Archivio mensile:ottobre 2019

TUMORI. Cancer Atlas: on line la terza edizione

Roberta De Angelis

Nel 2018, nel mondo, sono stati diagnosticati oltre 18 milioni di casi di tumore, una cifra destinata ad aumentare di circa il 60% entro il 2040 a causa dell’invecchiamento e dell’aumento della popolazione mondiale. Sono alcuni dei dati pubblicati nella terza edizione del “Cancer Atlas”, frutto della collaborazione tra la American Cancer Society (ACS), l’Unione internazionale per il controllo del cancro (UICC) e l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC).

L’Atlante fornisce una panoramica sull’incidenza del cancro nel mondo attraverso grafici, statistiche e mappe sulla distribuzione geografica della malattia e dei fattori di rischio. Alla versione stampata è associato il sito web in cui i dati sono disponibili in formato interattivo.

Il tema di questa edizione è infatti “Access create Progress”, l’accesso crea il progresso, uno slogan che sottolinea l’importanza dell’accessibilità del dato. Anche per questo motivo i testi sono stati scritti in modo da rendere le informazioni comprensibili sia per il personale specializzato che per il pubblico generale.Schermata 2019-10-31 alle 15.26.51.jpg

L’Atlante si compone di tre sezioni: fattori di rischio, incidenza e soluzioni.

Il tumore ai polmoni e la lotta al tabagismo

Il tumore ai polmoni è sia quello più diagnosticato, che il responsabile del maggior numero di decessi: nel 2018, nel mondo, sono stati diagnosticati 2,1 milioni di casi e si sono registrati 1,8 milioni di decessi. I Paesi dell’Est Europa sono quelli in cui si registrano i tassi di incidenza più elevati.

Il principale responsabile del tumore al polmone è il consumo di tabacco (due terzi dei casi). Si stima che i fumatori siano 1,3 miliardi, la maggior parte residente nei Paesi a basso reddito o in via di sviluppo.

Nell’indicare le soluzioni praticabili l’Atlante mostra come le politiche fiscali siano un’arma efficace per contrastare il consumo di tabacco. In particolare, l’aumento dei prezzi scoraggia l’acquisto dei prodotti a base di tabacco nelle fasce di popolazione meno abbienti. Ad esempio in Sud Africa il progressivo aumento dei costi al consumo ha portato al calo della prevalenza di fumatori, in misura maggiore nelle fasce più povere della popolazione (erano il 33% nel 1993 e il 20% nel 2003), rispetto alle classi più ricche (da 34% a 29%).

Il contesto europeo e italiano

In Europa, nel 2018, si sono verificati 3,9 milioni di nuovi casi di cancro e 1,9 milioni di decessi. La metà dei casi è rappresentata da quattro tipi di tumore: seno (523 mila nuovi casi, il 13% del totale), colon-retto (500 mila, 13%), prostata (470 mila, 12%) e polmoni (450 mila, 12%). Per quanto riguarda la mortalità, nel 2018 il 20% dei decessi per cancro era dovuto al tumore dei polmoni (388.000 morti), il 13% al colon-retto (242.000 morti) e il 7% al seno (138.000 morti). Per gli uomini si osserva una predominanza di tumori alla prostata nei Paesi occidentali e ai polmoni in quelli orientali, mentre per le donne il cancro al seno rappresenta il principale tumore in tutto il continente. In Italia la casistica rispecchia il quadro europeo: tra le donne il tumore più diffuso è quello al seno (responsabile anche del maggior numero di decessi), mentre tra gli uomini quello alla prostata (il numero più alto di decessi è invece dovuto al tumore del polmone).

in EPICENTRO, 31 ottobre 2019

Risorse utili

 

Pratica religiosa e processo di secolarizzazione in Italia

Linda Laura Sabbadini

Nel 2018 le persone che non si recano mai in un luogo di culto hanno superato quelle che ci vanno regolarmente. E’ la prima volta che succede nel nostro Paese ed è il segnale che qualcosa sta cambiando profondamente nel rapporto tra cittadini e religione. Sono i dati Istat a mostrarlo. Ormai solo un quarto della popolazione si reca in un luogo di culto almeno una volta a settimana, nel 2001 più di un terzo. La diminuzione della pratica religiosa è iniziata già da molti anni. Ma mentre in una prima fase, a partire dagli anni ’90, si era accompagnata a un aumento della saltuarietà della pratica, dal 2005 comincia a crescere la quota di cittadini che non si recano mai in un luogo di culto: erano il 15,9% nel 2001 e diventano il 25,9% nel 2018.

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Le donne, il vero pilastro tradizionale della pratica regolare religiosa nel nostro Paese, sono alla testa di questo cambiamento, sono quelle che abbandonano di più la pratica. Continuano a recarsi in un luogo di culto più degli uomini, ma raddoppiano quelle che non vi si recano mai e diminuiscono di un terzo le praticanti regolari. Un vero capovolgimento.

Nel 2001 le praticanti regolari erano molte di più di quelle che non si recavano mai in un luogo di culto, (44,2% contro 11,8%). Oggi al contrario le 20-24enni che abbandonano la pratica sono il triplo delle regolari, e più del doppio le 18-19enni e le donne da 25 a 34 anni. Il cambiamento avviene soprattutto tra le giovani. Ma le donne di tutto il Paese ne sono coinvolte anche quelle residenti nel Mezzogiorno
Il processo di secolarizzazione in atto è un fenomeno trasversale, riguarda con intensità diverse tutte le zone del Paese, uomini e donne, giovani, adulti e anziani.

Grandi sono le differenze territoriali. I livelli più alti di pratica si raggiungono nelle regioni del Sud ed in particolare, nell’ordine, in Calabria, Puglia, Campania, Sicilia. Ma è molto interessante analizzare che cosa è successo in Veneto. Questa regione si collocava al terzo posto per livelli di pratica religiosa nel 2001, ma è tracollata negli anni seguenti, perdendo ben il 45% dei praticanti regolari.
Interessante anche il caso della Sardegna che si distacca dal resto del Sud e presenta una pratica regolare molto più bassa e soprattutto una percentuale di assenza di pratica tra le più alte in Italia (30,4%) insieme a Toscana, Emilia Romagna, Liguria e Val d’Aosta.

Il comportamento religioso varia con l’età. Al primo posto tra i praticanti regolari si collocano i giovanissimi da 6 a 13 anni con il 46,4%, seguiti, ma a distanza di 10 punti dagli anziani. All’aumentare dell’età diminuisce la pratica religiosa, raggiungendo il minimo tra 20 e 24 anni, per poi ricrescere fino alle età anziane. Anche il calo dei giovanissimi è elevato, del 30% tra i praticanti regolari, nel 2001 erano il 64,8%. E’ anche l’effetto della minore importanza che la generazione dei loro genitori ha dato all’educazione religiosa dei figli. La trasmissione intergenerazionale della religiosità sta agendo all’inverso del passato, quando la maggioranza dei genitori indirizzava i figli verso livelli alti di pratica regolare. Interessante anche la situazione degli anziani. I praticanti regolari diminuiscono del 30%. E non dobbiamo meravigliarci.gmg_croce.jpg Stanno arrivando alle età anziane generazioni che hanno vissuto esperienze di vita differenti, che sono più istruite, soprattutto le donne, che hanno partecipato ai movimenti degli Anni 70 e quindi non possono che risentire di quelle esperienze di vita culturale nel rapporto con la religione.

Le classi di età che più sono interessate dalla diminuzione della pratica religiosa sono quelle da 18 a 34 anni, che hanno dimezzato i livelli di pratica regolare. E tra 20 e 44 anni, la quota di chi non si reca mai in un luogo di culto supera addirittura il 40%, con livelli più che doppi rispetto al 2001 e mai raggiunti.

Le tendenze italiane sono in linea con quelle dei Paesi europei, sulla strada della secolarizzazione, caratteristica delle società moderne ed occidentali. Tale processo si sta diffondendo e consolidando anno dopo anno, non all’improvviso.

Resta da approfondire se la decrescita della coscienza religiosa si accompagni ad un aumento di coscienza civile, oppure sia espressione di una crisi valoriale, ideale e comunitaria.

in “La Stampa” del 27 ottobre 2019

Crescono consumo e dipendenze. Alcol e droga frutti del post-umanesimo

CARLO BELLIENI

Tornato purtroppo alla ribalta delle cronache in questi giorni – anche grazie al lavoro di approfondimento sviluppato da ‘Avvenire’ –, il tema dello ‘sballo’ dei giovani ottenuto mediante l’uso di alcol e droghe è di quelli che dovrebbero occupare l’attenzione e l’impegno di tutti ben oltre i pochi giorni dopo qualche nuova tragedia.

Per questo vale la pena essere ben documentati su alcuni aspetti specifici, come quello dei danni irreversibili scientificamente documentati sullo sviluppo cognitivo dei giovani esposti al consumo di sostanze che alterano la loro coscienza.

Si consideri il caso esemplare dell’alcol, assunto ormai spensieratamshutterstock_binge-drinking-alcol-giovani-ragazze-ubriache.jpgente da troppi ragazzi. La sua diffusione aumenta, e lo fa in modo ipocrita: tutti sanno che in discoteca si beve e bevono anche i minori; tutti sanno che è facile per un adolescente aggirare le proibizioni alla vendita di alcolici. Eppure cosa si fa per evitarlo? Davvero poco, a quanto pare.

Secondo l’americano National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism, all’età di 15 anni circa il 33% ha bevuto almeno una volta un superalcolico, e a 18 si sale fino al 60. Gli americani di età compresa tra 12 e 20 anni consumano un totale dell’11% di tutto l’alcol negli Stati Uniti.

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Il genocidio armeno. La forte denuncia del Congresso USA

FULVIO SCAGLIONE

Se fossero cittadini della Turchia, 405 americani sarebbero oggi in guai seri. Tanti sono, infatti, i deputati che, sui 435 totali e quindi in maniera del tutto bipartisan, hanno votato perché le stragi di armeni compiute dagli ottomani nel 1915, con oltre un milione e mezzo di vittime, siano riconosciute come un “genocidio”. Parola che le autorità turche non vogliono sentir pronunciare. Mai. In nessun contesto.

Tanto che l’articolo 301 del codice penale nazionale prevede l’arresto e due anni di carcere per chi «offende lo Stato turco», in quella che pure è la versione riformata e mitigata nel 2008 di un articolo che invece prevedeva l’offesa «dell’identità turca». In questa tagliola nel 2005 incappò persino Orhan Pamuk, il più grande scrittore turco, l’unico premio Nobel per la letteratura del Paese, colpevole di aver pronunciato la parola proibita in un’intervista a una rivista svizzera.

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I 405 deputati invece sono americani e hanno potuto decidere nel relativo agio di una piena democrazia. Nondimeno il pronunciamento è clamoroso e rovescia la lunga abitudine americana di aggirare il problema in omaggio al rapporto strategico con la Turchia, che per decenni è stata un’alleata decisiva, anche in seno alla Nato. Barack Obama aveva promesso di riconoscere il genocidio degli armeni nel 2008, durante la sua prima campagna per la presidenza, ma una volta eletto non aveva dato seguito concreto alle affermazioni di principio. Donald Trump aveva parlato di «atrocità di massa» pochi mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca, nell’aprile del 2017, ma si era ben guardato dall’usare il termine “genocidio”.

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Romano Guardini e la non violenza. Il fascino di Gandhi a 150 anni dalla nascita

RICCARDO SABATO

Fra le personalità occidentali colpite dalla figura di Mahatma Gandhi c’è anche quella del sacerdote cattolico, teologo e filosofo tedesco Romano Guardini. Quasi in contemporanea con l’azione politica del leader indiano, il professore di Weltanschauung cattolica esprime il suo vivo interesse per la novità che le rivoluzioni non-violente rappresentano.

Nel suo articolo Una nuova realtà politica, del 1924, Guardini indica nell’azione di Mahatma Gandhi un possibile esempio e modello della nuova visione politica di cui c’è bisogno nella nuova epoca postmoderna. La riflessione si ricollega esplicitamente alle Lettere dal lago di Como, la serie di articoli che Guardini sta ancora scrivendo in quell’anno, che «parlano di una tendenza delle idee, di una direzione degli avvenimenti e giungono a formulare una certa speranza: la speranza che la struttura della nostra vita si modifichi in futuro in un determinato modo, e che si risveglino determinate forze e atteggiamenti».

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È questa speranza che trova nuova ragion d’essere con l’esempio di Gandhi. In lui infatti emerge come si possa risvegliare in un intero popolo un atteggiamento nuovo, «inaudito». Cioè come lo spirito divenga una realtà politica. Tale speranza incoraggia a porsi in modo nuovo la domanda decisiva sul futuro del politico pur in tutta la sua dura concretezza: «impareremo a calcolare in modo del tutto spassionato, a valutare senza illusioni i rapporti economici, demografici, militari, riconoscendo però al tempo stesso che lo spirito è realtà? … Capiremo che un’idea viva è reale e efficace almeno quanto un colpo di granata? Impareremo a vedere l’importanza sul piano politico, sul piano della Realpolitik, della realtà spirituale? Della verità? Della giustizia? Della condotta morale? Del carattere e dei sentimenti nobili? Non solo come un lusso che ci si concede dopo (…) non come una decorazione della realtà propria della politica, ma come un fattore essenziale, decisivo, nel calcolo politico complessivo (…) Non come un abbandono ideologico della realtà sicura, che mette a rischio il calcolo, ma come parte importante di questo stesso calcolo?».

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John Henry Newman: The harmony of difference

His Royal Highness The Prince of Wales

When Pope Francis canonises Cardinal John Henry Newman tomorrow, the first Briton to be declared a saint in over forty years, it will be a cause of celebration not merely in the United Kingdom, and not merely for Catholics, but for all who cherish the values by which he was inspired.

In the age when he lived, Newman stood for the life of the spirit against the forces that would debase human dignity and human destiny. In the age in which he attains sainthood, his example is needed more than ever – fo5da4dd7e02e5e4445030e580e9c776d6.jpgr the manner in which, at his best, he could advocate without accusation, could disagree without disrespect and, perhaps most of all, could see differences as places of encounter rather than exclusion.

At a time when faith was being questioned as never before, Newman, one of the greatest theologians of the nineteenth century, applied his intellect to one of the most pressing questions of our era: what should be the relationship of faith to a sceptical, secular age? His engagement first with Anglican theology, and then, after his conversion, Catholic theology, impressed even his opponents with its fearless honesty, its unsparing rigour and its originality of thought.

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Scuola. Ansia, depressione, dipendenza: frutti di una visione economicistica e competitiva

ANNA ALEMANI

Gli studenti delle scuole più esclusive degli Usa sono una categoria ad alto rischio: ansia, depressione, dipendenza. Perché?

WESTPORT (Connecticut) — Recentemente il Washington Post ha riportato il risultato di uno studio del National Academies of Sciences, Engineering & Medicine: gli studenti delle scuole più esclusive e prestigiose degli Stati Uniti sono diventati una categoria ad alto rischio di sviluppare disturbi mentali e di comportamento come ansia, depressione, dipendenza da alcol e droghe. Paradossalmente questa categoria, proveniente da comunità molto abbienti e agiate, ha lo stesso tasso di rischio (due o tre volte la media nazionale) di coetanei che vivono in situazioni di povertà, ragazzi in affido temporaneo, figli di immigrati e di carcerati.network.jpg

Lo stress psicologico che questi ragazzi sperimentano in queste scuole deriva da un’eccessiva pressione ad eccellere, ad ottenere punteggi massimi nei test, a impegnarsi in innumerevoli attività extra-curriculari, a intraprendere percorsi accademici accelerati. Tutto quanto al fine di, una volta diplomati, essere ammessi alle università più rinomate degli Usa (top-tier college come Harvard, Princeton, Stanford o Mit) che oggi hanno tassi di ammissione ai minimi storici ma che sono ancora visti come garanzia di accesso ad una carriera prestigiosa e redditizia.  Continua a leggere

Obesità infantile. Grasso un bambino su quattro. Report Istat

In Italia è in eccesso di peso un minore su quattro. E’ la condizione che riguarda circa 2 milioni e 130 mila bambini e adolescenti. La gran parte di loro (2 milioni) non pratica sport né attività fisica. E se il 74,2% di bambini e ragazzi consuma frutta e/o verdura ogni giorno, solo il 12,6% arriva a 4 o più porzioni. Mentre ben un quarto dei bambini e degli adolescenti consuma quotidianamente dolci e bevande gassate. E’ il quadro che emerge dal report sugli stili di vita dell’Istat, che segnala comunque un decremento del fenomeno. La quota di bambini e ragazzi sovrappeso e obesi è pari nel biennio 2017-2018 al 25,2%, ma era al 28,5% in quello 2010-2011.

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La ricerca che prende in considerazione bambini e ragazzi tra i 3 e i 17 anni, segnala comunque un aumento del numero di coloro che praticano sport. Se tra il 2010 e il 2011 era il 25,7% a non compiere nessuna attività fisica, la percentuale dei “fannulloni” è scesa al 22,7%. Se nel mondo sono oltre 340 milioni i bambini e gli adolescenti di 5-19 anni in eccesso di peso, nel panorama europeo l’Italia è tra i Paesi con i livelli più alti di obesità tra i bambini di 7-8 anni. Nei paesi dell’Ue, in media, è obeso quasi un bambino su otto tra i 7 e gli 8 anni. La maglia nera spetta a Cipro (20%), ma l’ Italia segue a ruota con la Spagna (18%), e precede Grecia e Malta (17%). Nel Belpaese sovrappeso e obesità sono più diffuse tra i maschi (27,8% contro 22,4%). E la fascia di età più critica è quella tra i 3 e i 10 anni (30,4%). Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a toccare il valore minimo tra i ragazzi di 14-17 anni (14,6%).

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I chili di troppo hanno anche una connotazione geografica. L’eccesso di peso è più elevato nel Mezzogiorno. Se è pari al 18,8% al Nord-ovest, e al 22,5% al Nord-est, si attesta al 24,2% Centro, e raggiunge il 29,9% nelle Isole e il 32,7%). E anche all’interno del Sud ci sono differenze, con percentuali particolarmente elevate in Campania (35,4%), Calabria (33,8%), Sicilia (32,5%) e Molise (31,8%). La bilancia fuori controllo ha anche una connotazione sociale: tendono a essere maggiormente in sovrappeso o obesi i bambini e ragazzi che vivono in famiglie con risorse economiche scarse o insufficienti, ma soprattutto in quelle in cui il livello di istruzione dei genitori è più basso. La quota di bambini in eccesso di peso è infatti pari al 19% tra quanti vivono in famiglie con genitori laureati ma raggiunge il 30,1% se i genitori non sono andati oltre la scuola dell’obbligo.

http://www.istat.it/it/files//2019/10/Report_Stili_di_vita_minori.pdf

Un nuovo patto tra generazioni. Un impegno etico e politico

Dopo le manifestazioni dello scorso 15 marzo a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo, non è più necessario spendere molte parole per presentare la sedicenne Greta Thunberg e lo “Sciopero dalla scuola per il clima” (School strike for climate). Non era così nell’agosto del 2018, quando da sola iniziò a protestare davanti al Parlamento svedese, chiedendo un impegno più deciso del Governo del suo Paese nell’attuazione degli impegni presi nel 2015 alla COP21 di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici. Nel corso di questi mesi, grazie soprattutto ai social network, la domanda all’origine della sua protesta è divenuta nota e altri giovani in tutto il mondo l’hanno fatta propria: «Perché andare a scuola e studiare, se rischiamo di non avere un futuro?».

I destinatari di questa provocazione sono in primo luogo i responsabili politici dei singoli Paesi, ma più in generale tutti gli adulti. In modo ancor più netto, in occasione del discorso tenuto alla COP24 sul clima di Katowice, Greta si è rivolta proprio agli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece state rubando loro il futuro». L’accusa è che l’attuale risposta alle questioni climatiche è immatura, lenta, insufficiente. I giovani ritengono che chi è più grande di loro sia inerte o non faccia abbastanza di fronte alle ferite inferte quotidianamente al pianeta dai nostri stili di vita. Si tratta di una rivendicazione che coglie nel segno, sensibile all’urgenza della questione ambientale, e che richiederebbe di essere meglio approfondita per la complessità degli aspetti in gioco. Tuttavia c’è anche un altro fattore su cui soffermarsi, evidenziato indirettamente dalle proteste degli studenti: il modo in cui il rapporto fra le generazioni si declina in questa fase storica.

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Una distanza che cresce

Dietro la richiesta di prendersi seriamente cura dell’ambiente che i giovani rivolgono agli adulti, traspare la preoccupazione per la situazione attuale, la valutazione negativa degli sforzi fin qui fatti e la paura che le conseguenze saranno ingestibili e catastrofiche e comprometteranno in modo quasi definitivo il loro futuro. In altre parole i giovani non vogliono ricevere un’eredità piena di debiti, contratti per salvaguardare lo stile di vita di chi li ha preceduti (che è anche quello in cui sono stati cresciuti), e trovarsi a far fronte alle conseguenze senza aver avuto voce in capitolo. Su questo tema registriamo una distanza che vede contrapposte le varie generazioni: l’appartenenza generazionale diventa il punto di vista a partire dal quale valutare la situazione, individuare possibili soluzioni e definire priorità di azione, e diventa così la base di una frattura sociale. Non è certo un caso che queste divergenze emergano in materia di ambiente e di scelte da compiere per la sua cura: si tratta, infatti, di individuare un equilibrio che sia sostenibile non solo per il presente, ma anche per il futuro. La posta in gioco non è solo salvaguardare l’esistente, ma anche il patrimonio che viene trasmesso alle generazioni successive, quelle che ora sono troppo giovani per partecipare alle decisioni, e quelle che verranno ancora dopo.

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BibbiaEdu. I testi della Bibbia in versione ebraica, greca, latina, italiana

Registra accessi dai cinque continenti e, nello scorso anno, ha raggiunto tre milioni di visite e quasi sette milioni di pagine sfogliate. «Bibbiaedu», tra i siti promossi dalla Conferenza Episcopale Italiana, risulta ad oggi uno dei più visitati.Bibbia-di-Borso-dEste.jpg

Si tratta del portale che «mette a disposizione i testi della Sacra Bibbia nelle edizioni Cei 2008 e 1974, Interconfessionale, Antico Testamento Ebraico, Antico Testamento Greco, Nuovo Testamento Greco e il collegamento alla Nova Vulgata».

Ne consente la comparazione in una modalità che, nella quarta e attuale versione, risulta più intuitiva e semplificata. Ma anche accessibile da parte di persone con disabilità. Sono state infatti introdotte nuove funzionalità che ne consentono la lettura e il confronto a utenti con dislessia o ipovedenti, attraverso la riconoscibilità per riproduttori vocali.bd4d8e528272f81a63ca39f7a47b08fc497.jpg

Il sito, pubblicato nella prima versione durante l’Anno santo 2000, è raggiungibile da computer e da dispositivi mobili, come smartphone e tablet, ora anche attraverso un’applicazione dedicata “App”, così da rendere la lettura dei testi sempre disponibile. www.bibbiaedu.it