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“Giovani del Sud. Limiti e risorse delle nuove generazioni”

Il volume di Francesco Del Pizzo, Stefania Leone, Emiliano Sironi “Giovani del Sud. Limiti e risorse delle nuove generazioni nel Mezzogiorno di’Italia“, edito da Vita e Pensiero, Milano luglio 2020, offre un’analisi della condizione giovanile nel Mezzogiorno d’Italia, a partire dai dati raccolti dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori. In particolare, si focalizza su una lettura territoriale che consente una comparazione tra i giovani del Sud e quelli del Centro e del Nord d’Italia.

Partendo da alcuni dati relativi al difficile ingresso nel mondo del lavoro, è emerso come il bisogno di occupazione orienti i giovani del Sud, più di quelli del Nord, alla possibilità di spostarsi dalla propria residenza. Oltre al desiderio di mobilità, sono evidenti anche i loro propositi di formare una famiglia e di mettere al mondo dei figli.

In questa prospettiva, i giovani del Sud, come quelli del Nord, mostrano una visione del lavoro finalizzata alla sicurezza e alla costruzione di progetti familiari. È tuttavia più viva nel meridione la consapevolezza che il lavoro contempli anche la dimensione della realizzazione di sé, del prestigio e del successo; l’idea che l’identità professionale sia un fattore importante per la definizione dell’identità personale. I giovani meridionali, inoltre, si concentrano maggiormente sul presente e, in seconda battuta, sulla costruzione del proprio futuro. Su quest’ultimo aspetto influiscono anche fattori ideali: famiglia e religione contribuiscono al Sud, più che altrove, a formare l’identità dei giovani, pur in un contesto di pluralismo culturale e religioso. La famiglia si presenta come luogo di fusione intima e di conflittualità, ma resta l’unità simbolica di riferimento all’interno del sistema sociale meridionale.

Giovani. La difficile transizione allo stato adulto

GIAN CARLO BLANGIARDO

I giovani escono dalla famiglia di origine sempre più tardi sperimentando, rispetto alle precedenti generazioni, percorsi esistenziali più frammentati, nei quali le tradizionali tappe della transizione alla fase adulta della vita, a cominciare dal raggiungimento dell’autonomia e dell’indipendenza economica, si spostano sempre più in avanti (Istat 2014). Al 1° gennaio 2019 i residenti 20-34enni sono 9 milioni 570 mila, il 15,8% del totale della popolazione; rispetto a dieci anni prima sono diminuiti di oltre 1 milione 290 mila unità (erano il 19% della popolazione al 1° gennaio 2008). Più della metà dei 20-34enni, celibi e nubili, vive con almeno un genitore. Questa proporzione è in continuo aumento, il fenomeno è legato soprattutto alla mancanza di indipendenza economica dovuta al protrarsi degli studi, alle difficoltà nel trovare un’occupazione adeguata o all’incapacità di sostenere le spese per un’abitazione, ma anche a tratti caratteristici della cultura italiana che portano i giovani a cercare garanzie e stabilità prima di lasciare la famiglia di origine.

D’altra parte la figura della famiglia lunga del giovane adulto, tipica espressione di un ‘modello di transizione mediterraneo’, caratterizzato dal prolungamento della co-residenza all’interno della famiglia e dalla coincidenza tra l’uscita di casa e il matrimonio-costituzione di un nucleo autonomo (Scabini 1993; Cavalli e Galland 1993), appare tuttora il prodotto del connubio che vede, da un lato, la ‘tenuta’ dell’istituzione familiare come ‘ammortizzatore’ delle crescenti difficoltà nell’universo giovanile, e dall’altro il risultato delle profonde trasformazioni che hanno interessato la nostra società, spesso penalizzando i giovani, sia sotto il profilo culturale e psicologico, sia sul piano sociologico, demografico ed economico-occupazionale.

L’analisi congiunta dei tempi e delle motivazioni di uscita dalla famiglia di origine suggerisce come la posticipazione della transizione allo stato adulto stia assumendo sempre più un carattere strutturale. Nel 2016 sono circa 5 milioni 500 mila, il 56,7% del totale dei giovani tra 20 e 34 anni, coloro che vivono ancora nella famiglia di origine. Il prolungamento dei percorsi di istruzione e formazione, le difficoltà nell’inserimento e nella permanenza nel mercato del lavoro han- no determinato il cronicizzarsi di questo fenomeno. Le differenze generazionali mostrano un incremento dell’età mediana all’uscita di casa che va dai circa 25 anni per i nati nel Secondo dopoguerra ai circa 28 anni per la generazione degli anni Settanta.

La prima delle soglie che segna il passaggio all’età adulta è il termine degli studi, decretando il progressivo abbandono dei ruoli e delle competenze tipici della fase adolescenziale e al contempo l’assunzione di nuovi ruoli e responsabilità. A questa tappa dovrebbe seguire l’inserimento nel mondo del lavoro e, come conseguenza, il raggiungimento di un’indipendenza economica e l’affrancamento dalla famiglia di origine. L’innalzamento della scolarità e il protrarsi della durata dei percorsi formativi, anche per effetto delle riforme dell’istruzione superiore, hanno comportato un aumento della quota di giovani impegnati in attività di istruzione e formazione: nel 2016 risulta iscritto a un corso di studi cir- ca il 50% dei giovani tra i 20 e i 24 anni (erano il 39,8% nel 2009) e poco meno del 20% nella fascia 25-29 anni (era il 14,1% nel 2009).

Il ritardo dell’ingresso nel mercato del lavoro unitamente al dispiegarsi degli effetti della crisi economica hanno determinato una progressiva flessione nei tassi di occupazione dei giovani. Nel 2016 risulta occupato il 55,7% di persone tra i 20 e i 34 anni, circa 7 punti in meno rispetto al 1998 (62,8%) e al 2003 (63,1%). La formazione di una nuova fami- glia e l’assunzione del ruolo genitoriale dovrebbero in- fine completare il processo di transizione all’età adulta, contribuendo alla riproduzione fisiologica e culturale della società (Buzzi et al. 2007).

Va da sé che l’uscita dalla famiglia di origine non comporta necessariamente la formazione di un’unione. Nel 2016, infatti, risulta uscito dalla famiglia di origine il 71,9% dei giovani di 30-34 anni contro il 77,2 del 1998, mentre la quota di quanti vivono in coppia passa, nello stesso periodo, dal 67,8 al 52,9%. Più net- te appaiono le differenze di genere nel diventare geni- tori: si passa dal 64,6% di donne di 30-34 anni con figli nel 1998 al 52,6% del 2016, mentre per gli uomini dal 42,5 al 35,5%. Queste differenze sono il risultato del diverso calendario delle nascite delle donne rispetto a quello degli uomini, più anticipato il primo, anche in ragione dell’impatto dell’età sulla fertilità femminile. Ha avuto un figlio entro i 34 anni il 23,7% dei giovani (in calo di 4 punti percentuali rispetto al 1998), con una maggiore incidenza tra le donne (30,5 contro 17,0% tra gli uomini). La posticipazione nella forma- zione di una propria famiglia e nell’avere dei figli è più evidente proprio tra i giovani di 30-34 anni e, in parti- colare, tra le donne (Istat 2019b).

Per queste ragioni la fase di calo avviatasi con la crisi della natalità si ripercuote soprattutto sui primi figli, diminuiti del 28% circa tra il 2008 (283.922, pari al 49,2% del totale dei nati) e il 2018 (204.883, pari al 46,6%). Complessivamente i figli di ordine successivo al primo sono diminuiti del 20% nello stesso arco temporale: i secondogeniti sono scesi del 22% e i terzogeniti e oltre hanno registrato un calo del 12%. Va ancora sottolineato come la fecondità rispetto ai primogeniti sia scesa molto di più proprio in corrispondenza delle donne al di sotto dei 30 anni di età.

Dall’analisi della condizione professionale emerge come quasi la metà dei giovani che vive ancora nel- la famiglia di origine sia occupato (47,0%), mentre il 14,8% sia in cerca di occupazione. Quanto agli occupati che vivono con almeno un genitore, occorre comunque rilevare che il 37,4% ha un’occupazione in- stabile2, una categoria, quest’ultima, che risulta in forte aumento rispetto al 2009 (25,7%).

La permanenza dei figli nella famiglia di origine non è dunque solo una conseguenza dell’allungamento del ciclo formativo, ma è sempre più spesso il risultato delle difficoltà che i giovani incontrano nei percorsi di autonomia e indipendenza economica, come la mancanza di un lavoro stabile e adeguatamente re- munerato, che consenta di vivere in condizioni ritenute accettabili, e la possibilità di trovare una sistemazione abitativa (Fraboni e Rosina 2018). Non a caso, le prime tre motivazioni attualmente indicate dal 43,6% dei giovani di 20-34 anni come unica causa della mancanza di un’autonomia sono proprio la condizione di studente, la difficoltà nel trovare un’occupazione ade- guata e l’incapacità di sostenere le spese per un’abitazione. Rispetto al 2009, appare invece quasi dimezzata (dal 17,4 al 9,9% del 2016) la quota di coloro che percepiscono il vivere con i genitori come una situazione comoda in cui godere comunque della propria libertà, motivazione passata dal primo al quarto posto nella graduatoria più recente.

Quanto alle aspettative per il futuro, due giovani su tre, degli intervistati nel 2016, intendono usci- re dalla famiglia di origine nei successivi 3 anni, una quota in crescita di circa 9 punti percentuali rispetto al 2009 (dal 56,8 al 66,0%). Come nel 2009, tra i motivi principali alla base dell’intenzione figurano la ricerca di un’indipendenza (26,6%) e il lavoro (26,4%); in netto calo nel 2016, invece, è la quota di quanti hanno intenzione di sposarsi (17,1%), motivazione che nel 2009 era prevalente (30,7%). Questa flessione non viene per altro completamente compensata dall’aumento di coloro che dichiarano di voler uscire dalla casa dei genitori per iniziare una convivenza (dal 15,6 al 20,5%).

I cambiamenti nei tempi di uscita dalla famiglia di origine sono stati accompagnati da un mutamento nei modelli di transizione, fortemente differenziati anche rispetto al genere. Se per lungo tempo il motivo pre- valente è stato rappresentato dalla necessità di formare una nuova famiglia attraverso le nozze, ad esso si sono accompagnate nel corso dei decenni nuove e differenti motivazioni.

Il matrimonio resta il motivo più indicato tanto per gli uomini quanto per le donne che hanno lasciato la casa dei genitori entro il trentesimo compleanno. Per gli uomini, che in oltre il 60% dei casi all’età di 30 anni sono già usciti dalla famiglia di origine, la seconda motivazione prevalente è il lavoro. Anche se va segnalato che tra le generazioni dei nati negli anni Cin- quanta e Sessanta è diminuita l’importanza dell’uscita per lavoro, per riprendere a crescere tra le generazioni più giovani (oltre il 20% tra i nati dalla fine degli anni Settanta). Queste ultime generazioni seguono, dunque, percorsi più simili ai nati negli anni Quaranta per quanto riguarda i motivi di uscita. Inoltre, sono cresciuti i motivi di uscita per convivenza more uxorio o libera unione (22%), autonomia e studio (circa 14% ciascuno).

(Tratto da Le Politiche per la famiglia, in SINAPPSI, n., 2019)

Tratta e sfruttamento minorile. Report 2020 di Save the Children

Save the Children – Comunicato stampa

Secondo le stime, nel mondo sarebbero oltre 40 milioni le vittime di tratta o sfruttamento, costrette di fatto in condizioni di schiavitù, e ben 1 su 4, 10 milioni, avrebbe meno di 18 anni . Una realtà perlopiù sommersa che, rispetto a un così grande numero di minori coinvolti, trova conferma nei pochi dati disponibili sui casi segnalati nel 2019 da 164 paesi del mondo, più di 108.000, il 23% dei quali relativi a minorenni e, in 1 caso su 20, addirittura a bambini con meno di 8 anni . Si tratta di bambini e adolescenti spesso privati anche del diritto all’educazione visto che il 10% non ha mai frequentato la scuola e circa un quarto non è andato oltre la scuola media.

In Europa, i dati della Commissione sono fermi ai circa 20.000 casi della rilevazione del 2015-2016, che confermano la proporzione di un quarto per i minori e segnala la prevalenza di vittime di sesso femminile (68%). Anche in Italia tratta e sfruttamento coinvolgono minori giovanissimi e l’emergenza Covid-19 ha reso le vittime ancora più isolate e difficilmente raggiungibili.

Alla vigilia della Giornata Internazionale Contro la Tratta di Esseri Umani, Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – diffonde la X edizione del rapporto “Piccoli schiavi invisibili”, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia, con una attenzione specifica per le vittime del sistema dello sfruttamento sessuale e della loro vulnerabilità, anche in relazione all’impatto dell’emergenza per la pandemia di Covid-19. In Italia, tra le 2.033 persone prese in carico dal sistema anti-tratta nel 2019, la forma più diffusa di sfruttamento resta quella sessuale (84,5%) che vede come vittime principalmente donne e ragazze (86%). Nonostante l’emersione sia molto più difficile nel caso dei minori, ben 1 vittima su 12 ha meno di 18 anni, il 5% meno di 14.

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Millennials, Gen Z and mental health. Report Deloitte 2020

The COVID-19 pandemic has ushered mental health to the forefront of the public’s consciousness. Just about everyone these days seems to be either suffering from isolation and loneliness, or overwhelmed by caring for dependents. Many are mourning loved ones they’ve lost. Others are worried about protecting themselves and their families from illness and financial ruin. Accordingly, mental health is a hot topic in both the media and C-suites.

The countless news segments and conversations, however, habitually overlook an important reality: Mental health was a massive challenge before reports of a mystery virus began circulating in China. The 2020 Deloitte Global Millennial Survey, conducted both before and after the start of the pandemic, serves to confirm this.

Our primary survey, conducted before the global spread of COVID-19, reveals that even before the pandemic, a large number of millennial and Gen Z workers were frequently suffering from stress and anxiety—common factors that contribute to mental health. Interestingly, stress levels fell for both generations in the second survey (or “pulse” survey) conducted between April and May 2020, possibly due to an increase in remote working and a general slow-down of life. However, despite the slight decline in anxiety during the pandemic, both parts of the Deloitte survey confirm that young people are highly stressed.

These generations’ uncomfortably high levels of tension and unhappiness are likely byproducts of the uneasiness and pessimism exposed by last year’s Millennial Survey.i Climate change, the welfare of their families, financial stability, health care and long- term career prospects were identified as huge concerns before the pandemic. Poor work/life balance and the inability to be their authentic selves also weighed on respondents.

Because millennials and Gen Zs together account for most of the global workforce, their mental health issues present an enormous challenge for employers around the world. In 2016, a study published in The Lancet projected that in the world’s 36 largest countries, more than 12 billion days of lost productivity were attributable to depression and anxiety disorders every year at an estimated cost of US$925 billionii — a figure that’s surely higher in 2020.

Report Deloitte, Millennials, Gen Z and mental health, Managing mental health in the workplace, Deloitte Global Talent, 2020

“The Future We Want”. Manifesto degli adolescenti italiani

Chi sono gli adolescenti italiani che hanno stilato il Manifesto THE FUTURE WE WANT? Ecco come si presentano al pubblico e alle Istituzioni:

“Siamo un gruppo di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 19 anni. A causa dell’emergenza Covid19, come tutti, abbiamo trascorso un lungo periodo di isolamento senza vedere i nostri amici e parenti, continuando le nostre attività scolastiche e sportive, facendo attivismo in maniera nuova. Ci sono mancate tante cose, ma adesso più che mai abbiamo avuto l’opportunità di riflettere su noi stessi e sulle persone attorno. Soprattutto ci siamo fatti un sacco di domande sul futuro. Quali aspettative abbiamo? Quali paure? Quali bisogni? Quali desideri?

Grazie al supporto dell’UNICEF ci siamo incontrati on line per condividere le nostre riflessioni. Attraverso un approccio partecipativo abbiamo sviluppato un questionario rivolto ai nostri coetanei, partendo dai temi per noi più importanti. Così è nato il sondaggio The Future We Want, diffuso a cascata tra amici, compagni di classe, scuole, associazioni di volontariato e del terzo settore, e promosso on line sui social dell’UNICEF e di altre organizzazioni partner.

Quasi 2000 adolescenti da tutta Italia hanno risposto alle nostre domande, che sono state poi esaminate dall’UNICEF e sono diventate la base su cui è stato costruito il nostro Manifesto The Future We Want.

Pensiamo che il futuro possa appartenerci solo se partecipiamo alla sua costruzione, crediamo che la nostra voce conti e che il nostro contributo sia fondamentale per realizzare il mondo in cui vivremo.
Per questo vogliamo che il nostro Manifesto raggiunga le istituzioni e che le nostre raccomandazioni siano suggerimenti per un futuro migliore.

Per noi adolescenti e per tutti.”

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GIOVANI. Tra paura e speranza nel futuro

ANDREA DE TOMMASI

(…). La pandemia ha fatto emergere le fragilità delle nuove generazioni. Dagli ultimi dati rappresentati, si assiste a un abbandono o posticipo di progetti esistenziali. Vivere da soli, instaurare una vita di coppia, costituire una famiglia. In Italia, più che in altri Paesi, tali progetti vengono rinviati o addirittura abbandonati. Con il rischio che i giovani non si sentano in grado di contribuire pienamente allo sviluppo della società. Tuttavia la pandemia ha rafforzato il loro desiderio di guidare un cambiamento positivo nelle loro comunità e in tutto il mondo. Mettendo le persone davanti ai profitti e dando priorità alla sostenibilità ambientale. Le nuove generazioni si sono dimostrate resilienti. Proprio come il giovane chitarrista romano che ha lanciato un messaggio di speranza attraverso la musica.

Il 7 luglio l’Unicef ha pubblicato il manifesto “The future we want”. Oltre duemila giovani, tra i 15 e i 19 anni, hanno messo per iscritto le loro raccomandazioni per un mondo post-Covid.
I risultati principali dicono che i ragazzi sono in generale soddisfatti della loro vita, preoccupati per il benessere economico e la salute, positivi sull’ambiente e sulle relazioni sociali. L’emergenza ha migliorato le relazioni in famiglia e con i propri conviventi, anche se è considerata alta la percezione del rischio di violenza domestica, molto più elevata per le ragazze che i ragazzi.

I giovani vorrebbero essere più coinvolti nelle decisioni che riguardano il ritorno a scuola e vorrebbero ritrovare il prossimo anno diverse buone pratiche adottate durante il Covid-19, prime fra tutte la flessibilità degli orari e la partecipazione nella definizione del calendario con gli insegnanti, seguita da classi di recupero per chi è in difficoltà e dall’utilizzo di materiale didattico online come integrazioni ai testi. Solo un adolescente su quattro vorrebbe continuare a mantenere alcune sessioni di didattica a distanza. Per aiutare gli studenti in difficoltà economiche, si chiede l’introduzione di più borse di studio e integrazione del bonus cultura, ad esempio con un’apertura alle attività socio-ricreative. Tra le attività extra-curriculari, gli adolescenti chiedono campi sportivi e artistici aperti a tutti.

Le nuove generazioni si confermano consapevoli dell’importanza della relazione ambiente-salute. Quasi nove giovani su dieci, tra i comportamenti da mantenere dopo la pandemia, mettono al primo posto la necessità di inquinare meno l’ambiente diminuendo i consumi, utilizzando di più la bicicletta o mezzi poco inquinanti. Spazio poi all’attivismo e alla partecipazione attiva in difesa del pianeta.

I nativi digitali, iperconnessi, chiedono di ridurre il digital divide per consentire a tutti un equo accesso a informazioni e opportunità, ma rivendicano la priorità delle relazioni umane. Forte la spinta all’uguaglianza e alla solidarietà che viene fuori dai risultati: i giovani chiedono maggiore impegno nella lotta all’hate-speech, più tempo da dedicare al prossimo, il superamento delle disparità legate a provenienza, disabilità e genere. (…).

Malgrado siano esposti alla seconda crisi economica nel giro di due decenni, resta alta nei giovani la percezione di felicità e una visione improntata all’ottimismo, come conferma anche una ricerca che Ipsos ha realizzato per l’Agenzia nazionale per i giovani. Otto su dieci dichiarano di essere felici e i più positivi sono i giovanissimi (14-19 anni), che ancora non si trovano a dover fare i conti con il mercato del lavoro e con l’esigenza di indipendenza economica. Ma la felicità sta nel qui e ora, nei progetti a breve termine realisticamente realizzabili date le condizioni. Proiettarsi alla vita ideale crea invece frustrazione: seppur felici, due giovani su tre affermano di vivere una vita reale ben lontana dall’esistenza che vorrebbero per loro stessi. Secondo lo studio, l’emergenza sanitaria ha reso i ragazzi e le ragazze ancora più propensi al cambiamento, in un moto di continuo adattamento in cui i giovani, più delle altre generazioni, erano già prima in grado di muoversi. Come osserva la ricerca, “da anni ormai geneticamente esposti a un continuo processo di costruzione e smantellamento, i giovani di oggi hanno ottimizzato la loro capacità di resilienza e si sono abituati a tornare al punto zero”. Non sorprende allora che in loro sia rimasta intatta l’attrattività delle esperienze all’estero per studio o per lavoro, se è vero che l’80% dei giovani si dichiara disposto a fare un’esperienza in un altro Paese, consapevole del fatto che andare a studiare o a lavorare all’estero sia una grande opportunità per confrontarsi con altre culture e fare nuove esperienze. (…).

Nonostante le sfide individuali e i motivi di ansia, i giovani millennial (dai 24 ai 39 anni) e la Generazione Z (dagli 11 ai 23 anni), pensano che una società post-pandemica possa essere migliore di quella che l’ha preceduta. Un mondo più umano e più sostenibile. Questa è la fotografia scattata dal “The Deloitte Global Millennial Survey 2020 pubblicato a luglio dalla multinazionale di consulenza. In particolare, il Rapporto ha evidenziato che l’80% dei giovani crede che governi e imprese debbano mettere in campo sforzi per salvaguardare l’ambiente, ma due terzi dei ragazzi temono che la crisi economica porterà al calo di priorità. Tuttavia l’84% dei giovani italiani continuerà ad adottare comportamenti ecologici.

L’esclusione dei giovani dal mondo del lavoro è un fattore dirimente per il futuro delle società. In Italia oltre tre giovani Neet (coloro che non studiano e non lavorano) su quattro ha smesso di cercare lavoro durante il lockdown, con il rischio di scoraggiarsi definitivamente. Questo uno dei dati emersi dall’indagine “La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2020”, condotto ad aprile dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo. La chiave di lettura della settima edizione del Rapporto è quella del presente, nelle sue molteplici sfaccettature: lavoro, impatto dell’innovazione tecnologica, temi ambientali, partecipazione sociale e politica, consumi culturali. In sostanza, l’impatto del Covid-19 sui progetti di vita dei giovani italiani ed europei non sarà da sottovalutare, soprattutto in un’Italia che “ha mostrato molti limiti nel dare alle nuove generazioni l’occasione di contribuire in modo qualificato ai processi di crescita e di realizzare in pieno i propri progetti di vita”. Non è un caso allora se i giovani italiani, in relazione ai coetanei europei, sono coloro che temono di più le conseguenze negative dell’emergenza sui propri progetti di vita, con una maggiore vulnerabilità percepita dalle donne rispetto agli uomini. Tra chi ha abbandonato la scelta di avere un figlio entro l’anno, il 36,5% degli italiani ha dichiarato di appartenere a questa categoria, rispetto al 14,2% dei tedeschi. Il Rapporto rivela anche una generazione attenta alle nuove tecnologie con una forte propensione alla fruizione digitale, ma per la quale la comunicazione social non ha sostituito, neanche dopo l’impatto del Covid-19, l’importanza delle relazioni e del fattore umano.

Tra gli approfondimenti dell’edizione del 2020 viene indagata la percezione delle nuove generazioni nei riguardi delle professioni del futuro. La conoscenza è nel complesso buona, in particolare il 58% è in grado di individuare le professioni emergenti, con valori ancora più alti tra i più giovani (fascia 20-22 anni) e tra i laureati. Le professioni considerate in maggiore espansione dagli intervistati sono soprattutto quelle legate alle tecnologie innovative: esperto in robotica, in intelligenza artificiale e machine learning, in e-commerce e social media.

“Dalla riduzione di giovani in Italia, passando per un restringimento delle possibilità di adeguata formazione e valorizzazione, si arriva a una revisione al ribasso dei progetti di vita e professionali”,  , coordinatore scientifico dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, “che porta a minor crescita economica, aumento delle diseguaglianze sociali e degli squilibri demografici. Un quadro che rischia di peggiorare ulteriormente con le conseguenze indirette dell’emergenza sanitaria. Se atteggiamento e strumenti rimarranno quelli pre-Covid non sarà un rischio ma una certezza assistere a un peggioramento ulteriore delle condizioni e delle prospettive dei giovani italiani”.

in https://futuranetwork.eu del 22 luglio 2020

Youth in action for SDGs 2020: premiati i giovani innovatori della sostenibilità

ELITA VIOLA

Una call for ideas, promossa da Fia, Feem e Fondazione Allianz Umanamente, rivolta ai giovani under 30 per stimolare e valorizzare il loro potenziale trasformativo nell’ottica del raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. 

Si è svolta online il 2 luglio con la premiazione di oltre 20 progetti, la cerimonia conclusiva di Youth in action for sustainable development goals, il concorso che mira a valorizzare le idee più innovative e ad alto impatto sociale e tecnologico proposte da giovani sotto i 30 anni per contribuire alla realizzazione dell’Agenda 2030.

Promosso da Fondazione italiana Accenture (Fia), Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem) e Fondazione Allianz Umanamente in collaborazione con l’ASviS e con il supporto di Aiesec, Rus, Sdsn Italia e Sdsn Youth, l’iniziativa ha raccolto la candidatura di oltre 500 idee progettuali attraverso ideatre60, la piattaforma digitale messa a disposizione da Fondazione italiana Accenture per l’occasione.

Giunto alla quarta edizione, il concorso ha visto la partecipazione sia di singoli per la categoria Yia stage, sia di piccoli gruppi per quella Yia team.

Per la categoria Yia team, dedicata prevalentemente a gruppi di studenti universitari o neolaureati, a rivelarsi vincente è stata l’idea, presentata dal team Marianna Precone e Francesco La GrecaDal caffè ai prodotti sanitari femminiliche si basa sul reimpiego degli scarti di lavorazione del caffè in favore della parità di genere nelle comunità locali. Il premio, messo in palio da Lavazza, consisterà in un viaggio all’estero presso uno dei Paesi produttori di caffè in cui Lavazza opera in ottica di sostenibilità. Per candidarsi in tale sezione era infatti richiesta la presentazione di un progetto rivolto al miglioramento della filiera produttiva e delle condizioni socio economiche delle comunità locali produttrici di caffè.

Eccezionalmente, per il premio “Sounding board” Fondazione Italiana Accenture ha selezionato due progetti di team per il loro approccio particolarmente innovativo, capace di applicare soluzioni tecnologiche ad ambiti particolarmente complessi. Si tratta di: SusChainAbility, di Mara Petruzzelli, Francesco Cirone e Matilde Tura, che propone un tool di valutazione in grado di restituire in modo trasparente l’impatto dei prodotti alimentari attraverso punteggi aggregati sulla dimensione ambientale e socioeconomica della sostenibilità; Loku, di Benedetta Ruffini, Domenico Carofiglio e Ruggero Doino, una piattaforma che permette di centralizzare e aggregare le rimesse dei migranti che lavorano nei paesi industrializzati per investimenti e progetti inclusivi, così generando esternalità positive per l’intera comunità ricevente.

Ai vincitori della prima categoria rivolta a giovani under 30, sensibili alle tematiche della sostenibilità, che aspirano a entrare nel mondo del lavoro, è stato offerto un stage retribuito fino a sei mesi presso i numerosi promotori e i partner dell’iniziativa: Accenture, Assidim, Conad, Gruppo cooperativo Cgm Eni, Fondazione Allianz Umanamente, Fondazione Eni Enrico Mattei, Italia non profit, Jobiri, Microsoft, Reale foundation, fondazione Snam, Techsoup, Unicredit, Unipol, Wwf.

I progetti vincitori sono stati:

  • Elisa Amicone con il progetto OhMyWork

  • Martina Bergamini con il progetto PossibilitHub

  • Andrea Bianchi con il progetto I Care

  • Ilaria Bonanno con il progetto FreeWatts

  • Camilla Borghi con il progetto Ikki

  • Stefano Carlino con il progetto Social delivery

  • Enia Ismailaj con il progetto Terapia personalizzata

  • Chiara Marchetti con il progetto Lezioni di sostenibilità

  • Camilla Marchioni con il progetto Acc_cultura

  • Laura Melani con il progetto Skill sharing

  • Filippo Mingo con il progetto AppUnited

  • Niccolò Minotti con il progetto CicloLogistica Locale – Cloc

  • Francesco Palmieri con il progetto 100% green farm

  • Benedetta Pingue con il progetto Our green city

  • Angela Rinaldi con il progetto APParTenere

  • Alice Rinalduzzi con il progetto A.g.i.Re – Giovani in rete per gli SDGs

Un riconoscimento d’eccezione è stato conferito a Niccolò Lamanna che con il progetto Cig-Cycle si è aggiudicatil premio speciale Sdsn youth ovvero l’opportunità di prendere parte all’International conference on sustainable development, una delle principali conferenze mondiali sul tema sostenibilità. In aggiunta, il giovane vincitore ha ricevuto anche il premio speciale Sdsn youth “Youth solutions hub (Ysh)”: il suo progetto sarà incluso nella piattaforma online Ysh, che facilita il contatto tra giovani innovatori impegnati su temi di sviluppo sostenibile, tutor dedicati e possibili investitori.

in https://asvis.it del 21 luglio 2020

Pedofilia e pedopornografia. Bilancio di un crimine mondiale

Il Report annuale dell’Associazione Meter, che da anni opera per denunciare il crimine che si consuma contro migliaia e migliaia di bambini e bambine in ogni parte del mondo, offre un terribile spaccato di una immane tragedia dalle immense proporzioni e dalle più inimmaginabili efferatezze. E’ importante che venga fatto conoscere perché finalmente  l’opinione pubblica si renda conto dell’estensione e gravità del fenomeno e di conseguenza faccia le dovute pressioni sulle Istituzioni nazionali e internazionali perché si attivino a prevenirlo e sopprimerlo.

Per leggere il Report presentato quest’anno rinviamo ai link riportati.

Comunicato stampa in lingua italiana

Report il lingua italiana

Comunicato stampa in lingua inglese

Report in lingua inglese

 

Droga e “trap”. Viaggio nel mondo della musica che piace ai ragazzi

MATTEO MARCELLI

«La mia ragazza segue la moda, io seguo i soldi e la droga», canta Dark Side, ex membro del seguitissimo collettivo romano Dark Polo Gang (20 milioni di visualizzazioni per un solo video su Youtube e più di 750mila follower).

«Nella padella pollo e cocaina», ancora la Dark Polo Gang. Poi c’è Sfera Ebbasta, il rapper idolo incontrastato degli adolescenti (per altro legato in passato alla tragedia di Corinaldo): «Voglio solo blunt e Sprite », ovvero cannabis e codeina, che viene appunto diluita nella nota gazzosa per addolcirne il sapore creando così quello che viene chiamato Purple drank oppure Lean. Sul web c’è anche un video in cui il cantante la prepara e la beve durante un concerto davanti a una folla inneggiante di ragazzini.

È solo la punta dell’iceberg, tranquillamente individuabile in rete: quello dei riferimenti espliciti di molti testi trap all’utilizzo di droga, che naviga nel mare dell’adolescenza italiana e che s’è scontrato con le vite di Flavio e Gianluca, a Terni, una settimana fa. La musica, in sé, c’entra poco, ma stando alle testimonianze degli amici, è dalla passione dei due ragazzi per la trap (variante del rap più in voga al momento) che è nato il loro interesse per la codeina. Si tratta della droga di elezione per i rapper del genere, anche se in realtà iniziò a diffondersi tra i jazzisti afroamericani fin dal dopoguerra, perché facilmente reperibile grazie alla presenza in alcuni sciroppi per la tosse. D’altronde, già nel 1977 Eric Clapton non era meno esplicito: «Se vuoi dimenticare brutte notizie (prendi) cocaina», e la storia della musica, perlomeno dagli anni ’50 in poi, è sempre andata di pari passo con quella degli stupefacenti. La trap, da questo punto di vista, assomiglia all’ultima reincarnazione del trinomio “sesso, droga e rock’n’roll”.

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Save the Children: 10 milioni di bambini rischiano di non tornare più a scuola

Per la prima volta nella storia dell’umanità un’intera generazione di bambini a livello globale ha dovuto interrompere la propria istruzione: la chiusura delle scuole per contenere la diffusione del Coronavirus nella fase più acuta dell’emergenza ha lasciato 1,6 miliardi di bambini e adolescenti fuori dalla scuola – circa il 90% dell’intera popolazione studentesca.

Ad oggi sono 1,2 miliardi gli studenti colpiti dalla chiusura delle scuole, prima dell’emergenza erano molto meno di un quarto, 258 milioni. I profondi tagli al budget per l’istruzione e la crescente povertà causati dalla pandemia di Covid-19 potrebbero costringere almeno 9,7 milioni di bambini a lasciare la scuola per sempre entro la fine di quest’anno, mentre milioni di altri bambini avranno gravi ritardi nell’apprendimento.

Questa la drammatica denuncia contenuta nel nuovo rapporto globale di Save the Children, dal titolo ‘Save our education – Salvate la nostra educazion e diffuso oggi, con il quale si chiede ai governi e ai donatori della comunità internazionale di rispondere a questa emergenza educativa globale investendo urgentemente nell’istruzione.

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