Sostenibilità. Un paradigma di lettura delle attività dell’uomo e del mondo

Marco Fattore e Filomena Maggino

“Dietro ogni attività c’è una persona umana. Essa può rimanere anonima, ma non esiste attività che non abbia origine dall’uomo […] Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”. (Papa Francesco).

Sostenibile, un aggettivo ormai entrato nel linguaggio comune e che oggi sembra associabile a qualunque attività umana od organizzazione sociale: sviluppo sostenibile, economia sostenibile, società sostenibile, città sostenibili… tutto sembra potersi caratterizzare in termini di sostenibilità o di non-sostenibilità. Ma qual è il senso profondo di questo termine? Che sfide pone ai nostri assetti istituzionali, alle nostre organizzazioni e comunità sociali ed economiche, alla scienza, alla nostra abilità tecnica e alla nostra capacità morale? E quali ambiguità od opportunità contiene?

Crisi ecologica.

Il termine “sostenibilità” emerge e si impone innanzitutto come reazione all’evidenza di una crisi ecologica che, per le conseguenze di uno sfruttamento eccessivo e non ragionevole delle risorse naturali, ha conseguenze negative sull’ambiente, ne compromette la qualità e rischia di precludere, alle generazioni future, le possibilità di sviluppo garantite a quelle passate. Per quanto il dibattito sul tipo e sull’entità delle conseguenze ambientali dell’attività antropica sia ancora aperto, è fuori di dubbio che vi sia un effetto sul clima e sugli ecosistemi, sia su scala globale che locale. Questo irragionevole rapporto con l’ambiente si è talvolta configurato come “volontà di potenza” nei confronti della natura, come nel caso del prosciugamento del lago d’Aral, pianificato dalle autorità sovietiche a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Lo svuotamento quasi totale del quarto bacino più ampio del mondo ha distrutto un intero ecosistema, compromesso le attività economiche legate alla pesca e ai porti e generato forme acute di inquinamento, con gravissimi riflessi sulla salute pubblica, per la diffusione di polveri tossiche, sollevate dal terreno ormai desertificato e trasportate dal vento, per migliaia di chilometri. In altri casi, l’irragionevolezza combinata con l’ideologia ha determinato drammatiche carestie, come durante il Grande Balzo in avanti cinese, tra il 1958 e il 1962, quando, tra le altre azioni messe in campo dallo Stato, lo sterminio dei passeri su vasta scala, ordinato dalle autorità di partito per salvaguardare le semine, ha incrementato la popolazione di insetti, che hanno così distrutto i raccolti. E gli esempi potrebbero continuare e riguardano tutto il mondo: a metà degli anni Trenta, una serie di tempeste di sabbia, dovute all’iper-sfruttamento agricolo del terreno, ha distrutto l’economia dell’Oklahoma e di altri Stati limitrofi, portando all’emigrazione verso la California di migliaia e migliaia di contadini senza più alcuna terra da coltivare (gli “Okies”, cantati dalle ballate di Woody Guthrie e da Kris Kristofferson, nella commovente Here comes that rainbow again).

Oggi abbiamo forse imparato a essere meno “rozzi”, nel nostro rapporto con l’ambiente (perlomeno, quando agiamo a casa nostra…), ma nel frattempo il problema della sostenibilità ecologica ha assunto un livello sistemico, per la potenziale incompatibilità tra la struttura della produzione, e di larga parte della nostra vita sociale ed economica, e l’equilibrio dell’ambiente in cui siamo immersi. Eccessivo ricorso a combustibili fossili, emissione di inquinanti e inefficienza dei sistemi di produzione di energia, problemi nello smaltimento dei rifiuti, inefficienze nei sistemi di mobilità, inadeguata gestione termica degli ambienti, cementificazione e deforestazione… tutto ciò pone sotto “stress” il pianeta Terra, mina le condizioni che consentono la vita sul nostro pianeta e mette in crisi il nostro abitare comune. Ma qui c’è un salto di qualità: non è più solo la volontà di potenza di uno Stato o di qualche grande multinazionale a danneggiare l’ambiente; sono anche i nostri gesti quotidiani, singolarmente di piccola entità, che inter-operano in modo sistemico e generano insostenibilità su larga scala. Come brillantemente espresso da Frederick Vester, in un intervento del 2004 al Club di Roma, dobbiamo renderci conto che: “[…] we are much more entangled with the complex systems of our environment and the biosphere, than our conventional mode of linear cause and effect thinking with its method of dividing the world into categories tries to make us believe.”

Crisi delle strutture sociali ed economiche.

E questo vale non solo per l’ambiente. Il problema della sostenibilità ha ormai varcato i confini ecologici e coinvolge il “mondo”, in tutte le sue dimensioni umane. Entrano in crisi i sistemi culturali, sociali ed economici, quelli finanziari e quelli istituzionali e lo fanno in maniera intrecciata e strutturale, mettendo a repentaglio le condizioni e gli assetti di generazione del benessere, che abbiamo sperimentato, almeno in Occidente, nel secondo dopoguerra. Siamo molto più legati al complesso sistema dell’ambiente e della biosfera, di quanto voglia farci credere il nostro consueto modo di pensare secondo il binomio “causa effetto”, che divide il mondo in categorie.

L’Italia, per esempio, ha avuto un periodo di pace che le ha permesso uno sviluppo incredibile, se confrontiamo i parametri fondamentali del nostro Paese tra la fine della Seconda guerra mondiale e oggi: vita attesa, livello di istruzione, reddito e ricchezza pro-capite raccontano di un miglioramento imponente e sostanzialmente generalizzato della società italiana. Ma, da qualche decennio, aumentano le disuguaglianze, divergono i livelli di benessere, presente e atteso, tra aree differenti del Paese e tra generazioni, entrano in crisi i sistemi di welfare e si riduce la classe media, portando con sé una crisi anche degli assetti e dei processi democratici, come il basso tasso di partecipazione alle ultime elezioni ha già rivelato. E dove porteranno le dinamiche centrifughe presenti in Europa, scatenate da un mix complesso di difficoltà economiche, pressioni migratorie, crisi finanziarie, attriti culturali e indebolimento delle radici ideali che sono state alla base della nostra convivenza, negli ultimi settant’anni? Potremo garantire ai nostri figli la stessa libertà di cui abbiamo fruito noi?

Il solo fatto di doversi porre la domanda dà già il segno della crisi. E i mercati finanziari? preda della propria auto-referenzialità nella generazione, nella strutturazione e nella diffusione del rischio, sono oggi più simili al tentativo del Barone di Münchhausen di sollevarsi tirandosi per i capelli, che non a un sistema in grado di auto-regolarsi meccanicamente e di promuovere nel tempo un’allocazione efficiente degli investimenti, per tutelare il risparmio e sostenere processi convergenti di crescita reale. La sostenibilità, poi, non interroga solo i grandi sistemi, ma anche le nostre vite quotidiane. Se, come pare, i problemi di stress sono ormai endemici nella società occidentale, forse anche il nostro uso del tempo è poco sostenibile. Le grandi città, schiacciate da una crescente pressione d’uso, sono sempre più luoghi per chi lavora e per chi consuma, e sempre meno luoghi affettivi, significativi per chi vi dimora; nel frattempo, i borghi e i piccoli paesi, spesso ricchi di arte, di storia e di storie, decadono, perché non funzionali all’organizzazione indotta dalla società dei consumi, orientata all’ottimizzazione monetaria del tempo.

Che effetto ha la crisi della nostra capacità relazionale, che frammenta famiglie, amicizie e rapporti sociali in un individualismo iper-connesso, sulla capacità di educare, generare bene comune e creare reti di sostegno, nelle nostre società sempre più conflittuali? Come affronteremo, in un Paese con la piramide demografica ormai rovesciata, il problema dell’invecchiamento di una popolazione sempre più sola? Tutti questi temi sono tra loro intrecciati: la non-sostenibilità dell’uno si riflette sulla nonsostenibilità degli altri, perché tutto è in relazione. Non a caso, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha individuato, e messo al centro dell’agenda internazionale, 17 obiettivi per la sostenibilità, che coprono l’intero arco sistemico della vita sociale ed economica e che, idealmente, costituiscono i “driver” per il perseguimento di uno sviluppo sostenibile, orientato alla pace, all’equità e al benessere, dei popoli. Questi obiettivi si focalizzano su alcuni dei più urgenti problemi dell’umanità (povertà, lavoro, disuguaglianza, istruzione, ambiente…) e, benché il loro raggiungimento sia evidentemente difficile, anche solo averli posti come criteri di azione contribuisce a sviluppare, a livello internazionale, politiche e approcci orientati a una visione organica, e non puramente economicistica, del benessere.

Un mondo che cambia.

Ma non sono solo le crisi sistemiche a porci il problema della sostenibilità. Oggi il mondo è sempre più complesso, dinamico, frammentato, dominato dall’emersione continua di nuovi fenomeni (tecnici, sociali, economici…), di bisogni nuovi e di nuove forme dei bisogni di sempre. In un certo senso, siamo sottoposti a una crisi continua, che dobbiamo affrontare in un continuo dialogo con la complessità. Il mondo del lavoro è un caso paradigmatico, sia in termini di fragilità dei percorsi personali che di stabilità del suo assetto macro-economico. Come uno shock, per esempio una crisi aziendale, può innescare traiettorie strutturali di impoverimento personale, così anche il mercato del lavoro nel suo complesso è sottoposto a tensioni e mutamenti continui. Se anche immaginassimo, per un momento, di aver portato il tasso di disoccupazione a livelli fisiologici, avremmo la ragionevole certezza che questa condizione si mantenga nel tempo? No, perché oggi non esiste più uno stato di equilibrio, rispetto al quale avvengono fluttuazioni che, con qualche correttivo congiunturale, possano essere riassorbite, riportando l’assetto socio-economico al precedente percorso di crescita.

Oggi il cambiamento è permanente e strutturale e i percorsi di sviluppo vanno continuamente generati e rigenerati, affrontando e adattandosi a dinamiche solo parzialmente prevedibili. Questo vale per le singole persone, per gli assetti sociali (pensiamo all’immigrazione e alla “complessificazione” delle nostre città), per le dinamiche micro e macroeconomiche (investireste in un’azienda che oggi avesse i conti in ordine, ma non avesse, al proprio interno, competenze e qualità – personali e organizzative – in grado di affrontare l’innovazione e il cambiamento?). Allora, l’essere “sostenibile” diviene una proprietà endogena degli assetti sociali e dei processi economici, che ne determina la capacità vitale: oggi occorre chiedersi se domani saremo ancora in grado di generare valore e bene comune, non perché conosciamo adesso le sfide che dovremo affrontare, ma perché investiamo e costruiamo oggi la capacità di individuare e di affrontare in futuro queste sfide.

La sostenibilità è quindi la forma strutturale di un rapporto ragionevole, e orientato a uno sviluppo organico, adattativo e duraturo del bene comune, con la complessità inesauribile di un mondo sempre più interrelato e interdipendente, al cui interno l’agire, anche quello individuale, ha un riflesso sistemico. Le sfide. Certamente, la non-sostenibilità di molti dei nostri assetti socio-economici chiede una revisione del modo in cui ci poniamo davanti al problema dello sviluppo e del benessere. La scienza e la tecnica sono chiamate a sviluppare conoscenze, strumenti e best practices che rendano operativa la sostenibilità, a tutti i livelli e in tutti i settori della vita personale, sociale ed economica. La politica e le istituzioni devono convergere e sviluppare approcci comuni e condivisi, per affrontare un problema ormai globale, partendo dalla consapevolezza dell’interdipendenza dei popoli e del loro destino comune. Gli agenti e i sistemi economici e sociali devono superare una visione a breve termine e sviluppare una cultura sistemica. E dobbiamo essere consapevoli del fatto che solo oggi ci affacciamo alla complessità e che la nostra comprensione delle dinamiche dei sistemi complessi è ancora rudimentale. Ci vogliono umiltà e prudenza, dedizione e cura, perché la scienza e la conoscenza crescano e permettano alla tecnica di interloquire adeguatamente con l’ambiente, all’economia di individuare e comprendere i processi emergenti di generazione e redistribuzione del valore, alla sociologia di interpretare le nuove dinamiche sociali, alla politica e alle istituzioni di comporre gli interessi e impostare sistemi di governance adeguati alle nuove sfide globali.

Moralità e sostenibilità

La sostenibilità è dunque un problema sistemico e come tale deve essere affrontato. Ma come si costruisce un mondo sostenibile? Chi è il soggetto, il protagonista capace di generare sostenibilità? Potremmo immaginare la sostenibilità come un problema di gestione tecnico-scientifica della complessità, da affrontare esclusivamente attraverso la ridefinizione degli assetti istituzionali, economici e sociali, in un sistema di governance globale, capace di indurre comportamenti virtuosi e impedire quelli dannosi. In sostanza, si tratterebbe di un problema di tecnica e di ingegneria socio-economico-istituzionale. Certamente, per affrontare problemi sistemici è necessario sviluppare sistemi decisionali coordinati e cooperativi, capaci di dare indirizzi condivisi a scelte politiche che hanno un impatto planetario. Ma la caratteristica essenziale dei fenomeni umani è che la dimensione “macro” e quella “micro” sono co-essenziali. Possiamo, ragionevolmente, combattere per avere un mercato del lavoro più sostenibile, e dimenticare che dietro i prezzi bassi di larga parte della tecnologia, che noi compriamo e ricompriamo a piacimento, ci sono processi di produzione che non rispettano diritti sindacali che per noi sarebbero irrinunciabili? Davvero possiamo immaginare che bastino slogan e campagne “moralizzatrici” sui social, per rendere le nostre società più sostenibili, solidali e inclusive, quando la cultura iper-consumistica è continuamente al lavoro per frammentare gli ambiti sociali e indebolire la persona, come soggetto relazionale?

La storia del ponte Morandi, e di tante opere pubbliche del nostro Paese, ci mostra come l’insostenibilità si annidi nelle pieghe anche della tecnica più avanzata, attraverso la mancanza di cura, di responsabilità e di attenzione alla qualità. I ponti dei Romani sono rimasti in piedi millenni, non per una tecnica migliore, ma perché dovevano servire allo splendore di Roma, avevano un “senso” non solo strumentale e avevano a che fare con un destino grande. Noi, oggi, abbiamo perso questo senso del rapporto del particolare con il tutto. Da questo punto di vista, la moralità personale e il senso del valore del singolo gesto sono fondativi della sostenibilità. Ed è infatti illusorio immaginare che obiettivi come l’eliminazione della povertà o la riduzione delle disuguaglianze a livello mondiale possano essere perseguiti solo grazie a qualche soluzione tecnica o istituzionale, senza impegnare persone e soggetti sociali in una continua tensione alla giustizia, alla pace e all’equità, nell’affronto di bisogni e problemi che, pur mutando forma e assetto, saranno sempre presenti, perché connaturati all’umano. In questo senso, la “sostenibilità” è un continuo lavoro che richiede un’alleanza simpatetica e cooperativa tra tutti gli attori (sociali, economici, istituzionali, politici, culturali…).

E mentre la scienza è ingaggiata a scoprire possibilità nuove, la tecnica a renderle strumenti, la politica e le istituzioni internazionali a trovare assetti ed equilibri globali, è fondamentale che si creino sempre più spazi perché i soggetti sociali, nei propri ambiti locali e territoriali, possano agire, rispondendo ai bisogni e costruendo il bene comune, attraverso processi sussidiari, gli unici in grado di mantenersi nel tempo, adattarsi ai contesti, intercettare i bisogni e rispondervi tempestivamente, cioè di essere sostenibili e di generare sostenibilità. Del resto, la complessità in divenire della realtà sfugge al tentativo razionalista di scomporre i sistemi in pezzetti, nell’illusione di controllare e ridurre tutto a calcolo, ad algoritmo o ad “allocazione ottima”, come anche la scienza del Novecento ha definitivamente mostrato.

Al cuore della sostenibilità sta il cuore dell’uomo, nella sua capacità di conoscere, costruire e ordinare al bene e nella sua tensione al significato e alla totalità. Il mondo, infatti, è non-sostenibile non solo quando è maltrattato dall’uomo, ma anche, e forse di più, quando è svuotato di senso per chi lo abita. (…).

In Atlantide, n.44, 2019, pp. 14-19

 

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