Archivio mensile:marzo 2019

Jerusalem. “La Città Santa è la radice di tutto Deve essere aperta”

Ibrahim Faltas, intervistato da Paolo Rodari

«Non c’è una città in tutto il mondo come Gerusalemme. Qui ci sono il Santo sepolcro, il Muro del pianto e la Moschea al-Aqsa, il più importante luogo di culto musulmano dopo La Mecca. Tutto è nato qui, nella città di Dio, la capitale del cielo». Così padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole francescane nella Città santa e responsabile per la Custodia di Terra Santa dei rapporti con Israele e palestinesi.

Durante la seconda Intifada, Faltas fu coinvolto nell’assedio della Natività di Betlemme, nel 2002, e protagonista delle trattskyline-of-the-old-city-at-he-western-wall-and-temple-mount-in-jerusalem-israel-image-id-148478216-1425986419-MoHr.jpgative per trovare un accordo con i 240 militanti palestinesi che si erano rifugiati nella Basilica per sfuggire alla cattura da parte dell’esercito israeliano. Accordo che arrivò dopo 39 giorni di assedio.

Perché Gerusalemme è così importante?

«Le tre religioni monoteiste trovano qui gran parte del significato della propria storia. Se vi sarà pace alla radice vi sarà pace in tutto il mondo altrimenti no. Il Vaticano vuole una Gerusalemme internazionale e aperta a tutti. Non si può fare di Gerusalemme la capitale di un solo Stato. È la madre di tutti».

Cosa pensa dell’appello del Papa e di Mohammed VI?

«È chiaramente un messaggio a coloro che, come gli Stati Uniti, minacciano la pace con decisioni senza senso riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele e trasferendo l’ambasciata Usa da Tel Aviv».

L’appello è figlio di queste vicende?

«Il Vaticano conosce in profondità ogni cosa che accade su questo territorio. Un appello del genere è conseguenza solo e soltanto di questa conoscenza. E il Papa sa che soltanto se la parte migliore dell’Islam è chiamata a collaborare la pace può essere raggiunta».

Cosa deve fare la comunità internazionale?

«Interiorizzare il fatto che un serio processo di pace è da qui che deve partire. Di questo erano convinti anche i predecessori di Francesco».

in “la Repubblica” del 31 marzo 2019

La nostra Europa. Verità e pregiudizi

ANDREA BONANNI

Brexit, i governi dei sovranisti, i movimenti contro la moneta unica A maggio si vota sulle idee fondanti della Ue. L’inchiesta di Repubblica Per quarant’anni, dal 1979 in poi, ad ogni scadenza elettorale per la formazione del Parlamento europeo, si dice e si scrive che il voto sarà decisivo per le sorti della Ue. E dal 1979 in poi, infallibilmente, gli elettori in ogni Paese affidano invece alle urne un giudizio centrato sul proprio governo nazionale e sul suo operato. Un giudizio che spesso ha ben poco a che vedere con la loro idea di Europa. Il risultato è stato che, per quattro decenni, il Parlamento europeo è apparso come la somma aritmetica dei diversi equilibri politici nazionali, piuttosto che l’espressione della visione che gli europei avevano del proprio desshutterstock_343068542_custom.jpgtino comune. Anche questa, evidentemente, è democrazia. Ma ha reso il Parlamento molto simile ad una riedizione del Consiglio Ue, dove siedono i governi democraticamente eletti nei singoli stati ed espressione anch’essi degli orientamenti politici nazionali.

Quest’anno però, soprattutto per noi italiani, non sarà più così. Non perché la Politica abbia colmato il gap tra dimensione nazionale e dimensione europea, ma perché la Storia si è incaricata di farlo. E sempre più, in particolare in Italia, ma anche in Francia, in Germania, in Polonia, in Ungheria, gli equilibri politici nazionali sono determinati dal giudizio che si dà sull’Europa e sui suoi valori. Il governo italiano, per esempio, è frutto di un patto tra forze disomogenee il cui unico collante è stato ed è il rifiuto della Ue, delle sue regole e dei suoi ideali. Allo stesso modo il governo francese è stato il risultato di un confronto elettorale tra nazionalisti ed europeisti, vinto da questi ultimi. Praticamente dovunque, questa volta, gli elettori saranno chiamati a scegliere non solo tra destra e sinistra, ma tra Europa e non Europa. E questo varrà ancor più per i britannici, se alla fine la Brexit verrà rinviata e dovranno andare alle urne per eleggere il Parlamento europeo.

Ecco allora perché è importante cercare di capire che cosa significhi oggi, per noi, l’Europa. E che cosa abbia significato negli oltre sessant’anni in cui ha condizionato la nostra vita, garantendoci non solo il più lungo periodo di pace mai vissuto dalla Penisola, prima ancora che si chiamasse Italia, ma anche una crescita economica e civile il cui unico riscontro è forse nei decenni del Rinascimento. È questo lo scopo della serie di articoli e inchieste che cominciamo in questa pagina e che ci accompagneranno fino al 26 maggio, giorno delle elezioni europee. Ma non sarà solo un viaggio nell’Europa e nei suoi meccanismi, spesso inceppati e incapaci di parlarci. Sarà anche un’esplorazione dei molti luoghi comuni stratificatisi nel corso di questi decenni, spesso per colpa di una politica nazionale non all’altezza della sfida europea. Luoghi comuni che oggi appesantiscono e stravolgono l’immagine della Ue spianando la strada al risorgere dei nazionalismi, dei sovranismi e degli autoritarismi sulle cui macerie fumanti e insanguinate vennero gettate le fondamenta europee. Il primo, e forse il più micidiale di questi luoghi comuni riguarda la nostra moneta unica. Il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno vinto le elezioni con una piattaforma “no euro”. La realtà delle cose e il buon senso degli italiani, primo fra tutti il presidente della Repubblica, si sono poi fatti carico di smorzare i loro entusiasmi isolazionisti. Ma questo governo continua a comportarsi come se l’euro fosse una gabbia dalla quale non si può liberare.

Bisognerebbe allora ricordare che solo grazie alla moneta unica l’Italia ha potuto in questi anni sostenere il peso di un debito pubblico che avrebbe schiantato qualsiasi altra valuta. Nel 2001, quando c’era ancora la lira, gli interessi sul debito pubblico ci sono costati l’equivalente di 79 miliardi di euro. Nel 2018, nonostante il debito sia passato da 1.400 a 2.300 miliardi, gli interessi sono scesi a 65 miliardi. Lo stesso discorso vale per le esportazioni: nonostante l’impossibilità di ricorrere a svalutazioni competitive, l’Italia registra da anni un forte attivo della bilancia commerciale. Se tutto questo non si è tradotto in crescita economica, come è avvenuto in tutti gli altri Paesi della Ue, la colpa non è dell’euro, ma dei governi che hanno lasciato declinare la produttività e la competitività del Paese. Fino ad arrivare all’attuale governo anti-europeo: il primo che sia riuscito ad imporre all’Italia, unica in Europa, una recessione le cui cause sono essenzialmente politiche e non economiche.

in “la Repubblica” del 31 marzo 2019

Papa Francesco in Marocco. Nel segno del dialogo e della speranza

PIETRO PAROLIN, Segretario di Stato del Vaticano intervistato da Osservatore Romano

Camminare sulla strada dell’incontro reciproco. È la via tracciata dal cardinale Pietro Parolin alla vigilia del viaggio apostolico di Francesco in Marocco. Il segretario di Stato — nell’intervista rilasciata a Massimiliano Menichetti per Vatican News — sottolinea l’importanza della presenza del Papa a sostegno della comunità cattolica locale e sulle migrazioni ribadisce le parole del Pontefice: accSchermata 2019-03-31 alle 12.44.56.jpgogliere, promuovere, proteggere e integrare.

Tra le tappe di questo viaggio apostolico, l’incontro con i migranti, quello con i sacerdoti, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese. Con quali sentimenti il Papa parte per il Marocco? Qual è l’attesa?

Credo che le attese che sono nel cuore del Papa si possono riassumere in due espressioni. Una, che gli è molto cara, è quella della “cultura dell’incontro”, nel senso che questo viaggio sia una tappa, un momento in cui concretamente si esprime e si consolida anche questa proposta di incontro. Poi, l’altra frase che mi sembra esprimere bene le attese del Papa, è quella che è un po’ il motto di questo viaggio, cioè «servitore della speranza», di fronte alla difficoltà di affermarsi di questa cultura, di fronte a quella che il Papa chiama la cultura dello scarto da una parte, la cultura dell’indifferenza dall’altro; di fronte al moltiplicarsi degli egoismi, delle chiusure, dei ripiegamenti su se stessi e sulle contrapposizioni. Mi pare che il Papa voglia proprio darci una grande speranza, cioè che è possibile camminare sulla strada dell’incontro reciproco. E anche questi viaggi che si susseguono in Paesi che non sono di tradizione cattolica, hanno proprio questo significato. Ci si deve muovere in questo senso, bisogna avere speranza, bisogna ritrovare la fiducia per poter continuare a camminare in questa direzione.

Il viaggio di Francesco in Marocco si tiene poco tempo dopo quello storico negli Emirati Arabi Uniti. Questo sarà un altro incontro che mostra la via del dialogo e della convivenza pacifica tra cristiani e musulmani.

Sì, credo di sì, in un certo senso — pur con le debite differenze evidentemente, perché ogni Paese ha le sue caratteristiche — credo ci sia un filo di continuità. Questi paesi in cui il Papa si reca sono a maggioranza musulmana. Questo filo di continuità lo troverei un po’ nel concetto di fraternità, come, ad esempio, nel documento che il Santo Padre ha firmato ad Abu-Dhabi. È veramente come un fondamento di questa cultura dell’incontro di cui parlavo, cioè il fatto che siamo fratelli e quindi dobbiamo accettarci anche con le nostre differenze, rispettarci e collaborare. Questa è la base della convivenza pacifica che deve esprimersi attraverso un dialogo continuo. Il dialogo interreligioso è sicuramente una delle finalità specifiche di questo incontro. A partire da questa base — il Santo Padre ha ricordato spesso che è parte fondamentale anche dell’annuncio del Vangelo il fatto che siamo creature e figli di uno stesso Padre e che quindi dobbiamo riconoscerci tutti fratelli — mi pare che la fraternità sia il filo rosso che lega questi viaggi, anche in una certa progressione.

Sfida aperta per il Marocco anche la gestione dei flussi migratori. A dicembre, alla conferenza sul Global compact a Marrakech, lei guardando alle migrazioni ha ribadito che «integrazione significa arricchimento reciproco».

Credo che questa sia la prospettiva giusta nella quale mettersi di fronte ad un’interpretazione della migrazione che oggi è un fenomeno strutturale e non solo contingente, quindi destinata a durare molto di più nel tempo; non è un fenomeno che si può pensare di chiudere in un brevissimo lasso di tempo. Credo che questa sia la prospettiva, e bisogna vederla non come una minaccia, come un pericolo, ma come un’opportunità. La Santa Sede ha sempre detto che il primo diritto è quello di restare nel proprio Paese. Ma evidentemente se ci sono condizioni di vita che non permettono di assicurare quel minimo di sicurezza e di progresso, allora è diritto di ognuno quello di cercarlo. Quindi vedere il senso di questo evento in un arricchimento reciproco. Proprio in Marocco si è firmato il famoso Global Compact per una migrazione sicura, regolare e ordinata. Credo che la cosa importante a questo punto sia di non dimenticarlo, di cercare di attuarlo nei vari Paesi, anche se non è giuridicamente obbligatorio. Nel documento sono indicate le cosiddette best practices, le prassi buone che già in parte sono in atto, ma che devono essere continuamente implementate. D’altra parte vorrei ricordare lo sfondo sul quale si deve collocare l’impegno della Chiesa, degli Stati, i quattro verbi famosi che il Papa ha richiamato e che abbiamo richiamato anche noi in quell’occasione, cioè: accogliere, promuovere, proteggere e integrare. Poi, evidentemente all’interno di questo quadro generale, ci saranno le scelte concrete da fare, ma credo che questo sia lo sfondo sul quale collocare il tema.

Centro del viaggio in Marocco la Santa Messa di domenica. Quale incoraggiamento darà il Papa alla piccola, ma fiorente comunità locale?

Il fatto che il Papa vada a trovare una comunità cristiana è già un incoraggiamento, è già un motivo di conforto, soprattutto quando una comunità cristiana — come nel caso del Marocco — si trova ad essere, per usare un’espressione evangelica, un “piccolo gregge”. Credo che certamente nella messa, come abbiamo visto ad Abu-Dhabi, ci sarà un grande entusiasmo, una grande partecipazione. In quell’occasione la Messa è stata qualcosa di veramente commovente. Immagino sarà lo stesso anche per l’incontro con la comunità cattolica in Marocco. È un momento in cui il Papa conforta, fa sentire che quella comunità è inserita nella comunione della Chiesa universale e che quindi è sostenuta nelle situazioni concrete in cui si trova e soprattutto — le parole che abbiamo usato anche prima — porta l’incoraggiamento a continuare nella propria testimonianza cristiana, a continuare nella testimonianza del Vangelo, nel servizio al Vangelo attraverso le relazioni quotidiane e nel dare il proprio contributo anche al Paese in cui si trova a vivere ed operare. Quindi sarà sicuramente un momento molto bello e di incoraggiamento per quella comunità.

in Osservatore Romano, 29 marzo 2019

Education. Life skills e intraprendenza

Il quarto numero dell’Epale Journal on Adult Learning and Continuing Education è dedicato alle competenze per l’età adulta in relazione al tema dell’intraprendenza. Come per i precedenti numeri, il tema è in linea con le priorità indicate nel piano di lavoro annuale dell’Indire – Unità italiana di Epale.Cover-EJ4_400.png

Dopo aver affrontato, nella precedente uscita, il tema dell’imprenditorialità come costruzione di pensiero critico e di attivazione negli adulti di processi auto-valorizzazione, questo nuovo numero approfondisce il tema dal punto di vista dei percorsi formativi, affiancando alle ricerche di ambito accademico anche alcune pratiche che arrivano da settori diversi.

«Gli spunti di riflessione del numero attuale – si legge nell’Editoriale – sono molteplici e ruotano tutti attorno al tema delle competenze per l’età adulta e all’apprendimento per iniziare ad acquisire tali competenze. Relazioni, relazionalità, comunicazione, alternanza scuola-lavoro, imprenditorialità, integrazione di migranti, orientamento per gli adulti e lavoro per tutti. Accanto a questi temi e, trasversalmente ad essi, l’intraprendenza è accostata al bisogno di conoscenza digitale e di acquisizioni tecnologiche».

Tra le ricerche presentate, anche il progetto europeo REACT – Reinforcing Entrepreneurship in Adults through Communication Technologiescoordinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia. Declinando l’entrepreneurship all’interno di una prospettiva sociale e inclusiva, questo progetto ha sviluppato metodi formativi specifici che combinano strategie diverse per un apprendimento più coinvolgente rivolto ad adulti in situazioni di svantaggio, con particolare riferimento alla ricerca del lavoro e al reinserimento nella società. Il progetto è stato presentato al seminario nazionale Epale “Sviluppare e valorizzare lo spirito di imprenditorialità” (Milano, 5-7 novembre 2018).

In questo numero:

Ricerche

  • Per continuare a parlare di intraprendenza, Vanna Boffo

  • Interconoscere per agire: intergenerazionalità e territorio in un progetto Alternanza scuola-lavoro, Silvia Luraschi e Laura Formenti

  • Capacitare all’imprenditività: il progetto REACT (Reinforcing Entrepreneurship in Adults through Communication Technologies), Massimiliano Costa, Paula De Waal

  • Progetto PON Alternanza scuola-lavoro: individuare e potenziare le life skills in funzione di un orientamento permanente agli studi e al lavoro, Cristina Formiconi, Elisa Attili, Paola Nicolini

  • I servizi per l’apprendimento permanente a supporto dell’integrazione accademica di studenti titolari di protezione internazionale, Fausta Scardigno

Pratiche

  • Tecnologie digitali, smartphone per l’apprendimento della lingua. Il progetto BYOD, Carmelina Maurizio

  • L’intraprendenza degli studenti adulti come messa in gioco della propria vita, Mariadaniela Sfarra

Recensioni

  • Federighi P. (a cura di), Educazione in età adulta. Gaia Gioli

>> Epale Journal n. 4 –  “Life Skills e intraprendenza: percorsi formativi”, a cura di Vanna Boffo e Mauro Palumbo

Tutti i numeri del periodico sono raccolti nella pagina Epale Journal sul sito erasmusplus.it.

INDIRE E RUIAP
L’Indire sostiene e accompagna il monitoraggio nazionale dell’istruzione degli adulti, che rappresenta parte integrante delle sue attività di ricerca. Dal 2014 l’Istituto è National Support Service di EPALE, la piattaforma europea online nata per fare comunità e per scambiare prospettive e collaborazioni nel vasto campo dell’educazione degli adulti. La RUIAP è una rete per la diffusione, l’implementazione, la costruzione di piani per l’apprendimento permanente e per la sua promozione negli atenei italiani. Obiettivo della collaborazione fra i due enti è quello di contribuire a costruire anche in Italia, dove ancora non si coglie la piena potenzialità in termini di sviluppo economico e sociale, una cultura diffusa dell’educazione degli adulti.

Altri link utili:

“Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare”

Papa Francesco                               [ AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – PT ]

Cari amici, sono lieto di avere questa possibilità di incontrarvi durante la mia visita al Regno del Marocco. Si tratta per me di una rinnovata occasione per esprimere la mia vicinanza a tutti voi, e con voi affrontare una ferita grande e grave che continua a lacerare gli inizi di questo XXI secolo. Ferita che grida al cielo. E pertanto non vogliamo che l’indifferenza e il silenzio siano la nostra parola (cfr Es 3,7). Ancor più quando si riscontra che sono molti milioni i rifugiati foto-copertina.jpge gli altri migranti forzati che chiedono la protezione internazionale, senza contare le vittime della tratta e delle nuove forme di schiavitù in mano ad organizzazioni criminali. Nessuno può essere indifferente davanti a questo dolore.

Ringrazio Mons. Santiago per le sue parole di accoglienza e per l’impegno della Chiesa al servizio dei migranti. Grazie anche a Jackson per la sua testimonianza; grazie a tutti voi, migranti e membri delle associazioni che sono al loro servizio, venuti qui oggi pomeriggio per trovarci insieme, per rafforzare i legami tra noi e continuare a impegnarci per garantire condizioni di vita degna per tutti. E grazie ai bambini! Questi sono la speranza. Per questi dobbiamo lottare, per questi. Loro hanno diritto, diritto alla vita, diritto alla dignità. Lottiamo per loro.Tutti siamo chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee, con generosità, prontezza, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018).

Qualche mese fa si è svolta, qui in Marocco, la Conferenza Intergovernativa di Marrakech che ha ratificato l’adozione del Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare. «Il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo» (Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2019).

Questo Patto permette di riconoscere e di prendere coscienza che «non si tratta solo di migranti» (cfr Tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2019), come se le loro vite fossero una realtà estranea o marginale, che non abbia nulla a che fare col resto della società. Come se la loro qualità di persone con diritti restasse “sospesa” a causa della loro situazione attuale; «effettivamente un migrante non è più umano o meno umano in funzione della sua ubicazione da una parte o dall’altra di una frontiera».[1]

Ciò che è in gioco è il volto che vogliamo darci come società e il valore di ogni vita. Si sono fatti molti e positivi passi avanti in diversi ambiti, specialmente nelle società sviluppate, ma non possiamo dimenticare che il progresso dei nostri popoli non si può misurare solo dallo sviluppo tecnologico o economico. Esso dipende soprattutto dalla capacità di lasciarsi smuovere e commuovere da chi bussa alla porta e col suo sguardo scredita ed esautora tutti i falsi idoli che ipotecano e schiavizzano la vita; idoli che promettono una felicità illusoria ed effimera, costruita al margine della realtà e della sofferenza degli altri. Come diventa deserta e inospitale una città quando perde la capacità della compassione! Una società senza cuore… una madre sterile. Voi non siete emarginati, siete al centro del cuore della Chiesa.

Ho voluto offrire quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere e integrare – affinché coloro che vogliono aiutare a rendere più concreta e reale questa alleanza possano con saggezza coinvolgersi piuttosto che tacere, soccorrere piuttosto che isolare, edificare piuttosto che abbandonare.

Cari amici, vorrei ribadire qui l’importanza che rivestono questi quattro verbi. Essi formano come un quadro di riferimento per tutti. Infatti, in questo impegno siamo tutti coinvolti – in modi diversi, ma tutti coinvolti – e tutti siamo necessari per garantire una vita più degna, sicura e solidale. Mi piace pensare che il primo volontario, assistente, soccorritore, amico di un migrante è un altro migrante che conosce in prima persona la sofferenza del cammino. Non si possono pensare strategie di grande portata, capaci di dare dignità, limitandosi ad azioni assistenzialistiche verso il migrante. Cosa imprescindibile, ma insufficiente. È necessario che voi migranti vi sentiate i primi protagonisti e gestori in tutto questo processo.

Questi quattro verbi possono aiutare a realizzare alleanze capaci di riscattare spazi in cui accogliere, proteggere, promuovere e integrare. In definitiva, spazi in cui dare dignità.

«Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018). L’ampliamento dei canali migratori regolari è di fatto uno degli obiettivi principali del Patto mondiale. Questo impegno comune è necessario per non accordare nuovi spazi ai “mercanti di carne umana” che speculano sui sogni e sui bisogni dei migranti. Finché questo impegno non sarà pienamente realizzato, si dovrà affrontare la pressante realtà dei flussi irregolari con giustizia, solidarietà e misericordia. Le forme di espulsione collettiva, che non permettono una corretta gestione dei casi particolari, non devono essere accettate. D’altra parte, i percorsi di regolarizzazione straordinari, soprattutto nei casi di famiglie e di minori, devono essere incoraggiati e semplificati.

Proteggere vuol dire assicurare la difesa «dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio» (ibid.). Guardando la realtà di questa regione, la protezione va assicurata anzitutto lungo le vie migratorie, che sono spesso, purtroppo, teatri di violenza, sfruttamento e abusi di ogni genere. Qui sembra anche necessario rivolgere una particolare attenzione ai migranti in situazione di grande vulnerabilità, ai numerosi minori non accompagnati e alle donne. È essenziale poter garantire a tutti un’assistenza medica, psicologica e sociale adeguata per ridare dignità a chi l’ha perduta lungo il cammino, come fanno con dedizione gli operatori di questa struttura. E tra voi, ce ne sono alcuni che possono testimoniare quanto sono importanti questi servizi di protezione, per dare speranza, per il tempo in cui sono ospitati nei Paesi che li hanno accolti.

Promuovere significa assicurare a tutti, migranti e locali, la possibilità di trovare un ambiente sicuro dove realizzarsi integralmente. Tale promozione comincia col riconoscimento che nessuno è uno scarto umano, ma è portatore di una ricchezza personale, culturale e professionale che può recare molto valore là dove si trova. Le società di accoglienza ne saranno arricchite se sanno valorizzare al meglio il contributo dei migranti, prevenendo ogni tipo di discriminazione e ogni sentimento xenofobo. L’apprendimento della lingua locale, come veicolo essenziale di comunicazione interculturale, sarà vivamente incoraggiato, così come ogni forma positiva di responsabilizzazione dei migranti verso la società che li accoglie, imparando a rispettarne le persone e i legami sociali, le leggi e la cultura, per offrire così un contributo rafforzato allo sviluppo umano integrale di tutti.

Ma non dimentichiamo che la promozione umana dei migranti e delle loro famiglie inizia anche dalle comunità di origine, là dove dev’essere garantito, insieme al diritto di emigrare, anche quello di non essere costretti a emigrare, cioè il diritto di trovare in patria condizioni che permettano una vita degna. Apprezzo e incoraggio gli sforzi dei programmi di cooperazione internazionale e di sviluppo transnazionale svincolati da interessi di parte, in cui i migranti sono coinvolti come i principali protagonisti (cfr Discorso ai partecipanti al foro internazionale su “migrazione e pace”, 21 febbraio 2017).

Integrare vuol dire impegnarsi in un processo che valorizzi al tempo stesso il patrimonio culturale della comunità che accoglie e quello dei migranti, costruendo così una società interculturale e aperta. Sappiamo che non è per nulla facile entrare in una cultura che ci è estranea – tanto per chi arriva, quanto per chi accoglie –, metterci nei panni di persone tanto diverse da noi, comprendere i loro pensieri e le loro esperienze. Così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e innalziamo barriere per difenderci (cfr Omelia nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 14 gennaio 2018). Integrare richiede dunque di non lasciarsi condizionare dalle paure e dall’ignoranza.

Qui c’è un cammino da fare insieme, come veri compagni di viaggio, un viaggio che impegna tutti, migranti e locali, nell’edificazione di città accoglienti, plurali e attente ai processi interculturali, città capaci di valorizzare la ricchezza delle differenze nell’incontro con l’altro. E anche in questo caso molti di voi possono testimoniare personalmente quanto un simile impegno sia essenziale.

Cari amici migranti, la Chiesa riconosce le sofferenze che segnano il vostro cammino e ne soffre con voi. Raggiungendovi nelle vostre situazioni così diverse, essa tiene a ricordare che Dio vuole fare di tutti noi dei viventi. Essa desidera stare al vostro fianco per costruire con voi ciò che è il meglio per la vostra vita. Perché ogni uomo ha diritto alla vita, ogni uomo ha il diritto di avere dei sogni e di poter trovare il suo giusto posto nella nostra “casa comune”! Ogni persona ha diritto al futuro.

Vorrei esprimere ancora la mia gratitudine a tutte le persone che si sono poste al servizio dei migranti e dei rifugiati nel mondo intero, e oggi particolarmente a voi, operatori della Caritas, che avete l’onore di manifestare l’amore misericordioso di Dio a tanti nostri fratelli e sorelle a nome di tutta la Chiesa, come pure a tutte le associazioni partner. Voi sapete bene e sperimentate che per il cristiano “non si tratta solo di migranti”, ma è Cristo stesso che bussa alle nostre porte.

Il Signore, che durante la sua esistenza terrena visse nella propria carne la sofferenza dell’esilio, benedica ciascuno di voi, vi dia la forza necessaria per non scoraggiarvi e per essere gli uni per gli altri “porto sicuro” di accoglienza. Grazie!

(Incontro con i migranti, Sede della Caritas diocesana di Rabat (Marocco),  Sabato, 30 marzo 2019, [Multimedia]

Il Papa: il coraggio delle mani tese per vincere odio ed estremismi

Stefania Falasca

«Le forme di espulsione collettiva, che non permettono una corretta gestione dei casi particolari, non devono essere accettate». Con un discorso dai toni forti, proprio sulla questione dei migranti, papa Francesco ha concluso ieri la sua prima giornata nel Maghreb. Una pioggia battente e una folla multicolore ha accolto il Pontefice nell’antica Rabat vicino alla foce del fiume Bou Regreg. E battenti sono state anche le sue parole sul dialogo interreligioso e sulla scottante questione dei migranti, motivi legati della visita in questo che è il più occidentale dei Paesi Arabi. In Marocco, ponte naturale tra Africa e Europa, e nazione di passaggio per 80mila migranti provenienti dall’Africa subsahariana, papa Francesco – dopo aver varcato con il re Mohammed VI la soglia di un istituto per la formazione degli Imam – ha poi voluto affrontare la questione migranti con una visita mirata alla Caritas della diocesi di Rabat nel quartiere di Hassan. Un fiore all’occhiello della piccola comunità cattolica, con le sue venticinquesima anime, che sostiene più di 8mila migranDialogo-Interreligioso-720x418.jpgti all’anno attraverso il programma “ Qantara”, che vuol dire “ponte”, appunto, tra i migranti e la società marocchina.

La questione, davanti ai migranti e alle autorità, papa Francesco l’ha riassunta in quattro verbi: «Accogliere, proteggere, promuovere e integrare». In definitiva, spazi in cui dare dignità. «Considerando lo scenario attuale, accogliere – ha detto il Papa – significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione». L’ampliamento dei canali migratori regolari è di fatto uno degli obiettivi principali del Patto mondiale. «Questo impegno comune – ha spiegato – è necessario per non accordare nuovi spazi ai ‘mercanti di carne umana’ che speculano sui sogni e sui bisogni dei migranti. Finché questo impegno non sarà pienamente realizzato, si dovrà affrontare la pressante realtà dei flussi irregolari con giustizia, solidarietà e misericordia».

Ombrelli rossi hanno accompagnato il Papa insieme al re Mhammed VI sulla spianata ricoperta di marmo della Tour Hassan II per il primo discorso della densa giornata che è cominciata dal dialogo interreligioso. Davanti al minareto color sabbia rimasto incompiuto dell’imponente moschea voluta dal sultano Au Yusuf Ya’qub al-Mansur nel dodicesimo secolo, alle parole del re sono seguite quelle del Papa tra gli applausi di una folla di dodicimila persone. Per il Papa questa è un’importante «opportunità per promuovere il dialogo interreligioso e la conoscenza reciproca tra i fedeli delle nostre due religioni, mentre facciamo memoria – ottocento anni dopo – dello storico incontro tra San Francesco d’Assisi e il Sultano al-Malik al-Kamil». «Quell’evento profetico – ha detto Francesco – dimostra che il coraggio dell’incontro e della mano tesa sono una via di pace e di armonia per l’umanità, là dove l’estremismo e l’odio sono fattori di divisione e di distruzione».

In questa terraponte il Papa ha voluto così ribadire la necessità di dare un nuovo impulso alla costruzione di «un mondo più solidale» e di un dialogo rispettoso delle ricchezze e delle specificità di ogni popolo e di ogni persona. «Questa – ha detto Francesco – è una sfida che tutti siamo chiamati a raccogliere, soprattutto in questo tempo in cui si rischia di fare delle differenze e del misconoscimento reciproco dei motivi di rivalità e disgregazione». E non poteva mancare nel suo primo discorso in Marocco – continuamente interrotto da applausi – anche la citazione diretta del “Documento sulla fratellanza” firmato ad Abu Dhabi e per il quale questo viaggio è da considerarsi in continuità da quell’evento. Il successore di Pietro, citando infatti più volte il Documento da lui sottoscritto il 4 febbraio insieme all’Imam di Al Azhar, ha riproposto la «solidarietà di tutti i credenti» come via per affrontare insieme anche le derive patologiche del fanatismo e del fondamentalismo religioso. E ha elogiato l’Istituto Mohammed VI per imam, predicatori e predicatrici, voluto da re Mohammed VI allo scopo di fornire una formazione adeguata e sana contro tutte le forme di estremismo, che «portano spesso alla violenza e al terrorismo e che, in ogni caso, costituiscono un’offesa alla religione ».

Papa Francesco ha ribadito «l’importanza del fattore religioso per costruire ponti tra gli uomini», nel rispetto delle differenze e delle identità specifiche. «La fede in Dio – ha rimarcato – ci porta a riconoscere l’eminente dignità di ogni essere umano, come pure i suoi diritti inalienabili». In quanto «noi crediamo che Dio ha creato gli esseri umani uguali in diritti, doveri e dignità e che li ha chiamati a vivere come fratelli e a diffondere i valori del bene, della carità e della pace». Citando poi la Conferenza internazionale sui dirit- ti delle minoranze religiose nel mondo islamico, tenutasi a Marrakech nel gennaio 2016, ha valorizzato le dichiarazioni d’intenti formulate in quell’incontro, che avevano invitato ad affrancarsi dalla categoria stessa di “minoranza religiosa” per affermare anche nelle società islamiche il concetto di cittadinanza e il riconoscimento del valore della persona, «che deve rivestire un carattere centrale in ogni ordinamento giuridico ». E in questo senso la visita marocchina è anche un test della ricezione del documento. In questo primo discorso papa Francesco ha così toccato le tre motivazioni della sua permanenza lampo in terra maghrebina: il motivo interreligioso, la questione migranti e il sostegno alla presenza della piccola comunità cristiana, ed ha segnato le tappe dell’intenso programma, che ricalca quello compiuto negli Emirati Arabi Uniti.

La visita che è seguita all’Istituto Mohammed V è stata poi particolarmente significativa perché è la prima volta che un Papa viene accolto in un istituto di formazione degli imam. L’Istituto, inaugurato il 27 marzo del 2015, è nato come uno spazio di studi destinato alla promozione di un islam tollerante, aperto alle altre religioni e al mondo ed è ritenuto di grande importanza per tutto il Maghreb. Durante la visita all’Istituto, il Papa e il re non hanno tenuto discorsi, ma hanno ascoltano gli interventi degli studenti. Prima di quest’incontro, non è mancato anche quello privato al mausoleo di Mohammed V, considerato il “padre della moderna nazione marocchina”. E proprio durante l’incontro privato nel Palazzo Reale, residenza ufficiale e amministrativa dei sovrani del Marocco, Mohammed VI e papa Francesco hanno firmato a sorpresa un appello congiunto su Gerusalemme «riconoscendo entrambi l’unicità e la sacralità di Gerusalemme/Al Qods Acharif e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua peculiare vocazione di città della pace».

in “Avvenire” del 31 marzo 2019

Il dialogo islamo-cristiano riparte da migranti e clima

Mimmo Muolo

Arriva già una conferma dalle tappe inaugurali del viaggio di Francesco in Marocco. Questa visita è una sorta di cartina di tornasole non solo dei rapporti tra cristiani e musulmani, ma di tutti i temi e le questioni al centro del travagliato scenario internazionale del nostro tempo. Cultura dell’incontro, impegno nel dialogo interreligioso e ‘politica’ della mano tesa. Rifiuto della violenza, dell’estremismo e peggio ancora del terrorismo. Promozione della libertà religiosa e della libertà di coscienza, come espressione della inalienabile dignità di ogni essere umano. Speciale e pacifico statuto di Gerusalemme, città santa delle tre religioni monoteistiche. Lotta alla discriminazione delle minoranze religiose e, naturalmente, un preoccupato eppure speranzoso accento posto sui due problemi più pressanti (e per molti versi interconnessi tra loro) che governanti e cittadini si trovano ad affrontare nella congiuntura presente: la necessità sempre più avvertita di una conversione ecologica da un lato; e la «grave crisi migratoria» dall’altro, cui il Papa ha dedicato ieri parole lucide e accorate, chiedendo ad esempio di «non accordare nuovi spazi ai mercanti di carne umana» e auspicando «l’ampliamento dei canali migratori regolari», durante l’incontro con un folto gruppo di migranti a Rabat.

Perciò, fin da questo esordio, l’itinerario papale supera anche le aspettative di viaggio in qualche modo ‘gemello’ di quello straordinario ad Abu Dhabi di due mesi fa. Qui lo sguardo ampio di Francesco diventa fonte di un appello globale a «cercare i mezzi concreti per sradicare le cause che costringono tante persone a lasciare il loro Paese». E come sempre avviene nelle scelte del pontificato bergogliano anche questa visita coniuga dimensioni simboliche con messaggi inequivocabili e diretti. Sotto il primo profilo non deve sfuggire che il Marocco è «ponte naturale tra l’Africa e l’Europa», come lo stesso Pontefice ha detto al suo arrivo, e che proprio in questa terra sono stati ospitati negli ultimi anni tre summit internazionali di grande rilievo sui temi subito entrati nell’agenda del viaggio: la conferenza internazionale sui diritti delle minoranze religiose nel mondo islamico nel 2016, la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici Cop 22 sempre nello stesso anno e la conferenza intergovernativa sul Patto mondiale per una migrazione sicura lo scorso dicembre.

Per quanto riguarda i messaggi, invece, proprio il richiamo a quei summit internazionali fa intendere innanzitutto che per il Papa la strada da percorrere passa attraverso la concertazione e il multilateralismo all’interno della grande famiglia delle nazioni. Ma d’altro canto Francesco non omette di sottolineare che oltre e dietro tutte le questioni ci sono sempre gli occhi, i volti, le storie, le sofferenze (spesso disumane) di uomini donne e bambini. E che è a loro che bisogna guardare. Persone, non numeri, né tanto meno masse indistinte. Lo ha detto a chiare lettere il Vescovo di Roma quando ha ricordato che «non si tratta solo di migranti, come se le loro vite fossero una realtà estranea o marginale», «come se la loro qualità di persone con diritti restasse ‘sospesa’ a causa della loro situazione attuale». In gioco, in sostanza, c’è «il volto che vogliamo darci come società e il valore di ogni vita», ha insistito papa Bergoglio. E il discorso fatto per chi lascia la sua terra può essere ripetuto per chi è discriminato a causa del suo credo, per chi è vittima del terrorismo, per chi vive sulla propria pelle le conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici, per chi va a sbattere contro i muri veri e metaforici eretti, specie sulla nostra sponda del Mediterraneo, per ignoranza, paura del diverso, xenofobia e razzismo.

toil-today-dream-tonight-diptych-painting-number-1-after-van-gogh-paul-hilario.jpgA servizio di questa umanità Francesco chiede di indirizzare ogni sforzo. Compreso quel dialogo islamo-cristiano che anche ieri è stato il filo rosso con cui il Pontefice insieme al suo ospite, il re Mohammed VI, ha cucito i diversi momenti della visita, compresa la sosta all’istituto dove si formano gli imam (la formazione è fondamentale, ha detto, per prevenire l’estremismo che porta al terrorismo). Dialogo tanto più necessario, quanto più avanzano il fanatismo e la violenza che bestemmiano il nome di Dio. Dialogo per riconoscersi fratelli nella diversità. E soprattutto per costruire quella pace globale mai tanto a rischio oggi, se dovessero prevalere quanti vorrebbero imporre odio e intolleranza.

in “Avvenire” del 31 marzo 2019

Il coraggio, la virtù che garantisce tutte le altre

Vito Magno

«Per smuovere le coscienze non basta il talento, occorre avere coraggio». La frase cult del film Green Book, premiato con l’oscar a Hollywood, si salda bene a quella pronunciata settanta anni fa da Winston Churchill: «Il coraggio è la prima delle qualità umane, perché è quella che garantisce tutte le altre».

Alla luce di ciò che è accaduto il 15 marzo nelle piazze di 2.052 città di 123 Paesi, affermazioni come queste fanno pensare. Milioni di giovani si sono ritrovati per lanciare un grido in difesa dell’ambiente,images (1).jpeg svegliati dal coraggio di alcuni di loro, soprattutto dalla sedicenne Greta Thunberg, che da tempo, ogni venerdì, sciopera dalla scuola per chiedere al governo svedese e agli altri stati di fare il possibile per arginare i cambiamenti climatici.

Così quando sull’inquinamento del pianeta, e sul riscaldamento globale, i politici non riescono a mettersi d’accordo, il coraggio di pochi è capace di svegliare le coscienze di molti. Le cronache dei giorni scorsi hanno riportato anche altri casi esemplari di coraggio. Emblematico il sorriso del giovane nuotatore Manuel Bortuzzo, che a un mese dal colpo di pistola che gli ha paralizzato le gambe, è tornato in piscina per continuare la riabilitazione, motivato più che mai. Perfino una sciagura aerea, come quella del Boeing 737 precipitato dai cieli di Addis Abeba in Etiopia, ha svelato particolari interessanti a proposito del coraggio. Nessuno degli otto italiani che erano a bordo dell’aereo viaggiava per turismo. Da volontari e professionisti essi operavano in Africa perché la giustizia prevalesse sul sopruso, l’umanità sulla crudeltà, la bontà sul male. A fronte delle quotidiane notizie di violenze, razzismi e corruzioni, sapere dell’esistenza di persone, che del coraggio fanno un punto cardine della loro vita, aiuta ad essere ottimisti. Il coraggio può smuovere il mondo, nonostante tutto! A pensare così è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 13 marzo alla cerimonia di consegna degli Attestati d’onore ai nuovi Alfieri della Repubblica ha detto: «Questo riconoscimento pare a voi strano perché vi sembra normale ciò che avete fatto, ma la sua importanza sta proprio nel fatto che voi considerate “normale” l’aiuto a chi è in difficoltà». Per esperienza sappiamo quanto sia più facile esaltare gli eroi del cinema, dello sport, della canzone, piuttosto che prestare attenzione alla quotidianità coraggiosa. Coraggio viene da coraticum, una parola latina che si riferisce al primo passo da fare verso il rinnovamento della persona e della società. Coraticum, infatti, deriva a sua volta da cor e designa un cuore fiero, forte, ardimentoso.

Un significato analogo lo troviamo nella letteratura greca, dove la parola coraggio è collegata al mito di Prometeo, il titano che diede origine alla razza umana. Per avere sottratto il fuoco agli dei, e quindi per avere osato con audacia entrare nella loro sfera, fu incatenato e condannato a vedersi rodere il fegato da un’aquila di Zeus. La capacità dell’uomo di aderire a un progetto superiore veniva, quindi, collegato dai greci alla sua fortezza di fronte alle scelte di vita. Papa Francesco nel tema del recente messaggio per la 56a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che ricorre il 12 maggio, sembra richiamarsi a questo significato: «Il coraggio di rischiare la propria scelta di vita sulla promessa di Dio». Il progetto di Dio, egli scrive, «è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio, non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato». «Virtù del cominciamento» definiva il coraggio Vladimir Jankelevitch, grande filosofo francese. Per lui coraggiosi sono coloro che sanno percorrere sentieri nuovi senza lasciarsi irretire dalla paura. «Che cosa, infatti, sarebbe la vita – si chiedeva Vincent van Gogh – se non avessimo il coraggio di correre dei rischi?».

in “Avvenire” del 30 marzo 2019

Religione. Il mistero di Gesù risorto spiegato dall’amore

ENZO BIANCHI

Scriveva Massimo il Confessore, grande teologo bizantino del VII secolo: «Colui che conosce il mistero della risurrezione conosce il senso delle cose, conosce il fine per il quale Dio fin dall’inprincipio creò tutto». Sulla scorta di questa penetrante osservazione è utile porsi una semplice domanda: perché Gesù è risorto da morte? Sarebbe troppo sbrigativo rispondere che egli è risorto perché era Figlio di Dio, dunque ciò stava nell’ordine normale delle cose. Risposta vera ma parziale. D’altra parte, non è neppure sufficiente leggere la risurrezione come il miracolo dei miracoli: tale interpretazione contiene certamente una verità, perché la risurrezione è l’inaudito su questa terra.Perche-la-resurrezione-dei-corpi-Non-basta-la-salvezza-dell-anima_articleimage.jpg

Ma a mio avviso è ancora una spiegazione insufficiente… Qui entra in gioco la riflessione umanissima che ogni uomo e ogni donna fanno da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Tutti gli esseri umani percepiscono che la realtà indegna della morte per eccellenza è l’amore. Quando infatti giungiamo a dire a qualcuno: “Ti amo”, ciò equivale ad affermare: “Io voglio che tu viva per sempre”. Può sembrare banale ripeterlo e tuttavia resta vero: la nostra vita trova senso solo nell’esperienza dell’amare e dell’essere amati, e tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti di eternità. E

bbene, la grazia di un libro come il Cantico dei cantici posto al cuore delle Sacre Scritture consiste proprio nel fatto che in esso si parla dall’inizio alla fine di amore, di amore umano. A conclusione del Cantico si legge un’affermazione straordinaria. L’amata dice all’amato: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio, / perché forte come la morte è l’amore». Qui si raggiunge una consapevolezza presente in numerose culture, che sempre hanno percepito un legame tra amore e morte. La Bibbia, dal canto suo, ci illustra che amore e morte sono i due nemici per eccellenza; non la vita e la morte, ma l’amore e la morte! La morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell’amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla.

In altre parole, se è vero che l’Antico Testamento non ha pagine chiare e nette sulla risurrezione dai morti, al suo cuore sta però la consapevolezza che l’amore può combattere la morte. E questo non è poco! Tenendo presente tale orizzonte, possiamo ritornare alla nostra domanda: perché Gesù è risorto da morte? Una lettura intelligente dei Vangeli e poi di tutto il Nuovo Testamento porta a concludere che egli è risorto perché la sua vita è stata agápe, è stata amore vissuto per gli altri e per Dio fino all’estremo: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine ( eis télos) » (Gv 13,1), per riprendere il versetto giovanneo che apre la narrazione dell’Ultima Cena, contrassegnata dal gesto della lavanda dei piedi. Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che ha vissuto, al suo modo di vivere nell’amore fino all’estremo: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte – quell’amore insegnato ai discepoli lungo tutto la sua vita (con tutta la sua vita!) e poi condensato nel mandatum novum: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» – a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena. Detto altrimenti, se Gesù è stato l’amore, come poteva essere contenuto nella tomba? È questa la domanda che si cela dietro le parole pronunciate da Pietro nel giorno di Pentecoste: «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24)… Com’era possibile che l’amore restasse preda degli inferi?

Davvero la risurrezione di Gesù è il sigillo che Dio ha posto sulla sua vita: risuscitandolo dai morti, Dio ha dichiarato che Gesù era veramente il suo racconto ( exeghésato: Gv 1,18), e ha manifestato che nell’amore vissuto da quell’uomo era stato detto tutto l’essenziale per conoscere lui. È in quest’ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù Risorto e Signore. Cosa è successo nell’alba pasquale? Alcune donne e poi alcuni uomini, discepole e discepoli di Gesù, si sono recati al sepolcro e l’hanno trovato vuoto: mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità, hanno avuto un incontro nella fede con il Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, ai bordi del lago di Tiberiade… Ed è significativo che Gesù non sia apparso loro sfolgorante di luce, ma si sia presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore. Di più, egli si è manifestato nella forma con cui lungo tutta la sua esistenza aveva narrato la possibilità dell’amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!»; i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane, cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti; e il discepolo amato, che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade, grida a Pietro: «È il Signore!»…

In sintesi, la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno, e quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che «Dio è amore» ( agápe: 1Gv 4,8.16). Illuminati da questa consapevolezza, i discepoli hanno poi compiuto un cammino a ritroso, che li ha condotti a ricordare, raccontare e infine mettere per iscritto nei Vangeli la vita di Gesù sulle strade della Galilea e della Giudea. Essi hanno compreso che Gesù aveva narrato l’amore di Dio con le sue parole, con la sua maniera di stare in mezzo agli altri, di incontrare i malati e gli emarginati, di perdonare la donna adultera, di accettare il gesto d’amore della peccatrice, di chiamare Giuda “amico”, proprio mentre per colpa sua veniva arrestato… E dopo aver raccontato tale amore per tutta la vita – fino a dire, sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» – avrebbe potuto restare preda della morte? Con la sua vita e la sua morte Gesù ha mostrato di avere una ragione per cui morire e, quindi, una ragione per cui vivere: l’amore per gli altri, vissuto quotidianamente e con semplicità, gratuitamente e liberamente, quell’amore che non può morire!

È in quest’ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù Risorto e Signore. Cosa è successo nell’alba pasquale? Alcune donne e poi alcuni uomini, discepole e discepoli di Gesù, si sono recati al sepolcro e l’hanno trovato vuoto: mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità, hanno avuto un incontro nella fede con il Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, ai bordi del lago di Tiberiade… Ed è significativo che Gesù non sia apparso loro sfolgorante di luce, ma si sia presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore. Di più, egli si è manifestato nella forma con cui lungo tutta la sua esistenza aveva narrato la possibilità dell’amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!»; i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane, cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti; e il discepolo amato, che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade, grida a Pietro: «È il Signore!»… In sintesi, la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno, e quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che «Dio è amore» ( agápe: 1Gv 4,8.16). Illuminati da questa consapevolezza, i discepoli hanno poi compiuto un cammino a ritroso, che li ha condotti a ricordare, raccontare e infine mettere per iscritto nei Vangeli la vita di Gesù sulle strade della Galilea e della Giudea. Essi hanno compreso che Gesù aveva narrato l’amore di Dio con le sue parole, con la sua maniera di stare in mezzo agli altri, di incontrare i malati e gli emarginati, di perdonare la donna adultera, di accettare il gesto d’amore della peccatrice, di chiamare Giuda “amico”, proprio mentre per colpa sua veniva arrestato… E dopo aver raccontato tale amore per tutta la vita – fino a dire, sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» – avrebbe potuto restare preda della morte? Con la sua vita e la sua morte Gesù ha mostrato di avere una ragione per cui morire e, quindi, una ragione per cui vivere: l’amore per gli altri, vissuto quotidianamente e con semplicità, gratuitamente e liberamente, quell’amore che non può morire!

in Avvenire, 31 marzo 2019

Jerusalem. Appeal by King Mohamed VI and Pope Francis.

[EN – ES – FR – IT]

On the occasion of the visit of His Holiness Pope Francis to the Kingdom of Morocco, His Holiness and His Majesty King Mohammed VI, recognizing the unique and sacred character of Jerusalem / Al-Quds Acharif, and deeply concerned for its spiritual significance and its special vocation as a city of peace, join in making the following appeal:

“We consider it important to preserve the Holy City of Jerusalem / Al-Quds Acharif as the common patrimony of humanity and especially the followers of the three monotheistic religions, as a place of encounter and as a symbol of peaceful coexistence, where mutual respect and dialogue can be cultivated.

To this end, the specific multi-religious character, the gerusalemme-653x435.jpgspiritual dimension and the particular cultural identity of Jerusalem / Al-Quds Acharif must be protected and promoted.

It is our hope, therefore, that in the Holy City, full freedom of access to the followers of the three monotheistic religions and their right to worship will be guaranteed, so that in Jerusalem / Al-Quds Acharif they may raise their prayers to God, the Creator of all, for a future of peace and fraternity on the earth”.

Rabat, 30 March 2019

  His Majesty King Mohammed VI                   His Holiness Pope Francis