Una manovra finanziaria che allarga il debito ed è priva di un progetto di sviluppo non elimina la povertà

Chiara Saraceno

 «Manovra del popolo per abolire la povertà». Al di là della roboante esagerazione, è positivo che la questione povertà sia diventata un punto centrale dell’agenda politica. Ma la manovra approvata dal Consiglio dei ministri è lungi dal poter mantenere questa promessa, per almeno tre motivi.

Il primo è che una manovra tutta in deficit avrà l’effetto di un terremoto finanziario (a partire dall’aumento dello spread) che metterà a rischio i risparmi, colpendo soprattutto i ceti più modesti, come è già successo con la crisi, e aumentando il debito, quindi riducendo le risorse disponibili. La seconda è che il compromesso redistributivo raggiunto aumenterà le disuguaglianze: tra generazioni (saranno i giovani a pagarne i costi), tra lavoratori – cioè tra chi potrà andare in pensione a quota 100 e chi non potrà farlo – e tra contribuenti onesti e condonati. La terza ragione sta nell’idea stessa che si possa eliminare la povertà (solo degli italiani, naturalmente) semplicemente trasferendo reddito. I poveri che riceveranno il cosiddetto reddito di cittadinanza aumenteranno ovviamente la propria capacità di consumo.

Ma ciò non è sempre sufficiente a modificare le condizioni che producono la povertà e talvolta si trasmettono da una generazione all’altra. La mancanza di occupazione pagata decentemente è sicuramente una di queste. Non può tuttavia essere risolta con la, necessaria, riforma dei centri per l’impiego e il divieto di rifiutare più di tre offerte di lavoro, pena la perdita del sussidio. Se la domanda di lavoro non c’è, non è adeguatamente sollecitata, non ci possono essere neppure offerte congrue. Si rischia anzi di legittimare l’assistenza a vita, magari integrata da lavori in nero. La povertà, inoltre, non è causata solo dalla mancanza di occupazione, ma spesso anche da un reddito da lavoro insufficiente e da un sistema di trasferimenti che non aiuta a sostenere il costo dei figli. O dalla difficoltà di molte donne a conciliare lavoro remunerato e lavoro famigliare, specie se sono a bassa qualifica e vivono nel Mezzogiorno, dove sia la domanda di lavoro sia i servizi sono al di sotto del necessario. Il basso tasso di occupazione femminile nel nostro Paese e i divari territoriali che lo caratterizzano sono una delle cause principali della povertà e della sua concentrazione territoriale. Infine, la storicamente scarsa attenzione per le conseguenze della  povertà sui bambini e ragazzi è una delle cause principali della riproduzione intergenerazionale della povertà. Sono tutti temi assenti sia nel contratto di governo sia nel Def. Anzi, è previsto un taglio di 5 miliardi a scuola e welfare (eccettuate pensioni e reddito di cittadinanza), settori cruciali per i ceti meno abbienti e i più poveri. Un trade-off tra redistribuzione di reddito e investimento in servizi che pagheranno i ceti medi e bassi. Quanto alle politiche del lavoro, le prime iniziative sembrano avere più effetti di riduzione che di ampliamento della domanda. A ciò si aggiunga l’abolizione della Naspi, fatta confluire nel reddito di cittadinanza, perdendo ogni distinzione tra sostegno al reddito dei poveri e protezione dalla perdita del lavoro.

Sostenere il reddito di chi si trova in povertà assoluta è sicuramente una priorità da affrontare. Ma una manovra esclusivamente redistributiva in chiave monetaria, che allarga il deficit e il debito, senza equità e priva di un progetto concreto e coerente di sviluppo, non è un modo per eliminare la povertà. Ne può invece produrre altra.

in “la Repubblica” del 29 settembre 2018

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