Immigrazione. Il dramma dei bimbi affogati e le stragi occultate dai Governi

NELLO SCAVO

Correva sulla spiaggia per fotografare i corpi di tre bambini annegati e restituiti dalla corrente, ma non sapeva che altri 50 mancano all’appello. Il ritrovamento, ad opera di alcuni volontari libici, conferma l’ennesima strage avvenuta nel silenzio delle autorità di Tripoli e di quelle internazionali, che pure sapevano di un barcone alla deriva.

La conferma arriva dall’Oim, l’agenzia Onu per i migranti. Le vittime rinvenute sulla battigia, semi sepolte sotto la sabbia, apparterrebbero a un gruppo di oltre 80 naufraghi segnalati proprio dall’Oim il 18 maggio. I sopravvissuti sarebbero 33 e neanche di loro si sa nulla dopo che a soccorrerli sarebbero stati alcuni pescatori. «È doloroso e inaccettabile osservare le immagini dei tre corpi di bambini senza vita da giorni riversi su una spiaggia in Libia ma non c’è più tempo per l’indignazione a orologeria. Ora occorre un risveglio collettivo, da fare tutti insieme, governi e società civile», ha dichiarato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef, l’agenzia Onu per la protezione dell’infanzia. «A farne le spese – aggiunge Iacomini – sono centinaia di bambine e bambini di cui decidiamo di ricordarci solo se ci vengono iniettate dosi di immagini di corpi tragicamente lasciati morire sulle nostre spiagge o in quelle di altri paesi. I bambini non devono morire in mare, deve essere il nostro mantra quotidiano, non possiamo ricordarci di loro solo quando accadono tragedie sempre tristemente evitabili». In mancanza di comunicazioni ufficiali, «non possiamo escludere – avverte una fonte Onu in Libia – che si sia trattato di uno dei tanti naufragi dei quali non si hanno notizie e che ci lasciano ritenere come in realtà il numero dei morti e dispersi in mare sia più elevato di quanto non si riesca a stimare». Nascondere i dati reali, per occultare la portata della tragedia e minimizzare la sfida dei trafficanti libici alla vigilia del primo viaggio del premier Dbeibah a Roma, previsto per il 31 maggio. A ridosso delle coste tunisine, ad esempio, i dati ufficiali indicano in poco più di 110 i migranti morti in mare quest’anno. Ma ieri il Forum tunisino per i diritti sociali ed economici, un’organizzazione non governativa con una forte presenza di attivisti in ogni distretto, ha riferito che almeno 153 persone, in gran parte messe sui barconi dai trafficanti libici, sono state trovate morte e dozzine di altre sono scomparse dall’inizio dell’anno. Tanto da far considerare i 742 morti registrati nel 2021 dall’Onu in tutto il Mediterraneo come una stima prudenziale.

Dopo il recente viaggio del ministro Luciana Lamorgese a Tunisi, la Marina del Paese a cui sono stati promessi aiuti economici e sostegno politico, ha mostrato un certo attivismo. Una fregata ha soccorso ieri 100 migranti subsahariani salpati dalla Libia e alla deriva non lontano dalla località tunisina di Zarzis.

Nelle ultime settimane si sono intensificate le partenze nell’area tra Zawyah e Zuara, un distretto in teoria sottoposto a un’unica guardia costiera, che pur avendo ricevuto motovedette, addestramento ed equipaggiamento dall’Italia, non riesce a prevenire le partenze e neanche a far rispettare i diritti fondamentali nei centri di detenzione governativi. In passato proprio a Zuara c’era stato un momentaneo freno al traffico via mare. Era il 2017 e nello stesso periodo l’Italia aveva versato le prime rate di diversi milioni alle “municipalità” libiche. Proprio a Zuara i capitribù, indossata la veste di sindaco o governatore, a fronte di una richiesta iniziale di 10 milioni di euro, avevano incassato una prima tranche da 1,7 milioni, quasi il 10% della rata iniziale da 18 milioni pagata dal governo italiano quell’anno. Il calo delle partenze fu netto, ma ora i trafficanti tornano a battere cassa (soldi, barili, posizioni di potere) rivendicando il ruolo avuto nella guerra contro il generale Haftar per la difesa del governo riconosciuto di Tripoli. I corpi senza vita di quei bambini sono il risultato di intese e omissioni. Secondo Oscar Camps, fondatore di Open Arms, che ha ricevuto le foto da operatori locali, «i governi europei e anche molta informazione, dicono spesso che queste persone ‘sono morte’. In realtà, sono state ‘fatte morire’. Non si tratta di ‘incidenti’ o di ‘disgrazie’ imprevedibili – è l’accusa di Camps -. L’Europa ne dovrà rispondere. Perché queste tragedie si ripetono sotto lo sguardo delle autorità nel Mediterraneo».

in Avvenire, 26 maggio 2021