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Quei 140 mila bimbi in meno nell’Italia delle culle vuote

Alessandro Rosina

I nuovi dati Istat sulle nascite restituiscono il ritratto di un’Italia che si sta sempre più impoverendo dal basso, con la conseguenza di rendere strutturalmente sempre più fragile tutto il sistema paese. Se consideriamo il periodo seguito agli anni più acuti della crisi, ovvero dal 2013 al 2017, le nascite nel complesso dell’Unione europea sono rimaste poco sopra ai 5 milioni. Tra i grandi paesi europei la Germania ha ottenuto un aumento di circa il 15%, mentre Francia e Regno Unito hanno subito una moderata flessione, ma partendo da valori elevati. L’Italia è il paese con il crollo maggiore, superiore al 10%. Risulta quindi lo stato membro che più sta contribuendo in modo assoluto a trascinare verso il basso la natalità europea.

Nel 2018 i dati non sono certo migliorati: rispetto al 2017 il tasso di fecondità è sceso da 1,32 a 1,29 e le nascite si sono ridotte da 458 mila a meno di 440 mila. Nel 2008 erano 576.659, ovvero 136.912 in più. I primi sei mesi del 2019 mostrano, poi, una ulteriore riduzione di 5 mila rispetto al primo semestre del 2018. Gli squilibri prodotti sono tali che gli attuali ottantenni italiani, oltre 517 mila, hanno più coetanei rispetto ai nati nel 2018.720.jpg

Alla luce di queste dinamiche possiamo lasciar da parte l’obiettivo di tornare a crescere nei prossimi decenni in termini demografici e dare per scontato l’aumento della popolazione anziana. Quello che però ancora possiamo fare – per un futuro che consenta di continuare a produrre benessere in un sistema sociale sostenibile – è potenziare quantitativamente e qualitativamente la presenza delle nuove generazioni. Ma è soprattutto sulla dimensione qualitativa che bisogna fortemente investire per avere come ricaduta anche un irrobustimento quantitativo dei giovani nella popolazione, nella società e nel sistema produttivo.

Una sfida non scontata, visto che un altro record negativo che caratterizza il nostro paese è l’elevata percentuale di Neet, ovvero di chi ha concluso gli studi ma non si è inserito nel mondo del lavoro. Tale indicatore – per una combinazione di fragilità educative e inefficienti politiche attive – presenta uno dei valori più alti in Europa non solo tra i ventenni ma anche tra i trentenni. Nella fascia 30-34 anni si posiziona 10 punti percentuali sopra la media europea e risulta essere il doppio rispetto al dato tedesco. Le difficoltà di conquista di una propria autonomia dalla famiglia di origine e di pieno ingresso solido nel mondo del lavoro portano l’età media al primo figlio ad essere la più tardiva del continente, pari a 31,2 anni per le donne italiane.

I dati di una indagine comparativa internazionale condotta nel 2018 dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo sui giovani tra i 20 e i 34 anni, mostrano come nonostante la preferenza sul numero di figli rimanga vicina a due, sia progressivamente aumentata, più in Italia che nel resto d’Europa, l’accettazione della possibilità di non averne o averne solo uno. Forte risulta inoltre il legame con le risorse socio-culturali di partenza. Proiettandosi nel futuro, a 45 anni, il 21,9% degli intervistati pensa che non avrà figli, ma si sale a ben il 29,6% per chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Inoltre, su una scala da 1 a 10 del valore assegnato all’avere figli come traguardo positivo nella propria realizzazione personale, a rispondere 6 e oltre risulta essere quasi il 60% tra i laureati contro meno del 45% di chi ha titolo di studio basso. Un presente con basse prospettive porta non solo a ridurre gli obiettivi raggiungibili ma anche il valore assegnato ad essi, minimizzando così il costo psicologico del non raggiungerli.

Questi dati suggeriscono come in assenza di politiche adeguate – in grado di dare un segnale forte e siano il coerente avvio di un processo di miglioramento delle prospettive occupazionali delle nuove generazioni e di potenziamento dei servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia – il rischio sia quello di andare verso un futuro in cui la scelta di avere un figlio risulta sempre più limitata a chi ha proprie motivazioni forti e appartiene alle classi sociali più benestanti.

in “la Repubblica” del 26 novembre 2019

 

Innovazione tecnologica. La lenta marcia degli over 65

Se è vero che le famiglie composte di soli over 65 sono quelle meno dotate di dispositivi tecnologici, sono proprio questi nuclei, e in particolare quelli in cui si conta più di un componente, che sono circa due milioni e 810.000 (pari all’11,5% delle famiglie italiane), quelli in cui cresce maggiormente l’utilizzo di tutti i device e che hanno maggiori potenzialità di crescita, in una lenta ma inarrestabile marcia verso l’innovazione. Il quadro al 2018 vede la stragrande maggioranza delle famiglie italiane (81,6% del totale) che hanno in dotazione sia apparecchi televisivi, di vecchia o nuova generazione, sia device digitali, fissi o mobili, ed una esigua minoranza dello 0,2% che non ha alcun tipo di dispositivo tecnologico né televisivo: in mezzo c’è il 16,1% delle famiglie che possiede solo la Tv (tab.15). Si tratta di circa quattro milioni di nuclei famigliari, molti dei quali sono composti di soli anziani. Infatti, il 52,4% dei nuclei famigliari composti di soli anziani, per un totale di oltre tre milioni e 100.000 famiglie, ha in casa solo la televisione, tradizionale o (più raramente) smart, tale quota si riduce però al 33,6% nei nuclei pluripersonali di over 65 e sale al 69,1% tra gli anziani che vivono da soli. Il 46,9% delle famiglie di soli over 65 è dotata di una strumentazione tecnologica che le rende in grado di fruire sia di contenuti televisivi tradizionali che di contenuti digitali, ma la quota sale al 66,3% tra i nuclei pluripersonali e scende al 29,6% tra gli over 65 soli. Infine, c’è da segnalare che lo 0,9% dei nuclei di anziani soli, per un totale di 29.000 individui over 65 che vivono da soli, non ha in casa gli strumenti per accedere ad alcun contenuto audiovisivo.

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Nelle famiglie dove vivono almeno due over 65 gli apparecchi televisivi sono tanti, più che nella media delle famiglie italiane: in ogni abitazione ci sono 1,9 televisioni, contro una media di 1,7 (tab.16). Non solo: mentre in Italia nell’ultimo anno gli schermi Tv sono diminuiti, e sono 467.573 in meno, in questi nuclei le Tv sono aumentate, e sono 358.781 in più. Segno di un consumo di contenuti televisivi in aumento, e che non si esaurisce nella fruizione passiva di tipo tradizionale: infatti, crescono anche le famiglie di longevi che sfruttano gli schermi al pieno delle loro potenzialità, collegandosi ad internet: l’8,0% delle famiglie di over 65 dispone di una smart Tv effettivamente collegata ad internet, con una crescita dell’1,1% nel solo ultimo anno.

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ETICA. Umanizzare il morire

DOMENICO MARROME

Le mutate condizioni in cui oggi si muore sono in gran parte riconducibili alle aumentate potenzialità tecniche della medicina. Ci siamo accorti, finalmente, di quanto si muoia male nella nostra società. Per tanti motivi: non ultimo quello culturale, vale a dire la rimozione della morte come momento inevitabile e necessario della vicenda umana. Ma si muore male anche a causa della medicina stessa. Non per colpa delle sue insufficienze, bensì – paradossalmente – a causa della sua efficacia.

Oggi si muore male

Trattamenti come la ventilazione meccanica, la rianimazione cardio-polmonare, la dialisi e i trapianti, l’alimentazione artificiale, la terapia antalgica e la sedazione profonda possono controllare il processo del morire, rendendo la medicina sempre più responsabile non solo del modo, ma anche del momento in cui si muore.

Il rischio che si paventa è quello di rimanere ostaggi di trattamenti intensivi a oltranza e di venire “espropriati” della propria morte. Questi timori contengono in realtà una pressante richiesta: la richiesta agli operatori sanitari di garantire cure efficaci e proporzionate insieme con il diritto del malato terminale di essere rispettato come persona.

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Ciò che oggi fa problema è il morire, il processo che conduce una persona alla morte, più ancora che la morte stessa. Oggi l’ideale della “bella morte” riveste la forma della morte repentina, improvvisa e incosciente, di cui “non ci si rende nemmeno conto”, in cui non solo non si soffre fisicamente, ma non si patisce nemmeno la fatica del pensare, dell’anticipare la propria morte, del veder arrivare la propria fine, e non si soffre il movimento del morire. La “bella morte” è oggi una morte senza il morire. Ed è sul morire che si scatenano le battaglie ideologiche tra chi, in nome di un radicalismo individualista, invoca il diritto di morire come, quando e dove si vuole, e chi difende la vita in maniera oltranzista, senza se e senza ma, sempre e in ogni caso.

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Dire la verità oggi in Turchia. Il coraggio dello scrittore Ahmet Altan

Orhan Pamuk

Oggi, in Turchia, dire la verità è diventato un atto di coraggio e di forza, come quelli che possiede Ahmet Altan.

Altan è stato in prigione per gli ultimi tre anni, incarcerato sulla base di accuse politicamente motivate e fondate su prove implausibili. Dopo tre anni, lo hanno finalmente lasciato andare, ma si sono accorti ben presto che questo coraggioso scrittore, nonostante tutto quello che aveva passato, continuava a non essere né spaventato né scoraggiato, e che avrebbe proseguito, con coraggio esemplare, a denunciare le azioni dello Stato e del governo. Perciò hanno deciso di rigettarlo in prigione.

Vedere la legge così arbitrariamente disprezzata, le sentenze di un alto tribunale sfidate con tanta disinvoltura, è inaccettabile. L’ingiustizia sistematica subita da Altan, e il nostro silenzio di fronte a essa, sono un’ignominia e una m39a.jpgacchia sulla nostra umanità. Cosa più importante, agendo come se tutto questo non fosse nulla di straordinario, normalizziamo l’illegalità e l’arbitrarietà.

Questo strano e illecito stato delle cose continuerà ad avvelenare tutti noi per lungo tempo, se Altan resterà dietro le sbarre. Dal giorno in cui è stato rilasciato, ci sono state campagne montate contro di lui sui social media e reiterati appelli perché venisse rimesso dentro. Ma non sono le parole di Altan che queste persone non riescono a tollerare: è il modo in cui si è comportato dal momento del suo rilascio, il coraggio e la determinazione che ha dimostrato.

Per coloro che desiderano governare e opprimere il loro popolo senza timore, il coraggio di Ahmet Altan e la forza del suo carattere rappresentano una minaccia. Ecco perché non riescono a pensare a nessun altro modo per trattare con lui che non sia ricorrere a metodi illegali e rimetterlo in prigione. Ahmet Altan dev’essere rilasciato e il normale principio di legalità dev’essere ripristinato in Turchia, com’è diritto del popolo turco. ( Traduzione di Fabio Galimberti).

in “la Repubblica” del 16 novembre 2019

Erasmus. Mobilità della scuola e dell’università. L’Italia prima in UE

ALESSIA TRIPODI

Erasmus non fa più solamente rima con università: da anni ormai il programma di mobilità più famoso d’Europa si è esteso a tutti i settori dell’istruzione e della formazione, scuola compresa. E nel 2019 proprio le scuole hanno registrato il record di partecipazione, portando l’Italia al primo posto in Ue: su un totale di 2.052 partenariati scolastici approvati nel Vecchio Continente, infatti, 1.001 sono quelli di cui faranno parte gli istituti italiani. Cresce anche la partecipazione degli universitari – +17,2% rispetto all’anno accademico 2018-2019 -e degli adulti, grazie anche al budget totale assegnato all’Italia, che nel 2019 ha raggiunto i 17380.jpg0 milioni di euro.

Nei giorni scorsi Bruxelles ha pubblicato il nuovo invito a presentare proposte Erasmus per il 2020 : il budget previsto dal bando è di oltre 3 miliardi di euro, il 12% in più rispetto al 2019. Fondi che serviranno anche a finanziare oltre 35mila borse di mobilità per studenti e prof africani nell’ambito dell’alleanza Africa-Europa per gli investimenti sostenibili e l’occupazione.

Partecipazione record in Italia
Oltre al record dei partenariati tra scuole – che quest’anno possono contare su un budget di 22 milioni di euro e vedono Sicilia, Lazio e Puglia tra le regioni più attive – nel 2019 aumentano le opportunità Erasmus anche per gli insegnanti, che possono confrontarsi con i colleghi di altri Paesi europei, frequentando corsi o scambiando esperienze e pratiche didattiche all’estero. L’agenzia italiana Erasmus+ Indire ha ricevuto 496 candidature per la mobilità del personale della scuola, di cui sono stati approvati 199 progetti che consentiranno a 4.309 (+11% rispetto al 2018) tra insegnanti, dirigenti e amministrativi di vivere un’esperienza di mobilità europea per un corso di formazione, job shadowing (attività di osservazione sul campo) o incarichi di insegnamento. I fondi an disposizione per quest’ambito ammontano a 9,9 milioni di euro (+17% rispetto al budget 2018).

Oltre 47mila universitari all’estero
Dal 1987 ad oggi, spiega Indire, oltre mezzo milione di studenti italiani hanno viaggiato in Europa con Erasmus. Nel 2019-2020 sono 262 gli istituti di istruzione superiore italiani coinvolti nella mobilità Erasmus tra atenei, istituti dell’Afam (l’alta formazione artistica musicale, le Scuole superiori per mediatori linguistici, gli Its, Istituti tecnici superiori e le organizzazioni a guida di consorzi. Nello stesso periodo, tra studenti e prof sono 47.117 gli universitari italiani che hanno viaggiato oltre confine, grazie a un budget da oltre 89 milioni di euro. Mentre quasi 27mila giovani europei hanno scelto le università italiane per il loro Erasmus, confermando l’Italia al quarto posto in Europa (dopo Spagna, Germania e Francia) per numero di studenti ospitati per attività di studio, una posizione in più rispetto agli anni precedenti.

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Allarme salute per smog e clima. In Italia nel 2016 le vittime sono state 45.600

Il clima che cambia è una delle più grandi minacce per la salute dell’umanità. A determinare questo stato di cose sono in buona parte le emissioni di CO2, quindi dall’inquinamento che fa già le sue vittime in maniera diretta, e l’Italia su questo fronte è drammaticamente in prima fila: è prima in Europa (e 11esima nel mondo) per morti premature da esposizione alle polveri sottili PM2.5. È questo l’allarme lanciato sulla rivista The Lancet nel report Countdown on Health and Climate Change sull’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute. “Solo nel 2016 – spiega all’Ansa uno degli autori del report, Marina Romanello della University College di Londra – nel nostro Paese sono stati ben 45.600 i decessi in età precoce, con una perdita economica di oltre 20 milioni di euro, la peggiore in Europa”.si_.jpg

Proprio i cambiamenti climatici hanno già fatto moltissime vittime nel mondo a colpi di ondate di calore, inondazioni, incendi, e tante altre ne faranno sferzando armi quali infezioni, povertà e denutrizione, se non si riuscirà a limitare il surriscaldamento del pianeta. La “salute futura di un’intera generazione è minacciata dai cambiamenti climatici – scrivono gli autori del report – se non saranno raggiunti gli obiettivi dell’accordo di Parigi, in primis limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali”.

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La giustizia penale. Aspetti problematici

Francesco D’Agostino

La Costituzione e la realtà della legge e del carcere: parola di filosofo È davvero nobile la formula dell’articolo 27, terzo comma, della nostra Carta fondamentale, che sostiene esplicitamente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma è inspiegabile, però, che tale formula sia stata ritenuta compatibile con la presenza nel nostro sistema penale delle pene pecuniarie, che colpendo, in palese contrasto col principio costituzionale di eguaglianza, i meno abbienti duramente e molto lievemente i più abbienti, non hanno certamente né per gli uni né per gli altri alcuna efficacia rieducativa. E ancora più imbarazzante è che il dettato costituzionale sia stato ritenuto compatibile c81.jpgon le pene detentive, le cui potenzialità rieducative nessuno è mai riuscito a dimostrare.

Limitiamoci per ora a una riflessione sui recenti dibattiti in merito al ‘fine pena mai’ e sul cosiddetto ‘ergastolo ostativo’, che dimostrano quanto ormai siano palesemente offuscati nell’opinione pubblica (e non solo italiana) il concetto e la funzione della ‘pena criminale’. Fino a quando la categoria ‘pena’ non verrà cancellata dal sistema giuridico (cosa che peraltro molti auspicano), resterà fermo che per ‘pena criminale’ non si può intendere altro se non una ‘sofferenza’ inflitta a un reo, cioè a chi abbia violato alcune regole basilari dell’ordine sociale (quelle elencate minuziosamente nel codice penale).

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Giovani, motore per un mondo più equo e solidale

Roberta Gisotti

Domani a Parigi apertura della Conferenza generale dell’Unesco. Attesi per la 40ma sessione oltre 100 ministri della cultura e dell’istruzione.

Sarà la più ampia riunione, negli ultimi 25 anni, di ministri della cultura e del’educazione, almeno 107 quelli attesi a Parigi, oltre a diversi capi di Stato e di governo e alle delegazioni di 193 Stati membri dell’Unesco.

Cultura e sfide della società

Tante le questioni da affrontare nell’agenda, articolata in due settimane di lavori dal 12 al 27 novembre, per fare il punto dei progressi e destinare risorse ai diversi settori di attività dell’organizzazione dell’Onu per la scienza, la cultura e l’educazione. Al centro del dibattito quest’anno sono le prospettive giovanili sul multilateralismo; l’inclusione e la mobilità nell’istruzione superiore; il ruolo della cultura di fronte alle sfide contemporanee; l’intelligenza artificiale; la violenza contro le donne; le buone pratiche per il cambiamento; il 30mo della Convenzione sui diritti dell’infanzia.giovani-mani-ciesseinforma-csv-fvg.jpg

Giovani e multilateralismo

Ad inaugurare la Conferenza sarà domani 12 novembre l’incontro (Re) Generation, tra capi di Stato e di governo, per ripensare il multilateralismo puntando ad un rinnovato protagonismo dei giovani, uomini e donne impegnati in tutto il mondo per affermare il valore della solidarietà globale con l’obiettivo di realizzare società più inclusive e sostenibili. L’attenzione dell’Unesco sarà puntata ad ascoltare aspirazioni e aspettative dei giovani rendendoli protagonisti per un cambiamento di prospettive.

Istruzione superiore, inclusione, mobilità

A seguire, il 13 novembre, si riuniranno ministri dell’Educazione e rettori universitari per arrivare ad una nuova Convenzione globale sul riconoscimento delle qualifiche dell’istruzione superiore per sostenere la qualità, l’inclusione, la mobilità e la parità di accesso. Si tratta di un accordo innovativo, in preparazione dal 2011, per dare risposta ad 8 milioni di studenti e docenti, lontani dai propri Paesi d’origine, che aspettano il riconoscimento delle competenze acquisite e del lavoro accademico realizzato in diversi Stati. Il panorama dell’istruzione superiore è infatti caratterizzato da una crescente internazionalizzazione e mobilità accademica. Oggi sono ben 220 milioni gli studenti iscritti nelle Università di tutto il mondo, un numero che è raddoppiato negli ultimi dieci anni, destinato ad aumentare ancora, soprattutto in Africa.

Sviluppo sostenibile, coesione sociale, occupazione

Saranno quindi il 19 novembre i ministri della cultura ad essere interpellati sulle questioni più urgenti che attraversano le società del terzo Millennio per favorire un’economia equa, la coesione sociale, lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente, l’istruzione universale, l’occupazione giovanile.

Violenza contro le donne

Altro appuntamenti importanti saranno il 14 novembre, dedicato alla violenza contro le donne e le ragazze, con la presentazione di uno speciale manuale per sensibilizzare i media e il 18 novembre, con un forum sull’impatto dell’intelligenza artificiale e gli standard etici. L’interrogativo di fondo sarà su come garantire  che i progressi dell’IA non interferiscano con i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Nella stessa giornata del 18 sarà dato spazio i giovani dell’Unesco per proporre le loro esperienze di dialogo, condivisione, conoscenze, cooperazione, quali protagonisti e promotori di positivi cambiamenti nei loro Paesi.

Dialogo tra giovani e politici

Da segnalare infine il 20 novembre un originale dialogo tra bambini e personalità politiche e organismi non governativi per un bilancio e per rinnovate proposte a 30 anni dall’approvazione della Convenzione Internazionale dei diritti dell’Infanzia.

 

Il presidente Mattarella: “Solidarietà, non odio”. E Salvini visita la Segre

Amedeo La Mattina e Francesca Paci

Una signora di 87 anni costretta a girare con la scorta per gli attacchi antisemiti che riceve è lo shock che continua a far discutere l’Italia. E mentre Liliana Segre, pur essendo una combattente, continua a ragionare sull’opportunità di rinunciare alla presidenza della Commissione della discordia e si dice incredula sulla scorta assegnatale, ieri pomeriggio, a sorpresa, Matteo Salvini, di fronte all’eco internazionale della vicenda, si è presentato (insieme alla figlia e con il massimo riserbo) a casa della senatrice.

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Ma sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Repubblica Mattarella, che è tornato a sostenere la Segre perché, insiste, la contrapposizione tra «solidarietà e intolleranza» non è affatto esagerata: «Quando una bimba di colore non viene fatta sedere sull’autobus o quando una donna come Liliana Segre ha bisogno di una scorta, si capisce che questi non sono interrogativi astratti o retorici». La storia a cui allude il capo dello Stato, associandola alla Segre, è quella della piccola di 7 anni che mercoledì, ad Alessandria, ha visto il colore della sua pelle motivare una signora fieramente italiana a non cederle il posto sul bus.

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Politica. I MURI CHE ANCORA DIVIDONO L’EUROPA

Sono passati trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino che per decenni divise il continente, in modo fisico, ma anche e soprattutto ideologico. be.jpg

L’Europa che nacque all’indomani di quel 9 novembre promise l’abbattimento delle barriere. In parte ci è riuscita: l’Unione Europea garantisce libertà di movimento ai suoi cittadini, e ai commerci dei loro paesi. Eppure, dal 1989 altri muri sono sorti, o, addirittura, si sono fortificati. Muri non più ideologici, ma che tutelano con le compattezze proprie degli stati-nazione: limes che oggi distinguono marcatamente tra un “noi” e molteplici “loro”. Muri che sono sia fisici, ma anche e soprattutto psicologici: e quindi ben più difficili da abbattere.

Per il trentennale della caduta del Muro di Berlino, ISPI offre una panoramica di alcuni dei luoghi più divisi e divisivi d’Europa.

PER SAPERNE DI PIU’ VEDI: