Archivi categoria: Condizione giovanile

La presenza pervasiva del digital nella vita quotidiana dei giovani

Circa metà del campione usa sempre app/siti per prenotare ristoranti e locali o per ordinare cibo che gli viene consegnato a casa; altrettanti utilizzano ‘sempre-spesso’ lo smartphone nelle attività fisiche/sportive; l’84% usa ‘sempre-spesso’ smartphone e pc come navigatore per cercare percorsi e destinazioni, pressoché la totalità degli studenti, circa la metà del campione, usa sempre app/siti per gestire la scuola (registro elettronico di scuola/università): questo quanto emerge dall’indagine condotta da Bva-Doxa per Visa in collaborazione con FEduF, la Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio costituita dall’Abi, su di un campione di 500 ragazzi italiani tra i 18 e 25 anni, sulla percezione del valore del denaro contante ed elettronico nella generazione dei nativi digitali.

giovani-smartphone.jpgPer il 42% del campione, il digital è presente in tutti gli ambiti della vita. In pochi sono d’accordo con la difficoltà di non riuscire a distinguere tra digital e realtà (18%), così come nel ruolo dei social quale strumento per esprimere le proprie emozioni (21%). Un po’ meno della metà sono d’accordo nel constatare che il denaro contante non sparirà (42% accordo 8-10) e consapevoli che i pagamenti dematerializzati hanno facilitato la loro vita (42% accordo 8-10).

Il digital in dettaglio
Lo smartphone entra in modo deciso anche nella mobilità: il 37% utilizza app per sharing di mezzi di trasporto (auto, bici, scooter) e il 42% paga i mezzi pubblici con lo smartphone, il 22% paga la sosta per l’auto con le app. L’uso dello smartphone è diffuso anche per la prenotazione delle vacanze: il 60% del campione lo usa per prenotare aerei, case o alberghi online.

Accanto allo smartphone, si fanno largo gli assistenti vocali con una penetrazione ancora in crescita: i giovani li usano per chiedere informazioni, per ascoltare la musica, ma anche per divertirsi facendo domande assurde.

Il mondo del digital entra in modo significativo nella gestione dell’intrattenimento: il 60% del campione gioca con lo smartphone sempre-spesso, 87% guarda video brevi dai social e ascolta musica, il 66% guarda film e serie tv.

Pagamenti
Il ruolo del digital diventa rilevante anche in ambito pagamenti: dalla gestione degli acquisti online, all’uso dell’app della propria banca, fino all’uso vero e proprio dello smartphone come strumento per effettuare i pagamenti.
Se poco meno della metà possiede un conto corrente personale (47%), l’88% usa le carte per i suoi pagamenti. Tra le carte, la più utilizzata dal campione è la prepagata 60%, seguita dalla carta di debito 46% e quindi dalla carta di credito 33%.
Per la gran parte delle carte in loro possesso è abilitata la modalità contactless (76%), solo il 10% non la usa perché non si fida, a fronte di un 51% che la usa sempre, ogni volta che può.
Nel complesso dei loro pagamenti se il 39% è gestito in ‘contanti’, il restante 60% passa attraverso forme dematerializzate di denaro, tra cui carte (32%), app di pagamenti (12%). I contanti vengono preferiti per la maggior parte dei pagamenti sotto i 15 euro (75%), per gli scambi di denaro con gli amici (56%) e per le spese al bar/fast food (75%). Per i pagamenti degli acquisti nei punti vendita così come nei locali, ristoranti e pizzerie e per la spesa alimentare contanti e carte (nelle diverse forme di carte di debito, credito e prepagata) si alternano in ugual misura.

I giovani del campione sono molto inclini agli acquisti on line, scelti soprattutto per la convenienza dei prezzi e per la comodità di ricevere la merce a casa. Il 41% utilizza le carte prepagate per i propri acquisti on line.

Cercando di mappare i diversi strumenti di pagamento
• il denaro contante è fonte di ‘sicurezza’ (35%) e ‘piace’ da usare (34%), dà inoltre la percezione di controllare meglio i pagamenti.
• le carte ‘fanno sentire adulti’ e ‘danno l’idea di poter comprare più cose’, apprezzate per la comodità e praticità d’uso (andando soprattutto a eliminare la necessità di dover prelevare)
• nel balance tra rischi e benefici, saldo largamente positivo per le carte prepagate, per il 58% riconosce più benefici che rischi. Più critico il balance per la carte di credito e app di pagamento da smartphone.

Metodologia e campione
500 interviste a ragazzi 18-25 anni, realizzate on line sul panel proprietario BVA-Doxa nel mese di ottobre 2019, rappresentative dell’universo di riferimento.

in Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019

Politica. Giovani tiepidi verso il nuovo Governo. Analisi Istituto Toniolo

ALESSANDRO ROSINA

I dati sulla condizione dei giovani in Italia continuano ad essere sconfortanti. Tra i peggiori in Europa sono i valori della dispersione scolastica, dell’occupazione under 30, del rischio di povertà all’uscita dalla famiglia di origine, del flusso netto di laureati verso l’estero. Al superamento degli anni peggiori della crisi economica non ha corrisposto l’avvio di un solido processo di crescita con al centro la promozione di un ruolo attivo e qualificato delle nuove generazioni.
Il Governo giallo-verde su questo fronte non si è distinto in modo particolare. Reddito di cittadinanza e Quota 100, in particolare, nonostante le risorse investite, sono apparse agire più in logica assistenziale che come strumenti di welfare attivo in grado di agevolare l’accesso al lavoro dei giovani. In mancanza di risultati concreti, la disillusione verso la politica non può che continuare ad essere elevata. Nei riguardi di chi si alterna al governo e sui singoli partiti l’atteggiamento rimane molto disincantato e pragmatico, con solo una minoranza di fortemente schierati.

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Secondo i dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, il 41,9% dei residenti tra i 20 e i 34 anni concede un voto di sufficienza al concluso governo a trazione leghista, con solo il 13,3% che assegna un giudizio decisamente positivo (voto 8 e oltre su scala da 1 a 10).

Il Governo attuale presenta un forte continuità con quello precedente, avendo mantenuto lo stesso Presidente del Consiglio e il determinante sostegno pentastellato. A partire dal discorso alla Camera nel giorno della fiducia il premier Giuseppe Conte ha messo in varie occasioni in primo piano la necessità di riattivare la “speranza dei giovani” attraverso un concreto miglioramento delle loro opportunità. La discussione sulla legge di Bilancio non ha però evidenziato una vera svolta. Non emerge un chiaro progetto in grado di mettere le basi di un riposizionamento delle nuove generazioni nei processi di crescita del Paese. Gli intervistati riconoscono, in ogni caso, la necessità di misure a sostegno immediato della crescita economica (considerata l’urgenza maggiore dal 32,7%), seguita da concreti investimenti sull’occupazione giovanile (12,1%) e da misure simbolo come il taglio dei parlamentari (11,3%).

L’atteggiamento rimane quindi attualmente tiepido, solo leggermente più favorevole rispetto al primo governo Conte. A dare complessivamente un voto sufficiente è il 44,4%, ma con oltre la metà che esprime un giudizio tra il 5 e l’8. Questi dati ci dicono, insomma, che la maggioranza non è ostile all’attutale Governo, ma è in attesa di segnali più chiari prima di sbilanciarsi di più, in un senso o nell’altro. Alla domanda esplicita di confronto tra i due governi, il 30,8% si sente più in sintonia con il Conte bis rispetto al precedente, contro il 29,1% di opinione contraria. Il resto degli intervistati si sente lontano da entrambi. E’ il ritratto di un elettorato ancora tutto da convincere e da conquistare, senza preclusioni ma su cui pesa ancora un’ampia base di disillusione.

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Su come conquistarlo, è vero che il tema dell’ambiente tocca una particolare sensibilità, ma è interessante vedere come si associ a una crescente attenzione al tema più generale della promozione di un modello di benessere equo e sostenibile, che non esclude la crescita economica ma che include dimensioni più ampie e promuova nuove opportunità. Di fronte a questo quadro coerente desiderato, le preoccupazioni sull’immigrazione e sull’impatto delle nuove tecnologie passano in secondo piano. Il contrasto alle diseguaglianze sociali e la parità di genere rivestono una propria importanza specifica ma è preferita la lettura positiva di ciò che promuove il benessere e le opportunità di tutti.  In definitiva, l’immagine di una generazione che avrebbe voglia di trovarsi schierata in attacco rispetto ad un nuovo modello sociale e di sviluppo, non che da troppo tempo si trova schiacciata in difesa, sia rispetto a quello che non funziona nel Paese e sia a ciò che non decolla nelle loro vite.

in la Repubblica, 06 novembre 2019

Crescono consumo e dipendenze. Alcol e droga frutti del post-umanesimo

CARLO BELLIENI

Tornato purtroppo alla ribalta delle cronache in questi giorni – anche grazie al lavoro di approfondimento sviluppato da ‘Avvenire’ –, il tema dello ‘sballo’ dei giovani ottenuto mediante l’uso di alcol e droghe è di quelli che dovrebbero occupare l’attenzione e l’impegno di tutti ben oltre i pochi giorni dopo qualche nuova tragedia.

Per questo vale la pena essere ben documentati su alcuni aspetti specifici, come quello dei danni irreversibili scientificamente documentati sullo sviluppo cognitivo dei giovani esposti al consumo di sostanze che alterano la loro coscienza.

Si consideri il caso esemplare dell’alcol, assunto ormai spensieratamshutterstock_binge-drinking-alcol-giovani-ragazze-ubriache.jpgente da troppi ragazzi. La sua diffusione aumenta, e lo fa in modo ipocrita: tutti sanno che in discoteca si beve e bevono anche i minori; tutti sanno che è facile per un adolescente aggirare le proibizioni alla vendita di alcolici. Eppure cosa si fa per evitarlo? Davvero poco, a quanto pare.

Secondo l’americano National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism, all’età di 15 anni circa il 33% ha bevuto almeno una volta un superalcolico, e a 18 si sale fino al 60. Gli americani di età compresa tra 12 e 20 anni consumano un totale dell’11% di tutto l’alcol negli Stati Uniti.

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Scuola. Ansia, depressione, dipendenza: frutti di una visione economicistica e competitiva

ANNA ALEMANI

Gli studenti delle scuole più esclusive degli Usa sono una categoria ad alto rischio: ansia, depressione, dipendenza. Perché?

WESTPORT (Connecticut) — Recentemente il Washington Post ha riportato il risultato di uno studio del National Academies of Sciences, Engineering & Medicine: gli studenti delle scuole più esclusive e prestigiose degli Stati Uniti sono diventati una categoria ad alto rischio di sviluppare disturbi mentali e di comportamento come ansia, depressione, dipendenza da alcol e droghe. Paradossalmente questa categoria, proveniente da comunità molto abbienti e agiate, ha lo stesso tasso di rischio (due o tre volte la media nazionale) di coetanei che vivono in situazioni di povertà, ragazzi in affido temporaneo, figli di immigrati e di carcerati.network.jpg

Lo stress psicologico che questi ragazzi sperimentano in queste scuole deriva da un’eccessiva pressione ad eccellere, ad ottenere punteggi massimi nei test, a impegnarsi in innumerevoli attività extra-curriculari, a intraprendere percorsi accademici accelerati. Tutto quanto al fine di, una volta diplomati, essere ammessi alle università più rinomate degli Usa (top-tier college come Harvard, Princeton, Stanford o Mit) che oggi hanno tassi di ammissione ai minimi storici ma che sono ancora visti come garanzia di accesso ad una carriera prestigiosa e redditizia.  Continua a leggere

Obesità infantile. Grasso un bambino su quattro. Report Istat

In Italia è in eccesso di peso un minore su quattro. E’ la condizione che riguarda circa 2 milioni e 130 mila bambini e adolescenti. La gran parte di loro (2 milioni) non pratica sport né attività fisica. E se il 74,2% di bambini e ragazzi consuma frutta e/o verdura ogni giorno, solo il 12,6% arriva a 4 o più porzioni. Mentre ben un quarto dei bambini e degli adolescenti consuma quotidianamente dolci e bevande gassate. E’ il quadro che emerge dal report sugli stili di vita dell’Istat, che segnala comunque un decremento del fenomeno. La quota di bambini e ragazzi sovrappeso e obesi è pari nel biennio 2017-2018 al 25,2%, ma era al 28,5% in quello 2010-2011.

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La ricerca che prende in considerazione bambini e ragazzi tra i 3 e i 17 anni, segnala comunque un aumento del numero di coloro che praticano sport. Se tra il 2010 e il 2011 era il 25,7% a non compiere nessuna attività fisica, la percentuale dei “fannulloni” è scesa al 22,7%. Se nel mondo sono oltre 340 milioni i bambini e gli adolescenti di 5-19 anni in eccesso di peso, nel panorama europeo l’Italia è tra i Paesi con i livelli più alti di obesità tra i bambini di 7-8 anni. Nei paesi dell’Ue, in media, è obeso quasi un bambino su otto tra i 7 e gli 8 anni. La maglia nera spetta a Cipro (20%), ma l’ Italia segue a ruota con la Spagna (18%), e precede Grecia e Malta (17%). Nel Belpaese sovrappeso e obesità sono più diffuse tra i maschi (27,8% contro 22,4%). E la fascia di età più critica è quella tra i 3 e i 10 anni (30,4%). Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a toccare il valore minimo tra i ragazzi di 14-17 anni (14,6%).

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I chili di troppo hanno anche una connotazione geografica. L’eccesso di peso è più elevato nel Mezzogiorno. Se è pari al 18,8% al Nord-ovest, e al 22,5% al Nord-est, si attesta al 24,2% Centro, e raggiunge il 29,9% nelle Isole e il 32,7%). E anche all’interno del Sud ci sono differenze, con percentuali particolarmente elevate in Campania (35,4%), Calabria (33,8%), Sicilia (32,5%) e Molise (31,8%). La bilancia fuori controllo ha anche una connotazione sociale: tendono a essere maggiormente in sovrappeso o obesi i bambini e ragazzi che vivono in famiglie con risorse economiche scarse o insufficienti, ma soprattutto in quelle in cui il livello di istruzione dei genitori è più basso. La quota di bambini in eccesso di peso è infatti pari al 19% tra quanti vivono in famiglie con genitori laureati ma raggiunge il 30,1% se i genitori non sono andati oltre la scuola dell’obbligo.

http://www.istat.it/it/files//2019/10/Report_Stili_di_vita_minori.pdf

Un nuovo patto tra generazioni. Un impegno etico e politico

Dopo le manifestazioni dello scorso 15 marzo a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo, non è più necessario spendere molte parole per presentare la sedicenne Greta Thunberg e lo “Sciopero dalla scuola per il clima” (School strike for climate). Non era così nell’agosto del 2018, quando da sola iniziò a protestare davanti al Parlamento svedese, chiedendo un impegno più deciso del Governo del suo Paese nell’attuazione degli impegni presi nel 2015 alla COP21 di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici. Nel corso di questi mesi, grazie soprattutto ai social network, la domanda all’origine della sua protesta è divenuta nota e altri giovani in tutto il mondo l’hanno fatta propria: «Perché andare a scuola e studiare, se rischiamo di non avere un futuro?».

I destinatari di questa provocazione sono in primo luogo i responsabili politici dei singoli Paesi, ma più in generale tutti gli adulti. In modo ancor più netto, in occasione del discorso tenuto alla COP24 sul clima di Katowice, Greta si è rivolta proprio agli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece state rubando loro il futuro». L’accusa è che l’attuale risposta alle questioni climatiche è immatura, lenta, insufficiente. I giovani ritengono che chi è più grande di loro sia inerte o non faccia abbastanza di fronte alle ferite inferte quotidianamente al pianeta dai nostri stili di vita. Si tratta di una rivendicazione che coglie nel segno, sensibile all’urgenza della questione ambientale, e che richiederebbe di essere meglio approfondita per la complessità degli aspetti in gioco. Tuttavia c’è anche un altro fattore su cui soffermarsi, evidenziato indirettamente dalle proteste degli studenti: il modo in cui il rapporto fra le generazioni si declina in questa fase storica.

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Una distanza che cresce

Dietro la richiesta di prendersi seriamente cura dell’ambiente che i giovani rivolgono agli adulti, traspare la preoccupazione per la situazione attuale, la valutazione negativa degli sforzi fin qui fatti e la paura che le conseguenze saranno ingestibili e catastrofiche e comprometteranno in modo quasi definitivo il loro futuro. In altre parole i giovani non vogliono ricevere un’eredità piena di debiti, contratti per salvaguardare lo stile di vita di chi li ha preceduti (che è anche quello in cui sono stati cresciuti), e trovarsi a far fronte alle conseguenze senza aver avuto voce in capitolo. Su questo tema registriamo una distanza che vede contrapposte le varie generazioni: l’appartenenza generazionale diventa il punto di vista a partire dal quale valutare la situazione, individuare possibili soluzioni e definire priorità di azione, e diventa così la base di una frattura sociale. Non è certo un caso che queste divergenze emergano in materia di ambiente e di scelte da compiere per la sua cura: si tratta, infatti, di individuare un equilibrio che sia sostenibile non solo per il presente, ma anche per il futuro. La posta in gioco non è solo salvaguardare l’esistente, ma anche il patrimonio che viene trasmesso alle generazioni successive, quelle che ora sono troppo giovani per partecipare alle decisioni, e quelle che verranno ancora dopo.

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Anziani più ricchi dei giovani. La Silver Economy

FULVIO FULVI

Persone mediamente in buona salute, con solide posizioni patrimoniali e una notevole propensione al consumo, in particolare nei settori del tempo libero e della cultura. Ecco, in sintesi, il ritratto dell’italiano ultrasessantacinquenne che emerge dal 1° Rapporto Censis-Tendercapital, sulla cosiddetta Silver Economy e sulle sue conseguenze presentato stamattina a Roma. Ma la ricerca, che punta l’attenzione sui “buoni investimenti” mostra innanzitutto come l’anziano in Italia sia un “generatore di welfare sociale e di relazioni”, protagonista – si dice nella relazione – “di una silenziosa, quotidiana, profonda rivoluzione della società”.

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Una figura lontana, quindi, dai soliti stereotipi dell’anziano “passivo” o “povero” che pesa cioè sulla collettività soprattutto in termini di spesa pubblica. I dati sulla longevità confermano che nel nostro Paese vivono 13,7 milioni di persone con 65 anni e più, che rappresentano il 22,8% della popolazione: un trend in costante crescita. La regione più longeva è la Liguria (28,5%), seguita da Friuli Venezia Giulia (26,2%) e Umbria (25,6%).

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Oltre 128.500 italiani espatriati nel solo 2018: 4 su dieci hanno dai 18 ai 34 anni

Sono quasi 5,3 milioni gli italiani che risiedono all’estero. Parliamo dell’8,8 per cento degli oltre sessanta milioni che risultano residenti in Italia. Inesauribile impoverimento del Meridione. Nell’ultimo anno, con oltre 20 mila iscrizioni il Regno Unito è la prima meta prescelta. Al secondo posto la Germania. A seguire Francia, Brasile, Svizzera e Spagna

Andrea Carli

Sono quasi 5,3 milioni gli italiani che, al 1 gennaio di quest’anno, risultano risiedere all’estero. Nel solo 2018 sono espatriate oltre 128 mila persone. Nella classifica degli italiani che risiedono all’estero, la Sicilia occupa il primo posto, con una percentuale del 14,5%. L’isola è seguita da Campania (9,6%) e Lombardia (9,5%). I siciliani che risiedono all’estero sono 768mila, il 23,7% hanno tra i 18 e i 34 anni. A scattare questa fotografia è la Fondazione Migrantes, nel Rapporto italiani nel mondo 2019, giunto alla XIV edizione e presentato a Roma oggi, 25 novembre.

Quasi 5,3 milioni di persone che risiedono all’estero significa l’8,8 per cento degli oltre sessanta milioni che risultano residenti in Italia. Più della metà degli italiani che risiedono all’estero (51,5%) è iscritto all’Aire (l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero) per espatrio, ma continua la crescita degli iscritti per nascita (39,7%). Le acquisizioni di cittadinanza sono il 3,4%, le reiscrizioni per irreperibilità il 4,0%. Il 43,9% è iscritto da oltre 15 anni, il 20,7% da meno di 5 anni.

Inesauribile impoverimento Meridione
Il rapporto lancia l’allarme: l’impoverimento del Sud è inesauribile. «Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno – si legge nel documento -, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto». «Cedendo risorse qualificate – continua il Rapporto -, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord».

08_LAVORO_AGENZIA_FOTOGRAMMA-kM1B--1020x533@IlSole24Ore-Web.jpgOltre 128.500 italiani espatriati nel solo 2018
Nel solo 2018, hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani (400 persone in più rispetto all’anno precedente). L’attuale mobilità italiana continua a interessare in prevalenza i giovani (18-34 anni, 40,6%) e i giovani adulti (35-49 anni, 24,3%). Il 71,2% degli iscritti all’Aire per solo espatrio da gennaio a dicembre 2018 è in Europa e il 21,5% in America (il 14,2% in America Latina). A uno sguardo più dettagliato sono ben 195 le destinazioni di tutti i continenti. È un’inesorabile “vuoto” sociale, iniziato nel lontano 1995, che si sta creando e che difficilmente potrà trovare soluzioni facilmente adottabili.

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Investire sulle nuove generazioni perché lasciare l’Italia non sia un obbligo

ALESSANDRO ROSINA

Siamo un Paese in cui le famiglie scelgono sempre di meno di avere figli e nel quale i figli scelgono sempre di più di cercare opportunità altrove. La combinazione della lettura del recente “Atlante sull’infanzia a rischio” di Save the Children e del “Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, presentato ieri, fornisce un ritratto implacabile del disinvestimento quantitativo e qualitativo dell’Italia sulle nuove generazioni. Da troppi anni ci ritroviamo ad aggiornare in negativo i dati sulle nascite, sulla povertà educativa e sul saldo negativo dei diplomati e laureati verso l’estero.

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Il rischio è che il nostro Paese non riesca più a invertire la tendenza, avvitandosi in un circolo vizioso di decremento delle nuove generazioni e di deterioramento delle condizioni che consentono a esse di dare e ottenere il meglio nei processi di produzione di nuovo benessere in questo secolo. Una spirale negativa accentuata, appunto, dal flusso crescente di giovani preparati e intraprendenti che vanno ad arruolarsi nella forza lavoro di altri Paesi, rafforzando così il loro vantaggio competitivo a scapito dell’Italia. Spesso con molto rammarico dei giovani stessi che non capiscono perché quello che gli viene riconosciuto all’estero e che riescono a realizzare con successo, fosse tanto complicato da ottenere nel loro territorio di origine. Eppure, come mostrano i dati del “Laboratorio futuro” dell’Istituto Toniolo, l’Italia nei prossimi dieci anni avrà grande necessità di rafforzare i percorsi professionali delle nuove generazioni per rispondere agli squilibri demografici che stanno indebolendo il centro della vita lavorativa.

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“Crescere uomini”. I nuovi ragazzi nei tempi di crisi del maschile

AGNESE FERRARA

Sessualità, pornografia, sessismo. Come rispondono oggi i ragazzi a domande su questi tre temi? E’ una lente d’ingrandimento per capire come stiamo crescendo i maschi di domani. Mentre si dibatte della ondata di neo-femminismo, di #metoo, di diritti di genere e le diverse edizioni dei libri sulle ‘bambine ribelli’ schizzano in vetta alle classifiche di vendita, delle difficoltà dei maschi e dei bambini si parla molto meno. Si dibatte (ancora) del mito del maschio alpha e dell’uomo virile, non dell’educazione alla cura dei propri sentimenti e delle emozioni, sessualità inclusa, dell’amore, dell’empatia, del dialogo e dell’ascolto che dovrebbe nutrirli fin dai primi anni di vita. “A casa ai bambini non si parla di sessualità, a scuola è tabù. I genitori, impreparati sull’argomento, rimandano di anno in anno mentre i figli scoprono il sesso online. Non ci si interroga della crisi dell’educazione al maschile neanche quando accadono violenze sessuali, perfino fra adolescenti e di gruppo, aggressioni verso l’altro sesso e femminicidi in costante aumento. Tutti potenti segnali di allarme che restano disattesi o deviati da analisi affrettate e piene di pregidd.jpgudizi nei confronti delle donne”.

L’analisi è di Monica Lanfranco, giornalista, scrittrice e formatrice sui temi della differenza di genere, autrice del nuovo libro ‘Crescere uomini Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo’ edito da Erickson, oggetto di un incontro al Convegno Internazionale “Affrontare la violenza sulle donne”, organizzato da Erickson a Trento il 18 e 19 ottobre.

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