Archivi categoria: Condizione giovanile

I giovani i più penalizzati dalla povertà

Linda Laura Sabbadini

Cinque milioni di poveri assoluti nel 2018, 1 milione 260 mila minori e una cifra quasi analoga di giovani da 18 a 34 anni. Il fenomeno è stabile rispetto al 2017, ma la situazione rimane grave. Vediamo perché. L’aumento della povertà assoluta non è stato contestuale all’avvio della crisi economica. Due importanti ammortizzatori sociali hanno protetto gli individui: cassa integrazione e famiglia. L’una ha protetto i capofamiglia, l’altra i giovani che perdevano o non trovavano lavoro. Ma le famiglie hanno dato fondo ai risparmi, si sono indebitate per proteggere i figli e per mantenere inalterato lo standard di vita, fino a quando, nel 2012, non ce l’hanno fatta più e la povertà assoluta è fortemente aumentata. Da allora non è più diminuita. Questo è il problema. E in alcuni anni è anche peggiorata, come è successo nel 2017, soprattutto al Sud.

La povertà assoluta è quasi triplicata rispetto alla situazione pre-crisi del 2007. I minori in questa condizione sono addirittura quadruplicati, così come i giovani dprecari.jpga 18 a 34 anni. Solamente l’incidenza tra gli anziani si è mantenuta stabile (4,6%). E’ bene ribadirlo, non si sta parlando semplicemente di persone disagiate, bensì dei più poveri tra i poveri, cioè di quanti non riescono a comprare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. E in questa dinamica è aumentata la forbice tra le generazioni, a svantaggio dei più giovani e tra Nord e Sud. C’è da meravigliarsi di questa tendenza? Certo che no. Non poteva che andare così.

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“La generazione desiderius” d’Europa

ELEONORA BIANCHINI

Edoardo Vigna, giornalista di 7 del Corriere della Sera, racconta in un libro la generazione dai 18 ai 35 anni attraverso un viaggio che tocca dieci città d’Europa. Tutti ragazzi uniti dal desiderio di realizzarsi e di guardare avanti.

Li chiama Generazione Desiderius, perché desiderano qualcosa che manca. Vogliono essere felici, indipendenti, realizzarsi. A Berlino, Riga, Siviglia, come a Dublino, Copenhagen, Atene, Praga, Varsavia, Stoccolma e Strasburgo. Un viaggio per conoscere l’Europa di chi ha tra i 18 e i 35 anni, dei giovani consapevoli di vivere tempi complesso. Edoardo Vigna, giornalista di 7 del Corriere della Sera, nel suo Europa. La meglio gioventù (Neri Pozza) ha incontrato più di mille ragazzi, consapevoli senza vendetta che davanti a loro hanno muri da scalare e difficoltà sconosciute ai loro genitori. Ma sanno anche che i confini nazionali che definiscono i loro paesi poco valgono a fronte di un’Europa che, nel bene e nel male, è il luogo che abitano. Da cui non si scappa e non si torna indietro, anche perché il passato confinato a dogane e stati nazionali è una realtà lontana. Sconosciuta.

“In Italia i giovani sono stati chiamati sdraiati o bamboccioni, ma dal mio libro emerge un’immagine diversa. Quella della meglio gioventù, che ci prova tutti i giorni”. Giovani che abitano in città che non sono necessariamente capitali (Siviglia, Strasburgo) ma che sono simboliche, ai quattro cantoni dell’Europa di oggi.

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Internet modifica così il cervello: Più multitasking, meno attenzione

MARTA MUSSO

Videogame, social media, notizie, musica online e chi più ne ha più ne metta. Internet e il mondo digitale sono ormai parte integrante della nostra vita. E la rendono certamente più facile. Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia: basti pensare, per esempio, che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha appena inserito nella sua nuova classificazione delle malattie (Icd-11), nel capitolo dedicato ai disturbi mentali, il cosiddetto gaming disorder, ossia la dipendenza da gioco online.

4230923-regole-privacy-bambini-internet-600x545.jpgE oggi un nuovo studio certifica che l’utilizzo smodato della Rete può influenzare il nostro cervello: un team di ricercatori della Western Sydney University, della Harvard University, del Kings College, dell’Università di Oxford e dell’Università di Manchester ha raccontato, sulle pagine della rivista World Psychiatry, che gli strumenti digitali che usiamo nella vita di tutti i giorni possono produrre alterazioni acute e prolungate in specifiche aree cognitive del cervello, migliorando le capacità di multitaskingma riducendo i tempi di attenzione e concentrazione.

L’attenzione divisa

Per tentare di capire in che modo l’uso di internet possa influenzare la struttura del cervello, la sua funzione e lo sviluppo cognitivo, i ricercatori hanno messo insieme e rianalizzato una serie studi di psicologia, psichiatria e neuroimaging già disponibili nella letteratura scientifica. Accorpando i risultati, il team ha osservato che un ampio uso di internet può effettivamente avere un impatto su molte funzioni del cervello: il flusso continuo di notifiche, per esempio, “incoraggia” la cosiddetta attenzione divisa, ovvero la capacità di concentrarsi contemporaneamente su stimoli diversi. “A sua volta, però, questo comportamento può ridurre la nostra abilità di mantenere la concentrazione su un singolo compito”, spiega Joseph Firth, uno degli autori dello studio. “Oggi possiamo fruire di informazioni e notizie senza soluzione di continuità, il che sembra stia alterando i modi in cui il nostro cervello memorizza e persino valuta i contenuti cui è esposto”.

Bambini e internet

Un’attenzione particolare riguarda i minori. L’eccessivo consumo di internet – e soprattutto dei social media – da parte dei più piccoli preoccupa da tempo genitori e insegnanti. Ad oggi, le attuali linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità consigliano, per i bambini tra i 2 e i 5 anni di età, di non superare un’ora al giorno davanti agli schermi. Tuttavia, precisano i ricercatori del nuovo rapporto, la maggior parte delle ricerche svolte finora si sono concentrate sugli effetti del mondo digitale sulla popolazione adulta, e sono, quindi, urgentemente necessarie altre indagini per poter determinare i benefici e gli svantaggi dell’uso di Internet nei più giovani. “Sebbene siano necessarie ulteriori indagini, per evitare i potenziali effetti negativi i genitori dovrebbero per esempio evitare che i bambini trascorrano troppo tempo davanti agli schermi, e perdano interesse in altre attività cruciali dello sviluppo, come l’interazione sociale e l’esercizio fisico”.

Per gli adulti, invece, nello studio si consiglia di praticare esercizi per migliorare l’attenzione e tecniche specifiche di “internet hygiene”: evitare comportamenti compulsivi di ‘controllo’ continuo dello smartphone, per esempio, o non usare internet nelle ore serali, dando così la priorità alle interazioni sociali. Risulteremo forse meno multitasking, ma di sicuro più simpatici.

in La Repubblica Giugno 2019

Adolescenti e «cybersex». Porno online, la dipendenza che «spegne» le coscienze

Giovanni Cucci 

Una modalità particolarmente distruttiva di dipendenza è quella da pornografia virtuale, mediante l’accesso ai siti Internet. La dipendenza sessuale, in particolare, esprime le contraddizioni di una società e di uno stile di vita che cerca di assecondare ogni possibile emozione. Per questo si ritrovano in essa problemi e difficoltà molto simili a quanto riscontrato nel mondo reale.

Il web presenta tuttavia anche differenze specifiche, e quindi anche nuovi motivi di preoccupazione, rispetto alla pornografia stampata e in dvd. Anzitutto il tempo dedicato alla navigazione (e l’influsso che tutto ciò presenta sulla fantasia e la mente) tende ad ampliarsi. L’offerta sempre nuova e facilmente disponibile porta a un sensibile aumento di questa dimensione nella vita del dipendente. Al Cooper, uno dei pionieri in questo campo, notava come la quasi totalità del campione della sua ricerca trascorresse in attività legate al cybersex almeno 10 ore alla settimana. Il tempo libero – e non solo – finisce così per essere progressivamente eroso dallo schermo del computer, facendo ritardare sempre più l’orario del sonno.Ragazzo-al-telefono.jpg

È inoltre rilevante la modalità di diffusione: a differenza del mezzo stampato, esso raggiunge una fascia sempre più grande. Ciò può diventare pericoloso per chi, nell’età dello sviluppo, comincia a fare i conti con la dimensione delicata e complessa della sessualità (insieme alle sottostanti e altrettanto critiche problematiche legate alla solitudine, al senso di inferiorità e di frustrazione, cui la pornografia sembra offrire una potente modalità di compensazione). Un altro punto rilevante è l’anonimato, che può coprire difficoltà relazionali o la mancata accettazione di sé: un semplice clic consente di entrare ovunque con facilità, e soprattutto di decidere quale identità assumere, grazie alle innumerevoli possibilità offerte dalla comunità virtuale.

Si avverte così la concreta sensazione di essere onnipotenti. Anonimato significa anche trovare gratuitamente dalla propria stanza materiale a volontà, anche se poi molti tendono a essere risucchiati dai siti a pagamento, rovinandosi economicamente. Vi è poi, come in ogni dipendenza, l’incapacità di fermarsi, di staccare, di dire «no» al pensiero di continuare a navigare. Gli studiosi parlano della dipendenza sessuale associandola al craving (desiderio irrefrenabile), proprio anche della dipendenza da sostanze. Qui non si danno disturbi fisici per le crisi di astinenza (che è soprattutto di tipo psicologico) ma piuttosto un forte malessere generale e una crescente irritabilità. (…)

Attualmente la maggior parte degli utenti che frequentano siti pornografici su internet sono adolescenti. Secondo i dati di Internet Filter Review, negli Usa l’età media dei bambini che entrano a contatto con la pornografia online è di 11 anni; coloro che maggiormente accedono al cybersesso hanno tra i 12 e i 17 anni. In Italia il 61% dei visitatori rientra nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, ma secondo i dati di Covenanteyes (un sito che si occupa di prevenzione e aiuto a uscire dalla pornodipendenza), l’80% di essi entra in contatto con la pornografia prima della maggiore età. Anche nel nostro Paese un ragazzo comincia a visionare pornografia in media all’età di 11 anni, quando si vede regalare dal genitore l’iPhone, senza pensare alle sue illimitate possibilità di accesso, le quali, unite a curiosità e inesperienza, porteranno in molti casi a conseguenze terribili, avvertite per lo più troppo tardi. (…)

Il cybersex è un virus che infetta la facoltà più alta dell’uomo: la sua intelligenza. Anzitutto a livello di immaginazione. I siti frequentati finiscono per dominare la vita, lo studio, gli impegni di lavoro, le relazioni, lo svago, gli interessi, favorendo la tendenza a vedere le persone come corpi pornografici. Il dipendente trova sempre più a instaurare rapporti di amicizia e di affetto, finendo per crearsi un mondo parallelo, alternativo a quello in cui vive e a rifugiarvisi sempre di più, non sopportando il peso e le frustrazioni della vita ordinaria. Da qui l’inevitabile correlazione tra incremento della pornografia e disinteresse nei confronti degli altri aspetti della vita. Quanto visionato, oltre a ossessionare la mente, la impoverisce, fino ad atrofizzarla. Le immagini pornografiche presentano il più basso grado di memorizzazione, e il cybersex, a sua volta, registra un ulteriore decremento cognitivo rispetto alla pornografia stampata. E non a caso. L’eccitazione provocata dalla pornografia sul web ha infatti un fortissimo impatto atrofizzante sui processi cognitivi, come la memoria, la riflessione, la capacità di attenzione ed elaborazione critica, e quindi sulla libertà e capacità di prendere le distanze dal vissuto emotivo. Come per il paese dei balocchi di Pinocchio, il cybersex è una dolce trappola da cui diventa sempre più difficile uscire. (…)

Il cybersex si rivela così strutturalmente disumano: esso porta a mettere in atto comportamenti che tendono a considerare l’altro in termini di oggetto di piacere. Da qui il forte legame tra pornografia e violenza, un sintomo eloquente della sensazione di indegnità e rabbia interiore. Inoltre la diminuzione della energia sessuale, conseguenza del cybersex, porta il dipendente a dover aumentare le dosi per riaffermare il proprio potere e giungere all’eccitazione umiliando l’altro, soprattutto con la violenza e la prevaricazione. La perversione sessuale è un incrocio stretto di potere e violenza inflitta all’altro. È la conseguenza più inquietante della pornodipendenza, mostrata dall’aumento di comportamenti violenti nei confronti delle donne, fino alle sevizie e all’omicidio.

I sempre più numerosi casi di cronaca nera al riguardo mostrano quanto il legame pornografia-violenza possa con facilità degenerare in esiti tragici. (…) L’incremento della diffusione di siti pornografici è impressionante. I seguenti dati possono darne un’idea: nell’anno 2018 un solo sito pornografico ha registrato quasi 34 miliardi di visitatori (92 milioni al giorno), con un aumento di 14 milioni rispetto al 2017. Sembra che il numero di questi siti si aggiri attorno ai 150 milioni, di cui almeno 5 milioni specializzati in pedopornografia.

È difficile avere dati precisi, sia per la caratteristica oscura e liquida del dark web sia per il suo rapido e capillare incremento (ogni giorno compaiono in media 300 nuovi siti), ma sembra che il porno occupi il 30% del traffico internet, e ogni minuto registri 63.000 visitatori, con un guadagno di almeno 5.000 dollari al secondo. Considerato lo stretto rapporto tra pornografia e violenza sessuale, appare ancora più triste e opportunista la decisione a livello europeo, nel marzo 2013, di non bandirla dal web in tutte le sue forme, comprese quelle della pubblicità e del turismo sessuale (a meno che non abbia i connotati della pedopornografia).

Emerge l’impasse delle odierne società democratiche, che da un lato incoraggiano ogni forma di comportamento e pensiero in nome della libertà di espressione, dall’altro comminano punizioni sommarie (che alle fine si rivelano simili alle celebri ‘grida’ manzoniane) non appena le conseguenze nefaste divengono di dominio pubblico. In ogni caso, ci si guarda bene dal mettere in discussione i «serbatoi culturali » a cui i perpetratori per lo più attingono, perché ciò andrebbe a scapito di inveterati interessi economici e di potere.

È in gioco il futuro di intere generazioni che si vedono rubare i propri sogni e gli affetti più cari da una visione distorta e falsa della sessualità, per ridursi a oggetto di consumo. Il confronto con quanto visionato sui siti (considerati come eventi reali e non, come per lo più avviene, come finzione) aumenta nel ragazzo l’ansia da prestazione e il senso di inadeguatezza e vergogna, considerandosi indegno di stima e di affetto. Tutto ciò finisce per condizionare non solo i comportamenti sessuali (attuati secondo il modello della pornografia) ma il più generale ambito delle relazioni, connotate dalla spersonalizzazione e dalla violenza.

in Avvenire giovedì 13 giugno 2019

PER SAPERNE DI PIU’

Giovanni Cucci ,«Cybersex: una dipendenza insidiosa», in «La Civiltà Cattolica»,  Info: www.laciviltacattolica.it.

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Lavoro minorile. 152 milioni di minori, 1 su 10, vittime di sfruttamento lavorativo

Se vivessero tutti in unico Paese, costituirebbero il nono Stato più popoloso al mondo, più del doppio dell’Italia, più grande anche della Russia: sono i 152 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni, 1 su 10 al mondo, vittime di sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà – 73 milioni – costretti a svolgere lavori duri e pericolosi, che ne mettono a grave rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico.

Sessantaquattro milioni di bambine e 88 milioni di bambini, sottolinea Save the Children alla vigilia della Giornata mondiale contro il lavoro minorile, che si vedono sottrarre l’infanzia alla quale hanno diritto, allontanati dalla scuola e dallo studio, privati della protezione di cui hanno bisogno e dell’opportunità di costruirsi il futuro che sognano. In più di 7 su 10 vengono impiegati in agricoltura, mentre il restante 29% lavora nel settore dei servizi (17%) o nell’industriaminiere comprese (12%)[1].

cq5dam.thumbnail.cropped.1000.563.jpegUna piaga che secondo Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da 100 lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro –  non risparmia neppure il nostro Paese dove, solo negli ultimi due anni, sono stati accertati più di 480 casi di illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e adolescenti, sia italiani che stranieri, di cui più di 210 nei servizi di alloggio e ristorazione, 70 nel commercio all’ingrosso o al dettaglio, più di 60 in attività manifatturiere e oltre 40 in agricoltura[2]. Un numero, tuttavia, senza dubbio sottostimato a causa della mancanza, nel nostro Paese, di una rilevazione sistematica in grado di definire i contorni del fenomeno. Basti pensare che secondo l’ultima indagine sul lavoro minorile in Italia, diffusa da Save the Children e Associazione Bruno Trentin nel 2013, i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti nel fenomeno erano stimati in 260.000, più di 1 su 20 tra i bambini e gli adolescenti della loro età.[3]

“Ancora troppi bambini, nel mondo, anziché andare a scuola e vivere a pieno la loro infanzia, oggi sono costretti a lavorare in condizioni difficilissime, sottoposti a sforzi fisici inappropriati per la loro età, a orari massacranti anche di 12-14 ore al giorno e a gravissimi rischi per la loro salute, sia fisica che mentale. In tanti Paesi al mondo Save the Children lavora ogni giorno per proteggere i minori da tutto questo, collaborando con le istituzioni, gli attori locali e le comunità perché ad ogni bambino venga garantita l’opportunità di studiare e crescere in modo sano e per offrire il supporto necessario anche alle famiglie”, ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

Nonostante i progressi significativi compiuti negli ultimi 20 anni, il mondo è ancora lontano dal raggiungere l’obiettivo di sradicare ogni forma di lavoro minorile entro il 2025, come previsto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, e in base al trend attuale, in quella data, vi saranno ancora 121 milioni di minori vittime di sfruttamento lavorativo.

“Anche in Italia c’è ancora molto da fare per mettere fine allo sfruttamento lavorativo di cui sono vittime bambini e adolescenti, a partire dalla necessità di istituire una raccolta dati, sistematica e puntuale, che permetta di avere un quadro preciso del fenomeno. È inoltre fondamentale e urgente che le istituzioni rafforzino l’impegno per contrastare la povertà minorile e la dispersione scolastica, fenomeni entrambi strettamente collegati al lavoro minorile, e da questo punto di vista il livello di dispersione scolastica che dopo molti anni è ritornato a crescere non può che rappresentare un preoccupante campanello d’allarme”, ha proseguito Valerio Neri.

Del totale dei minori vittime di sfruttamento lavorativo oggi presenti al mondo – sottolinea Save the Children – 79 milioni hanno tra i 12 e i 17 anni di età, mentre 73 milioni sono molto piccoli, tra i 5 e gli 11 anni, e quindi ancor più vulnerabili ed esposti al rischio di conseguenze sul loro sviluppo psico-fisico[4]. Quasi la metà del totale (72 milioni) si trova in Africa, con Mali, Nigeria, Guinea Bissau e Ciad che fanno registrare le percentuali più alte di bambini tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile. In questi Paesi, infatti, lavora più di 1 bambino su 2; quasi 1 su 3 (29%) se si considera l’area dell’Africa subsahariana dove, rispetto al passato, la lotta al lavoro minorile non soltanto non ha fatto registrare alcun miglioramento ma, al contrario, ha visto un incremento del fenomeno[5].

Complessivamente negli ultimi vent’anni sono stati tuttavia compiuti significativi passi avanti per contrastare il fenomeno, come evidenziato da Save the Children sul recente “Rapporto sulla condizione dei bambini nel mondo”[6]. Nel 2000, infatti, il lavoro minorile coinvolgeva 246 milioni di bambine e bambini, 94 milioni in più rispetto alla situazione attuale. Progressi che hanno riguardato in particolar modo i minori tra i 12 e i 17 anni, con un tasso calato del 42% rispetto al 2000, mentre si è ridotto in misura minore il numero di minori tra i 5 e gli 11 anni (passati da 110 milioni nel 2000 ai 73 milioni di oggi).

In Asia centrale ed Europa orientale i progressi maggiori, con l’Uzbekistan che ha tagliato il tasso di lavoro minorile del 92% e l’Albania (dove oggi è vittima di lavoro minorile il 5% dei minori) del 79%. Restando in Asia, anche Cambogia e Vietnam si segnalano per aver ridotto nettamente, rispetto a 20 anni fa, il numero di minori coinvolti nel fenomeno, rispettivamente con una riduzione del 78 e del 67 percento. Volgendo infine lo sguardo all’area del Sud America e dei Caraibi, dove attualmente oggi più di 1 bambino su 10 è coinvolto nel lavoro minorile, notevoli progressi sono stati compiuti in particolare dal Brasile che ha ridotto dell’80% rispetto al 2000 il tasso di lavoro minorile relativo alla fascia di età 5-14 anni, sebbene nel Paese oggi vi siano ancora 1 milione di minori costretti a lavorare. Decisi passi in avanti compiuti anche in Messico, dove il tasso (per la fascia di età 5-14 anni) si è ridotto dell’80% rispetto a vent’anni fa, passando dal 24% al 5%, con oltre 3 milioni di bambini tuttavia ancora intrappolati nella piaga del lavoro minorile.

Per ulteriori informazioni:

[1] Dati ILO. Global Estimates of Child Labour: Results and Trends, 2012-2016

[2] Fonte: Ispettorato Nazionale del Lavoro. Dati relativi agli anni 2017 e 2018

[3] Rapporto “Game Over: Indagine sul lavoro minorile in Italia” https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/game-ov…

[4] Dati ILO. Global Estimates of Child Labour: Results and Trends, 2012-2016

[5] UNICEF. The State of the World’s Children 2017

[6] Rapporto disponibile al link https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/rapport…

Giovani. Meno di 2 su 10 conoscono gli “obiettivi di sviluppo sostenibile”

NICOLETTA COTTONE

I giovani under 27? Solo il 17% conosce i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e per 6 su 10 a raggiungerli ci dovranno pensare le generazioni future. La “sostenibilità” è un concetto familiare al 40% degli intervistati, ma pochi conoscono il nesso che la collega alla produzione di cibo. Solo 1 su 3, tra chi conosce la sostenibilità, pensa che il benessere del Pianeta dipenda anche da cosa mettiamo nel piatto. Un peccato se si pensa che in realtà proprio la produzione agricola è responsabile del 24% delle emissioni di gas serra. In questo scenario, una consapevolezza emerge tra i ragazzi: ridurre lo spreco alimentare è il più importante comportamento sostenibile da adottare. Lo pensa il 50% dei ragazzi.

Scuola, istituzioni e famiglia dovrebbero aiutare i giovani ad accrescere la consapevolezza

É la fotografia scattata da Ipsos per Fondazione Barilla, che ha coinvolto 800 giovani tra i 14 e i 27 anni in tutta Italia, per capire cosa sanno di obiettivi di sviluppo sostenibile e del ruolo che gioca il cibo nel loro raggiungimento. La ricerca è stata presentata all’evento Asvis, organizzato in occasione del Festival dello sviluppo sostenibile a Roma, dal titolo “Salute, Alimentazione e Agricoltura Sostenibile: educare gli adulti di domani”. Scuola, istituzioni e famiglia sono le realtà che, per i giovani, dovrebbero aiutarli ad accrescere la consapevolezza sul tema. La ricetta di Fondazione Barilla è quella di adottare diete sostenibili e una formazione scolastica continuativa sono le chiavi per rivoluzionare il sistema in cui viviamo.

Solo 2 under 27 su 5 adottano una dieta sostenibile 

«Obiettivi di sviluppo sostenibile e cibo devono andare a braccetto per arrivare al 2030 in una condizione migliore di quella attuale», ha sottolineato Anna Ruggerini, direttore operativo di Fondazione Barilla. «Il nostro Pianeta sta bruciando e il tempo per salvarlo è poco, ma tanti giovani non sembrano esserne consapevoli. Serve il contributo di tutti per formare i ragazzi e in questo, chiaramente, un ruolo centrale lo gioca il sistema scolastico con gli insegnanti, che possono aiutare a diffondere la consapevolezza che il cibo è il fil rouge che unisce i 17 Obiettivi». E ha messo in luce che solo due under 27 su cinque adottano diete sostenibili, come la Dieta Mediterranea, forse perché non hanno chiara l’importanza che questo modello alimentare può ricoprire per la salute nostra e del Pianeta. E ha segnalato che Fondazione Barilla ha avviato un programma educativo, in protocollo con il Miur, per parlare ai docenti e ai loro studenti, proprio di cibo e sostenibilità: « Un impegno pluriennale – ha sottolineato – perché il nostro futuro passa da lì».

Pochi ragazzi conoscono il concetto di sostenibilità

Un 14-15enne su quattro ha aderito a #FridaysForFuture (movimento internazionale di protesta di giovani studenti che rivendicano azioni per prevenire il riscaldamento globale e il cambiamento climatico legato alle proteste della svedese Greta Thunberg) e circa 6 giovani su 10 ne condividono i messaggi. In generale, quando si affrontano questi temi la percezione dell’urgenza di intervenire emerge chiara, tanto che per l’84% dei 18-24enni italiani «stiamo andando incontro a un disastro ambientale se non cambiamo subito le nostre abitudini». Eppure, sempre secondo la ricerca, solo 4 giovani intervistati su 10 sembrano conoscere davvero il concetto di sostenibilità. Conoscenza che aumenta con il crescere dell’età (29% tra i 14-15enni; 36% tra i 16-19enni; 43% tra i 20-23enni; 52% tra i 24-27enni), del grado di istruzione (52%) e del tenore di vita più alto delle famiglie (53%). Ma i ragazzi mettono in relazione la sostenibilità solo agli aspetti ambientali, mentre restano sullo sfondo temi, altrettanto importanti, della sostenibilità associata all’economia (13%), alla società (9%), al cibo e all’alimentazione (9%).

In Europa i più allarmati sono i tedeschi

obiettivi_sn1.jpgPer l’80% degli italiani (84% dei 18-24enni) «stiamo andando incontro a un disastro ambientale se non cambiamo subito le nostre abitudini». Più allarmati – in Europa – sono solo i tedeschi (85%), meno sensibili al tema appaiono grandi Paesi come Russia (78%), U.S.A. (70%) e Gran Bretagna (67%). Se invece guardiamo a comportamenti concreti, il 68% dei giovani italiani tra 18 e 24 anni (dato che scende al 64% per il totale della popolazione) sono convinti che «in futuro avranno più successo i prodotti in grado di contribuire positivamente alla società». Una certezza che sembra accomunarci a Germania (65%), Russia (64%), Francia (62%) e Spagna (61%). Chi ritiene questa visione più rilevante, invece, sono Paesi emergenti come India (83%) e Brasile (74%) o grandi economie come la Cina (80%).

in Il Sole 24 Ore, 06 giugno 2019

La condizione giovanile in Italia. Rapporto 2019 dell’Istituto Toniolo

E’ appena uscito nelle librerie italiane il volume «LA CONDIZIONE GIOVANILE IN ITALIA. Rapporto Giovani 2019» (RG2019) curato dall’Istituto Toniolo con il sostegno della Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo e pubblicato per le edizioni “Il Mulino”.

Un vero proprio percorso nell’universo giovanile a partire dalla dimensione educativa, dal lavoro e l’autonomia dalla famiglia, il civismo e la cultura della legalità, il consumo di alcolici e i comportamenti a rischio, il valore dell’amicizia e un focus speciale sui giovani al Sud. “La chiave di lettura di questa edizione del Rapporto Giovani – spiega Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto Giovani – è quella del presente, che può essere considerato come tempo di attesa inoperosa che qualcosa accada nella propria vita, come tempo di piacere, svago e interazione con gli altri, come tempo di scelte che impegnano positivamente verso il futuro personale e collettivo. Sono soprattutto tali scelte a risultare deboli oggi nei percorsi di vita di troppi giovani italiani“.

Il nuovo RG 2019 evidenzia come l’impatto della povertà educativa sulle traiettorie di vita dei giovani risulti un fattore determinante nel successo della transizione scuola-lavoro e all’interno del più generale processo di entrata nella vita adulta, deteriorando condizioni di benessere generale e partecipazione sociale.

Purtroppo l’Italia sta entrando nella terza decade di questo secolo rimanendo una delle economie avanzate con maggiori difficoltà ad incoraggiare un ruolo attivo e positivo delle nuove generazioni. Più comune risulta – rispetto ai coetanei europei con pari titolo di studio – la condizione di sottoccupazione, sotto inquadramento e bassa remunerazione. Più alto è inoltre il rischio di trovarsi intrappolati nella condizione di Neet.

Se si prende la generazione di chi aveva 20-24 anni a inizio crisi e la si segue nei dieci anni successivi (passando per la fase più acuta e fino all’uscita formale dalla recessione), si nota come l’incidenza di Neet sia continuamente cresciuta, salendo dal 21,3% al 29,1%. Ovvero, tale generazione è invecchiata peggiorando progressivamente la propria condizione e arrivando a superare i 30 anni di età con un carico di fragilità record in Europa. Se nel 2007, all’età di 20-24 anni, il divario con la media europea era di circa 6 punti percentuali, risultava salito nel 2017, all’età di 30-34 anni, oltre i 10 punti percentuali. 

Di fatto troppi giovani italiani invecchiano senza vedere sostanziali progressi nella costruzione del proprio progetti di vita. Con la conseguenza di rivedere progressivamente al ribasso i propri obiettivi ma di rassegnarsi anche a non raggiungerli. Tanto che la percentuale di chi pensa che si troverà senza lavoro nel mezzo della vita adulta (a 45 anni) sale dal 12,6% di chi ha 21-23 anni al 34,9% di chi ha 30-34 anni. Si tratta del valore più altro in termini comparativi con gli altri grandi paesi europei.

Il record italiano in Europa di under 35 inattivi da un lato riduce le possibilità di crescita economica del paese, ma va anche a inasprire una combinazione negativa tra diseguaglianze generazionali, sociali, geografiche e di genere.

Se è vero che tasso di dispersione scolastica e tasso di Neet sono in riduzione negli ultimissimi anni, ma continuano ad essere tra i più elevati in Europa e si è accentuata la fragilità per chi si trova in tale condizione.

Il rischio più elevato, a parità di altre caratteristiche, lo presentano i giovani «in possesso di basse credenziali formative», che vivono in contesti familiari con basse risorse socioculturali e in aree con basso sviluppo e povere di opportunità. L’Italia risulta essere uno dei paesi che meno riducono lo svantaggio di partenza e più lasciano amplificare le conseguenze negative, attraverso il maggior rischio di povertà educativa e il deterioramento di competenze e motivazioni prodotto dalla persistenza nella condizione di Neet.

Il RG 2019 mostra, inoltre, come la famiglia giochi «un ruolo fondamentale nel socializzare i giovani al rispetto delle leggi e allo sviluppo di una cittadinanza attiva», mentre emerge una debolezza strutturale degli «agenti mediatori che non sembrano contribuire in modo significativo ai processi di formazione della coscienza civica», con il rischio di favorire la riproduzione delle disuguaglianze sociali e di cittadinanza.

I dati analizzati dal Rapporto mostrano come nei giovani sia forte il desiderio di migliorare non solo le proprie condizioni oggettive e individuali, ma di sentirsi parte attiva di una comunità che rafforza senso di appartenenza, benessere sociale e relazionale.

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Circa9 giovani su 10 auspicano un rafforzamento della cultura della legalità, che passi non solo attraverso l’aumento della vigilanza e la certezza della pena, ma anche l’investimento nell’educazione Il mondo dei giovani è pieno di ambizioni e desideri, ma anche di grandi incertezze e fragilità.

La nuova indagine dell’istituto Toniolo offre anche una lettura diversa del rapporto tra le nuove generazioni e uso di bevande alcoliche. Non trova conferma l’immagine a tinte fosche dipinta spesso dai media: la maggioranza circa l‘80% degli intervistati adotta comportamenti di consumo moderato. Va però anche sottolineato che «sebbene tutto ciò rappresenti un elemento positivo della cultura del bere nei giovani italiani», si riscontra anche qualche elemento di attenzione (e preoccupazione), in particolare per una convergenza femminile verso condotte maschili nell’uso di alcol e un’associazione tra

 comportamenti negativi per la salute «di diversa natura, quale consumo di alcolici in elevate quantità, tabagismo, consumo di sostanze psicoattive e rapporti sessuali a rischio”.

Nel RG 2019 emerge con forza anche l’importanza delle relazioni amicali che co-partecipano «ai processi di socializzazione» e contribuiscono a «determinare l’identità». Ben il 77% dei giovani coinvolti dalla ricerca dice di avere un gruppo di amici. Oltre a ciò, «la socialità, la convivialità e l’abilità di saper stare in gruppo sono competenze oggi molto apprezzate come caratteristiche della personalità individuale e anche come skills spendibili nel mercato del lavoro».

È, infine, proposta dal RG 2019 una tipologia dei giovani italiani in relazione alle loro abitudini. Di particolare interesse le distinzioni rilevanti che emergono per genere e titolo di studio, con configurazioni delle reti amicali più equilibrate per le donne e più articolate per chi ha maggiori risorse culturali (a conferma della relazione positiva tra capitale umano e capitale sociale).

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Qui di seguito l’indice dell’edizione 2019:

  • Introduzione a cura di Alessandro Rosina. Un ritratto dell’adulto italiano da giovane.
  • DIEGO MESA, GIAN LUCA BATTILOCCHI, PIERPAOLO TRIANI, L’IMPATTO DELLA POVERTÀ EDUCATIVA SULLE TRAIETTORIE DI VITA DEI GIOVANI
  • SARA ALFIERI, MAURO MIGLIAVACCA, EMILIANO SIRONI, NEET IN UNA PROSPETTIVA DINAMICA: COME SI ENTRA ED ESCE DAL «TUNNEL»
  • SARA ALFIERI, SARA MARTINEZ DAMIA, ELENA MARTA, USCIRE DALLA CASA DI ORIGINE O FARVI RITORNO MODIFICA I VALORI DELLE NUOVE GENERAZIONI?
  • DIEGO MESA, CIVISMO E CULTURA DELLA LEGALITÀ
  • GIOVANNI ARESI, ELENA MARTA, CONSUMO DI ALCOLICI E COMPORTAMENTI A RISCHIO NEI GIOVANI ADULTI ITALIANI
  • RITA BICHI E ANDREA RUBIN  , IL VALORE DELL’AMICIZIA E I GRUPPI AMICALI, ANDREA BONANOMI, FABIO INTROINI, CRISTINA PASQUALINI  , UNA FINESTRA SUL MONDO. I RISULTATI DELL’INDAGINE SUI GIOVANI IN PREPARAZIONE DELLO YOUTH SYNOD
  • STEFANIA LEONE, ANDREA RUBIN  , GIOVANI AL SUD E IN ITALIA TRA CONTINUITÀ E CAMBIAMENTO, 
  • DANIELA MARZANA, SAMUELE POY,LA RIATTIVAZIONE DEI NEET: ALCUNE EVIDENZE DAL PROGETTO NEETWORK

Il protagonismo politico giovanile europeo si tinge di “verde”

Carlo Petrini

In Italia siamo tutti concentrati a valutare e a commentare politicamente l’onda travolgente del voto leghista. Dai radar dell’analisi politica, però, è sfuggita quello che a mio avviso è, e sarà, l’elemento più dirompente sul futuro scenario europeo, compreso ovviamente il nostro paese. Quello che molti hanno identificato come la «generazione Greta», protagonista di un forte incremento di sensibilità sulle tematiche ambientali. Il dato riportato da numerosi giornali tedeschi è che la moltitudine di votanti sotto i ventiquattro anni ha espresso un voto ambientalista pari al 49%. Percentuali simili anche in Belgio, Olanda e Francia. Sarebbe riduttivo e ingiusto commentare lo scarso risultato dei verdi italiani attribuendo la colpa solo al personale politico e al suo modello organizzativo. La realtà è diversa e si basa su un dato di fatto rilevante: in tutta Europa nel dibattito elettorale, e nella sua ricaduta mediatica, la questione ambientale è stata oggetto di discussione. Ha coinvolto tutte le parti politiche a confrontarsi sul tema. In Francia neppure il Front National di Marine Le Pen si è potuto tirare indietro.

In Italia, per contro, dopo Verdi-2b.pngil forte interesse sullo sciopero generale per il clima del 15 marzo, questa tematica è uscita dai radar della politica e della comunicazione. Eppure quel giorno, l’adesione al «Friday For Future» da parte dei giovani italiani ha registrato l’affluenza percentuale più alta al mondo. Questa situazione ha portato a un aumento dell’astensionismo anche da parte delle fasce più giovani. Se le cose stanno così e se consideriamo che il cuore più ricco e incisivo della «generazione Greta» non è ancora in età di voto, all’orizzonte si profila una realtà in movimento che sarà in grado nei prossimi anni di incidere sul calendario della politica, dell’informazione e dei comportamenti individuali. Si fa un gran parlare di sostenibilità, ma il grido di questi giovani che chiedono di realizzare azioni concrete per il cambiamento non è stato ancora raccolto da noi tutti, e in primis da chi ci governa.

Nei prossimi anni ci troveremo davanti a una nuova generazione che nel rivendicare la mobilitazione sulle questioni ambientali, rappresenterà a tutti gli effetti l’anima della politica. È evidente, però, che i futuri leader di questa nuova mobilitazione non sono ancora sul palcoscenico. Mai come in questo momento il ruolo della politica deve essere quindi quello di affiancare e di dare spazio a questa nuova linfa. Mettersi a disposizione per processi virtuosi che siano d’esempio e di stimolo al cambiamento di stili di vita e di scelte concrete per la riduzione delle emissioni di CO2 e per la difesa della biodiversità. Il tutto collegato con un forte bisogno di giustizia sociale e di redistribuzione dell’enorme ricchezza monetaria concentrata nelle mani di pochi.

Un mondo più pulito e più giusto ha bisogno di questa politica portatrice di nuovi paradigmi, che in parte esca dai classici schieramenti di destra e sinistra e che li sappia superare in avanti, rappresentando un nuovo modo di essere della politica stessa, della cultura e dell’economia. Mai nella storia recente di questo nostro paese, masse giovanili sono state espressione di una visione così concreta e costruttiva. Nel mio Piemonte c’è un detto storico che dice: «Se i giovani sapessero e i vecchi potessero». Io penso che in questo momento storico il detto si sia ribaltato. Se i giovani potessero avere più influenza sulla politica (sarebbe giusto aprire il voto ai sedicenni) e i vecchi sapessero quanta gioia si prova nel conoscere e condividere più da vicino le dinamiche, le suggestioni e i meccanismi di un mondo in profonda trasformazione.

in “La Stampa” del 2 giugno 2019

Infanzia negata a 1 bambino su 3 al mondo. Rapporto Save the Children 2019

Vivere l’infanzia che meritano oggi è un diritto negato per 690 milioni di minori, quasi 1 su 3 al mondo. Bambine e bambini che muoiono troppo presto a causa di malattie facilmente curabili e prevenibili, che non hanno cibo adeguato per vincere la malnutrizione, che non possono studiare e andare a scuola, che sono costretti a lavorare o a sposarsi precocemente. Un quadro che si fa ancor più cupo nei paesi sferzati dai conflitti, dove in un solo anno 53.000 bambini hanno perso la vita in seguito alle violenze.

La Repubblica Centrafricana è il Paese al mondo dove le condizioni di vita per i bambini sono le peggiori; a seguire Niger e Ciad, con 10 Stati africani, di cui 6 colpiti da conflitti, ad occupare gli ultimi dieci posti della classifica dei Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni migliori[1], stilata per il terzo anno consecutivo da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Sul versante opposto, il primato dei Paesi più a misura di bambino spetta a Singapore, seguito da Svezia e Finlandiacon l’Italia all’ottavo posto in graduatoria, in linea con lo scorso anno, peggio solo di Irlanda, Germania, Slovenia e Norvegia, oltre che dei tre sul podio, sebbene nel nostro Paese oggi si contino 1,2 milioni di minori in povertà assoluta.Schermata 2019-05-29 alle 15.21.16 2.jpg

Questi alcuni dei risultati che emergono dal nuovo rapporto di Save the Children sulle condizioni dei bambini nel mondo – diffuso alla vigilia della Giornata internazionale dei bambini, che ricorre il 1 giugno, in occasione del Centenario dell’Organizzazione – che oltre a scattare un’istantanea della condizione attuale dell’infanzia nel mondo si sofferma sui progressi significativi compiuti negli ultimi 20 anni per tutelare i diritti dei bambini. Nel 2000, si legge infatti nel rapporto, i minori derubati della propria infanzia erano 970 milioni, un numero che oggi si è ridotto di 280 milioni, assestandosi a quota 690 milioni.

“Rispetto al passato, le condizioni di vita dei bambini, in tutto il pianeta, stanno facendo registrare miglioramenti enormi: si tratta di una notizia importantissima, che dimostra chiaramente che quando si intraprendono i passi giusti e si mettono in campo le azioni necessarie si possono ottenere risultati straordinari per assicurare un futuro a milioni di minori, anche nei Paesi più poveri e nei contesti più complicati. Tuttavia, il lavoro è tutt’altro che compiuto perché sono ancora troppi i bambini che continuano a essere privati dell’infanzia che meritano e che soffrono terribilmente a causa di guerre, povertà, cambiamenti climatici. Per questo è fondamentale che i leader mondiali, che nel 2015 si sono impegnati a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030, facciano ancora di più e mettano in campo ogni sforzo possibile perché nessun bambino al mondo venga più lasciato indietro”, ha affermato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

Le buone notizie: i progressi negli ultimi 20 anni

Rispetto a 20 anni fa, emerge dal nuovo rapporto di Save the Children, si registrano 4,4 milioni di morti infantili all’anno in menoil numero di bambini colpiti dalla malnutrizione è sceso di 49 milioni; si contano 115 milioni di bambini in meno tagliati fuori dall’educazione e 94 milioni in meno coinvolti in varie forme di lavoro minorile. E, ancora, rispetto a venti anni fa, il numero di spose bambine si è ridotto di 10 milioni e quello delle gravidanze precoci, che mettono a forte rischio le vite sia delle mamme che degli stessi bambini, di 3 milioniSierra Leone, Ruanda, Etiopia e Niger – con quest’ultimo che rispetto allo scorso anno ha abbandonato l’ultimo posto nella classifica elaborata da Save the Children – i Paesi al mondo che hanno fatto registrare i maggiori progressi in termini di tutela dell’infanzia.

La cattiva notizia: sempre più bambini soffrono a causa dei conflitti

Di contro, peggiorano di gran lunga le condizioni dei bambini coinvolti nelle aree di conflitto. Oggi, nel mondo, sono circa 31 milioni i minori che sono stati costretti a fuggire dalle proprie case nel tentativo di mettere in salvo la propria vita, e solo nel 2016 sono stati uccisi 53.000 bambini in seguito alle violenze[2], di cui il 64% in Medio Oriente e Nord Africa. Non a caso la Siria figura tra gli unici tre paesi al mondo (insieme a Venezuela e Trinidad e Tobago) dove, secondo la graduatoria di Save the Children, le condizioni di vita per i bambini, negli ultimi 20 anni, non hanno subito alcun tipo di miglioramento, con lo Yemenche si segnala invece per le forti difficoltà nel reperire dati aggiornati, a causa del devastante conflitto in corso nel paese ormai dal 2015.

E proprio per tenere alta l’attenzione del mondo sulle sofferenze indicibili che milioni di bambini continuano a patire nei paesi in conflitto, quest’anno, in occasione del suo Centenario, Save the Children ha lanciato la campagna globale “Stop alla guerra sui bambini”. Una campagna che tutti possono sostenere grazie al numero solidale 45533, attivo sino al 2 giugno, per dare protezione, cure e istruzione ai bambini scappati dagli orrori della guerra. Si possono donare 2 euro inviando un SMS dal proprio cellulare oppure si possono donare 5 o 10 euro chiamando lo stesso numero da rete fissa con TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali. Sempre da rete fissa è inoltre possibile donare 5 euro chiamando con TWT, Convergenze e PosteMobile.

La fotografia dell’infanzia nel mondo: milioni di bambini ancora a rischio

Ogni giorno, nel mondo, emerge dal rapporto dell’Organizzazione, 15 mila bambini perdono la vita prima di compiere i 5 anni di età. Tra le cause principali la polmonite, che solo nel 2017 ha provocato la morte di oltre 800 mila bambini e che si rivela quindi una infezione letale che uccide più di diarrea, malaria e Hiv messe insieme. Circa 1 bambino su 4 sotto i 5 anni, inoltre, pari a 152 milioni di bambini al mondo, risulta attualmente affetto da malnutrizione, con gravissime ripercussioni sulla propria crescita e sul proprio futuro. Tra i paesi al mondo dove il fardello della malnutrizione è più pesante quelli dell’Africa subsahariana, dove il numero di minori malnutriti, in 20 anni, è aumentato da 50 a 59 milioni.

Uno degli indicatori presi in esame dalla classifica stilata da Save the Children riguarda poi l’educazione e rivela che 1 bambino su 6, al mondo, è tagliato fuori da scuola primaria e secondaria, pari a 262 milioni di bambini. Una percentuale che si alza ulteriormente nei paesi più poveri, dove non va a scuola 1 bambino su 3, e tra i minori rifugiati (1 su 2 privato della possibilità di studiare). Sono invece 152 milioni, 1 su 10 al mondo, di cui circa il 50% in Africa, i minori coinvolti nella piaga del lavoro minorile, condannati pertanto a rinunciare a vivere la propria condizione di bambini, di cui quasi la metà costretti a svolgere lavori pesanti e pericolosi che ne mettono a grave rischio la salute e la sicurezza.

Ad avere un impatto devastante sulle vite dei minori, sottolinea infine il rapporto, anche la piaga dei matrimoni e delle gravidanze precoci, con 37 milioni di spose bambine stimate nel 2017 e 13 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni che nel 2016 hanno messo al mondo un figlio, esposte a gravi rischi per la loro salute e per quella dei loro bambini e costrette a rinunciare troppo presto a costruirsi il futuro che meritano.

Il rapporto integrale è disponibile al link: https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/rapport…

Sono disponibili anche i seguenti materiali:

Fotogallery: https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/koahfwa374c3x3cbni14srrf…

Immagini video dai progetti di Save the Children: https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/7ayw60ds88tyx304t37c01i3…

Per ulteriori informazioni:
Ufficio Stampa Save the Children
Tel 06-48070023/63/81/82
ufficiostampa@savethechildren.org
www.savethechildren.it

[1] La classifica esamina le condizioni di vita in 176 Paesi al mondo sulla base di 8 indicatori: mortalità infantile sotto i 5 anni; malnutrizione di bambini sotto i 5 anni; minori in età scolare (scuola primaria e secondaria) tagliati fuori dall’educazione; minori tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile; spose bambine tra i 15 e i 19 anni; gravidanze precoci per giovani tra i 15 e i 19 anni; popolazione sfollata a causa ei conflitti; minori tra 0 e 19 anni vittime di omicidi

[2] Stima di minori deceduti nel 2016 a causa delle violenze collettive (perpetrate da Stati, entità politiche organizzate, organizzazioni terroristiche o gruppi armati) o in seguito all’uso della forza da parte della polizia o di agenti delle forze dell’ordine

Sexting, più di 2 adolescenti su 10 si scambiano foto hot sui social

Una ricerca di Skuola.net per Polizia di Stato (vedi il documento), effettuata su 6500 ragazzi tra i 13 e i 18 anni, mostra quanto sia diffuso il fenomeno del sexting. E soprattutto i pericoli legati al suo abuso: il 15% ha visto circolare online le proprie immagini sexy. E un altro 12% è stato minacciato. Il motivo? Quasi sempre per scherzo.

Una leggerezza, magari commessa in buona fede, che può costare cara. Le cui conseguenze non sempre sono gestibili, gettando nello sconforto o generando problemi psicologici. E pensare che, spessissimo, tutto nasce quasi per gioco. I480x270.jpgl sexting è uno dei fenomeni potenzialmente più pericolosi tra quelli che investono gli adolescenti di oggi: ci si scatta una foto o un video in atteggiamenti intimi, si invia al proprio partner o ad una cerchia ristretta di amici, ma se capita nelle mani sbagliate in pochi istanti è pronta a viaggiare all’infinito sulla Rete. La tecnologia che da utile strumento si trasforma in una trappola. Un rischio in cui incorrono, anche volontariamente, migliaia di ragazzi. A segnalarlo una ricerca effettuata da Skuola.net per Polizia di Stato, su 6500 giovani tra i 13 e i 18 anni.

Qualcuno, non avendone sentito parlare così spesso, potrebbe pensare che si tratti di un fenomeno di nicchia. Invece no. Più di 2 adolescenti su 10 – il 24% del campione – hanno infatti sperimentato almeno una volta l’ebrezza di scambiarsi materiale intimo via chat o social network: il 6% ammette di farlo di spesso, l’11% di dosare col contagocce le occasioni in cui ciò avviene, il 7% di averci provato una sola volta. Una pratica, quella del sexting, che invoglia più i maschi che le femmine: tra i primi, il 13% si dichiara un habitué; tra le seconde, invece, solo l’8% si mostra spesso e volentieri ‘come mamma l’ha fatta’.

Ma questa è solo una faccia del problema. Perché c’è il rovescio della medaglia: al 15% di quelli che si sono lasciati trascinare dal vortice del sexting è infatti capitato che qualcuno di quelli a cui sono arrivate le immagini ‘compromettenti’ le abbia condivise con altri, magari sconosciuti. E il motivo per cui lo hanno fatto è ancora più inquietante: circa la metà (49%) sostiene che sia stata vittima di un brutto scherzo, il 7% per vendetta (conosciuta anche come ‘Revenge Porn’), addirittura l’11% per ricattare la vittima. Gli effetti di tutto ciò? A volte sono devastanti: quasi 1 vittima su 3, per la vergogna, ha evitato di dirlo in giro (ma tra le ragazze il dato sale al 37%); solo il 16% ha chiesto aiuto alla famiglia o agli amici; mentre il 53% ha cercato di fare finta di niente (sono soprattutto i maschi a reagire così: qui il dato arriva al 59%).

Numeri allarmanti a cui vanno aggiunti i casi in cui ci si è fermati alle minacce. E sono altrettanto alti: è successo a un altro 12% (specialmente se femmine). Ovviamente, qui, la natura della minaccia è prevalentemente ricattatoria (44%); altrettanto alto è il desiderio di vendetta (18%); ma non sono pochi quelli che spaventano la potenziale vittima solo per prendersi gioco di lei, per scherzo (27%). Cambiano, dunque, gli equilibri tra diffusione o semplice minaccia. Quella che non cambia è la reazione di chi si accorge di essere caduto nella rete: sempre più o meno un terzo quelli che non parlano per paura di essere giudicati (35%), cresce chi si rivolge alle persone vicine (26%), mentre chi fa finta di niente scende al 38%.

Attenzione, però, anche all’effetto domino. A chi, essendo entrato in possesso di foto ‘hot’, si lascia prendere dalla tentazione di farle girare, amplificandone gli effetti negativi. Diventando di fatto carnefice del protagonista delle immagini. Un piano, purtroppo, messo in pratica da quasi 2 ragazzi su 10 – il 18% – tra quelli che praticano il sexting, che hanno rivelato di aver condiviso il materiale con altri. Si tratta più di maschi (lo ha fatto 1 su 4), mentre le ragazze preferiscono tenere fede al sexy segreto (sono solo 1 su 10). E i motivi che spingono a farlo, ancora una volta, appaiono davvero banali: il 43% ha voluto fare uno scherzo, il 6% è stato mosso dalla sete di vendetta, il 5% dalla voglia di ricattare. E non finisce qui, perché un altro 6% ha minacciato di farlo. Ma, per il momento, si è fermato lì.

in http://www.commissariatodips.it, 24 maggio 2019