“Non lasciamoci rubare l’amore per la scuola”

Gualtiero Bassetti*

(…) Il tema di questo convegno riprende le parole che papa Francesco ha rivolto ai giovani in diversi momenti, fin dall’inizio del suo pontificato cinque anni fa: «Non abbiate paura di sognare cose grandi!». E a me sembra quanto mai appropriata la scelta di applicare questo invito alla scuola, dove incontriamo proprio quei giovani ai quali si rivolge il Papa.

Che cosa vuol dire sognare in grande? A mio avviso, significa essenzialmente tre cose: innanzitutto, avere il coraggio della libertà; in secondo luogo, avere il coraggio della responsabilità; e infine avere il coraggio di pensare senza schemi ideologici o preconcetti culturali. Perché è nel pensiero libero e responsabile che si ha il potere di immaginare una realtà diversa e – come disse Francesco Gesualdi, un allievo di don Milani – di costruire una scuola “di scienza e di lingua, di pensiero e di vita” che sia capace di interpretare e “capire la realtà”.

Queste parole mi permettono di introdurre questo mio breve saluto che si articolerà attorno a tre spunti di riflessioni. Innanzitutto, sottolineare la fondamentale funzione sociale della scuola all’interno della comunità. In secondo luogo, lanciare un messaggio di incoraggiamento a tutti coloro che vivono nelle strutture educative e che a me piace chiamare i “cittadini” della scuola. E infine, delineare le sfide della scuola di oggi.

La funzione sociale della scuola

Parto dal primo punto: sottolineare che la scuola svolge una funzione fondamentale all’interno della comunità significa che la scuola è, senza dubbio, uno dei centri propulsori della nostra società.

D’altra parte i numeri sono impressionanti: 9 milioni di alunni; 900 mila insegnanti; ogni persona ci trascorre dentro dai 10 ai 16 anni. I numeri da soli, però, non ci dicono tutto. Ci forniscono solo una prima fotografia. Dobbiamo andare più in profondità. Dobbiamo, cioè, avere la piena consapevolezza della sua missione sociale.

L’ho già detto in più occasioni e lo voglio ribadire ancora oggi, prendendo a prestito le parole di don Milani: “La scuola mi è sacra come un ottavo comandamento”. La sua funzione, cioè, non può essere ridotta ad una visione aziendalistica – tutta basata sull’efficienza, sui risultati raggiunti e sugli studenti considerati alla stregua dei clienti – o ad una visione burocratica, in cui le procedure soffocano la libertà e la capacità delle singole persone.

La scuola è sacra, dunque, per tre motivi: in primo luogo, perché ha il compito di trasmettere la cultura e il sapere di una comunità, di una nazione, di una civiltà di “generazione in generazione”; in secondo luogo, perché vive in strettissimo rapporto con le famiglie, stipulando con loro un’alleanza educativa che, non mi stancherò mai di sottolinearlo, rappresenta il cuore pulsante della società attuale e di quella futura; infine, perché mette al centro della sua azione la dignità della persona umana: dello studente, del professore e di tutti gli operatori scolastici. Partendo sempre dal più debole: ovvero il povero, il disabile, il forestiero, il precario, il pendolare.

Tutti uniti alla ricerca del vero, del bello e del futuro, per la promozione e lo sviluppo della dignità umana.

Messaggio ai “cittadini” della scuola

A questi “cittadini della scuola”, e vengo al secondo punto, vorrei dare alcune parole di incoraggiamento. Partendo dai principali protagonisti a cui è rivolta la scuola: ovvero gli alunni. Francesco, nella grande giornata dedicata a La Chiesa per la scuola il 10 maggio 2014, ha impostato il suo discorso sull’amore e ha detto: «Noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi” perché io amo la scuola, io l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da V escovo».

Quanti di noi possono ripetere queste parole? Quanti di noi hanno amato e amano la scuola? Eppure è a scuola che abbiamo fatto tante esperienze importanti per la nostra vita. Ecco perché ai giovani vorrei dire di amare la scuola, amarla anche quando non corrisponde ai propri desideri e soprattutto di darsi da fare perché possa migliorare: con il dialogo, la pazienza, l’impegno di tutti.

Ai genitori vorrei dire ugualmente di avere fiducia nella scuola. È sempre più comune dire che oggi si è rotto il patto educativo tra scuola e famiglia, è finita quella fiducia che faceva lasciare i propri figli nelle mani degli insegnanti con la certezza che gli insegnanti avrebbero dato loro il meglio. Ed è vero: oggi si è insinuata una cultura del sospetto anche nella scuola; tanti episodi indubbiamente lo giustificano. Nonostante ciò, la scuola rimane sempre un luogo di accoglienza e di crescita insieme, una comunità in cui tutti devono potersi confrontare con franchezza e con fiducia reciproca.

Indubbiamente ci sono dei problemi nella scuola: sia dal punto di visto didattico- organizzativo che da quello comportamentale e umano. A volte ci sono degli episodi molto gravi che bisogna denunciare senza paura e affrontarli seriamente e con decisione. Non bisogna però generalizzare: ci sono tante scuole che vanno avanti senza fare notizia, tanti ragazzi e famiglie che trovano nella scuola la soddisfazione alle proprie attese educative e, soprattutto, tanti insegnanti appassionati del loro lavoro che, nonostante le poche gratificazioni, vivono la scuola con uno spirito di missione veramente unico.

Proprio a loro, agli insegnanti vorrei dedicare il mio più vigoroso messaggio d’incoraggiamento. Il mestiere dell’insegnante è indubbiamente faticoso e talvolta capita di non trovare la soddisfazione desiderata. Tuttavia, sono fermamente convinto che quello dell’insegnante, come di ogni educatore, rimane uno dei lavori più belli del mondo: ogni giorno a contatto con giovani studenti che necessitano di un aiuto, non tanto per imparare una nuova nozione, ma per costruire la propria vita. L’educazione è una scommessa con la libertà umana: con i rischi, le sconfitte e i successi propri della libertà. Con il mutare dei tempi, entrano in crisi e cambiano i modelli di scuola, ma il rapporto tra allievo e maestro non può essere eliminato: è assolutamente centrale.

È soprattutto nei momenti di sconforto – che sicuramente non mancano – che bisogna tornare a porsi le domande fondamentali, tornare a riflettere sul senso del fare scuola, dell’essere insegnanti. Perché non saranno le tecnologie, né le riforme di sistema, né le nuove metodologie a salvare la scuola. La scuola sarà salvata soltanto da insegnanti motivati e consapevoli del loro ruolo di educatori, al servizio degli alunni più che delle loro materie. Per questo – lasciatemi aggiungere – una società che non riconosce una elevata dignità sociale all’educatore è una società estremamente autolesionista e con scarse risorse di umanità. In definitiva, una società che non ha futuro!

Parlando agli insegnanti vorrei infine aggiungere qualche parola per gli insegnanti di religione. Alle difficoltà comuni della professione insegnante essi aggiungono quelle di una disciplina “diversa”, ritenuta debole, spesso oggetto di polemiche pretestuose o strumentali. La forza degli insegnanti di religione sta nella relazione umana che essi instaurano con i loro alunni. Molte ricerche ci dicono che gli insegnanti di religione sono in larga maggioranza soddisfatti del loro lavoro, hanno buoni rapporti con il mondo della scuola e sono generalmente molto apprezzati

dai loro alunni. A tutti loro posso dire di continuare su questa strada, senza paura, con coraggio e senza sentirsi di docenti marginali ma al contrario di sentirsi orgogliosi per il prezioso servizio che svolgono alla società e alla scuola. E in questo lavoro devono poter contare sul sostegno degli uffici diocesani (mi rivolgo ora ai tanti responsabili presenti in sala), che devono costituire con questi insegnanti una vera comunità, basata sulla reciproca stima e fiducia.

La sfida di oggi: una nuova primavera per la scuola

La “sacralità” della scuola e l’importanza di tutti i ruoli all’interno delle strutture educative sono le due condizioni fondamentali per affrontare le sfide attuali. Gli episodi di bullismo – nei confronti sia degli studenti che dei docenti – delineano un orizzonte cupo non solo della scuola ma della società occidentale. Sembra che in ogni luogo ci sia un’avanzata inesorabile di uno stile di vita nichilista che appiattisce tutto e toglie di significato ad ogni realtà sociale. Bisogna dare una risposta alta a questa deriva sociale e culturale, dando un senso alla vita che svolgiamo e alle istituzioni che viviamo.

Per questo penso, che la prima sfida per la scuola di oggi consiste nel tornare a ripensare la scuola. La scuola non può limitarsi a fornire solo “istruzioni per l’uso”, ovvero una serie di conoscenze tecniche particolari slegate da una visione d’insieme. Il mio invito vorrebbe dunque essere quello di tornare spesso a interrogarsi sul significato della scuola, sulle sue finalità più profonde, e di conseguenza interrogarci sul contributo che possiamo dare – ognuno nel proprio ruolo specifico – alla sua crescita. Che è poi il modo migliore per fare pastorale scolastica.

La scuola è la più grande agenzia educativa del mondo contemporaneo e dunque non può essere pensata distrattamente, ma merita di avere la massima attenzione da parte di tutti: non solo per denunciare ogni volta ciò che non funziona, ma per iniziare a costruire il futuro. La scuola quindi deve essere pensata e ripensata nel suo essere un sistema complesso e dilatato sull’intero Paese.

Dobbiamo allora non farci dettare l’agenda dal piccolo cabotaggio degli interventi occasionali, degli interessi corporativi, dei ritocchi spacciati per riforme epocali. La scuola vale in quanto scuola, in quanto luogo educativo per eccellenza, in quanto bene comune per tutta la società.

Qualche settimana fa, concludendo i lavori del Consiglio permanente della CEI, ho usato l’immagine dell’inverno per segnalare alcuni elementi che caratterizzano il momento presente, come il disagio diffuso, la paura del diverso, la disaffezione per la ricerca del bene comune. La stessa metafora è usata anche per indicare l’impressionante invecchiamento del nostro Paese e per sottolineare la crisi delle tradizionali realtà educative. Secondo alcuni, infatti, stiamo vivendo un “inverno educativo”. Sono tutti aspetti diversi di quella che è la povertà più preoccupante della nostra società: la povertà di speranza. È questa che fa rinunciare a sognare e ad educare. Lo constatate anche voi. Va però aggiunto che se c’è un luogo in cui la primavera si può intravvedere e perfino aiutare a germogliare, quel luogo è la scuola.

Ecco la seconda sfida per la scuola: far sorgere una nuova primavera per la scuola. Una primavera che sorga dal basso delle aule e non dall’alto di qualche stanza ministeriale. Una nuova primavera che si fondi sulla valorizzazione dei tanti, tantissimi, talenti inespressi dei nostri ragazzi e dei nostri docenti. Talenti preziosissimi ma sciupati: non considerati, non riconosciuti e in definitiva confinati ai margini della nostra società.

È questo il mio sogno più grande, che vado ripetendo da tempo. Occorre valorizzare i talenti che vivono la scuola. E questo può essere fatto, a mio avviso, solo da chi vive le strutture educative, dai “cittadini della scuola”. Mi rivolgo perciò a tutti gli operatori scolastici: voi scorgete prima di tutti i segni della primavera. Li vedete ogni volta che fate emergere le migliori risorse delle persone, che riuscite ad andare oltre le maschere che non solo i giovani ma anche tanti adulti indossano. Ogni volta che aiutate coloro che stanno crescendo ad acquistare fiducia in se stessi e negli altri.

Voi dunque potere far nascere dal basso una nuova primavera della scuola che può sorgere attorno a tre concetti: libertà di pensiero, libertà educativa, valorizzazione dei talenti.

E proprio per questo, vorrei concludere con una grande esortazione di speranza che vale per tutte le componenti della scuola. Cari amici, nella scuola c’è il nostro presente, in cui si trasmette il passato, per costruire il futuro.

Per questo motivo, come ha detto Francesco, “non lasciamoci rubare l’amore per la scuola”.

*Presidente della CEI

 

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