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Giovani. Meno di 2 su 10 conoscono gli “obiettivi di sviluppo sostenibile”

NICOLETTA COTTONE

I giovani under 27? Solo il 17% conosce i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e per 6 su 10 a raggiungerli ci dovranno pensare le generazioni future. La “sostenibilità” è un concetto familiare al 40% degli intervistati, ma pochi conoscono il nesso che la collega alla produzione di cibo. Solo 1 su 3, tra chi conosce la sostenibilità, pensa che il benessere del Pianeta dipenda anche da cosa mettiamo nel piatto. Un peccato se si pensa che in realtà proprio la produzione agricola è responsabile del 24% delle emissioni di gas serra. In questo scenario, una consapevolezza emerge tra i ragazzi: ridurre lo spreco alimentare è il più importante comportamento sostenibile da adottare. Lo pensa il 50% dei ragazzi.

Scuola, istituzioni e famiglia dovrebbero aiutare i giovani ad accrescere la consapevolezza

É la fotografia scattata da Ipsos per Fondazione Barilla, che ha coinvolto 800 giovani tra i 14 e i 27 anni in tutta Italia, per capire cosa sanno di obiettivi di sviluppo sostenibile e del ruolo che gioca il cibo nel loro raggiungimento. La ricerca è stata presentata all’evento Asvis, organizzato in occasione del Festival dello sviluppo sostenibile a Roma, dal titolo “Salute, Alimentazione e Agricoltura Sostenibile: educare gli adulti di domani”. Scuola, istituzioni e famiglia sono le realtà che, per i giovani, dovrebbero aiutarli ad accrescere la consapevolezza sul tema. La ricetta di Fondazione Barilla è quella di adottare diete sostenibili e una formazione scolastica continuativa sono le chiavi per rivoluzionare il sistema in cui viviamo.

Solo 2 under 27 su 5 adottano una dieta sostenibile 

«Obiettivi di sviluppo sostenibile e cibo devono andare a braccetto per arrivare al 2030 in una condizione migliore di quella attuale», ha sottolineato Anna Ruggerini, direttore operativo di Fondazione Barilla. «Il nostro Pianeta sta bruciando e il tempo per salvarlo è poco, ma tanti giovani non sembrano esserne consapevoli. Serve il contributo di tutti per formare i ragazzi e in questo, chiaramente, un ruolo centrale lo gioca il sistema scolastico con gli insegnanti, che possono aiutare a diffondere la consapevolezza che il cibo è il fil rouge che unisce i 17 Obiettivi». E ha messo in luce che solo due under 27 su cinque adottano diete sostenibili, come la Dieta Mediterranea, forse perché non hanno chiara l’importanza che questo modello alimentare può ricoprire per la salute nostra e del Pianeta. E ha segnalato che Fondazione Barilla ha avviato un programma educativo, in protocollo con il Miur, per parlare ai docenti e ai loro studenti, proprio di cibo e sostenibilità: « Un impegno pluriennale – ha sottolineato – perché il nostro futuro passa da lì».

Pochi ragazzi conoscono il concetto di sostenibilità

Un 14-15enne su quattro ha aderito a #FridaysForFuture (movimento internazionale di protesta di giovani studenti che rivendicano azioni per prevenire il riscaldamento globale e il cambiamento climatico legato alle proteste della svedese Greta Thunberg) e circa 6 giovani su 10 ne condividono i messaggi. In generale, quando si affrontano questi temi la percezione dell’urgenza di intervenire emerge chiara, tanto che per l’84% dei 18-24enni italiani «stiamo andando incontro a un disastro ambientale se non cambiamo subito le nostre abitudini». Eppure, sempre secondo la ricerca, solo 4 giovani intervistati su 10 sembrano conoscere davvero il concetto di sostenibilità. Conoscenza che aumenta con il crescere dell’età (29% tra i 14-15enni; 36% tra i 16-19enni; 43% tra i 20-23enni; 52% tra i 24-27enni), del grado di istruzione (52%) e del tenore di vita più alto delle famiglie (53%). Ma i ragazzi mettono in relazione la sostenibilità solo agli aspetti ambientali, mentre restano sullo sfondo temi, altrettanto importanti, della sostenibilità associata all’economia (13%), alla società (9%), al cibo e all’alimentazione (9%).

In Europa i più allarmati sono i tedeschi

obiettivi_sn1.jpgPer l’80% degli italiani (84% dei 18-24enni) «stiamo andando incontro a un disastro ambientale se non cambiamo subito le nostre abitudini». Più allarmati – in Europa – sono solo i tedeschi (85%), meno sensibili al tema appaiono grandi Paesi come Russia (78%), U.S.A. (70%) e Gran Bretagna (67%). Se invece guardiamo a comportamenti concreti, il 68% dei giovani italiani tra 18 e 24 anni (dato che scende al 64% per il totale della popolazione) sono convinti che «in futuro avranno più successo i prodotti in grado di contribuire positivamente alla società». Una certezza che sembra accomunarci a Germania (65%), Russia (64%), Francia (62%) e Spagna (61%). Chi ritiene questa visione più rilevante, invece, sono Paesi emergenti come India (83%) e Brasile (74%) o grandi economie come la Cina (80%).

in Il Sole 24 Ore, 06 giugno 2019

La condizione giovanile in Italia. Rapporto 2019 dell’Istituto Toniolo

E’ appena uscito nelle librerie italiane il volume «LA CONDIZIONE GIOVANILE IN ITALIA. Rapporto Giovani 2019» (RG2019) curato dall’Istituto Toniolo con il sostegno della Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo e pubblicato per le edizioni “Il Mulino”.

Un vero proprio percorso nell’universo giovanile a partire dalla dimensione educativa, dal lavoro e l’autonomia dalla famiglia, il civismo e la cultura della legalità, il consumo di alcolici e i comportamenti a rischio, il valore dell’amicizia e un focus speciale sui giovani al Sud. “La chiave di lettura di questa edizione del Rapporto Giovani – spiega Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto Giovani – è quella del presente, che può essere considerato come tempo di attesa inoperosa che qualcosa accada nella propria vita, come tempo di piacere, svago e interazione con gli altri, come tempo di scelte che impegnano positivamente verso il futuro personale e collettivo. Sono soprattutto tali scelte a risultare deboli oggi nei percorsi di vita di troppi giovani italiani“.

Il nuovo RG 2019 evidenzia come l’impatto della povertà educativa sulle traiettorie di vita dei giovani risulti un fattore determinante nel successo della transizione scuola-lavoro e all’interno del più generale processo di entrata nella vita adulta, deteriorando condizioni di benessere generale e partecipazione sociale.

Purtroppo l’Italia sta entrando nella terza decade di questo secolo rimanendo una delle economie avanzate con maggiori difficoltà ad incoraggiare un ruolo attivo e positivo delle nuove generazioni. Più comune risulta – rispetto ai coetanei europei con pari titolo di studio – la condizione di sottoccupazione, sotto inquadramento e bassa remunerazione. Più alto è inoltre il rischio di trovarsi intrappolati nella condizione di Neet.

Se si prende la generazione di chi aveva 20-24 anni a inizio crisi e la si segue nei dieci anni successivi (passando per la fase più acuta e fino all’uscita formale dalla recessione), si nota come l’incidenza di Neet sia continuamente cresciuta, salendo dal 21,3% al 29,1%. Ovvero, tale generazione è invecchiata peggiorando progressivamente la propria condizione e arrivando a superare i 30 anni di età con un carico di fragilità record in Europa. Se nel 2007, all’età di 20-24 anni, il divario con la media europea era di circa 6 punti percentuali, risultava salito nel 2017, all’età di 30-34 anni, oltre i 10 punti percentuali. 

Di fatto troppi giovani italiani invecchiano senza vedere sostanziali progressi nella costruzione del proprio progetti di vita. Con la conseguenza di rivedere progressivamente al ribasso i propri obiettivi ma di rassegnarsi anche a non raggiungerli. Tanto che la percentuale di chi pensa che si troverà senza lavoro nel mezzo della vita adulta (a 45 anni) sale dal 12,6% di chi ha 21-23 anni al 34,9% di chi ha 30-34 anni. Si tratta del valore più altro in termini comparativi con gli altri grandi paesi europei.

Il record italiano in Europa di under 35 inattivi da un lato riduce le possibilità di crescita economica del paese, ma va anche a inasprire una combinazione negativa tra diseguaglianze generazionali, sociali, geografiche e di genere.

Se è vero che tasso di dispersione scolastica e tasso di Neet sono in riduzione negli ultimissimi anni, ma continuano ad essere tra i più elevati in Europa e si è accentuata la fragilità per chi si trova in tale condizione.

Il rischio più elevato, a parità di altre caratteristiche, lo presentano i giovani «in possesso di basse credenziali formative», che vivono in contesti familiari con basse risorse socioculturali e in aree con basso sviluppo e povere di opportunità. L’Italia risulta essere uno dei paesi che meno riducono lo svantaggio di partenza e più lasciano amplificare le conseguenze negative, attraverso il maggior rischio di povertà educativa e il deterioramento di competenze e motivazioni prodotto dalla persistenza nella condizione di Neet.

Il RG 2019 mostra, inoltre, come la famiglia giochi «un ruolo fondamentale nel socializzare i giovani al rispetto delle leggi e allo sviluppo di una cittadinanza attiva», mentre emerge una debolezza strutturale degli «agenti mediatori che non sembrano contribuire in modo significativo ai processi di formazione della coscienza civica», con il rischio di favorire la riproduzione delle disuguaglianze sociali e di cittadinanza.

I dati analizzati dal Rapporto mostrano come nei giovani sia forte il desiderio di migliorare non solo le proprie condizioni oggettive e individuali, ma di sentirsi parte attiva di una comunità che rafforza senso di appartenenza, benessere sociale e relazionale.

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Circa9 giovani su 10 auspicano un rafforzamento della cultura della legalità, che passi non solo attraverso l’aumento della vigilanza e la certezza della pena, ma anche l’investimento nell’educazione Il mondo dei giovani è pieno di ambizioni e desideri, ma anche di grandi incertezze e fragilità.

La nuova indagine dell’istituto Toniolo offre anche una lettura diversa del rapporto tra le nuove generazioni e uso di bevande alcoliche. Non trova conferma l’immagine a tinte fosche dipinta spesso dai media: la maggioranza circa l‘80% degli intervistati adotta comportamenti di consumo moderato. Va però anche sottolineato che «sebbene tutto ciò rappresenti un elemento positivo della cultura del bere nei giovani italiani», si riscontra anche qualche elemento di attenzione (e preoccupazione), in particolare per una convergenza femminile verso condotte maschili nell’uso di alcol e un’associazione tra

 comportamenti negativi per la salute «di diversa natura, quale consumo di alcolici in elevate quantità, tabagismo, consumo di sostanze psicoattive e rapporti sessuali a rischio”.

Nel RG 2019 emerge con forza anche l’importanza delle relazioni amicali che co-partecipano «ai processi di socializzazione» e contribuiscono a «determinare l’identità». Ben il 77% dei giovani coinvolti dalla ricerca dice di avere un gruppo di amici. Oltre a ciò, «la socialità, la convivialità e l’abilità di saper stare in gruppo sono competenze oggi molto apprezzate come caratteristiche della personalità individuale e anche come skills spendibili nel mercato del lavoro».

È, infine, proposta dal RG 2019 una tipologia dei giovani italiani in relazione alle loro abitudini. Di particolare interesse le distinzioni rilevanti che emergono per genere e titolo di studio, con configurazioni delle reti amicali più equilibrate per le donne e più articolate per chi ha maggiori risorse culturali (a conferma della relazione positiva tra capitale umano e capitale sociale).

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Qui di seguito l’indice dell’edizione 2019:

  • Introduzione a cura di Alessandro Rosina. Un ritratto dell’adulto italiano da giovane.
  • DIEGO MESA, GIAN LUCA BATTILOCCHI, PIERPAOLO TRIANI, L’IMPATTO DELLA POVERTÀ EDUCATIVA SULLE TRAIETTORIE DI VITA DEI GIOVANI
  • SARA ALFIERI, MAURO MIGLIAVACCA, EMILIANO SIRONI, NEET IN UNA PROSPETTIVA DINAMICA: COME SI ENTRA ED ESCE DAL «TUNNEL»
  • SARA ALFIERI, SARA MARTINEZ DAMIA, ELENA MARTA, USCIRE DALLA CASA DI ORIGINE O FARVI RITORNO MODIFICA I VALORI DELLE NUOVE GENERAZIONI?
  • DIEGO MESA, CIVISMO E CULTURA DELLA LEGALITÀ
  • GIOVANNI ARESI, ELENA MARTA, CONSUMO DI ALCOLICI E COMPORTAMENTI A RISCHIO NEI GIOVANI ADULTI ITALIANI
  • RITA BICHI E ANDREA RUBIN  , IL VALORE DELL’AMICIZIA E I GRUPPI AMICALI, ANDREA BONANOMI, FABIO INTROINI, CRISTINA PASQUALINI  , UNA FINESTRA SUL MONDO. I RISULTATI DELL’INDAGINE SUI GIOVANI IN PREPARAZIONE DELLO YOUTH SYNOD
  • STEFANIA LEONE, ANDREA RUBIN  , GIOVANI AL SUD E IN ITALIA TRA CONTINUITÀ E CAMBIAMENTO, 
  • DANIELA MARZANA, SAMUELE POY,LA RIATTIVAZIONE DEI NEET: ALCUNE EVIDENZE DAL PROGETTO NEETWORK

Il protagonismo politico giovanile europeo si tinge di “verde”

Carlo Petrini

In Italia siamo tutti concentrati a valutare e a commentare politicamente l’onda travolgente del voto leghista. Dai radar dell’analisi politica, però, è sfuggita quello che a mio avviso è, e sarà, l’elemento più dirompente sul futuro scenario europeo, compreso ovviamente il nostro paese. Quello che molti hanno identificato come la «generazione Greta», protagonista di un forte incremento di sensibilità sulle tematiche ambientali. Il dato riportato da numerosi giornali tedeschi è che la moltitudine di votanti sotto i ventiquattro anni ha espresso un voto ambientalista pari al 49%. Percentuali simili anche in Belgio, Olanda e Francia. Sarebbe riduttivo e ingiusto commentare lo scarso risultato dei verdi italiani attribuendo la colpa solo al personale politico e al suo modello organizzativo. La realtà è diversa e si basa su un dato di fatto rilevante: in tutta Europa nel dibattito elettorale, e nella sua ricaduta mediatica, la questione ambientale è stata oggetto di discussione. Ha coinvolto tutte le parti politiche a confrontarsi sul tema. In Francia neppure il Front National di Marine Le Pen si è potuto tirare indietro.

In Italia, per contro, dopo Verdi-2b.pngil forte interesse sullo sciopero generale per il clima del 15 marzo, questa tematica è uscita dai radar della politica e della comunicazione. Eppure quel giorno, l’adesione al «Friday For Future» da parte dei giovani italiani ha registrato l’affluenza percentuale più alta al mondo. Questa situazione ha portato a un aumento dell’astensionismo anche da parte delle fasce più giovani. Se le cose stanno così e se consideriamo che il cuore più ricco e incisivo della «generazione Greta» non è ancora in età di voto, all’orizzonte si profila una realtà in movimento che sarà in grado nei prossimi anni di incidere sul calendario della politica, dell’informazione e dei comportamenti individuali. Si fa un gran parlare di sostenibilità, ma il grido di questi giovani che chiedono di realizzare azioni concrete per il cambiamento non è stato ancora raccolto da noi tutti, e in primis da chi ci governa.

Nei prossimi anni ci troveremo davanti a una nuova generazione che nel rivendicare la mobilitazione sulle questioni ambientali, rappresenterà a tutti gli effetti l’anima della politica. È evidente, però, che i futuri leader di questa nuova mobilitazione non sono ancora sul palcoscenico. Mai come in questo momento il ruolo della politica deve essere quindi quello di affiancare e di dare spazio a questa nuova linfa. Mettersi a disposizione per processi virtuosi che siano d’esempio e di stimolo al cambiamento di stili di vita e di scelte concrete per la riduzione delle emissioni di CO2 e per la difesa della biodiversità. Il tutto collegato con un forte bisogno di giustizia sociale e di redistribuzione dell’enorme ricchezza monetaria concentrata nelle mani di pochi.

Un mondo più pulito e più giusto ha bisogno di questa politica portatrice di nuovi paradigmi, che in parte esca dai classici schieramenti di destra e sinistra e che li sappia superare in avanti, rappresentando un nuovo modo di essere della politica stessa, della cultura e dell’economia. Mai nella storia recente di questo nostro paese, masse giovanili sono state espressione di una visione così concreta e costruttiva. Nel mio Piemonte c’è un detto storico che dice: «Se i giovani sapessero e i vecchi potessero». Io penso che in questo momento storico il detto si sia ribaltato. Se i giovani potessero avere più influenza sulla politica (sarebbe giusto aprire il voto ai sedicenni) e i vecchi sapessero quanta gioia si prova nel conoscere e condividere più da vicino le dinamiche, le suggestioni e i meccanismi di un mondo in profonda trasformazione.

in “La Stampa” del 2 giugno 2019

Infanzia negata a 1 bambino su 3 al mondo. Rapporto Save the Children 2019

Vivere l’infanzia che meritano oggi è un diritto negato per 690 milioni di minori, quasi 1 su 3 al mondo. Bambine e bambini che muoiono troppo presto a causa di malattie facilmente curabili e prevenibili, che non hanno cibo adeguato per vincere la malnutrizione, che non possono studiare e andare a scuola, che sono costretti a lavorare o a sposarsi precocemente. Un quadro che si fa ancor più cupo nei paesi sferzati dai conflitti, dove in un solo anno 53.000 bambini hanno perso la vita in seguito alle violenze.

La Repubblica Centrafricana è il Paese al mondo dove le condizioni di vita per i bambini sono le peggiori; a seguire Niger e Ciad, con 10 Stati africani, di cui 6 colpiti da conflitti, ad occupare gli ultimi dieci posti della classifica dei Paesi dove l’infanzia incontra le condizioni migliori[1], stilata per il terzo anno consecutivo da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro. Sul versante opposto, il primato dei Paesi più a misura di bambino spetta a Singapore, seguito da Svezia e Finlandiacon l’Italia all’ottavo posto in graduatoria, in linea con lo scorso anno, peggio solo di Irlanda, Germania, Slovenia e Norvegia, oltre che dei tre sul podio, sebbene nel nostro Paese oggi si contino 1,2 milioni di minori in povertà assoluta.Schermata 2019-05-29 alle 15.21.16 2.jpg

Questi alcuni dei risultati che emergono dal nuovo rapporto di Save the Children sulle condizioni dei bambini nel mondo – diffuso alla vigilia della Giornata internazionale dei bambini, che ricorre il 1 giugno, in occasione del Centenario dell’Organizzazione – che oltre a scattare un’istantanea della condizione attuale dell’infanzia nel mondo si sofferma sui progressi significativi compiuti negli ultimi 20 anni per tutelare i diritti dei bambini. Nel 2000, si legge infatti nel rapporto, i minori derubati della propria infanzia erano 970 milioni, un numero che oggi si è ridotto di 280 milioni, assestandosi a quota 690 milioni.

“Rispetto al passato, le condizioni di vita dei bambini, in tutto il pianeta, stanno facendo registrare miglioramenti enormi: si tratta di una notizia importantissima, che dimostra chiaramente che quando si intraprendono i passi giusti e si mettono in campo le azioni necessarie si possono ottenere risultati straordinari per assicurare un futuro a milioni di minori, anche nei Paesi più poveri e nei contesti più complicati. Tuttavia, il lavoro è tutt’altro che compiuto perché sono ancora troppi i bambini che continuano a essere privati dell’infanzia che meritano e che soffrono terribilmente a causa di guerre, povertà, cambiamenti climatici. Per questo è fondamentale che i leader mondiali, che nel 2015 si sono impegnati a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030, facciano ancora di più e mettano in campo ogni sforzo possibile perché nessun bambino al mondo venga più lasciato indietro”, ha affermato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

Le buone notizie: i progressi negli ultimi 20 anni

Rispetto a 20 anni fa, emerge dal nuovo rapporto di Save the Children, si registrano 4,4 milioni di morti infantili all’anno in menoil numero di bambini colpiti dalla malnutrizione è sceso di 49 milioni; si contano 115 milioni di bambini in meno tagliati fuori dall’educazione e 94 milioni in meno coinvolti in varie forme di lavoro minorile. E, ancora, rispetto a venti anni fa, il numero di spose bambine si è ridotto di 10 milioni e quello delle gravidanze precoci, che mettono a forte rischio le vite sia delle mamme che degli stessi bambini, di 3 milioniSierra Leone, Ruanda, Etiopia e Niger – con quest’ultimo che rispetto allo scorso anno ha abbandonato l’ultimo posto nella classifica elaborata da Save the Children – i Paesi al mondo che hanno fatto registrare i maggiori progressi in termini di tutela dell’infanzia.

La cattiva notizia: sempre più bambini soffrono a causa dei conflitti

Di contro, peggiorano di gran lunga le condizioni dei bambini coinvolti nelle aree di conflitto. Oggi, nel mondo, sono circa 31 milioni i minori che sono stati costretti a fuggire dalle proprie case nel tentativo di mettere in salvo la propria vita, e solo nel 2016 sono stati uccisi 53.000 bambini in seguito alle violenze[2], di cui il 64% in Medio Oriente e Nord Africa. Non a caso la Siria figura tra gli unici tre paesi al mondo (insieme a Venezuela e Trinidad e Tobago) dove, secondo la graduatoria di Save the Children, le condizioni di vita per i bambini, negli ultimi 20 anni, non hanno subito alcun tipo di miglioramento, con lo Yemenche si segnala invece per le forti difficoltà nel reperire dati aggiornati, a causa del devastante conflitto in corso nel paese ormai dal 2015.

E proprio per tenere alta l’attenzione del mondo sulle sofferenze indicibili che milioni di bambini continuano a patire nei paesi in conflitto, quest’anno, in occasione del suo Centenario, Save the Children ha lanciato la campagna globale “Stop alla guerra sui bambini”. Una campagna che tutti possono sostenere grazie al numero solidale 45533, attivo sino al 2 giugno, per dare protezione, cure e istruzione ai bambini scappati dagli orrori della guerra. Si possono donare 2 euro inviando un SMS dal proprio cellulare oppure si possono donare 5 o 10 euro chiamando lo stesso numero da rete fissa con TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali. Sempre da rete fissa è inoltre possibile donare 5 euro chiamando con TWT, Convergenze e PosteMobile.

La fotografia dell’infanzia nel mondo: milioni di bambini ancora a rischio

Ogni giorno, nel mondo, emerge dal rapporto dell’Organizzazione, 15 mila bambini perdono la vita prima di compiere i 5 anni di età. Tra le cause principali la polmonite, che solo nel 2017 ha provocato la morte di oltre 800 mila bambini e che si rivela quindi una infezione letale che uccide più di diarrea, malaria e Hiv messe insieme. Circa 1 bambino su 4 sotto i 5 anni, inoltre, pari a 152 milioni di bambini al mondo, risulta attualmente affetto da malnutrizione, con gravissime ripercussioni sulla propria crescita e sul proprio futuro. Tra i paesi al mondo dove il fardello della malnutrizione è più pesante quelli dell’Africa subsahariana, dove il numero di minori malnutriti, in 20 anni, è aumentato da 50 a 59 milioni.

Uno degli indicatori presi in esame dalla classifica stilata da Save the Children riguarda poi l’educazione e rivela che 1 bambino su 6, al mondo, è tagliato fuori da scuola primaria e secondaria, pari a 262 milioni di bambini. Una percentuale che si alza ulteriormente nei paesi più poveri, dove non va a scuola 1 bambino su 3, e tra i minori rifugiati (1 su 2 privato della possibilità di studiare). Sono invece 152 milioni, 1 su 10 al mondo, di cui circa il 50% in Africa, i minori coinvolti nella piaga del lavoro minorile, condannati pertanto a rinunciare a vivere la propria condizione di bambini, di cui quasi la metà costretti a svolgere lavori pesanti e pericolosi che ne mettono a grave rischio la salute e la sicurezza.

Ad avere un impatto devastante sulle vite dei minori, sottolinea infine il rapporto, anche la piaga dei matrimoni e delle gravidanze precoci, con 37 milioni di spose bambine stimate nel 2017 e 13 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni che nel 2016 hanno messo al mondo un figlio, esposte a gravi rischi per la loro salute e per quella dei loro bambini e costrette a rinunciare troppo presto a costruirsi il futuro che meritano.

Il rapporto integrale è disponibile al link: https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/rapport…

Sono disponibili anche i seguenti materiali:

Fotogallery: https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/koahfwa374c3x3cbni14srrf…

Immagini video dai progetti di Save the Children: https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/7ayw60ds88tyx304t37c01i3…

Per ulteriori informazioni:
Ufficio Stampa Save the Children
Tel 06-48070023/63/81/82
ufficiostampa@savethechildren.org
www.savethechildren.it

[1] La classifica esamina le condizioni di vita in 176 Paesi al mondo sulla base di 8 indicatori: mortalità infantile sotto i 5 anni; malnutrizione di bambini sotto i 5 anni; minori in età scolare (scuola primaria e secondaria) tagliati fuori dall’educazione; minori tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile; spose bambine tra i 15 e i 19 anni; gravidanze precoci per giovani tra i 15 e i 19 anni; popolazione sfollata a causa ei conflitti; minori tra 0 e 19 anni vittime di omicidi

[2] Stima di minori deceduti nel 2016 a causa delle violenze collettive (perpetrate da Stati, entità politiche organizzate, organizzazioni terroristiche o gruppi armati) o in seguito all’uso della forza da parte della polizia o di agenti delle forze dell’ordine

Sexting, più di 2 adolescenti su 10 si scambiano foto hot sui social

Una ricerca di Skuola.net per Polizia di Stato (vedi il documento), effettuata su 6500 ragazzi tra i 13 e i 18 anni, mostra quanto sia diffuso il fenomeno del sexting. E soprattutto i pericoli legati al suo abuso: il 15% ha visto circolare online le proprie immagini sexy. E un altro 12% è stato minacciato. Il motivo? Quasi sempre per scherzo.

Una leggerezza, magari commessa in buona fede, che può costare cara. Le cui conseguenze non sempre sono gestibili, gettando nello sconforto o generando problemi psicologici. E pensare che, spessissimo, tutto nasce quasi per gioco. I480x270.jpgl sexting è uno dei fenomeni potenzialmente più pericolosi tra quelli che investono gli adolescenti di oggi: ci si scatta una foto o un video in atteggiamenti intimi, si invia al proprio partner o ad una cerchia ristretta di amici, ma se capita nelle mani sbagliate in pochi istanti è pronta a viaggiare all’infinito sulla Rete. La tecnologia che da utile strumento si trasforma in una trappola. Un rischio in cui incorrono, anche volontariamente, migliaia di ragazzi. A segnalarlo una ricerca effettuata da Skuola.net per Polizia di Stato, su 6500 giovani tra i 13 e i 18 anni.

Qualcuno, non avendone sentito parlare così spesso, potrebbe pensare che si tratti di un fenomeno di nicchia. Invece no. Più di 2 adolescenti su 10 – il 24% del campione – hanno infatti sperimentato almeno una volta l’ebrezza di scambiarsi materiale intimo via chat o social network: il 6% ammette di farlo di spesso, l’11% di dosare col contagocce le occasioni in cui ciò avviene, il 7% di averci provato una sola volta. Una pratica, quella del sexting, che invoglia più i maschi che le femmine: tra i primi, il 13% si dichiara un habitué; tra le seconde, invece, solo l’8% si mostra spesso e volentieri ‘come mamma l’ha fatta’.

Ma questa è solo una faccia del problema. Perché c’è il rovescio della medaglia: al 15% di quelli che si sono lasciati trascinare dal vortice del sexting è infatti capitato che qualcuno di quelli a cui sono arrivate le immagini ‘compromettenti’ le abbia condivise con altri, magari sconosciuti. E il motivo per cui lo hanno fatto è ancora più inquietante: circa la metà (49%) sostiene che sia stata vittima di un brutto scherzo, il 7% per vendetta (conosciuta anche come ‘Revenge Porn’), addirittura l’11% per ricattare la vittima. Gli effetti di tutto ciò? A volte sono devastanti: quasi 1 vittima su 3, per la vergogna, ha evitato di dirlo in giro (ma tra le ragazze il dato sale al 37%); solo il 16% ha chiesto aiuto alla famiglia o agli amici; mentre il 53% ha cercato di fare finta di niente (sono soprattutto i maschi a reagire così: qui il dato arriva al 59%).

Numeri allarmanti a cui vanno aggiunti i casi in cui ci si è fermati alle minacce. E sono altrettanto alti: è successo a un altro 12% (specialmente se femmine). Ovviamente, qui, la natura della minaccia è prevalentemente ricattatoria (44%); altrettanto alto è il desiderio di vendetta (18%); ma non sono pochi quelli che spaventano la potenziale vittima solo per prendersi gioco di lei, per scherzo (27%). Cambiano, dunque, gli equilibri tra diffusione o semplice minaccia. Quella che non cambia è la reazione di chi si accorge di essere caduto nella rete: sempre più o meno un terzo quelli che non parlano per paura di essere giudicati (35%), cresce chi si rivolge alle persone vicine (26%), mentre chi fa finta di niente scende al 38%.

Attenzione, però, anche all’effetto domino. A chi, essendo entrato in possesso di foto ‘hot’, si lascia prendere dalla tentazione di farle girare, amplificandone gli effetti negativi. Diventando di fatto carnefice del protagonista delle immagini. Un piano, purtroppo, messo in pratica da quasi 2 ragazzi su 10 – il 18% – tra quelli che praticano il sexting, che hanno rivelato di aver condiviso il materiale con altri. Si tratta più di maschi (lo ha fatto 1 su 4), mentre le ragazze preferiscono tenere fede al sexy segreto (sono solo 1 su 10). E i motivi che spingono a farlo, ancora una volta, appaiono davvero banali: il 43% ha voluto fare uno scherzo, il 6% è stato mosso dalla sete di vendetta, il 5% dalla voglia di ricattare. E non finisce qui, perché un altro 6% ha minacciato di farlo. Ma, per il momento, si è fermato lì.

in http://www.commissariatodips.it, 24 maggio 2019

Giovani. “La Generazione Proteo”. VII° Rapporto della Link Campus University di Roma

Animati da una spiccata propensione all’altruismo sia nella dimensione privata che nella sfera pubblica, i giovani mostrano un rinnovato interesse per la politica, sono informati e sanno motivare le proprie opinioni. Critici verso un’Europa in cui ritengono che l’Italia conti poco o nulla e da cui si aspettano un impegno attivo sulla questione dei migranti, auspicano un cambiamento e per questo andranno a votare in massa il prossimo 26 maggio. Sul modello di Greta Thunberg, si candidano al ruolo di attori protagonisti del presente. Questo il ritratto della generazione tracciato dal VII Rapporto di ricerca realizzato dall’Osservatorio “Generazione Proteo” della Link Campus University, che quest’anno ha intervistato circa 10mila studenti italiani tra i 17 e i 19 anni. «La nostra ricerca – dichiara il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio “Generazione Proteo” – conferma il permanere di un disallineamento tra il mondo adulto e i giovani, cui tuttavia questi ultimi rispondono rivelando un inarrestabile desiderio di reazione, che abbiamo sintetizzato nella definizione di “giovani re-attori”. Tuttavia, nel loro candidarsi ad attori protagonisti del presente, i nostri giovani hanno bisogno di essere legittimati in questo ruolo dal mondo adulto e dalle Istituzioni. La generazione dei re-attori ci ha lanciato un assist e sta a noi, mondo adulto, scegliere se sostenere o meno la sua candidatura. Ma con la consapevolezza che, in assenza di un tempestivo riscontro, i giovani (questo ci dice la nostra ricerca) sceglierebbero, se potessero, di vivere un’altra epoca o di nascere in un altro Paese». I risultati del VII Rapportosono stati presentati nel corso della conferenza stampa nel corso della quale sono intervenuti il presidente della Link Campus University Vincenzo Scotti, il prof. Fabrizio Fornari (Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara), la prof.ssa Anna Maria Giannini (Sapienza-Università di Roma), il giornalista David Parenzo. A concludere i lavori il vice ministro del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, prof. Lorenzo Fioramonti. La conferenza stampa ha aperto ufficialmente la IV edizione di #ProteoBrains, la “due giorni” annuale di confronto e dibattito tra centinaia di studenti, provenienti da tutta Italia, e che quest’anno ha ospitato ai tavoli tematici dieci special guest espressione della cultura del suono (musicisti, doppiatori, sound designer, speaker eccetera).

Europa. Due pesi, due misure. Lontani da giudizi netti sull’Europa, i giovani intervistati tendono a privilegiare posizioni più sfumate che, se da un lato abbracciano un’interpretazione positiva dell’Unione Europea vista come una potenza internazionale (21%) e come garante della sicurezza in caso di conflitti (18,9%), dall’altro ne mettono in luce criticità e defezioni. Il giudizio complessivo sull’Europa appare infatti viziato non soltanto dalla percezione di una confederazione in cui tutti gli Stati non hanno lo stesso peso (25,3%) – a cominciare dall’Italia che il complessivo 59,4% circa degli intervistati giudica “per nulla” (9,3%) o “poco” (50,1%) influente – ma anche dall’opinione diffusa di una incapacità di gestione dell’emergenza immigrazione (20,3%). Proprio sulla questione della chiusura dei porti ai migranti, gli intervistati tornano a rimarcare il compito imprescindibile dell’Europa nel dipanare una problematica complessa (37,6%). Sempre su questo argomento il 24,4% dei giovani si dichiara a favore della chiusura dei porti, laddove il 22,1% lo condanna come un gesto ritenuto indegno di un Paese democratico.

Elezioni europee: tutti alle urne per dovere civico. Alla vigilia delle elezioni europee, gli intervistati sembrano comunque avere le idee chiare sulla loro partecipazione alla consultazione elettorale: l’80% di loro si recherà infatti alle urne, principalmente perché – e in maniera del tutto speculare a quanto emerso nel VI Rapporto di ricerca (2018) con riferimento alle elezioni politiche – “votare costituisce un dovere civico” (76,6%). No all’“Italexit”, sì all’Unione culturale europea. In larga misura favorevoli all’Europa, solo pochi intervistati vorrebbero una “Italexit”: l’80% circa voterebbe infatti “no” a un referendum che decreterebbe l’uscita del nostro Paese dall’Europa, mentre è meno netto il giudizio sull’uscita dall’Euro, preferita da uno studente su tre (34,8%). Oltre che per la sua dimensione politica, l’Europa viene percepita dai giovani anche come un processo culturale, come suggerito da quegli intervistati per i quali essere cittadini europei significa “costruire una cultura condivisa” (31%), mentre passano in secondo piano gli aspetti economici (18,6%).

Interesse per la politica: segnali di ripresa. I giovani mostrano segnali di una rinnovata attenzione nei confronti della politica, contrariamente al sentire comune. La percentuale di coloro che si dichiarano interessati alla politica risulta infatti significativa e, seppur ancora confinata a un limitato segmento della popolazione giovanile, fa registrare una decisa impennata, crescendo dal 30% del 2016 al 41% nel 2019, con un incremento complessivo dunque di 11 punti percentuali in tre anni.

Troppo diversi, non dureranno a lungo.
 Consapevoli delle profonde differenze esistenti tra le forze politiche che compongono l’attuale esecutivo, i giovani esprimono perplessità quando si parla dell’alleanza di governo, che per i più non durerà a lungo (32,8%). I più critici ritengono invece che l’alleanza rappresenti solo un modo per spartirsi le poltrone (27,5%). Ma non manca chi plaude al suo operato ritenuto in linea con le promesse elettorali (10,7%) e chi considera il contratto un “modello di governo” per il futuro (8,4%).
Le priorità del Governo. La lotta alla povertà è in cima alla lista delle priorità che gli intervistati assegnano al governo (21,7%), seppure si tratta di una classifica in cui fatica a emergere una specifica esigenza, giacché il ventaglio delle priorità per i giovani risulta vasto e ricomprende al suo interno tanto la già citata lotta alla povertà, quanto il contrasto alla criminalità (15,9%), la riduzione delle tasse (14,4%), la gestione dell’immigrazione (12,9%), le politiche per l’occupazione (12,7%), la riduzione dell’evasione fiscale (10,3%), le politiche per l’ambiente (10%).

Reddito di cittadinanza: due giovani su tre sono favorevoli. Ben vengano politiche come il “reddito di cittadinanza” che raccoglie i favori del complessivo 67,2% degli intervistati e che, in presenza dei necessari controlli (37,7%), contribuirà non solo a rilanciare l’economia (9,2%), ma anche a ridare dignità alle persone (20,3%). Complessivamente circa la metà degli studenti ne farebbe richiesta, perché non rinuncerebbe a un aiuto economico (20,5%) e perché ritiene che si tratti di un’opportunità e di un supporto alla ricerca del lavoro (23,4%).

Favorevoli alla legittima difesa. La quasi totalità dei giovani intervistati ritiene giusto sparare a un ladro che entra in casa, anche se i più legittimano tale comportamento solo in presenza di un reale e oggettivo pericolo di vita (44,4%). Per contro vi è un complessivo 12,8% di contrari per i quali sparare rappresenta un comportamento sbagliato in qualsiasi situazione (4,2%), e secondo cui non può esserci giustizia fai-da-te in un Paese democratico (8,6%).

Bye bye “posto fisso”. Pensando al proprio futuro, la povertà spaventa (22,1%). Non a caso, chiamati a indicare un’immagine per esprimere l’idea del disagio sociale, gli intervistati scelgono quella del suicidio di un padre di famiglia che ha appena perso il lavoro (33,4%) o di un anziano che rovista nella spazzatura (25,4%). Ma è soprattutto con il timore di un lavoro non coerente con i propri sogni (41%) che gli intervistati fanno i conti. Un lavoro cui i giovani guardano in modo diverso rispetto al passato, rifuggendo la sicurezza del “posto fisso” che per la metà degli intervistati assume un’accezione negativa, giacché non rinuncerebbero alle proprie ambizioni per il fantomatico “posto fisso” (29%), faticherebbero a fare lo stesso lavoro per tutta la vita (6,2%), così come sono convinti che ormai il lavoro piuttosto che cercarlo, bisogna crearselo (14,9%). Per contro, a difendere il “posto fisso” sono quei giovani che vedono in un lavoro sicuro l’unico modo per fare progetti futuri (33,7%).

Il lavoro si crea a partire dalle passioni.
 D’altra parte, i giovani guardano in modo nuovo al mercato del lavoro: attratti dall’idea di fondare una start up, considerata un’opportunità di crescita personale e professionale (23,4%), nonché un’occasione per diventare imprenditori di sé stessi (21,5%),restano affascinati anche dalle nuove professioni. Come quella dell’influencer, al quale i giovani riconoscono il talento di aver trasformato un hobby in un business (40,9%) e che, lungi dall’essere solo una moda (14,4%), viene considerato il lavoro del futuro (9,4%). Un’opinione condivisa anche per un’altra figura professionale, quale quella del gamer: a fronte infatti di un complessivo 20% circa che dichiara di “video-giocare” – chi a livello professionistico (3,5%), chi in maniera amatoriale (15,6%) – è opinione diffusa che si tratti di persone che hanno avuto il grande merito di far fruttare una passione personale (48,5%), riuscendo quindi a lavorare divertendosi (15,8%).

Pena di morte. Si attesta a livelli ancora molto elevati la percentuale dei giovani favorevoli alla pena di morte (28,4%), nonostante un sensibile calo rispetto al passato (34,5% nel 2018). Tra le motivazioni a sostegno della pena capitale, la convinzione che un grave crimine vada ripagato con la propria stessa vita (51,6%), che possa essere un deterrente in grado di favorire la riduzione dei crimini (17,3%), e che si tratti di uno strumento in grado di assicurare giustizia alle vittime e ai loro familiari (21%). C’è tuttavia da segnalare come, rispetto alle precedenti edizioni della ricerca, ad essere cresciuta sensibilmente è la percentuale dei giovani che si dichiarano contrari alla pena di morte: dal 35,8% del 2017 al 55,6% del 2019.

Scuola: centralità al ruolo degli insegnanti, a loro giudizio “sottopagati”. I giovani intervistati investono i propri insegnanti di grandi responsabilità, non mancando di riconoscere l’importanza e l’autorità del loro ruolo: se infatti oltre uno studente su tre ritiene quello dell’insegnante uno dei mestieri più importanti (35,1%), e che richiede una vocazione (25,5%), i giovani sono consapevoli che si tratti però di un lavoro spesso sottovalutato oltre che sottopagato (30,3%). L’importanza della figura degli insegnanti è riconosciuta dagli stessi genitori secondo i quali – riferiscono gli intervistati – dovrebbe essere sempre rispettata la loro autorità (37,4%), nonché il loro ruolo, insieme a quello della famiglia, nell’educazione dei ragazzi (37,3%).

Alternanza scuola-lavoro: una buona opportunità, solo se migliorata. Giudizi contrastanti sull’alternanza scuola-lavoro, che raccoglie i favori di chi la ritiene un’opportunità per avvicinarsi al mondo del lavoro (29,6%) e per arricchire il percorso di studi affiancando la pratica alla teoria (13,3%), ma anche le lamentele di quanti invece la reputano una perdita di tempo (36,3%), oltre che un’occasione data alle aziende per avere manodopera senza costi (7,8%).

Regionalizzazione dell’istruzione. Decisamente più critici invece rispetto alla regionalizzazione dell’istruzione: i giovani credono infatti in una didattica universale e con programmi scolastici uguali per tutti (30,4%), e sono preoccupati delle conseguenze che un simile provvedimento potrebbe produrre in termini di un ulteriore divario tra le Regioni più ricche e quelle meno abbienti (29,1%).

Smartphone a scuola: plebiscito contro il divieto. La dipendenza dei ragazzi dallo smartphone emerge prepotentemente in riferimento ad alcuni comportamenti “devianti” messi in atto a scuola: se infatti quasi 1 studente su 4 (23,7%) dichiara di non riuscire a concentrarsi nello studio senza avere accanto il cellulare, ben 1 studente su 3 (33,9%) non riesce a seguire un’intera lezione senza guardare il proprio smartphone, cui si aggiunge chi controlla le notifiche persino durante le interrogazioni (11,5%). Motivo per cui vi è un plebiscito contro il divieto di utilizzo a scuola dello smartphone (78,7%).

Hate-speech: fake news e minacce social alla reputazione. Riflesso della degenerazione della nostra società (32,9%), l’utilizzo e l’esasperazione dei toni e dei linguaggi violenti appartiene, secondo i giovani, soprattutto alla Rete e ai social network (37,6%), molto più che alla politica (20%) o alla televisione (12,8%), ma nonostante ne facciano quotidianamente esperienza, uno studente su tre non sa cosa sia l’hate-speech (32,7%). Ma la Rete si sa, nasconde molte insidie tra le quali preoccupa maggiormente la diffusione di materiale riservato o intimo (27,3%), mentre spaventano meno il furto di identità (15,2%) o la violazione dell’account social (14,6%). D’altra parte, secondo oltre la metà dei giovani Proteo (57%) è proprio la diffusione di foto, video, scherzi offensivi, sia online che offline, a danneggiare la reputazione di un ragazzo oggi, più di un fisico non attraente (12,6%). Tra le altre minacce della Rete non possono non essere menzionate le fake news, considerate anch’esse pericolose e in grado di minare la reputazione di una persona (24%) e che oggi trovano, secondo gli intervistati, terreno fertile tanto nella volontà di condizionare negativamente fatti o personaggi pubblici o politici (27,5%), quanto nella superficialità della condivisione online dei contenuti (26,9%) e nella costante ricerca dei “like” (23,2%).

L’altruismo come stile di vita. Tra i compiti più importanti affidati ai genitori, quello di insegnare ai propri figli ad aiutare gli altri (45,3%), un’esigenza che si rispecchia nell’alta percentuale di intervistati impegnati attualmente in attività di volontariato (36,2%) o che vorrebbero esserlo in futuro (33,3%), e che vedono nella solidarietà uno strumento per provare a cambiare il mondo che li circonda (32,5%) o fare qualcosa di concreto per la società in cui vivono (26,9%). Quest’apertura all’altro si riflette anche nell’elevato parere favorevole alla donazione degli organi (89,4%), così come nell’atteggiamento degli intervistati che, accanto a una persona disabile vorrebbero e proverebbero in qualche modo a essere utili (39,3%), e che rispetto alla controversia sui vaccini assumono una chiara presa di posizione a favore, avendo a cuore la salvaguardia della salute di tutti (44,5%) e, soprattutto, di quella dei bambini (35,5%). “Altruismo”, peraltro, fa rima non solo con “solidarietà”, ma anche con “inclusione”. Soprattutto nei confronti degli omosessuali, che per la maggioranza degli intervistati non hanno nulla che li renda diversi dagli altri (54,5%); semmai, come sostiene il 19,2%, essi contribuiscono a una società più aperta e nuova.

Il modello Greta. I giovani italiani plaudono inoltre all’iniziativa della giovane attivista svedese Greta Thunberg contro il cambiamento climatico e alla quale si riconosce il merito di aver portato all’attenzione del dibattito pubblico un tema così importante (40,5%) e di aver sollecitato l’impegno personale di altre persone seguendo il suo esempio (12,5%). Ciononostante, un giovane su quattro circa ritiene che la sua attività, seppur meritevole, non riuscirà a cambiare le cose e produrre effetti concreti e immediati (26,4%). Far sentire la propria voce è tuttavia importante (per 60,8% si tratta di “uno dei principi essenziali della società”), anche quando si tratta di esprimere il proprio dissenso. Quanto alle modalità attraverso cui fare ciò, la Rete resta lo strumento più efficace (39,2%), nonostante vi sia chi crede che il modo migliore per esprimere il proprio dissenso sia scendere in piazza (18,7%) o andare a votare (16,3%).gruppo-multirazziale-di-giovani-che-prendono-selfie_1139-1032.jpg

Sì o no? Favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere (53,9%), gli intervistati sono invece contrari all’acquisto di alcolici (72,3%) o sigarette (69,8%) da parte dei minorenni, così come esprimono perplessità sulla possibilità della patente di guida a 16 anni (47,4% i favorevoli, 38,1% i contrari). Consapevoli dell’importanza del sesso sicuro, sostengono l’iniziativa di distribuire preservativi a scuola (56,2%), mentre faticano a tenere separate la sfera della sessualità da quella dell’affettività, dal momento che i più ritengono il sesso meno divertente e soddisfacente in assenza di sentimenti (39,3%). Appoggiano le pratiche dell’aborto (60,8%), della fecondazione assistita (64%) e del suicidio assistito (51,6%); difendono in maniera decisa le unioni miste (84,1%); si dividono infine sull’opportunità di adozione di un figlio da parte di coppie omosessuali (47,2% i favorevoli, 33% i contrari).

Redazione Avvenire 15 maggio 2019

Bambini. 420 milioni vivono in aree di conflitto

Nicoletta Cottone

«Tutti rammentiamo l’immagine di quel bambino siriano in ospedale, coperto di polvere, dopo il bombardamento della sua abitazione. Quell’immagine ha commosso tanti nel mondo. Occorre che la commozione e la sollecitazione che queste immagini determinano, non sia effimera e non si dimentichi in poco tempo». Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo al centenario di ‘Save the Children’. «Che non sia la commozione di un momento, ripetuta più volte, ma senza risultati concreti, strutturalmente forti e permanenti», ha sottolineato. Il capo dello Stato ha partecipato all’evento al Maxxi di Save The Children, in occasione del suo centenario. Save the children ha lanciato la campagna “Stop alla guerra sui bambini” ed ha organizzato al Maxxi di Roma un evento, dal titolo “Tutti giù per terra” per far capire che tipo di esperienza vive ogni giorno un bambino che va a scuola nelle zone di guerra. Da oggi parte anche la raccolta fondi con sms solidale al 45533.

Un minore su 5 vive in aree di conflitto
Il dossier di Save the children presentato questa mattina ricorda che un minore su 5 – quindi 420 milioni di bambine e bambini (il doppio dalla fine della Guerra Fredda) – vive attualmente in aree di conflitto, un numero in crescita di 30 milioni rispetto al 2016, sempre più esposto a violazioni dei propri diritti, tra i quali i continui attacchi contro le scuole.

Nel 2017 sono stati bombardati 1.400 istituti scolastici
E spesso nel mirino ci sono gli istituti scolastici. Solo nel 2017, attesta lo studio, sono stati bombardati oltre 1.400 edifici scolastici. E viene ricordato che nelle aree di conflitto, l’istruzione è uno dei principali diritti negati all’infanzia. Sono ben 27 milioni i bambini sfollati a causa delle guerre a non avere più accesso
all’educazione.

Diecimila bambini uccisi o mutilati a causa dei bombardamenti
Nel 2017 sono oltre 10mila i bambini che sono rimasti uccisi o mutilati a causa di bombardamenti, mentre si stima che almeno 100mila neonati perdano la vita ogni anno per cause dirette e indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione. Nel solo 2017 si sono registrati oltre 1.400 episodi di bombe
sulle scuole. In Yemen,su un totale di 16.000 scuole, alla fine del 2017 almeno 256 scuole sono state totalmente distrutte a causa di bombardamenti aerei, 1.413 sono state parzialmente danneggiate e 686 sono state utilizzate come abitazione dalle migliaia di persone sfollate. Nel Paese sono più di 2 milioni i bambini fuori dal sistema educativo e due terzi degli insegnanti non ha ricevuto uno stipendio regolare negli ultimi 2 anni.donna_bambini_soldato1.jpg

In Siria 2,1 milioni di bambini fuori dal sistema scolastico
Un dato non dissimile da quello della Siria, dove 2,1 milioni i bambini sono fuori dal sistema scolastico, deprivati delle loro competenze primarie e di un ambiente sicuro e protetto. Stessa sorte per paesi in cui i conflitti non sono contraddistinti dai bombardamenti ma dai gruppi armati, che colpiscono le scuole: in Sud Sudan, il 30% delle scuole è stato danneggiato, distrutto, occupato o costretto alla chiusura lasciando 2,2 milioni di bambini fuori dal sistema scolastico; nella Repubblica Democratica del Congo, in un conflitto lungo più di 20 anni, 1,9 milioni di bambini e bambine in età scolare non va più a scuola a causa del conflitto. In programma al Maxxi anche le premiazioni di “TuttoMondo Contest”, il concorso dedicato agli under 21 sul tema “La pace oltre la guerra”.

in Il Sole 24 Ore, 14 maggio 2019

Adolescenti e fede

Lorenzo Prezzi

Sembrano imprendibili. Gli adolescenti (circa da 12 a 18 anni) sfuggono alle cure educative scolastiche come a quelle ecclesiali. Non è difficile incontrare genitori esasperati dalle loro sfide. Eppure è una stagione decisiva dove fioriscono le possibilità, anche in ordine alla fede. Il n. 12 (2018) di Documents episcopat, edito dalla segreteria della Conferenza episcopale francese indica attraverso una decina di brevi saggi le sfide maggiori dell’età: educative, missionarie ed ecclesiali.

Trascinati dai tumultuosi cambiamenti del corpo, della mente e della coscienza i ragazzi sono costretti a rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?» in un contesto in cui la norma sociale sembra scomparsa, mentre si moltiplicano le ingiunzioni (vestiti, linguaggi, musica ecc.) e diventa martellante l’imperativo all’autonomia.

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

Digitali e gaudenti

Lo spazio numerico e il gioco sessuale sembrano le caratteristiche più intriganti della nuove generazioni. I «nativi digitali» (definizione peraltro assai discussa) vivono lo spazio numerico come obbligatorio. Le loro capacità sono frutto di apprendimento nell’imitazione. Diventano digitali, non nascono tali. Ne assumono gli imperativi: «immediatezza, illimitatezza e continuità rappresentano i tre piloni del digitale».

L’essere sempre connesso non è solo un compito ma uno spazio di personalità che si aggiunge all’«Es – Ego – SuperEgo» della tradizione freudiana. Così vengono identificati i punti che caratterizzano i «ragazzi mutanti»:

  • i “mutanti” non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare l’autorità di tipo paterno;

  • non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare i modi di apprendimento fondati sulla “sottomissione” al sapere di un maestro;

  • non imparano il rispetto se non a partire dal rispetto che è loro accordato;

  • apprendono da noi (adulti) da ciò che ci vedono fare e non da ciò che ordiniamo loro di fare;

  • conversazioni e negoziazioni “egualitarie” diventano gli strumenti privilegiati del co-sviluppo nostro e dei nostri ragazzi». La frattura generazionale manifesta spesso più la paura degli adulti che la reale situazione degli adolescenti.

Nei confronti della sessualità la sfida che essi affrontano è quella di riconoscere lo statuto del corpo, l’unità della loro persona e il senso dei gesti e degli atti. Si tratta di un orizzonte antropologico rispetto a cui le liste normative risultano incomprensibili.

Il sesso è vissuto anzitutto come un puro gioco di piacere, sottomesso all’unica regola del consenso. Una vertigine immediata senza durata e senza impegno. La paratia del genere diventa fluida e, al di là delle infinite discussioni della teoria di genere, essa condiziona la vita affettiva e sessuale degli adolescenti, trascinati dai modelli loro proposti dalla cultura mediatica.

La sessualità tende e diventare il gioco dei possibili e si espande sull’onda di desideri molteplici e fluttuanti. L’atto sessuale si riduce ad esperienza, anche quando è di tipo omosessuale o bisessuale.

I modelli di conformità sono, da un lato, quelli della pubblicità e, dall’altro, quelli della pornografia, che «è la principale fonte d’informazione e di formazione in materia sessuale per gli adolescenti».

Ma proprio il rapporto meccanico e disconnesso dall’emozione trasmesso dalla pornografia rilancia l’esigenza, assai viva nei ragazzi, dell’unità della loro persona e del pericolo di una intima dissociazione quando il corpo, proprio e altrui, è ridotto a strumento. Da qui nasce una presa di coscienza non solo della propria unità di persona, ma anche di un dono di sé libero e responsabile. Il controllo dei gesti non è più castrazione, seppur raggiunto attraverso prove ed errori.

Si apre così una nuova confidenza con l’adulto, chiamato ad accompagnare e a non forzare le tappe. Fino alla scoperta dell’interiorità che abita il corpo, al silenzio meditativo che alimenta la persona, alla capacità di stare con se stessi nel dono ad altri.

L’«io» e il «credo»

Il percorso catecumenale sembra quello più adatto ad accompagnare la formazione di fede nei ragazzi. A partire dalla loro consapevolezza di vedere morire il bambino che è in loro a favore di un nuovo adulto, percezione che si avvicina al compito del cristiano di lasciare morire l’uomo vecchio per una nuova vita. Al momento della crescita il bambino che diventa adolescente impara a pensare da solo, ad agire per propria volontà, ad essere un «io» di fronte agli altri.

Il percorso catecumenale trasforma similmente un simpatizzante della Chiesa in una persona che è in grado di dire «io credo». Così i piccoli gesti di emancipazione si possono collocare accanto al rito di passaggio della cresima. Un cammino da fare in gruppo e dentro le relazioni che si instaurano con i leader di fatto e quelli proposti dagli adulti. A questi ultimi compete in particolare il delicato compito dell’accompagnamento. Esso conosce la pazienza della crescita, la scansione delle tappe, la dimensione relazionale e sociale.

«Accompagnare un bambino, un adolescente sul cammino di fede, significa sforzarsi di creare le condizioni di un incontro con Cristo, è la proposta di partire alla sequela di Cristo in un cammino che gli sia proprio. Insomma, si tratta di aiutarlo a udire l’appello del Cristo dentro la sua vita,  a scoprire la vocazione che gli è propria e a rispondervi».

Le piccole decisioni alla loro portata hanno l’effetto di strutturare e rilanciare energie per passi ulteriori. È camminando che si impara a camminare, permettendo di intuire il filo rosso dello Spirito che attraversa le singole decisioni. L’appello vocazionale è del tutto funzionale alla costruzione dell’identità personale.

L’insieme della comunità cristiana e i singoli educatori sono chiamati a vivere la relazione educativa all’insegna di tre gesti fondamentali: «io credo in te», «io spero con te», «ti amo alla maniera in cui Cristo ti ama». Sapendo che sempre meno saranno i ragazzi che vengono alla Chiesa e sarà necessario raggiungerli nei luoghi che loro frequentano.

Un insegnamento “dall’alto” non funziona più. «I giovani vogliono essere attori delle loro scoperte, apprendono meglio se sono interattivi con quanto proponiamo loro. Entrare nei loro modi di funzionamento, utilizzare i loro strumenti mediali, non può che aiutarci  a entrare in una dinamica nuova dell’annuncio con gli strumenti del nostro tempo».

La messAdolescenti-900x600.jpga e i riti

E la messa? «Troppo lunga, sempre la stessa cosa, sempre lo stesso che parla», «Bella negli incontri con gli altri, ma la domenica senza gli amici è noiosa», «Non si capisce niente delle parole del prete e dei lettori… persino in classe si possono fare domande», «Andarci coi genitori è banale e poi ci sono solo vecchi»: l’asprezza adolescenziale delle affermazioni (alcune del tutto condivise anche dagli adulti) non nasconde la sfida esplosiva contenuta nel rito, di un mistero che si svolge davanti e con noi, che decentra la vita, che interrompe forzosamente i nostri tempi, che ci obbliga all’interiorità.

Non è facile per l’adolescente capire lo scarto fra la turbolenza interiore prodotta dal rito e il suo aspetto immutabile. «Penso che la messa faccia problema perché è fonte di angoscia per molti adolescenti e adulti che hanno sempre meno l’abitudine al silenzio e alla gestione delle frustrazioni». «Dobbiamo riconoscere la scomodità rappresentata dalla messa e come essa richieda delicatezza e accompagnamento da parte nostra».

Due le piste proposte: il rito e la partecipazione della famiglia. La ritualità è necessaria a tutti e vivere l’eucaristia con la famiglia o con gli educatori è l’unico mezzo per renderla feconda ai ragazzi.

Documents episcopat propone nella seconda parte della rivista una serie di esperienze pratiche di associazioni e di movimenti che sono propri della tradizione francese come il lavoro nelle scuole cattoliche e nelle cappellanie scolastiche, l’azione educativa delle nuove comunità, i pellegrinaggi giovanili e l’esperienza delle «chiese dei giovani». Ve ne sono altri, come lo scoutismo e l’associazionismo cattolico, che valgono anche nel contesto italiano.

Mi limito ad evidenziare il ruolo di Taizé che è qui ricondotto alla sua introduzione alla preghiera. «Tre dimensioni della preghiera a Taizé sembrano fare eco alla ricerca dei giovani: una preghiera accessibile, una preghiera meditativa, una preghiera del cuore».

La preghiera della comunità aperta a tutti è stata progressivamente smagrita e limata per accogliere l’attenzione più estesa possibile. Il canto su testi brevi della Scrittura in forma responsoriale e ripetitiva facilita la meditazione. «Attraverso il canto, il silenzio, i giovani si scoprono capaci di un cuore nuovo, di un cuore semplice nel senso etimologico della parola, di un cuore contrito».

in Settimana-News, 12 maggio 2019

Giovani. Tra legalità e senso civico in cerca di risposte

Diego Mesa 

Nel lungo periodo, secondo i sociologi della tarda modernità, si è assistito a un progressivo allentamento della normatività esterna agli individui in favore di un’accresciuta centralità degli ideali di autorealizzazione. Questo spostamento della normatività dai valori riferiti al Noi a quelli riferiti al Sé, se da un lato ha comportato una crescita della libertà nella responsabilità degli individui, dall’altro li ha esposti maggiormente ai rischi di isolamento, fallimento e disgregazione dei legami sociali. L’indebolimento delle fonti tradizionali di legittimazione dei valori e delle norme – in primis la religione e le ideologie politiche – e la crescente esposizione a sistemi di valori eterogenei propri delle società multiculturali, ha portato sempre di più gli individui a elaborare le proprie condotte cercando riflessivamente una mediazione tra premure personali e opportunità contingenti piuttosto che applicando schemi prefissati riferiti a valori condivisi.

Questo modus operandi aumenta l’incoerenza tra valori dichiarati e comportamenti agiti e conseguentemente anche la difficoltà di interpretazione delle condotte sociali. Negli ultimi decenni il crescente senso di insicurezza dovuto alla percezione dei rischi globali (cambiamenti climatici indotti dall’uomo, terrorismo, incertezza economica, migrazioni incontrollate) ha portato i soggetti a cedere parti crescenti della propria autonomia e indipendenza a nuovi sistemi di sorveglianza generalizzata, sistemi che per il loro carattere opaco e impersonale non sembrano ridurre l’incertezza e contribuiscono semmai ad alimentare la domanda di norme più restrittive e severe.

Sullo sfondo si rileva una crescente sfiducia delle nuove generazioni nei confronti delle istituzioni – in particolar modo quelle politiche – e un crescente investimento nei confronti di quell’area della ‘socialità ristretta’ costituita dai rapporti familiari e dalle reti amicali. Quest’ultimo trend trova conferma anche nelle precedenti edizioni del Rapporto Giovani. Per altro verso anche recenti indagini sulla cultura della legalità tra gli adolescenti italiani pongono in luce la debolezza degli attuali agenti mediatori, uno scarso senso civico e il rischio di slittamento per una minoranza consistente di essi verso modelli culturali e comportamentali illegali. Se è vero che i valori dei giovani sono più improntati all’apertura al cambiamento che alla conservazione, si tratta di capire verso quale direzione tali cambiamenti siano oggi orientati, in una fase storica connotata da una forte tensione tra e nelle istituzioni democratiche, caratterizzata da intense contrapposizioni tra modelli e pratiche di convivenza e di cittadinanza, dove istanze libertarie coesistono con richieste securitarie e nuove spinte autoritarie.

Se volgiamo l’attenzione alle fonti normative di legittimazione della civility, ossia del senso di rispetto per gli altri e per l’ambiente, ci sono pochi dubbi sul fatto che la fonte principale tra i giovani sia considerata la famiglia (indicata dal 49,8%). Tra gli altri ambiti di socializzazione alla convivenza seguono a notevole distanza la scuola (19,1%), il luogo di lavoro (17,7%) e in ultimo le amicizie (13,4%). I dati di ricerca confermano la centralità della famiglia sia come valore in sé e soggetto di diritto, sia come luogo privilegiato di formazione del senso civico. È pur vero che questa ampia investitura da parte dei giovani avviene in un contesto di debolezza, scarsa legittimazione e sfiducia nei confronti dei soggetti tradizionalmente deputati alla formazione del senso civico: partiti, media generalisti, istituzioni politiche, forme di cittadinanza attiva, e in parte anche la scuola. Appare legittimo, pertanto, chiedersi se l’ancoraggio convinto ai valori familiari possa effettivamente alimentare un atteggiamento di apertura democratica, solidarietà sociale e rispetto delle regole di convivenza civile o se non sottenda piuttosto l’assunzione di interessi particolaristici e logiche opportunistiche, alimentando la spirale di denormativizzazione della società. Combinando due diversi item – uno riferito all’importanza attribuita al valore del diritto di famiglia, l’altro agli ambiti sociali di maggiore stimolo per la formazione del senso civico – è stata creata una tipologia degli orientamenti valoriali familiari composta da quattro modalità o tipi:

1) la famiglia come «valore marginale» rispetto alla cultura civica e alla legalità, che comprende coloro che considerano per niente, poco o abbastanza importante il valore del diritto di famiglia e che non indicano la famiglia come ambito principale di promozione del senso civico (21,6% del campione);
2) la famiglia come «valore per la società», che comprende coloro che considerano per niente, poco o abbastanza importante il valore del diritto di famiglia e che indicano la famiglia come ambito principale di promozione del senso civico (16,5%);
3) la famiglia come «valore in sé» o soggetto di diritto, che comprende coloro che considerano molto importante il valore del diritto di famiglia e che non indicano la famiglia come fonte principale di civicness (28,6%);
4) la famiglia come «valore integrale», che comprende coloro che considerano molto importante il valore del diritto di famiglia e al tempo stesso ritengono che essa sia anche la fonte principale di civicness (33,3%).

In ultima analisi nei giovani intervistati l’assunzione di una visione più positiva delle leggi sembra essere maggiormente associata a un orientamento valoriale che vede la famiglia come un soggetto di diritto e un valore in sé. L’adozione di un quadro di riferimento di comportamenti pratici maggiormente conforme alle leggi è favorita da una visione integrale che combina il valore della famiglia con il riconoscimento del suo primato nella formazione del senso civico, anziché dall’approccio opposto, che contrappone interessi e premure propri della sfera familiare ai valori e agli orientamenti più generali della società civile.

Gli intervistati esprimono una convinta adesione ai valori propri della democrazia e dello stato di diritto, secondo una scansione oramai consolidata che vede anteporre i valori della sfera individuale a quelli più propriamente riferiti all’ambito della polis (democrazia e rispetto delle leggi), ai valori solidaristici e di impegno sociale, percepiti maggiormente come «accessori» rispetto ai precedenti. In senso astratto la maggioranza dei giovani condivide una visione alta delle leggi come strumenti di regolazione sociale, che garantiscono la tutela delle libertà individua-li, in cui anche la punizione assume una valenza perlopiù positiva. Tuttavia, circa un terzo del campione esprime una visione critica delle leggi, le considera uno strumento di oppressione della libertà individuale e di tutela delle élite e non riconosce alle leggi un’autorità superiore a quella della propria soggettività. Più concretamente si conferma una certa labilità delle conoscenze e dunque della percezione dei confini tra ciò che è legale e non lo è, spesso confuso con ciò che è moralmente lecito per la collettività o per i giovani stessi. Preoccupante è la percezione che i giovani hanno dell’alto grado di illegalità diffusa nella società italiana.

giovani.jpgQuesta percezione, sebbene enfatizzata nei toni, affonda le radici in un problema culturale e sociale reale del nostro Paese che disincentiva lo sviluppo di una cultura civica fondata sul rispetto condiviso delle regole, sottrae forza di persuasione alle norme, legittima l’assunzione di condotte non-convenzionali e devianti. Nonostante 1 giovane su 3 provi un senso di impotenza di fronte alla perdurante cultura dell’illegalità, la grande maggioranza (quasi 9 su 10) non perde completamente la speranza e pensa che si debba fare di più per cambiare le cose. Il senso di urgenza traspare anche dal modo in cui i giovani accolgono massicciamente e con pochi distinguo tutte le proposte di contrasto del-l’illegalità: dall’investimento nell’educazione, alla certezza della pena, dall’aumento della vigilanza, all’inasprimento delle pene, alla rieducazione nelle carceri.

in Avvenire, sabato 11 maggio 2019

Adolescenti oggi tra disagi e opportunità. Supereroi fragili.

Luciano Moia

Salute e malattia mentale. Mai come oggi nell’adolescenza il confine appare tanto opaco. Tanto più se si fa riferimento ai problemi psichiatrici. Tanto più se si guarda alla crescita esponenziale degli accessi al pronto soccorso per disturbi legati al disagio mentale e ai ricoveri nei reparti di psichiatria e di neuropsichiatria infantile. Negli ultimi anni l’aumento è stato spaventoso. Numeri che ci interrogano e che, se da lato possono contribuire a spiegare le cause profonde dei più clamorosi casi di cronaca delle ultime settimane, dall’altro disorienta tutti coloro che, come genitori, insegnanti, educatori, hanno a cuore le condizioni dei nostri ragazzi. Oggi in Italia gli adolescenti, sotto il profilo psicologico stanno male, molto male.

Tra il 2008 e il 2016 in Lombardia bambini e adolescenti in carico alla neuropsichiatria infantile sono passati da 65mila a 114mila. Dal 4% al 7% della popolazione, mentre investimenti e risorse del sistema di diagnosi e di cura sono diminuiti. I ricoveri per problemi psichiatrici dal 2011 al 2015 nella sola Milano sono aumentati del 21 per cento, da 1.170 a 1.400. La metà sono casi complessi definiti ‘gravi’. Dati altrettanto preoccupanti per quanto riguarda l’inserimento nelle comunità terapeutiche ed educative, sempre in Lombardia. Nella fascia 11-17 anni l’aumento in un solo anno (2016) è stato del 10 per cento, oltre 500 ragazzi. Perché i dati sono soltanto lombardi e milanesi? Perché la Lombardia è tra le pochissime regioni in cui vengono compilate e aggiornate le statistiche della neuropsichiatria.

Ma se si proiettassero questi numeri su base nazionale si otterrebbero cifre spaventose, anche in considerazione del rapporto tra situazione socio-economica e investimenti sanitari che in Lombardia sono decisamente superiori alla media nazionale. Dati impressionanti di cui stamattina Stefano Benzoni, neuropsichiatria del Policlinico di Milano, riferisce al Convegno internazionale ‘Supereroi fragili. Adolescenti oggi tra disagi e opportunità’, organizzato dalla casa editrice Erickson a Rimini. «Sono in aumento soprattutto i casi complessi – ci anticipa l’esperto – cioè le situazioni multiproblematiche con più diagnosi contemporaneamente e con problemi psicosociali.crop.jpeg

Si tratta di casi in cui ci sono patologie psichiatriche di una certa gravità che, nel 40% dei casi, sono associati ad altre patologie, per esempio un disturbo d’ansia insieme a un disturbo da deficit di attenzione (dhd)». Inoltre questi problemi si sommano spesso a situazioni familiari difficili, genitori separati, disagio economico. Ma basta questo a spiegare una situazione così pesante? Certamente no. Benzoni sottolinea da un lato un aumento della sensibilizzazione nei confronti dei problemi degli adolescenti e quindi una maggior riconoscibilità dei problemi. Dall’altro l’aumento del disagio sociale, delle diversità, delle difficoltà d’accesso ai servizi di cura. E poi l’impoverimento delle reti educative e fragilità familiari.

Sullo sfondo ci sono tre macro-fattori su cui non si riflette abbastanza: accelerazione dei mutamenti sociali, dei ritmi di vita e delle trasformazioni tecnologiche. E qui ci sarebbe tanto da dire. Com’è possibile che la generazione dei nativi digitali possa soffrire, e in modo così pesante, proprio a causa del vortice tecnologico? «I nostri ragazzi vivono in famiglie sempre più ‘accelerate’ – osserva il neuropsichiatra – dove si passa tantissimo tempo a fare tantissime cose con un senso di inconcludenza e con la sensazione di essere soverchiati con un isolamento crescente».

Ma non è tutto. Il vortice tecnologico scava baratri tra le generazioni. Oggi tra un bambino di tre anni e il fratellino di otto c’è un divario più ampio, sul piano della ‘comprensione tecnologica’, rispetto a quello che ci separa dai nostri nonni. «Se i bambini vivono ad anni luce di distanza dai propri genitori, l’alienazione è in agguato. I genitori rincorrono gli strumenti educativi, invece di anticiparli e prospettarli ai figli». E questo può spiegare perché nella fase più critica dell’adolescenza, quando i nodi educativi vengono al pettine, i ragazzi si trovino spiazzati.

Ma non si parlerà solo di disturbi mentali in questi giorni a Rimini. Tra i temi della due sessioni (4 question time, 4 laboratori e 16 simposi) sono previsti approfondimenti su affettività e sessualità, educazione all’uguaglianza, conflitto e negoziazione, disturbi del comportamento alimentare, Hikikomori e ritiro sociale, disimpegno e attivismo, bullismo e cyberbullismo, dipendenze da alcool e da droghe, condotte autolesive, Internet e social. Spiega Dario Ianes co-fondatore di Erickson e direttore scientifico del convegno: «Dobbiamo avere più coraggio – come genitori, operatori, insegnanti, educatori – per affrontare in maniera positiva il conflitto, per affermare i valori educativi, senza sottrarci alle situazioni più difficili. Dobbiamo stare nel conflitto, anche duro, senza cadere nello scontro o evitare i problemi».

Il neuropsichiatra Stefano Benzoni: in aumento i casi complessi, con più patologie insieme, associati a situazioni familiari difficili. «Viviamo in modo sempre più accelerato, con profondi divari generazionali»

in Avvenire venerdì 10 maggio 2019