Dietro gli slogan sovranisti l’eterno ritorno del nazionalismo

Umberto Gentiloni

«Come me nessuno mai, sono stato il più capace di tutti» parole pronunciate martedì scorso dal presidente degli Stati Uniti nel Palazzo di vetro delle Nazioni Unite mentre il paragone azzardato con amministrazioni precedenti scatenava risa e facili battute in platea. Ma come spesso accade, quando sembra che le frasi di Trump siano destinate al fugace contesto del suo profilo Twitter, alla fine di un discorso restano gli interrogativi sui destinatari di messaggi che sono ben più profondi e impegnativi di una battuta fuori luogo. Gli ingredienti dei suoi continui richiami al primato americano sono ormai sperimentati e ben noti tra gli addetti ai lavori e non solo: isolazionismo e chiusura identitaria, protezionismo come orizzonte di riferimento combinato con il rilancio di paure e impulsi contro l’immigrazione e l’immigrato in quanto tale. Una ricetta venduta come grande innovazione del tempo presente, come scoperta e rivelazione epocale che in realtà ha già attraversato pagine e tornanti della storia degli Stati Uniti e delle relazioni tra il nuovo mondo e il vecchio continente. Basta tornare a dare un senso alle parole che leggiamo o ascoltiamo.

Dietro le presunte categorie di un “sovranismo” diffuso che va per la maggiore si celano le più classiche sembianze di un becero nazionalismo che ha attraversato e insanguinato il secolo scorso. Gli anni tra le due guerre mondiali portano il segno di un passato rimosso troppo in fretta, quando la sconfitta del disegno di un ordine internazionale rilancia le ragioni di un’America chiusa, restia a uscire dai recinti di un perimetro rassicurante e sperimentato. Un’oscillazione continua tra l’apertura e il dialogo per costruire ponti o architetture condivise e le sirene di un primato fondato sulla forza economica o il predominio militare.

La sconfitta del wilsonismo e dei suoi valori di riferimento mette da parte, negli anni Venti del Novecento, un’ispirazione morale che pur tra debolezze e incongruenze aveva abbozzato l’ipotesi di radicare un sistema internazionale condiviso e partecipato, un embrione possibile di un governo mondiale come risorsa contro aggressioni e prove di forza. Ma il pendolo ha continuato a oscillare pericolosamente, confermando i timori di chi con ambizione e utopia pensava di poter ridimensionare il ricorso alla guerra come principale strumento per la risoluzione dei conflitti.

Un tracciato che affonda le radici nella democrazia americana e nelle priorità della sua politica estera per dirla con Walter Russell Mead e un suo celebre volume del 2001 ( Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America): l’economia prima di tutto (hamiltoniani), la difesa della democrazia ad ogni costo (jeffersoniani), la nazione e la sua rispettabilità minacciata (jacksoniani), i valori morali irrinunciabili e intoccabili (wilsoniani). Filoni contraddittori e contrastanti di presenza degli Usa sulla scena internazionale per scrollarsi di dosso le insinuazioni del cancelliere Bismark che avevano come bersaglio la proiezione esterna della nascente potenza americana considerata illogica e pericolosa, salvata da una «speciale provvidenza in grado di mettere insieme i matti, gli ubriachi e gli Stati Uniti d’America».

E il secolo americano avrebbe rilanciato la dialettica tra egoismo e partecipazione portandosi dietro il paradosso di una doppia contrarietà: chi ha contrastato il predominio e l’interventismo unipolare e su un altro versante chi ne ha sottolineato i rischi per un disimpegno, una fuga da teatri di crisi di difficile gestione. Troppa o poca America a seconda dei casi e delle esigenze strumentali. La collaborazione tra diversi presuppone che il nazionalismo della singola nazione non metta in discussione un quadro condiviso di regole e riferimenti, non intacchi un tessuto prezioso eredità di generazioni lontane.

Altro che primato in solitaria di una potenza incontrastata: voltarsi indietro rischia di essere un cammino senza ritorno. Ogni soggetto è pronto (o dovrebbe esserlo) a rinunciare a porzioni crescenti di sovranità e potere, questo il lascito doloroso del secolo XX. Nessuno può salvarsi da solo.

in “la Repubblica” del 29 settembre 2018

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