Archivi categoria: Condizione giovanile

LA QUESTIONE GIOVANILE IN ITALIA

CARLO BUZZI

Riflessioni iniziali. Oggi viviamo in un mondo in continua e rapidissima evoluzione nel quale le nuove generazioni cambiano incessantemente condizioni di vita, bisogni, motivazioni. Se da una parte questo incipit iniziale, che ribadisce la complessità delle nostre società contemporanee e la difficoltà di leggere i fenomeni giovanili, ci sembra alquanto generico, dall’altra ci conforta la certezza che un secondo aspetto, conseguente al primo, sia meno scontato, ovvero che, a differenza delle apparenze, i giovani non siano un gruppo omogeneo ed indistinto ma caratterizzato piuttosto da una grossa variabilità interna, spesso invisibile agli occhi dell’adulto. Una variabilità che richiede la comprensione di bisogni differenziati e che sottende la necessità di politiche individualizzate veicolate da linguaggi comunicativi diversificati che sappiano intercettare gli svariati modi di essere giovani oggi. Purtroppo il nostro sistema politico, la nostra struttura economica, il nostro apparato culturale – in altre parole la nostra società – si rivelano incapaci di affrontare e risolvere alla radice i fenomeni connessi alla questione giovanile.

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Procederò con alcune parole chiave di inquadramento.

Scarsa consistenza. Il dato demografico, oramai da molto tempo, ci mostra un paese che sta progressivamente invecchiando. E’ noto che due siano i fenomeni che determinano uno squilibrio a favore della popolazione anziana a scapito di quella giovanile: la speranza di vita è in costante aumento, la fecondità in costante diminuzione. L’aspettativa di vita nel 2016 in Italia aveva raggiunto gli 83,4 anni (dato OCSE), il numero medio di figli per donna nel 2017 era calato 1,32 (dato ISTAT). Le conseguenze di questi andamenti opposti sono facilmente intuibili e non ha stupito che, all’inizio del 2018, il tasso di vecchiaia (numero di ultrasessantacinquenni per 100 giovani fino a 14 anni) aveva toccato 168,9 (dato ISTAT). Tutto ciò produce da un lato la contrazione del numero assoluto di giovani nel nostro paese (i nati nel 2017 sono stati 464mila mentre dieci anni prima, nel 2008, erano 576mila; dati ISTAT) dall’altro aumenta la loro residualità relativa e i giovani sotto i 15 anni rappresentano solo il 13,7% della popolazione (dato EUROSTAT), percentuale in costante diminuzione a fronte dell’aumento degli anziani che nel 2017 rappresentavano il 22,0% della popolazione residente in Italia.

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Attività fisica e sedentarietà nella adolescenza

Nel mondo, più dell’80% degli adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 17 anni non raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’OMS per uno stile di vita sano. Un problema che risulta essere particolarmente pronunciato per le ragazze: ad eccezione di 4 Paesi (Tonga, Samoa, Afghanistan e Zambia), dal 2001 al 2016 non hanno mostrato nessun miglioramento nel numero di ore dedicato all’attività fisica. A rivelarlo uno studio condotto dai ricercatori OMS e pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health, un’indagine che restituisce per la prima volta un trend mondiale relativo all’attività fisica degli adolescenti.

ghres.jpgPer la ricerca sono stati analizzati i risultati di 298 sondaggi raccolti dall’OMS nel periodo 2001-2016 in 146 Paesi, che rappresentano 1,6 milioni di adolescenti (l’81,3% del totale). Per metà dei Paesi (tra cui l’Italia) i ricercatori hanno avuto a disposizione i dati di almeno 2 sondaggi realizzati nel corso dei 15 anni in esame, consentendo quindi di stabilire un trend.

Alcuni dati

I risultati indicano che, nel 2016, 4 adolescenti su 5 (81%) non erano sufficientemente attivi. Complessivamente, dal 2001 al 2016 il livello di attività fisica giornaliero è migliorato per i maschi (da una media di 80,1% a 77,6%), mentre non si è osservato nessun cambiamento significativo per le femmine (dal 85% a 84,7%). Secondo i ricercatori, se il trend resterà inalterato, non si riuscirà a raggiungere l’obiettivo di una prevalenza della sedentarietà inferiore al 70% entro il 2030.

La situazione italiana

L’Italia, insieme all’Australia, mostra un trend negativo con un incremento di oltre il 3% del numero di adolescenti inattivi (altri 6 Paesi, inclusi gli Stati Uniti mostrano un aumento maggiore al 5%). In Italia la prevalenza di adolescenti che non svolgono regolare attività fisica è dell’88,6%: nei ragazzi è passata dall’82,9% del 2001 all’85,9% del 2016; nelle ragazze dal 90,6% del 2001 al 91,5% del 2016.

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Le raccomandazioni OMS

Per gli adolescenti l’OMS raccomanda di svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività, da moderata ad alta intensità. Un’adeguata quota di attività fisica nell’adolescenza migliora il sistema cardiovascolare e muscolare, lo sviluppo osseo e il controllo del peso corporeo, con benefici che persistono nel corso dell’età adulta. Inoltre, l’attività fisica influisce positivamente sulla salute mentale e la socialità. È pertanto fondamentale, per gli autori dello studio, identificare e intervenire sulle cause adottando politiche che implementino l’attività fisica tra gli adolescenti.

Risorse utili

La protesta dei giovani che cambia Il mondo

Massimo Ammaniti

Cile, Hong Kong, Repubblica Ceca, Libano e adesso anche Italia, solo per citare alcuni Paesi in cui i giovani sono in prima fila nelle manifestazioni di piazza per protestare contro le sopraffazioni e le corruzioni dei governi e delle élite finanziarie.

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Probabilmente l’universo dei giovani si sta risvegliando dopo che per molto tempo li avevamo considerati troppo dipendenti dalla famiglia e privi di autonomia, addirittura «bamboccioni» come ne parlò Padoa-Schioppa. Eppure i dati italiani di Eurostat del 2017 confermavano che il 67% dei giovani fra i 18 e i 34 anni vivevano ancora in famiglia senza una propria indipendenza lavorativa. Ma non è solo un’anomalia italiana, anche negli Usa, nonostante siano il Paese di Zuckerberg che a vent’anni ha costruito con Facebook un impero finanziario, esiste un problema giovanile, perché i giovani per studiare sono costretti ad indebitarsi e non riescono a vivere in una propria casa perché gli affitti sono troppo elevati.

Questi ritardi ad accedere al mondo dei giovani adulti hanno messo in discussione uno degli assiomi della psicoanalisi: con la fine dell’adolescenza non si raggiunge più un’identità personale e sociale stabile ma si rimane in un territorio indefinito. È una fase in cui l’età adulta comincia a emergere resa più difficile dall’instabilità esistenziale secondo la definizione dello psicologo americano Jeffrey Arnett, che ha coniato la definizione psicologica «Emerging Adulthood», che indica il mancato raggiungimento di una direzione di sé.

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Adolescenti e stili di vita. Allarme smartphone: cresce l’insonnia da like

Marzio Bartoloni

L’uso di smartphone e social è sempre più precoce e dilaga già tra i 10 e gli 11 anni, con sempre meno attenzione ai sistemi di protezione. Aumentano i casi di cyberbullismo mentre diminuisce la già scarsa propensione alla lettura.shutterstock_772845520.jpg

Un ragazzo su quattro poi non fa alcuna attività sportiva. A questo si aggiunge una emergenza sonno: gli adolescenti vanno a letto tardi, dormono poco, e restano “connessi” anche di notte.

È questa l’allarmante fotografia degli “appena teenagers” che emerge dall’indagine «Adolescenti e Stili di Vita» realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di Ricerca Iard.

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I giovani hanno capito che le emergenze dell’umanità richiedono risposte globali

Jeffrey Sachs, intervistato da Paolo Mastrolillo

«I giovani hanno capito che le emergenze dell’umanità, dal clima alla disuguaglianza, richiedono risposte globali. Nazionalismo e sovranismo non risolvono i nostri problemi, e perciò dobbiamo sperare che questi scioperi siano l’inizio di un cambiamento di tendenza in tutto il mondo».

L’economista della Columbia University Jeffrey Sachs si occupa di questi temi da molti anni, anche come consigliere del segretario generale dell’Onu Guterres. Perciò gli chiediamo se gli scioperi come quello di ieri possono avere un impatto concreto.

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«I giovani hanno completamente ragione. Tutti i dati più recenti, da quelli in arrivo dalla Cina fino all’ultimo rapporto Onu, confermano che la situazione è orribile e molto pericolosa per il loro futuro. Ciò dipende in parte dalle scelte di Trump, e dalla distrazione del resto del mondo. L’impatto concreto che avranno resta da vedere. Di sicuro hanno avuto un grande effetto sull’Europa, che con gli impegni presi dalla Commissione e dal Parlamento, è diventata la leader sull’emergenza climatica. Ora Bruxelles dovrà usare la sua influenza in Asia e sugli Usa».

È possibile convincere Trump a considerare il problema del clima, o bisognerà aspettare un’amministrazione futura?

«La politica Usa è molto corrotta. L’industria dei combustibili fossili spende tanti soldi per comprare i repubblicani, finanziando le loro campagne. Trump è un sociopatico pericoloso, ma riflette le posizioni del Senato a maggioranza repubblicana, che riflette quelle delle compagnie petrolifere. La maggioranza degli americani lo sa e vorrebbe intervenire, ma la corruzione dei repubblicani impedisce di farlo».

Lo sciopero è coinciso col Black Friday: la «generazione di Greta» sta cambiando anche l’atteggiamento verso capitalismo e consumismo?

«C’è una forte leadership tra i giovani, soprattutto in Europa, ma l’instabilità e le proteste contro la plutocrazia stanno dilagando ovunque, dal Cile ad Hong Kong, dall’Iraq alla Colombia. La causa è l’incapacità dei governi di affrontare le sfide vere. Se questa inabilità proseguirà, l’effetto sarà l’ingovernabilità dei Paesi. Gli Usa per ora sono più calmi, ma succederà anche da noi».

Vuol dire che il sovranismo sta fallendo?

«L’ondata nazionalista va contro la realtà, perché fronteggiamo sfide globali, che possono essere affrontate e superate solo con la collaborazione internazionale. Se persisteremo con le politiche di Trump, Bolsonaro, e i populisti europei, finiremo per essere incapaci di risolvere qualsiasi cosa, e il caos crescerà. I giovani lo capiscono, almeno per l’emergenza clima. Dobbiamo sperare che ciò porti al rigetto complessivo del trumpismo, perché il sovranismo è antitetico alla realtà».

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Anche la disuguaglianza è parte dell’emergenza, e molti puntano il dito contro la globalizzazione. Quali rimedi suggerisce?

«La globalizzazione di per sé non è una barriera alla giustizia sociale. I Paesi dell’Europa settentrionale come Svezia, Norvegia, Danimarca, continuano a essere società uguali, ma nello stesso tempo aperte e ingaggiate nei commerci internazionali, che usano proprio per i loro alti standard di vita. La globalizzazione entra in questa equazione perché promuove la corsa verso il basso nella raccolta delle tasse, aprendo spazi per i paradisi fiscali e l’evasione. I governi cercano di attirare le grandi corporation e i ricchi, offrendo facilitazioni, ma così perdono le risorse per finanziare servizi sociali come la sanità, l’istruzione, gli asili, essenziali per contrastare la disuguaglianza. Gli Usa hanno guidato questa tendenza, con i tagli voluti da Trump per difendere gli interessi della plutocrazia americana. Il mondo lo sta seguendo, e i profitti finiscono solo nelle tasche dei più ricchi. Serve una risposta fiscale coordinata, in cui tutti i governi dicano insieme che non permetteranno più l’erosione della base fiscale in rapporto soprattutto ai ricavi delle grandi aziende. I soldi recuperati dovranno essere destinati a finanziare i servizi sociali che rendono decenti le nostre società, e quindi risolvono il problema della disuguaglianza, che alimenta populismo e sovranismo. Questo però si può fare solo attraverso una risposta politica, che diventa molto difficile quando la politica è distorta e corrotta come accade oggi negli Usa».

in “La Stampa” del 30 novembre 2019

Bambini maltrattati. Segno evidente di imbarbarimento

GIANNINO PIANA

Le cronache riportano ogni giorno episodi di bambini maltrattati in diverse parti del mondo, non escluso il nostro Paese. Un numero sempre più esteso di piccoli sottoposti a violenze e sevizie o sfruttati in lavori massacranti e umilianti o peggio forzati a prostituirsi per pochi soldi. Poco rilievo è stato dato, a tale riguardo, dai media al caso di Balal Masih, un bambino di undici anni che lavorava in Pakistan come raccoglitore di rifiuti massacrato dal suo «padrone» divenuto il suo «assassino» per un motivo futile, la mancata restituzione di una somma irrisoria equivalente al valore di un euro. Un caso tutt’altro che isolato, che si collega a una lunga catena, in cui l’impunità di cui godono personaggi squallidi, spesso protetti da autorità pubbliche corrotte, favorisce lo sviluppo di atti di sfruttamento e di violenza.

Venendo al nostro Paese, non sono mancati negli ultimi mesi fatti eclatanti che hanno scosso l’opinione pubblica: dalla vicenda di Mondragone (in verità poco pubblicizzata), dove da tempo si svolgeva un traffico di prostituzione di minori rom, bulgari e nordafricani comprati per pochi euro da uomini adulti italiani; al caso degli affidi illeciti di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, dove venivano assegnati in affidamento a famiglie e istituti diversi bambini con procedimenti anomali viziati dal ricorso a metodi di ascolto capziosi; fino al caso del bambino autistico rifiutato a sette anni dalla famiglia, la quale ha dichiarato la propria impotenza ad affrontare la situazione drammatica trattandosi di una disabilità pesante, e ha denunciato la carenza di supporto delle istituzioni pubbliche.

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Le situazioni descritte non hanno certo lo stesso livello di gravità. Mentre infatti il caso del bambino pakistano o quello dei minori di Mondragone presentano aspetti inquietanti per l’esercizio della violenza e dello sfruttamento sessuale, più complessi e di non facile decifrazione risultano gli altri due casi citati, in cui entrano in gioco fattori diversi che meritano un’attenta considerazione.

Il caso di Bibbiano, oggetto dell’inchiesta «Angeli e Demoni» condotta dalla procura di Reggio Emilia, presenta lati oscuri che vanno accuratamente indagati – le testimonianze dei bambini sono spesso difficili da interpretare (il caso clamoroso delle maestre di Rignano Flaminio insegna); quello del bambino autistico rifiutato ha, a sua volta, implicazioni particolari e denuncia la sconfitta di fatto non solo della famiglia, ma anche (e soprattutto) delle istituzioni pubbliche e, più in generale, dell’intera società incapace di creare le condizioni per una integrazione di soggetti affetti da gravi forme patologiche che hanno diritto ad essere adeguatamente accuditi.
uno strano paradosso

Alla radice di queste diverse situazioni vi è spesso la condizione di difficoltà di varie famiglie vittime delle diseguaglianze economico- sociali. Il fenomeno non è oggi ascrivibile soltanto ad aree come quelle sottosviluppate del Terzo Mondo, ma coinvolge anche Paesi come il nostro, che hanno visto dilatarsi in modo consistente negli ultimi decenni, a seguito della crisi finanziaria e degli sviluppi del fenomeno migratorio, l’area delle povertà.

Impressionante è da noi il forte e costante incremento di bambini che scompaiono – si tratta di circa 50mila negli ultimi anni, la cui stragrande maggioranza è di minori extracomunitari sbarcati sulle nostre coste – venduti da bande organizzate su scala internazionale, destinati a lavori forzati, ridotti in forma di schiavitù e costretti a prostituirsi o a cadere nelle mani di pedofili. A questo ultimo riguardo merita di essere rilevata l’escalation che ha avuto in Italia lo sfruttamento sessuale dei minori: secondo i dati riferiti dal Rapporto «Piccoli schiavi invisibili 2019» pubblicato da Saven the Children, le tratte, finalizzate a questo scopo, hanno coinvolto, nel 2018, 1660 vittime accertate (con un aumento del 4% rispetto all’anno precedente) e un abbassamento dell’età fino a 12 anni.

Il paradosso, che non è difficile intuire, è rappresentato dal fatto che mentre sono cresciute negli ultimi decenni, a livello nazionale, europeo e mondiale, le dichiarazioni a riguardo dei diritti dell’infanzia – si pensi alle diverse Carte internazionali – e si è moltiplicato il numero di enti e associazioni dediti alla loro tutela, nonché gli interventi di prevenzione e di penalizzazione degli abusi, è cresciuto in parallelo il numero dei bambini fatti oggetto di pesanti forme di maltrattamento fisico e/o psichico. Questo non riguarda soltanto – è bene sottolinearlo – i casi straordinari ricordati, che suscitano giustificate reazioni nell’ambito dell’opinione pubblica, ma coinvolge anche (e soprattutto), se si sta alle statistiche dei sociologi, famiglie apparentemente normali, nelle quali si consumano pesanti violenze destinate a rimanere, nella maggior parte dei casi, nascoste e impunite. un sistema da rivedere

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Infanzia nel mondo. Rapporto UNICEF 2019: fame, diete improprie, malattie

Secondo il nuovo rapporto UNICEF della serie annuale ‘La condizione dell’infanzia nel mondo’, intitolato quest’anno “Bambini, cibo e nutrizione. Crescere sani in un mondo in trasformazione”, almeno un bambino su tre nella fascia di età tra 0 e 5 anni è denutrito o in sovrappeso.

A livello globale 149 milioni di bambini soffrono di ritardi nella crescita (stunting), risultando troppo bassi per la loro età, mentre 50 milioni sono deperiti (wasting), ossia troppo magri in proporzione alla propria altezza. Altri 40 milioni di bambini sotto i 5 anni sono invece in sovrappeso obesi.

Ben due terzi dei bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 2 anni non ricevono tutti gli alimenti di cui avrebbe bisogno la rapida crescita dei loro corpi e dei loro cervelli. Ciò li espone ai rischi di un limitato sviluppo celebrale, scarso apprendimento scolastico, insufficienti difese immunitarie, maggiore vulnerabilità alle infezioni e, in alcuni casi, a un esito letale.

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Complessivamente, nel mondo:

  • 340 milioni di bambini – circa metà della popolazione infantile globale tra 0 e 5 anni – soffrono di carenza di vitamine e nutrienti essenziali come vitamina A e ferro (“fame nascosta”)

  • solo il 42% dei bambini viene nutrito in modo esclusivo con l’allattamento fino al sesto mese dopo la nascita, come prescritto da UNICEF e OMS

  • dal 2000 al 2016, la percentuale globale di bambini sovrappeso fra i 5 e i 19 anni è raddoppiata, passando dal 10 al 20%

  • in Italia la percentuale di bambini sovrappeso fra i 5 e i 19 anni è ormai del 36,8%, con un +39,1% rispetto al 1990.

  • Circa il 45% dei bambini sotto i 2 anni non mangia regolarmente frutta o verdure, e ben il 60% non ha una dieta che includa uova, latticini, pesce o carne

  • Il 42% degli adolescenti che vanno a scuola in paesi a basso e medio reddito consumano bibite zuccherate e gassate almeno una volta al giorno, e il 46% mangia cibo da fast food almeno una volta a settimana. Questi tassi salgono al 62% e al 49%, rispettivamente, per gli adolescenti nei paesi ad alto reddito.

«Nonostante tutti i progressi tecnologici, culturali e sociali degli ultimi decenni, abbiamo perso di vista questo fatto fondamentale: se i bambini non mangiano adeguatamente, non vivono in condizioni adeguate» commenta Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell’UNICEF. «Milioni di bambini sopravvivono con una dieta poco salubre perché non hanno una scelta migliore. Il modo che conosciamo e con cui rispondiamo alla malnutrizione deve cambiare: non si tratta più solo di dare abbastanza cibo ai bambini, ma prima di tutto di dare loro quello giusto. Questa è la sfida comune che abbiamo di fronte, oggi.»

Dal latte in polvere al junk food

Il rapporto fornisce la ricerca maggiormente esaustiva del 21° secolo sulla malnutrizione infantile in tutte le sue forme. Descrive un triplice scenario di malnutrizione: denutrizione, fame nascosta dovuta alla mancanza di nutrienti di base e sovrappeso tra i bambini sotto i 5 anni.

Il rapporto ricorda che cibo e alimentazione scarsi iniziano nei primi giorni di vita. Attraverso l’allattamento è possibile salvare vite: per esempio, solo il 42% dei bambini sotto i 6 mesi viene esclusivamente allattato, mentre cresce il numero di bambini che ricevono sostituti del latte materno. Le vendite di prodotti a base di latte in polvere sono cresciute del 72% tra il 2008 e il 2013 nei paesi reddito medio-alto come Brasile, Cina e Turchia, principalmente a causa di marketing inappropriato e scarse politiche e programmi per proteggere, promuovere supportare l’allattamento.

Secondo il rapporto, nella transizione dei bambini al cibo soffice o al solido attorno ai sei mesi, troppi sono introdotti a una dieta sbagliata. Nel mondo, circa il 45% dei bambini tra i 6 mesi e i 2 anni non riceve frutta o verdure. Circa il 60% non mangia uova, latticini, pesce o carne.

Quando i bambini crescono, la loro esposizione a cibi non salutari diventa allarmante, principalmente a causa di marketing e pubblicità inappropriate, l’abbondanza di cibi iper-processati nelle città ma anche in aree remote e un accesso ai fast food e a bevande altamente zuccherate in aumento.

Per esempio, il rapporto dimostra che il 42% degli adolescenti che vanno a scuola in paesi a basso e medio reddito consuma bibite zuccherate gassate almeno una volta al giorno e il 46% mangia cibo da fast food almeno una volta a settimana. Questi tassi aumentano al 62% e al 49%, rispettivamente, per gli adolescenti nei paesi ad alto reddito.

Come risultato, i livelli di sovrappeso e obesità nell’infanzia e nell’adolescenza stanno aumentando in tutto il mondo. Dal 2000 al 2016, la percentuale di bambini sovrappeso fra i 5 e i 19 anni è raddoppiata da 1 su 10 a circa 1 su 5. Rispetto al 1975, il numero di bambini e ragazzi in questa fascia d’età che soffrono di obesità è 10 volte maggiore per le ragazze e 12 volte maggiore per i ragazzi.

«Malnutrizione non significa solo non avere da mangiare a sufficienza, ma anche mangiare in modo errato o malsano.» sottolinea il Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo.

«Attraverso questo rapporto, si vuole mettere in luce anche il problema dell’obesità infantile che sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia. In Europa orientale e in Asia centrale, circa 1 bambino su 7 sotto i 5 anni è in sovrappeso. Appare preoccupante la situazione nel nostro paese: in Italia, la percentuale di bambini sovrappeso fra i 5 e i 19 anni è del 36,8%, con un aumento del 39,1% rispetto al 1990.»

Il rapporto indica che il peso maggiore della malnutrizione in tutte le sue forme è sulle spalle dei bambini e degli adolescenti delle comunità più povere e marginalizzate. Solo 1 bambino su 5 dai 6 mesi ai 2 anni nelle famiglie più povere ha una dieta sufficientemente bilanciata per una crescita sana. Anche nei paesi ad alto reddito, come il Regno Unito, la percentuale di bambini in sovrappeso è oltre due volte maggiore nelle aree più povere rispetto a quelle più ricche.

Il rapporto inoltre indica che i disastri legati al clima causano forti crisi alimentari. La siccità, per esempio, è responsabile dell’80% dei danni e delle perdite in agricoltura, con degli effetti drammatici su quale tipo di cibo è disponibile ai bambini e alle famiglie, e anche sulla qualità e il prezzo di quel cibo.

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Per rispondere alla crescente crisi della malnutrizione in tutte le sue forme, l’UNICEF lancia un appello urgente ai governi, al settore privato, ai donatori, ai genitori, alle famiglie e alle imprese per aiutare i bambini a crescere in salute:

1. Permettendo alle famiglie, ai bambini e ai giovani di chiedere cibo nutriente, anche migliorando l’educazione alimentare e usando leggi collaudate – come le tasse sullo zucchero – per ridurre la domanda di cibo non sano;

2. Spingendo i fornitori di prodotti alimentari a fare la cosa giusta per i bambini, incentivando la fornitura di cibo sano, conveniente e a prezzo accessibile;

3. Costruendo ambienti con cibo sano per i bambini e gli adolescenti, utilizzando approcci comprovati, come etichette accurate e facili da comprendere e controlli maggiori sul marketing di cibi non sani;

4. Mobilitando i sistemi di supporto – salute, acqua e servizi igienico-sanitari, istruzione e protezione sociale – per aumentare i risultati sulla nutrizione per tutti i bambini;

5. Raccogliendo, analizzando e utilizzando dati e prove di buona qualità per guidare l’azione e tracciare i progressi.

«Stiamo perdendo terreno nella battaglia per una dieta sana per ogni bambino» sinterizza la direttrice dell’UNICEF H. Fore. «Questa non è una battaglia che possiamo vincere da soli. C’è  bisogno che i governi, il settore privato e la società civile rendano la nutrizione dei bambini una priorità e lavorino insieme per affrontare alla radice la nutrizione non sana, in tutte le sue forme.».

“Rapporto UNICEF 2019 “Bambini, cibo e nutrizione””

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Donne: ottengono risultati scolastici migliori dei maschi

Le donne studiano più degli uomini. Le donne laureate in Italia sono 4.277.599, pari al 56% degli oltre 7,6 milioni di laureati. E sono in crescita: negli ultimi cinque anni sono aumentate del 22,7%, più dei maschi (+16,8%). Nel 2018 hanno conseguito una laurea 183.096 donne, il 57,1% del totale dei laureati. Nello stesso anno risultano iscritte all’università 938.816 studentesse, che rappresentano il 55,4% degli iscritti. Le donne sono la maggioranza anche negli studi post-laurea: sono il 59,3% degli iscritti a un dottorato di ricerca, un corso di specializzazione o un master.

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E ottengono risultati più brillanti in tutti i cicli scolastici. Alle scuole medie il 5,5% delle ragazze si licenzia con 10 e lode contro il 2,5% dei ragazzi. Il voto medio di diploma è 79/100 per le femmine e 76/100 per i maschi. All’università il 55,5% delle studentesse si laurea in corso, contro un numero più basso (il 50,9%) degli studenti maschi. Il 24,9% delle femmine si laurea con 110 e lode, contro il 19,6% dei maschi. E il voto medio conseguito alla laurea è pari a 103,7 per le donne e a 101,9 per i maschi.estudar.jpg

Diversi gli orientamenti nei percorsi di studio. Nel corrente anno scolastico le ragazze sono il 48,5% del totale degli iscritti al primo anno delle scuole secondarie superiori, ma sono il 60,5% nei licei, il 42,8% negli istituti professionali e il 30% negli istituti tecnici. Le studentesse rappresentano la maggioranza degli iscritti al primo anno in tutti gli indirizzi liceali, con esclusione di quello scientifico. Nei licei delle scienze umane le ragazze sono l’88,6% degli studenti, nei linguistici il 78,3%, al liceo classico il 70,1% e al liceo artistico il 70%. All’università i gruppi disciplinari a più alto tasso di femminilizzazione sono Insegnamento (con il 91,8% di studentesse sul totale), Linguistico (81,6%) e Psicologico (77,6%). Sul versante opposto, la partecipazione femminile è particolarmente bassa a Informatica e Tecnologie Ict (13%), Ingegneria Industriale e dell’Informazione (22%), Scienze Motorie e Sportive (28,8%).

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Un patto tra generazioni. Per un presente più giusto per giovani e vecchi

ALESSANDRO ROSINA

Sotto la spinta delle trasformazioni demografiche e tecnologiche, ogni generazione si trova a costruire in modo nuovo il proprio percorso rispetto a quelle precedenti, sia perché le età della vita non sono più le stesse, sia perché il mondo cambia e offre sfide inedite. Questo mette ancor più che in passato al centro il ruolo delle nuove generazioni, che vanno intese come il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate sono quelle maggiormente in grado di mettere in relazione le proprie potenzialità con le opportunità delle trasformazioni in atto. Se, invece, i giovani sono deboli e mal preparati, sono i primi a veder scadere le proprie prerogative e a trovarsi maggiormente esposti con le loro fragilità a vecchi e nuovi rischi.

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I giovani non sono solo una categoria anagrafica. La giovinezza rappresenta la fase progettuale di ogni nuova generazione. Dalla capacità, quindi, di creare progetti solidi e dalla possibilità di realizzarli con successo dipende la solidità e la prosperità di una comunità. Per crescere in termini di ricchezza economica e di benessere sociale la risposta più che dal conflitto dovrebbe arrivare dalla proficua collaborazione tra generazioni, che però deve avere come principale attenzione quello che di nuovo i giovani possono dare anziché quello che gli anziani possono conservare.

Le generazioni più mature dovrebbero spostarsi dalla difesa di quanto raggiunto nel passato, al mettersi a disposizione per consentire alle nuove generazioni di disporsi in ruoli d’attacco verso il futuro. Questo è possibile solo con un diverso approccio culturale che abbandoni l’idea passiva del cambiamento come ciò che ci porta via qualcosa rispetto a ieri, per passare a considerare il cambiamento come un impegno attivo che consenta al domani di darci qualcosa in più rispetto ad oggi. Per costruire un futuro migliore – che apra alla speranza e non schiacci in difesa – serve quindi un impegno comune nel mettere ciò che è nuovo nelle condizioni migliori per trasformarsi in valore aggiunto a beneficio di tutto il Paese. L’Italia risulta purtroppo essere una delle economie avanzate che in questo secolo maggiormente hanno preteso di creare sviluppo e benessere senza promuovere un contributo qualificato delle nuove generazioni. La combinazione tra riduzione demografica dei giovani e il deterioramento delle loro prospettive occupazionali presenti e previdenziali future non ha quasi eguali in Europa. Il problema non è solo la carenza di politiche efficaci, manca a monte una vera attenzione nei confronti dei giovani e un approccio strategico nel-l’affrontare il tema della crescita con le nuove generazioni.

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Tutto quello che riguarda le nuove generazioni è sconsolatamente al ribasso nel nostro paese rispetto al mondo con cui ci confrontiamo. Ciò che è cresciuta in questi anni è la loro incertezza nel futuro e la ricerca di un miglior futuro all’estero. Una disattenzione pubblica che abbandona i giovani a sé stessi oppure li relega nella condizione di figli passivamente dipendenti dai genitori. Di conseguenza siamo uno dei paesi sviluppati che maggiormente hanno lasciato crescere accentuati squilibri generazionali. Questi squilibri costituiscono un rilevante freno allo sviluppo competitivo dell’economia, rendono meno stabile il sistema di welfare pubblico, alimentano diseguaglianze sociali e territoriali.

Questi squilibri si possono gestire e superare solo passando dalla preoccupazione dei rischi legati a vincoli e costi, all’investimento sulla capacità di produrre ricchezza e benessere delle nuove generazioni in tutto il loro corso di vita. Il rischio è, altrimenti, quello di scivolare in una spirale negativa di ‘degiovanimento’ quantitativo e qualitativo della società. Non investire sulle nuove generazioni porta ad una riduzione delle loro prospettive nel luogo in cui vivono. Partecipano di meno al mercato del lavoro, rimangono più a lungo dipendenti dai genitori, si accontentano di svolgere lavori in nero o sottopagati, oppure se ne vanno altrove. Chi rimane riesce a fare molto meno rispetto ai propri desideri e alle proprie potenzialità. Fornisce un contributo produttivo e riproduttivo più basso. Così l’economia non cresce e non si formano nuove famiglie. Questo porta ulteriormente le nascite a diminuire e la popolazione ad invecchiare, con risorse sempre più scarse da redistribuire e conseguente aumento delle diseguaglianze. I dati del ‘Rapporto giovani 2018’ dell’Istituto Toniolo, evidenziano un desiderio nei giovani italiani di sentirsi riconosciuti positivamente come forza di sviluppo del Paese non certo inferiore rispetto ai coetanei europei. Si sentono però forniti di minori strumenti utili a superare le proprie fragilità e a far emergere le proprie potenzialità, fuori dall’ambiente protettivo della famiglia di origine. Per uscire da questa spirale negativa che combina scadimento delle condizioni dei giovani, crescita di squilibri demografici e di diseguaglianze sociali, indebolimento della capacità di crescita economica, è necessario cambiare strategia di sviluppo del Paese, non costringendo i giovani ad adattarsi al ribasso a quello che l’Italia oggi offre, come fatto sinora, ma consentendo all’Italia di crescere al meglio di quanto le nuove generazioni possono dare.

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Al di là dei livelli attuali di disoccupazione e sottoccupazione quello che pesa, infatti, è soprattutto il non sentirsi inseriti in processi di crescita individuali e collettivi, ovvero inclusi in un percorso che nel tempo consenta di dimostrare quanto si vale e di veder riconosciuto pienamente il proprio impegno e il proprio valore. È necessario, di fondo, soprattutto un cambiamento culturale che sposti i giovani dall’essere considerati come figli destinatari di aiuti privati dalle famiglie, a membri delle nuove generazioni su cui tutta la società ha convenienza a investire in modo solido, riconoscendo ad essi il ruolo di ‘nuovo di valore’ in grado di generare nuovo valore.

in Avvenire, 16 novembre 2019

Emergenza droghe e abuso alcol tra adolescenti

Secondo i dati 2018 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità una cifra compresa tra 10 e il 20% degli adolescenti nel mondo soffre di disturbi mentali. Un dato rispetto al quale gli studiosi si interrogano, chiedendosi perché numerose patologie psichiatriche insorgano durante il periodo dell’adolescenza. La malattia psichiatrica in eta’ giovanile e i nuovi approcci per curarla sono i temi del convegno organizzato da Neomesia ‘Adolescenti e giovani adulti. Quali terapie per quali malattie’, che riunisce oggi a Roma i maggiori esperti in questo ambito in un confronto sui più moderni strumenti diagnostici e clinico-terapeutici per rendere efficace e appropriato l’intervento clinico.

Con il nuovo millennio e’ radicalmente cambiato il paradigma dell’uso di sostanze: se fino agli anni ’90 il fenomeno riguardava principalmente individui al limite dell’emarginazione sociale, oggi questo si presenta trasversalmente in vari contesti sociali e, soprattutto, in un contesto sempre più giovane.

Secondo i dati dell’Associazione Osservatorio sulle dipendenze, il 5% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni ha avuto esperienze con nuove sostanze psicoattive (NPS) ed una quota molto maggiore con alcool e sostanze in generale.allo.jpgPaolo Girardi, professore ordinario di psichiatria all’Università Sapienza di Roma e consulente scientifico di Neomesia commenta, “L’assunzione di droghe e l’abuso di alcol nel periodo che va dalla pre-pubertà all’adolescenza, detto anche ‘mind building’, anni in cui il cervello raggiunge il suo massimo sviluppo fino a raddoppiare il suo volume, può provocare patologie psichiatriche di difficile gestione in eta’ pre-adulta e adulta. Sono in costante aumento i casi di abusi da sostanze negli adolescenti e nei giovani adulti, un’emergenza sanitaria che vede la comunita’ psichiatrica in prima linea nella ricerca di una possibile soluzione”. È sempre più precoce e allarmante l’accesso da parte dei giovani adolescenti all’utilizzo di sostanze. Gli studi attestano l’inizio del consumo di alcool, nicotina, cannabis, farmaci, integratori ed altre smart drugs già nella preadolescenza, ovvero il periodo che va dai 13 ai 15 anni di eta’ (anche se fatti di cronaca raccontano di come recentemente siano stati identificati in Italia casi estremi di assunzione e abuso di cocaina, a soli 10 anni a Vimercate, nel nord Italia e a Roma). Inoltre, l’accesso avviene attraverso la modalità del poliuso, ovvero l’assunzione o l’abitudine al consumo di sostanze diverse in combinazione tra loro.

– “I giovani, ma anche le loro famiglie spesso ‘colpevoli’ di sottovalutare il problema- continua Paolo Girardi, professore ordinario di psichiatria all’Università Sapienza di Roma e consulente scientifico di Neomesia- non conoscono o tendono a sottovalutare i danni che può provocare l’utilizzo di alcol e sostanze a questa eta’, occorre pertanto generare consapevolezza affinchè il controllo dei genitori e la consapevolezza dei giovani stessi possa prevenire comportamenti estremamente dannosi per la loro salute mentale”. Gli abusi alcolici, infatti, generano una sorta di ‘cicatrice permanente’ che rende il sistema cerebrale meno elastico, dunque nell’adulto si adatterà meno, con conseguente maggiore facilita’ a contrarre patologie: l’utilizzo di alcol e sostanze altera radicalmente la traiettoria di neurosviluppo del sistema nervoso determinando una mancata maturazione di alcune aree cerebrali, chiave per l’integrità delle funzioni comportamentali. Il primo tra gli effetti di questo mancato processo di maturazione e’ rappresentato dalla disorganizzazione dei comportamenti e aggressività, oltre allo sviluppo di patologie psichiatriche di difficile gestione in eta’ pre-adulta e adulta. Si tratta sia di forme di agitazione psico-motoria che necessitano del ricovero in urgenza-emergenza al Pronto soccorso e che devono essere gestite da equipe psichiatra-medico di urgenza, sia di forme di psicosi sintetiche, complessi quadri psicopatologici che persistono anche dopo la sospensione dell’uso di sostanze e che richiedono una successiva presa in carico presso strutture riabilitative.

in Dire, 13 novembre 2019