L’eredità di don Bosco per combattere il degrado nelle grandi città

Federico Taddia

 «Passa, passa la palla». Se ci fosse una top ten delle frasi più urlate in un oratorio, probabilmente al primo posto in classifica ci sarebbe proprio questa. Con l’immancabile corollario di sudore e polvere, ginocchia sbucciate e risate, imprecazioni ed esultanze a braccia alzate. E anche l’istantanea fotografica, nelle sue mille sfumature, l’abbiamo ben impressa: un campetto, due porte, una rete da pallavolo, un paio di canestri, gruppetti di bambini e adolescenti. C’è chi gioca, chi chiacchiera, chi smanetta allo smartphone, chi – semplicemente – fa passare il tempo. In un luogo che, comunque, sente suo. In un luogo in cui si sente a casa. In un angolo – di paese, di quartiere, di città – a sua misura. Ancorato nel territorio, aperto a chi quel territorio lo vive. «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene». Lo ripeteva spesso Don Bosco, il santo del gioco e dell’allegria di cui oggi si celebra l’anniversario e che nell’oratorio aveva visto non solo una via di catechesi atipica – quasi informale – bensì un’opportunità di riscatto, sociale e individuale. Un riscatto che passava dalle relazioni e dalla contaminazione. La potenza della relazione e il valore della contaminazione, non solo teorizzati ma maturati – sperimentati – con il fare; creando connessioni, creando ambiti di incontro, in cui allenarsi alle regole della vita con il gioco, l’allegria e la grammatica più consona alle nuove generazioni. E’ questa l’eredità laica più lucida e significativa lasciata da Don Bosco. E la visione dell’oratorio come «area protetta» all’interno di un contesto urbano, in cui trovare coetanei, un cortile, delle attrezzature, degli stimoli, delle idee – e anche delle regole condivise – è oggi più che mai urgente e attuale. Ai nostri figli – spesso figli unici – abbiamo tolto i cortili in cui giocare, le strade in cui fare gruppo, i tempi del gioco libero. Dettando la socializzazione ai ritmi della scuola, dei corsi pomeridiani, dell’allenamento. E spaventati da tutto preferiamo saperli giocare a Fortnite davanti a un display, piuttosto che a giocare «non so bene con chi e non so bene dove» sotto casa. Quasi come se la loro fosse una quotidianità fatta a scatole, in cui entrare e da cui uscire frettolosamente, e dove – preferibilmente – trovare solo chi assomiglia, chi ha gli stessi gusti, chi la pensa come me. Don Bosco ha cercato di rompere queste scatole. E hanno tentato di farlo in questo secolo e mezzo gli oratori, ma pure esperienze simili come quella – straordinaria – dei ricreatori pubblici di Trieste o dei tanti centri giovanili che negli scorsi decenni sono sorti più o meno timidamente in giro per il Paese. Creare relazioni vere e rendere naturale – non occasionale, non forzata – la contaminazione, l’integrazione con l’altro. Chiunque esso sia: un vicino di casa con cui non ho mai scambiato una parola, un compagno di classe preveniente da un’altra nazionalità. Nel ripensare le città, nel renderle più smart e sostenibili, l’intuizione sociale di Don Bosco va ripresa, attualizzata e rilanciata: servono spazi, spazi vivi, in cui sentirsi bene. In cui sentirsi accolti. Spazi aperti, incubatori di aggregazione, centri su cui mettere soldi e risorse per farli diventare attrattivi. «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene» significa investire sulla fiducia. Sul sogno. Sulla possibilità. Sul creare comunità. Perché non basta avere la palla. Serve anche un campetto. E – soprattutto – qualcuno a cui passarla.

in “La Stampa” del 31 gennaio 2019

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