GENDER PAY GAP – In Italia le donne guadagnano il 45% in meno

FLAVIA LANDOLFI

Una professionista calabrese percepisce una retribuzione che in media vale un quinto di quella di un collega lombardo: 13mila euro contro 64mila, per la precisione. Il corto circuito del divario retributivo tra donne e uomini nel mondo delle professioni è fenomeno tristemente diffuso e generalizzato. Non c’è zona d’Italia che ne sia immune visto che nella Ue è largamente applicato. Ma nel Mezzogiorno assume connotazioni drammatiche, con una sperequazione che viaggia su un gap dell’80 per cento. Su una media nazionale, invece per una professionista il reddito a fine mese è più leggero del 45 per cento di quello che percepisce un suo collega. Magari proprio il partner, con tutto quello che ne consegue in termini di scelte dettate, per esempio, dalla nascita del primo figlio. E da chi dei due resterà a casa.

L’allarme dei dati italiani

A mettere in fila i numeri per l’Italia ci hanno pensato Adepp e Confprofessioni all’interno dei rispettivi rapporti annuali che fotografano il mondo delle libere professioni. Qui, in questo universo, il gender pay gap è molto più radicato e diffuso che in altre realtà del mondo del lavoro. Secondo Adepp, il divario retributivo si attesta tra le dipendenti intorno a un 4 per cento, contro il sonoro 45% delle libere professioniste. Un fenomeno con dinamiche subdole che aumenta con il progredire dell’età. E che plasticamente rappresenta il famoso “gradino rotto”, quello che le separa dai vertici degli studi e della carriera. In cifre, fino ai 30 anni lo scarto retributivo rispetto ai colleghi uomini è di circa 1900 euro annui, tra i 40 e i 50 anni arriva a 17mila euro per arrivare a più di 22mila euro nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni. Il terreno perduto, insomma, non si recupera più. Differenza nelle differenze, alcune professioni registrano picchi, altre sono più “gender friendly”. «Il gap maggiore – spiega il Rapporto di Confprofessioni – lo registrano i notai, i commercialisti e i biologi; tale differenza si riduce se si guarda alle professioni quali gli infermierei, i giornalisti e pubblicisti e gli agrotecnici e i periti agrari».

Il corto circuito

C’è ovviamente un dato di fondo che caratterizza il diverso peso salariale tra uomini e donne. Ed è, nemmeno a dirlo, la protezione dei contratti collettivi nazionali. «Le cause di questo divario salariale sono molteplici, interconnesse e coinvolgono dimensioni individuali, famigliari, collettive e sociali – spiega il Rapporto Adepp – ma tra i tanti, un elemento è stato finora oggetto di scarsa attenzione e raramente rilevato. I minimi retributivi fissati dalla contrattazione collettiva per il lavoro subordinato hanno fatto sì che le discriminazioni salariali potessero “intaccare”
la sola parte variabile della retribuzione, contenendo significativamente il ”gender pay gap”». Una musica che nelle libere professioni sembrerebbe aver suonato al contrario. A impattare, secondo Adepp, c’è l’annosa questione delle tariffe: «Nelle libere professioni invece gli interventi normativi che si sono succeduti dal 2006 al 2016 in materia di compensi professionali hanno contribuito ad abbassare i redditi dei professionisti giovani e soprattutto delle donne, ampliando il divario salariale».

La ricetta è non avere una sola ricetta

«Sfatiamo un mito, nella propria giornata di lavoro una professionista, ancorché “libera” non ha più tempo o margini di manovra di una dipendente: deve tenere in piedi uno studio o un’attività e occuparsi della famiglia». Per Susanna Pisano, responsabile del desk europeo, nonché presidente in Sardegna di Confprofessioni «è arrivato il momento in cui tutto il sistema, a partire dalla politica, si faccia carico di un fenomeno che colpisce soprattutto le professioniste e lo fa perché le ore dedicate alle attività di cura vengono sottratte al lavoro». La ricetta? «Non ce n’è una sola: c’è il tema della retribuzione del lavoro tra le mura domestiche, la questione dei servizi e il congedo di paternità obbligatorio».

L’Europa non sta a guardare

Se Roma piange, Bruxelles non ride. In una recente indagine di Eurostat le prospettive negli altri Paesi non sono certo più rosee. La media europea, al netto del tipo di attività lavorativa, si attesta intorno al 16 per cento, con un minimo del 3% registrato in Romania a un massimo del 25,6% dell’Estonia. Secondo i dati, per altro, il settore che è più indietro sulla parità di retribuzione è nell’Europa a 28 quello delle assicurazioni e della finanza (con una forchetta che varia dal 18,3% dell’Italia al 40,2% dell’Estonia), seguito appunto dal mondo delle professioni e delle attività di tipo tecnico (32,8% di Cipro seguito dall’Austria con il 30 per cento).
Di fronte a questi dati la Commissaria europea Ursula Von der Leyen è corsa ai ripari. È aperta in questi giorni una roadmap che porterà alla presentazione di una direttiva calendarizzata per gli ultimi mesi dell’anno. A ostacolare le donne nel mondo del lavoro, secondo la Commissione, ci sono fattori di ogni tipo: dalla ghettizzazione delle donne a ruoli marginali ai vecchi, cari (si fa per dire) stereotipi per finire al sommerso del gender pay gap. La direttiva punta proprio a smantellare uno dei principali alleati della discriminazione retributiva di genere. E cioè la mancanza di trasparenza.

in Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2020

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