LA QUESTIONE GIOVANILE IN ITALIA

CARLO BUZZI

Riflessioni iniziali. Oggi viviamo in un mondo in continua e rapidissima evoluzione nel quale le nuove generazioni cambiano incessantemente condizioni di vita, bisogni, motivazioni. Se da una parte questo incipit iniziale, che ribadisce la complessità delle nostre società contemporanee e la difficoltà di leggere i fenomeni giovanili, ci sembra alquanto generico, dall’altra ci conforta la certezza che un secondo aspetto, conseguente al primo, sia meno scontato, ovvero che, a differenza delle apparenze, i giovani non siano un gruppo omogeneo ed indistinto ma caratterizzato piuttosto da una grossa variabilità interna, spesso invisibile agli occhi dell’adulto. Una variabilità che richiede la comprensione di bisogni differenziati e che sottende la necessità di politiche individualizzate veicolate da linguaggi comunicativi diversificati che sappiano intercettare gli svariati modi di essere giovani oggi. Purtroppo il nostro sistema politico, la nostra struttura economica, il nostro apparato culturale – in altre parole la nostra società – si rivelano incapaci di affrontare e risolvere alla radice i fenomeni connessi alla questione giovanile.

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Procederò con alcune parole chiave di inquadramento.

Scarsa consistenza. Il dato demografico, oramai da molto tempo, ci mostra un paese che sta progressivamente invecchiando. E’ noto che due siano i fenomeni che determinano uno squilibrio a favore della popolazione anziana a scapito di quella giovanile: la speranza di vita è in costante aumento, la fecondità in costante diminuzione. L’aspettativa di vita nel 2016 in Italia aveva raggiunto gli 83,4 anni (dato OCSE), il numero medio di figli per donna nel 2017 era calato 1,32 (dato ISTAT). Le conseguenze di questi andamenti opposti sono facilmente intuibili e non ha stupito che, all’inizio del 2018, il tasso di vecchiaia (numero di ultrasessantacinquenni per 100 giovani fino a 14 anni) aveva toccato 168,9 (dato ISTAT). Tutto ciò produce da un lato la contrazione del numero assoluto di giovani nel nostro paese (i nati nel 2017 sono stati 464mila mentre dieci anni prima, nel 2008, erano 576mila; dati ISTAT) dall’altro aumenta la loro residualità relativa e i giovani sotto i 15 anni rappresentano solo il 13,7% della popolazione (dato EUROSTAT), percentuale in costante diminuzione a fronte dell’aumento degli anziani che nel 2017 rappresentavano il 22,0% della popolazione residente in Italia.

Scarsa visibilità. L’essere residuali comporta conseguenze considerevoli, spesso sottovalutate. La più importante è quella di sprofondare verso la marginalità, che è poi quella condizione che caratterizza i gruppi subalterni: esclusione dai diritti e dalle risorse, non partecipazione, irrilevanza sul piano del potere. Per alcuni commentatori ad essere marginali sarebbero solo quei giovani meno attrezzati a rispondere alle richieste del sociale (dequalificati, residenti in aree depresse, non sostenuti da reti familiari forti), ma per altri il rischio di marginalità colpirebbe tutti i giovani come segmento della popolazione contrattualmente debole. Il fatto di essere pochi e sempre di meno, li rende scarsamente visibili; le loro richieste appaiono irrilevanti per chi amministra il bene pubblico, il loro peso elettorale declina a favore di gruppi quantitativamente ben più consistenti, l’ingresso nel mercato li vede relegati in posizioni precarie e a scarso reddito, il loro accesso al welfare deve cedere il passo ai crescenti bisogni di assistenza della popolazione anziana. Ne consegue la tendenza attuale della nostra società di tutelare solo i diritti acquisiti dalle generazioni passate senza permettere alle nuove generazioni, socialmente invisibili, di affacciarsi ad essi. Paradossalmente la visibilità dei giovani riemerge quando diventano protagonisti di vicende negative, l’addiction o il bullismo, soprattutto.

Progettualità limitata. La difficoltà dei giovani di entrare nel mercato del lavoro è un fenomeno che ha caratterizzato il nostro paese da diversi decenni. Tuttavia ad allarmare oggi sono gli alti tassi di disoccupazione, di inoccupazione e di sottoccupazione che si protraggono nel tempo, ai quali fa riscontro la mancanza di dispositivi che consentano ai giovani di accedere ad un reddito. Il fenomeno dei NEET, che vede il nostro paese in sofferenza assai più della maggior parte delle nazioni europee, è emblematico a tal proposito. L’incidenza dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione sul totale dei giovani è, nel 2017, del 24,1 per cento, con forti differenze territoriali: 16,7% al Nord, 19,7% al Centro e 34,4% nel Mezzogiorno (dati ISTAT). Il segmento più numeroso dei NEET, che nel complesso sono circa 2,2 milioni di giovani, è costituito da giovani che non hanno un’occupazione ma che la stanno cercando attivamente (il 41,0% dell’aggregato), seguito dalle forze di lavoro potenziali, ovvero da coloro che non hanno lavoro, vorrebbero lavorare, ma non lo cercano (sono il 29,8%) e dagli inattivi che non cercano e non sono disponibili a lavorare (il 29,2%). Pesano su questo fenomeno una molteplicità di fattori: dagli abbandoni scolastici precoci agli svantaggi familiari, dalla scarsa mobilità sociale che caratterizza il paese ai meccanismi di orientamento inefficaci, dal modello di welfare che scarica sulla famiglia il supporto alle nuove generazioni alla mancanza di una cultura del lavoro. Senza dimenticare che molti giovani stanno manifestando una concezione esternalistica e passiva del proprio futuro lavorativo (che dipenderebbe da agenti incontrollabili, a differenza di una concezione internalistica che darebbe al soggetto un ruolo attivo). Se a coloro che non hanno un lavoro sommiamo coloro che lavorano precariamente e saltuariamente la platea dei giovani, privi della garanzia di un reddito minimo che si collochi oltre quella soglia che consentirebbe una vita autonoma, si amplia notevolmente. Ciò determina per quote consistenti di giovani l’impossibilità di una qualsivoglia pianificazione esistenziale di medio e lungo periodo.

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Transizione difficile. I processi di cambiamento molto rapidi e intensi fanno sì che i giovani vivano oggi una condizione molto particolare perché da un lato anticipano tanti ruoli tipici dell’età adulta, ma dall’altra mantengono a lungo ruoli propri dell’adolescenza. Quindi è più complicato rispetto a qualche decennio fa quando diventare adulti dipendeva da elementi esterni (come la fine della scuola, l’ingresso nel mondo del lavoro, l’uscita dalla famiglia di origine). Oggi il prolungamento degli studi, la maggiore complessità del mercato del lavoro e un rapporto diverso con i genitori producono una maggiore tendenza a rimanere all’interno dell’alveo protettivo della famiglia di origine. Ed è questo a ostacolare la realizzazione di progetti di vita individuale rallentando i processi di crescita, di autonomia, di assunzione di responsabilità. Lo slittamento dell’età con la quale si superano le tappe di transizione ai ruoli adulti è un fatto consolidato: si finisce con la scuola sempre più tardi (e non solo per il prolungamento degli studi, ma anche perché spesso questi si protraggono consistentemente di più della loro durata istituzionale), si entra nel mercato conseguentemente più tardi. Oltre allo slittamento del superamento delle tappe, si assiste anche al fenomeno della dilatazione del tempo interstiziale tra il superamento di una tappa e di quella successiva. Le ultime tre tappe della transizione (la raggiunta autonomia rispetto ai propri genitori, la creazione di un nuovo nucleo familiare e la nascita di un figlio) oggi si concretizzano nella maggior parte dei casi oltre i trent’anni: nel 2017 l’età mediana di uscita dalla famiglia ha raggiunto i 31,2 anni per i maschi e i 29,1 anni per le femmine; osservando i tassi di nuzialità l’età mediana della sposa è di 32,0 anni e l’età dello sposo 34,9 anni; l’età mediana delle madri al primo parto 31,8 anni (dati ISTAT). Si aggiunga inoltre che il modello di transizione tradizionale mostra le corde e la prescrittività dell’ordine socialmente atteso in cui le tappe vengono superate sembra essere definitivamente caduta dando luogo a percorsi individualizzati di raggiungimento della condizione adulta. Ne è una evidente prova l’ampliarsi progressivo delle convivenze che ha prodotto un forte aumento delle nascite al di fuori del matrimonio, raggiungendo nel nostro paese il 28,0% sul totale dei nati (nel 2016) quando solo quindici anni prima erano il 9,7% (dati ISTAT).

Subculture emergenti. Per entrare nel mondo adulto, per assumerne i ruoli, ci vuole una precisa determinazione a fare scelte consapevoli e finalizzate. Purtroppo oggi l’adulto, sia desso genitore o insegnante, non è in grado di trasferire attraverso il processo socializzativo queste capacità e queste motivazioni. Un tempo i destini di un giovane erano segnati dalla famiglia d’origine, attualmente invece, almeno a livello di desideri, viviamo in un mondo di eccedenze di opportunità, dove però la possibilità concreta di realizzarle si è ristretta, soprattutto con la crisi economica. La debolezza delle nuove generazioni risiede proprio in un senso di frustrazione determinato da una costante delusione delle aspettative.

Questo fenomeno tuttavia non può essere imputato a soli fattori economici e strutturali. Come hanno documentato le ricerche IARD vi sono anche fattori culturali che agiscono. Un aspetto importante che riguarda la trasformazione della cultura giovanile è visibile se osserviamo i significati attribuiti dai giovani al tempo, alla scelta, al proprio divenire esistenziale. Se in passato i modelli comportamentali dominanti, veicolati dalle vecchie generazioni, erano improntati alla “procrastinazione del piacere dell’oggi per raggiungere i traguardi del domani”, in questi tempi il modello vincente appare piuttosto quello di “essere adeguati nel presente”. Pragmatismo e presentismo sembrano caratterizzare l’esistenza dei giovani, facilitati in questo dai nuovi media digitali e dai social network che permettono di vivere costantemente in tempo reale e contemporaneamente una pluralità di situazioni, di relazioni, di flussi comunicativi. Per quanto riguarda il processo che porta i giovani alle scelte, ognuna di queste viene considerata revocabile: nulla deve apparire irreversibile in una società incerta e contraddittoria, da una parte ogni comportamento assume i caratteri della contingenza e della temporaneità, dall’altra si evitano quelle decisioni che sottendono scelte definitive dalle quali diventa difficile retroagire.

Lavoro disatteso. Il quadro complessivo nei primi 18 anni del 2000 ha visto profonde trasformazioni strutturali del mercato che hanno inciso sul processo di transizione. Il lavoro ha perso progressivamente la funzione di tappa finale ed irreversibile per rappresentare uno spazio esperienziale che individua segmenti di breve periodo e condizioni occasionali intervallati da momenti di inattività. Il lavoro diventa un’esperienza sfilacciata che appare in maniera carsica nel corso degli anni che seguono l’uscita dalla scuola. Nel contempo l’introduzione di forme di flessibilità occupazionale attraverso interventi legislativi ha determinato nuove tipologie contrattuali che hanno ridefinito in modo molto pragmatico la relazione tra giovane lavoratore e datore di lavoro dando impulso allo sviluppo di nuove rappresentazioni giovanili legate all’idea di lavoro. Una sempre più diffusa precarietà occupazionale, alla quale ha anche contribuito una interpretazione eccessivamente strumentale del principio della flessibilità da parte di molte imprese, si è innestata in alcuni tratti emergenti della cultura giovanile quali il presentismo e la reversibilità delle scelte. La precarietà occupazione si accompagna pertanto con una precarietà esistenziale che ha segnato la transizione di intere coorti di giovani negli ultimi vent’anni, tenendo conto che dal 2008 la crisi economica e finanziaria non ha fatto altro che acuire il fenomeno della precarietà che ha raggiunto dimensioni considerevoli per diffusione ed intensità. Nel 2017, pur con qualche segno di miglioramento rispetto agli anni peggiori della crisi, il tasso di disoccupazione per i 15-34enni rimaneva molto alto (21,2% che si incrementava ulteriormente arrivando al 32,8% se ai disoccupati si sommavano i giovani inattivi che non cercavano lavoro ma che sarebbero potenzialmente disponibili a lavorare). Grazie alle rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT si può osservare, in una prospettiva longitudinale, quale esito abbia avuto nel 2017 la ricerca di lavoro svolta nel 2016: per i giovani 15-34enni in cerca di lavoro nel 2016 solo il 31,1% riescono a trovarlo nel corso dell’anno successivo, se prendiamo in considerazione gli inattivi la percentuale precipita al 9,1%. Questi fenomeni ci confermano indirettamente come l’accesso al lavoro sia sempre più ritardato e potremmo aggiungere come la condizione occupazionale giovanile si sia oramai caratterizzata per la sua crescente instabilità (lavori atipici non a tempo indeterminato) essendosi ridotta per molti la possibilità di transitare da una situazione precaria ad una più stabile.

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Nuove emigrazioni. Due i fenomeni all’attenzione. Giovani che entrano nel nostro paese sull’onda delle grandi immigrazioni provenienti dall’est europeo e dall’Africa e giovani italiani che hanno incominciato a lasciarlo alla ricerca di prospettive di reddito e di carriera più gratificanti di quanto trovano in Italia. Inoltre si assiste ad una forte ripresa dell’emigrazione interna dalle regioni meridionali a quelle settentrionali. Un trasferimento di popolazioni giovanili che sta rimodulando la struttura demografica del paese. Tuttavia il fenomeno ai livelli di eccellenza – quindi la cosiddetta fuga dei cervelli in senso proprio – viene spesso troppo enfatizzato. La globalizzazione produce interscambio di idee, competenze, esperienze, e i giovani italiani come i loro coetanei europei si indirizzano verso quei centri che più di altri consentono di poter realizzare i propri interessi e le proprie vocazioni. Che vi siano molti giovani italiani che vadano all’estero non appare dunque di per sé un fatto particolarmente preoccupante, ad esempio i ricercatori svizzeri, olandesi, britannici, tedeschi e belgi – per rimanere entro lo spazio europeo – tendono a spostarsi in paesi stranieri con percentuali maggiori rispetto a quelle degli italiani. Che i giovani europei si indirizzino verso i network di ricerca dovunque essi siano collocati non appare un fenomeno di per sé negativo. Qual è allora il vero problema? E’ che mentre Svizzera, Svezia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Belgio, Francia attraggono molti giovani ricercatori, l’Italia ne attira pochissimi: da una parte si assiste ad un interscambio tra entrate e uscite mentre il nostro paese è caratterizzato solo da uscite (si veda lo studio del National Bureau of Economic Research del 2012).

Fattore protettivo. L’istruzione è il fattore principale di sviluppo collettivo e di benessere individuale. L’espansione dell’educazione terziaria in particolare appare associato con lo sviluppo economico delle società e offre vantaggi economici e sociali agli individui. Le statistiche degli ultimi anni ci confermano come in Italia i giovani laureati mostrino i più bassi livelli di disoccupazione, guadagnino di più, godano di posizioni occupazionali più sicure, abbiano maggiori possibilità di migliorare la loro condizione sociale di partenza rispetto ai coetanei con titoli di studio più bassi. Partecipazione e cittadinanza attiva sembrano dal canto loro anch’esse associate al capitale culturale e perfino la salute dimostra che speranza di vita e minor rischio di morbilità risentano dell’influenza del grado di istruzione. Purtroppo i dati del rapporto presentato dall’OCSE, Education at a Glance 2018, conferma la persistenza di fenomeni negativi che riguardano il nostro paese. Ad esempio nel 2017 l’incidenza dei laureati sulla popolazione in età compresa tra i 25 e i 34 anni è di solo il 26,8% occupando l’Italia uno degli ultimi posti tra i 35 paesi OCSE dove la media generale è del 44,5% e dove meglio del nostro paese si posizionano nazioni quali la Turchia e tutte le nazioni europee comprese in classifica (alcune delle quali come Lituania, Irlanda, Regno Unito e Lussemburgo vantano una percentuale di laureati superiore la 50%). Non sembra certamente escluso dalle cause di tale pessima performance il basso investimento in istruzione che caratterizza comparativamente l’Italia alle altre nazioni sia per spesa cumulativa media per studente, sia per spesa in percentuale al Pil. D’altra parte anche in quanto efficienza del sistema scolastico le indagini PISA, che misurano le competenze dei quindicenni in matematica, scienze e comprensione del testo e che vengono effettuate periodicamente dall’OCSE (l’ultima del 2018 ha coinvolto più di 80 paesi), mostrano da una parte i mediocri risultati ottenuti nel complesso dagli studenti italiani, dall’altra una particolare difformità interna di risultato tra regioni settentrionali (alcune delle quali non distanti dalle migliori performance europee) rispetto alle regioni meridionali. Tutto ciò suggerisce la necessità di una decisa inversione delle politiche nazionali nei confronti dell’istruzione sia in rapporto al confronto con le altre nazioni europee, sia per colmare le differenze territoriali alla base della persistenza delle forte disuguaglianze sociali tra i giovani del nostro paese.

* Articolo pubblicato anche su Giovani e comunità locali, n.0, 2019, pp. 13-20, ISBN 978-88-6464-512-4

Scarica l’editoriale IARD con le note bibliografiche

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