Archivio mensile:luglio 2019

Primo Levi. Una grande e indimenticabile lezione di verità, libertà e giustizia

Frediano Sessi

«Molte lettere che ricevo ammirano la forza con cui ho sopportato un anno di prigionia (nel Lager di Auschwitz, ndr); ma era una forza passiva, quella con cui uno scoglio sopporta l’urto dell’acqua di un torrente. Io non sono un uomo forte. Affatto».image.jpg

Nel 1987 quando Primo Levi dice di sé queste cose al giornalista Roberto Di Caro, è già uno scrittore affermato a livello internazionale e, per la maggioranza dei suoi lettori, è considerato il testimone per eccellenza del sistema concentrazionario nazionalsocialista; il sopravvissuto che più di altri ha saputo restituire al mondo dei vivi la storia degli ebrei sterminati. Aveva avuto la «fortuna» di essere rinchiuso nel campo di lavoro più grande del complesso concentrazionario di Auschwitz, associato a una grande fabbrica chimica, la I.G. Farbenindustrie, e lui era un chimico, uno schiavo ebreo utile ai nazisti. Fortuna, dunque, non coraggio. Quello gli servì dopo, quando fece ritorno a casa, con il «veleno di Auschwitz» nel cuore. E a casa, nei primi mesi, si sentiva schiacciato dal peso dei ricordi, più vicino ai morti che ai vivi. Soffriva per gli amici che non erano tornati. Continua a leggere

L’Italia il paese più longevo d’Europa

ISTAT

Italia paese più longevo d’Europa

Nel panorama europeo l’Italia, insieme alla Francia, detiene il record del numero di ultracentenari. Al 1° gennaio 2019 i centenari residenti in Italia sono 14.456 (84% donne) ma nessuno è nato nel XIX secolo: in pratica si sono estinte tutte le coorti dal 1896 al 1903. Negli ultimi 10 anni, dopo una costante crescita fino al 2015 (anno di massimo storico con oltre 19 mila individui), la popolazione super longeva ha avuto una riduzione dovuta in larga misura a un effetto strutturale: l’ingresso in questa fascia dGettyImages-462279003-kc7-U43510544036969IdC-593x443@Corriere-Web-Sezioni.jpgi età di coorti di popolazione poco numerose perché costituite dai nati in corrispondenza del primo conflitto mondiale. È verosimile ipotizzare che il calo si protrarrà fino a quando subentreranno i nati negli anni del primo dopoguerra, più numerosi della coorte precedente.

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“Non c’è un diritto alla morte. Giusto potenziare le cure palliative”

Adriano Pessina, intervistato da Maria Novella De Luca

«Sul suicidio assistito esiste già una vastissima letteratura: non si sentiva l’esigenza anche di questo documento». Adriano Pessina, filosofo, docente di Bioetica all’università Cattolica di Milano, boccia, senza appello, il lavoro del Comitato nazionale di Bioetica. Anzi, definisce il documento «deludente e metodologicamente incomprensibile».

Un giudizio seveospedale-685x445.jpgro, professor Pessina.

«Si tratta di un documento che non giunge a una conclusione definitiva, ratificata da una votazione che identifichi maggioranza e opposizione. Ma si limita a riportare tre opinioni, all’interno delle quali ognuno potrà trovare la posizione che preferisce. Con la solita semplificazione della contrapposizione tra firmatari cattolici, contrari, e laici, favorevoli».

La posizione di chi ritiene giusta la legalizzazione del suicidio assistito ha avuto più firme delle altre due opinioni.

«Semplicemente due firme in più. Un errore interpretarlo come un’apertura del Comitato di Bioetica. Ma è proprio sbagliata l’impostazione del dibattito».

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Suicidio assistito, che fare? Il Comitato di bioetica diviso

Luciano Moia

Aprire o chiudere le porte alla legalizzazione del suicidio assistito? Il Comitato nazionale di Bioetica non prende posizione e pubblica un documento che intende «svolgere una riflessione sull’aiuto al suicidio a seguito dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale».medicine-800x450.jpg

Il riferimento è al caso di Marco Cappato e alla sospetta illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale. Ma i pareri sono tutt’altro che unanimi. Il testo è complesso, il risultato è sospeso: né chiusura, né apertura. Le posizioni rimangono lontane e, proprio per evitare una spaccatura che sarebbe stata spiacevole su un tema così delicato e controverso, gli esperti hanno preferito dare conto di tutti gli orientamenti, senza arrivare alla resa dei conti. E, visto che c’è chi – anche tra i membri del Comitato – vorrebbe leggere in quella ‘non-decisione’ una posizione comunque favorevole al suicidio assistito, il Cnb a tarda sera è costretto a precisare: «Nessun orientamento prevalente». A confermare che non c’è stata decisione alcuna. Continua a leggere

Tragico record nel 2018. ONU: oltre 12 mila bambini vittime di conflitti

Sono oltre 12 mila i bambini rimasti uccisi e feriti durante i conflitti armati, lo scorso anno. Il dato, reso noto dalle Nazioni Unite, segna una «cifra record» ed evidenzia in cima alla lista dei Paesi con il maggior numero di vittime Afghanistan, Palestina, Siria, Yemen. Si tratta dell’ultimo rapporto annuale delle Nazioni Unite redatto in occasione del vertice del Consiglio di sicurezza su Infanzia e conflitti armati, ieri a New York.Aleppo-9-luglio-1000x600.jpg

Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha affermato di essere «profondamente preoccupato per l’entità e la gravità delle gravi violazioni commesse contro i bambini nel 2018», dal momento che i casi attestati di decessi e ferimenti risultano i più alti dal 2005, anno di inizio del report tematico promosso dal Consiglio di sicurezza.

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La cultura e la sua trasmissione. Il ruolo chiave della relazione interpersonale

Vittorio Pelligra

La cultura, la sua trasmissione, è ancora, fondamentalmente, una questione di relazioni. La presunzione dell’accesso disintermediato all’informazione e al sapere è un inganno. L’intermediazione, il rapporto con chi ha potuto fare esperienza, accumulare conoscenze, metterle alla prova rimane ancora una spinta evolutiva potente, sia individuale che collettiva. Ce lo insegna la manioca

La manioca è un tubero ricco di vitamine, calcio e carboidrati; per millenni ha costituito la base alimentare di intere popolazioni nelle diverse aree tropicali del globo esposte a condizioni climatiche avverse alla coltivazione, dall’Amazonia alle isole del sud Pacifico. Cresce in maniera praticamente spontanea, è facile da reperire, è versatile da cucinare e saporita e, come abbiamo detto, ricca di nutrienti. apprendimento-organizzativo.jpg

Ha solo un problema, è altamente tossica; contiene, infatti, glicosidi cianogenici che, una volta decomposti, liberano acido cianidrico; la base, per intenderci, dello Zyklon B, il veleno usato nelle camere a gas dei lager nazisti per le esecuzioni di massa. L’avvelenamento da cianuro cui può portare il consumo di manioca, provoca problemi neurologici, scompensi al sistema immunitario, alla tiroide, fino alla paralisi degli arti inferiori. Le popolazioni che utilizzano questa pianta, però, hanno imparato a neutralizzare il rischio di intossicazione attraverso diverse tecniche che rendono il cibo cucinato con la manioca totalmente sicuro. Continua a leggere

Un bisogno nuovo di religione

BRUNO FORTE

C’è un nuovo bisogno di religione, oggi. La constatazione emerge da più parti: inchieste sociologiche, riflessioni filosofiche, analisi dei processi storici in atto. Finito il tempo delle ideologie intese come risposta totalizzante alla ricerca umana di giustizia per tutti, constatata la “caduta degli dèi”, di quegli idoli del potere, dell’avere e del piacere, che il consumismo e l’edonismo avevano esaltato come surrogato di un Dio dichiarato inutile. Preghiamo-poco.png

Torna il bisogno di un orizzonte ultimo, assoluto, capace di unificare i frammenti del tempo e dell’opera umana in un disegno in grado di motivare la passione e l’impegno. È soprattutto a questo livello che la domanda religiosa riemerge potentemente: tutti abbiamo bisogno di dare un senso a ciò che siamo, a ciò che facciamo, e se si sommano i sensi possibili di tutte le scelte e le azioni vissute senza unificarli in un senso ultimo, la domanda resta inappagata. Continua a leggere

L’ultimo Sartre di fronte l’enigma della morte

MASSIMO RECALCATI

L’ultima intervista dal carattere testamentario rilasciata da Sartre al suo segretario personale Benny Lévy poco prima della sua morte, avvenuta il 15 aprile del 1980, suscitò un profondo scandalo tra i suoi amici più intimi a cominciare da Simone de Beauvoir. Come era possibile che il filosofo che aveva sostenuto che “l’inferno sono gli Altri”, che aveva messo in rilievo la natura necessariamente conflittuale delle relazioni umane, che aveva irriso la morale borghese della solidarietà e dell’Uomo (basti ricordare il giudizio tagliente sul romanzo di Camus, La peste reo di diffondere una “morale da crocerossina”), in quella intervista riabilitasse sentimenti come la speranza, la reciprocità, la fratellanza, la condivisione? Non era forse il segno inequivocabile del decadimento della sua lucidità o, peggio ancora, dell’azione subdolamente manipolatoria del suo intervistatore che non nascondeva la propria appartenenza alla cultura ebraica?

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Oggi questa intervista è disponibile al lettore italiano per le edizioni Mimesis col titolo La speranza oggi , una traduzione efficace e una esauriente introduzione di Maria Russo. La domanda che questa conversazione sollevò al tempo della sua prima pubblicazione resta centrale: come è possibile che il filosofo dell’angoscia e della “condanna alla libertà”, il filosofo che aveva colpito al cuore la retorica umanistica dei buoni sentimenti e la sua malafede fondamentale, sostenga adesso che «il rapporto di fraternità è il rapporto primario tra gli esseri umani».

Da dove viene questo cambio di rotta? Si tratta di una abiura? Viene forse dalla paura della morte imminente che travolge il filosofo ormai cieco e anziano? Quello che più colpisce in questa intervista è l’insistenza di Sartre sulla parola “speranza” che non appartiene propriamente al suo lessico filosofico. Questa parola – ecco lo scandalo! – viene piuttosto dal logos biblico. È questo lo spartiacque rispetto all’ateismo convinto del filosofo? Si tratta di un avvicinamento – a fine corsa – verso il sentimento religioso? In realtà nessuna retorica religiosa accompagna l’uso sartriano della parola “speranza”. Piuttosto questa parola coincide con l’atto, la scelta, l’azione, il progetto. Come dire che non può esistere azione umana che non porti con sé una speranza, un’apertura, una trascendenza. Non si tratta di cancellare il pessimismo ontologico della sua filosofia come la conosciamo attraverso L’essere e il nulla , ma di mostrare che l’inaggirabilità dello scacco, della caduta, che il carattere ingiustificato, “di troppo”, dell’esistenza non può cancellare la speranza della trascendenza ma la trascendenza della speranza. Non si tratta infatti di autorizzare la speranza come “illusione lirica” o “religiosa”, ma di pensarla insieme, profondamente unita alla disperazione.

Ed è proprio in questa congiuntura che io ritrovo tutto Sartre. Non il tradimento di Sartre, ma veramente il più essenziale di Sartre. Se la realtà umana è un “fallimento necessario”, se è l’impossibilità di raggiungere un “fine assoluto”, nondimeno questa impossibilità non può cancellare la speranza della sua realizzazione. È una tensione che anima tutta la filosofia di Sartre. Non si tratta di pensare religiosamente la speranza come liberazione dalla necessità dello scacco, ma di non lasciare che lo scacco sia l’ultima parola sull’esistenza. Di qui la distinzione tra una “morale della speranza” e quello “spirito di serietà” con il quale già il Sartre esistenzialista definisce l’illusione e la menzogna borghese dell’esistenza che crede di avere il “diritto di esistere”.

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Una comunità cristiana, libera e aperta alle sfide dell’Italia presente

ANTONIO SPADARO

Che posto ha il discepolato cristiano nella moderna società democratica? Come possono i cristiani contribuire a una sana democrazia e a un governo veramente popolare della nostra Italia? Per affrontare queste domande si è sviluppato un interessante dibattito sull’eredità di don Sturzo in occasione dell’anniversario del suo appello «a tutti gli uomini liberi e forti» (1919). Per proseguire la riflessione, pensiamo sia necessario tornare al V Convegno della Chiesa italiana, che si è svolto a Firenze nel 2015: un evento sinodale.

In quell’occasione papa Francesco ha pronunciato un discorso che potremmo definire «profetico» alla luce dell’oggi. Bisogna tirarlo fuori dai sussidi chiusi da tempo e tornare a meditare su quelle parole che pongono un legame forte tra fede e politica, perché «i credenti sono cittadini».

n.jpg«La nazione non è un museo – affermava Francesco -, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose». Ma soprattutto aggiungeva che è inutile cercare soluzioni in «condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative». Ed eccoci all’attuale crisi della democrazia. In un tempo in cui il bisogno di partecipazione si sta esprimendo in forme e modi nuovi, non è possibile tornare all’«usato garantito» o alle retoriche già sentite. Tantomeno, quindi, possiamo immaginare di risolvere la questione mettendo i cattolici tutti da una «parte» (considerando tutti «gli altri» dall’altra). Non basta più neanche una sola tradizione politica a risolvere i problemi del Paese.

La forza propulsiva del cattolicesimo democratico ha bisogno di essere resistente in questi tempi confusi, ma anche di ascoltare e capire meglio, perfino coloro che oggi sono riusciti a intercettare umori e idee della gente. Agostino e Benedetto, davanti al crollo dell’Impero, hanno messo le basi del cristianesimo del Medioevo. Il cristianesimo non ha mai temuto i cambi di paradigma.

Che fare, dunque? La Chiesa italiana saprà farsi interpellare dal mutamento in corso senza limitarsi ad attendere tempi migliori? E come? Abbiamo compreso che è impossibile pensare il futuro dell’Italia senza una partecipazione attiva di tutti i cittadini. Per questo prendiamo spunto da un passaggio del discorso introduttivo del card. Gualtiero Bassetti alla sessione invernale del Consiglio permanente della Cei: «Ripartiamo, fratelli, da questo stile sinodale, viviamolo sul campo, tra la gente…».

Ecco il punto: soltanto un esercizio effettivo di sinodalità all’interno della Chiesa potrà aiutarci a leggere la nostra storia d’oggi e a fare discernimento. Che cos’è la sinodalità? Essa consiste nel coinvolgimento e nella partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa attraverso la discussione e il discernimento. Essa respinge ogni forma di clericalismo, incluso quello politico. La crisi della funzione storica delle élites – che fino a poco fa era riuscita a far dare alle democrazie occidentali il meglio di sé – deve aprirci gli occhi. La sinodalità è radicata nella natura popolare della Chiesa, «popolo di Dio».

Perché la sinodalità? Perché questo ampio coinvolgimento? Perché innanzitutto dobbiamo capire che cosa ci è accaduto. Dopo anni in cui forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra Chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d’Italia, constatiamo invece che il messaggio di Cristo resta, talvolta almeno, ancora uno scandalo. Sentimenti di paura, diffidenza e persino odio del tutto alieni dalla coscienza cristiana hanno preso forma tra la nostra gente e si sono espressi nei social networks, oltre che nel broadcasting personale di questo o di quel leader politico, finendo per inquinare il senso estetico ed etico del nostro popolo. Il fenomeno – sia chiaro – non riguarda solamente la nostra Italia.

A questo si aggiunga il fatto che il potere politico oggi ha anche ambizioni «teologiche». Pure il crocifisso è usato come segno dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto a quello che eravamo abituati: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio, a volte pure con la complicità dei chierici.

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I bisogni dei giovani e gli errori della politica

Alessandro Rosina

Se c’è un bene che manca più all’Italia di altri Paesi sono i giovani. Se c’è un bene che l’Italia valorizza meno rispetto alle altre economie avanzate sono le nuove generazioni.

Eppure un Paese che voglia cogliere positivamente la sfida della longevità e produrre benessere ha bisogno di una qualificata presenza delle nuove generazioni nei propri processi di cambiamento e sviluppo. A livello collettivo, un’adeguata consistenza della popolazione giovane-adulta (con buoni tassi di occupazione e livelli di produttività), consente al Paese di crescere, di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil, oltre che di mantenere la sostenibilità del sistema di welfare a dispetto dell’invecchiamento. A livello individuale, buona formazione e inserimento nei tempi e modi adeguati nel mondo del lavoro consentono un futuro previdenziale, di salute e benessere persostuderen.jpgnale più solido.

È però anche vero che il rischio di perdersi, in mancanza di sistemi esperti di orientamento e accompagnamento, è molto più elevato oggi che in passato. Sotto la spinta delle trasformazioni demografiche e tecnologiche, ogni generazione si trova a costruire in modo nuovo il proprio percorso rispetto a quelle precedenti, sia perché le età della vita non sono più le stesse, sia perché il mondo cambia e offre sfide inedite. Questo fa sì che un giovane di oggi abbia molti meno punti fissi di riferimento per immaginare come sarà il proprio futuro e quindi bisogno di maggior supporto attivo con strumenti efficaci per costruirlo in modo autonomo e nuovo, con progetti solidi ma obiettivi aperti e continuamente aggiornabili.

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