Arte. Le troppe Notre-Dame d’Italia minacciate dall’incuria e dal saccheggio

Tomaso Montanari

Quante Notre-Dame sorgono nella nostra terra, in questa Italia dove cattedrali, basiliche, abbazie, monasteri punteggiano ogni piazza, ogni apertura di paesaggio? L’Italia sacra – costituita dalle migliaia di spettacolari chiese storiche dove si addensa la storia comune, e si accumula la forza per costruire il futuro – è in pericolo. Crolli, abbandoni, privatizzazioni, inondazioni, incendi, saccheggio: le nostre Notre-Dame muoiono ogni giorno, lontanissime dalle telecamere che, per fortuna, hanno trasmesso in ogni angolo del globo le immagini del rogo di Parigi. Così diventa importante raccontare la storia di un complesso monumentale monastico che si è finalmente salvato, dopo esser stato per decenni abbandonato e apparentemente condannato. È il 9 luglio del 998 quando l’imperatore Ottone III prende sotto la sua somma protezione la chiesa posta al settimo miglio a ovest di Firenze.

Abbazia-Badia-a-Settimo.jpgPochi anni dopo, nel 1011, quella chiesa è già un’abbazia benedettina, guidata dall’abate Guarino: è nata Badia a Settimo. Quasi mille anni dopo, quella stessa chiesa ospita una scena del tutto diversa: Eugenio Montale, Vasco Pratolini, Ottone Rosai assistono alla sepoltura dei resti del grande poeta Dino Campana, morto dieci anni prima nel vicino Ospedale Psichiatrico di Castelpulci. Nel mezzo, una storia densissima di arte: la mirabile tomba romanica delle contesse Cilla e Gasdia, morte nel 1096; nel Rinascimento le pitture di Ghirlandaio, le sculture di Giuliano da Maiano; e poi la gemma seicentesca della Cappella di San Quintino, tutta coperta delle figure nervose e guizzanti di uno degli artisti più simpatici di ogni tempo, Giovanni da San Giovanni. E questa è solo la chiesa: che si è sempre salvata, nonostante che i fiorentini la dimentichino, perché hanno troppa storia e troppa arte dentro le mura, e i più vicini abitanti di Scandicci non si accorgano che esiste, perché troppo convinti di non avere arte e non avere storia.

Quello che invece è stato mutilato, violentato fino a rasentare la perdita definitiva è stato il grandissimo complesso abbaziale fortificato: una gemma rarissima e di importanza capitale. Qua si conservava il sigillo della Repubblica di Firenze; qua se ne amministrava il tesoro; qua, nelle fornaci monastiche, furono cotte le tegole della grande Cupola di Brunelleschi. Eppure, a causa della privatizzazione di metà del complesso e del suo successivo abbandono da parte dei proprietari, vi si possono vedere chiostri monumentali divisi da muri, ambienti protogotici colmi di terra, colonnati medioevali ingombri di detriti. Sotto la guida di don Carlo Maurizi, il più tenace dei sacerdoti, una comunità ha lottato duramente per salvare la Badia, come si legge sul loro sito: “Questo presidio di altissima luce ha subito troppe umiliazioni, fino alla urbanizzazione selvaggia degli ultimi 30 anni: che l’ha strangolato da ogni parte e privato della sua cornice naturale, depredato, come Firenze, del suo stesso orizzonte.

Noi abbiamo fatto di tutto, senza risparmio di energie, per restituire questo patrimonio alla collettività, come tanti in Italia che difendono e valorizzano i beni comuni, spesso ignorati da chi ne avrebbe il dovere costituzionale. Non ci sono ancora risposte concrete per il recupero integrale del complesso per buona parte in abbandono, mentre prosegue senza fine l’orgia degli sprechi di denaro pubblico”. Ma nonostante le promesse di sindaci, ministri, presidenti della Repubblica, nonostante l’idea di farne la foresteria della Scuola della Magistratura (ora appunto nella vicina Castelpulci), nonostante tutto, lo Stato non ha fatto nulla.

Ma quando ormai si disperava di rivedere la Badia nel suo splendore, o almeno in sicurezza, si è fatto avanti un privato cittadino. Non l’amministratore delegato di uno dei colossi di moda impersonali e feroci che fanno a gara a marchiare la ricostruzione di Notre Dame: un uomo in carne e ossa, che ha fatto fortuna con fatica e determinazione. Paolo Nocentini, Presidente della Savino Del Bene Spa. Nocentini ha acquistato la parte privata, e l’ha donata alla Badia: che ora potrà riunificarsi e salvarsi. “Non commercializzeremo la Badia – ha detto Nocentini, andando in direzione diametralmente opposta al mainstream – Sarà un luogo aperto, ma non per far soldi”. E, annunciando che il progetto è quello di farci tornare una comunità monastica, ha aggiunto: “Io mi considero ateo e per gran parte della mia vita anche anticlericale … Aggiungo, e mi rimane difficile spiegarlo, il mio bisogno di spiritualità. Spero che, quando saranno ritornati i monaci, ci trasmettano una semplicità cristiana di vivere la vita, e che siano un esempio di come si possa coniugare la vita materiale con quella spirituale”.

Una volta tanto, dunque, una storia a lieto fine. Ma una storia che permette di illuminarne altre centinaia che invece rischiano di finire nel peggiore dei modi. Non se sia più raro che lo Stato faccia il proprio dovere (in fondo basterebbero pochi spiccioli, rispetto al gran mare di soldi gettati via nei modi più pittoreschi), o che si faccia avanti un privato mecenate con lo stile e il disinteresse di Paolo Nocentini. Ma so che abbiamo un maledetto bisogno di entrambi, perché le nostre mille Notre-Dame smettano di distruggersi in silenzio.

in “il Fatto Quotidiano” del 29 aprile 2019

 

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