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Droghe. Il consumo tra i giovani. Relazione al Parlamento 2018

La cannabis rimane la sostanza illegale più utilizzata nella vita dagli studenti tra i 15 e i 19 anni, seguita, nell’ordine, dalle nuove sostanze psicoattive (NPS), spice, cocaina, stimolanti, allucinogeni ed eroina. È quanto emerge dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga.

La pubblicazione riporta dati relativi al 2017 e contiene alcuni paragrafi dedicati all’analisi dei consumi di sostanze illegali tra gli studenti (le informazioni sono fornite dallo studio Espad Italia, che analizza i consumi di alcol, tabacco e sostanze illegali e altri comportamenti a rischio degli studenti italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni).

Nel 2017 il 34,2% degli studenti ha riferito di aver utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, mentre il 26% ha riferito di averlo fatto nel corso dell’ultimo anno (circa 670.000 ragazzi). Tra questi ultimi, l’89,5% ha assunto una sola sostanza illegale e il restante 10,5% è definibile “poliutilizzatore”, avendo assunto due o più sostanze. Il 16,7% degli studenti ha utilizzato sostanze psicoattive illegali nel mese in cui è stato condotto lo studio e il 3,9% ne ha fatto un uso frequente, ha cioè utilizzato 20 o più volte cannabis e/o 10 o più volte le altre sostanze illegali (cocaina, stimolanti, allucinogeni, eroina) negli ultimi 30 giorni.

Il confronto con i risultati delle precedenti rilevazioni evidenzia come negli ultimi cinque anni il consumo nel corso della vita sia leggermente aumentato, mentre per le altre forme di consumo si è assistito a una sostanziale stabilizzazione.

I dati rivelano che il 33,6% degli studenti (circa 870.000) ha utilizzato cannabis almeno una volta nella vita, il 25,8% (circa 670.000) ne ha fatto uso nel corso del 2017, il 16,4%, (circa 420.000) ha riferito di averla consumata nel corso del mese di svolgimento dello studio e il 3,4% ha dichiarato di averla consumata frequentemente (20 o più volte nell’ultimo mese).

Sono circa 360.000 (13,9%) gli studenti che hanno utilizzato almeno una volta nella vita una o più delle cosiddette nuove sostanze psicoattive (cannabinoidi sintetici, oppiodi sintetici, ecc.).

Gli studenti che riferiscono di avere sperimentato la cocaina almeno una volta nella vita sono poco più di 88.000 (3,4%), 49.000 quelli che ne hanno fatto uso nel corso del 2017 (1,9%) e quasi 33.000 quelli che l’hanno usata nel mese antecedente la compilazione del questionario (1,3%).

L’1,1% degli studenti (circa 28.000) riferisce di aver fatto uso di eroina almeno una volta nella vita; lo 0,8% (oltre 20.000) l’ha assunta almeno una volta nel 2017 e lo 0,6% (15.500) nel mese precedente la compilazione del questionario.

Il gioco d’azzardo tra i giovani. Ricerca dell’Istituto Superiore Sanità

POPOLAZIONE SCOLASTICA MINORENNE (14-17 ANNI)

Quanti sono i giocatori minori?

Il 70,8% ha dichiarato di non aver mai giocato, mentre il 29,2% (si stimano 670.144 soggetti) dichiara di aver praticato gioco d’azzardo almeno una volta nei 12 mesi antecedenti l’intervista. Giocano prevalentemente i 17enni (35%), a seguire i 16enni (30,5%), i 15enni (27,6%) e i 14enni (24,4%). I giocatori sono più maschi (41,1%; per una stima di circa 486.200 ragazzi) che femmine (16,8% per una stima di circa 186.800 ragazze). Rispetto all’area geografica, giocano prevalentemente gli studenti del Sud del paese (36,3%; per una stima di 215.356 studenti) e a seguire delle Isole (29,9%; per una stima di 79.722) del Centro (27,3%; per una stima di 116.384 studenti), del Nord Ovest (25,8%; per una stima di 149.919 studenti) e del Nord Est (20,2%; per una stima di 86.400 studenti). Ci sono più giocatori negli istituti tecnici (37,5%) e negli istituti professionali (28,2%).

A cosa giocano gli studenti italiani?

Gli studenti italiani giocano prevalentemente alle lotterie istantanee o in tempo reale (21,1%), praticano scommesse sportive (17,1%), scommesse virtuali (8,1%) e giocano alle slot-machine (6,8%).

Dove giocano gli studenti italiani?

Gli studenti italiani giocano soprattutto dai tabaccai (46,7%) e nelle sale scommesse (41,1%); a seguire i bar (28,8%). Gli studenti scelgono il luogo dove giocare preferibilmente perché vicino casa (49,9%), non viene richiesto il documento di identità (20,9%), o per il pay out più elevato (11,1%).

Quanti sono gli studenti giocatori problematici in Italia?

I giocatori sociali sono 22,7% (stimati in 520.968 studenti) i giocatori a rischio sono 3,5% (stimati in 80.326 studenti) i giocatori problematici sono il 3% (stimati in 68.850 studenti). La prevalenza maggiore di giocatori problematici è al sud (4,4% vs 3% di media nazionale), a seguire le Isole (3% in linea con la media nazionale), il Centro (2,9% di poco inferiore alla media nazionale), il Nord Ovest (2,1%) e il Nord Est (1,8%), entrambi inferiori al 3% della media nazionale.

Gli stili di vita e gli studenti giocatori problematici

Anche in questo caso, come per gli adulti, si riscontra un’associazione tra comportamento di gioco e stili di vita non salutari (fumo, alcol e altre sostanze). Infatti, tra i giocatori problematici ci sono più fumatori abituali (28,3% vs 14,3% giocatori sociali) e una percentuale maggiore di coloro che dichiarano di fumare 10 o più sigarette al giorno (48,2% vs 31,1%), consumano inoltre più sostanze alcoliche e altre sostanze. Tra i giocatori problematici sono maggiori le percentuali del consumo di alcolici 2 o più volte a settimana, in particolare di birra (23,7% vs 8,8%), di vino (8,7% vs 4,2%) e di superalcolici (8,5% vs 2,5%) rispetto ai giocatori sociali. Infine, sembra caratterizzare maggiormente il giocatore problematico, il fenomeno del binge drinking (15,9% vs 4,1%) e il consumo di cannabis (45,5% vs 23,5%; consumo negli ultimi 12 mesi)

A cosa giocano gli studenti giocatori problematici?

I dati delle distribuzioni percentuali della pratica di gioco nella popolazione degli studenti mostrano un divario tra giocatori problematici e giocatori sociali in tutte le tipologie di gioco ad eccezione delle Lotterie istantanee o in tempo reale, ugualmente praticate (rispettivamente 70,1% vs 70%). Gli studenti giocatori problematici praticano principalmente scommesse sportive (79,6% vs 50,1%), le scommesse virtuali (54,8% vs 16,4%), altri giochi a base sportiva (50,8% vs 21,9%), le slot machine (42,5% vs 15,4%), lotto e lotterie a esito differito (41,7% vs 21,6%) e le VLT (25,6% vs 5,7%)

Dove giocano gli studenti giocatori problematici?

I giocatori problematici preferiscono giocare prevalentemente nelle sale scommesse (59% vs 34%), presso i bar (29,2% vs 27,7%) e presso altre ricevitorie (11,1% vs 5,8%). Si osserva che i giocatori problematici che pur frequentano i tabaccai, li scelgono in percentuale minore rispetto ai giocatori sociali (34,2% vs 47,5%). I luoghi di gioco vengono scelti prevalentemente perché vicini a casa (giocatore sociale 49.9% vs giocatore problematico 38,5%) o perché non viene loro richiesto il documento di identità (giocatore sociale 16,1% vs giocatore problematico 33,3%).

Pubblicità

Il 10,8% degli intervistati che ha giocato almeno una volta negli ultimi 12 mesi, ha scelto di giocare in base alla pubblicità vista o sentita. Se si analizza tale informazione all’interno della popolazione dei giocatori problematici si riscontra una percentuale molto vicina a quella degli adulti giocatori problematici (33,9%) mentre nella popolazione dei giocatori sociali solamente il 6,4% sceglie di giocare sulla base della pubblicità vista o sentita.

Gioco legale vs gioco illegale

Negli studenti, si osservano percentuali ancora più elevate tra coloro che praticano gioco illegale rispetto alla popolazione adulta. In particolare, il 16% dei giocatori sociali e il 20,5% dei giocatori problematici ha dichiarato di aver praticato gioco illegale. Queste percentuali scendono sensibilmente nella pratica del gioco on line (giocatori problematici 13,9% vs giocatori sociali 7%)

Fattori di rischio e protezione

Gli studenti maschi hanno circa 3 volte più possibilità di sviluppare comportamenti di giochi a rischio rispetto alle ragazze, così come chi vive nelle isole italiane o nel nord est ed ha 17 anni, mentre sembra che queste probabilità diminuiscano fortemente se si hanno 14 anni si vive nel nord ovest e si frequentano scuole assimilabili ai licei.

Gli studenti che assumono superalcolici o cocktail, birra, ready to drink, energy drink, vino più di 2 volte a settimana, consuma spice, fuma 10 o più sigarette al giorno, consuma smart drugs, pratica il binge drinking, consuma Cannabis, o integratori si espone circa il doppio al rischio di sviluppare un comportamento di gioco problematico rispetto a chi consuma queste sostanze con frequenze minori.

Gli studenti che dedicano più di un’ora al giorno al gioco in denaro in luogo fisico ha in quadruplo delle probabilità di, così come chi dedica più di 1 ora al giorno al gioco on line ha circa il triplo delle possibilità di sviluppare un comportamento di gioco problematico.

Gli studenti che hanno amici e/o compagni di classe che giocano e soprattutto che hanno o hanno avuto difficoltà con il gioco hanno circa il triplo delle possibilità di sviluppare essi stessi problemi legati al comportamento di gioco.

Gli studenti che utilizzano più della metà della propria disponibilità mensile per giocare in denaro hanno circa il triplo delle probabilità di sviluppare delle difficoltà legate al comportamento di gioco, così come chi dispone di entrate settimanali oltre i 50€ e spende oltre 50€ a settimana senza il controllo dei genitori ha circa il doppio delle possibilità di sviluppare problemi legati al comportamento di gioco.

Gli studenti che hanno un rendimento scolastico scarso hanno circa il doppio delle probabilità di sviluppare delle difficoltà nel comportamento di gioco rispetto a chi ha un rendimento scolastico almeno sufficiente.

Comunicato stampa ISS del 18 ottobre 2018

 

Salute mentale. Gli psichiatri: “Metà dei problemi iniziano a 14 anni”

ANNA RITA CILLIS

L’ATTENZIONE, quest’anno, è puntata su di loro: gli adolescenti. E il perché la Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra mercoledì 10 ottobre, si rivolga a loro poggia su più fattori non ultimo i diversi allarmi lanciati da diversi enti. Del resto la stessa Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, avverte già da tempo che i giovani – in tutto il mondo anche se in maniera e con percentuali diverse – sono diventati “bersaglio” della depressione con un incremento dei casi  del 20% in dieci anni.

• SE I SINTOMI ARRIVANO GIA a 14 ANNI 
Ma c’è dell’altro: il 50% delle malattie mentali inizia ad affacciarsi già a 14 anni, ma il più delle volte il problema o non è “visto” o è sottovalutato e quindi non trattato. Lo dicono chiaramente gli esperti riuniti dietro la sigla Sip, la Società italiana di psichiatria. Aggiungendo che in termini di importanza “la malattia mentale più diffusa tra gli adolescenti è la depressione”. E non è tutto. Perché, sottolineano ancora gli esperti, “c’è un altro dato spaventoso se si pensa che il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani di 15-29 anni. Senza considerare l’uso di alcol e droghe tra gli adolescenti, un problema così importante che in molti Paesi del mondo è considerato emergenza nazionale”. In Italia, fa notare ancora la Sip vivono circa 8 milioni e 200 mila giovani tra i 12 e i 25 anni. Di questi, circa il 10% (dati Istat) si dichiara insoddisfatto della propria vita, delle relazioni sia con gli amici che conl a prorpria famiglia e anche della salute. Dati che dimostrano “come un numero estremamente significativo di giovani vive in una situazione di difficoltà emotiva, confermata dalla prevalenza, sempre attorno al 10%, di forme depressive o ansiose in questa fascia d’età”.

• L’USO DI DROGHE E NON SOLO
I risvolti sono più d’uno. E tutti da non sottovalutare. “Lo sviluppo psichico dell’individuo in generale – precisa Bernardo Carpiniello, presidente della Sip – avviene in un rapporto continuo e dialettico con tutto ciò che lo circonda. Dobbiamo quindi immaginare il percorso verso la salute psichica come un processo che si sviluppa tra sollecitazioni ambientali, che possono comportare effetti più o meno evidenti sia in relazione alla loro natura ed intensità, sia in relazione al periodo durante il quale si verificano”. Per Carpiniello, quindi, “il mondo che cambia è anche il mondo delle nuove sostanze d’abuso, dell’offerta sempre più varia e a basso costo di nuove molecole a azione psicotropa i cui effetti a lungo termine sono ancora poco noti, ma i dati sono estremamente allarmanti.

Dati molto più solidi riconoscono invece gli effetti dell’utilizzo di alcolici e del fumo sullo stato psichico e fisico dei giovani”. Anche perché “le sostanze d’abuso – conclude Carpiniello – sono dei veri e propri detonatori: l’esordio sempre più precoce del disturbo bipolare, che nel 40% dei casi oggi si colloca fra il 15 e i 19 anni, è in parte correlata all’uso di psicostimolanti, mentre l’uso di cannabis, soprattutto di quella ad alta potenza, aumenta di 3 volte il rischio di sviluppare la schizofrenia nei soggetti predisposti. Tutti rischi che ci portano a rimarcare come sia importante considerare l’adolescenza come un periodo sensibile, da tutelare e proteggere, permettendo ai ragazzi che mostrano segnali di sofferenza psichica di essere aiutati e sopratutto in tempo”.

Giovani sui quali gravano cambiamenti e mutazioni, anche sociali e non di poco conto. “Stiamo parlando di una platea ampia di ragazzi su cui sarà costruito il nostro futuro – fa notare Claudio Mencacci, past president Sip -. Non possiamo non chiederci quindi come incidono le trasformazioni sociali e tecnologiche sulla salute psichica dei giovani. È evidente che vi sono delle specificità che possono essere evidenziate nel funzionamento psichico e cognitivo dei nativi digitali, iper-connessi, iper-tecnologici. Così come è evidente che vi sono dei rischi specifici a cui i ragazzi di oggi sono particolarmente esposti e che potranno portare a conseguenze sul loro benessere psichico futuro”.

• COME E DOVE AIUTARLI
La parola chiave, per i due psichiatri resta quindi la prevenzione. Ma come fare a costruire intorno a giovani una rete in grado di aiutarli? Secondo Massimo Cozza, coordinatore del Dipartimento di salute mentale Asl Roma 2, una delle più “popolose” d’Italia, “a fronte di questo scenario i servizi pubblici delle aziende sanitarie hanno da tempo intrapreso una fase di cambiamento organizzativo per abbattere il muro che per troppo tempo ha diviso la tutela della salute mentale del minore da quella dell’adulto, soprattutto per migliorare la necessaria continuità assistenziale”.

Ed è per questo, aggiunge Cozza, che “in diverse Regioni, i servizi di salute mentale dell’età evolutiva sono entrati a far parte dei Dipartimenti di Salute Mentale. Con la consapevolezza della necessità di avere una diversa capacità di prevenzione, di ascolto, di relazione e di trattamento nel periodo adolescenziale, evitando il rischio di trasferire in questo ambito gli stessi modelli di intervento intrapresi per i disturbi psichiatrici degli adulti. Soprattutto nel periodo adolescenziale il sintomo ha dietro di sé una storia personale, familiare e di contesto, da ascoltare e da comprendere, e dalla quale partire per eventuali trattamenti multifattoriali, dagli interventi di sostegno psicologico e psicoterapico a quelli sociali, relazionali/familiari e psicofarmacologici. In questa ottica i Dipartimenti in una logica di prevenzione, dovrebbero sempre più rapportarsi non solo nelle scuole ma anche nei vecchi e nuovi luoghi di aggregazione giovanile”.

in la Repubblica 10 ottobre 2018

Contro le bambine la violenza come sistema

Raffaele K. Salinari

Verranno presentati stamane presso la Sala Spadolini del Senato i dati sulla violenza contro le bambine che Terre des Hommes raccoglie ogni anno nel dossier «Indifesa» in occasione della Giornata Mondiale dell’11 ottobre contro la violenza sulle bambine. Una occasione per riflettere sulle dimensioni di un insieme di fenomeni che chiamano in causa l’essenza stessa di un modello di sviluppo globale in cui la violenza contro le donne, ed in particolare le bambine, sembra crescere di pari passo alle diseguaglianze culturali, economiche e sociali.

La violenza contro le bambine, infatti, è ubiquitaria ed attraversa tutti i continenti e gli ambiti, da quelli suppostamente più protettivi, quali la famiglia, ai classici luoghi dello sfruttamento dei Paesi impoveriti, in cui ancora milioni di minori devono lavorare per sopravvivere in condizioni disumane. Ed è proprio la constatazione della permanenza di fenomeni così diversi tra loro, ma che hanno come comune denominatore un atteggiamento violento, spesso fino alla morte, verso giovani donne, ad interrogarci sino a cercare il nesso profondo che accomuna il binomio donne e bambine.

Se la violenza è un mezzo per reprimere, schiavizzare, umiliare, milioni di donne bambine attraverso le mutilazioni genitali, lo sfruttamento sessuale, il lavoro domestico in stato di schiavitù, ma anche col bullismo e gli stereotipi di genere, ebbene qual è il filo nero che lega insieme tutto questo? Una possibile risposta è che la violenza di genere è connaturata alla natura predatoria e bioliberista del modello economico prevalente, che mortifica di fatto ogni manifestazione vitale che incarni la grande verità della ciclicità dell’esistenza, a partire dalla constatazione che si nasce, si cresce e poi semplicemente si muore come ogni altra forma di vita.

Ma questa evidenza è stata da tempo rimossa dall’orizzonte del modello di sviluppo bioliberista che spinge l’umanità ad accumulare merci e spettacoli o spettacoli di merce, nell’illusione del forever young. Anche la violenza contro la Natura è parte di questo schema, del grande ritratto di Dorian Gray che stiamo dipingendo. Ecco che allora tutto si spiega e si dispiega: la donna bambina rappresenta da sempre il futuro e la forza della Vita, ma anche la sua fragilità e bisogno di cura: tutto ciò che oggi viene negato alla radice.

Per questo la denuncia ed il contrasto di ogni forma di violenza contro le bambine divengono un atto altamente politico, che rimette in discussione la radice stessa del sistema mondo che la secerne come un potente narcotico che addormenta le coscienze spingendo a considerarla come una fisiologica componente della modernità. Non arrendersi alla violenza dunque, denunciarla, contrastarla, educare i ragazzi al rispetto ed al riguardo tra i generi, per dare un domani a tutti, non solo alle bambine.

in “il manifesto” del 10 ottobre 2018

Neet. I “giovani in panchina” ai quali non serve il reddito di cittadinanza ma il lavoro

PATRIZIA FELETIG

In controtendenza con il dato generale in calo e ai minimi dal 2012, la disoccupazione giovanile ad agosto sale di 0,2 punti al 31%. Il reddito di cittadinanza genererà un effetto metadone per quei 2 milioni di italiani tra 18 e 29 anni esclusi dal circuito scuola, formazione, lavoro? È incredibile che nella grande abbuffata della retorica dei diritti, un governo incapace di garantire un diritto costituzionale come il lavoro ripieghi sulla concessione di un reddito (minimo). “Diseducativo”, avrebbero sentenziato le due gatte parlanti (sic!), animali di compagnia del protagonista del romanzo Confessioni di un Neet. Nel libro d’esordio di Sandro Frizziero, la coppia di felini sagaci avrebbe fatto notare al trentenne inattivo l’inganno della tattica di uno Stato-Provvidenza il quale, invece di rimuovere gli ostacoli che impediscono all’Italia di essere un Paese a misura di giovani con conseguenti politiche di formazione, lavoro, previdenza, per la casa e per i figli, elargisce un obolo avvelenato visto che il suo peso finanziario (assieme alla riforma previdenziale e fiscale) sarà l’ennesimo cappio passato al collo dei giovani italiani.

Sono rudimenti di economia che il padrone delle due gatte non ha assimilato durante gli svogliati anni trascorsi parcheggiato alla facoltà di Economia e Commercio di Venezia che ha lasciato fingendo un diploma mai conseguito, andando a rimpolpare quel 38% di abbandono universitario registrato in Italia. Ventenni-trentenni così ne ha incontrati diversi Sandro Frizziero, insegnante alle superiori con esperienza di docenza anche alle scuole serali. Il protagonista, rigorosamente anonimo (forse per analogia all’invisibilità del fenomeno agli occhi della politica?), rivendica orgogliosamente la sua condizione di Neet “assolutamente non assimilabile a quella di tanti figli di papà beoti e pelandroni” e di appartenere a una categoria prudentemente etichettata in modo politicamente accettabile.

Il ritratto tracciato da Frizziero è caricaturale e certamente non rappresentativo dell’eterogeneo universo di “giovani in panchina” rappresentato dal 25,7% della fascia di età 18-29. Una condizione che non è solo il riflesso di mancanza di volontà, di indole lavativa o di aspettative smisurate, ma anche frutto del destino. Quello geografico, per esempio. Nel Mezzogiorno la percentuale di Neet sale al 32% mentre nelle regioni del Nord scende al 15%, secondo gli ultimi dati Ocse. Penalizza anche il genere. Cresce la fascia di età e i Neet femmine sopravanzano i maschi. Passati i 30 anni di età il divario quasi raddoppia: 19,7% contro 38,5% .

Tutt’altro che frustrato o complessato, l’io narrante di Confessioni di un Neet è invece fermamente convinto di essere dotato di una mente superiore, ovviamente incompresa, di essere “il prescelto come l’alfiere dell’insuccesso”. Con reazione aggressiva-passiva, egli manifesta sommo disprezzo per il ceto produttivo e il percorso a ostacoli per trovare una collocazione. Dall’espediente di lavoretti e tirocini alle finte partite Iva, alla trappola dell’impiego che implacabilmente incatena nel trilemma: famiglia, mutuo e corna. “La società non mi avrà mai”, è il mantra del protagonista nullafacente sovvenzionato dalla pensione del padre autista di mezzi pubblici il quale per 41 anni ha macinato km “percorrendo cinque volte la distanza che separa la Luna alla Terra”.

Il Neet di Frizziero offre un punto di vista esterno sulla società che odia ma il cui consenso rincorre spasmodicamente su social e siti Internet. La Rete diventa l’essenza della sua esistenza nichilista e autolesionista: divora junk food, non ha nessuna cura di sé. Esulta per un Like in più su foto risalenti ai tempi di un’altra sua vita (“a qualcuno interesso”, si compiace). Posta invettive contro tutti che finiscono per colpire anche lui, come gli fanno notare le sarcastiche gatte. Anche se Frizziero ha deliberatamente calcato la mano, il romanzo senza pretese sociopsicologiche, ha il merito di far emergere le sfumature e le contraddizioni di una risorsa sprecata, ritratto sicuramente più coinvolgente rispetto ai numeri sul fenomeno.

Di questi invece, abbonda il saggio di Francesco Cancellato Né sfruttati né bamboccioni che affronta la questione generazionale: “Non c’è economia, tra le grandi economie del continente, che ha un problema giovani equiparabile al nostro”. Colpa di un Paese che negli ultimi 10 anni, in controtendenza con il resto del mondo, ha puntualmente tagliato i fondi destinati alla formazione delle conoscenze e dei saperi innovativi (-8,5 miliardi alla scuola in 3 anni). Risultato: l’Italia che ha meno giovani del resto dell’Europa, ha un numero di Neet quasi doppio rispetto alla media europea. Se la percentuale migliora tra i laureati (“solo” 17%) va ricordato però che questi rappresentano appena 1’8% sulla popolazione complessiva contro il dato medio di 37% delle economie industrializzate. Il fenomeno dei Neet non sono una peculiarità solo italiana – in Giappone i giovani autosegregati nella propria cameretta con la Rete come unico tramite con il mondo si chiamano Hikikimori – quello che è scandaloso che in 15 anni la situazione non sia cambiata, anzi, l’essere Neet è diventato socialmente accettabile.

La ricetta di Cancellato non millanta soluzioni magiche, ma un’inversione di rotta che porterà frutti nel tempo e che non può prescindere da massicci investimenti nell’educazione, dalla riorganizzazione delle relazioni tra mondo della scuola e quello del lavoro, dall’idea di una formazione continua lungo tutte le transizione che dovremo affrontare, da fondi pubblici per investire in modo coraggioso in start-up, da una revisione del sistema di welfare incrostato di sprechi e privilegi. I diritti acquisiti di alcuni non possono trasformarsi in diritti negati ai giovani.

in IL SUSSIDIARIO, 03 ottobre 2018

Lavoro. Perché l’Italia ha fallito sui giovani (e l’Europa no)

Alberto Magnani

Dopo due mesi in discesa, l’occupazione italiana ha dato segni di ripresa ad agosto. L’andamento positivo, spiega l’Istat, «si distribuisce fra le persone maggiori di 25 anni», con un balzo in avanti per chi ha superato i 35. Il problema è quanto succede prima di quella soglia anagrafica, nell’unica categoria relegata ai margini della politica nazionale: le nuove generazioni. Il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24 anni si attesta sul 31,8%, il doppio di una media europea scivolata sotto al 15% a luglio 2018. Nella fascia dei 25-34 anni il tasso di inattività è salito dell’1,3% su scala annuale e viaggia oggi al 27%. La quota di 25-29enni intrappolati nella dimensione di Neet, i giovani che non studiano né lavorano, è salito dal 23,8% del 2007 al 31,5% nel 2017.

Il tutto mentre i dati dell’Europa vanno in direzione contraria, con un tasso di disoccupazione giovanile nella zona Ue ai minimi da 10 anni (14,8% nella Ue) e paesi, come la Germania, dove i giovani in cerca di impiego si sono dimezzati dall’11,9% al 6,2% nel 2007-2017. Ci sarebbero i presupposti per un allarme, se non fosse che le politiche in discussione per la legge di Stabilità 2018 parlano – soprattutto – d’altro.

Italia controcorrente. In negativo

I disagi del lavoro giovanile non sono nati con la crisi, ma gli anni di recessione hanno ampliato sia il divario interno fra nuove e vecchie generazioni sia, e soprattutto, quello esterno sugli standard italiani ed europei. In patria si mantiene il cosiddetto «gap generazionale», la disparità fra gli stipendi percepiti fra i lavoratori giovani rispetto ai colleghi senior. Negli anni della crisi i dipendenti under 35 hanno guadagnato in media 4mila euro in meno l’anno rispetto al salario generale, mentre la media retributiva si attesta al -21% rispetto agli standard dei colleghi di altre fasce anagrafiche. Quanto al confronto Italia-Europa, parlano i numeri citati sopra sui “flussi contrari” dell’occupazione giovanile: mentre il Vecchio Continente si riassesta, il mercato italiano si aggancia sempre di più alle parti bassi della classifica comunitaria. Anche le ultime rilevazioni Ue hanno mostrato un’Italia salda nelle retrovie, con un tasso di disoccupazione giovanile oltre al 30% in compagnia di Spagna (33,6%) e Grecia (39,1%). L’indicatore opposto, il tasso di occupazione nella fascia 15-24 anni, ci spinge ancora indietro con un 17,7% a debita distanza dal 29,6% della Francia, il 45,7% della Germania e il 63,9% dei Paesi Bassi.

Primo problema: crescita a rilento

Perché tanto ritardo? Il primo problema è di natura macroeconomica. In un paese che cresce a rilento, con una produttività ferma al palo da anni, l’occupazione non può che risentirne: banalmente, meno crescita significa meno posti di lavoro o comunque un tessuto economico atrofizzato rispetto alla media Ue. Il Pil dell’Eurozona è cresciuto del 2,33% nel 2017, mentre l’Italia ha dovuto “festeggiare” per il +1,4% messo a segno nel 2017. Secondo una ricostruzione della Cgia di Mestre, un istituto di ricerca, in Italia il Pil è aumentato in valori reali di appena il 2,6% tra 2000 e 2017, contro il 25,9% della media europea, dal +23,7% della Germania a picchi record come il 113,2% dell’Irlanda.Il calo della produzione industriale (-19,1% nel 2000 e 2017), abbinata alle dimensioni modeste di investimenti pubblici, si è ripercosso sull’occupazione, colpendo soprattutto le fasce di nuovi lavoratori o aspiranti tali. È abbastanza indicativo il fatto che il tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni sia calato dal 70,1% del 2007 al 61,3% del 2017, bruciando oltre 1,5 milioni di posti di lavoro nell’arco di un decennio.

Il mito degli studenti «pronti all’uso»… 

Al di là della crescita, o della stagnazione, ci sono dei limiti impliciti al mercato del lavoro italiano. A partire dal vecchio ostacolo della «transizione scuola-lavoro», espressione burocratica per indicare la ricerca di un impiego al termine del proprio percorso di studi. Istruzione e mondo aziendale tendono a dialogare poco, dilatando i tempi di attesa fra la fine di scuole-università e inizio del lavoro. L’Italia è tra i pochi paesi Ue dove a un laureato occorre più di un anno per farsi assumere, ma i tempi restano estesi anche per chi esce da corsi – in teoria – formativi come gli istituti tecnici e professionali. Le imprese lamentano a cadenza periodica il «mismatch», ovvero la difficoltà di trovare profili adatti. Ma spesso il problema andrebbe rovesciato: le offerte delle imprese cadono a vuoto perché studenti e neolavoratori non possono essere in possesso di tutte le qualifiche richieste dalle aziende in un certo ciclo produttivo, ma devono essere formati in corso d’opera. Peccato che ad oggi, secondo dati Istat, solo il 60% delle imprese abbia erogato corsi di formazione interni. La propensione al training aumenta nelle imprese di grande dimensione: un segnale spiacevole, per un paese dove oltre il 99% delle aziende è di taglia media, piccola o micro. «Molte aziende sono convinte di trovarsi degli “studenti pronti all’uso”, come se dovessero essere già formati – spiega il sociologo Emilio Reyneri, professore emerito all’Università Bicocca di Milano – In realtà spetterebbe a loro, ma spesso non possono o non sanno farlo».

…e il flop delle politiche attive

Dove non ci sono le aziende, dovrebbe esserci il pubblico. Cioè le cosiddette politiche attive, le misure che incentivano la ricerca di occupazione (si chiamano così in opposizione a quelle passive, come i sussidi). Anche qui, però, l’Italia si relega ai bassi fondi delle graduatorie europee. Il nostro paese spende meno di 200 milioni di euro in «supporto all’impiego», contro i 5 miliardi abbondanti investiti dalla Germania nel solo training e oltre 11 miliardi indirizzati ai servizi per l’impiego. Numeri che permettono a Berlino di tenere in piedi uno delle sue infrastrutture tradizionali, il cosiddetto sistema duale: un modello di alternanza scuola-lavoro, avviato nel 1969, che permette ai giovani di intraprendere dai 16 anni in poi un percorso professionalizzante di formazione sia teorica che pratica, con una divisone equa fra ore sui banchi e tirocini in azienda. Con tutti i suoi limiti, inclusa la dimensione troppo “aziendale” della formazione, il meccanismo duale ha contribuisce ad abbassare la disoccupazione giovanile tedesca a minimi del 6,2%. In Italia si è tentato qualcosa di simile con la «alternanza scuola-lavoro» introdotta dalla legge 107 del 2015: un programma che obbliga gli studenti, sia dei licei che degli istituti, a frequentare un certo numero di ore in attività lavorative (200 per i primi e 400 per i secondi). Il programma ha coinvolto meno nel solo 2016-2017 quasi un milione di studenti, con risultati alterni, ma ora potrebbe avviarsi a una revisione sostanziale con la prossima legge di Stabilità. Se poi si parla del confronto fra dimensioni ed efficienza dei centri per l’impiego, il paragone diventa impietoso. In Italia si contano un totale di poco più di 550 centri per l’impiego, responsabili del ricollocamento di meno del 3% di chi cercava lavoro. In Germania i Bundesagentur für Arbeit, uffici dedicati ai soli disoccupati, sono quasi 100mila.

in Il Sole 24 Ore, 03 ottobre 2018

Infanzia e adolescenza. La carta dei diritti dei figli di genitori separati

Presentato oggi il decalogo dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, creato con l’aiuto dei ragazzi e degli esperti: “Devono poter mantenere tutti i rapporti familiari e non ritrovarsi coinvolti nei conflitti, devono essere ascoltati e rispettati”

I genitori si lasciano spesso tra litigi e discussioni e a pagare l’incapacità di mediare degli adulti sono i figli. Questa volta invece di ritrovarsi terreno di scontro e ricatti,  hanno potuto dire la loro, fatto un preciso cahier de doléances e desideri.  Ai grandi hanno chiesto attenzioni e ascolto, affetti mantenuti e rispetto. E le loro parole, esperienze e timori, storie e sogni, sono finiti nella “Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori” che oggi è stata presentata dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano.

Un decalogo nato nell’interesse dei più piccoli, in Italia sono quasi 100mila i minorenni con genitori ormai ex tra separati e divorziati. Istruzioni perché non siano travolti e stravolti nelle “guerre” degli adulti, perché possano mantenere affetti costruiti negli anni, relazioni, senza perdere equilibrio, rapporti in un clima di serenità

La carta è frutto delle parole di una commissione di giovani creata appositamente dal Garante, ma anche del parere di esperti legali, psicologici, sociali sentiti in diverse audizioni. E un documento che definisce dieci punti fermi, ispirati alla convenzione di New York, ai quali i genitori dovranno cercare di aderire e che verrà mandato a consultori, avvocati,  ordini professionali,  agenzie educative e si può scaricare dal sito dell’Autorità garante. (www.garanteinfanzia.org).

“I bambini e i ragazzi – riassume Filomena Albano – hanno diritto a preservare le relazioni familiari, a non esser separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con tutti e due e, soprattutto, a essere ascoltati sulle questioni che li riguardano” come hanno chiesto e consigliato i giovani della Consulta dei ragazzi dell’Agia, nove maschi e nove femmine sotto i 18 anni ascoltati più volte.

La Carta si apre con il diritto dei figli di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori. E di mantenere i loro affetti, fratelli, nonni.  “I figli devono poter stare al centro della vita dei genitori che devono poter essere un faro, un riferimento, la prima persona a cui rivolgersi in caso di difficoltà o per condividere entusiasmo. Perché quando ci si separa non si smette di essere genitori”.

Tra gli altri diritti individuati dalla Carta quello di continuare a essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione. E ancora: bambini e ragazzi nelle separazioni hanno diritto a essere ascoltati e a esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni,  e che le scelte che li riguardano siano condivise dai  genitori. Hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti, devono essere rispettati i loro tempi,  preservati dalle questioni economiche e ricevere spiegazioni.

Un decalogo di buone intenzioni, complesse. Difficili da garantire, tra rispetto e autonomia dei figli,  anche per le coppie che vivono d’amore e d’accordo. Un primo passo, un obiettivo per la serenità delle nuove generazioni.

LA CARTA DEI DIRITTI DEI FIGLI NELLA SEPARAZIONE DEI GENITORI

1. I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti

I figli hanno il diritto di essere liberi di continuare a voler bene ad entrambi i genitori, hanno il diritto di manifestare il loro amore senza paura di ferire o di offendere l’uno o l’altro. I figli hanno il diritto di conservare intatti i loro affetti, di restare uniti ai fratelli, di mantenere inalterata la relazione con i nonni, di continuare a frequentare i parenti di entrambi i rami genitoriali e gli amici.
L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.

2. I figli hanno il diritto di continuare ad essere figli e di vivere la loro età

I figli hanno il diritto alla spensieratezza e alla leggerezza, hanno il diritto di non essere travolti dalla sofferenza degli adulti. I figli hanno il diritto di non essere trattati come adulti, di non diventare i confidenti o gli amici dei loro genitori, di non doverli sostenere o consolare. I figli hanno il diritto di sentirsi protetti e rassicurati, confortati e sostenuti dai loro genitori nell’affrontare i cambiamenti della separazione.

3. I figli hanno il diritto di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nella decisione della separazione e di essere informati da entrambi i genitori, in modo adeguato alla loro età e maturità, senza essere caricati di responsabilità o colpe, senza essere messi a conoscenza di informazioni che possano influenzare negativamente il rapporto con uno o entrambi i genitori. Hanno il diritto di non subire la separazione come un fulmine, né di essere inondati dalle incertezze e dalle emozioni dei genitori. Hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori a comprendere e a vivere il passaggio ad una nuova fase familiare.

4. I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti

I figli hanno il diritto di essere ascoltati prima di tutto dai genitori, insieme, in famiglia. I figli hanno il diritto di poter parlare sentendosi accolti e rispettati, senza essere giudicati. I figli hanno il diritto di essere arrabbiati, tristi, di stare male, di avere paura e di avere incertezze, senza sentirsi dire che “va tutto bene”. Anche nelle separazioni più serene i figli possono provare questi sentimenti e hanno il diritto di esprimerli.

5. I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti

I figli hanno il diritto di non essere strumentalizzati, di non essere messaggeri di comunicazioni e richieste esplicite o implicite rivolte all’altro genitore. I figli hanno il diritto di non essere indotti a mentire e di non essere coinvolti nelle menzogne.

6. I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori

I figli hanno il diritto che le scelte più importanti su residenza, educazione, istruzione e salute continuino ad essere prese da entrambi i genitori di comune accordo, nel rispetto della continuità delle loro abitudini. I figli hanno il diritto che eventuali cambiamenti tengano conto delle loro esigenze affettive e relazionali.

7. I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra genitori

I figli hanno il diritto di non assistere e di non subire i conflitti tra genitori, di non essere costretti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, di non dover scegliere tra loro. I figli hanno il diritto di non essere costretti a schierarsi con uno o con l’altro genitore e con le rispettive famiglie.

8. I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi

I figli hanno bisogno di tempo per elaborare la separazione, per comprendere la nuova situazione, per adattarsi a vivere nel diverso equilibrio familiare. I figli hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti, per accettare i nuovi fratelli, i nuovi partner e le loro famiglie. Hanno il diritto di essere rassicurati rispetto alla paura di perdere l’affetto di uno o di entrambi i genitori, o di essere posti in secondo piano rispetto ai nuovi legami dei genitori.

9. I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nelle decisioni economiche e che entrambi i genitori contribuiscano adeguatamente alle loro necessità. I figli hanno il diritto di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, e di non subire ingiustificati cambiamenti del tenore e dello stile di vita familiare, di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.

10.I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano

I figli hanno il diritto di essere ascoltati, ma le decisioni devono essere assunte dai genitori o, in caso di disaccordo, dal giudice. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni prese, in particolare quando divergenti rispetto alle loro richieste e ai desideri manifestati. Il figlio ha il diritto di ricevere spiegazioni non contrastanti da parte dei genitori.

in la Repubblica 02 ottobre 2018

Giovani. Un mondo, frammentato, inquieto, ricco di speranze ed illusioni

Gianfranco Ravasi

Quanto più si avvicina il Sinodo dei Vescovi, che si terrà a Roma nel prossimo ottobre, tanto più si moltiplica la fioritura di testi dedicati al tema che in quell’assise verrà discusso, cioè l’attuale tipologia giovanile. Talvolta si tratta di analisi settoriali specifiche (trionfa l’attenzione all’infosfera in cui i giovani vivono, spesso ignorando o mettendo tra parentesi il mondo reale), altre volte siamo in presenza di sguardi panoramici d’insieme. Non di rado si ha l’impressione di leggere mappe elaborate da esperti che notomizzano fenomeni incasellandoli nei loro algoritmi sociologici senza sporcarsi troppo nello scendere direttamente per la verifica concreta di territori un po’ repellenti o, comunque, troppo mobili ed estranei.

Vorremmo anche noi affacciarci sulla soglia di questo orizzonte, consapevoli di rischiare la riedizione di stereotipi già ampiamente declinati da altri. Per questa volta non entreremo nell’ambito che più è per noi specifico, quello religioso. Ma – sulla scorta anche delle testimonianze offerte dai «Cortili degli studenti» sviluppati nella cornice del «Cortile dei Gentili», cioè nel dialogo tra credenti e non credenti – proporremo qualche nota attorno a due nodi generali, il modello antropologico che si sta configurando e le nuove coordinate delle relazioni sociali. Sono solo schizzi tematici che, peraltro, ormai lambiscono anche la fenomenologia degli stessi adulti. È ovvio che la questione antropologica sia complessa, tenendo conto del fatto che non c’è neppure un concetto condiviso di «natura umana» (le teorie del gender, pur oggi appannate rispetto a ieri, ne sono un emblema).

Indichiamo, allora, solo il fenomeno dell’io frammentato, legato al primato delle emozioni, a ciò che è più immediato e gratificante, all’accumulo lineare di cose più che all’approfondimento dei significati. La società, infatti, cerca di soddisfare tutti i bisogni ma spegne i grandi desideri ed elude i progetti a più largo respiro, creando così uno stato di frustrazione e soprattutto la sfiducia in un futuro. La vita personale è sazia di consumi eppur vuota, stinta e talora persino spiritualmente estinta. Fiorisce, così, il narcisismo, ossia l’autoreferenzialità che ha vari emblemi simbolici come il «selfie», la cuffia auricolare, o anche il «branco» omologato, la discoteca o l’esteriorità corporea. Ma si ha anche la deriva antitetica del rigetto radicale espresso attraverso la protesta fine a se stessa o il bullismo brutale o la violenza verbale e iconica sulle bacheche dei social, oppure l’indifferenza generalizzata con la caduta nelle tossicodipendenze o con gli stessi suicidi in giovane età. Si configura, quindi, un nuovo fenotipo di società. Per tentare un’esemplificazione significativa di questo secondo aspetto della nostra analisi – rimandando comunque alla sterminata documentazione sociologica elaborata in modo continuo – proponiamo una sintesi attraverso una battuta del filosofo Paul Ricoeur: «Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini».

Domina, infatti, il primato dello strumento rispetto al significato, soprattutto se ultimo e globale. Pensiamo alla prevalenza della tecnica (la cosiddetta «tecnocrazia») sulla scienza; oppure al dominio della finanza sull’economia; all’aumento di capitale più che all’investimento produttivo e lavorativo; all’eccesso di specializzazione e all’assenza di sintesi, in tutti i campi del sapere, compresa la teologia; alla mera gestione dello Stato rispetto alla vera progettualità politica; alla strumentazione virtuale della comunicazione che sostituisce l’incontro personale; alla riduzione dei rapporti alla mera sessualità che emargina e alla fine elide l’eros e l’amore; all’eccesso religioso devozionale che intisichisce anziché alimentare la fede autentica e così via. Un esempio emblematico «sociale» (ma nel senso di social) è quello espresso da un asserto da tempo formalizzato: «Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni», asserto che coinvolge un tema fondamentale come quello di «verità» (e anche di «natura umana»). Come è noto, nella cultura classica (ad esempio, il mito della «pianura della verità» da conquistare sviluppato nel Fedro platonico) il vero è oggettivo, ci precede e ci eccede fino al punto da essere identificato con l’eternità e l’infinito divini nelle varie teologie («Io sono la via, la verità, la vita», proclama Cristo). Compito della persona è la ricerca della verità facendola propria, cioè soggettiva.

Diverso è l’atteggiamento contemporaneo. Il filosofo Maurizio Ferraris, studiandone gli esiti sociali nel saggio Postverità e altri enigmi (Mulino 2017), commentava: «Frase potente e promettente questa sul primato dell’interpretazione, perché offre in premio la più bella delle illusioni: quella di avere sempre ragione, indipendentemente da qualunque smentita». Si pensi al fatto che ora i politici più potenti impugnano senza esitazione le loro interpretazioni e postverità come strumenti di governo, le fanno proliferare così da renderle apparentemente «vere». Ferraris concludeva: «Che cosa potrà mai essere un mondo o anche semplicemente una democrazia in cui si accetti la regola che non ci sono fatti ma solo interpretazioni?». Soprattutto quando queste fake news sono frutto di una manovra ingannatrice ramificata lungo le arterie virtuali della rete informatica? Molti altri sono i temi che s’intrecciano nell’esperienza contemporanea non solo giovanile ma comune a tutti. Pensiamo ai problemi sollevati dall’ecologia e dalla sostenibilità (si veda la Laudato si’), nei cui confronti i giovani sono particolarmente sensibili, o il citato appiattimento dell’economia sulla finanza che crea l’accumulo enorme di capitali ma anche la loro fragilità «virtuale», generando crisi sociali gravi e, in connessione, la piaga della disoccupazione o della sotto-occupazione mal retribuita. Pensiamo anche a temi più specifici come il nesso tra estetica e cultura, in particolare il rilievo dei nuovi linguaggi musicali per i giovani e così via.

Importante, però, è ribadire che l’attenzione ai cambi di paradigma socio-culturali non dev’essere mai né un atto di mera esecrazione, né la tentazione di ritirarsi in oasi protette, risalendo nostalgicamente a un passato mitizzato. Il mondo in cui ora viviamo è ricco di fermenti e di sfide rivolte alla cultura e alla stessa fede, ma è anche dotato di grandi risorse umane e spirituali delle quali i giovani sono spesso portatori: basti solo citare la solidarietà vissuta, il volontariato, l’universalismo, l’anelito di libertà, la vittoria su molte malattie, il progresso straordinario della scienza, l’autenticità testimoniale richiesta dai giovani alle religioni e alla politica e così via. Ma questo è un altro capitolo molto importante da scrivere in parallelo a quello finora abbozzato e che esula dall’approccio limitato che abbiamo scelto. Esso dovrà coinvolgere necessariamente anche l’orizzonte religioso che si deve confrontare con un fenomeno pervasivo come quello della secolarizzazione, un tema che merita una trattazione specifica.

in “Il Sole 24 Ore” del 30 settembre 2018

I NEET in Italia e in Europa

«Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l’impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l’epoca stessa, nonostante l’operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata […] ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un’azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l’estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell’individuo». (Thomas MannLa montagna incantata, 1934)

La categoria dei NEET (Not [engaged] in Education, Employment or Training), quella dei giovani tra i 16 e i 24 anni o, in analisi più inclusive, tra 16 e i 35, che non svolgono alcuna attività lavorativa o formativa, è stata introdotta e ha cominciato a essere studiata come fenomeno di rilevanza statistica a sé (cioè non esauribile in quella dei disoccupati) alla fine degli anni Novanta in Gran Bretagna, ma è ben presto stata adottata in buona parte del resto del mondo. Non è affatto una categoria omogenea, né ha un collegamento così pacifico con i momenti di crisi, e per raffigurarne la complessità verrebbe da citare il giovane protagonista della Montagna incantata Hans Castorp, nel suo settennale ritiro – prima per caso, poi per necessità e infine per scelta – nel sanatorio svizzero di Davos, nel pieno della Belle époque (fino a quando lo scoppio della Grande guerra non lo farà precipitare violentemente di nuovo nella realtà).

La categoria dei NEET include infatti i ragazzi che hanno scelto uno stile di vita ‘antiborghese’ e che per esempio viaggiano o fanno arte; quelli che non sono disposti ad accettare qualsiasi lavoro e aspettano l’occasione giusta; quelli che sono dediti alla cura di altri, per esempio di familiari, o che sono malati o invalidi; i disoccupati di lungo o breve periodo, che ne costituiscono la parte numericamente più consistente; e infine gli  ‘scoraggiati’, che rappresentano il gruppo a maggior rischio di emarginazione e di comportamenti asociali e con i quali si tende a identificarla. Come si vede, situazioni molto diverse e per niente assimilabili tra di loro e quindi difficilmente analizzabili.

Ciononostante, i NEET sono un valore statistico valido per descrivere lo stato di salute del sistema di formazione e del mercato del lavoro di ciascun Paese e del loro reciproco rapporto, e l’eccessiva estensione del fenomeno viene considerata un segno di situazioni di esclusione generazionale preoccupanti. Secondo i dati dell’Eurostat regional yearbook 2018, nel pieno della crisi del 2012, nell’UE la percentuale dei NEET (intesi nell’accezione più restrittiva dei 18-24enni) aveva raggiunto il 17,2% (sul totale dei giovani di quella fascia di età), ma da quella data in poi è gradualmente scesa fino al 14,3% del 2017.

Tali numeri nascondono però realtà assai varie: si va dalle percentuali del 5,3 dei Paesi Bassi e dell’8,6 della Germania, passando per il 15,6% della Francia e il 17,1% della Spagna, fino a raggiungere quote altissime nel nostro Paese, che con il 25,7% (ma era il 29,1 nel 2013) supera anche la Grecia, al 21,4% (che era al 28,2 nel 2013). E, ancora, questo 25,7% del 2017 italiano include il 15,6% dell’Emilia Romagna e il 39,6 della Sicilia, una regione che insieme a Calabria, Campania e Puglia si colloca tra le 11 aree dell’UE con la percentuale più alta di NEET.

Considerando la fascia di età superiore compresa tra i 20 e i 29 anni, la situazione italiana non sembra migliore, raggiugendo il 29,5% (la Grecia è al 28,8%). Le più ‘rinunciatarie’ sono le donne che, dopo aver studiato tra i 20 e i 24 anni al pari e con più profitto dei loro coetanei maschi, riuscendo in questa fascia di età quasi ad azzerare le differenze di genere, si ritrovano tra i NEET l’11% di volte in più rispetto agli uomini, forse perché dedite alle nuove famiglie: un gap tra i sessi ancora tra i più profondi d’Europa, benché superato da altri contesti (dal 13-15 della Grecia e soprattutto da alcuni Paesi dell’Est, mentre è minimo per esempio in Portogallo).

Per quanto riguarda il livello di istruzione, infine, relativamente questa volta alla fascia di età 20-34 anni, spiccano in Italia le difficoltà per chi ha un grado di scolarizzazione elementare (11,1% contro una media UE del 6,2%), ma ancor più per chi ha un livello intermedio di istruzione (14,2%, contro il 7,7% UE), percentuali in entrambi i casi tra le più alte dell’Unione: ciò che sembrerebbe suggerire che la scuola per molti rappresenta un sentiero interrotto che, se non conduce all’università, offre poche chances di inserirsi nel mercato del lavoro, un fatto peraltro segnalato da tempo da diversi analisti.

in Istituto Enciclopedia Italiana, 26 settembre 2018

 

Oltre 5mila ragazzi stranieri scomparsi nel 2018

Sono più di 5mila i minori stranieri scomparsi in Italia dall’inizio del 2018. Lo rende noto la testata Estreme Conseguenze, pubblicando i dati ufficiali, aggiornati al 31 agosto, del Commissario Speciale per le persone scomparse, figura istituita nel 2007 con decreto presidenziale e nominato dal Presidente del Consiglio. Attualmente guida la struttura il Prefetto Mario Papa.

L’ufficio ha monitorato tutte le persone scomparse in Italia dal 1974 ad oggi. I numeri sono impressionanti: le persone di cui ufficialmente si sono perse le tracce in questi anni potrebbero riempire uno stadio di una grande città: sono 56.560. I minorenni scomparsi, italiani e stranieri, sono 40.820. Di questi, 38.443 sono minori stranieri, 2.385 gli italiani. In assoluto, tutte le persone scomparse in Italia ancora da rintracciare sono 55.949 (tra cui 2.377 minori italiani, e 47.047 stranieri in totale). Mentre per gli italiani la percentuale di ritrovamento e’ molto alta, intorno al 98%, e in grande maggioranza si tratta di ‘fughe’ di 48/52 ore al massimo, gli stranieri che vengono rintracciati sono appena il 52%.

Secondo Europol, il cui ultimo rapporto in materia è del 2016, confrontando i dati di tutte le polizie e dei Ministeri degli Interni e dell’Immigrazione europei, tra il 2014 e il 2015 i minori scomparsi in Italia (e di cui quindi non si sono avute piu’ notizie, nessun ricongiungimento con familiari o parenti in altri paesi) sono stati almeno 5mila. Cifra indicata ‘per difetto’. Diversi sono i paesi di origine. Dall’area dell’Africa Sub- Sahariana, a quella del Corno d’Africa: Senegal, Gambia, Guinea, Niger, Nigeria, Ciad e Camerun. A seguire Bangladesh, Mali, Sud Sudan, Eritrea, Afghanistan, Somalia. In misura minore Pakistan, Marocco, Tunisia, Algeria e Siria. Per la maggior parte, i minori stranieri non accompagnati hanno un’eta` compresa tra i 15 e i 17 anni (o presunta tale) e sono di sesso maschile.

Maggiori informazioni su http://www.estremeconseguenze.it.

(Wel/ Dire, 28 settembre 2018)