Archivio mensile:ottobre 2018

“La connettività rivoluzionerà la geopolitica”

Parag Khanna, intervistato da ISPI

Nella visione di Parag Khanna, esperto di relazioni internazionali e autore del best-seller Connectography. Mapping the Future of Global Civilization, la connettività crea una realtà oltre la dimensione statuale in quanto nella maggior parte del mondo si è passati da imperi integrati verticalmente a Stati interdipendenti orizzontalmente. Le mega-infrastrutture superano gli ostacoli naturali e quelli della geografia politica, e la loro mappatura rivela che l’era di organizzare il mondo secondo lo spazio politico (le modalità attraverso cui il globo è suddiviso dal punto di vista legalistico) sta cedendo il passo alla sua pianificazione in senso funzionalistico (come si utilizza lo spazio secondo l’utilità). I confini definiscono le divisioni attraverso la geografia politica; le infrastrutture ci informano sulle connessioni attraverso la geografia funzionale. E la geopolitica è profondamente influenzata dalla geografia funzionale: le vie di trasporto, le reti energetiche e le infrastrutture di internet sono i veicoli attraverso cui si proietta il potere e si esercita l’influenza.

COME SPIEGHEREBBE LA RILEVANZA DELLA CONNETTIVITÀ NEL MEDIO-LUNGO PERIODO?

La connettività è la forza più rivoluzionaria che si è palesata nella storia dell’uomo e il trend con maggior durata di lungo termine. L’utilizzo da parte dell’umanità di tutta la tecnologia disponibile per costruire connettività tra città, comunità e individui è semplicemente un fatto antropologico e centrale nella definizione dell’essere umano più del tribalismo, della costruzione di frontiere e muri, o altri strumenti di separazione. Ciò è particolarmente importante da ricordare in periodi storici come quello attuale, dove lo scenario mediatico e politico è dominato da discussioni sul protezionismo economico e sulla protezione dei confini. In realtà, a livello globale, sta accadendo il contrario. Si sta infatti assistendo ad un dispiegamento di connettività fisica di strade, ferrovie, reti elettriche, rotte aeree, cablaggi di internet a fibra ottica ad un livello mai raggiunto. Non abbiamo mai realizzato un grado così elevato di connettività e ad una velocità tale.  Presto ogni singolo essere umano o famiglia avrà un telefono cellulare. La questione non è se saremo connessi, ma come useremo questa realtà e chi ne beneficerà.

QUALI SONO LE INFRASTRUTTURE DELLA CONNETTIVITÀ?

Quasi tutta la connettività ricade nelle categorie dei trasporti, dell’energia o delle comunicazioni. Si tratta anche dell’ordine in cui essi hanno acquisito preminenza nella storia umana: mobilità, elettricità e comunicazioni. Oggigiorno consideriamo difficile immaginare di non disporne di tutte e tre, così non penso a questa domanda in termini di un bilanciamento, quanto piuttosto alla necessità di potervi accedere a tutte come condizione imprescindibile per poter vivere una vita dignitosa. Alcune persone mi hanno chiesto: se esiste internet in un villaggio rurale, perché le persone si dovrebbero trasferire nelle città? La risposta è che gli individui si muovono verso le città non solo per usufruire di una connessione internet ad alta velocità ma per essere connesse ad altre persone, per salari più alti, per l’educazione, salute, per comprare e vendere beni, e così via. L’urbanizzazione è forse la più evidente materializzazione del nostro desiderio di essere connessi.

LEI PENSA CHE L’ASCESA DELLE REGIONI E LA CRESCITA DELLE CITTÀ GLOBALI – DUE EFFETTI DELLA CONNETTIVITÀ – PONGANO UN RISCHIO ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE?

La sovranità non è un principio immutabile che serve quale fondamento dell’esistenza sociale umana in una prospettiva tale per cui le altre forze (quali la connettività) debbano essere viste come un rischio per essa. Vorrei ribadire nuovamente: la connettività, e non la sovranità, è il principio organizzativo della specie umana. La sovranità esiste come freno o filtro per controllare l’utilizzo della connettività. E per tale scopo, la sovranità è assolutamente vitale. È responsabilità dei governi il determinare cosa dovrebbe e non dovrebbe essere in grado di circolare facilmente tra i confini degli Stati. Un buon modello di governance risiede nel raggiungimento di un bilanciamento corretto. Per esempio, le città detengono una considerevole autorità nel determinare le politiche economiche e migratorie statali e, generalmente, è auspicabile che i governi federali tengano in considerazione gli interessi delle loro città. La Brexit è un esempio lampante dell’opposto: gli elettori rurali hanno superato quelli urbani, e il risultato è stato una perdita per entrambi. Più generalmente, le città leader nel mondo stanno costituendo quella che io chiamo una rete di civilizzazione urbana globale. Non si tratta di un network privo di confini, ma di una piattaforma che permette di eseguire transazioni più o meno liberamente tra loro al fine di sfruttare le complementarietà e i vantaggi comparati.

LA CONNETTIVITÀ PUÒ INCREMENTARE L’EFFICIENZA COMPLESSIVA ATTRAVERSO UNA RAFFORZATA COMPETIZIONE GLOBALE. LEI PENSA CHE CIÒ POSSA RITORCERSI CONTRO?

Il fatto che vi siano “perdenti” dal processo di capitalismo finanziario e del commercio internazionale non è da attribuire alla connettività – ma si tratta di una precisa responsabilità dei governi che non hanno adempiuto al loro compito di anticipare le perturbazioni agli schemi industriali e del mercato del lavoro esistenti, non modificando le loro politiche fiscali, di investimento, industriali ed educative in modo conseguente alla nuova realtà, e non disponendo di politiche attive di welfare redistributivo.

Traduzione dall’inglese di Alessandro Gili

in http://www.ispionline.it del 31 ottobre 2018

Scuola. Concorso a cattedra. Riforme in vista secondo il DEF in discussione in Parlamento

Riforma della scuola servita, come da pronostico. Viene stravolto un altro pezzo della Legge 107 nella parte relativa ai concorsi a cattedra.

Requisiti di accesso

Per accedere ai prossimi concorsi a cattedra basterà la laurea e aver conseguito 24 crediti formativi in discipline antropo – psico – pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche.

Saranno esentati ” “I soggetti in possesso di abilitazione per altra classe di concorso o per altro grado di istruzione sono esentati dal conseguimento dei CFU e CFA […], fermo restando il possesso del titolo di accesso alla classe di concorso ai sensi della normativa vigente.”

Posti riservati per i precari storici che abbiano svolto, nel corso degli otto anni scolastici precedenti l’avvio delle procedure concorsuali almeno tre annualità di servizio, anche non successive su posto comune o di sostegno, presso le istituzioni del sistema educativo di istruzione e formazione, di poter partecipare per un numero di posti riservati pari al 10%.

Inoltre, i predetti soggetti possono partecipare, altresì, alle procedure concorsuali senza aver conseguito i 24 CFU, per una tra le classi di concorso per le quali abbiano maturato un servizio di almeno un anno.

Concorso diventa abilitante

Nel testo di riforma, inoltre, leggiamo che il superamento delle prove concorsuali costituisce abilitazione all’insegnamento per le medesime classi di concorso per le quali si è partecipati.

Per quanto riguarda il sostegno, nel testo si specifica che non ci saranno idonei, la graduatoria a fine concorso, infatti, sarà composta da un numero di soggetti pari, al massimo, ai posti messi a concorso e le graduatorie avranno valenza biennale.

Stop mobilità, 5 anni nella stessa scuola

Chi vince rimane 4 anni nella stessa scuola in cui ha svolto l’anno di prova. Nel testo della bozza della legge di bilancio è scritto che il docente vincitore del concorso che viene assunto “è tenuto a rimanere nella predetta istituzione scolastica, nel medesimo tipo di posto e classe di concorso, per almeno altri quattro anni, salvo” il docente sia soprannumerario o possessore di 104.

Modifiche alle prove concorsuali

Per i posti comuni le prove scritte saranno due e un orale.

Secondo quanto contiene la bozza di Legge di Bilancio in nostro possesso, datata lunedì 29 ottobre, le modalità della prova orale potrebbero subire un cambiamento. Infatti l’obiettivo della prova sarà di valutare il grado delle conoscenze e competenze dei candidati nelle discipline facenti parte della classe di concorso.

Nessuna modifica, invece, alle conoscenze linguistiche dei candidati. Infatti, la bozza prevede che la prova orale verifiche anche la conoscenza di una lingua straniera europea almeno di livello B2. Resta anche la necessità di appurare le competenze didattiche nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Per quanto riguarda il sostegno, le prove saranno due: uno scritto e un orale. Nella prova scritta l’obiettivo sarà di valutare il grado delle conoscenze e competenze del candidato sulla pedagogia speciale, sulla didattica per l’inclusione scolastica e sulle relative metodologie.

Addio FIT

Come anticipato ieri dalla nostra redazione, una delle vittime della riforma sarà il FIT, il percorso triennale di formazione dei docenti previsto dalla riforma Renzi dopo aver superare un concorso.

Chi vincerà il concorso farà un anno di prova e formazione come supplente, quindi sarà assunto in ruolo. Inoltre, è prevista la possibilità di ripetere quest’anno di prova.

Il docente sarà assunto sulla stessa scuola in cui ha svolto l’anno di prova e lì dovrà rimanere per altri 4 anni, senza poter chiedere mobilità.

Addio ambiti territoriali

Come promesso dalla maggioranza, con la legge di bilancio, se quanto contenuto nella bozza di ieri sarà confermato, saranno aboliti anche gli ambiti territoriali introdotti dalla legge 107. In pratica, i docenti saranno nuovamente nominati su scuola.

Scarica il testo contenuto nella bozza del DEF

http://www.OrizzonteScuola.it del 31 ottobre 2018

Pakistan, Asia Bibi è stata assolta. Una vittoria della giustizia sull’intolleranza

Paolo Affatato

Asia Bibi è stata assolta. Oggi 31 ottobre, alle 9,20 del mattino (le 5.20 in Italia), la Corte Suprema del Pakistan ha dichiarato innocente la donna cristiana arrestata nel 2009 e condannata a morte nel 2010 per presunta blasfemia, ordinandone il rilascio immediato. Il tragico calvario di Asia Bibi è finito dopo oltre 9 anni di carcere, di isolamento e di sofferenza. Un fremito di commozione attraversa la sua famiglia (il marito Ashiq e cinque figli) e la comunità cristiana tutta, che ha atteso con ansia la sospirata fine di una vicenda durata quasi un decennio.

«Siamo felicissimi. Il Signore ha ascoltato le preghiere di Asia e di tutti coloro che le sono stati vicini. Oggi è un giorno bellissimo, che ricorderemo per tutta la vita. La giustizia ha trionfato e una innocente è finalmente libera», commenta a caldo a Vatican Insider Joseph Nadeem, l’uomo che in tutti questi anni ha garantito, grazie alla Renaissance Education Foundation che guida a Lahore, istruzione e ospitalità alla famiglia di Asia Bibi. Il verdetto è stato accolto in una Islamabad in stato di massima allerta. Oltre trecento poliziotti presidiano il palazzo della Corte Suprema a Islamabad e unità dell’esercito sono stanziate a difesa degli altri edifici istituzionali, ma anche della enclave diplomatica, il compound che accoglie tutte le ambasciate, nella capitale pakistana. Nella nazione infatti si registra un clima di “guerra civile” che mette alla prova la tenuta democratica del paese. Imponenti misure di sicurezza sono state adottate, su indicazione del ministero degli Interni, anche in altre province e nelle principali città del paese come Lahore, Karachi, Peshawar. Le forze dell’ordine presidiano anche i più importanti luoghi di culto cristiani come le cattedrali. Il pericolo di una reazione violenta dei gruppi estremisti, che hanno annunciato cortei in tutto il Paese, è imminente e per scoraggiare proteste di massa il governo ha perfino disposto il blocco nazionale dei telefoni cellulari dalle 9 del mattino alle 9 della sera.

L’aspro confronto politico e culturale in corso non è tra musulmani e cristiani (una minoranza dell’1,6% su una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, al 90% musulmani). È tra quanti sostengono lo stato di diritto, la legalità, la Costituzione di una nazione fondata nel 1947 su basi laiche e democratiche e coloro che intendono imporre l’estremismo religioso, una interpretazione radicale e violenta dell’islam e la sharia. Tra i campioni di questo approccio che ha condizionato, specialmente nella sua ultima fase, il processo ad Asia Bibi (condannata a morte in primo grado nel 2010 per vilipendio al Profeta Maometto, con la conferma del verdetto in appello nel 2014), vi è il maulana Khadim Rizvi, noto con l’appellativo di “attivista della blasfemia”, fondatore e leader del movimento radicale islamico “Tehreek-e-Labaik Pakistan” (TLP). Rizvi, religioso della scuola di pensiero islamica Barelvi, alla vigilia del pronunciamento dei giudici, con il chiaro intento di intimidire la magistratura e l’esecutivo, ha diffuso una “fatwaˮ invitando a uccidere i magistrati «in caso di fallimento della giustizia» ovvero se avessero assolto la donna cristiana. La stessa Corte Suprema, in tal caso, secondo la mentalità dei fanatici, è passibile di “blasfemia” e dunque diventa un bersaglio, configurando – a questo punto – un tentativo di rovesciare le istituzioni democratiche dello stato e instaurare una teocrazia basata sulla legge islamica. Il leader ha promesso anche «rappresaglie contro i cristiani pakistani», dando la stura ad atti violenti e terroristi che potrebbero da un momento all’altro colpire comunità di fedeli innocenti, già sottoposte a pressioni e discriminazione sociale. Un atto di discriminazione – il non voler toccare acqua “contaminata” da Asia perché cristiana – è all’origine del calvario della contadina del Punjab che nel giugno 2009 ebbe quella disputa con le sue colleghe di lavoro, braccianti agricole musulmane, che poi le imputarono per vendetta la falsa blasfemia.

In questo delicato frangente della sua storia recente, il Pakistan odierno dimostra, allora, di avere il coraggio e l’audacia di prendere posizione contro il fanatismo religioso che ha per anni ha danneggiato il tessuto sociale e annichilito le minoranze religiose come cristiani, indù, ahmadi. La sentenza di assoluzione di Asia Bibi, allora, diventa il banco di prova, a livello interno e internazionale, per dire che lo stato può effettivamente applicare la Costituzione vigente e che non è ostaggio di forze estremiste, che intendono dettare l’agenda di governo, condizionare la magistratura, orientare le politiche strutturali e la vita sociale e civile. Di fronte a un atteggiamento di sfida aperta, resta una questione: capire quanto il neonato governo di Imran Khan, che in campagna elettorale ha strizzato l’occhio agli estremisti, sia disposto a cedere in termini di tolleranza verso gruppi come il “Tehreek-e-Labaik Pakistan. Anche lanciare un’operazione militare contro un movimento popolare in tutto il paese, e sostenuto da milioni di pakistani, sembra una via difficile da percorrere e piuttosto rischiosa. Le minoranze cristiane e Asia Bibi in particolare si sono ritrovate nel bel mezzo di questo conflitto istituzionale e religioso e sono spesso divenute vittime in questo braccio di ferro iniziato dall’opera del dittatore Zia ul-haq il generale che nel 1986, per mantenere il potere, scese a patti con i gruppi radicali islamici e promosse un’opera di islamizzazione della società, della Carta Costituzionale, dei curriculum scolastici. Il leader militare approvò anche la modifica alla legge di blasfemia, rendendola quella “legge draconiana” che è oggi, uno strumento facile da usare per vendette private, come nel caso di Asia Bibi.

Nelle maglie di questo scontro politico-religioso si è trovata impigliata Asia Bibi che, quando la sua vicenda ha assunto il carattere simbolico, non ha più avuto scampo: in tale cornice la sua innocenza era del tutto irrilevante. La sua fede cristiana, alla radice di quella discriminazione sfociata nella accusa di blasfemia, costituiva un elemento aggravante in questa disputa. La Corte Suprema del Pakistan coraggiosamente non ha voluto sacrificare una vita per evitare la protesta di piazza. E il governo pakistano, sostento dall’esercito, intende mostrare che le leggi vanno rispettate, tenendo a bada la reazione dei fanatici. Certo, Asia Bibi non è fuori pericolo. Basti ricordare le oltre 40 esecuzioni extragiudiziali che hanno funestato la nazione negli ultimi decenni, a danno di persone solo accusate di blasfemia. Anche l’avvocato musulmano che l’ha difesa, Saifool Malook, dovrà vivere sotto scorta. Prima di loro il governatore musulmano Salman Taseer e il ministro cattolico Shahbaz Bhatti hanno versato il loro sangue nel 2011 per aver difeso la donna cristiana, in prigione da innocente. Per lei e i suoi familiari ora, si prospetta una vita all’estero, dove potersi rifare un’esistenza. Le cancellerie dei Paesi occidentali sono al lavoro e una domanda di asilo potrebbe essere accolta in Europa o negli Stati Uniti. La famiglia i Asia Bibi, dal canto suo, ha espresso la preferenza di un paese anglofono per poter dare continuità all’istruzione dei tre figli in età scolare.

in “La Stampa Vatican Insider” del 31 ottobre 2018

FEDERICO FELLINI/ Il maestro del cinema “poetico” scomparso 25 anni fa

Massimo Bordoni

Tra gli autori capaci di un cinema che sappia suscitare “sogni, fantasie, delicati sentimenti” in modo “ricco d’intensità, di suggestione e di fascino” (virgolettato tratto dalla definizione dell’aggettivo “poetico” del dizionario Treccani), Federico Fellini ha certamente un posto di rilievo. Nel venticinquesimo anniversario della scomparsa celebriamo questo lato del suo modo di raccontare le umane vicende, rimasto tanto impresso negli occhi e nel cuore di milioni di spettatori che il suo cognome aggettivato – felliniano – ha finito per diventare l’antonomasia per “poesia nel cinema”, privilegio concesso solo ai grandi.

Essendo la poesia una creazione letteraria fondata, principalmente, su figure retoriche che ben funzionano anche in campo visivo – la metafora; alcune figure di tipo metonimico, come gli emblemi e le allegorie; la sineddoche, cioè la parte per il tutto o viceversa -, il cinema, fatto per immagini, sembrerebbe allora perfetto per narrare qualcosa in termini poetici. Cioè per far scaturire, da poche immagini ad arte concatenate tra loro, un ventaglio di significati – come appunto le figure retoriche della poesia scritta – che rimandino dall’immediato della storia narrata fino ai più remoti concetti astratti da essa suscitati.

Invece il cinema si è affermato prevalentemente come mezzo di narrazione classico, più paragonabile al romanzo ottocentesco che al testo poetico, avendo l’interesse delle major hollywoodiane per l’intrattenimento e lo spettacolo prodotto una sorta di lock-in di carattere socio-culturale. La settima arte ha perciò percorso una strada più prosaico-descrittiva, poetica solo in via incidentale. Ma fuori da questo tracciato, principale fino a tutti gli anni Cinquanta sia in termini storici che quantitativi, qualcos’altro ha avuto modo di emergere.

Nell’ambito delle avanguardie europee degli anni Venti e Trenta si è sviluppata in Francia una corrente cinematografica definita infatti del “realismo poetico”, poiché fondata sulla messa in scena in sintesi dinamica delle due istanze da sempre presenti nel cinema francese: il realismo e la poesia. Era cinema che trattava passioni infelici, destini beffardi e avversi, storie di ordinarie sconfitte filmate con immediatezza e spontaneità, costruite su dialoghi rarefatti e atmosfere grigie, nebbiose. Principali interpreti furono lo sfortunato Jean Vigo, morto giovane con un solo – importantissimo – film all’attivo (L’Atalante, 1934); e poi il grande Jean Renoir, che da quell’esperienza di particolare taglio stilistico-visivo ha dato, non unico ma fondamentale apporto, il via alla modernità del cinema. Modernità, intesa in sintesi come tipica del cinema che privilegia lo sguardo sul racconto, alla quale certamente afferisce anche il nostro Federico Fellini.

Questi, dopo un decennio come sceneggiatore nell’entourage dei maestri Rossellini e Lattuada, firma la sua prima regia autonoma nel 1952 con Lo Sceicco Bianco, dimostrando già un particolare talento visivo, inaugurando anche quella propensione al fantastico, parafrasato da elementi autobiografici, che sarà la costante del suo cinema. L’idea del Fellini autore poetico prende più chiara forma col secondo film, I Vitelloni (1953), amara commedia in odore di neorealismo sulle esistenze immobili e provinciali di un gruppo di amici, per affermarsi con forza nel successivo La Strada (1954). Questo, seppur appaia oggi un po’ sopravalutato, mantiene intatta tutta la sua carica emotiva, il suo pudore sincero e poetico nel ritrarre i singolari personaggi di Gelsomina e Zampanò, emblematici artisti di strada di un mondo che andava scomparendo già allora. Meritati il successo di pubblico e l’Oscar al miglior film straniero (il primo di quattro per Fellini), indimenticabile e perfetto lo struggente tema musicale del maestro Nino Rota, che riecheggia con poche note il candido animo del personaggio clownesco interpretato da Giulietta Masina.

Il secondo Oscar coincise anche con un altro film dalla forte connotazione poetica, Le Notti di Cabiria (1957), nel quale la prostituta Cabiria (ancora Giulietta Masina), disgraziata ma combattiva, che pare avere sette vite come i gatti, diventa l’emblema di un’umanità affamata di esistenza, omaggio del regista ai reietti delle borgate romane. Film commovente e ironico, a tratti quasi esilarante ma con un finale drammatico, riscattato da un’ultima sequenza sublime, che confina con il sacro.

Sono questi i due film che hanno fatto conoscere Fellini al mondo, prima dell’apoteosi de La Dolce Vita (1960) e di 8 ½ (1963). Ad essi si deve principalmente la sua fama di regista poetico, capace di trarre il fantastico, il fiabesco e il burlesco, sentimenti profondi e vette elevate di spiritualità dalle storie e dai personaggi più ordinari, popolani quanto emarginati.

La carriera di Fellini ha conosciuto poi momenti più prosaici, soprattutto dopo il clamore del terzo Oscar (per 8 ½ nel 1963), lasciando la poesia in immagini a pochi altri episodi, in primis con Amarcord (1974, il quarto Oscar). Peccato che dopo il parziale fiasco commerciale de La Voce della Luna (1990), suo ultimo film, nessuno abbia più voluto produrre quello che sarebbe rimasto come il film definitivo: Il Viaggio di G. Mastorna. Liberamente ispirato al racconto di Dino Buzzati “Lo Strano Viaggio di Domenico Molo” (prima pubblicazione a puntate sulla rivista “Omnibus” di Leo Longanesi, 1938), il film doveva raccontare ciò che accade al protagonista dopo essere morto in un incidente aereo. Si capisce perché Fellini, scaramantico come pochi, lo rimandò più volte a partire dal 1965, anno del primo script, steso in collaborazione con lo stesso Buzzati. Certamente, con questa storia intessuta di sogni e fantasie visionarie, il lato poetico del regista riminese, il proverbiale tocco fellinesque avrebbe dato un che di magico e irripetibile a quello che è invece rimasto come il film mai realizzato più famoso della storia del cinema.

in Il Sussidiario 2018

Scuola. Sperimentazione: Detenuti a lezione da Socrate e Platone

Anna Dichiarante

Il processo a Socrate per capire il rapporto tra cittadino e legge, l’Iperuranio di Platone per comprendere l’imperfezione umana; e poi l’amicizia, la solidarietà, lo scorrere del tempo. Lezioni di filosofia per i detenuti della casa circondariale di Sondrio. Lezioni per aiutarli ad analizzare il disvalore delle azioni commesse in passato, ma anche per trovare il senso della vita e della rinascita.

Ad avere l’idea è stata la direttrice dell’istituto, Stefania Mussio, che, grazie alla disponibilità della professoressa Fausta Messa, ex insegnante di materie letterarie e latino del liceo “Piazzi-Perpenti” di Sondrio, è riuscita a organizzare un laboratorio a cui ha partecipato un gruppo selezionato di detenuti. Un ciclo di incontri che si è svolto nel corso dell’anno e che si concluderà il prossimo 3 novembre con un seminario tenuto nella biblioteca del carcere dal professor Umberto Curi, emerito di Storia della filosofia presso l’Università di Padova. “Simposio” è il titolo della serata, perché Curi parlerà proprio del famoso dialogo di Platone. Ma al suo intervento si mescoleranno le performance di sette detenuti, stacchi di musica dal vivo con un quartetto jazz e domande da parte del pubblico presente (compresa una delegazione di liceali e rappresentanti delle istituzioni cittadine). E, nello spirito autentico del simposio, ci sarà anche un momento di convivialità: una cena durante la quale sarà servita la pasta gluten free prodotta all’interno della stessa casa circondariale. «Tutti coloro che hanno potuto seguire le lezioni hanno mostrato grande entusiasmo — racconta la direttrice Mussio — con la sua bravura e la sua esperienza, la professoressa Messa ha saputo coinvolgere persino qualcuno che di solito preferisce restare in disparte».

Ma le lezioni di filosofia sono solo l’ultima delle iniziativa che Mussio è riuscita a organizzare per le circa trenta persone che si trovano nella casa circondariale. Già, perché la direttrice è convinta che al principio della rieducazione proclamato dalla nostra Costituzione si debba dare corpo e concretezza. «In una piccola realtà come la nostra — spiega — si può ancora fare». Così, nel suo carcere «ai confini del regno», come usa dire ironizzando sulla sua posizione geografica, ha sempre cercato di creare spazi adeguati per gli incontri con le famiglie, oltre a occasioni di studio e di lavoro. Come il pastificio, appunto. O come il corso di panificazione, il progetto di pet therapy, l’attività di pulizia del verde pubblico. Riuscendo spesso a contare sul sostegno esterno da parte di privati o istituzioni locali, perché il reinserimento e il riscatto sociale dei detenuti fa bene a tutto il territorio.

in “la Repubblica” del 31 ottobre 2018

Droga. 15 progetti di contrasto allo spaccio di stupefacenti nelle scuole

Paolo Canaparo

L’operazione «Scuole sicure» disegnata dal Ministro dell’Interno con la direttiva del 20 agosto 2018 entra nel vivo. Sono stati approvati tutti i 15 progetti locali trasmessi al ministero dell’Interno dopo la preliminare valutazione positiva espressa dai competenti comitati provinciali per l’ordine e la pubblica sicurezza e destinati a una più efficace azione di prevenzione e contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti nei pressi delle scuole.
Nella consapevolezza del ruolo fondamentale che le amministrazioni locali possono svolgere, il ministero dell’Interno, in linea anche con l’esperienza positivamente sperimentata questa estate con l’operazione «Spiagge sicure», ha individuato un plafond di risorse pari a 2,5 milioni di euro per sostenere sul piano finanziario tutte le specifiche iniziative che si intendano attivare sul territorio, a integrazione di quelle messe in campo dalle forze di polizia.

La ripartizione delle risorse 
Le risorse messe a disposizione a valere sul Fondo unico giustizia sono destinate a Bari (81.500 euro), Bologna (98.250 euro), Catania (78.500 euro), Firenze (96.000 euro), Genova (146.250 euro), Messina (59.000 euro), Milano (344.750 euro), Napoli (243.750 euro), Palermo (168.750 euro), Padova (53.00 euro), Roma (724.750 euro), Torino (222.750 euro), Trieste (51.500 euro), Venezia (66.000 euro) e Verona (62.250 euro).
Si tratta di aree urbane da circa 10milioni di persone, preventivamente individuate in quanto con più di 200mila abitanti secondo gli indici Istat aggiornati al 31 dicembre 2017 e caratterizzate dalla maggiore diffusione dello spaccio di stupefacenti e dalla più elevata concentrazione di studenti. Circa la metà delle risorse finanziate, pari a 1 milione e 248 mila euro, sono destinate a spese correnti: 703mila euro per gli straordinari del personale di polizia municipale, con assunzioni a tempo determinato per 35mila euro; 371 mila euro per l’impiego delle unità cinofile, addestramento degli operatori ed acquisto di strumentazione e 139mila euro, infine, sono stati destinati a campagne educative.
Le risorse destinate alle spese d’investimento ammontano a 1,255 milioni e saranno impiegate prevalentemente per realizzare impianti di videosorveglianza, per l’acquisto di veicoli speciali, per comprare sistemi di localizzazione e di altre attrezzature.
Gli istituti scolastici al momento coinvolti dai progetti sono 98.

Il ruolo delle prefetture nell’attuazione e nel monitoraggio 
Un punto fondamentale per l’esame dei progetti è stato il passaggio in prefettura con una valutazione espressa dal comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Il prossimo passaggio prevede che l’erogazione del contributo debba essere assistita da uno specifico protocollo d’intesa che ne regolerà tempi e modalità di attuazione. Qualora non contempli impegni ulteriori rispetto a quelli contenuti nella scheda progettuale preventivamente esaminata dal comitato, il protocollo non dovrà comunque essere sottoposto all’assenso del Viminale per essere sottoscritto.
Al termine dell’anno scolastico, infine, gli enti locali beneficiari saranno tenuti a presentare alle prefetture una relazione sull’iniziativa, corredata dal rendiconto economico/finanziario della gestione svolta e dalla documentazione di spesa, anche per verificare il corretto impiego delle risorse.
Un report mensile verrà curato dalle singole prefetture, per essere trasmesso al Viminale.

in Il Sole 24 Ore, 31 ottobre 2018

“La religiosità ha dato un senso alla mia vita, la filosofia il rigore”

Evandro Agazzi a cura di Antonio Gnoli

Era da tempo che volevo incontrare Evandro Agazzi, uno tra i più autorevoli logici italiani di statura internazionale e di formazione cattolica. Agazzi ha da poco pubblicato L’oggettività scientifica e i suoi contesti (Bompiani), un lavoro che sintetizza quarant’anni di ricerche nell’ambito della filosofia della scienza e che ha già visto la luce in numerosi paesi. A questo esperto di “verità” chiedo cosa pensi delle fake news. Risponde che il fenomeno è più diffuso e serio di quanto si immagini. Va a toccare gli stessi dispositivi delle nostre credenze: “Un tempo la gente semplice prendeva per oro colato qualunque cosa gli venisse detta da un giornale. Oggi, a causa del web, la platea dei nuovi credenti si è allargata a dismisura. Occorrerebbe istituire agenzie di ricerca pubbliche in grado di confutare le fake news più dannose. Non limiteremmo, penso, la libertà di espressione, ma nello stesso tempo si restituirebbe alla competenza il diritto-dovere di informare la gente”, dice esibendo una certa eleganza di pensiero. Siamo entrati nell’era della nebbia e del vapore, gli dico, pensando ai rammendi scuri che rattoppano le nostre vite. Lui mi guarda preoccupato: “Certo, è un brutto momento aggravato dalla sfiducia nelle competenze. Ma sono le uniche che possono diradare nebbia e vapore e farci vedere un po’ più chiaramente dove sta andando il mondo. Per questo bisogna ricominciare a credere nel proprio lavoro”.

A proposito di credenze, lei è cattolico.

“Sono stato educato da una famiglia cattolica. I miei erano entrambi maestri elementari. Ho avvertito la profondità religiosa di mia madre e il lato più razionalistico di mio padre. Dopo la laurea in pedagogia, Aldo Agazzi divenne uno dei maggiori pedagogisti italiani. La religiosità ha dato un senso alla mia vita, mentre la filosofia ha fornito quel rigore che solo il lavoro critico fa raggiungere”.

Non c’è contraddizione tra la verità assoluta cercata dalla fede e quella cui aspira la scienza?

“Sono mondi che possono convivere pur nella diversità del loro modo di conoscere. La fede considera saldi alcuni valori. L’essere umano che li condivide sa che se non li osserva rischia di perdersi. L’Assoluto è tutto qui: nella radice puramente umana e non confessionale della domanda religiosa”.

Intende dire che la fede precede l’esistenza di un Dio?

“Intendo un’altra cosa: c’è una fede prima di tutte le religioni storiche. Dio per il credente è un bisogno preliminare. Lo scienziato invece può tranquillamente ignorare questo “assoluto”, nel senso che le scienze naturali sono di per sé agnostiche circa l’esistenza di Dio e lo è pure l’atteggiamento fondamentale della filosofia che deve essere di totale spregiudicatezza rispetto all’indagine religiosa. Lo scienziato e il filosofo possono tuttavia legittimamente aspirare a una fede, sia aderendo a un’idea di Dio, sia respingendola. In fondo, anche l’ateismo è una risposta al problema religioso”.

So che ha studiato alla Cattolica di Milano.

“Una scelta che si è rivelata giusta. Con un piccolo rimorso”.

Quale?

“Da bambino ero attratto dal mondo degli insetti. Mio padre mi regalò il libro di ricordi del grande entomologo Jean-Henri Fabre. Giravo nelle campagne del bergamasco – sono nato a Bergamo – o della val Brembana dove ci rifugiammo durante la guerra, incantato dalla natura. Fu un periodo felice. Anch’io, pensai, sarei diventato entomologo. Ma le cose andarono diversamente”.

Perché?

“Vinsi il concorso al Collegio Borromeo di Pavia dove incontrai Gustavo Bontadini che avrei ritrovato alla Cattolica. Fu un maestro autorevole e intellettualmente spregiudicato”.

Era anche il maestro di Emanuele Severino.

“Tra me e Severino c’era qualche anno di differenza. Allora, i primi anni Cinquanta, già insegnava. Rimasi sorpreso e avvinto dal corso che un anno tenne sulla logica di Carnap”.

Non era strano che nella roccaforte del pensiero metafisico si programmassero corsi di logica e di filosofia della scienza?

“Perché strano? Era un’università molto aperta. Fu in Cattolica che ci si occupò, in largo anticipo sui tempi, di Wittgenstein. La prima traduzione del Tractatus fu opera del gesuita Gian Carlo Maria Colombo, un brillante allievo di Bontadini che purtroppo morì giovane in un incidente di montagna. Solo alcuni anni dopo Einaudi avrebbe affrontato una nuova traduzione del libro”.

Cosa pensa di Wittgenstein?

“La sua rarefatta intelligenza si scontrò con la complessità del mondo. Conobbi bene la sua allieva Gertrude Anscombe. Le chiesi perché quell’uomo così geniale aveva pubblicato pochissimo in vita. Rispose che era la persona più tormentata che avesse mai conosciuto. Il suo empirismo radicale lo chiuse dentro una gabbia argomentativa da cui si liberò troppo tardi. O forse non si liberò affatto”.

Lei ha passato un lungo periodo all’università di Oxford.

“Il mio primo viaggio risale al 1960. Avevo l’intenzione di seguire le lezioni di Friedrich Waismann, che era stato un importante esponente del Circolo di Vienna. Ma non feci in tempo perché morì poco prima che arrivassi. Conobbi però il meglio della filosofia analitica. Frequentai Ayer, Strawson, Dummett. Lavorai, sotto la supervisione di Jonathan Cohen, a una ricerca a metà strada tra filosofia del linguaggio e filosofia della probabilità”.

Non crede che la filosofia analitica, come dicono alcuni critici, sia diventata un esercizio sterile del pensiero?

“La filosofia analitica è soprattutto ricerca del rigore e della chiarezza. La sua virtù è essenzialmente metodologica. Ma il rigore non può essere tutto. Ricordo che a Pittsburgh ascoltai una conferenza noiosissima in cui si faceva sfoggio di rigore analitico. Alla fine Nicholas Rescher, che sedeva al mio fianco, sussurrò ironicamente: “Dopo questo spiegamento di artiglieria la mosca è stata uccisa, però era solo una mosca!””.

Cosa ci vuole oltre al rigore?

“La rilevanza speculativa di un problema non si cattura con i puri metodi, ma con l’acume filosofico. Non basta dire, come spesso gli analitici affermano, che il tema è interessante”.

La nuova frontiera della filosofia sembra essere oggi il campo delle neuroscienze. Cosa pensa in proposito?

“È uno sviluppo impressionante: Antonio Damasio, Daniel Dennett o il più popolare Oliver Sacks hanno fornito contributi interessanti sulle funzioni del cervello. Si tratta spesso di una sfida alla filosofia per una più completa comprensione della complessa natura della condizione umana. Metterei tuttavia in guardia dalla tentazione riduzionista, che le neuroscienze manifestano, di spiegare esaurientemente le attività mentali come prodotti del solo cervello”.

Oltre il cervello c’è una coscienza?

“Che solo in parte dipende dalle reti neurali”.

Che cosa è il realismo per un filosofo della scienza?

“Ci sono molti modi di intenderlo. Il più semplice è dire che la realtà non è prodotta dal pensiero o dal linguaggio. Possiamo conoscere in modo parziale e senza la certezza di non sbagliare”.

Verità ed errore hanno trovato un importante punto di riflessione in Karl Popper. Lo ha conosciuto?

“Benissimo, andai a trovarlo nella sua abitazione poco fuori Londra. Era una persona affabile, cortese, semplice e alla mano sul piano privato ma anche caparbio nelle discussioni pubbliche, in cui difficilmente accettava critiche”.

Convinto di aver sempre ragione?

“Aveva una veemenza che poco si conciliava con il suo stesso spirito filosofico”.

Il suo pensiero è stato oggi accantonato.

“La sua reputazione fu favorita dalle condizioni socio-politiche del dopoguerra. E dalla sua opera più celebre: La società aperta e i suoi nemici, da lui scritta nel forzato esilio in Nuova Zelanda durante la guerra e pubblicata a Londra nel 1945. Nei vent’anni in cui insegnò alla London School of Economics divenne l’ideologo del liberalismo contro il marxismo. Forse il relativo oblio di oggi compensa l’eccesso di popolarità di anni ormai passati”.

È radicalmente mutato il panorama culturale?

“Direi di sì. Sono sorti nuovi problemi inerenti alla scienza e alla vita e non basta certamente per affrontarli la riflessione logica ed epistemologica. Perciò ho trovato convincenti motivi per occuparmi di bioetica”.

Non ritiene che proprio il campo della bioetica sia oggi il più esposto alle risse filosofiche?

“In un certo senso è innegabile. Troppe contrapposizioni frontali di “principio””.

Cosa intende per bioetica?

“I progressi delle scienze della vita rendono possibile un gran numero di cose che prima non lo erano, ma non tutto ciò che è possibile fare è anche lecito fare. Questo è il punto di vista etico. E si tratta di affrontare questioni che non riguardano soltanto l’etica medica. Il discorso si allarga al rispetto degli animali e dell’ambiente”.

Ritiene importante il pensiero di Heidegger?

“Senza dubbio, anche se è distante dal mio modo di filosofare. Trovo eccessiva l’ammirazione con cui lo considerano e imitano tanti suoi seguaci. Ma perché me lo chiede?”.

La sua tesi è che siamo dominati dalla tecnica.

“C’è del vero nelle sue analisi esistenziali, ma non condivido il giudizio negativo che ne deriva. È molto più corretto, dal punto di vista della antropologia filosofica, riuscire a dare un valore alla vita nel contesto storico della tecno-scienza e non immaginando di poterla esorcizzare. Occorre potenziare questo tipo di insegnamento”.

Ha anche insegnato alla Cattolica, vero?

“Ho insegnato in molte parti del mondo: Stati Uniti, Inghilterra, Germania attualmente sono direttore dell’Istituto di bioetica all’università di Città del Messico. Alla Cattolica sono stato diversi anni”.

Tra gli allievi che si sono laureati con lei c’è anche Luisa Muraro.

“Fu una delle prime a laurearsi con me in filosofia della scienza. Ne ho un bel ricordo”.

È una femminista storica.

“Ai miei allievi non ho mai chiesto nessuna adesione ideologica o politica. Né che si occupassero dei miei temi. La libertà di pensiero è la cosa più importante nella ricerca”.

Ci fu libertà quando la Cattolica espulse Severino?

“I suoi scritti resero evidente l’incompatibilità con quella università. L’impianto del suo pensiero portava a escludere l’esistenza di Dio nel senso inteso dal cristianesimo. La vicenda precipitò dopo che il Santo Uffizio incaricò Cornelio Fabro di esaminare gli scritti di Severino per valutarne il grado di allontanamento dall’ortodossia”.

Fabro era uno studioso di Kierkegaard ma soprattutto una specie di Torquemada.

“Era un uomo potente e vendicativo. Ambizioso e di una superbia luciferina. Nel decidere l’espulsione di Severino si trovò perfettamente a suo agio”.

Lei la condivise?

“No, anche perché era una grande perdita per l’università. Ma c’era una disciplina e lo stesso Severino ne era consapevole. Bontadini si prodigò per trovargli un ruolo in un’altra università. Per caso fui io a favorire il suo ingresso all’Università di Venezia”.

In che modo?

“Enrico Castelli mi propose di insegnare alla Cà Foscari dove stava per nascere la facoltà di Lettere e Filosofia. Ero da poco ordinario a Genova e declinai l’offerta. Ma dissi che Severino probabilmente sarebbe stato disponibile. Incontrai Vittore Branca, incaricato di far partire la facoltà, e gli raccontai la vicenda dell’espulsione. Branca mi chiese se era bravo come si diceva. Gli risposi che non era un professore di filosofia, ma un filosofo. Fu così che nel 1970 presero contatti e Severino poté approdare a Venezia. La sua passione per la coerenza ha avuto la meglio sulle avversità”.

Quali passioni si riconosce?

“Quella per la musica è stata divorante. Studiai con un allievo della grande scuola napoletana. Passavo ogni giorno cinque o sei ore al piano. Mio padre non voleva che facessi la carriera pianistica. Vinsi perfino un concorso nel 1952. Ho dato concerti in Italia e in Germania. Poi abbandonai. All’attività di concertista preferii l’università. Due passioni, la musica e la filosofia, ma una era di troppo”.

Le ha pesato dover scegliere?

“Moltissimo. È una grande scuola quella che porta a decidere quale direzione dare alla propria vita. Ogni tanto suono, ma un glaucoma mi impedisce ormai di leggere la musica. Per un po’ sono andato avanti a memoria, poi mi sono accorto che mancano sempre quelle tre o quattro battute necessarie per armonizzare un brano. C’è una certa involontaria ironia nella vecchiaia che finisce col confondersi con la nebbia e il vapore del nostro tempo, non trova?”.

Invecchiare è una risorsa o una condanna?

“A parte questa strisciante cecità che non mi impedisce, anche se a fatica, di leggere e scrivere, sono in buona salute e mentalmente lucido. Vivo questa fase della vita con la serenità con cui ho vissuto le altre, ossia consapevole dei limiti ma anche delle risorse di ciascuna e con la saggezza di saper godere ciò che si ha invece di rimpiangere ciò che non si ha più o non si è mai avuto”.

in “la Repubblica” del 14 ottobre 2018

Biodiversità. In 44 anni le popolazioni di vertebrati si sono ridotte del 60%. WWF

WWF News 30 ottobre 2018

La natura è la nostra unica casa e l’unica strada che abbiamo per salvarla (e salvarci) è lanciare un Global Deal per la natura e le persone capace di invertire il drammatico trend della perdita della ricchezza della vita sulla Terra, base del nostro benessere e del nostro sviluppo, agendo con urgenza per garantire in modo sostenibile l’alimentazione a una popolazione crescente, limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e ripristinare i sistemi naturali che stiamo perdendo.
È questa la richiesta del Living Planet Report 2018 del WWF (realizzato con il supporto di più di 50 esperti e in collaborazione con la Zoological Society of London) lanciato oggi a livello mondiale e che, sin dalla sua prima edizione del 1998, ha sempre fornito un’istantanea della biodiversità globale e dei suoi trend. Tutte le ricerche scientifiche dimostrano l’incalcolabile importanza dei sistemi naturali per la nostra salute, il nostro benessere, la nostra alimentazione, la nostra sicurezza. Globalmente è stato stimato che la natura offre servizi che possono essere valutati intorno a 125.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto globale lordo dei paesi di tutto il mondo, che si aggira sugli 80.000 miliardi di dollari.

Un indice delle popolazioni di animali. L’Indice del Pianeta Vivente (Living Planet Index) è un indicatore dello stato della biodiversità globale, elaborato dal WWF e dalla Zoological Society of London, che ci segnala quindi lo stato di salute della biodiversità del nostro pianeta. Pubblicato per la prima volta nel 1998, per due decenni ha registrato l’abbondanza di 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi (gli animali Vertebrati) in tutto il mondo. L’Indice analizza i trend di queste popolazioni, selezionate in maniera scientifca, quale misura dei cambiamenti nella biodiversità. In questa edizione 2018, la ventesima del Living Planet Report, l’indice include i dati dal 1970 al 2014 e mostra un declino globale del 60% nella dimensione delle popolazioni di vertebrati che, in pratica, significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni.

Le minacce che stanno minando le oltre 8.500 specie a rischio di estinzione, presenti nella Lista Rossa (Red List) dell’IUCN, riguardano soprattutto il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, in particolare quelle dovute all’agricoltura. Delle piante e di buona parte degli animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) che si sono estinti dal 1500 ad oggi, il 75% di queste estinzioni è stata causata dal sovrasfruttamento e dall’agricoltura. Altre minacce derivano dal cambiamento climatico, che sta diventando un driver crescente, dall’inquinamento, dalle specie invasive – che noi abbiamo spostato in tante aree del pianeta dove prima non esistevano e che fanno concorrenza a tante specie autoctone – dalle dighe e dalle miniere.

L’impronta ecologica del nostro consumo. Negli ultimi 50 anni la nostra impronta ecologica, la misura del consumo delle risorse naturali, è incrementata del 190%. Creare un sistema più sostenibile richiede significativi e urgenti cambiamenti nelle attività di produzione e consumo.

Minacce e pressioni sul suolo. Nel marzo 2018 l’Intergovernamental Science/Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) ha reso nota la valutazione sul degrado dei suoli (Land Degradation and Restoration Assessment) che dimostra come oggi meno del 25% della superficie terrestre sia ancora in condizioni naturali e come nel 2050, continuando con gli attuali andamenti di sfruttamento senza invertire l’attuale tendenza, la percentuale della superficie delle terre emerse  in condizioni naturali si abbasserà al 10%.
Oggi, il degrado dei suoli mina il benessere di circa 3,2 miliardi di persone nel mondo. Inoltre, nell’era moderna, le zone umide hanno perso l’87% della loro estensione. Il degrado dei terreni include anche la perdita delle foreste, un fenomeno che nelle zone temperate è stato rallentato dalle operazioni di riforestazione ma che è andato accelerandosi nelle foreste tropicali. Un’analisi in 46 paesi in area tropicale e subtropicale ha dimostrato che l’agricoltura commerciale su larga scala e l’agricoltura di sussistenza sono state responsabili rispettivamente di circa il 40% e il 33% della conversione forestale tra il 2000 e il 2010. Il 27% della deforestazione è stata causata dalla crescita urbana, dall’espansione delle infrastrutture e dalle attività minerarie. Questo degrado esercita numerosi impatti sulle specie, sulla qualità degli habitat e sul funzionamento degli ecosistemi.

Invertire la curva della perdita di biodiversità. La biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza di una moderna e prospera società umana, capace di continuare a vivere bene nel corso del tempo. Da ora al 2020 abbiamo un’unica finestra di opportunità per formulare una visione di positivo rapporto tra l’umanità e la natura. La Convenzione della Diversità Biologica sta individuando i nuovi obiettivi e i target per il futuro. Questi, insieme agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), possono diventare la chiave per un contesto di protezione concreta e di efficacia nella tutela della natura e della biodiversità.

“In appena 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è scomparsa mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni. Il Living Planet Report 2018 richiama ad un impegno deciso per invertire la tendenza negativa della perdita della biodiversità. Il mondo ha bisogno di una Roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità”. Dichiara la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi che conclude: “Per ottenere risultati è necessario intervenire subito già dalla 14° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD, Convention on Biological Diversity, che avrà luogo in Egitto) nel prossimo novembre.È fondamentale un accordo globale, ambizioso ed efficace per la natura e la biodiversità, come è avvenuto per il cambiamento climatico in occasione della Conferenza di Parigi nel 2015”.

Per saperne di più vedi Living Planet Report 2018:

https://www.wwf.it

 

Ecologia. L’Italia si scopre “tropicale”

 Carlo Petrini* 

Contro il cielo nulla si può” recita un vecchio adagio contadino. Un motto che racconta la fatalità di una vita rurale che dipende dalla stabilità del clima. Ma è ancora proprio così? Oggi, di fronte all’ennesima tragica ondata di maltempo, qualche domanda in più sorge spontanea, e soprattutto viene voglia di mettere in discussione un caposaldo della saggezza agricola. Se è vero, infatti, che i fenomeni atmosferici estremi ci sono sempre stati e che la nostra Italia ha una lunga storia di calamità, quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni non può essere liquidato come un capriccio del clima che di volta in volta si accanisce su un territorio diverso. Al contrario dobbiamo per lo meno evidenziare due aspetti, che richiedono una presa di coscienza immediata e non più derogabile. Da un lato è incontrovertibile che il clima nel nostro Paese si stia tropicalizzando. L’aumento delle temperature globali porta, alle nostre latitudini, all’intensificarsi (sia come frequenza che come intensità) di fenomeni atmosferici estremi che vanno da periodi di siccità prolungati fino ai grandissimi quantitativi di acqua che cadono in poche ore. E il dramma è che ci stiamo abituando, e allora il tappeto di grandine che abbiamo visto a Roma meno di dieci giorni fa ci strappa un sorriso, così come i 28 gradi che c’erano nel mio Piemonte solo l’altro giorno. Eppure queste sono le prove che, se non si corre ai ripari al più presto, dovremo attenderci sempre più tragedie e più disagi, sempre più frequentemente. Dall’altro lato, è impossibile non indignarsi di fronte alla vergognosa gestione del suolo che abbiamo nel nostro Paese. Tanto più vergognosa perché inesistente. Con una percentuale di cementificazione tra le più alte d’Europa, continuiamo a rendere impermeabili porzioni enormi di suolo agricolo impedendo quindi che le precipitazioni possano essere contenute dal terreno e andando in questo modo incontro a frane, smottamenti e piene. Una situazione inaccettabile, per di più con una proposta di legge depositata dall’allora ministro dell’agricoltura Catania in Parlamento nel 2011 rimasta inascoltata in barba a tutti i cambiamenti di governo. Una quindicina di giorni fa le commissioni congiunte Ambiente e agricoltura del Senato hanno finalmente dato, con la lettura di due testi, il via a un percorso che, speriamo in tempi brevi, porti alla promulgazione dell’attesa norma nazionale per il contrasto al consumo di suolo. Se la manovra economica e la politica fiscale sono indubbiamente prioritarie, non di meno lo sono le politiche di gestione del territorio. Anzi, queste ultime sono forse più urgenti ancora, perché potrebbero mettere finalmente fine a un vuoto normativo indegno di qualsiasi paese civile. È ora di esigere con forza che a livello globale ci si faccia carico di affrontare seriamente il cambiamento climatico e le sue cause. A livello italiano e locale bisogna pretendere una strategia di gestione del suolo e una legge che lo tuteli adeguatamente. Servono provvedimenti che impediscano di consumare terreno libero per nuove costruzioni, è necessario liberare i bilanci comunali dalla dipendenza dagli oneri di urbanizzazione per fare cassa, occorre fare pressioni sul governo a livello nazionale e locale. Bisogna farlo per il futuro nostro e dei nostri figli, perché un terreno che diventa impermeabile non può più tornare allo stato naturale, è perso per sempre come le vite di coloro che ogni ondata di maltempo si lascia tragicamente dietro.

in “la Repubblica” del 30 ottobre 2018

* Carlo Petrini è fondatore di Slow Food

 

“Skills for a Digital World”. Policy Brief on the Future of Work

OECD 

** Information and communication technologies (ICT) are profoundly changing the skill profile of jobs. Skill development policies need to be overhauled to reduce the risk of increased unemployment and growing inequality.

** 56% of the adult population have no ICT skills or have only the skills necessary to fulfil the simplest set of tasks in a technology-rich environment. Young people, however, are much more ICT proficient than older generations.

** To thrive in the digital economy, ICT skills will not be enough and other complementary skills will be needed, ranging from good literacy and numeracy skills through to the right socio-emotional skills to work collaboratively and flexibly.

** Skills policies should seek to: strengthen initial learning; anticipate and respond better to changing skill needs; increase the use of workers’ skills; and improve incentives for further learning.

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What skills for tomorrow’s digital world

Ensuring that everyone has the right skills for an increasingly digital and globalised world is essential to promote inclusive labour markets and to spur innovation, productivity and growth. Several types of skills are needed: technical and professional skills, including ICT specialist skills for workers who drive innovationandtosupportdigitalinfrastructuresand the functioning of the digital eco-system; ICT generic skills for workers and citizens alike to be able to use digital technologies; and ICT complementary “soft” skills, such as leadership, communication and teamwork skills, required for the expanding number of opportunities for ICT-enabled collaborative work (OECD, 2015a; OECD, 2016a; Grundke et al., 2017).

The use of ICT in the workplace – affecting only a handful of occupations a few decades ago – is now required in all but two occupations in the United States: dishwashing and food cooking. (Berger and Frey, 2016). Similarly, in most OECD countries, over 95% of workers in large businesses and 85% in medium-sized businesses have access to and use the Internet as part of their jobs. In small businesses the share is at least 65% (OECD, 2013). Workers will thus have to be able to take on complex, less automatable, tasks such as problem solving in novel situations while working with the new technologies. This requires solid literacy, numeracy and problem- solving skills, but also autonomy, co-ordination and collaborative skills which complement ICT skills (OECD, 2015a). Workers also need to be capable of adapting continuously as technologies evolve (Spitz- Oener, 2006; Bessen, 2015).

According to OECD estimates, less than 10% of workers, on average in the OECD area, are in jobs that are at risk of being replaced by machines, but 25% are

in jobs where a high percentage of tasks (50-70%) could be automated (Arntz et al., 2016). This underlines the need for flexible skills that allow workers to shift to new tasks that are difficult to automate.

Digitalisation is accelerating the pace of globalisation, helping firms increase their competitiveness. In turn, globalisation and offshoring change the distribution of job tasks globally. As a result, German workers today, for example, compared to those in the 1970s, must have a more varied skill set enabling them to perform multiple tasks rather than one specific task (Becker and Muendler, 2015).

Not only the workplace is changing; interactions between public and social services and business and clients are also relying increasingly on digital, mobile or social-media tools (OECD, 2009, 2011). For example, the Flemish public employment service (VDAB) uses the matching capabilities of mobile apps in providing services to jobseekers, and the Dutch public employment service (UWV) has digitised most of its functions to improve efficiency (OECD, 2015b).

Are workers ready for a digital world?

In an increasingly digital world where the skill needs of employers are continuously evolving, policy makers need to make sure that everyone can participate and learn new skills. Recent technological change has shifted skill demands predominantly towards high- level skills. Workers need to be prepared to change jobs over their working life while avoiding unemployment or ending up in a lower paying job. ICT foundation skills are becoming increasingly important in order to benefit from technological innovation in terms of better employment chances and higher wages.

The evidence on how well countries are prepared for the digital economy is rather disturbing. The OECD’s Survey of Adult Skills (PIAAC) suggests that more than 50% of the adult population on average in 28 OECD countries can only carry out the simplest set of computer tasks, such as writing an email and browsing the web, or have no ICT skills at all (see Figure 1). Only around a third of workers have more advanced cognitive skills that enable them to evaluate problems and find solutions (OECD, 2013). As a result, many workers use ICTs regularly without adequate ICT skills: on average, over 40% of those using software at work every day do not have the skills required to use digital technologies effectively (OECD, 2016a).

Not surprisingly, younger generations do better than older people (Figure 2). Some 42% of adults aged 25 to 34 can complete tasks involving multiple steps and requiring the use of specific technology applications, such as a new online form (Level 2 or 3), but in the age group 55-65, only one in ten can do so.

Although most young people seem ready to interact with technology, there is still a large share of youth with low levels of proficiency. Moreover, the unequal distribution of ICT skills by educational attainment and migrant status may also amplify existing inequalities as these skills become increasingly important.

There is no sizeable gender gap in the share of people possessing good ICT generic skills – i.e. those who perform at the medium and high level in problem solving in technology-rich environments. However, a sizeable gap emerges when focusing only on ICT specialists. In 2014, 5.5% of male workers in OECD countries were ICT specialists compared to just 1.4% of female workers (OECD, 2016a). While this is a relatively small group, it involves well-paid jobs in high demand and with good career prospects.

The importance of digital skills is reflected in the wage returns to these skills (see Figure 3 or Falck, Heimisch and Wiederhold, 2016). Compared to workers who can only perform the most basic computer functions like typing or operating a mouse (workers at or below Level 1), workers performing at Level 2 or 3 are paid 27% more, on average. These gaps are greater than 50% in England (UK), Singapore and the United States. Workers with no computer experience earn around 10% less than those with the most basic computer skills.

To seize the benefits of technological change, economies need ICT specialists: workers who can code, develop applications, manage networks and manage and analyse Big Data, among other skills. These skills enable innovation in a digital economy to flourish, but also support the infrastructure that firms, governments, commerce and users rely on (OECD, 2015a). However, besides these experts, digitalisation also calls for all workers to have a relatively high minimum level of ICT skills, even those in low-skilled jobs. For instance, this is the case for blue-collar workers in factories that are entirely automated or waiters having to take orders on iPads.

Jobs requiring more intensive ICT use also require a range of technical, professional and other occupation-specific skills, a solid level of information-processing skills (e.g. literacy and numeracy), as well as the ability to collaborate, share information, give presentations, provide advice, work autonomously, manage, influence and solve problems. (OECD, 2015a). As technology automates certain tasks, the value of skills needed for non-automatable tasks, such as social skills, also increases (Autor, 2015; Deming 2015).

Four key priorities for skills policies to meet the challenges of a digital world

Addressing the challenges arising in an increasingly digital world will require an overhaul of current employment and skills policies. Government must help ensure that an increasingly digital world yields better quality jobs and that both employers and workers have the means to take advantage of the new job opportunities that open up. There are four key priorities for skill policies to facilitate take-up of these opportunities and promote inclusive growth:

1) Part of the task is to ensure that initial education equips all students with basic ICT skills as well as solid literacy, numeracy and problem-solving skills to use ICT effectively. Many of these skills are acquired also outside education and training institutions – for instance, in the workplace – emphasising the need to recognise skills acquired outside formal channels.

For ICT specialist skills, basic programming is no longer enough. For instance, advanced engineering and experience with machine- learning are increasingly important. In addition, ICT specialists also need domain-specific knowledge, given the potential applications of ICT in business, health, education and industry.

2) Education and training systems need to better assess and anticipate changing skill needs in order to adapt programmes and pathways offered and guide students towards choices that lead to good outcomes. Big data can be harnessed to complement labour market information systems and monitor changing needs (OECD, 2016a). By including all stakeholders in skills assessment exercises and in translating the findings into pratice, governments can ensure that the information collected is useful and that policies respond to actual needs (OECD, 2016b).

3) It is not just sufficient for workers to have the skills needed for the digital economy but employers must fully use these skills to reap their benefits in terms of higher productivity and greater competitiveness. The use of skills, including reading, numeracy and problem solving in a technologically-rich environment, varies substantially across countries (OECD, 2016b). A key factor driving this variation is the use of high performance work practices such as teamwork, work autonomy, training, flexible work hours, etc. Thus it is important to promote better work organisation and management practices within firms and across the economy, as well as fostering the skills needed to support these practices.

4) As skill demands change continuously, training for workers to keep up with new skill requirements is crucial. This requires offering better incentives for workers and firms to re-skill and up-skill. It also means using the possibilities of new technologies to adapt new job tasks to the skills sets of incumbent workers. At the same time, the diffusion of “on-demand” jobs on digital platforms puts increasing responsibility on individuals for managing their own skills development (OECD, 2016c). Low- and medium- skilled workers are the least likely to receive training, even though they may be facing the greatest risk of job loss.

For youth who have dropped out of education and lack the necessary skills, well-designed second-chance programmes can be effective for reintegration. Second-chance programmes promoted by the European Union, or those in Canada, France, Ireland and the United States have a strong focus on basic and complementary ICT skills (OECD, 2015e). More generally, effective and well-targeted active labour market programmes are needed for jobseekers who are facing difficulties because of outdated or inadequate skills.

Digitalisation also opens new opportunities for innovation in learning infrastructure. MOOCs (massive open online courses) and OERs (open educational resources) already offer opportunities to learn for many workers, although still underutilised. Take-up is low due to the low perceived quality of these forms of learning, lack of incentives and lack of recognition of the competencies acquired through these and other informal and non- formal means. To this end, alternative certification methods (e.g. OpenBadge) have begun to appear (ITU, 2014). A number of technology companies such as Microsoft, CISCO, HP, Samsung, Apple, and Google, offer certificates that MOOC participants can earn directly online. Technology also offers prospects of new ways to learn skills, such as using virtual reality, games and so forth.

A combination of policies is needed to allow workers to keep their skills up to date, help them move between jobs and ensure that employers have a skilled, highly productive and innovative workforce. This includes strengthening initial learning, improving incentives for further learning, and reinforcing active labour market programmes for the unemployed (OECD, 2016d). It will also be crucial to tackle skills mismatch and ensure that employers fully use the skills of their workers through management practices that motivate workers and flexible work organisation which allows job content to be adapted or for workers to move to better suited jobs. This would enhance productivity and has the potential for reducing inequality (Adalet McGowan and Andrews, 2015; OECD, 2015b, 2016e).