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Le scuole paritarie nella classifica di Eduscopio. Il segreto del loro successo

Luisa Ribolzi

Un aspetto particolare di Eduscopio, la ricerca della Fondazione Agnelli che fornisce indicazioni sulla qualità delle scuole secondarie superiori partendo dall’analisi del destino lavorativo o universitario dei diplomati, ha suscitato quest’anno un insolito interesse: la massiccia presenza in classifica, nelle prime posizioni, di un rilevante numero di scuole paritarie.

Ma come, non erano tutti diplomifici, in cui i ragazzi benestanti ma un po’ stupidi barattavano la qualità della formazione in cambio di una retta? E invece, toh! I ragazzi che escono da queste scuole si fanno onore quanto e più dei loro coetanei. La letteratura scientifica, al netto di ogni pregiudizio a favore o contro la scuola non statale, fornisce almeno tre spiegazioni per questo fenomeno.

1) Per la riuscita dei ragazzi è fondamentale l’esistenza di un progetto educativo coerente, condiviso dagli insegnanti e dalle famiglie, che agisce anche sulla motivazione ad apprendere: in questo senso, le scuole paritarie non hanno l’esclusiva dei progetti coerenti, ma poiché questo rappresenta uno dei loro punti di forza, e spesso anche la ragione della loro esistenza, la mission della scuola viene formulata più chiaramente e seguita in modo vincolante. Se la scuola è legata (come spesso accade) all’esistenza di una comunità funzionale, sia essa territoriale, di appartenenza etnica o religiosa, di idea politica, si parla di un vero e proprio capitale sociale, derivante dalla condivisione dell’approccio all’educazione, che portò negli anni Ottanta Anthony Brik e il gruppo di ricercatori che lavoravano con lui a parlare di effetto scuola cattolica, che agisce su tutti gli studenti, anzi è particolarmente forte per i ragazzi afroamericani di modesta condizione, per lo più non cattolici.

2) Le scuole paritarie sono scuole di scelta, a cui le famiglie decidono di mandare i propri figli anche sostenendo dei costi aggiuntivi, in Italia quasi la totalità, e questo fa crescere la partecipazione. In realtà, ciascun cittadino maggiorenne finanzia la spesa per la scuola con circa 3mila euro l’anno delle proprie tasse (dato rozzamente stimato, ma non lontano dal vero), ma questo non viene percepito come una spesa diretta, e quindi non è controllato, mentre le famiglie che pagano una retta si aspettano che la scuola, scelta in base alla sua proposta educativa, mantenga il “patto” che ha stipulato con loro al momento dell’iscrizione, e si danno da fare non solo per controllare la qualità dell’educazione, ma anche per migliorarla in modo diretto. Dal punto di vista dei gestori della scuola, se il parere delle famiglie non viene ascoltato, nulla impedisce che vadano altrove, e questo li rende attenti a cogliere i bisogni dei propri utenti.

3) A parte il fondamentale aspetto della libertà nella scelta dei docenti (coartata dal fatto che lo Stato se li prende sistematicamente, ormai formati, e senza consentire il completamento del ciclo o quantomeno dell’anno in corso, come invece ha fatto per gli insegnanti “deportati” dal Sud al Nord), in Italia dal 2000 scuole statali e non statali dispongono della medesima autonomia didattica e organizzativa, ma proprio per far fronte in modo più stringente ai bisogni diversificati dell’utenza le scuole paritarie tendono a farne un uso maggiore, potenziando alcuni aspetti e assumendosi qualche margine di rischio in più.

Un’ultima considerazione. Nel presentare il liceo classico al primo posto per Milano (l’Alexis Carrel) la giornalista del Corriere della Sera evidenzia in prima pagina la retta, 4.900 euro l’anno; il dirigente del Parini, che pur lodevolmente conduce la sua nave in un mare tempestoso, butta là che si può far bene anche senza il pagamento di una retta, e cito solo due esempi.

Ora, per correttezza, si potrebbe aggiungere che nella scuola “gratuita” uno studente statale costava nel 2015 (dati Ocse 2018) 8.969 dollari, equivalenti, al cambio odierno, a 7.838,81 euro, cioè circa il 60% in più dello studente della Carrel. Questo significa che si può far bene spendendo di meno; forse non sono pochi i soldi, ma è il modello organizzativo che non funziona. E questo non lo dico solo io, da una trentina d’anni, ma lo confermano tutte le ricerche più recenti in un elevato numero di Paesi.

Dato che chi manda i figli alla scuola paritaria finanzia con le sue tasse anche i ben più costosi studenti statali, facciamola finita con questa fake news (più fake che news, a dire la verità) che basta pagare per avere una buona scuola, e cominciamo magari a chiedere conto di come vengono spesi nella scuola statale i molti soldi usciti dalle tasche dei cittadini.

in Il Sussidiario, 10 novembre 2018

Il sistema scolastico italiano: scuole statali e paritarie

Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Cinque licei classici tra i migliori 10 di Milano per la preparazione all’università. Una new entry, peraltro di peso, a Roma nella stessa graduatoria. Cinque istituti tecnici economici di Palermo e altrettanti di Napoli nella top 10 degli sbocchi occupazionali. Testimoniano il riposizionamento delle scuole paritarie italiane – o almeno in parte visto che altre realtà come Torino, Bari o Bologna vedono primeggiare gli istituti statali – che è stato intercettato dall’edizione 2018 del portale Eduscopio della Fondazione Agnelli. E che si spiega soprattutto con più flessibilità nella scelta dei docenti e con un’autonomia rafforzata.

La galassia delle paritarie

Le scuole paritarie in Italia, secondo gli ultimi dati del Miur, sono 12.662 (contro le 40mile statali) e accolgono circa 900mila ragazzi (879.158, per la precisione – la fetta principale, 541.447, sono nel segmento infanzia, nidi e materne). Il settore impiega circa 90mila docenti; e tutto sommato ha resistito al “grande esodo” di insegnanti che hanno colto al volo il maxi piano di stabilizzazione 2015-2016, optando per il posto fisso negli istituti statali. Il finanziamento dell’erario alle scuole paritarie è stato riportato, su input dell’ex sottosegretario al Miur, Gabriele Toccafondi, a 500 milioni annui; sono previsti 25 milioni aggiuntivi per inserire studenti con handicap; e con l’avvio del nuovo sistema integrato 0-6 anni c’è pure uno stanziamento ad hoc per abbattere le rette o aumentare i posti. Il punto è che, tra chiusure e nuove aperture, ogni anno si perdono circa 200 scuole paritarie, soprattutto superiori; e con la stretta sui “diplomifici” in vigore da un paio d’anni è stata tolta la “parità” a un centinaio di istituti.

I casi Milano e Palermo

Fin qui la fotografia generale di un sistema che “resiste”. Per capire in che modo e con quali risultati tornano utili i dati estrapolati dal portale Eduscopio. Il primo caso che balza agli occhi è sicuramente quello di Milano. Con due licei classici (Alexis Carrel e Sacro Cuore) in vetta alla classifica e cinque istituti tra i primi dieci per livello di preparazione all’università, uno in più dell’anno scorso. Una presenza rafforzata da quattro linguistici e due scientifici (più altri due nell’indirizzo Scienze applicate che la Fondazione Agnelli monitora solo da quest’anno). Ma se ci si sposta a Torino vale già un po’ di meno. Per trovare la prima paritaria tra i licei classici bisogna scendere al quinto posto occupato dal Valsalice (come un anno fa) che era e resta secondo anche per lo scientifico. E una situazione a macchia di leopardo emerge anche negli istituti tecnici. Con cinque sui migliori dieci tecnici economici per indice di occupabilità sia a Napoli che Palermo ma uno solo a Bari e nessuno a Bologna, neanche tra i tecnologici. A conferma del fatto che la vera differenza dipenda da caso a caso. In un contesto di autonomia rafforzata che le paritarie finiscono spesso per avere rispetto alle scuole statali. Si pensi alla scelta dei docenti. Che di fatto possono essere individuati interamente con chiamata diretta purché in possesso di abilitazione. Quella stessa chiamata diretta che per gli istituti statali è stata prima depotenziata e poi congelata probabilmente per sempre. Oltre al fatto che sono «scuole di scelta» da parte delle famiglie come ricorda Luisa Ribolzi, sociologa dell’educazione: «Nelle scuole paritarie – sottolinea – se la “voice” delle famiglie non viene ascoltata possono passare all’exit».

in Il Sole 24 Ore, 09 novembre 2018

SCUOLA/ A chi interessa davvero oggi la libertà di educazione?

Marco Lepore

Caro direttore, è stato pubblicato, pochi giorni or sono, il XX Rapporto sulla scuola cattolica “Personalizzazione e progetto educativo” (Ed. Scholè) del Centro studi scuola cattolica (Cssc), con la consueta e utilissima appendice statistica: “Venti anni di scuola cattolica in cifre 1997/2018”.

Non mi soffermo sull’interessantissimo tema della personalizzazione, che merita una trattazione approfondita a parte e probabilmente competenze più elevate delle mie. Vorrei invece provare a dire qualcosa su quanto emerge dall’analisi dei numeri. Lo studio, raccogliendo i dati degli ultimi vent’anni, è in grado infatti di offrire una panoramica ampia sull’andamento delle scuole cattoliche e, più in generale, delle paritarie nel nostro paese.

Uno sguardo complessivo ai numeri conferma, purtroppo, quanto già da altre fonti è stato più volte denunciato: la scuola non statale italiana è seriamente in affanno e la linea di tendenza al ribasso, che si sperava fosse solo temporanea e dovuta a fattori contingenti, è ormai diventata cronica.

Ogni anno chiudono alcune centinaia di istituti paritari di ogni ordine e grado, e fra queste anche alcuni con tradizioni secolari. Nel 2013 le scuole paritarie erano 13.625, oggi sono 12.662. Gli alunni, che avevano toccato un apice di quasi un milione e 100mila unità nell’anno scolastico 2009/2010, sono oggi meno di 900mila (879.158 per la precisione).

L’incidenza in percentuale sul totale degli iscritti alle scuole italiane è passata dall’11,2% del 2013 al 10,4% odierno, complice anche il drammatico calo demografico che colpisce il nostro paese e che nelle paritarie — a differenza delle statali — è stato solo in minima parte compensato dal flusso dell’immigrazione.

Una crisi, insomma, dalla quale al momento non si vede via d’uscita. Il temporaneo e parziale sollievo alle diffuse difficoltà economiche, conseguito negli ultimissimi anni grazie alle battaglie sostenute dalle associazioni di settore e dall’impegno di qualche coraggioso parlamentare, non è stato sufficiente a invertire la tendenza. Tanto più che il nuovo ministro non sembra affatto intenzionato a confermare le attuali linee di finanziamento.

La sensazione è che ci si trovi a un punto di svolta. La scuola paritaria — e con essa ancora di più quella cattolica, data la crisi vocazionale di molte congregazioni storicamente dedite all’educazione — pare avviata a diventare sempre di più soluzione di nicchia per pochi che se la possono permettere o che, per solidissime convinzioni ideali, pur con pochi mezzi sono disposti a grandi sacrifici. Permane uno “zoccolo duro” di scuole che si sono attrezzate per resistere ad ogni bufera, grazie ad una gestione lungimirante e in non pochi casi innovativa anche sotto il profilo aziendale. Tuttavia, la fase espansiva che si era verificata nel primo decennio del nuovo millennio, e che faceva sperare in una possibile liberalizzazione dell’intero sistema nazionale di istruzione alla stregua di altri paesi europei, pare ormai da archiviare nel cassetto delle pie illusioni. Un piccolo seme di speranza è rappresentato dalla crescita delle scuole parentali, ma anche su questo occorrerà una trattazione a parte.

Nella classe politica in generale non si ravvisa una diffusa sensibilità e attenzione nei confronti della libertà di educazione. I più non hanno neanche una sufficiente conoscenza dell’argomento e riservano poca attenzione al tema della scuola, considerata un settore che costa molto e non genera ricchezza immediata, nonostante alcune occasionali dichiarazioni sull’importanza di investire sui giovani e sulla cultura. Del resto, come si dice, “contra factum non valet argumentum”: in legge di bilancio, la spesa per istruzione in rapporto al Pil, già inferiore da sempre alla media europea, passa dal 3,6 al 3,5 per cento… Inutile dimostrare che allo Stato conviene mantenere in salute l’istruzione non statale, che costa molto meno ed è in grado di produrre livelli di eccellenza, proprio grazie alla personalizzazione su cui si concentra il XX Rapporto del Cssc; inascoltate nei fatti le richieste di introdurre il costo standard anche per l’istruzione; inutile mostrare quanto si fa in tanti altri paesi, europei e non, che favoriscono una sana competizione fra scuole statali e private. Sembra di essere davanti a un muro di gomma. Magari più dialogante e sorridente di una volta, ma pur sempre di gomma.

Ma la cosa che preoccupa maggiormente è l’impressione che sia mutato il clima sociale e stia venendo meno, forse perché soffocata da altre emergenze apparentemente più gravi, o dal frastuono della bagarre sociale che caratterizza questi ultimi anni, la consapevolezza dell’importanza della libertà di educazione da parte della gente comune. La grande spinta dal basso che ha caratterizzato le battaglie per la libertà di educazione negli ultimi decenni del secolo scorso, pare essersi esaurita. E se il popolo tace, appagato da panem et circenses oppure concentrato su questioni di altra natura, anche l’azione di chi nelle alte sfere si dà da fare perde appoggio e consistenza.

Il rischio più grande, oggi, non sono quindi gli accaniti difensori dell’impianto statalista dell’istruzione, gli oppositori storici che hanno sempre e comunque, a dispetto di ogni evidenza, ostacolato e denigrato la scuola paritaria, ma l’indifferenza diffusa, l’assopimento delle coscienze. Un’indifferenza per i temi forti dell’educazione che va di pari passo con la crisi e lo sfaldamento sempre più grave delle famiglie.

Anche per questo, forse, la libertà di educazione (e di conseguenza la parità) pare ormai essere questione per addetti ai lavori, delegata a specialisti come le associazioni o come le stesse istituzioni scolastiche, insieme a quei pochi politici che ancora l’hanno a cuore. L’uomo della strada – persino il cattolico “della strada” – pare che se ne curi sempre meno. A chi interessa oggi, davvero, la libertà di educazione? Non è ormai una battaglia di retroguardia?

Non c’è da stupirsi, allora, se le famiglie sempre meno portano i figli nelle scuole paritarie: “niente è tanto assurdo quanto la risposta data a una domanda che non si pone”… Molto meglio dormire sonni tranquilli tra le braccia di mamma-Stato. Tanto più che la ninna-nanna è gratis.

in Il Sussidiario, 28 ottobre 2018

Parità scolastica e silenzio assenso. T.A.R. Campania sentenza n. 5449, del 10-09-2018

Maurizio Lucca

Il silenzio tra P.A. è un istituto incompatibile a fronte di attività tecniche valutative indispensabili sulla verifica dei requisiti di legge richiedendo l’atto espresso.

La quarta sezione Napoli del T.A.R. Campania, con la sentenza n. 5449 del 10 settembre 2018, interviene per negare la formazione del silenzio assenso in assenza dei presupposti di legge.

La norma generale dell’art. 20 «Silenzio assenso» (c.d. provvedimentale) stabilisce che nei procedimenti ad istanza di parte per il rilascio di provvedimenti amministrativi il silenzio dell’Amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato, nel termine di legge, il provvedimento di diniego, ovvero non l’indizione di una conferenza di servizi.

Quello specifico (silenzio assenso endoprocedimentale, avendo valenza all’interno di un procedimento) tra Amministrazioni pubbliche previsto (ex art. 3 della Legge 7 agosto 2015, n. 124, c.d. Madia) dall’art. 17 bis «Silenzio assenso tra amministrazioni pubbliche e tra amministrazioni pubbliche e gestori di beni o servizi pubblici»: nei casi in cui è prevista l’acquisizione di assensi, concerti o nulla osta comunque denominati di amministrazioni pubbliche per l’adozione di provvedimenti normativi le amministrazioni comunicano il proprio assenso, entro trenta giorni:

  • dal ricevimento dello schema di provvedimento;

  • corredato della relativa documentazione, da parte dell’Amministrazione procedente (escludendo, la presentazione da parte di un privato, diversamente si rientra nell’ipotesi dell’art. 20 cit.);

  • decorsi i termini senza che sia stato comunicato l’assenso, lo stesso si intende acquisito.

Resta inteso che, in entrambi i casi in difetto di condizioni e presupposti, il provvedimento implicito di assenso è illegittimo e, sullo stesso, l’Amministrazione può esercitare i poteri di autotutela, e segnatamente il potere di annullamento, alle ordinarie condizioni previste dall’art. 21 novies della citata legge n. 241: l’istanza sia assistita da tutti i presupposti di accoglibilità, costituiti dai requisiti soggettivi e dalla documentazione allegata all’istanza, non potendosi determinare “ope legis” la regolarizzazione dell’abuso, in applicazione dell’istituto del silenzio assenso, ogni qualvolta manchino:

  • i presupposti di fatto e di diritto previsti dalla norma;

  • quando l’oblazione autoliquidata dalla parte interessata non corrisponda a quanto effettivamente dovuto;

  • quando la documentazione allegata all’istanza non risulti completa ovvero quando la domanda si presenti dolosamente infedele (cfr. Cons. Stato, sez. V, 13 gennaio 2014, n. 63).

In tal senso, il termine iniziale per la formazione del silenzio assenso può decorrere solamente da quando la domanda sia completa di tutta la documentazione e di tutti i pareri necessari (T.A.R. Sardegna, Cagliari, sez. I, 22 aprile 1998, n. 435): l’eventuale inerzia dell’Amministrazione nel provvedere  non può far guadagnare agli interessati un risultato che gli stessi non potrebbero mai conseguire in virtù di (un) provvedimento espresso (Cons. Stato, sez. VI, 6 dicembre 2013, n. 5852).

Nel caso di specie (di rilievo per l’estensione applicativa), viene analizzato dal T.A.R. il ricorso proposto da un Istituto Paritario contro Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR) per l’annullamento di un decreto di riconoscimento dello status di scuola paritaria: la reiezione dell’istanza tesa ad acquisire l’autorizzazione.

Il ricorrente riteneva che in base alla disciplina ministeriale (ex dm nn. 83/2008 e 267/2007) una volta presentata la domanda con la autocertificazione del possesso di tutti i requisiti di legge, il MIUR doveva completare la procedura entro termini prestabiliti, anche acquisendo l’eventuale documentazione mancante.

Si riteneva avverato il presupposto dell’avvenuta formazione del silenzio assenso, in assenza di un’attività istruttoria, di richieste documentali, delle garanzie partecipative (per i procedimenti avviati su istanza di parte non occorre la comunicazione di avvio del procedimento, Cons. Stato, sez. IV, 5 maggio 2017, n. 2065; 11 settembre 2017, n. 4269; T.A.R. Campania, Napoli, sez. III, 4 aprile 2018, n. 2158), compreso il c.d. preavviso di rigetto, ex art. 10 bis della Legge n. 241/1990 (peraltro avvenuto).

Il Tribunale annota, da subito, che la questione si incentra sul mancato riconoscimento ex novo della parità scolastica già concessa, con conseguente venire meno degli effetti del silenzio assenso in mancanza di prova del possesso dei requisiti prescritti.

La Commissione Speciale del Consiglio di Stato del 23 giugno, con il parere n. 1640/16, depositato in data 13 luglio 2016, ha stabilito che l’operatività del silenzio assenso è inficiata quando sussista un’illegittimità per difetto di motivazione o di istruttoria.

L’operatività è subordinata al pieno rispetto di alcune condizioni oggettive e soggettive che devono essere puntualmente verificate nel corso dell’istruttoria da parte dell’Amministrazione procedente:

  • schema di provvedimento: rectiusistruttoria, ex 3 della Legge n. 241/1990;

  • Amministrazione titolare della competenza a riceverlo.

Infatti, qualora l’istruttoria non sia stata effettuata o sia stata condotta in modo non corretto, il provvedimento finale emanato dopo l’assenso « per silentium » ben potrebbe risultare illegittimo, con conseguente responsabilità risarcitoria delle Amministrazioni cui quest’ultimo è imputabile.

Circostanza sostanziale che porta a ritenere che in presenza di un’attività tecnico – valutativa l’istituto di semplificazione e acceleratorio dovrebbe non operare, richiedendo un approfondimento incompatibile con tale ratio.

In termini diversi, è inconciliabile l’istituto del silenzio assenso in presenza di un’attività istruttoria necessaria: nelle ipotesi ove sia indispensabile un parere tecnico siamo al di fuori dal perimetro di applicazione del nuovo silenzio assenso endoprocedimentale, di cui al nuovo art. 17 bis, dovendo rimanere esclusi i pareri e le valutazioni di carattere tecnico (cfr. art. 16, c.d. silenzio facoltativo, art. 17, c.d. silenzio devolutivo).

A sostenere tali argomentazioni sul significato e l’intensità dell’attività valutativa sul riconoscimento della parità, ergo la verifica dei titoli e requisiti, viene evidenziato il profilo sostanziale che non può ridursi a mera formalità, «ma inserisce la scuola paritaria nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l’equiparazione dei diritti e doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato, l’assolvimento dell’obbligo di istruzione l’abilitazione al rilascio di titoli di studio aventi lo stesso valore legale di quello delle scuole statali e più in generale impegna le scuole paritarie a contribuire alla realizzazione delle finalità di istruzione e educazione che la Costituzione assegna al sistema scolastico»: requisiti di legge che devono essere posseduti prima del riconoscimento non potendo essere conseguiti “in progress”, anche oltre l’inizio dell’anno scolastico pena il mancato corretto funzionamento del sistema sotto i diversi profili della «normativa su luoghi, strutture e attività didattica e, in ultimo, del diritto a ricevere gli emolumenti pubblici che lo Stato italiano corrisponde in virtù dell’esercizio “vicario” della fondamentale funzione dell’istruzione scolastica».

La sentenza n. 5449/2018 del T.A.R. Napoli ha il pregio di chiarire, con una cesura innovativa, la portata del silenzio assenso tra P.A., escludendo tale istituto di natura acceleratoria e di semplificazione procedimentale quando è indispensabile – per la natura degli interessi e la complessità del merito tecnico – un parere di natura obbligatorio e la verifica concreta dei requisiti di legge.

 

Scuola. La parità presa sul serio. E senza smantellare il sistema pubblico

Annamaria Poggi

Qualche settimana fa il neoministro all’Istruzione Bussetti ha presentato al Parlamento le Linee guida della Legislatura e subito da autorevoli associazioni del mondo cattolico (Forum associazioni familiari, Agesc) si sono levate critiche circa la sottovalutazione che ne emerge delle scuole paritarie e del tema della parità in generale. Certo di vera e propria delusione si tratta, anche alla luce dell’apertura che il ministro Fedeli nello scorcio della passata legislatura aveva mostrato proprio nei confronti del tema della parità, insediando un Tavolo tecnico sul costo standard presieduto dall’ex ministro Berlinguer.  

Parrebbe dunque che siamo di nuovo daccapo e ciò non stupisce più di tanto il costituzionalista in un Paese che ha atteso 22 anni prima di dar vita alle Regioni, 8 prima di far partire la Corte costituzionale e che non ha ancora attuato l’art. 39 Cost. sui contratti collettivi. In un Paese cioè in cui tutti si riempiono la bocca della “bellezza” della Costituzione e pochi hanno inteso e intendono davvero attuarla.  Sì, perché il tema dell’attuazione dell’art. 33 rimane in piedi, in quanto esso non va ricordato solo come la norma del “senza oneri per lo Stato” (comma 3), ma anche come la norma  secondo cui “la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali” (comma 4).

In realtà vi è chi sostiene che il tema manco dovrebbe porsi, al cospetto del famoso inciso “senza oneri per lo Stato” su cui sono stati spesi fiumi di inchiostro. Ora al di là dell’interpretazione letterale (su cui si potrebbe discutere a vita) il problema è che la Costituzione vive anche della sua interpretazione materiale e non vi è dubbio che nel nostro Paese quell’inciso non sia mai stato veramente inteso da nessuno come “divieto” di finanziamento alla scuola non statale. E anzi la famosa legge sulla parità (n. 62 del 2001), ancora in vigore, è passata indenne a più di un vaglio di costituzionalità da parte della Corte Costituzionale che l’ha pure sottratta al referendum abrogativo stabilendo il principio che ci vuole in Italia una legge sulla parità.  

Ciò, dunque, dimostra esattamente il contrario di quanto sostengono coloro che ritengono che dall’art. 33 Cost si possa dedurre un divieto per lo Stato a finanziare le scuole paritarie e anzi è la conferma che il tema della parità esiste ed è un tema costituzionale. Ciò posto il tema diventa: “come” si può attuare la Costituzione sul tema parità? Si tratta di un passaggio importante, da sottolineare: come in altri casi, la Costituzione stabilisce un principio, ma è poi il Parlamento nella sua discrezionalità a decidere “come” attuarlo; e i modi per farlo sono normalmente più di uno. 

Per fare un’analogia si pensi al tema della parità uomo-donna. Anche qui gli articoli 3, 51 e 117 stabiliscono un principio che poi il Legislatore dovrà attuare e anche qui i modi possono essere, e sono stati diversi: le quote stile tic-tac (dichiarate incostituzionali dalla Corte); le regole ai partiti per la formazione delle liste; l’obbligo del rispetto di genere in caso di doppia preferenza… 

Insomma il Parlamento ha discrezionalità nel decidere come, ovviamente con dei paletti e alcuni punti fermi, di cui almeno due vanno ricordati per impostare correttamente il problema. Il primo è che gli alunni non devono essere discriminati a seconda della scuola che frequentano (art. 3 Costituzione, principio di uguaglianza) e questo per ora non è ancora completamente vero, anche se molti passi in avanti sono stati compiuti: un ragazzo disabile che frequenta la scuola paritaria è sicuramente discriminato perché lo Stato non gli riconosce lo stesso sostegno che avrebbe se frequentasse la scuola statale. L’art. 3 è un principio fondamentale della nostra Costituzione (contenuto nei primi 12 articoli che costituiscono il cosiddetto “zoccolo” duro della Costituzione stessa).

Altro punto fermo è che esiste un principio di libertà di scelta dei genitori (art. 30) che, tuttavia, non è un principio fondamentale e che lo Stato può bilanciare con altri valori e principi. Sul punto occorre essere chiari: mentre il principio di uguaglianza tra gli alunni è un principio fondamentale che il Parlamento deve attuare, la libertà di scelta dei genitori è un principio costituzionale che il Parlamento dovrebbe attuare, ma che ha una “durezza” differente da quello di uguaglianza e dunque diventa terreno di scelte politiche da parte dei Parlamenti che si susseguono nel tempo. I buoni scuola erano frutto di una stagione legislativa che di quel principio aveva fatto un indirizzo politico da attuare, non così è stato per altri Governi. 

Se poi dal terreno costituzionale scendiamo su quello della razionalità, efficienza ed economicità delle scelte (molto sollecitata in campo europeo, come pure la libertà di scelta, cardine della libertà di movimento e di stabilimento) i discorsi cambiano: il costo standard è indubbiamente da questo punto di vista lo strumento più aderente a tali valori, che però, va chiarito, non sono costituzionali, soprattutto in tema di welfare. E infatti sempre l’art. 33 al comma 2 dice che la Repubblica “detta le norme generali ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”, in tal modo facendo una scelta di campo ben precisa: il sistema statale di istruzione come regola di fondo nel sistema di istruzione. 

Ciò vuol dire almeno due cose. La prima è che il sistema statale non è smantellabile. Ne consegue che il costo standard diventa il nemico numero uno di tale sistema: stabilendo che la spesa per l’istruzione vada “redistribuita” tra il sistema statale e quello paritario è chiaro che ad ammontari fissi di spesa, per realizzarlo occorrerebbe togliere fondi al sistema statale e ciò (almeno dal mio osservatorio di  esperienze fatte a vario titolo e in diverse  sedi) è ragionevole pensare che non lo farà nessun Governo. La seconda è che il sistema statale può colloquiare con quello paritario su altri terreni: l’eguaglianza degli alunni, il sostegno al personale specializzato, il sostegno alle famiglie per la loro scelta educativa… tutte opzioni che richiedono aumento di risorse per l’istruzione, non redistribuzione di risorse date. 

Insomma, tutti i principi costituzionali (esclusi quelli fondamentali che hanno una durezza esplicita) per poter vivere devono essere bilanciati con altri principi: la parità per essere attuata deve convivere con il sistema statale di istruzione, e dunque occorre lavorare su strumenti che vadano in questa direzione.

in Il SUSSIDIARIO 02 agosto 2018

Concorso straordinario infanzia e primaria: dubbio esclusione paritarie

Concorso straordinario infanzia e primaria, Parlamento: dubbio esclusione servizio paritarie

Il servizio studi Parlamento ha analizzato, all’interno del Decreto Dignità, l’emendamento relativo al concorso straordinario per infanzia e primaria riservato ai docenti con diploma magistrale conseguito entro l’a.s. 2001/02 e ai laureati in Scienze della formazione primaria.

I requisiti

Secondo la formulazione attuale dell’emendamento i requisiti richiesti sono due anni di servizio presso le scuole statali, valutabili ai fini della ricostruzione di carriera.

Il servizio nelle scuole paritarie

Così scrive il Servizio Studi “Per quanto riguarda la considerazione unicamente del servizio svolto presso le scuole statali, si ricorda che l’art. 2, co. 2, del D.L. 255/2001 (L. 333/2001) ha disposto che, ai fini dell’aggiornamento delle graduatorie permanenti, poi ad esaurimento, i servizi di insegnamento prestati dal 1° settembre 2000 nelle scuole paritarie di cui alla L. 62/2000 sono valutati nella stessa misura prevista per il servizio prestato nelle scuole statali.

Con riferimento alla parità di trattamento tra insegnanti delle scuole statale e insegnanti delle scuole paritarie, si è pronunciato sia il giudice amministrativo, sia il giudice costituzionale

Si veda, in particolare, l’Ordinanza del Consiglio di Stato n. 951 del 7 marzo 2017, con la quale è stata accolta un’istanza cautelare considerando che “a un primo sommario esame, le tabelle di valutazione relative alla procedura di mobilità del personale docente di cui all’ordinanza ministeriale n. 241 del 2016, nella parte in cui prevedono l’attribuzione di tre punti per ciascun anno di servizio pre-ruolo prestato nelle sole scuole statali, pareggiate e parificate, escludendo e considerando non valutabile il servizio pre-ruolo svolto presso le scuole paritarie, sembrano porsi in contrasto il principio di parità di trattamento (tra le due categorie di istituzioni scolastiche) stabilito dalla legislazione statale (l. n. 62 del 2000, l. n. 107 del 2015)”. A

Si veda, altresì, la sentenza n. 251/2017 con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo, per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost., l’art. 1, co. 110, ultimo periodo, della L. 107/2015 che escludeva dai concorsi pubblici per il reclutamento dei docenti il personale già assunto su posti e cattedre con contratto a tempo indeterminato nelle scuole statali. Il diritto di partecipare al concorso era condizionato alla circostanza che non vi fosse un contratto a tempo indeterminato alle dipendenze della scuola statale, mentre analoga preclusione non era prevista per i docenti alle dipendenze di una scuola privata paritaria a tempo indeterminato e per i docenti immessi nei ruoli di altra amministrazione. L’esclusione si fondava sulla durata del contratto e sulla natura del datore di lavoro: criteri non funzionali, secondo la Corte, all’individuazione della platea degli ammessi a partecipare alle procedure concorsuali, che dovrebbero essere impostate su metodi meritocratici. Né era stato possibile ravvisare una convincente ratio legis nella finalità di assorbire il precariato.

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Diplomati magistrale e SFP, ci sarà concorso riservato con due anni di servizio. Approvato, scarica il testo

in Orizzontescuola, 01 agosto 2018

Scuole paritarie. Accesso ai fondi europei PON. Una decisione di equità e giustizia

Enrico Lenzi

Via libera dell’Unione Europea ai fondi per finanziare il Programma operativo nazionale (Pon) anche per le scuole paritarie in Italia. La svolta nei giorni scorsi con una lettera del commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager.

Si tratta della risposta scritta all’interrogazione dell’eurodeputato Luigi Morgano del Pd, nella quale si chiedeva conto dell’azione europea sul caso dei finanziamenti destinati alle paritarie, ma bloccati, secondo fonti ministeriali italiane, per verificare se si potesse configurare il tutto «in aiuti di Stato».

Non solo, il commissario Ue conferma nella lettera che «i servizi della Commissione non si occupano attualmente di casi di aiuto di Stato » riguardo ai finanziamenti nell’ambito del Pon «a favore delle scuole paritarie in Italia», ma aggiunge anche che «le risorse provenienti dall’Unione» sono «considerate risorse statali se le autorità nazionali dispongono di un potere discrezionale in quanto all’utilizzo di tali risorse, in particolare per quanto riguarda la selezione dei beneficiari». Insomma i fondi li stanzia l’Unione, ma «le risorse sono generalmente assegnate sotto il controllo dello Stato, il quale seleziona i progetti da finanziare».

Ma la risposta del commissario europeo fa anche un passo ulteriore, ricordando che «dalla giurisprudenza della Corte europea di Giustizia si evince che l’istruzione pubblica organizzata nell’ambito del sistema scolastico nazionale finanziato e controllato dallo Stato può essere considerata una attività non economica». Dunque non si può parlare di aiuti di Stato e «tale approccio è stato confermato anche all’autorità di gestione responsabile del Programma operativo nazionale».

In parole semplici dall’Europa non ci sono problemi a includere i progetti didattici e di sperimentazione presentati dalle paritarie per i bandi del Pon. Una risposta che dovrebbe sbloccare in modo definitivo una vicenda che si protrae da mesi. Già il precedente governo aveva detto di essere favorevole all’inclusione delle paritarie nei fondi Pon e aveva previsto uno stanziamento specifico, ma al momento dell’emissione dei bandi 2018 le scuole non statali vennero escluse. Si disse allora che si doveva attendere una risposta proprio dell’Europa. A dire il vero il nostro Paese ha dovuto prima modificare l’Accordo di Partenariato tra Unione e Italia nel punto in cui diceva che i fondi Pon potevano andare solo alle scuole statali. La modifica introdotta parla ora di «scuole appartenenti al sistema scolastico nazionale», dunque paritarie incluse. Da Bruxelles avevano già fatto sapere che bastava questo cambio all’interno dell’Accordo per aprire i fondi agli istituti non statali. Ma ancora a maggio scorso si parlava di attesa per una risposta europea su presunti aiuti di Stato. Risultato? Paritarie ancora escluse e fondi destinati dalla Finanziaria 2018 congelati. Ma soprattutto un’ennesima situazione di incomprensibile ostruzionismo verso il sistema scolastico nazionale disegnato dalla legge 62/2000, nota come legge sulla parità scolastica. La risposta del commissario europeo non solo di fatto smentisce che vi sia stata un’inchiesta su presunti aiuti di Stato, ma rimette l’intera questione nel campo dell’Italia, che, dice chiaramente la lettera, «deve gestirli come fondi statali» e «per il sistema scolastico nazionale».

Nessun ostacolo europeo. Ora tutto è in mano a Roma e al ministero dell’Istruzione per la pubblicazione dei bandi sui fondi europei anche alle paritarie.

in Avvenire 27 luglio 2018

Formazione, da Emilia Romagna 4 milioni per le scuole paritarie

Via libera della giunta regionale dell’Emilia-Romagna al “Riparto annuale degli interventi di qualificazione delle scuole dell’infanzia”. Il piano stanzia oltre 4 milioni, destinati a tutte le province della regione e alla Città metropolitana di Bologna, che andranno a finanziare il funzionamento, l’offerta pedagogica e la formazione degli insegnanti delle 800 scuole per l’infanzia paritarie dell’Emilia-Romagna.

Le misure
Questo servizio educativo è rivolto ai bambini tra i 3 e i 6 anni, ed è preceduto dalla sottoscrizione di un’intesa triennale tra la Regione, gli Enti locali e le associazioni regionali dei gestori delle scuole paritarie (Federazione italiana scuole materne-Fism, Opere educative Foe, Confcooperative, Legacoop) e dagli indirizzi regionali che dettano priorità e criteri di finanziamento. «Prosegue l’impegno di questa giunta nel garantire un’offerta educativa di qualità ai bambini più piccoli e alle loro famiglie, in un sistema integrato e pluralistico della scuola dell’infanzia, come quello dell’Emilia-Romagna», ha spiegato la vicepresidente e assessore al Welfare, Elisabetta Gualmini. «Le scuole paritarie – ha aggiunto Gualmini – svolgono un servizio pubblico alla pari delle altre. Come Regione, nel rispetto della libertà di scelta delle famiglie, ne riconosciamo il ruolo e la funzione». In Emilia-Romagna il sistema integrato pubblico-privato è composto da 1.540 scuole per l’infanzia, di cui 800 paritarie e 740 statali. I bambini risultati iscritti all’anno scolastico 2016/2017 sono stati 110.464 (54.595 nelle scuole statali, 21.425 in quelle comunali e 34.544 in quelle private).

In Il Sole 24 Ore, 03 luglio 2018

Scuola paritaria. Riconoscimento del servizio ai fini di graduatorie e mobilità

 Roberto Pasolini 

Finalmente sembra si stia imboccando la strada giusta e la sentenza del Tribunale dell’Aquila che ha riconosciuto il servizio prestato nelle scuole paritarie uguale a quello prestato nelle scuole statali, ai fini di graduatorie e mobilità, sembra essere una boccata d’ossigeno nel dibattito sulla “parità”, spesso inquinato da una mai morta ideologia di chi non si rassegna al doveroso rispetto della legge 62/2000 che da ben 17 anni ha sancito che “Il sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali” e, come ha ribadito il giudice del lavoro, “tutte svolgono un servizio pubblico”.

Questa sentenza assume ed assumerà un’importanza fondamentale poiché evidenzia e sancisce che tutti coloro che operano o usufruiscono del servizio di istruzione debbono aver pari dignità proprio perché, in scuole statali o paritarie, contribuiscono ad esercitare un servizio pubblico (come i docenti) o a fruirne (come gli studenti).

Questo è un tassello importante che completa i chiarimenti che hanno connotato il recente dibattito a partire dalla sottolineatura dell’onorevole Luigi Berlinguer, “padre politico” della legge di parità, quando ha voluto evidenziare che con questa norma si è voluto dare corpo e regolamentazione ad un diritto previsto dalla Costituzione nel terzo comma dell’art. 33 (Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione).

Oggi si può finalmente dire che oltre agli studenti, cui la stessa Costituzione nel quarto comma dell’art. 33 garantisce “un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”, anche ai docenti viene riconosciuta una pari dignità poiché, come ricorda il giudice del lavoro del Tribunale dell’Aquila, Annamaria Tracanna, nella sua ordinanza del maggio scorso, “in linea con la giurisprudenza che ha rilevato l’identica valenza dei servizi svolti negli istituti scolastici statali e paritari sul presupposto dell’ingresso nell’ordinamento della legge n. 62/2000 (c.d. legge per la parità scolastica), da cui deriva l’omogeneità degli stessi anche sul piano giuridico ed economico — ha dichiarato il diritto delle ricorrenti al computo, nella graduatoria per la mobilità, a.s. 2016-2017, del servizio di insegnamento svolto in istituto scolastico paritario”.

Come sappiamo, nel nostro sistema giuridico, le diverse sentenze dei giudici, a volte discordanti, servono a fare “giurisprudenza”, ma in questo caso l’interpretazione definitiva viene dall’importante conferma della sentenza del Consiglio di Stato del 10 novembre scorso con cui si accoglie definitivamente l’istanza e si dà all’interpretazione una rilevanza nazionale e definitiva.

Ora si spera che i temi sulla parità vengano affrontati con spirito diverso anche quando toccano altri diritti derivanti dalla legge 62/2000, come quelli dei genitori ad una libera scelta educativa per i propri figli, o aspetti economici, cominciando laddove (vedi legge sul sistema integrato 0-6) l’applicazione del principio di sussidiarietà consiglierebbe un grande sostegno alle scuole paritarie esistenti anche ai fini di un comprovato risparmio per il bilancio dello Stato.

in Il Sussidiario 26 novembre 2017

La scuola cattolica in Italia. XIX Rapporto 2017

Nunzio Galantino, Il valore della parità scolastica

A proposito di libertà educativa

Il Rapporto di quest’anno del Centro Studi per la Scuola Cattolica reca un titolo sul quale vale la pena soffermarsi un attimo con attenzione: Il valore della parità. Il titolo gioca intenzionalmente sull’ambiguità del concetto di valore, interpretabile in termini materiali ed economici oppure in termini più ideali. Credo che sia giusto tenere insieme i due significati del termine, perché non si può ridurre tutto a una questione di soldi, né si può fare solo un discorso teorico sui benefici del pluralismo educativo senza fare i conti con i costi di un tale sistema. Il Rapporto ci consente di tenere uniti i due aspetti, evitando letture unilaterali o parziali. E mi sembra che tra i due versanti del problema debba essere la dimensione ideale a prevalere su quella materiale.

Si sente spesso ripetere che l’esistenza delle scuole paritarie costituisce un grosso risparmio per lo Stato, poiché si tratta di circa un milione di alunni che assolvono regolarmente i loro obblighi scolastici senza gravare che in minima parte sulle casse dello Stato. Ma non è questa l’impostazione che intendo dare alla questione, proprio perché credo che il significato ideale del pluralismo educativo debba prevalere sulla convenienza economica e sarebbe ben triste se alla fine lo Stato dovesse convincersi a sostenere le scuole paritarie solo perché ci guadagna. In realtà sono in gioco valori molto più importanti e fondamentali.

È in gioco anzitutto il diritto incomprimibile dei genitori a scegliere l’educazione scolastica più adatta per i propri figli. Lo ha ricordato anche Papa Francesco nell’Amoris Laetitia, al n. 84, che vale la pena rileggere. Dice il Papa: «Mi sembra molto importante ricordare che l’educazione integrale dei figli è “dovere gravissimo” e allo stesso tempo “diritto primario” dei genitori. Non si tratta solamente di un’incombenza o di un peso, ma anche di un diritto essenziale e insostituibile che sono chiamati a difendere e che nessuno dovrebbe pretendere di togliere loro. Lo Stato offre un servizio educativo in maniera sussidiaria, accompagnando la funzione non delegabile dei genitori, che hanno il diritto di poter scegliere con libertà il tipo di educazione – accessibile e di qualità – che intendono dare ai figli secondo le proprie convinzioni. La scuola non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare. Questo è un principio basilare: “Qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico”».

Il punto di partenza deve essere la responsabilità educativa dei genitori e la libertà che deve essere loro assicurata di poter scegliere la scuola dei figli senza condizionamenti di sorta: economici, pratici, giuridici. La libertà deve essere effettiva o non è libertà.

Il Rapporto ci mostra come i documenti internazionali condannino ogni forma di monopolio educativo statale. L’educazione è un diritto primario e deve essere garantita nella sua piena libertà. Per l’Italia la parità scolastica dovrebbe offrire questa garanzia di libertà ed infatti essa è innanzitutto un principio costituzionale, contenuto nel ben noto art. 33 della nostra Costituzione, del quale si tende a ricordare solo la clausola “senza oneri per lo stato”, anziché il principio di fondo, cioè il diritto di enti e privati di istituire scuole e istituti di educazione.

Scuola pubblica statale e Scuola pubblica paritaria: né avversari né concorrenti

La scuola statale non è certo un avversario, anzi le va riconosciuto il merito di aver alfabetizzato gli italiani negli ultimi decenni e di essere oggi impegnata a garantire a tutti gli alunni una formazione di qualità. Non è quindi in termini conflittuali che desidero impostare il rapporto e il confronto tra scuola statale e scuola paritaria ma, come si afferma nella presentazione del Rapporto, «l’educazione non è un servizio qualsiasi che può essere assicurato da qualunque gestore perché il suo contenuto è indifferente. […] la scuola non è una qualsiasi agenzia di servizi ma il principale collaboratore della famiglia nell’educazione dei figli».

Spetta indubbiamente alla Repubblica, secondo la saggia formula dell’art. 33, dettare le norme generali sull’istruzione e istituire scuole statali di ogni ordine e grado per assicurare il servizio su tutto il territorio nazionale, fissando un modello o uno standard minimo di offerta formativa. Ma deve essere assicurata a tutti la possibilità di promuovere scuole che, nel rispetto delle regole fissate dallo Stato, possano soddisfare una più ricca e articolata domanda educativa. La libertà di insegnamento con cui si apre l’art. 33 («L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento») non è solo la libertà didattica e metodologica degli insegnanti ma anche e soprattutto la libertà garantita dall’intero sistema di accostare le arti e le scienze con una pluralità di approcci metodologici e valoriali, ovviamente nel rispetto della natura culturale, epistemologica e formativa degli oggetti dell’insegnamento. Ridurre tutta la libertà di insegnamento e di istituire scuole alla sola condizione che non si creino oneri per lo Stato è una lettura miope e restrittiva di un problema che merita un respiro ben più ampio e attento.

 La riforma scolastica: un’incompiuta?

In appendice al Rapporto è stato pubblicato anche un documento approvato nei mesi scorsi dal Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, dal titolo Autonomia, parità e libertà di scelta educativa. Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica è l’organismo che riunisce tutte le sigle operanti nel mondo della scuola cattolica ed ha raggiunto una posizione unitaria sulla situazione del sistema italiano di istruzione e formazione che rimane incompiuto sotto diversi aspetti:

  • è incompiuta l’autonomia, che ancora risulta sotto una forte tutela dell’amministrazione statale che fissa i confini per l’esercizio dell’autonomia stessa e fornisce solo a una parte del sistema nazionale gli strumenti per realizzarla;
  • è incompiuta la parità, che a 17 anni dalla legge istitutiva è ancora solo una dichiarazione nominale: una parità giuridica non accompagnata da una parità economica è una parità formale e non sostanziale;
  • è incompiuta la libertà di scelta educativa, che troviamo in tutti i documenti internazionali e nella Costituzione italiana, ma che risulta essere solo un enunciato teorico non accompagnato da strumenti concreti che rendano effettivo questo diritto.

Lo stesso documento del Consiglio Nazionale riconosce però che negli ultimi anni sono stati fatti alcuni passi per rendere questi principi sempre meno astratti. C’è ancora molta strada da fare e il Consiglio Nazionale passa in rassegna alcune proposte che, complementari tra loro, possono contribuire a realizzare un sistema davvero “nazionale” ed una parità davvero equa.

Non entro nel merito degli aspetti tecnici delle diverse proposte (dal costo standard alle convenzioni, dalle misure fiscali a quelle per il diritto allo studio, ecc.). Mi limito a ricordare che all’incompiutezza del sistema contribuisce anche la condizione di emarginazione della formazione professionale, ulteriore possibilità di scelta educativa che viene di fatto negata in tutte quelle Regioni che hanno deciso di non attivare i relativi percorsi scaricandoli sull’istruzione professionale di Stato. Eppure tutti i dati mostrano quanto la formazione professionale sia in grado di intercettare positivamente le attese di tanti giovani, consentendo loro di inserirsi nel mondo del lavoro molto più rapidamente di quanto riesca a fare la scuola, anche grazie a una metodologia attiva e laboratoriale che riesce a coinvolgere di più soprattutto i cosiddetti ragazzi “difficili” che la scuola si lascia scappare. Oltre ad essere una mancata occasione di libertà di scelta educativa, dunque, la condizione attuale della formazione professionale in Italia è anche una strategia sbagliata perché tende a tagliare proprio i rami più fruttiferi del sistema, che non a caso si chiama “di istruzione e formazione”.

Sto parlando dell’intero sistema nazionale – inteso nella sua accezione completa, composto da scuole statali e scuole paritarie e da scuole e centri di formazione professionale – perché come Chiesa abbiamo a cuore non solo le scuole cattoliche ma tutte le scuole. Abbiamo a cuore tutti gli alunni e auspichiamo per ognuno di essi un’offerta formativa all’altezza delle attese, in nome dell’interesse personale di ognuno e per il bene di tutto il Paese. Perché tutti gli alunni, di scuola statale e non statale, una volta usciti dalla scuola e entrati nel mondo del lavoro, avranno la responsabilità di mandare avanti insieme il nostro Paese.

Da parte nostra, ovviamente, c’è una particolare attenzione alla scuola cattolica perché avvertiamo la responsabilità di assicurare alle future generazioni un’educazione di qualità. Con un certo orgoglio possiamo notare come tante soluzioni adottate inizialmente a titolo sperimentale nelle nostre scuole sono poi transitate nel sistema statale ed sono potute tornare utili a un maggior numero di ragazzi. Mi ha fatto piacere leggere nel Rapporto che alcuni studiosi americani parlano di un “effetto scuola cattolica” come fattore di efficacia del servizio educativo: è in certo modo intuitivo che una scuola che possa contare su una motivazione ideale aggiuntiva nei propri docenti possa poi ottenere migliori risultati anche nella formazione dei propri allievi, ma vedere questa intuizione empirica suffragata da autorevoli ricerche scientifiche è senz’altro motivo di soddisfazione.

Come Chiesa teniamo molto all’identità ecclesiale delle nostre scuole, che sono scelte proprio per la qualità del servizio che offrono e per la bontà dell’ambiente di apprendimento. In quanto scuole paritarie, anche le scuole cattoliche partecipano alle rilevazioni ultimamente previste per la valutazione della qualità. Da un certo punto di vista, la continuità nella scelta delle scuole cattoliche da parte delle famiglie, pur in condizioni economiche sfavorevoli, è la miglior prova della qualità del loro servizio. Ritengo dunque di dover difendere questa libertà dei genitori. Se non potesse essere esercitata, tutto il sistema (e il nostro Paese) sarebbe meno libero.

(Intervento di presentazione del XIX Rapporto, Roma, 24 ottobre 2017)