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Scuola. Soggetti affetti da (DSA). Detrazione con scontrino parlante

Marcello Tarabusi e Giovanni Trombetta

La nuova detrazione per i soggetti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) potrà essere documentata anche con lo scontrino parlante che contiene il codice fiscale del soggetto portatore. È quanto emerge dal provvedimento delle Entrate del 6 aprile scorso che attua la norma introdotta dalla legge di Bilancio 2018 (articolo 1, comma 665, lettera a, legge 205/2017). Norma che prevede a partire dall’anno d’imposta 2018 (quindi con effetto dalla dichiarazione dei redditi che verrà presentata nel 2019) una detrazione del 19%, senza franchigia né tetti di spesa, per i soggetti affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa).

Ma facciamo un passo indietro. La legge 170/2010 («Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico») elenca quattro tipologie di Dsa:

dislessia, ossia difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura;

disgrafia, ossia difficoltà nella realizzazione grafica;

disortografia, o difficoltà nei processi linguistici di transcodifica;

discalculia, una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.

Si tratta di quattro disturbi relativamente comuni, caratterizzati dalla limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana, pur in presenza di capacità cognitive adeguate ed assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali.

A partire dall’anno d’imposta 2018 i soggetti affetti da Dsa hanno diritto alla detrazione del 19% sulle spese sostenute:

per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici (legge 170/2010) necessari all’apprendimento;

per l’uso di strumenti compensativi che favoriscano la comunicazione verbale e che assicurino ritmi graduali di apprendimento delle lingue straniere.

Sono detraibili le spese per l’acquisto di tutti gli strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Un’elencazione esemplificativa, ma non tassativa, si trova nelle linee guida allegate al decreto del Miur 5669/2011: sintesi vocale, registratore, programmi di video scrittura con correttore ortografico, calcolatrice, altri strumenti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.

Si considerano sussidi tecnici ed informatici le apparecchiature e i dispositivi basati su tecnologie meccaniche, elettroniche o informatiche, quali, ad esempio, i computer necessari per i programmi di videoscrittura, appositamente fabbricati o di comune reperibilità, preposti a facilitare la comunicazione interpersonale, l’elaborazione scritta o grafica, l’accesso all’informazione e alla cultura.

La detrazione spetta per le spese sostenute, a partire dal 1° gennaio 2018, dai soggetti con diagnosi di (Dsa), minorenni o anche maggiorenni, fino al completamento della scuola secondaria di secondo grado. Il contribuente può usufruire della detrazione anche se sostiene la spesa per un familiare con diagnosi di Dsa, a patto che si tratti di familiare fiscalmente a carico.

Per accedere della detrazione la diagnosi di Dsa deve risultare da un certificato rilasciato dal Servizio sanitario nazionale oppure da specialisti o strutture accreditati in base all’articolo 3, comma 1, della legge 170/2010. Il collegamento funzionale tra i sussidi e gli strumenti compensativi e il disturbo diagnosticato deve risultare dalla certificazione o da una prescrizione autorizzativa del medico.

Le spese, come anticipato, vanno documentate da fattura o scontrino fiscale parlante con il codice fiscale del soggetto affetto da Dsa e la natura del prodotto acquistato o utilizzato.

in Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2018

Aleppo. Una città distrutta dalla guerra. Il contributo delle scuole cattoliche

Gianni Mereghetti

In Siria non c’è libertà di educazione, ma quello che ho visto oggi è un segno incoraggiante: chi vuole la libertà di educare, può prendersela. Vado ad el Ram, accompagnato da padre Bassam, e visito il convento francescano dove sono cadute diverse bombe, del resto basta guardarsi intorno per capire cosa sia stata la crudeltà della guerra. Padre Bassam mi fa vedere l’opera di ricostruzione che si sta facendo e dall’alto del convento la scuola statale di cui si può dire, eufemisticamente, che utilizza i locali dei francescani. Poi scendendo nei sotterranei mi fa scoprire pian piano il miracolo che si schiude davanti a noi.

Scendiamo a basso, ci sono già alcune aule con delle maestre, poi risaliamo ed entriamo nella struttura della scuola per i sordomuti, il suo nome è “École d’Habilitation et d’Initiation pour les Sourds“. Scopro così questa scuola libera messa in piedi da due genitori che avevano un figlio sordo. Oggi non ci sono bambini, ma solo le maestre che hanno un giorno la settimana per confrontarsi sul lavoro che fanno e per aggiornarsi sugli strumenti da usare.

Questa esperienza è unica ad Aleppo, è frequentata da bambini cristiani e musulmani, affronta un bisogno reale. Qui si insegna il linguaggio dei segni e si svolge il programma statale per portare tutti i bambini e le bambine a sostenere gli esami statali per conseguire la licenza. Lo scopo per cui questa scuola è iniziata e di cui vive è condividere il bisogno delle famiglie che hanno figli sordi, e lo si fa assumendo tutte le dimensioni del bisogno, da quello di ascoltare, capire, rispondere fino a quello di apprendere, il tutto dentro una prospettiva umana. Questo è un luogo libero, perché ogni bambino, ogni bambina è guardato per ciò che è e la sua sordità non è più un limite. Mi fanno vedere uno spettacolo di danza fatto da questi bambini e bambine che mi fa piangere dalla commozione: sembra impossibile che una bambina sorda balli seguendo il ritmo della musica! Quest’anno il tema che la scuola affronterà è quello della pace, ogni bambino e ogni bambina ogni giorno avranno una frase di cui devono trovare un comportamento concreto che la realizzi.

Poi padre Bassam mi porta nella scuola delle Suore del Rosario, una scuola che si trova in un edificio bombardato, infatti siamo nella zona più distrutta di Aleppo. Qui queste suore coraggiose hanno mantenuto la loro scuola secondo l’identità cristiana. Certo sono controllate, vi è un’ispettrice dello Stato, cui hanno riservato un gabbiotto. Lei controlla, ma loro credono nel valore educativo dei principi cristiani e li portano avanti per quanto lo Stato permette di fare, scuola materna e scuola elementare. Commuove vedere come nemmeno l’ostacolo dello Stato fermi un flusso di vita in piena e che l’occhio statale sia inincidente, perché ciò che educa è l’approccio vivo e profondo di queste suore e di queste maestre.

E’ stata una mattinata commovente. Quando usciamo dalla scuola delle Suore del Rosario mi si presentano davanti agli occhi le rovine di Aleppo, ma più forte di queste macerie è l’impegno ad educare. Un fiore che cresce dentro la città ferita.

in Il SUSSIDIARIO 5 gennaio 2018

 

Le scuole cattoliche in Italia sono oltre 8.300

Sono oltre 8.300 le scuole cattoliche nel nostro Paese, due terzi di tutte le paritarie, con 54 mila insegnanti e 611mila alunni di cui 31 mila con cittadinanza non italiana e 7 mila disabili. Sono alcuni dei dati che emergono dal XIX Rapporto sulla scuola cattolica in Italia presentato ieri alla Camera.

E’ record al Nord di presenza di scuole cattoliche (8.322), con le regioni settentrionali che ne raccolgono oltre il 57,9% (4.821), mentre il 16% (1.328) sono al Centro e il 26,1% (2.173) sono al Sud e nelle isole. Sono alcuni dei dati che emergono dal dossier (sono esclusi i dati di Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige che raccolgono dati in modalità diversa).

La Lombardia è la regione che presenza in assoluto il numero maggiore di istituti cattolici (sono 1963), seguita dal Veneto (1.232) e dal Lazio (719). A seguire l’Emilia Romagna (640), la Campania (615), il Piemonte (563), la Sicilia (485), la Toscana (436). Numero ridotto, invece per Molise (26), Basilicata (40), Umbria (78) e Marche (95).

Quanto a presenza degli studenti, le ragazze sono poco meno della metà (48,4%) con un’ampiezza non eccessiva e un rapportodi alunni per scuola pari a 73,5 ragazzi per istituto, dato che diminuisce nell’infanzia e che raddoppia alle elementari. Nelle classi sono presenti in media 20,9 alunni. Sono tante le scuole che rimangono aperte anche il pomeriggio, sia per attività didattiche (oltre il 70%, di cui il 42% tutti i giorni), sia per iniziative extrascolastiche (82%, con il 54% per 5 giorni a settimana).

 

La scuola cattolica in Italia. XIX Rapporto 2017

Nunzio Galantino, Il valore della parità scolastica

A proposito di libertà educativa

Il Rapporto di quest’anno del Centro Studi per la Scuola Cattolica reca un titolo sul quale vale la pena soffermarsi un attimo con attenzione: Il valore della parità. Il titolo gioca intenzionalmente sull’ambiguità del concetto di valore, interpretabile in termini materiali ed economici oppure in termini più ideali. Credo che sia giusto tenere insieme i due significati del termine, perché non si può ridurre tutto a una questione di soldi, né si può fare solo un discorso teorico sui benefici del pluralismo educativo senza fare i conti con i costi di un tale sistema. Il Rapporto ci consente di tenere uniti i due aspetti, evitando letture unilaterali o parziali. E mi sembra che tra i due versanti del problema debba essere la dimensione ideale a prevalere su quella materiale.

Si sente spesso ripetere che l’esistenza delle scuole paritarie costituisce un grosso risparmio per lo Stato, poiché si tratta di circa un milione di alunni che assolvono regolarmente i loro obblighi scolastici senza gravare che in minima parte sulle casse dello Stato. Ma non è questa l’impostazione che intendo dare alla questione, proprio perché credo che il significato ideale del pluralismo educativo debba prevalere sulla convenienza economica e sarebbe ben triste se alla fine lo Stato dovesse convincersi a sostenere le scuole paritarie solo perché ci guadagna. In realtà sono in gioco valori molto più importanti e fondamentali.

È in gioco anzitutto il diritto incomprimibile dei genitori a scegliere l’educazione scolastica più adatta per i propri figli. Lo ha ricordato anche Papa Francesco nell’Amoris Laetitia, al n. 84, che vale la pena rileggere. Dice il Papa: «Mi sembra molto importante ricordare che l’educazione integrale dei figli è “dovere gravissimo” e allo stesso tempo “diritto primario” dei genitori. Non si tratta solamente di un’incombenza o di un peso, ma anche di un diritto essenziale e insostituibile che sono chiamati a difendere e che nessuno dovrebbe pretendere di togliere loro. Lo Stato offre un servizio educativo in maniera sussidiaria, accompagnando la funzione non delegabile dei genitori, che hanno il diritto di poter scegliere con libertà il tipo di educazione – accessibile e di qualità – che intendono dare ai figli secondo le proprie convinzioni. La scuola non sostituisce i genitori bensì è ad essi complementare. Questo è un principio basilare: “Qualsiasi altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro incarico”».

Il punto di partenza deve essere la responsabilità educativa dei genitori e la libertà che deve essere loro assicurata di poter scegliere la scuola dei figli senza condizionamenti di sorta: economici, pratici, giuridici. La libertà deve essere effettiva o non è libertà.

Il Rapporto ci mostra come i documenti internazionali condannino ogni forma di monopolio educativo statale. L’educazione è un diritto primario e deve essere garantita nella sua piena libertà. Per l’Italia la parità scolastica dovrebbe offrire questa garanzia di libertà ed infatti essa è innanzitutto un principio costituzionale, contenuto nel ben noto art. 33 della nostra Costituzione, del quale si tende a ricordare solo la clausola “senza oneri per lo stato”, anziché il principio di fondo, cioè il diritto di enti e privati di istituire scuole e istituti di educazione.

Scuola pubblica statale e Scuola pubblica paritaria: né avversari né concorrenti

La scuola statale non è certo un avversario, anzi le va riconosciuto il merito di aver alfabetizzato gli italiani negli ultimi decenni e di essere oggi impegnata a garantire a tutti gli alunni una formazione di qualità. Non è quindi in termini conflittuali che desidero impostare il rapporto e il confronto tra scuola statale e scuola paritaria ma, come si afferma nella presentazione del Rapporto, «l’educazione non è un servizio qualsiasi che può essere assicurato da qualunque gestore perché il suo contenuto è indifferente. […] la scuola non è una qualsiasi agenzia di servizi ma il principale collaboratore della famiglia nell’educazione dei figli».

Spetta indubbiamente alla Repubblica, secondo la saggia formula dell’art. 33, dettare le norme generali sull’istruzione e istituire scuole statali di ogni ordine e grado per assicurare il servizio su tutto il territorio nazionale, fissando un modello o uno standard minimo di offerta formativa. Ma deve essere assicurata a tutti la possibilità di promuovere scuole che, nel rispetto delle regole fissate dallo Stato, possano soddisfare una più ricca e articolata domanda educativa. La libertà di insegnamento con cui si apre l’art. 33 («L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento») non è solo la libertà didattica e metodologica degli insegnanti ma anche e soprattutto la libertà garantita dall’intero sistema di accostare le arti e le scienze con una pluralità di approcci metodologici e valoriali, ovviamente nel rispetto della natura culturale, epistemologica e formativa degli oggetti dell’insegnamento. Ridurre tutta la libertà di insegnamento e di istituire scuole alla sola condizione che non si creino oneri per lo Stato è una lettura miope e restrittiva di un problema che merita un respiro ben più ampio e attento.

 La riforma scolastica: un’incompiuta?

In appendice al Rapporto è stato pubblicato anche un documento approvato nei mesi scorsi dal Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, dal titolo Autonomia, parità e libertà di scelta educativa. Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica è l’organismo che riunisce tutte le sigle operanti nel mondo della scuola cattolica ed ha raggiunto una posizione unitaria sulla situazione del sistema italiano di istruzione e formazione che rimane incompiuto sotto diversi aspetti:

  • è incompiuta l’autonomia, che ancora risulta sotto una forte tutela dell’amministrazione statale che fissa i confini per l’esercizio dell’autonomia stessa e fornisce solo a una parte del sistema nazionale gli strumenti per realizzarla;
  • è incompiuta la parità, che a 17 anni dalla legge istitutiva è ancora solo una dichiarazione nominale: una parità giuridica non accompagnata da una parità economica è una parità formale e non sostanziale;
  • è incompiuta la libertà di scelta educativa, che troviamo in tutti i documenti internazionali e nella Costituzione italiana, ma che risulta essere solo un enunciato teorico non accompagnato da strumenti concreti che rendano effettivo questo diritto.

Lo stesso documento del Consiglio Nazionale riconosce però che negli ultimi anni sono stati fatti alcuni passi per rendere questi principi sempre meno astratti. C’è ancora molta strada da fare e il Consiglio Nazionale passa in rassegna alcune proposte che, complementari tra loro, possono contribuire a realizzare un sistema davvero “nazionale” ed una parità davvero equa.

Non entro nel merito degli aspetti tecnici delle diverse proposte (dal costo standard alle convenzioni, dalle misure fiscali a quelle per il diritto allo studio, ecc.). Mi limito a ricordare che all’incompiutezza del sistema contribuisce anche la condizione di emarginazione della formazione professionale, ulteriore possibilità di scelta educativa che viene di fatto negata in tutte quelle Regioni che hanno deciso di non attivare i relativi percorsi scaricandoli sull’istruzione professionale di Stato. Eppure tutti i dati mostrano quanto la formazione professionale sia in grado di intercettare positivamente le attese di tanti giovani, consentendo loro di inserirsi nel mondo del lavoro molto più rapidamente di quanto riesca a fare la scuola, anche grazie a una metodologia attiva e laboratoriale che riesce a coinvolgere di più soprattutto i cosiddetti ragazzi “difficili” che la scuola si lascia scappare. Oltre ad essere una mancata occasione di libertà di scelta educativa, dunque, la condizione attuale della formazione professionale in Italia è anche una strategia sbagliata perché tende a tagliare proprio i rami più fruttiferi del sistema, che non a caso si chiama “di istruzione e formazione”.

Sto parlando dell’intero sistema nazionale – inteso nella sua accezione completa, composto da scuole statali e scuole paritarie e da scuole e centri di formazione professionale – perché come Chiesa abbiamo a cuore non solo le scuole cattoliche ma tutte le scuole. Abbiamo a cuore tutti gli alunni e auspichiamo per ognuno di essi un’offerta formativa all’altezza delle attese, in nome dell’interesse personale di ognuno e per il bene di tutto il Paese. Perché tutti gli alunni, di scuola statale e non statale, una volta usciti dalla scuola e entrati nel mondo del lavoro, avranno la responsabilità di mandare avanti insieme il nostro Paese.

Da parte nostra, ovviamente, c’è una particolare attenzione alla scuola cattolica perché avvertiamo la responsabilità di assicurare alle future generazioni un’educazione di qualità. Con un certo orgoglio possiamo notare come tante soluzioni adottate inizialmente a titolo sperimentale nelle nostre scuole sono poi transitate nel sistema statale ed sono potute tornare utili a un maggior numero di ragazzi. Mi ha fatto piacere leggere nel Rapporto che alcuni studiosi americani parlano di un “effetto scuola cattolica” come fattore di efficacia del servizio educativo: è in certo modo intuitivo che una scuola che possa contare su una motivazione ideale aggiuntiva nei propri docenti possa poi ottenere migliori risultati anche nella formazione dei propri allievi, ma vedere questa intuizione empirica suffragata da autorevoli ricerche scientifiche è senz’altro motivo di soddisfazione.

Come Chiesa teniamo molto all’identità ecclesiale delle nostre scuole, che sono scelte proprio per la qualità del servizio che offrono e per la bontà dell’ambiente di apprendimento. In quanto scuole paritarie, anche le scuole cattoliche partecipano alle rilevazioni ultimamente previste per la valutazione della qualità. Da un certo punto di vista, la continuità nella scelta delle scuole cattoliche da parte delle famiglie, pur in condizioni economiche sfavorevoli, è la miglior prova della qualità del loro servizio. Ritengo dunque di dover difendere questa libertà dei genitori. Se non potesse essere esercitata, tutto il sistema (e il nostro Paese) sarebbe meno libero.

(Intervento di presentazione del XIX Rapporto, Roma, 24 ottobre 2017)

 

 

Scuola cattolica. Autonomia, parità, libertà di scelta educativa

Con un breve documento, che di seguito riportiamo, il Consiglio Nazionale Scuola Cattolica della CEI, che coordina le diverse Associazioni rappresentative delle scuole cattoliche di ogni ordine e grado, suggerisce alcune modalità perché anche in Italia ci sia un effettivo e completo riconoscimento delle scuole cattoliche paritarie e quindi un vero sistema educativo nazionale “integrato”, costituito da scuole  statali e scuole paritarie, tutte “pubbliche”, perché tutte svolgono un servizio “pubblico” e di interesse “pubblico”.

Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica

AUTONOMIA, PARITA’ E LIBERTA’ DI SCELTA EDUCATIVA

In un tempo come quello attuale, caratterizzato da continui e radicali cambiamenti, culturali e sociali, è sempre più evidente la centralità educativa che la scuola e l’istruzione e formazione professionale (IeFP) rivestono per la crescita di persone in grado di affrontare le molte sfide che si presentano.

Lo scopo delle istituzioni scolastiche è l’educazione delle nuove generazioni attraverso l’istruzione, ossia l’accompagnamento di ogni alunno nella propria crescita umana e culturale. Tale obiettivo può essere efficacemente perseguito solo in un sistema scolastico e formativo plurale, in cui siano valorizzate al massimo la libertà, l’autonomia e la responsabilità dei protagonisti del rapporto educativo (alunni, famiglie, docenti, personale non docente, dirigenti, gestori).

Il sistema educativo italiano è ancora incompiuto

Un sistema educativo costruito sui pilastri dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e formative, della parità tra scuole statali e non statali e dell’effettiva libertà di scelta educativa delle famiglie, anche mediante i percorsi dell’istruzione e formazione professionale, risulta meglio orientato a sostenere il compito affidato a ogni struttura educativa. Numerose indagini internazionali documentano come i sistemi con un più alto tasso di autonomia delle singole scuole, di pluralismo delle istituzioni formative e di libertà di scelta educativa permettano ai giovani di raggiungere migliori risultati individuali e collettivi e di realizzare una maggiore eguaglianza delle opportunità.

Come stabilito dalla legge 62/2000, il nostro sistema nazionale di istruzione è costituito dalle scuole pubbliche statali e dalle scuole pubbliche paritarie gestite dai privati e dagli enti locali, al fine di garantire la libertà di scelta educativa in un contesto di pluralismo scolastico ispirato ai principi della Costituzione italiana e del diritto europeo. Negli anni recenti sono stati assunti concreti provvedimenti a favore delle scuole paritarie e delle famiglie. Ciononostante oggi una piena libertà di scelta educativa non può dirsi pienamente garantita. Il nostro Paese, infatti, è ancora fermo a un sistema che lascia poca autonomia alle singole scuole, che discrimina di fatto le scuole pubbliche paritarie e che impedisce il funzionamento dell’IeFP in buona parte del territorio nazionale.

Sono passati quattordici anni dalla riforma che ha introdotto in Italia l’IeFP, facendone una parte integrante del sistema educativo nazionale (legge 53/2003), ma siamo ancora ben lontani da un’offerta formativa strutturata, diffusa e consolidata in tutto il Paese. Eppure i risultati dei percorsi offerti dalla IeFP appaiono largamente positivi, sia in termini di successo formativo sia dal punto di vista dell’occupabilità degli allievi che ne usufruiscono.

Occorre pertanto un grande cambiamento, affinché il sistema formativo italiano, nel suo complesso, possa perseguire meglio la missione educativa che la società gli affida e che la legge a pieno titolo gli riconosce.

I diritti della persona e la primaria responsabilità educativa della famiglia

La libertà di scelta della scuola da frequentare si basa anzitutto sul diritto di ogni persona all’educazione, cioè ad educarsi e a essere educata secondo le legittime scelte dei genitori (cfr. la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 26).
Tutti i documenti della comunità internazionale sui diritti dell’uomo attestano inoltre il diritto dei genitori all’educazione dei figli e alla libera scelta dell’istituzione educativa. Anche la Costituzione italiana riconosce come in primis sia affidato ai genitori il dovere/diritto di istruire ed educare i figli (art. 30). Rendere effettivo tale diritto significa garantire alla famiglia una vera libertà di scelta tra realtà formative diverse per indirizzo, progetto educativo e gestione statale o non statale.

Gli ostacoli da rimuovere per una vera equità

In tutti i paesi europei, ad eccezione dell’Italia e della Grecia, è assicurato alla scuola non statale un sostegno economico pubblico che permette alle famiglie di esercitare la scelta della scuola a parità di condizioni. In Italia il costo della scuola paritaria è a carico delle famiglie che la scelgono, sostenendone integralmente i costi nella scuola secondaria e al 70-80% nelle scuole dell’infanzia e primaria. Questa condizione rappresenta un ostacolo rilevantissimo all’esercizio della libera scelta educativa, oltre che una grave discriminazione di quei cittadini che, scegliendo la scuola paritaria, si trovano a pagare due volte, con le rette e con le tasse, il servizio di istruzione pubblico.

Il compimento della legge 62/2000 sulla parità scolastica, con la previsione di misure economiche che garantiscano una effettiva libertà di scelta alle famiglie, permetterebbe all’Italia di ridurre il divario che in questo campo ancora la separa dal resto dell’Europa e di dare finalmente attuazione al dettato costituzionale per il quale “la Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose” (art. 31).

Una presenza da garantire, nel segno della sussidiarietà

Il sistema educativo di istruzione e formazione accoglie in Italia circa nove milioni di alunni: circa 7.800.000 nelle scuole statali, quasi un milione nelle scuole paritarie e circa 150.000 nei centri di formazione professionale accreditati.
La presenza delle scuole paritarie nel nostro Paese, di cui il 70% sono scuole dell’infanzia, si va progressivamente riducendo per una pluralità di ragioni, delle quali la più rilevante è l’ostacolo costituito dai costi che ricadono sulle famiglie.

Urge pertanto intervenire per dare piena attuazione alla legge 62/2000 al fine di garantire effettivamente, nell’unico sistema nazionale di istruzione, la presenza delle scuole paritarie e dell’IeFP, che erogano un servizio pubblico, aperto a tutti, condotto nel rispetto di criteri rigorosi e sottoposto a severi controlli.

La valorizzazione del servizio pubblico di istruzione assicurato anche da soggetti diversi dallo Stato attuerebbe inoltre quel principio di sussidiarietà, presente nella nostra carta costituzionale, che rappresenta il punto di riferimento fondamentale per il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society, sempre più necessario in tutto l’Occidente.

Il diritto allo studio da garantire anche mediante l’IeFP

Lo Stato continua a non tutelare il diritto all’istruzione e formazione che pure è formalmente promesso agli allievi che frequentano o che intenderebbero frequentare i percorsi della IeFP, così frustrando ed impedendo di fatto la libertà di scelta educativa delle famiglie.
I percorsi di IeFP sono infatti attivati soltanto in alcune Regioni, che sono gli enti cui la Costituzione riconosce la competenza esclusiva in materia, mentre in altre Regioni – proprio là dove i bisogni formativi professionalizzanti appaiono più impellenti e la dispersione scolastica più elevata – tali percorsi sono di fatto preclusi o fortemente limitati.

Occorre pertanto un intervento nazionale, un “piano nazionale per l’azione formativa”, che coinvolga tutte le Amministrazioni impegnate nella IeFP in un impegno comune che consenta l’effettivo determinarsi di un assetto nazionale del settore e coniughi efficacemente l’impiego delle risorse pubbliche e la libertà di scelta educativa delle famiglie anche in questo campo.

IL SISTEMA PARITARIO A REGIME: UNA PLURALITA’ DI MISURE COMPLEMENTARI

Il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica ritiene che per il raggiungimento della piena parità, non solo giuridica ma anche economica delle scuole non statali, sia necessario approntare una serie di interventi diversificati sulla base delle complesse situazioni sociali, giuridiche, economiche, territoriali e ordinamentali. Per questo motivo si prospettano di seguito alcune proposte fra loro alternative o complementari.

1. Quota capitaria per tutte le scuole del sistema nazionale di istruzione

La via maestra per assicurare un’effettiva autonomia delle istituzioni scolastiche e una reale parità scolastica passa dalla riorganizzazione del finanziamento dell’intero sistema nazionale di istruzione (scuole statali e paritarie) attraverso la definizione di una quota capitaria, ossia una determinata somma per ogni alunno frequentante la scuola.

Accompagnata da un sistema di convenzionamento per singolo istituto, la quota capitaria costituisce la misura principale per la definizione di un fondo di bilancio permanente da attribuire a ciascuna scuola del sistema nazionale di istruzione.
Presupposto di tale impostazione è la definizione del costo standard per allievo, cioè l’individuazione del costo ottimale per l’istruzione di ogni alunno. Il costo standard per allievo è soggetto ad una pluralità di variabili (grado scolastico, indirizzo della scuola, situazione di handicap, collocazione geografica della scuola, Pof, ecc.).

2. Convenzionamento

Lo strumento privilegiato per la disciplina dei rapporti economici tra lo Stato e le istituzioni scolastiche paritarie è quello della convenzione economica, per assicurare ai gestori adeguate certezze sull’ammontare dei finanziamenti e sui tempi di erogazione degli stessi.
La convenzione da stipularsi tra le scuole paritarie e lo Stato deve tendere a coprire il più possibile i costi di funzionamento, in particolare quelli per il personale.

3. Detraibilità delle spese scolastiche

Anche nell’ipotesi in cui si arrivi a un’effettiva parità giuridica ed economica all’interno del sistema di istruzione, vi saranno sempre spese scolastiche che restano a carico delle famiglie. Per questo, il sistema fiscale deve permettere alle famiglie la detraibilità dalle imposte delle spese sostenute per l’istruzione dei figli (con una detraibilità parziale di tali spese). Si tratta di una possibilità già introdotta negli ultimi anni, che deve però essere decisamente rafforzata sotto il profilo della dotazione finanziaria e accompagnata da misure che non penalizzino gli incapienti.

4. Misure di diritto allo studio (buono scuola, assistenza disabili, refezione, trasporto…)

In Italia, in base alla Costituzione, il diritto allo studio fa capo alle Regioni e agli Enti locali e comprende tutti gli interventi strumentali al pieno godimento del servizio all’istruzione (mensa, trasporto, assistenza per handicap, libri di testo, ecc.).
Negli anni si è consolidato il principio per cui il diritto allo studio è un diritto soggettivo della persona e non può subire applicazioni diverse a seconda della scuola frequentata (statale o paritaria).

Gli interventi di diritto allo studio sono di norma non “universali”, ma “selettivi”, calibrati cioè in base alla capacità economica della famiglia (Isee). Negli ultimi anni alcune Regioni e Comuni hanno destinato somme alle famiglie per il pagamento delle rette della scuola paritaria (buono scuola, dote scuola, voucher, ecc.). La scelta della scuola è stata così vista non più come un lusso, ma come un diritto da assicurare anche alle famiglie meno abbienti. Si tratta di un riconoscimento molto importante anche dal punto di vista culturale.

Le misure di diritto allo studio, se disciplinate nei tratti essenziali a livello nazionale, possono rappresentare un ulteriore importante strumento per l’attuazione della parità scolastica.

5. Sostegno per alunni disabili

Le misure straordinarie adottate in questi anni per assicurare il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità sono consistite quasi esclusivamente nell’assunzione di docenti di sostegno per la scuola statale. L’aumento dei contributi statali per le paritarie che accolgono disabili non è sufficiente a coprire, se non in piccolissima parte, il costo del personale di sostegno necessario.

Al fine di rendere effettivo il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità che frequentano le scuole paritarie e la libertà di scelta delle loro famiglie, è quindi necessario che lo Stato assicuri la piena copertura del costo del personale docente di sostegno.

6. Agevolazioni fiscali per l’ente gestore di scuola paritaria

Un’altra leva per la parità è rappresentata dalla fiscalità di vantaggio (rispetto al regime previsto per le imprese) per l’ente gestore di scuola paritaria, al fine di ridurre la distanza dal regime fiscale di cui gode la scuola statale. In questo campo è fondamentale la distinzione fra soggetti lucrativi e non lucrativi.

Si elencano solo alcuni temi:

  • –  non commercialità della attività di scuola paritaria ai fini fiscali;

  • –  applicabilità del regime Onlus;

  • –  estensione dell’esenzione IMU/TASI;

  • –  applicazione dell’agevolazione TARI prevista per le scuole statali.

7. Parità di accesso tra statali e paritarie alle misure promozionali per l’istruzione

L’esclusione dalle misure di promozione dell’istruzione di cui le scuole paritarie sono attualmente fatte oggetto è iniqua e va superata. Si elencano alcuni ambiti, fra gli altri, in cui occorre intervenire per superare l’attuale discriminazione:

  • –  incentivi formazione docenti;

  • –  partecipazione ai progetti del MIUR;

  • –  innovazione tecnologica;

  • –  iniziative extrascolastiche;

  • –  edilizia scolastica.

8. Formazione iniziale per i docenti della scuola secondaria

La riforma dei percorsi di formazione, per chi intende svolgere la professione docente nella scuola secondaria, deve garantire tempi e procedure certe che permettano realmente ai giovani che lo desiderano di verificare l’ipotesi professionale dell’insegnamento.
Tali percorsi devono coinvolgere un numero di docenti tale da consentire anche alle scuole paritarie di poter utilizzare personale specializzato ai sensi di legge.

L’EFFETTIVA ATTUAZIONE DEL SISTEMA NAZIONALE DI IeFP SULL’INTERO TERRITORIO NAZIONALE

1. Un sistema omogeneo di Unità di Costo Standard (UCS)

Appare indispensabile promuovere la definizione di un metodo di finanziamento regionale della IeFP che superi le attuali difformità che impediscono l’efficiente erogazione di percorsi formativi di qualità e mettono a grave rischio la stabilità e la stessa sopravvivenza del patrimonio costituito dalle istituzioni formative accreditate. Esse sono il prezioso frutto della libera iniziativa delle formazioni sociali costituite ed operanti con fini solidaristici e rispondono al principio della sussidiarietà orizzontale affermato dalla Costituzione.

Per questo motivo, come peraltro chiesto anche dal Coordinamento delle Regioni, si propone la predisposizione di un sistema di Unità di Costo Standard, determinato secondo criteri oggettivi di efficienza e qualità del servizio erogato, e basato su precisi indicatori, in modo da semplificare le procedure di rendicontazione, armonizzare e razionalizzare la spesa pubblica e determinare con certezza le risorse impiegate, così da consentire inoltre la corretta programmazione delle attività formative da parte delle istituzioni della IeFP.

2. La definizione dei livelli essenziali delle prestazioni

Al fine di assicurare la piena libertà della scelta educativa, è necessario sostenere lo sviluppo del sistema della IeFP su tutto il territorio nazionale nel rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) che, previsti in via generale dalla normativa dello Stato (d. lgs. 226/2005), non sono stati ancora oggetto della necessaria regolamentazione. E’ dunque opportuno definire i LEP in materia di IeFP per garantire a tutti i giovani condizioni di effettiva eguaglianza.

3. Il rafforzamento degli strumenti nazionali di raccordo

A tal proposito, si propone di rafforzare gli strumenti di raccordo tra i diversi livelli istituzionali coinvolti (a partire dal Ministero per il Lavoro), in modo che la IeFP possa svolgersi nelle diverse realtà regionali in modo coordinato, superando contrasti e omissioni che impediscono di fatto la concreta diffusione del sistema della IeFP in tutto il territorio nazionale e il suo necessario consolidamento.

4. Un più efficace collegamento con il mondo del lavoro e delle professioni

Inoltre, per consentire la migliore efficacia della scelta educativa professionalizzante in collegamento con il mondo del lavoro e delle professioni, va approfondita e migliorata l’esperienza del sistema duale appena avviata e vanno apportati i necessari aggiornamenti alle figure nazionali definite con accordo Stato-Regioni e per le quali si richiede un arricchimento con nuove figure e competenze.

5. Un sistema davvero nazionale e compiuto

Occorre poi assicurare effettivo valore nazionale ai titoli delle Regioni, così come garantire che la filiera formativa della IeFP possa compiutamente estendersi sull’intero territorio nazionale anche ai percorsi dell’istruzione tecnica superiore, rafforzando e stabilizzando l’esperienza degli IFTS e degli ITS, sinora limitata ad una dimensione esigua, se non addirittura sperimentale.

6. La garanzia delle risorse

I diritti delle famiglie che intendono far frequentare ai loro figli i percorsi della IeFP vanno effettivamente rispettati in tutto il territorio nazionale, consentendo nei fatti che le istituzioni formative accreditate possano erogare un’offerta educativa di qualità in tutte le Regioni. Ciò vuol dire, in ogni Regione, attribuire risorse finanziarie specifiche, stabili e certe alla IeFP, sulla base di una programmazione pluriennale – almeno triennale – che consenta di dare sufficiente continuità all’erogazione dei percorsi formativi.

7. L’estensione delle misure agevolative regionali e statali

Il diritto allo studio va egualmente garantito anche agli allievi della IeFP. Andrebbero pertanto estese alle istituzioni formative accreditate le misure previste per l’innovazione e il miglioramento qualitativo dell’offerta formativa, prevedendo, ad esempio, sgravi fiscali per le imprese che investono nei laboratori o che sono presenti in vario modo presso le istituzioni formative.

Lo stesso vale per le sopra richiamate misure per il diritto allo studio (circa l’assistenza disabili, la refezione, il trasporto, ecc.), per la garanzia dell’accesso delle istituzioni accreditate alle misure promozionali per l’istruzione previste a livello statale e per il riconoscimento di agevolazioni fiscali collegate alla natura non lucrativa e solidaristica delle attività svolte dalle istituzioni formative. Il diritto di pari opportunità tra allievi dei percorsi formativi e studenti delle scuole statali è stato recentemente riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 284 del 2016.

8. La semplificazione delle procedure e la coerenza legislativa

Le istituzioni formative accreditate sono soggette a procedure talora inutilmente complesse, collegate a oneri burocratici non sempre giustificati, e talvolta arbitrariamente differenziate tra le diverse Regioni. Appare dunque opportuno rivedere ed aggiornare le discipline regionali sulla base del principio della semplificazione, redigendo testi unici e coordinati delle disposizioni vigenti, e assicurandone l’effettiva coerenza con i principi generali stabiliti nella legislazione statale.

Roma 7 giugno 2017

Quale scuola ed università cattolica?

CEC

(…). Alla luce del Magistero della Chiesa e di fronte ai bisogni e alle sfide della società di oggi, come devono essere la scuola e l’università cattolica?

Scuola e università sono luoghi di educazione alla vita, allo sviluppo culturale, alla formazione professionale, all’impegno per il bene comune; rappresentano un’occasione e un’opportunità per comprendere il presente e per immaginare il futuro della società e dell’umanità. Radice della proposta formativa è il patrimonio spirituale cristiano, in costante dialogo con il patrimonio culturale e le conquiste della scienza. Scuole e università cattoliche sono comunità educative nelle quali l’esperienza di apprendimento si alimenta dell’integrazione di ricerca, pensiero e vita.

Costruire un contesto educativo

La scuola e l’università cattolica educano, prima di tutto, attraverso il contesto di vita, il clima che gli studenti e i docenti creano nell’ambiente in cui si svolgono le attività di istruzione e di apprendimento. Tale clima è intessuto dai valori non solo affermati, ma vissuti, dalla qualità delle relazioni interpersonali che legano i docenti agli alunni e gli alunni tra loro, dalla cura che i professori pongono nei confronti dei bisogni degli studenti e delle esigenze della comunità locale, dalla limpida testimonianza di vita offerta dagli insegnanti e da tutto il personale delle istituzioni educative.

Pur nella pluralità dei contesti culturali e nella varietà delle possibilità educative e dei condizionamenti entro i quali si opera, vi sono alcuni elementi di qualità che una scuola e un’università cattolica devono saper esprimere:

  • il rispetto della dignità di ogni persona e della sua unicità (e quindi il rifiuto di una educazione e istruzione di massa, che rendono la persona umana manipolabile o la riducono a numero);

  • la ricchezza di opportunità offerte ai giovani di crescere e di sviluppare le proprie capacità e doti;

  • una equilibrata attenzione agli aspetti cognitivi, affettivi, sociali, professionali, etici, spirituali;

  • l’incoraggiamento affinché ciascun alunno possa sviluppare i propri talenti, in un clima di cooperazione e di solidarietà;

  • la promozione della ricerca come impegno rigoroso nei confronti della verità, nella consapevolezza dei limiti dell’umano conoscere, ma anche con una grande apertura della mente e del cuore;

  • il rispetto delle idee, l’apertura al confronto, la capacità di discutere e collaborare in uno spirito di libertà e di attenzione alla persona.

Introdurre alla ricerca

La scuola e l’università sono luoghi di introduzione ai saperi e alla dimensione della ricerca scientifica. Una delle principali responsabilità degli insegnanti è di avvicinare le giovani generazioni alla conoscenza e alla comprensione delle conquiste della conoscenza e delle sue applicazioni. L’impegno del conoscere e del ricercare non va, però, disgiunto dal senso etico e dal trascendente. Non vi è vera scienza che possa trascurare le sue conseguenze etiche e non vi è vera scienza che allontani dalla trascendenza. Scienza e eticità, scienza e trascendenza non si escludono reciprocamente, ma si coniugano per una maggiore e migliore comprensione dell’uomo e della realtà del mondo.

Fare dell’insegnamento uno strumento di educazione

Il “modo” in cui si apprende sembra essere oggi più rilevante del “che cosa” si apprende, così come il modo di insegnare sembra più importante dei contenuti dell’insegnamentoUn insegnamento che promuova solo l’apprendere ripetitivo, che non favorisca la partecipazione attiva degli studenti, che non accenda la loro curiosità, non è sufficientemente sfidante da suscitare la motivazione. Imparare attraverso la ricerca e la soluzione di problemi educa capacità cognitive e mentali diverse e più significative di quelle di una semplice ricezione delle informazioni, e stimola anche modalità di lavoro collaborativo.

Non va, però, sottovalutato il valore dei contenuti di apprendimento. Se non è indifferente il come un alunno apprende, non lo è nemmeno il che cosa. È importante che gli insegnanti sappiano selezionare e proporre alla considerazione degli alunni gli elementi essenziali del patrimonio culturale accumulato nel tempo e lo studio delle grandi questioni che l’umanità si è trovata e si trova ad affrontare. Altrimenti il rischio è di un insegnamento orientato a fornire solo ciò che sembra oggi essere utile, perché richiesto da una contingente domanda economica o sociale, ma dimentico di ciò che è, per la persona umana, indispensabile.

L’insegnamento e l’apprendimento rappresentano i due termini di una relazione che non è solo tra un oggetto di studio e una mente che apprende, ma tra persone. Tale relazione non può basarsi su rapporti solo tecnici e professionali, ma deve nutrirsi di stima reciproca, di fiducia, di rispetto, di cordialità. L’apprendimento che ha luogo in contesti in cui i soggetti percepiscono un senso di appartenenza è ben diverso da un apprendimento che avviene in una cornice di individualismo, di antagonismo o di freddezza reciproca.

La centralità della persona che apprende

La scuola, e ancora di più l’università, sono impegnate a fornire agli studenti una formazione che li abiliti ad entrare nel mondo del lavoro e della vita sociale con competenze adeguate. Tuttavia questo, per quanto indispensabile, non è sufficiente. Una buona scuola e una buona università si misurano anche dalla loro capacità di promuovere attraverso l’istruzione un apprendimento attento a sviluppare competenze di carattere più generale e di livello più elevato. L’apprendimento non è solo assimilazione di contenuti, ma opportunità di auto-educazione, di impegno per il proprio miglioramento e per il bene comune, di sviluppo della creatività, di desiderio di apprendimento continuo, di apertura agli altri. Ma può anche essere una occasione per aprire il cuore e la mente al mistero e alla meraviglia del mondo e della natura, alla coscienza e consapevolezza di sé, alla responsabilità verso il creato, all’immensità del Creatore.

In particolare, la scuola non sarebbe un ambiente di apprendimento completo, se ciò che l’alunno apprende non diventasse anche occasione di servizio alla propria comunità. Apprendere, ancora oggi, è considerato da molti studenti un obbligo o una imposizione. È probabile che questo dipenda anche da una incapacità della scuola a comunicare agli alunni, oltre alle conoscenze, la passione, che è la molla della ricerca. Quando, però, gli studenti hanno l’opportunità di sperimentare che quanto apprendono è importante per la loro vita e per quella della comunità di appartenenza, la loro motivazione cambia. È desiderabile che gli insegnanti propongano agli studenti occasioni per sperimentare la ricaduta sociale di quanto stanno studiando, favorendo in tal modo la scoperta del nesso tra scuola e vita, e lo sviluppo del senso di responsabilità e di cittadinanza attiva.

La diversità della persona che apprende

Gli insegnanti sono chiamati a misurarsi con una grande sfida educativa, quella del riconoscimento, rispetto, valorizzazione della diversità. Le diversità psicologiche, sociali, culturali, religiose non vanno nascoste, negate, ma considerate come opportunità e dono. Allo stesso modo, le diversità legate alla presenza di situazioni di particolare fragilità sotto il profilo cognitivo, o dell’autonomia fisica, vanno sempre riconosciute ed accolte, affinché non si trasformino in disuguaglianze penalizzanti. Non è facile per la scuola e l’università essere “inclusive”, aperte alle diversità, in grado di poter veramente aiutare chi è in difficoltà. È necessario che gli insegnanti siano disponibili e professionalmente competenti nel condurre classi dove la diversità viene riconosciuta, accettata, apprezzata come una risorsa educativa per il miglioramento di tutti. Chi è più in difficoltà, più povero, fragile, bisognoso, non deve essere percepito come un disturbo o un ostacolo, ma come il più importante di tutti, al centro dell’attenzione e della tenerezza della scuola.

Il pluralismo delle istituzioni educative

Le scuole e le università cattoliche svolgono il loro compito, che è missione e servizio, in contesti culturali e politici molto diversi, in alcuni casi vedendo riconosciuta e apprezzata la propria opera, in altri casi dovendo fronteggiare gravi difficoltà economiche e ostilità, che talvolta possono sfociare in forme di violenza. Le modalità della presenza nei diversi Stati e regioni del mondo varia da situazione a situazione, ma le ragioni dell’azione educativa non mutano. Una comunità scolastica che si richiama ai valori della fede cattolica traduce nella sua organizzazione e nel suo curricolo la visione personalistica propria della tradizione umanistico-cristiana, non in contrapposizione, ma in dialogo con le altre culture e fedi religiose.

È veramente importante che le istituzioni educative cattoliche sappiano dialogare con le altre istituzioni scolastiche presenti nei paesi in cui operano, in una dimensione di ascolto e di confronto costruttivo, per il bene comune.

Oggi tali istituzioni sparse nel mondo sono frequentate da una maggioranza di alunni di diverse appartenenze religiose, oltre che di diverse nazionalità e culture. La loro caratteristica confessionale non deve costituire barriera, ma essere condizione di dialogo interculturale, aiutando ogni alunno a crescere in umanità, responsabilità civica, oltre che nell’apprendimento.

La formazione dei docenti

L’importanza dei compiti educativi della scuola e dell’università spiega quanto sia cruciale il tema della preparazione degli insegnanti, dei dirigenti, di tutto il personale che ha responsabilità nel campo dell’istruzione. La competenza professionale rappresenta la condizione perché possa meglio manifestarsi la dimensione educativa dell’accoglienza. Ai docenti e ai dirigenti si chiede molto. Si desidera che abbiano la capacità di creare, di inventare e di gestire ambienti di apprendimento ricchi di opportunità; si vuole che essi siano in grado di rispettare le diversità delle ‘intelligenze’ degli studenti e di guidarli ad un apprendimento significativo e profondo; si richiede che sappiano accompagnare gli alunni verso obiettivi elevati e sfidanti, dimostrare elevate aspettative nei loro confronti, coinvolgere e connettere gli studenti tra di loro e con il mondo… Chi insegna deve saper perseguire contemporaneamente molti obiettivi diversi, saper affrontare situazioni problematiche che richiedono una elevata professionalità e preparazione. Per essere all’altezza di simili attese è necessario che tali compiti non siano lasciati alla responsabilità individuale, ma sia offerto un adeguato sostegno a livello istituzionale e alla guida ci siano non burocrati, ma leaders competenti. (…).

(CEC, Educare. Una passione che si rinnova, 2014)

 

La scuola cattolica di fronte ai profondi e rapidi cambiamenti della società

CEC

L’educazione si trova oggi in un contesto di cambiamenti veloci. Anche la generazione alla quale essa è rivolta cambia velocemente e quindi ogni educatore si trova a dovere affrontare continuamente situazioni che, come ha affermato Papa Francesco, «pongono sfide nuove che a volte sono persino difficili da comprendere».

Nel cuore dei cambiamenti del mondo che siamo chiamati ad accogliere, amare, decifrare ed evangelizzare, l’educazione cattolica deve contribuire alla scoperta del senso della vita e far nascere nuove speranze per l’oggi e per il futuro.

La sfida dell’identità

È urgente ridefinire l’identità della scuola cattolica per il XXI secolo. (…). L’educatore dei nostri tempi vede rinnovata la sua missione, che ha come grande obiettivo quello di offrire ai giovani un’educazione integrale e un accompagnamento nella scoperta della sua libertà personale, dono di Dio.

La povertà spirituale e l’abbassamento del livello culturale cominciano a pesare, persino all’interno delle scuole cattoliche. In molti casi registriamo un problema di autorevolezza. Non si tratta, tanto, di una questione di disciplina – i genitori apprezzano molto le scuole cattoliche per la loro disciplina. Ma i responsabili di certe scuole cattoliche hanno ancora una parola da dire? La loro autorità si fonda sulle regole formali o sull’autorevolezza della loro testimonianza? Se si vuole evitare un progressivo impoverimento si richiede che le scuole cattoliche siano dirette da persone e da équipes ispirate dal Vangelo, formate nella pedagogia cristiana, collegate al progetto educativo della scuola cattolica, e non soggette alla seduzione di ciò che va di moda, di ciò che viene, per così dire, venduto meglio.

Il fatto che gli alunni di numerose scuole cattoliche appartengano ad una pluralità di culture chiede alle nostre istituzioni di allargare l’annuncio oltre la cerchia dei credenti, non solo a parole, ma con la forza della coerenza di vita degli educatori. Insegnanti, dirigenti, personale amministrativo, tutta la comunità professionale ed educativa è chiamata ad offrire, nell’umiltà e nella prossimità, una proposta amabile della fede. Il modello è quello di Gesù con i discepoli di Emmaus: partire dall’esperienza di vita dei giovani, ma anche da quella dei colleghi, mettersi in una disposizione di servizio incondizionato. Infatti, una delle caratteristiche distintive della scuola cattolica, di domani non meno di quella del passato, dovrà rimanere l’educazione al servizio e al dono gratuito di sé.

La sfida della comunità scolastica

Di fronte all’individualismo che consuma la nostra società, è sempre più importante fare in modo che la scuola cattolica sia una vera comunità di vita animata dallo Spirito Santo. Il clima familiare, accogliente, dei docenti credenti, talvolta minoritari, insieme al comune impegno di tutti quanti abbiano una responsabilità educativa, di qualsiasi credenza o convinzione essi siano, può far superare i momenti di disorientamento e di scoraggiamento e aprire una prospettiva di speranza evangelica. La rete complessa dei rapporti interpersonali costituisce la forza della scuola quando esprime l’amore della verità, e gli educatori credenti vanno sostenuti affinché possano essere il lievito e la forza tranquilla della comunità che si costruisce.

Perché questo sia possibile va prestata una particolare attenzione alla formazione e alla selezione dei capi d’istituto. Essi non sono solo i responsabili dell’istituzione scolastica, ma il riferimento, di fronte al loro Vescovo, della preoccupazione pastorale. I dirigenti devono essere i leaders che fanno vivere l’educazione come una missione condivisa, che accompagnano e organizzano i docenti, che promuovono incoraggiamento e sostegno vicendevole.

Un altro terreno di sfida per le scuole cattoliche è quello della relazione con le famiglie. Una grande parte di esse è in crisi, e ha bisogno di accoglienza, di solidarietà, di coinvolgimento, persino di formazione.

Docenti, genitori e capi d’istituto formano, insieme agli alunni, una grande comunità educativa che è chiamata a cooperare con le istituzioni della Chiesa. La formazione continua deve concentrarsi nella promozione di una comunità giusta e solidale, sensibile nei confronti dei bisogni delle persone, capace di creare dei meccanismi di solidarietà con i ragazzi e le famiglie più povere.

La sfida del dialogo

Il mondo, nella sua pluralità, è in attesa più che mai di essere orientato verso i grandi valori dell’uomo, del vero, del bene e del bello. Questa è la prospettiva che la scuola cattolica deve assumere nei confronti dei giovani, attraverso la strada del dialogo, proponendo loro una visione dell’Altro e dell’altro, che sia aperta, pacifica, affascinante.

Nel rapporto con i giovani, talvolta, l’asimmetria crea distanza tra educatore ed educando. Oggi si apprezza maggiormente la circolarità che si instaura nella comunicazione tra il docente e l’alunno, molto più aperta di un tempo, molto più favorevole all’ascolto reciproco. Questo non significa che gli adulti debbano rinunciare a rappresentare un riferimento autorevole, ma bisogna saper distinguere tra un’autorità esclusivamente legata ad un ruolo, ad una funzione istituzionale, e l’autorevolezza che deriva dalla credibilità di una testimonianza.

La comunità scolastica è una comunità che apprende a migliorarsi, grazie al dialogo permanente che gli educatori hanno tra loro, che i docenti intessono con i loro alunni, e che gli stessi alunni sperimentano nei loro rapporti.

La sfida della società dell’apprendimento

Non va, però, dimenticato che l’apprendimento non avviene tutto nella scuola. Anzi, nel contesto attuale, fortemente caratterizzato dalla pervasività dei nuovi linguaggi tecnologici e dalle nuove opportunità di apprendimento informale, la scuola ha perso il suo antico primato formativo. La nostra epoca è stata definita l’epoca della conoscenza. Oggi si parla dell’economia del sapere. Da un lato viene richiesto ai giovani un livello di apprendimento e una capacità di apprendere sconosciuti in passato, dall’altro la scuola si confronta con una realtà nella quale le informazioni sono sempre più largamente disponibili, massicce e non controllabili. È necessaria una certa umiltà nel considerare quello che la scuola può fare, in un tempo come il nostro, nel quale le reti sociali stanno diventando sempre più importanti, le occasioni dell’apprendimento al di fuori della scuola sempre maggiori e più incisive. Dal momento che, già oggi, la scuola non è più l’unico ambiente di apprendimento per i giovani, e nemmeno il principale, e le comunità virtuali guadagnano una rilevanza molto significativa, si pone all’educazione scolastica una nuova sfida: quella di aiutare gli studenti a costruirsi gli strumenti critici indispensabili per non lasciarsi dominare dalla forza dei nuovi strumenti di comunicazione.

La sfida dell’educazione integrale

Educare è molto di più che istruire. Il fatto che l’Unione Europea, l’OCDE e la Banca Mondiale mettano l’accento sulla ragione strumentale e sulla competitività e che abbiano una concezione puramente funzionale dell’educazione, come se essa dovesse legittimarsi solo se al servizio dell’economia di mercato e del lavoro, tutto questo riduce fortemente il contenuto pedagogico di molti documenti internazionali, cosa che ritroviamo anche in numerosi testi dei ministeri dell’educazione. La scuola non dovrebbe cedere a questa logica tecnocratica ed economica, anche se si trova sotto la pressione di poteri esterni ed è esposta a tentativi di strumentalizzazione da parte del mercato, e tanto più questo vale per la scuola cattolica. Non si tratta in nessun caso di minimizzare le richieste dell’economia o la gravità della disoccupazione, ma di rispettare la persona degli studenti nella loro integralità, sviluppando una molteplicità di competenze che arricchiscono la persona umana, la creatività, l’immaginazione, la capacità di assumersi delle responsabilità, la capacità di amare il mondo, di coltivare la giustizia e la compassione.

La proposta dell’educazione integrale, in una società che cambia così rapidamente, esige una riflessione continua capace di rinnovarla e di renderla sempre più ricca di qualità. Si tratta, in ogni caso, di una presa di posizione chiara: l’educazione che la scuola cattolica promuove non ha per obiettivo la meritocrazia di una élite. Sebbene sia importante la ricerca della qualità e dell’eccellenza, non va mai dimenticato che gli alunni hanno bisogni specifici, spesso vivono situazioni difficili, e meritano una attenzione pedagogica che sia attenta alle loro esigenze. La scuola cattolica deve dunque inserirsi nel dibattito delle istanze mondiali sull’educazione inclusiva e apportare, in questo ambito, la sua esperienza e la sua visione educativa.

C’è un numero crescente di alunni feriti nella loro infanzia. L’insuccesso scolastico aumenta e richiede una educazione preventiva, come anche una formazione specifica per gli insegnanti.

Oggi si chiede ai sistemi scolastici di promuovere lo sviluppo delle competenze, non solo di trasmettere conoscenze. Il paradigma della competenza, interpretata secondo una visione umanistica, va oltre l’acquisizione di specifiche conoscenze o abilità. Riguarda lo sviluppo di tutte le risorse personali dello studente e crea un legame significativo tra la scuola e la vita. È importante che l’educazione scolastica valorizzi non solo le competenze relative agli ambiti del sapere e del saper fare, ma anche quelli del vivere insieme agli altri e del crescere in umanità. Ci sono competenze quali, ad esempio, quella di tipo riflessivo, in cui si è autore responsabile dei propri atti, quella interculturale, deliberativa, della cittadinanza, che aumentano di importanza nel mondo globalizzato e ci riguardano direttamente, come pure le competenze in termini di coscienza, di pensiero critico, di azione creatrice e trasformatrice.

La sfida della carenza di mezzi e risorse

Le scuole non sovvenzionate dallo Stato conoscono difficoltà finanziarie crescenti per assicurare il servizio ai più poveri in un momento segnato da una profonda crisi economica e nel quale la scelta per le nuove tecnologie è inevitabile ma costosa. Tutte le scuole, sovvenzionate o no, devono fare fronte a una frattura sociale crescente in seguito alla crisi economica. È chiaro che si impone l’adozione di una pedagogia diversificata, che si indirizza a tutti. Ma questa scelta ha bisogno di risorse finanziarie, che la rendano realizzabile, e di risorse umane, costituite da insegnanti e dirigenti ben formati. In ogni caso non c’è dubbio che l’apertura missionaria alle nuove povertà vada non solo salvaguardata, ma ulteriormente stimolata.

Il “mestiere di insegnante” è una vocazione che dobbiamo incoraggiare. Gli insegnanti si vedono sollecitati da compiti sempre più numerosi. Alcuni paesi fanno fatica a trovare dei capi d’istituto. Per certe materie, è difficile trovare insegnanti: molti giovani scelgono un lavoro all’interno di un’impresa sperando di essere meglio remunerati. A ciò si aggiunge che i docenti non godono più dell’apprezzamento sociale e che i loro compiti sono appesantiti dai doveri amministrativi sempre più numerosi. Ciò conduce alcuni capi d’istituto a stimolare la disponibilità e il servizio volontario. Una delle sfide sarà quella di continuare a motivare e a incoraggiare i volontari nel loro dono incondizionato.

Sfide pastorali

Una parte crescente di giovani si distanzia dalla Chiesa istituzionale. L’ignoranza o l’analfabetismo religioso crescono. Un’educazione cattolica è una missione controcorrente. Come educare alla libertà di coscienza, prendendo posizione di fronte a un campo immenso di convinzioni e di valori di una società globalizzata?

Le scuole cattoliche di molti paesi mancano di orientamenti pastorali adeguati al clima multireligioso nel quale esse sono chiamate ad evangelizzare.

Per quanto riguarda gli educatori, ci troviamo di fronte al fatto che la “deculturazione” limita la loro conoscenza delle eredità culturali. Il facile accesso alle informazioni oggi largamente disponibili, non accompagnato da una consapevolezza critica nella loro selezione, sta favorendo una notevole superficialità sia tra gli studenti che tra molti docenti, un impoverimento non solo della ragione, ma della stessa capacità di immaginazione, di pensiero creativo.

Il numero di educatori e di insegnanti credenti diminuisce, ciò rende più rara la testimonianza. Come far nascere il legame con la persona di Cristo in questa nuova situazione scolastica?

In alcune Conferenze Episcopali l’insegnamento cattolico non è stato considerato tra le priorità pastorali. È quando la crisi raggiunge le parrocchie che esse riconoscono che la scuola cattolica è spesso l’unico punto dove i giovani incontrano dei messaggeri della Buona Novella. In molti casi, questa scuola è diventata una scuola aperta al pluralismo culturale e religioso, e in alcuni paesi, ormai mancano i sacerdoti, i religiosi e religiose. Si tratta di una situazione inedita, che chiede una presenza di laici impegnati, preparati, disponibili ad un impegno molto esigente. Questa consapevolezza ha portato, in molti casi, i laici cattolici ad organizzarsi tra di loro, ma spesso, accanto al loro impegno, si ritrova una diffidenza verso la Chiesa istituzionale, che si è disinteressata della scuola cattolica. Una delle grandi sfide sarà, pertanto, per alcune Conferenze Episcopali, ridefinire con urgenza i rapporti con i laici, nella prospettiva di un servizio all’annuncio del Vangelo. È urgente che i Vescovi riscoprano come, tra le modalità dell’evangelizzazione, un posto importante è quello della formazione religiosa delle nuove generazioni, e la scuola è uno strumento prezioso di questo servizio.

La sfida della formazione religiosa dei giovani

In alcuni paesi, i corsi di religione cattolica sono minacciati, rischiano di sparire dal corso di studi. Poiché tali corsi sono posti sotto la competenza dei Vescovi, c’è la grande urgenza di ricordare l’importanza di non trascurare tale insegnamento, che però va continuamente rinnovato.

Il corso di religione presuppone una conoscenza approfondita delle reali esigenze dei giovani, perché sarà questa conoscenza a rappresentare la base sulla quale costruire l’annuncio, anche se va conosciuta e rispettata la differenza tra il “sapere” ed il “credere”.

Poiché in molti paesi la popolazione delle scuole cattoliche è caratterizzata dalla molteplicità delle culture e delle credenze, la formazione religiosa nelle scuole deve partire dalla consapevolezza del pluralismo esistente e saper costantemente rendersi attuale. Il panorama è molto diversificato, e le modalità di presenza non possono essere le stesse. In alcune realtà il corso di religione potrà costituire lo spazio del primo annuncio; in altre situazioni, gli educatori offriranno esperienze d’interiorità, di preghiera, di preparazione ai sacramenti per gli studenti, e li inviteranno ad impegnarsi nei movimenti giovanili o in un servizio sociale accompagnato.

Davanti alle istanze internazionali che si occupano sempre più di temi religiosi, sarà importante che le Conferenze Episcopali sappiano formulare esse stesse delle proposte di corsi capaci di fornire una conoscenza e un apprendimento critico di tutte le religioni presenti nella nostra società. E che esse sappiano distinguere con chiarezza la specificità dei corsi di religione e di quelli di educazione alla cittadinanza responsabile. Altrimenti saranno i governi a fare le loro proposte, senza che ci sia il contributo della visione cristiana e cattolica nei curricula scolastici, in vista della formazione del cittadino libero, capace di essere solidale, compassionevole, responsabile verso la comprensione e gli interrogativi umani?

Le sfide specifiche per una società multireligiosa e multiculturale

Il multiculturalismo e la multireligiosità degli studenti che frequentano le scuole cattoliche, interpellano tutti i responsabili del servizio educativo. Quando l’identità delle scuole si indebolisce, emergono numerosi problemi, legati all’incapacità di interagire con questi nuovi fenomeni. La risposta non può essere quella di rifugiarsi nell’indifferenza, né di adottare una sorta di fondamentalismo cristiano, né, infine, quella di dichiarare la scuola cattolica come una scuola di valori ‘generici’.

Una delle sfide più importanti, dunque, sarà di favorire negli insegnanti una grande apertura culturale e, al tempo stesso, una altrettanto grande disponibilità alla testimonianza, così che sappiano lavorare consapevoli e attenti al contesto che caratterizza la scuola e, senza tiepidezze né integralismo, insegnare ciò che sanno e testimoniare ciò in cui credono. Affinché sappiano interpretare così la loro professione, è importante che vengano formati al dialogo tra la fede e cultura e al dialogo interreligioso. Non ci potrebbe essere vero dialogo se i professori stessi non fossero formati ed accompagnati nell’approfondimento della loro fede, delle loro convinzioni personali.

Una opportunità da non sottovalutare, per gli alunni che apprendono in contesti così pluralistici, è quella di promuovere la collaborazione degli studenti di diverse convinzioni religiose, in iniziative di servizio sociale. Non sarebbe desiderabile, almeno come condizione minima, che tutte le scuole cattoliche proponessero ai loro giovani studenti, l’esperienza di un servizio sociale, accompagnato dai loro professori o eventualmente dai loro genitori?

La sfida della formazione permanente degli insegnanti

In un contesto culturale di questo tipo, la formazione degli insegnanti è determinante e richiede un rigore e un approfondimento, senza i quali il loro insegnamento sarebbe considerato poco credibile, poco affidabile e pertanto non necessario. Tale formazione è urgente, se vogliamo poter contare, in avvenire, su insegnanti coinvolti e preoccupati dell’identità evangelica del Progetto Educativo e della sua attuazione. Non è, infatti, desiderabile che nelle scuole cattoliche vi sia “una doppia popolazione” di insegnanti; c’è, invece, bisogno che vi operi un corpo docente omogeneo, disponibile ad accettare e a condividere una definita identità evangelica, e un coerente stile di vita. (…)

(CEC, Educare. Una passione che si rinnova, 2014)

 

Quale Scuola e Università cattolica

Congregazione per l’educazione cattolica

Alla luce del Magistero della Chiesa e di fronte ai bisogni e alle sfide della società di oggi, come devono essere la scuola e l’università cattolica?

Scuola e università sono luoghi di educazione alla vita, allo sviluppo culturale, alla formazione professionale, all’impegno per il bene comune; rappresentano un’occasione e un’opportunità per comprendere il presente e per immaginare il futuro della società e dell’umanità. Radice della proposta formativa è il patrimonio spirituale cristiano, in costante dialogo con il patrimonio culturale e le conquiste della scienza. Scuole e università cattoliche sono comunità educative nelle quali l’esperienza di apprendimento si alimenta dell’integrazione di ricerca, pensiero e vita.

  1. Costruire un contesto educativo

La scuola e l’università cattolica educano, prima di tutto, attraverso il contesto di vita, il clima che gli studenti e i docenti creano nell’ambiente in cui si svolgono le attività di istruzione e di apprendimento. Tale clima è intessuto dai valori non solo affermati, ma vissuti, dalla qualità delle relazioni interpersonali che legano i docenti agli alunni e gli alunni tra loro, dalla cura che i professori pongono nei confronti dei bisogni degli studenti e delle esigenze della comunità locale, dalla limpida testimonianza di vita offerta dagli insegnanti e da tutto il personale delle istituzioni educative.

Pur nella pluralità dei contesti culturali e nella varietà delle possibilità educative e dei condizionamenti entro i quali si opera, vi sono alcuni elementi di qualità che una scuola e un’università cattolica devono saper esprimere:

il rispetto della dignità di ogni persona e della sua unicità (e quindi il rifiuto di una educazione e istruzione di massa, che rendono la persona umana manipolabile o la riducono a numero);

la ricchezza di opportunità offerte ai giovani di crescere e di sviluppare le proprie capacità e doti;

una equilibrata attenzione agli aspetti cognitivi, affettivi, sociali, professionali, etici, spirituali;

l’incoraggiamento affinché ciascun alunno possa sviluppare i propri talenti, in un clima di cooperazione e di solidarietà;

la promozione della ricerca come impegno rigoroso nei confronti della verità, nella consapevolezza dei limiti dell’umano conoscere, ma anche con una grande apertura della mente e del cuore;

il rispetto delle idee, l’apertura al confronto, la capacità di discutere e collaborare in uno spirito di libertà e di attenzione alla persona.

  1. Introdurre alla ricerca

La scuola e l’università sono luoghi di introduzione ai saperi e alla dimensione della ricerca scientifica. Una delle principali responsabilità degli insegnanti è di avvicinare le giovani generazioni alla conoscenza e alla comprensione delle conquiste della conoscenza e delle sue applicazioni. L’impegno del conoscere e del ricercare non va, però, disgiunto dal senso etico e dal trascendente. Non vi è vera scienza che possa trascurare le sue conseguenze etiche e non vi è vera scienza che allontani dalla trascendenza. Scienza e eticità, scienza e trascendenza non si escludono reciprocamente, ma si coniugano per una maggiore e migliore comprensione dell’uomo e della realtà del mondo.

  1. Fare dell’insegnamento uno strumento di educazione

Il “modo” in cui si apprende sembra essere oggi più rilevante del “che cosa” si apprende, così come il modo di insegnare sembra più importante dei contenuti dell’insegnamentoUn insegnamento che promuova solo l’apprendere ripetitivo, che non favorisca la partecipazione attiva degli studenti, che non accenda la loro curiosità, non è sufficientemente sfidante da suscitare la motivazione. Imparare attraverso la ricerca e la soluzione di problemi educa capacità cognitive e mentali diverse e più significative di quelle di una semplice ricezione delle informazioni, e stimola anche modalità di lavoro collaborativo. Non va, però, sottovalutato il valore dei contenuti di apprendimento. Se non è indifferente il come un alunno apprende, non lo è nemmeno il che cosa. È importante che gli insegnanti sappiano selezionare e proporre alla considerazione degli alunni gli elementi essenziali del patrimonio culturale accumulato nel tempo e lo studio delle grandi questioni che l’umanità si è trovata e si trova ad affrontare. Altrimenti il rischio è di un insegnamento orientato a fornire solo ciò che sembra oggi essere utile, perché richiesto da una contingente domanda economica o sociale, ma dimentico di ciò che è, per la persona umana, indispensabile.

L’insegnamento e l’apprendimento rappresentano i due termini di una relazione che non è solo tra un oggetto di studio e una mente che apprende, ma tra persone. Tale relazione non può basarsi su rapporti solo tecnici e professionali, ma deve nutrirsi di stima reciproca, di fiducia, di rispetto, di cordialità. L’apprendimento che ha luogo in contesti in cui i soggetti percepiscono un senso di appartenenza è ben diverso da un apprendimento che avviene in una cornice di individualismo, di antagonismo o di freddezza reciproca.

  1. La centralità della persona che apprende

La scuola, e ancora di più l’università, sono impegnate a fornire agli studenti una formazione che li abiliti ad entrare nel mondo del lavoro e della vita sociale con competenze adeguate. Tuttavia questo, per quanto indispensabile, non è sufficiente. Una buona scuola e una buona università si misurano anche dalla loro capacità di promuovere attraverso l’istruzione un apprendimento attento a sviluppare competenze di carattere più generale e di livello più elevato. L’apprendimento non è solo assimilazione di contenuti, ma opportunità di auto-educazione, di impegno per il proprio miglioramento e per il bene comune, di sviluppo della creatività, di desiderio di apprendimento continuo, di apertura agli altri. Ma può anche essere una occasione per aprire il cuore e la mente al mistero e alla meraviglia del mondo e della natura, alla coscienza e consapevolezza di sé, alla responsabilità verso il creato, all’immensità del Creatore.

In particolare, la scuola non sarebbe un ambiente di apprendimento completo, se ciò che l’alunno apprende non diventasse anche occasione di servizio alla propria comunità. Apprendere, ancora oggi, è considerato da molti studenti un obbligo o una imposizione. È probabile che questo dipenda anche da una incapacità della scuola a comunicare agli alunni, oltre alle conoscenze, la passione, che è la molla della ricerca. Quando, però, gli studenti hanno l’opportunità di sperimentare che quanto apprendono è importante per la loro vita e per quella della comunità di appartenenza, la loro motivazione cambia. È desiderabile che gli insegnanti propongano agli studenti occasioni per sperimentare la ricaduta sociale di quanto stanno studiando, favorendo in tal modo la scoperta del nesso tra scuola e vita, e lo sviluppo del senso di responsabilità e di cittadinanza attiva.

  1. La diversità della persona che apprende

Gli insegnanti sono chiamati a misurarsi con una grande sfida educativa, quella del riconoscimento, rispetto, valorizzazione della diversità. Le diversità psicologiche, sociali, culturali, religiose non vanno nascoste, negate, ma considerate come opportunità e dono. Allo stesso modo, le diversità legate alla presenza di situazioni di particolare fragilità sotto il profilo cognitivo, o dell’autonomia fisica, vanno sempre riconosciute ed accolte, affinché non si trasformino in disuguaglianze penalizzanti. Non è facile per la scuola e l’università essere “inclusive”, aperte alle diversità, in grado di poter veramente aiutare chi è in difficoltà. È necessario che gli insegnanti siano disponibili e professionalmente competenti nel condurre classi dove la diversità viene riconosciuta, accettata, apprezzata come una risorsa educativa per il miglioramento di tutti. Chi è più in difficoltà, più povero, fragile, bisognoso, non deve essere percepito come un disturbo o un ostacolo, ma come il più importante di tutti, al centro dell’attenzione e della tenerezza della scuola.

  1. Il pluralismo delle istituzioni educative

Le scuole e le università cattoliche svolgono il loro compito, che è missione e servizio, in contesti culturali e politici molto diversi, in alcuni casi vedendo riconosciuta e apprezzata la propria opera, in altri casi dovendo fronteggiare gravi difficoltà economiche e ostilità, che talvolta possono sfociare in forme di violenza. Le modalità della presenza nei diversi Stati e regioni del mondo varia da situazione a situazione, ma le ragioni dell’azione educativa non mutano. Una comunità scolastica che si richiama ai valori della fede cattolica traduce nella sua organizzazione e nel suo curricolo la visione personalistica propria della tradizione umanistico-cristiana, non in contrapposizione, ma in dialogo con le altre culture e fedi religiose.

È veramente importante che le istituzioni educative cattoliche sappiano dialogare con le altre istituzioni scolastiche presenti nei paesi in cui operano, in una dimensione di ascolto e di confronto costruttivo, per il bene comune.

Oggi tali istituzioni sparse nel mondo sono frequentate da una maggioranza di alunni di diverse appartenenze religiose, oltre che di diverse nazionalità e culture. La loro caratteristica confessionale non deve costituire barriera, ma essere condizione di dialogo interculturale, aiutando ogni alunno a crescere in umanità, responsabilità civica, oltre che nell’apprendimento.

  1. La formazione dei docenti

L’importanza dei compiti educativi della scuola e dell’università spiega quanto sia cruciale il tema della preparazione degli insegnanti, dei dirigenti, di tutto il personale che ha responsabilità nel campo dell’istruzione. La competenza professionale rappresenta la condizione perché possa meglio manifestarsi la dimensione educativa dell’accoglienza. Ai docenti e ai dirigenti si chiede molto. Si desidera che abbiano la capacità di creare, di inventare e di gestire ambienti di apprendimento ricchi di opportunità; si vuole che essi siano in grado di rispettare le diversità delle ‘intelligenze’ degli studenti e di guidarli ad un apprendimento significativo e profondo; si richiede che sappiano accompagnare gli alunni verso obiettivi elevati e sfidanti, dimostrare elevate aspettative nei loro confronti, coinvolgere e connettere gli studenti tra di loro e con il mondo… Chi insegna deve saper perseguire contemporaneamente molti obiettivi diversi, saper affrontare situazioni problematiche che richiedono una elevata professionalità e preparazione. Per essere all’altezza di simili attese è necessario che tali compiti non siano lasciati alla responsabilità individuale, ma sia offerto un adeguato sostegno a livello istituzionale e alla guida ci siano non burocrati, ma leaders competenti.

(da “Instrumentum laboris”, Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova, 2014)

Le scuole e le università cattoliche al servizio di un umanesimo integrale

papa Francesco

Cari fratelli e sorelle,

ringrazio il Cardinale Prefetto per le parole di introduzione a questo incontro e saluto cordialmente i Membri della Congregazione per l’Educazione Cattolica nominati di recente, tra i quali anche lo stesso Prefetto, che per la prima volta presiede l’Assemblea Plenaria. Saluto i componenti della Fondazione Gravissimum educationis, da poco costituita per rilanciare i contenuti della Dichiarazione conciliare.

In questi giorni avete preso in considerazione molti argomenti, per fare un bilancio del lavoro del Dicastero negli ultimi tre anni e per tracciare gli orientamenti degli impegni futuri.

I settori del vasto campo educativo che sono di competenza della vostra Congregazione vi hanno impegnato nella riflessione e nella discussione su diversi aspetti importanti, come la formazione iniziale e permanente dei docenti e dei dirigenti, anche in considerazione della necessità di un’educazione inclusiva e informale; o come il contributo insostituibile delle Congregazioni Religiose, nonché il sostegno che può venire dalle Chiese particolari e dalle Organizzazioni di settore. Buona parte del vostro lavoro è stato dedicato alle istituzioni universitarie ecclesiastiche e cattoliche per l’aggiornamento della Costituzione apostolica Sapientia christiana; alla promozione degli studi di Diritto Canonico in relazione alla riforma dei processi di nullità del matrimonio; nonché per sostenere la pastorale universitaria. Avete inoltre considerato l’opportunità di offrire le direttive per incrementare la responsabilizzazione di tutti quelli che sono coinvolti nell’impegnativo campo dell’educazione.

Come ho richiamato nell’Esortazione Evangelii gaudium, «le Università sono un ambito privilegiato per pensare e sviluppare [l’]impegno di evangelizzazione»; e «le scuole cattoliche […] costituiscono un contributo molto valido all’evangelizzazione della cultura, anche nei Paesi e nelle città dove una situazione avversa ci stimola ad usare la creatività per trovare i percorsi adeguati» (n. 134).

In questo orizzonte di evangelizzazione sento di condividere con voi alcune attese.

Anzitutto, di fronte ad un invadente individualismo, che rende umanamente poveri e culturalmente sterili, è necessario umanizzare l’educazione. La scuola e l’università hanno senso pieno solo in relazione alla formazione della persona. A questo processo di crescita umana tutti gli educatori sono chiamati a collaborare con la loro professionalità e con la ricchezza di umanità di cui sono portatori, per aiutare i giovani ad essere costruttori di un mondo più solidale e pacifico. Ancor di più le istituzioni educative cattoliche hanno la missione di offrire orizzonti aperti alla trascendenza. Gravissimum educationis ricorda che l’educazione è al servizio di un umanesimo integrale e che la Chiesa, quale madre educatrice, guarda sempre alle nuove generazioni nella prospettiva della «formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo sia per il bene delle varie società, di cui l’uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere» (n. 1).

Un’altra attesa è quella che cresca la cultura del dialogo. Il nostro mondo è diventato un villaggio globale con molteplici processi di interazione, dove ogni persona appartiene all’umanità e condivide la speranza di un futuro migliore con l’intera famiglia dei popoli. Nello stesso tempo, purtroppo, ci sono tante forme di violenza, povertà, sfruttamento, discriminazione, emarginazione, approcci restrittivi alle libertà fondamentali che creano una cultura dello scarto. In tale contesto gli istituti educativi cattolici sono chiamati in prima linea a praticare la grammatica del dialogo che forma all’incontro e alla valorizzazione delle diversità culturali e religiose. Il dialogo, infatti, educa quando la persona si relaziona con rispetto, stima, sincerità d’ascolto e si esprime con autenticità, senza offuscare o mitigare la propria identità nutrita dall’ispirazione evangelica. Ci incoraggia la convinzione che le nuove generazioni, educate cristianamente al dialogo, usciranno dalle aule scolastiche e universitarie motivate a costruire ponti e, quindi, a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo. In senso più specifico, le scuole e le università sono chiamate ad insegnare un metodo di dialogo intellettuale finalizzato alla ricerca della verità. San Tommaso è stato ed è tuttora maestro in questo metodo, che consiste nel prendere sul serio l’altro, l’interlocutore, cercando di cogliere fino in fondo le sue ragioni, le sue obiezioni, per poter rispondere in modo non superficiale ma adeguato. Solo così si può veramente avanzare insieme nella conoscenza della verità.

C’è un’ultima attesa che vorrei condividere con voi: il contributo dell’educazione al seminare speranza. L’uomo non può vivere senza speranza e l’educazione è generatrice di speranza. Infatti l’educazione è un far nascere, è un far crescere, si colloca nella dinamica del dare la vita. E la vita che nasce è la sorgente più zampillante di speranza; una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune. Sono convinto che i giovani di oggi hanno soprattutto necessità di questa vita che costruisce futuro. Perciò, il vero educatore è come un padre e una madre che trasmette una vita capace di futuro. Per avere questa tempra occorre mettersi in ascolto dei giovani: il “lavoro dell’orecchio”. Mettersi in ascolto dei giovani! E lo faremo in particolare con il prossimo Sinodo dei Vescovi dedicato a loro. L’educazione, poi, ha in comune con la speranza la stessa “stoffa” del rischio. La speranza non è un superficiale ottimismo, nemmeno la capacità di guardare alle cose benevolmente, ma anzitutto è un saper rischiare nel modo giusto, proprio come l’educazione.

Cari fratelli e sorelle, le scuole e le università cattoliche danno un grande contributo alla missione della Chiesa quando sono al servizio della crescita in umanità, nel dialogo e nella speranza. Vi ringrazio per il lavoro che fate per rendere le istituzioni educative luoghi ed esperienze di evangelizzazione. Invoco su di voi lo Spirito Santo, per intercessione di Maria Sedes Sapientiae, perché renda efficace il vostro ministero a favore dell’educazione. E vi chiedo, per favore, di pregare per me, e di cuore vi benedico. Grazie.

(Ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per l’Educazione cattolica, Sala Clementina,  9 febbraio 2017)

Sierra Leone, dove cattolici e musulmani sono uniti nella diversità

di Cristina Uguccioni

«Qui in Sierra Leone noi cattolici viviamo in armonia con i musulmani, ci vogliamo bene e ci rispettiamo: siamo uniti nella diversità. Insieme ne abbiamo passate tante, persino una spaventosa epidemia di ebola due anni fa». Sono parole di padre Vittorio Bongiovanni, missionario saveriano, 76 anni di cui 40 trascorsi nel paese africano dove si è molto speso per salvare i bambini-soldato e dar loro un futuro. Rapito dai ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario unito) durante la guerra civile, da qualche anno risiede a Kabala, popoloso centro situato nel nord: insieme a due confratelli guida l’unica parrocchia presente che – vasta quanto una diocesi italiana – è la più estesa della Sierra Leone e comprende centinaia di villaggi sparsi sulle colline. Nel 2014 padre Vittorio, che è responsabile delle scuole cattoliche della parrocchia, ha ricevuto un prestigioso riconoscimento nazionale: l’università di Makeni lo ha premiato come “persona speciale che si è distinta nella nazione per la promozione dell’istruzione scolastica per moltissimi giovani”.

Insieme contro l’ebola

Le persone di fede islamica in questa zona del paese costituiscono circa l’80-90% della popolazione mentre i cattolici il 2-3%. «I rapporti sono sereni, c’è grande collaborazione tra noi», prosegue padre Vittorio: «Ad esempio, quando il paese è stato colpito dall’epidemia di ebola – una tragedia peggiore della guerra civile – abbiamo pregato tutti insieme e ci siamo coordinati, attraverso un comitato istituito ad hoc, per cercare di contrastare il diffondersi del contagio. I musulmani, in Sierra Leone, sono moderati, aperti, tolleranti. Nei villaggi vi è una bella consuetudine: quando noi cattolici decidiamo di costruire una chiesetta i musulmani contribuiscono alle spese con una donazione e, viceversa, quando loro vogliono costruire una piccola moschea la comunità cristiana fa una colletta e offre la somma raccolta. Non è insolito vedere persone di fede islamica che vengono in chiesa: alla messa di Natale ce n’erano molte. Inoltre, a differenza di quanto accade in altri paesi, qui le conversioni al cristianesimo non sono ostacolate: lo scorso anno 70 musulmani si sono convertiti e hanno chiesto di essere battezzati».

La regola per vivere in pace

Padre Vittorio si dice convinto che per vivere nella concordia si debba seguire una regola: «Bisogna aprire il cuore, cercare di vedere gli aspetti positivi presenti negli altri e costruire le relazioni a partire da questi aspetti. È attraverso il sostegno e il perdono reciproci che gli esseri umani possono edificare comunità coese e pacifiche. A mio giudizio, distinguere e discriminare le persone in base alla fede professata significa ridurre la religione a una cosa meschina».

Sconfiggere la povertà, fermare i barconi

La Sierra Leone sino a pochi anni fa deteneva il triste primato di paese più povero del mondo; adesso non è più all’ultimo posto in questa classifica, ma la situazione resta purtroppo drammatica, sottolinea padre Vittorio. «Per tutti, cristiani e musulmani, sono la miseria, la mancanza di lavoro e di futuro, il nemico da sconfiggere. In questa battaglia, l’educazione è indispensabile, decisiva. Dico spesso che un bambino senza testi scolastici diventerà un adulto senza pane. Nelle nostre scuole ci impegniamo per far emergere e crescere tutto il buono che c’è in ogni scolaro: non stiamo riempiendo bottiglie vuote, le stiamo stappando! Il mio lavoro è aiutare le giovani generazioni ad amare il loro paese, a far fruttare i talenti ricevuti e acquisire conoscenze che possano garantire loro un futuro dignitoso in Sierra Leone. Con la nostra attività educativa lottiamo indirettamente contro i barconi che continuano a giungere in Italia colmi di disperati».

L’insegnante musulmana

Gli istituti scolastici costruiti negli anni dai padri saveriani e di cui padre Vittorio è responsabile sono 49 (43 elementari e 6 medie). Frequentati da migliaia di bambini, hanno classi che, mediamente, sono composte da 70-80 alunni. Nella scuola elementare di Kabala insegna M’balu S. Bangura, musulmana, sposata, madre di due figli, che afferma: «Mi piace molto lavorare in questo istituto, punto di riferimento per oltre mille bambini di fede cristiana e islamica. Fra gli insegnanti, che appartengono a entrambe le religioni, vi è grande concordia e lavoriamo insieme senza difficoltà o attriti. Noi docenti musulmani andiamo in chiesa quando siamo invitati insieme agli allievi e, allo stesso modo, alcuni insegnanti cristiani sono disponibili ad essere presenti quando vi sono programmi nella moschea. Più in generale, posso dire che sia a Kabala sia nei villaggi viviamo in un clima di mutuo rispetto e ammirazione; siamo abituati a stare insieme, a sostenerci gli uni gli altri. E i matrimoni fra cristiani e musulmani non sono rari».

I comandamenti validi per tutti

A proposito dell’attività didattica, padre Vittorio racconta: «Abbiamo rispetto della fede islamica professata dalla maggioranza dei nostri allievi e non facciamo proselitismo, d’altra parte le nostre sono scuole cattoliche: perciò abbiamo deciso che a tutti gli scolari fossero proposti i comandamenti di Dio, che sono validi per ogni essere umano. A questo scopo ho preparato alcuni libretti molto semplici per i bambini, calibrati sulle diverse età, che vengono illustrati e spiegati dagli insegnanti durante le lezioni. Insegniamo anche la preghiera dell’Ave Maria e quella del Padre nostro spiegando che siamo tutti fratelli, e i musulmani, sia gli alunni sia i docenti, le imparano volentieri».

Dignità e lavoretti in parrocchia

La quotidianità di queste scuole racconta il lavoro bello del sapere insegnato e condiviso e la dimensione che le governa: la qualità dell’educazione, non soltanto l’efficienza dell’istruzione. Una dimensione irrinunciabile per i bambini e i ragazzi: «Purtroppo, a causa della povertà, vi sono famiglie che non riescono a mandare i figli (specie le femmine) a scuola né a farli proseguire negli studi sino al liceo», dice padre Vittorio: «Così interveniamo noi garantendo un sostegno economico. Ma non diamo niente per niente: offriamo ai ragazzi e alle ragazze alcuni lavoretti in parrocchia e li ricompensiamo. Quando saranno grandi e avranno una famiglia potranno raccontare con orgoglio ai loro figli che, rimboccandosi le maniche, si sono mantenuti agli studi. È anche così che si prende consapevolezza della propria dignità».

Pregare con il cuore e con la mente

La vita nei villaggi, dove cristiani e musulmani vivono e lavorano fianco a fianco, può essere molto dura: la preghiera sostiene tutti. «Cerchiamo sempre di pregare con il cuore e con la mente», conclude padre Vittorio. «Porto un solo esempio per chiarire cosa intendo: in un villaggio un gruppetto di contadini era in gravi difficoltà economiche perché non riusciva a vendere le arance, che finivano per marcire nei campi: noi abbiamo pregato con il cuore affinché Dio aiutasse queste persone. Poi abbiamo pregato con la testa e ci siamo domandati: perché accade? Abbiamo scoperto che la ragione era la presenza di un torrente, invalicabile per i carretti carichi di frutta. Pregare con la testa, in questo caso, significa dunque costruire un ponte. Ed è ciò che abbiamo fatto».

in “La Stampa-Vatican Insider” dell’8 febbraio 2017