Educazione. Il sesso e il cuore. Come spiegarli ai ragazzi?

Luciano Moia

La riflessione di papa Francesco sull’educazione sessuale, che riportiamo pressoché integralmente qui a fianco, non ha bisogno di esegesi. Sull’aereo di ritorno dalla Gmg di Panama, rispondendo alle domande dei giornalisti, il Papa ha sintetizzato in poche espressioni ciò che si dovrebbe fare in tema di educazione all’affettività e alla sessualità. Si tratta di un aspetto educativo che non può essere trascurato. Dovrebbero essere i genitori ad affrontare l’argomento ma il supporto della scuola non può essere evitato. Anzi è necessario. Anche perché, spiega Francesco, spesso mamme e papà non dispongono di strumenti culturali adeguati. Spesso sono confusi da un clima culturale che oscilla pericolosamente tra permissivismo e rigore. Spesso non sanno come colmare il divario tra ciò che si sentirebbero di dire e ciò che i ragazzi respirano nella società. E, per evitare errori, finiscono per scegliere due strade ugualmente deleterie: il silenzio o l’adeguamento ai modelli dominanti. Così l’invito più importante del Papa – l’attenzione di presentare la bellezza della sessualità per quello che realmente è, senza sovrastrutture ideologiche – finisce per essere doppiamente disatteso. Si tratta forse del punto più complesso e più impegnativo. Sesso e sessualità, genere e generazione, relazioni e affetti sono un ambito in cui il confine tra natura e cultura si è fatto sempre più incerto e la stessa antropologia cattolica riflette da tempo sulla necessità di proporre modelli positivi, senza rifugiarsi nell’elenco dei divieti e dei permessi. I primi ampiamente disattesi, i secondi quasi pleonastici. Ormai da un paio d’anni, dopo la lunga stagione degli allarmi sulla cultura gender – in parte giustificati e necessari, in parte fraintesi e strumentalizzati – l’associazionismo familiare ha concordato sull’obiettivo di superare la sindrome della cittadella assediata per passare alla fase della proposta condivisa nel rispetto reciproco. È nato un coordinamento che ha messo insieme le proposte più significative, sono stati organizzati incontri e convegni. Tra tante iniziative ne sono state scelte una quindicina e ora – anche alla luce delle parole del Papa – si pensa di arrivare a un ‘catalogo’ per permettere a famiglie e scuole di attingere ad un patrimonio educativo che rimane importante, anche se forse un po’ in ombra. «Molti di quei progetti rimangono in un ambito locale, alcuni appaiono un po’ datati per concetti e modalità espressive ma – osserva Maria Grazia Colombo, vicepresidente del Forum e responsabile del settore scuola – è stato fatto un lavoro importante che va valorizzato e ripreso. È arrivato il momento di mettere in luce i progetti educativi più importanti proprio nella logica indicata dal Papa. Non sono solo le scuole a doversi muovere, ma anche parrocchie, oratori, tutti quei luoghi cioè frequentati dai ragazzi. Il Forum delle associazioni familiari è pronto. Non possiamo più indugiare».

«Io penso che nelle scuole bisogna fare educazione sessuale. Il sesso è un dono di Dio, non è un mostro, è il dono di Dio per amare. Che qualcuno lo usi per fare soldi, per sfruttare gli altri, è un problema diverso. Bisogna offrire un’educazione sessuale oggettiva, come è, senza colonizzazioni ideologiche. Perché se nelle scuole si dà un’educazione sessuale imbevuta di colonizzazioni ideologiche, distruggi la persona. Il sesso come dono di Dio deve essere educato, non con rigidezza, educare viene da ‘e-ducere’, trarre il meglio dalla persona e accompagnarla nel cammino. Il problema è nei responsabili dell’educazione, sia a livello nazionale che locale o di ogni unità scolastica: che maestri si trovano per questo, che libri di testo… Io ne ho viste di tutti i colori… Bisogna avere l’educazione sessuale per i bambini. L’ideale è che comincino a casa, con i genitori. Non sempre è possibile, per tante situazioni della famiglia, o perché non sanno come farlo. La scuola supplisce a questo, e deve farlo, altrimenti resta un vuoto che viene riempito da qualsiasi ideologia». Papa Francesco

in “Avvenire” del 31 gennaio 2019

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