Ai confini della fede dove il sacro è gioia

Federica Salzano

Tra le dune del deserto egiziano esiste un monastero in cui musulmani e cristiani attendono insieme la benedizione di Padre Fanous. In Kosovo, strade afflitte da miseria e prostituzione custodiscono il cuore mistico dell’Islam, il sufismo. E poi Haiti, dove per il pellegrinaggio alla cascata benedetta si riuniscono fedeli del voodoo e cattolici. Sono le ultime oasi di convivenza tra religioni, assediate da fanatismi in lotta e raccontate da Monika Bulaj nel volume Where Gods Whisper, edito da Contrasto.

SPECCHIO ROTTO

Fotoreporter e documentarista, la Bulaj collabora con decine di riviste internazionali – dal New York Times al National Geographic – e negli anni ha portato avanti una personale ricerca ai confini delle fedi. Nata in Polonia ma da tempo residente in Italia, da qui parte per i suoi viaggi, attraversando barriere geografiche e culturali, dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Africa alla Russia.

«Mi piace il pensiero che ci siano luoghi dove il sacro rompe i confini. Luoghi, momenti, atmosfere in cui i Popoli del Libro rivelano l’appartenenza a una stessa famiglia umana, con o senza Libro. Questo lavoro – spiega la fotografa – è cambiato negli anni. All’inizio documentavo piccole e grandi religioni all’ombra di guerre antiche e recenti. Poi, a un certo punto, sono state le mie immagini a cercarmi. Ora, raccolgo schegge di un grande specchio rotto, frammenti incoerenti, pezzi, atomi. Forse questo può fare il fotografo: raccogliere tessere di un mosaico che non sarà mai completo, metterle nell’ordine che gli sembra giusto, sognando quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte c’è».

E così, con l’attenzione di un’antropologa, Monika Bulaj ha raccolto le sue esperienze in un rosario di testi e immagini sulle molteplici forme della spiritualità. Un mosaico di storie che racchiude sorprese, contraddizioni e inaspettate analogie.
Come quella tra il Ta’ziyeh persiano e il rito di penitenza che si svolge ogni sette anni nel paese di Guardia Sanframondi in provincia di Benevento. Processioni, rievocazioni drammatiche, flagellanti e sacrifici mettono in contatto questi luoghi che, lontani geograficamente, compongono immagini in risonanza. Come in un’eco di preghiere che dall’Italia arriva fino in Iran.

E ancora, sfogliando le pagine del volume, si scopre un volto inedito dell’Islam, quello vissuto dai Tuareg «con la gioia dell’Africa e la leggerezza del nomade». «Un mondo – racconta Bulaj – dove è l’uomo a coprire il volto e la donna, invece, a esibirlo gioiosamente. Qui le donne si sposano e sono libere di andarsene quando vogliono. Piene di autorità e di magia, sicure di se stesse da far quasi paura».

SIMPATIA

C’è poi, abbarbicata sulle montagne della Siria, una comunità che pratica la simpatia – il comune sentire in Cristo – e rispetta il Ramadan insieme ai vicini musulmani. Luogo di confronto religioso tra persone e non tra idee, è Deir Mar Musa, monastero fondato dal sacerdote italiano Paolo Dall’Oglio, rapito a Raqqa nel 2013 e mai più tornato. «Il dialogo inizia nel cuore – diceva il religioso – quando cammini sulla terra del tuo fratello e impari da lui a quali fonti si abbevera».

PANE E GOMMA

E Monika Bulaj ha trasformato queste parole in pratica concreta. Con i compagni incontrati lungo il viaggio ha condiviso il pane cotto sulla gomma in Egitto e ha dormito sul tetto di un camion con religiosi haitiani. Sulle vette dell’Atlante si è lanciata nelle danze mistiche in onore di Aisha e ha provato a osservare il mondo attraverso i minuscoli fori di un burqa. Le sue fotografie rappresentano esperienze vissute ancora prima che scattate, per questo mostrano l’invisibile, in un racconto che non è descrizione ma suggestione. Tra forme sfocate e luci ancestrali, si percepisce un’intima sacralità che mette in contatto l’interiorità di chi è raffigurato con quella della fotografa e dell’osservatore.

Perché essenzialmente si tratta di sensibilità umana. Che siano i molteplici significati del velo, le storie degli esili o quelle dei pellegrinaggi, al centro c’è sempre l’uomo: nel suo rapporto con la natura e con il corpo, alle prese con il mistero della vita e della morte. L’uomo nella sua dimensione primordiale, tra paura e necessità di condivisione. «Nell’incontro col prossimo – sintetizza Bulaj – standogli affianco o di fronte, il mondo a volte regala una scintilla, fuoco, splendore, colore, e per quel breve attimo diventi quello che stai guardando. Forse viaggi proprio per quel momento».

 

in “Il Messaggero” del 2 novembre 2017

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