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Scuola. Dispersione scolastica. Fondi anche alle scuole paritarie

ALESSIA GUERRIERI

Ora si parte davvero. Mancava il passaggio operativo e ieri la buona notizia. Cinquanta milioni per il contrasto della dispersione scolastica e della povertà educativa nelle scuole del primo e del secondo ciclo di 292 aree territoriali particolarmente a rischio, individuate tra Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Un intervento già annunciato a febbraio dal ministro per l’Istruzione Marco Bussetti, che aveva anche dato mandato all’Istat di individuare proprio le aree del Paese con maggiori necessità. Adesso, con il bando pubblicato ieri dal Miur, sono state messe a disposizione di scuole statali e, per la prima volta anche paritarie, effettivamente queste risorse. Una novità che prende le mosse dal lavoro avviato nel 2017 dal ministero per garantire anche alle scuole del sistema paritario di accedere alle risorse europee, concluso di recente con la modifica dell’Accordo di partenariato e del Programma operativo nazionale 2014-2020. Ma l’importanza di questo intervento sta anche nel fatto, lo ricordò a febbraio proprio il mi20171108_medie_1a.jpgnistro Bussetti annunciando il decreto, che si è potuto «dare attuazione a un’altra norma, risalente a due anni fa, fino ad oggi mai attuata». Ovvero il provvedimento che consente di «sbloccare importanti risorse da assegnare ai territori del Mezzogiorno caratterizzati da una forte dispersione scolastica e da un elevato tasso di criminalità, anche minorile».

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Scuole paritarie. Dal MIUR 827 mila euro per l’Alternanza scuola-lavoro

Col decreto direttoriale 306 del 19 marzo il Miur ha provveduto a ripartire tra gli Uffici scolastici regionali le risorse, pari a 827 mila euro, da destinare alle scuole secondarie di secondo grado paritarie, per il periodo gennaio-agosto 2019.

Le finalità
Con l’obiettivo di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, la legge n. 107/2015 ha disposto che i percorsi di alternanza scuola-lavoro di cui al Dlgs n. 77/2005 sono attuati, negli istituti tecnici e professionali, per una durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, di almeno 400 ore e, nei licei, per una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio. Ha inoltre rinviscuola_studente_esame1R400.jpgato ad apposito regolamento la definizione della Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro.

Per queste finalità e per l’assistenza tecnica e il monitoraggio dell’attuazione delle attività, il comma 39 ha autorizzato la spesa di euro 100 milioni annui a decorrere dall’anno 2016, ripartite tra le istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione. Col Dm n. 834/2015 il Miur ha stabilito i criteri e i parametri per l’assegnazione diretta alle istituzioni scolastiche delle risorse del fondo per il funzionamento dell’alternanza scuola-lavoro.
Ad opera del comma 784 della legge n. 145/2018, i percorsi in alternanza scuola-lavoro sono stati ridenominati «percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento» e, a decorrere dall’anno scolastico 2018/2019, con effetti dall’esercizio finanziario 2019, sono attuati per una durata complessiva: a) non inferiore a 210 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali; b) non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici; c) non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei.

Le risorse
Nella versione originaria, le risorse di cui al comma 39 della legge n. 107/2015 erano ripartite tra le scuole statali, beneficiarie del “Fondo per le competenze dovute al personale delle istituzioni scolastiche” e del “Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche”. Col comma 311 della legge di bilancio n. 232/2016 le risorse sono state estese a tutte le istituzioni scolastiche “del sistema nazionale di istruzione”. Questo ha comportato l’estensione della platea delle istituzioni beneficiarie, posto che sono ora annoverati anche gli istituti tecnici, gli istituti professionali e i licei delle istituzioni scolastiche paritarie private.
Da qui la necessità di provvedere al pagamento delle risorse finanziarie finalizzate alle attività di alternanza scuola-lavoro a favore di queste ultime istituzioni, per un importo che ammonta a 827 mila euro per il periodo gennaio-giugno 2019. Somma che il Miur ora mette a disposizione degli Usr col decreto segnalato, in modo che venga erogata alle istituzioni paritarie private interessate, secondo la ripartizione regionale prevista nell’allegato A.

“Scuole paritarie”. Partecipazione ai PON – Programma Operativo Nazionale

Sulla lungamente dibattuta questione della possibilità per le scuole paritarie a partecipare ai Bandi di finanziamento europeo previsti per le scuole del Sistema nazionale di istruzione, proponiamo la recente interrogazione parlamentare dell’on. Toccafondi, già Sottosegretario di Stato per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca dal 29 dicembre 2016  al 31 maggio 2018 nel Governo Gentiloni, e la relativa risposta del Vice Ministro in carica onorevole Lorenzo Fioramonti.

TOCCAFONDI. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

** il sistema di istruzione nazionale è composto dalle scuole statali e dalle scuole non statali; queste ultime sono parte integrante del percorso scolastico nazionale verificato e controllato;

** il programma operativo nazionale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, intitolato «Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento», finanziato dai fondi strutturali europei, contiene le priorità strategiche del settore dell’istruzione e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020;

** il programma operativo nazionale «Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento» è rivolto alle scuole dell’infanzia e alle scuole del I e del II ciclo di istruzione di tutto il territorio nazionale;

** è articolato in 4 assi ciascuno con i propri obiettivi specifici:

a) «l’asse 1 – istruzione» punta a investire nelle competenze, nell’i90d80a9d-68ca-48ca-9e1e-3b8e0aa60a1a_large.jpgstruzione e nell’apprendimento permanente;

b) «l’asse 2 – infrastrutture per l’istruzione» mira a potenziare le infrastrutture scolastiche e le dotazioni tecnologiche;

c) «l’asse 3 – capacità istituzionale e amministrativa» riguarda il rafforzamento della capacità istituzionale e la promozione di un’amministrazione pubblica efficiente (e- government, open data e trasparenza, sistema nazionale di valutazione, formazione di dirigenti e funzionari);

d) «l’asse 4 – assistenza tecnica» è finalizzato a migliorare l’attuazione del programma attraverso il rafforzamento della capacità di gestione dei fondi (servizi di supporto all’attuazione, valutazione del programma, disseminazione, pubblicità e informazione);

* la partecipazione ai bandi del programma operativo nazionale non era possibile per le scuole paritarie. Era prevista al massimo la co-partecipazione a progetti a prima firma di un istituto statale. Questo rappresentava una disfunzione del sistema di istruzione;

* il Parlamento, con un emendamento alla legge di stabilità per il 2017 (comma 313 dell’articolo 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232), stabilì che anche le scuole paritarie potessero accedere ai fondi del programma operativo nazionale «Pon Istruzione». In attuazione della novità normativa definita dal Parlamento e per superare il problema dei cosiddetti aiuti di Stato, già a luglio 2017 l’Italia propose di modificare l’accordo di partenariato in sede europea. Tale accordo di programma prevedeva in maniera esplicita l’impossibilità per le scuole non statali di partecipare ai bandi del programma operativo nazionale. La richiesta di modifica fu affrontata dalla Commissione europea l’8 febbraio 2018. La decisione dell’8 febbraio 2018 (C(2018)598) modificò l’accordo di partenariato tra Commissione europea e Italia per la politica di coesione. In particolare, l’accordo veniva così modificato «il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale

*interverranno nel sistema nazionale di istruzione», ponendo fine a una discriminazione nell’accesso ai fondi dell’Unione europea di parte del sistema d’istruzione nazionale italiano;

*mancava ancora che la «direzione concorrenza» della Commissione europea escludesse una violazione della normativa sugli aiuti di Stato. Nell’attesa delle decisioni europee in merito all’assenza di violazioni, gli avvisi pubblicati durante il periodo 2017-2018, pur essendo arrivati dopo la modifica intervenuta nella legge di bilancio per il 2017 ma durante i lavori del tavolo europeo, avevano previsto che una quota economica proporzionata venisse «congelata» in attesa dell’accordo europeo, per poi creare avvisi dedicati alle sole scuole paritarie;

*la Commissione europea ha dato il «via libera» alle novità richieste, escludendo aiuti diStato, dal Parlamento e dal Governo italiano –:

*se sia confermata la decisione di aprire i bandi del programma operativo nazionale anche alle scuole non statali/paritarie e se risulti confermato il percorso individuato per i fondi 2017-2018 che prevede di creare avvisi dedicati alle sole scuole paritarie, mentre per i fondi 2019 e seguenti i bandi saranno comuni per scuole statali e non statali.

 

PRESIDENTE. Il Vice Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, Lorenzo Fioramonti, ha facoltà di rispondere all’interrogazione Toccafondi n. 3-00579 (Vedi l’allegato A).

LORENZO FIORAMONTI, Vice Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. Presidente, saluto il collega Toccafondi. Le rappresento che le scuole paritarie non potevano beneficiare del Programma operativo nazionale (PON) per la scuola 2014-2020 inizialmente, e solo a seguito di una modifica normativa sono state incluse quali possibili destinatarie delle risorse.

*Per un’effettiva estensione delle misure e delle azioni del PON a favore delle scuole paritarie si è tuttavia reso necessario modificare innanzitutto l’accordo di partenariato e, successivamente, lo stesso programma operativo.

*L’Accordo di partenariato, previsto dal regolamento europeo n. 1303/2013 per l’attuazione dei programmi finanziati dai fondi strutturali europei e concordato con tutti i partner istituzionali ed economico-sociali a livello nazionale e con la Commissione europea, prevedeva espressamente, nella sezione 1, che: “il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale interverranno nel settore dell’educazione pubblica con esclusione delle scuole private e o parificate”.

*Dopo l’approvazione della legge di bilancio per l’anno 2017, come sopra accennato, il quadro giuridico prevede una nuova disposizione, ovverosia il comma 313 dell’articolo 1, che ha previsto che nel PON, quando si parla di istituzioni scolastiche, si debba intendere tutte le istituzioni scolastiche che costituiscono il sistema nazionale di istruzione, ai sensi della legge n. 62 del 2000.

*Alla luce di ciò, come è noto, il Ministero ha tempestivamente avviato, presso il competente Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri, l’iter per ottenere dalla Commissione europea una specifica modifica dell’accordo di partenariato nel senso indicato dalla norma citata.

*Tale modifica è stata apportata in data 8 febbraio 2018. A seguito di ciò si è resa necessaria l’ulteriore modifica del programma operativo e l’approvazione dello stesso da parte del Comitato di sorveglianza del PON, nonché la modifica del sistema di gestione e di controllo dei fondi strutturali.

*Il parere favorevole della Commissione europea è intervenuto il 30 maggio 2018, e conseguentemente il MIUR ha adeguato il sistema informativo di gestione e controllo per estendere le azioni anche alle scuole paritarie nel rispetto delle indicazioni poste dalla

Commissione europea. Infatti, con nota del 25 maggio 2018 e del 19 giugno dello stesso anno, la Commissione ha imposto che la partecipazione delle scuole paritarie al programma operativo sia limitata alle sole scuole paritarie non commerciali e alle stesse condizioni di accesso delle scuole pubbliche.

*Pertanto, alla luce delle modifiche intervenute e delle note di chiarimento degli stessi servizi della Commissione europea, nei prossimi avvisi pubblici le azioni del programma operativo saranno accessibili alle scuole paritarie non commerciali, nel rispetto dei limiti territoriali del PON e del riparto delle risorse tra le diverse finalità e misure del programma.

PRESIDENTE. Il deputato Toccafondi ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interrogazione.

GABRIELE TOCCAFONDI (MISTO-CP-A-PS-A). Presidente, mi dichiaro parzialmente soddisfatto, e ringrazio il Vice Ministro. Devo dire che la cronologia e il resoconto che ha dato sono perfetti, in parte li conosco direttamente. Mi lascia perplessa l’ultima parte, ma lo dirò in seguito.

*Sicuramente, abbiamo fatto un percorso lungo, perché la legge di stabilità è datata dicembre 2016, e in quella legge di stabilità, attraverso un emendamento approvato con una maggioranza trasversale molto ampia, il Parlamento e il Governo hanno reso possibile quello che, come veniva ricordato dal Vice Ministro, nel percorso dei sette anni di finanziamento PON 2014-2020 non era mai stato possibile, ovvero avviare un iter, che poi si è verificato lungo e tortuoso, per consentire alle scuole paritarie – che, lo ricordo a me stesso prima di tutto, sono parte integrante del sistema di istruzione nazionale, quindi sono parte integrante della scuola italiana – di chiudere un periodo di ingiustizia.

*Le scuole paritarie non sono scuole private, perché sono verificate e controllate dal MIUR e dagli enti di sorveglianza e danno un’equipollenza del titolo di studio finale, quindi rientrano a pieno titolo nel sistema di istruzione nazionale. Ebbene, con quell’emendamento e con quel percorso abbiamo iniziato un iter di giustizia.

*Nella sua cronologia ricordava bene due date fondamentali: l’8 febbraio 2018, con l’accordo di partenariato cambiato che coinvolgeva a pieno diritto le scuole paritarie, e il 30 maggio 2018, con la Commissione europea che escludeva gli aiuti di Stato alle scuole paritarie non commerciali.

*A questo punto, però, il tema è: dal 30 maggio 2018 – adesso siamo a marzo del 2019 – cosa è stato fatto? Da qui la parziale soddisfazione. Se, da una parte, si è definitivamente buttato giù un muro e costruito un ponte che possa consentire alle scuole paritarie la partecipazione a bandi PON, cioè a bandi europei, costruendo così un’ennesima dimostrazione di parità scolastica nel nostro Paese, dall’altro lato, però, ancora, da maggio ad oggi, non si è data la possibilità alle scuole paritarie nel concreto di partecipare a questi bandi.

*L’altro aspetto per cui c’è insoddisfazione è il fatto che, da quando il Parlamento si è espresso – e siamo in una democrazia rappresentativa, quindi conta ciò che decide il Parlamento -, cioè dicembre 2016, ad oggi, il MIUR ha deciso di bandire i bandi europei PON per le scuole statali congelando una quota parte per l’anno 2018, per poi bandire solo per l’anno 2018 dei bandi per le sole scuole paritarie, che erano legittimate dal Parlamento e dal Governo italiano ma erano in stand-by per l’Europa. Come si è visto, lo stand-by non c’è più e l’Europa ha dato il via libera; ladomanda era contenuta nell’interrogazione ma non ho trovato cenni di risposta in tal senso: quella parte congelata, perché non la scongeliamo? Perché non facciamo quello che il Parlamento e il Governo italiano avevano deciso?

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento di un’interpellanza e interrogazioni all’ordine del giorno. Sospendo a questo punto la seduta, che riprenderà alle ore 14.

La seduta, sospesa alle 11,40, è ripresa alle 14.

 

Riconosciuto il “servizio preruolo”, svolto nella scuola paritaria. TAR Lazio

Paolo Ferrario

Il Tribunale del Lazio riconosce la validità del servizio pre-ruolo, annullando l’ordinanza del Miur. Ora oltre 300mila insegnanti potranno fare ricorso chiedendo risarcimenti per miliardi di euro.

Non c’è ragione «per discriminare tra servizi aventi per legge la medesima dignità e le medesime caratteristiche». Ci sono voluti quasi tre anni, ma alla fine il Tar del Lazio ha dato ragione agli ex-docenti delle scuole paritarie, riconoscendo per intero il punteggio pre-ruolo svolto negli istituti non statali e accogliendo il ricorso contro l’ordinanza del Miur sulla mobilità. Con una sentenza pubblicata in questi giorni, il Tribunale amministrativo ha annullato il provvedimento del Ministero dell’Istruzione, nella parte in cui non riconosceva il servizio preruolo svolto nelle paritarie ai fini della mobilità, dopo il passaggio di questi docenti nelle scuole statali. «Finalmente si sta per chiudere un vergognoso capitolo di discriminazioni», esulta Filomena Pinca portavoce del Comitato nazionale per il riconoscimento del servizio prestato nella scuola paritaria.

«È davvero sconfortante che si debba ricorrere a un tribunale per vedere tutelati dei diritti sacrosanti», aggiunge la docente, che è stata tra i promotori del ricorso. E di «sentenza storica», parla anche l’avvocato Angela Maria Fasano, che ha patrocinato il ricorso e ora si prepara a riaprire «tutti i casi che, in questi anni, hanno avuto un esito negativo», anche di coloro che, nel frattempo, sono andati in pensione. La sentenza del Tar laziale, infatti, indica una «linea nazionale» a cui, da qui in avanti, tutti i tribunali del lavoro dovranno attenersi. Un altro aspetto rilevante riguarda la ricostruzione della carriera degli ex-docenti delle paritarie ai quali, una volta assunti di ruolo nello Stato, non venivano computati, ai fini degli scatti stipendiali, gli anni di servizio prestati.

Un danno che il Comitato, quando nel 2017 ha presentato una Petizione al Parlamento Europeo, ha quantificato in oltre 2,5 miliardi di euro, considerando soltanto gli insegnanti (circa il 30% del totale) che avevano maturato tra i 9 e i 15 anni di servizio nelle scuole paritarie. Complessivamente, sono oltre 300mila i docenti transitati nello Stato dal 2000, anno di approvazione della legge 62 sulla parità scolastica. E che, alla luce della sentenza del Tar Lazio, conferma l’avvocato Fasano, ora potranno rivalersi sul Miur per rientrare in possesso di quanto loro dovuto.

La normativa sulla parità viene a più riprese richiamata anche dal dispositivo della sentenza, che ricorda la «piena omogeneità tra il servizio d’insegnamento svolto nelle scuole statali e quello alle dipendenze degli istituti privati paritari » e il «servizio pubblico» svolto da questi ultimi. In sostanza, scrivono i giudici amministrativi, «è illegittima l’esclusione dell’attribuzione di punteggio, in sede di mobilità, per il servizio d’insegnamento svolto negli istituti paritari.

Diversamente opinando si perverrebbe ad una interpretazione della vigente normativa contraria ai principi di uguaglianza e d’imparzialità dell’amministrazione, non essendovi ragione per discriminare tra servizi aventi per legge la medesima dignità e le medesime caratteristiche ». Conclusioni accolte con soddisfazione dal segretario della Federazione scuole materne non statali (Fism), Luigi Morgano, che ricorda come l’associazione, in questi anni, sia «sempre stata dalla parte dei docenti». «È incredibile – aggiunge Morgano – che serva un Tribunale per applicare una legge dello Stato». Soddisfazione è espressa anche dalla vice-presidente del Forum nazionale delle famiglie, Maria Grazia Colombo, già presidente nazionale dell’Agesc, l’Associazione dei genitori della scuola cattolica. «Implicitamente – sottolinea – la sentenza del Tar Lazio riconosce il ruolo della scuola paritaria nell’unico sistema nazionale d’istruzione, definito dalla legge 62 e rimette nella giusta posizione i diritti di chi insegna in questi istituti. Finalmente, questa sentenza ci avvicina un po’ di più al resto d’Europa.

Mi viene in mente, per esempio, la Francia, dove lo Stato paga gli insegnanti che poi sono lasciati liberi di scegliere dove andare ad insegnare. È un importante punto a favore della funzione pubblica della scuola paritaria». Un altro aspetto non secondario della sentenza, secondo Colombo, è anche il suo «ribadire che un vero sistema nazionale di istruzione deve essere plurale, se vuole essere di qualità». In caso contrario, in presenza di un monopolio statale dell’istruzione, «a soffrirne sarebbe non soltanto la scuola paritaria, ma anche la statale. Insomma – conclude la vice-presidente del Forum – questa sentenza fa bene ai docenti, fa bene alla scuola paritaria, di cui viene riconosciuto il ruolo e servizio pubblico, ma fa bene anche all’intero sistema nazionale d’istruzione, di cui ribadisce il pluralismo».

in AVVENIRE martedì 8 gennaio 2019

Le scuole paritarie nella classifica di Eduscopio. Il segreto del loro successo

Luisa Ribolzi

Un aspetto particolare di Eduscopio, la ricerca della Fondazione Agnelli che fornisce indicazioni sulla qualità delle scuole secondarie superiori partendo dall’analisi del destino lavorativo o universitario dei diplomati, ha suscitato quest’anno un insolito interesse: la massiccia presenza in classifica, nelle prime posizioni, di un rilevante numero di scuole paritarie.

Ma come, non erano tutti diplomifici, in cui i ragazzi benestanti ma un po’ stupidi barattavano la qualità della formazione in cambio di una retta? E invece, toh! I ragazzi che escono da queste scuole si fanno onore quanto e più dei loro coetanei. La letteratura scientifica, al netto di ogni pregiudizio a favore o contro la scuola non statale, fornisce almeno tre spiegazioni per questo fenomeno.

1) Per la riuscita dei ragazzi è fondamentale l’esistenza di un progetto educativo coerente, condiviso dagli insegnanti e dalle famiglie, che agisce anche sulla motivazione ad apprendere: in questo senso, le scuole paritarie non hanno l’esclusiva dei progetti coerenti, ma poiché questo rappresenta uno dei loro punti di forza, e spesso anche la ragione della loro esistenza, la mission della scuola viene formulata più chiaramente e seguita in modo vincolante. Se la scuola è legata (come spesso accade) all’esistenza di una comunità funzionale, sia essa territoriale, di appartenenza etnica o religiosa, di idea politica, si parla di un vero e proprio capitale sociale, derivante dalla condivisione dell’approccio all’educazione, che portò negli anni Ottanta Anthony Brik e il gruppo di ricercatori che lavoravano con lui a parlare di effetto scuola cattolica, che agisce su tutti gli studenti, anzi è particolarmente forte per i ragazzi afroamericani di modesta condizione, per lo più non cattolici.

2) Le scuole paritarie sono scuole di scelta, a cui le famiglie decidono di mandare i propri figli anche sostenendo dei costi aggiuntivi, in Italia quasi la totalità, e questo fa crescere la partecipazione. In realtà, ciascun cittadino maggiorenne finanzia la spesa per la scuola con circa 3mila euro l’anno delle proprie tasse (dato rozzamente stimato, ma non lontano dal vero), ma questo non viene percepito come una spesa diretta, e quindi non è controllato, mentre le famiglie che pagano una retta si aspettano che la scuola, scelta in base alla sua proposta educativa, mantenga il “patto” che ha stipulato con loro al momento dell’iscrizione, e si danno da fare non solo per controllare la qualità dell’educazione, ma anche per migliorarla in modo diretto. Dal punto di vista dei gestori della scuola, se il parere delle famiglie non viene ascoltato, nulla impedisce che vadano altrove, e questo li rende attenti a cogliere i bisogni dei propri utenti.

3) A parte il fondamentale aspetto della libertà nella scelta dei docenti (coartata dal fatto che lo Stato se li prende sistematicamente, ormai formati, e senza consentire il completamento del ciclo o quantomeno dell’anno in corso, come invece ha fatto per gli insegnanti “deportati” dal Sud al Nord), in Italia dal 2000 scuole statali e non statali dispongono della medesima autonomia didattica e organizzativa, ma proprio per far fronte in modo più stringente ai bisogni diversificati dell’utenza le scuole paritarie tendono a farne un uso maggiore, potenziando alcuni aspetti e assumendosi qualche margine di rischio in più.

Un’ultima considerazione. Nel presentare il liceo classico al primo posto per Milano (l’Alexis Carrel) la giornalista del Corriere della Sera evidenzia in prima pagina la retta, 4.900 euro l’anno; il dirigente del Parini, che pur lodevolmente conduce la sua nave in un mare tempestoso, butta là che si può far bene anche senza il pagamento di una retta, e cito solo due esempi.

Ora, per correttezza, si potrebbe aggiungere che nella scuola “gratuita” uno studente statale costava nel 2015 (dati Ocse 2018) 8.969 dollari, equivalenti, al cambio odierno, a 7.838,81 euro, cioè circa il 60% in più dello studente della Carrel. Questo significa che si può far bene spendendo di meno; forse non sono pochi i soldi, ma è il modello organizzativo che non funziona. E questo non lo dico solo io, da una trentina d’anni, ma lo confermano tutte le ricerche più recenti in un elevato numero di Paesi.

Dato che chi manda i figli alla scuola paritaria finanzia con le sue tasse anche i ben più costosi studenti statali, facciamola finita con questa fake news (più fake che news, a dire la verità) che basta pagare per avere una buona scuola, e cominciamo magari a chiedere conto di come vengono spesi nella scuola statale i molti soldi usciti dalle tasche dei cittadini.

in Il Sussidiario, 10 novembre 2018

Il sistema scolastico italiano: scuole statali e paritarie

Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Cinque licei classici tra i migliori 10 di Milano per la preparazione all’università. Una new entry, peraltro di peso, a Roma nella stessa graduatoria. Cinque istituti tecnici economici di Palermo e altrettanti di Napoli nella top 10 degli sbocchi occupazionali. Testimoniano il riposizionamento delle scuole paritarie italiane – o almeno in parte visto che altre realtà come Torino, Bari o Bologna vedono primeggiare gli istituti statali – che è stato intercettato dall’edizione 2018 del portale Eduscopio della Fondazione Agnelli. E che si spiega soprattutto con più flessibilità nella scelta dei docenti e con un’autonomia rafforzata.

La galassia delle paritarie

Le scuole paritarie in Italia, secondo gli ultimi dati del Miur, sono 12.662 (contro le 40mile statali) e accolgono circa 900mila ragazzi (879.158, per la precisione – la fetta principale, 541.447, sono nel segmento infanzia, nidi e materne). Il settore impiega circa 90mila docenti; e tutto sommato ha resistito al “grande esodo” di insegnanti che hanno colto al volo il maxi piano di stabilizzazione 2015-2016, optando per il posto fisso negli istituti statali. Il finanziamento dell’erario alle scuole paritarie è stato riportato, su input dell’ex sottosegretario al Miur, Gabriele Toccafondi, a 500 milioni annui; sono previsti 25 milioni aggiuntivi per inserire studenti con handicap; e con l’avvio del nuovo sistema integrato 0-6 anni c’è pure uno stanziamento ad hoc per abbattere le rette o aumentare i posti. Il punto è che, tra chiusure e nuove aperture, ogni anno si perdono circa 200 scuole paritarie, soprattutto superiori; e con la stretta sui “diplomifici” in vigore da un paio d’anni è stata tolta la “parità” a un centinaio di istituti.

I casi Milano e Palermo

Fin qui la fotografia generale di un sistema che “resiste”. Per capire in che modo e con quali risultati tornano utili i dati estrapolati dal portale Eduscopio. Il primo caso che balza agli occhi è sicuramente quello di Milano. Con due licei classici (Alexis Carrel e Sacro Cuore) in vetta alla classifica e cinque istituti tra i primi dieci per livello di preparazione all’università, uno in più dell’anno scorso. Una presenza rafforzata da quattro linguistici e due scientifici (più altri due nell’indirizzo Scienze applicate che la Fondazione Agnelli monitora solo da quest’anno). Ma se ci si sposta a Torino vale già un po’ di meno. Per trovare la prima paritaria tra i licei classici bisogna scendere al quinto posto occupato dal Valsalice (come un anno fa) che era e resta secondo anche per lo scientifico. E una situazione a macchia di leopardo emerge anche negli istituti tecnici. Con cinque sui migliori dieci tecnici economici per indice di occupabilità sia a Napoli che Palermo ma uno solo a Bari e nessuno a Bologna, neanche tra i tecnologici. A conferma del fatto che la vera differenza dipenda da caso a caso. In un contesto di autonomia rafforzata che le paritarie finiscono spesso per avere rispetto alle scuole statali. Si pensi alla scelta dei docenti. Che di fatto possono essere individuati interamente con chiamata diretta purché in possesso di abilitazione. Quella stessa chiamata diretta che per gli istituti statali è stata prima depotenziata e poi congelata probabilmente per sempre. Oltre al fatto che sono «scuole di scelta» da parte delle famiglie come ricorda Luisa Ribolzi, sociologa dell’educazione: «Nelle scuole paritarie – sottolinea – se la “voice” delle famiglie non viene ascoltata possono passare all’exit».

in Il Sole 24 Ore, 09 novembre 2018

SCUOLA/ A chi interessa davvero oggi la libertà di educazione?

Marco Lepore

Caro direttore, è stato pubblicato, pochi giorni or sono, il XX Rapporto sulla scuola cattolica “Personalizzazione e progetto educativo” (Ed. Scholè) del Centro studi scuola cattolica (Cssc), con la consueta e utilissima appendice statistica: “Venti anni di scuola cattolica in cifre 1997/2018”.

Non mi soffermo sull’interessantissimo tema della personalizzazione, che merita una trattazione approfondita a parte e probabilmente competenze più elevate delle mie. Vorrei invece provare a dire qualcosa su quanto emerge dall’analisi dei numeri. Lo studio, raccogliendo i dati degli ultimi vent’anni, è in grado infatti di offrire una panoramica ampia sull’andamento delle scuole cattoliche e, più in generale, delle paritarie nel nostro paese.

Uno sguardo complessivo ai numeri conferma, purtroppo, quanto già da altre fonti è stato più volte denunciato: la scuola non statale italiana è seriamente in affanno e la linea di tendenza al ribasso, che si sperava fosse solo temporanea e dovuta a fattori contingenti, è ormai diventata cronica.

Ogni anno chiudono alcune centinaia di istituti paritari di ogni ordine e grado, e fra queste anche alcuni con tradizioni secolari. Nel 2013 le scuole paritarie erano 13.625, oggi sono 12.662. Gli alunni, che avevano toccato un apice di quasi un milione e 100mila unità nell’anno scolastico 2009/2010, sono oggi meno di 900mila (879.158 per la precisione).

L’incidenza in percentuale sul totale degli iscritti alle scuole italiane è passata dall’11,2% del 2013 al 10,4% odierno, complice anche il drammatico calo demografico che colpisce il nostro paese e che nelle paritarie — a differenza delle statali — è stato solo in minima parte compensato dal flusso dell’immigrazione.

Una crisi, insomma, dalla quale al momento non si vede via d’uscita. Il temporaneo e parziale sollievo alle diffuse difficoltà economiche, conseguito negli ultimissimi anni grazie alle battaglie sostenute dalle associazioni di settore e dall’impegno di qualche coraggioso parlamentare, non è stato sufficiente a invertire la tendenza. Tanto più che il nuovo ministro non sembra affatto intenzionato a confermare le attuali linee di finanziamento.

La sensazione è che ci si trovi a un punto di svolta. La scuola paritaria — e con essa ancora di più quella cattolica, data la crisi vocazionale di molte congregazioni storicamente dedite all’educazione — pare avviata a diventare sempre di più soluzione di nicchia per pochi che se la possono permettere o che, per solidissime convinzioni ideali, pur con pochi mezzi sono disposti a grandi sacrifici. Permane uno “zoccolo duro” di scuole che si sono attrezzate per resistere ad ogni bufera, grazie ad una gestione lungimirante e in non pochi casi innovativa anche sotto il profilo aziendale. Tuttavia, la fase espansiva che si era verificata nel primo decennio del nuovo millennio, e che faceva sperare in una possibile liberalizzazione dell’intero sistema nazionale di istruzione alla stregua di altri paesi europei, pare ormai da archiviare nel cassetto delle pie illusioni. Un piccolo seme di speranza è rappresentato dalla crescita delle scuole parentali, ma anche su questo occorrerà una trattazione a parte.

Nella classe politica in generale non si ravvisa una diffusa sensibilità e attenzione nei confronti della libertà di educazione. I più non hanno neanche una sufficiente conoscenza dell’argomento e riservano poca attenzione al tema della scuola, considerata un settore che costa molto e non genera ricchezza immediata, nonostante alcune occasionali dichiarazioni sull’importanza di investire sui giovani e sulla cultura. Del resto, come si dice, “contra factum non valet argumentum”: in legge di bilancio, la spesa per istruzione in rapporto al Pil, già inferiore da sempre alla media europea, passa dal 3,6 al 3,5 per cento… Inutile dimostrare che allo Stato conviene mantenere in salute l’istruzione non statale, che costa molto meno ed è in grado di produrre livelli di eccellenza, proprio grazie alla personalizzazione su cui si concentra il XX Rapporto del Cssc; inascoltate nei fatti le richieste di introdurre il costo standard anche per l’istruzione; inutile mostrare quanto si fa in tanti altri paesi, europei e non, che favoriscono una sana competizione fra scuole statali e private. Sembra di essere davanti a un muro di gomma. Magari più dialogante e sorridente di una volta, ma pur sempre di gomma.

Ma la cosa che preoccupa maggiormente è l’impressione che sia mutato il clima sociale e stia venendo meno, forse perché soffocata da altre emergenze apparentemente più gravi, o dal frastuono della bagarre sociale che caratterizza questi ultimi anni, la consapevolezza dell’importanza della libertà di educazione da parte della gente comune. La grande spinta dal basso che ha caratterizzato le battaglie per la libertà di educazione negli ultimi decenni del secolo scorso, pare essersi esaurita. E se il popolo tace, appagato da panem et circenses oppure concentrato su questioni di altra natura, anche l’azione di chi nelle alte sfere si dà da fare perde appoggio e consistenza.

Il rischio più grande, oggi, non sono quindi gli accaniti difensori dell’impianto statalista dell’istruzione, gli oppositori storici che hanno sempre e comunque, a dispetto di ogni evidenza, ostacolato e denigrato la scuola paritaria, ma l’indifferenza diffusa, l’assopimento delle coscienze. Un’indifferenza per i temi forti dell’educazione che va di pari passo con la crisi e lo sfaldamento sempre più grave delle famiglie.

Anche per questo, forse, la libertà di educazione (e di conseguenza la parità) pare ormai essere questione per addetti ai lavori, delegata a specialisti come le associazioni o come le stesse istituzioni scolastiche, insieme a quei pochi politici che ancora l’hanno a cuore. L’uomo della strada – persino il cattolico “della strada” – pare che se ne curi sempre meno. A chi interessa oggi, davvero, la libertà di educazione? Non è ormai una battaglia di retroguardia?

Non c’è da stupirsi, allora, se le famiglie sempre meno portano i figli nelle scuole paritarie: “niente è tanto assurdo quanto la risposta data a una domanda che non si pone”… Molto meglio dormire sonni tranquilli tra le braccia di mamma-Stato. Tanto più che la ninna-nanna è gratis.

in Il Sussidiario, 28 ottobre 2018

Parità scolastica e silenzio assenso. T.A.R. Campania sentenza n. 5449, del 10-09-2018

Maurizio Lucca

Il silenzio tra P.A. è un istituto incompatibile a fronte di attività tecniche valutative indispensabili sulla verifica dei requisiti di legge richiedendo l’atto espresso.

La quarta sezione Napoli del T.A.R. Campania, con la sentenza n. 5449 del 10 settembre 2018, interviene per negare la formazione del silenzio assenso in assenza dei presupposti di legge.

La norma generale dell’art. 20 «Silenzio assenso» (c.d. provvedimentale) stabilisce che nei procedimenti ad istanza di parte per il rilascio di provvedimenti amministrativi il silenzio dell’Amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato, nel termine di legge, il provvedimento di diniego, ovvero non l’indizione di una conferenza di servizi.

Quello specifico (silenzio assenso endoprocedimentale, avendo valenza all’interno di un procedimento) tra Amministrazioni pubbliche previsto (ex art. 3 della Legge 7 agosto 2015, n. 124, c.d. Madia) dall’art. 17 bis «Silenzio assenso tra amministrazioni pubbliche e tra amministrazioni pubbliche e gestori di beni o servizi pubblici»: nei casi in cui è prevista l’acquisizione di assensi, concerti o nulla osta comunque denominati di amministrazioni pubbliche per l’adozione di provvedimenti normativi le amministrazioni comunicano il proprio assenso, entro trenta giorni:

  • dal ricevimento dello schema di provvedimento;

  • corredato della relativa documentazione, da parte dell’Amministrazione procedente (escludendo, la presentazione da parte di un privato, diversamente si rientra nell’ipotesi dell’art. 20 cit.);

  • decorsi i termini senza che sia stato comunicato l’assenso, lo stesso si intende acquisito.

Resta inteso che, in entrambi i casi in difetto di condizioni e presupposti, il provvedimento implicito di assenso è illegittimo e, sullo stesso, l’Amministrazione può esercitare i poteri di autotutela, e segnatamente il potere di annullamento, alle ordinarie condizioni previste dall’art. 21 novies della citata legge n. 241: l’istanza sia assistita da tutti i presupposti di accoglibilità, costituiti dai requisiti soggettivi e dalla documentazione allegata all’istanza, non potendosi determinare “ope legis” la regolarizzazione dell’abuso, in applicazione dell’istituto del silenzio assenso, ogni qualvolta manchino:

  • i presupposti di fatto e di diritto previsti dalla norma;

  • quando l’oblazione autoliquidata dalla parte interessata non corrisponda a quanto effettivamente dovuto;

  • quando la documentazione allegata all’istanza non risulti completa ovvero quando la domanda si presenti dolosamente infedele (cfr. Cons. Stato, sez. V, 13 gennaio 2014, n. 63).

In tal senso, il termine iniziale per la formazione del silenzio assenso può decorrere solamente da quando la domanda sia completa di tutta la documentazione e di tutti i pareri necessari (T.A.R. Sardegna, Cagliari, sez. I, 22 aprile 1998, n. 435): l’eventuale inerzia dell’Amministrazione nel provvedere  non può far guadagnare agli interessati un risultato che gli stessi non potrebbero mai conseguire in virtù di (un) provvedimento espresso (Cons. Stato, sez. VI, 6 dicembre 2013, n. 5852).

Nel caso di specie (di rilievo per l’estensione applicativa), viene analizzato dal T.A.R. il ricorso proposto da un Istituto Paritario contro Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR) per l’annullamento di un decreto di riconoscimento dello status di scuola paritaria: la reiezione dell’istanza tesa ad acquisire l’autorizzazione.

Il ricorrente riteneva che in base alla disciplina ministeriale (ex dm nn. 83/2008 e 267/2007) una volta presentata la domanda con la autocertificazione del possesso di tutti i requisiti di legge, il MIUR doveva completare la procedura entro termini prestabiliti, anche acquisendo l’eventuale documentazione mancante.

Si riteneva avverato il presupposto dell’avvenuta formazione del silenzio assenso, in assenza di un’attività istruttoria, di richieste documentali, delle garanzie partecipative (per i procedimenti avviati su istanza di parte non occorre la comunicazione di avvio del procedimento, Cons. Stato, sez. IV, 5 maggio 2017, n. 2065; 11 settembre 2017, n. 4269; T.A.R. Campania, Napoli, sez. III, 4 aprile 2018, n. 2158), compreso il c.d. preavviso di rigetto, ex art. 10 bis della Legge n. 241/1990 (peraltro avvenuto).

Il Tribunale annota, da subito, che la questione si incentra sul mancato riconoscimento ex novo della parità scolastica già concessa, con conseguente venire meno degli effetti del silenzio assenso in mancanza di prova del possesso dei requisiti prescritti.

La Commissione Speciale del Consiglio di Stato del 23 giugno, con il parere n. 1640/16, depositato in data 13 luglio 2016, ha stabilito che l’operatività del silenzio assenso è inficiata quando sussista un’illegittimità per difetto di motivazione o di istruttoria.

L’operatività è subordinata al pieno rispetto di alcune condizioni oggettive e soggettive che devono essere puntualmente verificate nel corso dell’istruttoria da parte dell’Amministrazione procedente:

  • schema di provvedimento: rectiusistruttoria, ex 3 della Legge n. 241/1990;

  • Amministrazione titolare della competenza a riceverlo.

Infatti, qualora l’istruttoria non sia stata effettuata o sia stata condotta in modo non corretto, il provvedimento finale emanato dopo l’assenso « per silentium » ben potrebbe risultare illegittimo, con conseguente responsabilità risarcitoria delle Amministrazioni cui quest’ultimo è imputabile.

Circostanza sostanziale che porta a ritenere che in presenza di un’attività tecnico – valutativa l’istituto di semplificazione e acceleratorio dovrebbe non operare, richiedendo un approfondimento incompatibile con tale ratio.

In termini diversi, è inconciliabile l’istituto del silenzio assenso in presenza di un’attività istruttoria necessaria: nelle ipotesi ove sia indispensabile un parere tecnico siamo al di fuori dal perimetro di applicazione del nuovo silenzio assenso endoprocedimentale, di cui al nuovo art. 17 bis, dovendo rimanere esclusi i pareri e le valutazioni di carattere tecnico (cfr. art. 16, c.d. silenzio facoltativo, art. 17, c.d. silenzio devolutivo).

A sostenere tali argomentazioni sul significato e l’intensità dell’attività valutativa sul riconoscimento della parità, ergo la verifica dei titoli e requisiti, viene evidenziato il profilo sostanziale che non può ridursi a mera formalità, «ma inserisce la scuola paritaria nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l’equiparazione dei diritti e doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato, l’assolvimento dell’obbligo di istruzione l’abilitazione al rilascio di titoli di studio aventi lo stesso valore legale di quello delle scuole statali e più in generale impegna le scuole paritarie a contribuire alla realizzazione delle finalità di istruzione e educazione che la Costituzione assegna al sistema scolastico»: requisiti di legge che devono essere posseduti prima del riconoscimento non potendo essere conseguiti “in progress”, anche oltre l’inizio dell’anno scolastico pena il mancato corretto funzionamento del sistema sotto i diversi profili della «normativa su luoghi, strutture e attività didattica e, in ultimo, del diritto a ricevere gli emolumenti pubblici che lo Stato italiano corrisponde in virtù dell’esercizio “vicario” della fondamentale funzione dell’istruzione scolastica».

La sentenza n. 5449/2018 del T.A.R. Napoli ha il pregio di chiarire, con una cesura innovativa, la portata del silenzio assenso tra P.A., escludendo tale istituto di natura acceleratoria e di semplificazione procedimentale quando è indispensabile – per la natura degli interessi e la complessità del merito tecnico – un parere di natura obbligatorio e la verifica concreta dei requisiti di legge.

 

Scuola. La parità presa sul serio. E senza smantellare il sistema pubblico

Annamaria Poggi

Qualche settimana fa il neoministro all’Istruzione Bussetti ha presentato al Parlamento le Linee guida della Legislatura e subito da autorevoli associazioni del mondo cattolico (Forum associazioni familiari, Agesc) si sono levate critiche circa la sottovalutazione che ne emerge delle scuole paritarie e del tema della parità in generale. Certo di vera e propria delusione si tratta, anche alla luce dell’apertura che il ministro Fedeli nello scorcio della passata legislatura aveva mostrato proprio nei confronti del tema della parità, insediando un Tavolo tecnico sul costo standard presieduto dall’ex ministro Berlinguer.  

Parrebbe dunque che siamo di nuovo daccapo e ciò non stupisce più di tanto il costituzionalista in un Paese che ha atteso 22 anni prima di dar vita alle Regioni, 8 prima di far partire la Corte costituzionale e che non ha ancora attuato l’art. 39 Cost. sui contratti collettivi. In un Paese cioè in cui tutti si riempiono la bocca della “bellezza” della Costituzione e pochi hanno inteso e intendono davvero attuarla.  Sì, perché il tema dell’attuazione dell’art. 33 rimane in piedi, in quanto esso non va ricordato solo come la norma del “senza oneri per lo Stato” (comma 3), ma anche come la norma  secondo cui “la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali” (comma 4).

In realtà vi è chi sostiene che il tema manco dovrebbe porsi, al cospetto del famoso inciso “senza oneri per lo Stato” su cui sono stati spesi fiumi di inchiostro. Ora al di là dell’interpretazione letterale (su cui si potrebbe discutere a vita) il problema è che la Costituzione vive anche della sua interpretazione materiale e non vi è dubbio che nel nostro Paese quell’inciso non sia mai stato veramente inteso da nessuno come “divieto” di finanziamento alla scuola non statale. E anzi la famosa legge sulla parità (n. 62 del 2001), ancora in vigore, è passata indenne a più di un vaglio di costituzionalità da parte della Corte Costituzionale che l’ha pure sottratta al referendum abrogativo stabilendo il principio che ci vuole in Italia una legge sulla parità.  

Ciò, dunque, dimostra esattamente il contrario di quanto sostengono coloro che ritengono che dall’art. 33 Cost si possa dedurre un divieto per lo Stato a finanziare le scuole paritarie e anzi è la conferma che il tema della parità esiste ed è un tema costituzionale. Ciò posto il tema diventa: “come” si può attuare la Costituzione sul tema parità? Si tratta di un passaggio importante, da sottolineare: come in altri casi, la Costituzione stabilisce un principio, ma è poi il Parlamento nella sua discrezionalità a decidere “come” attuarlo; e i modi per farlo sono normalmente più di uno. 

Per fare un’analogia si pensi al tema della parità uomo-donna. Anche qui gli articoli 3, 51 e 117 stabiliscono un principio che poi il Legislatore dovrà attuare e anche qui i modi possono essere, e sono stati diversi: le quote stile tic-tac (dichiarate incostituzionali dalla Corte); le regole ai partiti per la formazione delle liste; l’obbligo del rispetto di genere in caso di doppia preferenza… 

Insomma il Parlamento ha discrezionalità nel decidere come, ovviamente con dei paletti e alcuni punti fermi, di cui almeno due vanno ricordati per impostare correttamente il problema. Il primo è che gli alunni non devono essere discriminati a seconda della scuola che frequentano (art. 3 Costituzione, principio di uguaglianza) e questo per ora non è ancora completamente vero, anche se molti passi in avanti sono stati compiuti: un ragazzo disabile che frequenta la scuola paritaria è sicuramente discriminato perché lo Stato non gli riconosce lo stesso sostegno che avrebbe se frequentasse la scuola statale. L’art. 3 è un principio fondamentale della nostra Costituzione (contenuto nei primi 12 articoli che costituiscono il cosiddetto “zoccolo” duro della Costituzione stessa).

Altro punto fermo è che esiste un principio di libertà di scelta dei genitori (art. 30) che, tuttavia, non è un principio fondamentale e che lo Stato può bilanciare con altri valori e principi. Sul punto occorre essere chiari: mentre il principio di uguaglianza tra gli alunni è un principio fondamentale che il Parlamento deve attuare, la libertà di scelta dei genitori è un principio costituzionale che il Parlamento dovrebbe attuare, ma che ha una “durezza” differente da quello di uguaglianza e dunque diventa terreno di scelte politiche da parte dei Parlamenti che si susseguono nel tempo. I buoni scuola erano frutto di una stagione legislativa che di quel principio aveva fatto un indirizzo politico da attuare, non così è stato per altri Governi. 

Se poi dal terreno costituzionale scendiamo su quello della razionalità, efficienza ed economicità delle scelte (molto sollecitata in campo europeo, come pure la libertà di scelta, cardine della libertà di movimento e di stabilimento) i discorsi cambiano: il costo standard è indubbiamente da questo punto di vista lo strumento più aderente a tali valori, che però, va chiarito, non sono costituzionali, soprattutto in tema di welfare. E infatti sempre l’art. 33 al comma 2 dice che la Repubblica “detta le norme generali ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”, in tal modo facendo una scelta di campo ben precisa: il sistema statale di istruzione come regola di fondo nel sistema di istruzione. 

Ciò vuol dire almeno due cose. La prima è che il sistema statale non è smantellabile. Ne consegue che il costo standard diventa il nemico numero uno di tale sistema: stabilendo che la spesa per l’istruzione vada “redistribuita” tra il sistema statale e quello paritario è chiaro che ad ammontari fissi di spesa, per realizzarlo occorrerebbe togliere fondi al sistema statale e ciò (almeno dal mio osservatorio di  esperienze fatte a vario titolo e in diverse  sedi) è ragionevole pensare che non lo farà nessun Governo. La seconda è che il sistema statale può colloquiare con quello paritario su altri terreni: l’eguaglianza degli alunni, il sostegno al personale specializzato, il sostegno alle famiglie per la loro scelta educativa… tutte opzioni che richiedono aumento di risorse per l’istruzione, non redistribuzione di risorse date. 

Insomma, tutti i principi costituzionali (esclusi quelli fondamentali che hanno una durezza esplicita) per poter vivere devono essere bilanciati con altri principi: la parità per essere attuata deve convivere con il sistema statale di istruzione, e dunque occorre lavorare su strumenti che vadano in questa direzione.

in Il SUSSIDIARIO 02 agosto 2018

Concorso straordinario infanzia e primaria: dubbio esclusione paritarie

Concorso straordinario infanzia e primaria, Parlamento: dubbio esclusione servizio paritarie

Il servizio studi Parlamento ha analizzato, all’interno del Decreto Dignità, l’emendamento relativo al concorso straordinario per infanzia e primaria riservato ai docenti con diploma magistrale conseguito entro l’a.s. 2001/02 e ai laureati in Scienze della formazione primaria.

I requisiti

Secondo la formulazione attuale dell’emendamento i requisiti richiesti sono due anni di servizio presso le scuole statali, valutabili ai fini della ricostruzione di carriera.

Il servizio nelle scuole paritarie

Così scrive il Servizio Studi “Per quanto riguarda la considerazione unicamente del servizio svolto presso le scuole statali, si ricorda che l’art. 2, co. 2, del D.L. 255/2001 (L. 333/2001) ha disposto che, ai fini dell’aggiornamento delle graduatorie permanenti, poi ad esaurimento, i servizi di insegnamento prestati dal 1° settembre 2000 nelle scuole paritarie di cui alla L. 62/2000 sono valutati nella stessa misura prevista per il servizio prestato nelle scuole statali.

Con riferimento alla parità di trattamento tra insegnanti delle scuole statale e insegnanti delle scuole paritarie, si è pronunciato sia il giudice amministrativo, sia il giudice costituzionale

Si veda, in particolare, l’Ordinanza del Consiglio di Stato n. 951 del 7 marzo 2017, con la quale è stata accolta un’istanza cautelare considerando che “a un primo sommario esame, le tabelle di valutazione relative alla procedura di mobilità del personale docente di cui all’ordinanza ministeriale n. 241 del 2016, nella parte in cui prevedono l’attribuzione di tre punti per ciascun anno di servizio pre-ruolo prestato nelle sole scuole statali, pareggiate e parificate, escludendo e considerando non valutabile il servizio pre-ruolo svolto presso le scuole paritarie, sembrano porsi in contrasto il principio di parità di trattamento (tra le due categorie di istituzioni scolastiche) stabilito dalla legislazione statale (l. n. 62 del 2000, l. n. 107 del 2015)”. A

Si veda, altresì, la sentenza n. 251/2017 con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo, per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost., l’art. 1, co. 110, ultimo periodo, della L. 107/2015 che escludeva dai concorsi pubblici per il reclutamento dei docenti il personale già assunto su posti e cattedre con contratto a tempo indeterminato nelle scuole statali. Il diritto di partecipare al concorso era condizionato alla circostanza che non vi fosse un contratto a tempo indeterminato alle dipendenze della scuola statale, mentre analoga preclusione non era prevista per i docenti alle dipendenze di una scuola privata paritaria a tempo indeterminato e per i docenti immessi nei ruoli di altra amministrazione. L’esclusione si fondava sulla durata del contratto e sulla natura del datore di lavoro: criteri non funzionali, secondo la Corte, all’individuazione della platea degli ammessi a partecipare alle procedure concorsuali, che dovrebbero essere impostate su metodi meritocratici. Né era stato possibile ravvisare una convincente ratio legis nella finalità di assorbire il precariato.

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Diplomati magistrale e SFP, ci sarà concorso riservato con due anni di servizio. Approvato, scarica il testo

in Orizzontescuola, 01 agosto 2018