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Istruzione Tecnica Superiore. Servono 20 mila diplomati ITS ogni anno

Giovanni Brugnoli, Vicepresidente Confindustria

Per la prima volta in Italia un autorevole quotidiano, il Sole 24 Ore, pubblica una guida completa e di facile lettura sugli Its. È una prima volta molto significativa sia per i giovani che per le imprese, perché si racconta come gli Istituti tecnici superiori rappresentino il canale del nostro sistema di istruzione che meglio collega lo studio al lavoro: così i giovani possono trovare più velocemente un’occupazione e, nel contempo, viene riconosciuta piena responsabilità educativa alle imprese e alla loro attività di co-progettazione didattica.

ro.jpgL’Italia soffre il gap molto forte tra ciò che si studia e ciò che serve al mondo produttivo. Sono tante le cause di questa distanza ma quella di fondo è la generalizzata e scarsa conoscenza, da parte degli studenti italiani, di ciò che caratterizza la nostra economia: siamo il secondo Paese manifatturiero in Europa ma 7 giovani su 10, nelle scuole superiori, non lo sanno. E, di rimando, tantissimi di loro non sanno nemmeno che esiste la possibilità, dopo il diploma, di scegliere un percorso Its che in due anni garantisce una formazione-sul-lavoro di alta qualità e che in 8 casi su 10 permette di entrare stabilmente in un mercato sempre più competitivo.

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Scuole paritarie. Accoglienza studenti portatori di handicap

Nell’anno scolastico 2017/2018 (Focus Miur settembre 2018) gli alunni con disabilità che frequentavano le scuole statali italiane di ogni ordine e grado erano 245.723, il 3,1% del totale della popolazione studentesca, con un aumento percentuale rispetto alla rilevazione precedente (+0,2%), e un aumento complessivo rispetto all’anno scolastico 2014/2015 pari a circa l’8,4%. Ancora più sensibile, in termini percentuali, è l’aumento del numero di alunni con disabilità (certificati secondo la legge 104/1992) iscritti alle scuole paritarie, cresciuto costantemente negli ultimi anni.

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Se la presenza di alunni con disabilità è infatti aumentata in termini assoluti in tutta la scuola italiana, gli alunni con disabilità frequentanti le scuole paritarie registrano da anni un incremento ancora più significativo, passando dall’1,25% all’1,5% del totale alunni.
In termini assoluti, dal 2016/17 al 2017/18 sono passati da 12.211 a 13.601 unità, mentre il totale degli alunni delle scuole paritarie è sceso da 961.002 a 902.647.

Sempre più famiglie, nonostante le difficoltà economiche che questo comporta, scelgono le scuole paritarie per l’accoglienza e la formazione assicurate ai propri figli con disabilità.
Ad oggi, lo Stato impegna quasi 5 miliardi di euro/anno per i docenti di sostegno degli alunni delle scuole statali, con uno stanziamento medio annuale pro capite pari a euro 20.016.

Ad oggi, il contributo annuale erogato dallo Stato alle scuole paritarie che accolgono alunni con disabilità ammonta a 23,3 milioni di euro, con uno stanziamento medio pro capite pari a 1.716 euro.

La disparità di trattamento salta agli occhi.
Lo Stato non garantisce agli alunni con disabilità che frequentano le scuole paritarie gli stessi diritti che assicura agli alunni con disabilità che frequentano la scuola statale.
L’attuale contributo statale copre infatti una piccolissima parte dell’onere economico connesso all’accoglienza degli alunni con disabilità nella scuola paritaria.

Nella scuola paritaria, che è tenuta ad accogliere alunni con disabilità e ad assicurare loro l’insegnamento di sostegno, il relativo onere economico rimane quasi integralmente a carico delle famiglie e dell’ente gestore della scuola.

Vista la crescita del numero di famiglie con alunni con disabilità che si rivolgono alle scuole paritarie, gli enti gestori incontrano sempre maggiori difficoltà.

Se è vero, come auspicava la legge 104/1992 sin dalla sua approvazione, che il diritto di scelta dei servizi è uno degli obiettivi da perseguire per garantire una reale integrazione delle persone con disabilità, è tempo di fare significativi passi avanti per sostenere la libera scelta delle famiglie anche in questo campo.

Sono questi i motivi per cui le associazioni – Agesc, Cdo Opere educative, Cnos Scuola, Ciofs scuola, Faes, Fidae e Fism – chiedono al Governo e al Parlamento di prevedere, nella prossima legge di bilancio in discussione in questo periodo, un contributo economico aggiuntivo pari a 100 milioni di euro, per l’accoglienza degli alunni con disabilità nelle scuole paritarie.

Per le associazioni «il contributo statale potrebbe così arrivare a circa 9.000 euro per ogni alunno con disabilità che frequenta la scuola paritaria favorendo il rispetto del diritto all’istruzione dello studente con disabilità come previsto dall’articolo 3 della Costituzione italiana. Tale cifra non permetterebbe certamente di realizzare una piena parità di trattamento fra alunni con disabilità che frequentano scuole statali e scuole paritarie, tuttavia rappresenterebbe un significativo passo in avanti per eliminare una discriminazione particolarmente odiosa e ingiustificata».

“Scuole paritarie”. Partecipazione ai PON – Programma Operativo Nazionale

Sulla lungamente dibattuta questione della possibilità per le scuole paritarie a partecipare ai Bandi di finanziamento europeo previsti per le scuole del Sistema nazionale di istruzione, proponiamo la recente interrogazione parlamentare dell’on. Toccafondi, già Sottosegretario di Stato per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca dal 29 dicembre 2016  al 31 maggio 2018 nel Governo Gentiloni, e la relativa risposta del Vice Ministro in carica onorevole Lorenzo Fioramonti.

TOCCAFONDI. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

** il sistema di istruzione nazionale è composto dalle scuole statali e dalle scuole non statali; queste ultime sono parte integrante del percorso scolastico nazionale verificato e controllato;

** il programma operativo nazionale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, intitolato «Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento», finanziato dai fondi strutturali europei, contiene le priorità strategiche del settore dell’istruzione e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020;

** il programma operativo nazionale «Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento» è rivolto alle scuole dell’infanzia e alle scuole del I e del II ciclo di istruzione di tutto il territorio nazionale;

** è articolato in 4 assi ciascuno con i propri obiettivi specifici:

a) «l’asse 1 – istruzione» punta a investire nelle competenze, nell’i90d80a9d-68ca-48ca-9e1e-3b8e0aa60a1a_large.jpgstruzione e nell’apprendimento permanente;

b) «l’asse 2 – infrastrutture per l’istruzione» mira a potenziare le infrastrutture scolastiche e le dotazioni tecnologiche;

c) «l’asse 3 – capacità istituzionale e amministrativa» riguarda il rafforzamento della capacità istituzionale e la promozione di un’amministrazione pubblica efficiente (e- government, open data e trasparenza, sistema nazionale di valutazione, formazione di dirigenti e funzionari);

d) «l’asse 4 – assistenza tecnica» è finalizzato a migliorare l’attuazione del programma attraverso il rafforzamento della capacità di gestione dei fondi (servizi di supporto all’attuazione, valutazione del programma, disseminazione, pubblicità e informazione);

* la partecipazione ai bandi del programma operativo nazionale non era possibile per le scuole paritarie. Era prevista al massimo la co-partecipazione a progetti a prima firma di un istituto statale. Questo rappresentava una disfunzione del sistema di istruzione;

* il Parlamento, con un emendamento alla legge di stabilità per il 2017 (comma 313 dell’articolo 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232), stabilì che anche le scuole paritarie potessero accedere ai fondi del programma operativo nazionale «Pon Istruzione». In attuazione della novità normativa definita dal Parlamento e per superare il problema dei cosiddetti aiuti di Stato, già a luglio 2017 l’Italia propose di modificare l’accordo di partenariato in sede europea. Tale accordo di programma prevedeva in maniera esplicita l’impossibilità per le scuole non statali di partecipare ai bandi del programma operativo nazionale. La richiesta di modifica fu affrontata dalla Commissione europea l’8 febbraio 2018. La decisione dell’8 febbraio 2018 (C(2018)598) modificò l’accordo di partenariato tra Commissione europea e Italia per la politica di coesione. In particolare, l’accordo veniva così modificato «il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale

*interverranno nel sistema nazionale di istruzione», ponendo fine a una discriminazione nell’accesso ai fondi dell’Unione europea di parte del sistema d’istruzione nazionale italiano;

*mancava ancora che la «direzione concorrenza» della Commissione europea escludesse una violazione della normativa sugli aiuti di Stato. Nell’attesa delle decisioni europee in merito all’assenza di violazioni, gli avvisi pubblicati durante il periodo 2017-2018, pur essendo arrivati dopo la modifica intervenuta nella legge di bilancio per il 2017 ma durante i lavori del tavolo europeo, avevano previsto che una quota economica proporzionata venisse «congelata» in attesa dell’accordo europeo, per poi creare avvisi dedicati alle sole scuole paritarie;

*la Commissione europea ha dato il «via libera» alle novità richieste, escludendo aiuti diStato, dal Parlamento e dal Governo italiano –:

*se sia confermata la decisione di aprire i bandi del programma operativo nazionale anche alle scuole non statali/paritarie e se risulti confermato il percorso individuato per i fondi 2017-2018 che prevede di creare avvisi dedicati alle sole scuole paritarie, mentre per i fondi 2019 e seguenti i bandi saranno comuni per scuole statali e non statali.

 

PRESIDENTE. Il Vice Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, Lorenzo Fioramonti, ha facoltà di rispondere all’interrogazione Toccafondi n. 3-00579 (Vedi l’allegato A).

LORENZO FIORAMONTI, Vice Ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. Presidente, saluto il collega Toccafondi. Le rappresento che le scuole paritarie non potevano beneficiare del Programma operativo nazionale (PON) per la scuola 2014-2020 inizialmente, e solo a seguito di una modifica normativa sono state incluse quali possibili destinatarie delle risorse.

*Per un’effettiva estensione delle misure e delle azioni del PON a favore delle scuole paritarie si è tuttavia reso necessario modificare innanzitutto l’accordo di partenariato e, successivamente, lo stesso programma operativo.

*L’Accordo di partenariato, previsto dal regolamento europeo n. 1303/2013 per l’attuazione dei programmi finanziati dai fondi strutturali europei e concordato con tutti i partner istituzionali ed economico-sociali a livello nazionale e con la Commissione europea, prevedeva espressamente, nella sezione 1, che: “il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale interverranno nel settore dell’educazione pubblica con esclusione delle scuole private e o parificate”.

*Dopo l’approvazione della legge di bilancio per l’anno 2017, come sopra accennato, il quadro giuridico prevede una nuova disposizione, ovverosia il comma 313 dell’articolo 1, che ha previsto che nel PON, quando si parla di istituzioni scolastiche, si debba intendere tutte le istituzioni scolastiche che costituiscono il sistema nazionale di istruzione, ai sensi della legge n. 62 del 2000.

*Alla luce di ciò, come è noto, il Ministero ha tempestivamente avviato, presso il competente Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri, l’iter per ottenere dalla Commissione europea una specifica modifica dell’accordo di partenariato nel senso indicato dalla norma citata.

*Tale modifica è stata apportata in data 8 febbraio 2018. A seguito di ciò si è resa necessaria l’ulteriore modifica del programma operativo e l’approvazione dello stesso da parte del Comitato di sorveglianza del PON, nonché la modifica del sistema di gestione e di controllo dei fondi strutturali.

*Il parere favorevole della Commissione europea è intervenuto il 30 maggio 2018, e conseguentemente il MIUR ha adeguato il sistema informativo di gestione e controllo per estendere le azioni anche alle scuole paritarie nel rispetto delle indicazioni poste dalla

Commissione europea. Infatti, con nota del 25 maggio 2018 e del 19 giugno dello stesso anno, la Commissione ha imposto che la partecipazione delle scuole paritarie al programma operativo sia limitata alle sole scuole paritarie non commerciali e alle stesse condizioni di accesso delle scuole pubbliche.

*Pertanto, alla luce delle modifiche intervenute e delle note di chiarimento degli stessi servizi della Commissione europea, nei prossimi avvisi pubblici le azioni del programma operativo saranno accessibili alle scuole paritarie non commerciali, nel rispetto dei limiti territoriali del PON e del riparto delle risorse tra le diverse finalità e misure del programma.

PRESIDENTE. Il deputato Toccafondi ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interrogazione.

GABRIELE TOCCAFONDI (MISTO-CP-A-PS-A). Presidente, mi dichiaro parzialmente soddisfatto, e ringrazio il Vice Ministro. Devo dire che la cronologia e il resoconto che ha dato sono perfetti, in parte li conosco direttamente. Mi lascia perplessa l’ultima parte, ma lo dirò in seguito.

*Sicuramente, abbiamo fatto un percorso lungo, perché la legge di stabilità è datata dicembre 2016, e in quella legge di stabilità, attraverso un emendamento approvato con una maggioranza trasversale molto ampia, il Parlamento e il Governo hanno reso possibile quello che, come veniva ricordato dal Vice Ministro, nel percorso dei sette anni di finanziamento PON 2014-2020 non era mai stato possibile, ovvero avviare un iter, che poi si è verificato lungo e tortuoso, per consentire alle scuole paritarie – che, lo ricordo a me stesso prima di tutto, sono parte integrante del sistema di istruzione nazionale, quindi sono parte integrante della scuola italiana – di chiudere un periodo di ingiustizia.

*Le scuole paritarie non sono scuole private, perché sono verificate e controllate dal MIUR e dagli enti di sorveglianza e danno un’equipollenza del titolo di studio finale, quindi rientrano a pieno titolo nel sistema di istruzione nazionale. Ebbene, con quell’emendamento e con quel percorso abbiamo iniziato un iter di giustizia.

*Nella sua cronologia ricordava bene due date fondamentali: l’8 febbraio 2018, con l’accordo di partenariato cambiato che coinvolgeva a pieno diritto le scuole paritarie, e il 30 maggio 2018, con la Commissione europea che escludeva gli aiuti di Stato alle scuole paritarie non commerciali.

*A questo punto, però, il tema è: dal 30 maggio 2018 – adesso siamo a marzo del 2019 – cosa è stato fatto? Da qui la parziale soddisfazione. Se, da una parte, si è definitivamente buttato giù un muro e costruito un ponte che possa consentire alle scuole paritarie la partecipazione a bandi PON, cioè a bandi europei, costruendo così un’ennesima dimostrazione di parità scolastica nel nostro Paese, dall’altro lato, però, ancora, da maggio ad oggi, non si è data la possibilità alle scuole paritarie nel concreto di partecipare a questi bandi.

*L’altro aspetto per cui c’è insoddisfazione è il fatto che, da quando il Parlamento si è espresso – e siamo in una democrazia rappresentativa, quindi conta ciò che decide il Parlamento -, cioè dicembre 2016, ad oggi, il MIUR ha deciso di bandire i bandi europei PON per le scuole statali congelando una quota parte per l’anno 2018, per poi bandire solo per l’anno 2018 dei bandi per le sole scuole paritarie, che erano legittimate dal Parlamento e dal Governo italiano ma erano in stand-by per l’Europa. Come si è visto, lo stand-by non c’è più e l’Europa ha dato il via libera; ladomanda era contenuta nell’interrogazione ma non ho trovato cenni di risposta in tal senso: quella parte congelata, perché non la scongeliamo? Perché non facciamo quello che il Parlamento e il Governo italiano avevano deciso?

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento di un’interpellanza e interrogazioni all’ordine del giorno. Sospendo a questo punto la seduta, che riprenderà alle ore 14.

La seduta, sospesa alle 11,40, è ripresa alle 14.

 

Educare nel cambiamento

Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica mette a disposizione di tutti uno strumento per il discernimento delle comunità educative.

«Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». Con queste parole, pronunciate al Convegno ecclesiale di Firenze il 10 novembre 2015, papa Francesco ha attirato l’attenzione di tutti sulle rapide e radicali trasformazioni del nostro mondo e della nostra società. Per il mondo della scuola e della formazione ciò significa che bisogna fare i conti con esigenze, generazioni e modelli educativi diversi da quelli cui si era abituati fino a un passato anche recente.

Lo ricorda mons. Mariano Crociata, presidente del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, introducendo il sussidio “Educare nel cambiamento”, frutto della riflessione e del lavoro comune dell’organismo che rappresenta l’ampia e composita realtà della scuola cattolica in Italia. Il Consiglio Nazionale ha infatti dedicato l’ultimo anno ad una riflessione sulle condizioni delle scuole e dei centri di formazione professionale (Cfp) definibili come cattolici o di ispirazione cristiana, pubblicandone i risultati in questo strumento di lavoro.

Il testo contiene:

  • il documento su “Autonomia, parità e libertà di scelta educativa”, pubblicato nel 2017 e dal carattere programmatico;

  • il sussidio “Uno strumento per il discernimento delle comunità educative”, che vede qui la luce per la prima volta e si propone di aiutare tutte le scuole e i Cfp a promuovere una ponderata riflessione di fronte alle difficoltà che possono derivare dalle trasformazioni che stiamo vivendo;

  • un’Appendice costituita da una serie di esperienze e buone pratichedi scuole e Cfp che hanno saputo misurarsi con il cambiamento in maniera creativa e coraggiosa, pur se non priva di ostacoli;

  • una seconda Appendice, che raccoglie i recapiti degli organismi che a vario titolo compongono il mondo della scuola cattolica e possono essere di riferimento proprio per affrontare eventuali difficoltà o anche solo per confrontarsi nella vita ordinaria delle diverse realtà educative.

La scuola cattolica, come insegna il Concilio Vaticano II (GE, 8), è essenzialmente «un ambiente comunitario scolastico permeato dello spirito evangelico di libertà e carità». Con questo sussidio, quindi, il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica vuole rivolgersi a tutte le componenti della comunità educativa – alunni, insegnanti, genitori, gestori, responsabili della direzione, comunità ecclesiale – per promuovere e sostenere un’azione che confermi e rafforzi il ruolo della scuola cattolica nella società italiana alla luce dei cambiamenti in atto.

In allegato il testo del sussidio “Educare nel cambiamento”, una presentazione a cura di mons. Mariano Crociata e l’articolo di Avvenire del 4 settembre 2018.

Leggi qui l’articolo del Sir dedicato al sussidio: 

https://www.agensir.it/chiesa/2018/09/03/scuola-cattolica-dal-consiglio-nazionale-un-sussidio-per-ripensare-leducazione-tra-crisi-opportunita-e-prospettive/

ALLEGATI

La progressiva crisi delle scuole paritarie

Pierluigi Castagneto

Inizia un altro anno scolastico, cambiano i governi, cambiano i ministri, ma la situazione per le scuole paritarie è sempre più critica. Ecco cosa dicono i numeri. 

Inizia un altro anno scolastico, cambiano i governi, cambiano i ministri, ma la situazione per le scuole paritarie diventa sempre più critica. Alcuni recenti articoli apparsi sul Messaggero a firma di Lorena Loiacono, riportati anche dal sito della Flc-Cgil, sindacato un tempo acerrimo nemico delle “scuole private”, oggi in parte schierato su posizioni meno ideologiche, rimettono a tema la questione. Ma se si stemperano le posizioni a sinistra, lo statalismo di ritorno del M5s propone vecchi slogan contro le scuole non statali e c’è da credere, nonostante le assicurazioni verbali del ministro dell’Istruzione leghista Marco Bussetti, che nessuno interverrà ad aiutare un sistema di istruzione che la legge 62/2000 organizzava su due aree distinte: le paritarie private e degli enti locali e le istituzioni statali. Il dissanguamento continuerà e l’impoverimento del pluralismo educativo è già oggi un dato di fatto.

Vediamo alcuni dati. Secondo Tuttoscuola, nel 2015 e nel 2016 hanno chiuso ben 415 scuole paritarie, con un ‘accentuazione nel Meridione: la Sicilia ha perso 104 scuole e la Campania 70, la Puglia 28 e la Calabria 22. Più in generale nel 2016-17 erano iscritti nei 12.996 istituti non statali 903mila ragazzi e bambini, ma solo nel 2012-13 gli iscritti, secondo uno studio di Paola Guerin e Marco Lepore, erano 1.036.000 spalmati su 13.825 scuole. Insomma in 4 anni si sono persi oltre 100mila alunni e ben 829 scuole.

Inoltre la Fism, le cui scuole accolgono circa 600mila bambini da zero a sei anni, fa notare che gli interventi statali per le scuole dell’infanzia paritarie nel 2017 sono stati pari a 1,95 centesimi al giorno per bambino, mentre nella scuola statale per ogni bimbo è stato speso 26,08 euro. Una disparità evidente che tuttavia non spiega completamente la crisi in atto. Se nell’infanzia il calo demografico ha cominciato a incidere e a modificare in modo sensibile la piramide della popolazione italiana, il gap alle medie e alle superiori è più complicato da interpretare. Certamente la crisi economica si è fatta sentire, in modo particolare al Sud, visto che, come abbiamo mostrato, le chiusure di scuole sono particolarmente evidenti, ma anche l’invecchiamento dei religiosi e la crisi degli ordini ha inciso nel panorama delle paritarie.

La riduzione del personale religioso non solo incide sui costi di gestione, ma rende meno evidente il carisma educativo e il legame con i valori fondanti si diluisce, tanto che, piano piano, si smarriscono le motivazioni ideali dell’impegno educativo.

E così succede che le vecchie scuole cambino uso, trasformate in strutture sanitarie o di ospitalità. In questo senso risulta evidente come la dimensione ideale risulti determinante nel settore educativo e il fattore delle risorse umane sia un elemento che si fa sentire sempre di più.

Non è dunque una questione solamente economica, anche se bisogna dire che i 493 milioni stanziati per il 2017-18 non sono per nulla sufficienti. I costi aumentano in tutte le direzioni e solo per fare un esempio il “decreto dignità”, approvato nel luglio scorso, ha ridotto la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato da 36 mesi a 24, ma per una clausola uscita da un azzeccagarbugli nelle scuole i contratti non potranno superare i 12 mesi. In questo modo la tendenza a rendere il lavoro esclusivamente a tempo indeterminato di certo non giova ai conti economici degli istituti non statali.

Tuttavia se gli adeguamenti normativi, gli aumenti contrattuali e le spese di gestione fanno lievitare i costi e facilitano le chiusure, c’è un altro fattore di cui parlare. In questi decenni di inizio millennio si sta palesando un forte ridimensionamento della socialità e i legami associativi sono sempre più blandi. Nella scuola il fattore dell’appartenenza è più rilevante che in altri ambiti e la dimensione identitaria incide fortemente sull’avventura educativa. In altre parole si sta perdendo la tensione a costruire spazi aggregativi e di condivisione ideale, per cui la voglia di fare scuola svanisce e la gente si affida sempre di più allo Stato. Siamo dunque nel mezzo di una profonda crisi culturale, un cambio d’epoca che nell’assolutizzare l’individuo fa smarrire le identità comuni e di conseguenza la loro trasmissione.

in Il Sussidiario 31 agosto 2018

Scuola. Soggetti affetti da (DSA). Detrazione con scontrino parlante

Marcello Tarabusi e Giovanni Trombetta

La nuova detrazione per i soggetti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) potrà essere documentata anche con lo scontrino parlante che contiene il codice fiscale del soggetto portatore. È quanto emerge dal provvedimento delle Entrate del 6 aprile scorso che attua la norma introdotta dalla legge di Bilancio 2018 (articolo 1, comma 665, lettera a, legge 205/2017). Norma che prevede a partire dall’anno d’imposta 2018 (quindi con effetto dalla dichiarazione dei redditi che verrà presentata nel 2019) una detrazione del 19%, senza franchigia né tetti di spesa, per i soggetti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa).

Ma facciamo un passo indietro. La legge 170/2010 («Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico») elenca quattro tipologie di Dsa:

dislessia, ossia difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura;

disgrafia, ossia difficoltà nella realizzazione grafica;

disortografia, o difficoltà nei processi linguistici di transcodifica;

discalculia, una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.

Si tratta di quattro disturbi relativamente comuni, caratterizzati dalla limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana, pur in presenza di capacità cognitive adeguate ed assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali.

A partire dall’anno d’imposta 2018 i soggetti affetti da Dsa hanno diritto alla detrazione del 19% sulle spese sostenute:

per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici (legge 170/2010) necessari all’apprendimento;

per l’uso di strumenti compensativi che favoriscano la comunicazione verbale e che assicurino ritmi graduali di apprendimento delle lingue straniere.

Sono detraibili le spese per l’acquisto di tutti gli strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Un’elencazione esemplificativa, ma non tassativa, si trova nelle linee guida allegate al decreto del Miur 5669/2011: sintesi vocale, registratore, programmi di video scrittura con correttore ortografico, calcolatrice, altri strumenti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.

Si considerano sussidi tecnici ed informatici le apparecchiature e i dispositivi basati su tecnologie meccaniche, elettroniche o informatiche, quali, ad esempio, i computer necessari per i programmi di videoscrittura, appositamente fabbricati o di comune reperibilità, preposti a facilitare la comunicazione interpersonale, l’elaborazione scritta o grafica, l’accesso all’informazione e alla cultura.

La detrazione spetta per le spese sostenute, a partire dal 1° gennaio 2018, dai soggetti con diagnosi di (Dsa), minorenni o anche maggiorenni, fino al completamento della scuola secondaria di secondo grado. Il contribuente può usufruire della detrazione anche se sostiene la spesa per un familiare con diagnosi di Dsa, a patto che si tratti di familiare fiscalmente a carico.

Per accedere della detrazione la diagnosi di Dsa deve risultare da un certificato rilasciato dal Servizio sanitario nazionale oppure da specialisti o strutture accreditati in base all’articolo 3, comma 1, della legge 170/2010. Il collegamento funzionale tra i sussidi e gli strumenti compensativi e il disturbo diagnosticato deve risultare dalla certificazione o da una prescrizione autorizzativa del medico.

Le spese, come anticipato, vanno documentate da fattura o scontrino fiscale parlante con il codice fiscale del soggetto affetto da Dsa e la natura del prodotto acquistato o utilizzato.

in Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2018

Aleppo. Una città distrutta dalla guerra. Il contributo delle scuole cattoliche

Gianni Mereghetti

In Siria non c’è libertà di educazione, ma quello che ho visto oggi è un segno incoraggiante: chi vuole la libertà di educare, può prendersela. Vado ad el Ram, accompagnato da padre Bassam, e visito il convento francescano dove sono cadute diverse bombe, del resto basta guardarsi intorno per capire cosa sia stata la crudeltà della guerra. Padre Bassam mi fa vedere l’opera di ricostruzione che si sta facendo e dall’alto del convento la scuola statale di cui si può dire, eufemisticamente, che utilizza i locali dei francescani. Poi scendendo nei sotterranei mi fa scoprire pian piano il miracolo che si schiude davanti a noi.

Scendiamo a basso, ci sono già alcune aule con delle maestre, poi risaliamo ed entriamo nella struttura della scuola per i sordomuti, il suo nome è “École d’Habilitation et d’Initiation pour les Sourds“. Scopro così questa scuola libera messa in piedi da due genitori che avevano un figlio sordo. Oggi non ci sono bambini, ma solo le maestre che hanno un giorno la settimana per confrontarsi sul lavoro che fanno e per aggiornarsi sugli strumenti da usare.

Questa esperienza è unica ad Aleppo, è frequentata da bambini cristiani e musulmani, affronta un bisogno reale. Qui si insegna il linguaggio dei segni e si svolge il programma statale per portare tutti i bambini e le bambine a sostenere gli esami statali per conseguire la licenza. Lo scopo per cui questa scuola è iniziata e di cui vive è condividere il bisogno delle famiglie che hanno figli sordi, e lo si fa assumendo tutte le dimensioni del bisogno, da quello di ascoltare, capire, rispondere fino a quello di apprendere, il tutto dentro una prospettiva umana. Questo è un luogo libero, perché ogni bambino, ogni bambina è guardato per ciò che è e la sua sordità non è più un limite. Mi fanno vedere uno spettacolo di danza fatto da questi bambini e bambine che mi fa piangere dalla commozione: sembra impossibile che una bambina sorda balli seguendo il ritmo della musica! Quest’anno il tema che la scuola affronterà è quello della pace, ogni bambino e ogni bambina ogni giorno avranno una frase di cui devono trovare un comportamento concreto che la realizzi.

Poi padre Bassam mi porta nella scuola delle Suore del Rosario, una scuola che si trova in un edificio bombardato, infatti siamo nella zona più distrutta di Aleppo. Qui queste suore coraggiose hanno mantenuto la loro scuola secondo l’identità cristiana. Certo sono controllate, vi è un’ispettrice dello Stato, cui hanno riservato un gabbiotto. Lei controlla, ma loro credono nel valore educativo dei principi cristiani e li portano avanti per quanto lo Stato permette di fare, scuola materna e scuola elementare. Commuove vedere come nemmeno l’ostacolo dello Stato fermi un flusso di vita in piena e che l’occhio statale sia inincidente, perché ciò che educa è l’approccio vivo e profondo di queste suore e di queste maestre.

E’ stata una mattinata commovente. Quando usciamo dalla scuola delle Suore del Rosario mi si presentano davanti agli occhi le rovine di Aleppo, ma più forte di queste macerie è l’impegno ad educare. Un fiore che cresce dentro la città ferita.

in Il SUSSIDIARIO 5 gennaio 2018

 

Le scuole cattoliche in Italia sono oltre 8.300

Sono oltre 8.300 le scuole cattoliche nel nostro Paese, due terzi di tutte le paritarie, con 54 mila insegnanti e 611mila alunni di cui 31 mila con cittadinanza non italiana e 7 mila disabili. Sono alcuni dei dati che emergono dal XIX Rapporto sulla scuola cattolica in Italia presentato ieri alla Camera.

E’ record al Nord di presenza di scuole cattoliche (8.322), con le regioni settentrionali che ne raccolgono oltre il 57,9% (4.821), mentre il 16% (1.328) sono al Centro e il 26,1% (2.173) sono al Sud e nelle isole. Sono alcuni dei dati che emergono dal dossier (sono esclusi i dati di Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige che raccolgono dati in modalità diversa).

La Lombardia è la regione che presenza in assoluto il numero maggiore di istituti cattolici (sono 1963), seguita dal Veneto (1.232) e dal Lazio (719). A seguire l’Emilia Romagna (640), la Campania (615), il Piemonte (563), la Sicilia (485), la Toscana (436). Numero ridotto, invece per Molise (26), Basilicata (40), Umbria (78) e Marche (95).

Quanto a presenza degli studenti, le ragazze sono poco meno della metà (48,4%) con un’ampiezza non eccessiva e un rapportodi alunni per scuola pari a 73,5 ragazzi per istituto, dato che diminuisce nell’infanzia e che raddoppia alle elementari. Nelle classi sono presenti in media 20,9 alunni. Sono tante le scuole che rimangono aperte anche il pomeriggio, sia per attività didattiche (oltre il 70%, di cui il 42% tutti i giorni), sia per iniziative extrascolastiche (82%, con il 54% per 5 giorni a settimana).

 

La scuola cattolica in Italia. XIX Rapporto 2017

Nunzio Galantino, Il valore della parità scolastica

A proposito di libertà educativa

Il Rapporto di quest’anno del Centro Studi per la Scuola Cattolica reca un titolo sul quale vale la pena soffermarsi un attimo con attenzione: Il valore della parità. Il titolo gioca intenzionalmente sull’ambiguità del concetto di valore, interpretabile in termini materiali ed economici oppure in termini più ideali. Credo che sia giusto tenere insieme i due significati del termine, perché non si può ridurre tutto a una questione di soldi, né si può fare solo un discorso teorico sui benefici del pluralismo educativo senza fare i conti con i costi di un tale sistema. Il Rapporto ci consente di tenere uniti i due aspetti, evitando letture unilaterali o parziali. E mi sembra che tra i due versanti del problema debba essere la dimensione ideale a prevalere su quella materiale.

Si sente spesso ripetere che l’esistenza delle scuole paritarie costituisce un grosso risparmio per lo Stato, poiché si tratta di circa un milione di alunni che assolvono regolarmente i loro obblighi scolastici senza gravare che in minima parte sulle casse dello Stato. Ma non è questa l’impostazione che intendo dare alla questione, proprio perché credo che il significato ideale del pluralismo educativo debba prevalere sulla convenienza economica e sarebbe ben triste se alla fine lo Stato dovesse convincersi a sostenere le scuole paritarie solo perché ci guadagna. In realtà sono in gioco valori molto più importanti e fondamentali.

È in gioco anzitutto il diritto incomprimibile dei genitori a scegliere l’educazione scolastica più adatta per i propri figli. Lo ha ricordato anche Papa Francesco nell’Amoris Laetitia, al n. 84, che vale la pena rileggere. Dice il Papa: «Mi sembra molto importante ricordare che l’educazione integrale dei figli è “dovere gravissimo” e allo stesso tempo “diritto primario” dei genitori. Non si tratta solamente di un’incombenza o di un peso, ma anche di un diritto essenziale e insostituibile che sono chiamati a difendere e che nessuno dovrebbe pretendere di togliere loro. Lo Stato offre un servizio educativo in maniera sussidiaria, accompagnando la funzione non delegabile dei genitori, che hanno il diritto di poter scegliere con libertà il tipo di educazione – accessibile e di qualità – che intendono dare ai figli secondo le proprie convinzioni. La scuola non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare. Questo è un principio basilare: “Qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico”».

Il punto di partenza deve essere la responsabilità educativa dei genitori e la libertà che deve essere loro assicurata di poter scegliere la scuola dei figli senza condizionamenti di sorta: economici, pratici, giuridici. La libertà deve essere effettiva o non è libertà.

Il Rapporto ci mostra come i documenti internazionali condannino ogni forma di monopolio educativo statale. L’educazione è un diritto primario e deve essere garantita nella sua piena libertà. Per l’Italia la parità scolastica dovrebbe offrire questa garanzia di libertà ed infatti essa è innanzitutto un principio costituzionale, contenuto nel ben noto art. 33 della nostra Costituzione, del quale si tende a ricordare solo la clausola “senza oneri per lo stato”, anziché il principio di fondo, cioè il diritto di enti e privati di istituire scuole e istituti di educazione.

Scuola pubblica statale e Scuola pubblica paritaria: né avversari né concorrenti

La scuola statale non è certo un avversario, anzi le va riconosciuto il merito di aver alfabetizzato gli italiani negli ultimi decenni e di essere oggi impegnata a garantire a tutti gli alunni una formazione di qualità. Non è quindi in termini conflittuali che desidero impostare il rapporto e il confronto tra scuola statale e scuola paritaria ma, come si afferma nella presentazione del Rapporto, «l’educazione non è un servizio qualsiasi che può essere assicurato da qualunque gestore perché il suo contenuto è indifferente. […] la scuola non è una qualsiasi agenzia di servizi ma il principale collaboratore della famiglia nell’educazione dei figli».

Spetta indubbiamente alla Repubblica, secondo la saggia formula dell’art. 33, dettare le norme generali sull’istruzione e istituire scuole statali di ogni ordine e grado per assicurare il servizio su tutto il territorio nazionale, fissando un modello o uno standard minimo di offerta formativa. Ma deve essere assicurata a tutti la possibilità di promuovere scuole che, nel rispetto delle regole fissate dallo Stato, possano soddisfare una più ricca e articolata domanda educativa. La libertà di insegnamento con cui si apre l’art. 33 («L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento») non è solo la libertà didattica e metodologica degli insegnanti ma anche e soprattutto la libertà garantita dall’intero sistema di accostare le arti e le scienze con una pluralità di approcci metodologici e valoriali, ovviamente nel rispetto della natura culturale, epistemologica e formativa degli oggetti dell’insegnamento. Ridurre tutta la libertà di insegnamento e di istituire scuole alla sola condizione che non si creino oneri per lo Stato è una lettura miope e restrittiva di un problema che merita un respiro ben più ampio e attento.

 La riforma scolastica: un’incompiuta?

In appendice al Rapporto è stato pubblicato anche un documento approvato nei mesi scorsi dal Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, dal titolo Autonomia, parità e libertà di scelta educativa. Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica è l’organismo che riunisce tutte le sigle operanti nel mondo della scuola cattolica ed ha raggiunto una posizione unitaria sulla situazione del sistema italiano di istruzione e formazione che rimane incompiuto sotto diversi aspetti:

  • è incompiuta l’autonomia, che ancora risulta sotto una forte tutela dell’amministrazione statale che fissa i confini per l’esercizio dell’autonomia stessa e fornisce solo a una parte del sistema nazionale gli strumenti per realizzarla;
  • è incompiuta la parità, che a 17 anni dalla legge istitutiva è ancora solo una dichiarazione nominale: una parità giuridica non accompagnata da una parità economica è una parità formale e non sostanziale;
  • è incompiuta la libertà di scelta educativa, che troviamo in tutti i documenti internazionali e nella Costituzione italiana, ma che risulta essere solo un enunciato teorico non accompagnato da strumenti concreti che rendano effettivo questo diritto.

Lo stesso documento del Consiglio Nazionale riconosce però che negli ultimi anni sono stati fatti alcuni passi per rendere questi principi sempre meno astratti. C’è ancora molta strada da fare e il Consiglio Nazionale passa in rassegna alcune proposte che, complementari tra loro, possono contribuire a realizzare un sistema davvero “nazionale” ed una parità davvero equa.

Non entro nel merito degli aspetti tecnici delle diverse proposte (dal costo standard alle convenzioni, dalle misure fiscali a quelle per il diritto allo studio, ecc.). Mi limito a ricordare che all’incompiutezza del sistema contribuisce anche la condizione di emarginazione della formazione professionale, ulteriore possibilità di scelta educativa che viene di fatto negata in tutte quelle Regioni che hanno deciso di non attivare i relativi percorsi scaricandoli sull’istruzione professionale di Stato. Eppure tutti i dati mostrano quanto la formazione professionale sia in grado di intercettare positivamente le attese di tanti giovani, consentendo loro di inserirsi nel mondo del lavoro molto più rapidamente di quanto riesca a fare la scuola, anche grazie a una metodologia attiva e laboratoriale che riesce a coinvolgere di più soprattutto i cosiddetti ragazzi “difficili” che la scuola si lascia scappare. Oltre ad essere una mancata occasione di libertà di scelta educativa, dunque, la condizione attuale della formazione professionale in Italia è anche una strategia sbagliata perché tende a tagliare proprio i rami più fruttiferi del sistema, che non a caso si chiama “di istruzione e formazione”.

Sto parlando dell’intero sistema nazionale – inteso nella sua accezione completa, composto da scuole statali e scuole paritarie e da scuole e centri di formazione professionale – perché come Chiesa abbiamo a cuore non solo le scuole cattoliche ma tutte le scuole. Abbiamo a cuore tutti gli alunni e auspichiamo per ognuno di essi un’offerta formativa all’altezza delle attese, in nome dell’interesse personale di ognuno e per il bene di tutto il Paese. Perché tutti gli alunni, di scuola statale e non statale, una volta usciti dalla scuola e entrati nel mondo del lavoro, avranno la responsabilità di mandare avanti insieme il nostro Paese.

Da parte nostra, ovviamente, c’è una particolare attenzione alla scuola cattolica perché avvertiamo la responsabilità di assicurare alle future generazioni un’educazione di qualità. Con un certo orgoglio possiamo notare come tante soluzioni adottate inizialmente a titolo sperimentale nelle nostre scuole sono poi transitate nel sistema statale ed sono potute tornare utili a un maggior numero di ragazzi. Mi ha fatto piacere leggere nel Rapporto che alcuni studiosi americani parlano di un “effetto scuola cattolica” come fattore di efficacia del servizio educativo: è in certo modo intuitivo che una scuola che possa contare su una motivazione ideale aggiuntiva nei propri docenti possa poi ottenere migliori risultati anche nella formazione dei propri allievi, ma vedere questa intuizione empirica suffragata da autorevoli ricerche scientifiche è senz’altro motivo di soddisfazione.

Come Chiesa teniamo molto all’identità ecclesiale delle nostre scuole, che sono scelte proprio per la qualità del servizio che offrono e per la bontà dell’ambiente di apprendimento. In quanto scuole paritarie, anche le scuole cattoliche partecipano alle rilevazioni ultimamente previste per la valutazione della qualità. Da un certo punto di vista, la continuità nella scelta delle scuole cattoliche da parte delle famiglie, pur in condizioni economiche sfavorevoli, è la miglior prova della qualità del loro servizio. Ritengo dunque di dover difendere questa libertà dei genitori. Se non potesse essere esercitata, tutto il sistema (e il nostro Paese) sarebbe meno libero.

(Intervento di presentazione del XIX Rapporto, Roma, 24 ottobre 2017)

 

 

Scuola cattolica. Autonomia, parità, libertà di scelta educativa

Con un breve documento, che di seguito riportiamo, il Consiglio Nazionale Scuola Cattolica della CEI, che coordina le diverse Associazioni rappresentative delle scuole cattoliche di ogni ordine e grado, suggerisce alcune modalità perché anche in Italia ci sia un effettivo e completo riconoscimento delle scuole cattoliche paritarie e quindi un vero sistema educativo nazionale “integrato”, costituito da scuole  statali e scuole paritarie, tutte “pubbliche”, perché tutte svolgono un servizio “pubblico” e di interesse “pubblico”.

Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica

AUTONOMIA, PARITA’ E LIBERTA’ DI SCELTA EDUCATIVA

In un tempo come quello attuale, caratterizzato da continui e radicali cambiamenti, culturali e sociali, è sempre più evidente la centralità educativa che la scuola e l’istruzione e formazione professionale (IeFP) rivestono per la crescita di persone in grado di affrontare le molte sfide che si presentano.

Lo scopo delle istituzioni scolastiche è l’educazione delle nuove generazioni attraverso l’istruzione, ossia l’accompagnamento di ogni alunno nella propria crescita umana e culturale. Tale obiettivo può essere efficacemente perseguito solo in un sistema scolastico e formativo plurale, in cui siano valorizzate al massimo la libertà, l’autonomia e la responsabilità dei protagonisti del rapporto educativo (alunni, famiglie, docenti, personale non docente, dirigenti, gestori).

Il sistema educativo italiano è ancora incompiuto

Un sistema educativo costruito sui pilastri dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e formative, della parità tra scuole statali e non statali e dell’effettiva libertà di scelta educativa delle famiglie, anche mediante i percorsi dell’istruzione e formazione professionale, risulta meglio orientato a sostenere il compito affidato a ogni struttura educativa. Numerose indagini internazionali documentano come i sistemi con un più alto tasso di autonomia delle singole scuole, di pluralismo delle istituzioni formative e di libertà di scelta educativa permettano ai giovani di raggiungere migliori risultati individuali e collettivi e di realizzare una maggiore eguaglianza delle opportunità.

Come stabilito dalla legge 62/2000, il nostro sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole pubbliche statali e dalle scuole pubbliche paritarie gestite dai privati e dagli enti locali, al fine di garantire la libertà di scelta educativa in un contesto di pluralismo scolastico ispirato ai principi della Costituzione italiana e del diritto europeo. Negli anni recenti sono stati assunti concreti provvedimenti a favore delle scuole paritarie e delle famiglie. Ciononostante oggi una piena libertà di scelta educativa non può dirsi pienamente garantita. Il nostro Paese, infatti, è ancora fermo a un sistema che lascia poca autonomia alle singole scuole, che discrimina di fatto le scuole pubbliche paritarie e che impedisce il funzionamento dell’IeFP in buona parte del territorio nazionale.

Sono passati quattordici anni dalla riforma che ha introdotto in Italia l’IeFP, facendone una parte integrante del sistema educativo nazionale (legge 53/2003), ma siamo ancora ben lontani da un’offerta formativa strutturata, diffusa e consolidata in tutto il Paese. Eppure i risultati dei percorsi offerti dalla IeFP appaiono largamente positivi, sia in termini di successo formativo sia dal punto di vista dell’occupabilità degli allievi che ne usufruiscono.

Occorre pertanto un grande cambiamento, affinché il sistema formativo italiano, nel suo complesso, possa perseguire meglio la missione educativa che la società gli affida e che la legge a pieno titolo gli riconosce.

I diritti della persona e la primaria responsabilità educativa della famiglia

La libertà di scelta della scuola da frequentare si basa anzitutto sul diritto di ogni persona all’educazione, cioè ad educarsi e a essere educata secondo le legittime scelte dei genitori (cfr. la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 26).
Tutti i documenti della comunità internazionale sui diritti dell’uomo attestano inoltre il diritto dei genitori all’educazione dei figli e alla libera scelta dell’istituzione educativa. Anche la Costituzione italiana riconosce come in primis sia affidato ai genitori il dovere/diritto di istruire ed educare i figli (art. 30). Rendere effettivo tale diritto significa garantire alla famiglia una vera libertà di scelta tra realtà formative diverse per indirizzo, progetto educativo e gestione statale o non statale.

Gli ostacoli da rimuovere per una vera equità

In tutti i paesi europei, ad eccezione dell’Italia e della Grecia, è assicurato alla scuola non statale un sostegno economico pubblico che permette alle famiglie di esercitare la scelta della scuola a parità di condizioni. In Italia il costo della scuola paritaria è a carico delle famiglie che la scelgono, sostenendone integralmente i costi nella scuola secondaria e al 70-80% nelle scuole dell’infanzia e primaria. Questa condizione rappresenta un ostacolo rilevantissimo all’esercizio della libera scelta educativa, oltre che una grave discriminazione di quei cittadini che, scegliendo la scuola paritaria, si trovano a pagare due volte, con le rette e con le tasse, il servizio di istruzione pubblico.

Il compimento della legge 62/2000 sulla parità scolastica, con la previsione di misure economiche che garantiscano una effettiva libertà di scelta alle famiglie, permetterebbe all’Italia di ridurre il divario che in questo campo ancora la separa dal resto dell’Europa e di dare finalmente attuazione al dettato costituzionale per il quale “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose” (art. 31).

Una presenza da garantire, nel segno della sussidiarietà

Il sistema educativo di istruzione e formazione accoglie in Italia circa nove milioni di alunni: circa 7.800.000 nelle scuole statali, quasi un milione nelle scuole paritarie e circa 150.000 nei centri di formazione professionale accreditati.
La presenza delle scuole paritarie nel nostro Paese, di cui il 70% sono scuole dell’infanzia, si va progressivamente riducendo per una pluralità di ragioni, delle quali la più rilevante è l’ostacolo costituito dai costi che ricadono sulle famiglie.

Urge pertanto intervenire per dare piena attuazione alla legge 62/2000 al fine di garantire effettivamente, nell’unico sistema nazionale di istruzione, la presenza delle scuole paritarie e dell’IeFP, che erogano un servizio pubblico, aperto a tutti, condotto nel rispetto di criteri rigorosi e sottoposto a severi controlli.

La valorizzazione del servizio pubblico di istruzione assicurato anche da soggetti diversi dallo Stato attuerebbe inoltre quel principio di sussidiarietà, presente nella nostra carta costituzionale, che rappresenta il punto di riferimento fondamentale per il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society, sempre più necessario in tutto l’Occidente.

Il diritto allo studio da garantire anche mediante l’IeFP

Lo Stato continua a non tutelare il diritto all’istruzione e formazione che pure è formalmente promesso agli allievi che frequentano o che intenderebbero frequentare i percorsi della IeFP, così frustrando ed impedendo di fatto la libertà di scelta educativa delle famiglie.
I percorsi di IeFP sono infatti attivati soltanto in alcune Regioni, che sono gli enti cui la Costituzione riconosce la competenza esclusiva in materia, mentre in altre Regioni – proprio là dove i bisogni formativi professionalizzanti appaiono più impellenti e la dispersione scolastica più elevata – tali percorsi sono di fatto preclusi o fortemente limitati.

Occorre pertanto un intervento nazionale, un “piano nazionale per l’azione formativa”, che coinvolga tutte le Amministrazioni impegnate nella IeFP in un impegno comune che consenta l’effettivo determinarsi di un assetto nazionale del settore e coniughi efficacemente l’impiego delle risorse pubbliche e la libertà di scelta educativa delle famiglie anche in questo campo.

IL SISTEMA PARITARIO A REGIME: UNA PLURALITA’ DI MISURE COMPLEMENTARI

Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica ritiene che per il raggiungimento della piena parità, non solo giuridica ma anche economica delle scuole non statali, sia necessario approntare una serie di interventi diversificati sulla base delle complesse situazioni sociali, giuridiche, economiche, territoriali e ordinamentali. Per questo motivo si prospettano di seguito alcune proposte fra loro alternative o complementari.

1. Quota capitaria per tutte le scuole del sistema nazionale di istruzione

La via maestra per assicurare un’effettiva autonomia delle istituzioni scolastiche e una reale parità scolastica passa dalla riorganizzazione del finanziamento dell’intero sistema nazionale di istruzione (scuole statali e paritarie) attraverso la definizione di una quota capitaria, ossia una determinata somma per ogni alunno frequentante la scuola.

Accompagnata da un sistema di convenzionamento per singolo istituto, la quota capitaria costituisce la misura principale per la definizione di un fondo di bilancio permanente da attribuire a ciascuna scuola del sistema nazionale di istruzione.
Presupposto di tale impostazione è la definizione del costo standard per allievo, cioè l’individuazione del costo ottimale per l’istruzione di ogni alunno. Il costo standard per allievo è soggetto ad una pluralità di variabili (grado scolastico, indirizzo della scuola, situazione di handicap, collocazione geografica della scuola, Pof, ecc.).

2. Convenzionamento

Lo strumento privilegiato per la disciplina dei rapporti economici tra lo Stato e le istituzioni scolastiche paritarie è quello della convenzione economica, per assicurare ai gestori adeguate certezze sull’ammontare dei finanziamenti e sui tempi di erogazione degli stessi.
La convenzione da stipularsi tra le scuole paritarie e lo Stato deve tendere a coprire il più possibile i costi di funzionamento, in particolare quelli per il personale.

3. Detraibilità delle spese scolastiche

Anche nell’ipotesi in cui si arrivi a un’effettiva parità giuridica ed economica all’interno del sistema di istruzione, vi saranno sempre spese scolastiche che restano a carico delle famiglie. Per questo, il sistema fiscale deve permettere alle famiglie la detraibilità dalle imposte delle spese sostenute per l’istruzione dei figli (con una detraibilità parziale di tali spese). Si tratta di una possibilità già introdotta negli ultimi anni, che deve però essere decisamente rafforzata sotto il profilo della dotazione finanziaria e accompagnata da misure che non penalizzino gli incapienti.

4. Misure di diritto allo studio (buono scuola, assistenza disabili, refezione, trasporto…)

In Italia, in base alla Costituzione, il diritto allo studio fa capo alle Regioni e agli Enti locali e comprende tutti gli interventi strumentali al pieno godimento del servizio all’istruzione (mensa, trasporto, assistenza per handicap, libri di testo, ecc.).
Negli anni si è consolidato il principio per cui il diritto allo studio è un diritto soggettivo della persona e non può subire applicazioni diverse a seconda della scuola frequentata (statale o paritaria).

Gli interventi di diritto allo studio sono di norma non “universali”, ma “selettivi”, calibrati cioè in base alla capacità economica della famiglia (Isee). Negli ultimi anni alcune Regioni e Comuni hanno destinato somme alle famiglie per il pagamento delle rette della scuola paritaria (buono scuola, dote scuola, voucher, ecc.). La scelta della scuola è stata così vista non più come un lusso, ma come un diritto da assicurare anche alle famiglie meno abbienti. Si tratta di un riconoscimento molto importante anche dal punto di vista culturale.

Le misure di diritto allo studio, se disciplinate nei tratti essenziali a livello nazionale, possono rappresentare un ulteriore importante strumento per l’attuazione della parità scolastica.

5. Sostegno per alunni disabili

Le misure straordinarie adottate in questi anni per assicurare il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità sono consistite quasi esclusivamente nell’assunzione di docenti di sostegno per la scuola statale. L’aumento dei contributi statali per le paritarie che accolgono disabili non è sufficiente a coprire, se non in piccolissima parte, il costo del personale di sostegno necessario.

Al fine di rendere effettivo il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità che frequentano le scuole paritarie e la libertà di scelta delle loro famiglie, è quindi necessario che lo Stato assicuri la piena copertura del costo del personale docente di sostegno.

6. Agevolazioni fiscali per l’ente gestore di scuola paritaria

Un’altra leva per la parità è rappresentata dalla fiscalità di vantaggio (rispetto al regime previsto per le imprese) per l’ente gestore di scuola paritaria, al fine di ridurre la distanza dal regime fiscale di cui gode la scuola statale. In questo campo è fondamentale la distinzione fra soggetti lucrativi e non lucrativi.

Si elencano solo alcuni temi:

  • –  non commercialità della attività di scuola paritaria ai fini fiscali;

  • –  applicabilità del regime Onlus;

  • –  estensione dell’esenzione IMU/TASI;

  • –  applicazione dell’agevolazione TARI prevista per le scuole statali.

7. Parità di accesso tra statali e paritarie alle misure promozionali per l’istruzione

L’esclusione dalle misure di promozione dell’istruzione di cui le scuole paritarie sono attualmente fatte oggetto è iniqua e va superata. Si elencano alcuni ambiti, fra gli altri, in cui occorre intervenire per superare l’attuale discriminazione:

  • –  incentivi formazione docenti;

  • –  partecipazione ai progetti del MIUR;

  • –  innovazione tecnologica;

  • –  iniziative extrascolastiche;

  • –  edilizia scolastica.

8. Formazione iniziale per i docenti della scuola secondaria

La riforma dei percorsi di formazione, per chi intende svolgere la professione docente nella scuola secondaria, deve garantire tempi e procedure certe che permettano realmente ai giovani che lo desiderano di verificare l’ipotesi professionale dell’insegnamento.
Tali percorsi devono coinvolgere un numero di docenti tale da consentire anche alle scuole paritarie di poter utilizzare personale specializzato ai sensi di legge.

L’EFFETTIVA ATTUAZIONE DEL SISTEMA NAZIONALE DI IeFP SULL’INTERO TERRITORIO NAZIONALE

1. Un sistema omogeneo di Unità di Costo Standard (UCS)

Appare indispensabile promuovere la definizione di un metodo di finanziamento regionale della IeFP che superi le attuali difformità che impediscono l’efficiente erogazione di percorsi formativi di qualità e mettono a grave rischio la stabilità e la stessa sopravvivenza del patrimonio costituito dalle istituzioni formative accreditate. Esse sono il prezioso frutto della libera iniziativa delle formazioni sociali costituite ed operanti con fini solidaristici e rispondono al principio della sussidiarietà orizzontale affermato dalla Costituzione.

Per questo motivo, come peraltro chiesto anche dal Coordinamento delle Regioni, si propone la predisposizione di un sistema di Unità di Costo Standard, determinato secondo criteri oggettivi di efficienza e qualità del servizio erogato, e basato su precisi indicatori, in modo da semplificare le procedure di rendicontazione, armonizzare e razionalizzare la spesa pubblica e determinare con certezza le risorse impiegate, così da consentire inoltre la corretta programmazione delle attività formative da parte delle istituzioni della IeFP.

2. La definizione dei livelli essenziali delle prestazioni

Al fine di assicurare la piena libertà della scelta educativa, è necessario sostenere lo sviluppo del sistema della IeFP su tutto il territorio nazionale nel rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) che, previsti in via generale dalla normativa dello Stato (d. lgs. 226/2005), non sono stati ancora oggetto della necessaria regolamentazione. E’ dunque opportuno definire i LEP in materia di IeFP per garantire a tutti i giovani condizioni di effettiva eguaglianza.

3. Il rafforzamento degli strumenti nazionali di raccordo

A tal proposito, si propone di rafforzare gli strumenti di raccordo tra i diversi livelli istituzionali coinvolti (a partire dal Ministero per il Lavoro), in modo che la IeFP possa svolgersi nelle diverse realtà regionali in modo coordinato, superando contrasti e omissioni che impediscono di fatto la concreta diffusione del sistema della IeFP in tutto il territorio nazionale e il suo necessario consolidamento.

4. Un più efficace collegamento con il mondo del lavoro e delle professioni

Inoltre, per consentire la migliore efficacia della scelta educativa professionalizzante in collegamento con il mondo del lavoro e delle professioni, va approfondita e migliorata l’esperienza del sistema duale appena avviata e vanno apportati i necessari aggiornamenti alle figure nazionali definite con accordo Stato-Regioni e per le quali si richiede un arricchimento con nuove figure e competenze.

5. Un sistema davvero nazionale e compiuto

Occorre poi assicurare effettivo valore nazionale ai titoli delle Regioni, così come garantire che la filiera formativa della IeFP possa compiutamente estendersi sull’intero territorio nazionale anche ai percorsi dell’istruzione tecnica superiore, rafforzando e stabilizzando l’esperienza degli IFTS e degli ITS, sinora limitata ad una dimensione esigua, se non addirittura sperimentale.

6. La garanzia delle risorse

I diritti delle famiglie che intendono far frequentare ai loro figli i percorsi della IeFP vanno effettivamente rispettati in tutto il territorio nazionale, consentendo nei fatti che le istituzioni formative accreditate possano erogare un’offerta educativa di qualità in tutte le Regioni. Ciò vuol dire, in ogni Regione, attribuire risorse finanziarie specifiche, stabili e certe alla IeFP, sulla base di una programmazione pluriennale – almeno triennale – che consenta di dare sufficiente continuità all’erogazione dei percorsi formativi.

7. L’estensione delle misure agevolative regionali e statali

Il diritto allo studio va egualmente garantito anche agli allievi della IeFP. Andrebbero pertanto estese alle istituzioni formative accreditate le misure previste per l’innovazione e il miglioramento qualitativo dell’offerta formativa, prevedendo, ad esempio, sgravi fiscali per le imprese che investono nei laboratori o che sono presenti in vario modo presso le istituzioni formative.

Lo stesso vale per le sopra richiamate misure per il diritto allo studio (circa l’assistenza disabili, la refezione, il trasporto, ecc.), per la garanzia dell’accesso delle istituzioni accreditate alle misure promozionali per l’istruzione previste a livello statale e per il riconoscimento di agevolazioni fiscali collegate alla natura non lucrativa e solidaristica delle attività svolte dalle istituzioni formative. Il diritto di pari opportunità tra allievi dei percorsi formativi e studenti delle scuole statali è stato recentemente riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 284 del 2016.

8. La semplificazione delle procedure e la coerenza legislativa

Le istituzioni formative accreditate sono soggette a procedure talora inutilmente complesse, collegate a oneri burocratici non sempre giustificati, e talvolta arbitrariamente differenziate tra le diverse Regioni. Appare dunque opportuno rivedere ed aggiornare le discipline regionali sulla base del principio della semplificazione, redigendo testi unici e coordinati delle disposizioni vigenti, e assicurandone l’effettiva coerenza con i principi generali stabiliti nella legislazione statale.

Roma 7 giugno 2017