratica scolastica ripetitiva, l’azione va incontro a sicuro fallimento (“Tanti giovani, avendo perso fiducia nelle istituzioni, non si riconoscono più nelle religioni tradizionali e non si definirebbero come religiosi”). Un tempo forse si ambiva diventare adulti, nel senso di essere “come” gli adulti. Oggi si respira tra i ragazzi un’altra aria. Intendono fare il loro percorso e chiedono che si facciano i conti anzitutto con le loro ferite, con le loro storie. Con il mondo adulto è aperto un combattimento, dove tra i due non vince chi è più forte o più furbo, bensì chi è paziente a tal punto da comprendere in sé anche la rabbia dell’altro.

Questo è il compito dell’educazione oggi. Le sconfitte sul terreno dell’umano si rimarginano non rinunciando al dono dell’umanità, bensì riconoscendo che l’umanità è anzitutto una questione di dipendenza da qualcosa o qualcuno che è più grande. È sul terreno dell’umano che scuola, Chiesa e famiglia giocano la loro ultima sfida. E se per qualche intellettuale di passaggio l’umano è troppo poco al confronto della scienza pedagogica o della didattica che analizza i processi e fornisce risposte asettiche, bisogna pur ricordare che il mondo rifiorisce tutte le volte che qualche essere umano dà la propria vita per l’altro.

Auguriamoci che testimonianze di questo genere, che ci sono, diventino sempre più il buon lievito di una società nuova di giovani e per i giovani.

Il SUSSIDIARIO, 18 aprile 2018

 

Generazione “Z”. Un luminoso esempio di creatività e solidarietà

Silvina Pérez

Joaquín Vergara ha 18 anni e, come assicura nel suo profilo nelle reti sociali, la sua motivazione più grande nella vita è aiutare gli altri. Certo, la notizia non comparirà sulle prime pagine dei giornali e non aprirà i notiziari, anche se dovrebbe, visto che Joaquín Vergara si dedica a fabbricare protesi gratuite per le persone che ne hanno bisogno, soprattutto per bambini e adulti privi di mani. Sul suo account Twitter ha pubblicato un video che ha superato i due milioni di visualizzazioni, dove ha spiegato la sua iniziativa, «in modo da potermi occupare di più casi e far sì che le persone a cui manca una mano possano mettersi in contatto con me».
Per i sociologi, Joaquín fa parte della cosiddetta “Generazione Z”, il gruppo demografico nato tra il 1994 e il 2010 e che rappresenta il 25,9 per cento della popolazione mondiale. Sono quei giovani nati o cresciuti in piena recessione e in un mondo con indici di disoccupazione galoppanti. Sarà forse per questo che, quando a casa sua sono arrivate due stampanti 3D, Joaquín ha saputo utilizzarle nel miglior modo possibile, dando un volto umano alla solidarietà in tempi di crisi. Per questo adolescente argentino, che vive in un paesino vicino a Mendoza, a quasi 900 chilometri da Buenos Aires, poter risolvere, anche se solo in parte, la vita delle persone, è diventata la preoccupazione principale.

Dopo aver esaminato e studiato il caso, Joaquín vaglia il tipo di protesi più idonea per ogni persona, «ma per realizzarla è necessario che ognuno invii prima una foto, non mi piace generare false attese. Perciò, osservando la foto, mi assicuro che sia possibile fabbricare la protesi» afferma il giovane studente. Soprattutto nei paesi latinoamericani, le protesi prodotte industrialmente possono costare migliaia di dollari e sono quindi fuori dalla portata di molte persone che ne hanno bisogno. Invece il prezzo dei materiali utilizzati per fare una protesi con una stampante 3D si aggira sui 20 dollari.
Come spiega Joaquín, il materiale si compra a Buenos Aires o si ordina su internet, poi «si elaborano i file, si fa il disegno e si stampa; per ora sto producendo solo mani». Il materiale che utilizza è una plastica nota come pla, un derivato del mais, che non è tossico ed è completamente riciclato. La protesi è «assolutamente funzionale». Con essa le dita si possono muovere e si chiudono con le articolazioni del polso. «Permette di afferrare oggetti, non è del tutto precisa, ma consente di accompagnare molto l’altra mano», aggiunge lo studente. Sebbene non sia tanto esatta né perfetta come altre che si trovano sul mercato, i suoi follower lo ringraziano per il suo lavoro dato che le nuove mani permettono ai pazienti di condurre una «vita nuova».
In pochi giorni ha già ricevuto duemila richieste e perciò Joaquín ha chiesto al sindaco del suo paesino, General Alvear, di aiutarlo e di mettere a sua disposizione un laboratorio con stampati e i tecnici municipali del «Programa para las escuelas Avear Imprime», per poter soddisfare le richieste future. Al momento Vergara sta lavorando a cinque protesi e assicura che terrà presenti tutte le persone che stanno cercando di contattarlo. «Non so se potrò occuparmi di tutti, visto che mi scrive gente da ogni parte del mondo, ma farò tutto ciò che è in mio potere e il più rapidamente possibile». Per realizzare una mano, il giovane ha bisogno di circa 25 ore.
La famiglia rappresenta per lui un punto fermo e i suoi genitori, Horacio e Patricia, lo sostengono incondizionatamente. Come molti giovani della sua generazione, Joaquín è pragmatico e il mondo, così come glielo hanno lasciato le generazioni passate, non gli sembra un luogo abitabile. Nessuna generazione è monolitica e quella “Z” non fa eccezione.
Tuttavia la sua educazione, le aspettative e l’accesso alla tecnologia hanno creato una gamma di atteggiamenti e di comportamenti che rappresenteranno una sfida per i sociologi. Questa generazione ha nelle sue mani le conoscenze e il peso della realtà, vuole migliorarla, si sente protagonista e cerca soluzioni. Non le basta un contesto sociale dominato dal virtuale, ha bisogno di incontri reali con le persone, di dialoghi faccia a faccia. L’incontro personale è oggi decisivo per l’avventura della vita dei giovani, circondati spesso da genitori distanti o da educatori poco attenti.
Ci sono due ambiti che stanno attualmente cambiando la cultura dei giovani: quello tecnologico e quello sociale. Le statistiche sono chiare. La “Generazione Z” può offrire molti contributi, ma la sfida sarà conciliare questa velocità con una realtà che ancora va troppo lenta e che non si adatta a realtà orizzontali e partecipative, come il valore dell’intelligenza collettiva e dell’innovazione sociale. Saranno questi giovani i veri protagonisti dell’importante appuntamento della Chiesa universale durante il sinodo dei giovani di ottobre prossimo. Il mondo giovanile chiama la Chiesa a una sfida particolare. Occorre interessarsi ai giovani attraverso una pastorale rinnovata, più dinamica, con proposte creative. Il tema dell’ascolto è fondamentale. Per questo Papa Francesco esorta tanto a imparare ad ascoltare, e non solo a dettare o a dire.

Osservatore Romano14 aprile 2018