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Un bambino su 6 vive in zone di guerra. L’allarme di save the Childen

L’ennesimo attacco che si sta svolgendo in Siria, nell’area di Ghouta, ha provocato quasi 200 morti civili, tra cui molti bambini. Piccole vittime della guerra. Sono più di 357 milioni i bambini – uno su sei al mondo – che vivono attualmente in zone colpite dai conflitti, un numero cresciuto di oltre il 75% rispetto all’inizio degli anni ’90. Bambini e bambine che vengono uccisi, mutilati, rapiti, stuprati, che vedono le loro scuole e le loro case distrutte dai bombardamenti, che vengono reclutati forzatamente nei gruppi e nelle forze armate e che sono tagliati fuori dall’educazione e dall’accesso a cure mediche. E’ la denuncia del nuovo rapporto di Save the children “Guerra ai bambini”, lanciato dall’organizzazione in collaborazione con il Peace research Institute di Oslo.

SIRIA, AFGHANISTAN E SOMALIA I PAESI PIU’ SEGNATI DALLA GUERRA

Siria, Afghanistan e Somalia – emerge dal rapporto di oltre 40 pagine – si trovano in cima alla classifica dei dieci paesi segnati dalla guerra dove è più difficile essere bambini e dove le conseguenze sulla loro vita sono ancora più gravi. A seguire Yemen, Nigeria, Sud Sudan, Iraq, Repubblica democratica del Congo, Sudan e Repubblica centrafricana, mentre Medio Oriente e Africa risultano le macro-regioni che registrano i tassi più alti al mondo di minori che vivono in aree colpite da conflitti (più di 1 su 3 – 39% – nella regione mediorientale, 2 su 5 – 21% – nel continente africano).

“Stiamo assistendo a un aumento scioccante del numero di bambini cresciuti nelle aree colpite da conflitti e alla loro esposizione a forme di violenza immaginabili. I bambini stanno subendo sofferenze che non dovrebbero mai vivere sulla propria pelle, dagli stupri all’essere utilizzati come kamikaze. Le loro case, scuole e campi da gioco sono diventati veri e propri campi di battaglia. Crimini come questi rappresentano abusi intollerabili e sono una flagrante violazione del diritto internazionale – dichiara Daniela Fatarella, vice direttore di Save the children Italia.

“I leader mondiali devono fare di più per assicurare alla giustizia i responsabili di questi abusi. L’incapacità di proteggere i bambini nei conflitti, infatti, non soltanto ha come conseguenza quella di negare il futuro agli stessi minori, ma anche ai loro paesi. Occorre fare una scelta decisa. Vogliamo continuare a guardare mentre altri bambini muoiono sui banchi di scuola o nei letti d’ospedale, non ricevono aiuti salvavita e vengono reclutati nei gruppi armati? Oppure decideremo finalmente di affrontare la cultura dell’impunità e mettere fine una volta per tutte alla guerra ai bambini?”.

BAMBINI UCCISI E MUTILATI: CASI AUMENTATI DEL 300% DAL 2010

Dal 2010, i casi verificati dalle Nazioni Unite di bambini uccisi e mutilati è aumentato di quasi il 300%, un incremento particolarmente significativo – recita il rapporto – dovuto anche al fatto che “negli ultimi anni i minori sono sempre più diventati un bersaglio intenzionale per infliggere un forte danno emozionale alle comunità o estirpare alla radice le future generazioni appartenenti a un determinato gruppo etnico o religioso”.

In particolare, sottolinea Save the children, tra il 2005 e il 2016 oltre 73.000 bambini sono stati uccisi o hanno subito mutilazioninell’ambito di 25 conflitti, con oltre 10.000 casi registrati nel solo 2016. In Afghanistan, per esempio, dove il conflitto si protrae da quasi 17 anni, il 2016 ha visto il più alto numero di casi verificati di uccisioni e mutilazioni tra i minori, con oltre 3.500 bambini vittime, il 24% in più rispetto all’anno precedente. Circa 700 bambini, inoltre, hanno perso la vita nel paese nei primi nove mesi del 2017.

·UN ESERCITO DI 50MILA BABY SOLDATI 
Quasi 50.000 minori sono stati forzatamente reclutati nei gruppi o nelle forze armate tra il 2005 e il 2016. Bambini e bambine, in alcuni casi con meno di 8 anni di età, costretti a combattere mettendo gravemente a rischio la propria vita, a trasportare pesanti provviste e forniture militari, spesso anche a uccidere o a compiere gravi atti di violenze e, nel caso delle ragazze, a diventare le mogli e le compagne di soldati e combattenti.

Solo nel 2016, sono stati quasi 8.000 i casi verificati di reclutamento forzato, con la Nigeria a detenere il triste primato con più di 2.000 bambini costretti a unirsi ai gruppi o alle forze armate. Seguono la Somalia e la Siria. Anche i bambini particolarmente vulnerabili non sono esenti dal reclutamento forzato nei gruppi armati, come dimostra il caso del reparto giovanile creato da Al-Qaeda in Iraq, chiamato “Uccelli del paradiso”, per annoverare tra i propri ranghi orfani, disabili mentali e bambini di strada da utilizzare in attacchi suicidi contro obiettivi governativi o civili.

ABUSI SESSUALI E RAPIMENTI
Anche lo stupro e le violenze sessuali sono una delle principali e più gravi violazioni commesse ai danni dei bambini nei conflitti, ma lo “stigma sociale purtroppo non consente di quantificarne esattamente l’impatto”, spiega Save the children. Tra il 1989 e il 2009 si calcola che nel 35% dei conflitti si sia fatto ricorso a forme di violenze sessuali contro i minori, che oltre allo stupro comprendono la schiavitù sessuale, la prostituzione, le gravidanze, la sterilizzazione e l’aborto forzati, le mutilazioni e le torture sessuali. In particolare, i casi documentati ammontano a oltre 17.500 tra il 2005 e il 2016, con più di 850 casi solo nel 2016.

Dal 2005 al 2016, emerge dal rapporto, ci sono stati oltre 14.300 casi di minori rapiti e sequestrati, con il picco registrato nel 2015 quando i casi ammontavano a oltre 3.400, con il numero più alto in Sud Sudan. Bambini e bambine sono sottratti con la forza ai propri villaggi e alle proprie famiglie per differenti ragioni, dal reclutamento forzato nei gruppi e nelle forze armate allo sfruttamento sessuale ai lavori domestici, con un impatto devastante sulla loro vita e sulle loro stesse famiglie.

27 MILIONI DI BAMBINI SENZA SCUOLA A CAUSA DEI CONFLITTI
I bambini che vivono nelle aree di conflitto sono sempre più a rischio anche quando si trovano a scuola o in ospedale, luoghi che dovrebbero essere per loro assoluta garanzia di protezione. Oggi, nel mondo, 27 milioni di bambini sono tagliati fuori dall’educazione a causa dei conflitti perché sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, perché le loro scuole sono state distrutte o danneggiate oppure perché i loro insegnanti sono fuggiti. Tra il 2005 e il 2016, si sono infatti registrati oltre 15.300 attacchi che hanno avuto come obiettivo scuole e strutture sanitarie, con un incremento del 100% in un decenni.

In particolare, il 2017 si è rivelato uno degli anni peggiori per quanto riguarda gli attacchi verso le strutture educative, con almeno 2.000 attacchi verificatisi in Yemen e in Repubblica Democratica del Congo, il 400% in più rispetto al 2015. Colombia, Siria, Afghanistan, Pakistan e Sudan sono i paesi maggiormente colpiti, tra il 2009 e il 2012, da attacchi nei confronti delle scuole. Quanto agli ospedali, in Siria, dal 2011, ci sono stati oltre 1.000 attacchi che hanno colpito cliniche e strutture sanitarie. In Yemen, da marzo 2015 a marzo 2017, ci sono stati più di 160 casi, che hanno contribuito ad accelerare il collasso del sistema sanitario del paese e la diffusione dell’epidemia di colera.

in La Repubblica, mercoledì 21 febbraio 2018

PER SAPERNE DI PIU’

http://www.savethechildren.it/blog-notizie/guerra-ai-bambini

 

 

Giovani. Un nobile gesto di “eroica gratuità”

Giampaolo Visetti

Il calciatore dello Spinea rinuncia alla gara decisiva: “Anche se non conoscerò mai la destinataria ho sentito che era la mia occasione”

Si può vincere un Pallone d’oro anche senza giocare. Il veneziano Fabio Caramel, 25enne di Marcon, ci è riuscito persino rinunciando per una volta a fare il difensore centrale nello Spinea, campionato Promozione girone C. Domenica non si è presentato alla partita più importante dell’anno, contro la capolista Arcella. Ha preferito rispondere alla convocazione dell’ospedale di Verona: lunedì ha donato il midollo osseo a una donna, sconosciuta, colpita da leucemia. Il suo allenatore Maurizio Bedin, lunga carriera anche in serie A, per fermare l’attacco avversario puntava tutto sul leader della difesa. Sono stati i compagni di squadra a intercedere per il permesso: «Tranquillo mister — hanno detto dopo l’ultimo allenamento — c’è un mondo anche lontano dalla sfera. Giochiamo tutti per Fabio, dietro non passa nessuno». Hanno mantenuto la parola, zero a zero: ma il difensore che ha rinunciato a qualcosa per essere qualcuno la sua sfida del weekend l’aveva già vinta. «Sono stato fortunato — dice — perché chiunque può dare una mano agli altri. Invece all’improvviso hanno chiamato me». Per una «semplice trasfusione» ora rifiuta la «retorica dell’eroe». Sperava anzi che nessuno cedesse alla tentazione di «chiacchierare in giro», ringrazia la società e l’allenatore «per il sostegno» e si limita a ripetere che «per cambiare occhi basta non inzupparli di pigrizia». Lui ha cominciato appena maggiorenne. Come regalo, i compagni di classe non gli hanno offerto un’ombra di bianco. Lo hanno invitato a provare come si dona il sangue. «Sei anni fa — dice — non avevo capito bene che si può offrire la disponibilità anche al prelievo di sangue midollare. Mi hanno detto che non ti capita quasi mai, non ci ho fatto caso e ho detto sì. Quando mi hanno telefonato dal policlinico di Borgo Roma non ci credevo, che potesse succedermi una storia così figa». Neolaureato in Gestione aziendale a Ca’ Foscari, Fabio Caramel da novembre lavora come « contabile tuttofare» in un’impresa di vernici. Nel tempo libero, calcio e volontariato. Con una trentina di coetanei ha fondato l’Onlus no-profit “Uguale”. Animano feste, concerti e tornei: il ricavato finisce ad associazioni della zona che aiutano i disabili. «In un anno — dice — abbiamo raccolto 15mila euro e finanziato sette progetti. Niente di speciale, ma studiando sentivamo che in giro c’è bisogno di qualcosa di nuovo: un giorno, con gli amici, abbiamo pensato che noi che ci divertiamo sempre un casino possiamo restituire almeno una briciola». Come cinque ore in ospedale per regalare le proprie cellule staminali a una sconosciuta che avrà l’85% di possibilità di non morire. «Magari ha una famiglia — dice — o è una mamma. La legge vieta di conoscerne l’identità. In ogni caso ho sentito che per me era una grande occasione». Non se l’è lasciata scappare. La chiamata dei medici, lo scorso dicembre: «Se ti va, tieniti pronto. C’è una persona che ha bisogno del trapianto e tu sei compatibile». Poi silenzio, fino all’altro giorno. «Non è come una volta — dice — la medicina viaggia veloce. Non ti prelevano più il midollo da ossa, o spina dorsale. Per qualche giorno assumi fattori della crescita e il siero midollare entra in circolazione. Pescano le staminali direttamente dal sangue. Assomiglia a una donazione normale, solo è più lunga e alla fine ti senti più stanco, ma pure più felice». Per un calciatore, pure se dilettante, si impone qualche giorno di riposo dall’attività agonistica. «Concederlo non è stato un problema — dice Andrea Benfatto, direttore sportivo dello Spinea — ma un onore. Tesseriamo i giovani più bravi con il pallone, in classifica siamo a tre punti dal quarto posto: prima di tutto però cerchiamo quelli che ci sembrano uomini». Fabio da martedì potrà tornare ad allenarsi: adesso sa come fa un difensore, anche se ogni domenica non sventa un gol, a diventare un campione.

in “la Repubblica” del 17 febbraio 2018

La bella gioventù. Di cui essere orgogliosi

Giampiero Rossi

«Un minuto e mezzo. Ce la faccio». Questa l’unica cosa somigliante a un pensiero che — ore più tardi — il diciottenne Lorenzo Pianazza riesce a ricordare di quei trenta secondi di inconsapevole eroismo metropolitano.

Sono quasi le 15, fermata «Repubblica» della linea tre della metropolitana. Il ragazzo sta tornando da scuola e, scendendo le scale, guarda come prima cosa quanto manca all’arrivo del prossimo treno: il display indica un minuto e mezzo. Un attimo dopo si accorge che sta succedendo qualcosa: «Ho visto una donna disperata, china verso i binari e poi, sotto, c’era un bambino, piccolo, evidentemente caduto giù». Lorenzo non ha potuto vedere la sequenza, ripresa dalle telecamere della stazione, del piccolo Mohamed (due anni e mezzo) che sfugge al controllo della madre e scivola fuori dalla banchina. «C’era un po’ di gente che si avvicinava e allora mi sono detto “ce la faccio, salto giù, lo prendo e riesco a risalire”. Ho anche immaginato di correre in fondo al binario casomai fosse arrivato il treno, sperando che la metro si fermasse prima».

Non sono autentici pensieri, sono fotogrammi immaginati e che precedono i suoi gesti istintivi. Lorenzo non sa che in quello stesso momento Claudia Castellano, 32 anni, assunta dall’Atm soltanto l’estate scorsa, dalla cabina di controllo ha visto tutto e ha bloccato il treno in arrivo su quel binario. Il ragazzo si libera dello zaino, salta giù dalla banchina, afferra il bambino, lo porge alla madre, uno sguardo verso la galleria da cui dovrebbe arrivare il treno, poi si china ancora a raccogliere qualcosa («una trombetta di plastica che gli era caduta»), un’altra occhiata lungo i binari, poi si gira di schiena e facendo leva sulle braccia si issa sul marciapiedi. Sono passati meno di trenta secondi in tutto. È fatta. «Quando sono risalito il bambino piangeva — ricorda ancora — gli ho messo una mano sulla spalla per tranquillizzarlo, anche la mamma era terrorizzata. Mi ha detto grazie e poi io sono andato via».

Nel giro di pochi minuti, infatti, viene dato il via libera alla circolazione e Lorenzo sparisce sul primo treno. Madre e figlio, di origini senegalesi, vengono accompagnati in ospedale per accertamenti. È andata bene: oltre alla grande paura, soltanto un’abrasione al ginocchio. Ma intanto anche il sindaco di Milano lancia un appello via Facebook per rintracciare il giovane eroe immortalato dalle telecamere e ringraziarlo insieme alla dipendente Atm.

È Lorenzo Pianazza a contattare, in serata, il sito Milano Today . Al telefono con il Corriere appare sorpreso di tanta attenzione nei suoi confronti: «Ho fatto una cosa che mi sembrava giusto fare, un bambino così piccolo, una mamma disperata… Anche i miei genitori mi hanno detto che sono contenti di me».

in “Corriere della Sera” del 14 febbraio 2018

Un giovane studente ghigliottinato perché contro Hitler e il nazismo

Maria Teresa Pontara Pederiva

Dal 5 febbraio 2012 è venerato martire dalla Chiesa ortodossa tedesca come sant’Alexander di Monaco, al secolo Alexander Schmorell, uno dei “ragazzi” della Rosa Bianca, i giovani che si ispiravano a Romano Guardini. E da quel momento in Germania sono in molti ad aspettarsi che anche la Chiesa cattolica – in clima di dialogo ecumenico – a 75 anni dalla morte segua la medesima strada per Willi Graf, l’unico cattolico del gruppo.

Ghigliottinato dai nazisti a 26 anni il 13 luglio 1943 nel carcere di Stadelheim a Monaco, Schmorell è uno dei tanti martiri della follia del Novecento la cui figura di oppositore al nazionalsocialismo, ad oltre tre quarti di secolo dalla morte, fatica ancora ad essere conosciuta da noi (nelle aule scolastiche come nei gruppi giovanili). Non è diverso per i suoi compagni Willi Graf, i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst…

E chi si ricorda di padre Max Josef Metzger, il prete giornalista giustiziato nel carcere di Brandeburg nel 1944, accusato di parole di opposizione ad un regime e ad una Chiesa incapace di “vedere”? (nel 1917 aveva inviato al papa la proposta di un piano di pace e di un concilio ecumenico ad Assisi e scriverà nel suo giornale: «Una cosa deve precedere tutto il resto: non possiamo vendere il Vangelo per salvarci la vita! Sono e rimango un uomo libero, mi si possa anche incatenare. La verità continua a sventolare ed io continuerò ad annunciarla coraggiosamente. E se mi verrà tagliata la lingua, allora parlerò col mio silenzio. Fin quando arderà in me ancora la vita, mi batterò contro questa stupidità»).

«Dare testimonianza è la nostra unica arma, la più potente» scriveva il beato Josef Mayr-Nusser, sudtirolese presidente dell’AC di Trento e Bolzano (allora parte tedesca della diocesi tridentina) che, nel 1945, pagò con la vita la sua obiezione di coscienza, come un altro beato sudtirolese Franz Jägerstätter.

Un giovane tedesco in epoca nazista

Alexander era nato in Russia, a Orenburg, agli estremi confini siberiani, poco più di 100 anni fa, il 16 settembre 1917 (il padre Hugo, un medico tedesco, e la madre russa, Natalija Petrovna Vedenskaja, figlia di un pope) e battezzato con rito ortodosso. Rimasto vedovo con il bimbo di soli 2 anni, il dott. Schmorell fa ritorno nella sua Baviera insieme ad una baby sitter russa, Fedodosija Lapshina, che educherà il piccolo Alex alla fede oltre che insegnargli la lingua materna.

Il giovane Schmorell cresce come in ogni famiglia borghese, una vera passione per l’arte, e in particolare la scultura di Rodin, e lo sport (equitazione e scherma): alto, biondo e sportivo, amante della compagnia, e del fumo della pipa. Quasi per inerzia, alla stregua della stragrande maggioranza dei tedeschi di allora (come anche Joseph e Georg Ratzinger), a 15 anni entra nella Hitlerjugend, la Gioventù hitleriana. Al termine del diploma superiore e l’anno di lavoro di prassi, nel 1937 sceglie il servizio militare in cavalleria ed è parte attiva al momento dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, e quindi della Cecoslovacchia.

L’incontro con i ragazzi della Weisse Rose

Nel 1940 si iscrive all’università nell’intenzione di seguire le orme paterne con lo studio di medicina, non immaginando neppure lontanamente che quella scelta avrebbe finito per cambiare completamente la sua vita. L’incontro con i fratelli Hans e Sophie Scholl e Willi Graf – che avevano dato vita al gruppo della Weisse Rose/Rosa Bianca – lo induce ad una profonda riflessione su quanto stava accadendo in quegli anni in Germania. Con loro partecipa alla pubblicazione e alla diffusione dei primi “volantini” che denunciavano il regime del Führer.

«Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi “governare”, senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti». E una lapidaria conclusione: «Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!» si legge nel primo della serie.

Grazie alla sua conoscenza della lingua e della cultura russa, nel 1942 i ragazzi si spingono fino al fronte russo come tirocinanti di medicina (a Varsavia durante il viaggio furono testimoni dei rastrellamenti nel ghetto ebraico).

Al loro rientro gli eventi precipitano: una volta pubblicati e diffusi il quinto e sesto volantino, i fratelli Schoell vengono arrestati dalla Gestapo il 18 febbraio 1943 e il 22 sono condannati a morte per alto tradimento insieme a Christoph Probst (sentenza eseguita in giornata).

La Croce e la testimonianza

Alexander, appresa la notizia del loro arresto, tenta una fuga prima in treno e poi a piedi per riparare in Svizzera sotto falso nome, ma le abbondanti nevicate gli impediscono di attraversare il confine. Trova rifugio presso un suo vecchio docente di liceo, ma il 24 febbraio in un bunker dove si era rifugiato per scampare ad un bombardamento viene riconosciuto e denunciato da una compagna d’università.

Il 19 aprile è processato e condannato a morte – nei tribunali nazisti la sentenza era sempre già scritta – insieme a Willi Graf e al professor Kurt Huber. Nell’interrogatorio della Gestapo aveva confessato: «Quando, nel 1937, mi sono arruolato ho fatto giuramento di fedeltà. Dichiaro apertamente che già allora avevo scrupoli interiori. E dopo pochissimo tempo sono entrato in conflitti di coscienza, quando riflettevo che, da una parte, portavo la divisa del soldato tedesco e, dall’altra, simpatizzavo per la Russia» (la Russia zarista non quella bolscevica ndr).

Il 13 luglio verrà giustiziato insieme a Huber, mentre il 12 ottobre è la volta di Willi Graf che, da liceale, aveva portato con fierezza l’uniforme degli scout così diversa dalle camicie brune dei nazisti.

A differenza dei fratelli Schoell, Alexander in carcere ebbe il tempo di scrivere parole di addio per amici e familiari, parole di rassegnazione senza odio, parole di accettazione della morte alla sequela della croce di Cristo.

«La tua pazienza ha stupito gli angeli» dichiarava nel 2012 l’arciprete nel corso della liturgia del 5 febbraio nella Salvatorkirche, la cattedrale metropolitana ortodossa di Monaco, riconoscendo le sue virtù eroiche.

Nikolaj Artemov aggiungeva un’ipotetica ricostruzione riguardo alla scelta del nome del Gruppo: in un passo dei Fratelli Karamazov Dostoevskij scrive di una rosa bianca unico ornamento della bara di una giovane, segno di un destino di risurrezione. Quel fiore è raffigurato anche nell’icona del martire sant’Alexander che indossa il camice medico, nella mano destra la croce e una rosa bianca.

«La testimonianza di chi si batte per la verità non andrà mai persa, anche quando sembra apparentemente affondare nel fallimento»: è la convinzione che, da 70 anni, guida l’impegno di Hildegard Goss-Mayr, viennese di nascita, classe 1930, già candidata al Premio Nobel per la pace nel 1979, 1987 e 2001 (su proposta, fra gli altri, di Thomas Merton e di Helder Camara), presidente onoraria del Mir, il Movimento internazionale per la riconciliazione, e vincitrice del Premio Bruno Kreiskj per la difesa dei diritti umani. Aveva 12 anni nel 1942, quando veniva quasi travolta dalla folla che, nelle strade di Vienna, osannavano Hitler e la sua coscienza le impose: “Tu non puoi salutare il Führer!” e da quel giorno la sua vita cambiò. Con il marito Jean, morto nel 1991, ha viaggiato in tutto il mondo per testimoniare il valore della pace e, durante il Concilio, unì a Roma le forze insieme a quelle di Dorothy Day e di altri coraggiosi.

«Il fantasma di un’economia autarchica deve scomparire dall’Europa. Ogni popolo, ogni individuo hanno diritto ai beni della terra. Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio degli Stati criminali che si fondano sulla violenza sono le basi della nuova Europa», scrivevano nel loro 5° volantino del gennaio 1943.

«Quando riascolterai l’aria del Messiah di Handel – scriverà il cattolico Willi alla sorella Anneliese Knoop-Graf nell’ultima lettera (nel testamento indicherà il Salmo 90 “Signore, tu sei stato per noi un rifugio”) – pensa che quelle parole “So che il mio Redentore vive”, sono per me la fede che mi sostiene e mi dà la forza». «E il racconto appartiene anche a quelli che non sono stati testimoni diretti», ha ripetuto Anneliese fino alla sua morte nel 2009.

in Settimana-News 05 febbraio 2018

 

Analfabetismo giovanile nei Paesi colpiti da conflitti o da disastri

Quasi tre giovani su dieci tra i 15 e i 19 anni che vivono in paesi colpiti da conflitti o disastri sono analfabeti. In totale si tratta di 59 milioni di persone. A lanciare l’allarme è l’Unicef, che ha chiesto maggiori investimenti nell’istruzione, in particolare per i più svantaggiati. La situazione, spiega il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, è particolarmente grave per le ragazze in quella fascia d’età. Il 33 per cento di esse, nei paesi in cui l’emergenza è maggiore, non hanno la possibilità di apprendere nemmeno le nozioni basi. I coetanei maschi nelle stesse condizioni sono il 24 per cento.

«Questi numeri sono un duro promemoria del tragico impatto che le crisi hanno sull’istruzione dei bambini, sul loro futuro, e sulla stabilità e crescita di economia e società», ha detto Henrietta H. Fore, direttore esecutivo di Unicef. «Un bambino non istruito che diventa un giovane analfabeta in un paese devastato dai conflitti o distrutto dai disastri potrebbe non avere molte possibilità», ha aggiunto. Secondo l’agenzia Onu per i minori, i più elevati livelli di analfabetismo sono stati registrati in Niger, Ciad, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. La situazione umanitaria è grave anche in Libia dove 378.000 bambini hanno bisogno di assistenza, prosegue la denuncia dell’Unicef. «Il 2018 è un anno cruciale per la Libia, specialmente per i bambini», ha spiegato Abdel-Rahman Ghandour, rappresentante speciale dell’agenzia Onu nel paese nordafricano. «Questo è il motivo per cui chiediamo 20 milioni di dollari per fornire assistenza immediata e sostegno a lungo termine ai bambini in tutto il paese», ha aggiunto. «Non importa la loro nazionalità, genere o razza, tutti loro meritano la possibilità di un futuro migliore», ha sottolineato il rappresentante speciale.

in Osservatore Romano, giovedì 1 febbraio 2018

Lettera aperta ai giovani diciottenni

Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

18 anni!

Mi immagino che molti ragazzi e ragazze nati nel 2000 si preparino alla festa del loro diciottesimo compleanno durante questo 2018. I nati del 1999 hanno appena finito i loro festeggiamenti.

Auguro che per tutti sia una festa: la festa di essere vivi, la festa di essere giovani, la festa della responsabilità. Anche se non per tutti la vita è stata facile in questi 18 anni, anche se molti hanno già attraversato dure prove per motivi di salute, per relazioni tempestose con i genitori o nelle esperienze affettive, per problemi economici o di inserimento negli ambienti della scuola o dei coetanei, tuttavia la grazia della vita rimane un dono inestimabile. La festa per i 18 anni è quindi anzitutto occasione di gratitudine.

La festa forse meno pensata e apprezzata è quella della responsabilità: della responsabilità, infatti, si tende a mettere in evidenza il peso, il rischio, i fastidi. Per questo si preferisce «scaricare le responsabilità»: pretendere libertà, aspettarsi i servizi che gli altri sono chiamati a rendere, ma evitare di assumersi le responsabilità e di esercitarle.

Però festeggiare così i 18 anni è come restare bambini: certo si è diventati grandi, ma in realtà si è rimasti nella condizione di essere accuditi, assistiti, accontentati. Allora la festa non è più davvero tale, ma è un divertimento che assorda, intontisce, stanca.

Diventare adulti e cominciare ad esercitare le responsabilità è invece motivo di festa perché dà la fierezza di essere utili, di contribuire al bene degli altri, di mettere mano all’impresa di rendere migliore il mondo. A 18 anni si può prendere la patente e incominciare a guidare: la libertà si allarga alla possibilità di viaggiare, di visitare persone e Paesi, di dare un passaggio agli amici e ai nonni. È una grande responsabilità che richiede attenzione, vigilanza, sobrietà, prudenza. Quanto bene può fare chi guida bene! Ma anche quanto male a sé e agli altri, se lo fa con imprudenza e incompetenza!

A 18 anni si diventa pienamente responsabili dei propri atti a livello civile e penale: la libertà si confronta con la legge come garanzia del bene comune, del rispetto dei diritti di tutti. È il segno che l’appartenenza alla comunità non è solo il diritto di ricevere prestazioni, ma anche il dovere di rispettare le regole e di partecipare con le proprie risorse e con il proprio comportamento alla convivenza dei cittadini.

Vorrei però mettere l’accento su tre aspetti della «maggiore età» che meritano di essere particolarmente raccomandati ai 18enni e a tutti i maggiorenni.

A 18 anni si sperimenta, io credo, una specie di contraddizione tra il fatto di «avere tutti i diritti e doveri» di un adulto, e l’impressione di «non poter fare niente». Un 18enne nel nostro Paese è considerato «troppo giovane», e le possibilità effettive di avere un vita propria, un’abitazione propria, un’attività propria, un’autonomia reale sono molto ridotte: per lo più il giovane dipende ancora in tutto dalla sua famiglia.

Mi sembra opportuno reagire a questa percezione di impotenza e mi piacerebbe seminare nei 18enni la persuasione di essere presenza attiva, significativa, preziosa per la società e la Chiesa di oggi. Per questo è necessario scuotersi dalla comoda condizione del dipendere che induce ad aspettarsi tutto dagli altri: occorre piuttosto introdursi nella fierezza e nella bellezza del partecipare. Sei parte della società e la tua partecipazione ne decide la qualità; sei parte della comunità cristiana e la tua partecipazione ne determina il valore. Se tu manchi viene a mancare un patrimonio, e se tu non partecipi ti riduci ad essere un peso solitario.

Per esprimere questa partecipazione attiva e costruttiva mi permetto di ribadire un criterio che sembra quantitativo ma che in realtà è «spirituale»: si tratta della legge delle decime. È una legge che non impone una tassa, ma suggerisce di vivere l’appartenenza alla società e alla comunità con un contributo significativo. La legge delle decime consiglia di considerare quello di cui ciascuno dispone realmente come se avesse una «destinazione comune»: cioè il tempo che ho non è solo per me, ma per la condivisione: Perciò, tanto per fare un esempio: ogni dieci ore dedicate allo studio, un’ora potrebbe essere dedicata a chi fa fatica a studiare; ogni dieci ore dedicate allo sport, un’ora potrebbe essere dedicata a chi non può fare sport. Lo stesso  vale per i soldi, i libri, la musica eccetera.

A 18 anni si acquisisce il diritto-dovere di votare per esprimere le proprie scelte in campo politico e amministrativo. Scegliere le persone e le forze politiche che devono governare la nazione ed esercitare responsabilità amministrative in regione o in città è un’espressione di quella responsabilità per il bene comune che rende cittadini a pieno titolo. Nel nostro tempo «la politica» è spesso circondata da una valutazione così negativa e da pregiudizi così radicati che si può essere scoraggiati dall’intraprendere ogni impegno e ogni iniziativa in questo campo.

Ma ora è necessario che le cose cambino, perché la politica è l’esercizio della responsabilità per il bene comune e per il futuro del Paese; e chi può avviare un cambiamento se non uomini e donne che si fanno avanti e hanno dentro la voglia di mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo?

Mi torna in mente il discorso di Pericle agli ateniesi in un momento drammatico della guerra del Peloponneso: «Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa».[1]

Per questo rivolgo un appello ai 18enni e a tutti i giovani: io credo che voi potete informarvi, potete pensare, potete discutere, potete farvi un’idea di quale direzione prendere e di cosa fare del vostro voto, il vostro primo voto! Un segnale di un’epoca nuova. Non cambierà tutto in una tornata elettorale; ma certo con l’astensionismo non si cambia niente!

Voi potete pretendere che vi siano chiariti i programmi, le intenzioni dei candidati che si presentano, le procedure di verifica di cui i cittadini dispongono; voi potete mettervi insieme per far valere le priorità che vi stanno a cuore e per individuare le persone e le forze politiche che se ne fanno carico. Forse qualcuno di voi può anche farsi avanti per rappresentare gli altri nelle liste per le elezioni amministrative e diventare voce che tiene vive le istanze dei giovani là dove si affrontano le questioni rilevanti per la città.

Io ho fiducia che questa vostra generazione può reagire all’inerzia, allo scoraggiamento e all’individualismo, e dare un segnale a tutti gli adulti e alla classe politica e amministrativa di un rinascere del desiderio di partecipare, di contribuire al bene comune, di cercare vie per dare forma al «buon vicinato» che rende desiderabile vivere gli uni accanto agli altri e appartenere alla comunità.

I 18 anni sono il tempo opportuno per guardare al futuro personale. L’avvicinarsi della conclusione di un ciclo scolastico pone la questione sul dopo: che cosa farò finite le superiori? La domanda sul futuro rischia di essere affrontata come la scelta di un prodotto al supermercato: tra le tante offerte, quale sarà la più conveniente?

Invito invece a riconoscere che nessuno deve sentirsi solo quando si trova di fronte alle decisioni fondamentali. Riconoscere che la vita è dono di Dio e che Dio desidera la nostra gioia induce a sentirlo alleato e a dialogare con lui perché la vita si riveli nella sua verità, come vocazione alla gioia e come responsabilità di far fruttare i talenti ricevuti.

Compiere 18 anni deve quindi essere l’occasione per liberarsi da un’immagine infantile di Dio, della preghiera, della vita, per leggere nel Vangelo la rivelazione della verità di Dio e della sua volontà, e per prendere la Parola di Dio come «lampada per i passi» da compiere.

In questo cammino nessuno deve sentirsi solo, né pensare che si è tanto più liberi quanto più si è soli: perciò il gruppo degli amici, l’inserimento in un contesto comunitario, la testimonianza degli adulti, il riferimento personale a una guida saggia (un prete, una suora, un uomo o una donna di Dio) sono l’accompagnamento necessario per guardare al futuro con fiducia, per imparare ad avere stima di sé e per scrivere la propria vita adulta e la preparazione alle scelte definitive con fantasia e realismo, con libertà e responsabilità.

Vorrei che per tutti il compimento dei 18 anni fosse una festa: nessuno si lasci convincere da quelli che dicono che non c’è niente da festeggiare! La festa che propongo, la festa alla quale invito è quella che celebra la bellezza della vita e che si assume la responsabilità di rendere bella questa stessa vita, per sé e per gli altri.

La politica e la vocazione sono le sfide più audaci e le occasioni più preziose: buon compleanno, 18enni!

Milano, settimana dell’educazione, gennaio 2018.

 

 

Infanzia negata a quattro milioni di bambini iracheni

In Iraq oltre quattro milioni di bambini subiscono ogni giorno le conseguenze di terribili violenze in diverse aree del paese, soprattutto quelle di Ninive e di Al Anbar. Nei mesi scorsi almeno 270 bambini sono stati uccisi durante i combattimenti. «Alcuni porteranno per tutta la vita cicatrici sia fisiche sia psicologiche perché esposti a livelli di violenza senza precedenti» ha detto ieri Geert Cappelaere, direttore regionale dell’Unicef per il Medio oriente e l’Africa settentrionale. Oltre un milione di bambini sono stati costretti a lasciare le proprie case e spesso il paese. «La povertà e il conflitto hanno interrotto il percorso scolastico di tre milioni di piccoli iracheni. Alcuni non sono mai entrati in una scuola. Oltre un quarto di tutti i bambini vive in povertà, in particolare quelli nelle aree meridionali e rurali, tra le più colpite negli ultimi anni» ha rilevato Cappelaere. L’Unicef chiede almeno 186 milioni di dollari per rispondere ai bisogni dei bambini iracheni nel 2018. Cappelaere ha poi auspicato che il vertice internazionale per l’Iraq, in programma nel Kuwait dal 12 al 14 febbraio, possa essere «una grande opportunità».

in Osservatore romano, 20 gennaio 2018

Napoli. Duemila ragazzi in piazza contro le baby gang: «Siamo più forti noi»

Tantissimi. Giovanissimi. E stanchi. Stanchi della violenza e dei soprusi. Ci sono 2mila ragazzi per le vie di Scampia, in direzione Chiaiano, contro le baby gang. Ancora una mobilitazione di studenti, mamme e associazione per dire no alla violenza, dopo l’ennesima aggressione avvenuta a Napoli. La vittima è Gaetano, 15 anni, che per i calci e i pugni ricevuti ha perso la milza, spappolata dalla furia di un “branco” non ancora individuato. Gridano slogan di solidarietà, «Gaetano siamo con te», e in testa al corteo hanno srotolato uno striscione che recita «Basta violenze».

Una manifestazione colorata e rumorosa si snoda verso la stazione del metrò di Chiaiano dove la scorsa settimana è avvenuta l’aggressione. Ci sono rappresentanti del Governo, Gennaro Migliore, sottosegretario alla giustizia, e del Comune, il vicesindaco Raffaele Del Giudice e il presidente del consiglio comunale Raffaele Fucito. C’è anche Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ucciso da un ultras della Roma e che proprio da Scampia ha più volte lanciato i suoi appelli contro la violenza. Hanno aderito inoltre scuole, associazioni e comitati del territorio. È la seconda grande manifestazione contro la violenza delle baby gang dopo quella che fu promossa dagli studenti del liceo frequentato da Arturo, intitolata “Studenti contro le violenze” e svolta tra il Rione Sanità, via Foria e piazza Carlo III.

«Come terroristi». E Minniti manda 100 soldati in città

L’osservazione del ministro dell’Interno Marco Minniti, circa gli atti violenti compiuti da gruppi di minorenni, è sconvolgente: «Le baby gang non sono terroristi, ma hanno metodi simili. Colpiscono a caso e non c’è una ragione consequenziale. C’è l’assimilazione di metodiche di altre attività criminali. Una violenza nichilista che dimostra di non aver alcun rispetto per la vita umana ed è ancora più drammatico perché impatta con persone di giovane età». Il ministro presiedeva ieri in Prefettura a Napoli un Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica dedicato appunto al fenomeno delle baby gang, riunione cui partecipava anche assieme il capo della polizia Franco Gabrielli e dalla quale sono uscite alcune misure concrete: 100 unità in più nelle forze dell’ordine, destinate al controllo delle zone maggiormente frequentate dai giovani; ispezioni a «tolleranza zero» coordinate con la Polizia municipale per sequestrare motorini fuorilegge; l’istituzione di 10 distretti di polizia che coincidano con altrettante municipalità.

Un programma, subito ribattezzato Sicurezza Giovani, che prevede però anche misure sul versante culturale; come il progetto di educatori di strada, già in atto al Rione Sanità, per la presa in carico e l’accompagnamento di 400 giovanissimi contro l’abbandono scolastico. «A Napoli verrà rafforzato il controllo dell’ordine pubblico con l’invio di reparti straordinari – ha assicurato il ministro –. Non consentiremo alle baby gang di cambiare le abitudini alla stragrande maggioranza dei giovani napoletani».
Le 100 nuove unità – ha aggiunto il responsabile del Viminale – saranno utilizzate per il controllo del territorio che è «la prima questione» da affrontare; si pensa «di intervenire nelle zone più frequentate dai giovani, per trasmettere un senso di sicurezza mirata soprattutto ai giovanissimi, affinché diano il senso che lo Stato è al loro fianco, per far capire loro che vivere la loro vita non significa cambiare le loro abitudini. Oggi abbiamo discusso atti di violenza assolutamente inaccettabili che hanno colpito giovanissimi per mano di altri giovanissimi e abbiamo fatto un primo bilancio di attività di controllo iniziate a marzo 2017».

Il ministro Minniti ha voluto incontrare Arturo, il 17enne ferito gravemente il 18 dicembre scorso in via Foria; il ragazzo era accompagnato dalla madre Luisa Iavarone e da altri 4 ragazzi vittime di baby gang, tra cui quelli assaltati da un branco armato di catene a Pomigliano d’Arco: «È stato un incontro importante che considero elemento di arricchimento. Ho incontrato persone coraggiose che hanno subito un gravissimo e inaccettabile dolore e mostrato una forza di reazione straordinaria».

Pistole giocattolo e scooter: 7 arresti

Intanto le forze dell’ordine continuano le indagini sulle aggressioni dei giorni scorsi e hanno individuato altre gang di ragazzi. I carabinieri della Compagnia di Castello di Cisterna hanno arrestato 7 indagati, tra cui 4 minorenni; questi ultimi sono stati portati nel centro di accoglienza dei Colli Aminei a Napoli, mentre per gli altri tre è stata disposta la custodia nel carcere di Poggioreale.
«Possiamo dunque dire di essere sulla buona strada – ha commentato il ministro – o addirittura di aver già individuato i responsabili delle violenze inaccettabili di questi giorni a Napoli». Un risultato dovuto anche «all’aumento dell’efficienza dei mezzi di contrasto, in particolare della video sorveglianza. L’obiettivo è quello di arrivare al cento per cento della copertura sul territorio cittadino, ma già si è passati dal 52 all’80% in meno di un anno».

La gang sceglieva le giovani vittime (soprattutto minori) nelle stazioni ferroviarie e nei pressi dei bar del Napoletano (Pomigliano d’Arco, Casalnuovo di Napoli, Brusciano, Volla e Casoria) e poi con una pistola giocattolo minacciava i malcapitati per farsi consegnare il cellulare, fuggendo subito dopo a bordo di scooter e moto. I poliziotti del Commissariato Secondigliano hanno invece intercettato due minorenni, 16 e 17 anni, che a bordo di un ciclomotore tentavano di eludere il controllo; una volta fermati i due, residenti nel vicino comune di Melito, hanno consegnato spontaneamente un tirapugni in ferro e un coltello a scatto. Alla guida del motociclo era il 17enne, privo di patentino e di assicurazione: il padre è stato multato per seimila euro, lo scooter sequestrato e i due ragazzi denunciati.

in Avvenire 17 gennaio 2018

I giovani perduti

Chiara Saraceno

Il fallimento formativo in Italia ha un peso maggiore che in altri Paesi con il nostro grado di sviluppo, un peso insostenibile per un Paese con le nostre ambizioni. È un’anomalia grave dell’intero sistema-Italia e pesa sulla possibilità di sviluppo e sulla coesione sociale». Così recita il rapporto finale della “Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa” istituita presso il Miur, coordinata da Marco Rossi-Doria.

Il fenomeno della microcriminalità e violenza di ragazzi e adolescenti, che a Napoli ha conquistato l’attenzione pubblica, ha le sue radici in gran parte qui. Fallimento formativo, infatti, non significa solo incapacità di portare una quota di bambini e ragazzi a livelli adeguati di competenze cognitive. Significa anche non essere stati capaci di investire su di loro come soggetti dotati di valore, del cui benessere e sviluppo ci si preoccupa e cui si tiene come un bene prezioso. Sentendosi soggetti privi di valore nei contesti in cui vivono, senza che nessuno li aiuti a vedere un futuro possibile in cui dimostrare il proprio valore e sviluppare le capacità, alcuni se lo danno da sé con gli strumenti che hanno sotto mano, specie se vivono in contesti violenti. Aggredire, stuprare sono modi di mostrare la propria superiorità rispetto ai coetanei, ma anche agli adulti dai quali ci si sente disprezzati o ignorati.

Non tutti, per fortuna, reagiscono così. La maggior parte delle vittime del fallimento educativo ne accetta le conseguenze in una vita fatta di marginalità ed esclusione, oltre che di fatica. Anche se proprio l’accettazione li rende invisibili, salvo che come elementi delle statistiche di povertà e disoccupazione, come “ colpevoli” di non essere all’altezza delle sfide della “società del rischio”. I violenti non vengono tutti da famiglie e contesti disagiati. Tuttavia la correlazione è evidente e chiama in causa responsabilità politiche e sociali.

Il fallimento educativo, fatto di dispersione scolastica, abbandono scolastico precoce, inadeguato sviluppo cognitivo e del potenziale capitale umano, è un fenomeno intenso nel Mezzogiorno. Ma è presente anche nelle periferie del Paese e in particolare tra i bambini e ragazzi di origine straniera, come evidenzia anche l’ultimo “Atlante dell’infanzia a rischio” di Save the children.

Il rapporto della Cabina di regia del Miur sottolinea che al centro delle ragioni del persistente fallimento vi è una correlazione sistematica tra alcuni fenomeni: la diffusione delle povertà e povertà educativa di contesto, famigliare e minorile; l’inesistenza di azioni nelle aree di crisi improntate sullo sviluppo locale; la debolezza negli interventi preventivi e compensativi precoci; l’abbandono di scuola e formazione anche a causa di un sistema standardizzato che fa prevalere l’offerta per tutti alla risposta per ciascuno; azioni riparative indebolite da politiche pubbliche caoticamente finanziate e a singhiozzo e che guardano ora alla scuola ora al privato sociale ma non alle sinergie potenziate da comunità educanti dei territori; mancato coordinamento nazionale, regionale e locale.

In Italia esiste una ricca tradizione di interventi in questo campo. Dalla scuola di Barbiana di don Milani ai maestri di strada, sempre con la spada di Damocle dell’interruzione dei finanziamenti, passando per le esperienze locali e di quartiere, dentro e fuori la scuola. Perché la scuola è importantissima, ma serve una comunità, una rete di iniziative e gruppi, che ne rafforzi e integri l’operato, lavorando anche con i genitori per sostenerne l’azione educativa. A mancare, quindi, non sono le idee e le buone pratiche, ma un coordinamento e un sostegno continuo e coerente da parte dello Stato e del Miur, oltre che degli enti locali. Anche il neo-istituito Fondo per la povertà educativa, purtroppo, ha seguito la logica della sperimentazione frammentata, piuttosto che quella del rafforzamento e integrazione delle iniziative esistenti. Peccato che nell’elenco delle promesse della campagna elettorale non ci sia traccia di questi temi. Con il rischio che l’esclusione minorile sia presente solo come un problema di sicurezza.

in “la Repubblica” del 16 gennaio 2018

Giovani. Allarme dipendenze da alcol, fumo, cannabis, gioco

In Italia il 20% dei giovani tra i 15 e i 34 anni consuma frequentemente alcolici, il 16% fuma fino al compimento dei 24 anni e il 19% ha consumato cannabis nell’arco di un anno. Inoltre è del 49% la percentuale dei giovani tra i 14 e i 19 anni che hanno giocato d’azzardo almeno una volta all’anno. Sono alcune statistiche sulle dipendenze giovanili presentate nel nuovo numero di «A Scuola di Salute» (fonti: Osservatorio Europeo sulle droghe, Doxa, Istat, Nomisma e Unipol), a cura delI’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente. Il magazine, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, riporta una serie di informazioni sui danni dalle dipendenze e pubblica alcuni consigli degli esperti su come fronteggiare i rischi a cui si può andare incontro.

ALCOL. L’alcol assume il ruolo di facilitatore poiché i suoi effetti, in apparenza, possono aiutare il ragazzo a superare ansie e paure. Allo stesso tempo, però, un’assunzione reiterata nel tempo può originare segni evidenti di malessere psico-fisico e comportamenti pericolosi. Negli ultimi tempi si è diffuso il ‘binge drinking’, il consumo di 6 o più bevande alcoliche in un’unica occasione.

Indagini recenti hanno mostrato che l’uso di alcol è frequente già tra gli 11 e i 15 anni di età, nonostante in ambito medico se ne raccomandi il divieto almeno fino ai 16 anni. «Solo a partire da questa età, infatti, l’organismo sarà in grado di metabolizzarlo in modo corretto. Genitori e insegnanti dovranno mettere al corrente i ragazzi sui rischi legati all’uso dell’alcol. Nei casi più gravi ci si dovrà rivolgere a uno specialista».

PERCHÉ IL FUMO IN ADOLESCENZA. Si tratta di un passaggio critico nella vita dei ragazzi. Viene abbandonato il ruolo di bambino in famiglia e si costruisce una nuova identità, come adulto, nella società. All’interno di questi cambiamenti il fumo potrebbe assumere un ruolo di facilitatore nell’inserimento del gruppo dei pari, una specie di rito di iniziazione. «E’ opportuno distinguere tra uso saltuario e dipendenza, caratterizzata da un forte desiderio di fumare e che distrae il ragazzo dai propri impegni quotidiani». Le sigarette confezionate, a mano o elettroniche, sono comunque tutte nocive. «E’ importante non giudicare o rimproverare il ragazzo – si legge sul magazine digitale ‘A Scuola di Salute’ – ma ascoltare e capire se si tratta di un gesto per emulare i compagni oppure una richiesta di aiuto o di automedicamento per alleviare un disagio». In seguito «sarà opportuno cercare insieme strategie alternative che permettano di sperimentare una sensazione di benessere, avvalendosi di specialisti». Infine «per essere ascoltati è necessario dare il buon esempio».

  LA CANNABIS. Secondo i dati del 2017 dell’Osservatorio europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze, la cannabis è la sostanza stupefacente più consumata al mondo. In Europa ne fanno uso quasi 90 milioni di persone: di queste, 17 milioni di età compresa tra i 15 e i 34 anni dichiarano di averla consumata almeno una volta nell’ultimo anno. Secondo una ricerca del 2014, pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Psychyatry, il 17% dei consumatori adolescenti in seguito diventa dipendente. Si arriva al 50% quando viene consumata ogni giorno.

Il più importante principio attivo della cannabis, il Delta 9 Tetraidrocannabinolo (THC), agisce su diverse zone del cervello e causa, tra gli altri, effetti negativi su memoria e apprendimento, nonché sui sistemi di regolazione dei movimenti.

«Genitori e insegnanti – spiegano i medici del Bambino Gesù – debbono essere consapevoli che l’abuso di cannabis è tra i principali fattori di rischio di malattia psichiatrica e devono sapere riconoscere alcuni segnali indicatori. Tra questi troviamo modificazioni del comportamento e iperemia congiuntivale (il classico arrossamento oculare). Sono inoltre chiamati a mettersi al fianco degli adolescenti e a mettere da parte toni giudicanti e atteggiamenti repressivi. E’ bene suggerire loro modalità più sane per rilassarsi e far passare il messaggio che per essere accettati dagli altri non sempre bisogna essere euforici o disinibiti».

GIOCHI ONLINE. Si tratta di dipendenze senza sostanze e rientrano in quella più ampia da internet. «In generale – dichiarano i medici dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede – sono tre i sintomi fondamentali su cui si basa ogni forma di dipendenza, compresa anche quella da gioco: il craving, il desiderio improvviso di assumere una sostanza, l’astinenza (irrequietezza con sintomi fisici e psicologici se non si riesce a giocare) e la tolleranza, intesa come un aumento progressivo del tempo di gioco con disinteresse verso gli hobby precedenti». La perdita del senso di realtà, lo sviluppo di sintomi dissociativi e il ritiro sociale sono le prime conseguenze pericolose causate dall’assorbimento nei mondi virtuali, ma spesso è anche associata l’obesità. «Per fronteggiare la dipendenza è fondamentale non sottovalutarne l’entità e avviare interventi terapeutici specifici in strutture che forniscano servizi psicologici a sostegno del giocatore e del suo nucleo familiare».

GIOCHI D’AZZARDO. I dati su questa dipendenza sono allarmanti. Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e dell’Adolescenza, in Italia il 20% dei ragazzi tra i 10 e i 17 anni frequenta agenzie di scommesse e il 25% dei più piccoli (di età compresa tra i 7 e i 9 anni) usa la propria ‘paghetta’ per lotterie e ‘gratta e vinci’. Il gioco diventa pericolo quando si perde la capacità di stabilire e rispettare un determinato limite di tempo e denaro da impiegare. «Tra i segnali indicatori da osservare troviamo l’interesse continuo per il gioco d’azzardo, disinteresse verso attività scolastiche e ricreative, frequenti assenze ingiustificate, disturbi del sonno e furti in casa. Anche in questo caso – concludono i medici del Bambino Gesù – l’attenzione da parte della famiglia è fondamentale».

La Stampa 11 gennaio 2018