Archivio mensile:aprile 2019

TENTA IL SUICIDIO A 10 ANNI. Perché un bambino decide di togliersi la vita?

FEDERICO PICHETTO

Perché un bambino di dieci anni decide di togliersi la vita? Ci sono drammi che possono trovare risposta solo nel calore di una famiglia, nella fatica di una storia intessuta e vissuta insieme. Resta tuttavia lo sgomento per quanto accaduto nelle scorse ore a Battipaglia, dove una normale giornata di casa e di scuola si è trasformata in una tragedia. Ha detto alla mamma, uscendo con lei per andare a lezione, che aveva dimenticato l’astuccio, ma il piccolo Simone (il nome è di fantasia) è tornato tra le mura domestiche per lanciarsi dalla finestra: un gesto plateale, troppo da adulto per non essere in qualche modo frutto di un’emulazione, di racconti ascoltati da qualcuno o da immagino viste alla tv. Ma il punto non è questo: il punto è, ancora unasuicidio1.jpg volta, il nemico che abbiamo dentro e che lentamente ci consuma, divorandoci in una spirale di dolore e di insensatezza, il nemico è il vuoto.

Nell’infanzia il vuoto è spesso alimentato dalla paura e dal senso di colpa: paura di non essere amati, da mamma e papà o dagli amichetti della scuola, senso di colpa per le molteplici situazioni degli adulti, di cui ci si percepisce in qualche modo responsabili. È la grande sensibilità dei bambini a farli sentire colpevoli o inadeguati, è quella sensibilità a riempire di delusione e solitudine il loro piccolo cuore, lasciandoli in balia di un nulla che rende ai loro occhi la vita insopportabile. Nessuno sa se a Simone siano passate nella testa queste cose, ma quale desolazione deve avergli trafitto il cuore per pensare di spegnersi prima ancora di accendersi, per tentare di morire prima ancora di provare a vivere!

Simone adesso rischia di morire, ma quello che è morto in lui – come in tutti coloro che arrivano sul crinale dell’oblio – è la speranza. A qualunque latitudine del tempo e della storia l’uomo si trovi, infatti, non è infrequente ritenere che il tutto della propria vita coincida con ciò che si vede e che si prova: la mente diventa ostaggio di idee, paure, silenzi che la isolano sempre di più dalla realtà, da quello che c’è, per confinarla nell’aridità di un pensiero che la violenta e la disonora. Tutti gli uomini muoiono così: non quando i loro occhi si chiudono, bensì quando il loro cuore smette di essere appassionato e curioso.

Negli adulti questa morte è coperta da effluvi di parole, di gesti eroici o cinici, ma nei bambini non ci sono finzioni. E Simone sta lì a ricordarci che, mentre vinciamo le nostre mille battaglie – e ci diplomiamo, ci fidanziamo, ci laureiamo, ci sposiamo, abbiamo figli, cerchiamo lavoro e diventiamo vecchi – il vero nemico sta accovacciato alla nostra porta, aspettando di poterci divorare. Il fatto è che spesso ha già vinto, gettandoci nell’incredulità, nel cinismo, nella sottile violenza con cui siamo soliti declinare l’amore.

Giù da quella finestra si buttano in tanti. Qualcuno nella disperazione del vivere. Molti altri nell’apatia del sopravvivere.

in Il Sussidiario, 30 aprile 2019

“Primo maggio, Festa del lavoro”. Senza il lavoro

Gad Lerner

Cosa c’è da festeggiare il Primo Maggio se il lavoro, ogni anno che passa, vale meno? A mezzo secolo di distanza dalle lotte operaie sfociate nell’autunno caldo del 1969, che avviarono un decennio di conquiste sociali e cospicua redistribuzione della ricchezza a favore del lavoro dipendente, gli sfruttati di oggi vietano a se stessi perfino la nostalgia; non parliamo della fede in una prossima riscossa proletaria. Così, a furia di sentirsi dire che la lotta di classe è solo un nocivo ferrovecchio del passato, il 1° maggio 2019 in Italia rischia di trasformarsi in un anacronismo: la festa del lavoro che non c’è più. Ci sono la fatica e lo stress, ci sono gli orari spezzati, il ritorno del cottimo, le esternalizzazioni di rami d’azienda, i somministrati a termine, il caporalato digitale, il tariffario dei parasubordinati, il welfare aziendale differenziato, le false cooperative multiservizi con gare al massimo ribasso per l’assegnazione di appalti e subappalti. Ma è come se in frantumi fosse andata l’idea stessa di LAVORO come tutt’uno, principio ordinatore della società. Nel quale lavoro ciascuno lavorator-467633.jpgpossa rispecchiarsi e accomunarsi, considerandolo l’abito che indossa ogni mattina, l’esperienza fondamentale della propria vita fuori dall’ambito domestico.

Anacronistico, cioè fuori dal tempo, è il rituale di questo Primo Maggio che da parecchi anni nelle piazze delle principali città italiane si è già sdoppiato: da una parte il corteo ufficiale dei confederali Cgil-Cisl-Uil, dall’altra le innumerevoli sigle del precariato. Si sono scissi perfino i “concertoni”, fra Roma e Taranto. Da una parte tre apparati sindacali sopravvissuti all’estinzione dei partiti politici cui facevano riferimento, nati da una scissione della Cgil unitaria che risale agli anni lontani della Guerra fredda. E davvero non si capisce cosa impedisca loro di riunificarsi, se non convenienze di perpetuazione dei loro gruppi dirigenti. Dall’altra il tentativo, spesso velleitario, di dare rappresentanza nel pubblico impiego, nella logistica, nell’agroalimentare a una Babele di lavoratori che si sentono dispersi e sospinti alla marginalità delle tutele decrescenti.

Da entrambe le parti cominciano a emergere figure di leader la cui biografia sembra indicare un ritorno di attenzione alla centralità del lavoro, troppo a lungo retrocesso nei suoi diritti e nella sua remunerazione. Alla guida della Cgil è giunto l’ex metalmeccanico Maurizio Landini; sull’altro fronte emerge per rilevanza mediatica il sindacalista autonomo Aboubakar Soumahoro, divenuto portavoce della protesta dei lavoratori immigrati. Non si parlano tra di loro, ma ambedue segnalano l’esistenza di un vuoto da riempire: cioè di una rappresentanza unitaria del mondo del lavoro che torni nelle mani di chi davvero ha compiuto dal basso un tragitto di emancipazione nella lotta e di acculturazione, come accadeva agli albori del movimento sindacale italiano. Non a caso fondato da personalità come Bruno Buozzi, Achille Grandi, Giuseppe Di Vittorio che avevano in comune non solo le umili origini ma l’aver vissuto la piaga del lavoro minorile (un meccanico, un tipografo, un bracciante). Dirigenti sindacali che sanno quello che dicono quando adoperano una parola caduta in disuso come “sfruttamento”. Ma che devono fare i conti con la sempre più diffusa riduzione delle vicissitudini del lavoro a faccenda privata, da non condividersi ma anzi semmai da tenere nascosta.

Oggi risulta normale in tutti gli ambiti lavorativi che vi siano addetti con inquadramento contrattuale diversificato, con orari, tutele e retribuzioni molto distanti fra loro, anche se svolgono le stesse mansioni. È ingiusto? Ma è così. Meno ovvio è scoprire che di fronte a un sopruso o addirittura a un licenziamento la maggioranza dei lavoratori preferisca nasconderlo; non necessariamente perché si sentano vulnerabili e ricattati, ma spesso per ragioni di status: se vieni cacciato o degradato, preferisci che gli amici e i vicini di casa non lo sappiano. Il lavoro come fonte di umiliazione anziché di riscatto.

La varietà delle forme in cui si esercita, nel formale rispetto delle normative di legge, la precarizzazione dei rapporti di lavoro in Italia (tralasciando le piaghe del sommerso e del caporalato servile) è pari solo alla fantasia dei commercialisti che orientano le imprese a escogitare nuovi assetti societari ed escamotages contrattuali. Quasi sempre la politica ha assecondato tali “semplificazioni” nella speranza che rimuovere limiti d’orario e facilitare collaborazioni episodiche incrementasse l’occupazione e favorisse la crescita economica. Non abbiamo la controprova di politiche meno flessibili (magari sarebbe andata peggio), ma di certo siamo rimasti senza incrementi di occupazione e senza crescita. In compenso abbiamo vissuto un drastico calo del valore del lavoro in Italia, più accentuato che nel resto del mondo occidentale.

Nell’ordine, dunque, il 1 maggio 2019 si segnala per: espansione dell’area del lavoro povero, ovvero retribuito sotto una soglia ragionevole di sussistenza; diffusione parallela del part-time forzato, cioè orari ridotti con proporzionale riduzione dei compensi (un milione di sottoccupati dichiara che sarebbe disponibile a lavorare 19 ore di più a settimana); boom degli occupati sovraistruiti, 5 milioni e 569 mila dipendenti che hanno un titolo di studio superiore a quello che sarebbe necessario per svolgere le loro mansioni (il 25% del totale). La (presunta) ineluttabilità di questa marcia indietro, un vero e proprio ControPrimoMaggio strutturale, si esprime nella forma del teorema che Carlo Cottarelli ha sintetizzato con la consueta chiarezza: «Più lavoratori ci sono rispetto al capitale, più il lavoro costa meno». A prima vista sembrerebbe un dogma indiscutibile, il frutto avvelenato della globalizzazione. Spiegherebbe anche il successo del nazionalismo economico che illude i lavoratori con la scorciatoia del “prima i nostri”, e pazienza se gli altri ci rimettono. Un’illusione già più volte smentita dalla storia, ma che dal punto di vista dei sovranisti conserva il pregio di supportare la retorica interclassista della Grande Proletaria (Giovanni Pascoli, 1911) che declinata al giorno d’oggi recita più o meno così: «Noi italiani siamo tutti quanti popolo-vittima di perfide potenze straniere che mirano a depredarci; dunque sindacati e lavoratori si adeguino al superiore interesse nazionale».

Il Primo Maggio per sua natura è internazionalista, riunisce proletari di tutte le origini, ha dentro di sé gli anticorpi che lo immunizzano dalla menzogna “sangue e suolo” della Grande Proletaria. Ma proprio questo è l’ultimo anacronismo, quello che più di ieri rende faticoso riconoscersi fra proletari. Proletario era colui che non possedeva altri beni oltre ai propri figli. E ne generava parecchi, di figli, perché calcolava che una parte se li sarebbe portati via la mortalità infantile e la guerra, mentre lui solo dalle loro braccia avrebbe potuto ottenere sostegno in vecchiaia. Oggi in Italia chi non possiede altro che il proprio lavoro, di figli non ne genera più, e quei pochi che ha generato spesso deve mantenerli anche da adulti. Il proletario senza prole viene così attanagliato dalla paura che lo Stato non sia più in grado di pagare le prestazioni sociali a sostegno della sua vecchiaia.

Stiamo diventando un Paese di proletari senza prole. Sempre più spesso, di proletari senza sapere di esserlo, come succede anche a tanti giornalisti pagati venti euro ad articolo. Ha fatto scalpore, nei giorni scorsi, che i fattorini di Deliverance Milano abbiano pubblicato una lista di personaggi famosi renitenti alla mancia facoltativa, ma soprattutto che abbiano minacciato di divulgarne gli indirizzi privati. Una palese scorrettezza che serviva a mettere a nudo la vulnerabilità delle piattaforme di AssoDelivery da cui i rider reclamano maggiori tutele. Cominciava così, cinquant’anni fa, con sabotaggi illegali, anche la rivolta dell’operaio-massa che bloccava a scacchiera (“gatto selvaggio”) le catene di montaggio della Fiat Mirafiori. Peccato che un solo reparto di quella città-fabbrica contasse più operai di quanti non siano tutti i rider attivi oggi sull’intero territorio nazionale. Unire i proletari è diventato più difficile, anche il Primo Maggio. Ma da una loro ulteriore retrocessione — altro che sabotaggio delle mance! — non c’è da aspettarsi niente di buono. Nuova unità sindacale cercasi.

in “la Repubblica” del 30 aprile 2019

Solitudine globale. I sintomi della crescente fatica di vivere

Mauro Magatti

Se è il World Economic Forum nel suo Global Risk Report 2019 a inserire la questione della «sostenibilità umana» tra i principali rischi a cui sono esposte le società contemporanee, c’è davvero da riflettere e preoccuparsi.

I sintomi della crescente «fatica di vivere» sono ormai numerosi e provengono da fonti molto diverse. L’indice elaborato dal Pew Research Institute sulla natura positiva o negativa delle esperienze quotidiane segna un peggioramento costante negli ultimi anni. Nel 2017, quattro intervistati su dieci (la ricerca è internazionale) ammettono di vivere con molte preoccupazioni e stress; 3 su 10 di dover fare i conti col dolore fisico associato a malattie di diverso tipo; 2 su 10 di provare rabbia. Una tendenza che trova conferma in un rapporto della World Health Organization secondo il quale la depressione e i disordini dell’ansia sono aumentati rispettivamente del 54% e del 42%, tra il 1990 e il 2015. Più in generale, sempre secondo la stessa fonte, le persoDepressione-lavoro-suicidio.jpgne con problemi di salute mentale a livello mondiale hanno ormai superato il numero record di 700 milioni.

Altre ricerche danno l’idea di quanto diffuso sia il senso di solitudine nei Paesi avanzati. I dati empirici dicono, ad esempio, che nel Regno Unito il 22% della popolazione dichiara di soffrirne. Un dato che ha fatto così scalpore da spingere il governo di Theresa May a creare un vice ministro con delega a questo problema. D’altra parte, la solitudine altro non è che il riflesso delle profonde trasformazioni strutturali del nostro modo di vita: tra gli europei, la percentuale di famiglie costituite da una sola persona è raddoppiata negli ultimi 50 anni.

Con problemi particolarmente acuti nelle grandi città: a Milano siamo al 40% degli abitanti, a Parigi al 50%, a Stoccolma addirittura al 60%. Anche se imbattibile rimane il centro di Manhattan, dove il 90% dei nuclei è composto di una sola persona! Più in generale, sappiamo che le reti sociali si vanno indebolendo. Una ricerca americana ha evidenziato che il numero di amici per persona è sceso in media da 2,9 nel 1985 a 2,1 nel 2004, mentre si è triplicata la quota di coloro che dichiarano di non avere nessun amico. E c’è ragione di credere che tali tendenze si siano accentuate in questi ultimi 15 anni, dato che l’accelerazione delle nostre vite rende sempre più difficile riuscire a tutelare amicizie stabili e profonde. Come canta Vasco Rossi, quello che riusciamo a fare è ritrovarci ogni tanto a passare qualche momento insieme «ognuno perso dietro ai fatti suoi». Tutto ciò converge nel cambiamento di clima sociale delle nostre società.

Come mostrano i dati di una ricerca di taglio psicologico, il livello di empatia (cioè la capacità di «mettersi nei panni dell’altro») è sceso del 48% tra il 1979 e il 2009. Tema ripreso qualche settimana fa dal Financial Times che ha lanciato l’allarme: va cercata qui la vera radice di quel «cattivismo» che vediamo spuntare da tutte le parti e che minaccia la nostra vita sociale. Nello studio citato, il calo dell’empatia viene attribuito a tre fattori: l’aumento del materialismo e del consumerismo che ci abitua ad avere relazioni strumentali disabituandoci alla ricca e difficile complessità della relazione umana; la fragilizzazione della famiglia che non è più palestra primaria dove si impara (non senza ambiguità e contraddizioni) a stare con gli altri, ma nodo problematico dove si rafforza l’insicurezza esistenziale e dove esplode la violenza; e quella che viene chiamata «eco-camera digitale», cioè la tendenza dei social network a costruire comunità omogenee e chiuse, con la conseguenza di aumentare l’intolleranza verso chi è o la pensa in modo diverso. La verità è che ci troviamo di fronte a un mutamento di struttura della nostra vita sociale che porta a maturazione processi avviati sin dagli anni 60. L’ipotesi è che tutto ciò produca società molto fragili esposte a rischio di rapide monopolizzazioni del potere da parte di pochi. Come è già accaduto in campo economico e tecnologico e come potrebbe accadere sul piano politico. Inoltre, una società di soli e arrabbiati è un serbatoio di violenza latente che può sempre scaricarsi contro qualcuno.

È questo, secondo il World Economic Forum, il rischio da non sottovalutare e che va combattuto mettendo al centro della nostra agenda la ricostituzione delle reti sociali e dei corpi intermedi. In una ricerca di più di cinquant’anni fa il celebre sociologo Paul Felix Lazarsfeld, studiando i processi di costruzione e diffusione delle opinioni, mostrò come le leadership locali e le organizzazioni intermedie costituivano un importante fattore di protezione dalla penetrazione dei messaggi mediatici. Esiste quindi una relazione inversa tra la densità e la vitalità delle reti sociali e la centralizzazione dell’influenza e del potere. È venuto il momento di rendersi conto dell’inadeguatezza dell’idea iperindividualistica di libertà coltivata negli ultimi decenni. Prima che collassi nel suo contrario. Per quanto possa suonare paradossale, la libertà personale è un progetto comune. Per poter prosperare, essa ha bisogno di tanti elementi, tra cui la protezione e la ricostituzione delle reti di socialità. Un compito urgente a cui applicarsi

in “Corriere della Sera” del 30 aprile 2019

Il sovranismo populista si aggira tra i palazzi della politica europea

Andrea Gaiardoni

C’è un nuovo confine in Europa. Sulle cartine non è segnato, non ancora almeno, ma sempre più sta assumendo i contorni di una frattura, di una profonda faglia ideologica che spacca in due il vecchio continente. Viene giù dal Mar Baltico, corre sulla frontiera tra Germania e Polonia, ingloba Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia. E poi risale verso est, verso l’Ungheria, fino all’enormità della Russia.

È l’onda sovranista, un miscuglio di nazionalismi, populismi, formazioni più o meno esplicitamente xenofobe, fieramente di destra, antieuropeiste, che strizzano l’occhio ora a Putin, ora a Trump, alla ricerca di un punto d’equilibrio che, oggi, sembra ancora lontano. Ma che esiste, a fatti e a proclami. Nel gruppone dei sovranisti si può inserire in pianta stabile, ma non ancora preponderante, anche l’Italia. O almeno così vorrebbe Matteo Salvini, leader della Lega, che ambirebbe a prenderne addirittura il timone con la fondazione di un nuovo gruppo, al termine della prossima tornata elettorale europea, alla fine di maggio.

I contorni del sovranismo

Per chiarezza: il termine «sovranismo», secondo l’enciclopedia Treccani, indica la «posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione». Come dire: a casa nostra decidiamo noi. L’esatto opposto di un’Europa intesa come federazione di Stati, con una sintonia d’intenti economici, sociali e politici. All’interno di questo «movimento», per così definirlo, c’è in realtà un po’ di tutto: dai partiti di governo in Polonia e in Ungheria (stati che si sono distinti in questi ultimi anni per aver attuato politiche ultraconservatrici e liberticide, e sui quali pendono procedure d’infrazione proprio da parte della Commissione Europea per violazione dei diritti umani) all’estrema destra xenofoba, dagli euroscettici (eufemismo) ai populisti. In generale si tende a racchiudere in questo ampio recinto proprio le formazioni politiche che alzano la bandiera della chiusura dei propri confini. Come l’Ungheria di Victor Orban. Che in nome della difesa assoluta delle proprie frontiere, e di tutto ciò che al suo interno accade, ha di fatto ridotto rilevanti spazi di libertà: ha rifiutato in ogni modo l’accoglienza ai migranti, ha bloccato l’ossigeno dei finanziamenti alle Ong, ha spazzato via i vagabondi, messo la sordina ai media, condizionato l’indipendenza dei giudici, calpestato i diritti sociali con la riforma del diritto allo sciopero. Da queste parti non abita più la solidarietà. O come il resto del cosiddetto Gruppo di Visegrad (l’alleanza politica, culturale e militare che lega, oltre all’Ungheria, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia). Con qualche distinguo però: il rapporto con la Russia di Putin ad esempio. Cordialissimo con Viktor Orban, mentre è pessimo con il premier polacco Mateusz Morawiecki (per motivi non soltanto politici ma economici), il quale ha invece stretto una solida alleanza con gli Stati Uniti. Il che pone un serio problema di coesistenza.

La galassia della destra radicale

Comunque sia, la frattura geografica e ideologica esiste, è reale e torna a dividere ovest ed est. Una frattura che nel breve periodo potrebbe pesare sulle elezioni che disegneranno il prossimo Parlamento Europeo. Molti slogan a effetto, titoloni sui giornali: uno spettro, a volte solo agitato, a volte fomentato, che davvero s’aggira tra i palazzi della politica europea, ma che probabilmente avrà minor impatto rispetto a quel che si teme. Stando alle stime più ottimistiche, a oggi, l’insieme dei partiti euroscettici, sommando i potenziali seggi dei partiti più intransigenti e quelli più «soft», raccoglierebbe tra i 150 e 170 seggi al Parlamento Europeo (ma c’è anche chi accredita i sovranisti di 90 seggi e non di più), sui 705 posti disponibili, pari a circa il 20% del totale. In questo schieramento sono compresi l’Ecr (il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei), l’Enf (Europa delle Nazioni e delle Libertà) e l’Efdd (Europa delle Libertà e della Democrazia Diretta). Da questi raggruppamenti, dopo le elezioni, dovrebbe nascere l’Eapn (Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni), promossa proprio dal leader della Lega, Matteo Salvini, in un incontro che si è tenuto alcuni giorni fa a Milano, al quale hanno partecipato varie forze politiche: dal tedesco Jorg Meuthen (Afd, Alternative für Deutschland) al finlandese Olli Kotro (Finn Party), fino al danese Andres Vistisen (Dansk Folkeparti). Salvini, al termine dell’incontro ha dichiarato sui social: «Orgoglioso della prima conferenza internazionale di quest’alleanza che parla di futuro, per riportare al centro il lavoro, la famiglia, la sicurezza, la tutela dell’ambiente. Noi guardiamo avanti, con l’obiettivo di riportare i Popoli al governo anche in Europa». Per poi aggiungere: «In questa nuova Europa non c’è spazio per i nostalgici e nemmeno per i burocrati, per i banchieri, per i buonisti». Ancor più esplicito Jörg Meuthen, portavoce federale di Afd: «Da oggi vogliamo dimostrare che le forze patriottiche e di destra hanno intenzione di non frammentarsi nel Parlamento Europeo, ma di procedere insieme con uno stesso scopo, vale a dire rivedere tutta la politica europea che oggi provoca danni a tutti i cittadini europei. Vogliamo riformare l’Unione europea e il Parlamento Europeo, ma senza distruggerli. Vogliamo portare un cambiamento radicale». Salvini può anche contare sul sostegno del Rassemblement National di Marine Le Pen e dei sovranisti austriaci. Ma i «pesi massimi » del sovranismo ancora non si sono esposti. Fidesz, il partito del premier ungherese Orban, fa ancora parte del PPE (Partito Popolare Europeo) nonostante una minaccia di espulsione sostenuta anche dal presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker: «Da almeno due anni Orban si è allontanato dai valori di fondo cristianodemocratici del Partito popolare europeo » – è il parere di Juncker. «E se Orban non condivide questi valori, il suo posto è fuori dal Ppe». Ma una decisione non è stata ancora presa. Mentre Diritto e Giustizia (Pis), partito del premier polacco Kaczynski, continua a far parte di ECR, nonostante i tentativi di corteggiamento, per così dire, di Salvini. Pochi giorni fa l’eurodeputato Ryszard Legutko, braccio destro del premier e autorevole esponente del Pis, ha definito positivi gli incontri tra Kaczynski e Salvini, ma ha bocciato l’idea della cosiddetta «opzione zero» proposta dal leghista: vale a dire cancellare i gruppi esistenti che attualmente accolgono i partiti della destra più radicale e formarne uno nuovo. L’EAPN, appunto. «Per noi questo piano è semplicemente irrealistico», ha tagliato corto Legutko. «Per noi la base del futuro dovrà continuare ad essere l’Ecr».

Critiche dall’Italia

Anche gli altri partiti della destra italiana non vedono di buon occhio l’iniziativa e si collocano in ordine sparso. Stabilmente nel PPE Forza Italia, con Antonio Tajani, peraltro attuale presidente del Parlamento Europeo, che critica apertamente il vicepremier leghista: «L’alleanza con Alternative für Deutschland equivale a mettere a repentaglio l’Italia» – commenta Tajani. «È un partito che attacca il governo tedesco accusandolo di essere stato troppo morbido nei confronti della Grecia, ma anche dell’Italia e del Portogallo». Fratelli d’Italia fa invece parte del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr). E anche Giorgia Meloni non è stata tenera con Salvini: «Precisiamo: i veri sovranisti siamo noi, loro sono populisti» – ha dichiarato. «Il nostro obiettivo è costruire una nuova maggioranza in Europa che vada dai popolari ai populisti con noi dei Conservatori e Riformisti a fare da ponte. Da questo punto di vista è un bene che Orban sia rimasto nel Ppe perché spinge nella nostra direzione». Critiche sono arrivate anche dal Movimento 5 Stelle, che non si può propriamente definire formazione di destra, ma che in quest’alveo sta cercando di costruirsi una casa solida a livello europeo. «Sono preoccupato per questa deriva di ultradestra a livello europeo, con forze politiche che faranno parte del gruppo con cui si alleerà la Lega che, addirittura, in alcuni casi, negano l’Olocausto» – ha dichiarato Luigi Di Maio. Per la cronaca, il 23 gennaio scorso i deputati di Afd hanno abbandonato l’aula del Parlamento bavarese durante la commemorazione della Shoah, rispondendo così alle critiche della comunità ebraica che li aveva accusati di minimizzare i crimini nazisti e l’Olocausto. Al momento i 5 Stelle sono membri dell’EFDD, nonostante abbiano tentato di aderire (respinti) al gruppo dei liberali Alde. In sostanza una galassia profondamente divisa, apparentemente inconciliabile, tutti alla disperata ricerca di un «ruolo chiave » e assai poco amalgamabile attorno a un programma, a una visione che vada oltre l’assemblaggio elettorale. Che diverge non soltanto sulle alleanze, ma anche sulle prospettive. A partire da quelle economiche. Il «giocattolo» europeo fa comodo a molti Stati, soprattutto dell’Est Europa. Gli ultimi dati ufficiali, che risalgono al 2017, certificano che l’Ungheria ha versato all’Unione 820 milioni di euro, incassando 4,049 miliardi. Per restare al Gruppo di Visegrad: la Slovacchia ha versato 646 milioni di euro per riceverne 2,662 miliardi. La Repubblica Ceca 1,361 miliardi contro 4,690. Cifre ben più alte per la Polonia: 3,048 miliardi di euro versati nel 2017, con un ritorno di 11,921 miliardi. Vuol dire che a Varsavia, ogni settimana, arrivano 170 milioni di euro. Economie che, senza troppi giri di parole, non sopravvivrebbero senza gli aiuti europei. Un dato che aiuta anche a comprendere come mai alcune formazioni estremiste, da sempre critiche nei confronti dell’Ue, abbiano sfumato le loro posizioni non appena conquistato un ruolo di governo.

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Insomma, l’onda sovranista non sembra avere ancora la forza per travolgere l’Unione Europea. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Eurobarometro, il 27 marzo scorso, il PPE (Partito Popolare Europeo) sarebbe in testa con 188 seggi (ne perderebbe 29 rispetto agli attuali 217), seguito da S&D (il gruppo dei Socialisti e democratici) con 142 seggi (attualmente ne ha 186, dunque un calo drastico di 44 seggi). La vera notizia è che questi due gruppi, assieme, non avranno la maggioranza dei seggi all’Europarlamento: non accadeva dal 1984. Terza forza, sempre stando alle rilevazioni di Eurobarometro, sono i liberali di Alde (72 seggi), poi l’alleanza dei Verdi (51 seggi, ne perderebbe uno soltanto) e la Sinistra Unitaria Europea (49 seggi). E il gruppo dei sovranisti? L’Enf, il gruppo più forte, conquisterebbe 61 seggi, seguito da Ecr (53) e Efdd (30 seggi). Anche immaginando un’improbabile alleanza di questi tre gruppi si arriverebbe ai numeri di S&D. Non proprio una spallata. Ma una presenza sì e anche di un certo peso: la destra radicale c’è e conquista spazi di consenso e di visibilità fino a poco tempo fa impensabili. I movimenti sovranisti fanno attualmente parte, con differenti gradazioni d’intensità, delle maggioranze di governo in 11 paesi dell’Unione Europea. Oltre all’Italia e alle già citate Polonia e Ungheria, c’è l’Austria, la Finlandia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, la Bulgaria, la Romania, la Lettonia e la Grecia. È lecito chiedersi: i rappresentanti di questi paesi eletti a Bruxelles come si comporteranno in tema di politica estera, di accoglienza, di rispetto dei diritti umani? L’European Council for Foreign Relations, in una ricerca pubblicata pochi mesi fa, ha scritto che «i partiti antieuropeisti potrebbero bloccare il Parlamento europeo dopo le elezioni di maggio». Bloccare forse è eccessivo, ma ostacolare e condizionare certamente sì. Anche perché, nel lungo periodo, nulla esclude che il blocco sovranista possa addirittura crescere. Sottovalutare, oggi, il peso di questa presenza sarebbe un grave errore.

in “Rocca” n. 9 del 1 maggio 2019

 

“Festa del lavoro”. Il capitale umano al servizio del lavoro

Messaggio dei Vescovi Italiani

L’orizzonte del lavoro è stato sintetizzato da papa Francesco in quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale e sviluppato in un percorso che ha coinvolto credenti e parti sociali prima e dopo la preparazione delle Settimane Sociali, contribuendo ad animare il dibattito nel paese. Siamo purtroppo lontani in molti casi da quel traguardo e da quell’orizzonte, che vede nel lavoro un’opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacità di collaborare all’opera creativa di Dio.

Viviamo in un sistema economico che ha dimostrato capacità eccezionali nel creare valore economico a livello globale, nel promuovere innovazione e progresso scientifico e nell’offrire ai consumatori una gamma sempre più vasta di beni di qualità. Il rovescio di questa medaglia sta nella difficoltà di promuovere un’equa distribuzione delle risorse, di favorire l’inclusione di chi viene “scartato”, di tutelare l’ambiente e difendere il lavoro. In questo contesto la sfida più formidabile, soprattutto nei paesi ad alto reddito dove i lavoratori avevano conquistato con dolore e fatica traguardi importanti, è proprio quella della tutela e della dignità del lavoro. Dignità che è essenziale per il senso e la fioritura della vita umana e la sua capacità di investire in relazioni e nel futuro.

La situazione è resa particolarmente difficile perché richiede la capacità di adattarsi e di rispondere a due trasformazioni epocali: quella della globalizzazione e della quarta rivoluzione industriale. La prima interpella il lavoro offrendo alle imprese opportunità di delocalizzare da paesi ad alto reddito e con alti costi del lavoro per andare a cercare le medesime qualifiche e competenze in paesi poveri o emergenti dove quel lavoro costa molto meno. In questo modo, mentre opportunità nei paesi poveri ed emergenti aumentano, si rischia allo stesso tempo di innescare una corsa competitiva verso il basso di cui a fare le spese è proprio la dignità del lavoro. La seconda sfida, quella della nuova rivoluzione industriale, è una grande trasformazione del modo di fare impresa che rende obsoleti alcuni tipi di mansioni. Il lavoro del futuro, per essere libero, creativo, partecipativo e solidale dovrà saper vincere queste sfide. Che, come accaduto anche per le precedenti rivoluzioni industriali, chiudono delle vie del passato ma aprono al contempo nuovi sentieri. Come persone credenti non dobbiamo mai perdere la speranza e la capacità di leggere le opportunità del nuovo che avanza assieme alle sfide e agli ostacoli che ci pone.

La rete, le macchine intelligenti e le nuove opportunità d’interazione tra le stesse e con gli esseri umani aumenteranno sempre più la nostra capacità di fare e modificheranno la nostra capacità di agire. Le macchine intelligenti non potranno mai competere con gli esseri umani in ciò che li rende veramente uomini: la vita di relazioni, la prossimità e la cura interpersonale. E assieme ad esse gli spazi per la creatività artistica, scientifica e culturale. Se guardiamo indietro al passato scopriamo che nel lungo periodo le rivoluzioni industriali che si sono susseguite, nonostante i tanti ostacoli

e perplessità che hanno incontrato sul loro cammino, hanno progressivamente sollevato, le persone da compiti faticosi e ripetitivi e, in ultima analisi, da lavori meno umani. Il progresso scientifico e tecnologico è un dono e un frutto dell’operosità dell’ingegno umano che può diventare benedetto o avvelenato a seconda della maggiore o minore capacità di porlo al servizio della persona.

La speranza e la gratitudine per questo progresso di cui l’uomo è artefice non devono farci distogliere lo sguardo dalla denuncia e la condanna di quella parte, purtroppo vasta, di dinamiche del lavoro molto lontane dall’essere libere, creative, partecipative e solidali.

In questo scenario difficile dove si mescolano insidie e speranze abbiamo sempre più bisogno di competenze culturali e politiche all’altezza della sfida, per cogliere gli elementi fondamentali e guidare nel modo più efficace il Paese in questo difficile percorso, per promuovere ciò che ci nobilita e per scartare ciò che ci umilia.

Appare del tutto evidente, da questo punto di vista, l’importanza di costruire politiche che favoriscano l’investimento in due direzioni principali. Da una parte la formazione, l’istruzione e le competenze che saranno sempre più importanti per favorire la riqualificazione del lavoro ed andare ad occupare i tanti spazi aperti dalle nuove potenzialità create. Dall’altra l’”umanità” diventerà una delle chiavi di successo principali dei mondi del lavoro futuri, perché l’arte della collaborazione (fatta di fiducia, cura interpersonale, reciprocità, prossimità), i servizi alla persona e le relazioni saranno sempre più qualificanti e decisive. La capacità di fare squadra, producendo capitale sociale, sarà una delle chiavi del successo professionale ed assieme della fioritura umana e spirituale della vita.

Un compito irrinunciabile e sempre più delicato sarà quello di inclusione degli scartati e dei più deboli. Sapendo che la soluzione non potrà essere quella di una mera erogazione monetaria poiché la dignità della persona passa attraverso la sua capacità di essere utile e di contribuire al progresso sociale e civile. Le forme d’intervento e di aiuto per gli esclusi non potranno non avere come stella polare quella di un approccio generativo che mira ad offrire opportunità d’inclusione e di partecipazione alla vita sociale e produttiva.

È stato detto più volte che la qualità di una società dipende dal modo in cui in essa sono considerati gli ultimi. Ed è vero. Il salto di qualità, culturale e di comunicazione di cui abbiamo bisogno, prima ancora che politico economico, è quello di riscoprire come la collaborazione e il gioco di squadra con tutti, anche e soprattutto con i più marginalizzati, è dono ed occasione di crescita della propria vita umana e spirituale e, allo stesso tempo, opportunità che mette in moto nuove modalità di creazione di valore economico e sociale.

La sfida affascinante della vita del Paese (e quella su cui ci giochiamo il futuro del lavoro) può essere vinta solo superando la carestia di speranza, puntando su fiducia, accoglienza ed innovazione e non chiudendosi nella sterilità della paura e nel conflitto.lavoratori.jpg

Comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una “torta” più grande.

La storia del progresso umano insegna che il benessere economico e sociale non è un’acquisizione data ed acquisita su cui lottare per la spartizione. Il vero tesoro di una comunità (e quindi del nostro Paese) e garanzia per il suo futuro è la somma delle fatiche e delle competenze, dell’impegno a contribuire al progresso civile e della capacità di cooperare e fare squadra dei propri cittadini. Se sapremo preservare ed arricchire questo tesoro riusciremo anche a vincere la sfida della dignità del lavoro di oggi e del futuro.

LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE

Il mandato sociale della scuola

La scuola deve assicurare tre profili attesi

Per consolidato consenso, un sistema di istruzione di base (primaria + secondaria) deve assicurare alla società civile cittadini preparati ad inserirsi nel mondo adulto sotto almeno tre differenti profili: a) come soggetti attivi, in senso lato, cioè come individui dotati delle conoscenze e delle competenze attese dal mondo del lavoro e delle professioni ed in grado di svolgere in esso un ruolo attivo; 
b) come cittadini di una comunità, che non è più solo quella del campanile, e neppure quella nazionale, ma si allarga ormai almeno all’Unione Europea (nel nostro caso), e – sempre più velocemente – al mondo. Cittadinanza globale, dunque, che comporta l’adozione di stili di vita sociale e modelli di comportamento partecipati e non conflittuali con coloro insieme a cui condividiamo un comune destino; 
c) come persone informate e senzienti, dotate degli strumenti indispensabscuola.jpgili ad orientarsi nella vita autonoma e soprattutto delle categorie chiave di giudizio (cosa è vero, cosa è bello, cosa è bene, cosa è utile …).

Alla luce di questa definizione del mandato, possiamo dire che la scuola italiana assolve al suo compito in modo soddisfacente, o almeno adeguato?

 a) La formazione alla vita attiva

Bisogna aver chiare le idee sulla situazione dei nostri giovani: quelli che ancora frequentano la scuola, ma ancora più quelli che hanno cessato di frequentarla, quelli che cercano lavoro, ma ancora più quelli che hanno smesso di cercarlo. La vera domanda è: quanto la scuola, così come è attualmente, è in grado di far fronte alla sfida del lavoro nei prossimi anni? E’ evidente che la scuola non dovrebbe perdere troppi studenti per strada e lasciarli entrare nella società senza un diploma o una qualifica professionale, che consentano l’accesso ad un’occupazione qualificata.

 Giovani senza diploma

Impostata la questione in questi termini, una prima risposta è di tipo quantitativo e indica che un numero elevato di giovani non completa l’iter formativo di base. Non si tratta qui dell’obbligo formale di istruzione, fissato dalla legge a 16 anni, quanto piuttosto dell’obbligo formativo, che sempre la legge colloca a 18 anni; ma che nella sostanza, in tutti i paesi avanzati, si fa coincidere con il termine degli studi secondari. Cioè, nel nostro caso, a 19 anni. La norma, per uno scrupolo giuridico relativo alle libertà costituzionali dei singoli, non si spinge a prescrivere l’obbligo oltre la soglia della maggiore età, stante che va fatta salva perfino la facoltà di non continuare ad istruirsi, una volta adulti. Ma, insomma, la sostanza è quella: un sistema scolastico al passo con i tempi dovrebbe idealmente coprire tutti i cittadini fino al completamento degli studi secondari.

Già su questo primo e limitato criterio, è evidente che il nostro sistema non soddisfa le attese. Una percentuale di giovani diciannovenni, che oscilla ormai da tempo vicino al 20%, contro il 10,6% medio europeo (EU28-anno 2017) esce dal sistema senza conseguire alcun diploma secondario.

Il problema non riguarda solo il titolo di uscita. Già a sedici anni, il tasso di giovani che hanno abbandonato gli studi è superiore al 13%, con punte che sfiorano il 20% nel relativamente progredito Nord-Ovest.

Troppi giovani, quindi, abbandonano precocemente il sistema scolastico, per ragioni varie, non tutte ovviamente riconducibili a cause interne al sistema stesso. Tuttavia, è difficile considerare la scuola come “incolpevole” rispetto a questa emorragia: come minimo, non è stata in grado di convincere i giovani circa la propria efficacia nel preparare al meglio il loro futuro.

I NEET e la sfiducia nella formazione

Danno da pensare anche le risultanze di un’indagine (2017) della Commissione Europea sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (ESDE), secondo cui un giovane su cinque (19,9%), nella fascia di età fra i 15 ed i 24 anni, non studia, non lavora e non cerca un’occupazione. Sono i cosiddetti NEET (Not in Education, nor in Employment and Training), il cui numero è da noi sensibilmente più alto della media europea (11,5%). Può essere letto come un indice delle difficoltà del mercato del lavoro, ma di certo è anche un indicatore di sfiducia nella formazione come leva per la realizzazione personale.

 La disoccupazione giovanile

Ma, almeno, chi completa il percorso raggiunge una preparazione che lo metta in grado di affrontare la vita lavorativa in possesso degli strumenti richiesti? Stando ai dati sulla disoccupazione giovanile, c’è da dubitarne. Sempre lo stesso rapporto dice che, nella fascia di età fino ai 24 anni, il tasso di disoccupazione è del 37,8%: quasi due giovani su cinque non trovano lavoro, il doppio rispetto alla media europea ed il terzo peggior dato dell’Unione. Le conseguenze indirette di questo dato si allargano ad una ricaduta sociale: in media, i giovani italiani costituiscono un nucleo familiare non prima dei 31-32 anni, contro una media UE di 26. Un comportamento che incide, per esempio, sull’invecchiamento demografico e sulla spesa pensionistica.

Se ci fermiamo a questi elementi, almeno la prima fra le missioni della scuola che avevamo identificato in apertura viene mancata dal nostro sistema: troppi abbandonano senza completare e troppi di quelli che completano rimangono senza lavoro. Che dire delle altre due: formare l’uomo e il cittadino?

 Laformazione del cittadino. Bullismo e devianze minorili

Si tratta di domande cui è difficile dare risposte dirette, dato che investono dimensioni della persona meno agevolmente misurabili con metodi statistici. Un indicatore indiretto piuttosto significativo viene dalle ricerche, ormai numerose, in materia di bullismo e cyberbullismo nelle scuole: cioè tutti quei comportamenti, vissuti direttamente o subiti tramite Internet o telefonino, che possono essere considerate come spie di serie distorsioni nel “vivere con gli altri”.

Purtroppo le statistiche, per quanto abbondanti, sono sul punto scarsamente attendibili e forniscono numeri anche molto discordanti fra loro: si tratta di fenomeni in buona misura percepiti e/o riferiti e non si può quindi misurarli con un elevato livello di attendibilità. Quel che sembra certo è che almeno un ragazzo su due, nell’arco di età fra gli 11 e i 17 anni, si è trovato coinvolto, come attore o come vittima, in episodi di bullismo/cyberbullismo nell’ultimo anno. E, se si restringe il campo a coloro che dichiarano frequenze superiori, addirittura settimanali o plurisettimanali, le percentuali si collocano comunque intorno al dieci per cento.

Anche in questo caso, non è corretto dare tutta la colpa alla scuola: ma certo c’è da chiedersi come abbia assolto alla missione di formare alla cittadinanza ed a quella che una volta si chiamava la “buona educazione”. E, accessoriamente – visto che la maggior parte degli episodi riferiti si svolgono a scuola o ruotano intorno a relazioni scolastiche – è lecito chiedere quanto sia attenta anche sul piano della semplice vigilanza e del contrasto alle condotte antisociali.

 L’educazione civica

Nella scuola non ci sono di fatto orari dedicati ad insegnamenti che educhino a diventare cittadini e, particolarmente, buoni cittadini. La cosiddetta “educazione civica” (o simili), nonostante i vari tentativi, è rimasta nelle buone intenzioni e, per lo più, sulla carta.

Del resto, secondo una ricerca commissionata da TreeLLLe a Makno nel 2016, e condotta su un campione di circa 800 giovani fra i 19 ed i 23 anni, in due casi su tre le tematiche relative all’educazione alla cittadinanza non venivano mai, o quasi mai, affrontate in classe con gli insegnanti.

Sempre la stessa ricerca rivelava che per tre ragazzi su quattro, anche lo studio della Costituzione era praticamente assente dalle aule scolastiche:

Da questi dati emerge con chiarezza che anche la seconda delle missioni assegnate alla scuola – formare il cittadino – è attualmente oggetto di scarsa attenzione, con risultati conseguenti.

 La formazione della persona

Resta da prendere in considerazione la missione relativa alla formazione della persona: i) nelle sue conoscenze e competenze di base; ii) nella strutturazione delle sue categorie di giudizio e della sua capacità di orientarsi nella sovrabbondante folla di messaggi che caratterizzano il mondo contemporaneo.

 1) conoscenze e competenze di base – anche qui sono possibili solo indicatori indiretti: per esempio, le competenze in materia di literacy e numeracy, rilevate in occasione delle periodiche rilevazioni internazionali OCSE-PISA sui quindicenni. Come è noto, tali analisi non si limitano ad indagare il tradizionale leggere, scrivere e far di conto: esse offrono piuttosto la misura della capacità di leggere dentro il testo, per coglierne il senso argomentativo e le tesi sottostanti; ovvero di utilizzare categorie logico-matematiche per orientarsi nella vita di ogni giorno.

Anche qui, il nostro sistema non ne esce bene, nonostante i lievi miglioramenti fatti registrare da un’edizione all’altra dell’indagine. Ecco i dati storici delle varie rilevazioni fin qui condotte:

La media PISA, come è noto, si situa convenzionalmente a livello 500. Dunque l’Italia, in quindici anni e cinque successive edizioni della ricerca, non è mai riuscita a toccare quella soglia. Può essere curioso notare come anche parecchi degli altri grandi paesi europei si trovino nella stessa condizione, pur avendo risultati numerici in genere lievemente superiori. A primeggiare in queste indagini, sono i paesi asiatici, come Shanghai, Corea e Giappone, e – in Europa – Finlandia, Svizzera e Paesi Bassi, che registrano livelli intorno ai 550. Spesso si tratta di paesi relativamente giovani, i cui sistemi scolastici – non gravati da tradizioni storiche importanti – sembra che abbiano più facilmente potuto tra- sformare i propri ordinamenti e le proprie pratiche.

 2) categorie di giudizio e valori

“La scuola italiana del dopoguerra, per reazione all’enfasi del Ventennio, ha preso le di- stanze dalla missione educativa esplicita, preferendo percepirsi come luogo deputato al- l’istruzione. Una missione solo apparentemente laica, ma in realtà impossibile, perché l’educazione non può essere neutrale in modo assoluto. Nella pratica, l’obbligo costituzionale di imparzialità della pubblica amministrazione è stato spesso letto come obbligo di astenersi da tutti quegli interventi che potrebbero suonare come ideologicamente orientati. Solo che anche questo si è rivelato un errore: il contrario di un’educazione non imparziale non è un’impossibile educazione neutrale, è la rinuncia ad educare. Si educa sempre a qualcosa, non al nulla. E siccome in questo ambito il vuoto non esiste, perché i ragazzi comunque assumono i propri valori e modelli di comportamento dove li trovano, ecco che la reticenza dell’istituzione scuola lascia il campo ad altri soggetti, che predano il campo in cui agiscono, senza preoccuparsi delle conseguenze e senza assumere responsabilità: TV, Internet, industria del tempo libero e dell’abbigliamento, ecc. La Chiesa lo sa: e nelle scuole che essa ispira e governa non ha timidezze nel dichiarare e perseguire coerentemente un progetto educativo, ispirato ai valori cristiani. Lo Stato farebbe bene a ricordarsene: e, per cominciare, a inserire fra le attività scolastiche quell’educazione alla cittadinanza, o al vivere con gli altri, che – fondandosi sul principio base dell’etica della reciprocità (adottare comportamenti che possano essere generalizzati senza danno) – costituisce la migliore approssimazione possibile ad un progetto educativo non confessionale e che risulti utile alla comunità”.

“È anche vero che una certa neutralità scolastica – come ci insegna il filosofo Fernando Savater – è auspicabile, ma non fino al punto di essere reticente rispetto ai valori costitutivi della nostra civiltà. Non può e non deve esserci neutralità, ad esempio, riguardo al rifiuto della tortura, del razzismo, del terrorismo e riguardo alla difesa delle garanzie sociali su sanità e istruzione, perché non si tratta di semplici opzioni partigiane, ma di conquiste di civiltà di cui non si può fare a meno senza incorrere nella barbarie”.

Come si è arrivati ad una situazione così seria? Quali sono le ragioni di fondo di un malessere talmente profondo per una istituzione che pure è stata per molto tempo – anche se per relativamente pochi – un solido punto di riferimento?

(Brano tratto, TREELLLE, Il coraggio di ripensare la scuola, 2019)

SERGIO LEONE. 30 anni dalla morte del grande regista del western all’italiana

Sergio Leone moriva il 30 aprile 1989. Dieci anni prima di Stanley Kubrick, che abbiamo celebrato poco tempo fa. Entrambi giganti del cinema, entrambi scomparsi troppo presto. Ma la morte di Leone fu ancora più dura da mandare giù, perché il regista aveva solamente sessant’anni. E non aveva certo intenzione di andare in pensione anticipata: poco prima di morire si era infatti procurato un budget di 100 milioni di dollari per girare 900 Days, un’epopea sull’assedio di Stalingrado con Robert De Niro.hqdefault.jpg

Nato nel 1929 a Roma da una famiglia di cineasti – il padre era il regista Roberto Roberti, da lui omaggiato poi con il nome d’arte Bob Robertson, la madre l’attrice Bice Waleran – Leone nella sua carriera ha diretto solamente sette film nel corso di 23 anni (otto, se contiamo anche Gli ultimi giorni di Pompei di Mario Bonnard, che proprio lui completò a causa della malattia del regista). Non si può dunque definire un autore prolifico, ma d’altro canto i suoi lavori non si possono definire semplici “film”. Sono racconti epici, che prendono il western, o il peplum o il cinema di gangster, e lo spogliano fino ad arrivare agli archetipi dell’antica Grecia. Che trascendono la ricostruzione del reale per arrivare al mito. “Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole”, diceva Leone. “E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito”.

Insomma erano delle opere impegnative da girare, e la perfezione formale da lui raggiunta in film epocali come Il buono, il brutto, il cattivo o C’era una volta in America ci fa pensare che Sergio avesse ragione a non voler strafare. A dedicarsi a un progetto alla volta con tutto l’impegno necessario. Per quanto avremmo voluto vederlo proseguire ancora per altri vent’anni almeno, quei sette film sono una testimonianza eloquente di un grande uomo di cinema, dei suoi sogni, dei suoi ideali e delle sue ossessioni. Perciò, anziché lamentarci di quello che non abbiamo avuto, celebriamo Sergio Leone ricordando le cinque cose con cui ha lasciato il segno nella storia del cinema.

Ha inventato Clint Eastwood. Probabilmente il più grosso “effetto collaterale” dell’esistenza di Sergio Leone è l’esistenza di Clint Eastwood. Prima del suo coinvolgimento in Per un pugno di dollari, Eastwood era un attore televisivo nella serie Gli uomini della prateria (alias Rawhide). Aveva già superato i trenta e non era riuscito a imboccare la strada del cinema, e all’epoca la televisione non era quella di oggi. Se facevi TV non facevi cinema e, senza Sergio Leone, Clint probabilmente non avrebbe mai avuto l’opportunità di diventare una star, men che meno uno dei più grande registi americani di sempre. Tutto questo lo dobbiamo alla lungimiranza di Leone che, pur non avendo mai apprezzato a parole l’attore (è famosissima la battuta sulle due espressioni di Eastwood, con e senza cappello), ne intuì chiaramente il carisma magnetico.

Il suo nome è entrato nel lessico. Quentin Tarantino, che non ha un’educazione formale di cinema ma lo ha imparato a forza di consumare VHS in gioventù, al suo cameraman dice “Give me a Sergio Leone” quando deve girare il dettaglio degli occhi di un attore. O almeno questo sostiene la leggenda. Sta di fatto che fu proprio Leone a popolarizzare quel tipo di inquadratura strettissima sugli occhi, quel primissimo piano che ci apre una porta nell’anima del personaggio. È diventato un suo marchio di fabbrica al punto che, come la Nutella per le creme spalmabili, il suo nome ne è diventato sinonimo.

Ha portato il cinema d’autore al grande pubblico. Per tanto tempo è esistita una distinzione, del tutto arbitraria (vedi il caso di Kubrick), tra cinema popolare e cinema “d’autore”. Come se quel termine definisse un genere, anziché, per l’appunto, cinema realizzato da autori con una visione ben precisa. Sergio Leone era un autore, senza alcun dubbio. Aveva le sue idee, le sue ossessioni, un suo preciso modo di mettere in scena una storia. Uno stile che includeva lunghi momenti di silenzio seguiti da esplosioni di violenza. I suoi film richiedevano pazienza e concentrazione, erano lenti eppure spaccavano i botteghini. Hanno insegnato a più generazioni ad apprezzare la lentezza, l’attesa da cui deriva qualcosa di grande e memorabile.

Ha unito immagini e musica come mai prima. Paragrafo altrimenti detto “Ha inventato Ennio Morricone”, la cui stella, al pari di quella di Clint Eastwood, fu lanciata dalla trilogia del dollaro. La capacità di unire musica e immagini di Sergio Leone è qualcosa di arcano, paragonabile a quella di pochi cineasti (come il suo allievo Quentin Tarantino). Leone faceva comporre a Morricone il tema principale di un film prima delle riprese, in modo da farlo ascoltare agli attori sul set per motivarli e farli entrare nell’atmosfera, far loro capire la sua visione. Non è un caso che la musica diegetica sia così importante nei suoi film: il carillon di Douglas Mortimer in Per qualche dollaro in più e l’armonica di… Armonica in C’era una volta il West hanno un peso concreto nel plot e delineano il carattere dei personaggi più di mille parole.

Ha rilanciato il western. Eccoci arrivati al singolo contributo più importante di Sergio Leone al cinema. Prima di lui, il western era un genere stagnante, in declino. Dopo di lui risorse dalle ceneri. Al di là di averne rinnovato lo stile, avviando il filone “Spaghetti Western” (termine da lui odiato in quanto spregiativo), Leone si allontanò anche dai temi classici del genere (a parte C’era una volta il West) per parlare alle nuove generazioni che amavano un cinema più violento e dinamico, più smaliziato. Ciò contribuì a un rilancio del genere anche in America, dove i film di Leone ebbero grande successo. Negli anni ’70, il western americano prese una direzione revisionista e politica, con capolavori come Un uomo chiamato cavallo e Corvo rosso non avrai il mio scalpo. Lo stesso Clint Eastwood divenne regista di western molto presto. Una ripartenza che segnala come l’interesse per il western fosse in risalita, e questo anche grazie alla passione e al genio di un ragazzo di Trastevere che sognava cowboy e indiani.

https://www.film.it/news/film/dettaglio/art/30-anni-dalla-morte-di-sergio-leone-cinque-modi-in-cui-ha-cambiato-il-cinema-55252/

 

Sustainable Development Goals (SDGs). Rapporto ISTAT 2019

L’Istat  nei giorni scorsi ha presentato la seconda edizione del Rapporto sui Sustainable Development Goals (SDGs) adottati con l’Agenda 2030 il 25 settembre 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I 17 Sdgs stabiliscono dunque l’agenda fissata dalla comunità globale per porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e assicurare prosperità a tutti entro il 2030 e si articolano in 169 sotto-obiettivi che fanno riferimento a diversi domini dello sviluppo relativi a tematiche di ordine ambientale, sociale, economico e istituzionale.

A partire dal dicembre 2016 l’Istat ha reso disponibili, con cadenza semestrale, molti indicatori per l’Italia sulla piattaforma informativa dedicata agli SDGs del nostro sito. La piattaforma è attualmente popolata da 303 misure statistiche nazionali (di cui 273 diverse) che rispondono, spesso integrandola, alla domanda informativa che emerge da buona parte degli indicatori proposti dall’ONU.SDGs2019.jpg

Oltre al posizionamento dell’Italia lungo la via dello sviluppo sostenibile, il Rapporto offre alcuni approfondimenti tematici e di analisi. In particolare quest’anno è stato prodotto uno sforzo particolare al fine di rendere disponibile un maggior numero di disaggregazioni degli indicatori che consentano di approfondire l’analisi sia a livello territoriale sia rispetto alle diverse caratteristiche socio-demografiche delle persone. Vi è poi uno specifico capitolo (il capitolo 4) che mira ad analizzare le interconnessioni esistenti tra obiettivi, target e indicatori della strategia.

Si tratta di un lavoro imponente, frutto della partecipazione dell’Istat ai lavori di un altro tavolo internazionale – il Working Group in Interlinkages – che qualifica, nel suo Report finale, l’attività dell’Italia come una best practice.

Per saperne di più vedi:

* il Rapporto Istat: https://www.istat.it/it/files//2019/04/SDGs_2019.pdf

* il Comunicato stampa: https://www.istat.it/it/archivio/229609

Déclaration des évêques de Belgique au seuil des élections européennes

Déclaration des évêques de Belgique

Aux chrétiens catholiques au seuil des élections

Les élections régionales, fédérales et européennes auront lieu d’ici quelques semaines. À tous les niveaux de pouvoir, les défis sont immenses. Nous devons être conscients que les réponses à ceux-ci ne sont et ne seront jamais simples.

En tant que chrétiens, nous tenons à participer activement à ces élections, en faisant entendre notre voix dans le débat démocratique, dans le respect de toute conviction. Nous aimerions encourager les chrétiens catholiques à un véritable discernement et attirer leur attention sur quelques enjeux importants.

La globalisation, la numérisation et l’évolution technologique ont profondément transformé l’économie. La question du partage des richesses est un problème grave. Les inégalités sociales, le taux de pauvreté y compris dans notre pays, les questions connexes telles que l’habitat et l’accès au travail, doivent continuer à nous interpeler. Il serait d’ailleurs courageux de repenser le fonctionnement et les finalités de notre système économique. Une économie sociale de marché doit être au service de l’être humain, et en particulier des plus fragiles. Elle doit offrir à chaque être humain la possibilité d’une existence digne.

C’est parce que la vie humaine est un don incomparable, que nous en attendons le plus grand respect : dans toutes ses dimensions, du début à la fin. Notre société dispose d’un important réseau de soins de santé mais ce dernier ne peut être régi par la seule recherche d’efficacité et de rentabilité. Tant de malades se sentent seuls, ceci constitue un appel à la solidarité et à la proximité.

La  est l’héritage de toute l’humanité, notre « maison commune ». Elle nous est donnée, elle ne nous appartient pas. « La conscience d’une origine commune, d’une appartenance mutuelle et d’un avenir partagé par tous, est nécessaire[1]. » Répondre au défi du changement climatique implique de revoir la hiérarchie de nos besoins, avec les renoncements qui s’ensuivent, en privilégiant le spirituel au matériel. Avec d’autres, nous voulons réfléchir à nos modes de consommation, qu’ils concernent en particulier l’alimentation, les transports ou l’utilisation de l’énergie.

L’avènement d’une société juste, en paix avec elle-même et avec son environnement, passe par l’ et l’éducation. La science est une richesse inestimable que nous devons partager, tout en étant conscients du pouvoir qu’elle octroie et des limites éthiques qu’il convient de lui apporter. Apprendre chaque jour nous aidera à construire un monde où nos choix culturels, idéologiques ou moraux ne seront pas imposés à des fins consuméristes.

Les l’accueil de l’étranger et son intégration dans notre société, doivent rester au centre de nos réflexions pour le monde que nous voulons transmettre aux générations futures. Un repli sur soi sans prendre sérieusement en considération les attentes des hommes et des femmes des pays pauvres et leur avenir, sont des voies sans issue.

La  doit être poursuivie. Par son histoire particulière, par sa pierre angulaire qu’est la construction de la paix, par son engagement à construire l’unité dans la diversité, l’Union européenne demeure un point de référence pour toute l’humanité. Les citoyens doivent pouvoir compter sur un Parlement européen et des instances de l’Union qui, au-delà de mesures à caractère économique ou technocratique, déploient un vrai projet politique témoignant de la capacité de s’ouvrir aux autres, de dialoguer avec tous, d’engendrer de nouveaux modèles de vivre ensemble.

Les partis présentent actuellement leur programme et les candidats entrent en débat. Comme les croyants, les chrétiens ne peuvent rester à distance de ces échanges. Ils sont partie prenante de la vie en société et ne peuvent se désintéresser du politique. Par leur vote, ils contribuent à restaurer une relation de confiance avec les élus. LConference_episcopale_de_Belgique.jpges partis politiques comptent d’ailleurs de nombreux chrétiens en leur sein.

Nous avons plus que jamais besoin de personnes qui soient proches du citoyen et qui agissent pour le bien commun. Soyons reconnaissants envers celles et ceux qui acceptent de prendre leur part de responsabilités pour autrui, que ce soit par l’exercice d’un mandat public ou sous d’autres formes d’action citoyenne.

Bien fraternellement,

Les évêques de Belgique

26 avril 2019

La liberazione d’Italia celebrata con la festa del 25 aprile. Un risultato plurale

Umberto Gentiloni

La festa della Liberazione rischia di svolgere una funzione inopportuna. Una sorta di termometro per misurare il livello di alterazione del confronto politico rispetto alle istituzioni democratiche e al loro corso. Se riavvolgiamo il nastro degli anniversari troviamo atteggiamenti opposti: Presidenti del consiglio che prendono le distanze per poi riconciliarsi con la data in questione, opposizioni che ne difendono il significato o al contrario scelgono di differenziarsi dal portato delle celebrazioni ufficiali. Un pendolo pericoloso che si muove lungo una dialettica di posizioni: favorevoli al segno del 25 aprile come festa per riconoscersi e ritrovarsi, al contrario richiamo per una sola parte quella degli italiani vincitori nella terribile guerra 25-aprile-perche-festeggia-liberazione.jpgcivile del biennio 1943-45.

Gli ultimi giorni hanno rilanciato le ragioni della polemica frontale mentre il confronto storiografico da tempo ha chiarito ambiti e contesti della fine della guerra in Italia, del ruolo delle parti coinvolte, dei richiami a quel nesso decisivo tra la fine del conflitto e la Costituzione della Repubblica. E allora perché insistere nella ricerca di una contrapposizione? Il tempo della politica immediata richiede polarizzazioni e derby dai toni calcistici che non risparmiano neppure la festa della Liberazione, per lungo tempo «la più popolare e diffusa nel cammino della Repubblica» (G. Santomassimo, “25 Aprile. Liberazione dal fascismo”, in Calendario civile, Donzelli, 2017). Oggi dalle più alte cariche dello Stato si ascoltano parole di sfida. Il Ministro degli Interni non prende parte alle celebrazioni istituzionali, altri dal governo rilanciano la scelta di partecipare come se fosse materia contendibile. Vado o non vado? Scelgo di starne fuori o, al contrario, sostengo l’appuntamento istituzionale come emerso dalle parole del Presidente della Camera.

Ma tale dialettica è un segno inequivoco di confusione e incoerenza: ricerca strumentale di un terreno conflittuale dove invece dovrebbe consolidarsi uno spazio condiviso e protetto. Uno spazio condiviso, quello del passato di una comunità nazionale che non vuol dire appiattimento di percorsi, biografie o memorie. Sappiamo bene quanto conflittuali e irriducibili siano gli atteggiamenti degli italiani di fronte alla caduta del fascismo e al tratto conclusivo della seconda guerra mondiale. Ogni omologazione imposta non aiuta a comprendere, ogni tentativo di costruire fantomatiche memorie condivise ha prodotto più macerie che progetti di futuro. Nel 1987 Vittorio Foa in Parlamento incontrò un vecchio combattente della Repubblica sociale, che salutandolo calorosamente gli disse: «Che piacere, Vittorio essere insieme al Senato, dopo aver combattuto, da giovani, su fronti opposti!». Foa rispose: «Certo, fa piacere; ma se questo accade, è perché abbiamo vinto noi; se aveste vinto voi, se Hitler avesse conquistato l’Europa, io di certo non sarei qui». Eppure la conoscenza storica può darci una mano contro dimenticanze, celebrazioni rituali o semplificazioni strumentali. In uno scritto per il cinquantesimo del 25 aprile Pietro Scoppola metteva in guardia sui rischi della stanca riproposizione di anniversari senza costrutto. «La storia comune è l’antidoto alla mentalità del “processo al passato” che può imbarbarire il quadro culturale e politico della convivenza» (“25 aprile. Liberazione”, Einaudi, 1995). Forse l’imbarbarimento è andato troppo avanti rispetto alle considerazioni di uno storico che lucidamente aggiungeva: «Nel processo chi giudica è fuori dell’evento; nella storia tutti sono partecipi e in diversa misura corresponsabili. La storia comune non è altro che la coscienza di una corresponsabilità».

Ecco dove stridono le parole irrispettose e irriverenti dei nuovi potenti in cerca di voti strizzando l’occhio a nostalgici o a gruppi di estrema destra. Il 25 aprile come se si trattasse di una gita fuori porta o della presenza alla proiezione di un film. Partecipo, lo faccio notare o scelgo un’altra destinazione? Ma chi rappresenta il paese è dentro quella corresponsabilità, nel vivo di una storia che ha segnato e condizionato generazioni d’italiani. Le fratture non devono spaventare, sono ben più pericolose le rimozioni. Ne scriveva un protagonista come Ferruccio Parri: «E arriva il 25 aprile. Fanfare, smobilitazione. Se ho creduto di non tacere, se non di mettere in rilievo tutte le ragioni di attrito tra le forze così eterogenee che hanno dato vita a questa insurrezione, credo tuttavia che mancherei a un dovere maggiore se non dicessi, soprattutto ai giovani, che le ragioni e le forze centrifughe non tolgono affatto valore a una interpretazione unitaria superiore» (F. Parri, “Come farla finita con il fascismo”, Laterza, 2019). Celebrare per conoscere, per approfondire e chiarire ciò che rimane e ciò che invece si è perduto attraverso l’inesorabile scorrere del tempo.

Due opposte chiavi di lettura hanno monopolizzato la scena del confronto sulla liberazione dal nazifascismo: una autonoma e autosufficiente che pone al centro la Resistenza e i suoi successi militari come prova della partecipazione italiana alla fase decisiva della guerra, l’altra segnata dall’immagine di un paese in balia di eserciti stranieri liberatosi grazie alla controffensiva lanciata dagli alleati verso il cuore della Germania nazista. Piani forzatamente separati, spesso contrapposti: le basi del mito della Resistenza o la sua demolizione sistematica; esaltazione da un lato, irrilevanza dall’altro. I due piani non sono separabili, non è credibile isolare la Resistenza dal contesto della guerra, né pensabile costruire una scala di meriti e priorità tra il contributo degli italiani nella guerra di liberazione e gli esiti della campagna d’Italia, le dinamiche di presenza delle armate straniere sul territorio della penisola.

Il 25 aprile – giorno dell’insurrezione generale proclamata dal Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia nelle grandi città del Nord – viene dichiarato festa nazionale dal primo governo De Gasperi (1946), preferito alla data della resa incondizionata della Germania (8 maggio). Il decreto istitutivo contiene un’ambiguità di fondo: la carenza di indicazioni sulle modalità di svolgimento della commemorazione, demandata dalle istituzioni alle autorità locali e ai rappresentanti del movimento partigiano. L’assenza di un cerimoniale definito, la rottura della concordia postbellica e le ricadute della guerra fredda, avrebbero contribuito a fare del 25 aprile un’occasione di scontro tanto sul senso da attribuire al passato quanto sulla gestione del presente comune, legando a doppio filo i destini della festa e quelli della Repubblica. Il significato pieno di quel tornante richiama una sfida che si gioca anche fuori dai confini nazionali, oltre i campi di battaglia e i bombardamenti aerei del biennio 1943-1945.

La Resistenza italiana copre un arco temporale di venti mesi, coinvolge più di 250 mila uomini. Tiene insieme la componente nazionale della sua identità (la libertà dallo straniero oppressore) con una variegata composizione politico-ideologica che va dai liberali ai comunisti e che nasce come volontà di rinascita in un paese che aveva avuto un ruolo decisivo nell’invenzione e nella diffusione del fascismo. Un fenomeno composito che la storiografia più attenta declina al plurale, antifascismi e resistenze, per sottolinearne tanto la dimensione internazionale quanto il pluralismo interno, lo spessore delle resistenze civili nelle forme più o meno consapevoli. Viene così ridimensionata la contrapposizione geografica e numerica di una Resistenza di pochi collocata al nord in un quadro in cui l’attendismo diffuso sarebbe l’elemento prevalente (la «zona grigia»). Le opzioni possibili sono plurali e non riconducibili a impostazioni manichee: la scelta degli italiani affonda le proprie radici nel vissuto di quei mesi, nella difesa dei renitenti alla leva, dei cittadini di religione ebraica, dei disertori e degli oppositori politici, in quella «lotta non armata» per la sopravvivenza che sarà una base preziosa nel cammino del lungo dopoguerra.

in “L’Espresso” del 28 aprile 2019