Crisi della Chiesa. Dall’abisso della tribolazione all’aurora di una nuova era

Gianfranco Ravasi

Per eleggere papa il figlio del medico di Sant’Angelo di Romagna, Giovan Vincenzo Antonio Ganganelli, ci vollero ben 185 scrutini.
Alla fine questo francescano conventuale, primo pontefice di origine borghese e non popolare o aristocratica, saliva sulla cattedra di Pietro a 64 anni col nome di Clemente XIV. Era il 1769 e di lì a poco sarebbe stato l’artefice di un’opera che sarà continuata dal suo successore Pio IV, l’allestimento dell’imponente raccolta artistica greco-romana del Museo Vaticano Pio-Clementino. Quattro anni dopo, il 21 luglio 1773, malvolentieri e sotto forti pressioni politiche esterne soprattutto del re di Spagna, emetteva il “breve ” Dominus ac Redemptor che lo rende una figura un po’ imbarazzante ai nostri giorni segnati da un papa gesuita: aboliva la Compagnia di Gesù. L’anno successivo, il 1774, moriva forse di cancro, e subito attorno alla sua salma aleggiava una leggenda nera double face: avvelenato dai gesuiti oppure punito da Dio per aver soppresso quell’Ordine? Egli ora incombe possente col braccio elevato e puntato verso un orizzonte lontano nel monumento funebre che Antonio Canova gli dedicò nella basilica dei Ss. Apostoli a Roma.

Vorremmo ora idealmente far risuonare la sua voce, considerandola un po’ come l’ideale vertice tematico dell’importante e per certi versi sorprendente sequenza delle Lettere della tribolazione. Evochiamo, infatti, le parole centrali di quel breve papale che cancellava un’istituzione ecclesiale così decisiva nella storia degli ultimi secoli: «Con ben maturo consiglio, di certa scienza, e con la pienezza dell’Apostolica Potestà, estinguiamo e sopprimiamo la più volte citata Società, e annulliamo ed aboliamo tutti e singoli gli uffici di essa, i ministeri e le amministrazioni, le case, le scuole, i collegi, gli ospizi, e qualunque altro luogo esistente in qualsivoglia provincia, regno, e signoria, e in qualunque modo appartenente alla medesima; i suoi statuti, costumi, consuetudini, decreti, costituzioni, quantunque corroborate da giuramento, da apostolica approvazione, o in altra guisa, e tutti e singoli i privilegi e gl’indulti generali o speciali […]».

«Quindi Noi dichiariamo che rimanga annullata in perpetuo ed assolutamente estinta tutta e qualunque autorità del Preposito generale, dei provinciali, dei visitatori e degli altri superiori di detta Società, tanto nelle cose spirituali che nelle temporali […] Con la presente proibiamo, che nessuno in avvenire sia ricevuto nella suddetta Società, ed ammesso alla vestizione e al noviziato [..] Vogliamo, comandiamo, ordiniamo che coloro che attualmente sono nel noviziato, subito, prontamente, immediatamente e di fatto siano licenziati; e in egual modo proibiamo che coloro che fecero la professione dei voti semplici, e che fin qui non sono stati promossi ad alcun ordine sacro, possano essere promossi agli stessi ordini maggiori» (Dominus ac Redemptor n. 25).

Bisognerà attendere il 7 agosto 1814 quando Papa Pio VII — il cesenate Barnaba Chiaramonti, eletto il 14 marzo 1800 dopo un conclave durato ben 104 giorni a Venezia — con la bolla Sollicitudo omnium porrà il suggello a questo lungo inverno della Compagnia di Gesù, durato 41 anni, per ricostituirla nella sua piena dignità e operosità. Il corpus centrale dell’opera che ora viene proposta accoglie otto lettere dei Prepositi generali che, in quell’arco storico travagliato e in quello immediatamente successivo, rivelano l’amarezza e le speranze della loro anima sotto il cielo cupo della “tribolazione”.

Sotto questo stesso cielo spesso ci ritroviamo, per ragioni diverse, anche nel presente.
Si aggiungono, così, altre cinque lettere: a scriverle è Papa Francesco, che da semplice gesuita nel 1986 aveva curato l’edizione delle otto testimonianze del passato, per cui questo libro può essere considerato in un certo senso tutto suo nella forma più personale e diretta. Ora le nubi s’addensano sull’orizzonte stesso della Chiesa e vorticano attorno alla «ferita aperta, dolorosa e complessa della pedofilia» e alla lugubre «cultura dell’abuso».
Permane, perciò, ancora viva e intatta quella parola riassuntiva ed emblematica, tribolazione.
Ed è su di essa che noi desideriamo sostare perché appartiene alla stessa sorgente della nostra fede,

la Parola di Dio, così come si è espressa nel Nuovo Testamento.

«Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (Atti 14, 22). È questa, infatti, la confessione che già pronunciano Paolo e Barnaba dopo un loro tour missionario in una regione centrale dell’attuale Turchia ove l’Apostolo aveva subito anche un tentativo di lapidazione. Nel cuore di quella frase c’è appunto la parola che regge il titolo e sintetizza l’epistolario raccolto nel volume: è il termine greco thlípsis che nel Nuovo Testamento risuona ben 45 volte e che è di solito tradotto col nostro vocabolo “tribolazione”.
Quest’ultimo curiosamente ha alla base il verbo “t re b b i a re ”, usato in senso metaforico, perché è come essere straziati nel corpo e nello spirito da un erpice. Anche il parallelo greco rimanda al verbo thlíbô che significa “pigiare, calcare, premere”, proprio come accade agli acini d’uva pestati nel tino, così che coli come sangue il vino.
Possiamo, perciò, idealmente sovrapporre la “tribolazione” biblica a quella vissuta dai tanti testimoni-martiri dei secoli cristiani, tra i quali appunto i gesuiti di quelle lettere. Anzi, si potrebbe persino elaborare una teologia della tribolazione che ha in Cristo sia il modello, sia la meta da raggiungere, come si afferma in un celebre (e non sempre correttamente inteso) passo della Lettera ai Colossesi: «Sono lieto nelle tribolazioni che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (1, 24).
Non è un completare la passione redentrice di Cristo che in sé è perfetta e piena, ma è un riprodurla nella propria vita attraverso un itinerario di sofferenze e di testimonianze che durerà per l’intera esistenza.
Infatti, ribadisce l’Apostolo ai cristiani di Roma, «se siamo figli, eredi di Dio e coeredi di Cristo, dobbiamo davvero prendere parte alle sue tribolazioni per partecipare alla sua gloria» (8, 17). È una «comunione con Cristo nelle tribolazioni», come ripeterà Paolo ai Filippesi (3, 10), con la certezza che «egli ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Corinzi 1, 4). Questa affermazione è una sorta di leit-motiv che echeggia in molti passi paolini e che è ricalcato nelle lettere qui raccolte. È per questo che si esalta la paradossale beatitudine del tribolato, perché «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria » (2 Corinzi 4, 17). Infatti, «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura», per cui «noi ci vantiamo nelle tribolazioni» (Romani 8, 18; 5, 3).
È noto che tutta la trama dell’esperienza dell’Apostolo e dei primi cristiani è costellata di sofferenze e persecuzioni, è persino striata di sangue. È ciò che già Gesù annunciava — sia pure in negativo — nella parabola del seme che cade nel terreno accidentato della storia: esso è il simbolo di coloro che sono «incostanti e che, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno» (Marco 4, 17).
San Paolo, evocando il suo rapporto pastorale tormentato coi cristiani di Corinto (non ci sono solo le tribolazioni delle persecuzioni esterne ma anche i travagli interni), non esita a elencare un flusso ininterrotto, quasi litanico, di prove di ogni genere da lui subite nel suo impegno missionario (2 Corinzi 11). È convinto, infatti, che «siamo tribolati da ogni parte: battaglie all’esterno, timori all’interno» (7, 6).
E la tribolazione patita per il Vangelo è una sorta di vessillo di amore, come ancora dichiara ai Corinzi: «Vi ho scritto in un momento di grande tribolazione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, perché conosciate l’amore che nutro particolarmente per voi» (2, 4). Tuttavia rimane insediata sempre nel cuore quella promessa che Gesù aveva fatto ai suoi discepoli nell’ultima sera della sua vita terrena nel Cenacolo: «Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Giovanni 16, 33). Lo sguardo che il discepolo rivolge quando è attanagliato dalle prove è, perciò, proteso in avanti verso un orizzonte più alto, quello che i teologi definiscono come escatologico.
Cristo stesso l’aveva anticipato in un suo discorso, detto appunto “escatologico”, nel quale faceva balenare l’idea che nelle ultime battute della storia umana ci sarebbe stata una sorta di epifania ultima del Maligno, un estremo dibattersi del mostro del male. È la «grande tribolazione», la suprema prova finale che separerà giusti e ingiusti nei confronti del regno di Dio: «Vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall’inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi

sarà… Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte» (Matteo 24, 21.29). Si tratta di un segno, espresso col linguaggio della letteratura apocalittica di allora, che presenta la meta ultima della storia non come un abisso oscuro ma come il sorgere dell’aurora di una nuova era trascendente, che comprende il giudizio e la vittoria sul male.

In questa luce è emblematico il libro dell’Apocalisse . L’autore è consapevole che la Chiesa sta vivendo un tempo di “tribolazione” con la crisi interna delle varie comunità e con la persecuzione esterna dell’imperatore Domiziano. Eppure egli è altrettanto sicuro che essa durerà simbolicamente solo «dieci giorni» (2, 10), cioè sarà nel perimetro di un tempo storico limitato, in attesa di approdare all’eterno della Gerusalemme nuova e perfetta.

Certo, quest’ultimo libro della Bibbia è legato alla concretezza di una Chiesa in crisi, ma la sua parola di speranza varca i confini delle difficoltà presenti per cercare il senso definitivo degli eventi umani e dell’intero essere.
Il Cristo, raffigurato sotto il simbolo biblico dell’Agnello, vuole aprire e rendere leggibile, attraverso la sua «apocalisse-rivelazione », il rotolo sigillato della storia nel suo significato ultimo: più che rivolgersi alla fine del mondo, l’Apocalisse s’interroga sul fine del mondo e della storia. Essa è, quindi, il libro del presente e del futuro, della tribolazione e della speranza, della paura e della gioia, del giudizio e della gloria, della Gerusalemme storica, che ospita anche la sanguinaria Babilonia, e della Gerusalemme nuova e santa. In un suo discorso saggio sull’Apocalisse (1984) il regista russo Andrej Tarkovski, che sognava di poter realizzare un film su quest’opera biblica, dichiarava: «L’Apocalisse è forse la più grande creazione poetica che sia mai esistita sulla terra… Essa è, in ultima analisi, un racconto del nostro destino. Ma sarebbe sbagliato pensare che l’Apocalisse contenga soltanto l’idea della punizione. Forse la cosa più importante in essa contenuta è la speranza». Proprio per questo, come scriveva Victor Hugo, «ogni uomo ha in sé la sua Patmos. È libero di andare su questo spaventoso promontorio del pensiero da dove si percepiscono le tenebre», ma da dove si vede sorgere il sole dell’alba in un giorno che non conoscerà più la notte, in cui non ci sarà più bisogno di lucerne «perché il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli» (22, 5).

in “L’Osservatore Romano” del 30 gennaio 2019

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