Coronavirus e le sue sfide. La tensione fra salute ed economia

Nicoletta Dentico

 (…) Uno dei motivi per cui il diritto alla salute subisce così tante violazioni deriva dal fatto di essere un diritto che non vive in isolamento. Si trascina molti altri diritti sociali, in costante attrito con i profitti della finanza e le leggi dell’economia. La diffusione delle malattie implica perdite economiche. Per questo salute ed economia sono legate a doppio filo.

Nel 2013, la Banca Mondiale aveva valutato una perdita di 3.000 miliardi di dollari per una singola pandemia influenzale (qui) – ovvero una caduta di Pil tra lo 0,2 e il 2%.

Il rapporto 2019 sulla minaccia pandemica della Banca Mondiale prevede una distruzione dell’economia mondiale in ragione del 5% (qui). Riferendosi in particolare all’attuale focolaio di coronavirus, l’Ocse ha considerato che SARS-CoV-2 potrebbe dimezzare il tasso di crescita dell’economia a un misero 1,5%, il più basso dal 2009.

Rischia anche di far precipitare le previsioni di crescita della Cina al 4,9%, rispetto al tasso del 5,7% previsto a novembre 2019.

Il virus sconvolge l’economia planetaria insomma, anche per la chiusura virtuale della “fabbrica del mondo”, che abbatte la disponibilità di prodotti e parti di ricambio provenienti dalla Cina. Ciò che paralizza tutta la filiera produttiva globale. I paesi a basso e medio reddito, specialmente quelli che dipendono dalla catena globale di produzione e dalla esportazione di prodotti, sono i più vulnerabili in questo sconquasso.

In Italia, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il dilemma fra salute ed economia (e lavoro) in più occasioni. Il caso di Covid-19 non fa eccezione. A questa tensione sono da attribuire i clamorosi passi falsi nell’iniziale gestione della crisi, soprattutto a livello regionale. È evidente che le scelte non sono mai banali, hanno un portato di complessità inaudito. E tuttavia, fin dall’inizio, gli imprenditori della Lombardia hanno fatto valere con le istituzioni locali il timore che un isolamento forzato del loro territorio li avrebbe danneggiati irrimediabilmente.

Così il braccio di ferro tra la necessità di riconoscere e fermare il contagio con misure di salute pubblica severe e la pressione per evitare la contrazione dell’attività economica ha ingrossato un’ondata di esitazioni e ambiguità, ambiguità ed esitazioni che hanno sommerso anche il governo centrale.

I messaggi della fine di febbraio per riaffermare l’esuberanza economica del Nord, tipo “Milano non si ferma”, hanno legittimato comportamenti del tutto organici alla diffusione del virus. La stessa tensione tra diritto alla salute ed economia sta all’origine dei due diversi approcci strategici nella gestione della crisi Covid-19: 1. il deciso contrasto del contagio con misure di distanziamento sociale e provvedimenti straordinari di isolamento coatto della popolazione (modello cinese, coreano, italiano); 2. il non contrasto del contagio, con l’attenzione esclusiva rivolta alla cura dei malati (modello britannico, in parte francese).

Mi ritrovo nell’analisi di Roberto Buffagni, quando evidenzia che la scelta di contenimento del virus comporta costi economici rilevanti ma affonda le radici su valori di civiltà e di cultura antichi che informano un certo tipo di organizzazione della società. Valori a cui i paesi in questione si ispirano come cifra del loro stile etico-politico – magari solo per memoria inconscia, più che per lungimiranza. La strategia del laissez faire, comunque ancora visibile, fa leva invece su una constatazione pragmatica, per quanto inquietante.

La quota di popolazione la cui morte è messa in conto è fatta in larga misura da persone anziane e/o con malattie pregresse. La loro scomparsa non inficia di fatto la funzionalità del sistema economico, anzi esercita casomai una leva palingenetica, poiché allevia i costi del sistema pensionistico e dell’assistenza socio-economica di medio periodo, “innescando un processo economicamente espansivo grazie alle eredità che, come già avvenuto nelle grandi epidemie del passato, accresceranno liquidità e patrimonio di giovani con più alta propensione al consumo e all’investimento rispetto ai loro maggiori”.

In potenza, questo modello è in grado di accrescere l’agibilità economico-politica dei paesi che lo adottano rispetto a quelli che scelgono misure di blocco del contagio, che dovranno scontare con i pesanti danni economici correlati. Come italiani, ne sappiamo qualcosa. Dovremo (s)contare parecchie morti economiche oltre a quelle causate dal virus. Morti collegate all’esasperante pratica di precarizzazione del lavoro anche nei comparti di traino dell’economia del paese – penso in particolare al turismo.

Insomma, il Covid-19 sta facendo emergere le molte patologie di sistema che covavano da tempo nel nostro paese. Ma se è vero che il virus segna uno spartiacque nella storia del paese, e nella storia d’Europa tout court, vogliamo poter immaginare con il dopovirus la rigenerazione politica ed economica che da tempo vogliamo vedere. Ci voleva l’onda d’urto di Covid-19 per restituire alla società italiana il valore del nostro sistema sanitario nazionale come bene comune che serve a tessere la fibra connettiva di una società, a partire dalla protezione delle persone rispetto alle vicende della vita. Un sistema che garantisce la vera sicurezza (altro che leggi sull’autodifesa!).

Una istituzione che il mondo ci invidia. Ritengo questa nuova tardiva consapevolezza la più insperata virtù del Coronavirus, il punto politico di non ritorno di questa sconvolgente epidemia. In nome dell’economia, in Italia si è affossato il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) del 1978, uno dei dispositivi istituzionali più rivoluzionari ed efficaci in Europa nel settore del welfare, la conquista politica e civile che ha contribuito più di ogni altra allo sviluppo economico e sociale della nostra società. In nome del contenimento del deficit, la sanità italiana ha subito liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici.

Con la scusa della riduzione del debito, o della spending review, i governi hanno chiuso i rubinetti degli investimenti nella sanità pubblica: dal 2001 al 2008 la spesa sanitaria era cresciuta del 14,8%, dal 2009 al 2017 solo dello 0,6%, ciò che ha provocato la riduzione per la spesa del personale sanitario del 6% dal 2010 al 2016, il blocco del turnover, l’abbattimento di 70mila posti letto, la chiusura di 175 unità ospedaliere, e l’accorpamento compulsivo delle Asl da 642 negli anni ’80 a 101 nel 2017. I tagli hanno raggiunto 25 miliardi di euro solo tra il 2010 e il 2012. Una scelta avallata dalla vulgata del costo eccessivo del nostro sistema, che ha prodotto ricadute pesanti sui cittadini, tra cui l’esplosione della spesa privata calcolata dal Censis_Rbm in 40 miliardi di euro nel 2017, quando 8 milioni di italiani hanno dovuto ricorrere a prestiti per poter accedere alle prestazioni sanitarie. Solo il 41% dei nostri cittadini ha un reddito per sopperire alle spese, gli altri vanno a debito e, come illustra il rapporto Censis-Rbm del 2019, lo spalancarsi del business della sanità privata ha raggiunto un livello inquietante29.

Certo, stando a quanto raccontano i mass media, la transizione dalla sanità pubblica a quella privata appare una scelta inevitabile e sensata. La linea editoriale della malasanità italiana ha venduto all’opinione pubblica e alla classe politica di tutte le appartenenze l’idea che ogni intervento pubblico fosse inutilmente costoso, inefficiente, corrotto. Salvo la smentita di questi giorni. Al netto delle inefficienze e degli sprechi da combattere con determinazione, le spese in sanità sono investimenti, con effetti benefici per l’economia nel medio lungo termine.

Nell’immediato, abbattere il contagio attraverso le misure di contenimento straordinarie varate con i decreti del governo Conte è la sola strategia d’urgenza per evitare il collasso del sistema sanitario, con tutte le conseguenze che produrrebbe. Ma non possiamo aspettare troppo tempo per pianificare la necessaria inversione di rotta, che contemperi la coerenza fra percorso universitario e sistema salute, l’assunzione di personale sanitario, una maggiore formazione alla prevenzione delle malattie, la riapertura di strutture e presidi sanitari chiusi in questi anni, un forte investimento nella ricerca scientifica.

Ci vorrà anche il coraggio di rivedere in profondità alcune politiche strutturali del paese. Servizio Sanitario Nazionale vuol dire nazionale, appunto: cioè centralizzato. Non spezzettato in strategie regionali, più o meno orientate al settore privato. La devolution sanitaria non ha funzionato: è stata fonte di gravi disuguaglianze – nel suo piccolo, il Nord e Sud Italia riproducono il divario sanitario fra Nord e Sud del mondo. La devolution ha determinato varietà di approcci e spesso inefficienze, ha moltiplicato le possibilità di corruzione (a conferma dell’evidenza empirica globale).

La regionalizzazione della salute non è adatta a gestire le complessità inerenti alla produzione di salute. Tanto meno ad affrontare un’epidemia, come abbiamo visto nelle prime fasi della crisi sanitaria. L’Italia dovrà farsene una ragione. Perciò è indispensabile rimuovere una volta per tutte le proposte sulla autonomia differenziata, che si sono fatte strada in questa legislatura, se l’Italia intende seriamente prepararsi alle condizioni di emergenza che incombono sul nostro paese più che altrove in Europa.

Non solo perché abbiamo la popolazione più vecchia del mondo – il motivo dell’alta casistica di morti da Covid-19. Non solo perché l’Italia sarà il paese più seriamente colpito dal cambiamento climatico tra quelli europei, per posizione geografica e conformazione orografica. Ma soprattutto perché l’Italia già si porta in pancia non poche condizioni di emergenza sanitaria da affrontare, nell’immediato, con politiche serie, univoche, immediate. Una per tutti? La resistenza agli antimicrobici. Siamo il paese europeo con il maggior numero di ceppi batterici che resistono agli antibiotici, la loro popolazione è decuplicata in dieci anni e stando agli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, dei 33mila decessi provocati da antibiotico-resistenza in tutta Europa, 10mila sono avvenuti nel nostro paese.

La virologa Ilaria Capua non ha escluso un collegamento tra questa circostanza e l’alto tasso di mortalità da SARS-CoV-2 nel nostro paese. Il post Covid-19 sarà come un dopoguerra, con il suo insostenibile numero di vittime, le sue macerie, la necessità di ricostruzione. Ma emergono nuove condizioni, si diffonde una nuova consapevolezza che sollecita i decisori politici a ridisegnare un sistema paese più forte, più giusto. Un’Europa più forte, perché più giusta. Nella sua tragica manifestazione, il silenzioso e invadente Coronavirus è la nostra migliore chance.

in “il manifesto” del 21 aprile 2020

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