Archivio mensile:dicembre 2019

Antisemitismo e odio, i doveri dei leader. Basta indifferenza

ANDREA RICCARDI

Si susseguono notizie su fatti di violenza e odio in tanti Paesi. Rischiamo l’abitudine e l’indifferenza. Così, l’attacco antisemita a Monsey, nei pressi di New York, può passare nel dimenticatoio, dopo un po’ di deprecazione. Ci si abitua, purtroppo, anche all’antisemitismo, come alle proteste contro di esso. Avviene in società indifferenti: in Nord America o in Europa. Indifferenze diverse, ma sempre tali.

La sequenza degli atti antisemiti negli Stati Uniti è impressionante: «È il tredicesimo attacco antisemita dall’8 dicembre a oggi a New York», ha detto Cuomo, il governatore dello Stato. Qualche mese fa, in Germania, il responsabile per la lotta all’antisemitismo consigliò agli ebrei di non indossare sempre la kippah. Fu poi smentito, ma quel discorso manifesta il clima, confermato dall’aumento degli atti antisemiti in Germania (come in Francia). Non ci si può fermare alla rituale deprecazione, ma bisogna andare a fondo per capire l’inaccettabile processo di “odio all’ebreo”, se vogliamo fermarlo e batterlo. Innanzi tutto, c’è da garantire la libertà alle persone e la sicurezza dei siti ebraici. Ma non basta.

Gli atti antisemiti provengono da vari mondi: neonazisti o neofascisti, islamici, antisraeliani, suprematisti, settori nazionalisti, gruppi settari di ogni tipo, come gli pseudoebrei neri da cui è partito l’attacco a Monsey. Non c’è un’unica filiazione. A settant’anni della Shoah, lo stereotipo antisemita è vivo e circolante su un terreno profondo che sottostà alle più diverse genealogie politiche. È lì, pronto per essere usato da chi cerca un nemico ancestrale, cui attribuire i mali di cui si sente colpito o di cui crede colpita la società. Pesca nelle profondità oscure della storia che, irrazionalmente, paiono legittimarlo. Queste squallide operazioni sono favorite dall’incandescente temperatura di odio, innalzatasi negli ultimi anni. Il mix, tollerato e accarezzato da troppi, provoca in alcuni atti violenti o addirittura azioni terroristiche.

Continua a leggere

Il paradigma della Pace declinato da Papa Francesco

AMEDEO LOMONACO

Ripercorriamo, attraverso le parole del Papa, i messaggi per la Giornata Mondiale della Pace dal 2014 al 2020. Domani, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, si celebrerà la 53.ma Giornata e Francesco presiederà la Santa Messa nella Basilica Vaticana.

Cuori irrorati dalla fraternità, vite liberate dalla schiavitù, sguardi capaci di vincere l’indifferenza, semi di nonviolenza per promuovere la pace. Ma anche mani tese verso migranti e rifugiati, passi ispirati dalla buona politica e cammini di dialogo e di riconciliazione. È uno sguardo rivolto verso questi orizzonti carichi di speranza, quello che illumina i messaggi del Papa per la Giornata Mondiale della Pace. Pur intrecciandosi con la realtà di una società deformata da vari vizi, è uno sguardo sempre legato alla speranza cristiana, al volto di Gesù. Dagli insegnamenti e dalle esortazioni di Papa Francesco per la pace, emerge anche il nitido profilo di un denso magistero.

2014: la fraternità è fondamento di pace

Il primo messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace, nel 2014, si apre con l’augurio rivolto “a tutti, singoli e popoli”, di un’esistenza “colma di gioia e di speranza”. Pilastro del documento è la fraternità, che Francesco declina partendo da una premessa: la fraternità, che si comincia ad imparare in famiglia, è “fondamento e via per la pace”. Non solo le persone, ma anche le nazioni – spiega Francesco ricordando l’enciclica “Populorum progressio” di Papa Paolo VI – devono incontrarsi “in uno spirito di fraternità”. Riferendosi al magistero di Giovanni Paolo II, il Pontefice sottolinea che la pace è “un bene indivisibile”: “è di tutti o di nessuno”.

“La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore. (Papa Francesco, messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2014)”

Nella famiglia di Dio, dove tutti sono figli di uno stesso Padre, non ci sono “vite di scarto”: la fraternità, spiega il Papa, è anche una “premessa per sconfiggere la povertà”. Ma servono “politiche efficaci che promuovano il principio della fraternità, assicurando alle persone di accedere ai capitali, ai servizi, alle risorse educative, sanitarie, tecnologiche”. Francesco esorta inoltre a riscoprire la fraternità nell’economia, a ripensare i “modelli di sviluppo” e a cambiare “gli stili di vita”. Con la fraternità, prosegue il Pontefice, si “spegne la guerra” se ciascuno riconosce nell’altro “un fratello di cui prendersi cura”. La fraternità, osserva infine il Papa nel messaggio del 2014, aiuta anche “a custodire e a coltivare la natura”.

Continua a leggere

AMORE, LAVORO E LIBERTÀ: SOGNI DA DIO

SERGIO VENTURA

«I sogni son desideri» – cantava la Cenerentola di Walt Disney nel 1950, sintetizzando nei modi propri del linguaggio simbolico la teoria freudiana dell’interpretazione dei sogni. Altre teorie, poi, si sono affiancate a quella del padre della psicoanalisi, ponendo l’accento sulla componente neurologica dei sogni (J.Allan Hobson; M.Solms), o legandoli ad altri aspetti della vita emozionale (W.Fairbairn; W.Bonime).

Quello che è certo, però, è che i sogni affondano le radici in una zona ancora misteriosa della mente umana, laddove, mutuando dal titolo decisamente agostiniano di un’importante opera di Viktor Frankl – Dio nell’inconscio, non è insensato ipotizzare che sia all’opera Dio,“sorgente inesauribile di speranza… Infinito che soffia dentro e li dilata”:2

Io so che il cuore dei giovani sogna, e sogna in grande, non solo quando siete un po’ brilli, no, sempre sognate in grande, perché (…) voi siete inquieti, cercatori, idealisti”,e perché “sogni sono (…) un donoche Dio semina nei vostri cuori (…) gratuitamente”.2

Forse per questo i sogni non presentano i caratteri della chiarezza e dell’evidenza, anzi appaiono decisamente ambivalenti, abitando le nostre profondità laddove «una parola ha detto Dio, due ne ho udite» (Sal 62,12).

E’ vero, infatti, che essi “tengono il nostro sguardo largo, ci aiutano ad abbracciare l’orizzonte, a coltivare la speranza … Ti svegliano … Sono le stelle più luminose [e] brillanti, (…) quelle che indicano un cammino diverso per l’umanità”;ma è altrettanto vero che essi “si devono fare con i piedi per terra”,vanno purificati, messi alla prova”:2  maturare vuol dire (…) far crescere i sogni e (…) le aspirazioni, non abbassare la guardia e lasciarsi comprare per due soldi, (…) confrontandosi reciprocamente, discutendo”,perché “sognare (…) da solo è pericoloso, (…) potrai cadere nel delirio di onnipotenza”.2

Ecco perché Francesco individua due tipi di sogno. Da un lato, i “sogni piccoli, miseri, che si accontentano del meno possibile … I sogni della comodità, i sogni del solo benessere … I sogni della tranquillità, i sogni che addormentano i giovani e [li] faranno morire2; dall’altro lato, “verisogni (…) del ‘noi’”, “i sogni grandi” che “includono, coinvolgono, sono estroversi, condividono, generano nuova vita”.2

Tra questi ultimi, il vescovo di Roma pensa innanzitutto ai “sogni di libertà”,ricordando però che il “poter decidere di sé [come] espressione più alta di libertàè fatto della stessa sostanza dei sogni: “un dono grande (…) che tu devi custodire per farlo crescere, (…) sviluppare [e che] non ammette mezze misure”.2

Infatti, un nodo problematico del rapporto attuale tra i giovani e la Chiesa è costituito dal fatto che “l’idea di scelta che oggi respiriamo è un’idea di libertà senza vincoli, senza impegni e sempre con qualche via di fuga: un – scelgo, però… –[che] ci ferma, (…) non ci lascia sognare, (…), a volte diventa più grande della scelta e la soffoca. È così che la libertà si sgretola e non mantiene più le sue promesse di vita e felicità. E allora concludiamo che anche la libertà è un inganno e che la felicità non esiste”.2

Per questo il vescovo di Roma – quasi supplice – esorta con forza i giovani:

Per favore, non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono idee nella testa … Voi non avete prezzo! Non siete merce all’asta! … Innamoratevi di questa libertà che è quella che offre Gesù”.3

In secondo luogo, Francesco collega strettamente questi sogni di libertà con quello di un amore “per tutta la vita”, individuando nella “libertà dell’amore” la “libertà più grande”.Anche qui, infatti, è necessario “imparare a discernere quando c’è l’amore vero e (…) quando c’è il semplice entusiasmo truccato da amore”.Anche qui, poi, “bisogna sempre mettere al primo posto l’amore … Bisogna rischiare nell’amore vero … Vendere tutto per comprare questa perla preziosa di altissimo valore … L’amore non tollera mezze misure… Devi mettere tutta la carne al fuoco: così diciamo noi in Argentina … Il compito dell’uomo nell’amore [è] rendere più donna la moglie, o la fidanzata … Il compito della donna nel matrimonio [è] rendere più uomo il marito, o il fidanzato. E’ un lavoro a due, che cresconoinsieme … Per questo l’amore è fedele (…) sincero, aperto, coraggioso … E questa è l’unità, e questo vuol dire “una sola carne”: diventano “uno”, perché uno fa crescere l’altro”.

Mettere tutta la carn eal fuoco”, “essere una carne sola” significa, però, comprendere definitivamente che “il vero amore è appassionato”,che “la sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù … È una passione [che] ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima … Una sola carne: questa è la grandezza della sessualità. E si deve parlare [e] vivere la sessualità così, in questa dimensione: dell’amore tra uomo e donna per tutta la vita”.4

Certamente, riconosce con sensibilità misericorde Francesco, “le nostre debolezze, le nostre cadute spirituali, ci portano a usare la sessualità al di v fuori di questa strada tanto bella. Ma (…) questa non è la sessualità dell’amore: è la sessualità “cosificata”, staccata dall’amore e usata per divertimento … E’ una degenerazione rispetto al livello dove Dio l’ha posta” –non a caso, osserva acutamente Francesco, “il punto più bello della creazione, (…) la sessualità è la più attaccata dalla mondanità, dallo spirito del male”.4

Per questo anche qui è forte l’esortazione del vescovo di Roma:

custodite la vostra dimensione sessuale … E preparatela (…) per inserirla in quell’amore che vi accompagnerà tutta la vita”,perché “quando tu vedi un matrimonio, una coppia di un uomo e una donna che vanno avanti nella vita dell’amore, lì c’è l’immagine e la somiglianza di Dio … Tutti e due, insieme, sono immagine e somiglianza di Dio”.2

A questo punto, si domanda giustamente Francesco, “un ideale così, quando si sente vero, quando è maturo, si deve spostare più avanti per altri interessi?”.La risposta è chiara: “No, non si deve … Occorre evitare scappatoie”.In questo senso deve essere interpretata un’espressione del vescovo di Roma che altrimenti potrebbe apparire discutibile: “se l’amore viene oggi, perché devo aspettare tre, quattro, cinque anni per farlo crescere e per renderlo stabile?”:2

Il nemico più grande dell’amore è la doppia vita – fai finta di non amare, studi, e poi incominci a vivere la doppia vita … Il nemico più grande dell’amore non solo è non lasciarlo crescere adesso, aspettare di finire la carriera, ma è fare la doppia vita, perché se tu incominci ad amare la doppia vita, l’amore si perde”;sono tanti quelli che (…) vedono che finisce l’amore dei loro genitori, che si dissolve l’amore di coppie appena sposate… Facciamo sì che l’amore sia vivo”.5

Non possiamo dimenticare, infine, quanto cantava Adriano Celentano ormai cinquant’anni orsono: «chi non lavora non fa l’amore». Tutte le indagini sociologiche, infatti, indicano uno stretto rapporto tra il dramma della precarietà del lavoro attuale e la precarizzazione dei legami affettivi, tant’è che oramai non si può più sognare l’amore della vita senza sognare un lavoro a tempo indeterminato. Ma anche su tale problematica il vescovo di Roma ha parlato in modo chiaro:

questo è uno dei problemi più acuti e più dolorosi per i giovani, perché (…) la persona che non ha lavoro, si sente senza dignità”:i bambini crescono soli (…) perché c’è (…) il bisogno del lavoro”,il numero dei suicidi giovanili è in aumento, ma (…) la ragione principale di quasi tutti i casi è la mancanza di lavoro … Altri giovani (…) cercano un’alienazione intermedia con le dipendenze [come] via di fuga da questa mancanza di dignità … Altri giovani sul telefonino vedono cose interessanti come progetto di vita: almeno danno un lavoro… Suicidi, dipendenze e uscita verso la guerriglia sono le tre opzioni che i giovani hanno oggi, quando non c’è lavoro”.6

D’altra parte, il “perché” concreto e “la ragione” pratica delle difficoltà di lavorare per essere liberi di amare sono anch’essi messi in luce con decisione da Papa Francesco:

c’è una risistemazione dell’economia mondiale, dove l’economia, che è concreta, lascia il posto alla finanza, che è astratta (…) crudele”, perché “lì si gioca con un immaginario collettivo che (…) è liquido o gassoso … Al suo posto avrebbero dovuto esserci l’uomo e la donna. Oggi questo è il grande peccato contro la dignità della persona: spostarla dal suo posto centrale … Così, con questo spostamento della persona dal centro e col mettere al centro una cosa come la finanza, così “gassosa”, si generano vuoti nel lavoro”.6

Per questo, conclude il vescovo di Roma, “ci vuole coraggio (…) davanti alle resistenze, alle difficoltà, a tutto quello che fa che i nostri sogni siano spenti”;per questo, di fronte alla capacità del male di insinuarsi tra le ambivalenze dei nostri sogni di libertà, d’amore e di dignità lavorativa, “c’è bisogno della parola profetica, c’è bisogno di inventiva umana … ci vuole creatività”:6

Non lasciatevi rubare i vostri sogni … Cercate maestri buoni capaci di aiutarvi a comprenderli e a renderli concreti nella gradualitàe nella serenità. Siate a vostra volta maestri nel sogno … Offrite i vostri sogni gratuitamente: nessuno, prendendoli, vi farà impoverire …C’è un ragazzo (…) ventenne, ventiduenne, che incominciò a sognare e a sognare alla grande … Dicevano che era pazzo perché sognava così … Questo giovane, un italiano del XIII secolo, si chiamava Francesco e ha cambiato la storia dell’Italia. Francesco ha rischiato per sognare in grande … Pensiamo: era un giovane come noi. Ma come sognava…! ”.2

_____________________________________________

Incontro con i giovani del Cile (17.1.18)

Dialogo con i giovani italiani. Riflessione finale (11.8.18)

Incontro dei giovani con il Sinodo (6.10.18)

Risposte a braccio alle domande dei giovani di Grenoble-Vienne (17.9.18)

Discorso ai giovani della “Kaarli Lutheran Church” di Tallin (25.9.18)

Discorso all’“European jesuits in formation” (1.8.18)

Incontro con i giovani della parrocchia romana del “SS. Sacramento a Tor de’ Schiavi” (6.5.18)

in http://www.cortiledeigentili.com

La sfida per il 2020. Il grido della Terra e dei poveri chiede sogni e nuova profezia

LUIGINO BRUNI

Il 2019 verrà ricordato per due novità epocali, tra loro intimamente connesse: un nuovo protagonismo dei giovani e degli adolescenti e una consapevolezza globale della drammaticità e irreversibilità della crisi ambientale. I giovani, a cinquant’anni dal 1968, sono tornati a essere il primo elemento di cambiamento e di vera innovazione sociale e politica. Hanno impiegato alcuni decenni a trovare il loro posto nel “nuovo mondo”. Dopo la fine delle ideologie hanno attraversato una eclisse civile e culturale, sono rimasti ammutoliti e schiacciati come in un lungo “sabato santo”, tra un mondo che finiva e uno che tardava troppo a venire. Sono stati abbuiati dal lutto dei genitori e dei nonni, e si sono riversati nelle piccole cose – videogiochi o smartphones – per la morte di quelle grandi. Perché se è vero che tutti siamo usciti disorientati e delusi dal Novecento, i giovani hanno sofferto e soffrono di più e più profondamente per la fine delle narrazioni collettive, delle utopie, dei sogni grandi. Da adulti si può resistere molto tempo senza sognare insieme, da giovani si resiste molto meno, perché l’utopia è il primo cibo della gioventù.

Ma la fine dell’utopia – il non luogo – ha (ri)generato un nuovo luogo, il luogo per eccellenza, il luogo di tutti: la Terra. E così dopo il lungo spaesamento hanno ritrovato la Terra, che è diventata la nuova eu-topia – il buon luogo – per tornare a scrivere un grande racconto collettivo. Attorno al capezzale della madre Terra malata, hanno ritrovato un nuovo legame, una nuova fraternità e una nuova religio, e, per tanti, un nuovo senso del sacro. Il primo sacro nacque, nell’aurora delle civiltà, dall’esperienza del mistero e del tremendum, legata alla scoperta dell’esistenza di qualcosa di invalicabile e di inviolabile. Per molti di queste e questi giovani, di queste ragazze e ragazzi, la malattia della Terra è stata il nuovo tremendum, il nuovo mistero e il nuovo limite invalicabile; quindi una nuova ierofania (manifestazione del sacro), epifania di una esperienza originaria e fondante, un nuovo mito dell’origine che li ha legati alla Terra e tra di loro. C’è molto di religioso e di sacro in questi movimenti ambientalisti, anche se a loro (e a tutti) mancano le categorie per comprenderlo. Hanno sentito venir meno la “terra ideologica” sotto i loro piedi, e invece di sprofondare si sono ritrovati in una terra nuova, che hanno sentito e vissuto come la terra promessa per cui valeva la pena continuare a camminare nel deserto e non arrendersi. Hanno scoperto la terra promessa nella Terra di tutti. Ogni nuovo inizio è polivalente e ambiguo; questo bel mattino ancora informe potrà generare una stagione di autentica spiritualità, erede e continuatrice delle grandi narrative religiose e dell’umanesimo biblico ebraico-cristiano. Ma potremo anche ritrovarci in una terra popolata da totem e tabù post-moderni, gestiti da sciamani e aruspici “for-profit”. Ora non possiamo dirlo; ciò che è certo è che la fine delle ideologie non ha completato il processo di “disincanto del mondo”. Il mondo è ancora incantato se lo sappiamo guardare con gli occhi dei giovani. Il senso religioso degli anni a venire dipenderà anche da come le religioni tradizionali sapranno leggere e interpretare questa nuova primavera spirituale, se a prevalere sarà la paura o la fiducia.

Non stupisce allora l’alleanza che si è venuta a creare tra questi giovani e un ottantatreenne, papa Francesco, sentito dalla maggioranza come amico e punto di riferimento etico. Infatti, mentre nel ’68 la Chiesa era parte di quel mondo vecchio che si voleva far crollare, oggi la chiesa di Francesco è parte essenziale del nuovo che emerge. La Laudato si’ ha anticipato questi movimenti giovanili e ha fornito a molti il quadro culturale e spirituale di riferimento per il nuovo che sta accadendo. Nella Terra lasciata desolata dalla fine delle ideologie, molti abbiamo pensato di riempire quel vuoto enorme promettendo ai giovani le “tre i” – Inglese, Informatica, Impresa –; loro ci hanno detto che questi obiettivi erano troppo piccoli, e si sono inventati l’umanesimo delle “tre F” – FridaysForFuture. I giovani del 2019 ci stanno però lanciando anche altri messaggi, sebbene i segnali che emettono siano ancora deboli – i segnali deboli sono sempre quelli più importanti. Quanto sta avvenendo in Cile, in Libano, in Francia, in Italia, ci dice, tra l’altro, che la diseguaglianza è un’altra forma di CO2 che se supera un certo “grado” non è più tollerabile. Anche se la dimensione economica di questo variegato movimento giovanile è meno enfatizzata di quella ecologica, la grande sfida del XXI secolo sarà tenerle assieme. Ed è qui si coglie il senso dell’evento The Economy of Francesco (L’Economia di Francesco, a fine marzo 2020), un processo avviato per offrire ai giovani una patria ideale (Assisi) da dove partire per trovare un rapporto integrale con l’oikos. Una nuova ecologia è possibile solo insieme a una economia nuova – se l’oikos è uno solo, non è né concepibile né realizzabile una ecologia integrale senza una economia integrale.

La sostenibilità del capitalismo è multidimensionale. A quella più strettamente ecologica si deve dunque aggiungere immediatamente la dimensione della diseguaglianza e quindi delle varie forme di povertà che continuano a gridare giustizia. Non possiamo allora concentrarci solo sull’aspetto più urgente e visibile della insostenibilità (quella dell’ambiente naturale) e dimenticare le altre, dalle quali in fondo dipende. Ad esempio, per le organizzazioni della società civile nate negli anni e decenni passati attorno alle sfide delle povertà e dell’inclusione sociale, oggi sta diventando più semplice sopravvivere e crescere accedendo ai finanziamenti pubblici per combattere il cambiamento climatico, e così rischiano di subire una mission shift (un cambiamento di obiettivi) guidata dagli incentivi pubblici e privati. Il grido della Terra non può e non deve coprire il grido dei poveri, ma amplificarlo. Le insostenibilità del nostro mondo sono dunque molte. Accanto alla CO2 della diseguaglianza c’è anche una crescente insostenibilità di una certa cultura e prassi manageriale delle grandi istituzioni economiche e finanziarie. Mentre da una parte si annuncia, spesso sinceramente, una politica aziendale più attenta all’ambiente naturale e, qualche volta, anche all’inclusione sociale, parallelamente i lavoratori sono schiacciati da uno stile manageriale che chiede loro sempre più tempo, energie e vita, dove – anche grazie alle nuove tecnologie – è saltato ogni confine tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro, dove le imprese cercano e spesso ottengono il monopolio dell’anima della loro gente. Non può reggere a lungo una nuova generazione che da una parte chiede al sistema una nuova sostenibilità e un rallentamento nello sfruttamento della Terra per lasciarla “respirare”, e dall’altra quando entra nei luoghi di lavoro è sottoposta a ritmi insostenibili e accelerati che non li lasciano respirare.

Non basta rinunciare o smorzare la massimizzazione del profitto per essere sostenibili; anche se l’impresa decide di massimizzare altre variabili oltre al profitto, finché non libera spazio e tempo per i suoi lavoratori non sarà mai un ambito di vita davvero a misura di persona, amica della gente e della Terra. Il primo problema della “massimizzazione del profitto” è la categoria di massimizzazione, che resta un problema anche quando ad essere massimizzate sono altre cose. Se quindi le imprese non allentano i rapporti interni di lavoro, se non liberano e ridonano tempo e vita ai lavoratori, se non si ritirano dai territori dell’anima che in questi anni hanno occupato, è impossibile che riescano all’esterno a rispettare e salvare il pianeta. La sostenibilità relazionale, profondamente legata alla sostenibilità spirituale delle persone (lo spirito vive solo se riesce a salvare luoghi di libertà e di gratuità “non massimizzati”), sarà un grande tema del mondo del lavoro dei prossimi anni. C’è una frase del profeta Gioele spesso citata in questo anno che si sta chiudendo da papa Francesco: «I vostri figli e le vostre figlie diventeranno profeti, i vostri anziani faranno sogni» (3,1). Una frase splendida, che solo un profeta poteva scrivere. Oggi la potremmo leggere anche così: i giovani faranno profezie se gli anziani faranno sogni. Non abbiamo lasciato ai nostri figli e alle nostre figlie soltanto un pianeta depredato, surriscaldato e inquinato; abbiamo lasciato loro anche un mondo impoverito di sogni grandi e collettivi. Il primo dono che possiamo fare ai nostri giovani è ricominciare a sognare. È di questa ricchezza che hanno davvero bisogno.

in Avvenire, 30 dicembre 2019

Ecologia. Il clima e le nostre amnesie. La prevenzione è possibile

Gian Antonio Stella

In tutto il Settecento, da Alvise II Mocenigo all’ultimo doge Ludovico Manin «col cuor picinìn» che mollò tutto e si tolse il corno dogale davanti a Napoleone, furono registrate 29 «acque altissime» cioè superiori a 3,5 piedi veneti, circa un metro. Nel solo 2019 soltanto quattro di meno: per un totale di 25, tra cui la rovinosa «aqua granda» del 12 novembre, inferiore di appena sei centimetri a quella apocalittica del 1966.

Basterebbe questo dato, in un paese serio, a capire quanto la città più bella del mondo, immeritatamente ereditata da troppi amministratori che mostrano di non essere all’altezza, sia a rischio. I numeri, ricostruiti dallo scrittore veneziano Gianpietro Zucchetta per aggiornare vent’anni dopo la sua Storia dell’acqua alta a Venezia. Dal Medioevo all’Ottocento, spiegano tutto: 10 eventi eccezionali nel Seicento, 29 come dicevamo nel Settecento, 30 nell’Ottocento con una punta di 137 centimetri nel 1879, 164 nel Novecento. Dei quali un quinto (33) nei primi sei decenni e tutti gli altri, compresa l’alluvione del ’66, negli ultimi quattro. Con un’accelerazione: 44 eventi eccezionali nell’ultimo decennio. Per assestarsi nel nuovo secolo a 146 maree straordinarie.

Un incubo. Con l’inesorabile degrado delle fondamenta. E lo scoraggiamento crescente di chi non ne può più di spalare, asciugare, soffrire. E tutti lì, appesi ansiosi alla domanda: riuscirà il Mose a contenere il montare crescente delle acque? «Se funziona avremo la più grande opera d’ingegneria idraulica e ambientale, che il Paese può spendersi in campo internazionale», ha risposto il governatore Luca Zaia, «Se non funziona, avremo sprecato quanto meno 5,5 miliardi e sarebbe una tragedia, forse il più grande spreco mai conosciuto nella storia internazionale». Mai come in questo caso, però, non è solo una faccenda di soldi. Per quanto ne siano stati spesi un’enormità. Quanto vale, Venezia? Quanto vale la nostra credibilità nel custodire e proteggere quel patrimonio immenso che non appartiene solo a noi?

L’anno che se ne va ci lascia col magone per quelle giornate interminabili passate aspettando che le piene calassero e i negozi potessero riaprire e i veneziani, davvero eroici nella loro caparbia resistenza agli eventi, avessero infine un po’ di tregua. Ma soprattutto ci lascia con l’incubo che il progressivo aumento delle maree straordinarie possa diventare ineluttabile. Fino a portarci via quanto abbiamo di più prezioso. E a nulla serve scacciare il pensiero come una mosca fastidiosa. Né affidarsi a qualche santo come fecero gli abitanti di San Sebastiano al Vesuvio che per fermare la lava avanzante nel 1944 portarono di rinforzo alla statua del patrono anche quella di San Gennaro, sia pure coperta perché San Sebastiano non si offendesse. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Fare gli struzzi non ha senso. Vale per Venezia, vale per tanta parte del nostro territorio.

A cercare nell’Ansa la parola «frane», ieri, ne uscivano una a Maiori con dieci famiglie evacuate sulla costiera amalfitana, una su una villetta travolta dal fango a Trieste, una su una collina venuta giù a Riva Trigoso nel Levante ligure, una sulla linea ferroviaria interrotta sulla Firenze-Arezzo, sullo smottamento di una contrada in Irpinia… Il tutto mentre abbiamo ancora negli occhi l’Autostrada Torino-Savona spezzata in due tronconi dal cedimento di un costone fangoso… Colpa del maltempo, si capisce. Ma quanti danni sono stati fatti, nei decenni, dalla superficialità di chi ha costruito male, di chi ha usato cemento di pessima qualità, di chi ha risparmiato sulle manutenzioni o distrutto boschi per piantare l’ennesimo vigneto in un Paese che registra due terzi delle frane europee? Per non dire della insipienza con cui, le macerie ancora a terra dell’ultima scossa tellurica, vengono via via rimossi la commozione, gli aiuti d’emergenza, le promesse e gli impegni solenni dopo l’ultimo terremoto.

Spiega il sismologo Gianluca Valensise, dirigente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che anche quest’anno abbiamo avuto 32 terremoti di magnitudo superiore a 4.0. In linea con i 323 registrati dal 2010 al 2019. La mappa che copre l’Appennino intero mette i brividi. Certo, il mondo ha molte altre aree altamente sismiche. Ma altrove gli scossoni tellurici colpiscono spesso aree desertiche mentre «noi abbiamo i terremoti sotto le città, una cosa che succede in pochi altri posti al mondo. Con Emanuela Guidoboni nel 2011 calcolammo un terremoto distruttivo ogni 4-5 anni: aggiornando i conti con le scosse del 2012 in Emilia e del 2016 sull’Appennino centrale si arriva a uno ogni 4.2 anni».

Eppure, nonostante i buoni propositi riproposti subito dopo ogni calamità, l’Italia non riesce a darsi un progetto che vada al di là delle emergenze. Dei tempi brevi. Brevissimi. Ma sì, si annusa nel Paese una crescente consapevolezza dei problemi del nostro territorio così bello e così fragile. Ma quando mai abbiamo sentito il Parlamento intero dedicare lo spazio e il tempo necessario per discutere di questi temi vitali per il nostro futuro senza infognarsi nelle solite baruffe da comari del ballatoio con tweet offensivi allegati? Certo, come hanno recentemente sostenuto in una lettera a Sergio Mattarella novantadue scienziati può essere un errore coltivare «l’illusoria pretesa di governare il clima» perché la terra ha passato secoli di grande freddo e secoli di grande caldo prima ancora che l’uomo facesse i «suoi» disastri.

Ma è moltissimo quello che gli italiani possono fare per arginare le catastrofi ambientali. Contro l’andazzo di cementificare il territorio il doppio che in Europa. Contro la gestione dissennata dei rifiuti. Contro l’uso scriteriato delle risorse. Contro l’abuso della plastica che avvelena i mari. E via così… Non basta tirar su nei tempi previsti, bellissimo, il nuovo ponte di Genova. Occorre avere l’ambizione di tornare a incidere nella nostra storia. Quella migliore. Con l’umiltà, su tante cose, di ripartire da zero.

in “Corriere della Sera” del 30 dicembre 2019

Scuola. La fiducia nei Prof resiste nel cuore degli italiani

ILVO DIAMANTI

La scuola, in Italia, attraversa una fase complicata. E i cittadini lo percepiscono bene, come mostra il sondaggio dell’Osservatorio Demos- Coop, realizzato di recente. I problemi segnalati, però, non riguardano tanto la scuola e i soggetti che vi operano. Piuttosto: le risorse disponibili. Sempre scarse. In modo sempre più evidente. D’altronde nel nostro Paese si investe circa l’8% per cento della spesa pubblica per l’istruzione (Open Polis su dati Eurostat). Siamo, cioè, in fondo alla graduatoria europea. Ben al disotto della media Ue (10,2%). Non è una novità, ma non c’è motivo di consolarsi. Neppure di rassegnarsi, se possibile. Tanto più che i soggetti del sistema scolastico continuano ad essere apprezzati. Soprattutto gli insegnanti. I professori universitari, in particolare, nella graduatoria definita in base al prestigio sociale, sono secondi. Appena dopo i medici. Davanti (di poco) rispetto ai giudici e ai magistrati. Ma anche i docenti di scuola superiore, elementare e media sono percepiti in modo positivo da una componente elevata di cittadini. Fra 57% e 52%. Dunque, oltre la “media” generale.

Gli insegnanti vengono apprezzati perché ritenuti (molto o abbastanza) “preparati”. Tuttavia, in prospettiva “storica”, emerge, diffusa, la sensazione che sia in corso un certo declino. Non tanto nell’Università, che, nei giudizi, appare migliore o, comunque, “rimasta più o meno uguale”. Ma il sistema educativo, negli ultimi 10 anni, alla maggioranza dei cittadini appare “peggiorato”.

Insomma, la scuola e il sistema formativo, presso l’opinione pubblica italiana, suscitano sentimenti contrastanti. Se ne riconoscono il ruolo e l’importanza, ma anche i problemi. La preoccupazione maggiore riguarda, comprensibilmente, le prospettive professionali degli studenti. La critica più condivisa riguarda, infatti, “lo scarso collegamento con il mondo del lavoro”. Insieme alla carenza di “risorse per la didattica”. E alla mancanza di sostegno alle famiglie e agli studenti socialmente “svantaggiati”. Che vedono, in questo modo, il loro svantaggio crescere. D’altronde, molte ricerche (di)mostrano una relazione stretta fra “carriera” scolastica e professionale. Mentre è noto il rapporto fra il rendimento scolastico e la posizione sociale della famiglia. Così, continua a incombere il rischio di un futuro — almeno parzialmente — pre-definito. Pre-vedibile. In base al vantaggio (sociale e familiare) di partenza. Un problema che condiziona la “missione” stessa della scuola. Che dovrebbe offrire ai giovani “pari opportunità”. Un futuro. Nel lavoro. E non solo.

È interessante osservare come le “responsabilità” di questi problemi non vengano attribuite solo agli attori del sistema scolastico “pubblico”. Infatti, solo una piccola minoranza invoca un maggiore peso del “privato”. Viene, invece, richiamato il ruolo della famiglia stessa. “Colpevole” di intromettersi spesso, e assai più del passato, nelle vicende scolastiche. Per difendere i figli di fronte ai professori. Mentre, in questo modo, li de-responsabilizza. E interferisce sul loro percorso. Non solo nella scuola. Si tratta di problemi noti, che l’indagine di Demos-Coop conferma. Ma è utile osservare e verificare come si ripropongano, nel tempo, nonostante le critiche e le autocritiche. L’indagine sottolinea, inoltre, come l’insoddisfazione risulti più acuta dove non vi sono studenti in famiglia. Dove la scuola è, dunque, percepita con maggiore distacco. Dis- incanto. Mentre chi fa i conti quotidianamente con il sistema formativo, attraverso l’esperienza dei figli studenti, è più indulgente. Anche se non meno critico. E preoccupato. Perché se il futuro dei giovani dipende dalla scuola: occorre investire nella scuola. Perché i giovani “sono” il futuro della società. Il nostro futuro. Per questo, anni fa, ho pubblicato una “Bussola” intitolata: “Non studiate!”. Per denunciare la scarsa attenzione dedicata dalle istituzioni e dai governi verso la scuola e i giovani.

Scrivevo, allora: «I professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. (…) Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene». Proprio per questo, invece, oggi “conviene” investire nella scuola. Soprattutto in Italia. Dove la maggioranza dei cittadini ritiene che “i giovani, per avere un futuro, se ne debbano andare altrove”. Come effettivamente avviene spesso. Visto che i nostri laureati sono richiesti. Perché, malgrado l’opinione rilevata in questo sondaggio, il nostro sistema formativo è di qualità elevata. Al tempo stesso, dobbiamo fornire ai giovani buone ragioni per rientrare. E ai giovani di altri Paesi: per venire qui. A studiare. Dobbiamo investire nella scuola. Nelle giovani generazioni. Per consentire loro di superare la condizione di “adulti con riserva”, come direbbe “quel gran genio del mio amico”. L’indimenticabile Eddy Berselli.

E per offrire alle Sardine, domani, non una piazza, ma un mare nel quale nuotare. Per non perdere la speranza. Per non perdere il futuro. Per non perderci.

in Rapporto Demos, dicembre 2019

UNICEF: 2010-2019 un decennio letale per l’infanzia nel mondo

I bambini continuano a pagare un prezzo altissimo ai conflitti che imperversano in tutto il mondo: dal 2010 a oggi, le Nazioni Unite hanno verificato oltre 170.000 gravi violazioni contro l’infanzia nelle zone di conflitto, una media di oltre 45 violazioni al giorno nell’arco degli ultimi 10 anni.

Il numero di paesi in guerra è il più alto da quando esiste la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989), con decine di conflitti armati che uccidono o menomano i bambini e li costringono a fuggire dalle proprie case.

«I conflitti nel mondo durano più a lungo, provocano un sempre maggiore spargimento di sangue e la perdita di giovani vite» sottolinea Henrietta Fore, Direttore esecutivo dell’UNICEF.

«Gli attacchi contro l’infanzia continuano indisturbati, mentre le parti in conflitto violano una delle regole più basilari del diritto umanitario in tempo di guerra: la protezione dei bambini. E per ogni atto di violenza contro i bambini che finisce sulle prime pagine dei giornali e genera sdegno, ce ne sono molti altri che non vengono neppure segnalati.»

Nel 2018 – ultimo anno per il quale si hanno dati completi e definitivi – l’ONU aveva verificato oltre 24.000 violazioni gravi contro i bambini:  uccisioni, mutilazioni, violenze sessuali, rapimenti, diniego di accesso per gli operatori umanitari, arruolamento di minori, attacchi bellici contro scuole e ospedali.

Anche a seguito del miglioramento dei meccanismo di monitoraggio e segnalazione, il numero degli episodi è di oltre due volte e mezzo più alto rispetto a quello registrato nel 2010.

Sempre nel 2018, più di 12.000 bambini e ragazzi sotto i 18 anni sono stati uccisi o feriti in questi paesi. Il ricorso continio e indiscriminato a bombardamenti aerei e ad ordigni esplosive quali mine, mortai, razzi, bombe a grappolo, ordigni artigianali o attacchi di artiglieria, è il principale responsabile del bilancio delle vittime tra i bambini.

E nel 2019 bombardamenti e violenze non sono certamente diminuiti. Nella prima metà di quest’anno le Nazioni Unite hanno verificato oltre 10.000 violazioni gravi contro l’infanzia (i numeri reali potrebbero essere molto più alti).

Dodici mesi di violazioni

gennaio violenze, sfollamento e condizioni climatiche estreme hanno provocato la morte di almeno 32 bambini nel nord-est della Siria.

febbraio si sono verificati diversi attacchi contro i Centri per la terapia dell’Ebola nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo , attacchi proseguiti in tutto l’arco dell’anno.

marzo oltre 150 civili, fra cui 85 minorenni, sono stati massacrati nel corso di un attacco di natura etnica contro il villaggio di Ogossagou, nella regione di Mopti (Mali), mentre altri 24 bambini sono stati massacrati in un altro attentato a Sobane-Kou.

Ad aprile 14 bambini sono stati uccisi e 16 gravemente feriti da un’esplosione vicino a due scuole a Sana’a, nello Yemen, dove un quinto delle scuole hanno cessato di funzionare per le conseguenze del conflitto in corso.

maggio l’UNICEF ha chiesto ai governi di far rientrare in patria i bambini e ragazzi con loro cittadinanza o figli di loro cittadini, che si trovano bloccati nei campi profughi o in centri di detenzione nel nord-est della Siria: si tratta di 28.000 miorenni stranieri, appartenenti a ben 60 diverse nazionalità (fra cui circa 20.000 iracheni), per lo più figli di combattenti dell’ISIS o di altre milizie jihadiste.
Nello stesso mese sono riprese le uccisioni e i ferimenti di bambini appartenenti alla minoranza etnica Rohingya nello stato di Rakhine, in Myanmar.

giugno 3 bambini sono stati utilizzati per un attentato suicida che hanno provocato la morte di 30 civili e il ferimento di altri 48 in un locale in cui la folla si era radunata per assistere a una partita di calcio a Konduga, nello Stato del Borno (nord-est della Nigeria).
Nelle prime due settimane di giugno 19 bambini sono stati uccisi e altri 49 sono rimasti feriti nel corso di manifestazioni di protesta nel Sudan.

luglio circa 50 bambini sono rimasti feriti nel bombardamento di una scuola a Kabul, in Afghanistan.
Nello stesso mese, 32 bambini sono stati rilasciati da gruppi armati di opposizione nel Sud Sudan settentrionale, dove l’UNICEF stima che siano migliaia i minorenni tuttora impiegati da gruppi armati.

Ad agosto è stata diffusa la notizia della morte di 44 civili – fra cui 16 bambini e 12 donne – a causa di bombardamenti aerei avvenuti nel nord-ovest della Siria.

settembre, l’UNICEF ha ricordato che ben 2 milioni di bambini ancora non vanno più a scuola nello Yemen; dove circa metà della popolazione scolastica ha abbandonato gli studi da quando è riesplosa la guerra, nel marzo 2015.

ottobre, con l’impennata delle ostilità a seguito dell’intervento turco nelle aree del nord-est della Siria sotto controllo curdo, 5 bambini sono stati uccisi e altri 26 sono rimasti feriti. Dati che hanno portato il bilancio complessivo, per i primi 9 mesi dell’anno in Siria, a 657 vittime e 324 feriti tra i bambini e i ragazzi.

novembre l’UNICEF ha reso noto che 3 anni di violenze e instabilità nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali del Camerun hanno impedito a oltre 855.000 bambini di frequentare la scuola e hanno portato allo sfollamento di 59.000 adolescenti.

All’inizio di dicembre, 5 bambini sono stati uccisi quando un uomo armato ha aperto il fuoco dentro un luogo di culto in Burkina Faso. In Ucraina orientale, dove circa 500.000 bambini sono colpiti da conflitti, quest’anno sono stati registrati 36 attacchi sulle scuole, fra cui una scuola danneggiata 15 volte.

A metà dicembre, l’UNICEF ha detto che in Afghanistan in media 9 bambini sono stati uccisi o mutilati ogni giorno nei primi nove mesi del 2019.

L’UNICEF chiede a tutte le parti in conflitto di rispettare i loro obblighi secondo il diritto internazionale umanitario, di porre fine immediatamente alle violenze contro i bambini e di non prendere di mira le infrastrutture civili, fra cui scuole, ospedali e infrastrutture idriche. L’UNICEF chiede inoltre agli stati che esercitano influenza sulle parti in conflitto di usare questa influenza per proteggere i bambini.

In tutti questi paesi, l’UNICEF lavora con i partner per fornire ai bambini più vulnerabili sanità, nutrizione, istruzione e servizi per la protezione dell’infanzia.

in Unicef, Comunicato stampa 30 dicembre 2019

Io donna, questo vorrei dire a papa Francesco

Marinella Perroni*

Devo dire che spesso, quando ascolto papa Francesco, mi viene una voglia matta di parlare con lui. Perché normalmente, Francesco non parla, dialoga. Implicitamente, certo. Sia il suo tono che quello che dice sono spesso, però, un invito a “parlarne”. Di una cosa, in particolare, mi piacerebbe parlare, forse anche discutere con lui. A volte, quando tocca temi che riguardano le donne, dice che sarebbe importante e necessario elaborare una “teologia della donna”. E io avrei voglia di poter ragionare un po’ con lui perché, se uno percorre in su e in giù la storia della teologia, in fondo, da Tertulliano a Wojtyła, passando per Agostino, Tommaso o von Balthasar, tutti i teologi hanno sempre parlato della donna. In modi e con toni diversi, certo, ma sempre esprimendo la necessità e, forse, anche la pretesa di avere comunque qualcosa da dire sulla donna, di sanzionarla come janua diaboli (porta del diavolo) o di esaltarla per il suo “genio femminile”. Più di una volta, poi, qualcuno ha addirittura proposto di dedicare un Sinodo dei vescovi al tema della donna. E io, con altre, abbiamo reagito con preoccupazione, abbiamo provato a mettere in guardia dal rischio, molto forte, nel quale la chiesa cattolica incorrerebbe. L’esodo inarrestabile, tanto silenzioso quanto doloroso, delle molte donne che hanno lasciato le chiese in questi anni non è forse una parola forte, un grido, che le donne per prime hanno lanciato perché non vogliono che si continui a parlare di loro, ma vogliono, piuttosto, essere ascoltate? Non nei luoghi insonorizzati delle tante assemblee ecclesiastiche in cui, ormai, anche alcune donne sono invitate, sempre e comunque, come ospiti. Non in osservanza al migliore galateo ecclesiastico per cui viene loro riconosciuto diritto di parola, ma (non sempre, ma accade) dopo accurata selezione di ciò che si può e ciò che non si può dire. Mai un titolo di libro fu così azzeccato come quello di Carmel E. McEnroy che, subito dopo il Concilio, ha raccontato l’assoluta novità della partecipazione di ventitré uditrici al Vaticano II: Guest in their own House (Ospiti a casa loro). Questo allora vorrei dire a papa Francesco. Non per convincerlo, ma per ragionare insieme, sapendo di essere entrambi a casa propria, sia pure con grande differenza di ruolo e di autorità. Non parlate delle donne e, tanto meno, della donna continuando, di fatto, a parlare di voi. Troppo spesso, assistiamo a una sorta di “paternalismo femminista” che è una contraddizione in termini. Date l’esempio al mondo, anche quello che si ritiene “civilizzato” e che invece fa ancora tanta fatica ad accettare che, tra uomo e donna, non c’è uno che è soggetto (anche di parola) e l’altra che è oggetto (anche di parola), ma che, ormai, la soggettualità non può che essere condivisa. E ognuno parli di sé. Abbiamo gran bisogno di ascoltare uomini che parlano di maschilità. Anche nella Chiesa.

*Biblista, Pontificio Ateneo S. Anselmo

in “Donne Chiesa Mondo” del gennaio 2020

La popolazione in Italia. caratteristiche e dinamiche

ISTAT

Popolazione totale anagrafica. Al 1° gennaio 2019 la popolazione residente in Italia è pari a 60.359.546 unità (29.384.766 maschi e 30.974.780 femmine), oltre 124 mila unità in meno rispetto all’inizio dell’anno. A livello territoriale la ripartizione con il maggiore decremento nel corso dell’ultimo anno si registra nel Mezzogiorno (-0,5 per cento). Il maggior numero di residenti, il 26,7 per cento del totale, si trova al Nord-ovest (16.093.286 unità).

Popolazione straniera anagrafica. Al 1° gennaio 2019 la popolazione straniera residente è pari a 5.255.503 unità, l’8,7 per cento del totale dei residenti, con un incremento del 2,2 per cento (circa 111 mila unità) rispetto all’anno precedente. Il Nord-ovest è ancora la ripartizione col maggior numero di residenti stranieri (33,6 per cento sul totale dei residenti stranieri) e, complessivamente, al Nord risiede il 57,5 per cento del totale degli stranieri. Se si fa riferimento all’incidenza straniera rispetto al totale dei residenti, emerge come al Centro-nord circa 11 individui su 100 siano cittadini stranieri, oltre il doppio rispetto al Mezzogiorno, in cui poco più di 4 individui su 100 sono di cittadinanza straniera. La distribuzione in base all’area di provenienza mette in evidenza come la maggior parte dei cittadini stranieri residenti in Italia provenga dell’Ue (30,1 per cento della popolazione straniera residente); seguono i cittadini provenienti dall’Europa centro-orientale (19,9 per cento) e dall’Africa settentrionale (12,7 per cento).

Il saldo naturale, già negativo, continua a decrescere, passando da -190.910 nel 2017 a -193.386 nel 2018. Il saldo migratorio con l’estero, pari a 188.330 unità nel 2017, decresce anch’esso e arriva a 175.364 unità nel 2018. Il Nord-ovest conferma il più alto saldo con l’estero (52.351 unità), oltre ad essere ancora la ripartizione in cui il saldo naturale, con -62.383 unità, registra i valori più bassi.

Natalità e fecondità. Nel 2018 continua il calo delle nascite: i nati vivi, che nel 2017 erano 458.151, nel 2018 passano a 439.747, nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia; il quoziente di natalità scende a 7,3 nati per mille abitanti (7,6 per mille nell’anno precedente).

Il tasso di fecondità totale (TFT), indicatore sintetico della fecondità, scende ancora e passa da 1,34 nel 2016 a 1,32 figli in media per donna nel 2017. Il fenomeno, sul territorio, ricalca la situazione degli anni precedenti: Nord-ovest e Nord-est, con un TFT pari rispettivamente a 1,37 e 1,38, sono le ripartizioni con la fecondità più alta e si contrappongono al Centro con un valore pari a 1,27 e al Mezzogiorno con 1,29 figli in media per donna. Se si analizzano i dati per cittadinanza, si può notare che, per le donne italiane, l’indicatore continua a diminuire e si attesta su 1,24 figli in media per donna nel 2017, con i valori più bassi nel Centro (1,20). Dopo anni di contrazione è in lieve ripresa, per il secondo anno consecutivo, la fecondità delle donne straniere, che passa da 1,97 nel 2016 a 1,98 figli in media per donna nel 2017; nel Nord, ogni donna straniera fa in media circa 2,1 figli, contro l’1,7 del Centro e 1,9 del Sud. Nel 2017, a livello internazionale, l’Italia insieme a Cipro (1,32), subito dopo Malta (1,26) e Spagna (1,31) è tra i paesi con la più bassa fecondità dell’Ue28 (1,59 media Ue28); la Francia, invece, con 1,90 figli in media per donna, continua ad essere il paese più prolifico. L’andamento delle curve di fecondità per età mette in evidenza come la diminuzione dell’intensità del fenomeno si affianchi alla posticipazione del calendario riproduttivo, che vede l’evento nascita verificarsi in età sempre più avanzata. L’età media delle madri al parto, infatti, cresce ancora e arriva a 31,9 anni nel 2017.

Mortalità e sopravvivenza. Nel 2018 il numero dei decessi diminuisce e raggiunge le 633.133 unità, quasi 16.000 in meno rispetto all’anno precedente. Il quoziente di mortalità, a sua volta, passa dal 10,7 a 10,5 per mille nel 2018; è più alto nelle regioni del Nord-ovest (11,0 per mille) e Centro (10,6 per mille) e più basso in quelle del Sud (9,8 per mille). La speranza di vita alla nascita (vita media), dopo la battuta d’arresto tra il 2016 e il 2017, riprende ad aumentare, attestandosi su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine nel 2018. A livello territoriale il Nord-est, anche nel 2018, è la ripartizione con la speranza di vita più elevata (81,4 anni per i maschi e 85,7 anni per le femmine), mentre le Isole sono caratterizzate da una vita media più bassa (80,0 e 84,4 anni rispettivamente per maschi e femmine). Nell’Ue28 l’Italia e la Spagna, dopo la Svezia (80,8), sono i paesi con la più alta speranza di vita alla nascita per quanto riguarda i maschi nel 2017 (entrambe 80,6 anni). Per quanto riguarda le femmine, le condizioni più favorevoli si trovano in Spagna (86,1) e in Francia (85,6); l’Italia, con una speranza di vita pari a 84,9 anni, si posiziona al terzo posto nel 2017, confermandosi dunque uno dei paesi più longevi.

PER SAPERNE DI PIU’ VEDI ANNUARIO ISTAT 2019:

www.istat.it/it/files//2019/12/Asi-2019.pdf

 

 

 

Contro la retorica dell’apocalisse, di un mondo senza futuro

Antonio Spadaro

Il 9 novembre 1989 cominciava a cadere il Muro di Berlino. Fu il tramonto dei totalitarismi. Una nuova epoca sembrava sorgere, segnata dalla globalizzazione. Eppure essa ha oggi i tratti dell’indifferenza e del conflitto. A fronte di un muro crollato, nel mondo ne sono sorti tanti altri. La crisi globale prende varie forme e si esprime in conflitti, dazi, fili spinati, crisi migratorie, regimi che cadono, nuove alleanze minacciose e vie commerciali che aprono la strada a ricchezza, ma anche a tensioni. Quando Francesco parlò della Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia», non intendeva usare una bella immagine, retoricamente efficace. Quel che aveva davanti agli occhi era uno scenario mondiale da «guerra mondiale a pezzi ».

Per Francesco, il compito della Chiesa non è adattarsi alle dinamiche del mondo, della politica, della società per puntellarle e farle sopravvivere alla meno peggio: questo è da lui giudicato «mondanità». Tantomeno egli intende schierarsi contro il mondo, contro la politica e contro la società. Il Papa non respinge la realtà in vista di un’apocalisse agognata, di una fine che vinca la malattia del mondo distruggendolo. Non spinge per portare alle estreme conseguenze la crisi del mondo predicando la fine imminente, né trattiene i pezzi di un mondo che sta crollando cercando alleanze comode, equilibrismi, collateralismi. Inoltre, non cerca di eliminare il male, perché sa che è impossibile. Semplicemente esso si sposterebbe e si manifesterebbe altrove, in altre forme. Cerca invece di neutralizzarlo. Proprio qui sta il nodo per comprendere quale sia il significato dell’azione bergogliana. Qui il rovello.

È dunque per questo che, sotto il profilo diplomatico, Francesco si assume la responsabilità di posizioni rischiose. La tradizionale cautela diplomatica si sposa con l’esercizio della parresia, fatta di chiarezza e talvolta di denuncia. Le prese di posizione contro il capitalismo finanziario speculativo, il costante riferimento alla tragedia dei migranti, «vero nodo politico globale», la memoria del «genocidio» armeno, la condanna del possesso (e non solamente dell’uso) delle armi nucleari. Gli echi persistenti che hanno generato sono quelli che vengono da una «voce che grida nel deserto», per citare Isaia, il profeta biblico. E il Papa della misericordia non esita a gridare «maledetti », durante una Messa a Santa Marta, a coloro che fomentano le guerre e lucrano su di esse. Francesco si confronta con il nuovo ruolo globale del cattolicesimo nel contesto odierno. E in questo contesto la sua è e vuole essere essenzialmente una visione spirituale ed evangelica dei rapporti internazionali.

Continua a leggere