Archivio mensile:dicembre 2018

I sogni sovranisti? Alcune spiegazioni nelle teorie di Freud

Massimo Recalcati

Le neuroscienze vorrebbero mettere in soffitta lo scopritore dell’inconscio. Ma il mondo di oggi, tra muri che si alzano e società che si chiudono, ci mostra che le intuizioni del medico viennese sono più che valide: alla faccia di tutti i lapsus

Figlio eretico del positivismo viennese di Brucke e Meynert, Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, ha commesso l’imperdonabile peccato di voler sovvertire i paradigmi della psicologia quantitativa, fondata su rigide premesse neurofisiologiche il cui principio sembra oggi rimesso in auge con vigore dalle neuroscienze: l’inconscio è strutturato come un cervello. Nel campo della cura del disagio psichico, il trionfo contemporaneo dello scientismo a cui si ispira la psicologia cognitivo- comportamentale, ha assunto un ruolo egemone confinando la credenza nell’inconscio freudiano (che non è strutturato come un cervello, ma come un desiderio) nel catalogo delle superstizioni irrazionali destinate ad essere dissolte dall’avanzata inarrestabile delle scoperte neurofisiologiche relative al funzionamento della mente. Una sorta di robotica post-umana sembra sostituire le vecchie e strampalate elucubrazioni freudiane. Il sogno? Il fantasma? Il lapsus? Niente di rilevante: semplici effetti di disturbi del sonno, della cognizione o della parola. L’inconscio? Un’idea romantica priva di fondamenti scientifici, un gargarismo barbaro del Novecento. Ma il cadavere di Freud non si è già raffreddato da tempo? Un’opera come quella del filosofo francese Michel Onfray di qualche anno fa, titolata significativamente Il crepuscolo di un idolo.

Smantellare le favole freudiane era stata salutata dalla cultura anti- psicoanalitica come il funerale (l’ennesimo) del padre della psicoanalisi. Eppure mai come oggi il pensiero di Freud rivela la sua presenza spettrale sul nostro destino. Attualmente l’avanzata inarrestabile dello scientismo, di un pensiero della mente che vorrebbe escludere l’equivoco, la disidentità, il fattore perturbante del desiderio di cui invece l’inconscio freudiano testimonia l’esistenza, si mescola in un cocktail micidiale con l’avanzata, altrettanto irresistibile, di un pensiero dell’uomo e della comunità che rivaluta il suolo, il muro, il sangue, la segregazione, le radici etniche, l’ipertrofia identitaria. Ma è proprio questo doppio movimento a mostrare la vitalità critica di alcune tesi freudiane. Nei confronti dello scientismo che riduce il volto degli uomini al carattere anonimo del numero, al culto feticistico della cifra, al dominio delle cure protocollari, la lezione di Freud ricorda che il soggetto è una singolarità assoluta e che la sua cura è irriducibile ad ogni standard. In un’epoca dove la strumentazione tecnico- scientifica sembra aver occupato ogni spazio della cura, ci insegna a non dimenticare mai l’importanza della parola del soggetto, la centralità del suo ascolto. Per questa ragione Lacan, in questo fedele discepolo di Freud, ricordava che la clinica psicoanalitica è dell’”uno per uno” che esclude ogni forma di standardizzazione.

La sua seconda tesi decisiva risuona oggi con la forza di un ammonimento politico. L’essere umano non è creatura mansueta, predisposta all’altruismo. Soprattutto quando accade, come ci ricorda in Psicologia delle masse, che si ritrovi perduto e brancolante nel buio, senza orientamento. La paura, il panico, la vulnerabilità del corpo individuale, come di quello sociale, favoriscono l’identificazione verticale “a massa”, la ricerca di un padrone con il bastone che prometta un avvenire luminoso. L’apparato psichico, continua ad ammonirci oggi la voce scomoda di Freud, è tendenzialmente conservatore, la sua pulsione primaria è securitaria: rigetta il cambiamento, rifiuta il mondo in quanto straniero e apportatore di stimoli ingovernabili. La sua tendenza non è verso l’apertura, ma verso la chiusura. Per questo l’odio, come ricorda Freud, precede sempre l’amore, come il rifiuto precede sempre l’accoglienza. Nondimeno è proprio in questa difficile congiuntura che egli pensa l’opera della Civiltà: non cedere alla seduzione dell’odio, non fare prevalere l’orientamento primitivo alla conservazione e al rifiuto dello straniero, non favorire la xenofobia della pulsione securitaria.

Un’opera di Civiltà è un’opera dove l’inclusione prevale sull’esclusione e l’integrazione sull’evacuazione. È l’opera, individuale e collettiva, che sa contenere attraverso la forza di Eros la spinta distruttiva che anima la pulsione securitaria. È il carattere testamentario dell’illuminismo tragico di Freud: la ragione critica è dalla parte di Eros, è il solo rimedio umano alla forza cieca e apparentemente irresistibile di Thanatos. ?

in “la Repubblica” del 30 dicembre 2018

La giornata mondiale della pace

Carlo Bridi

Il primo gennaio si celebrerà per la cinquantesima volta la Giornata Mondiale della Pace, evento voluto nel 1987 da Papa Paolo VI, e che di anno in anno è diventato un appuntamento sempre più importante visto il quadro generale del mondo e la situazione internazionale. Forte l’invito di Papa Francesco nel messaggio di quest’anno di impegnarsi in una “buona Politica” della quale c’è urgenza perché essa può essere al “servizio della pace”. La politica sottolinea il Papa, “è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando da coloro che la esercitano non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione”.

Il documento indica quindi le 5 virtù umane che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà e la fedeltà. “Ne siamo certi: la buona politica è al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali che sono ugualmente doveri reciproci”. “Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità”. Ma come operare? L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana”, sottolinea il Pontefice. Ma attenzione, ai vizi che si nascondono dentro la politica, che sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione- nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione della persona, la negazione del diritto, del non rispetto delle regole comunitarie, la tendenza a perpetuarsi nel potere mediante la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra. Francesco denuncia anche l’arricchimento illegale e immediato e ricorda come la buona politica è quella “che frena la tendenza a perpetuarsi nel potere e promuove la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro”. Una fiducia che deve essere dinamica che vuol dire “io mi fido di te e credo con te”, nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona, riconoscendo i carismi e le capacità di ogni persona.

“Oggi più che mai le nostre società necessitano di “artigiani della pace”, che possono essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana”. Purtroppo viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro, o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi. Quanto risuonano vere queste parole anche nella nostra realtà italiana!. Dobbiamo ribadire che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune. E su questo tema il Cardinale Turkson prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale, nel presentare il testo per la “Giornata della pace” ricorda come se accogliere i migranti è un dovere, “l’ospitalità deve tenere conto delle reali possibilità”. Ma afferma il messaggio del Papa sottolinea come si debba dire di no alla “strategia della paura”, ed a lavorare per il bene comune e non per il proprio interesse. Dal canto suo il Ministro degli Esteri Vaticano, il cardinal Pietro Parolin invita i cattolici ad impegnarsi in politica in prima persona. Il Segretario di Stato afferma poi di non capire perché l’Italia dal 52° rapporto del CENSIS risulti “un Paese incattivito e deluso che si lamenta di tutto senza tener conto delle cose positive che ci sono”. Non nega che nei confronti dei migranti ci siano tanti problemi da risolvere, ma non è una situazione facile per nessuno. Luciano Violante in un’acuta analisi del messaggio, scorge in esso una sfida rilanciata a tutti a scegliere da che parte stare, se da parte della pace o del suo contrario che è la guerra. La Diocesi trentina dà il tradizionale appuntamento per le ore 17 del primo gennaio alla chiesa dei Cappuccini in piazza Cappuccini, dove parlerà il vicario del Custode di Terra Santa padre Francesco Patton, padre Dobromic Jasztal mentre alle 18 inizierà la fiaccolata silenziosa cristiani e mussulmani assieme, fino al Duomo, dove alle 18.30 dopo il dono reciproco del “pane della pace” sarà celebrata dall’Arcivescovo don Lauro celebrerà la Santa Messa.

in “Trentino” del 31 dicembre 2018

Il bene oltre l’indifferenza o l’ostilità. Buoni motivi per sperare.

Maurizio Ambrosini

Nel suo Rapporto 2018 Amnesty International chiude il severo capitolo dedicato alle politiche migratorie italiane con un cenno di speranza: la vede incarnata nei cittadini e nelle associazioni che si sono organizzate per opporsi alla xenofobia e per offrire assistenza a rifugiati e migranti. Il caso della mobilitazione di Lodi a favore dei bambini di famiglie immigrate esclusi dalla mensa è forse quello che negli ultimi tempi ha riscosso più interesse, ma questo giornale ha dato voce in molte occasioni alle iniziative di solidarietà sorte in tutta Italia: pensiamo per esempio all’accoglienza diffusa dei rifugiati giunti con i ‘corridoi umanitari’ dal Vicino Oriente e dall’Africa, alle tante scuole d’italiano, ai doposcuola associativi e parrocchiali che seguono i ragazzi di origine immigrata. È importante sottolineare la varietà delle esperienze, dei soggetti e delle motivazioni che si sono attivate sotto la bandiera dei diritti dei migranti.

Non si tratta di élite cosmopolite e senza radici, ma di soggetti collettivi radicati nella società e di tanti cittadini normali e senza etichette. È il caso, però, di approfondirne maggiormente i diversi profili. Credo infatti che questo complesso di attori possa essere suddiviso in quattro categorie.

La prima è costituita dalle Ong e da altri operatori strutturati e specializzati nel settore umanitario. Sono protagonisti dell’offerta di servizi dedicati, che spaziano dal salvataggio in mare all’accoglienza a terra. Hanno lavorato per diverso tempo in accordo con i Governi, ma possono coltivare visioni, valori e priorità non allineate con quelle dei poteri pubblici, agendo secondo codici, quelli dei diritti umani universali, che possono divergere dalle politiche degli Stati. La veemente campagna contro le Ong ha fondamentalmente questa motivazione: non accettano di ridursi a docile strumento della politica.

La seconda categoria è formata dalle organizzazioni della società civile che intervengono in vario modo sulle questioni dell’immigrazione e dell’asilo, pur non essendo specializzate in tale ambito o rimanendo prevalentemente nell’ambito del volontariato. Spesso combinano servizi operativi con azioni di sostegno e sensibilizzazione a livello politico e culturale. Rientrano qui i sindacati, le istituzioni religiose, le associazioni di volontariato. Per esempio le mense e gli empori solidali, così importanti per le famiglie in difficoltà e i rifugiati esclusi dall’accoglienza. Queste realtà impiegano personale retribuito, ma soprattutto volontari, talvolta cooperando con i poteri pubblici, altre volte compensando con i loro servizi le carenze dei sistemi di accoglienza. Come negli Stati Uniti, spesso si sentono in obbligo di assistere anche immigrati in condizione irregolare, per esempio presso gli ambulatori del volontariato.

Una terza categoria di attori è rappresentata dai movimenti sociali, portatori di istanze politiche radicali di protesta contro lo Stato e il sistema economico capitalistico. Sono particolarmente attivi nelle dimostrazioni contro le campagne xenofobe, ma non si limitano a questo. La novità consiste nel fatto che oltre a realizzare manifestazioni politiche, i movimenti sociali in vari casi si sono organizzati per fornire servizi materiali e immateriali ai migranti in difficoltà, come cibo, accoglienza, socializzazione, assistenza legale e burocratica. Un’evoluzione importante. In quarto luogo, si possono distinguere singoli e gruppi che si sono attivati spontaneamente a livello locale per fornire servizi ai richiedenti asilo, temporaneamente accolti oppure in transito: per esempio i gruppi attivi per diversi mesi alla stazione Centrale di Milano, o quelli che in maniera diffusa sul territorio, e perlopiù in modo informale, offrono lezioni di italiano o propongono attività sportive, musicali, di animazione del tempo libero ai richiedenti asilo. Anche molti cittadini singoli, senza etichette e senza gruppi di riferimento, si mobilitano localmente per aiutare come possono immigrati e rifugiati.

Nel tempo di Natale, a questo ‘esercito del bene’ va un pensiero di gratitudine. Insieme alla speranza che altri si uniscano a loro, facendo prevalere le ragioni dell’umanità sulla politica delle chiusure e dell’inimicizia.

in “Avvenire” del 30 dicembre 2018

Una grande lezione di dignità ed onestà da un “fuorilegge”

Valerio Varesi

Quei 205 euro dentro un portafogli trovato in terra davanti a un fruttivendolo, avrebbero potuto risolvere parecchi problemi a Ikpenwosa, trent’anni, nigeriano, clandestino per la legge. Ma lui, i portafogli, non li ruba come vorrebbe una vulgata zeppa di pregiudizi. Anzi, li restituisce rinunciando a ciò che poteva apparire una sorta di risarcimento di fronte a una sorte che l’ha relegato a mendicare. Succede a Vergato, montagna bolognese, di questi tempi pavesata di luci e vetrine sfolgoranti. Lì lo conoscono perché certi giorni si mette in ginocchio al freddo chiedendo un obolo ai passanti. Altre volte fa lo stesso camminando sotto i portici. In questo peregrinare elemosinando, si imbatte in un portafogli. Lo raccoglie, vede i soldi, forse per un momento è tentato di tenerseli, ma poi prevale in lui un sussulto etico e decide di restituire il tutto. Tuttavia anche l’onestà ha il suo prezzo e per Ikpenwosa è molto alto. Il suo programma di protezione è scaduto a maggio e ora è di fatto un irregolare. Portare il portafogli ai carabinieri significa auto denunciarsi. Ma anche in questo caso l’onestà prevale di fronte alla prova forse più dura. Se li fosse tenuti, quei soldi, magari gettando il portafogli in un angolo con tanto di documenti, avrebbe risolto la questione in un batter d’occhio. Invece eccolo davanti alla caserma dei carabinieri pronto a declinare le generalità come da prassi. Non ha preteso nessun ringraziamento, né un premio. Ha detto solo: «Ho fame». I militari hanno aggiunto un posto a tavola per uno degli “ultimi”, un affamato che il terminale ha catalogato freddamente come clandestino senza precedenti. Il portafogli è stato restituito intonso a una signora 35enne del paese che ha incontrato il suo benefattore assieme al sindaco del Comune montano Massimo Gnudi. Quest’ultimo si è offerto di accompagnare il giovane in Prefettura e Questura nel tentativo di regolarizzare la sua posizione. «Il gesto di Ikpenwosa — ha detto — dovrebbe far riflettere sul tema dell’umanità che più volte, negli ultimi tempi, è stata trascurata. Credo sia doveroso un riconoscimento per questo ragazzo. Non è solo una questione di accoglienza — ha continuato il sindaco — c’è di mezzo il tema della cittadinanza e della vita precaria delle persone a cui è scaduto il permesso di soggiorno. La vicenda di Ikpenwosa è emblematica della condizione di tanti migranti finiti fuori dal circuito dell’accoglienza, senza lavoro né casa e con permesso scaduto, dunque precipitati nell’inferno della clandestinità. Ma forse per lui s’intravede un lieto fine. Qualche volta i bei gesti sono premiati.

in “la Repubblica” del 29 dicembre 2018

Principio. Un inizio, ma che sia buono!

Nunzio Galantino

Dal latino principium, e con lo stesso etimo di princeps (primo, principe), la parola principio è ricca di significati, a seconda dell’ambito nel quale essa viene evocata. Può rappresentare l’inizio di un’azione, di un movimento o di un determinato periodo, come un nuovo anno. Ma, come si legge nel vocabolario Treccani, principio è anche il «motivo concettuale – spesso unico – sul quale si fonda una dottrina o una scienza o anche semplicemente un ragionamento». In ambito morale, poi, la parola principio/principî si riferisce a una o più norme assunte come parametri che permettono di identificare, ad esempio, un «uomo di sani o cattivi principî». Sì, perché il termine principio è neutro, non necessariamente positivo o negativo. Nell’ambito delle scienze (matematiche, fisiche, naturali, sociali), il termine “principio” ha un’accezione del tutto diversa da quelle fin qui evocate. Qui, il principio non è l’inizio e non è il motivo unico; è invece sintesi di leggi e teorie già validate. Come capita, ad esempio, per il «Principio di Archimede» (in Matematica) o per i «Principî della dinamica» (in Fisica) dai quali partono e grazie ai quali procede la conoscenza scientifica.

A ben riflettere, le varie accezioni della parola principio hanno una base comune: l’istante, lo spazio, il concetto, le teorie, le norme che danno origine e sostanza a qualcosa che prima non era. Per dirla con Aristotele, «Un principio anche minimo in quantità, può essere grandissimo nella potenza, e, quindi, negli effetti». Quasi a dire che le potenzialità racchiuse nel principio/inizio di una nuova avventura, di una nuova relazione o di un nuovo percorso di vita hanno la forza di neutralizzare ogni discorso rassegnato all’inerzia. Esse spingono lo sguardo verso ciò che ci si apre dinanzi, in termini di possibilità e di progetti. Non sempre però abbiamo la sensibilità che trasforma in arte giornate che si presentano sempre uguali a se stesse. Non sempre possediamo le energie sufficienti per fare delle ore di cui disponiamo un esercizio che assicura la crescita nostra e degli altri; e non sempre veniamo sorretti dalla forza di trasformare le nostre azioni in dovere assolto in maniera retta e consapevole. Le potenzialità insite, ad esempio, nel principio/inizio di un nuovo anno, fondandosi sulla consapevolezza di poter ancora contare su ore, giorni e tempo, può trasformare il principio/inizio dell’anno in «giorno della promessa e dell’impegno» per una Verità da dire, una Vita da vivere, una Luce da accendere, una Strada da percorrere, una Gioia da donare, una Pace da costruire e da diffondere, un Sacrifico da offrire. Possibilmente con discrezione ma anche con tanta determinazione. Perché, grazie a un principio/inizio vissuto con consapevolezza, il lamento non prevalga sullo stupore e le delusioni non schiaccino l’entusiasmo. Insomma, un “buon principio” può fare del tempo un tempo sempre nuovo da vivere, della storia una storia sempre nuova da inventare e della vita una vita sempre nuova da inseguire.

in “Il Sole 24 Ore” del 30 dicembre 2018

Legge bilancio 2019. Principali novità per la scuola

Legge di bilancio 2019 approvata in via definitiva alla Camera dei deputati con 313 voti favorevoli, 70 contrari.  Vediamo i provvedimenti riguardanti la scuola.

Sistema di reclutamento

Il sistema di reclutamento delineato dal D.lgs. 59/2017 è stato novellato prevedendo, per l’accesso al ruolo della scuola secondaria, il concorso seguito da un anno di formazione in servizio e prova per la conferma.

E’ stato, inoltre, abolito il concorso riservato ai docenti precari con 36 mesi di servizio.

Leggi i nostri approfondimenti:

Legge bilancio, concorso a cattedra riformato: addio FIT, si a 24 CFU, 4 anni senza mobilità, titolo abilitante. Il testo

Concorso scuola secondaria 2019, requisiti d’accesso docenti con o senza 36 mesi di servizio

Docenti con 36 mesi di servizio, legge bilancio prevede riserva 10% posti ed esonero 24 CFU

Docenti di ruolo, nuove regole per acquisire abilitazione per passaggio di ruolo/cattedra

Concorso scuola secondaria 2019: quali titoli avranno specifico punteggio

Concorso scuola secondaria: posti, prove, assunzione. Si partecipa per una sola classe di concorso

Abolita titolarità di ambito

La legge di bilancio abolisce la titolarità di ambito prevista dalla legge n. 107/2015, a partire dall’anno scolastico 2019/2020, per il personale coinvolto nelle procedure di reclutamento e nelle operazioni mobilità territoriale (trasferimenti) e professionale (passaggio di ruolo/cattedra).

Cosa accade invece ai docenti titolari di ambito non coinvolti in procedure di mobilità o assunzione. Lo abbiamo spiegato in Abolizione titolarità di ambito: per neoassunti e trasferiti nella legge di bilancio, per tutti nel DDL Granato

Tempo pieno alla primaria e 2mila assunzioni

Nel testo si legge che, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di bilancio, bisognerà stabilire le modalità per la graduatoria del tempo pieno nella scuola primaria.

L’aumento di organico previsto sarà di 2mila posti.

Riforma sostegno rinviata al 1° settembre 2019

Rinviata al 1° settembre 2019 l’entrata in vigore del D.lgs. 66/2017 che introdotto nuove norme in materia di inclusione scolastica.

Il rinvio è stato effettuato in vista di modifiche da apportare al decreto medesimo. Approfondisci

Stop appalti pulizia

Dal 2020 non ci saranno più appalti esterni per la pulizia delle scuole, ma se ne occuperanno i bidelli.

Prevista l’assunzione, tramite concorso, dei lavoratori delle ditte di pulizie (12.000) che abbiano determinati requisiti. Approfondisci

Alternanza scuola-lavoro

I percorsi di alternanza scuola-lavoro cambiano nome, assumendo quello di “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”.

Viene ridotto il monte ore da svolgere negli ultimi tre anni:

a) almeno 210 ore negli istituti professionali;
b) almeno 150 ore negli istituti tecnici;
c) almeno  90 ore nei licei.

Il Miur, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, deve emanare un decreto che definisca le linee guida in merito ai percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento.

inoltre, considerato che la misura entrerà in vigore dal 2018/19, i percorsi già progettati vanno rimodulati, sulla base delle risorse disponibili che, ricordiamolo, sono state ridotte in proporzione alla riduzione delle ore.

120 insegnanti esonerati per innovare la didattica

Esonero per 120 docenti che costituiranno delle équipe territoriali formative e dovranno facilitare l’utilizzo nelle scuole delle nuove tecnologie, al fine di innovare la didattica, secondo quanto previsto nel Piano Nazionale Scuola Digitale.

Licei musicali

La legge prevede l’incremento dell’organico del personale dei licei musicali. L’incremento è pari a 400 posti, per cui saranno assunti altrettanti docenti.

La misura pone fine al problema relativo allo svolgimento della seconda di strumento nel biennio, sino ad ora non svolta per carenza d’organico.

Assunzione educatori

Prevista l’assunzione di 290 educatori a decorrere dall’a.s. 2019/20. Continua

Aumento fondo finanziamento scuole

La legge dispone un aumento del summenzionato fondo, di cui alla legge n. 296/2006, di:

  • 174,31 milioni di euro per il 2020;

  • 79,81 milioni di euro per il 2021.

Ripartizione risorse attività PNSD e laboratori formativi per l’occupabilità

La legge di bilancio, modificando quanto previsto dalla legge 107/15, predispone che la ripartizione delle risorse tra le scuole, per le attività svolte in coerenza con il PNSD e per quelle svolte nell’ambito dei laboratori territoriali per l’occupabilità, avvenga tramite procedure selettive.

Specializzazione sostegno

Previsto come requisito d’accesso ai corsi di specializzazione uno dei seguenti:

  • abilitazione specifica all’insegnamento oppure laurea più 24 CFU in discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche, con riferimento con alle procedure distinte per la secondaria di primo o secondo grado.

Oltre che con l’abilitazione,  dunque, sarà possibile accedere ai corsi di sostegno con la sola laurea e i 24 CFU.

Evidenziamo che nella bozza di decreto del prossimo corso di specializzazione è prevista la partecipazione dei soli abilitati e non anche di coloro i quali siano in possesso della sola laurea e 24 CFU.

FIT 2018

La legge di bilancio interviene su una procedura in corso, ossia quella relativa al percorso annuale FIT, che stanno svolgendo i docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, i quali hanno partecipato al concorso per titoli e colloquio riservato agli abilitati e poi sono stati inseriti nelle graduatorie di merito regionali ad esaurimento (GMRE), da cui sono stati ammessi al predetto percorso FIT.

Il percorso FIT, secondo quanto predisposto dalla manovra, diventa ripetibile in caso di valutazione negativa.

FIT non avviati

La legge prevede, inoltre, che coloro i quali non sono stati ancora avviati al FIT (quindi coloro che hanno svolto il concorso 2018 ma non sono stati ancora ammessi al FIT), si applicano le nuove norme, per cui il FIT diventa percorso annuale di formazione iniziale e prova, che è ripetibile e finalizzato alla conferma in ruolo.

Pensioni quota 100

In legge di Bilancio è previsto soltanto il finanziamento della misura, mentre per le disposizioni attuative si deve attendere un provvedimento ad hoc.

Ricordiamo che si accede a quota 100 con almeno:

  • 38 anni di contributi;

  • 62 anni di età.

Quanto alla tempistica, il Vicepremier Luigi Di Maio ha indicato quando partirà quota 100, tramite un video su FB: tra febbraio e marzo.

Nell’incontro tra sindacati e premier Conte prima dell’approvazione della legge di bilancio in Senato, in realtà, la tempistica indicata era differente, a meno che Di Maio non si riferisca all’approvazione del provvedimento che renderà attuativa la misura. Questa la tempistica indicata:

  • dal mese di aprile 2019 per i dipendenti privati;

  • dal mese di ottobre 2019 per i dipendenti pubblici.

ATA ex COCOCO

Prevista, per tale personale, la trasformazione dei contratti a tempo parziale a tempo pieno. Ricordiamo, infatti, che gli ATA ex COCOCO sono stati assunti nelle scuole statali, nel corrente anno scolastico, ma con contratti part-time, secondo quanto previsto dalla precedente legge di bilancio.

Stipendio: elemento perequativo e indennità di vacanza contrattuale

Stanziati i fondi per il rinnovo del CCNL relativo al triennio 2019-2021 (sebbene siano considerati insufficienti dalle OO.SS.), per la copertura dell’elemento perequativo dal 1° gennaio 2019 e per la cosiddetta indennità di vacanza contrattuale in attesa del predetto rinnovo. Approfondisci

Evidenziamo che le risorse per il rinnovo dei Contratti sono ritenuti da più parti insufficienti.

ITS

Le legge prevede che le risorse del fondo di cui alla legge n. 296/2006, incrementato con quelle previste dalla legge n. 205/2017, siano ripartite tra le regioni e assegnate, a partire dall’anno formativo 2019/2020, in modo da rendere stabile e tempestiva la realizzazione dei percorsi coerenti con i processi di innovazione tecnologica in atto e inclusi nei piani territoriali regionali.

Le risorse suddette, entro il 30 settembre di ciascun anno, vanno assegnate dal Miur direttamente alle Regioni che le riversano agli ITS. A tal fine, questi ultimi  devono riportare, nell’anno precedente, una valutazione svolta sulla base dei criteri e delle modalità applicative degli indicatori stabiliti dall’Accordo in sede di Conferenza unificata del 5 agosto 2014, come modificato dal successivo Accordo del 17 dicembre 2015.

Assunzioni agevolate per laureati e dottori di ricerca

La legge di bilancio prevede un incentivo per i privati che assumono giovani laureati meritevoli. Continua

Superato declassamento USR FVG

Cancellato il declassamento dell’USR FVG, per cui tornerà ad essere diretto da un direttore generale.

Congedo maternità: al lavoro fino al nono mese di gravidanza

Attualmente, il congedo di maternità è fruito:

  • due mesi prima della data presunta del parto;

  • tre mesi dopo il parto (il calcolo parte dal giorno successivo a quello del parto).

E’, inoltre, possibile fruire del summenzionato congedo un mese prima del parto e quattro mesi dopo. In tal caso, quindi per lavorare sino all’ottavo mese di gravidanza, è necessario il parere favorevole del ginecologo.

Con la nuova disposizione il congedo potrà essere fruito dopo il parto, entro i successivi cinque mesi. A tal fine, è necessario che il medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi un danno alla salute della mamma e del nascituro.

in OrizzonteScuola, 30 dicembre 2018

Vivere la corporeità e la sessualità

Luciano Manicardi*

Ho scelto di articolare il mio intervento che abbraccia un tema così delicato e vasto in dodici punti. I primi cinque sono generali e fondativi, riguardano cioè la visione del corpo e della sessualità, mentre gli altri sette trattano più direttamente del “vivere la corporeità e la sessualità”.

1. Maschile e femminile

Vivere corporeità e sessualità: sì, ma, quale corpo? Quale sessualità? Corpo maschile o femminile? Sessualità maschile o femminile? Il discorso su corpo e sessualità, in ambito ecclesiale, è pressoché esclusivamente un discorso al maschile. E pure in questa sede lo è, dove a parlare di questo tema vi è un maschio, per di più celibe, che parla a una maggioranza di maschi, per lo più anch’essi celibi, perché preti e religiosi. Eppure il corpo e la sessualità femminile rappresentano la metà dell’umanità. Sarebbe necessario quindi, almeno un discorso a due voci, anche sul piano catechetico. Al tempo stesso, la differenza di genere è seconda rispetto al primato e all’unità dell’umano. Umano che si esprime nella relazionalità e che trova nell’espressione sessuale uomo- donna un momento di vertice. L’immagine e somiglianza di Dio che l’uomo è si manifesta nell’umano inteso come dono (immagine) e responsabilità (somiglianza) e si realizza nella relazionalità, che sta a fondamento della struttura più profonda dell’umano. Quindi, dire corporeità e sessualità è dire primato dell’umano e della relazionalità.

2. Il corpo come compito

Vivere la condizione umana è vivere la corporeità1. Nell’economia cristiana, a prescindere dai retaggi dualistici provenienti da platonismo e neoplatonismo, dallo gnosticismo e dal manicheismo, e che hanno segnato l’immagine del corpo e della sessualità e anche il discorso su queste realtà, il corpo non è un fastidioso fardello, ma responsabilità che personalizza. Goivanni Paolo II ha affermato con forza: “Il Creatore ha assegnato all’uomo come compito il corpo”. Al cristiano è chiesto di divenire il proprio volto, che è l’elemento più personalizzante del corpo, realizzando quell’unicità personale voluta e creata da Dio, e tutto ciò in riferimento all’uomo compiuto, Gesù di Nazaret. Quel Gesù che ha rivelato Dio in un corpo. L’autore della Lettera agli Ebrei pone in bocca a Cristo che entra neo mondo queste parole rivolte a Dio: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà'” (Eb 10,5-7). Da queste parole emerge che dietro al corpo di Cristo c’è il “tu” di Dio: “Tu mi hai preparato un corpo” (Sal 40,7LXX; Eb 10,5). Non solo il corpo, in questa prospettiva, non opacizza lo spirituale e il divino, ma è esso stesso rimando di trascendenza, trasparenza del “tu” di Dio. Penso che si possa esprimere questa verità fondamentale nei termini seguenti: il corpo che noi siamo, ma che non viene da noi, è la nostra in-scrizione originaria nel senso della vita. Ovvero: ciò che è più inalienabilmente mio non viene da me e mi rinvia ad altri da me. Cogliere il corpo come dono significa interpretare la vita come dono, dunque predisporsi a dare senso alla vita facendone a nostra volta un dono. Andando oltre ogni economia sacrificale Cristo ha operato la salvezza facendo del suo corpo un’offerta, un dono: questa salvezza non rinvia a una logica della prestazione ma a quella della gratuità. In breve, nel corpo che mi accomuna a ogni uomo e al tempo stesso mi personalizza, proprio lì è incisa la mia unicità, la mia irripetibilità, ma anche la mia chiamata a esistere con gli altri, grazie agli altri e per gli altri: il corpo è appello e memoriale della vocazione di ogni uomo alla libertà e alla responsabilità. Il volto, in greco prósopon, è ciò che davanti allo sguardo di un altro. Ciò che è più inalienabilmente mio è anche ciò che mi rinvia ad altri da me. Io sono visto da altro. Così come il mio nome, che è chiamato da altri, anch’esso rinvia ad altri da me. Io non sono senza gli altri. Il volto, afferma Paul Ricoeur, è l’unica e vera icona della trascendenza nel mondo.

3. Il corpo, soggetto della vita spirituale

Un difetto della spiritualità cristiana è stato quello di avere troppo spesso opposto ascolto e visione, e più radicalmente ancora, sensi e spirito. La vita spirituale si è troppo nutrita di polarità presto divenute antitesi inconciliabili: interiore – esteriore, io interiore – io esteriore, sensibilità – interiorità, spirito – materia, ascolto – visione, corpo – anima, ecc. Il rischio è quello di contrapporre e separare ciò che Dio ha unito, di non cogliere la complementarietà, l’intrinsecità, la fondamentale unità di quelle dimensioni, e di pervenire così a formulare spiritualità infedeli alla rivelazione biblica e anche nevrotiche e nevrotizzanti. Biblicamente, l’ascolto, che è il senso privilegiato della fede, tende a inscrivere nel corpo, cioè nell’uomo intero e in tutte le sue relazioni, la parola divina. Questa è la logica dello shemac Israel (cf. Dt 6,4-9) per cui i comandi di Dio devono stare non solo fissi nel cuore, ma anche legati alla mano, appesi come pendaglio fra gli occhi, scritti sugli stipiti delle porte, ripetuti ai figli, proclamati in casa e lungo la strada, al momento di coricarsi e al momento di alzarsi … Questa logica si oppone a ogni separazione fra interiorità e sensibilità e cerca di raggiungere l’uomo in quanto tale, nella sua corporeità come in tutti gli ambiti del suo vivere: famigliare, sociale, politico. Il cristianesimo poi, con l’incarnazione, rivela che il corpo umano è il luogo più degno di dimora di Dio nel mondo e afferma di fatto la connivenza profonda tra il sensibile e lo spirituale, tra i sensi e lo spirito, tra il corpo dell’uomo e lo Spirito di Dio. Dio è narrato dall’umanità di Gesù di Nazaret. Così la rivelazione biblica non mette in contrapposizione i sensi e lo spirito, ma afferma l’essenzialità dei sensi per l’esperienza spirituale. Di contro a questo troviamo nella tradizione cristiana, soprattutto nelle sue espressioni “mistiche”, una spiritualità dell’interiorità che si oppone radicalmente al piano della sensibilità. Perché invece non prendere sul serio quell’affermazione dell'”antropologia biblica unitaria” che rischia di ridursi a slogan tanto ripetuto quanto disatteso? Perché non pensare che fra interiorità e sensibilità non vi è opposizione, ma scambio e interazione in cui l’una dimensione prega l’altra di donarle ciò che non è capace di darsi da sé? È attraverso i sensi che il mondo fa esperienza di noi ed è attraverso i sensi che noi facciamo esperienza del mondo. Possiamo dire che vi è un infinito mistero in ogni senso nella sua materialità: nella vista, nel tatto, nell’olfatto, nel gusto, nell’udito. Mistero afferente all’alterità che dall’esteriorità e tramite i sensi giunge a noi, ci ferisce, ci inabita. I sensi hanno dunque a che fare con il senso: lì si cela la loro attitudine intrinsecamente spirituale. Noi entriamo nel senso della vita attraverso i sensi. Il senso del mondo non è estraneo ai sensi attraverso cui il mondo stesso viene colto ed esperito da noi: il significato di un fenomeno – ci dicono i fenomenologi – è inseparabile dall’accesso che vi conduce. Il corpo ci ricorda l’evento e la realtà “spiritualissima” per cui ciò che noi siamo sta nello spazio di una relazione, è dono. Noi siamo dialogo, ci dice il nostro corpo. Il corpo è la nostra obbedienza originaria e il nostro compito fondamentale. Il corpo è appello e chiamata, in esso è insita una parola, una vocazione. Il corpo è apertura allo spirito: nulla di ciò che è spirituale avviene se non nel corpo. I Salmi sono la migliore espressione della preghiera della sensibilità. “Il fragile strumento della preghiera, l’arpa più sensibile, il più esile ostacolo alla malvagità umana, tale è il corpo. Sembra che per il Salmista tutto si giochi là, nel corpo. Non che sia indifferente all’anima, ma al contrario, perché l’anima non si esprime e non traspare se non nel corpo. Il Salterio è la preghiera del corpo. Anche la meditazione vi si esteriorizza prendendo il nome di ‘mormorio’, ‘sussurro’. Il corpo è il luogo dell’anima e dunque la preghiera traversa tutto ciò che si produce nel corpo. È il corpo stesso che prega: ‘Tutte le mie ossa diranno: Chi è come te, Signore?’ (Sal 35,10)” (Paul Beauchamp). Pregare, per il Salmista, è anche dire il proprio corpo davanti a Dio. Pregare i Salmi, per noi, è anche fare memoria che la vita spirituale non è un’altra vita, ma questa vita, questa unica vita che è la nostra, questa vita del corpo che noi siamo, questa vita vissuta sulle tracce dell’umanità di Gesù che ci umanizza, che ci insegna a vivere (Tt 2,12). Certo, i sensi devono essere risvegliati, destati, purificati, perché sono sempre a rischio di idolatria: la vista dovrà sempre restare aperta all’invisibile, l’ascolto dovrà sempre stare al cospetto del non detto e dell’ineffabile … Ma i sensi nella loro materialità sono ciò che ci mantiene aperti all’alterità mantenendoci aperti all’esteriorità. È attraverso l’esteriorità e l’alterità cui i sensi ci danno accesso che noi non ci rinchiudiamo in una spiritualità intimista, individualista e di mera interiorità. I sensi sono la via sensibile all’alterità. Certo, essi possono chiudersi e intontirsi: la Bibbia (e Gesù stesso) parla di occhi che guardano ma non vedono, di orecchi che non ascoltano, di cuore indurito, ecc. Per svolgere la loro funzione spirituale, i sensi devono essere tenuti vivi attraverso l’attenzione e la vigilanza. Allora essi saranno la memoria del carattere spirituale del corpo e della santità della carne. Come scrive Ildegarda di Bingen: “L’anima sostiene la carne e la carne sostiene l’anima. Così ogni opera è compiuta per mezzo dell’anima e della carne”.

4. La pratica corporea di Gesù

Un utile esercizio è quello di leggere i vangeli cercando di cogliere la pratica sensoriale e corporea di Gesù. Come Gesù vive la corporeità?Anzitutto i vangeli ci pongono di fronte alla storia del corpo di Gesù, al suo divenire umano che è anche un divenire corporeo. Il suo crescere “in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52) è anche un crescere fisicamente e un divenire, un mutare nel proprio corpo. Gesù è anzitutto feto nel grembo materno, poi carne di neonato, di bambino, quindi corpo che segue tutte le tappe della crescita corporea e psichica e diviene il corpo adulto di Gesù relazionato con amici e discepoli, con uomini e donne, con folle e avversari, fino a divenire il corpo vilipeso, torturato e messo a morte, quindi corpo cadaverico sepolto, nell’attesa della vivificazione dello Spirito che lo risusciterà quale corpo del Risorto vivente per sempre. La corporeità di Gesù è anzitutto movimento di chi molto cammina e si sposta a piedi sulle contrade della Galilea e non solo. È la sensibilità tattile che lo porta a toccare con le sue mani persone lebbrose e malate, a compiere gesti terapeutici ponendo le dita negli orecchi e toccando con la saliva la lingua di un sordomuto (cf. Mc 7,33), a imporre le mani a persone per benedirle. È la tenerezza con cui abbraccia dei piccoli, dei bambini. È l’ascolto corporeo che egli sa mettere in atto quando sente, in mezzo a una folla che lo preme da ogni parte, il tocco intenzionale e supplice di una donna e recepisce nel suo corpo il messaggio corporeo di tale donna: se “la donna conobbe nel suo corpo che era stata guarita”, Gesù “conobbe in se stesso” che da lui era uscita un’energia, una forza (Mc 5,29.30): da parte della donna un’intelligenza corporea, da parte di Gesù una percezione interiore. Cogliamo qui la dimensione conoscitiva del corpo, l’intelligenza corporea, e, in particolare, della pelle, del toccare. È la libertà con cui Gesù lascia che una prostituta, dunque una donna socialmente reprensibile per un comportamento sessuale, lo avvicini, lo tocchi, manifesti una intimità sentita come scandalosa e inaccettabile da Simone il fariseo, colui che l’aveva invitato a mangiare a casa sua (Lc 7,36-50). E, in quella circostanza, Gesù sa vedere l’amore là dove gli uomini religiosi che sedevano a tavola con lui sapevano vedere solo il peccato. È il gusto e la capacità di parola e di conversazione con cui vive i tanti momenti di convivialità con peccatori e pubblicani: la comunione di tavola è più che mai corporea. E, proprio perché corporea, è anche particolarmente intensa e vitale. Attraverso la convivialità di corpi che mangiano insieme, Gesù narra la comunione di Dio con gli uomini. È ancora l’intensità comunicativa del suo sguardo che comunica simpatia e amore, che giudica e rimprovera. Insomma, la narrazione che Gesù compie di Dio è una narrazione corporea. Mentre Gesù non dice praticamente nulla, nella sua predicazione, circa la sessualità. Ricorda certo di guardarsi e stare lontano della concupiscenza, dalla brama di possesso, ma non dice nulla, per esempio, sulla masturbazione o sull’omosessualità. E anche questo silenzio dovrebbe interrogare noi e la nostra catechesi.

5. Il corpo e il cristianesimo

Nell’antichità cristiana un grande critico del cristianesimo, Celso, poteva definire con disprezzo i cristiani ghenos philosomaton, “gente che ama il corpo”, “genìa amante del corpo”2; oggi i critici del cristianesimo usano argomenti contrari e parlano piuttosto di disprezzo del corpo, di mortificazione del corpo da parte della tradizione cristiana: si può pensare alle critiche rivolte da Nietzsche a quello che lui chiamava l’ideale ascetico, o, alle più recenti (e grossolane) critiche di Michel Onfray da cui cito questo passaggio tratto dal suo libro Teoria del corpo amoroso. “(Nel cristianesimo) si teologizza la questione dell’amore per spostarla su un terreno spiritualistico, religioso, si condanna Eros a vantaggio di Agape, si fustigano i corpi, li si maltratta, li si detesta, li si punisce, li si ferisce e martirizza con il cilicio, si infligge loro la disciplina, la mortificazione e la penitenza. Si inventa la castità, la verginità e, in mancanza di queste, li matrimonio, sinistra macchina per fabbricare angeli”3. Le critiche, beninteso, non nascono dal niente, ma è anche vero che per intendere con onestà l’intento fondamentale del cristianesimo sul corpo occorre riandare ai testi fondatori, dunque essenzialmente alla Scrittura, e poi, eventualmente vedere ciò che ha portato a distorsioni così clamorose della bontà e santità del corpo da dar adito a critiche così impietose. A me sembra che, in estrema sintesi, si possa dire che il cristianesimo non sia colpevole di aver rifiutato la sessualità, ma forse di aver cercato con tutti i mezzi, anche repressivi, di dirne il senso etico. In ogni caso, sempre vi sono stati uomini che all’interno del cristianesimo hanno saputo affermare il valore relazionale e non meramente riproduttivo dell’unione carnale: “Quelli che si uniscono carnalmente costruiscono un’anima e un cuore solo e accrescono la loro pietà mediante la loro reciproca donazione amorosa”4.

Nel cristianesimo il corpo non è solo redento, ma soprattutto “soggetto” della redenzione, come ricorda la celebre affermazione di Tertulliano per cui il cardine della salvezza è la carne: caro cardo salutis. Sempre sul corpo si gioca la novità cristiana rispetto al mondo pagano: “Non ci accorgiamo che ci volgiamo indietro quando sentiamo che l’anima è immortale, ma il corpo è corruttibile e non può rivivere più? Questo le sentivamo anche da Pitagora e da Platone” (Pseudo- Giustino, Sulla resurrezione, II sec. d. C.). Il corpo è la cifra che da sola è capace di dare intelligibilità all’intero messaggio cristiano. Possiamo ripetere le parole di Adolphe Gesché: “Nel cristianesimo tutto ruota attorno al corpo. Dal Verbo che si fece carne del prologo del IV vangelo all’eucaristia; dalle guarigioni di Gesù al corpo che è la chiesa; dalla creazione alla resurrezione e all’escatologia. Il tema della corporeità, come interpretata dalle scritture cristiane, potrebbe bastare a dare intelligibilità a tutto il messaggio cristiano. Il cristianesimo sarebbe un trattato e una pratica del corpo. Dopo il Nuovo Testamento non è possibile parlare di Dio né dell’uomo né di morale né di vita eterna senza parlare ogni volta del corpo. Così, tutto si dice e avviene, per così dire, sub ductu corporis, sotto la guida del corpo”.

Ora, desacralizzazione (il corpo non idolatrato, non assolutizzato), valorizzazione (il corpo è il soggetto della vita spirituale, è spirituale nella sua stessa materialità), personalizzazione (il corpo è la persona e le relazioni che la persona vive), questi gli elementi che la tradizione biblica e cristiana in specie hanno dato al corpo. Non stupirà, alla luce di tutto ciò l’affermazione della divino umanità di Gesù Cristo, il fatto che in lui abita corporalmente la pienezza della divinità.

6. Accettare il proprio corpo

Vivere la corporeità implica il movimento di fondo di dire di sì al proprio corpo, di accettarlo. Si tratta di una obbedienza creaturale: accettare un corpo sgraziato, brutto, che non piace, o un corpo con malformazioni, un corpo malato … Le immagini del corpo diffuse nella società soprattutto attraverso la pubblicità e l’imperativo della moda non solo non aiutano il lavoro già faticoso di accettazione del proprio corpo, ma anzi creano una cultura dello scarto anche sul piano del corpo. Si pensi a quanti drammi vengono vissuti soprattutto da ragazzine nel periodo adolescenziale. Ora, l’esperienza del corpo è esperienza di una ambivalenza. Noi abbiamo un corpo, ma spesso la nostra sensazione è che sia il corpo che ha noi, che ci tiene in ostaggio. Il corpo a volte le percepiamo come li luogo da cui non riusciamo a fuggire, il nostro irrimediabile compagno, il piccolo frammento di spazio con cui, letteralmente, facciamo corpo, senza scampo. Un bel passaggio di uno scritto di Michel Foucault esprime bene questa sensazione. “Ogni mattina stessa presenza, stessa ferita, davanti ai miei occhi si disegna l’inevitabile immagine imposta dallo specchio: viso magro, spalle curve, sguardo miope, niente capelli, decisamente non bello. Ed è in questo brutto guscio, in questa gabbia che non mi piace, che dovrò uscire e andare in giro: attraverso questa griglia bisognerà parlare, guardare, essere guardato: sotto questa pelle, marcire. Il mio corpo è il luogo senza appello a cui sono condannato”5. Al tempo stesso però, in realtà, noi siamo anche il nostro corpo. E il nostro corpo è il luogo del sogno e del desiderio. Dunque, certo, esso è luogo a cui non si sfugge, ma grazie a esso noi ci spostiamo in ogni luogo, possiamo andare ovunque, raggiungere ogni altrove. Se esso è luogo, topía, irrimediabile, esso è anche nucleo originario di ogni utopia. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. In profondità, il corpo non è da nessuna parte, o meglio, è nel cuore del mondo e costituisce il piccolo nocciolo utopico a partire dal quale ciascuno di noi sogna e immagine, desidera e crea, percepisce la cose al loro posto e insieme le nega con il potere indefinito delle utopie che immagina. Ora, l’ambivalenza del corpo, la sua bellezza, la sua maestà e la sua bruttezza, la sua miseria, sono anche l’ambivalenza della sessualità: luogo di gioia e di esultanza, di godimento dei sensi e di gaudio dell’anima, ma anche luogo di angoscia e di paure, di fatica e di pena, di sofferenza e di pianto. Se ci volgiamo alle immagini che oggi la società veicola a proposito del corpo, ci troviamo stretti tra, da un lato, esaltazione, idolatria, sublimazione, esibizione e, dall’altro lato, disprezzo e rimozione: esaltazione dell’immagine di un corpo giovanile, sempre sano, desiderabile, seducente, e rimozione del corpo sofferente, malato, morente. Oggi si privilegia l’immagine del corpo, ma dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di coglierne la simbolicità. L’impressione è che il corpo oggi invadentemente esibito nella sua bellezza patinata, sia in realtà un corpo zittito, non eloquente, senza profondità, omologato a canoni estetici alla moda, parcellizzato, anatomizzato, un corpo che è pura esteriorità, in fin dei conti neutralizzato e banalizzato. Ma soprattutto è nei nostri vissuti personali che emergono i segni della difficoltà ad accettare e a vivere il corpo, delle patologie e delle deviazioni nel rapporto con il corpo nostro e degli altri, delle difficoltà a entrare in consonanza con il corpo, difficoltà che si riverberano anche sui piani della relazione con gli altri, dell’assunzione della realtà, del rapporto con Dio. Se il corpo (come sottolinea la concezione biblica) è il crocevia delle relazioni del singolo con gli altri, con la società, con il creato e con Dio stesso, ciò ha una ricaduta precisa sull’esistenza di ciascun uomo: dovremmo cioè ricordare che noi siamo anche la storia del nostro corpo, a partire dalla sua origine, la condizione fetale. La nostra storia personale non data semplicemente dal giorno in cui siamo “venuti alla luce”, in cui siamo stati partoriti, ma risale al concepimento e ai mesi di vita intrauterina. Il corpo è portatore di una sua memoria profonda: esso conserva tracce invisibili ma realissime di ciò che l’uomo ha vissuto, provato e sofferto. Per accettare questa eredità che il nostro corpo ha in servo per noi, occorre però ascoltare il nostro corpo.

7. Ascoltare il proprio corpo, ascoltare le emozioni

La nostra memoria corporea viene fatta emergere e “portata a superficie” dalle esperienze che ciascuno vive: il corpo, infatti, è il libro del tempo, il libro su cui restano registrate emozioni, sofferenze ed esperienze di un passato che non è tanto dietro a noi, quanto piuttosto dentro di noi. Per esempio, le posture del nostro corpo non sono innocenti, ma sono il frutto di una storia, sono rivelazione ed eloquenza del nostro passato, di chi noi siamo, di ciò che abbiamo vissuto e, eventualmente, subito. Il nostro corpo porta inscritte in sé la memoria della nostra origine, del grembo da cui proveniamo. Posture e gestualità del nostro corpo, il modo con cui lo trasciniamo o lo portiamo ben eretto, il nostro essere incurvati o ciondolanti, il modo di camminare, le rigidità, sono un linguaggio che riflette il nostro psichismo e i nostri vissuti e che attende interpretazione. Il corpo parla, e parla un linguaggio che anticipa e trascende l’espressione verbale. Merleau-Ponty sostiene che noi impariamo la nostra lingua materna attraverso il corpo, non mentalmente, e Nietzsche giunge ad affermare: “Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza”6. Freud, poi, mostrando che i problemi affettivi e relazionali, psicologici e sessuali delle persone trovano il loro luogo di epifania nel corpo, giunge ad affermare che “l’Io è innanzitutto un Io corporeo”. Dunque, il corpo parla. E normalmente, non mente, a differenza delle nostre parole, che possono dire la verità e rivelare la realtà, ma spesso la offuscano, la traviano, la pervertono. Occorre dunque imparare ad ascoltare il linguaggio del corpo. E il corpo parla anzitutto con le sue emozioni. Le nostre emozioni, come paura o tristezza o ira, le possiamo leggere in senso morale e farne occasioni di autocondanna, oppure, con maggiore intelligenza e utilità spirituale, possiamo interrogarle e ascoltare ciò che ci dicono di noi stessi. Scrive Agostino: “Nella nostra dottrina si chiede all’anima credente non se va in collera, ma perché; non se è triste, ma da dove viene la sua tristezza; non se ha paura, ma qual è l’oggetto della sua paura”7.

Non si dimentichi che “un’attività diviene conscia quando urta contro la superficie del corpo, perché solo così può entrare in rapporto col mondo esterno”8, con l’alterità; il super-io è ciò che ci consente di astrarre dal nostro corpo, di nutrire illusioni tanto seducenti quanto false, proprio perché non passano attraverso il vaglio del corpo. Si pensi alle persone dominate dalla paura del corpo o a chi rimuove la dimensione sessuale o a quanti non “abitano” il proprio corpo … Il corpo è il nostro modo di essere al mondo, di prendervi parte, di rispondere ai suoi molteplici richiami e alle sue sollecitazioni di gioia o di dolore, cose tutte che plasmano il nostro corpo, fino a renderlo immagine fedele del nostro carattere, di chi noi siamo. Il corpo viene costruito da noi, dagli altri, dagli eventi, e il credente lo costruisce anche con Dio e nella fede cerca di fare in modo che l’umanità di Gesù plasmi la sua umanità. La parola facies, “faccia”, deriva dal verbo facere, che indica un’attività, e visus, “viso”, deriva dal verbo videre, “vedere”, e indica il fatto che “altri” ci vedono: noi siamo costruiti dalle relazioni che viviamo; lo sguardo dell’altro, a partire da quello dei genitori fino a quello di Dio, dà forma alla nostra persona. Può darsi che lo sguardo di giudizio della madre o lo sguardo severo e di rimprovero del padre plasmino un corpo titubante, timoroso ed esitante, che, ancora in età adulta, con i suoi gesti incerti e imbarazzati traduce la paura dello sguardo e del giudizio altrui e l’angoscia di chi cerca esternamente a sé conferme al suo diritto ad esistere e di essere ciò che è.

8. Parlare la sessualità

L’umano deve “dire” la sessualità per socializzarla. Senza parola, senza linguaggio, la sessualità apparterrebbe solo al pulsionale, all’istintuale, all’indifferenziato. Per questo, antropologicamente, la sessualità è il campo delle regole per eccellenza, il campo in cui la cultura si articola con la natura. A differenza degli animali, gli uomini non dispongono di alcuna regolamentazione naturale per incanalare l’istinto sessuale. La parola ha una funzione anche normante (divieto dell’incesto; divieto dell’adulterio) per proteggere la società dal pericolo costituito dal disordine sessuale. Ma la parola è essenziale anche per inserire l’esercizio sessuale all’interno di un dialogo personale. Il Cantico dei Cantici è emblematico al riguardo. Al centro del Ct vi è l’amore di un uomo e di una donna, di un ragazzo e di una ragazza. Vi è un amore umano, umanissimo, che solo quando è colto nella sua “letteralità” e “materialità”, può anche rivelarci la sua valenza simbolica e la sua portata eminentemente spirituale. Ha scritto Franz Rosenzweig:

“La metafora dell’amore attraversa, come metafora, l’intera rivelazione. Presso i profeti è la metafora sempre ricorrente. Ma dev’essere ben più che una metafora. E tale è solo quando compare senza un rinvio a ciò di cui dev’essere metafora. Non è sufficiente, dunque, che il rapporto di Dio con l’uomo venga raffigurato con la metafora del rapporto tra l’amante e l’amata; nella parola di Dio dev’esserci immediatamente il rapporto dell’amante con l’amata, cioè il significante senz’alcun rimando al significato. E così lo troviamo nel Cantico dei cantici. In questa metafora non è più possibile vedere ‘soltanto una metafora’. Qui il lettore è posto, a quanto pare, di fronte all’alternativa tra l’accogliere il senso ‘puramente umano’, puramente sensuale (e certo allora finirà col chiedersi per quale bizzarro errore queste pagine siano finite in mezzo alla parola di Dio) ed il riconoscere che qui, proprio in questo senso puramente sensibile, direttamente e non ‘solo’ metaforicamente si cela il significato più profondo”9.

Non si tratta quindi di intendere il Ct come un’allegoria ritenendo che solo rimuovendo l’accezione umana, carnale, corporea dell’amore esso possa avere dignità di cittadinanza nella Bibbia. Non è neppure importante dare un nome ai due amanti: si tratta del re Salomone e della “regale” figlia del faraone, come propone un’interpretazione assai nota? Di quale re si tratta? In verità dobbiamo riconoscere che l’amore rende re gli amanti: le immagini regali del Ct si possono spiegare anche così. E comunque facendo l’elogio del corpo dell’amato, la donna lo paragona a una statua di un dio (5,14-15); descrivendo l’amata il ragazzo la pone al di sopra delle regine (6,9) e le accorda titoli degni di una dea (6,10). Quale amante non vuole adorare la persona amata? Non è nemmeno particolarmente grave che nel Ct manchi ogni esplicito riferimento religioso, a parte il rimando all’amore come “fiamma del Signore” (8,6): nel Ct non si deve cercare di sostituire Dio all’amante o pensare che il partner maschile sia divinizzato; ciò che è divino, nel Ct, è ciò che intercorre fra gli amanti, è la loro relazione. È in quel fuoco in cui si situano gli amanti che abita il Dio che è un fuoco divorante (cf. Dt 4,24).

E ciò che degli amanti ci è presentato nel Ct è il corpo e la parola. Il corpo appare il luogo dell’alleanza e la parola, che dice il corpo, che canta e proclama la bellezza del corpo della persona amata, fa sì che la donna sia il luogo in cui il mondo prende forma per l’uomo e l’uomo per la donna. In Ct 4,1-5 il corpo dell’amata è un microcosmo in cui si concentrano tutte le bellezze della natura (colombe, pendici del Galaad, spicchio di melagrana, cerbiatti, gigli, ecc.) e della cultura (monili, opera di mani di artista, torre di avorio, ecc.). Nell’esperienza dell’amore si esperisce il tutto nel frammento. Attraverso il corpo dell’amata l’amante riceve il mondo e viceversa. Nell’esperienza dell’amore il corpo diviene rivelazione del mondo. Nel Ct vi è quella totale mutualità, reciprocità, che attraverso il linguaggio anche più sensuale ed erotico, dice la donazione dell’uno all’altra e viceversa: “Il mio amato è mio e io sono sua” (2,16; 6,3). E colpisce che nel Ct sia la donna che parla più del suo compagno: vi è una dimensione accentuata di femminilità nel Ct che sembra far emergere la donna come vera protagonista. E se è vero che il Ct conosce la dimensione sessuale dell’incontro fra gli amanti (si pensi, fra gli altri passi, a un testo come 5,4-5)10 è vero che il Ct fa abitare la parola nella differenza sessuale degli amanti. La sessualità umana è parlata: senza parola non vi è sessualità e neppure desiderio. Ora, il Ct presenta sia l’incontro dei corpi che lo scambio delle parole, e la bocca che dona baci è la stessa che pronuncia parole. L’”io” e il “tu” del Ct sono traversati dalla differenza sessuale che diviene differenza di pronomi personali maschili e femminili nel testo ebraico. Il Ct diviene così un dialogo che si offre al lettore come “paradigma del discorso differenziato”11. Questo dialogo, suscitato dall’amore e che sostiene l’amore, diviene il santuario della libertà e della creatività. Il linguaggio degli amanti del Ct crea metafore inedite, porta la lingua su sentieri prima ignoti, si concentra sul corpo come sul luogo dello scambio fra uomo e mondo, fra universalità del mondo e singolarità delle persone. Come è proprio di tutti gli innamorati, anche gli amanti del Ct creano metafore, creano un linguaggio condiviso e da loro compreso, un linguaggio attraverso il quale possono riconoscersi reciprocamente: l’amore, infatti, è intelligente e creativo. Con queste metafore, con queste espressioni simboliche, il desiderio degli amanti diviene parola scambiata e il loro incontro, incontro di libertà dialoganti.

9. Ordinare la sessualità

Compito umano particolarmente difficile, da riprendere e ricominciare nelle varie età della vita, è quello di purificare e ordinare le pulsioni sessuali per incanalarle all’interno di una storia di amore. Una storia guidata e governata da una promessa, cioè da quella parola della promessa che reciprocamente i partner, parola che crea un futuro alla relazione, parola che impegna il presente e il futuro dei partner. Così la genitalità viene inserita in una storia che le rende significativa. In questa storia di appartenenza reciproca e aperta al futuro, ha la pienezza del suo senso quel fare l’amore che di per sé è aperto anche al terzo, al figlio, al frutto dell’amore. Ora, se la sessualità umana non è tanto questione di carne, ma di desiderio, ecco che essa si profila come un lavoro, una fatica. Se li desiderio e l’attrazione spingono a gettarsi senza riserve nelle braccia l’uno dell’altra, il primato della relazione e l’esigenza dell’umanizzazione fanno sì che l’amore e l’incontro sessuale esigano un’ascesi, un esercizio, un apprendimento dell’altro, una conoscenza sempre più raffinata dell’altro. L’intesa sessuale può essere un capolavoro, ma certamente non è così frequente ed è frutto di ascolto dell’altro, di intelligenza del suo corpo, di attesa e di rispetto dei suo tempi … Insomma, è un lavoro. Per amare bene l’altro occorre anche lavorare su di sé, apprendere l’arte della mitezza, che consiste nel mettere freni alla propria forza e dunque arginare la possibile violenza che è comunque insita nell’esercizio sessuale, nella penetrazione, e soprattutto nella sessualità maschile che si caratterizza per una certa aggressività, una certa violenza per ottenere soddisfazione immediata. La sessualità maschile è più puntuale, espressa da pulsioni limitate nel tempo, brevi e intense. La sessualità femminile, invece, è legata al ciclo regolare dell’ovulazione che non dipende dalla volontà della donna, e poi è connessa alla prospettiva e alla possibilità della gravidanza, dunque della maternità. Così, nella donna vi è un legame più stretto tra sessualità e tempo, tra sessualità e durata, tra sessualità e progetto. Appare evidente come la sessualità sia una maniera di essere presenti al mondo, di abitare il mondo. Ora, ordinare la sessualità al primato dell’altro, del suo volto, della sua unicità, è far entrare l’esercizio sessuale nella mitezza. Per Lévinas la circoncisione è l’atto con cui l’uomo accetta di porre un limite alla sua onnipotenza virile e si pone in ascolto della donna. Così, l’unione sessuale è orientata all’incontro dei corpi, delle persone, in un colloquio intimo, erotico ed etico al tempo stesso. Questo inserire la sessualità nello spazio dell’amore istruisce i gesti dell’amore, li rende creativi e intelligenti, porta l’amante a conoscere come l’altro vuole essere amato. Lì davvero eros e agape mostrano di essere consanguinei. In ogni gesto sessuale profondo c’è uno spasmo di morte, una perdita dell’io, ma c’è anche il ritrovarsi nell’altro, per l’altro, con l’altro. C’è una dinamica pasquale nell’atto erotico: come nell’agape, così anche nell’eros la dinamica è quella di perdersi per ritrovarsi, di perdere sé nell’estasi del piacere per ritrovarsi come “noi” nell’altro e grazie all’altro. Ordinare la sessualità al primato dell’altro porta a differenziare i gesti, a sapere che c’è un tempo di tenerezza, per esempio, segnato dalla carezza, che è gesto di desiderio che sfiora ma non possiede, che tocca ma non violenta, che rispetta il confine del corpo dell’altro, che l’altro è (“la carezza è risveglio di te a te, e a me; è chiamata a essere noi, fra noi”: Luce Irigaray). Ma anche il momento di un gesto più forte e totale, perfino più violento, come la penetrazione, può divenire espressione di dono e di accoglienza, di amore pieno, dove pieno designa la totalità di donazione che nell’orgasmo trova l’apice del piacere, il piacere più intenso che l’uomo conosca, piacere sopportabile perché di pochi istanti, piacere spesso chiamato “piccola morte”.

Ciò che abbiamo detto riguarda l’amore che regola, ordina il desiderio e quindi l’incontro sessuale. Al lato opposto c’è quella che la tradizione cristiana chiama lussuria, caratterizzata da assenza di tenerezza e spersonalizzazione dell’altro. Che rapporto esiste tra amore e lussuria? “L’amore autentico tra due persone è espresso e rafforzato dall’atto sessuale. Ma la lussuria, che guarda l’altro come oggetto piuttosto che come persona, non trova più nessun uso per quell’oggetto una volta che la gratificazione cui mirava è stata ottenuta. Uno dei migliori test di amore autentico è quanto uno si senta affezionato verso l’altro partner dopo il rapporto e prima che sia tornata la passione sessuale. Un test ancora migliore è se l’amore rimane forte anche quando il rapporto sessuale è impossibile per un lungo periodo di tempo, come quando il coniuge è ammalato […]. Come la stella polare, cui il navigatore fa costantemente riferimento, l’amore è fermo di fronte agli ostacoli. Questo perché è unione di persone, non di corpi. L’invecchiamento, la mancanza di bellezza esteriore, la malattia o le calamità non diminuiscono l’amore quando le barriere emotive sopra cui è basato rimangono intatte. La lussuria è egocentrica, capricciosa, instabile. L’amore è permanente, stabile e altruistico. La lussuria usa il corpo di altri per soddisfare il suo appetito per il piacere. L’amore dà tutto se stesso, corpo e anima, per rendere l’altro felice”12.

10. Discernere la sessualità oggi

Che ne è della sessualità oggi nelle nostre società occidentali? In un interessante libretto, il sociologo Zygmunt Bauman parla della forma fisica, dell'”essere in forma” quale imperativo odierno che ha sostituito il sorpassato “essere di sana e robusta costituzione” come elemento di integrazione sociale13. Con la differenza non trascurabile che l'”essere in forma” è lasciato all’individuo, ha confini incerti, non è regolato e normato da una fabbrica o dall’esercito come avveniva per il vecchio “essere di sana e robusta costituzione”. Questo è richiesto anche in ambito sessuale a quello che Bauman ha chiamato l’odierno “collezionista di esperienze o di sensazioni”. La tecnicizzazione del sesso, la sua virtualizzazione mediante Internet, la sua regolamentazione da parte del mercato e dell’industria, fanno sì che il sesso postmoderno concerna essenzialmente l’orgasmo. “Sciolto da lacci, briglie e catene, l’erotismo postmoderno è libero di contrarre e sciogliere qualsiasi rapporto di convenienza, ma è anche facile preda di forze pronte a sfruttarne i poteri di seduzione […] Il suo (dell’attività sessuale) compito supremo consiste nel regalare esperienze sempre più forti, infinitamente variabili, preferibilmente nuove e senza precedenti; in questo campo tuttavia c’è poco da inventare e dunque l’esperienza sessuale definitiva non può che rimanere un compito irrealizzato, e nessuna esperienza sessuale è veramente così gratificante da rendere superflue quantità ulteriori di addestramento, istruzioni, consigli, ricette, rimedi o accessori”14. Come rendere variabile infinitamente ciò che è finito e limitato come la sessualità? Certo, la sessualità postmoderna vede l’erotismo troncare i legami con il sesso (la riproduzione) e con l’amore e cerca di aprire all’immaginazione e alla pratica erotica una libertà di sperimentazione mai prima conosciuta. L’ideale, in tempi di identità duttile, instabile, cangiante, è un erotismo senza vincoli, senza legami sia nei confronti della riproduzione, sia nei confronti del rapporto con un partner e tende, come dice George Steiner, ad avere il massimo impatto e obsolescenza istantanea. L’indebolimento dei legami aiuta la produzione di collezionisti di esperienze che sono anche efficienti consumatori. L’ampio ricorso a Internet per consumi sessuali, fino alla porno-dipendenza, dice di persone ancora abitate da grande paura dell’ambito affettivo, relazionale e sessuale, che preferiscono il disimpegno della fantasia alla fatica della realtà, il nitore delle immagini all’opacità del simbolico, l’immediatezza del piacere alla lunghezza di una storia quotidiana e dilatata nel tempo. Da queste sommarie linee di lettura dell’oggi, possiamo dedurre un’indicazione finale. La sessualità si gioca sul piano del desiderio. Ciò a cui tende non è l’orgasmo ma l’incontro con l’altro, perché solo desiderando l’altro o sentendomi oggetto di desiderio altrui io mi scopro come essere sessuato e come persona desiderabile.

11. Una sessualità matura

Una sessualità matura si esprime all’interno di una relazione amorosa di coppia e si manifesta con questi quattro connotati: è libera, adulta, creatrice, integrata15. Libera, perché non si dà relazione sessuale senza libertà di entrambi i partner. Adulta perché liberata dalle dipendenze e dalle ossessioni infantili. Creatrice, cioè aperta a una novità da creare e a un futuro da costruire. Integrata, perché la sessualità non può restare scissa dal resto della persona e perché segno più forte dell’unità della coppia stessa e della loro dedizione reciproca.

12. Umanità, relazionalità, intelligenza

Amare con umanità, amare con intelligenza, amare nello spazio di una relazione. Quest’ultimo punto vuole indicare tre criteri per cercare di vivere la corporeità e la sessualità e anche per vagliare situazioni che possono apparire problematiche. Forse che persone con comportamento o con tendenza omosessuale non possono vivere storie d’amore e relazioni di vera dedizione? L’umano e il relazionale precedono la differenza sessuale ed è la relazione, come già abbiamo detto, che sta a fondamento della struttura più profonda dell’umano16. La masturbazione, fenomeno naturale in età pre-adolescenziale e adolescenziale, va colta nella vasta gamma di significati sintomatici che può assumere quando permane in età adulta. Veramente problematico è l’atteggiamento masturbatorio, l’autoerotismo come atteggiamento psicologico, che rischia di condurre all’edificazione di una personalità autocentrata. Se l’apostolo Paolo condanna l’unione con una prostituta, e se noi vi vediamo lo scambio di ciò che è più intimo e personale con ciò che è più impersonale (i soldi), è anche vero che pure una situazione di per sé così squallida, ma in cui ci sono due corpi che si incontrano, può conoscere tenerezza e umanità. Si potrebbe continuare a lungo. Mi limito a ricordare il testo evangelico di Lc 7,36-50 in cui Gesù, di fronte alla prostituta, vede l’amore là dove scribi e farisei vedono il peccato. Spesso anche noi vediamo solo il peccato nelle ricerche di amore forse maldestre, spesso angosciate, che sono le nostre. La sessualità è l’ambito della nostra più grande vulnerabilità, è spazio di profondo mistero, ma anche di grandi enigmi. Vi si addice il linguaggio della compassione e della misericordia, molto più che quello del giudizio e della condanna.

 

(Relazione al Convegno nazionale dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani,  “LA GLORIA DI DIO È L’UOMO VIVENTE”, Salerno, 2015

Il fenomeno migrazioni richiede una visione e un progetto culturale

Alfonso Berardinelli

Esiste, è sempre esistito e dovrebbe continuare a esistere un pensiero politico razionalmente elaborato. Esiste poi (o esiste prima) la lotta politica con i suoi strumenti, le sue organizzazioni, partiti, ideologie, competizione elettorale, occupazione del potere. È noto, ma è anche grave, che la lotta politica usi il pensiero politico riducendolo in polvere, in propaganda e slogan contundenti che ostacolano una conoscenza obiettiva e onesta della realtà. È invece proprio su una realtà accuratamente studiata e capita che sarebbe necessario discutere quando si cerca politicamente la migliore soluzione possibile dei problemi sociali. Prendiamo l’esempio, oggi centrale, delle migrazioni. L’editore Franco Angeli ha pubblicato un volume a cura di Angelo Turco e Laye Camara, Immaginari migratori (pagine 342, euro 39,00) che dovrebbe essere usato come un manuale, una guida, una fonte di riflessioni e di dati su un problema sociogeografico e storico fondamentale per l’Europa del presente e del futuro. Il quadro empirico e analitico tracciato da Turco nel suo libro a più voci non cede né a semplificazioni né a impazienze pragmatiche e politicamente strumentali. Evita di mettersi al servizio dei due “monologhi” politici oggi più praticati: il monologo di coloro che si dichiarano per una generica accoglienza umanitaria e il monologo di chi, per ragioni presunte di sicurezza, rifiuta irrealisticamente i migranti. Un conflitto, questo, che invece di produrre “argomenti” produce “retoriche”. Purtroppo gli schieramenti politici si servono più di retoriche emotive che di argomenti fondati, mentre per immaginare soluzioni sperimentali e di buon senso sarebbe necessario alimentare più il dialogo che le contrapposizioni di schieramento. Si tratta di costruire e promuovere, spiega Turco, una “cultura della migrazione” e di intendersi, per esempio, su un termine vacuamente abusato come “integrazione” che non significa elargire, omologare, concedere dall’alto.

Il processo sociale richiede piuttosto l’accesso dei migranti ai diritti e ai doveri della cittadinanza, da accettare e praticare non rinunciando alle varietà e specificità culturali. Il migrante non è certo un soggetto passivo dotato di un’identità fissa. Ogni incontro e convivenza ha le sue difficoltà e i suoi tempi di elaborazione. Ma una cultura dell’emigrazione, della cooperazione, della comunicazione potrà essere un bene per società pigre, inerti e in disgregazione come stanno diventando le nostre. I migranti ci portano il mondo in casa. Per dominare le nostre ansie dovremo avere l’immaginazione e il coraggio di capirlo.

in “Avvenire” del 28 dicembre 2018

La pace é una opzione fondamentale e ineludibile per la Chiesa

Renato Sacco

«La proposta di dedicare alla pace il primo giorno dell’anno nuovo non intende qualificarsi come esclusivamente nostra, religiosa cioè cattolica. Essa vorrebbe incontrare l’adesione di tutti i veri amici della pace, come fosse iniziativa loro propria. Ed esprimersi in libere forme, congeniali all’indole particolare di quanti avvertono quanto bella e quanto importante sia la consonanza di ogni voce nel mondo per l’esaltazione di questo bene primario, che è la pace, nel vario concerto della moderna umanità…» (Paolo VI, Messaggio per la prima Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 1968). Pax Christi raccolse subito quell’invito e, per la notte del 31 dicembre 1968, organizzò la prima Marcia nazionale per la pace, a Sotto il Monte. E proprio nel paese natale di Giovanni XXIII s’è svolta, lo scorso anno, la 50a marcia.

Quest’anno, per il primo gennaio 2019, il Papa ha scelto un titolo importante per il suo messaggio: La buona politica è al servizio della pace. Tutt’altro che scontato come messaggio! Viviamo in un contesto dove sembra trionfare l’antipolitica, con le considerazioni più banali e qualunquistiche che ne conseguono. Si è portati a vedere la politica soltanto come potere, come difesa di interessi particolari, fino ad arrivare alla guerra (considerata da qualcuno la prosecuzione della politica). Papa Francesco, invece, ci ricorda che la politica è la massima espressione della carità.

Quando guardiamo alle vittime delle guerre, agli impoveriti, quando guardiamo per esempio allo Yemen, dov’è in atto la peggior crisi umanitaria al mondo, ci chiediamo: ma la politica cosa fa? E ci sono grandi responsabilità anche italiane. In Sardegna la Rwm di Domusnovas produce bombe che poi l’Italia, tramite intermediazioni, vende all’Arabia Saudita, che le usa per bombardare lo Yemen.

È un esempio drammatico che interpella la politica. E che ci fa chiedere se è “buona politica”. E se è “al servizio della pace”. Ma interroga anche ognuno di noi. Il messaggio del Papa è un invito a riscoprire l’impegno politico di ogni cittadino, uomo e donna, nella costruzione della polis, per il bene comune del pianeta, per riparare ai tanti disastri umani e ambientali di cui siamo responsabili anche noi.

Come si usava dire tanti anni fa: «Tutto è politica, ogni scelta che facciamo è politica». Francesco ci ricorda, però, che solo la politica “buona” è a servizio della pace. Pensiamo a tutta la situazione dei migranti, che ci tocca come italiani e come europei. Il messaggio della scorsa Giornata della pace, 1° gennaio 2018 era: Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace. Andrebbe ripreso ancora oggi. Anche in vista delle prossime elezioni europee. Andrebbe riletto alla luce di scelte politiche assurde, pericolose, violente e razziste cui assistiamo. Penso al decreto sicurezza: un esempio, a mio parere, di politica non buona. E non certo a servizio della pace.

Di questo, forse, dovremmo interessarci e confrontarci di più. Anche all’interno delle comunità cristiane. E invece – ammettiamolo -, il tema della pace, del disarmo, dei diritti umani, della situazione pericolosa di razzismo e xenofobia che serpeggia neanche troppo velatamente anche tra molti che si dicono cristiani, non è centrale nella vita delle comunità e nelle scelte pastorali. Forse, più semplicemente, si evita di parlarne. Sarà, forse, per non creare “divisioni” o per “amore di comunione”? Ma, in questo modo, si lascia campo aperto alle peggiori scelte, a quanto i social vanno seminando: un misto tra bugie, insulti e odio. Nel linguaggio e non solo.

La pace – intesa come valore globale, non solo come assenza di guerra -, non è un hobby o una fissazione di qualcuno. La pace è la buona notizia che tutti noi – uomini, donne, studenti, casalinghe, preti, laici, credenti e non credenti – siamo chiamati a seminare, percorrendo una strada certo in salita ma guidati dalla speranza. Don Tonino Bello, presidente di Pax Christi e vescovo di Molfetta, morto nel 1993, ogni anno incontrava i politici. A quelli assenti inviava una cassetta con la sua riflessione. Egli era solito dire: «Se Cristo è la nostra pace, allora la pace è un prodotto doc, è

“made in cielo”».
Sono convinto che siamo chiamati a chiedere con fermezza alla politica, italiana ed europea, che

ci sia un chiaro impegno per il disarmo. Non possiamo parlare di pace in astratto e poi investire milioni di euro in armamenti. Penso agli F-35 che costano 150 milioni di euro l’uno. Penso alla nuova portaerei Trieste che ci verrà a costare circa 1,1 miliardi di euro. E l’elenco potrebbe continuare. Ma noi dobbiamo restare spettatori? O dire che non sono cose che ci riguardano, limitandoci ad annunciare un Vangelo disincarnato, che non diventa “buona notizia”?

L’Italia non ha aderito al trattato per la messa al bando delle armi nucleari del 7 luglio 2017, all’Onu. Dobbiamo chiedere con forza al governo italiano di aderire! E sappiamo anche che sul territorio italiano a Ghedi e ad Aviano sono presenti decine e decine di testate nucleari, ben più potenti di quelle di Hiroshima. Papa Francesco più volte è intervenuto su questo tema. E ha convocato in Vaticano, nel novembre 2017, un convegno internazionale sul tema Prospettive per un mondo libero delle armi nucleari e per un disarmo integrale, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale.

«Papa Francesco è bravo», è il commento di molti. Ma poi lo si lascia solo! Ecco, allora, che ognuno è chiamato a impegnarsi nella propria realtà e nel proprio territorio. L’impegno per la pace, per il disarmo e la nonviolenza, la denuncia del razzismo e di ogni forma di odio e intolleranza non può essere assente dalla vita pastorale delle nostre comunità. Come ricordava il cardinale Lercaro di Bologna, il 1° gennaio 1968: «La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia».

in “Vita pastorale” n° 1 del gennaio 2019

Irene Sendler. Una storia straordinaria di coraggio e di solidarietà

MICHELA LUGLI

«Un’attività fondata su comportamenti rivolti al bene di tutta l’umanità lega indissolubilmente ognuno di noi alle conseguenze che da essa derivano».

Lo scriveva Irena Krzyżanowska, più nota come Sendler, in una lettera datata 3 maggio 2002 indirizzata a un gruppo di giovani ragazze del Kansas che, appassionatesi alla sua storia, ne hanno promosso la conoscenza con il progetto Life in a jar – La vita in un barattolo.
Polacca e cattolica, nata a Varsavia nel 1910 da una famiglia socialista, Irena inizia la sua attività di opposizione alle persecuzioni antisemite già dall’università dalla quale, per questo motivo, viene espulsa per tre anni.
In qualità di assistente sociale nell’amministrazione comunale, dal ’39 al ’42 contribuisce alla fuga di numerose famiglie ebree residenti a Varsavia fornendo loro documenti falsi. Quindi, si unisce al Consiglio di Aiuto degli ebrei fondato nel dicembre del 1942 e meglio noto con lo pseudonimo Zhegota, un contenitore clandestino di polacchi ma anche di ebrei appartenenti a schieramenti politici di destra e sinistra, rimasto attivo fino a gennaio del 1945.
Assegnata alla guida del Dipartimento per l’infanzia interno all’associazione clandestina, Irena mette in salvo 2500 bambini, sottraendoli al destino previsto per loro con la distruzione del ghetto di Varsavia, il più grande ghetto europeo nel quale furono uccise 450.000 persone.
Ottenuto un lasciapassare come infermiera addetta ai controlli per la diffusione di epidemie, organizza sotto lo pseudonimo di “Jolanta” una rete di soccorso interna al ghetto; indossa sempre una stella di David in segno di solidarietà ma anche per potersi meglio confondere tra la gente.
«L’enorme numero di bambini messi in salvo da Zhegota – scrive Irena nelle sue lettere – andava catalogato e ricordato, nonostante l’enorme pericolo che questo tipo di operazione comportava, perché era l’unico modo per consentirne, a guerra finita, il ritorno alle famiglie d’origine e perché basandosi sull’elenco in cui erano annotati gli indirizzi ai quali ciascun bambino veniva destinato, potevano essere recapitati i soldi per coprire le spese di soggiorno».
Le liste furono scritte su sottili fogli nascosti, in un primo momento, in casa della stessa Irena e poi trasferite in un barattolo sotterrato nel giardino di un “contatto” della Sendler.
Diversi furono i sistemi adottati per la fuga; i bambini venivano sedati e rinchiusi in un sacco per farli sembrare morti di tifo; nascosti tra stracci sporchi di sangue all’interno di ambulanze o, ancora, nascosti dentro casse di attrezzi trasportate nel furgone di un tecnico del comune che teneva sul sedile anteriore il suo cane addestrato ad abbaiare in presenza di soldati nazisti, così da coprire il pianto dei piccoli.
Una volta “liberati”, i bambini venivano affidati a famiglie residenti nelle campagne, mandati in conventi cattolici o ancora presso preti che li nascondevano nelle canoniche.
«Dopo la fine del conflitto – scrive Irena -, ho affidato gli elenchi a Adolf Berman, tesoriere di Zhegota che a guerra conclusa divenne presidente del Comitato ebraico di aiuto sociale.
Egli, con l’aiuto degli attivisti a lui subordinati, prelevò i bambini dagli istituti polacchi gestiti da ordini cattolici o dalle famiglie private che li nascondevano. Il mio ruolo si esaurì sostanzialmente qui; non ricordo i loro nomi e loro non seppero mai il mio, dopo tutto, ciò fu indispensabile per la sicurezza di tutti. Per loro io ero solo “Auntic Jolanta”».
Le misure di sicurezza furono necessarie e fondamentali. Infatti, nell’ottobre del 1943, Irena venne arrestata dalla Gestapo e pesantemente torturata; ciò non bastò però, a farle rivelare il segreto suo e di migliaia di bambini.
La rete della resistenza polacca riuscì a far fuggire Irena, ormai condannata a morte, corrompendo i soldati tedeschi e facendo scrivere il nome della Sendler tra i prigionieri già messi a morte.
Dopo la guerra, in molti casi, ormai abituati agli istituti nei quali furono collocati o alle famiglie assegnatarie, i bambini (specialmente i più piccoli che non sapevano né ricordavano nulla) trovarono molte difficoltà ad adattarsi alla nuova condizione. Molte famiglie si erano affezionate e non vollero restituirli; in molti casi fu necessario l’intervento del giudice.
Le istituzioni ebraiche si trovarono a dover gestire l’adattamento dei bambini alle nuove e completamente diverse condizioni. Fu necessario un lungo lavoro per rintracciare i parenti più o meno lontani così da ricreare un legame con le famiglie d’origine, nella maggior parte dei casi sterminate nel ghetto.
Dopo la fine della guerra Irena, ottenuto il divorzio dal suo primo marito Mietek Sendler, si risposò con Stefan Zgyzebski dal quale ebbe due figli Adam e Janka.
Ma la restaurata pace mondiale che la restituì al suo lavoro presso i Servizi Sociali di Varsavia non significò per lei un reale ritorno alla normalità. Considerata una “sovversiva” dal partito comunista polacco, venne costantemente tenuta sotto osservazione e le sue azioni durante gli anni della guerra costarono ai suoi figli, seppur nati a conflitto concluso, la possibilità di iscriversi e frequentare l’Università di Varsavia.
Morta il 12 maggio del 2008 a Varsavia, Irena è sepolta nel cimitero polacco della città. Proposta come premio Nobel per la pace nel 2007, le venne preferito Al Gore.

in Enciclopedia delle donne