Archivio mensile:febbraio 2019

“Il signor Trump è un razzista e un truffatore”. Il memoriale di Michael Cohen

MICHAEL COHEN

E’ il ritratto del presidente americano stilato dal suo ex avvocato personale in un’audizione pubblica alla Camera americana.

HO AVUTO modo di conoscere Trump molto bene, avendo lavorato a stretto contatto con lui per oltre dieci anni, come suo vicepresidente esecutivo e consulente legale, e poi come suo avvocato personale quando è diventato presidente. Quando ho incontrato per la prima volta il signor Trump, era un imprenditore di successo, un gigante dell’immobiliare, un’icona. Stargli vicino dava alla testa. Quando eri in sua presenza, ti sembrava di essere coinvolto in qualcosa di più grande di te, di stare in qualche modo cambiando il mondo.

Mi sono trovato a propagandare la narrazione di Trump per oltre un decennio. Questo era il mio lavoro. Monopolizzava la mia vita. Donald Trump è un uomo che si è candidato alla presidenza per fare grande il suo marchio, non per fare grande il nostro Paese. Non aveva nessun desiderio o intenzione di guidare questa nazione, solo vendere se stesso e costruire la sua ricchezza e il suo potere. Il signor Trump diceva spesso che questa campagna sarebbe stata “il più grande spot pubblicitario nella storia della politica». Non si aspettava mai di vincere le primarie. Non si aspettava mai di vincere le elezioni generali.

Il signor Trump è un razzista. La nazione ha visto Trump corteggiare suprematisti bianchi e fanatici. In privato, è ancora peggio. Una volta mi ha chiesto se potevo citargli un Paese guidato da un nero che non fosse un «cesso». Questo quando Barack Obama era presidente degli Stati Uniti. Mi ha detto che i neri non avrebbero mai votato per lui perché erano troppo stupidi.

Il signor Trump è un imbroglione. Oggi fornisco alla Commissione tre anni di rendiconti finanziari del presidente Trump, dal 2011 al 2013. Secondo la mia esperienza, il signor Trump gonfiava il suo patrimonio complessivo quando era utile ai suoi scopi, per esempio quando cercava di farsi inserire da Forbes nella classifica delle persone più ricche, e lo sgonfiava per ridurre il peso delle imposte fondiarie.

Il signor Trump una volta mi ordinò di trovare un finto acquirente per comprare un suo ritratto che doveva essere messo all’asta in un Art Hamptons Event. L’obiettivo era fare in modo che il suo ritratto, che sarebbe stato battuto per ultimo, strappasse il prezzo più alto fra tutti i ritratti messi all’asta quel pomeriggio. Il ritratto fu acquistato dal finto acquirente per 60mila dollari. Trump diede ordine alla Trump Foundation, che teoricamente sarebbe un’associazione di beneficenza, di rimborsare il finto acquirente, pur tenendosi il quadro per sé.

Il signor Trump una volta mi disse di chiamare i proprietari di una serie di imprese, in molti casi di piccole dimensioni, che dovevano ricevere soldi per i loro servizi, e dire loro che non sarebbero stati pagati o sarebbero stati pagati meno del pattuito. Quando informai il signor Trump del buon esito dell’operazione, lui era raggiante.

Il signor Trump è un truffatore.

Mi chiese di pagare una pornostar con cui aveva avuto una relazione. Oggi fornisco alla Commissione una copia del bonifico di 130mila dollari da me effettuato all’avvocato della signora Clifford durante gli ultimi giorni della campagna presidenziale, preteso dalla signora Clifford per mantenere il silenzio sulla sua storia con il signor Trump. Mi disse di usare i miei fondi personali da un prestito ipotecario, per evitare che i soldi fossero riconducibili a lui e potessero danneggiare la sua campagna. Feci anche questo, senza pormi domande se fosse corretto farlo. Sto per andare in prigione anche a causa della mia decisione di aiutare il signor Trump a tenere nascosto questo pagamento ai cittadini americani, pochi giorni prima che si recassero al voto.

Quando dico truffatore, parlo di un uomo che sostiene di essere brillante, ma mi disse di minacciare il suo liceo, le università che ha frequentato e il College Board di non pubblicare mai i suoi voti o i suoi punteggi ai test di ammissione. La cosa era particolarmente paradossale se si considera che il signor Trump nel 2011 aveva pesantemente criticato il presidente Obama per non aver reso pubblici i suoi voti. Trump dichiarò «Deve rivelare i suoi documenti», dopo aver definito il presidente Obama «un pessimo studente».

Qualcuno si è chiesto se sono a conoscenza di prove dirette di collusione tra il signor Trump o il suo staff elettorale e la Russia. Non ne sono a conoscenza. Ma ho i miei sospetti. Ho letto su tutti I media che c’è stato un incontro alla Trump Tower con i russi, nel giugno del 2016, a cui parteciparono Don Jr. e altri dello staff elettorale. Ricordo che ero nella stanza con il signor Trump, all’inizio di giugno del 2016, quando Don Jr. entrò nella stanza e girò dietro alla scrivania del padre, piegandosi verso di lui e parlandogli a voce bassa, che sono riuscito a sentire chiaramente, dicendo: «L’incontro è fissato». Il signor Trump diceva spesso a me e ad altri che suo figlio Don Jr. era la persona con meno discernimento al mondo. Inoltre, Don Jr. non avrebbe mai organizzato nessun incontro di qualche rilevanza, e di certo non senza aver chiesto conferma al padre.

Sto andando in prigione e ho distrutto la sicurezza che avevo cercato con tanta fatica di garantire alla mia famiglia. La mia deposizione di certo non attenua il dolore che ho causato alla mia famiglia e ai miei amici: nulla potrà farlo. E non ho mai chiesto, né accetterei, la grazia da parte del presidente Trump.

Non avrei mai immaginato che avrebbe lanciato attacchi brutali e falsi contro la mia famiglia, e scatenato il suo avvocato televisivo per fare lo stesso. Spero che questa Commissione e tutti i membri del Congresso, di entrambi gli schieramenti, mettano bene in chiaro cheimages.jpeg noi, come nazione, non dobbiamo tollerare tentativi di intimidire le persone chiamate a deporre di fronte al Congresso, e gli attacchi contro i familiari sono qualcosa che va oltre i limiti, e non sono accettabili.

Non sono un uomo perfetto. Ho fatto cose di cui non vado orgoglioso e dovrò convivere con le conseguenze delle mie azioni per il resto della mia vita. Ma oggi ho la possibilità di decidere quale esempio dare ai miei figli, e come cercare di cambiare il modo in cui la storia mi ricorderà. Forse non posso cambiare il passato, ma qui, oggi, posso rendere giustizia al popolo americano.

* Testo integrale dell’ex avvocato di Donald Trump, letto in aula da lui stesso alla Camera Usa (Traduzione di Fabio Galimberti)

in la Repubblica, 28 febbraio 2019

Matrimoni celebrati. Italia ultima in Europa

LUCIANO MOIA

In molti Paesi europei il matrimonio continua a essere una scelta importante. In uno studio Eurostat che prende in esame il numero di matrimoni per mille abitanti in 30 nazioni si scopre che in Lituania (7,5) e in Romania (7,3) il desiderio dei giovani di costruire una vita insieme rimane elevato. Su livelli appena inferiori Cipro e Lettonia (6,8). Poi, dopo l’eccezione di Malta (6,3), tanti Paesi del Nord e dell’Est europeo in cui le percentuali di giovani che scelgono di sposarsi rimangono rilevanti. Nei Paesi mediterranei di tradizione cattolica i numeri diventano invece più esigui. Quasi in fondo alla classifica dei Paesi presi in esame da Eurostat c’è l’Italia (3,2). Peggio di noi (3,1) solo la Slovenia.

Sono dati che non sorprendono, ma che allarmano e amareggiano perché confermano il vuoto di prospettive che schiaccia i giovani, il timore del futuro, la fatica di assumere decisioni definitive, ma Matrimoni-vip-2017_Fernando-Llorente_Sposi-Magazine-1.jpganche la solitudine. Non stupisce perché, se in una società tutto sembra congegnato per smantellare il valore del far famiglia e per svuotare di significato la scelta di sposarsi, è poi inevitabile che il numero dei matrimoni arrivi a quote irrilevanti. Meno matrimoni, meno nascite, meno prospettive di crescita vuol dire tracciare il profilo di una società ingrigita, che non riesce più a rigenerarsi e sembra quindi destinata all’autoestinzione. L’Italia senza fiori d’arancio diventa anche l’espressione di una società matrigna, in cui i giovani sono costretti ad andare all’estero – 86mila nel 2018 – per trovare lavoro ma anche condizioni più favorevoli alla costruzione di nuove relazioni.

Guardando la situazione dei Paesi che ci superano nella classifica dei matrimoni (quasi tutti, come detto) si vede che esistano aree segnate positivamente da un fervore di rinnovamento sociale come i Paesi baltici, dove l’entusiasmo dei giovani è direttamente proporzionale alla voglia di futuro delle istituzioni.

E poi altre aree che appaiono espressione di un welfare consolidato (Danimarca, Svezia, Finlandia, Germania, Austria) dove gli interventi dello Stato sociale convincono i giovani a uscire di casa, a scommettere sulla possibilità di farcela da soli, a sposarsi con percentuali che sono anche doppie rispetto all’Italia. Un’autonomia che è innanzi tutto un dato culturale diffuso, frutto di scelte familiari prima che di programmi statali. Certo, poi in quei Paesi anche i tassi di divorzio sono molto più elevati, ma la propensione al rischio non viene meno per il timore del fallimento.

E cosa fare per il declino italiano? «Serve un patto per rilanciare il matrimonio », commenta Gigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari, da mesi già impegnato nel diffondere le buone ragioni del ‘Patto per la natalità’. Due aspetti che vanno evidentemente in coppia. «I figli nascono per lo più all’interno del matrimonio e in ogni caso – riprende De Palo – per crescere in modo equilibrato hanno bisogno del clima rassicurante di una famiglia. Per noi il matrimonio rimane evidentemente centrale anche se tutto oggi sembra svuotarlo di significato, dalle unioni civili alla proposta sui patti prematrimoniali per finire con il reddito di cittadinanza».

Pochi giorni fa su ‘Avvenire’ (articolo di Massimo Calvi sul Reddito di Cittadinanza) abbiamo ricordato come in Italia sistema fiscale e parte del welfare siano pensati per disincentivare il matrimonio, favorire le convivenze e premiare la separazione, secondo una logica folle che privilegia la precarietà delle relazioni rispetto a chi continua a perseguire scelte coerenti di responsabilità e di dedizione fedele agli impegni assunti.

Anche grazie a questa deriva masochistica oggi non a caso ci troviamo in fondo alla classifica dei matrimoni. Il messaggio sta arrivando forte e chiaro: da noi sposarsi paradossalmente non ‘conviene’ più. E, in assenza di consenso sociale e di sostegni fiscali, meglio convivere in modo libero, senza legami burocratici. Ma meglio per chi? «Oggi il sistema economico in Italia sembra emarginare chi si sposa – conferma l’avvocato Vincenzo Bassi, vicepresidente della Federazione associazioni familiari cattoliche (Fafce) – e forse dovremmo fare un po’ di mea culpa anche noi perché, evidentemente, non siamo stati in grado di spiegare che la famiglia viene prima di tutto, e non come oggi è intesa, esattamente all’opposto».

Solo il fatto che nel nostro Paese esistano coppie che trovano vantaggiosa una separazione fittizia per aggirare una tariffa o per piazzarsi meglio nella classifica dei genitori in attesa di un posto al nido, lascia capire come il sistema sia pensato in modo deleterio e comunque in una logica anti-famiglia. Siamo arrivati al paradosso di una società che non solo evita di premiare il matrimonio come scelta di bene comune, ma addirittura lo trasforma in decisione da penalizzare.

«Un tempo – riprende Bassi – ci si sposava per avere un riconoscimento sociale, oggi si è costretti a separarsi per strappare vantaggi fiscali. Non è solo un’ingiustizia. Si tratta proprio di un vero abominio giuridico». Motivi importanti, ma che non bastano ancora a penetrare un quadro di grande complessità. Per comprendere davvero in profondità le ragioni di questa fuga italiana dal matrimonio, non possiamo evitare di indagare anche il progressivo distacco dall’appartenenza ecclesiale. Perché non possiamo nascondere il fatto che, nel crollo dei numeri dei matrimoni, quelli religiosi siano in più rapido assottigliamento. Il dato non emerge dalla statistica di Eurostat che non fa distinzione tra matrimoni civili e nozze celebrate in chiesa, ma è noto che esistano previsioni statistiche che, per quanto riguarda l’Italia, fissano al 2020 l’anno del sorpasso tra nozze civile e nozze religiose.

Non si tratta di indovinare quando succederà davvero, ma di chiedercene le ragioni. Perché questo ‘gelo’ tocca da vicino proprio l’Italia dove l’attenzione al matrimonio, con tante esperienze significative di accompagnamento e di preparazione, è da sempre un tratto caratteristico dell’impegno ecclesiale? Come mai le valanghe di documenti, di iniziative, di proposte pastorali non sono mai scese dai vertici alla base? Come mai non hanno inciso sulle scelte affettive dei giovani? Il Papa in Amoris laetitia, invita la Chiesa all’autocritica: troppo spesso abbiamo presentato il matrimonio come un ideale teologico troppo astratto «lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglia così come sono» (n.35). Siamo caduti in un’idealizzazione eccessiva, abbiamo insistito su «questioni dottrinali, bioetiche e morali» (n.37) dimenticando il valore della grazia e ignorando il fatto che il matrimonio è un percorso dinamico, in cui si cresce insieme.

«Da noi i dati risultano peggiori che altrove – fa osservare Pietro Boffi, responsabile del settore documentazione del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) – proprio perché il matrimonio è connesso con una scelta di tipo religioso. Nel Nord Europa, e specialmente nei Paesi protestanti, è invece scelta laica. Da noi rimane gesto forte, caricato di una valenza che investe scelte definitive (il ‘per sempre’), mentre all’estero non è così. E, visto che oggi queste scelte definitive fanno sempre più paura, il matrimonio da noi crolla, mentre in altri Paesi le percentuali rimangono più elevate perché si tratta di una scelta intesa spesso a tempo determinato, con scarso coinvolgimento sociale».

Insomma, se il matrimonio light modello Europa del Nord trova ancora ampi consensi, quello all’italiana connotato da un importante apparato ideale e spirituale – e forse anche da cerimonie molto costose – finisce per essere scelta residuale. Sarà. Ma rassegnarsi al declino della più significativa tra le relazioni vuol dire accettare una società in cui i legami rischieranno di essere meno coesi, meno solidali, meno intensi. Una società più fragile. È questo che vogliamo?

in Avvenire, 27 febbraio 2019

Chimica. I 150 anni della tavola di Mendeleev, il rivoluzionario degli elementi

FRANCO GABICI

Il primo giorno di marzo del 1869, e dunque 150 anni fa, il chimico russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev (1834-1907) presentava la sua famosa “Tavola periodica degli elementi”, che oggi sotto forma di poster campeggia in tutte le aule di scienze del mondo e in omaggio a questa straordinaria invenzione l’Onu ha dichiarato il 2019 “Anno internazionale della tavola periodica degli elementi”.

Per la creazione di questa ‘tavola’ lo storico della scienza John D. Bernal definì Mendeleev «il Copernico della chimica» e in effetti il chimico russo fornì ai ricercatori uno strumento efficacissimo che non solo catalogava gli elementi fino allora conosciuti ma consentiva soprattutto di fare delle previsioni.

Al tempo di Mendeleev erano conosciuti 63 elementi e gli scienziati si erano posti il problema di dar loro una sistemazione secondo uno schema logico. Anche Mendeleev, ovviamente, stava studiando la questione e la scoperta della sua tavola è legata a una storia che ha dell’incredibile.

Come Mendeleev sognò la Tavola periodica degli elementi

Mendeleev, infatti, era un appassionato giocatore di carte e il gioco che maggiormente preferiva era il cosiddetto “solitario”. E proprio inventando un “solitario chimico” gli venne l’idea che gli avrebbe dato fama e prestigio. Mendeleev trascrisse su cartoncini il simbolo degli elementi conosciuti e il loro peso atomico, vale a dire il numero che si ottiene facendo la somma dei neutroni Mendeleev.jpge dei protoni contenuti nel nucleo di ogni atomo, e si mise a giocare con quei cartoncini ordinandoli e organizzandoli proprio come si usa fare con le carte da gioco.

Quello strano “solitario”, però, non gli indusse nessuna soddisfazione e così dopo tre giorni e tre notti trascorsi davanti al tavolo gettò la spugna e se ne andò a dormire. E qui accadde il miracolo, perché in sogno ebbe la visione di quella “tavola” che stava cercando. In quella tavola gli elementi, ordinati in colonne, e raggruppati in gruppi di elementi simili, presentavano «una evidente periodicità di proprietà» e proprio a causa di questa particolarità chiamò la sua tavola con l’appellativo «periodica». Ed era talmente convinto che la sua idea fosse giusta che proprio pensando a questa periodicità lasciò nella sua tavola alcuni spazi vuoti che, secondo le sue previsioni, sarebbero stati occupati da elementi ancora da scoprire.

Una Tavola profetica

La tavola periodica degli elementi all’inizio non fu però accolta molto benevolmente ma sei anni dopo quanti nutrivano dubbi dovettero ricredersi. Nel 1875, infatti, esaminando un metallo proveniente dai Pirenei, il chimico Paul Émile Lecoq de Boisbaudran scoprì il Gallio, un metallo che andò a occupare, accanto all’alluminio, la casella vuota che Mendeleev gli aveva riservato e per il quale aveva pensato il nome di “Eka-alluminio”. Il peso atomico del Gallio (69.7) era molto simile a quello previsto da Mendeleev (68) e ciò dimostrava che la tavola funzionava. Successivamente altri tre posti vuoti previsti dalla tavola furono occupati dall’Elio, dal Neon e dall’Argon e ribadirono la geniale intuizione di Mendeleev.

Ovviamente le moderne tavole contengono più elementi perché ora gli elementi conosciuti hanno superato il centinaio. Gli ultimi inseriti, che completano il “settimo periodo” della tavola, sono quattro. Si tratta però di elementi creati in laboratorio e non rintracciabili in natura: il Nihonio (113), il Moscovio (115), il Tennesso (117) e l’Oganesson (118).

Nel corso del tempo la tavola di Mendeleev ha subito una sorta di restyling che, pur lasciando integra la sostanza, ne ha cambiato invece la forma. Moltissime le versioni, secondo alcuni sarebbero addirittura 800 e dalle forme più svariate: circolari, cubiche, a elica, piramidali, a spirale, a triangolo… Una versione curiosa ha disposto gli elementi secondo uno schema che segue il tracciato della metropolitana di Londra! Insomma, come si dice, ce n’è per tutti i gusti.

I rivali di Mendeleev

Non è infrequente, sfogliando la storia della scienza, imbattersi nell’annosa questione della priorità di una scoperta e Mendeleev e la sua tavola non fecero eccezione. Già Johann Wolfgang Döbereiner, un autodidatta garzone di una farmacia, aveva raggruppato a tre a tre gli elementi che avevano proprietà chimiche simili, insiemi conosciuti come le “triadi di Döbereiner”, e che in qualche modo possiamo considerare i progenitori della tavola periodica. Anche John Dalton e John Newlands si interessarono al problema e altri ancora si aggiunsero all’elenco dei presunti scopritori della tavola come John Newlands che dopo aver notato il ripetersi di certe proprietà a intervalli di 8, paragonò la periodicità alle ottave musicali formulando la “Legge delle ottave”.

L’unico, forse, che potrebbe a ragione rivendicare un diritto di priorità è Julius Lothar Meyer che nel 1864, e dunque cinque anni prima della presentazione di Mendeleev, dopo aver pubblicato una tavola nella quale aveva sistemato 28 elementi col criterio del peso atomico crescente, presentò una tavola periodica molto simile a quella di Mendeleev. E secondo Van Spronsen, dunque, Mendeleev e Meyer si possono considerare scopritori indipendenti della stessa legge.

Le due tavole erano molto simili. In entrambe, infatti, gli elementi erano sistemati in righe e colonne seguendo l’ordine del peso atomico crescente, ma alla fine fu adottata quella di Mendeleev perché risultava più precisa, ma anche e soprattutto per quegli spazi vuoti inseriti che ipotizzavano elementi ancora da scoprire.

Va infine ricordato che Mendeleev non va identificato tout court con la sua tavola. Il chimico russo, infatti, scoprì l’origine minerale del petrolio e si dedicò allo sviluppo dell’industria petrolifera e anche carbonifera. Credeva, inoltre, nel grande significato sociale e culturale della scienza e, come si legge nella voce che gli ha dedicato la grande enciclopedia Scienziati e tecnologi (Mondadori, 1975), «considerò il progresso della scienza come una condizione assolutamente indispensabile di sviluppo dell’economia e della cultura», un tema a lui molto caro e al quale dedicò numerosi articoli e saggi.

in Avvenire 27 febbraio 2019

Intelligence italiana: “Isis una minaccia. Squadrismo e razzismo cresciuti”

La relazione annuale degli 007 italiani al Parlamento: da una parte la minaccia jihadista che “non ha conosciuto flessioni”, dall’altra le criticità interne al nostro Paese che vanno dal rischio di un aumento degli episodi di razzismo all’intensificarsi della “conflittualità” tra antifascisti ed estremisti di destra. Capitolo mafie straniere: “Quella nigeriana la più dinamica e strutturata”. Poi la cyber-sicurezza, con attacchi quintuplicati e i rischi a cui sono esposte le nostre imprese.

Da una parte la minaccia jihadista che “non ha conosciuto flessioni”, come dimostrano gli allarmi per i progetti di attenti terroristici in Europa e i 138 foreign fighter collegati all’Italia, dall’altra le criticità interne al nostro Paese che vanno dal rischio di un aumento degli episodi di razzismo in vista delle elezioni Europee all’intensificarsi della “conflittualità” tra antifascisti iStock-rancore-razzismo-1030x615.jpged estremisti di destra. È quanto rivela l’intelligence italiana nella Relazione annuale del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) presentata giovedì al Parlamento. Per quanto riguarda le mafie straniere in attività sul territorio nazionale, “le più dinamiche e strutturate si confermano le formazioni nigeriane, attive in un’ampia gamma di settori dell’illecito quali il narcotraffico, lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di esseri umani, che vale anche ad assicurare presa ed influenza sulla diaspora“, sottolineano i Servizi segreti.

Gli 007 si sono concentrati sul fenomeno di quelli che vengono definiti “episodi di stampo squadrista” e si teme possano aumentare man mano che si avvicina l’appuntamento elettorale di maggio. La destra radicale, si legge nella relazione, ha vissuto una “pronunciata vitalità” unita a un “attivismo di impronta marcatamente razzista e xenofoba“. I Servizi segreti hanno anche analizzato quali siano gli attuali pericolo in ambito terroristico e di cyber-sicurezza. Nel primo caso la relazione ammonisce riguardo al fenomeno degli ‘sbarchi occulti‘, utilizzati per arrivare in Europa senza essere intercettati in mare e subire controlli. Ma gli 007 avvertono anche dei pericoli che arrivano dal cyberspionaggio: un fenomeno che colpisce anche le imprese italiane e che è addirittura quintuplicato nel 2018 rispetto all’anno precedente.

Quella jihadista è una minaccia che “non può considerarsi esaurita”, ha commentato il premier Giuseppe Conte nel corso della presentazione della relazione, ribadendo che “il rischio zero realisticamente non esiste”. Ma, ha aggiunto, “se abbiamo motivi per tenere molto alta la guardia, abbiamo anche valide ragioni per sentirci sereni del cammino intrapreso” da intelligence e forze di polizia nel contrasto al terrorismo.

LA MINACCIA JIHADISTA
L’Isis, per gli 007, “si è mostrato ancora in grado di ispirare attacchi in Europa, suggerendone autori e modi”. La propaganda jihadista invita a colpire con armi non tradizionali, come dronicarichi di esplosivo da lanciare verso “eventi di massa o centri commerciali”. Il fenomeno dei ‘radicalizzati in casa‘ è poi uno degli ambiti che sta più impegnando i Servizi segreti italiani. Si tratta di un bacino “sempre più ampio e sfuggente” che richiede un attento monitoraggio per cogliere segnali del possibile passaggio “dalla radicalizzazione all’attivazione violenta”. E attenzione è dedicata ai foreign fighter partiti per la Siria o l’Iraq, a vario titolo collegati con l’Italia: sono 138.

Seppur in modo “sporadico e non strutturale”, le indagini e le attività d’intelligence hanno inoltre “confermato l’utilizzo dei canali dell’immigrazione clandestina per il trasferimento in Europa di estremisti sub-sahariani”. Gli ‘sbarchi occulti‘, vale a dire le traversate effettuate con mezzi veloci per evitare di essere intercettati in mare e per evitare i controlli al momento dello sbarco, sono un fenomeno che va tenuto nella massima considerazione in un’ottica di prevenzione, per evitare l’arrivo in Italia di personaggi che potrebbero avere collegamenti con il terrorismo, avvertono gli 007 nella relazione, sottolineando che il fenomeno riguarda in primo luogo la Tunisia ma anche la rotta che dall’Algeria porta alla Sardegna, la stessa Libia e le traversate nel Mar Adriatico.

La relazione segnala dunque il persistere di “warning, raccolti soprattutto nell’ambito della collaborazione internazionale, concernenti progettualità terroristiche riferibili sia a cellule dormienti sia a nuclei di operativi appositamente instradati verso il Vecchio Continente”. Seppure in Europa il numero di attentatinel 2018 è calato, si è assistito a varie azioni emulative compiute da “soggetti con profilo radicale assente o sfumato, caratterizzati da condizioni di disagio personale non di rado collegate a disturbi psichici“. Di questi gesti Daesh “si è attribuito sovente la paternità, con l’evidente intento di ribadire la sua forza offensiva in Occidente e realizzare un profitto propagandistico a ‘costo zero‘”. Oltre ai droni, la propaganda jihadista esorta anche all’utilizzo di aggressivi chimici e biologici per colpire l’Occidente. C’è addirittura un filone editoriale ad hoc di un canale pro-Daesh (“Silent terror. Kill them silently“), che descrive dettagliatamente i passaggi necessari per il reperimento, la produzione e l’impiego di agenti biologici e chimici.

RAZZISMO ED ESTREMA DESTRA
C’è il rischio concreto, secondo gli 007 italiani, che in vista delle elezioni Europee in programma a maggio possano aumentare gliepisodi di intolleranza nei confronti degli stranieri. I Servizi segreti ricordano che già si sono registrati comportamenti “marcatamente razzisti e xenofobi” da parte di formazioni di estrema destra e “episodi di stampo squadrista”. Nell’analizzare il “dinamismo” della destra radicale in particolare, gli 007 parlano di una “pronunciata vitalità” di queste formazioni che per inserirsi nel tessuto sociale hanno fatto leva su una serie di iniziative propagandistiche e di protesta in particolare nelle periferie urbane, tutte incentrate “sull’opposizione alle politiche migratorie” nell’ambito di una mobilitazione più ampia che ha riguardato i temi della sicurezza, del lavoro, della casa.

Ed è proprio in questa azione che l’intelligence italiana intravede dei rischi. “Tale attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba – scrivono infatti – si è accompagnato ad una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri che….potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo“.

Ma, ammoniscono gli 007, rischia di intensificarsi anche la “conflittualità” tra antifascisti ed estremisti di destra: uno scontro che potrebbe portare a “criticità” per l’ordine pubblico. La “mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice” può deflagrare in qualcosa di più pericoloso. La propaganda e le pratiche del movimento ‘antifa’, dicono infatti i Servizi segreti, hanno subito nel 2018 una “radicalizzazione” dovuta ad una “percepita crescita di visibilità e protagonismo” dei militanti di estrema destra su questioni riguardanti sicurezza, migranti, disagio sociale. E questa “accentuata propensione allo scontro – è la conclusione dell’intelligence – rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico“.

CYBER-SICUREZZA
Gli attacchi informatici ad istituzioni o aziende italiane nel 2018 sono più che quintuplicati rispetto al 2017, rileva l’intelligence. Le azioni ostili hanno riguardato prevalentemente i sistemi informatici di pubbliche amministrazioni centrali e locali (72%). È stato rilevato, in particolare, un sensibile aumento di attacchi contro reti ministeriali (24% delle azioni ostili, in aumento di 306 punti percentuali) e di enti locali (39%).Gli autori di queste attività sono in larga parte (61%) attribuibili alla galassia ‘hacktivista’ (gli hacker attivisti), tra cui la campagna “#OpBlack Week“, volta a screditare le Istituzioni nazionali, ad opera delle principali ‘crew’ attive nel panorama italiano: Anonymous Italia, LtùzSec ITA ed AntiSec ITA. Si sono mantenuti pressoché invariati gli attacchi di matrice statuale (20%), nonché i tentativi di intrusione informatica riferibili a gruppi terroristici (5%).

Da parte di operatori esteri sono state registrate “iniziative tese ad esfiltrare tecnologia e know-how” italiani o a “conquistare nicchie di mercato pregiate, come pure una persistente esposizione delle imprese italiane ad iniziative di spionaggio industriale”. Sono inoltre emersi “tentativi di operatori esteri di alterare il quadro competitivo attraverso il sistematico storno di capitale umano ad alta specializzazione in forza a imprese nazionali, la studiata marginalizzazione del management italiano (anche nell’ambito di partnership e joint venture) e il ricorso ad azioni di influenza esercitate attraverso consulenti e manager ‘fidelizzati’“.

Il Comparto, al pari di quanto fatto dalle comunità intelligence dei principali partner internazionali, ha istituito agli inizi del 2018 un esercizio ad hoc teso a cogliere – all’interno del perimetro definito dal quadro normativa vigente – eventuali indizi di influenza, interferenza o condizionamento del processo elettorale del 4 marzo. Tale esercizio è stato riattivato nel mese di novembre in vista dell’appuntamento per il rinnovo delParlamento europeo.

in Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2019

Il prete che disse no alla dittatura dei clan

Gian Antonio Stella

«Faceva caldo, era pomeriggio. Ero da poco parroco. In quegli anni c’era un morto ogni due giorni. I camorristi erano i padroni di tutto. Si permettevano di correre in giro sulle macchine coi mitra in mano…». Venticinque anni dopo l’uccisione del prete nella sacrestia della sua chiesa a Casal di Principe il 19 marzo 1994, Luigi Ferraiuolo ricorda nel libro «Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra» come tutto cominciò nell’estate del ’91. «San Nicola di Bari era la mia chiesa da un paio di anni», raccontava il sacerdote, «Era immersa nei vicoli. Se non la conoscevi non ci sapevi arrivare. Ero orgoglioso di esserne il parroco. Ero il parroco casalese di una parrocchia di Casale. Ero lì quando mi giunse una telefonata». Un nuovo omicidio. Non era un camorrista, il morto. Era un ragazzo dei Testimoni di Geova, si chiamava Angelo Riccardo, aveva ventuno anni, stava tornando con quattro amici da Baia Domizia e la loro auto era passata davanti agli assassingruppo-editoriale-san-paolo_don-peppe-diana-e-la-caduta-di-gomorra_cover.jpgi nel momento in cui avevano cominciato a sparare contro un sicario detto «’o cocchiere». Peppino Diana ne restò profondamente scosso. Ne nacque un volantino firmato da parroci e comunità parrocchiali della zona. Titolo: «Basta con la dittatura armata della camorra». Seguivano parole d’accusa. Parole che, scrive Ferraiuolo, «erano ferro bollente: bastavano da sole per decretare la condanna a morte dei firmatari, tanto erano dure contro la criminalità ma anche contro le Istituzioni. Il ciclostile fece il giro di tutte la case del circondario» e venne inviato alle più alte cariche dello Stato, al vescovo di Aversa, a quello di Caserta… Fu lì che venne rotto il silenzio. Lì che si avviò il processo che avrebbe portato allo scioglimento dei Comuni più inquinati, alle prime denunce, a una stagione di rinascita. «La camorra ha assassinato il nostro paese, “Noi” lo si deve far risorgere», scrisse Don Peppino Diana prima di essere ammazzato. È cambiata, da allora, Casal di Principe. Basti ricordare che cinque anni fa scelse come sindaco Renato Natale, che a suo tempo la camorra aveva condannato a morte. Il percorso da compiere è ancora lungo. Ma è avviato. Proprio nella scia di una frase bellissima di quel parroco martire: «A me non importa sapere chi è Dio. A me importa sapere da che parte sta»

in “Corriere della Sera” del 27 febbraio 2019

Nella mente di un trafficante di uomini

GAETANO VALLINI

«La senti la mia voce, signor Khaled, ti ricordi chi sono? Ti ricordi chi ero? Sono Fouzieh, la siriana di Homs. Mi hai mandata a morire». «Smettila di torturarmi il sonno, crudele di una siriana. Non ne posso più di sentirti gridare “Aiuto, aiuto” e “Salvatemi, salvatemi”. Sono tre anni che gridi aiuto, sono stanco della tua voce che mi opprime e mi perseguita. Sei morta, donna. Morta. Affogata nel mare libico. Lo sapevi che in mare si può morire. Lo sanno tutti che in mare si può morire».
In un anfratto della sua coscienza qualche rimorso deve pur a0003(52).jpgverlo Khaled, nonostante continui a ripetere, soprattutto a se stesso, di non provare più niente per quei morti, “solo fastidio”.

Il protagonista del primo romanzo di Francesca Mannocchi — Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Torino, Einaudi, 2019, pagine 199, euro 17) — evidentemente non ha dimenticato le grida disperate di Fouzieh; forse non ha dimenticato del tutto neppure quelle degli altri annegati. Lui, Khaled, sulle spiagge della Libia riempie fatiscenti barconi di migranti africani e mediorientali che cercano un futuro al di là del Mediterraneo. Non gli importa se il carico qualche volta non arriva. L’incasso non è alla consegna.

È un’opera di finzione quella scritta da Mannocchi, giornalista che ha realizzato reportage in Iraq, Libano, Siria, Afghanistan, Egitto e Tunisia, ma allo stesso tempo è il frutto di anni di inchieste sul traffico di migranti, con le testimonianze di carcerieri, scafisti e sopravvissuti a quell’inferno. E Khaled, ex combattente delle milizie di Misurata durante la rivoluzione che rovesciò Gheddafi, è il prototipo del trafficante di uomini. Nei suoi viaggi l’autrice lo ha incontrato, nella realtà ha un altro nome, ma la sua storia — nella quale ha fatto confluire altre vite simili — è in queste pagine. Attraverso lui vuole raccontarci non solo la tragedia delle migrazioni, ma anche la Libia di oggi.

La reporter ci rivela come e perché Khaled è diventato ciò che è. Lo ascoltiamo raccontarci la sua vita: l’infanzia sotto la dittatura, l’entusiasmo giovanile della rivoluzione in cui ha perso il fratello maggiore — il suo idolo — ma anche la disillusione di non essere riusciti a cambiare nulla e di ritrovarsi in un paese nel caos, quindi la scelta di far soldi sfruttando la disperazione di chi fugge da carestie e guerre. Può apparire spiazzante questo racconto dalla parte di un cattivo. Ma il cambio di prospettiva permette di comprendere meglio il contesto. Comprendere, ma non giustificare, anche se nel libro non c’è nessun giudizio morale. Quello è lasciato al lettore, al quale non viene risparmiato nulla dell’orrore vissuto dalle vittime, così come nessuna delle crudeltà dei trafficanti. Perché Mannocchi ci porta in quella zona grigia in cui i confini tra lecito e illecito si confondono, dove è facile trovare un migrante che, nonostante tutto, ringrazia il Khaled di turno per avergli dato un’altra possibilità di vita. Una luogo in cui anche i cattivi per un istante possono apparire buoni, trasformandosi da aguzzini in benefattori.

Pagina dopo pagina si entra nella mente di un trafficante: lo si segue quando rinchiude degli esseri umani per mesi in celle buie, sporche e sovraffollate; si sente che cosa prova quando li ammassa a centinaia in scafi malridotti, per lo più senza salvagenti, sapendo che potrebbero morire, comprese le donne e i bambini. E si ascoltano le sue giustificazioni. «Uscivamo dalla rivoluzione. Pensavo che la fuga per gli africani, i camion che attraversano centinaia di chilometri di sabbia, i barconi o i gommoni, fossero un modo di bussare alla porta del mondo ricco e chiedere la propria fetta di torta. Come avevamo fatto noi rivoluzionari. Volevamo la nostra fetta di torta. Oggi no, non lo penso più. Non penso più che cambieremo questo paese. E non penso che gli africani cambieranno il loro futuro», racconta Khaled, per il quale oggi è tutto più semplice: «Loro vogliono scappare, e io li faccio scappare. È un accordo che serve a entrambi».
Ma non è un accordo recente. Lo spiega Husen il ciccione, anch’egli ex combattente, il più cinico e mostruoso di tutti, l’uomo che ha introdotto Khaled nel giro dei trafficanti. A lui tocca dire una delle verità del racconto: «Trasporto merci in Europa», racconta. «Faccio quello che facevo prima, ragazzo, ti ricordi no? Quando Gheddafi voleva far diventare l’Europa nera e ci faceva spedire i barconi di africani. Non era una minaccia, era una profezia. Faccio partire i barconi anche ora, ma sono io il padrone». Ma adesso, gli farà eco più tardi l’ex apprendista dicendo un’altra verità, dall’altra parte del mare nessuno ha davvero intenzione di fermarli. «Perché — spiega — hanno bisogno che teniamo i negri qui, ma domani avranno bisogno di vedere i gommoni arrivare».
Fa la gavetta Khaled, lavorando per Husen. Ed è una discesa negli inferi, tra penose detenzioni, torture, stupri, partorienti che muoiono insieme ai loro neonati. E poi le selezioni durante gli imbarchi tra chi può anche morire (gli africani, i pakistani) e chi può sopravvivere (i siriani soprattutto, perché pagano di più, e gli eritrei, anche con loro si fanno buoni affari). Quindi i primi morti annegati, i corpi gonfi restituiti dal mare. «Ero giovane, non resistevo come oggi», dice Khaled. Perché col tempo ci si abitua anche all’orrore.

Prima gli «piaceva l’idea di tenere i migranti sulle spine e sentire le storie patetiche che avevano da raccontare», ricorda il trafficante. Ma ora gli sono indifferenti. A scuoterlo non c’è più nessuno. Non c’è Jon, nigeriano, tredici anni, che da una cella stracolma e nauseabonda gli racconta il terribile viaggio attraverso il deserto e gli chiede aiuto per un compagno di sventura malato. E non c’è più neppure Yohannes, costretto ad assistere allo stupro della moglie e per il quale aveva provato un barlume di compassione: gli aveva promesso, se fossero morti in mare, di leggere per telefono alla suocera una lettera per il figlio rimasto con lei in Eritrea. Da allora Khaled conserva la lettera in macchina, ma non ha mai chiamato: «Sono vivi, per quel che ne so». Ora è più duro Khaled: «Posso mordermi il cuore senza sentire nulla. Posso vederli piangere, gridare, sanguinare, attaccarsi alle mie caviglie per una tanica d’acqua in più, pregare in ginocchio per un salvagente, morirmi davanti agli occhi. Non sento nulla. Sono salvo».

Voleva studiare, Khaled, diventare ingegnere. Le cose sono andate diversamente. E si sente quasi un eroe, perché in quel caos che è la Libia del dopo Gheddafi ha avuto il coraggio di non lasciare la sua terra nonostante le armi, la corruzione, la paura. Ha solo fatto la sua scelta tra le due uniche opzioni per lui possibili: la corruzione di un ufficio pubblico e l’illegalità della strada.
«Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia», dice Khaled, che alla fine si autoassolve, ammettendo la sua colpa ma gridando la sua innocenza. E rivendicando il suo coraggio. «Rimango sul limite. Chi vuole attraversarlo verrà da me, che il prezzo lo pago restando».
Ma Fouzieh va da lui quasi ogni notte, con il piccolo Bilal che non sa nuotare e non ha il salvagente, a ricordargli che uomo è. E Francesca Mannocchi — che ha scritto un racconto straziante, sbattendoci in faccia verità devastanti e scomode — forse vorrebbe che qualche volta “la siriana di Homs”, con il suo bambino, venisse a turbare anche i nostri sonni. Per rammentarci che cosa accade sull’altra sponda del Mediterraneo.

in L’Osservatore Romano, 25 febbraio 2019

 

 

Contra la pena de muerte

Santo Padre Francisco

Saludo a los organizadores y participantes en el VII congreso Mundial contra la pena de muerte, que se celebra en Bruselas.

La vida humana es un don que hemos recibido, el más importante y primario, fuente de todos los demás dones y de todos los demás derechos. Y como tal necesita ser protegido. Además, para el creyente el ser humano ha sido creado a imagen y semejanza de Dios. Pero, tanto para creyentes o no creyentes, cada vida es un bien y su dignidad debe ser custodiada sin excepciones.

La pena capital supone entonces una grave vulneración del derecho a la vida que tiene toda persona. Si bien es cierto que las sociedades y comunidades humanas han de enfrentarse con frecuencia a delitos gravísimos que atentan contra el bien común y la seguridad de las personas, no es menos cierto que hoy en día hay otros medios para expiar el daño causado, y los sistemas de detención son cada vez más eficaces para proteger a la sociedad del mal que pueden ocasionar algunas personas. Por otra parte, no se puede abandonar nunca la convicción de ofrecer incluso al culpable de crímenes la posibilidad de arrepentirse.

Por esto mismo, no deja de ser un signo positivo que cada vez haya más países que apuestan por la vida y no utilizan más la pena de muerte, o la han eliminado completamente de su legislación penal.

La Iglesia siempre ha defendido la vida, y su visión sobre la pena de muerte ha madurado. Por este motivo, he querido que en el Catecismo de la Iglesia Católica fuese modificado este punto. Por mucho tiempo se tuvo en cuenta la pena de muerte como una respuesta adecuada a la gravedad de algunos delitos y también para tutelar el bien común. Sin embargo, la dignidad de la persona no se pierde aun cuando haya cometido el peor de los crímenes. A nadie se le puede quitar la vida y privarlo de la oportunidad de poder abrazar de nuevo la comunidad a la que hirió e hizo sufrir.

El objetivo de la abolición de la pena de muerte a nivel mundial representa una valiente afirmación del principio de la dignidad de la persona humana y de la convicción de que el género humano pueda afrontar el crimen, como también rechazar el mal, ofreciendo al condenado la posibilidad y el tiempo para reparar el daño images.jpegcometido, pensar sobre su acción y poder así cambiar de vida, al menos interiormente.

Los acompaño con mi oración y los animo en sus trabajos y deliberaciones, como también a los Gobernantes y a todos aquellos que tienen responsabilidades en sus países para que se den los pasos necesarios hacia la abolición total de la pena de muerte. En nuestras manos está reconocer en cada persona su dignidad y trabajar para que no se eliminen más vidas, sino que se ganen para el bien de toda la sociedad. Muchas gracias.

(Videomensaje a los partecipantes en el VII Congreso Mundial contra la penda de muerte, Brusela, 27 de febrero – 1 marzo de 2019)

“La protezione dei minori nella Chiesa”. Per un’informazione trasparente

VALENTINA ALAZRAKI

Proponiamo, in traduzione dallo spagnolo, l’ultima relazione del lavori sul tema “La protezione dei minori nella Chiesa”, svoltisi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019,  della giornalista messicana Valentina Alazraki: “Comunicare: per tutte le persone”.

Introduzione

Buon pomeriggio a tutti, Santità, Eminenze, Eccellenze, Padre Lombardi. Non leggerò l’introduzione iniziale perché padre Lombardi mi ha già presentato, per cui non mi sentirete ripeterlo.

Mi hanno invitato a parlarvi della comunicazione e, in particolare, di come una comunicazione trasparente sia indispensabile per combattere gli abusi sessuali sui minori da parte di uomini della Chiesa.

Ad un primo sguardo, c’è poco in comune tra voi ed io, voi, vescovi e cardinali, e me, una donna laica, senza incarichi nella Chiesa, e per di più giornalista; suppongo questo non aiuti. Eppure condividiamo qualcosa di molto forte: tutti abbiamo una madre, tutti siamo qui perché un giorno una donna ci ha generati. Rispetto a voi, io ho forse un privilegio in più: sono prima di tutto una mamma.

Non mi sento quindi solo rappresentante dei giornalisti, ma anche delle mamme, delle famiglie, della società civile. Desidero condividere con voi le mie esperienze, il mio vissuto e – se me lo permetterete – aggiungere alcuni consigli pratici.

Il mio punto di partenza, la mdmeu_tra100_r_6010_1_std.lang.all.gifaternità

Mi piacerebbe partire proprio da questo, dalla maternità per sviluppare il tema che mi avete affidato, vale a dire: come la Chiesa dovrebbe comunicare sul tema degli abusi.

Dubito che qualcuno in quest’aula non pensi che la Chiesa sia, prima di tutto, madre. Molti di noi qui presenti abbiamo o abbiamo avuto un fratello o una sorella. Ricordiamo che le nostre madri, pur amandoci tutti allo stesso modo, si dedicavano specialmente ai figli più fragili, più deboli, a quelli che magari non sapevano procedere con le proprie gambe nella vita e avevano bisogno di una piccola spinta.

Per una madre non ci sono figli di prima o seconda classe: ci sono figli più forti e figli più vulnerabili. Lo dico come mamma.

Neanche per la Chiesa ci sono – o avrebbero potuto esserci – figli di prima o seconda classe. I suoi figli apparentemente più importanti, come siete voi, i vescovi e i cardinali (non oso dire il Papa), non lo sono di più di qualsiasi altro bambino, bambina o giovane che abbia vissuto la tragedia di essere vittima di abuso da parte di un uomo della Chiesa, da parte di un sacerdote.

Qual è la missione della Chiesa? è ovviamente predicare il Vangelo, ma per farlo ha bisogno di una guida morale; la coerenza tra ciò che predica e ciò che vive rappresenta la base per essere un’istituzione credibile, degna di fiducia e di rispetto.

Perciò, di fronte a condotte delittuose come gli abusi su minori, pensate che un’istituzione come la Chiesa, per essere fedele a se stessa, abbia un’altra via se non quella di denunciare questo crimine? Che abbia un’altra via se non quella di stare dalla parte della vittima e non del carnefice? Chi è il figlio più debole, più vulnerabile? Il sacerdote che ha abusato, il vescovo che ha abusato e coperto, o la vittima?

Siate certi che i giornalisti, le mamme le famiglie e l’intera società, per noi, gli abusi sui minori sono uno dei principali motivi di angoscia. Ci preoccupa l’abuso sui minori per ciò che comporta: la distruzione delle famiglie. Riteniamo tali abusi come uno dei crimini più abominevoli.

Chiedetevi: siete nemici di quanti commettono abusi o li coprono tanto quanto lo siamo noi, le mamme, le famiglie, la società civile?

Noi abbiamo scelto da quale parte stare. Voi, lo avete fatto davvero, o solo a parole?

Alleati o nemici

Se siete contro quanti commettono abusi o li coprono, allora stiamo esattamente dalla stessa parte. Possiamo essere alleati, non nemici. Vi aiuteremo a trovare le mele marce e a vincere le resistenze per allontanarle da quelle sane.

Ma se voi non vi decidete in modo radicale di stare dalla parte dei bambini, delle mamme, delle famiglie, della società civile, avete ragione ad avere paura di noi, perché saremo i vostri peggiori nemici. Perché noi giornalisti desideriamo il bene comune.

Mi occupo del Vaticano da 45 anni. Cinque pontificati diversi, importantissimi per la vita della Chiesa e per la vita del mondo. In questi quattro decenni ho visto proprio di tutto, e vi chiedo di credermi. Ho visto davvero tutto.

Quante volte mi è toccato ascoltare che lo scandalo degli abusi è «colpa della stampa, che è un complotto di certi mass media per screditare la Chiesa, che dietro ci sono poteri occulti, per mettere fine a questa istituzione»!

Noi giornalisti sappiamo che ci sono informatori più o meno rigorosi di altri, lo sappiamo. Sappiamo che ci sono mass media più o meno dipendenti da certi poteri, che siano interessi politici, ideologici o economici. Ma credo non si possa in alcun caso colpevolizzare i mass media per aver rivelato gli abusi o informato su di essi. Sappiamo cosa pensate dei media, ma credo che questo punto sia importante da ricordare.

Gli abusi contro i minori non sono pettegolezzi né chiacchiere, sono crimini. Ricordo le parole di papa Benedetto XVI, durante il volo per Lisbona, Portogallo, quando ci ha detto che la più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici esterni ma nasce dall’interno, dal peccato al suo interno.

Vorrei che usciste da quest’aula, non so se sia una speranza troppo grande, con la convinzione che noi giornalisti non siamo vostri nemici, non siamo né quelli che abusano né quelli che coprono. La nostra missione è di esercitare e difendere un diritto, che è il diritto a un’informazione basata sulla verità per ottenere giustizia.

Sappiamo che gli abusi non sono circoscritti alla Chiesa, sappiamo che avvengono nelle famiglie, nelle scuole, nel mondo dello sport, ma dovete capire che con voi dobbiamo essere più rigorosi, in virtù del vostro ruolo morale. Rubare, per esempio, è sbagliato, ma se chi ruba è un poliziotto ci indigna di più, perché è il contrario di quello che dovrebbe fare, cioè proteggere la comunità dai ladri. Se un medico o infermiere avvelena i suoi pazienti invece di curarli, ci indigniamo di più perché va contro la loro etica, il loro codice deontologico.

La mancanza di comunicazione, un altro abuso

Come giornalista, come donna e madre, vorrei dirvi che pensiamo che abusare sia tanto spregevole quanto coprire l’abuso. E voi sapete meglio di me che gli abusi sono stati coperti in modo sistematico, dal basso verso l’alto.

Credo che dovreste prendere coscienza che quanto più coprirete, quanto più farete come gli struzzi, quanto meno informerete i mass media e, quindi, i fedeli e l’opinione pubblica, tanto più grande sarà lo scandalo. Se qualcuno ha un tumore, non si curerà nascondendolo ai propri familiari o amici, non sarà il silenzio a farlo guarire, saranno le cure più indicate a evitare alla fine le metastasi e a portare alla guarigione.

Comunicare è un dovere fondamentale, perché, se non lo fate, diventate automaticamente complici degli abusatori. Non fornendo le informazioni che potrebbero evitare che queste persone commettano altri abusi, non state dando ai bambini, ai giovani, alle loro famiglie gli strumenti per difendersi da nuovi crimini. È come una malattia contagiosa: se si ha una malattia contagiosa e non si avvertono le persone con cui si entra in contatto, non si impedisce a quella persona di infettarsi e di ammalarsi. E’ esattamente la stessa cosa.

I fedeli non perdonano la mancanza di trasparenza, perché è una nuova violenza, è una nuova violenza verso le vittime. Chi non informa, incoraggia un clima di sospetto e di sfiducia e provoca rabbia, e ’odio verso l’istituzione.

L’ho visto con i miei stessi occhi nel viaggio di Papa Francesco in Cile nel 2018. Non c’era indifferenza: c’erano indignazioni e rabbia per l’occultamento sistematico, per il silenzio, per l’inganno ai fedeli e il dolore delle vittime che per decenni non sono state ascoltate, non sono state credute.

Le vittime hanno prima di tutto diritto a sapere che cosa è successo, che cosa avete fatto per allontanare e punire quanti hanno commesso abusi. Anche se il colpevole può essere morto, il dolore della vittima non si finisce, non finisce nulla. Non si può più punire il colpevole, ma almeno si può consolare la vittima, che forse ha vissuto molti anni con quella ferita nascosta. Inoltre altre vittime che restano in silenzio oseranno uscire, e voi favorirete la loro guarigione e la loro consolazione.

Prendete l’iniziativa

In spagnolo diciamo che chi colpisce per primo colpisce tre volte. Ovviamente non si tratta ovviamente di colpire, ma si tratta d’informare.

Penso che sarebbe molto più sano, più positivo e più utile se la Chiesa fosse la prima a dare l’informazione, in modo proattivo e non sempre reattivo, come normalmente avviene. Non dovreste attendere per rispondere a domande legittime della stampa (che finalmente sono domande che provengono della gente, della vostra gente) che un’inchiesta giornalistica scopra il caso.

Nell’epoca in cui viviamo nascondere un scandalo è molto difficile. Con l’auge delle reti sociali, la facilità di postare foto, audio e video, e i veloci cambiamenti sociali e culturali, la Chiesa ha solo una strada, credo: quella di puntare sul rendere conto e sulla trasparenza, che vanno di pari passo.

Raccontate le cose quando le sapete. Certo, non sarà piacevole, ma è l’unica via, se volere che vi crediamo quando voi dite che «d’ora in poi non saranno più tollerati occultamenti». Il primo a beneficiare della trasparenza è l’istituzione, sempre, perché si focalizza sui colpevoli e non su voi stessi sul colpevole.

Imparare dagli errori del passato

Sono messicana e non posso non menzionare il caso forse più terribile che sia accaduto all’interno della Chiesa, quello di Marcial Maciel, il fondatore messicano della Legione di Cristo. Sono stata testimone di questo triste caso dall’inizio alla fine. Al di là del giudizio morale sui crimini commessi da questa persona, che per alcuni è stato una mente malata e per altri un genio del male, vi assicuro che alla base di quello scandalo, che tanto male ha fatto a migliaia di persone, fino a macchiare la memoria di un uomo che oggi è santo, mi riferisco a San Giovanni Paolo II, c’è stata una comunicazione malata.

Non bisogna dimenticare che nella Legione c’era un quarto voto secondo il quale se un legionario vedeva qualcosa che non lo convinceva di un superiore, non poteva né criticarlo né tanto meno commentarlo o informare qualcuno.

Senza questa censura, senza questo occultamento totale, se ci fosse stata trasparenza, Marciel Maciel non avrebbe potuto abusare per decenni di seminaristi e avere tre o quattro vite, mogli e figli, che sono arrivate ad accusarlo di avere abusato di loro stesse.

Per me questo è il caso più emblematico di una comunicazione malata, corrotta, da cui si possono – penso – e si devono imparare molte lezioni.

Papa Francesco, in occasione del Natale, a dicembre, ha detto alla Curia che, in altre epoche, nel trattare questi temi, c’erano state ignoranza, mancanza di preparazione e incredulità. Io oso dire che c’è stata anche corruzione.

Dietro al silenzio, alla mancanza di una comunicazione sana, trasparente, molte volte c’è non solo la paura dello scandalo, la preoccupazione per il buon nome dell’istituzione, ma anche denaro, assegni, doni, permessi per costruire scuole e università in zone dove magari non si poteva costruire. Parlo di quel che ho visto e indagato a fondo. Non me lo hanno raccontato.

Papa Francesco ci ricorda sempre che il diavolo entra dalla tasca e credo che abbia pienamente ragione. La trasparenza nel trattare il tema degli abusi verso i minori, vi aiuterà a lottare contro la corruzione economica.

Nel processo d’informazione interna – continuo a fare riferimento al caso di Marcial Maciel – qui in Vaticano, dal basso verso l’alto, abbiamo saputo grazie a vari prelati, e a vari nunzi, e io posso testimoniarlo perché me lo hanno raccontato in prima persona, che ci sono stati casi di occultamento, ostacoli ad accedere al papa del momento, una sottovalutazione della gravità delle informazioni o un loro screditamento, come se fossero frutto di ossessioni o fantasie. Questo è stato detto a coloro che volevano informare, a coloro che volevano essere fedeli ai loro servizi e volevano che quell’informazione arrivasse.

La trasparenza, dunque, vi aiuterà anche a lottare contro la corruzione politica nel governo.

È stato grazie ad alcune vittime coraggiose, ad alcuni giornalisti coraggiosi e, penso di doverlo dire, a un papa coraggioso comeBenedetto XVI, se lo scandalo Maciel fu portato alla luce e il cancro rimosso.

È importantissimo imparare la lezione e non ricommettere lo stesso errore. La trasparenza vi aiuterà a essere coerenti con il messaggio del Vangelo e a mettere in pratica il principio secondo cui nella Chiesa non ci sono intoccabili: credo sia questa la lezione più importante, tutti siamo responsabili dinanzi a Dio ovviamente, però allo stesso tempo siamo responsabili dinanzi agli altri.

Evitate la segretezza, abbracciate la trasparenza

Pertanto, credo che dovremmo evitare la segretezza, intesa come una tendenza eccessiva al segreto, perché questa segretezza purtroppo è strettamente legata all’abuso di potere. Oggi le nostre società hanno adottato come regola generale la trasparenza, e il pubblico ritiene che l’unico motivo per non essere trasparenti è il desiderio di occultare qualcosa di negativo o di corrotto. Quella segretezza è come la rete di sicurezza di chi abusa del potere.

La mia sensazione, durante il corso di tutti questi anni, è che all’interno della Chiesa ci sia ancora molta resistenza a riconoscere che il problema degli abusi esiste e che occorre affrontarlo con tutti gli strumenti possibili. Alcuni credono che succeda solo in certi paesi, io credo e credo che, alla fine di questo incontro qui in Vaticano, è già ovvio, si può parlare di una situazione generalizzata, dove più dove meno, che in ogni modo occorre affrontare e risolvere.

Chi occulta qualcosa non è forzatamente corrotto, ma tutti i corrotti occultano qualcosa. Non tutti coloro che serbano un segreto compiono un abuso di potere, ma tutti gli abusi di potere sono solitamente occultati.

Sappiamo che la trasparenza ha i suoi limiti, voi lo avete ripetuto; in questi giorni si è parlato molto di questo.

Perciò, non pretendiamo che c’informiate di qualsiasi accusa a un sacerdote. Comprendiamo che può e ci deve essere un’inchiesta previa, ma fatela celermente, adeguatevi alla legge del paese in cui vivete, e se è previsto, presentate il caso alla giustizia civile.

Se l’accusa si dimostra credibile, dovete informare sui processi in corso, su ciò che state facendo, dovete dire che avete allontanato il colpevole dalla sua parrocchia o da dove esercitava, dovete dirlo voi, sia nelle diocesi sia in Vaticano. A volte, il bollettino della sala stampa della Santa Sede informa su una rinuncia senza spiegarne le ragioni. Ci sono sacerdoti che sono andati subito a informare i fedeli che erano malati e che non se ne andavano perché avevano commesso abusi o li avevano coperti. Credo che la notizia della rinuncia di un sacerdote che ha commesso abusi dovrebbe essere data con chiarezza, in modo esplicito.

In Camera Caritatis, sappiamo che esiste la Camera Caritatis, il silenzio sui temi trattati è ammesso solo se non pregiudica nessuno, ma mai quando può fare del male a nessuno.

Tre consigli pratici per vivere la trasparenza

Vi ho già detto che penso che la comunicazione sia indispensabile per risolvere questo problema. Permettetemi ora di suggerirvi tre modi per mettere in pratica la trasparenza al momento di comunicare sugli abusi sessuali a minori.

1) Mettete le vittime in primo piano

Se la Chiesa vuole imparare a comunicare sugli abusi, il suo primo punto di riferimento deve essere la vittima.

Papa Francesco ha chiesto ai partecipanti a questa riunione di incontrare le vittime, di ascoltarle e di mettersi a loro disposizione, prima di venire a Roma.

Non vi chiederò di alzare la mano per vedere chi lo ha fatto, ma datevi una risposta in silenzio.

Le vittime non sono numeri, non sono statistica, sono persone a cui è stata rovinata la vita, la sessualità, l’affettività, la fiducia negli altri esseri umani, forse persino in Dio, persone in cui è stata distrutta anche la capacità di amare.

E perché è tanto importante l’incontro con le vittime? Perché è molto difficile informare qualcosa di cui non si conosce, di cui non ha una conoscenza diretta.

Nel caso degli abusi è ancora più evidente. Non si può parlare di questo tema se non si è ascoltato le vittime, se non si è condiviso il loro dolore, se non si è toccato con mano le ferite che gli abusi hanno provocato non solo nel loro corpo, ma anche nella loro mente, nel loro cuore, nella loro fede. Questo lo abbiamo visto. Se le conoscerete, queste persone, queste vittime, avranno un nome, avranno un volto, e l’esperienza avuta con loro si rifletterà non solo sul modo in cui affronterete il problema, ma anche sul modo in cui lo comunicherete e cercherete di risolverlo.

Nelle conferenze stampa di questi giorni, tutti coloro che sono stati con noi ci hanno evidenziato come le testimonianze che avete ascoltato in questa aula vi hanno toccato, come in qualche modo quelle testimonianze hanno cambiato anche voi. Credo che questo sia essenziale e crei empatia, questa sensibilità che è estremamente necessaria per affrontare la questione e soprattutto per risolverlo.

Il Papa ci ha detto che incontra regolarmente, a Santa Marta, le vittime, e che considera questa una delle sue priorità; credo che sia un bene che anche voi lo facciate, non credo che abbiate meno tempo di Papa Francesco.

Ricordate, la trasparenza è mostrare quello che fate. Solo se metterete le vittime al primo posto, sarete credibile quando direte che siete decisi a sradicare la piaga degli abusi.

2) Lasciatevi consigliare

Prima di prendere decisioni, chiedete consiglio a persone con giudizio che vi possono aiutare.

Tra questi consiglieri credo che ci dovrebbero sempre essere dei comunicatori. Credo che la Chiesa dovrebbe avere, a tutti i livelli, esperti della comunicazione, e ascoltarli quando le dicono che conviene sempre più informare che tacere o addirittura mentire. È un’illusione, come ho già detto, pensare che oggi si possa nascondere uno scandalo. È come coprire il cielo con un dito. Non si può, non è più né accettabile né ammissibile. Perciò, tutti voi dovete capire che il silenzio costa molto più caro dell’affrontare la realtà e renderla pubblica.

Credo che sia indispensabile che investiate nella comunicazione in tutte le vostre strutture ecclesiastiche, con persone altamente qualificate e preparate a far fronte alle esigenze di trasparenza del mondo attuale.

La figura del portavoce è fondamentale. Non deve essere solo una persona molto preparata, ma deve anche poter contare sulla piena fiducia del capo – diciamo così – del cardinale, ed avere un accesso diretto a lui 24 ore su 24, perché questo non è un lavoro dalle 9 della mattina alle 5 del pomeriggio. Tutto può succedere in qualsiasi momento.

E il portavoce deve sempre avere accesso diretto alla persona a cui deve riferire.

Noi giornalisti preferiamo parlare direttamente con il capo. Ma accettiamo di parlare con un portavoce, quando sappiamo che ha accesso al capo e trasmette ciò che pensa con cognizione di causa. Dico questo perché nel corso di 45 anni ho avuto in Santa Sede molti modi di comunicare, molti modi di avere quel rapporto, con gli stessi pontefici, e abbiamo visto quanto sia importante quella comunicazione diretta.

3) Professionalizzate la comunicazione

Dovete comunicare meglio.

Che tipo di trasparenza si aspettano i giornalisti, le mamme, le famiglie, i fedeli, l’opinione pubblica, da un’istituzione come la Chiesa?

Credo che sia fondamentale che, a tutti i livelli, dalla parrocchia fino a qui, in Vaticano, ci siano strutture forse standardizzate, ma molto agili e flessibili, che offrano con rapidità, informazioni accurate.

Possono essere informazioni incomplete per mancanza di un’indagine più approfondita, ma la risposta non può essere il silenzio o il no comment, allora, cercheremo le risposte chiedendo ad altri, e saranno quindi terzi a informare la gente nel modo in cui vorranno farlo.

Se non disponete di tutta l’informazione necessaria, se ci sono dubbi, se c’è già un’inchiesta, è meglio spiegarlo nel miglior modo possibile affinché non si abbia la sensazione che non volete rispondere perché state nascondendo qualcosa. Occorre dare seguito all’informazione in ogni momento e soprattutto occorre reagire con rapidità.

Insisto su questo punto, perché se non si informerà in modo tempestivo, la risposta non interesserà più, sarà troppo tardi e altri lo faranno, magari in modo non corretto. Allora è meglio che tu lo faccia correttamente e il più velocemente possibile.

Il rischio è molto alto e il prezzo di questo tipo di condotta è ancora più alto. Il silenzio dà la sensazione che le accuse, siano totalmente false nel migliore dei casi vero, o nel migliore dei casi mezzo vero e mezzo falso; se si risponde con il silenzio tutto rimarrà con l’idea che queste accuse sono vere. E se non rispondono, pensiamo che abbiano paura di rispondere perché hanno paura di essere smentiti subito dopo.

Ho visto con i miei occhi, come ho già detto, come la cattiva informazione, o la scarsa informazione, ha causato danni enormi, ha fatto del male alle vittime e alle loro famiglie, non ha permesso che si facesse giustizia, ha fatto vacillare la fede di molta gente. Credo che Papa Francisco abbia vissuto in prima persona questa esperienza con il caso del Cile e si è visto obbligato a scusarsi. Ecco perché la mancanza di informazioni lo ha portato a prendere alcune decisioni in quel momento; poi ha capito che non erano vere. Quindi, la responsabilità di coloro che devono far fluire le informazioni è enorme.

Vi assicuro che investire nella comunicazione è un affare molto redditizio, e non è un investimento a breve termine, è un investimento a lungo termine.

Conclusione

Vorrei concludere questo intervento menzionando un tema diverso da quello degli abusi sui minori, ma importante per una donna giornalista come me.

Credo che tutti ci siamo resi conto del fatto che siamo sulla soglia di un altro scandalo, quello delle suore e religiose vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e vescovi. Lo ha denunciato la rivista femminile di «L’Osservatore Romano», e papa Francesco, durante il volo di ritorno da Abu Dhabi, ha riconosciuto che si sta lavorando da tempo su questo tema, che è vero che bisogna fare di più e che c’è la volontà di fare di più.

Vorrei che in questa occasione la Chiesa giocasse all’attacco e non in difesa, com’è avvenuto nel caso degli abusi sui minori. Potrebbe essere una grande opportunità perché la Chiesa prenda l’iniziativa e sia in prima linea nella denuncia di questi abusi, che non sono solo sessuali, ma prima di tutto di potere.

Mi congedo ringraziando papa Francesco per aver reso grazie, di fronte alla Curia, lo scorso mese di dicembre, per il lavoro ai giornalisti, che sono stati onesti e obiettivi nello scoprire sacerdoti depredatori e hanno fatto udire le voci delle vittime.

Spero che dopo questo incontro, torniate a casa e non ci evitiate, anzi che ci cerchiate. Che possiate tornare alle vostre diocesi pensando che non siamo noi i lupi feroci, ma, al contrario, che possiamo unire le nostre forze contro i veri lupi.

Grazie mille.

in L’Osservatore Romano, 25 febbraio 2019

La classe politica riflesso della qualità del Paese

Leonardo Becchetti

In Sardegna ha votato solo poco più della metà degli aventi diritto (il 53,7 per cento) e proprio mentre tutti dicevano che questa prova elettorale era molto importante per il futuro del Paese. È la conferma di un dato tipico delle società occidentali, dove la partecipazione elettorale – noto indicatore di capitale sociale – è da tempo molto bassa. È noto il detto che un Paese ha i politici che si merita. Penso proprio che sia vero. Noi italiani non facciamo altro che parlare male dei politici, ci siamo mai domandati se non siamo forse peggio di loro?

Per quella (quasi) metà di elettori non votanti sarebbe veramente un paradosso, d’ora in poi, lamentarsi delle “malefatte” della politica locale. Non vogliamo vedere neanche altre lacrime di coccodrillo dopo quelle spettacolari e gigantesche della manifestazione dei londinesi all’indomani del voto sulla Brexit. In Gran Bretagna tante persone di senno (forse la maggioranza) non erano andate a votare, mentre chi era corso alle urne per dire “no” all’Europa troppo spesso lo aveva fatto con assai poca consapevolezza di che cosa stava combinando. E così, purtroppo, appena passato il referendum abbiamo dovuto assistere al doppio spettacolo pietoso della manifestazione europeista a scoppio ritardato di Londra e del picco di internauti andati su Google per cercare di capire, dopo aver votato, cosa fosse veramente l’Unione Europea.

Siamo abituati a pensare che il voto sia un atto razionale di un cittadino informato e cosciente. In realtà, il voto rischia di diventare sempre più il trionfo dell’irrazionalità, schiacciato tra l’abulia di chi non partecipa (e magari avrebbe tutti gli elementi per scegliere) e la scelta istintiva e rabbiosa di chi va alle urne.

Una delle frasi più orribili e qualunquiste che si sentono dire in giro, forse la peggiore, è “tanto sono tutti uguali”. Sono tutti uguali i politici, di sinistra e di destra, sono tutte uguali le imprese (nella responsabilità fiscale, nella tutela dell’ambiente, nella promozione della dignità del lavoro). Ricordiamo i tempi della scuola. In una classe era possibile essere tutti uguali ? Da ogni compito in classe non usciva, come d’altronde è logico aspettarsi, una distribuzione di voti con più bravi e meno bravi? Dire “sono tutti uguali” è il terribile e falso alibi di chi non si degna di perdere neanche un attimo della sua preziosissima vita per cercare di capire in che mondo siamo e per scegliere il progresso sociale, civile e politico essendo giusti con tutti e premiando i migliori.

Beninteso, l’Italia è un Paese di minoranze eccellenti e creative (le imprese leader nell’innovazione e nell’esportazione, i cittadini che s’impegnano nel volontariato). Nel cammino verso la Settimana Sociale di Cagliari abbiamo evidenziato 400 eccellenze del Paese per lo più sconosciute. Le buone notizie circolano purtroppo meno di quelle cattive. Però esiste una maggioranza passiva che finisce sempre per essere ingannata da politici-cicala che regalano la scarpa sinistra prima delle elezioni promettendo quella destra dopo il voto. I politici “alla Lauro”, di destra e di sinistra, si sono fatti più raffinati e adesso fanno promesse più costose con i soldi dei contribuenti. Promesse che aggravano la situazione del nostro debito pubblico e rendono sempre più difficile una vera e definitiva via d’uscita dalle strette in cui siamo. Arriverà mai un periodo della nostra storia in cui gli elettori saranno informati, consapevoli e competenti e riusciranno a non farsi ingannare (o almeno a partecipare)?

Il nuovo paradigma dell’economia civile è arrivato a una conclusione molto bella sulla politica economica, che però può essere letta terribilmente nel suo contrario. Per risolvere i drammatici problemi di società complesse come le nostre abbiamo bisogno di quattro mani e non di due sole. Ovvero che meccanismi di mercato e politici siano sostenuti dalla cittadinanza attiva e dalle imprese responsabili. Tutto questo vuole anche dire che, se cittadinanza attiva e imprese responsabili non ci sono o sono troppo flebili siamo spacciati.

ext.jpgE non ci resta che il tiro al bersaglio al leader di turno, che vive il suo momento di gloria effimera, ma è destinato prima di quanto sembri a essere detronizzato e impallinato, non senza un pizzico di sadismo, spesso non solo per via politica ma anche per via giudiziaria (basta voltarci indietro e guardare la nostra storia). Eppure abbiamo una classe politica fatta per moltissima parte da persone che rispondono a una vocazione e finiscono per essere messe in croce e martirizzate. E di solito sono quelle che soccombono di fronte alla minoranza di quei politici più cinici e con meno scrupoli che decidono di sfruttare i nostri difetti. La nostra storia insegna che l’Italia sembra veramente quella ragazza, molto sfortunata nella vita di relazioni, che alla fine s’innamora sempre di qualche poco di buono che preferisce inevitabilmente al bravo ragazzo. Non possiamo sperare di cambiare il Paese senza cambiare prima noi, gli italiani.

in L’Avvenire, mercoledì 27 febbraio 2019

Insegnare arte e lingue. Due progetti con il sostegno delle tecnologie digitali

Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e Pearson Italia, nell’ambito del progetto Riconnessioni: educazione al futuro, lanciano due progetti sull’utilizzo del digitale nei processi di insegnamento e apprendimento, rispettivamente dedicati all’arte e alle lingue inglese e francese.

La rivoluzione digitale in atto ha modificato radicalmente il modo di relazionarsi e la realtà di adulti e ragazzi, anche all’interno delle aule scolastiche. Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo ha contribuito a portare con Riconnessioni l’innovazione tra i banchi, dotando di infrastrutture tecnologiche (connettività in fibra ottica) le scuole del primo ciclo di Torino.

Pearson, comprendendo l’importanza di questo cambiamento radicale per la scuola, ha integrato le metodologie tradizionali con prodotti digitali efficaci, ideando una nuova didattica per gli studenti di oggi. I docenti stanno vivendo un’importante evoluzione del loro lavoro. Pearson li affianca, aiutandoli a rendere le metodologie di insegnamento più complete ed efficaci.

Il primo progetto, Qui si fa arte!, è dedicato all’apprendimento dell’arte tramite l’utilizzo del digitale.
Pensato per docenti e studenti della primaria, intende rendere l’insegnamento dell’arte inclusivo e innovativo, coinvolgendo i bambini in attività divertenti e formative, a cui possono contribuire secondo le loro attitudini e predisposizioni, nel rispetto e nella valorizzazione delle loro diversità (didattica inclusiva). Qui si fa arte! rafforza il loro spirito di collaborazione (didattica cooperativa) e consente loro di sviluppare competenze che riguardano non solo il digitale ma anche i valori sociali e di cittadinanza.

Il format vede la collaborazione di un’importate realtà nazionale, i Musei Reali di Torino. A partire dalle opere esposte in Galleria Sabauda i bambini dovranno costruire oggetti multimediali che raccontino in maniera divertente e coinvolgente il patrimonio del museo, ma anche la loro esperienza di visitatori, documentando con il supporto di tablet forniti dalla Fondazione per la Scuola, il percorso tra le sale.

La visita, condotta dagli educatori dei Musei Reali, si svolgerà dopo una fase preparatoria svolta in classe, durante la quale gli studenti avranno la possibilità di usufruire dei numerosi materiali formativi realizzati da Pearson. In questa esperienza i bambini saranno accompagnati dai loro insegnanti e da consulenti esperti di didattica digitale, come Luca Raina, formatore Pearson, Youtuber responsabile del canale App per prof.

Nella fase di creazione dei prodotti multimediali successiva alla visita, Luca Raina e Maria Vittoria Alfieri, inventeranno per i bambini quiz, giochi didattici e costruiranno insieme a loro un libro interattivo, animando quadri e oggetti, facendo raccontare delle storie ai piccoli protagonisti, con l’obiettivo di restituire in maniera divertente e interattiva la loro esperienza al museo.

Tutti i materiali prodotti saranno presentati ai Musei Reali, in occasione della Festa dei Musei che si terrà a maggio 2019.

I due progetti previsti per l’insegnamento delle lingue straniere Evimages (69).jpegery child speaks English e Tout le monde parle français, sono dedicati rispettivamente ai docenti della primaria e a quelli della secondaria di primo grado. Entrambi i corsi hanno l’obiettivo di offrire strumenti multimediali – piattaforme online, app, contenuti digitali interattivi – per integrare la didattica con tools che la rendano più coinvolgente e personalizzabile.

Sul sito di Pearson, alla pagina https://it.pearson.com/riconnessioni#, i docenti potranno scoprire maggiori dettagli sul progetto Riconnessioni dedicati ai vari moduli.

in Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2019