Gesù di Nazareth. Il figlio del Padre che dopo la morte non finì di danzare

STEFANO MASSINI

Un giorno chiesero a Nureyev cosa provava all’idea che, prima o dopo, avrebbe smesso di danzare. Pare che inaspettatamente egli si concesse un ampio sorriso, prima di rispondere con assoluta certezza che quell’addio avrebbe coinciso con l’attimo stesso dell’addio alla vita, perché «solo la morte è la fine della danza».

Confesso che ripensai subito a queste parole, quando il 18 marzo 2022 lessi la notizia che Artyom Datsishin, primo ballerino dell’Opera Nazionale d’Ucraina, era deceduto in un ospedale di Kiev. Ed è una storia emblematica la sua, perché questo Roberto Bolle (aveva pressappoco la sua età) fu gravemente ferito nel corso di uno dei primissimi bombardamenti russi sulla capitale, ai nastri di partenza della mattanza che ha prontamente convertito i bollettini sui morti Covid in bollettini sui caduti civili e militari. Ricoverato in condizioni critiche, Datsishin ha resistito in terapia intensiva per poche settimane, e infine, per dirla con Nureyev, ha finito di danzare.

Per cui, nella tabella giornaliera delle vittime di quel giorno di marzo, rientra anche un +1 russo e un -1 ucraino che in termini numerici se ne infischia di denotare un artista straordinario, capace di emozionare gli altri esseri umani, abitarne la fantasia e illuminarne i vuoti con il raro miracolo dell’armonia. Irrilevante. Irrilevante perché egli resta comunque 1 degli oltre 10.000 civili che hanno finito di danzare dall’inizio dell’ultima guerra, irrilevante perché la morte è una ragioniera sulla cui calcolatrice l’inventore della penicillina conta quanto il dottor Mengele, e d’altra parte se un drone costa qualche milione di denaro pubblico, vogliamo fargli fare il suo mestiere di ammazzarne il più possibile? La bara di un étoile è un danno collaterale, spiacevole ma necessario, perché Mussolini insegna che «ci servono alcune migliaia di morti per sedersi da vincitori al tavolo della pace». E quindi requiem per un danzatore, basta, fine, capolinea.

Anche Gesù di Nazareth, esattamente come Artyom Datsishin, era candidato al «basta, fine, capolinea ». Anche lui giungeva allo strapiombo della morte con i suoi miracoli, con parole straordinarie di una predicazione rivoluzionaria, ma ai fini dell’abaco 1 conta 1, e la sua croce era destinata a mimetizzarsi fra le migliaia di anonimi crocifissi ogni giorno nelle province romane, condannati da innumerevoli Pilato su innumerevoli Golgota. Tanto per capirsi, pare che i due ladroni che gli morirono accanto si chiamassero Gesta e Disma, ma io per primo ne ignoravo i nomi: Gesta e Disma, come il profeta di Galilea, finirono di danzare quel giorno sul Calvario, ma sono precipitati nell’oblio, nel vuoto, sopraffatti nell’universale nevicata di cui Joyce si serve nei Dubliners come metafora del volgere umano.
Questo era previsto che accadesse, per il profeta figlio di falegname che incantava le folle e guariva gli storpi, cosicché qualcuno avrà pensato «lo eliminiamo e tempo qualche mese non se lo ricorda nessuno», perché in fondo il potere fa così, usa la morte come una gomma da cancellare, la flette a sinonimo di archiviazione, come ben dimostra quel potente del Cremlino che il giorno stesso dell’omicidio di Anna Politkovskaja avrebbe commentato «non so chi sia».

Viceversa, in un giorno qualsiasi sotto Tiberio, dopo l’ennesimo cadavere tirato giù e sistemato per il sonno eterno, ecco che lo squallido copione si scardina del tutto, e a distanza di duemila anni sia i credenti che gli scettici fanno ancora i conti con l’unico che dopo la morte non finì di danzare.
Ci sono, fra chiese e musei, incalcolabili quadri e affreschi sulla Risurrezione, ma fra tutti io vorrei soffermarmi sul polittico Averoldi, dipinto cinque secoli fa da Tiziano Vecellio: Gesù è raffigurato con le braccia aperte, quasi si divertisse a mimare la posizione del crocifisso senza più la croce, e si slancia sulla gamba sinistra sollevando l’altra in aria, torcendo il busto, insomma la sua sembra davvero una danza. E in quel danzare c’è il riscatto di tutto ciò che la morte ha tolto, sottratto o interrotto agli uomini, c’è il ribaltarsi di tutto, con la bomba al tritolo che fa esplodere di vita la città dei morti, il fosforo che brucia perché rianima e l’uranio impoverito che squaglia definitivamente il countdown, quello che fa di noi dei lavori in pelle alla Blade Runner . Ecco perché la Risurrezione di Tiziano è formidabile, lo è nella misura in cui ci racconta un Cristo danzante che è una liberazione, un oltraggio, una ribellione scandalosa, una Sagra della primavera di Stravinskij.

Alla fine sta tutta qui la potenza eversiva del cristianesimo, ahimè cristallizzato in una liturgia che s’è fatta sclerosi, il cui nucleo era e resta: io e voi non ci perderemo, nel tempo, come lacrime nella pioggia. E Artyom Datsishin danzerà ancora.

in la Repubblica, 09 aprile 2023

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