Archivio mensile:agosto 2018

I sovranisti e la strumentalizzazione della religione e del sentimento religioso

Vladimiro Zagrebelsky

Cosa hanno in comune l’ex ufficiale del Kgb sovietico Putin, che si fa fotografare mentre bacia le icone accanto al patriarca della Chiesa ortodossa russa, e Salvini, capo della Lega una volta benedetta dalla sacra ampolla dell’acqua del dio Po, che agita il rosario nel comizio davanti al Duomo di Milano? L’uso della religione evidentemente, richiamata come radice della loro politica, anche quando ne è arduo vedere la coerenza. La religione come «instrumentum regni» non è certo un’invenzione contemporanea, né un abuso dei soli poteri civili senza attiva partecipazione delle chiese. Colpisce però il riemergere di una strumentalizzazione che sembrava ormai svelata e quindi impraticabile, anche per la resistenza sviluppatasi, almeno in Occidente, dall’interno stesso delle chiese. Da parte poi della Chiesa cattolica, in particolare con il pontificato di Papa Francesco, il distacco da connivenze governative si è fatto evidente e critico. Eppure l’oltraggioso abuso non ha trovato ferma denunzia, quasi fosse possibile lasciarlo passare come episodio minore, destinato a essere presto dimenticato. Non sarà così, non solo perché il richiamo dei simboli religiosi è potente per la parte più tradizionalista del mondo cattolico, ma anche perché esso rientra in una operazione politica che investe molti Paesi dell’Unione europea.

L’attacco all’Unione viene svolto su piani diversi da partiti diversi in vari Paesi. Non solo in Italia ha trovato nel tema delle migrazioni verso l’Europa il terreno favorevole ad aggressiva e fruttuosa propaganda. Il recente incontro del vice presidente del Consiglio Salvini con il primo ministro ungherese Orban, è stato presentato alla stampa dando gran rilievo alla sintonia sul rifiuto dei migranti. Ma bisogna fare attenzione. La propaganda che sfrutta il tema e il problema delle migrazioni ha la capacità di oscurare tutto il resto e monopolizzare l’attenzione su una questione che non è certo la più grave, in Italia come in Europa. C’è invece ben altro nella prospettiva della sintonia politica che si annuncia tra i Paesi e i partiti cosiddetti sovranisti, contrari non solo a queste istituzioni dell’Unione europea, ma allo stesso progetto politico di progressiva unificazione. Vi è in comune, in varie forme e modi di concretizzazione, l’attacco allo Stato di diritto e alle libertà individuali che esso garantisce. È evidente l’insofferenza per le garanzie costituzionali che derivano dal controllo di legalità operato sui governi da parte di giudici indipendenti, da una stampa libera, dall’azione di associazioni e sindacati influenti. Ciò che già è avvenuto in Polonia, in Ungheria e in altri Paesi del gruppo cosiddetto di Visegrad ha un significato inequivoco, che troppo a lungo è stato sopportato dalle istituzioni dell’Unione, tanto da domandarsi ora se non sia troppo tardi. Vi è un elemento comune nella sintonia tra partiti che si ritrovano nell’attacco ai principi democratici su cui l’Unione europea si fonda. Lo si vede nella pretesa di ridurre al solo esito elettorale l’esigenza di legittimazione di chi governa o aspira a farlo. E in prospettiva, come il contenuto e il linguaggio dell’azione politica dimostra, vi è continuità tra elezioni, raccolta di click di gradimento su un sito e acclamazione di piazza. Già visto.

In questo quadro il collante religioso gioca un ruolo importante su più piani. Esso viene usato per dar dignità all’attacco ai migranti, indicati come pericolosi per la salvaguardia della identità del popolo, che si pretende data unitariamente da una fede religiosa, che certo non è da tutti condivisa e comunque è tutt’altro che omogenea e in sintonia con la politica di chi se ne appropria. In Italia si assiste al richiamo alla parte più chiusa e retriva del cattolicesimo, in Polonia addirittura si organizzano processioni ai confini con crocefissi e madonne, in Ungheria si difendono i tradizionali costumi e stili di vita contro un’Europa accusata di favorire libertinaggio e ogni sorta d’immoralità. Accanto alla rivendicazione di valori tradizionali, emerge l’accusa all’Europa di laicismo; non di attaccamento al valore della laicità – costituzionale, anche in Italia – ma di estremismo anti- religioso, fonte di ogni conseguente perversione. E così l’uso fatto da parte politica del richiamo religioso fa eco a quei settori del cattolicesimo che è intollerante verso le libertà individuali e ha nostalgia del passato autoritarismo della Chiesa. Lo sventolare del rosario da parte di Salvini richiama una versione soltanto degli atteggiamenti cattolici: non quella aperta, accogliente, rispettosa degli altri e dialogante come è tanta parte delle organizzazioni del volontariato cattolico, in sintonia con Papa Francesco. Un Papa, che non per caso è da tempo oggetto di critiche, di dileggio e dell’attacco congiunto di settori interni alla sua Chiesa e delle aree politiche che le usano richiamandole.

Molto più che nella politica anti-migranti (che appena superati gli slogan pone gli uni contro gli altri) i partiti della destra sovranista trovano similitudine nell’eccitazione di sentimenti religiosi che pretendono di esprimere l’identità dei popoli. Pericolosissimo esercizio, capace di infiammare la caccia al diverso, a chi non crede come vien richiesto e che, quindi, oltre che miscredente diverrebbe anche antipatriottico.

in “La Stampa” del 31 agosto 2018

Costruire un’idea positiva di Paese. Aperto al futuro, al mondo, all’altro

Alessandro Rosina

Caro direttore, il nostro Paese è da molto tempo in difficoltà. Dopo aver raggiunto nella seconda metà del secolo scorso standard di ricchezza simili agli altri Stati più avanzati, l’Italia non è più riuscita a trovare una sua strada convincente di sviluppo, nonostante le sue grandi potenzialità. La crisi economica ha solo reso ancora più evidenti inefficienze, contraddizioni e carenze del nostro Sistema Paese e dei suoi meccanismi di produzione di benessere. La bassa crescita, la mobilità sociale inceppata, l’aumento delle diseguaglianze, hanno deteriorato la fiducia nelle istituzioni e verso il futuro. Il crollo delle nascite è forse il sintomo più evidente della combinazione tra difficoltà oggettive e clima negativo.

Nelle urne del 4 marzo 2018 è entrato tutto questo ed è uscito un unico chiaro esito: la bocciatura dei partiti che maggiormente hanno assunto la guida del Paese nella nostra storia più recente. Hanno prevalso le forze politiche più critiche verso tale guida e più in grado di intercettare il malessere crescente degli elettori. La difficoltà di leggere e governare positivamente le trasformazioni in atto (globalizzazione, innovazione tecnologica, invecchiamento della popolazione, immigrazione) porta come reazione un atteggiamento di difesa e chiusura, di rifiuto verso ciò che è nuovo e che rimette in discussione precedenti certezze, aumentando la domanda di rassicurazione. È a questa domanda che oggi Lega e Movimento 5 stelle riescono meglio di altri a rispondere.

Il governo in carica non è certo la causa di ciò che non funziona nel Paese, ma è legittimo nutrire seri dubbi sulla sua capacità di dare vere risposte. Il consenso politico basato su proposte di chiusura e difesa tende ad offrire una semplificazione distorsiva della realtà che rassicura nel presente, ma non aiuta a costruire un futuro migliore. Per le proposte di apertura la sfida è più alta e impegnativa, perché devono essere convincenti oggi (verso l’elettorato) ed efficaci nel dar riscontro positivo di un effettivo percorso di miglioramento prodotto nella vita dei cittadini. Se, però, non si agisce con forza e convinzione nella direzione giusta, il rischio è quello di trovarsi tra dieci anni a scoprire che la crisi non è stata per la nostra società e le nostre istituzioni l’occasione per ripartire con un nuovo modello sociale di sviluppo, ma ha spostato verso il basso il percorso di crescita del Paese (schiacciato sempre più insanabilmente da debito pubblico, squilibri demografici, diseguaglianze sociali).

Questi sono forse gli anni più cruciali nel determinare la qualità del futuro dell’Italia nel XXI secolo: chiudersi nel presente è il peggiore errore che possiamo fare (e la maggiore colpa sulle generazioni future), anche se nell’immediato sembra ciò che ripaga di più elettoralmente. L’Italia può dare bellezza ai processi di cambiamento di questo secolo. Ma non potrà farlo in un clima di risentimento, paura e rassegnazione. Perché possa esprimere il meglio di sé è necessario che venga rafforzato il senso di appartenenza a un destino comune e sviluppata una visione comune di un futuro possibile e desiderato da realizzare. L’alternativa vera che oggi va costruita non è, allora, tanto quella che mira a ‘far perdere’ i partiti di chiusura, ma quella in grado di rendere vincente il Paese attraverso un convincente modello di apertura. Rischiano, perciò, di rivelarsi controproducenti o inefficaci iniziative che nascono per porsi ‘contro’ chi è ‘contro’, ovvero con l’obiettivo di difesa e contrapposizione alle cosiddette forze populiste.

Adottare un approccio ‘contro’ e ‘difensivista’ significa accettare di operare in negativo sul terreno di un’Italia divisa anziché in positivo nella costruzione di un’idea di Italia condivisa. Di limitato impatto rischiano diavere anche iniziative che nascono come operazioni dall’alto, costruite attorno a figure politiche note (anche di valore) che in uno scenario nuovo cercano consenso attorno a una loro proposta. Una terza tentazione è quella di contrapporre frontalmente le competenze tecnocratiche al populismo. Con questi tre approcci si rischia di perdere l’occasione favorevole in questo momento storico di progettare ‘dal basso’ un’Italia diversa e di dare a tale prospettiva tutta la forza di imporsi propositivamente. Non mettendosi contro, ma guardando oltre. Al rancore e alla paura che chiude in difesa del presente, va contrapposto (anzi, controproposto) il desiderio di partecipare alla costruzione di un’Italia aperta che metta in gioco le energie positive del Paese.

Il modo più concreto e solido per farlo è quello di mettere assieme le realtà (i soggetti sociali) che già oggi dal basso si muovono in tale prospettiva, ovvero di connettere chi nella sua azione sul territorio già sperimenta concretamente che l’apertura è più feconda della chiusura. Un’apertura da intendere su tre direttrici (temporale, spaziale e relazionale): verso il futuro, verso l’Europa e il mondo, verso l’altro. Dare protagonismo agli attori dell’apertura che funziona e produce valore sul territorio non significa chieder loro di farsi consenso strumentale ad operazioni politiche calate dall’alto, ma produrre assieme (grazie a esperienze concrete fatte intelligenza collettiva e messe, con metodo, a valore comune) l’idea di Paese desiderato e possibile da realizzare nei prossimi 5, 10, 15 anni. Ovvero, la costruzione concreta del luogo futuro in cui collocare capacità e specificità italiane di generare benessere e valore in coerenza con le trasformazioni del mondo che cambia. Un luogo che abbia tutta la forza di attrarci verso di sé, perché rappresenta ciò che possiamo e vogliamo diventare.

Questa idea positiva di Italia da costruire progettualmente assieme dal basso (le forme possono essere varie) deve diventare il Bene comune di cui prendersi individualmente e collettivamente cura. Senza questa operazione preliminare qualsiasi proposta di rinnovamento dei tradizionali partiti o di creazione di nuova offerta politica rischia di nascere con il fiato corto, senza vera capacità e forza di cambiare in positivo il destino di questo Paese.

in “la Repubblica” del 31 agosto 2018

Occupazione e disoccupazione. Dati ISTAT

ISTAT, 31 luglio 2018

  • Dopo il calo di giugno, la stima degli occupati a luglio 2018 registra ancora una lieve flessione (-0,1% su base mensile, pari a -28 mila unità). Il tasso di occupazione rimane stabile al 58,7%.

  • La diminuzione congiunturale dell’occupazione è interamente determinata dalla componente femminile e si concentra tra le persone di 15-49 anni, mentre risultano in aumento gli occupati ultracinquantenni. Nell’ultimo mese si registra una flessione per i dipendenti permanenti (-44 mila), mentre crescono in misura contenuta i dipendenti a termine e gli indipendenti (entrambi +8 mila).

  • Dopo l’aumento del mese scorso, a luglio la stima delle persone in cerca di occupazione diminuisce del 4,0% (-113 mila). Il calo della disoccupazione riguarda entrambi i generi e tutte le classi di età. Il tasso di disoccupazione scende al 10,4% (-0,4 punti percentuali su base mensile); diminuisce anche quello giovanile che si attesta al 30,8% (-1,0 punti).

  • A fronte del calo degli occupati e dei disoccupati, a luglio si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,7%, pari a +89 mila). L’aumento coinvolge le donne (+73 mila) e gli uomini (+16 mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali).

  • Nonostante la flessione registrata negli ultimi due mesi, nel trimestre maggio-luglio 2018 si stima una consistente crescita degli occupati (+0,7% rispetto al trimestre precedente, pari a +151 mila). L’aumento interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età pur concentrandosi principalmente tra gli ultracinquantenni (+123 mila). Crescono nel trimestre i lavoratori a termine (+113 mila) e gli indipendenti (+54 mila) mentre registrano un lieve calo i dipendenti permanenti (-16 mila).

  • Alla crescita degli occupati nel trimestre si accompagna il calo dei disoccupati (-3,1%, pari a -88 mila) e quello degli inattivi (-0,5%, -67 mila).

  • Su base annua, a luglio l’occupazione cresce dell’1,2%, pari a +277 mila unità. L’espansione interessa uomini e donne e si concentra tra i lavoratori a termine (+336 mila); in ripresa anche gli indipendenti (+63 mila), mentre calano in misura rilevante i dipendenti permanenti (-122 mila). Crescono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+381 mila) e i 15-34enni (+42 mila) mentre calano gli occupati tra i 35 e i 49 anni (-146 mila). Al netto della componente demografica si stima un segno positivo per l’occupazione in tutte le classi di età.

  • Nei dodici mesi, a fronte della crescita degli occupati si rileva il calo dei disoccupati (-9,1%, pari a -271 mila) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, -92 mila).

Il commento

A luglio, seppure in misura più contenuta rispetto a giugno, si stima ancora una flessione dell’occupazione. Ciò non impedisce una intensa crescita occupazionale nel trimestre maggio-luglio rispetto ai tre mesi precedenti e il proseguimento delle tendenze espansive su base annua. In termini sia congiunturali sia tendenziali si rileva un calo dell’occupazione dipendente permanente, mentre continuano a crescere i lavoratori a termine. La disoccupazione cala su base annua tornando ai livelli del 2012. Continua anche il calo dell’inattività, che risulta di poco superiore al minimo storico raggiunto a giugno.

Gli ebrei d’Europa di fronte alla modernità.

Anna Foa

Nell’ambito della xv edizione del Festival della mente di Sarzana, domenica 2 si avrà luogo un seminario sul tema «Dalla comunità alla cittadinanza: gli ebrei d’Europa di fronte alla modernità». Durante l’incontro, promosso dalla Fondazione Carispezia e dal comune della cittadina ligure, la storica Anna Foa terrà l’intervento, pubblicato in questa pagina, che ripercorre il declino della presenza ebraica nel vecchio continente, tracciando le differenze tra la comunità dell’Europa occidentale e di quella orientale.

La presenza ebraica nella diaspora è stata nei secoli una presenza collettiva, quella di una minoranza organizzata all’interno della maggioranza, non una presenza sparsa e sporadica. La struttura che tale organizzazione collettiva ha assunto è fin dal Medioevo quella comunitaria. Una forma, questa, tuttora esistente in molti paesi, non ultima l’Italia. Se questo è un dato di fatto indiscusso, più incerta è l’epoca della sua origine e il suo rapporto con il mondo esterno. In Europa — il mio discorso non intende infatti estendersi ad analizzare l’organizzazione degli ebrei nel mondo islamico — essa nasce probabilmente nell’Italia meridionale intorno al IX-X secolo, per allargarsi al mondo ebraico ashkenazita, che da quello italiano in parte deriva, e successivamente al resto d’Europa. Discussa è anche la questione se le comunità derivassero da trasformazioni interne del mondo ebraico o se invece fossero state influenzate, se non nella loro origine almeno nel loro consolidarsi, dalle trasformazioni del mondo esterno e in particolare da quelle che hanno dato vita alla società comunale italiana.

Comunque fosse, sia che a prevalere fosse il modello esterno o quello interno, le numerose differenze e specificità che le organizzazioni comunitarie ebraiche presentano nello spazio e nel tempo non impediscono di delineare un modello comunitario unitario. Dalle sue origini, fino alla sua disgregazione realizzatasi con l’emancipazione e l’accesso alla modernità, infatti, i caratteri fondamentali che caratterizzavano la comunità restarono, almeno nell’Occidente cristiano, a grandi linee gli stessi.

Innanzi tutto, perché esistesse una comunità era necessario il riconoscimento da parte dell’esterno, della società maggioritaria e dei suoi organi politici. Poi, era necessaria una struttura organizzativa interna, un consiglio derivato dalla primitiva organizzazione assembleare. Gli organismi direttivi potevano essere più o meno ristretti a seconda della diversificazione sociale all’interno della comunità, ma in generale il diritto di voto era riservato a chi pagava le tasse comunitarie.

Gli organismi comunitari erano prevalentemente laici; il rabbinato si limitava ad affiancarli anche se, in alcuni momenti, si verificarono da parte delle autorità esterne tentativi di potenziarne il ruolo. Le funzioni dei rabbini erano quelle tradizionali: l’insegnamento, la formulazione di pareri in materia rituale, la gestione dei tribunali rabbinici, la pronuncia dello cherem, la scomunica, l’unico mezzo che rendeva possibile alla comunità l’esecuzione delle proprie ordinanze. Tanto in Germania che in Italia — cioè nei paesi dove nella prima età moderna ancora esisteva una presenza ebraica — è solo a partire dai secoli fra il Tre e il Cinquecento che il rabbino si inserisce nella struttura organizzativa comunitaria e diventa un funzionario stipendiato dalla comunità. Così in Germania in occasione della crisi della Peste Nera, in cui fu creata la figura del rabbino comunitario. Il prestigio giocava un ruolo importante nel determinare il potere e le funzioni dei rabbini: nelle comunità ashkenazite del Veneto e dell’Italia del Nord i capi delle Yeshivot (scuole talmudiche), pur senza avere cariche comunitarie, erano dotati di molta influenza.

Le comunità erano organismi autonomi e le ordinanze rabbiniche non avevano generalmente valore al di là della comunità che le aveva emanate, tranne appunto che in casi di autorità rabbiniche di grande prestigio. Scarsi furono nella storia, e in genere legati a momenti di crisi delle comunità, i tentativi di organizzazione sovra o inter comunitaria. In molti casi ad intervenire perché fossero riconosciute figure di coordinamento delle autonomie comunitarie fu la nomina da parte del mondo esterno. Così nell’Impero nel Cinquecento, in Sicilia nel Quattrocento, in Castiglia prima dell’espulsione.

Con un occhio particolarmente rivolto all’ebraismo dell’Est Europa, ma non esclusivamente, il grande studioso della storia e della società ebraica Jacob Katz ha definito tale società con il termine di “società tradizionale”. La comunità rappresenta quindi la modalità con cui la società tradizionale ebraica si organizza ed articola. Una società ferma, immobile, quindi? In linea di massima, possiamo dire che un sapiente dosaggio di vecchio e nuovo è alla base stessa dell’organizzazione comunitaria, comprendendo fra il nuovo il rapporto, diverso nei momenti e nei luoghi, con la società esterna. Il mondo ebraico regola la sua esistenza attraverso quel fondamentale mezzo di conservazione che è la Legge. Ma attraverso lo strumento delle taqqanot (decreti e ordinanze) adegua la norma al presente, trasforma insomma nel mantenimento della tradizione. Per questo, fino a che sopravvive più o meno intatta la funzione della comunità possiamo ancora parlare di “società tradizionale”, anche se, come in Italia e a differenza che nell’Europa dell’Est, essa comprende trasformazioni non indifferenti e rapporti di circolarità con la cultura esterna. Solo quando la comunità si disgregherà più o meno radicalmente nell’incontro con la modernità potremo parlare di “ebrei” come individui.

Quando parliamo di comunità o di società tradizionale a proposito del mondo ebraico nella diaspora, non dobbiamo dimenticare che quella comunitaria è la forma di organizzazione diffusa anche nel mondo non ebraico. Tra le comunità di villaggio del Medioevo, tanto studiate dai sociologi, e la comunità come organizzazione della vita degli ebrei nello stesso periodo esistono tuttavia delle notevoli diversità. La comunità ebraica, come si struttura nella diaspora a partire dalla fine del primo millennio, non è, almeno in Occidente, una comunità rurale, bensì urbana. È inoltre una forma di organizzazione politica, la sua corrispondenza è semmai coi comuni della società italiana dell’inizio del secondo millennio, quindi con realtà urbane, non con le comunità come forma organizzativa “naturale” contrapposta alla società politica. Diverso è il discorso sull’Europa dell’Est, data la minor urbanizzazione tanto del contesto in cui la minoranza ebraica si inserisce che di quello ebraico. Ma anche qui, con chiaroscuri e ambiguità.

Tanto nell’Europa orientale che in quella occidentale, il secolo XIX vede la crisi della società tradizionale e la trasformazione radicale, se non la dissoluzione, della forma comunitaria ebraica. L’autonomia comunitaria viene radicalmente limitata e la comunità non ha più la possibilità, precedentemente conferitale dallo Stato, di imporsi sulla vita e sulle credenze dei suoi membri. Tale processo si realizzò in tutta la società ebraica e riguardò anche i paesi come la Russia lontani da ogni prospettiva di emancipazione.

A differenza che nell’Europa dell’Est, in Occidente questo processo fu infatti accompagnato dal raggiungimento dell’emancipazione, cioè della conquista della cittadinanza e dell’uguaglianza. Ma quale fu il legame tra la dissoluzione della forma comunitaria e il raggiungimento della cittadinanza? Nella Francia della Rivoluzione francese, il primo paese a concedere agli ebrei l’emancipazione, l’esistenza degli ebrei come gruppo con uno stato giuridico diverso e separato rappresentava, oltre che un’ingiustizia indegna di una società civile, un ostacolo all’omogeneizzazione dello Stato. È questo il senso delle parole del deputato monarchico costituzionale Clermont-Tonnère, pronunciate in sostegno all’emancipazione degli ebrei: «Tutto deve essere negato agli Ebrei in quanto nazione, tutto deve essere concesso agli Ebrei in quanto individui. Essi devono diventare cittadini. Alcuni sostengono che essi non lo desiderano. Se è così che lo dicano, e allora saranno espulsi. Non possono essere una nazione dentro una nazione». In generale possiamo dire che l’idea che la battaglia per l’emancipazione non potesse andare senza la dissoluzione della struttura collettiva tradizionale si affermò senza eccessivi contrasti in gran parte del mondo ebraico occidentale. Una dissoluzione, tuttavia, che non fu ovunque radicale; se Napoleone distrusse infatti l’organizzazione comunitaria tradizionale creando un’organizzazione concistoriale, centralizzata, tuttora esistente, e se nel mondo anglosassone (Inghilterra e Stati Uniti) l’organizzazione si fondò e si fonda sulle sinagoghe e non sulle comunità, altrove, come in Italia, sia pur radicalmente trasformata e indebolita, la comunità sopravvisse.

Questo processo fu all’Est molto più radicale perché avvenne in un clima di rifiuto dell’emancipazione da parte dello Stato, di impoverimento e di crisi sociale e culturale. Era, quella degli ebrei in Russia, una società basata su forti differenze sociali, sulla preminenza del sapere — un sapere religioso-rabbinico — e sull’alleanza fra lo strato mercantile più elevato e gli uomini di studio. Questa società entrò in crisi soprattutto dall’interno: una crescente pauperizzazione portò una parte del mondo ebraico dello shtetl nelle città e condusse ad una proletarizzazione degli strati più poveri. Dall’altra parte, decadde il primato del sapere tradizionale e si indebolì di conseguenza il potere rabbinico. Un fattore importante di questo processo di decadenza del primato rabbinico fu l’adozione delle lingue del mondo esterno: nei paesi dove gli ebrei erano abituati da secoli a parlare lo yiddish, i giovani si volsero ad imparare il polacco, l’ungherese, il russo, con effetti dirompenti sul tessuto comunitario e famigliare. Fu una vera e propria rivoluzione culturale che interruppe il circuito di trasmissione del sapere tra le generazioni, che scavò un fossato fra padri e figli, che allontanò dall’osservanza e dalla religione i più giovani, che li portò all’emigrazione, all’adesione ai movimenti rivoluzionari, al sionismo. Più graduale fu invece il passaggio nell’Occidente emancipato, in cui le forme comunitarie sopravvissute, pur tanto differenti dal passato, sono ancora in molti casi in grado di servire da supporto ad una sia pur parziale identità collettiva. Fra mille incertezze, tuttavia, e altrettanti dubbi e ambiguità.

in L’Osservatore Romano, 30 agosto 2018

Giovani in trappola. L’ipoteca sul futuro inizia dal percorso scolastico

Sono 1,5 milioni in Italia i diplomati e laureati sottoinquadrati. L’ipoteca sul futuro dei giovani comincia nella scuola, prosegue con il lavoro non qualificato e finisce con la mobilità sociale bloccata (solo il 10,6% dei genitori con la licenza media ha figli laureati). La ricerca di un impiego è ancora un fatto privato: solo il 4,7% dei laureati ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego

L’ipoteca sul futuro dei giovani inizia dal percorso scolastico. Il voto ottenuto all’esame di licenza media seleziona rigidamente il percorso scolastico successivo dei ragazzi. Nell’ultimo anno scolastico solo il 22% di chi ha preso 6 alla licenza media è andato al liceo, gli altri si sono iscritti agli istituti tecnici o professionali. La quota di ragazzi che scelgono il liceo aumenta al crescere del voto ottenuto all’esame di licenza media: il 40,4% di chi prende 7, il 62,9% di chi prende 8, l’81% di chi prende 9, il 90,9% di chi prende 10 e il 94,2% di chi prende 10 con lode. Considerati gli studenti che hanno conseguito la licenza media nell’anno scolastico 2010/2011, dopo 5 anni tra coloro che hanno preso 6 come voto all’esame finale il 69% non è ancora arrivato al diploma di maturità, come il 37,4% di chi ha preso 7, solo il 16,9% di chi ha preso 8, appena il 6,5% di chi ha preso 9 e il 2,8% di chi ha preso 10 o 10 con lode. È una selezione rigidissima, che nel percorso formativo successivo smista gli studenti in base al voto e che a cinque anni di distanza si limita quasi sempre a confermare le performance precedenti. In sintesi: se sei bravo alle scuole medie, sarai bravo alla maturità. Al contrario, se sei scarso alle medie, sarai scarso alla maturità, alla quale arriverai con ritardo o forse mai. Di fatto, il sistema scolastico non promuove il cambiamento: riflette e conferma le performance iniziali dei giovani. È per questo che possono rivelarsi molto utili servizi di orientamento in grado di informare i giovani per favorire le scelte migliori: una sfida inedita da includere nei servizi garantiti alle famiglie dei lavoratori dal welfare aziendale. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale.

La selezione sociale all’università. Nell’anno accademico 2016-2017 si è immatricolato all’università il 21,8% degli studenti diplomati che alla maturità hanno preso 60, il 33,4% di quelli che hanno ottenuto un voto finale compreso tra 61 e 70, il 47% di quelli che ne hanno conseguito uno tra 71 e 80, il 61,9% di quelli che hanno preso un voto tra 81 e 90, il 72,2% degli studenti che si sono diplomati con un voto tra 91 e 99, l’83,4% se hanno preso 100 e il 91,3% se si sono diplomati con 100 con lode. E alla maturità nei licei è solo il 7,3% degli studenti a prendere 100 e appena l’1,9% a prendere 100 con lode. Nell’ultimo anno accademico si è immatricolato all’università il 73,8% dei liceali diplomati, solo il 33,1% dei ragazzi che hanno terminato gli studi agli istituti tecnici e l’11,3% di chi ha frequentato gli istituti professionali. Anche in questo caso la scrematura è rigida, predeterminata in base al percorso di formazione iniziale. Emerge il ritratto di una scuola lontana dalla retorica che la dipinge come accogliente e buonista, «mammona». È invece fortemente ancorata alla valutazione quantitativa: il voto annuncia precocemente i successi o i fallimenti futuri dei giovani.

Il sottoinquadramento nel lavoro come destino. Quasi 4 giovani diplomati e laureati di 15-34 anni su 10 svolgono un lavoro inadeguato rispetto al proprio titolo di studio: si tratta complessivamente di 1,5 milioni di giovani. Lo scorso anno i forzati del demansionamento sono stati il 41,2% dei diplomati e il 32,4% dei laureati. La metà (il 50,1%) dei 15-34enni occupati che si sono diplomati al liceo svolge un lavoro inadeguato rispetto al titolo di studio posseduto, così come il 37,3% dei diplomati presso gli istituti tecnici, il 40,8% per gli istituti professionali, il 41,3% dei giovani con qualifica professionale triennale. Al top del sottoinquadramento nel lavoro ci sono quindi i liceali diplomati che non sono andati all’università: uno su due fa un lavoro inadeguato rispetto al proprio percorso di studio.

I centri per l’impiego, fantasmi del mercato del lavoro. La trappola per i giovani scatta anche nella ricerca del lavoro, che è ancora un esercizio affidato prevalentemente alle relazioni personali e in cui contano poco le istituzioni, come i centri per l’impiego. Tra i laureati nel 2011 che hanno trovato lavoro, solo il 4,7% deve ringraziare un centro per l’impiego, mentre per il 32,8% hanno funzionato gli annunci e l’invio del curriculum, il 24,3% ha potuto contare su amici e conoscenti, per l’11% il merito va a stage e tirocini, per il 9,8% alle segnalazioni dell’università, il 9,9% ha scelto di avviare un’attività autonoma, il 7,6% ha vinto un concorso pubblico. Le azioni per trovare lavoro messe in campo nel 2017 dai 15-34enni sono state: per l’84,9% rivolgersi ad amici e conoscenti, per l’80,7% l’invio del cv e i colloqui, il 75,4% ha consultato offerte sui giornali o sul web, il 26,4% è entrato in contattato con un centro per l’impiego, il 16,5% si è rivolto a un’agenzia interinale, il 9% ha fatto domanda o ha partecipato a un concorso pubblico, l’1,7% ha avviato un’attività di lavoro autonomo.

Scuola bloccata in una società bloccata. Il 60,5% delle persone laureate con figli ha figli che si sono laureati. Tra i genitori diplomati la quota scende al 34,8% e crolla al 10,6% tra le persone che hanno conseguito solo la licenza media. Se difficilmente si risale da basse performance scolastiche, altrettanto difficilmente si sale nella scala sociale rispetto alla propria famiglia d’origine. Di fatto, la scuola conferma le disuguaglianze più che combatterle. E mentre la scuola non aiuta i giovani a salire, oggi le imprese li tengono imprigionati in basso con il lavoro scarsamente qualificato. Possono allora dare un contributo importante servizi di orientamento formativo che aiutino i giovani a scegliere i percorsi scolastici e lavorativi che ne valorizzino al meglio i talenti e le competenze fuori dai rigidi schemi prefissati.

«Da questa trappola per i giovani, come la chiama il Censis, bisogna uscire. Un ruolo importante possono giocarlo le imprese, mettendo a disposizione dei figli dei loro collaboratori strumenti e percorsi dedicati all’orientamento», ha detto Alberto Perfumo, Amministratore Delegato di Eudaimon. «Penso a soluzioni che stimolino il confronto, che rafforzino la consapevolezza delle potenzialità di ognuno e, in definitiva, aiutino a fare scelte informate. Soluzioni che le imprese più virtuose possono estendere al di fuori dei propri uffici e stabilimenti, e aprire ai ragazzi dei territori in cui opera l’impresa, collaborando a quella novità della scuola italiana chiamata alternanza scuola-lavoro», ha concluso Perfumo.

Censis, Comunicato stampa, 2018

La progressiva crisi delle scuole paritarie

Pierluigi Castagneto

Inizia un altro anno scolastico, cambiano i governi, cambiano i ministri, ma la situazione per le scuole paritarie è sempre più critica. Ecco cosa dicono i numeri. 

Inizia un altro anno scolastico, cambiano i governi, cambiano i ministri, ma la situazione per le scuole paritarie diventa sempre più critica. Alcuni recenti articoli apparsi sul Messaggero a firma di Lorena Loiacono, riportati anche dal sito della Flc-Cgil, sindacato un tempo acerrimo nemico delle “scuole private”, oggi in parte schierato su posizioni meno ideologiche, rimettono a tema la questione. Ma se si stemperano le posizioni a sinistra, lo statalismo di ritorno del M5s propone vecchi slogan contro le scuole non statali e c’è da credere, nonostante le assicurazioni verbali del ministro dell’Istruzione leghista Marco Bussetti, che nessuno interverrà ad aiutare un sistema di istruzione che la legge 62/2000 organizzava su due aree distinte: le paritarie private e degli enti locali e le istituzioni statali. Il dissanguamento continuerà e l’impoverimento del pluralismo educativo è già oggi un dato di fatto.

Vediamo alcuni dati. Secondo Tuttoscuola, nel 2015 e nel 2016 hanno chiuso ben 415 scuole paritarie, con un ‘accentuazione nel Meridione: la Sicilia ha perso 104 scuole e la Campania 70, la Puglia 28 e la Calabria 22. Più in generale nel 2016-17 erano iscritti nei 12.996 istituti non statali 903mila ragazzi e bambini, ma solo nel 2012-13 gli iscritti, secondo uno studio di Paola Guerin e Marco Lepore, erano 1.036.000 spalmati su 13.825 scuole. Insomma in 4 anni si sono persi oltre 100mila alunni e ben 829 scuole.

Inoltre la Fism, le cui scuole accolgono circa 600mila bambini da zero a sei anni, fa notare che gli interventi statali per le scuole dell’infanzia paritarie nel 2017 sono stati pari a 1,95 centesimi al giorno per bambino, mentre nella scuola statale per ogni bimbo è stato speso 26,08 euro. Una disparità evidente che tuttavia non spiega completamente la crisi in atto. Se nell’infanzia il calo demografico ha cominciato a incidere e a modificare in modo sensibile la piramide della popolazione italiana, il gap alle medie e alle superiori è più complicato da interpretare. Certamente la crisi economica si è fatta sentire, in modo particolare al Sud, visto che, come abbiamo mostrato, le chiusure di scuole sono particolarmente evidenti, ma anche l’invecchiamento dei religiosi e la crisi degli ordini ha inciso nel panorama delle paritarie.

La riduzione del personale religioso non solo incide sui costi di gestione, ma rende meno evidente il carisma educativo e il legame con i valori fondanti si diluisce, tanto che, piano piano, si smarriscono le motivazioni ideali dell’impegno educativo.

E così succede che le vecchie scuole cambino uso, trasformate in strutture sanitarie o di ospitalità. In questo senso risulta evidente come la dimensione ideale risulti determinante nel settore educativo e il fattore delle risorse umane sia un elemento che si fa sentire sempre di più.

Non è dunque una questione solamente economica, anche se bisogna dire che i 493 milioni stanziati per il 2017-18 non sono per nulla sufficienti. I costi aumentano in tutte le direzioni e solo per fare un esempio il “decreto dignità”, approvato nel luglio scorso, ha ridotto la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato da 36 mesi a 24, ma per una clausola uscita da un azzeccagarbugli nelle scuole i contratti non potranno superare i 12 mesi. In questo modo la tendenza a rendere il lavoro esclusivamente a tempo indeterminato di certo non giova ai conti economici degli istituti non statali.

Tuttavia se gli adeguamenti normativi, gli aumenti contrattuali e le spese di gestione fanno lievitare i costi e facilitano le chiusure, c’è un altro fattore di cui parlare. In questi decenni di inizio millennio si sta palesando un forte ridimensionamento della socialità e i legami associativi sono sempre più blandi. Nella scuola il fattore dell’appartenenza è più rilevante che in altri ambiti e la dimensione identitaria incide fortemente sull’avventura educativa. In altre parole si sta perdendo la tensione a costruire spazi aggregativi e di condivisione ideale, per cui la voglia di fare scuola svanisce e la gente si affida sempre di più allo Stato. Siamo dunque nel mezzo di una profonda crisi culturale, un cambio d’epoca che nell’assolutizzare l’individuo fa smarrire le identità comuni e di conseguenza la loro trasmissione.

in Il Sussidiario 31 agosto 2018

La Chiesa, papa Francesco, le resistenze al cambiamento

Daniele Menozzi, intervistato da Lorenzo Prezzi 

– Prof. Daniele Menozzi, quali furono i principali cambiamenti avvenuti nel cattolicesimo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo?

Il cattolicesimo del diciannovesimo e del ventesimo secolo si è trovato davanti al problema posto dall’avvento del mondo moderno. Diversamente da quanto accadeva nella società ufficialmente cristiana dei secoli precedenti, gli uomini volevano ora affermare la propria autonomia dall’autorità ecclesiastica nell’organizzare la vita collettiva.

A lungo, fino al concilio Vaticano II (1962-65), la Chiesa ha ritenuto di poter rispondere a questo problema, contrapponendo un ideale modello di società cristiana alle aspirazioni dell’uomo moderno. Ha così proclamato che solo il ritorno ad un regime di cristianità, cioè ad una società obbediente alle direttive ecclesiastiche, avrebbe potuto risolvere ogni problema della convivenza civile. Tuttavia, nel corso del Novecento, divenne evidente che questo orientamento, pur rafforzando le istituzioni ecclesiastiche attorno alla guida romana, finiva per allontanare sempre di più gli uomini dalla pratica cattolica. Per questa ragione la maggioranza dei padri convocati al Vaticano II per discutere sulle difficoltà incontrate dalla Chiesa nel mondo contemporaneo, decise di cambiare rotta.

Per poter comunicare agli uomini moderni il messaggio evangelico, la Chiesa avrebbe dovuto aprire con essi un dialogo basato sul riconoscimento degli aspetti positivi della modernità. Il programma dell’aggiornamento ecclesiale, affidato da Giovanni XXIII all’assise ecumenica, consisteva sostanzialmente in questo. Ma un tale programma generale doveva poi essere tradotto in pratica. Non era un’impresa semplice.

Si apriva, infatti, un problema fondamentale: fino a che punto la Chiesa poteva accettare quella modernità che aveva fino a pochi anni prima combattuto? Alla domanda si sono date, già durante il Concilio, e poi soprattutto nel post-concilio, risposte molto diverse. Queste diverse posizioni sono alla base degli scontri che hanno diviso il cattolicesimo a partire dal pontificato di Paolo VI.

– Quali sono le sfide che s’impongono alla Chiesa nel XXI secolo? In che modo l’attuale pontificato sta rispondendo a queste sfide?

Le sfide con cui papa Francesco ha dovuto confrontarsi si possono collocare su due diversi piani.

A livello più immediato, si situa la pesante eredità ricevuta dal predecessore (che non a caso ha rassegnato le dimissioni).

Da un lato, gli atteggiamenti di Benedetto XVI hanno in genere suscitato sugli organi di comunicazione di massa (ovviamente prescindendo dai media programmaticamente schierati su posizioni apologetiche del Vaticano) reazioni duramente critiche. Ne è scaturita una conseguenza precisa: presso l’opinione pubblica la Chiesa veniva generalmente percepita in termini fortemente negativi.

Dall’altro lato, era evidente la crisi in cui versava sia la curia romana, attraversata da continui scandali a sfondo finanziario e a sfondo sessuale, sia la comunità ecclesiale, disorientata dagli atteggiamenti di papa Ratzinger che, da un lato, ribadiva la fedeltà al concilio Vaticano II, dall’altro, faceva dell’apertura ai tradizionalisti anticonciliari una delle linee portanti del suo governo.

Su queste questioni immediate, legate all’eredità del predecessore, papa Francesco ha cercato di dare alcune risposte incisive: recupero di un rapporto positivo con tutti gli operatori dei mass-media anche attraverso una profonda ristrutturazione del sistema dell’informazione vaticana; avvio di pur cauti passi per giungere ad una riforma della curia romana; decisa affermazione dell’irreversibilità dell’aggiornamento ecclesiale promosso dal concilio.

Ma la sfida più importante che papa Francesco deve fronteggiare si colloca su un piano più generale. Le difficoltà di applicazione dell’aggiornamento ecclesiale sono diventate nel XXI secolo ancora più complicate, perché il pontefice si trova a governare la Chiesa nell’età che, per comodità, possiamo chiamare post-moderna.

Come comunicare il Vangelo ad un uomo che rivendica la propria autonomia non più solamente nell’organizzazione della vita collettiva, ma anche in tutti gli aspetti della vita individuale, anche quelli legati alle più profonde strutture antropologiche, come la nascita, l’identità sessuale, la morte?

Di fronte al dilatarsi delle rivendicazioni di autodeterminazione del soggetto, Bergoglio ha preso atto che le modalità finora messe in campo dalla Chiesa per dialogare con gli uomini contemporanei si sono rivelate scarsamente efficaci e che occorre intraprendere una nuova strada.

– In che modo Francesco comprende il rapporto tra Chiesa e società? E come lo manifesta nel suo pontificato?

Mi pare che il nucleo fondamentale della posizione di Francesco verso la società contemporanea consista nella percezione che il rapporto tra la Chiesa e gli uomini non può essere dedotto da una dottrina stabilita a priori e ritenuta valida in ogni tempo e in ogni luogo. Questo non significa che la Chiesa cada nel relativismo, come ritengono i tradizionalisti che si oppongono strenuamente al pontefice. La Chiesa ha come punto di riferimento ineludibile e assoluto il Vangelo.

Ma Bergoglio ha capito che il Vangelo può essere compreso e comunicato solo nel divenire della storia. La pretesa di stare al di fuori e al di sopra della storia, come la Chiesa ha fatto negli ultimi due secoli, ha significato una sua rinuncia a porsi in sintonia con il mondo coevo. Sono insomma i segni dei tempi che permettono di capire quali siano i tratti del messaggio evangelico che intercettano, in una determinata situazione storica, le domande profonde degli uomini.

Papa Francesco ha colto che, nella condizione della società odierna, la misericordia rappresenta il nucleo profondo del Vangelo che trova risonanza in una vita collettiva segnata dalla diffusione, a livello planetario, di drammatici problemi: la crescente povertà materiale; le incombenti minacce di guerra, anche nucleare; le grette risposte nazionalistiche alle grandi ondate migratorie; un’organizzazione economica segnata dall’idolatria del profitto; un degrado ambientale apparentemente inarrestabile.

– Come si capisce la concezione di Francesco riguardo alla dottrina sociale della Chiesa? Quali sono le novità e le continuità della dottrina sociale in Francesco?

La dottrina sociale ha storicamente rappresentato l’ideologia con cui la Chiesa ha contrapposto un progetto di organizzazione sociale cristiana, inevitabilmente segnato dalla subordinazione della vita collettiva alle direttive dell’autorità ecclesiastica, alle proposte che venivano sia dall’ideologia liberale che dall’ideologia socialista. Il programma di una contro-società cattolica appare perciò difficilmente conciliabile con la visione pastorale della Chiesa che Bergoglio propone all’uomo d’oggi: un ospedale da campo in cui i cristiani cercano di curare con la medicina della misericordia le numerose ferite inferte agli uomini dalla contemporanea organizzazione della vita collettiva.

Mi pare che papa Francesco cerchi, a questo proposito, di operare una prudente transizione dal passato al futuro: intende mantenere la concezione della dottrina sociale, cui è ancora legata larga parte del mondo cattolico ma, al contempo, si sforza di fornire un impulso per avviarne la trasformazione.

Si tratta di fare in modo che l’insegnamento sociale della Chiesa non venga più percepito come uno schema applicabile sempre e dovunque, ma rappresenti la via con cui il Vangelo della misericordia viene variamente messo in pratica nei concreti e specifici contesti storico-culturali in cui i cristiani operano.

In sintesi, adatterei alla questione un’espressione del pontefice: occorre fare in modo che i credenti non si servano della dottrina sociale per occupare spazi, anche di potere, come era accaduto in passato, bensì per avviare processi di cambiamento in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà.

– In che cosa consiste la critica di papa Francesco alla ragione moderna? E come lei vede questa critica?

La ragione moderna pretendeva di essere assoluta: la presentazione della legge naturale come norma universalmente valida costituisce il risultato più evidente di questa pretesa. La Chiesa ha a lungo fatto propria questa impostazione, rivendicando di essere la depositaria autentica della verità assoluta cui giungeva la ragione moderna Ad esempio, il papato otto-novecentesco si è autoproclamato custode e interprete della legge naturale.

Papa Francesco non ha abbandonato questa prospettiva sostenuta dei suoi predecessori, ma l’ha ridimensionata. Ha cambiato l’ordine delle priorità. Ai suoi occhi compito primario della Chiesa non è proclamare i principi della legge naturale, ma rendere comprensibile agli uomini il messaggio di salvezza contenuto nel Vangelo. Ora, per comunicare adeguatamente tale messaggio, occorre conoscere gli uomini. Dal momento che la vita degli uomini si svolge nel tempo, la storia viene prima dell’astratta ragione.

Bergoglio insomma non mette in discussione la tradizionale assunzione della ragione moderna da parte della Chiesa, ma privilegia la dimensione storica rispetto a quella dottrinale. A me pare che sia una grande conquista per il cattolicesimo. A lungo la Chiesa ha mostrato verso la storia un sostanziale disinteresse, ma in questo modo ha pagato un prezzo assai salato: una forte diminuzione della sua capacità apostolica e della sua efficacia pastorale.

– Come valuta la ricezione dei documenti apostolici di questo pontificato oltre la comunità ecclesiale?

Mi pare che papa Francesco goda di un largo consenso al di fuori del perimetro definito dall’appartenenza al cattolicesimo. Non si tratta solo del fatto che possiede una forte capacità di comunicazione, non solo verbale, ma anche nei gesti e negli stili di comportamento, che solleva una generale attenzione simpatetica. Né si tratta solo del fatto che il mondo contemporaneo appare sprovvisto di leader mondiali che siano in grado di mettere in risalto i grandi problemi del pianeta cui ogni uomo d’oggi è sensibile.

Certo, Bergoglio attira un’attenzione planetaria perché è uno dei pochi uomini di governo capace di affrontare temi di interesse comune: la globalizzazione guidata dal profitto, l’ecologia, le migrazioni di massa, la terza guerra mondiale a pezzi… Ma non è ascoltato solo per questo motivo.

È ascoltato al di fuori della Chiesa anche per un altro motivo: si è rivolto ai non credenti senza alcuna pretesa di convertirli al cattolicesimo, ma rivolgendo loro, nel pieno rispetto delle convinzioni di ciascuno, l’appello a stabilire un dialogo allo scopo di studiare assieme come risolvere le grandi questioni che toccano la vita di tutti. In questo modo ha incrociato un bisogno profondo del mondo attuale.

– In cinque anni del suo pontificato, Francesco ha tenuto tre incontri con i movimenti sociali – nel 2014 e 2016 a Roma e nel 2015 in Bolivia –. Cosa possiamo dedurre da questi movimenti del papa?

Mi pare che questi incontri manifestino una delle modalità in cui si articola il nuovo rapporto che papa Francesco intende promuovere tra Chiesa e società moderna. Non si tratta di movimenti di carattere confessionale, anzi al loro interno operano anche non credenti. Ma questo non impedisce che il pontefice incoraggi la loro attività.

Francesco riconosce infatti che questi movimenti partono da due atteggiamenti pienamente condivisibili per l’etica cristiana: da un lato, la costatazione che l’odierna organizzazione della vita collettiva non corrisponde alle esigenze della giustizia; dall’altro lato, l’impegno a individuare i modi più idonei per trasformare questa iniqua situazione attraverso processi che favoriscano partecipazione e democrazia.

Bergoglio sostiene, dunque, gli orientamenti di fondo di questi movimenti ma, al contempo, lascia loro piena autonomia nel determinare concretamente forme di azione e obiettivi. Il papa insomma non interviene per limitare, alla luce della dottrina della Chiesa, l’autodeterminazione dei soggetti sociali che si producono nella storia. Li accompagna e li sostiene, in quanto tendono al cambiamento di un assetto sociale giudicato iniquo, lasciando alle loro dinamiche interne il compito di scegliere le opportune strade da intraprendere a questo scopo.

– Tra i tre incontri con i movimenti sociali, il più espressivo è stato quello di La Paz, in Bolivia. Come interpreta il discorso fatto in quell’occasione?

In quell’occasione papa Francesco ha chiarito molto bene quali sono i problemi dell’odierna organizzazione della vita collettiva che si pongono a livello planetario: la mancanza di casa, di terra, di lavoro (le tre “t” dei movimenti popolari), che impedisce il raggiungimento della piena dignità a tanti uomini, è riconducibile ad un fattore unitario: l’idolatria del profitto.

Ma Bergoglio non si è limitato alla diagnosi della situazione attuale: ha anche insistito sul fatto che un cambiamento è possibile e che questo cambiamento è connesso allo sviluppo di una cultura del dialogo fraterno fra gli uomini, in primo luogo fra i poveri, gli esclusi, i disoccupati, i lavoratori sfruttati, insomma fra tutti coloro che sono colpiti dalla globalizzazione economica. I movimenti popolari offrono un esempio di questo incontro fraterno.

Nella circostanza, il pontefice ha anche ricordato che l’unità tra tutti i popoli è una condizione per il raggiungimento di un assetto che sostituisca giustizia e pace al dominio del denaro. Ha affermato che, in passato, la Chiesa non ha sempre saputo promuovere tale obiettivo, ad esempio appoggiando le iniziative coloniali; ma ha aggiunto che oggi essa è arrivata a comprendere che unità non significa uniformità. Ha così proiettato sul piano sociale l’immagine del “poliedro”, che aveva altra volta utilizzato sul piano ecclesiologico: si tratta di realizzare una forma di convivenza tra i popoli che garantisca una unità basata sulla pluralità in modo da consentire ad ognuno di essi di mantenere la propria identità culturale.

– Quali sono le maggiori debolezze e sfide di questo pontificato?

Naturalmente è difficile giudicare un pontificato in corso. Inevitabilmente mancano troppi elementi per formulare un giudizio fondato. Tuttavia molto schematicamente porrei due problemi.

In primo luogo, il papa, come ho detto a proposito della dottrina sociale, ha avviato una transizione dal tradizionale progetto di ricostruzione di una società a guida ecclesiastica ad una presenza dei credenti nella storia basata sulla misericordia evangelica. In questo tragitto restano evidentemente elementi legati al passato. La persistenza di incrostazioni e residui della tradizione otto-novecentesca costituisce una difficoltà che indebolisce il cammino del pontificato.

La seconda questione forse è ancora più rilevante: Francesco propone un nuovo modello di rapporto tra la Chiesa e la storia degli uomini, ma lo fa all’interno di strutture e di istituzioni di una Chiesa legata al precedente modello che si è costituito nel sedicesimo secolo a seguito del concilio di Trento. Certo, il papa punta sulla trasformazione dei cuori più che sul cambiamento istituzionale, ritenendo che quest’ultimo seguirà il primo. Resta tuttavia il problema di una novità che dovrebbero realizzare strumenti ereditati dall’età della Controriforma.

– Che letture si possono fare dalle critiche di Francesco dentro e fuori della Chiesa?

Le resistenze ai mutamenti proposti da Francesco sono di vario tipo. Ovviamente ogni cambiamento determina le resistenze di quanti vogliono conservare la condizione esistente. Ma, al di là degli ambienti cattolici conservatori, mi pare che le resistenze più rilevanti si possano ricondurre a due ambiti, spesso tra loro intrecciati.

Vi sono alcuni (e tra questi persino un paio di anziani cardinali) che accusano il papa di eterodossia, avvicinandosi così alle posizioni dei tradizionalisti anticonciliari. Si tratta di una posizione legata alla proiezione sulla grande Tradizione cattolica delle concezioni maturate dalla Chiesa negli ultimi secoli: si tratta di cattolici sprovvisti di senso storico, perché, anziché vedere il cammino bimillenario del cristianesimo, elevano a valore eterno e immutabile il volto assunto dalla Chiesa di Roma dal concilio di Trento in poi.

La seconda resistenza viene da quanti accusano il papa di aver ceduto al comunismo: sono coloro che, volendo preservare privilegi e interessi, non possono accettare una Chiesa che, anziché difendere, come pure in passato ha fatto, la situazione vantaggiosa in cui essi vivono, intende invece promuovere processi di cambiamento a favore di un’autentica giustizia nei rapporti tra gli uomini.

Occorre qui osservare che, nonostante le ripetute richieste, Benedetto XVI ha finora respinto il tentativo degli ambienti che miravano a farlo diventare il punto di riferimento delle accuse rivolte al successore.

– Lei lavora sul tema del totalitarismo, specialmente nel libro Cattolicesimo e totalitarismo. Chiese e culture religiose tra le due guerre mondiali (Morcelliana, 2004). Oggi, in tutto il mondo, assistiamo ad un’ascesa di prospettive più totalitarie (l’Italia con la Lega, la Francia con il Front National, negli stessi Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump, e persino in Brasile dove personaggi come Jair Bolsonaro si lanciano come candidati all’elezioni presidenziali). Come valuta oggi la posizione della Chiesa di fronte a questo scenario?

Più che alla ricomparsa di prospettive totalitarie – che pure non mancano: basta pensare al serpeggiare in diversi paesi, anche europei, di richiami al razzismo e all’antisemitismo –, mi pare che si assista ad un ritorno, nel Vecchio Continente, ma anche al di fuori di esso, di esclusivismi a base nazionalistica.

La Chiesa non ha a questo proposito un passato esemplare: nella prima metà del Novecento ha infatti pensato di controllare i rigurgiti nazionalistici distinguendo tra un nazionalismo moralmente lecito e uno moralmente illecito, senza rendersi conto che in questo modo, fornendo, sia pure indirettamente, una legittimazione alle pulsioni nazionalistiche, allentava nei fedeli la capacità di riconoscere la radicale incompatibilità tra cristianesimo e nazionalismo.

Mi pare che Bergoglio sia estraneo a questa tradizione ecclesiastica. Il suo insegnamento si basa sulla proclamazione della dignità di ogni persona umana in quanto creata a immagine e somiglianza di Dio. Da questa premessa egli fa discendere sia l’uguaglianza tra tutti gli uomini – ai quali perciò spettano identici diritti inalienabili e imprescrittibili, indipendentemente dalle appartenenze religiose, etniche, culturali ecc. – sia la inestinguibile fratellanza tra loro.

Mi pare che si tratti di un antidoto significativo alla riesumazione di risposte nazionalistico-autoritarie a momenti di drammatica crisi economica e sociale, come si è verificato dopo la Grande Guerra (fascismo) o dopo la Grande depressione del 1929 (nazismo). Naturalmente non è detto che tale antidoto sia efficace, perché l’effettiva conoscenza della storia è l’ultima cosa di cui si sono preoccupati, negli ultimi decenni, alcuni governanti caratterizzati da scarso livello politico e culturale. Ma almeno si può pensare che politiche nazionalistiche non siano più condotte al riparo di un sostegno della Chiesa di Roma.

– Vuole aggiungere qualcos’altro?

Soltanto l’auspicio che la linea di rinnovamento ecclesiale perseguita da papa Francesco possa superare le diverse forme di resistenza che incontra a vari livelli, trovando le vie di una compiuta realizzazione.

“YOUCAT for Kids”: i pilastri della fede per genitori e figli

Maria Teresa Pontara Pederiva

In questi giorni di blackout e di tristezza – sentimenti che hanno condizionato, e non poco, anche l’Incontro delle famiglie a Dublino – a scorrere le notizie ecclesiali un po’ di tutto il mondo si rintraccia un tema capace forse di infondere una briciola di speranza, soprattutto perché guarda ad un futuro da immaginarsi migliore: la pubblicazione di YOUCAT for Kids, il nuovo catechismo per bambini e ragazzi, uscito a Vienna il 1° agosto e presentato a Dublino il 22.

Si può dire che se ne parla un po’ in tutta Europa, dal Portogallo alla Polonia, dalla Spagna alla Romania e alla Russia, se ne parla nelle Americhe, senza distinzioni nord-sud, e anche in Asia dove un articolo della versione inglese del portale La Stampa-Vatican Insider è stato ripreso persino dall’Herald Malaysia.

In questo panorama noi restiamo il fanalino di coda semplicemente (anche se fa sorridere) perché non c’è ancora la traduzione italiana. Un motivo in più per raccontarne la storia ed esaminarlo nelle versioni finora in distribuzione: quella tedesca – la lingua del testo originale – e quella inglese ma, a tempo di record, è stata approntata anche quella spagnola espressamente voluta da papa Francesco che ne ha fatto dono alle famiglie riunite per l’Incontro mondiale.

Un’impresa sponsorizzata già da Benedetto XVI

Se a Dublino YOUCAT for Kids è stato presentato dall’arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, insieme al suo collega di Limerick, Brendan Leathy, presidente della commissione episcopale irlandese per l’annuncio, questo si spiega col fatto che sono i vescovi d’Austria ad aver promosso l’impresa.

E c’è un preciso motivo se il cardinale austriaco ha parlato di un «fratello minore» (YOUCAT for Kids) e di un «fratello maggiore» (YOUCAT, il catechismo per giovani in circolazione da 7 anni in milioni di copie e 72 traduzioni nel mondo), perché è a lui che si deve la regia di entrambi. Papa Ratzinger aveva infatti fermamente voluto affidare al suo ex alunno, appartenente dell’ordine dei domenicani, anch’egli teologo fondamentale e curatore del CCC, l’incarico di preparare «un catechismo alla portata dei giovani di oggi» e nella loro lingua comune (il tedesco) aveva seguito passo passo la stesura del testo.

Per questa versione – dedicata ad una fascia di età che ufficialmente è indicata fra gli 8 e i 12 anni, ma già gli estensori la vedrebbero anticipata, laddove esistano le condizioni, anche ai 6 anni – sembra che la paternità si debba ascrivere a Christoph Weiss (già responsabile dell’ufficio pastorale della diocesi di Vienna) e uno dei co-autori. A rivelarlo è stato il prete giornalista Bernhard Meuser, un altro membro del team di teologi ed esperti curatori alla presentazione di inizio agosto a Vienna: nel 2012 Weiss aveva espresso la necessità di poter disporre di uno strumento nuovo adatto per i bambini di oggi.

Da un’idea si è poi concretizzato il progetto su incoraggiamento di Benedetto XVI che vedeva con favore l’assunzione di responsabilità ancora una volta da parte di una conferenza episcopale «più vicina alle persone di un organismo vaticano».

Ci sono voluti 5 anni di lavoro per giungere alla stampa perché l’opera non è nata a tavolino dalla creatività di qualche teologo, ma è frutto di un lavoro sul campo non indifferente.

Una volta costituito il gruppo di esperti – di fatto i co-autori P. Martin Barta, Michaela von Heereman, Bernhard Meuser, Michael Scharf, Clara Steber, Christoph Weiss –, è stata avviata una ricognizione delle esigenze della base e dell’esistente (fra Austria e Baviera), elaborato un progetto con obiettivi ben determinati, suddivisione dei compiti, stesura di massima. Il testo è stato quindi somministrato in famiglie, parrocchie e scuole cattoliche e i feedback ricevuti sono stati valutati per correggere, dove necessario, il tiro e modificarne in parte la stesura. Una nuova bozza è stata poi sottoposta anche ad organismi pastorali (famiglie, giovani, catechesi), scuole e facoltà teologiche.

Il testo finale ha ricevuto quest’anno l’approvazione del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (istituito da papa Ratzinger nel 2010) che ha apposto il “nulla osta” il 24 maggio scorso così da consentirne la traduzione in lingua inglese e il lancio mondiale in occasione del World Family Meeting a Dublino.Nel frattempo era arrivata anche la prefazione, entusiasta, di papa Francesco che aveva sollecitato l’impresa fin dalle sue prime battute.

A tutt’oggi sono una trentina gli editori impegnati nel lavoro di traduzione (quella spagnola già pronta grazie all’intervento di Bergoglio), tanto che per la fine dell’anno il testo sarà già pubblicato in una decina di lingue, fra cui l’italiano. Si prevede poi che, nel giro di breve tempo, raggiungeranno le 72 traduzioni, come è avvenuto per la versione per giovani, così da consentirne un utilizzo anche qui universale, o “cattolico” in senso stretto.

Occorre però ricordare che la macchina della diffusione è già all’opera in tutta l’area germanofona e anglofona grazie all’intervento in prima persona di alcuni vescovi che ne hanno seguito con favore l’iter di preparazione, in testa l’arcivescovo di Monaco di Baviera, e presidente della Conferenza episcopale tedesca, il card. Reinhard Marx, o il suo collega di Colonia, Rainer Maria Voelki, che l’ha presentato ufficialmente alla diocesi incoraggiandone l’utilizzo; ma si susseguono a ritmo serrato le presentazioni a livello locale (a Innsbruck è in calendario il 3 settembre) e la riflessione sui risvolti pastorali che si immaginano già non indifferenti.

Un catechismo per bambini in un contesto familiare

«Un grande momento per la Chiesa»: così l’ha definito il card. Schönborn nel corso della presentazione di mercoledì scorso a fianco di due co-autori come Michael Scharf e Christoph Weiss. Un’affermazione non di maniera – mai nello stile dell’arcivescovo di Vienna – ma, per comprenderne appieno il motivo, occorre guardare agli obiettivi che ne hanno guidato la stesura ben sintetizzati nel sottotitolo: “Catechismo cattolico per bambini e genitori”.

Perché la novità destinata a far riflettere nelle diocesi (dove potranno trovare conferme alcune pastorali famiglie e catechesi già al lavoro in questa direzione o si renderanno necessarie anche inversioni di rotta), riguarda non tanto lo stile o il linguaggio capaci di raggiungere i bimbi di oggi, quanto proprio i destinatari: non solo i giovanissimi, come tanti sussidi per la catechesi in circolazione, bensì “bambini e genitori”. Un dato di fatto non indifferente che rinvia a tutta l’attenzione mostrata dalla Chiesa in questi ultimi anni sul tema delle famiglie tra Sinodi ed esortazione postsinodale Amoris laetitia e alla convinzione, non ancora scontata in certi contesti italiani, che la prima educazione alla fede avvenga nelle famiglie. «Bambini e genitori scoprono insieme la fede cattolica, adatto a tutta la famiglia e anche alla scuola, particolare attenzione è posta sulla catechesi della Prima Comunione», si legge sui siti web tedeschi dove le vendite online sono decollate alla grande anche nella versione in e-book.

Emblematica la prefazione di Bergoglio – «Cari figli, cari genitori!» –, dove il papa prende le mosse da una domanda che un giorno gli era stata posta da un ragazzo canadese: «Che cosa faceva Dio prima di creare il mondo?». Il pontefice confessa di aver riflettuto un attimo prima di rispondere in modo da fargli comprendere bene il suo pensiero e di aver detto così: «Prima che Dio creasse qualcosa, lui amava. E questo è quello che ha sempre fatto: ha amato. Dio ama sempre. E, quando ha creato il mondo, non ha fatto altro che manifestare il suo amore».
«Sfogliando le pagine di YOUCAT for Kids – continua il papa – mi imbatto in domande che i bambini chiedono ai loro genitori e ai catechisti milioni di volte. Questo è il motivo per cui considero utile questo catechismo alla pari di quello più il grande in cui puoi trovare le risposte alle domande fondamentali della vita: da dove viene questo mondo? Perché esisto? Come e perché viviamo qui? Cosa accade dopo la morte?».

Il papa aggiunge qui una riflessione significativa: «YOUCAT for Kids è un catechismo molto diverso da quello che avevo una volta. È adatto a bambini e genitori perché trascorrano del tempo insieme e, così facendo, scoprire l’amore di Dio sempre di più».

Un caldo incoraggiamento alle famiglie per una necessaria trasmissione (e condivisione!) della fede tra generazioni, un tema assai caro al pontefice e sul quale si è espresso anche nel corso dell’incontro con le famiglie al Croke Park Stadium di Dublino, dove ha parlato della famiglia come luogo dove vivere la santità quotidiana, quella dei «santi della porta accanto», «di tutte quelle persone comuni che riflettono la presenza di Dio nella vita e nella storia del mondo». Una santità «silenziosamente presente nel cuore di tutte quelle famiglie che offrono amore, perdono e misericordia quando vedono che ce n’è bisogno, e lo fanno tranquillamente, senza squilli di trombe».

«Siamo convinti che la trasmissione della fede deve avvenire in maniera decisiva a livello relazionale e questo avviene prima di tutto all’interno della famiglia nell’intimità delle conversazioni tra genitori e figli» spiegava Meuser nel corso della presentazione a Vienna.

«Non restate in silenzio quando i bambini fanno una domanda, ma diventate voi stessi trasmettitori della fede. Aiutate i vostri figli a scoprire l’amore di Gesù e questo li renderà forti e coraggiosi nella vita», incoraggia i genitori papa Francesco e, rivolto anche ai figli, conclude: «Vi affido YOUCAT for Kids, non stancatevi mai di fare domande e spiegare la vostra fede».

Il catechismo è stato preparato proprio nella convinzione che, nonostante quanto talvolta si creda, non occorrono particolari studi teologici per parlare della fede, ma conta assai di più la testimonianza di vita cristiana e, all’interno di una famiglia, l’amore, concreto e quotidiano, tra i coniugi e tra genitori e figli. «Siamo convinti che il luogo cruciale dell’educazione religiosa non sia l’aula e nemmeno la chiesa. Forse è un angolo nella camera dei bambini, una sedia a sdraio in riva al mare, una panchina in giardino o ai piedi del letto la sera» scrivono i co-autori nella prefazione dell’edizione tedesca suggerendo ai genitori una lettura preventiva da soli o, se possibile, in coppia del testo per avviare una riflessione prima di rivolgersi ai figli.

Ma il catechismo smonta anche un’altra obiezione che spesso rimbalza nelle nostre realtà: quella che le famiglie non siano in grado di educare alla fede, vuoi perché in situazioni difficili (separazioni, divorzi), vuoi perché scarsamente formate. Un motivo in più – a leggere le motivazioni del team di esperti – per puntare finalmente alla catechesi degli adulti (certo anche dei genitori separati) attraverso una solida pastorale giovanile (necessaria premessa) e familiare, che significa adeguata e mirata preparazione al matrimonio da parte di coppie di animatori laici a loro volta formati e poi accompagnamento delle giovani coppie.

In quest’ottica s’inserisce la catechesi dei genitori, sempre più spesso conviventi e quindi privi della formazione pre-matrimoniale, al momento della richiesta del battesimo per i loro figli.

Sottovalutare l’importanza della formazione degli adulti, in particolare coppie e genitori, significa alla lunga ritrovarsi alla catechesi di iniziazione cristiana bambini completamente digiuni anche del segno della croce e che, una volta celebrata la cresima, non si vedranno più per il semplice motivo che non vivono affatto in un clima di fede, salvo quelle poche ore, se va bene, trascorse in parrocchia. Una rivoluzione pastorale quanto mai urgente che forse il catechismo potrà mettere in atto perché «è prima di tutto in famiglia che si parla di fede» spiegava Schönborn (cf. CCC 2223).

«La visione della Chiesa sul senso della vita e sulla famiglia è molto più ampia di alcune questioni di morale sessuale» ha commentato il vescovo Lehay intervistato dal settimanale inglese The Tablet.

Un linguaggio per bimbi del Nuovo Millennio

Le T-shirt gialle con la scritta “YOUCAT” indossate alla presentazione (con il colletto romano che sbucava rispolverato per l’occasione dai preti) sono solo un esempio della scelta precisa di entrare nella lunghezza d’onda dei bambini, non in senso generico, ma dei bambini concreti, i figli del Terzo Millennio quelli per cui (accade già oggi a ben guardare) le vicende del Novecento saranno considerate alla stregua, intesa come lontananza, di quelle di Carlo Magno, tanto per intenderci.

Nel contesto dell’Incontro Famiglie era infatti stato predisposto uno speciale programma colorato appositamente rivolto ai più piccoli e ai loro genitori (come accade per tradizione ad ogni appuntamento rivolto alla formazione delle famiglie nelle diocesi) e in questo contesto si è collocato anche l’evento curato dai due preti austriaci co-autori, Michael Scharf e Christoph Weiss, dal titolo “Se i piccoli filosofi pongono grandi domande”.

Anche il card. Schönborn ha avuto parole di elogio nei confronti delle domande dei bambini sui temi chiave del testo: «I bambini sono teologi» ha sottolineato l’arcivescovo di Vienna, raccontando quanto gli aveva confidato una mamma il cui figlio aveva dovuto affrontare la morte di un amico e aveva chiesto: «Ma lui in cielo resterà un bambino o diventerà grande come farò io?». Una «questione di alta teologia», l’ha definita il presule, fermamente convinto che YOUCAT for Kids aiuti le famiglie a cercare insieme le risposte.

Quindi, ad una prima lettura, il nuovo catechismo non presenta solo un’ottima impaginazione, efficace e coloratissima, adatta all’età dei ragazzi, ma affronta in maniera sistematica, con linguaggio adeguato fatto di parole, ma soprattutto illustrazioni, fumetti e figure stilizzate, i pilastri della fede cristiana («Come possiamo sapere che Dio c’è se non si vede?»).

In 240 pagine, in stile domanda-risposta (ben 159) sotto la guida di Lily e Bob, vengono spiegati a misura di bambino gli elementi fondamentali con l’ausilio anche di testimonianze di atleti e di santi.

Quanto mai opportune, come accade anche nei sussidi scolastici, la sistematica aggiunta di informazioni più estese per i genitori e la presentazione e lettura di dodici opere d’arte per far crescere il gusto del bello e la sua espressione nei secoli.

Le domande rivelano la competenza pedagogica e la profonda conoscenza, reale non teorica, della vita delle famiglie, dove l’uso del computer e dei social, come la domotica, rappresentano ormai un dato di fatto e “nativi digitali” ormai non sono più solo i giovanissimi, ma anche i loro genitori, i Millennials degli anni ’80 e ’90 (un aspetto talvolta dimenticato nelle nostre parrocchie a prevalenza “anziana”).

Ulteriore materiale aggiuntivo sarà reso disponibile su un sito web di accompagnamento curato ancora una volta dalla Fondazione YOUCAT, la stessa che in questi sette anni ha prodotto una serie di sussidi a margine della versione per giovani.

Creare un catechismo per i bambini è «ancora più difficile che per gli adolescenti, poiché di per sé non ci si può nascondere dietro a parole complesse» ha spiegato Michaela von Heeremann, che sottolineava altresì la priorità data alle illustrazioni che hanno approfondito il testo: «I bambini quando prendono un testo fra le mani guardano prima di tutto le figure e poi non dobbiamo dimenticare che molti di loro non amano leggere o lo fanno ancora a fatica». E non si stupiscono affatto se Gesù sarà anche ritratto come un bambino sporco in una cava di sabbia …

Una catechesi sistematica, anche se fuori dagli schemi

«YOUCAT è un libro di fede» ha ribadito Schönborn nella serata di Dublino e l’arcivescovo di Limerick ha espresso le grandi attese che si manifestano già in Irlanda riguardo ad una crescita della fede a partire dalle famiglie. Ma non si creda di trovarla spiegata come nel passato. «Questo nuovo catechismo rappresenta una splendida traduzione dei contenutidella nostra fede nella vita quotidiana dei bambini e delle loro famiglie» aveva detto a Colonia il card. Voelki (classe 1956) che aggiungeva, sottolineando l’importanza di non fermarsi alla mente, ma dell’urgenza di raggiungere i cuori delle persone: «La trasmissione della fede è molto più difficile oggi rispetto a quand’ero bambino io».

In passato, la fede era vissuta in famiglia e modellata sulle parole e l’esempio dei genitori e dei nonni: la preghiera del mattino e della sera, la partecipazione alla messa della domenica, la recita del rosario rappresentavano l’esperienza normale nella sua infanzia. Oggi è diverso: «I bambini imparano la fede nelle lezioni della catechesi per la Prima Comunione, ma poi non la vivono in casa con i loro genitori nella pratica quotidiana e tutto evapora ben presto come i ricordi dell’infanzia».

«Se approfondirai gli argomenti, vedrai l’enorme sete di conoscenza dei bambini – spiega Michaela von Heeremann –. Fanno domande, manifestano stupore e sono felici di chiamare questo entusiasmante Dio il loro Padre celeste. Ma anche le madri e i padri a cui ho presentato il libro erano elettrizzate. Molti hanno detto che avrebbero voluto averlo prima. E altri hanno scoperto che il libro è tanto importante per loro così come lo è per i loro figli».

Papa Francesco stesso consiglia ai genitori: «Trova il tempo per guardarlo con i tuoi figli. Aiutali a scoprire l’amore di Gesù così da formare una catena vivente che rende possibile di generazione in generazione la presenza del Vangelo all’interno delle nostre famiglie, delle comunità e nella nostra Chiesa».

Qualche esempio è d’obbligo perché significativo

Il testo è articolato in quattro i capitoli, preceduti da una bella introduzione sul mondo e tutto ciò che esiste: 1. Il Credo (12 domande su Dio); 2. I Sacramenti (7 incontri con Dio); 3. I Comandamenti (10 regole del gioco indicate da Dio); 4. La Preghiera (Dio ha sempre tempo per noi).

Tra le domande/risposte particolarmente apprezzate dall’arcivescovo di Colonia. Domanda: «Perché sono nato anch’io?». Risposta sulla falsariga delle parole del cardinale Newman: «Ho un posto sulla terra che è mio e di nessun altro». «Ai bambini viene insegnato “tu sei un’immagine di Dio, voluta e amata da lui – commenta Voelki –, e quindi siamo in grado di offrire ai bambini un’immagine di sé che rafforza anche la loro fiducia in se stessi».

«Che cosa mi succede quando sarò morto?»: «Il mio corpo si disfa, ma la mia anima va incontro a Dio che mi sta aspettando per abbracciarmi insieme a migliaia di angeli e tante sorprese che non si possono neanche immaginare e da quel momento inizierà una nuova vita».

Forte e trasversale l’insistenza su nessuna punizione spietata in caso di errori, bensì l’abbraccio dell’infinita comprensione e misericordia di Dio.
Non vengono eluse neppure le domande più “adulte” e assai frequenti in ambito di coesistenza con le Chiese della Riforma: «Ma perché le donne non possono diventare preti?». «Perché Gesù ha chiamato gli apostoli che erano uomini e loro sono stati i primi preti della nostra Chiesa. Ma lui nella sua schiera di amici aveva anche tante donne che lo seguivano anche loro. Le donne hanno giocato un ruolo importante nella sua vita, a cominciare dalla sua mamma Maria e Maria Maddalena. Senza le donne tutta la Chiesa sarebbe come paralizzata».

Ma dove si può cogliere in tutta la sua pienezza la capacità pedagogica sono le spiegazioni dei comandamenti. Il settimo, per fare un esempio, non è inteso solo nella classica accezione di furto com’è stata per i loro nonni, ma aggiunge «Non effettuare mai download illegali!» (leggi musica, film, programmi e giochi per computer…). E il decimo: «Non si può avere tutto, ok? E sei hai rotto qualcosa di altri, riparala o sostituiscila!».

Sul tempo della preghiera, come “rimanere in contatto” perché “Dio ha sempre il tempo”: «Dio parla attraverso la Bibbia, ma più spesso anche attraverso parole di conforto della mamma, attraverso la natura, la musica e anche il silenzio: “Prepara il tuo cuore ad accogliere la sua parola!”».

Opportuna, laddove le famiglie non hanno già tra le mani i sussidi proposti in diverse diocesi (penso al “dado” di legno ideato quasi 30 anni fa a Trento), la proposta di alcune preghiere per il momento dei pasti e alla sera: «Chi prega solo quando ne ha voglia, è “come un amico che si ricorda di te solo quando gli va bene o quando vuole qualcosa da te”».

Da ultimo, solo per dovere di cronaca, occorre ricordare come si siano levate anche alcune (sporadiche) critiche da parte dei soliti noti, ma che non hanno bisogno di commento: per alcuni non si parla adeguatamente di peccato-punizione e merito-salvezza, mentre altri si lamenterebbero per il fatto che un testo nato in area tedesca, frutto di autori tedeschi non presenti nel titolo una sola parola in quella lingua e abbia invece preferito l’inglese. Se pensiamo che l’arcivescovo di Vienna a Dublino ha parlato in inglese, la risposta a questo nazionalismo di bassa lega l’ha già data lui. E siamo avvisati.

in Settimana-News, 31 agosto 2018

Vaticano. La “Biblioteca Apostolica”. Tra le più importanti biblioteche del mondo

La Biblioteca Apostolica Vaticana è di certo tra le più importanti al mondo. Situata nel Palazzo Apostolico, voluta da Sisto IV nel 1475, è meta di studiosi di ogni continente che qui vengono a condurre le loro ricerche tra le centinaia di migliaia di manoscritti e stampe.

La documentazione storica attesta l’esistenza nel IV secolo di uno “Scrinium”, che doveva essere sia la biblioteca sia l’archivio della Chiesa latina, mentre un documento del 784 (sotto il pontificato di Adriano I) parla del bibliothecarius Teofilatto. Lo Scrinium papale andò comunque disperso nel XIII secolo e le successive raccolte librarie, di cui esiste un inventario realizzato durante il papato di Bonifacio VIII (1294-1303), subirono gravi perdite dopo la sua morte in seguito ai continui spostamenti (a Perugia prima, poi ad Assisi e infine ad Avignone). In Francia, Giovanni XXII (1316-1334) avviò una nuova biblioteca, in parte confluita nel Seicento in quella della famiglia Borghese e ritornata con questa nel 1891 alla Santa Sede.

L’istituzione ufficiale della Biblioteca apostolica vaticana risale a Papa Sisto IV e alla bolla “Ad decorem militantis Ecclesiae” del 15 giugno 1475. Subito dopo, il 18 giugno, ebbe inizio l’attività del suo primo “gubernator et custos”: il precettore umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina dal suo paese natale Piadena, da cui dipendevano tre collaboratori e un legatore. La nuova Biblioteca raccolse i manoscritti, i codici, i fondi, le raccolte di Sisto IV e dei suoi predecessori: 2500 opere (divenute 3500 sei anni dopo), distribuite in quattro sale (la Bibliotheca Latina e la Bibliotheca Graeca per i testi nelle rispettive lingue, la Bibliotheca Secreta per quelli esclusi dalla consultazione e dal prestito esterno, la Bibliotheca Pontificia che fungeva da archivio) decorate con un ciclo di pitture realizzate da Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e dai fratelli Domenico e David Ghirlandaio.

Il percorso espositivo si sviluppa in tredici sezioni, dove sono presentati reperti archeologici, arredi ed opere databili dall’epoca etrusca fino ad arrivare al XIX secolo. Attualmente la Biblioteca contiene più di 80.000 manoscritti, 150.000 tra disegni e stampe, 300.000 tra monete e medaglie, 160.000 fotografie e più di 1.500.000 stampati moderni,coprendo un arco temporale di oltre 2500 anni di storia e sapere umano, dalla letteratura alla storia, dalla medicina alla matematica, dalla teologia alla filosofia.

Dal 1985 esiste un catalogo informatico consultabile in linea dei volumi a stampa moderni. L’accesso alla Biblioteca è consentito unicamente a docenti e ricercatori universitari.

 

Scuola. Motivazione allo studio

Carlo Di Michele

“Quante volte sarà successo, magari all’inizio del primo colloquio scuola-famiglia, di ascoltare frasi di questo tipo: ‘Signora, siamo fortunati! Le cose vanno per il meglio e il ragazzo è proprio motivato’, oppure ‘Signora, le cose vanno male! Il ragazzo non è per niente motivato. Ditegli di darsi una mossa, o fate voi qualcosa, perché io devo andare avanti!'”.

È anche in questo modo che, più o meno all’improvviso, si manifesta nella vita di genitori, insegnanti e studenti quello che Marcello Tempesta, nella sua ultima pubblicazione,  Motivare alla conoscenza (La Scuola, 2018), chiama — con un po’ di ironia — il nuovo spettro che si aggira nella scuola: la demotivazione. Di cosa si tratta? E come farci i conti? È una malattia psicologica da curare? È una fragilità morale che chiede un surplus di impegno? È una carenza di metodo di studio cui far fronte con tecniche di apprendimento?

Il libro vuole fare i conti fino in fondo con questa grande sfida del nostro tempo, una sfida non indolore se pensiamo al crescente numero di Neet, e che a volte fa dei nostri giovani una generazione in panchina. Un paradosso, specie se pensiamo che siamo immersi nella cosiddetta società della conoscenza.

Un libro, quello di Tempesta, docente di pedagogia nell’Università del Salento, che coniuga una ricca e profonda riflessione, maturata nel confronto con la più avanzata  ricerca pedagogica italiana ed internazionale su questo tema, a un’attenta lettura della realtà, grazie al continuo contatto con il mondo della scuola.

È del tutto evidente che assistiamo ad una crescente disaffezione giovanile verso le pratiche scolastiche cui fa da contrappunto la crescente fatica degli adulti ad avvicinare i giovani alla conoscenza e allo studio. Una sfida complessa, dunque, per certi aspetti nuova, almeno nel modo con cui si presenta oggi. Il contributo del libro sta nel punto di vista originale con cui leggere ed affrontare la situazione: la demotivazione non è altro che una delle facce, forse la più ordinaria e diffusa, del disagio giovanile. E quindi non ci si può accontentare di risposte parziali: anche la motivazione è una dimensione della persona che può essere educata.

Occorre dunque un cambiamento di paradigma. Parlare di sfida educativa vuol dire che infatti che ogni adulto è chiamato in gioco per la proposta che è in grado di fare ai giovani: “E deve essere una proposta davvero capace di mobilitare i ragazzi, senza scorciatoie… Spetta all’adulto la prima mossa nella partita del processo formativo che certamente chiamerà in causa la risposta della libertà di chi cresce. Nessun contesto ostativo può impedire ad un insegnante di operare tale tentativo, rivolgendosi a quel bisogno infuocato e infinito di senso, di conoscenza e di esperienza che sopravvive in ogni ragazzo in maniera indelebile” (pag. 37)

Per gli insegnanti si tratta di una ben precisa azione professionale da intraprendere: per questo molte pagine sono dedicate alla questione della teacher education, vista la necessità di fare i conti nelle nostre scuole in modo nuovo alle sfide inedite poste dai giovani.

Ma sono chiamati in causa anche i genitori, perché un’azione educativa non può essere delegata alla sola scuola; e riguarda pure chi, a qualunque livello (si pensi alle dinamiche interne ai luoghi di lavoro) deve ogni giorno  guidare e motivare persone e gruppi.

Un libro quindi che non detta ricette a buon mercato, ma offre idee e strumenti per conoscere, favorire e promuovere la motivazione, nella certezza che nei giovani, sempre e in tutti, c’è quel punto infuocato che attende di essere acceso e alimentato. Una responsabilità che non può essere delegata.

in Il Sussidiario 30 agosto 2018