Archivio mensile:gennaio 2019

Sostenibilità. Un paradigma di lettura delle attività dell’uomo e del mondo

Marco Fattore e Filomena Maggino

“Dietro ogni attività c’è una persona umana. Essa può rimanere anonima, ma non esiste attività che non abbia origine dall’uomo […] Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”. (Papa Francesco).

Sostenibile, un aggettivo ormai entrato nel linguaggio comune e che oggi sembra associabile a qualunque attività umana od organizzazione sociale: sviluppo sostenibile, economia sostenibile, società sostenibile, città sostenibili… tutto sembra potersi caratterizzare in termini di sostenibilità o di non-sostenibilità. Ma qual è il senso profondo di questo termine? Che sfide pone ai nostri assetti istituzionali, alle nostre organizzazioni e comunità sociali ed economiche, alla scienza, alla nostra abilità tecnica e alla nostra capacità morale? E quali ambiguità od opportunità contiene?

Crisi ecologica.

Il termine “sostenibilità” emerge e si impone innanzitutto come reazione all’evidenza di una crisi ecologica che, per le conseguenze di uno sfruttamento eccessivo e non ragionevole delle risorse naturali, ha conseguenze negative sull’ambiente, ne compromette la qualità e rischia di precludere, alle generazioni future, le possibilità di sviluppo garantite a quelle passate. Per quanto il dibattito sul tipo e sull’entità delle conseguenze ambientali dell’attività antropica sia ancora aperto, è fuori di dubbio che vi sia un effetto sul clima e sugli ecosistemi, sia su scala globale che locale. Questo irragionevole rapporto con l’ambiente si è talvolta configurato come “volontà di potenza” nei confronti della natura, come nel caso del prosciugamento del lago d’Aral, pianificato dalle autorità sovietiche a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Lo svuotamento quasi totale del quarto bacino più ampio del mondo ha distrutto un intero ecosistema, compromesso le attività economiche legate alla pesca e ai porti e generato forme acute di inquinamento, con gravissimi riflessi sulla salute pubblica, per la diffusione di polveri tossiche, sollevate dal terreno ormai desertificato e trasportate dal vento, per migliaia di chilometri. In altri casi, l’irragionevolezza combinata con l’ideologia ha determinato drammatiche carestie, come durante il Grande Balzo in avanti cinese, tra il 1958 e il 1962, quando, tra le altre azioni messe in campo dallo Stato, lo sterminio dei passeri su vasta scala, ordinato dalle autorità di partito per salvaguardare le semine, ha incrementato la popolazione di insetti, che hanno così distrutto i raccolti. E gli esempi potrebbero continuare e riguardano tutto il mondo: a metà degli anni Trenta, una serie di tempeste di sabbia, dovute all’iper-sfruttamento agricolo del terreno, ha distrutto l’economia dell’Oklahoma e di altri Stati limitrofi, portando all’emigrazione verso la California di migliaia e migliaia di contadini senza più alcuna terra da coltivare (gli “Okies”, cantati dalle ballate di Woody Guthrie e da Kris Kristofferson, nella commovente Here comes that rainbow again).

Oggi abbiamo forse imparato a essere meno “rozzi”, nel nostro rapporto con l’ambiente (perlomeno, quando agiamo a casa nostra…), ma nel frattempo il problema della sostenibilità ecologica ha assunto un livello sistemico, per la potenziale incompatibilità tra la struttura della produzione, e di larga parte della nostra vita sociale ed economica, e l’equilibrio dell’ambiente in cui siamo immersi. Eccessivo ricorso a combustibili fossili, emissione di inquinanti e inefficienza dei sistemi di produzione di energia, problemi nello smaltimento dei rifiuti, inefficienze nei sistemi di mobilità, inadeguata gestione termica degli ambienti, cementificazione e deforestazione… tutto ciò pone sotto “stress” il pianeta Terra, mina le condizioni che consentono la vita sul nostro pianeta e mette in crisi il nostro abitare comune. Ma qui c’è un salto di qualità: non è più solo la volontà di potenza di uno Stato o di qualche grande multinazionale a danneggiare l’ambiente; sono anche i nostri gesti quotidiani, singolarmente di piccola entità, che inter-operano in modo sistemico e generano insostenibilità su larga scala. Come brillantemente espresso da Frederick Vester, in un intervento del 2004 al Club di Roma, dobbiamo renderci conto che: “[…] we are much more entangled with the complex systems of our environment and the biosphere, than our conventional mode of linear cause and effect thinking with its method of dividing the world into categories tries to make us believe.”

Crisi delle strutture sociali ed economiche.

E questo vale non solo per l’ambiente. Il problema della sostenibilità ha ormai varcato i confini ecologici e coinvolge il “mondo”, in tutte le sue dimensioni umane. Entrano in crisi i sistemi culturali, sociali ed economici, quelli finanziari e quelli istituzionali e lo fanno in maniera intrecciata e strutturale, mettendo a repentaglio le condizioni e gli assetti di generazione del benessere, che abbiamo sperimentato, almeno in Occidente, nel secondo dopoguerra. Siamo molto più legati al complesso sistema dell’ambiente e della biosfera, di quanto voglia farci credere il nostro consueto modo di pensare secondo il binomio “causa effetto”, che divide il mondo in categorie.

L’Italia, per esempio, ha avuto un periodo di pace che le ha permesso uno sviluppo incredibile, se confrontiamo i parametri fondamentali del nostro Paese tra la fine della Seconda guerra mondiale e oggi: vita attesa, livello di istruzione, reddito e ricchezza pro-capite raccontano di un miglioramento imponente e sostanzialmente generalizzato della società italiana. Ma, da qualche decennio, aumentano le disuguaglianze, divergono i livelli di benessere, presente e atteso, tra aree differenti del Paese e tra generazioni, entrano in crisi i sistemi di welfare e si riduce la classe media, portando con sé una crisi anche degli assetti e dei processi democratici, come il basso tasso di partecipazione alle ultime elezioni ha già rivelato. E dove porteranno le dinamiche centrifughe presenti in Europa, scatenate da un mix complesso di difficoltà economiche, pressioni migratorie, crisi finanziarie, attriti culturali e indebolimento delle radici ideali che sono state alla base della nostra convivenza, negli ultimi settant’anni? Potremo garantire ai nostri figli la stessa libertà di cui abbiamo fruito noi?

Il solo fatto di doversi porre la domanda dà già il segno della crisi. E i mercati finanziari? preda della propria auto-referenzialità nella generazione, nella strutturazione e nella diffusione del rischio, sono oggi più simili al tentativo del Barone di Münchhausen di sollevarsi tirandosi per i capelli, che non a un sistema in grado di auto-regolarsi meccanicamente e di promuovere nel tempo un’allocazione efficiente degli investimenti, per tutelare il risparmio e sostenere processi convergenti di crescita reale. La sostenibilità, poi, non interroga solo i grandi sistemi, ma anche le nostre vite quotidiane. Se, come pare, i problemi di stress sono ormai endemici nella società occidentale, forse anche il nostro uso del tempo è poco sostenibile. Le grandi città, schiacciate da una crescente pressione d’uso, sono sempre più luoghi per chi lavora e per chi consuma, e sempre meno luoghi affettivi, significativi per chi vi dimora; nel frattempo, i borghi e i piccoli paesi, spesso ricchi di arte, di storia e di storie, decadono, perché non funzionali all’organizzazione indotta dalla società dei consumi, orientata all’ottimizzazione monetaria del tempo.

Che effetto ha la crisi della nostra capacità relazionale, che frammenta famiglie, amicizie e rapporti sociali in un individualismo iper-connesso, sulla capacità di educare, generare bene comune e creare reti di sostegno, nelle nostre società sempre più conflittuali? Come affronteremo, in un Paese con la piramide demografica ormai rovesciata, il problema dell’invecchiamento di una popolazione sempre più sola? Tutti questi temi sono tra loro intrecciati: la non-sostenibilità dell’uno si riflette sulla nonsostenibilità degli altri, perché tutto è in relazione. Non a caso, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha individuato, e messo al centro dell’agenda internazionale, 17 obiettivi per la sostenibilità, che coprono l’intero arco sistemico della vita sociale ed economica e che, idealmente, costituiscono i “driver” per il perseguimento di uno sviluppo sostenibile, orientato alla pace, all’equità e al benessere, dei popoli. Questi obiettivi si focalizzano su alcuni dei più urgenti problemi dell’umanità (povertà, lavoro, disuguaglianza, istruzione, ambiente…) e, benché il loro raggiungimento sia evidentemente difficile, anche solo averli posti come criteri di azione contribuisce a sviluppare, a livello internazionale, politiche e approcci orientati a una visione organica, e non puramente economicistica, del benessere.

Un mondo che cambia.

Ma non sono solo le crisi sistemiche a porci il problema della sostenibilità. Oggi il mondo è sempre più complesso, dinamico, frammentato, dominato dall’emersione continua di nuovi fenomeni (tecnici, sociali, economici…), di bisogni nuovi e di nuove forme dei bisogni di sempre. In un certo senso, siamo sottoposti a una crisi continua, che dobbiamo affrontare in un continuo dialogo con la complessità. Il mondo del lavoro è un caso paradigmatico, sia in termini di fragilità dei percorsi personali che di stabilità del suo assetto macro-economico. Come uno shock, per esempio una crisi aziendale, può innescare traiettorie strutturali di impoverimento personale, così anche il mercato del lavoro nel suo complesso è sottoposto a tensioni e mutamenti continui. Se anche immaginassimo, per un momento, di aver portato il tasso di disoccupazione a livelli fisiologici, avremmo la ragionevole certezza che questa condizione si mantenga nel tempo? No, perché oggi non esiste più uno stato di equilibrio, rispetto al quale avvengono fluttuazioni che, con qualche correttivo congiunturale, possano essere riassorbite, riportando l’assetto socio-economico al precedente percorso di crescita.

Oggi il cambiamento è permanente e strutturale e i percorsi di sviluppo vanno continuamente generati e rigenerati, affrontando e adattandosi a dinamiche solo parzialmente prevedibili. Questo vale per le singole persone, per gli assetti sociali (pensiamo all’immigrazione e alla “complessificazione” delle nostre città), per le dinamiche micro e macroeconomiche (investireste in un’azienda che oggi avesse i conti in ordine, ma non avesse, al proprio interno, competenze e qualità – personali e organizzative – in grado di affrontare l’innovazione e il cambiamento?). Allora, l’essere “sostenibile” diviene una proprietà endogena degli assetti sociali e dei processi economici, che ne determina la capacità vitale: oggi occorre chiedersi se domani saremo ancora in grado di generare valore e bene comune, non perché conosciamo adesso le sfide che dovremo affrontare, ma perché investiamo e costruiamo oggi la capacità di individuare e di affrontare in futuro queste sfide.

La sostenibilità è quindi la forma strutturale di un rapporto ragionevole, e orientato a uno sviluppo organico, adattativo e duraturo del bene comune, con la complessità inesauribile di un mondo sempre più interrelato e interdipendente, al cui interno l’agire, anche quello individuale, ha un riflesso sistemico. Le sfide. Certamente, la non-sostenibilità di molti dei nostri assetti socio-economici chiede una revisione del modo in cui ci poniamo davanti al problema dello sviluppo e del benessere. La scienza e la tecnica sono chiamate a sviluppare conoscenze, strumenti e best practices che rendano operativa la sostenibilità, a tutti i livelli e in tutti i settori della vita personale, sociale ed economica. La politica e le istituzioni devono convergere e sviluppare approcci comuni e condivisi, per affrontare un problema ormai globale, partendo dalla consapevolezza dell’interdipendenza dei popoli e del loro destino comune. Gli agenti e i sistemi economici e sociali devono superare una visione a breve termine e sviluppare una cultura sistemica. E dobbiamo essere consapevoli del fatto che solo oggi ci affacciamo alla complessità e che la nostra comprensione delle dinamiche dei sistemi complessi è ancora rudimentale. Ci vogliono umiltà e prudenza, dedizione e cura, perché la scienza e la conoscenza crescano e permettano alla tecnica di interloquire adeguatamente con l’ambiente, all’economia di individuare e comprendere i processi emergenti di generazione e redistribuzione del valore, alla sociologia di interpretare le nuove dinamiche sociali, alla politica e alle istituzioni di comporre gli interessi e impostare sistemi di governance adeguati alle nuove sfide globali.

Moralità e sostenibilità

La sostenibilità è dunque un problema sistemico e come tale deve essere affrontato. Ma come si costruisce un mondo sostenibile? Chi è il soggetto, il protagonista capace di generare sostenibilità? Potremmo immaginare la sostenibilità come un problema di gestione tecnico-scientifica della complessità, da affrontare esclusivamente attraverso la ridefinizione degli assetti istituzionali, economici e sociali, in un sistema di governance globale, capace di indurre comportamenti virtuosi e impedire quelli dannosi. In sostanza, si tratterebbe di un problema di tecnica e di ingegneria socio-economico-istituzionale. Certamente, per affrontare problemi sistemici è necessario sviluppare sistemi decisionali coordinati e cooperativi, capaci di dare indirizzi condivisi a scelte politiche che hanno un impatto planetario. Ma la caratteristica essenziale dei fenomeni umani è che la dimensione “macro” e quella “micro” sono co-essenziali. Possiamo, ragionevolmente, combattere per avere un mercato del lavoro più sostenibile, e dimenticare che dietro i prezzi bassi di larga parte della tecnologia, che noi compriamo e ricompriamo a piacimento, ci sono processi di produzione che non rispettano diritti sindacali che per noi sarebbero irrinunciabili? Davvero possiamo immaginare che bastino slogan e campagne “moralizzatrici” sui social, per rendere le nostre società più sostenibili, solidali e inclusive, quando la cultura iper-consumistica è continuamente al lavoro per frammentare gli ambiti sociali e indebolire la persona, come soggetto relazionale?

La storia del ponte Morandi, e di tante opere pubbliche del nostro Paese, ci mostra come l’insostenibilità si annidi nelle pieghe anche della tecnica più avanzata, attraverso la mancanza di cura, di responsabilità e di attenzione alla qualità. I ponti dei Romani sono rimasti in piedi millenni, non per una tecnica migliore, ma perché dovevano servire allo splendore di Roma, avevano un “senso” non solo strumentale e avevano a che fare con un destino grande. Noi, oggi, abbiamo perso questo senso del rapporto del particolare con il tutto. Da questo punto di vista, la moralità personale e il senso del valore del singolo gesto sono fondativi della sostenibilità. Ed è infatti illusorio immaginare che obiettivi come l’eliminazione della povertà o la riduzione delle disuguaglianze a livello mondiale possano essere perseguiti solo grazie a qualche soluzione tecnica o istituzionale, senza impegnare persone e soggetti sociali in una continua tensione alla giustizia, alla pace e all’equità, nell’affronto di bisogni e problemi che, pur mutando forma e assetto, saranno sempre presenti, perché connaturati all’umano. In questo senso, la “sostenibilità” è un continuo lavoro che richiede un’alleanza simpatetica e cooperativa tra tutti gli attori (sociali, economici, istituzionali, politici, culturali…).

E mentre la scienza è ingaggiata a scoprire possibilità nuove, la tecnica a renderle strumenti, la politica e le istituzioni internazionali a trovare assetti ed equilibri globali, è fondamentale che si creino sempre più spazi perché i soggetti sociali, nei propri ambiti locali e territoriali, possano agire, rispondendo ai bisogni e costruendo il bene comune, attraverso processi sussidiari, gli unici in grado di mantenersi nel tempo, adattarsi ai contesti, intercettare i bisogni e rispondervi tempestivamente, cioè di essere sostenibili e di generare sostenibilità. Del resto, la complessità in divenire della realtà sfugge al tentativo razionalista di scomporre i sistemi in pezzetti, nell’illusione di controllare e ridurre tutto a calcolo, ad algoritmo o ad “allocazione ottima”, come anche la scienza del Novecento ha definitivamente mostrato.

Al cuore della sostenibilità sta il cuore dell’uomo, nella sua capacità di conoscere, costruire e ordinare al bene e nella sua tensione al significato e alla totalità. Il mondo, infatti, è non-sostenibile non solo quando è maltrattato dall’uomo, ma anche, e forse di più, quando è svuotato di senso per chi lo abita. (…).

In Atlantide, n.44, 2019, pp. 14-19

 

Eurispes. Rapporto Italia 2019: Riscoprire la qualità

Eurispes – Comunicato stampa

LA REPUBBLICA DEL “NI” E L’ASCESA DELLA “QUALIPATIA”

Il Rapporto Italia 2019, giunto quest’anno alla 31a edizione, come da tradizione, ruota attorno a 6 dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi e 60 schede fenomenologiche. Vengono affrontati, quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Istituto ritiene rappresentativi, anche se non esaustivi, della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.

Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2019 sono:

Pubblico/Privato • Sovranismo/Mondialismo • Lavoro/Tecnologia • Identità/Differenza • Realtà/Rappresentazione • Sicurezza/Insicurezza

Ad arricchire il Rapporto, le indagini campionarie che, nell’edizione di quest’anno, hanno sondato alcuni dei temi tradizionalmente proposti dall’Eurispes e altri di recente interesse: la fiducia nelle Istituzioni, l’opinione sull’operato del Governo, la situazione economica delle famiglie e i consumi, il mondo del lavoro, l’euro e l’Europa, l’opinione sui temi etici, il testamento biologico e il fine vita, il gioco con vincita in denaro, il rapporto dei cittadini con la televisione pubblica, il mondo degli animali, le nuove abitudini alimentari e la sensazione  di sicurezza dei cittadini.

Nel Rapporto vengono, inoltre, affrontati attraverso le schede fenomenologiche diversi altri temi di stretta attualità come, ad esempio, il caporalato e la tratta degli esseri umani, i fenomeni migratori visti attraverso i media, lo stato del sistema delle reti museali, la capacità di innovazione del Made in Italy, il digitale nei beni museali, gli sprechi alimentari, lo sviluppo del microcredito, il riciclo creativo, i temi del lavoro, il volontariato, l’uso dei farmaci, le fake news e le ricadute sui consumi, l’economia della bellezza, e ancora, il business del calcio, i vaccini, i Big Data, l’alcolismo, il tabagismo e la sugar tax.

L’edizione 2019 ruota attorno al concetto di QUALITÀ, scelto come “parola chiave”, per sottolineare, in particolare per la sua mancanza, che ci pare di ravvisare, ciò che contraddistingue le tendenze sociali, economiche, politiche e culturali in atto nel Paese.

Secondo il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara: «Si sta affermando nella società italiana una nuova patologia, la “qualipatia”, intesa nella accezione negativa, ovvero l’avversione ed il rifiuto per tutto ciò che richiama la qualità. Una patologia che archivia l’essere e santifica l’apparire, che esalta il contenitore a discapito del contenuto, che premia l’appartenenza e mortifica la competenza».

Fara spiega che: «La separazione tra Sistema e Paese, che abbiamo descritto nel Rapporto Italia 2018, non sembra affatto superata e il Paese resta in attesa di capire che cosa intende fare il Sistema per sanare la frattura. È caduta la cultura della programmazione. Le grandi questioni che attraversano la vita del Paese sono affrontate con la superficialità e con l’improvvisazione dettate dai tempi della comunicazione. Ogni argomento, anche se di grande rilevanza, viene affidato ad uno spot, uno slogan, un tweet. Il dibattito pubblico risulta immiserito a causa del declino della cultura dell’ascolto, del rispetto dell’altro da sé e dalla mancanza di una idea di comunità e di un senso stesso dello Stato. L’appiattimento del livello dello scambio politico a quello di eloquio da bar e, di più, l’imbarbarimento producono solo volgarità fine a se stesse».

Prosegue il Presidente Fara: «Il tratto distintivo dell’Italia di questo 2019 sembra consistere nella difficoltà di affermare la propria identità, di sapere scegliere i percorsi ai quali affidare il proprio cammino, di dimostrare la capacità di decidere e di operare per poter stare ai tempi della complessità e della globalizzazione. Il nostro si potrebbe definire “Paese del Ni”, che non riesce mai ad esprimersi in maniera definitiva con un “No” o con un “Si”. Le scelte non sono mai chiare, soggette a cambiamenti o capovolgimenti. Sul piano istituzionale, mai, nella storia recente, si erano potute osservare una tale “capacità di indecisione”, una così grande confusione di ruoli e di responsabilità, una così netta separazione tra dichiarazioni, annunci e fatti».

FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI: L’APPREZZAMENTO AUMENTA. RITORNO DI FIAMMA PER GOVERNO E PARLAMENTO. RIMANE LO SCETTICISMO RISPETTO AI TRAGUARDI DA RAGGIUNGERE

Istituzioni: ritorno di fiamma. Aumentano i cittadini che esprimono fiducia, triplicano rispetto al 2017. Giudizi positivi su Mattarella, Governo, Parlamento, Magistratura e Forze dell’ordine.

Aumenta il numero dei cittadini che esprimono un aumento di fiducia nei confronti delle Istituzioni rispetto al 2018, triplica rispetto a due anni fa (20,8% contro il 13% del 2018 e il 7,7% del 2017). Parallelamente, diminuiscono gli sfiduciati dal 34,4% al 29,4%. L’apprezzamento nei confronti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si “impenna” dal 44,5% al 55,1%; in particolare, è raddoppiato il consenso da parte degli elettori del Movimento 5 Stelle (dal 30,1% al 59,4%). Cresce anche il gradimento nei confronti del Governo di oltre 15 punti rispetto all’anno scorso (36,7%). I consensi nei confronti del Parlamento arrivano al 30,8%, quelli verso la Magistratura raggiungono il 46,5%. Si conferma il sentimento di fiducia nei confronti delle Forze dell’ordine. L’Arma dei Carabinieri raccoglie l’apprezzamento di 7 italiani su 10 (70,5%; nel 2018 era il 69,4%), la Polizia del 71,5% (+4,8% rispetto al 2018), la Guardia di Finanza è pressoché stabile (68,3%; nel 2018 era il 68,5%). Trend della fiducia in crescita nei confronti della Polizia Penitenziaria (68,2%, nel 2018 era il 66,3%). Se lo scorso anno l’86,6% dei cittadini esprimeva affidamento nei confronti del Corpo dei Vigili del Fuoco, nel 2019 i fiduciosi sono arrivati all’87,3%. Sul fronte della Difesa, l’Esercito Italiano conquista due punti in più (dal 70,4% al 72,3%); stesso trend di crescita per l’Aeronautica Militare (dal 72,9% al 74,8%). Pressoché stabile la Marina Militare al 72,7%. L’Intelligence raccoglie la fiducia del 67,6% (+ 2,2% rispetto al 2018). Tra le altre Istituzioni, aumenta la fiducia per le associazioni dei consumatori (dal 51,2% al 53%), le associazioni degli imprenditori (dal 41,1% al 43,2%), i partiti, che registrano il miglior risultato dal 2009 (dal 21,6% del 2018 al 27,2%); la Scuola (dal 63,2% al 67,4%), la Protezione civile (dal 76,3% al 79,2%), l’Università (dal 69,8% al 73,5%) e il sistema sanitario (dal 61,2% al 62,3%). In calo invece la Chiesa cattolica (dal 52,6% al 49,3%) e i sindacati (40,2% al 37,9%).

Nonostante la fiducia, prevale lo scetticismo rispetto ai traguardi da raggiungere

Nell’indagine sono state poste alcune domande per capire le aspettative e il giudizio sull’operato dell’attuale Governo. I valori espressi in termini di apprezzamento per il Governo Lega-M5S non sempre concordano con il livello di fiducia nelle azioni future dell’Esecutivo. La capacità di risanare i conti pubblici convince solo il 26% dei cittadini; un terzo degli italiani (33,2%) è convinto che le politiche adottate concorreranno a rilanciare i consumi; poco più di 3 su 10 (31,5%) credono che si riuscirà a combattere la disoccupazione; il 30,8% pensa che il Governo riuscirà a dare prospettive ai giovani; il 32,9% che aumenterà la tutela dei diritti; il 29,9% è certo che questo Governo sia garanzia di unità e coesione del Paese; la capacità di tenere alta l’immagine dell’Italia nel contesto internazionale convince il 31,4% degli italiani. Solo il 28,6% è fiducioso del fatto che verranno elaborate politiche a sostegno della famiglia tali da aumentare il tasso di natalità; ancora più bassa la percentuale di chi ritiene che verrà abbassata la pressione fiscale (27,2%). Il giudizio degli italiani risulta d’altra parte più ottimista su alcuni particolari temi proposti: nel 53,3% dei casi si dicono fiduciosi sulla possibilità che il Governo sappia gestire le problematiche legate alla crisi immigrazione e nel 51% dei casi che saprà tutelare il Paese dalle minacce del terrorismo internazionale. Il sostegno del Made in Italy nel mondo sarà un fiore all’occhiello dell’Esecutivo secondo il 48,1% delle indicazioni. Le voci relative alla futura capacità di contrasto alla criminalità organizzata e quello alla microcriminalità raccolgono entrambe l’opinione positiva del 43% circa degli italiani.

Debito pubblico, immigrazione, reddito di cittadinanza e flat tax

Rispetto ad azioni già intraprese dal Governo, la scelta di aumentare il debito pubblico per finanziare maggiori spese ha diviso il campione a metà: il 51,9% contrario, il 48,1% favorevole. Il 69% è favorevole al rimpatrio di tutti gli immigrati irregolari; parallelamente, il 68,9% è d’accordo sulla necessità di contenere l’immigrazione. Il 63,4% è d’accordo sulla riforma della legge Fornero; solo il 44,6% concorda sull’istituzione del reddito di cittadinanza e meno della metà (47,2%) sull’introduzione della flat tax. Solo 1 italiano su 10 crede che lo Stato debba vendere le proprie infrastrutture; quasi 6 su 10 sono convinti, invece, che debba possederle anche se in modi differenti (59,6%): per il 28% le infrastrutture devono essere gestite in maniera diretta dallo Stato, per il 16,8%, pur conservandone la proprietà, lo Stato deve cedere la gestione a imprese private e per il 14,8% ad imprese pubbliche.

Osserva il Presidente dell’Eurispes: «Occorre che lo Stato ritorni ad essere protagonista e guida del futuro degli italiani. Lo Stato si è via via privato di una serie di poteri e di competenze senza che ciò producesse una maggiore efficienza della macchina amministrativa e un miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Danni altrettanto importanti li ha provocati la teoria del “privato è bello, il pubblico è brutto” che ci ha portato a smantellare la presenza dello Stato sul fronte economico e produttivo. Ci siamo privati degli asset strategici attraverso i quali l’Italia fu trasformata da paese agricolo e arretrato in una potenza economica ed industriale».

L’EUROPA CHE C’È E CHE NON C’È. PER 6 SU 10 L’ITALIA DEVE RIMANERE IN EUROPA. LA MAGGIORANZA (53,1%) VUOLE L’EURO

«Che la costruzione europea mostri più di qualche crepa è di fronte agli occhi di tutti. Così come è evidente che la stessa sopravvivenza dell’Europa sia strettamente legata alla sua capacità di ritornare allo spirito e ai valori indicati dai padri fondatori e a prendere atto dei cambiamenti epocali che sono intervenuti dopo Maastricht. Il sogno sembra essersi interrotto a metà e, in attesa, ci è stata propinata una Europa della burocrazia, delle lobbies, delle banche, della finanza e una moneta senza Stato, incoerente e troppo debole nella costruzione di quel modello di “economia sociale di mercato” che avrebbe dovuto qualificare quello europeo rispetto ai principali modelli di sviluppo esistenti nel mondo», sostiene il Presidente dell’Eurispes.

Italiani moderati, tra vantaggi e svantaggi, “meglio” rimanere nell’Unione

Quasi la metà dei cittadini (49,5%) rimane su una posizione equilibrata, affermando che per l’Italia far parte dell’Unione comporta vantaggi e svantaggi. Quasi uno su cinque (19,2%) pensa invece che per l’Italia far parte dell’Unione rappresenti un valore aggiunto, mentre il 13,4% crede sia uno svantaggio. Il 17,9% non ha voluto prendere una decisione. Oltre sei italiani su dieci (60,9%) ritengono che il nostro Paese debba restare in Europa (+12,1% rispetto all’indagine del 2017), solo il 14,2% vorrebbe uscirne definitivamente (-7,3% rispetto al 2017); ben un quarto non sa orientarsi (24,9%).

Uscire dall’euro? Vince il fronte del “no”

La maggioranza degli italiani vuole che l’euro continui ad essere la moneta corrente (53,1%), solo il 23,9% vorrebbe che l’Italia uscisse dalla moneta unica; molti (23,9%) non hanno saputo rispondere.

Quasi quattro intervistati su dieci (39,2%) ritengono che l’Italia debba rispettare una regola imposta dall’Europa anche se va contro gli interessi del Paese, ma, nello stesso tempo, credono che si debba impegnare affinché possa essere modificata. Il 20,5% suggerisce di non rispettare regole che ledono i nostri interessi e il 12,4% afferma che, anche se non condivisa, una regola va comunque rispettata. Il 27,9% non sa rispondere.

Il futuro: 4 su 10 pensano che l’Europa resisterà

Per quasi quattro cittadini su dieci (39,3%) l’Unione europea resisterà nonostante le difficoltà, il 19,3% è convinto che dopo la Brexit un altro paese membro uscirà dall’Unione, il 16,3% crede che l’Europa unita non sia destinata a durare; il 24,1% non si esprime.

ECONOMIA DELLE FAMIGLIE. CRESCE L’OTTIMISMO MA IL 45% È COSTRETTO AD ATTINGERE AI RISPARMI. CONSUMI, BOOM PER LA SPESA DELLE BADANTI. ACQUISTI ON LINE: OLTRE LA METÀ COMPRA SUL WEB

Secondo il Presidente Fara: «In Italia la lunga crisi ha avuto esiti diversi a causa della saldatura tra due fenomeni: nel primo caso, il disagio e la protesta hanno trovato sbocchi istituzionali che si sono evoluti dalla presenza in Parlamento sino al Governo del Paese; il secondo fenomeno è il “sommerso” che ha svolto, negli anni più duri della crisi, la funzione di un vero e proprio ammortizzatore sociale». Prosegue Fara: «Anche la odierna stentorea crescita del Pil o, peggio, la stagnazione annunciata dal Ministro Tria e segnalata con preoccupazione, non corrisponde alla realtà, ma segnala, a nostro parere, come pezzi sempre più consistenti dell’economia formale stiano progressivamente occultandosi alimentando il sommerso e dando l’idea, almeno in termini statistici ufficiali, di una crescita minore di quanto auspicato. Un fenomeno, questo, che potrà essere frenato solo attraverso un sostanzioso abbassamento della pressione fiscale, la semplificazione dei processi amministrativi, la modernizzazione del nostro obsoleto apparato burocratico, anche attraverso un veloce ricambio generazionale e, finalmente, la digitalizzazione del Paese».

Economia stabile, cresce l’ottimismo ma il 45% deve attingere ai risparmi per arrivare a fine mese

Il 41,8% dei cittadini ritiene che negli ultimi 12 mesi, la situazione economica del Paese sia rimasta stabile, con un valore superiore a quello del 2018 di quasi 3 punti (38,9%) e di quasi 20 punti rispetto al 2017 (22,2%). In parallelo, diminuiscono coloro che ravvisano un peggioramento (38,6%, -2,9% rispetto al 2018); contenuta in un 12,7% la percentuale degli ottimisti. Tuttavia, ben il 45,1% degli italiani afferma di essere costretto a utilizzare i risparmi per arrivare alla fine del mese (40,7% nel 2018) mentre un terzo non ha difficoltà (33%); il 22% riesce a risparmiare; più di 1 su 4 (27,7%) incontra difficoltà a pagare le utenze; il 21,1% a sostenere le spese mediche. Tra coloro che hanno un mutuo, quasi un terzo (32,7%) paga con fatica le rate e la metà di chi è in affitto fatica a pagare il canone. Per far fronte alle difficoltà, il 32,6% è stato costretto a ricorrere al sostegno economico della propria famiglia di origine, uno su dieci ha chiesto prestiti a privati (10,1%).

Consumi delle famiglie, boom per le spese delle badanti (+17,3%)

I consumi delle famiglie italiane rimangono mediamente stabili rispetto ai valori dello scorso anno. Secondo la rilevazione dell’Eurispes, a gennaio 2019, gli italiani hanno mantenuto le stesse abitudini per i prodotti alimentari (56,2%), gli animali domestici (58,2%), i controlli medici (52%), le automobili (51,4%), la bellezza (49,7%), l’abbigliamento (49,5%) e le pulizie domestiche (47%). Le spese si sono mantenute stabili o sono diminuite per viaggi e vacanze (in media il 43,9%), pasti fuori casa (in media il 43%), articoli tecnologici (in media il 40,6%), mobili (in media il 44,2%), attività sportive (in media il 44,6%). Per gli spettacoli il 47,4% ha speso meno, il 43,6% ha speso la stessa cifra. Un vero è proprio boom ha, invece, registrato la voce di spesa dedicata alle badanti: dal 24,9% del 2018 all’attuale 42,2% di italiani che affermano di aver speso di più per questa voce; in particolare, a spendere di più sono le persone che vivono sole (62,5%). Quasi tre italiani su dieci hanno speso somme più alte per la baby sitter (29,6%); un altro 29,3% per l’istruzione scolastica privata dei figli e il 26,6% per le attività sportive ed extra scolastiche dei figli.

Acquisti on line: oltre la metà compra sul Web. Sono più uomini che donne

Oltre la metà degli italiani acquista prodotti on line (52,9%): il 24,8% lo fa “qualche volta”, quasi 1 su 4 “spesso” (18%), 1 su 10 “abitualmente” (10,1%). A fronte di un 31,4% che non acquista mai on line e di un 15,7% che lo fa “raramente”. Gli uomini acquistano on line più spesso delle donne (57,1% contro il 48,6%). Al primo posto l’acquisto di biglietti ferroviari e aerei (75,4%), seguiti dai capi di abbigliamento (63,4%), dalle apparecchiature tecnologiche (61,6%) e da viaggi e vacanze (53,7%).

Perché no? Perché sì? Quasi la metà di chi rinuncia lo fa perché non ha dimestichezza con la tecnologia

La metà del campione rinuncia ad acquistare on line non perché sia ostile all’idea ma perché non ha dimestichezza con la tecnologia (47%). L’altra metà si divide tra chi preferisce valutare il prodotto dal vivo (18,3%), chi non si fida a inserire i riferimenti della carta di credito on line (13,5%), chi teme che il prodotto arrivi danneggiato (6,7%). In particolare, le donne più degli uomini sentono l’esigenza di valutare il prodotto dal vivo (23,9% contro l’11% degli uomini). Quasi 3 su 10 sono attratti dai prezzi vantaggiosi (27,1%), un quinto apprezza la vastità della scelta (20,4%), il 13,8% sceglie questa modalità per la rapidità e la praticità, il 38,7% per tutti questi motivi insieme.

LAVORO: DIMINUISCE IL PESSIMISMO, MA PIÙ DI 1 SU 5 COSTRETTO AL DOPPIO LAVORO E A LAVORARE SENZA CONTRATTO. PAGAMENTI MANCATI O IN RITARDO: DRAMMA PER 1 SU 5

Futuro, capacità di spesa e sicurezza: i lavoratori del 2019

Il 58,3% di quanti hanno partecipato all’indagine dell’Eurispes afferma di avere un lavoro. Più della metà del campione (54,2%) dichiara che la sua posizione lavorativa gli permette (“molto” e “abbastanza”) di fare progetti per il futuro (nel 2013 i pessimisti erano il 64%); resta comunque alta la percentuale di quanti non hanno questa sicurezza (45,8%). Il 69,5% di chi lavora non si sente nelle condizioni di dover cercare una nuova occupazione. Il 53,2% può sostenere con il proprio lavoro spese come l’acquisto di una casa, di un’automobile o l’accensione di un mutuo (contro il 46,8%). Rispetto al 2013 risulta aumentata di quasi 15 punti la quota di quanti possono permettersi determinate spese. Rispetto a 6 anni fa, aumenta di più di dieci punti percentuali la quota di quanti si sentono sicuri di garantire una stabilità alla propria famiglia grazie al proprio lavoro (dal 46,5% al 56,8%).

L’altra faccia del lavoro. Più di 1 su 5 costretto al doppio lavoro e a lavorare senza contratto

Una quota interessante del campione afferma di essersi trovata nell’ultimo anno nella condizione di svolgere un doppio lavoro (22,3%), lavorare senza contratto (21,2%) o svolgere un lavoro con qualifiche inferiori rispetto alle proprie competenze (24,2%). I più esposti i giovani tra 18 e 34 anni, che hanno lavorato senza contratto nel 58,6% dei casi per i 18-24enni e nel 34,7% per i 25-34enni.

I disagi sul lavoro. Irregolarità dei pagamenti per uno su cinque

I disagi più sentiti dai lavoratori italiani sono la mancanza di tempo da dedicare a se stessi (48,5%), i carichi troppo pesanti di lavoro (47,7%), gli spostamenti casa-lavoro (44,4%) e le difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia (41,8%). Il 38,6% lamenta l’assenza di stimoli professionali, mentre sono circa il 32% coloro i quali dichiarano di avere rapporti conflittuali con i colleghi ed il 30% con i superiori. Il 28,5% ritiene che i propri diritti siano scarsamente tutelati e circa il 27% è preoccupato dalla precarietà del contratto e dall’insicurezza del posto di lavoro; circa uno su cinque (21,1%) deve fare i conti con l’irregolarità nei pagamenti. Ritardi o mancate retribuzioni sono proprio la motivazione più frequente che ha costretto a cambiare lavoro: lo ha affermato il 14,4% dei lavoratori, a cui si aggiunge un ulteriore 14,5% che ha pensato di farlo. Ad abbandonare il posto di lavoro a causa del mobbing è stato il 7,1% dei rispondenti, a cui va aggiunto il 16,5% che ci ha pensato, ma non lo ha fatto, per un totale del 23,6%. L’assenza di un contratto è stata la spinta a lasciare il lavoro nel 12,7% dei casi. Il 40,6% dei lavoratori ha pensato di mettersi in proprio avviando un’attività autonoma: fra questi il 15% lo ha fatto con successo, il 9,7% ha avviato un’attività in proprio, ma non ha avuto successo e il 15,9% vorrebbe farlo, ma non ne ha la possibilità.

SICUREZZA/INSICUREZZA. CITTÀ INSICURE PER 4 SU 10. UNO SU DUE NON SI SENTE AL SICURO NEANCHE A CASA PROPRIA. DISAGIO SOCIALE, LA CAUSA PRINCIPALE

Città insicure per 4 italiani su 10. Due su 10 temono aggressioni fisiche

Quattro italiani su dieci (39%) ritengono di vivere in città “poco” (33,1%) o “per niente” (5,9%) sicure. Al contrario, il 47,5% crede che il luogo dove vive sia “abbastanza” (39,4%) o “molto” (,8,1%) sicuro.

Negli ultimi tre anni, la paura di subire reati è rimasta invariata per la maggior parte dei cittadini (59,1%); parallelamente, rispetto al 2017, sono diminuiti coloro che hanno più paura (dal 34% al 30%), in favore di coloro che ritengono la loro paura sia diminuita (dal 7,8% al 10,9%). Gli italiani si sentono minacciati in primo luogo dal furto in abitazione (25,4%), segue il timore di subire un’aggressione fisica (20,8%, +3,8% rispetto al 2009).

Uno su due non si sente sicuro nemmeno a casa propria. Disagio sociale e pene poco severe e immigrati: considerate le principali cause

In crescita il numero di quanti dicono di sentirsi poco o per niente sicuri di uscire da soli nella zona in cui vivono di giorno: dal 27,8% del 2017 al 44% del 2019 (+16,2%). Consistente il timore di uscire soli di notte nella zona in cui si vive, passato dal 35,3% del 2017 al 42,4% del 2019 (+7,2%). Anche restare soli in casa fa più paura che in passato: non sentirsi sicuri sono ben il 46,3% degli italiani, erano appena il 27,9% nel 2017 (+18,4%).

Le principali cause della diffusione dei fenomeni criminali sono: il disagio sociale (17,8%), le pene poco severe/le scarcerazioni facili (12,6%), l’eccessiva presenza degli immigrati (11,4%). Seguono la difficile situazione economica (10,9%), il potere delle organizzazioni criminali (9,8%), l’insufficiente presenza delle Istituzioni dello Stato (9,2%), la mancanza di lavoro (8,4%), la mancanza di una cultura della legalità (8%), le scarse risorse a disposizione delle Forze dell’ordine (7%) e l’impunità legata alla lentezza dei processi (4,9%).

Il 22,5% degli italiani crede che per risolvere il problema della criminalità bisognerebbe garantire la certezza della pena, il 18,1% che sarebbe necessario rafforzare il dispiegamento delle Forze dell’ordine, il 17,8% vede la soluzione nell’inasprimento delle pene.

Quasi un cittadino su quattro pensa che legittimare il possesso di armi serva a difendersi e in un terzo dei casi sarebbero disposti ad acquistare una

La maggior parte degli italiani (68,6%) non è d’accordo con il recente provvedimento che consente ai “tiratori sportivi” di acquistare armi semiautomatiche tipo Kalashnikov fucili Ar15, e la possibilità di denunciare via e-mail il possesso di un’arma. Al contrario, per il 31,4% si tratta di un provvedimento giusto. Per il 39,7% dei cittadini la legittimazione del possesso di armi da fuoco è un pericolo perché le armi possono finire nelle mani sbagliate; tuttavia, per uno su quattro (24,2%) offre la possibilità a chiunque di difendersi dai malintenzionati e per il 22,3% è un diritto da riservare solo a categorie particolarmente esposte a rischi. Gli italiani rispondono nel 67,2% dei casi che non acquisterebbero un’arma per autodifesa mentre il 32,8% la comprerebbe.

MOLESTIE SESSUALI E STALKING. Il 14,5% DELLE MOLESTIE AVVIENE SUI LUOGHI DI LAVORO. 3 SU 10 HANNO SUBITO MOLESTIE FISICHE. IN UN QUARTO DEI CASI DI STALKING, IL PERSECUTORE È L’EX

L’“uomo nero” è negli ambienti di lavoro

Il 14,8% degli italiani, nel corso della vita, è rimasto vittima di molestie di natura sessuale. In un caso su quattro, hanno fatto questa esperienza i più giovani 18-24enni, nel 16,4% dei casi sono rimaste vittima persone tra i 35 e i 44 anni, il 15,7% ha riguardato la fascia d’età 45-64enni, uguale percentuale del 12% ha interessato la fascia over 65 e i 25-34enni. Le donne sono bersaglio privilegiato in un rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini: oltre 2 donne su 10 (22%) hanno fatto queste esperienze rispetto al 7,4% degli uomini. Nel 35,4% dei casi, il pericolo si insinua negli ambienti di lavoro: il 16,8% è stato molestato da un collega, il 10,8% è stato oggetto di attenzione da parte di un superiore, nel 7,8% dei casi il molestatore era il datore di lavoro. Il semplice conoscente viene indicato come l’autore della molestia nel 18,6% dei casi, il 14,4% ha indicato persone sconosciute; mentre in oltre un caso su 10 (11,4%) è stato un parente a rivolgere premure sgradite e nel 10,2% dei casi si è trattato del vicino di casa.

Quasi 3 su 10 hanno subito molestie fisiche

La molestia sessuale più diffusa è di tipo verbale ed è costituita da battute o allusioni insistenti (79%); il 57,5% dichiara di aver ricevuto proposte sessuali esplicite; in questo caso sono le donne a subire in misura nettamente maggiore degli uomini (60,8% contro il 47,6%). Un quarto degli intervistati (24,6%) è stato vittima di molestie fisiche; il 24% ha ricevuto foto e/o video a sfondo sessuale; il 15,6% ha subito ricatti sessuali mentre quasi 1 su 10 (9%) ha patito vere e proprie aggressioni fisiche.

Nel 27,8% dei casi, la vittima ha preso di petto la situazione (27,8%); il 17,9%, invece, ha preferito far finta di nulla, il 17% ha chiesto aiuto al proprio partner, amici o parenti, il 14,8% ha deciso di evitare di frequentare il luogo dove vedeva il molestatore, il12,6% ha denunciato.

Stalking, fenomeno in crescita. In un quarto dei casi il persecutore è l’ex

Il 13,8% dei cittadini è stato vittima di stalking, l’81% non ha mai subito questo reato, il 4,4% non ha voluto rispondere. Dopo una diminuzione del fenomeno negli anni 2013-2015, se si guarda la serie storica dal 2013, nel 2019 si raggiunge il valore più alto. Circa un giovane su quattro tra i 28 e i 24 anni (21%) dichiara di aver subito atti di stalking, con un risultato superiore alla media di ben 7,2 punti percentuali. Le donne sono più spesso vittime degli uomini (15,8% contro l’11,7%). Tuttavia, il fenomeno è aumentato anche tra gli uomini negli ultimi tre anni. Le vittime indicano come stalker al primo posto l’ex partner (24,8%; era il 37,1% nel 2017); il 21,8% indica un conoscente, il 9,7% un/una collega, il 4,9% un parente.

TELEVISIONE PUBBLICA. MAMMA RAI A CACCIA DI ASCOLTI. 3 ITALIANI SU 4 SONO CONTRO LA PUBBLICITÀ SULL’EMITTENZA PUBBLICA

Mamma Rai promossa su pluralismo, ma come le Tv private insegue soprattutto gli ascolti (70,6%)

Per gli italiani, la Rai garantisce il pluralismo, inteso come l’espressione delle diverse opinioni (53,7%) e fornisce un’informazione completa e imparziale (52%). D’altra parte, ad essere convinti che la Rai garantisca la qualità dei programmi sono solo il 45,7% dei cittadini. Allo stesso modo, poco più di quattro su dieci credono che favorisca la crescita civile e culturale del Paese (43,4%).

La Rai, come le Tv private, insegue soprattutto gli ascolti: la pensano così sette cittadini su dieci (70,6%). Il campione si divide a metà rispetto ad altre affermazioni: il 51% crede che la Rai valorizzi, più delle altre reti, condotte ed esempi positivi; il 50,9% la considera più noiosa, il 50% meno creativa e coraggiosa nei contenuti; per il 49,6% rivolge più attenzione alla qualità dei programmi. D’altra parte, il 45,8% definisce la Rai più faziosa dei canali commerciali e solo il 40,3% valuta l’informazione offerta più obiettiva rispetto a quella privata.

Pubblicità in Rai: sono contro il 76,5% dei cittadini

In considerazione del fatto che i cittadini pagano il canone per il servizio della Rai, è giusto che sui canali pubblici venga trasmessa la pubblicità? A questa domanda solo il 23,5% degli italiani dà un parere positivo, ben il 76,5% invece non ritiene giusta la presenza di pubblicità nella Tv pubblica.

Nel quadro del dibattito politico e culturale sul servizio pubblico radiotelevisivo in Italia, è stata avanzata l’ipotesi di destinare le risorse pubbliche oggi assegnate alla Rai, a più aziende in concorrenza tra loro, con l’obiettivo di svolgere servizio pubblico. Su questo tema l’opinione pubblica si divide, in equilibrio quasi perfetto, in tre: poco più di un terzo (34,3%) si dice a favore dell’ipotesi, un altro terzo (33%) si dichiara contrario, mentre quasi un terzo (32,7%) non si sente in grado di pronunciarsi.

L’ITALIA SEMPRE PIÙ IN GIOCO. 3 ITALIANI SU 10 SPENDONO DENARO PER GIOCARE. Di QUESTI, LA METÀ SPERA DI “SVOLTARE” LA VITA CON UNA VINCITA

Tre italiani su 10 giocano. Il Gratta e Vinci è il più amato, 1 su 4 ha chiesto un prestito per giocare

Quasi 3 italiani 10 partecipano a giochi con vincita in denaro (28,2%), il 71,8% dichiara di non farlo mai. In particolare, il 18,3% gioca solo dal vivo, il 2% solo on line, il 7,9% in tutti e due i modi. Nel complesso, circa 1 italiano su 10 gioca on line. Il Gratta e Vinci è il gioco più amato (l’85%), seguito dal Lotto e SuperEnalotto (77,4%), lotterie (62,4%), scommesse sportive (52,7%).

La speranza di una grossa vincita è la motivazione che più spesso induce a giocare (27,9%), seguita dalla ricerca di denaro facile (22%) e solo successivamente dal divertimento (21,1%; nel 2009 erano il 27,4%). L’8,2% gioca per occupare il tempo libero, il 5,5% per il brivido del gioco, il 4,7% per tradizione familiare, stessa percentuale dice di volere mettere alla prova la sua abilità, il 3,3% spera di vincere una cifra consistente da donare a chi ne ha bisogno. Quattro giocatori su 10 confessano di sentire almeno qualche volta, di giocare troppo e spendere troppi soldi. Uno su 4 ha chiesto denaro in prestito per giocare.

Pubblicità “di Stato”: prevalgono i contrari

Secondo il 35,4% degli italiani non è giusto che lo Stato promuova il gioco lecito e responsabile mentre il 26,9% è dell’opinione opposta e il 22,5% non sa valutare. In particolare, il 30,6% del campione (giocatori e non giocatori) è contrario perché ritiene che anche il gioco lecito crei dipendenza, il 14,8% perché anche con il gioco lecito si possono perdere grosse somme; mentre il 16,6% è favorevole perché è un buon modo per scoraggiare il gioco illegale e il 10,3% perché in questo modo i giocatori sono più tutelati. Oltre 1 cittadino su 4, non necessariamente giocatore, conosce circuiti di gioco illegale.

I TEMI ETICI. ADOZIONE PER GLI OMOSESSUALI, FAVOREVOLI 4 SU 10. 3 ITALIANI SU 4 SONO PRO-EUTANASIA. AUMENTANO DEL 10% I FAVOREVOLI A RENDERE LEGALI LE DROGHE LEGGERE

Il 65% è favorevole ai diritti delle coppie di fatto. Per 3 su 10 le coppie omosessuali dovrebbero poter adottare bimbi. Il 65,1% degli italiani è favorevole alla tutela giuridica delle coppie di fatto, indipendentemente dal sesso, con un risultato in leggera flessione rispetto al 2016 (-2,5%); il dato appare invece in leggera ripresa rispetto al 2015, quando i favorevoli erano il 64,4%, ma è fortemente diminuito rispetto agli anni 2013 e 2014 (rispettivamente 77,2% e 78,6% di opinioni favorevoli).

l 31,1% dei cittadini si dice favorevole all’adozione di bimbi anche per le coppie omosessuali, a fronte del 68,9% dei contrari. Negli anni si è registrato un modesto, ma costante incremento delle persone aperte ad una eventualità del genere: dal 27,8% del 2015 al 29% del 2016, fino al dato di oggi.

Poco più della metà dei cittadini, il 50,9% si dice a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, una percentuale che nel 2016 arrivava al 47,8%.

Eutanasia, sì deciso. Suicidio assistito, favorevoli 4 su 10

L’orientamento espresso sull’eutanasia è in larga maggioranza positivo: il 73,4% del campione si dichiara infatti favorevole, un dato in forte ascesa rispetto agli anni passati, quando il 55,2% (2015) e il 59,9% (2016) degli italiani esprimevano la medesima opinione. Ma gli italiani precisano che vi si dovrebbe ricorrere solo in caso di coma irreversibile (77,5%) o di estrema sofferenza fisica (64,6%). Rispetto alla possibilità di ricorrere al suicidio assistito e quindi di avvalersi dell’ausilio di un medico per porre fine alla propria vita, gli italiani esprimono un atteggiamento in maggioranza di opposizione: è contrario il 60,6% (erano il 70% nel 2016). D’altra parte, la quota di chi si dichiara a favore aumenta rispetto al 2016 di circa il 10% (dal 29,9% all’attuale 39,4%).

Sul tema dell’interruzione delle cure che tengono in vita un paziente in coma irreversibile, il 35,4% degli italiani ritiene che sia un atto di clemenza che risparmia inutili sofferenze, mentre il 32,7% ritiene sia una scelta accettabile solo se rispecchia la volontà del paziente. Il 10,2% del campione è radicalizzato su posizioni decisamente più conservatrici e ritiene che non sia accettabile, perché contrasta con la tutela della vita umana, mentre l’8,9% ritiene che equivalga ad un omicidio.

Testamento biologico accolto positivamente dal 67,9% dei cittadini

L’opinione positiva sul testamento biologico vede un decremento dei favorevoli di quasi quattro punti percentuali, passando dal 71,6% del 2016 al 67,9% del 2019, e si attesta su valori vicini, anche se leggermente inferiori, a quelli del 2015 (67,5%).

Legalizzazione delle droghe leggere: aumentano i favorevoli (+10,9%).Legalizzazione della prostituzione: il fronte dei sostenitori crolla di 19 punti

Il 43,9% degli italiani si è detto favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere (hashish e marijuana), una posizione di netta apertura rispetto al più modesto 33% delle risposte affermative del 2015.

Il 46,5% dei cittadini si è detto a favore della legalizzazione della prostituzione, dato che evidenzia una flessione di 11 punti percentuali rispetto al 2016, quando il campione si era espresso favorevolmente nel 57,7% dei casi e di ben 19 punti percentuali rispetto al 2015 (65,5%).

ALIMENTAZIONE. VEGETARIANI GIÙ, VEGANI SÙ. BOOM DEI PRODOTTI “SPECIALI”

Vegetariani e vegani stabili al 7,3%. Ma il 4,9% è stato vegetariano e ha deciso di abbandonare

Il 5,4% degli italiani è vegetariano, in calo rispetto al 2018 dello 0,8%; il 4,9% ha sperimentato e poi abbandonato tale stile alimentare. Mentre l’1,9% è vegano (+1% rispetto al 2018). Nel complesso, vegetariani e vegani rappresentano il 7,3% del campione, confermando un dato pressoché stabile rilevato negli ultimi sei anni (+0,2% rispetto al 2018, -0,3% rispetto al 2017, -0,7% rispetto al 2016, +1,4% rispetto al 2015, +0,2% rispetto al 2014). Per un quarto di coloro che hanno scelto una dieta vegetariana o vegana (25,1%), essa rappresenta uno stile di vita; 3 su 10 ritengono abbia benefici sulla salute. Eppure, il 32,1% di chi ha sperimentato e poi abbandonato, lo ha fatto per avere un’alimentazione più completa; il 35,7%, invece, ha sofferto troppe rinunce.

Boom dei prodotti “speciali”, anche senza avere intolleranze. Antibiotici “fai da te”: quattro su dieci se li auto prescrivono

Un italiano su quattro (19,3%) compra prodotti senza glutine, tuttavia, solo al 6,4% è stata diagnosticata una intolleranza, mentre il 12,9% li assume senza essere intollerante. Il 18,6% compra prodotti senza lievito: il 4,6% è stato effettivamente riconosciuto intollerante, a differenza del 14% che ammette di non esserlo. Un quarto dei consumatori (26%) acquista prodotti senza lattosio, ma solo l’8,5% lo fa per una diagnosi di intolleranza. Il dato più allarmante riguarda l’assunzione di antibiotici: quasi 4 italiani su 10 ammettono di prenderli senza prescrizione medica “qualche volta” (33%) e “spesso” (4,8%). Anche in questo caso, sono più numerose le donne (“spesso” il 6,7% contro il 2,8% degli uomini, “qualche volta” il 34% contro il 32,1%).

AMICI ANIMALI: ITALIA SEMPRE PIÙ FRIENDLY. AUMENTANO LE FAMIGLIE CHE ACCOLGONO PIÙ DI UN PET CONSIDERATI COME AMICI O ADDIRITTURA FIGLI

Un terzo degli italiani ha almeno un animale in casa. Raddoppia il numero di chi investe tra i 51 e i 100 euro

Un terzo degli italiani accoglie almeno un animale domestico (33,6%) con un incremento dell’1,1% rispetto al 2018 (32,4%). Ma in particolare, crescono le famiglie che accolgono due, tre o più animali: rispettivamente 8,1% (7,1% nel 2018), 4,7% (contro il 3,7%), 3,8% (nel 2018 era il 2,3%). Nella maggior parte dei casi, si tratta di cani (40,6%) e gatti (30,3%). Seguono uccelli (6,7%), pesci (4,9%), tartarughe (4,3%), e poi conigli (2,5%) criceti (2%). Gli animali esotici si attestano al 2%, prima del cavallo (1,3%), dei rettili (1,1%) e dell’asino (0,4%). La spesa media dedicata alla cura degli animali è cresciuta negli ultimi anni: in particolare, raddoppiano rispetto al 2017, coloro che investono tra i 51 e i 100 euro (33,2% a fronte del 31,4% del 2018 e del 15,4% del 2017). Aumentano anche coloro che spendono tra i 101 e i 200 euro (14,5% rispetto all’8,1% del 2018, al 4,5% del 2017). La spesa da 201 a 300 euro riguarda il 3,7% del campione (+1,5% rispetto al 2018, nel 2017 nessuno spendeva questa cifra.

Il 76,8% degli italiani considera i propri animali membri effettivi della famiglia. Sei su 10 li ritengono i loro migliori amici (60%), quasi un terzo veri e propri figli (32,9%). Soltanto il 20,5% considera un impegno gravoso tenere in casa un animale

I possessori di animali possono però incontrare problemi quando frequentano ristoranti, alberghi, negozi e spiagge: 4 su 10 ha avuto “abbastanza” e “molte” difficoltà quando si è dovuto interfacciare con queste strutture. D’altra parte, un terzo del campione (33,7%) nei propri spostamenti sceglie solo alberghi e strutture che accettano animali. Il 37,1% porta sempre il proprio amico pet in vacanza con sé; solo 3 su 10 (29,5%) lo lasciano in pensioni per animali.

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L’eredità di don Bosco per combattere il degrado nelle grandi città

Federico Taddia

 «Passa, passa la palla». Se ci fosse una top ten delle frasi più urlate in un oratorio, probabilmente al primo posto in classifica ci sarebbe proprio questa. Con l’immancabile corollario di sudore e polvere, ginocchia sbucciate e risate, imprecazioni ed esultanze a braccia alzate. E anche l’istantanea fotografica, nelle sue mille sfumature, l’abbiamo ben impressa: un campetto, due porte, una rete da pallavolo, un paio di canestri, gruppetti di bambini e adolescenti. C’è chi gioca, chi chiacchiera, chi smanetta allo smartphone, chi – semplicemente – fa passare il tempo. In un luogo che, comunque, sente suo. In un luogo in cui si sente a casa. In un angolo – di paese, di quartiere, di città – a sua misura. Ancorato nel territorio, aperto a chi quel territorio lo vive. «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene». Lo ripeteva spesso Don Bosco, il santo del gioco e dell’allegria di cui oggi si celebra l’anniversario e che nell’oratorio aveva visto non solo una via di catechesi atipica – quasi informale – bensì un’opportunità di riscatto, sociale e individuale. Un riscatto che passava dalle relazioni e dalla contaminazione. La potenza della relazione e il valore della contaminazione, non solo teorizzati ma maturati – sperimentati – con il fare; creando connessioni, creando ambiti di incontro, in cui allenarsi alle regole della vita con il gioco, l’allegria e la grammatica più consona alle nuove generazioni. E’ questa l’eredità laica più lucida e significativa lasciata da Don Bosco. E la visione dell’oratorio come «area protetta» all’interno di un contesto urbano, in cui trovare coetanei, un cortile, delle attrezzature, degli stimoli, delle idee – e anche delle regole condivise – è oggi più che mai urgente e attuale. Ai nostri figli – spesso figli unici – abbiamo tolto i cortili in cui giocare, le strade in cui fare gruppo, i tempi del gioco libero. Dettando la socializzazione ai ritmi della scuola, dei corsi pomeridiani, dell’allenamento. E spaventati da tutto preferiamo saperli giocare a Fortnite davanti a un display, piuttosto che a giocare «non so bene con chi e non so bene dove» sotto casa. Quasi come se la loro fosse una quotidianità fatta a scatole, in cui entrare e da cui uscire frettolosamente, e dove – preferibilmente – trovare solo chi assomiglia, chi ha gli stessi gusti, chi la pensa come me. Don Bosco ha cercato di rompere queste scatole. E hanno tentato di farlo in questo secolo e mezzo gli oratori, ma pure esperienze simili come quella – straordinaria – dei ricreatori pubblici di Trieste o dei tanti centri giovanili che negli scorsi decenni sono sorti più o meno timidamente in giro per il Paese. Creare relazioni vere e rendere naturale – non occasionale, non forzata – la contaminazione, l’integrazione con l’altro. Chiunque esso sia: un vicino di casa con cui non ho mai scambiato una parola, un compagno di classe preveniente da un’altra nazionalità. Nel ripensare le città, nel renderle più smart e sostenibili, l’intuizione sociale di Don Bosco va ripresa, attualizzata e rilanciata: servono spazi, spazi vivi, in cui sentirsi bene. In cui sentirsi accolti. Spazi aperti, incubatori di aggregazione, centri su cui mettere soldi e risorse per farli diventare attrattivi. «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene» significa investire sulla fiducia. Sul sogno. Sulla possibilità. Sul creare comunità. Perché non basta avere la palla. Serve anche un campetto. E – soprattutto – qualcuno a cui passarla.

in “La Stampa” del 31 gennaio 2019

Educazione. Il sesso e il cuore. Come spiegarli ai ragazzi?

Luciano Moia

La riflessione di papa Francesco sull’educazione sessuale, che riportiamo pressoché integralmente qui a fianco, non ha bisogno di esegesi. Sull’aereo di ritorno dalla Gmg di Panama, rispondendo alle domande dei giornalisti, il Papa ha sintetizzato in poche espressioni ciò che si dovrebbe fare in tema di educazione all’affettività e alla sessualità. Si tratta di un aspetto educativo che non può essere trascurato. Dovrebbero essere i genitori ad affrontare l’argomento ma il supporto della scuola non può essere evitato. Anzi è necessario. Anche perché, spiega Francesco, spesso mamme e papà non dispongono di strumenti culturali adeguati. Spesso sono confusi da un clima culturale che oscilla pericolosamente tra permissivismo e rigore. Spesso non sanno come colmare il divario tra ciò che si sentirebbero di dire e ciò che i ragazzi respirano nella società. E, per evitare errori, finiscono per scegliere due strade ugualmente deleterie: il silenzio o l’adeguamento ai modelli dominanti. Così l’invito più importante del Papa – l’attenzione di presentare la bellezza della sessualità per quello che realmente è, senza sovrastrutture ideologiche – finisce per essere doppiamente disatteso. Si tratta forse del punto più complesso e più impegnativo. Sesso e sessualità, genere e generazione, relazioni e affetti sono un ambito in cui il confine tra natura e cultura si è fatto sempre più incerto e la stessa antropologia cattolica riflette da tempo sulla necessità di proporre modelli positivi, senza rifugiarsi nell’elenco dei divieti e dei permessi. I primi ampiamente disattesi, i secondi quasi pleonastici. Ormai da un paio d’anni, dopo la lunga stagione degli allarmi sulla cultura gender – in parte giustificati e necessari, in parte fraintesi e strumentalizzati – l’associazionismo familiare ha concordato sull’obiettivo di superare la sindrome della cittadella assediata per passare alla fase della proposta condivisa nel rispetto reciproco. È nato un coordinamento che ha messo insieme le proposte più significative, sono stati organizzati incontri e convegni. Tra tante iniziative ne sono state scelte una quindicina e ora – anche alla luce delle parole del Papa – si pensa di arrivare a un ‘catalogo’ per permettere a famiglie e scuole di attingere ad un patrimonio educativo che rimane importante, anche se forse un po’ in ombra. «Molti di quei progetti rimangono in un ambito locale, alcuni appaiono un po’ datati per concetti e modalità espressive ma – osserva Maria Grazia Colombo, vicepresidente del Forum e responsabile del settore scuola – è stato fatto un lavoro importante che va valorizzato e ripreso. È arrivato il momento di mettere in luce i progetti educativi più importanti proprio nella logica indicata dal Papa. Non sono solo le scuole a doversi muovere, ma anche parrocchie, oratori, tutti quei luoghi cioè frequentati dai ragazzi. Il Forum delle associazioni familiari è pronto. Non possiamo più indugiare».

«Io penso che nelle scuole bisogna fare educazione sessuale. Il sesso è un dono di Dio, non è un mostro, è il dono di Dio per amare. Che qualcuno lo usi per fare soldi, per sfruttare gli altri, è un problema diverso. Bisogna offrire un’educazione sessuale oggettiva, come è, senza colonizzazioni ideologiche. Perché se nelle scuole si dà un’educazione sessuale imbevuta di colonizzazioni ideologiche, distruggi la persona. Il sesso come dono di Dio deve essere educato, non con rigidezza, educare viene da ‘e-ducere’, trarre il meglio dalla persona e accompagnarla nel cammino. Il problema è nei responsabili dell’educazione, sia a livello nazionale che locale o di ogni unità scolastica: che maestri si trovano per questo, che libri di testo… Io ne ho viste di tutti i colori… Bisogna avere l’educazione sessuale per i bambini. L’ideale è che comincino a casa, con i genitori. Non sempre è possibile, per tante situazioni della famiglia, o perché non sanno come farlo. La scuola supplisce a questo, e deve farlo, altrimenti resta un vuoto che viene riempito da qualsiasi ideologia». Papa Francesco

in “Avvenire” del 31 gennaio 2019

Politics and power. Beware of the populism of the leader and of the masses”

Vincenzo Buonomo, intervistato da Alberto Baviera

“In a post-globalised world populism can be regarded as a negative reflection of globalization.” Vincenzo Buonomo, Dean of the Pontifical Lateran University, thus explains the causes of a phenomenon that has been revived not only in narrative forms but also in the reality of political life, and which is gaining momentum at global level. Vincenzo Buonomo, jurist, with a deep experience in the field of international relations, notably within United Nations organizations and bodies, is the first lay person appointed at the helm of the Pontifical Lateran University.

Professor, what world is a world that sees the resurgence of populism?
We are living in a globalized world. This is true for the economy, for example. Let it suffice to mention the political or geopolitical fragmentation of nation-States. This fragmentation is precisely where localism and its degenerations – populism or sovereignism, or whatever else we may want to call it – find fertile grounds in terms of clawing back something that certain forms of globalization had stripped us of.

This reaction, that some deem necessary and due after we realized that all the dreams linked to globalization ultimately turned out to be instruments for exclusion.
In fact, by wanting to bring everyone together globalization ultimately led to exclusion. Those lacking the necessary criteria enabling inclusion in the global process were left out. I see this message clearly expressed by Pope Francis in Evangelii gaudium: exclusion is the result of the inability to participate, but not because of a lack of will.

How can this situation be resolved?
On the one side there may be a resort to localism and on the other localism may prompt the emergence of a leader.

Is this the result of a feeling of confusionDoes disorientation pave the way to the belief in a leader  or – according to the words of Pope Francis – to a new “messiah”? It’s a question that deserves in-depth reflection because I don’t think that it will be resolved in the short term.

Does it pose a risk to democracy?
Are we capable of sharing a common vision of democracy beyond sovereignism and populism? It would suffice to make a tour at global level to realize that democracy is expressed in the form of participatory democracy, consensual democracy, electoral democracy…
In 1989, with the fall of Berlin Wall, it was believed that bringing democracy into those countries would naturally correspond to free elections. Yet we came to realize that this did not happen, but we had realized it immediately. The same goes for the claim that democracy is an exportable value: in which contexts? We realized all this in 2004 with the destabilization of the Middle East.

Do populist drives pose a threat to democracy or are they an aspect of democracy?
More than a degeneration of democracy we should interpret them as a phase of our history that must therefore be viewed through the lenses of that “healthy realism”, defined by the Pope. These are facts.
The difficulties we often encounter when seeking to interpret this phenomenon are due to the attempt of linking it to past events. I think that this approach makes us waste precious time that should be employed to cope with these problems. We are also unable to provide real-time responses that are needed today, since globalization has accustomed us to zero time, real time, or rather, to no time at all.What are the repercussions in real life?
For example, we are fully aware of the conditions of poverty, we are informed on global situations of development and under-development or on the environment in real time. The problem is that we don’t take action on any of these issues, sometimes out of lack of will or interest, other times because we are somewhat excluded from decision-making processes.

This approach also involves the migratory phenomenon…
As regards the question of migration, as compared to the two/three-year efforts brought to completion in Marrakech a month ago, the problem is not who participated and who did not. Let us view this question in different terms: I compare Marrakech to a person who goes to the doctor. The doctor diagnoses the diseases and gives the patient a prescription saying, “this is your treatment plan.” The doctor does not force the patient, all he does is to suggest the treatment to cure the disease. But the patient is free to decide to follow or not follow the treatment plan. The same applies to Marrakech, where the Global compact has adopted two non-binding agreements. It’s a prescription, developed with the contribution of many actors, with – notwithstanding its limits –recommendations to address the migratory phenomenon. Some have decided not to follow the doctor’s instructions. The disease could disappear for many different reasons, but it could also grow worse. This leads to the problem of facing the situation as it stands now, understood not in terms of time but of space.

In this scenario,  is it possible to find the right balance between citizens and power, between the people and the elite groups?
Finding balance is always a challenge, for a very simple reason: balancing reason between individuals and power holders is impossible most of the time owing to their different condition. Those who exert power do so in the name of the people as a whole or just to the benefit of a few? This question is raised in the area of human rights. In this respect an interpretation of the Universal Declaration was proposed that takes into accounts the developments occurred after 1948, yet avoiding the question: are rights the interest of all or of a few? The same situation exists in the relationship between individuals and power holders, or, stated in olden terms, between subjects and rulers. In a political system that revolves around the idea that power corresponds to service we will have a balance, and this will naturally have positive effects. But a system that is unbalanced for many different reasons – for example, an unbalanced system could characterise a given Country in a specific moment in time, even though that balance is enshrined in its Constitution – we will clearly see an unbalanced relationship between individuals/citizens and power holders, to the benefit of the latter.

This phenomenon is gaining momentum worldwide…
To a certain extent it involves every Country. Because the same recipe is used for every issue – be it the environment, migration, human rights …. – since these are problems with repercussions on all those involved. Yet nobody takes action, even though they could.The relationship between power holders and citizens hinges on this loss of connection. If power holders grow stronger this will result in the populism of the leader, but if citizens are those who grow stronger we will be faced with a populism of a different nature: the populism of the masses.

in SIR, 31 gennaio 2919

Con alternanza scuola-lavoro 40% in più di possibilità di trovare lavoro

L’alternanza scuola-lavoro e gli stage, svolti durante gli studi o nel periodo successivo al diploma, esercitano un effetto positivo in termini occupazionali: chi ha svolto questo tipo di esperienza, rispetto a chi non lo ha fatto, ha il 40,6% in più di probabilità di lavorare; la probabilità è pari al 70,9% in più se si considerano le esperienze di stage svolte in azienda dopo il conseguimento del diploma. È quanto riporta il Rapporto 2019 sulla Condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria di secondo grado, realizzato da AlmaDiploma e dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea e presentato oggi a Firenze. La stragrande maggioranza dei diplomati, il 66,8%, prosegue la propria formazione ed è iscritto ad un corso di laurea (il 51,1% ha optato esclusivamente per lo studio).

A un anno dal conseguimento del titolo di scuola superiore , escludendo quanti sono impegnati in attività formative retribuite, risulta occupato il 35,5% dei diplomati del 2017: il 19,8% ha preferito inserirsi direttamente nel mercato del lavoro e il 15,7% ha scelto di frequentare l’università lavorando. La percentuale di occupati è più elevata per diplomati professionali (52%) e tecnici (43,8%), mentre tocca il minimo tra i liceali (26,8%).

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A tre anni dal titolo è occupato il 45% dei diplomati: il 24,6% è dedito esclusivamente al lavoro, mentre il 20,4% è impegnato sia nello studio che nel lavoro. Tra i diplomati del 2015, la quota di occupati è più elevata della media per i diplomati professionali (67%) e tecnici (57,4%), mentre tocca il minimo tra i liceali (34,6%).
I diplomati che lavorano a tempo pieno (senza essere contemporaneamente impegnati nello studio universitario) guadagnano in media, a un anno dal diploma, 1.114 euro mensili netti. A tre anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta dei diplomati è pari in media a 1.216 euro.

in Il Sole 24 ore, 31 gennaio 2019

Scelte formative e condizione occupazionale dei Diplomati. Rapporto AlmaDiploma 2019

Comunicato stampa AlmaDiploma 2019

Il 66,8% si iscrive all’università e opta per un percorso di studi economico-sociale. A un anno dal diploma il 35,5% lavora, in particolare chi è uscito dagli istituti professionali. Chi ha svolto attività di Alternanza scuola-lavoro e stage durante gli studi, ha il 40,6% in più di probabilità di lavorare una volta terminati gli studi.

Il Rapporto 2019 sulla Condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria di secondo grado, realizzato da AlmaDiploma e dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, fotografa le scelte compiute dai diplomati alla conclusione della scuola secondaria di secondo grado in termini di performance universitarie e lavorative nell’immediato (a un anno) e in un più lungo periodo (a tre anni). L’INDAGINE:

I NUMERI Il Rapporto, che ha riguardato quasi 85 mila diplomati del 2017 e del 2015, nello specifico, ha coinvolto oltre 47 mila diplomati del 2017, contattati a un anno dal diploma, e 37 mila diplomati del 2015, contattati a tre anni.

VALUTAZIONE DELL’ESPERIENZA SCOLASTICA: A UN ANNO CRESCE LA QUOTA DEGLI STUDENTI CHE CONFERMANO LA LORO SCELTA. La scelta del percorso di scuola secondaria di secondo grado avviene in un momento molto delicato della vita dello studente che raramente ha raggiunto la maturità necessaria per compiere una scelta pienamente consapevole. La famiglia e gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado esercitano dunque un ruolo di fondamentale importanza nella scelta del percorso da compiere. È probabilmente per tali ragioni che alla vigilia della conclusione degli studi il 56,0% dei diplomati del 2017 dichiara che, potendo tornare indietro, sceglierebbe lo stesso corso nella stessa scuola, mentre il restante 43,9% compierebbe una scelta diversa: il 23,7% dei diplomati cambierebbe sia scuola sia indirizzo, l’11,6% ripeterebbe il corso ma in un’altra scuola, l’8,6% sceglierebbe un diverso indirizzo nella stessa scuola.

A un anno dal diploma il quadro si modifica leggermente: la quota di intervistati che replicherebbe esattamente il percorso scolastico compiuto sale al 58,6% degli intervistati. Scende pertanto al 41,3% la percentuale di chi varierebbe, anche se solo parzialmente, la propria scelta: in particolare, il 25,9% dei diplomati cambierebbe sia scuola sia indirizzo, l’8,7% ripeterebbe il medesimo corso ma in un’altra scuola, mentre il 6,7% sceglierebbe un diverso indirizzo/corso nella stessa scuola. I diplomati meno convinti della scelta compiuta a 14 anni risultano quelli degli istituti professionali; tra questi, inoltre, nel corso del primo anno successivo al conseguimento del titolo, si acuisce il malcontento rispetto alla scelta compiuta. I diplomati tecnici e ancora di più i liceali, risultano invece essere tendenzialmente i più appagati dalla scelta compiuta: questo è vero al momento del conseguimento diploma ma, ancor di più, dopo un anno.

A un anno dal diploma, il 66,8% dei diplomati prosegue la propria formazione ed è iscritto ad un corso di laurea (il 51,1% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,7% frequenta l’università lavorando); il 19,8% ha preferito inserirsi direttamente nel mercato del lavoro. La restante quota, infine, si divide tra chi è alla ricerca attiva di un impiego (8,3%) e chi invece, per motivi vari (tra cui formazione non universitaria, motivi personali o l’attesa di chiamata per un lavoro già trovato), non cerca un lavoro (5,1%). A tre anni dal diploma aumenta la quota di occupati: è dedito esclusivamente al lavoro il 24,6% dei diplomati, è impegnato contemporaneamente nello studio e nel lavoro il 20,4% dei diplomati, mentre si dedica esclusivamente agli studi il 46,6% degli intervistati. Limitata dunque la restante parte: il 5,3% è alla ricerca attiva di un impiego, mentre il 3,4% non cerca un lavoro.

Studio o lavoro: le motivazioni della scelta

Tra chi prosegue gli studi con l’iscrizione all’università, la motivazione principale è di natura lavorativa (68,2%): il 45,0% dei diplomati intende infatti migliorare le opportunità di trovare lavoro, il 22,1% ritiene che la laurea sia necessaria per trovare lavoro e l’1,1% dichiara di essersi iscritto non avendo trovato alcun impiego. Il 30,2% è spinto invece dal desiderio di potenziare la propria formazione culturale. La tendenza è confermata all’interno di tutti i tipi di diploma. In particolare, il 49,5% dei tecnici dichiara di essersi iscritto per migliorare le possibilità di trovare lavoro; è il 43,7% per i liceali e 37,1% per i professionali. Per i liceali, più di altri, l’iscrizione all’università viene vissuta come una necessità per accedere al mercato del lavoro (26,2%; è pari al 12,2% per i tecnici e 15,9% per i professionali). Infine, la prosecuzione degli studi è dettata dal desiderio di migliorare la propria formazione per il 41,4% dei professionali, rispetto al 28,1% dei liceali e al 34,1% dei tecnici. Fra i diplomati che hanno invece terminato con il diploma la propria formazione, il 29,3% indica, come motivo principale della non prosecuzione, la difficoltà di conciliare studio e lavoro. Il 24,8% dichiara invece di non essere interessato a proseguire ulteriormente la formazione, mentre il 13,0% è interessato ad altra formazione. Infine, il 12,9% lamenta motivi economici. Questa tendenza è confermata fra i diplomati tecnici e professionali, anche se con diversa incidenza, mentre tra i liceali si rileva anche una difficoltà all’ingresso all’università: più nel dettaglio, il 17,0% non ha proseguito gli studi perché il corso era a numero chiuso e non è rientrato fra gli ammessi (tale quota scende al 6,5% sia i tra i tecnici che tra i professionali).

IL VOTO DI DIPLOMA: CHI LO OTTIENE MEDIO-BASSO PUNTA AL LAVORO

L’analisi della condizione lavorativa per voto di diploma conferma che i ragazzi che conseguono il titolo con una votazione più modesta tendono a presentarsi direttamente sul mercato del lavoro, senza proseguire ulteriormente la formazione. Prendendo in considerazione coloro che lavorano solamente emerge che il differenziale occupazionale ad un anno dal titolo è pari a 10,6 punti percentuali: risulta esclusivamente impegnato in attività lavorative, infatti, il 14,7% dei diplomati con voto alto e il 25,3% di quelli con voto basso. A tre anni le quote di quanti lavorano solamente sono rispettivamente 18,3% e 31,6%, con un differenziale di 13,3 punti percentuali. Se l’impegno in un’attività lavorativa pare essere caratteristica peculiare dei diplomati con voto più modesto, la prosecuzione degli studi è, all’opposto, una scelta che coinvolge soprattutto i diplomati più brillanti: indipendentemente dalla condizione lavorativa, infatti, risultano iscritti all’università nella misura del 75,6% (rispetto al 57,1% di quelli con voto basso). Analogamente, e ciò risulta dimostrato in ciascun percorso formativo analizzato, a tre anni, la decisione di dedicarsi allo studio è più diffusa tra chi ha conseguito una votazione maggiore: è pari al 74,6% rispetto al 58,4% dei colleghi meno “bravi”. È naturale che quindi entrino in gioco, nelle scelte maturate dai ragazzi negli anni successivi al conseguimento del titolo, diverse propensioni, inclinazioni e opportunità formative legate, tra l’altro, ai risultati scolastici raggiunti.

ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO E STAGE: CHI LI HA FATTI HA IL 40,6% IN PIU’ DI CHANCE DI TROVARE LAVORO

Dall’Indagine emerge che le attività di Alternanza scuola-lavoro e stage, svolte durante gli studi o nel periodo successivo al conseguimento del diploma, esercitano un effetto positivo in termini occupazionali. Per quanto riguarda le attività di Alternanza scuola-lavoro e stage durante gli studi si evidenzia che chi ha svolto questo tipo di esperienza, rispetto a chi non lo ha fatto, ha il 40,6% in più di probabilità di lavorare; la probabilità è pari al 70,9% in più se si considerano le esperienze di stage svolte in azienda dopo il conseguimento del diploma. Uno specifico approfondimento attiene alle attività di Alternanza Scuola-Lavoro, che consentono ai ragazzi di realizzare il proprio percorso formativo alternando periodi di studio in aula e forme di apprendimento in contesti lavorativi ed esperienze di stage, attivati sulla base di convenzioni fra scuola e azienda e che consistono nel trascorrere un periodo di tempo all’interno di una realtà lavorativa esterna alla scuola. L’Alternanza Scuola-Lavoro non sembra essere un’esperienza isolata, che termina con il diploma, ma spesso si traduce in un rapporto di lavoro con l’azienda presso cui lo studente ha svolto i periodi lavorativi previsti dal progetto. Anche se sui diplomati del 2017 tali esperienze non riguardano ancora la totalità dei diplomati, l’indagine rileva che, ad un anno dal titolo, il 20,2% di quanti hanno svolto l’alternanza scuola-lavoro è stato successivamente richiamato dall’azienda i cui ha svolto tale attività. Come ci si poteva attendere, sono soprattutto i diplomati tecnici (23,3%) e professionali (24,8%) ad aver ricevuto una successiva proposta di collaborazione dall’azienda. Inoltre, tra quanti hanno svolto attività di alternanza scuola-lavoro durante gli studi e risultano occupati al momento dell’intervista, il 33,0% dichiara di lavorare, ancora dopo un anno dal diploma, nell’azienda presso cui ha svolto tale esperienza (è il 31,4% tra i tecnici e il 39,7% tra i professionali).

Ad un anno lavora il 35,5%, a tre anni il 45,0%

Ad un anno dal conseguimento del titolo, escludendo quanti sono impegnati in attività formative retribuite, risulta occupato il 35,5% dei diplomati del 2017: il 19,8% ha preferito inserirsi direttamente nel mercato del lavoro e il 15,7% ha scelto di frequentare l’università lavorando. Come era naturale attendersi, la percentuale di occupati è più elevata per i diplomati professionali (52,0%) e tecnici (43,8%), mentre tocca il minimo tra i liceali (26,8%). A tre anni dal titolo sono occupati il 45,0% dei diplomati: il 24,6% è dedito esclusivamente al lavoro, mentre il 20,4% è impegnato sia nello studio che nel lavoro. Tra i diplomati del 2015, la quota di occupati è più elevata della media per i diplomati professionali (67,0%) e tecnici (57,4%), mentre tocca il minimo tra i liceali (34,6%).

Ad un anno dal diploma, il tasso di disoccupazione è pari, complessivamente, al 19,4%; una quota rilevante, che si riduce lievemente tra i diplomati tecnici (18,2%) e i liceali (18,4%) ma che raggiunge il 24,5% tra i diplomati professionali, i più pronti ad inserirsi nel mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione, a tre anni dal titolo, è pari, complessivamente, al 13,3%, oscillando tra l’11,2% dei diplomati tecnici e il 15,2% dei liceali.

Più diffusi i contratti a tempo determinato e il lavoro a tempo pieno.

La retribuzione media è poco più di 1000 euro dopo un anno dal diploma. Tra i diplomati del 2017 che risultano impegnati esclusivamente in un’attività lavorativa, la tipologia di attività più diffusa risulta essere il lavoro non standard, che coinvolge il 43,9% degli occupati (in particolare si tratta di contratti a tempo determinato, che interessano il 31,3% degli occupati). La quota di assunti con contratti formativi è del 26,3%. I contratti a tempo indeterminato e le attività autonome riguardano, invece, il 12,9% e il 3,7%, rispettivamente dei diplomati occupati. Rilevante è la quota di chi non ha un contratto regolare: l’8,1% del totale diplomati (era il 14% nell’Indagine dello scorso anno). A tre anni dal diploma, tra chi è dedito solamente al lavoro, i contratti non standard restano la tipologia di lavoro più diffusa, con il 29,5% dei diplomati. Elevata anche la quota di contratti a tempo indeterminato (27,8%) e quella relativa ai contratti formativi (26,6%); la quota di coloro che lavorano senza alcun contratto è pari al 6,2%. L’attività nel settore pubblico è la meno diffusa tra i diplomati di scuola secondaria di secondo grado: complessivamente, a un anno dal diploma dichiara infatti di lavorarvi il 7,9% degli occupati. Il 73,4% degli occupati, ad un anno dal diploma, è inserito in un’azienda che opera nel settore dei servizi (in particolare del commercio, 32,2%); il 20,7% lavora invece nell’industria (in particolare quella metalmeccanica, 8,1%), mentre è decisamente contenuta la quota di chi lavora nell’agricoltura (2,5%). Il quadro qui delineato risulta confermato anche a tre anni dal diploma. Il lavoro a tempo pieno coinvolge il 44,4% del complesso degli occupati ad un anno: tale quota sale al 61,6% tra i tecnici e al 60,9% tra i professionali, mentre cala considerevolmente, come ci si poteva attendere, fino al 20,3% tra i liceali (fortemente impegnati negli studi universitari). A tre anni dal diploma il lavoro a tempo pieno è pari al 47,6%; ancora una volta più diffuso fra professionali (68,5%) e i tecnici (66,7%), rispetto ai liceali (22,1%). I diplomati che lavorano a tempo pieno (senza essere contemporaneamente impegnati nello studio universitario) guadagnano in media, a un anno dal diploma, 1.114 euro mensili netti. A tre anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta dei diplomati è pari in media a 1.216 euro.

I diplomati sono generalmente soddisfatti del lavoro svolto

Indipendentemente dal trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo, la soddisfazione registrata per il lavoro è in generale abbastanza elevata (voto medio superiore a 7 su una scala 1-10). Non si rilevano differenze rilevanti né secondo il tipo di diploma (leggermente più soddisfatti i diplomati tecnici) né secondo il genere. Ad un anno dal termine degli studi, il 17,8% degli occupati dichiara di utilizzare le competenze acquisite durante il percorso di studi in misura elevata, mentre per il 40,9% l’utilizzo è più contenuto; ne deriva che il 40,8% ritiene di non sfruttare per nulla le conoscenze apprese nel corso della scuola secondaria di secondo grado. In particolare, sono i diplomati liceali a non utilizzare ciò che hanno appreso a scuola (48,4%, rispetto al 37,6% dei diplomati tecnici e al 29,7% dei professionali); coloro che decidono infatti di inserirsi nel mercato del lavoro hanno condizioni occupazionali molto particolari e nella maggioranza dei casi intraprendono questa strada solo come forma di sostegno al percorso di studi che stanno portando avanti.

I DIPLOMATI ALL’UNIVERSITA’

Quasi il 70% si iscrive. I più convinti sono i liceali
 I diplomati del 2017 iscritti all’università, dopo un anno, come si è visto, sono il 66,8%: il 51,1% ha optato esclusivamente per lo studio, il 15,7% frequenta l’università lavorando. La quota di diplomati dediti esclusivamente allo studio universitario è nettamente più elevata tra i liceali (67,1%) rispetto ai diplomati del tecnico (37,3%) e del professionale (14,3%). Rimane assai elevata, ancora dopo tre anni dal diploma, la quota di liceali che studiano – esclusivamente – all’università: 59,6%, rispetto al 33,4% dei tecnici e al 15,0% dei professionali. Erano già convinti tra i banchi della scuola secondaria di secondo grado di volerla fare? Sì. Alla vigilia dell’Esame di Stato, infatti, tra i diplomati del 2017 l’87,1% di coloro che avevano dichiarato di volersi iscrivere all’università ha successivamente confermato le proprie intenzioni. All’opposto, l’8,4% ha cambiato idea. La quota di chi ha rivisto le proprie scelte, come ci si poteva attendere, è decisamente consistente tra i diplomati professionali (34,0%) e i tecnici (14,0%): ovvero profili che, rispetto ai liceali dove la quota dei ripensamenti è praticamente irrilevante (4,7%), subito dopo il conseguimento del titolo possono contare su maggiori chance lavorative. Tra i diplomati del 2017 iscritti all’università, la scelta si è orientata soprattutto verso un corso di laurea nell’area economico-sociale (21,8%; è il 34,3% tra i tecnici), umanistica (19,5%; è il 33,1% tra i diplomati professionali), ingegneria o architettura (18,5%, valore che sale al 22,5% tra i tecnici) e scientifica (16,4%; 16,5% sia tra i liceali che tra i tecnici). Il quadro qui delineato è sostanzialmente confermato tra i diplomati del 2015.

Il contesto socio-economico e culturale della famiglia influenza la scelta

Oltre al voto di diploma e la regolarità nel percorso scolastico, influenzano in modo rilevante la probabilità di proseguire gli studi anche il contesto socio-economico e culturale familiare. Fra i diplomati del 2017 appartenenti a contesti economicamente più favoriti è nettamente più frequente l’iscrizione all’università (81,6% rispetto al 52,0% dei giovani provenienti da famiglie meno favorite). Anche il titolo di studio dei genitori influenza le scelte formative dei giovani: l’84,6% dei diplomati provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato ha deciso di iscriversi all’università. La scelta delle famiglie di supportare la prosecuzione degli studi è influenzata dalle difficoltà economiche e occupazionali vissute e, in molti casi, chi può fa proseguire gli studi rinviando l’ingresso nel mercato del lavoro.

Il 14,8% dei diplomati è pentito della scelta universitaria

A un anno dal titolo, per il 14,8% dei diplomati la scelta universitaria non si è dimostrata vincente: fra coloro che dopo il diploma hanno deciso di continuare gli studi, il 6,3% ha deciso di abbandonare l’università fin dal primo anno, mentre un ulteriore 8,5% è attualmente iscritto all’università ma ha già cambiato ateneo o corso di laurea. Gli abbandoni coinvolgono il 3,7% dei liceali, l’11,0% dei tecnici e addirittura il 22,2% dei diplomati professionali. I cambi di ateneo o corso di laurea riguardano il 9,4% dei liceali, l’8,4% dei professionali e il 6,2% dei tecnici.

Le cose non migliorano a tre anni: sale al 19,8% la quota di diplomati insoddisfatti della propria scelta universitaria. In particolare, il 6,9% di coloro che dopo il diploma si era iscritto all’università ha abbandonato gli studi universitari, quota quest’ultima che aumenta considerevolmente per i diplomati professionali (20,6%) e degli istituti tecnici (13,4%), e diminuisce al 3,7% per i liceali. Un ulteriore 12,9% è attualmente iscritto all’università ma ha cambiato ateneo o corso di laurea.

Il motivo prevalente del cambiamento di corso o ateneo è legato soprattutto ad una insoddisfazione, rispetto alle aspettative iniziali, per le discipline insegnate: infatti il 44,9% dichiara che quelle impartite fino a quel momento non sono risultate interessanti, mentre un ulteriore 5,3% ha trovato il corso troppo difficile. Il 10,7%, invece, si dichiara insoddisfatto dell’ateneo a cui era iscritto, ad esempio per l’organizzazione scadente, l’inadeguatezza delle strutture, le limitate opportunità di stage ed esperienze all’estero. Per il 27,7% il cambiamento di corso o ateneo è legato non ad un ripensamento, ma alla possibilità accedere al corso a cui non era riuscito ad accedere in precedenza. Infine, la restante parte ha scelto di cambiare per motivi personali (6,5%) o per altri motivi (4,0%).

in almadiploma.it

Crisi della Chiesa. Dall’abisso della tribolazione all’aurora di una nuova era

Gianfranco Ravasi

Per eleggere papa il figlio del medico di Sant’Angelo di Romagna, Giovan Vincenzo Antonio Ganganelli, ci vollero ben 185 scrutini.
Alla fine questo francescano conventuale, primo pontefice di origine borghese e non popolare o aristocratica, saliva sulla cattedra di Pietro a 64 anni col nome di Clemente XIV. Era il 1769 e di lì a poco sarebbe stato l’artefice di un’opera che sarà continuata dal suo successore Pio IV, l’allestimento dell’imponente raccolta artistica greco-romana del Museo Vaticano Pio-Clementino. Quattro anni dopo, il 21 luglio 1773, malvolentieri e sotto forti pressioni politiche esterne soprattutto del re di Spagna, emetteva il “breve ” Dominus ac Redemptor che lo rende una figura un po’ imbarazzante ai nostri giorni segnati da un papa gesuita: aboliva la Compagnia di Gesù. L’anno successivo, il 1774, moriva forse di cancro, e subito attorno alla sua salma aleggiava una leggenda nera double face: avvelenato dai gesuiti oppure punito da Dio per aver soppresso quell’Ordine? Egli ora incombe possente col braccio elevato e puntato verso un orizzonte lontano nel monumento funebre che Antonio Canova gli dedicò nella basilica dei Ss. Apostoli a Roma.

Vorremmo ora idealmente far risuonare la sua voce, considerandola un po’ come l’ideale vertice tematico dell’importante e per certi versi sorprendente sequenza delle Lettere della tribolazione. Evochiamo, infatti, le parole centrali di quel breve papale che cancellava un’istituzione ecclesiale così decisiva nella storia degli ultimi secoli: «Con ben maturo consiglio, di certa scienza, e con la pienezza dell’Apostolica Potestà, estinguiamo e sopprimiamo la più volte citata Società, e annulliamo ed aboliamo tutti e singoli gli uffici di essa, i ministeri e le amministrazioni, le case, le scuole, i collegi, gli ospizi, e qualunque altro luogo esistente in qualsivoglia provincia, regno, e signoria, e in qualunque modo appartenente alla medesima; i suoi statuti, costumi, consuetudini, decreti, costituzioni, quantunque corroborate da giuramento, da apostolica approvazione, o in altra guisa, e tutti e singoli i privilegi e gl’indulti generali o speciali […]».

«Quindi Noi dichiariamo che rimanga annullata in perpetuo ed assolutamente estinta tutta e qualunque autorità del Preposito generale, dei provinciali, dei visitatori e degli altri superiori di detta Società, tanto nelle cose spirituali che nelle temporali […] Con la presente proibiamo, che nessuno in avvenire sia ricevuto nella suddetta Società, ed ammesso alla vestizione e al noviziato [..] Vogliamo, comandiamo, ordiniamo che coloro che attualmente sono nel noviziato, subito, prontamente, immediatamente e di fatto siano licenziati; e in egual modo proibiamo che coloro che fecero la professione dei voti semplici, e che fin qui non sono stati promossi ad alcun ordine sacro, possano essere promossi agli stessi ordini maggiori» (Dominus ac Redemptor n. 25).

Bisognerà attendere il 7 agosto 1814 quando Papa Pio VII — il cesenate Barnaba Chiaramonti, eletto il 14 marzo 1800 dopo un conclave durato ben 104 giorni a Venezia — con la bolla Sollicitudo omnium porrà il suggello a questo lungo inverno della Compagnia di Gesù, durato 41 anni, per ricostituirla nella sua piena dignità e operosità. Il corpus centrale dell’opera che ora viene proposta accoglie otto lettere dei Prepositi generali che, in quell’arco storico travagliato e in quello immediatamente successivo, rivelano l’amarezza e le speranze della loro anima sotto il cielo cupo della “tribolazione”.

Sotto questo stesso cielo spesso ci ritroviamo, per ragioni diverse, anche nel presente.
Si aggiungono, così, altre cinque lettere: a scriverle è Papa Francesco, che da semplice gesuita nel 1986 aveva curato l’edizione delle otto testimonianze del passato, per cui questo libro può essere considerato in un certo senso tutto suo nella forma più personale e diretta. Ora le nubi s’addensano sull’orizzonte stesso della Chiesa e vorticano attorno alla «ferita aperta, dolorosa e complessa della pedofilia» e alla lugubre «cultura dell’abuso».
Permane, perciò, ancora viva e intatta quella parola riassuntiva ed emblematica, tribolazione.
Ed è su di essa che noi desideriamo sostare perché appartiene alla stessa sorgente della nostra fede,

la Parola di Dio, così come si è espressa nel Nuovo Testamento.

«Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (Atti 14, 22). È questa, infatti, la confessione che già pronunciano Paolo e Barnaba dopo un loro tour missionario in una regione centrale dell’attuale Turchia ove l’Apostolo aveva subito anche un tentativo di lapidazione. Nel cuore di quella frase c’è appunto la parola che regge il titolo e sintetizza l’epistolario raccolto nel volume: è il termine greco thlípsis che nel Nuovo Testamento risuona ben 45 volte e che è di solito tradotto col nostro vocabolo “tribolazione”.
Quest’ultimo curiosamente ha alla base il verbo “t re b b i a re ”, usato in senso metaforico, perché è come essere straziati nel corpo e nello spirito da un erpice. Anche il parallelo greco rimanda al verbo thlíbô che significa “pigiare, calcare, premere”, proprio come accade agli acini d’uva pestati nel tino, così che coli come sangue il vino.
Possiamo, perciò, idealmente sovrapporre la “tribolazione” biblica a quella vissuta dai tanti testimoni-martiri dei secoli cristiani, tra i quali appunto i gesuiti di quelle lettere. Anzi, si potrebbe persino elaborare una teologia della tribolazione che ha in Cristo sia il modello, sia la meta da raggiungere, come si afferma in un celebre (e non sempre correttamente inteso) passo della Lettera ai Colossesi: «Sono lieto nelle tribolazioni che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (1, 24).
Non è un completare la passione redentrice di Cristo che in sé è perfetta e piena, ma è un riprodurla nella propria vita attraverso un itinerario di sofferenze e di testimonianze che durerà per l’intera esistenza.
Infatti, ribadisce l’Apostolo ai cristiani di Roma, «se siamo figli, eredi di Dio e coeredi di Cristo, dobbiamo davvero prendere parte alle sue tribolazioni per partecipare alla sua gloria» (8, 17). È una «comunione con Cristo nelle tribolazioni», come ripeterà Paolo ai Filippesi (3, 10), con la certezza che «egli ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Corinzi 1, 4). Questa affermazione è una sorta di leit-motiv che echeggia in molti passi paolini e che è ricalcato nelle lettere qui raccolte. È per questo che si esalta la paradossale beatitudine del tribolato, perché «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria » (2 Corinzi 4, 17). Infatti, «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura», per cui «noi ci vantiamo nelle tribolazioni» (Romani 8, 18; 5, 3).
È noto che tutta la trama dell’esperienza dell’Apostolo e dei primi cristiani è costellata di sofferenze e persecuzioni, è persino striata di sangue. È ciò che già Gesù annunciava — sia pure in negativo — nella parabola del seme che cade nel terreno accidentato della storia: esso è il simbolo di coloro che sono «incostanti e che, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno» (Marco 4, 17).
San Paolo, evocando il suo rapporto pastorale tormentato coi cristiani di Corinto (non ci sono solo le tribolazioni delle persecuzioni esterne ma anche i travagli interni), non esita a elencare un flusso ininterrotto, quasi litanico, di prove di ogni genere da lui subite nel suo impegno missionario (2 Corinzi 11). È convinto, infatti, che «siamo tribolati da ogni parte: battaglie all’esterno, timori all’interno» (7, 6).
E la tribolazione patita per il Vangelo è una sorta di vessillo di amore, come ancora dichiara ai Corinzi: «Vi ho scritto in un momento di grande tribolazione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, perché conosciate l’amore che nutro particolarmente per voi» (2, 4). Tuttavia rimane insediata sempre nel cuore quella promessa che Gesù aveva fatto ai suoi discepoli nell’ultima sera della sua vita terrena nel Cenacolo: «Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Giovanni 16, 33). Lo sguardo che il discepolo rivolge quando è attanagliato dalle prove è, perciò, proteso in avanti verso un orizzonte più alto, quello che i teologi definiscono come escatologico.
Cristo stesso l’aveva anticipato in un suo discorso, detto appunto “escatologico”, nel quale faceva balenare l’idea che nelle ultime battute della storia umana ci sarebbe stata una sorta di epifania ultima del Maligno, un estremo dibattersi del mostro del male. È la «grande tribolazione», la suprema prova finale che separerà giusti e ingiusti nei confronti del regno di Dio: «Vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall’inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi

sarà… Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte» (Matteo 24, 21.29). Si tratta di un segno, espresso col linguaggio della letteratura apocalittica di allora, che presenta la meta ultima della storia non come un abisso oscuro ma come il sorgere dell’aurora di una nuova era trascendente, che comprende il giudizio e la vittoria sul male.

In questa luce è emblematico il libro dell’Apocalisse . L’autore è consapevole che la Chiesa sta vivendo un tempo di “tribolazione” con la crisi interna delle varie comunità e con la persecuzione esterna dell’imperatore Domiziano. Eppure egli è altrettanto sicuro che essa durerà simbolicamente solo «dieci giorni» (2, 10), cioè sarà nel perimetro di un tempo storico limitato, in attesa di approdare all’eterno della Gerusalemme nuova e perfetta.

Certo, quest’ultimo libro della Bibbia è legato alla concretezza di una Chiesa in crisi, ma la sua parola di speranza varca i confini delle difficoltà presenti per cercare il senso definitivo degli eventi umani e dell’intero essere.
Il Cristo, raffigurato sotto il simbolo biblico dell’Agnello, vuole aprire e rendere leggibile, attraverso la sua «apocalisse-rivelazione », il rotolo sigillato della storia nel suo significato ultimo: più che rivolgersi alla fine del mondo, l’Apocalisse s’interroga sul fine del mondo e della storia. Essa è, quindi, il libro del presente e del futuro, della tribolazione e della speranza, della paura e della gioia, del giudizio e della gloria, della Gerusalemme storica, che ospita anche la sanguinaria Babilonia, e della Gerusalemme nuova e santa. In un suo discorso saggio sull’Apocalisse (1984) il regista russo Andrej Tarkovski, che sognava di poter realizzare un film su quest’opera biblica, dichiarava: «L’Apocalisse è forse la più grande creazione poetica che sia mai esistita sulla terra… Essa è, in ultima analisi, un racconto del nostro destino. Ma sarebbe sbagliato pensare che l’Apocalisse contenga soltanto l’idea della punizione. Forse la cosa più importante in essa contenuta è la speranza». Proprio per questo, come scriveva Victor Hugo, «ogni uomo ha in sé la sua Patmos. È libero di andare su questo spaventoso promontorio del pensiero da dove si percepiscono le tenebre», ma da dove si vede sorgere il sole dell’alba in un giorno che non conoscerà più la notte, in cui non ci sarà più bisogno di lucerne «perché il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli» (22, 5).

in “L’Osservatore Romano” del 30 gennaio 2019

Pace. Il Papa getta ponti di pace nella terra sacra all’Islam

Stefania Falasca

Dai giovani alla Penisola arabica: in pochi giorni Francesco cambia orizzonte ma il cuore del suo messaggio resta lo stesso: vincere la logica dei muri. Nelle Città invisibili, di Italo Calvino, Marco Polo descrive all’imperatore della Cina, Kublai Khan un ponte come arco di pietre: «Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?» chiede l’imperatore. «Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra – risponde Marco Polo – ma dalla linea dell’arco che esse formano». Kublai Khan rimane in silenzio, poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa». «Senza pietre non c’è arco» risponde il viaggiatore. Il 6 giugno del 2015 il Papa incontrando i giovani a Sarajevo ripensa al ponte sul fiume color smeraldo di Miljacka, luogo di innesco della prima guerra mondiale, ricordando Die Brücke, «Il ponte», film del 1959 firmato dall’avanguardia tedesca e ambientato durante l’occupazione nazista. «Ho visto quel film e lì ho visto come il ponte sempre unisce – dice Francesco –. Quando il ponte non si usa per andare uno verso l’altro ma è un ponte vietato diventa la rovina di una civiltà, la rovina di una società, di un’esistenza. Per questo da voi, da questa prima generazione del dopoguerra, mi aspetto che facciate in modo che si possa andare da una parte all’altra. Farsi pietra del ponte è lasciare che si possa andare da una parte all’altra. Questa è fratellanza».

Non solo alla Gmg di Panama, Paeseponte per antonomasia, ma anche in quella precedente di Cracovia ha invitato a realizzare nel crocevia dell’Europa «il ponte primordiale», ripetendo che «vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri». Percorrere le strade delle fraternità per la ritessitura dell’unica famiglia umana significa anche farsi ponti in àmbiti prioritari come quello del dialogo con le altre religioni, perché sono ponti per la pace. Come quello che porterà da domenica papa Francesco per la prima volta anche nella Penisola arabica. Fatto questo carico di valenze simboliche che non possono sfuggire, considerato come quella sia la terra del profeta Maometto, dove si trovano Medina e La Mecca, e dunque, per il credente musulmano, terra-santuario.

Quella degli Emirati Arabi – che il Papa visiterà fino al 5 febbraio – è anche terra dove per ragioni storiche, sociali ed economiche si è coagulata una comunità cristiana numerosa, multirazziale e quanto mai variegata e dove la convivenza è caratterizzata dalla tolleranza religiosa. Per il Successore di Pietro, del resto, il mandato di farsi ponte è inscritto nel Dna del suo ministero: Pontifex (da pons, ‘ponte’, e facere, ‘fare’) è stato usato fin dall’inizio della storia della Chiesa per indicare i vescovi, in particolare il Vescovo di Roma. Un mandato cristiano dunque che in un tempo che ha visto alzarsi troppi muri tra i popoli è divenuto il suo programma. È un programma che aveva già descritto e prospettato fin dai primi giorni del suo ministero petrino.

Nella prima udienza al corpo diplomatico, il 22 marzo 2013, il Papa aveva infatti anticipato con nitida chiarezza su quale arco avrebbe gettato il passo: «Uno dei titoli del Vescovo di Roma è Pontefice, cioè colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini. Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere e abbracciare. Le mie stesse origini poi mi spingono a lavorare per edificare ponti… e così in me è sempre vivo questo dialogo tra luoghi e culture fra loro distanti, tra un capo del mondo e l’altro, oggi sempre più vicini, interdipendenti, bisognosi di incontrarsi e di creare spazi reali di autentica fraternità». E aveva qui messo tra i primi il dialogo interreligioso: «In quest’opera è fondamentale anche il ruolo della religione. Non si possono, infatti, costruire ponti tra gli uomini, dimenticando Dio. Ma vale anche il contrario: non si possono vivere legami veri con Dio ignorando gli altri. Per questo è importante intensificare il dialogo fra le varie religioni, penso anzitutto a quello con l’islam», aveva detto apprezzando la presenza alla Messa d’inizio del suo ministero di molte autorità civili e religiose del mondo islamico.

Fin dall’inizio, pertanto, papa Francesco aveva limpidamente prospettato gli archi che avrebbe proiettato e percorso come instancabile costruttore di ponti, svelando la missione alla quale Dio lo ha chiamato in questi tempi convulsi, lacerati e ottenebrati dalla «terza guerra mondiale a pezzi» per edificare l’unica famiglia umana, facendosi anzitutto ponte come Cristo, Principe della pace. E come costruttore di ponti ha infranto lo schema che ha identificato troppo a lungo il cattolicesimo con l’Occidente, stracciato l’idea del ricorso alla guerra giusta di coloro che speculano sulle guerre per vendere armi e soffiano sullo scontro tra culture e religioni per perseguire i propri scopi. «La guerra c’è, ma non è una guerra di religioni» ha detto chiaramente e più volte denunciando gli interessi dei «pianificatori del terrore» e degli «interessi geopolitici che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro». La strada è investire sull’educazione alla mutua conoscenza e al dialogo, oggi la più ardua e lunga, ma l’unica efficace e duratura. Un dialogo che è dovere imprescindibile e vitale, e costituisce anche l’antidoto migliore contro ogni forma di fondamentalismo, denunciando tale fenomeno e constatando l’esistenza di atteggiamenti e pratiche antidialogiche e fondamentaliste anche dentro la Chiesa. «Una scuola di umanità e un fattore di unità che aiuta a costruire una società fondata sulla tolleranza e il mutuo rispetto, che non può limitarsi ai soli responsabili delle comunità religiose», come aveva prospettato nel discorso alla Conferenza internazionale sulla pace all’Università di Al-Azhar nella visita al Cairo del 2017. Del dialogo aveva tracciato i tre «orientamenti fondamentali: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni».

Non si costruisce infatti dialogo autentico sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro. Inoltre, la sincerità delle intenzioni è un segno necessario per attestare che il dialogo «non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità. L’unica alternativa alla civiltà dell’incontro, rimarcava il Successore di Pietro, «è l’inciviltà dello scontro». Per contrastare veramente la barbarie occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del bene. Il ponte gettato verso gli Emirati Arabi, e poi quello successivo in Marocco a fine marzo, si slanciano così dal Vangelo, sono eredità francescana; passano per la dichiarazione conciliare Nostra Aetate; vengono dalla beatificazione collettiva della martoriata Chiesa in Algeria, nel dicembre 2018, dove i testimoni, nell’ordinarietà di una vita condivisa si sono fatti costruttori di passerelle tra le religioni abramitiche; e arrivano dritti dall’incontro in Egitto nell’aprile 2017. Ponti tangibili, che hanno la supremazia sulle parole nella bussola di un tempo che – immemore – spinge a naufragare nell’ombra oscura di nuovi muri e nuovi orrori, in un mondo dove c’è bisogno di costruttori di pace e non di provocatori di conflitti, di pompieri e non di incendiari. Di riconciliazione, e non di banditori di distruzione.

in “Avvenire” del 30 gennaio 2019

Il sindacato alla scuola di don Milani. “Ridare ai poveri la parola”

Roberto Righetto

A ormai un anno dalle celebrazioni per il cinquantenario del Priore, un libro mette in luce come Barbiana sia stata laboratorio per le lotte sindacali degli anni Sessanta e Settanta. «Vi giuro che vi dirò sempre la verità anche quando non fa onore alla mia ditta Chiesa»: sono le prime parole che don Lorenzo Milani dice agli operai e contadini che partecipano alla scuola popolare da lui creata a San Donato di Calenzano, dove era stato inviato come cappellano nell’ottobre del 1947. Nella parrocchia, che allora contava 1300 anime, aveva trovato un popolo lacerato, di scarsissimo livello culturale, in un clima di feroce spaccatura fra cattolici e comunisti. Lui pensa che il prete deve stare sempre dalla parte dei più deboli e si pone l’obiettivo di lottare contro la povertà, che oltre che di carattere economico consiste nella mancanza di sapere.

Di qui la sua iniziativa rivolta a credenti e non credenti, che ha incredibile successo nonostante le critiche di parte del mondo cattolico tradizionale. Lo racconta uno dei suoi primi allievi di Barbiana, Michele Gesualdi, che purtroppo ci ha lasciato un anno fa, in quello che è stato (assieme a L’uomo del futuro di Eraldo Affinati, per Mondadori) il miglior contributo uscito nel 2017 per l’anniversario della morte del Priore, pubblicato dalle edizioni San Paolo col titolo Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana. Non è un caso che non pochi allievi di don Milani abbiano seguito la via dell’impegno sindacale come conseguenza diretta dell’insegnamento ricevuto. Diversi di loro, fra cui lo stesso Michele Gesualdi, Agostino Burberi e Paolo Landi, provenivano proprio da Barbiana, altri (come Maresco Ballini, Roberto Romei, Pieraldo Isolani) da Calenzano. Tutti comunque accomunati da due istanze: il desiderio di trasmettere il senso dell’importanza della cultura agli operai e di portare i valori dell’uguaglianza nel mondo del lavoro e delle imprese. Se per questi ragazzi la scuola di vita e di formazione era stata soprattutto Barbiana, il centro studi della Cisl di Fiesole divenne la loro università. Lì impararono le dinamiche dell’economia e dell’imprenditoria per divenire capaci di difendere i diritti dei lavoratori.

Proprio a Barbiana molti sindacalisti si recavano per conoscere l’esperimento del Priore e, durante un incontro in cui alcuni di essi si lamentavano per l’esistenza delle gabbie salariali e per le differenze di stipendio fra uomini e donne nelle fabbriche, don Lorenzo sbottò volendoli spronare: «Cos’è che aspettate per eliminarle? Cosa vi pagano a fare i lavoratori?». Il denso rapporto fra la lezione di Milani e il mondo del sindacato è esplorato in un volume uscito a fine 2018 dalle edizioni Lavoro e giustamente intitolato Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana (pagine 218, euro 16). Volume curato da Francesco Lauria e contenente vari interventi, fra cui quello della segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan, venuto alla luce alla fine delle celebrazioni per la morte di don Milani.

Un anniversario che durante il 2017 e nell’anno passato ha visto la pubblicazione di numerosi libri e la realizzazione di convegni e mostre, il tutto culminato con la visita di papa Francesco a Barbiana il 28 giugno 2017. Quel giorno Bergoglio fra l’altro disse: «Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani».

L’intuizione della forza della parola, che don Lorenzo scriveva sempre con la ‘P’ maiuscola e in corsivo, fu un concetto rimarcato nel 1983 anche dal cardinale Martini in un intervento all’Università Cattolica. Così come la coscienza che per insegnare a parlare ai suoi ragazzi e ai suoi poveri era indispensabile l’apporto della scuola, una scuola concepita come «modo d’essere e ininterrotto pensare». Lo spiega bene il sociologo Bruno Manghi nel suo scritto, che ricostruisce come la scuola di Barbiana abbia avuto un’influenza precisa sulle lotte sindacali. A partire dalla pubblicazione della Lettera a una professoressa, scritta collettivamente dal Priore e dai suoi ragazzi nel 1967 e pubblicata nel maggio di quell’anno, esattamente un mese prima della morte di don Milani. «Fortissimo – annota Manghi – fu l’impatto nel sindacato». Tanto che Manghi lega le proposte contenute in quel testo alla successiva realizzazione delle 150 ore per il diritto allo studio. L’idea originaria si deve a Bruno Trentin, il quale però pensava ai diritti legati alla formazione professionale già in vigore in Francia. Ma col passar del tempo prevalse la formula di «una grande forma di educazione collettiva» attraverso il recupero della scuola dell’obbligo. Un’opera cioè di coscientizzazione delle masse che non avevano avuto la possibilità di frequentare la scuola, la stessa che don Milani aveva voluto realizzare a Calenzano attraverso la scuola popolare. «Nel 1975 – spiega ancora Manghi – si raggiunse l’operatività: i sindacati si impegnarono a fondo in questo ritorno a scuola di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici per almeno un decennio ».

La parola divenne strumento di conoscenza e dignità, di formazione delle coscienze abbattendo la povertà culturale e spirituale. A sua volta Francuccio Gesualdi, fratello minore di Michele e fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo, nel suo contributo rammenta: «A Barbiana il priore ci spronava a pensare e diventava furioso di fronte a chi non sapeva argomentare le proprie scelte». In Esperienze pastorali, libro uscito nel 1958 e sanzionato dal Sant’Uffizio, don Milani ribadiva la sua convinzione che l’inferiorità linguistica, che faceva sì che molti dei contadini e degli operai del tempo non fossero in grado di comprendere la maggior parte degli articoli di un giornale, fosse alla base dell’esclusione culturale e sociale.

Ma oggi, sottolinea Gesualdi, nuove forme di analfabetismo si diffondono per la difficoltà enorme di ciascuno a districarsi nella complessità delle informazioni che ci arrivano via Internet, cui si aggiunge spesso la censura mediatica. Come rileva Francesco Scrima, direttore del Centro studi Cisl di Firenze, fino ai primi anni Sessanta il 65% dei ragazzi dagli 11 ai 14 anni limitava il suo percorso di studi alla scuola primaria e nel censimento del 1961 risultavano analfabeti quasi 4 milioni di italiani. Senza oleografie e nemmeno con la volontà di appropriarsi di don Milani rivendicando un rapporto privilegiato, il volume avvia un percorso e una ricerca, quella delle relazioni fra Barbiana e il sindacato, che sino a ora sono state poco indagate, ed è ricco di aneddoti significativi. Come quello su Giulio Pastore, fondatore della Cisl e a quel tempo impegnato in politica, che acquistò decine e decine di copie della Lettera a una professoressa per regalarle a collaboratori e amici. «Cercasi un fine – si legge proprio nella Lettera –. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che essere uomo. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola?». Fra i suoi allievi furono molti i sindacalisti. Sosteneva spesso l’urgenza di schierarsi coi lavoratori come atto d’amore essenziale per il cristiano. Alla professoressa destinataria della famosa “Lettera” scrive: «In questo secolo come vuole amare se non con la politica, col sindacato o con la scuola?».

in “Avvenire” del 30 gennaio 2019