Archivio mensile:agosto 2019

Bambini maltrattati dai genitori: in Italia sono quasi 100mila

PAOLO FOSCHINI

Novantunomila. È il numero dei bambini che nel nostro Paese, secondo uno studio realizzato a più mani, tra cui quelle dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, sono a vario titolo «vittime di maltrattamento». La maggior parte di questi casi si verifica in ambito familiare o domestico. E viene comunque portata a termine da persone di cui i bambini «si fidano». O sarebbe meglio dire «si fidavano, prima che…» il sogno di quella fiducia venisse strappato. Per questo è suggestivo che il titolo del progetto dedicato a loro dalla Fondazione Con i bambini – la quale vi ha destinato 15 milioni – sia proprio «Ricucire i sogni»: quinto bando promosso dalla Fondazione nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

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L’iniziativa più in generale è rivolta non solo ai bambini ma alla «cura e protezione degli adolescenti vittime di maltrattamenti nonché alla prevenzione e al contrasto di ogni forma di violenza verso i minori di 18 anni». Lo studio cui si è accennato in apertura («Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia») è stato condotto insieme con l’Authority dal Cismai (Coordinamento italiano servizi maltrattamento all’infanzia) e da Fondazione Terre des Hommes Italia. I dati cui fa riferimento sono del 2015 e sono i più completi se si vuole avere uno spaccato delle cose su tutto il territorio. La fotografia dice che in Italia circa 50 minori ogni mille sono seguiti dai servizi sociali: il che tiene dentro tutti i tipi di situazione, quindi anche quelle legate non per forza a violenze bensì a tutta la galassia delle condizioni familiari difficili. In questo totale però sono compresi i 91mila casi di cui sopra.

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Eurostat: Italia con meno scienziati e ingegneri nell’Unione Europea

Tra i grandi paesi dell’Unione Europea l’Italia è quello che ha meno scienziati e ingegneri, superata nettamente da Regno Unito, Germania e Francia, ma anche da Stati membri più piccoli come Spagna e Polonia. Lo rivelano alcuni dati pubblicati da Eurostat relativi al 2018. Nell’Ue lo scorso anno il numero di scienziati e ingegneri tra i 25 e i 64 anni è aumentato del 4% rispetto al 2017. Il numero totale è stimato a 17,2 milioni nei 28 Stati membri, il 23% dei lavoratori nel settore della scienza e della ingegnere-civile.jpgtecnologia.

In termini di distribuzione, il Regno Unito si piazza in testa con il 3,3 milioni di scienziati e ingegneri pari al 19% di tutta l’Ue. Al secondo posto c’è la Germania con 3,1 milioni (18% dell’Ue), seguita dalla Francia con 1,7 milioni (10%), dalla Spagna con 1,4 milioni (8%) e dalla Polonia con 1,2 milioni (7%). L’Italia si colloca solamente al sesto posto con 1 milione di scienziati e ingegneri pari al 6% di tutta l’Ue, ma è tallonata dall’Olanda con 831 mila (5%). Tra il 2017 e il 2018 in Italia il numero di scienziati e ingegneri è comunque aumentato di 30 mila unità.

Populismi e democrazia

GIANNINO PIANA

L’avanzare, in termini sempre più rilevanti, dei populismi in Europa (e non solo) pone seri problemi di sussistenza alle democrazie liberal-democratiche, già peraltro attraversate da crescenti fragilità dovute a una molteplicità di cause, una delle quali (forse la più rilevante) è costituita dal funzionamento distorto di un capitalismo selvaggio, che non è più in grado di tutelare il benessere della maggioranza dei cittadini. L’estendersi dello scontento per quanto sta avvenendo e che comporta il coinvolgimento di una fetta sempre più consistente di «ceto medio» soggetto a un processo di proletarizzazione, che ha subìto una forte accelerazione in seguito allo scoppio della crisi economico- finanziaria del 2008 (tuttora non risolta), non fa che accentuare la tendenza alla crescita dei partiti e movimenti che si ispirano al populismo. A destare le maggiori preoccupazioni è tuttavia soprattutto la considerazione che tali forze politiche non si accontentano di attribuire lo stato di disagio derivante dalla crisi economica o da altri fenomeni deteriori riguardanti la conduzione della «cosa pubblica», alla responsabilità dpopulismo-1030x615-650x420.jpgella classe dirigente che gestisce oggi il potere, ma che mettono, più radicalmente, sotto processo lo stesso sistema della democrazia rappresentativa occidentale, proponendo, in alternativa, una forma di democrazia, basata sul rifiuto di ogni intermediazione, sulla diffidenza verso esperti e professionisti della politica e sull’uso della tecnologia nei processi decisionali; in una parola, una democrazia diretta e digitale.

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Istruzione e Ricerca: idee per il nuovo Governo

VINCENZO GALASSO

L’analisi della crisi politica di ferragosto sofferma sulle tattiche dei diversi partiti e dei principali attori politici. L’impressione è che, un po’ come nel calcio, ci piaccia celebrarci per le nostre doti tattiche. Eppure dall’inizio del millennio la nostra economia cresce meno dello 0,2% all’anno: cosa c’è da compiacersi? Meglio concentrarsi sulle cause dei suoi mali e sulle possibili soluzioni, lasciando perdere selfie, citazioni da cultura classica “de noantri” e facili ironie.

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Per capire cosa dovrebbero chiedere gli italiani al loro governo, consideriamo i tanti mali di cui soffre il nostro Paese: crescita zero, scarsa innovazione, bassi livelli di capitale umano, elevato divario territoriale Sud-Nord, burocrazia e giustizia lente e macchinose, spesa pubblica elevata e poco produttiva, crescente diseguaglianza sociale, imposizione fiscale iniqua, invecchiamento della popolazione. Sono problemi di lontana origine, lasciati incancrenire o addirittura esacerbati da una classe politica che ha difeso le rendite di posizione e messo a tacere gli scontenti con politiche assistenzialiste. Oggi, come dieci o trent’anni fa. Ma lo scenario internazionale – con la globalizzazione – e domestico – con l’elevato debito pubblico – è cambiato e correre ai ripari è indispensabile. Ma senza farsi illusioni.

Sicuramente non aiutano la crescita politiche assistenzialiste come Quota 100, che drena risorse da più meritori impieghi per continuare a finanziare i baby-boomer. Ma neanche tagli marginali alle imposte – benché utili – basterebbero ad innescare una crescita duratura. L’Italia ha bisogno di ripartire dai fondamentali: dall’istruzione. I risultati dei test Pisa (del 2015, quelli del 2018 saranno disponibili a dicembre), che confrontano le capacità cognitive dei quindicenni dei Paesi Ocse in matematica, scienze, comprensione del testo e risoluzione dei problemi logici, sono disarmanti! Il voto medio dei quindicenni italiani nelle quattro prove è sempre tra i più bassi d’Europa. Mentre gli studenti italiani risultano tra i più ansiosi a causa della scuola. Ancora più evidenti sono le differenze territoriali nei risultati delle prove Pisa, con il sud Italia stabilmente sul fondo della classifica. Questo triste spaccato dell’istruzione superiore si conferma anche all’università. L’Italia rimane tra i Paesi dell’Unione Europea con meno laureati. Solo il 27,8% dei giovani in età compresa tra i 30 ed i 34 anni ha completato l’istruzione terziaria, contro una media europea del 40,7%. Anche la composizione dei (pochi) laureati è diversa dal resto d’Europa: ben il 16% si laurea in materie umanistiche e solo l’8% in scienze naturali, matematica e tecnologia, contro una media europea dell’11% per entrambe le tipologie di indirizzo.

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L’Italia un Paese di anziani. Ocse: nel 2050 più pensionati che lavoratori

Più pensionati che lavoratori entro il 2050. Potrebbe essere questo, secondo l’ultimo studio dell’Ocse sul mercato del lavoro, il destino dell’Italia.

Sulla base degli attuali schemi pensionistici, scrive l’organizzazione nel rapporto Wovecchi.jpgrking Better with Age, il numero di persone over-50 inattive o pensionate che dovranno essere sostenute dai lavoratori potrebbe aumentare di circa il 40%, arrivando nell’aera Ocse a 58 su 100.

In Italia, Grecia e Polonia, entro il 2050 il rischio è di un rapporto uno a uno o addirittura di più over-50 fuori dal mondo del lavoro che lavoratori.

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L’Amazzonia è un patrimonio di tutta l’umanità

Leonardo Boff

Chico Mendes è un figlio legittimo della foresta, tanto da essersi identificato con essa. Presto si rese conto che l’attuale sviluppo prescinde dalla natura ed è contro di essa, perché la vede come un ostacolo piuttosto che come un’alleata. È stato uno dei pochi ad aver capito la sostenibilità come equilibrio dinamico e autoregolante della Terra, grazie alla catena di interdipendenze tra tutti gli esseri, soprattutto quelli che vivono di risorse riciclate in modo permanente e quindi sostenibili a tempo indeterminato. L’Amazzonia è il più grande esempio di questa sostenibilità naturale.Amazzonia.jpg

Noi che lo abbiamo conosciuto e ne siamo stati amici sappiamo quanto fosse profonda la sua identificazione con la foresta amazzonica, con la sua immensa biodiversità, con i boschi di alberi della gomma, con gli animali, con il minimo segno di vita nella foresta. Aveva lo spirito di un moderno san Francesco. Divideva il suo tempo tra la città e la foresta. Ma quando era in città, sentiva forte il richiamo della foresta, nel suo corpo e nella sua anima. Se ne sentiva parte, non superiore. Per questo, di tanto in tanto, tornava alla sua piantagione e alla comunione con la natura. Lì si sentiva nel suo habitat, nella sua vera casa.

Ma la sua coscienza socio-ecologica gli fece lasciare per un po’ di tempo la foresta per organizzare i seringueiros (i raccoglitori di caucciù), fondare cellule sindacali e partecipare alle lotte di resistenza: i famosi “ empates”, una strategia con cui i seringueiros insieme ai loro figli, con gli anziani si collocavano pacificamente davanti alle macchine dei disboscatori, impedendo loro di abbattere gli alberi.

Di fronte a incendi come quelli attuali in Amazzonia, che nel 2019 sono stati 74.155, con focolai che raggiungono i 18.627 km2, Chico Mendes propose in nome del movimento delle popolazioni forestali la creazione di riserve estrattive, accettata dal governo federale nel 1987. Diceva bene: «Noi seringueiros capiamo che l’Amazzonia non può essere trasformata in un santuario intoccabile. D’altra parte, comprendiamo anche che c’è un bisogno urgente di sviluppo, ma senza deforestare, minacciando la vita dei popoli del pianeta». Affermava: «All’inizio ho difeso i seringueiros, poi ho capito che dovevo difendere la natura e infine ho capito che dovevo difendere l’Umanità. Per questo motivo proponemmo un’alternativa per la preservazione della foresta che fosse allo stesso tempo economica. Poi abbiamo pensato alla creazione della riserva estrattiva».

Lui stesso spiega come funziona: «Nelle riserve estrattive commercializzeremo e industrializzeremo i prodotti che la foresta ci concede generosamente. L’università deve accompagnare la riserva estrattiva. È l’unico modo per evitare che l’Amazzonia scompaia. Inoltre, questa riserva non avrà proprietari. Sarà un bene comune della comunità. Avremo l’usufrutto, non la proprietà». «Troveremmo così un’alternativa all’estrattivismo selvaggio che porta vantaggi solo agli speculatori. Un albero di mogno, tagliato nell’Acre, costa 1-5 dollari; venduto sul mercato europeo costa circa 3-5 mila dollari». Alla vigilia di Natale del 1988 lo assassinarono con cinque proiettili. Lasciò la vita amazzonica per entrare nella storia universale e nell’inconscio collettivo.

Chico Mendes è diventato un archetipo che anima la lotta per la conservazione della foresta amazzonica e della popolazione della foresta, che oggi conta milioni di persone.
Comprendiamo l’indignazione di molti membri del G7, guidati da Macron, contro la devastazione irrazionale promossa dal presidente Bolsonaro. Commette un crimine contro l’Umanità e meriterebbe di essere processato per questo crimine.

L’Amazzonia è un bene comune dell’Umanità. I megaprogetti amazzonici (brasiliani e stranieri) mettono in discussione il tipo di sviluppo predatorio del capitalismo. Produce a malapena la crescita, mentre solo alcuni si arricchiscono. È contro la vita e nemico della Terra. È frutto di una razionalità demente.
Questi progetti faraonici, senza informazioni adeguate, sono decisi in gelidi uffici, lontani da un paesaggio meraviglioso, ciechi ai volti supplicanti degli abitanti della foresta e indifferenti agli occhi ingenui degli indios, senza alcun legame con l’empatia e il senso del rispetto per la foresta e della solidarietà umana.

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Scuola. Occorre tornare alla “Bildung” e alla “paideia”

Stefano Arduini

In tedesco “formazione professionale” si dice Berufbildung. Il tedesco è una lingua razionale, che riesce a mettere assieme più sintagmi in una sola parola per creare un’espressione. Dunque Berufbildung è composto da “Beruf” che vuol dire “professione”, “mestiere” e “Bildung” che in questo caso sta per “formazione”.

Sarebbe tutto molto semplice, Berufbildung è la formazione professionale che opera attraverso le scuole e i corsi professionali.

Tuttavia, come si diceva, il termine tedesco è composto di due parti, una delle quali è Bild (1).jpegung. Un termine e un concetto che in tedesco hanno però una lunga storia che arriva fino agli usi contemporanei. Una storia che costruisce una vera e propria filosofia della formazione che ci aiuta a fare qualche riflessione sul modo di collegare educazione e formazione professionale.

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Amazzonia. “Il Businnes del fuoco”

Lucia Capuzzi

L’hanno ribattezzato il “business del fuoco”. Dietro le “queimadas” – i roghi che da settimane devastano l’Amazzonia –, si cela un giro d’affari milionario. Data l’elevata concentrazione di umidità nella foresta, difficilmente il fuoco si propaga in modo spontaneo. Il “fattore umano” è determinante.

E doloso. I principincendi-italia-luglio-2017-1.jpgali responsabili, però, nel caso brasiliano, non sono piccoli agricoltori che impiegano le fiamme per “pulire” i campi e prepararli per il nuovo raccolto. Bensì, organizzazioni criminali vere e proprie al soldo di grandi proprietari terrieri, ansiosi di ampliare la frontiera agricola. Non si tratta delle accuse dei “soliti” ambientalisti. A sostenerlo è un’inchiesta della Procura che ha addirittura calcolato i ricavi dei gruppi delinquenziali per la superficie distrutta.

Il listino prezzi va ad ettaro. Mille valgono un milione di reais, cioè circa 216mila euro. Non solo. Secondo la procuratrice generale, Raquel Dodge, esiste il fondato sospetto di un’azione «orchestrata e pianificata nel dettaglio per raggiungere il risultato». Ovvero l’accensione di oltre decine di migliaia di roghi – metà degli 80mila totale registrati – nella regione amazzonica. In particolare, le autorità – oltre la Procura anche la polizia federale – indagano sul “Giorno del fuoco”, che sta risultando essere molto più di una boutade giornalistica.

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Non esiste un gene dell’omosessualità, mix Dna e ambiente

Non esiste il gene dell’omosessualità. Il comportamento sessuale è infatti determinato da un complesso mix di fattori genetici e ambientali, con migliaia di geni che danno un contributo limitato rispetto all’influenza esercitata dall’ambiente e dalla cultura. Lo dimostra su Science il più ampio studio genetico sul tema, condotto su mezzo milione di persone da un consorzio internazionale di ricerca coordinato dall’italiano Andrea Ganna del Broad Institute di Mit e Harvard, negli Stati Uniti.angola-diritti-lgbt-omosessualita.jpg

“Studi precedenti avevano suggerito la presenza di segnali genetici forti che potessero far prevedere il comportamento sessuale: uno dei più noti puntava al cromosoma X, ma nel nostro studio, con un campione 100 volte più grande, abbiamo dimostrato che non è così”, racconta Ganna all’ANSA.

Per affrontare la questione in modo statisticamente rigoroso, i ricercatori hanno esaminato i dati relativi a oltre mezzo milione di persone presenti in due grandi banche dati genetiche: la britannica UK Biobank e la statunitense 23andMe. “Abbiamo fatto uno screening di tutto il genoma, esaminando milioni di marcatori genetici per vedere quali potessero essere associati al comportamento sessuale dichiarato dalle persone nei questionari”, continua Ganna.

Sono così emerse cinque varianti genetiche legate in modo statisticamente significativo all’omosessualità, di cui ancora non si conosce bene la funzione: “Sappiamo che una di queste varianti si trova in una regione del Dna che esprime recettori per l’olfatto, mentre un’altra è associata alla calvizie maschile e probabilmente alla regolazione ormonale, ma per ora sono solo ipotesi”, spiega il ricercatore, che lavora anche per il Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare presso l’Istituto di medicina molecolare finlandese (Fimm-Embl).

“Messe tutte insieme – sottolinea Ganna – le cinque varianti che abbiamo trovato spiegano meno dell’1% della variabilità nel comportamento sessuale. È probabile che esistano migliaia di altri geni legati in qualche modo al comportamento sessuale, anche se stimiamo che potrebbero contribuire al massimo per il 25% a questo tratto molto complesso, che dal punto di vista genetico rientra nella normale variabilità umana”.

in ANSA, 29 agosto 2019

Cinema d’estate: sei pagine di Storia per riflettere

Massimo Giraldi e Sergio Perugini

Filo rosso di questo sesto Focus è “pagine di Storia per riflettere”, declinato in sei film: “Peterloo”, “Maria regina di Scozia”, “First Man”, “The Front Runner. Il vizio del potere”, “Vice. L’uomo nell’ombra” e “Il traditore”.

Peterloo”

Mike Leigh è uno degli autori più importanti del cinema del Regno Unito; nel 2019 è uscito nei cinema con “Peterloo”, che rievoca il massacro di Manchester nel 1819. Il film ripercorre la grande manifestazione di protesta – una folla di 60mila persone tra contadini e cittadini – per chiedere più diritti e sostegno contro la povertà; dinanzi a tali richieste però la classe dirigente dell’epoca sceglie la repressione. Leigh mtraditore-1-620x400.jpgette in campo una grande ricostruzione storica, costruendo una narrazione attenta allo spirito dell’epoca e con rimandi alla società odierna, per la condizione degli ultimi e la distanza della politica. Leigh è un autore che non si può non apprezzare, soprattutto se portatore di un importante messaggio sociale; è da rilevare solo una lunghezza forse eccessiva del racconto (154’), che smorza il pathos. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

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