I giovani i più penalizzati dalla povertà

Linda Laura Sabbadini

Cinque milioni di poveri assoluti nel 2018, 1 milione 260 mila minori e una cifra quasi analoga di giovani da 18 a 34 anni. Il fenomeno è stabile rispetto al 2017, ma la situazione rimane grave. Vediamo perché. L’aumento della povertà assoluta non è stato contestuale all’avvio della crisi economica. Due importanti ammortizzatori sociali hanno protetto gli individui: cassa integrazione e famiglia. L’una ha protetto i capofamiglia, l’altra i giovani che perdevano o non trovavano lavoro. Ma le famiglie hanno dato fondo ai risparmi, si sono indebitate per proteggere i figli e per mantenere inalterato lo standard di vita, fino a quando, nel 2012, non ce l’hanno fatta più e la povertà assoluta è fortemente aumentata. Da allora non è più diminuita. Questo è il problema. E in alcuni anni è anche peggiorata, come è successo nel 2017, soprattutto al Sud.

La povertà assoluta è quasi triplicata rispetto alla situazione pre-crisi del 2007. I minori in questa condizione sono addirittura quadruplicati, così come i giovani dprecari.jpga 18 a 34 anni. Solamente l’incidenza tra gli anziani si è mantenuta stabile (4,6%). E’ bene ribadirlo, non si sta parlando semplicemente di persone disagiate, bensì dei più poveri tra i poveri, cioè di quanti non riescono a comprare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. E in questa dinamica è aumentata la forbice tra le generazioni, a svantaggio dei più giovani e tra Nord e Sud. C’è da meravigliarsi di questa tendenza? Certo che no. Non poteva che andare così.

La povertà non si risolve da sola oppure con stanziamenti che rappresentano una goccia nel mare, come è stato fatto con il Rei, varato nel 2017 dal governo Gentiloni e distribuito nel 2018. La povertà si previene e si combatte con misure radicali e politiche integrate, soprattutto durante una crisi come quella che abbiamo conosciuto. Aspettiamo di vedere, il prossimo anno, gli effetti dell’introduzione del reddito di cittadinanza, anche se non potranno che essere risultati parziali, dato che la misura è stata attivata solamente qualche mese dopo l’inizio dell’anno.

Non possiamo e non dobbiamo abituarci a livelli di povertà così alti. Non può rassicurarci la stabilità del fenomeno. Per i minori essere poveri assoluti significa correre il grave rischio di non riuscire a cogliere opportunità di crescita e sviluppo umano e vedere il proprio destino segnato anche da adulti. Per i giovani significa avere minori chance di crescita professionale, ma anche maggiore difficoltà a sperimentare la mobilità sociale perché il primo lavoro, oltre a dipendere molto dall’appartenenza di classe della famiglia di origine è particolarmente predittivo della situazione che avranno da adulti. In questo quadro già grave, c’è un segmento che vede peggiorare molto la propria situazione rispetto al 2017: le famiglie monogenitore con figli minori. In gran parte guidate da donne, soprattutto separate e divorziate, l’incidenza di povertà assoluta tra queste famiglie è aumentata di 5 punti percentuali in 1 anno, arrivando quasi al 17%.

Dimenticate dalle politiche e con i livelli di povertà più elevati in Europa, le famiglie monogenitore aspettano da anni che ci si doti di politiche adeguate ad alleviarne i problemi. I poveri non possono più aspettare e hanno bisogno non solo di trasferimenti monetari, ma anche di politiche integrate di inclusione come ci indirizza la nostra Costituzione, presidio dei diritti, che senza citare mai la parola povertà, assume un approccio globale per combatterla e di stimolo al potere perché se ne faccia carico per ricostruire la coesione sociale del Paese.

in “La Stampa” del 19 giugno 2019

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