Migranti. Un nodo per la tenuta dell’Europa e la qualità della sua civiltà

Giannino Piana

L’Europa attraversa oggi una situazione di grave difficoltà. La Brexit, con l’uscita di un paese importante come l’Inghilterra, la crisi economico-finanziaria non ancora risolta, la presenza di spinte populiste che mettono sotto processo ogni forma di rappresentanza in nome dell’ideale della democrazia diretta e, infine, il fenomeno migratorio, che ha assunto (e continua ad assumere) proporzioni sempre più massicce sono altrettanti segnali di una condizione di profondo disagio. La minaccia del tracollo si fa sentire, alimentata dall’interesse convergente di paesi (peraltro non allineati tra loro) come gli Usa di Trump e la Russia di Putin ad indebolirne la presenza sullo scenario mondiale.

A questi motivi di primaria rilevanza si aggiunge poi l’avanzare di forze sovraniste ed euroscettiche – si pensi a paesi come l’Italia e come l’Austria – o di movimenti di destra – è sufficiente il rimando ai paesi dell’Est europeo, ma anche a Stati come la Francia e la Germania (pericolose sono, al riguardo, le recenti virate a destra della Csu) – che rischiano di sbilanciare la situazione, mettendo seriamente a repentaglio la stessa idea di comunità europea.

Le ragioni della crisi e la questione migratoria

Le ragioni di questa crisi non sono solo di ordine economico e politico, ma prima ancora (e più ancora) di carattere culturale ed etico. Il prevalere dell’ideologia individualista con l’affermarsi degli egoismi dei singoli e delle corporazioni o degli interessi dei membri della propria nazione rispetto a quelli di altre – lo slogan ripetuto «prima gli italiani» è un indice significativo del sopravvento di questa logica –, il benesserismo che trasforma il mercato, e dunque l’efficienza produttiva e consumista, in criterio di valutazione di ogni scelta personale e di gruppo, il mito della tecnica con la tendenza a identificare il progresso tecnologico con la crescita umana e, da ultimo (ma non in ordine di importanza), la temperie antiumanista, che sfocia in forme di ripiegamento nichilista, sono fattori destinati ad erodere le basi stesse della convivenza civile tra le nazioni europee.

I valori di libertà e di giustizia, di tolleranza e di uguaglianza, di solidarietà e di cooperazione, che hanno costituito, fin dall’inizio, il terreno fertile sul quale l’Europa è venuta sviluppandosi – non sono forse questi i motivi ispiratori dei Padri fondatori? – sembrano aver lasciato il posto a una totale assenza di tensione morale, con la rimessa in discussione di quella che è stata da sempre definita come civiltà europea.

La «cifra» emblematica di questa situazione è la questione migratoria, dove diversi paesi, e in particolare quelli dell’Est – Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca – (ma non solo) hanno reagito nei confronti della politica di ripartizione degli immigrati messa in atto da Bruxelles, adottando decisioni restrittive o chiudendo decisamente le frontiere. A rendersi in tal caso trasparente è stata, da un lato, la situazione di impotenza delle istituzioni europee, incapaci di far valere le proprie decisioni – si è misurato qui ancora una volta il limitato potere degli organismi federali – e, dall’altro, la scarsa (per non dire nulla) coscienza di un’appartenenza comune da parte di governi che, anziché collaborare alla elaborazione di progetti unitari e rispettare, una volta approvate, le decisioni assunte, preferiscono rivendicare, quando i loro interessi particolari non coincidono con tali decisioni, la sovranità nazionale, calpestando ogni regola e indebolendo nei fatti il cammino dell’Unione.

Alle origini dello stato di disgregazione

Il fenomeno migratorio risulta essere così la spia di uno stato di disgregazione diffuso, dovuto a una frammentazione ideologica, che ha le sue radici nella diversità delle motivazioni che hanno spinto i paesi appartenenti oggi all’Unione ad aggregarsi, e dunque nei diversi livelli di intensità della loro adesione. La composizione attuale prevede infatti, accanto a paesi che condividono, pur se in maniera meno radicale di quanto avveniva agli inizi a causa della complessità delle situazioni che si sono successivamente determinate, i grandi ideali del passato – quelli dei Padri fondatori – paesi, che si possono definire come «compagni di viaggio» interessati a godere dei benefici che la Comunità offre, e paesi – quelli appartenenti al gruppo di Visegrad – per i quali il rapporto con Washington è molto più importante di quello con Bruxelles.

La questione dell’immigrazione non può essere tuttavia semplicemente ricondotta alle motivazioni illustrate; va inquadrata, per essere correttamente accostata, nella cornice di un ampio contesto storico. Non si possono infatti anzitutto dimenticare le ferite, anche a distanza difficilmente rimarginabili, provocate dal passato coloniale di molti paesi europei. Come non si può dimenticare quanto è avvenuto nel secolo scorso in alcune nazioni dell’Europa – Germania e Italia in primis – con l’affermarsi di ideologie totalitarie come il nazismo e il fascismo, che oltre a trasformare il continente in un grande teatro di guerra, hanno teorizzato e dato vita a gravissime forme di razzismo – è sufficiente richiamare qui l’attenzione sul genocidio degli ebrei – culminate in una strategia estesa di efferata violenza e caratterizzate da interventi di inaudita crudeltà.

A questo si deve aggiungere (e non è cosa di poco conto) il fatto che molti paesi europei – e l’Italia è uno di questi – hanno vissuto in un passato non lontano – soprattutto a fine Ottocento e nella prima metà del Novecento – una esperienza migratoria di grandi proporzioni, con pesanti difficoltà di inserimento in nazioni lontane – le Americhe in particolare – sperimentando la durezza dell’impatto con popolazioni non sempre pronte all’accoglienza e l’asservimento a situazioni lavorative, che oltre al peso dell’accettazione dei mestieri più faticosi e più umili, erano spesso gravate dalla totale assenza di diritti.

Sembra che tutto quello, che fino a ieri è avvenuto per la diretta responsabilità dei paesi europei – dalle conquiste coloniali ai genocidi del «secolo breve» – e quello che alcuni degli stessi paesi europei hanno, a loro volta, subìto con le migrazioni di massa venga oggi dimenticato, e che una parte consistente della popolazione europea – si pensi al successo di Salvini nel nostro paese – sia disponibile a mettere in atto gli stessi meccanismi di rifiuto e di marginalizzazione nei confronti di chi bussa alle porte del nostro continente.

La ricerca di soluzioni alternative praticabili

Non si vogliono con questo negare le difficoltà che si incontrano nell’affrontare il problema migratorio. Ma è, in ogni caso, irrealistico, oltre che moralmente inaccettabile, pensare che tale problema possa venire risolto ricorrendo al semplice divieto degli sbarchi o all’espulsione di chi giunge sul territorio europeo in stato di clandestinità.

I flussi migratori sono destinati a continuare a lungo, sia per la presenza in più nazioni di scenari di guerra non superabili in tempi brevi – il caso della Siria è l’ultimo di essi – sia per la persistenza di situazioni di sottosviluppo in molte parti del Sud del mondo. La globalizzazione favorisce questo esodo, ridimensionando le distanze fisico-geografiche tra le nazioni e gli stessi continenti e facendo conoscere, grazie agli strumenti della comunicazione sociale oggi a disposizione, anche a chi vive in regioni sperdute, lo stato di benessere del mondo occidentale, che diviene inevitabilmente un miraggio da perseguire.

La possibilità di contrastare l’atteggiamento di rifiuto dei migranti, che ha assunto talora accenti decisamente razzisti, sta nella ricerca di soluzioni praticabili, che consentano di dare corso a una politica aperta all’accoglienza e alla solidarietà e insieme capace di far fronte ai problemi che inevitabilmente emergono, attraverso la creazione di strutture adeguate di ospitalità e la predisposizione di posti di lavoro che sottraggano i nuovi arrivati al pericolo del ricorso ad espedienti, non solo illegali ma in alcuni casi (pochi in verità rispetto alla percezione diffusa) di vera criminalità.

Ma tale politica non può essere demandata semplicemente ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo – Italia, Grecia, Spagna e Malta – come è, purtroppo, finora in larga misura avvenuto; deve diventare un impegno responsabile dell’intera Europa; impegno che richiede il consenso di tutti gli Stati per una equa distribuzione dei migranti in arrivo. Una ripartizione corretta tra i trentacinque Paesi dell’Unione, che tenga conto non solo del rispettivo quoziente di popolazione, ma anche della diversa situazione economico-sociale – la ripresa dalla crisi timidamente iniziata nel 2016 non è avvenuta in tutte le categorie sociali e in tutti i paesi europei allo stesso modo – consentirebbe di far fronte al problema senza eccessivi oneri economici e senza gravi disagi sociali.

Una questione culturale ed etica

L’importanza di una soluzione politica è dunque fuori discussione. Essa tuttavia non può diventare pienamente efficace se non si accompagna a un profondo rinnovamento delle coscienze; se i valori sui quali l’Europa si è fin dall’inizio radicata non diventano punti di riferimento essenziali nelle scelte, sia personali che collettive. La doppia eredità greco-romana ed ebraico-cristiana riveste ancor oggi un importante significato per il ricupero di una identità fondata sullo sviluppo di una cittadinanza democratica, nella quale a reggere le sorti comuni siano la giustizia e la legalità, e sull’apertura a una fratellanza tra gli uomini che conferisca all’idea di Europa una dimensione universalistica, una visione condivisa di umanità.

Questo umanismo, insieme laico e cristiano, è la base etico-culturale su cui va costruita la politica dell’accoglienza, la quale presuppone il superamento tanto della tentazione di fare proprio il paradigma «noi» e gli «altri» quanto di praticare la generalizzazione, attribuendo ad un popolo, ad un gruppo o ad un’etnia – emblematico è il caso dei Rom – comportamenti negativi presenti in alcuni dei loro membri e dimenticando che le responsabilità sono sempre e soltanto individuali. Ma presuppone anche, in positivo, la messa in atto di processi di integrazione e di interazione, che creino le condizioni per un pieno inserimento dei migranti nella realtà del territorio e favoriscano, nello stesso tempo, la possibilità di mantenere e di sviluppare la loro originaria identità culturale. A meno di un anno dalle elezioni europee il clima che prevale non sembra orientato in questa direzione. La crescita delle forze nazionaliste, populiste e di destra lascia intravedere il rischio di un ulteriore aggravamento della situazione.

È urgente, dunque, che tutte le forze autenticamente democratiche si impegnino a creare le condizioni per una radicale inversione di rotta, che consenta di affrontare con serietà e con coraggio la questione migratoria. E restituisca all’Europa la dignità derivante dalla propria tradizione culturale e dal patrimonio di valori che costituiscono la base della sua civiltà.

in “Rocca” n. 21 del 1 novembre 2018

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