La povertà in Italia. Un male oscuro in espansione

Chiara Saraceno

La povertà assoluta nel nostro Paese non accenna a diminuire. Secondo l’Istat aumenta un po’ al Nord, diminuisce quasi impercettibilmente nel Mezzogiorno. Rimane attorno ai cinque milioni di persone, di cui quasi 1 milione e trecentomila, in aumento rispetto allo scorso anno, di bambini e ragazzi. Si tratta del 12,6% dei minori di 18 anni che vivono nel nostro Paese, distribuiti diversamente a seconda della ripartizione territoriale (riguarda il 15,7% nel Mezzogiorno, 10,1% nel Centro), cittadinanza (riguarda oltre il 31% dei bambini e ragazzi stranieri, il 7,7% di quelli italiani) e della occupazione dei genitori (tocca il 16,3% se i genitori sono operai, il 28,5% se in cerca di occupazione).

Questa inesorabile stabilità di alti livelli di povertà assoluta nel nostro Paese, unitamente al piccolo aumento al Nord, segnala tutta la fragilità di una ripresa più annunciata che effettiva e di un ritorno ai livelli occupazionali pre-crisi che nasconde una grande trasformazione dei rapporti di lavoro: più precari, temporanei, spesso a bassa remunerazione e con scarse o nulle protezioni. Troppe persone non possono contare su un lavoro con una prospettiva ragionevole di stabilità e il livello di disoccupazione continua a rimanere alto. E troppe famiglie, specie quelle con più figli, specialmente nel Mezzogiorno, ma in misura crescente anche al Nord, non hanno redditi da lavoro sufficiente per vivere. Sono anche le famiglie che più spesso vivono in affitto in un Paese in cui viceversa la maggioranza della popolazione vive in una abitazione di proprietà: un bene che i poveri non possono permettersi, ma che anche quando in affitto incide in modo sproporzionato, per il 35%, sui loro ridotti bilanci.

È una situazione che riguarda soprattutto le famiglie più giovani e quelle straniere e che segnala quanto sarebbe importante una politica della casa che favorisse non, o almeno non solo, la proprietà come avviene da tropoveri-italiani.jpgppo tempo in Italia, ma anche l’accesso ad affitti calmierati, tramite un ampliamento dell’edilizia popolare e simili. I conflitti su chi ha diritto ad ottenere una abitazione popolare che periodicamente esplodono nelle grandi città sono certo fomentati da chi utilizza il contrasto agli stranieri e ai rom per la propria propaganda politica. Trova tuttavia un fertile terreno nelle lunghe liste di attesa, nella frustrazione di chi sa che non arriverà mai ad ottenere un appartamento nonostante abbia i titoli, non perché vengono favoriti i migranti o i rom, ma semplicemente perché la disponibilità è troppo scarsa e può solo alimentare conflitti tra poveri. È vero, l’incidenza della povertà tra gli stranieri è enormemente più alta che tra gli autoctoni: riguarda il 25,1% delle famiglie con almeno uno straniero a fronte del 5,3% di soli italiani. In parte può anche spiegare l’aumento della povertà nelle regioni settentrionali, dove sono più numerosi (ma se invece vivono al Sud, il rischio di povertà è ancora maggiore, come per la popolazione italiana). Ma questa non è una consolazione, anzi deve destare preoccupazione, soprattutto per il destino delle nuove generazioni. Escluderli in larga misura, come avviene con il reddito di cittadinanza, dalle misure di sostegno destinate ai poveri può servire a risparmiare, ma lascia aperto il problema di un’ampia fetta di popolazione che non riesce ad avere un livello di vita decente e a offrire ai propri figli un orizzonte di vita migliore – proprio come avviene per il 7,7% di bambini e ragazzi italiani che crescono in condizioni di povertà assoluta.

in “la Repubblica” del 19 giugno 2019

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