Archivio mensile:maggio 2019

Più una società si prende cura dei più svantaggiati, più può dirsi civile.

PAPA FRANCESCO         [AR – DE – EN – ES – FR – IT – PT]

(…). È questo un momento propizio per rivolgere uno sguardo d’insieme ai trent’anni ormai trascorsi da quando la Romania si liberò da un regime che opprimeva la libertà civile e religiosa e la isolava rispetto agli altri Paesi europei, e che inoltre aveva portato alla stagnazione della sua economia e all’esaurirsi delle sue forze creative. Durante questo tempo la Romania si è impegnata nella costruzione di un progetto democratico attraverso il pluralismo delle forze politiche e sociali e il loro reciproco dialogo, per il fondamentale riconoscimento della libertà religiosa e per il pieno inserimento del Paese nel più ampio scenario internazionale. È importante riconoscere i molti passi avanti compiuti su questa strada, anche in mezzo a grandi difficoltà e privazioni. La volontà di progredire nei vari campi della vita civile, sociale e scientifica ha messo in moto tante energie e progettualità, ha liberato numerose forze creative tenute un tempo prigioniere e ha dato nuovo slancio alle molteplici iniziative intraprese, traghettando il Paese nel secolo XXI. Vi incoraggio a continuare a lavorare per consolidare le strutture e le istituzioni necessarie non solo per dare risposta alle giuste aspirazioni dei cittadini, ma anche per stimolare e mettere in concq5dam.web.800.800-1.jpgdizione il vostro popolo di esprimere tutto il potenziale e l’ingegno di cui sappiamo è capace.

Occorre, al tempo stesso, riconoscere che le trasformazioni rese necessarie dall’apertura di una nuova era hanno comportato – insieme alle positive conquiste – il sorgere di inevitabili scogli da superare e di conseguenze non sempre facili da gestire per la stabilità sociale e per la stessa amministrazione del territorio. Penso, in primo luogo, al fenomeno dell’emigrazione, che ha coinvolto diversi milioni di persone che hanno lasciato la casa e la Patria per cercare nuove opportunità di lavoro e di vita dignitosa. Penso allo spopolamento di tanti villaggi, che hanno visto in pochi anni partire una considerevole parte dei loro abitanti; penso alle conseguenze che tutto questo può avere sulla qualità della vita in quei territori e all’indebolimento delle vostre più ricche radici culturali e spirituali che vi hanno sostenuto nei momenti più brutti, nelle avversità. Rendo omaggio ai sacrifici di tanti figli e figlie della Romania che, con la loro cultura, il loro patrimonio di valori e il loro lavoro, arricchiscono i Paesi in cui sono emigrati, e con il frutto del loro impegno aiutano le loro famiglie rimaste in patria. Pensare ai fratelli e alle sorelle che sono all’estero è un atto di patriottismo, è un atto di fratellanza, è un atto di giustizia. Continuate a farlo.

Per affrontare i problemi di questa nuova fase storica, per individuare soluzioni efficaci e trovare la forza per applicarle, occorre far crescere la positiva collaborazione delle forze politiche, economiche, sociali e spirituali; è necessario camminare insieme, camminare in unità, e proporsi tutti con convinzione di non rinunciare alla vocazione più nobile a cui uno Stato deve aspirare: farsi carico del bene comune del suo popolo. Camminare insieme, come modo di costruire la storia, richiede la nobiltà di rinunciare a qualcosa della propria visione o del proprio specifico interesse a favore di un disegno più ampio, in modo da creare un’armonia che consenta di procedere sicuri verso mete condivise. Questa è la nobiltà di base.

In tal modo si può costruire una società inclusiva, nella quale ciascuno, mettendo a disposizione le proprie doti e competenze, con educazione di qualità e lavoro creativo, partecipativo e solidale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 192), diventi protagonista del bene comune; una società dove i più deboli, i più poveri e gli ultimi non sono visti come indesiderati, come intralci che impediscono alla “macchina” di camminare, ma come cittadini, come fratelli da inserire a pieno titolo nella vita civile; anzi, sono visti come la migliore verifica della reale bontà del modello di società che si viene costruendo. Quanto più infatti una società si prende a cuore la sorte dei più svantaggiati, tanto più può dirsi veramente civile.

Occorre che tutto questo abbia un’anima e un cuore e una chiara direzione di marcia, non imposta da considerazioni estrinseche o dal dilagante potere dei centri dell’alta finanza, ma dalla consapevolezza della centralità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili (cfr ibid., 203). Per un armonioso sviluppo sostenibile, per la concreta attivazione della solidarietà e della carità, per la sensibilizzazione delle forze sociali, civili e politiche verso il bene comune, non è sufficiente aggiornare le teorie economiche, né bastano le pur necessarie tecniche e abilità professionali. Si tratta infatti di sviluppare, insieme alle condizioni materiali, l’anima del vostro popolo; perché i popoli hanno un’anima, hanno un modo di capire la realtà, di vivere la realtà. Tornare sempre all’anima del proprio popolo: questo fa andare avanti il popolo.

In questo senso, le Chiese cristiane possono aiutare a ritrovare e alimentare il cuore pulsante da cui far sgorgare un’azione politica e sociale che parta dalla dignità della persona e conduca ad impegnarsi con lealtà e generosità per il bene comune della collettività. Nel medesimo tempo, esse si sforzano di diventare un credibile riflesso e una testimonianza attraente dell’azione di Dio, e così si promuove tra loro una vera amicizia e collaborazione. La Chiesa Cattolica vuole porsi in questo alveo, vuole portare il suo contributo alla costruzione della società, desidera essere segno di armonia, di speranza e di unità e mettersi al servizio della dignità umana e del bene comune. Intende collaborare con le Autorità, con le altre Chiese e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per camminare insieme e mettere i propri talenti al servizio dell’intera comunità. La Chiesa Cattolica non è estranea, ma pienamente partecipe dello spirito nazionale, come mostra la partecipazione dei suoi fedeli alla formazione del destino della nazione, alla creazione e allo sviluppo di strutture di educazione integrale e forme di assistenza proprie di uno Stato moderno. Essa perciò desidera dare il suo contributo alla costruzione della società e della vita civile e spirituale nella vostra bella terra di Romania. (…).

(Discorso alle autorità civili e diplomatiche,  Polonia, Bucarest, Venerdì, 31 maggio 2019)

La dottrina Trump

Mario Del Pero

Ogni amministrazione ha una sua dottrina di politica estera. Perché è costretta in vari documenti pubblici, oltre che nei discorsi presidenziali, a definire una propria visione delle relazioni internazionali e dell’interesse nazionale. E perché le dottrine servono non solo a fissare le coordinate di massima della politica estera, ma anche a convincere l’opinione pubblica interna e, nel caso del soggetto egemone, quella mondiale della bontà del proprio approccio e della propria filosofia. Sono, in altre parole, artefatti discorsivi: strumenti con cui costruire l’indispensabile consenso attorno alle proprie strategie e azioni.

Anche Trump ha dunque una sua dottrina. E pure una dottrina chiara e ben definita; meno opaca o cangiante di quelle di molti suoi predecessori. Quali sono i pilastri, categoriali e operativi, di questa dottrina Trump? In estrema sintesi, ne possiamo individuare cinque, tra loro strettamente intrecciati.

Ostentato e dottrina237px-Donald_Trump_official_portrait.jpgle realismo

Il primo è il suo ostentato e dottrinale realismo, secondo cui quello internazionale è un contesto anarchico, nel quale ogni soggetto cerca di sfruttare la propria potenza per massimizzare i propri interessi in un contesto intrinsecamente competitivo: in un “gioco a somma zero”, dove l’equilibrio ultimo è garantito dal fatto che al successo di una parte corrisponde ipso facto la sconfitta di un’altra. Nella retorica trumpiana, col suo vocabolario ipersemplificato e le sue schematizzazioni binarie, queste categorie realiste appaiono in continuazione. Ma questo è vero anche per i principali documenti strategici dell’amministrazione. La National Security Strategy(NSS) del dicembre 2017 è puntellata di riferimenti alla competizione di potenza con Cina e Russia e alla neces sità di ripristinare la piena sovranità degli Stati Uniti: «La competizione per il potere», vi si afferma, «è una costante centrale della storia … siamo impegnati a difendere la sovranità dell’America». Analoghe considerazioni si trovano nella National Defense Strategy (NDS) del 2018, che individua tre competitori (e minacce) fondamentali per gli USA: le potenze revisioniste come Cina e Russia, gli Stati fuori controllo (rogue states) come Corea del Nord e Iran e le minacce terroristiche transnazionali. Il quadro descritto nella NDS rimanda anch’esso ai pilastri categoriali e all’argot basilare del realismo: il contesto globale, afferma il documento, si contraddistingue per «il riemergere della competizione strategica e di lungo periodo tra le nazioni».

Nazionalismo non-eccezionalista

Il secondo elemento della dottrina Trump è il suo nazionalismo non-eccezionalista. Questo è probabilmente uno dei maggiori elementi di rottura del trumpismo. Un discorso scopertamente, e spesso rozzamente, nazionalista non si accompagna alla consueta rivendicazione di eccezionalità degli USA. In discontinuità con tutti i presidenti del dopoguerra, con la sola parziale eccezione di Nixon (1969-74), Trump rigetta l’idea che vi sia una naturale convergenza tra gli interessi statunitensi e quelli del resto del mondo o una superiorità etica degli Stati Uniti e delle democrazie occidentali. Il suo non è un nazionalismo universalista e, appunto, eccezionalista. In un sistema anarchico e competitivo non vi sono differenze tra i suoi attori, come Trump ribadì candidamente durante un’intervista con l’ex giornalista di Fox New Bill O’Reilly; quando O’Reilly accusò Putin di essere un “assassino”, il presidente offrì una risposta scioccante: «cosa credi», disse «che il nostro paese sia così innocente?».

Unilateralismo

Il terzo elemento, per molti aspetti scontato, è l’unilateralismo (e qui le somiglianze col Bush post-11 settembre sono assai marcate). Nell’arena internazionale non vi è utilità alcuna nel lasciarsi imbrigliare dentro i meccanismi multilaterali delle organizzazioni internazionali, che limitano la potenza del soggetto dominante, si fondano sulla fittizia pretesa di uguaglianza degli Stati e sono spregiudicatamente sfruttati da quei soggetti, Cina su tutti, che a vincoli e regole riescono a sottrarsi. Di qui la preferenza per informali negoziati bilaterali o per azioni unilaterali; di qui il disinteresse ad usare forum e istituzioni internazionali (tanto che nella disputa con la Cina, l’amministrazione Trump non ha fatto uso dell’arbitrato dell’Organizzazione mondiale del commercio, utilizzato invece a più riprese sia da Bush Jr. sia da Obama).

Militarismo

Quarto: il militarismo. Con Trump è stata invertita la tendenza alla costante riduzione del bilancio della Difesa che aveva contraddistinto gli anni di Obama. Nelle sue richieste per il bilancio 2019 (che non verranno accolte), Trump propone un aumento del 5% delle spese militari da pareggiarsi con tagli massici ad altre voci di spesa, che colpiscono in particolare l’agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA, Environmental Protection Agency) e il Dipartimento di Stato. La retorica e la postura presidenziali hanno, almeno in ambizione, una marcata dimensione militarista e sia nella NSS del 2017 sia nella NSD del 2018 abbondano gli inevitabili riferimenti alla impareggiabile e letale superiorità di potenza militare di cui dispongono gli USA.

Protezionismo

Quinto e ultimo: il protezionismo. Corollario inevitabile di molti dei punti appena menzionati è la critica delle forme d’integrazione commerciale dell’ultimo mezzo secolo. Nei binari schemi trumpiani, passivi e attivi commerciali definiscono chi prevale e chi soccombe nel brutale contesto internazionale. Gli strutturali passivi commerciali statunitensi diventano quindi l’indicatore paradigmatico della condizione di debolezza in cui verserebbero gli Stati Uniti. Iniziative unilaterali, dazi e guerre commerciali diventano così necessari per correggere questo stato di cose: per “rendere nuovamente grande l’America”.

Le approssimazioni concettuali e la grossolanità analitica della dottrina Trump sono evidenti. Come lo sono i cortocircuiti che ne conseguono. Quella trumpiana è una visione di potenza senza egemonia che rinuncia consapevolmente, e dolosamente, ad alcuni degli strumenti fondamentali con cui gli USA hanno costruito negli anni il proprio primato ed esercitato la propria influenza. Il nazionalismo radicale di Trump alimenta reazioni ostili su scala globale con le quali già Bush si dovette confrontare nel 2002-03. Reazioni, queste, che tendono a isolare ancor più gli Stati Uniti. Il militarismo si scontra con la ferma contrarietà di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica americana ad appoggiare nuove avventure militari. Unilateralismo, realpolitik e protezionismo offrono risposte al meglio parziali e al peggio pericolose ai tanti dilemmi prodotti dai processi d’integrazione globale dell’età contemporanea, le cui mille interdipendenze vincolano e costringono gli Stati Uniti stessi, in un sistema internazionale che da tempo ormai ha cessato di essere “a somma zero”.

in http://www.treccani del 31 maggio 2019

Istruzione. Classificazione internazionale standard (ISCED 2011)

La Classificazione internazionale standard dell’istruzione (International Standard Classification of Education – ISCED) è uno strumento adatto alla realizzazione di statistiche sull’istruzione a livello internazionale. Copre due variabili di classificazioni incrociate: livelli e settori di istruzione, inclusa la dimensione complementare dell’orientamento all’istruzione generale, professionale e pre-professionale e inclusa la destinazione verso l’istruzione/mercato del lavoro.

isced2011.pngL’ultima versione, ISCED 2011, distingue otto livelli di istruzione. A seconda del livello e del tipo di istruzione, c’è la necessità di istituire un sistema gerarchico tra criteri principali e criteri aggiuntivi (qualifica tipica di accesso, requisiti minimi in ingresso, età minima, qualifiche del personale, ecc.).

ISCED 0: educazione della prima infanzia

I programmi di questo livello sono, in genere, concepiti con una visione olistica a supporto del precoce sviluppo cognitivo, fisico, sociale ed emozionale del bambino e per introdurlo a un’istruzione organizzata al di fuori del contesto familiare. Il livello ISCED 0 fa riferimento ai programmi per la prima infanzia, che hanno una componente educativa intenzionale.

ISCED 1: istruzione primaria

I programmi di questo livello sono in genere concepiti in modo da trasmettere agli alunni le competenze fondamentali in lettura, scrittura e matematica (alfabetizzazione e alfabetizzazione numerica) e costituiscono una solida base per l’apprendimento e la comprensione delle aree fondamentali della conoscenza e per lo sviluppo personale e sociale, in preparazione all’istruzione secondaria inferiore. L’età è generalmente l’unico requisito per l’ingresso a questo livello. L’età di ammissione, per legge o per consuetudine, è di solito non al di sotto dei 5 e non oltre i 7 anni. Questo livello prevede solitamente una durata di sei anni, sebbene la stessa possa variare fra i quattro e i sette anni.

ISCED 2: istruzione secondaria inferiore

I programmi di questo livello sono in genere concepiti per proseguire a partire dai risultati di apprendimento del livello ISCED 1. L’età di ingresso va generalmente dai 10 ai 13 anni di età (12 anni corrispondono all’età più comune).

ISCED 3: istruzione secondaria superiore

I programmi di questo livello sono in genere concepiti per completare l’istruzione secondaria in preparazione dell’istruzione terziaria o per fornire le competenze rilevanti per l’occupazione, o per entrambi. L’età di ingresso degli studenti va normalmente dai 14 ai 16 anni.

ISCED 4: istruzione post-secondaria non terziaria

L’istruzione post-secondaria non terziaria offre esperienze di apprendimento a partire dall’istruzione secondaria, preparando all’ingresso nel mercato del lavoro o al proseguimento degli studi nell’istruzione terziaria. I programmi del livello ISCED 4, o dell’istruzione post-secondaria non terziaria, sono concepiti per fornire, a chi ha completato il livello ISCED 3, qualifiche di livello non terziario necessarie per passare all’istruzione terziaria o per il lavoro nei casi in cui le qualifiche di livello ISCED 3 non ne garantiscano l’accesso. Per accedere ai programmi di livello ISCED 4 è necessario avere completato un programma di livello ISCED 3.

ISCED 5: istruzione terziaria di ciclo breve

I programmi di questo livello sono spesso concepiti per fornire ai partecipanti conoscenze, abilità e competenze professionali. Normalmente sono programmi pratici, orientati professionalmente e preparano gli studenti a entrare nel mercato del lavoro. Questi programmi possono tuttavia costituire un percorso verso altri programmi di istruzione terziaria. Per accedere ai programmi di livello ISCED 5 è necessario avere completato con successo i livelli ISCED 3 o 4 che danno accesso all’istruzione terziaria.

ISCED 6: istruzione terziaria (primo livello)

I programmi di questo livello sono spesso concepiti in modo da offrire ai partecipanti le conoscenze, le abilità e le competenze accademiche e/o professionali di livello intermedio che portano al conseguimento di una laurea di primo livello o di una qualifica equivalente. Per accedere a questi programmi è necessario avere completato con successo un programma di livello ISCED 3 o 4 che dà accesso all’istruzione terziaria. L’ingresso può dipendere dalla scelta della materia e/o dai voti ottenuti nei livelli ISCED 3 e/o 4. Inoltre, può essere richiesto il superamento di un esame di ingresso. L’ingresso o il trasferimento nel livello ISCED 6 è possibile in alcuni casi anche dopo avere completato con successo il livello ISCED 5.

ISCED 7: istruzione terziaria (secondo livello)

I programmi di questo livello sono spesso concepiti in modo da fornire ai partecipanti le conoscenze, le abilità e le competenze accademiche e/o professionali di livello avanzato che portano al conseguimento di una laurea di secondo livello o di una qualifica equivalente. Normalmente i programmi di questo livello sono di carattere teorico ma possono comprendere componenti pratiche e sono improntati sulla ricerca d’avanguardia e/o sulla miglior pratica professionale. Vengono tradizionalmente offerti dalle università e da altre istituzioni educative terziarie. L’accesso ai programmi di livello ISCED 7 preparatori a una laurea di secondo livello o successiva richiede normalmente il completamento di un programma di livello ISCED 6 o 7. Nel caso di programmi lunghi preparatori a una laurea di primo livello equivalente a una laurea di secondo livello, per accedere è necessario avere completato con successo un programma di livello ISCED 3 o 4 che dà accesso all’istruzione terziaria. L’accesso a tali programmi può dipendere dalla scelta della materia e/o dai voti conseguiti nei livelli ISCED 3 e/o 4. Può, inoltre, essere richiesto il superamento di esami di ammissione.

Per ulteriori dettagli su ciascun livello ISCED, si prega di consultare:

UNESCO, Institute for Statistics, 2012. International Standard Classification of Education. ISCED 2011. Disponibile su: http://www.uis.unesco.org/Education/Documents/isced-2011-en.pdf

Per una nuova Europa. Quale e in che termini il contributo delle religioni?

Mauro Magatti

Domenica sera, quando è apparso in tv forte del successo elettorale, Salvini è tornato a baciare il crocefisso chiarendo di aver chiesto l’aiuto del Cielo non per ottenere voti per il proprio partito, bensì per il bene dell’Italia. Salvini non è sprovveduto. I suoi riferimenti sempre più espliciti e frequenti alla fede cristiana sono parte integrante di una strategia da tempo messa a punto dai due ideologi Bannon e Orbán: per sconfiggere i poteri che governano il mondo occidentale – che riuniscono grande finanza, multinazionali e intellighenzia di sinistra monopolizzando la cultura e la comunicazione – occorre creare una nuova «santa alleanza» tra politica e religione. Alleanza che, in Europa – continente nel quale furono proprio le divisioni tra le diverse confessioni cristiane a giocare un ruolo decisivo nella formazione degli Stati – può inverarsi solo sul piano nazionale. Da qui l’idea di un’Europa delle nazioni e il progetto di una «democrazia illiberale» che tanto hanno fatto discutere nei mesi scorsi.

Se non si vuole finire prigionieri dello schema di gioco proposto dai sovranisti – limitandosi tuttalpiù all’indignazione – occorre una riflessione più attenta sul ruolo della religione nella sfera pubblica contemporanea. La querelle è infatti più sofisticata di come può sembrare a prima vista, arrivando a interessare lo stesso processo di costruzione europea. Sul tema tendono a scontrarsi le due posizioni classiche. Da un lato, quella laico-progressista che vorrebbe collocare la religione unicamente nel piano privato. Insofferente nei confronti di uno sguardo diverso (non scientifico) sulla realtà e delle interferenze di un potere irriducibile a quello politico, questa posizione sottovaluta la natura e il ruolo delle religioni organizzate nella vita sociale contemporanea. Dall’altro lato, si hanno le destre conservatrici che, oggi come in passato, cercano di strumentalizzare i riferimenti religiosi per ampliare il proprio consenso: in cambio della legittimazione sociale della religione (che si traduce poi in sostegno economico e culturale) la politica ottiene il via libera sulla gestione del potere.

All’inizio del XXI secolo, rimanere prigionieri di questo dualismo è un errore. Dal lato della politica, è oggi evidente che la riduzione privatistica della religione è del tutto irrealistica. Come importanti organizzazioni transnazionali che parlano a milioni di persone, le chiese non solo hanno tutto il diritto di essere riconosciute nella loro forma organizzata (al pari, se mi si passi l’accostamento, delle grandi multinazionali), ma svolgono di fatto un ruolo importante che va riconosciuto, monitorato (per evitare, ad esempio, le derive illegali o terroristiche) e valorizzato. Di fatto, col loro lavoro, le formazioni religiose aiutano a dar corpo e sostanza a quel tessuto civile che aiuta la democrazia nel difficile processo di elaborazione delle posizioni sui grandi temi di interesse collettivo: la questione ambientale, quella delle migrazioni, i limiti da porre eventualmente alla tecnica, la gestione dei conflitti e la costruzione della pace.

Mai come oggi, in un mondo sempre più integrato e insieme frammentato, diventa difficile governare democraticamente i processi sociali senza il contributo di una pluralità di soggetti. Dal lato della religione, il contrasto alle forti spinte della secolarizzazione non può che avvantaggiarsi dal superamento dello schema religione=tradizione. Si ricorderà lo scontro sulle radici cristiane. Ma la questione in campo oggi non è forse il contributo che le chiese possono dare all’idea di una Europa che, unita, voglia attraversare il XXI secolo? I temi della libertà religiosa, della dignità della persona e della vita, della ecologia integrale non possono costituirsi come fattori qualificanti per far crescere una comune coscienza europea capace di tenere insieme storie e tradizioni differenti? A questo proposito, c’è da chiedersi se il percorso di riavvicinamento tra le diverse confessioni cristiane (oltre che quello del dialogo interreligioso) non costituisca un ingrediente necessario per la stessa unificazione politica.

È perché sanno che non esiste una dimensione cristiana europea che i sovranisti parlano dell0c1a6bcc-836a-11e9-835c-7b61b40fd860_2019-05-28T160703Z_1429841430_RC1869D13EE0_RTRMADP_3_EU-ELECTION-SUMMIT-kz8B-U11203501592150HqF-1024x576@LaStampa.it.jpga nuova alleanza tra politica e religione solo su base nazionale. Non a caso papa Francesco ha cercato in questi anni di tessere la tela di nuovi rapporti sia con i protestanti che con gli ortodossi. Anche se il lavoro rimane in gran parte ancora da fare. Se non si vuole che nei prossimi anni l’intero progetto europeo frani sotto i colpi di interessi nazionali divergenti (innervati dalle diverse tradizioni religiose) è venuto il momento di aprire una discussione franca sull’idea di modernità europea, sui suoi cardini antropologici e spirituali, sugli obiettivi di senso che possono renderla distintiva riconoscibile davanti agli occhi dei suoi cittadini e del mondo intero.

Una riflessione che non può essere sviluppata e sostenuta esclusivamente a livello politico, ma che deve riguardare e coinvolgere piani diversi della società civile. A cominciare da quella religioso. Una sfida per le stesse chiese cristiane, chiamate a non limitarsi a essere serbatoio di voti, nell’illusione così di difendere se stesse, ma a dare il proprio contributo per superare l’impasse in cui si trova l’Europa di oggi.

in “Corriere della Sera” del 31 maggio 2019

L’Italia e l’Europa. L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale

IGNAZIO VISCO, Governatore Banca d’Italia

L’economia italiana è profondamente integrata in quella europea. Il 60 per cento delle nostre importazioni proviene dagli altri paesi dell’Unione europea. Il 56 per cento delle esportazioni è a essi destinato; negli ultimi venti anni, anche per effetto dell’allargamento dell’Unione, la loro incidenza sul PIL è aumentata di quasi 5 punti percentuali, al 18 per cento. I due terzi  degli investimenti esteri diretti e di portafoglio in Italia provengono dai paesi dell’Unione, che a loro volta ricevono il 60 per cento di quelli italiani. L’Italia è stata a lungo tra i principali beneficiari dei trasferimenti europei; in media negli anni Ottanta ha ricevuto finanziamenti netti annui pari allo 0,4 per cento del prodotto.

Anche per l’ingresso di nuovi Stati membri, la posizione del Paese è gradualmente cambiata; dall’inizio degli anni Duemila l’Italia è contributore netto al bilancio dell’Unione; dal 2014 i trasferimenti netti in uscita sono ammontati a poco meno dello 0,2 per cento del PIL all’anno; contribuiscono di più la Francia e la Germania (rispettivamente con lo 0,3 e lo 0,4 per cento). In termini lordi le risorse stanziate per il sostegno delle aree svantaggiate del nostro paese per il periodo 2014-2020 sono pari a 34 miliardi, lo 0,3 per cento del PIL in media all’anno. Utilizzarle in maniera efficiente deve essere una priorità, superando con decisione i problemi incontrati in passato. Le istituzioni europee promuovono la ricerca e l’innovazione con programmi che indirizzano le risorse verso obiettivi condivisi, facilitano la cooperazione tra le istituzioni di paesi diversi, accrescono le opportunità di collaborazione tra il settore pubblico e quello privato. Università, enti di ricerca e imprese avanzate forniscono un contributo importante ai programmi innovativi dell’Unione e traggono benefici concreti dalle occasioni di scambio e di interazione. Se il sistema italiano della ricerca fosse più ampio e meglio organizzato potremmo ottenere maggiori risorse dai programmi europei.

L’inflazione, vicina al 20 per cento all’inizio degli anni Ottanta e ancora intorno al 5 nella prima metà del decennio successivo, si è portata al 2 per cento nel biennio che ha preceduto l’introduzione dell’euro ed è rimasta in media su quel livello fino a pochi anni fa; il più recente rischio di deflazione è stato scongiurato con le misure di politica monetaria messe in atto dal 2014.

La moneta unica ha reso duraturo l’abbattimento di una tassa occulta che riduceva il potere d’acquisto delle famiglie e costringeva il Paese a ricorrenti svalutazioni del tasso di cambio, con benefici temporanei per alcune imprese e costi per la collettività. Grazie alla riduzione dei rischi di inflazione e di cambio, nonché alla possibilità di accedere a un mercato finanziario più ampio, i tassi di interesse sui titoli di Stato e quelli sui prestiti alle famiglie e alle imprese sono diminuiti nel percorso di avvicinamento all’euro. La debolezza della crescita dell’Italia negli ultimi vent’anni non è dipesa né dall’Unione europea né dall’euro; quasi tutti gli altri Stati membri hanno fatto meglio di noi.

Quelli che oggi sono talvolta percepiti come costi dell’appartenenza all’area dell’euro sono, in realtà, il frutto del ritardo con cui il Paese ha reagito al cambiamento tecnologico e all’apertura dei mercati a livello globale. La specializzazione produttiva in settori maturi ha esposto l’economia alla concorrenza di prezzo di quelle emergenti. Le esitazioni nel processo di riduzione degli squilibri nei conti pubblici hanno compresso i margini per le politiche volte alla stabilizzazione macroeconomica e a innalzare durevolmente la crescita. Sta a noi maturare la consapevolezza dei problemi e affrontarli, anche con l’aiuto degli strumenti europei. Altri hanno saputo farlo in modo efficace. Sebbene la moneta unica abbia rappresentato un passo cruciale nel processo di integrazione europea, l’Unione economica e monetaria rimane una costruzione incompiuta. Chi ne ha disegnato l’architettura ne era consapevole, richiedeva e confidava in progressi successivi.

Ancora prima dell’introduzione dell’euro erano state sottolineate la peculiare condizione di una moneta senza Stato, la solitudine istituzionale della BCE, i problemi posti dalla mobilità imperfetta del lavoro e dei capitali. Si faceva affidamento sulla spinta che l’integrazione avrebbe dato alla convergenza economica dei paesi membri e su una strategia di riforme graduali, da compiere al maturare delle condizioni politiche. I rischi che questo processo comportava si sono materializzati con violenza inattesa con la crisi dei debiti sovrani. È emersa appieno l’inadeguatezza della governance economica dell’area dell’euro: le regole dei Trattati non sono state in grado di orientare in modo appropriato le politiche nazionali, di assicurarne il necessario coordinamento; l’assenza di strumenti comuni per la gestione delle crisi delle economie nazionali le ha rese più lunghe e profonde e ha favorito fenomeni di contagio. Le linee di riforma prefigurate dopo la fase più acuta della crisi prevedevano il graduale rafforzamento del processo di integrazione, prima nell’ambito finanziario e poi in quello della finanza pubblica. I progressi sono stati parziali.

L’Unione bancaria è incompleta e non priva di difetti, quella dei capitali è ancora in fase d’avvio; l’unione di bilancio è rinviata a un futuro indefinito. Il tentativo di ridurre i rischi nazionali prima di accettarne la condivisione – peraltro considerandone solo alcuni – finisce per accrescerli e per alimentare il senso di precarietà che circonda l’euro. Riduzione e condivisione devono andare di pari passo e rafforzarsi l’una con l’altra; la condivisione dei rischi ne aumenta la sostenibilità per tutti. L’idea che si debba invece procedere in sequenza riflette preoccupazioni di natura politica ed economica connesse con le differenze che permangono tra i singoli paesi; è frutto della sfiducia reciproca maturata nel corso della crisi, alimentata da dubbi sulla capacità e sulla volontà di affrontare i problemi con la necessaria determinazione e sulla disponibilità a definire regole e politiche che siano nell’interesse di tutti. Ferma in mezzo al guado del processo di riforma, l’area dell’euro è frenata nella crescita economica e rimane esposta a rischi finanziari.

L’Italia ha la responsabilità di contribuire a sbloccare la situazione e le capacità per partecipare in maniera costruttiva alla definizione dei passaggi necessari a completare l’Unione economica e monetaria. La sua voce sarà tanto più autorevole quanto più saprà procedere alla rimozione degli ostacoli strutturali al ritorno su un sentiero stabile di crescita e all’avvio di un percorso credibile di riduzione del peso del debito pubblico. Servono mercati integrati – finanziari, del lavoro, di beni e servizi – con norme e istituti comuni. Servono politiche economiche fondate sull’effettiva condivisione di strategie e obiettivi intermedi. Servono strumenti di intervento che consentano di affrontare tempestivamente le situazioni di difficoltà, con processi decisionali non appesantiti da trattative lunghe e dall’esito incerto.

L’Unione bancaria deve essere accompagnata da regole e istituti per la gestione efficace delle crisi bancarie che ne consentano la soluzione ordinata e non siano essi stessi fonte di instabilità. In particolare, bisogna evitare che per le crisi di intermediari medio-piccoli, e quindi non assoggettabili a risoluzione (la gran parte delle banche europee), l’unica opzione disponibile rimanga una liquidazione disordinata, con rischi pesanti per la continuità dei servizi finanziari, per i risparmiatori, per la stabilità complessiva. Vanno esplorati i margini di manovra aperti dalla recente pronuncia del Tribunale dell’Unione europea sugli interventi preventivi dei fondi obbligatori di garanzia dei depositi. A livello europeo le norme sugli aiuti di Stato a tutela della concorrenza vanno applicate tenendo conto dell’esigenza di garantire la stabilità finanziaria e, in ogni caso, con la necessaria proporzionalità rispetto alle dimensioni degli intermediari interessati.

La preoccupazione di molti per i debiti pubblici elevati è giustificata, ma la tesi secondo cui una revisione del trattamento prudenziale delle esposizioni sovrane sarebbe indispensabile per recidere il nesso tra banche e Stato trascura il fatto che questo legame si alimenta soprattutto attraverso canali diversi dall’esposizione diretta. Quello principale passa per l’economia reale; un forte aumento nella percezione del rischio associato al debito di uno Stato può innescare rapidamente una spirale recessiva, scatenando tensioni sociali dagli esiti imprevedibili. Il sistema bancario ne sarebbe fortemente colpito indipendentemente dalla sua patrimonializzazione e dalla sua esposizione diretta. Non vi è d’altra parte evidenza che i benefici connessi con una revisione del trattamento prudenziale delle esposizioni sovrane superino i costi, né che la riduzione del rischio a esse associato possa ottenersi con il semplice spostamento dei titoli del debito pubblico dalle banche ad altri detentori. Solo la combinazione di politiche di bilancio prudenti e riforme strutturali credibilmente rivolte alla crescita può favorire al tempo stesso un aumento sostenuto dei prestiti e una riduzione dei titoli pubblici all’attivo delle banche.

Lo scorso dicembre il Vertice euro (Euro Summit) ha raggiunto un accordo sul rafforzamento del ruolo del Meccanismo europeo di stabilità (MES) nell’ambito della prevenzione e della gestione delle crisi degli Stati membri dell’area dell’euro. Sono state precisate le condizioni che i paesi devono rispettare per accedere agli strumenti di finanziamento precauzionale del MES e approvate le modalità di collaborazione concordate tra quest’ultimo e la Commissione per il monitoraggio dei conti pubblici dei paesi membri. Con l’intento di ridurre l’incertezza sul modo e sui tempi dell’eventuale ristrutturazione di un debito sovrano, il Vertice ha inoltre deciso che entro il 2022 siano inserite clausole di azione collettiva a maggioranza singola (single-limb collective action clauses) nei titoli di Stato dei paesi membri e che il MES, su richiesta del paese emittente, possa agire come facilitatore del dialogo tra questo e gli investitori privati. Questa incertezza, tuttavia, contribuisce solo in piccola parte al costo di un’eventuale crisi di insolvenza. Dati gli stretti legami economici e finanziari tra i paesi dell’area dell’euro, gli effetti di tale crisi sarebbero gravi e imprevedibili non solo per il paese direttamente coinvolto ma anche per gli altri.

Gli accordi europei dovrebbero mirare a individuare i modi per sostenere gli sforzi che devono essere messi in atto dagli Stati membri per ridurre il loro debito. Sono indispensabili politiche di bilancio rigorose e prudenti, ma la riduzione del rapporto tra debito e prodotto è un processo necessariamente lungo, col quale possono interferire eventi non controllabili dai singoli governi; per questo andrebbe protetta con forme di assicurazione sovranazionale, ad esempio attraverso la creazione di un fondo europeo per il rimborso del debito, finanziato con risorse vincolate dei paesi che vi partecipano. L’acceso dibattito sui crediti deteriorati e sulle esposizioni sovrane tende a porre in secondo piano altri significativi rischi a cui sono esposte le banche. Ne è un esempio la presenza elevata nei bilanci di alcuni grandi intermediari europei di attivi illiquidi e opachi, con riferimento ai quali il Meccanismo di vigilanza unico ha avviato di recente iniziative volte a definire i necessari interventi.

La tendenza a una visione asimmetrica della rilevanza dei rischi ha trovato conferma nelle decisioni del Vertice euro di dicembre: la possibilità di rendere operativo prima del 2024 il sostegno finanziario fornito dal MES al Fondo unico di risoluzione è condizionata a progressi nella riduzione dei rischi misurati esclusivamente con riferimento all’entità dei crediti deteriorati e alla costituzione delle riserve di passività da utilizzare in caso di crisi. Il buon funzionamento di un’area monetaria richiede un mercato unico dei capitali che faciliti l’accesso delle imprese ai finanziamenti. Un mercato integrato, inoltre, contribuisce all’assorbimento di shock macroeconomici locali, accresce la robustezza del sistema economico, rafforza la stabilità  finanziaria. In questo è chiara la sua complementarità con l’unione di bilancio e con la politica monetaria. Un’unione di bilancio, realizzabile in forme diverse ma comunque diretta in primo luogo alla stabilizzazione macroeconomica, consentirebbe di conciliare il pieno esercizio di tale funzione con l’equilibrio dei conti pubblici in ciascun paese. Se è difficile pensare di realizzare nell’immediato strumenti di tipo discrezionale, è invece possibile progettare stabilizzatori automatici comuni, ad esempio con meccanismi che finanzino nelle fasi congiunturali avverse parte delle spese per la disoccupazione. Disegnati in modo da evitare trasferimenti sistematici di risorse da un paese all’altro, questi strumenti contribuirebbero a rendere più fluido il mercato del lavoro continentale e renderebbero più tangibili i benefici dell’Unione economica e monetaria.

La politica monetaria è stata l’unica linea di difesa durante la crisi dei debiti sovrani e contro i rischi di deflazione emersi negli anni successivi. Il Consiglio direttivo della BCE ha dimostrato di essere pronto a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione, e a introdurne di nuovi, per perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Ha avuto successo, ma la sua azione avrebbe potuto essere ancora più efficace se altre politiche economiche l’avessero accompagnata. L’introduzione di attività finanziarie prive di rischio (safe assets) nell’area dell’euro è il comune denominatore necessario per completare le tre unioni – bancaria, del mercato dei capitali, di bilancio – che devono affiancare quella monetaria. Sostituendosi in parte ai titoli pubblici nazionali, un titolo di debito europeo agevolerebbe la diversificazione delle esposizioni sovrane delle istituzioni finanziarie; ridurrebbe il rischio che nei momenti di tensione sui mercati la ricerca di sicurezza da parte degli investitori si traduca in massicce fughe di capitali dai paesi in difficoltà, permettendo invece al mercato finanziario di svolgere un’efficace funzione di assorbimento degli shock; potrebbe essere lo strumento per finanziare gli stabilizzatori automatici comuni. È possibile disegnare meccanismi che consentano di accompagnare l’introduzione di un’attività sicura con i necessari presidi contro il rischio di comportamenti opportunistici. Ma più che nelle regole, il requisito essenziale per la percorribilità di questa soluzione sta in una rinnovata, convinta adesione da parte di tutti al progetto europeo, nella disponibilità a ricercare soluzioni comuni a problemi comuni.

Venti anni fa nasceva l’euro. La partecipazione dell’Italia alla moneta unica fin dall’avvio non era scontata, ma il Paese perseguì con determinazione gli  obiettivi economici e finanziari necessari per raggiungere quel traguardo. Le aspettative erano alte; il passo coraggioso verso un’unione sempre più profonda tra i paesi europei sanciva l’impegno a proseguire il cammino di sviluppo avviato sulle macerie della seconda guerra mondiale; pur presente, non era diffusa la percezione di quanto ci fosse ancora da fare per completare l’Unione economica e monetaria e di quanto grande fosse la responsabilità affidata alla Banca centrale europea in assenza di un governo politico dell’economia.

Ad altre sfide l’Italia non ha risposto con la stessa determinazione. Ha reagito con ritardo ai cambiamenti imposti dal progresso tecnologico e dall’apertura dei mercati globali, restando esposta più di altri paesi alla concorrenza delle economie emergenti. Non ha completato il percorso di risanamento dei conti pubblici avviato negli anni Novanta, accollandosi i rischi connessi con un’elevata dipendenza dai mercati finanziari per il rifinanziamento del debito pubblico. Questa duplice debolezza ha esacerbato da noi tensioni sperimentate anche nelle altre economie avanzate. Un Paese dove la produttività già ristagnava ha dovuto sopportare le conseguenze di una crisi finanziaria globale avviata in un altro continente e di una crisi dei debiti sovrani che non aveva contribuito a innescare.

La sofferenza economica e sociale è stata amplificata dalle difficoltà, effettive e percepite, incontrate nella gestione di flussi migratori crescenti. L’area dell’euro non aveva l’organizzazione di governo e gli strumenti per affrontare crisi di questa portata. La politica monetaria unica, nel perseguire la stabilità dei prezzi nel medio periodo, può attenuare le difficoltà congiunturali comuni, non può intervenire a beneficio di singoli Stati, né può risolvere i problemi strutturali, che riguardino un solo paese o tutta l’area.

Ma addossare all’Europa le colpe del nostro disagio è un errore; non porta alcun vantaggio e distrae dai problemi reali. L’Italia ancora fatica a riprendersi dalla doppia recessione perché paga il prezzo di un contesto che – per qualità dei servizi pubblici e rispetto delle regole – è poco favorevole all’attività imprenditoriale. Risente di un ritardo tecnologico grave, frutto di una struttura produttiva frammentata e sbilanciata verso aziende che trovano difficoltà a crescere e a innovare. Subisce il peso delle distorsioni prodotte dall’evasione fiscale e quello del debito pubblico, che rende più costosi i finanziamenti per le famiglie, per le imprese e per le banche, oltre che per lo stesso Stato. Condizioni di costante incertezza comprimono gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Ne soffre il lavoro, cresce il disagio sociale.

L’andamento dell’economia e il “rischio paese” si riflettono, a loro volta, sulle condizioni delle banche. I progressi nella qualità del credito, nella redditività, nel patrimonio degli intermediari che abbiamo osservato negli ultimi anni rispecchiano in molti casi sforzi importanti, sospinti dall’azione della Vigilanza, favoriti dal miglioramento della congiuntura e dalle condizioni finanziarie distese prevalse fino alla primavera dello scorso anno. La possibilità che rischi macroeconomici tornino a investire un settore finanziario ancora in ritardo nell’adeguare la propria struttura è un elemento di vulnerabilità di cui bisogna essere consapevoli.

Sostenere la crescita e allentare le tensioni sui mercati finanziari resta cruciale anche per garantire la piena funzionalità di quest’organo vitale del sistema economico. Se alziamo lo sguardo oltre l’orizzonte della congiuntura non possiamo ignorare il rischio, implicito nelle tendenze demografiche, di un netto indebolimento della capacità produttiva del Paese e la prospettiva di una forte pressione sulle finanze pubbliche.

Da qui al 2030, senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone in questa classe di età ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attirare forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche. Una composizione del bilancio pubblico più orientata verso misure a sostegno del lavoro e dell’attività produttiva, una strategia rigorosa e credibile per la riduzione dell’incidenza del debito pubblico, un disegno di riforme strutturali di ampio respiro, volto a rimuovere gli ostacoli di natura burocratica e amministrativa alla concorrenza, agli investimenti in capitale fisico e in capitale umano possono contribuire a un ritorno a tassi di crescita più elevati e ristabilire la fiducia nel mercato dei titoli pubblici. Un’efficace azione di contrasto dell’evasione, nell’ambito di un’ampia riforma fiscale, potrà facilitare questo processo.

Va favorito in tutti i modi l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro, prolungando l’attività in linea con l’aumento dell’aspettativa di vita ed eliminando gli ostacoli al lavoro femminile; va recuperato pienamente allo sviluppo del Paese il Mezzogiorno, dove risiede un terzo della popolazione. Alla politica economica spetta il compito di definire la cornice normativa, fornendo incentivi adeguati e rimuovendo i freni all’attività produttiva; ma sta alle imprese cogliere le occasioni che offrono il mercato e la tecnologia, essere pronte a crescere, anche aprendosi a contributi esterni di capacità e di capitale; a chi studia e lavora contribuire al cambiamento ricercando nuove e maggiori competenze. Gli intermediari finanziari dovranno essere in grado, nel loro stesso interesse, di appoggiare con prudenza, ma anche con sagacia, questo processo. Serve uno sforzo corale, la partecipazione di tutti, lungo una direzione di marcia che la politica deve indicare con chiarezza.

Schermata 2019-05-31 alle 12.04.00.jpg: è il modo che abbiamo per rispondere alle sfide globali poste dall’integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori. La crescita istituzionale dell’Europa ha accompagnato quella economica di tutti i paesi del continente: ha aperto un mercato più ampio alle imprese e ai consumatori, reso disponibili maggiori fondi a sostegno delle aree svantaggiate, facilitato la cooperazione in campi strategici, garantito un quadro di stabilità monetaria. Saremmo stati più poveri senza l’Europa; lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario. Al completamento dell’Unione dobbiamo partecipare con responsabilità, in modo costruttivo e senza pregiudizi, per contribuire a rafforzarne le istituzioni, per il benessere di tutti. Devono essere chiare le responsabilità da condividere, gli obiettivi da perseguire, gli strumenti da utilizzare, nella consapevolezza che, anche per chi risparmia, investe e produce, “le parole sono azioni” e che “nell’oscurità le parole pesano il doppio”. La lungimiranza dimostrata da chi ha eretto le fondamenta del progetto europeo deve tornare a guidare le azioni di oggi. È indispensabile per garantire un futuro di pace e di prosperità alle prossime generazioni.

(Testo tratto da “Considerazioni finali del Governatore, Relazione annuale, 31 maggio 2019)

Diriger l’Europe. Les cinq postes clés en jeu

Jean-Baptiste François

Explication. Dans la foulée des élections européennes, les chefs d’État et de gouvernement de l’UE ont débattu de la distribution des grandes fonctions européennes, à l’occasion d’un dîner le mardi 28 mai à Bruxelles. Au-delà des équilibres politiques très difficiles à trouver, La Croix revient sur la place de ces postes clés dans le jeu institutionnel européen.

► Président de la Commission européenne

Poste actuellement occupé (jusqu’en octobre) par le Luxembourgeois Jean-Claude Juncker (PPE, droite).

C’est sans doute le poste le plus important dans le jeu institutionnel européen, puisque tout le long de la prochaine mandature, le président de la Commission proposera avec le collège des commissaires, de nouveaux textes de loi, qui seront adoptés ou non par le Parlement européen et les chefs d’État et de gouvernement réunis au sein du Conseil de l’UE.

L’un de ses sujets les plus sensibles, dès l’automne, sera de mettre d’accord les grandes capitales européennes sur le cadre fiue.jpgnancier de l’UE pour la période 2021-2027, alors que le départ du Royaume-Uni promet d’amoindrir les contributions.

Gardien du bon respect des traités et de l’application de la législation européenne, le président de la Commission doit en outre contrôler l’usage des fonds européens, dans un contexte où de plus en plus d’États membres sont tentés de déroger aux règles. Sur le modèle américain, il prononce chaque année un grand discours sur l’état de l’Union pour dire où en sont les chantiers européens, et quel cap il convient d’adopter.

► Président du Conseil européen

Poste actuellement occupé (jusqu’au 30 novembre) par le Polonais Donald Tusk (PPE, droite)

Élu à la majorité qualifiée par le Conseil européen, son mandat est de deux ans et demi renouvelables une fois. Donald Tusk a déjà été renouvelé et il ne peut plus se représenter à sa propre succession. À chaque sommet européen, le président du Conseil encadre prépare et anime les travaux à l’ordre du jour.

Son rôle, parmi les 28 chefs d’État et de gouvernement, est de trouver des voies de consensus. Comme le président de la Commission, le président du Conseil a une fonction de représentation de l’UE lors des grands sommets internationaux. Il ne peut exercer de mandat national parallèlement à ses fonctions. Durant les dix-huit mois qui suivent son mandat, il ne peut interférer avec les institutions de l’UE.

► Président de la Banque centrale européenne (BCE)

Poste actuellement occupé (jusqu’à fin octobre) par l’Italien Mario Draghi

Le poste de président de la Banque centrale européenne (BCE) est le seul des cinq super-postes européens qui n’est pas basé à Bruxelles, mais à Francfort (Allemagne). Il est élu pour un mandat plus long, de huit ans non renouvelable, ce qui évite l’écueil de l’instabilité politique. Son rôle : gérer la monnaie unique en lien avec les banques centrales nationales de 19 pays, assurer la stabilité des prix et mener la politique économique et monétaire de l’UE. En difficulté lors de la crise financière de 2008, la BCE a eu un rôle essentiel pour tenir l’euro et la Grèce à flot.

Le président de la BCE, intégré au sein d’un directoire, est présent lors des grandes réunions européennes et internationales. Sa nomination, particulièrement délicate, doit avoir l’accord des États membres de la zone euro, suivre les recommandations de l’ensemble des États membres de l’UE, consulter le Parlement européen et le Conseil des gouverneurs de la BCE. Le profil choisi doit être un expert reconnu du secteur monétaire et bancaire.

► Président du Parlement européen

Poste actuellement occupé (jusqu’au 2 juillet) par l’Italien Antonio Tajani (PPE, droite)

Le président du Parlement européen est choisi par ses 750 pairs pour deux ans et demi renouvelables, soit une demi-législature. Les candidats sont issus des groupes politiques, et le vainqueur doit être élu à la majorité absolue. Si personne ne s’impose, un tour décisif est organisé entre les deux candidats qui ont emporté le plus de suffrages.

Une fois désigné, il préside les débats en séances plénières, dirige des travaux du Parlement, et veille à la bonne application du règlement. Il signe avec le président du Conseil tous les actes législatifs adoptés par les deux organes sous l’impulsion de la Commission, y compris le budget, qui par ce geste devient effectif. Il prend la parole à chaque sommet européen pour exprimer les préoccupations du Parlement.

► Chef de la diplomatie européenne

Poste actuellement occupé (jusqu’à fin octobre) par l’Italienne Federica Mogherini (S & D, sociale-démocrate)

Cette fonction instituée par le traité de Lisbonne (2007) est progressivement devenue clé, dans une Europe qui souhaite équarrir ses positions pour mieux peser dans le monde. Son nom précis : « Haut représentant de l’Union pour les Affaires étrangères et la politique de sécurité ». Intégré au sein de la Commission comme vice-président, son titulaire est élu à la majorité qualifiée par les États membres, mais doit aussi avoir l’approbation du Parlement européen.

Federica Mogherini, élue en 2014 à la suite de la Britannique Catherine Ashton, s’est illustrée par l’accord conclu en 2015 sur le nucléaire iranien, que l’Italienne s’est efforcée de sauver après la décision unilatérale de l’administration Trump de s’en retirer. Elle a également joué un rôle clé dans les derniers développements de l’Europe de la défense visant à accroître l’autonomie stratégique du vieux continent.

La Croix le 30/05/2019 

La fantastica avventura della conoscenza del mondo

Carlo Revelli

Del vasto universo nel quale viviamo noi moderni conosciamo molte cose che erano ignote agli antichi. Attraverso quali passaggi si è giunti? A chi dobbiamo attribuire il merito per averci introdotti in questo meraviglioso cammino di esplorazione e scoperta della verità? Ecco alcuni clamorosi esempi.

Anassimandro, o: come capire l’universo?

Lo sappiamo tutti che il cielo stellato che vediamo sopra la nostra testa continua anche sotto i nostri piedi: la Terra è un grosso sasso che galleggia sospesa nel vuoto, circondata da ogni parte dallo spazio. Come lo abbiamo capito? Lo ha capito uno scienziato greco vissuto 26 secoli fa. Un personaggio a cui sono molto affezionato e a cui ho dedicato un libro: Anassimandro di Mileto. Prima di lui, l’umanità ha pensato per molti secoli che il cielo fosse solo sopra di noi. Sotto di noi, pensavano tutti, c’è solo Terra, oppure colonne che reggono la Terra, oppure una grande tartaruga su cui la Terra è appoggiata, o cose simili.

Come ha fatto Anassimandro a capire che la Terra è sospesa nello spazio, senza essere appoggiata su nessuna altra cosa? A ripensarci ora, non sembra poi così difficile: pensate al Sole che tramonta a Ovest e la mattina dopo riappare a Est. Da dove passa? E la Luna, che pure ogni giorno tramonta a Ovest e sorge a Est? Se state a guardare per un po’ le stelle in una serena notte d’estate, vedete che durante la notte l’intero stellato ruota maestosamente nel cielo: scende a Occidente e risale a Oriente. Da dove passa? È abbastanza chiaro che l’intero cielo stellato deve passare sotto di noi. Ma se l’intero cielo stellato passa sotto di noi, allora vuol dire che sotto di noi non c’è nulla: c’è vasto spazio vuoto dove Sole, Luna e stelle possono passare, è chiaro allora che la Terra deve essere un sasso sospeso nel mezzo di un grande spazio vuoto. Facile no? O almeno sembra facile.

Perché a pensarci bene non deve essere stato così facile, se generazioni e generazioni di esseri umani prima di Anassimandro non l’avevano capito. Pensate che in Cina, India e in tutte le civiltà americane nessuno è arrivato a capirlo fino a che non è arrivato qualcuno portando con sé la nuova idea di Anassimandro. Dov’era dunque la difficoltà? La difficoltà, ovviamente, è che a prima vista l’idea che la Terra galleggi nel vuoto appare assurda: se sotto la Terra non c’è nulla, perché la Terra non cade? Il genio di Anassimandro è consistito nel comprendere che non c’è motivo per il quale la Terra dovrebbe cadere: la Terra stessa non ha nessuna direzione verso cui cadere perché le cose cadono verso la Terra. Verso cosa potrebbe cadere la Terra stessa? In altre parole, le cose cadono «verso il basso», ma «alto» e «basso» cambiano da un luogo all’altro della Terra, e il «basso» punta sempre verso la Terra. Tutto qui. Ma c’è voluto Anassimandro per capirlo.

E in fondo ancora adesso la cosa è abbastanza sorprendente, no? Provate a ricordare quando da bambini vi siete resi conto per la prima volta che in Australia la gente vive a testa in giù rispetto a noi. Non sembra assurdo, la prima volta che ci si pensa? La scienza è così: le idee nuove all’inizio talvolta sembrano assurde, ma poi ci aiutano a ridisegnare il mondo in un modo che lo rende, tutto sommato, più comprensibile. La Terra è un sasso che galleggia nello spazio, circondato da ogni parte dal cielo, e non cade perché è verso la Terra che le cose cadono, e quindi la Terra, lei, non ha nessuna direzione verso cui cadere. Lo ha capito Anassimandro, lo ha insegnato a tutti noi, e l’evidenza che l’idea era giusta è diventata sempre più schiacciante fino … alle foto della Terra prese dagli astronauti dalla Luna. Un’ultima domanda: perché questa scoperta capitale per capire il mondo in cui viviamo è stata fatta proprio 26 secoli fa e perché proprio a Mileto? È difficile dirlo, ma qualche indizio lo abbiamo. Mileto era una città ricca, libera, indipendente, e particolarmente aperta al mondo: era una città greca, situata sulla costa turca, che aveva navi che andavano avanti e indietro fino all’Egitto, al Mar Nero, alle coste del Mediterraneo occidentale. Vi erano carovane che la tenevano in contatto costante con gli imperi della Mesopotamia. Era una città senza forti poteri centrali: non c’erano faraoni, imperatori, né potenti Chiese. Era una città aperta al mondo, alle idee, agli altri. È così che cresce l’intelligenza.

Aristotele, o: che forma ha la Terra?

Mi perdonino gli Aristotelici, ma qui non voglio parlare di quella che oggi si chiama la “filosofia” di Aristotele. Voglio parlare di quella che oggi si chiamerebbe la “scienza” di Aristotele. Aristotele, oltre che filosofo massimo, è stato anche scienziato grandissimo. Voglio raccontare una piccola gemma che c’è nei suoi scritti: la prova che la Terra è una sfera.

Lo sappiamo tutti che la Terra è (più o meno) una sfera. Ma sapreste dare un argomento convincente per dimostrarlo? Non è facile. Forse non tutti sanno che l’argomento conclusivo per dimostrare che la Terra ha la forma di una palla lo dobbiamo ad Aristotele. Ve lo racconto, perché è elegantissimo. Aristotele non ha fatto tutto da solo: prima di lui Anassimandro aveva già capito che Terra è un grande sasso che galleggia nello spazio, e qualcuno che non siamo certi chi sia, forse Parmenide, forse Pitagora, forse qualcuno nella scuola di Pitagora, aveva già suggerito che la forma più ragionevole per la Terra fosse quella di una palla. Ma fino al tempo di Aristotele, la cosa non era chiara. Platone per esempio, una generazione prima di Aristotele, scrive nel Fedone che lui ritiene che Terra sia una palla, ma non saprebbe dimostrarlo.

Un passo cruciale lo fa Anassagora, che capisce come funzionano le eclissi. Capisce cioè che un’eclissi di Sole è quello che succede quando la Luna si mette fra noi e il Sole, e quindi non vediamo più il Sole. Mentre un’eclissi di Luna è quello che succede quando la Terra si mette giusto fra il Sole e la Luna, e quindi la Luna viene oscurata dall’ombra della Terra. Una volta capita questa cosa, è abbastanza evidente che le eclissi avvengono così. A questo punto entra in campo Aristotele e fa l’osservazione chiave: guardate bene un’eclissi di Luna: vedrete che durante il periodo dell’eclissi la Luna entra in una zona d’ombra che ha la forma di un disco. Quindi l’ombra della Terra ha la forma di un disco. L’ombra della Terra è un disco. Ora ci sono molti oggetti che hanno come ombra un disco: per esempio una moneta.

La Terra potrebbe avere la forma di una grossa moneta… Ma attenzione: le eclissi di Luna avvengono a ore diverse l’una dall’altra. A ore diverse il Sole è in posizioni diverse nel cielo. Quindi illumina la Terra da direzioni diverse. Ma l’ombra della Terra è sempre un disco. Quindi la Terra deve avere una forma tale per cui la sua ombra è sempre un disco, da qualunque parte sia illuminato. È facile convincersi che c’è una sola forma la cui ombra è sempre un disco: una palla. Quindi la Terra è una palla! Questo argomento, che troviamo nei libri di Aristotele, ha finalmente convinto tutti. Dal tempo di Aristotele, si è sempre saputo, intorno al Mediterraneo, che la Terra è una sfera. Purtroppo nella nostra scuola circola spesso la diceria secondo la quale nel Medioevo si pensasse che la Terra fosse piatta. È una sciocchezza: nel Medioevo si sapeva benissimo che la Terra è una sfera. Pensate solo all’universo di Dante, dove la Terra è evidentemente sferica.

La confusione viene dal confondere il problema della forma della Terra (risolto 24 secoli fa nell’antichità classica) con il problema se la Terra stia ferma o si muova (ancora discusso solo 4 secoli fa ai tempi di Galileo). Io trovo incantevole il fatto che l’umanità abbia compreso la forma della Terra guardando la nostra ombra proiettata sulla Luna. In fondo è sempre così: si comprende noi stessi guardando gli altri. E più riusciamo a guardare lontano, più comprendiamo meglio noi stessi. La Luna, la “silenziosa Luna” di Leopardi, la nostra piccola dolce sorella celeste, ci ha fatto come da specchio, permettendoci di vedere la forma del sasso su cui conduciamo le nostre brevi vite.

Aristarco, o: quanto dista la Luna?

Quanto dista la Luna? La Luna è un sassetto poco sopra di noi nel cielo, oppure è un grande oggetto lontano? A guardarla nel cielo, non si ha proprio idea. Come abbiamo capito che la Luna non è un piccolo sasso vicino, bensì un enorme corpo celeste, grande quasi come il pianeta su cui viviamo?

È stato Aristarco, astronomo del terzo secolo prima dell’evo moderno, a chiarirci le idee. Aristarco è partito, come aveva fatto Aristotele un secolo prima, proprio dal riflettere su quello che vediamo durante un’eclissi di Luna. Vediamo la Luna entrare e uscire dal disco dell’ombra della Terra. Con poca fatica, vediamo che il disco dell’ombra della Terra è circa tre volte più grande della Luna. Più o meno, questo ci dice quanto è grande la Luna: è più piccola della Terra, ma non di molto.

Misurando l’angolo sotto cui si vede la Luna (che è circa mezzo grado) e conoscendo la taglia della Luna, è un facilissimo esercizio di trigonometria calcolare la distanza fra Terra e Luna. Aristarco l’ha calcolata, trovando un valore sostanzialmente giusto: la distanza fra la Luna e la Terra è circa 33 volte il diametro della Terra. Se la Terra è una palla da tennis, la Luna è una pallina da ping pong a 4 metri di distanza. Lontana! Ma la vera sorpresa è il Sole. Aristarco ha trovato un modo ingegnoso di stimare la distanza del Sole. Basta aspettare il giorno a metà fra Luna piena e Luna nuova. In quel giorno, la Luna è illuminata giusto a metà. Questo significa che Terra, Luna e Sole formano un triangolo rettangolo, con la Luna nell’angolo retto. A questo punto il gioco è fatto perché di questo triangolo conosciamo un cateto: la distanza Terra-Luna, che Aristarco aveva appena calcolato: basta misurare l’angolo sotto cui vediamo Luna e Sole, e la trigonometria elementare ci permette di calcolare l’ipotenusa, cioè la distanza Terra-Sole. Ma qui viene la sorpresa: potete provare voi stessi, e ripetere l’esperienza di Aristarco: aspettate il giorno in cui la Luna sia esattamente al primo quarto e misurate l’angolo fra Luna e Sole nel cielo.

Quanto vi viene? Vi viene che è circa un angolo retto! Ma un triangolo non può avere due angoli retti! Un triangolo può avere due angoli molto vicini ad angoli retti solo se è “elongatissimissimo”: in altre parole: il Sole è lontanissimo! Ma se il Sole è lontanissimo, molto più lontano della Luna, eppure lo vediamo nel cielo grande pressappoco come la Luna, significa che il Sole deve essere enormemente più grande della Luna, e quindi enormemente più grande della Terra. Fate voi stessi la misura e ripetete il ragionamento perché è emozionante: con una semplice misura di un angolo, e un disegno, ci possiamo convincere direttamente, senza bisogno di libri o di Internet, che il Sole è enormemente più grande della Terra. Questo ha capito Aristarco. E aveva ragione. Ma non è tutto: se il Sole è molto più grande della Terra, ha pensato Aristarco, non è più ragionevole supporre che sia la Terra a girare attorno al Sole non il Sole a girare attorno alla Terra? Sono le mosche a girare intorno ai leoni, non i leoni a girare intorno alle mosche… Così è nata l’idea che al centro non ci sia la Terra, bensì il Sole. L’idea era giusta, ma di questa idea Aristarco non è riuscito a convincere nessuno. Questa idea era davvero troppo audace. O meglio, non è riuscito a convincere quasi nessuno. Perché qualcuno Aristarco l’ha letto attentamente e l’ha preso sul serio: Copernico, 18 secoli dopo.

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La Luna dista trentatré diametri terrestri dalla Terra.Il Sole molto di più. Ma la Terra quanto è grande? Nel terzo secolo prima dell’era moderna, Eratostene ha trovato un modo semplice per misurare quanto è grande la Terra, e ha misurato la Terra con una precisione davvero notevole. Come ha fatto? Ha semplicemente misurato la distanza fra Alessandria d’Egitto, dove viveva, e una cittadina più a sud, chiamata Syene. Syene è molto vicina al Tropico, che significa che quindi il giorno del solstizio d’estate, il giorno in cui il Sole è più alto nel cielo, a Syene il Sole è proprio sulla verticale. La cosa era ben nota, grazie al fatto famoso che un giorno dell’anno a Syene si poteva vedere il Sole riflettersi nei pozzi profondi, cosa che ovviamente può avvenire solo se il Sole è giusto sulla verticale.

Ora, in quello stesso giorno, Eratostene ha misurato la lunghezza dell’ombra di un obelisco ad Alessandria. Conoscendo l’altezza della piramide e la lunghezza della sua ombra, si può calcolare l’angolo fra la verticale e la direzione del sole ad Alessandria, e basta un’occhiata a un disegno per rendersi conto che questo angolo è lo stesso dell’angolo al centro della Terra che c’è fra Alessandria e Syene. Ma se conosciamo l’angolo fra Alessandria e Syene e la distanza di queste due città, trovare il diametro della Terra è una semplicissima proporzione. E in questo modo Eratostene ha misurato la Terra. Oggi può ripetere la misura chiunque, basta misurare l’altezza del Sole sull’orizzonte nello stesso giorno a Roma e Milano, e fare qualche semplice proporzione.

Quando insegno a Marsiglia, do sempre ai miei studenti, come uno dei primi compiti, di misurare in questo modo la dimensione della Terra. Ma forse la cosa più interessante è che anche i cinesi, più o meno durante lo stesso secolo, 23 secoli fa, hanno fatto la stessa misura, cioè hanno misurato come cambia l’altezza del Sole con la latitudine. Ma hanno interpretato male il risultato perché non avevano capito che la Terra è una sfera e che il sole è lontano. Quindi hanno immaginato che andando verso sud il Sole fosse più alto perché il Sole è vicino e ci avviciniamo di più a lui. Questo ha fatto partire l’astronomia cinese con il piede sbagliato, e ci sono voluti millenni per correggere la rotta. Ci fossimo parlati prima di più, sarebbe stato meglio per tutti.

in Corriere della Sera, 2019

«L’epoca delle passioni tristi» di Miguel Benasayag e Ghérard Schmit

Ivo Seghedoni

Nel libro di Benasayag e Ghérard Schimt, intitolato “L’epoca delle passioni tristi”, si riflette sul fatto che i centri di consulenza psichiatrica e medico-psicopedagogica si trovano di fronte ad un nuovo tipo di richiesta rispetto a quella classica di tipo psicopatologico. La richiesta, alla quale non sono stati preparati, é: come affrontare la tristezza che attraversa la società attuale?

Gli psicologi e psicoterapeuti, «tecnici della sofferenza», sono divenuti un po’ alla volta «l’imbuto in cui si riversa la tristezza diffusa che caratterizza la società contemporanea» e si vedono impreparati ad affrontare la sfida, non solo per la sua ampiezza ma soprattutto per il suo contenuto (pp. 8-9). Le persone che si rivolgono a loro li mettono a confronto con la cupezza e l’angoscia del quotidiano, come se fossero l’ultima diga. Si presentano con sofferenze psicologiche, ma ciò non significa che l’origine del problema sia psicologico.

Avvisando il lettore di non voler essere «né ottimisti né pessimisti» ma dei pensatori critici, gli autori si chiedono «come resistere in questo mondo di bruti», dove le passioni tristi – l’impotenza e il fatalismo – non mancano di un certo fascino. La nostra epoca, crollato il mito dell’onnipotenza, rischia di farsi trascinare «in un discorso sulla sicurezza che giustifica la barbarie e l’egoismo e che invita a rompere tutti i legami, un discorso che assomiglia come una goccia d’acqua al discorso sullo “spazio vitale” tenuto nella Germania indebitata e disperata degli anni trenta».

Quando una società in crisi, per proteggersi e sopravvivere, aderisce massicciamente e in modo irriflesso ad un discorso di tipo paranoico é la barbarie che bussa alla porta (pp. 127-128).

Autorità in calo, aggressività in aumento

Il libro afferma che «la nostra epoca sarebbe passata dal mito dell’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia ad un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo» (p. 23).

La rottura dello storicismo teleologico e la perdita della speranza in una sorta di messianismo scientifico, hanno originato una diffidenza estrema nei confronti del futuro, proporzionale all’immensa fiducia che si nutriva nel XIX secolo. E se Freud ne Il disagio della civiltà poteva affermare che «in mancanza della felicità gli uomini si accontentano di evitare l’infelicità», oggi sembra che perfino evitare l’infelicità sia un compito troppo arduo. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le «passioni tristi», cioè l’impotenza e la disgregazione. La fine dell’ideale positivista ha gettato gli uomini nell’incertezza e la crisi si manifesta in una miriade di violenze quotidiane che in gergo si chiamano gli «attacchi contro i legami». Niente da stupirci, allora, se vediamo i giovani colpiti da una sorta di autismo informatico, tuffati in videogiochi dove diventano vincitori di battaglie virtuali contro il nulla, dalla soggettività estraniata dal mondo circostante e dalla scienza che offre tecniche per risolvere problemi ma lascia nell’ignoranza e oscurità.

L’eclissi o forse il tracollo del principio di autorità apre la strada a varie forme di autoritarismo, perché in una società dove i meccanismi di autorità si sono indeboliti non s’inaugura un’epoca di libertà, ma un periodo di arbitrarietà. Nella relazione genitore-figlio percepita come simmetrica, l’adulto, incapace ormai di contenere le pulsioni e l’ansietà del giovane, si propone come «adulto-venditore», che utilizza prima la via della seduzione per legittimarsi, poi quella della coercizione. L’autorità, di per sé, si basa sul principio di un bene condiviso, trasmesso da colui che per la sua «anteriorità» può farsi garante di una tradizione e assumersi la responsabilità di dare un ordine all’evoluzione, senza bloccarne il cambiamento. Invece, nell’atmosfera esistenziale che si vive, gli adulti appaiono sempre più disorientati e incapaci di offrire un futuro di promesse; gli adolescenti, dal canto loro, percepiscono di essere sotto minaccia e reagiscono tentando di scappare per sottrarsi al disastro.

Ma rimanere adolescenti non si può. Secondo gli autori, non è più possibile oggi parlare di adolescenza prolungata, perché ognuno si trova nell’impossibilità di vivere la propria adolescenza dal momento che la società non è più in grado di offrire il contesto protettivo e strutturante che essa esige. Per lo svilupparsi dell’esplorazione tipica di questo periodo si richiede un certo contesto ed un certo quadro di riferimento che non c’è più. Gli operatori sul territorio devono affrontare situazioni tragiche, o a volte comiche, che dipendono dalla mancanza di un contesto familiare strutturante che porta l’adolescente, come si dice in gergo, a «farsi il suo Edipo con la polizia», spostando la scena nella città o nel quartiere, giacché non trova nell’ambito familiare un quadro sufficientemente stabile (pp. 36-37).

Dal futuro promessa al futuro minaccia

Senza rendersene conto la nostra società ha prodotto un’ideologia della crisi. La credenza fondamentale dell’occidente era la promessa di un futuro messianico, una specie di redenzione laica. Ora si è passati dal «futuro-promessa» al «futuro- minaccia».

Le istituzioni educative agiscono come se non ci fosse alcuna crisi, cercando di superare le difficoltà con un po’ di buona volontà e servendosi di «ideali patchwork».Tra questi, il passaggio dal desiderio alla minaccia.

Dimenticando che la motivazione fondamentale all’apprendimento è il desiderio di imparare e comprendere, educatori ed istituzioni propongono la via dell’utilitarismo: anziché invitare al desiderio invitano all’apprendimento sotto minaccia. Si è dimenticato l’insegnamento di Freud sull’importanza del passaggio dalla «libido narcisistica» alla «libido oggettuale», cioè attivare quella «pulsione epistemofilica» che rende capace il bambino di dedicare parte della sua libido agli oggetti del mondo da apprendere, comprendere ed abitare. Genitori, professori ed educatori si propongono, invece, di formare i giovani in modo che siano armati contro un futuro che si prospetta duro. L’idea di un futuro minaccioso domina la mente degli educatori che, di conseguenza, si comportano come chi deve aiutare a combattere per superare il pericolo ed uscire vittorioso. «Così la nostra società diviene sempre più dura: ogni sapere deve essere utile, ogni insegnamento deve servire a qualcosa. Con la vittoria del neoliberismo, infatti, l’economicismo è diventato, nel mondo odierno, una specie di seconda natura. L’economia è.» (p. 44). Non ci si può concedere il lusso di imparare cose che non servono né scegliere un mestiere perché piace: si è creata di colpo una tacita gerarchia dei mestieri, per cui la scelta di certe professioni dipende da un fallimento del percorso scolastico e la percezione di gran parte della società è che un infermiere è uno che non era in grado di fare il medico.

Pensare appare un lusso pericoloso. Non c’è il tempo né la calma per riflettere e programmare. Le minacce sono parte dell’orizzonte normale, o perlomeno normalizzato, della nostra quotidianità. Se vogliamo cavarcela, non c’è che da rincorrere le emergenze che continuamente si ripresentano all’apparire di una minaccia dopo l’altra. In tal modo, però, si attiva –anche a livello sociale- la rimozione, che fa fronte alla nuova minaccia mettendo da parte la catastrofe precedente. Per evitare la depressione causata dall’accelerazione del tempo e delle minacce, occorre una politica di rimozione permanente, come se le vicende che ci minacciano non fossero affar nostro. Ma il «rimosso» e il «ritorno del rimosso» sono due momenti dello stesso movimento. «Il ritorno della tristezza sociale quasi fosse un contenuto rimosso, si trasforma quindi in questa nuova sofferenza che bussa oggi alla nostra porta» (p. 52). Ecco perché sarebbe necessaria una clinica della tristezza o una clinica del legame. Infatti «il divenire del mondo e della vita, a partire dalla sua esteriorità assoluta, tesse la trama interiore delle nostre vite e del nostro inconscio. Per tale motivo immaginare dei bambini o degli adolescenti astratti che sviluppano i loro conflitti psicologici indipendentemente da qualsiasi influenza esterna, immaginare cioè degli esseri umani “impermeabili” che si preoccupano dei loro piccoli segreti e non del divenire della vita, significa pensare in termini poco razionali, ma soprattutto non farsi carico fino in fondo del compito che ci siamo assunti» (p. 51).

E quello che è caratteristico è che la minaccia non è il rischio di uno sbandamento, come potrebbe avvenire nel caso di una guerra nucleare. Piuttosto, la minaccia odierna consiste nel fatto che la nostra civiltà procede bene, che si sviluppa secondo la sua essenza. Nessuno minaccia nessuno. È la civiltà stessa che incappa in una serie di porte chiuse, di aporie, e rende ciascuno vittima di ciò che produce con le sue stesse mani.

Educare a desiderare

L’educazione fondata sul desiderio si oppone allo stile di una società che, per la perdita di ideali e la tristezza che la connota, educa in funzione della minaccia, insegnando a temere il mondo, ad uscire dai pericoli incombenti.

Abbiamo dimenticato l’avvertimento di Freud. Il suo saggio Al di là del principio del piacere spiegava che chi adotta un comportamento per lui nefasto non lo fa per ignoranza del pericolo, ma al contrario, attraverso questa negatività del comportamento prova un godimento che non ha nulla a che vedere con il piacere, che si pone appunto «al di là del principio del piacere». In altre parole, non ci si danneggia per ignoranza e dunque non ci si salva per informazione. Ecco perché il messaggio educativo che pone la minaccia in primo piano può provocare paradossalmente un aumento delle vittime, come nel caso di avvertimenti riguardanti la velocità, i pericoli del fumo, il collegamento tra morte e piacere sessuale.

All’epoca del mito del progresso si credeva che nessuno si sarebbe consegnato al pericolo con cognizione di causa. Si riteneva che l’informazione avrebbe consentito di accedere gradualmente a quel «regno dei lumi» al quale aspirava Kant. Per noi, questo sogno si è infranto e se educhiamo ricorrendo alla minaccia, sollecitiamo la pulsione di morte. Però educhiamo così e lo facciamo perché non riteniamo che quella attuale sia un’epoca propizia al desiderio e alla voglia di vita. «Ma è una trappola fatale, perché solo un mondo di desiderio, di pensiero e di creazione è in grado di sviluppare legami e di comporre la vita in modo da produrre qualcosa di diverso dal disastro. La nostra società non fa l’apologia del desiderio, fa piuttosto l’apologia delle voglie, che sono un’ombra impoverita del desiderio, al massimo sono desideri formattati e normalizzati. Come dice Guy Debord in La società dello spettacolo, se le persone non trovano quel che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano» (p. 63). È per questo che la grande sfida educativa è quella di promuovere spazi e forme di socializzazione animati dal desiderio, pratiche concrete che riescano ad avere la meglio sugli appetiti individualistici e sulle minacce che ne derivano. Ricordando il filosofo cinese Tchouang Tse, che spiegava che «tutti conoscono l’utilità dell’utile, ma pochi quella dell’inutile», gli autori indicano la via di «sviluppare la profonda ed ontologica inutilità della vita, della creazione e dell’amore», per aprire nuovi legami di pensiero e di vita (p. 64).

La gabbia di essere normali

Un altro modo della società triste di esorcizzare la paura sociale è quello della classificazione. Incasellare le persone anziché capirle. Al prossimo non chiediamo

più «che cosa c’è in te?» ma «dove posso catalogarti?». Una volta che ti ho catalogato, agisco su di te con le prescrizioni conformi alla tua categoria.

Un esempio di questa tendenza è il passaggio da una medicina della diagnosi ad una medicina della classificazione, propria del modello nordamericano. Il paziente deve rientrare nella gabbia classificatoria di un modello epistemologico, con l’obiettivo di ridurlo a merce priva d’interiorità e di rispondere in modo quasi automatico al suo sintomo con la terapia farmacologica corrispondente. Ciò non diminuisce la paura sociale, ma anzi la rafforza attraverso le misure di prescrizione disciplinare (limitazioni, repressioni, controlli…). Se, infatti, qualcuno non è conforme alla categoria di pertinenza, deve allarmarsi e fare tutti gli esami del caso per rientrare a pieno titolo nella sua categoria. Alla lettura della persona in termini di molteplicità si sostituisce l’«etichetta», cioè quella classificazione che imprigiona ogni soggetto nella «consolante» dicitura: «nulla da segnalare».

Il «miracolo» dell’etichetta consiste nel fatto di dare l’impressione che l’essenza dell’altro sia visibile, esponendolo ad una sorta di «nudità forzata» e di condannarlo così ad un destino predeterminato (non «ho» nulla di particolare da segnalare, quindi «sono» a posto, quindi «rimango» tranquillo). Questa ideologia scientista che conduce all’etichettatura sociale, impedisce ai cosiddetti «normali» di godere di quell’ampliamento del mondo tipico della sensibilità concettuale, artistica, umana dei cosiddetti «portatori di deficit» (ho qualcosa di particolare, quindi rielaboro, quindi agisco).

Dalla classificazione bisogna ritornare alla molteplicità. Occorre inventare una «clinica della molteplicità» che non muova dalla classificazione per determinare delle impotenze, ma miri a scoprire le potenzialità che ciascuno possiede. La preoccupazione principale di questi centri specializzati non sarà quella di eliminare al più presto il sintomo, ma di comprenderne il senso all’interno della molteplicità della persona, muovendo quindi dal principio esistenzialista enunciato da Sartre: «L’esistenza precede l’essenza» (p. 83). Sotto il profilo pedagogico gli autori ritengono che «il riconoscimento della molteplicità della persona (…) non dovrebbe riguardare solo le persone che hanno problemi, ma anche quelle che si considerano “normali”, affinché possano finalmente disfarsi, con loro grande sollievo, della terribile e dolorosa etichetta di “normale”, per poter assumere ed abitare le molteplici dimensioni della fragilità. Nelle nostre società della durezza e delle passioni tristi ci interroghiamo sullo scarto di quelli che vengono definiti “deboli”, mentre dovremmo, ci pare, interrogarci un po’ di più su ciò che viene riconosciuto come “trionfo” e successo» (pp. 84-85).

Verso una clinica del legame

Un’ultima questione, fondamentale se si vuole costruire una clinica in grado di aiutare davvero i giovani senza tradirli, è quella dei limiti che la società impone all’individuo.

Servendosi delle categorie di Francoise Héritier, gli autori affermano che la nostra società tende a rendere pensabile (cioè accettabile a livello sociale) tutto ciò che è possibile (compreso quindi la brutalità, la violenza…). La determinazione del pensabile e del non-pensabile una volta era regolata dai divieti messi dal sacro o dal principio di realtà (due esempi di questi divieti fondanti comuni a tutte le culture:

l’antropofagia e l’incesto). Invece, nella logica del possibile, i divieti saltano e devono saltare.

I messaggi scientisti che parlano ai giovani dell’abolizione di tutti i divieti e limiti sono più attivi di quanto possiamo pensare. Le pratiche pedagogiche e terapeutiche diventano, allora, chiaramente controcorrente, proprio perché cercano di stabilire dei divieti e di risvegliare i giovani dal sogno di onnipotenza. «Purtroppo in questo mondo dove “tutto è possibile”, non si tratta di evitare la trasgressione, anzi la trasgressione è la regola. Si deve semplicemente evitare di farsi prendere: il corrotto impunito è il nuovo eroe di questi tempi senza fede né legge» (p. 98). La sola cosa sacra è la merce. E niente e nessuno deve frenare lo sviluppo economico. Meno che mai l’educazione !

Sono due le opzioni che rimangono ai terapeuti: lavorare nella direzione del legame sociale, famigliare e come forma di vita, nella convinzione che la terapia miri alla formazione e riformazione dei legami, oppure accettare come orizzonte inevitabile il regno del «tutto è possibile» e le conseguenze di morte che ne derivano.

Per formulare un approccio terapeutico che gli autori chiamano «clinica del legame» o «clinica della situazione», è necessario richiamarsi a quanto diceva Aristotele che riteneva che schiavo è colui che non ha limiti né legami, che non ha un suo posto e quindi può essere utilizzato dappertutto e in diversi modi. L’uomo libero, invece, è colui che ha molti legami e molti obblighi verso gli altri, come San Paolo che afferma di essere incatenato alla sua libertà.

Gli autori prendono le distanze da quelle pratiche psicoterapeutiche orientate a far raggiungere ai pazienti un certo grado di autonomia, cioè a rendere le persone più libere per poter dominare il proprio ambiente, le relazioni, il corpo, gli altri… Propongono una clinica orientata a conciliare la persona con il proprio destino e con la dimensione della fragilità insita nella condizione umana.

Assumere il proprio destino anziché vincerlo ed entrare nella fragilità (che non è né forza, né debolezza, ma rappresenta la complessa e contraddittoria molteplicità da assumere nel suo insieme) «significa vivere in un rapporto di interdipendenza, in una rete di legami con gli altri. Legami che non devono essere visti come fallimenti o successi, ma come possibilità di una vita condivisa» (p. 105).lacrime1.jpg

Gli autori distinguono tra «individuo», inteso come essere separato dagli altri che stabilisce contatti in quanto e se consente alle relazioni e «persona», intesa come essere intessuto di molteplicità e che accetta il fatto di non conoscere i propri limiti. Loro fanno la proposta di un’educazione e terapia della «persona», che non la riduce ad un insieme di sintomi da classificare ed eliminare con un farmaco, ma le risveglia passioni gioiose che consentono di vivere legami non utilitaristici con gli altri e fondati sulle affinità elettive. «Una clinica della situazione o del legame si fonda (…) su questo “non-sapere”, riguardo all’altro (…). Riconoscere di ignorare ciò di cui il corpo è capace significa ammettere che il sapere, quello accademico e professionale, è necessario, ma non è mai sufficiente. Significa che l’etichetta e la diagnosi non devono schiacciare la molteplicità che rende ciascuno di noi una persona a tutto tondo» (p. 116).

Benessere equo e sostenibile (BES) dei territori italiani. Dati ISTAT 2019

ISTAT – Nota per la Stampa

L’Istat pubblica l’aggiornamento annuale del sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile dei territori, riferiti alle province e alle città metropolitane italiane, coerenti e integrati con il framework Bes adottato a livello nazionale.

I 56 indicatori statistici inseriti nell’edizione 2019 sono articolati in 11 domini: Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi. Rispetto al Rapporto Bes nazionale, composto da 12 domini, non è considerato il Benessere soggettivo, per la mancanza di fonti di adeguata qualità statistica mentre diverse componenti del benessere sono descritte per mezzo di misure ulteriori.

I dati, disponibili in serie storica, consentono di osservare sia i livelli di benessere misurati italia.gifper i diversi domini all’interno di ciascuna provincia, sia le differenze territoriali di benessere da varie angolazioni: la distanza che separa le province più avvantaggiate dalle più penalizzate; le transizioni tra parti basse e alte della distribuzione o il persistere nel tempo di posizioni di vantaggio o svantaggio; la dispersione complessiva tra i territori e le dinamiche di convergenza/divergenza; le relazioni tra le dinamiche territoriali e il concomitante incremento (o contrazione) del benessere nei vari domini.

I principali risultati

La multidimensionalità del benessere equo e sostenibile si coglie bene attraverso l’articolazione dei profili territoriali, spesso non in accordo con il tradizionale gradiente nord-sud. Tuttavia quest’ultimo rimane una chiave di lettura adeguata per molte e importanti componenti del Bes. Le province e le città metropolitane di una stessa regione o ripartizione geografica possono infatti presentare profili molto diversi che rimandano a veri e propri dualismi territoriali. Ciò vale sia per il Mezzogiorno, generalmente diviso tra aree svantaggiate e aree ultra-svantaggiate, sia per il Centro-nord del Paese dove, in un quadro generale di maggiore benessere, emergono distanze ampie per alcuni domini o per singole determinanti del Bes tra le province di una stessa area.

In molti casi le differenze territoriali sono distribuite nello spazio geografico e costituiscono vere e proprie specificità di singoli contesti locali. Ma si riscontrano anche polarizzazioni e disuguaglianze strutturali, sostenute da reciproche influenze e effetti di “contagio” tra province limitrofe, che si riflettono in segmentazioni nette e ampie tra il Centro-nord e il Mezzogiorno. Si caratterizzano in questo senso i domini del Lavoro, del Benessere economico, dell’Innovazione, ricerca e creatività, della Qualità dei servizi. Lo stesso gradiente si ritrova per la speranza di vita, per la presenza di donne nei consigli comunali, per la raccolta differenziata, per la capacità di riscossione dei Comuni, nonostante i diffusi progressi delle province del Mezzogiorno realizzati su queste misure e la conseguente convergenza territoriale registrata nel tempo. Quadri territoriali più variegati si rilevano per gli indicatori di mortalità, nei domini dell’Istruzione, della Sicurezza e dell’Ambiente.

Di seguito si riporta una breve analisi su una selezione di misure del benessere dei territori, articolata per dominio e accompagnata da rappresentazioni cartografiche. L’intera base di dati, insieme al glossario e alla nota metodologica, è resa disponibile sul sito http://www.istat.it nella sezione “benessere e sostenibilità”, al link il Bes dei territori.

Salute

Continua la crescita della speranza di vita alla nascita che, dopo la flessione del 2015, nel 2017 si attesta a 82,7 anni a livello nazionale, con un guadagno medio di 2 anni rispetto al 2004. La crescita riguarda tutte le province italiane, ma con intensità molto diverse. Si modifica di conseguenza la graduatoria territoriale e alcune province arretrano notevolmente. Fermo perde 58 posizioni rispetto al 2004 (+0,6 anni rispetto al 2004), Cosenza ne perde 51 (+0,9), Brindisi arretra di 43 (+1 anno). Gli avanzamenti maggiori riguardano Trieste (+59 posizioni), Biella (+55), Cremona (+50), con guadagni di almeno 3 anni di vita media rispetto al 2004.

Le differenze territoriali permangono nette. Nel 2017 la distanza tra la città metropolitana di Napoli, in ultima posizione con 80,7 anni, e Firenze (84,0), prima insieme a Prato e Treviso, è di 3,3 anni. Resta anche confermato il vantaggio di gran parte delle province del Nord-est e del Centro (escluse quelle del Lazio), mentre livelli molto al di sotto della media-Italia accomunano i territori di Campania e Sicilia, pur con gradazioni diverse.

Nel 2004 l’aspettativa di vita per le donne in Italia era di 83,6 anni contro i 77,9 degli uomini. Questa differenza (+5,7 anni) si è andata riducendo negli anni, in maniera diffusa nel territorio. I maggiori progressi, nel tempo, riguardano infatti la speranza di vita degli uomini, con un guadagno medio di +2,7 anni a livello nazionale, doppio rispetto a quello delle donne (+1,3). Nel 2017 il divario tra le donne (84,9) e gli uomini (80,6) è di 4,3 anni. Tra le province la crescita è generalizzata, sia per gli uomini che per le donne, ma le intensità sono diverse. Per la speranza di vita degli uomini gli incrementi più bassi si registrano quasi esclusivamente nel Mezzogiorno, con l’eccezione di Fermo (+1,1), che rappresenta il minimo assoluto. Gli incrementi più alti, invece, si distribuiscono in tutte le aree del Paese ma sono prevalenti al Nord, con Sondrio e Lecco che registrano la crescita maggiore (+3,9). Le differenze nella speranza di vita di uomini e donne, nel 2017, disegnano ancora una mappa variegata, che non denota un gradiente territoriale netto tra nord e sud e rivela contrasti all’interno delle regioni e delle ripartizioni.

Istruzione e formazione

In 10 anni, dal 2008 al 2017, la partecipazione dei bambini di 4 e 5 anni alla scuola dell’infanzia è diminuita in quasi tutte le province italiane, con rare eccezioni come Bolzano (+1,5%) e Nuoro (+1,1%). Caserta (89%) e Roma (84%) registrano le contrazioni maggiori (rispettivamente -7 e -10 punti percentuali) e nel 2017 si posizionano in fondo alla graduatoria; Roma è ultima. Al primo posto, nello stesso anno, si trova Sondrio (98%). Le differenze tra le province e nelle ripartizioni non evidenziano un gradiente territoriale netto (Figura 3). Nel gruppo delle 22 province con i tassi maggiori (superiori al 94,4%) prevalgono leggermente quelle del Nord, ma ci sono anche Nuoro (98%), Oristano e Rieti (entrambe al 95%). Venezia (95%) è l’unica città metropolitana a collocarsi nel gruppo di testa. In coda alla distribuzione, con tassi inferiori al 90%, si trovano, oltre a Roma, le città metropolitane siciliane di Palermo, Messina, Catania (tutte con l’87%) e Reggio Calabria (89%), e diverse province del Nord: Bergamo, Lodi, Reggio Emilia (tutte all’89%), Pavia (87%), Parma (86%).

Guardando la distribuzione provinciale del tasso di passaggio all’università (Figura 4) l’Italia appare divisa in due: la quasi totalità del Centro-nord insieme ad Abruzzo e Molise su livelli più elevati, la gran parte del Sud (Isole comprese) su valori decisamente inferiori. Anche nel 2017, come in tutti gli anni precedenti, Isernia è prima in Italia, con 65 diplomati su 100 che si iscrivono all’Università nello stesso anno del diploma. A Siracusa, ultima, il tasso scende al 38%. Nel quintile più alto della distribuzione, oltre a Isernia si trovano L’Aquila (62%), Lecco e Parma (entrambe al 60%) e le città metropolitane di Milano e Genova, con tassi intorno al 56%. Anche nel gruppo opposto, i cui tassi variano dal minimo assoluto di Siracusa al 47% di Bari, si posizionano province del Centro-nord – Vercelli e Imperia (entrambe al 45%), Ravenna (46%) – insieme alle città metropolitane di Napoli (42%), Palermo (44%) e Catania (42%).

Tra il 2014 e il 2017 il tasso di passaggio all’università è cresciuto per tre province italiane su quattro. Gli incrementi maggiori sono a Sassari e Cuneo (entrambe 48% nel 2017), Grosseto e Belluno (50%), con guadagni intorno ai 15 punti percentuali. All’opposto riduzioni di 5-7 punti percentuali interessano Potenza (50%), Benevento (48%) e Salerno (43%).

I punteggi medi sulle competenze alfabetiche degli studenti delle scuole superiori nel 2018 definiscono un quadro territoriale fortemente polarizzato tra le province dell’Italia settentrionale e quelle del Mezzogiorno (Figura 5). Lecco è prima con 214 punti e Trento seconda a brevissima distanza. Nel primo gruppo si trovano soltanto province del Nord mentre quelle meridionali si concentrano in coda alla distribuzione. Enna è ultima in Italia con 177 punti (a 37 punti di distanza da Lecco), preceduta di poco da Crotone. La mappa delle competenze numeriche degli studenti non si discosta molto da questo quadro (Figura 6). Si conferma la collocazione delle province del Nord nel quintile più alto, con Trento al primo posto (224 punti) e Lecco al secondo (223). L’ultimo gruppo, invece, è composto esclusivamente dalle province del Mezzogiorno, con Crotone ultima (174), preceduta da Enna (176). Il centro Italia si connota per una maggiore eterogeneità nei valori di entrambi gli indicatori.

Benessere economico

Dopo la flessione registrata nel periodo 2012-2014, il reddito medio disponibile pro capite è tornato a salire, in modo significativo e diffuso dal punto di vista territoriale, segnando, a livello nazionale, un +3,6% tra il 2014 e il 2016 (circa 600 euro in più per residente, in valori correnti). Tale variazione è la risultante di una crescita più contenuta nel Centro e nel Nord-Ovest (+2,9% e +3,2%) e più decisa nel Mezzogiorno e nel Nord-est (+3,8% e +3,6%).

Nell’ultimo biennio una crescita sostenuta, intorno al 10%, si rileva nelle province di Lucca e Benevento, contrapposta alla sostanziale stabilità di Olbia-Tempio, Macerata, Gorizia, Firenze (con incrementi che non raggiungono l’1%) e alla, seppur lieve, contrazione di Monza-Brianza (-0,5%). Le divergenze tra il Centro-nord e il Mezzogiorno restano elevate, come conseguenza di diverse condizioni del mercato del lavoro, delle caratteristiche strutturali socio-economiche dei territori a confronto, dell’azione redistributiva dello Stato e degli Enti locali. L’indicatore rappresenta infatti una stima delle risorse a disposizione delle famiglie, derivanti dal complesso dei redditi da lavoro (che rappresentano il capitolo più significativo) e da capitale, dei proventi delle attività di autoconsumo e dei trasferimenti netti che affluiscono alle famiglie.

Secondo le stime dell’Istituto Tagliacarne, nel 2016 il reddito medio disponibile pro capite in Italia è di circa 18.200 euro. Nel Nord-ovest è di 21.500 euro, 8mila euro in più del valore medio del Mezzogiorno (+60%). A livello territoriale si passa da meno di 11mila euro a Crotone e Vibo Valentia a 26.700 euro circa nella città metropolitana di Milano. Un reddito pro capite superiore ai 19mila euro si osserva in tutte le province del nord Italia, in quelle più interne della Toscana e nella città metropolitana di Roma (20.600 euro); sotto i 16mila euro si trovano solo i territori del Meridione e le province del Lazio, eccetto Roma.

Nord, Centro e Mezzogiorno presentano significative differenze al loro interno, con contrasti tra le città metropolitane, che sono tendenzialmente su livelli maggiori, e le province più piccole della stessa regione: Milano, Bologna (25.300 euro pro capite), Genova (23.300), Firenze (22.300) e Roma si contrappongono rispettivamente a Brescia, Rimini, Imperia, Grosseto, e al complesso delle province laziali, in particolare Latina. I valori medi, in questi ultimi casi sono compresi tra 13.600 e 18.300 euro circa.

Il benessere economico delle famiglie e degli individui dipende anche dallo stock di patrimonio (attività reali e finanziarie) accumulato nel corso del tempo. Il patrimonio pro capite in Italia declina complessivamente, da circa 155.900 euro del 2012 a 153.300 del 2016 (stime dell’Istituto Tagliacarne; dati in termini nominali). A livello nazionale la contrazione è di 2.600 euro pro capite (-1,7%) con una sostanziale stabilità nel Nord e riduzioni consistenti al Centro e nel Mezzogiorno (rispettivamente -6,4% e -3,1%, ovvero circa 10mila e 3mila euro pro capite in meno). L’andamento nel tempo della ricchezza segue dinamiche molto diverse nei singoli territori e all’interno delle aree. I contrasti sono più accentuati nel Nord, dove si passa dal -9,6% di Parma al +12,4% di Bolzano. Nel resto della penisola si distingue la performance della provincia di Messina (+7,9%) mentre la massima contrazione interessa la città metropolitana di Roma (-12,8%). Si conferma quindi il quadro di un netto dualismo con l’accentuarsi delle divergenze territoriali. Nel 2016 il patrimonio medio dei residenti nel Sud e nelle Isole (circa 100 mila euro pro capite in media) è appena la metà del valore del Nord-ovest (201.600 euro circa).

Nel 2016 le differenze tra le province restano evidenti (Figura 10). I residenti di Vibo Valentia e Crotone possono contare su un patrimonio pro capite che ammonta a meno della metà di quello medio nazionale (72.600 e 75.200 euro circa rispettivamente) e a poco più di un quarto di quello di Milano

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(271.100 euro circa). Milano è prima in Italia, ad ampia distanza dalle province che la seguono: la differenza con Aosta, seconda nella graduatoria nazionale, è di 45mila euro pro capite. Ad eccezione di Grosseto (164.500 euro circa), le condizioni più favorevoli sono tutte nel Nord, dove si contano 48 province con un livello di ricchezza pro capite superiore a 160mila euro. All’opposto, i livelli più bassi (inferiori a 128mila euro) interessano porzioni più ampie del Paese, connotando tutte le province del Mezzogiorno, le province laziali (al netto di Roma), Terni, in Umbria, e Fermo nelle Marche. La numerosità della classe mediana è esigua: sono 17 le province che gravitano su valori compresi tra i 134.300 euro di Perugia e i 161.900 euro circa di Siena, localizzate in prevalenza nell’area geografica del Centro.

Sicurezza

Nel 2017 sono stati commessi 0,6 omicidi per 100mila abitanti in media nazionale. Il Mezzogiorno è l’area più penalizzata del Paese mentre i valori più bassi sono particolarmente concentrati nelle province del Nord. Il primato negativo è conteso tra Vibo Valentia, con 4,3 omicidi per 100mila abitanti, Foggia (3,2) e Nuoro (2,8) (Figura 15). Campobasso, Isernia, Benevento e Lecce sono le province meridionali meno colpite. Nel Centro-nord valori elevati si riscontrano a Como (1,5), Pordenone (1,3), Ferrara (1,2) e Grosseto (1,3). Tra le città metropolitane, il quadro è piuttosto articolato. Il primato positivo va a Firenze, le situazioni più critiche sono invece a Napoli, Bari e Reggio Calabria, con tassi intorno all’1 per 100mila. Tutte le altre città metropolitane si posizionano su livelli intermedi, compresi tra lo 0,4 per 100mila (Torino, Bologna, Roma) e lo 0,8 (Cagliari).

Il tasso di delitti violenti denunciati2, che considera un più ampio insieme di fattispecie delittuose, descrive anch’esso un quadro territoriale variegato (17 per 10mila abitanti la media-Italia), con punte di particolare intensità in alcune province che emergono per contrasto rispetto all’area geografica in cui si collocano, connotata da minore incidenza del fenomeno (Figura 16). Napoli (31,5), Rimini (29,6), Milano (26) e Imperia (24,5) ne sono i principali esempi. A Pordenone spetta invece il primato positivo assoluto nell’anno (8,5 per 10mila abitanti). In linea generale questo fenomeno è più intenso nelle città metropolitane, in particolare al Centro-nord: Reggio Calabria e Cagliari (12,8 e 13,2 rispettivamente) nel 2017 vengono superate da Firenze (19,8), Genova (17) e Venezia (15,8).

La maggiore penalizzazione delle città metropolitane e del Centro-nord è confermata dal tasso di delitti diffusi, che tiene conto delle denunce di furti di ogni tipo e delle rapine in abitazione (Figura 17). In Italia, nel 2017, l’indicatore misura una media di 209,5 delitti denunciati per 10mila abitanti, con un intervallo compreso tra il minimo di Potenza (60,4) e il massimo di Rimini (440,3). I valori in assoluto più contenuti si osservano per lo più nei territori del Sud e delle Isole, ma anche in alcune province del Nord: Biella (112,5), Verbano-Cusio-Ossola (89,9), Sondrio (78,8), Belluno (63,8) e Pordenone (97,9). Tra le città metropolitane Milano è in assoluto la più penalizzata (436,5), seguita da Bologna (372,2) e Firenze (327,7). I tassi più bassi nell’anno sono invece quelli di Messina e Cagliari (96 e 117 rispettivamente).

Rispetto al 2008 il tasso di delitti diffusi diminuisce in quasi tutte le province italiane, ad eccezione di Matera (+30,4%), Parma (+12%) e Livorno (+11,7%). I maggiori progressi riguardano Pordenone, scesa dalle 172 denunce per 10mila abitanti del 2008 alle 98 del 2017. Anche nei contesti metropolitani del Centro-nord è generalmente in diminuzione, ad eccezione di Venezia e Firenze.

PER CHI FOSSE INTERESSATO VEDA LA PUBBLICAZIONE INTEGRALE:

http://www.istat.it 

 

World No Tobacco Day 2019

Come ogni anno, il 31 maggio è dedicato alla diffusione di informazioni sulla pericolosità del tabacco e sugli effetti del fumo passivo sulla salute. Il focus della campagna di quest’anno è incentrato sui danni che l’esposizione al tabacco causa ai polmoni e alla salute in generale.

Di seguito un colpo d’occhio sulla correlazione tra fumo e salute dei polmoni e sui benefici della cessazione.

  • Il fumo di tabacco è la principale causa di cafumoragazza-780x450-e1509297780895.jpgncro ai polmoni nel mondo (oltre due terzi del totale dei decessi per cancro ai polmoni) e anche la sola esposizione al fumo passivo (a casa o al lavoro) aumenta il rischio di svilupparlo. Per i fumatori l’unica forma di prevenzione possibile è smettere: infatti, dopo 10 anni, il rischio di cancro ai polmoni scende a circa la metà di quello di un fumatore.

  • Il fumo di tabacco è la principale causa della broncopneumopatia polmonare ostruttiva cronica (Bpco), e il rischio di svilupparla è particolarmente elevato tra chi inizia a fumare in giovane età, perché il fumo di tabacco rallenta lo sviluppo polmonare. Il tabacco aggrava anche l’asma, che limita l’attività e contribuisce alla disabilità. La cessazione precoce del fumo è il trattamento più efficace per rallentare la progressione della Bpco e migliorare i sintomi dell’asma.

  • L’esposizione al fumo di tabacco durante la gravidanza (attraverso il fumo materno o l’esposizione materna al fumo passivo) può causare una ridotta crescita e funzionalità polmonare. Inoltre, l’esposizione nei bambini piccoli al fumo passivo può portare all’insorgenza o all’aggravamento di asma, polmonite e bronchite, e a frequenti infezioni delle vie respiratorie inferiori. Si stima che ogni anno, globalmente, 165 mila bambini muoiano prima dei 5 anni a causa di infezioni respiratorie inferiori causate dal fumo passivo. Anche in età adulta chi è stato esposto da bambino al fumo passivo presenta maggiori rischi per la salute, poiché le frequenti infezioni respiratorie inferiori nella prima infanzia aumentano significativamente il rischio di sviluppare la Bpco in età adulta.

  • I componenti chimici del fumo di tabacco possono scatenare infezioni latenti di tubercolosi, che colpiscono circa un quarto di tutte le persone. La Tbc attiva, aggravata dagli effetti del fumo di tabacco sulla salute dei polmoni, aumenta notevolmente il rischio di invalidità e morte per insufficienza respiratoria.

  • Il fumo di tabacco è una forma molto pericolosa di inquinamento dell’aria interna perché contiene oltre 7000 sostanze chimiche, tra cui 69 cancerogene e può rimanere nell’aria fino a cinque ore.

Risorse utili