Emigrazione. Il volto tragico e disperato dell’emigrazione nell’indifferenza dei più

Eraldo Affinati a colloquio con Pietro Bartolo

Sedici anni fa, quando per la prima volta andai a Lampedusa, cercavo il fantasma di Orlando che, nel finale del poema di Ariosto, insieme ai campioni cristiani, batte nell’ultimo duello quelli saraceni. Immaginai di vederlo trasfigurato nei pressi di Punta Secca insieme a un gruppo di neri, stavolta non più nemici, ma fratelli che lo abbracciano riconoscenti quando lui spezza il pane per loro. Tanto tempo dopo sono ancora qui, ma stavolta il paladino non è una mia visione interiore, bensì un uomo vero in carne e ossa: si chiama Pietro Bartolo, il medico più famoso dell’isola. Ce ne andiamo in giro sulla sua Fiat Doblò, col volante screpolato e i sedili sgangherati, alla ricerca di qualcosa fuori e dentro noi stessi: la prefigurazione di un’altra Europa, di un’altra Italia, di un altro mondo. Pietro, dopo Fuocoammare di Gianfranco Rosi, Orso d’Oro a Berlino 2016, tutti sanno chi è e fra qualche mese, grazie al nuovo film con Sergio Castellitto, lo conosceranno ancora di più. Ma io voglio capire da quali motivazioni sia spinto e in che senso tali energie psicofisiche, specie oggi, ci chiamino in causa. In Lacrime di sale, il primo libro, me n’ero fatto un’idea: figlio di pescatori, a tredici anni venne mandato a studiare dal padre prima a Trapani, poi a Siracusa. Si laureò in Medicina specializzandosi in ginecologia: « A scuola ho conosciuto Rita, mia moglie, che in seguito sarebbe diventata medico come me. Una volta laureato, se fossi rimasto in Sicilia, avrei potuto fare carriera diventando primario ospedaliero. Ma nel 1988 decisi di tornare a casa».

Scendiamo dall’auto nel tramonto infuocato a picco sul mare dove le sue parole sembrano avere più peso: «L’incontro coi migranti ha cambiato la mia vita». È una fiamma che illumina anche la seconda opera, Le stelle di Lampedusa, dove a primeggiare è la storia di Anila, una bambina nigeriana approdata da sola al molo Favaloro. «Per scriverlo mi sono fatto aiutare da mio figlio Giacomo, che studia Lettere a Milano». Pagine che scorrono con la plasticità del referto e il ritmo del diario. Tutto comincia in uno sperduto villaggio intorno a Benin City: una giovane madre, ingiustamente accusata di aver causato la morte del marito, scappa verso Nord. Presto si accorge di non poter proseguire insieme ai figli, che lascia in custodia a una coppia di anziani. La donna finirà nella rete della prostituzione e loro in giro per il  mondo. L’incontro fra la piccola Anila e il medico scrittore sarà fondamentale per entrambi. Lei ritroverà sua madre in Francia, lui capirà il valore profondo dell’azione educativa, ovvero dare tutto senza pretendere nulla in cambio: «In certi momenti, quando la bambina se la prendeva con me, non ci dormivo la notte».

Anche come direttore del Poliambulatorio, Pietro Bartolo è sempre sotto pressione. Gli occhialetti da vista poggiati sul collo si sganciano e riagganciano in continuazione. «Ci sono problemi amministrativi e sanitari da risolvere, piani terapeutici da approvare, farmacie da contattare, specialisti da reperire, delibere da inviare». Me ne rendo conto anch’io, seduto di fronte a lui sempre attaccato al telefono. Le tre volontarie del servizio civile stentano a stargli dietro. Con gli uffici palermitani è tutto un tira e molla. «Bisogna riscuotere i ticket, gestire le emergenze, trovare i sostituti, firmare le pratiche». Fosse soltanto questo, sarebbe niente: gli sbarchi degli immigrati hanno reso Lampedusa la sentina del mondo e la memoria di Pietro un campo di morti. Nel cimitero dei vascelli perduti, posto accanto alla ex base Loran, tutto ciò diventa più chiaro: una cattedrale di scafi sbriciolati e lamiere arrugginite sotto il cielo terso. Ma non sono i teloni sospesi, le prue sverniciate, i giubbotti e le scarpe da ginnastica a colpirmi davvero. È l’espressione assorta di Pietro sulle pentole, sui tubi, sui timoni rotti, sulle chiglie arenate, a commuovermi: come se nei suoi occhi tornassero in vita i bambini annegati, i cadaveri sfigurati, il piccolo Anuar fuggito da Boko Haram, Favour che aveva meno di un anno quando venne adottata, Alì che s’impiccò nei pressi del centro di accoglienza, Moustafà, arrivato dodicenne allo stremo delle forze con una temperatura corporea di ventisette gradi che, una volta stabilizzato, stringe fra le braccia il pupazzetto da lui soprannominato “Battolo”.

«Vorrei che questo scempio a cielo aperto diventasse un museo per raccontare ai giovani cosa ha rappresentato la mia isola negli ultimi vent’anni», dice Pietro. Come dargli torto? Quelle magliette aggrovigliate, quei salvagenti bucati, quei tubetti di crema, quei rasoi elettrici, quei cappellini sporchi, sono schegge di vite distrutte. I nostri sommersi e i nostri salvati. «Perché non dovremmo prendercene cura?», incalza il mio amico. «E invece guarda come stanno riducendo persino la Porta d’Europa. La bella scultura di Mimmo Paladino si rovina, d’inverno le onde la distruggono, ci vorrebbe un restauro, costerebbe poco, eppure non ci pensa nessuno». Cinque anni fa, proprio lì davanti, il 3 ottobre del 2013, affogarono 368 persone. « Erano arrivati quasi a riva, le mamme avevano preparato i bambini, poi la barca si rovesciò». Le immagini del recupero dei corpi sono presenti in un filmato subacqueo che Pietro mostra ai ragazzi quando va a parlare nelle scuole. Gli adolescenti restano a bocca aperta, in silenzio, come raramente capita. Il materiale sta tutto dentro una chiavetta Usb, insieme alle scene raccapriccianti dei cadaveri sul fondo dell’imbarcazione, cinquanta giovani che prima di spirare raschiarono a sangue con le unghie sulle pareti della stiva. C’è il tredicenne con la gamba scuoiata, l’uomo coi buchi di proiettile sulla schiena, la donna che partorisce sulla barca, Kebrat che sembrava morta e invece venne salvata. Il cordone ombelicale legato dalla madre con i capelli strappati dalle sue trecce. I cadaveri in decomposizione. La donna che stringe ancora fra i denti la catenina col crocifisso. Sarà per questo che Pietro benedice i morti? «Una volta lo confidai al Papa e lui mi disse che, se mi sentivo di farlo, era giusto così». Poi lascia scorrere sul cellulare altri filmati ancora più sconvolgenti: quelli che da qui sono arrivati in Vaticano. Una decapitazione in diretta: « Vedi la tecnica di questa sciabolata? » , esclama il dottore, « non può essere casuale. Significa che è una fra tante » . Povere donne uccise a colpi di bastone, fra lo sghignazzare dei carnefici. Persone legate mani e piedi e poste a testa in giù, sino allo sfinimento. Altre picchiate selvaggiamente con furia compiaciuta. Torna in queste violenze inaudite, come uno spettro novecentesco, la memoria della Shoah. « È quello che sta accadendo in Libia. Un giorno tutti noi saremo chiamati a rispondere: dov’eravate quando accadeva il massacro?».

Mentre costeggiamo la spiaggia dei Conigli, superando i bagnanti che ancora si crogiolano sotto gli ultimi raggi del sole, rilancio la domanda del dottor Bartolo con un pensiero a voce alta: crediamo forse di poterci lavare la coscienza soltanto perché abbiamo diminuito gli sbarchi? Pietro è convinto che non sia così: « Non si può restare uguali a prima dopo aver visto cose simili». Lui sa di cosa parla, anche per questo i ragazzi lo ascoltano. Certi dettagli si rivelano più importanti  di cento ragionamenti. «Per fare le ispezioni cadaveriche, bisogna aprire i sacchi e spogliare le povere vittime » . Le schede da compilare sono terribili: « Maschio o femmina? Circonciso? Infibulata? Segni di tortura? Capelli ricci o folti? Numero dei denti? Otturazioni? Protesi? Alla fine mettiamo un numero, sperando di poter raggiungere, anche attraverso il Dna, un nome».

Vita e morte s’intrecciano nelle giornate di quest’uomo insonne e appassionato che non stacca mai e tiene sempre acceso il cellulare. Stavamo preparando la cena nella sua casa di via Roma quando hanno chiamato dalla capitaneria. Lui è scattato giù per le scale e io gli sono andato dietro. Nella sua mossa istintiva ho percepito lo scarto, per me lancinante, fra i protocolli e la vita. Chi sono gli adulti credibili di cui, soprattutto in politica, sentiamo la mancanza? Quelli che quando sbagliano pagano di tasca propria. Quelli che stanno sul pezzo. Quelli che ci mettono il cuore. Lucidi e intransigenti. Umani e consapevoli della loro stessa imperfezione. Pietro è così. In sella al motorino sembra un vulcano in eruzione: «Chi parla dei migranti e prende decisioni sulla loro pelle, ora dovrebbe essere qui». Un antico ragazzo del 1956, impegnato a dare gas evitando gli ostacoli nel buio incipiente, come me, che gli arpiono le spalle cercando di non cadere a terra fra i tavolini dei bar e le pescherie ancora aperte. Bastano pochi minuti per scendere al porto. Chi è sbarcato? Eccoli là, appoggiati al muretto, dopo aver rischiato di affogare. Una famigliola al completo: il marito, la moglie e quattro figlioletti. Il modo in cui Pietro si avvicina ai bambini è la nostra unica speranza: non vedo altra possibilità per rendere onore al principio d’umanità che essi rappresentano. Affettuoso come un padre. Efficace come un medico. Prende in braccio la più impaurita, gioca e scherza insieme a lei, mentre lo fa controlla i fratellini visitandoli con gesti rapidi e sicuri. È questo ciò che, nel nostro piccolo, possiamo fare per contrapporci alla barbarie, all’ignoranza, all’insicurezza, all’indifferenza. La donna, al sesto mese di gravidanza, ci ringrazia senza parlare: dolcissima e indimenticabile. Pietro mi spiega quale è il loro obiettivo: «Vorrebbero andare in Germania. Saranno trasferiti in Sicilia e poi chissà cosa accadrà».

E io, cosa ho imparato nelle ore trascorse insieme al dottor Bartolo? Non possiamo accontentarci di rispettare i codici ed eseguire il mansionario. Dobbiamo assumerci la responsabilità dello sguardo di questa donna. È un fiume che scorre. La febbre alta del pianeta Terra. Se ci pensiamo bene: una parte di noi.

in “la Repubblica” del 30 settembre 2018

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