Archivio mensile:luglio 2018

Biotestamento. OK del Consiglio di Stato all’attuazione della legge approvata

Via libera dal Consiglio di Stato all’attuazione del biotestamento, diventata legge il 14 dicembre 2017. Palazzo Spada ha depositato oggi le risposte ai quesiti del ministro della Salute sulle Disposizioni anticipate di trattamento, con particolare riferimento alla Banca dati nazionale. “Con il parere reso oggi il Consiglio di Stato – sottolinea un comunicato – contribuisce all’effettiva attuazione del testamento biologico”.

Con le Disposizioni anticipate di trattamento – ricorda la nota di Palazzo Spada – ciascun individuo, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può decidere “ora per allora” su eventuali trattamenti sanitari che potrebbero riguardarlo e sui quali in futuro non sarà in condizione di prestare il consenso; ciò avviene manifestando la propria volontà mediante la redazione di un atto specificamente previsto. In particolare con il parere reso oggi il Consiglio di Stato ha ritenuto che “la banca dati nazionale – proprio perché le relative informazioni possono essere conosciute sull’intero territorio del Paese – su richiesta dell’interessato deve contenere copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, salvo che il dichiarante non intenda indicare soltanto dove esse sono reperibili”.

Inoltre ha stabilito che il registro nazionale “è aperto anche a tutti coloro che non sono iscritti al Servizio sanitario nazionale”. E ancora: “Le Dat non hanno alcun vincolo di contenuto: l’interessato deve poter scegliere di limitarle solo ad una particolare malattia, di estenderle a tutte le future malattie, di nominare il fiduciario o di non nominarlo, ecc. Spetterà al Ministero della Salute mettere a disposizione un modulo-tipo per facilitare il cittadino a rendere le Dat”. “Poiché le Dat servono ad orientare l’attività del medico, è necessario – sottolinea ancora il parere -che ci sia certezza sulla corretta formazione della volontà del dichiarante. Conseguentemente occorre che tale circostanza venga attestata, magari suggerendola nel modulo-tipo facoltativo che verrà predisposto dal Ministero della salute. Alle Dat, può accedere il medico e il fiduciario sino a quando è in carica”.

SenatoIl biotestamento è legge: 180 i sì, 71 i no e 6 gli astenuti

Fine vita. Biotestamento, ecco cosa prevede la nuova legge. E cosa non va

in Avvenire 31 luglio 2018

«Migranti schiavi, non si guardi altrove»

Marzio Breda

Una settimana fa aveva censurato con durezza «la barbarie del Far West Italia», dove si è ormai arrivati a sparare con una carabina dalle finestre di casa contro una bimba rom di un anno e mezzo. Ieri, partendo per una visita di Stato in Armenia, si è lasciato dietro un Paese dove un immigrato marocchino è stato ucciso (perché sospettato di voler rubare) dopo un inseguimento e un pestaggio e dove un’atleta azzurra di origini nigeriane è stata ferita a un occhio in un agguato di matrice razzista.

Era dunque scontato che il messaggio affidato, prima di salire sull’aereo, alle agenzie di stampa da Sergio Mattarella per la «Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani» fosse letto come un altro capitolo delle sue ricorrenti analisi sui valori della solidarietà e sull’accoglienza. Questioni sempre più divisive, politicamente, anche se in realtà la sua ultima riflessione è più neutra, perché il tema è, sì, parallelo, ma all’apparenza estraneo a certi fatti. Purtroppo, però, non estraneo al brutto clima che si respira da noi adesso, per quanto si tenti di minimizzarlo. Così, è stato inevitabile, per lui, associare il termine schiavismo alla parola immigrazione.

Per affermare che «il fenomeno migratorio è un terreno agevole per le nuove forme di schiavitù». Semplice e cruda la denuncia del presidente della Repubblica. «Ogni giorno migliaia di persone pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate. Una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell’instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale».

Un mercato osceno. Basta pensare alla prostituzione coatta di tante africane sulle nostre strade o ai braccianti costretti a una vita subumana nelle nostre campagne. Una deriva alla quale il capo dello Stato esorta a ribellarsi, in chiave prepolitica perché certi valori vengono persino prima dell’ordinamento civile. E ciò vale per tutti. Infatti, avverte, «nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità» e nessuno deve avere «la tentazione di guardare altrove». E continua sullo stesso tenore: «La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell’umanità.

Oggi, la Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani ci impone di ribadire la condanna e la battaglia della comunità internazionale contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova. L’Organizzazione internazionale del lavoro quantifica in 40 milioni le vittime; di queste, quasi 25 milioni costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato». Cifre impressionanti, che hanno spinto le Nazioni Unite ad adottare «l’obiettivo di eliminare il traffico di esseri umani entro il 2030». Si tratta, conclude Mattarella, di «degenerazioni della nostra società, piaghe da eradicare con fermezza che interrogano le nostre coscienze e ci chiamano a una reazione morale, a una risposta adeguata con un maggiore impegno culturale e civile.

Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con una Unione Europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità».

in “Corriere della Sera” del 31 luglio 2018

Primo comandamento: amatevi!

Gianfranco Ravasi

Quanto il Decalogo sia una sorta di stella polare per un’etica condivisa e impiantata nell’esistenza personale e nella società anche contemporanea l’aveva dimostrato nel 1988 il regista polacco Krzysztof Kieslowski coi suoi mirabili dieci film, ciascuno di un’ora, dedicati al Decalogo. A ragione già Lutero nel suo Catechismo insegnava che «non c’è specchio migliore in cui tu possa vedere quello di cui hai bisogno se non appunto i dieci comandamenti, nei quali tu trovi ciò che ti manca e ciò che devi cercare». La loro formulazione apodittica negativa, tipica di uno stile proteso a marcare l’incisività e la radicalità del precetto, non deve far dimenticare che il contenuto è squisitamente positivo e riguarda la religiosità, il culto, le relazioni sociali, il diritto alla vita, al matrimonio, alla libertà, alla dignità personale, alla proprietà.

A questa ideale matrice di un’etica che è biblica ma che aspira ad essere anche «naturale», cioè universale, è dedicata ormai un’immensa bibliografia, per non parlare della storia dell’arte che ha lasciato negli occhi di tutti il Mosè radioso che imbraccia le due tavole sulla vetta del Sinai. È ora la volta di un docente dell’università romana della Santa Croce, Filippo Serafini, sulla scorta di sue lezioni e conferenze, ad approntare un’agile e godibile guida a questa pagina biblica che ci è, però, offerta in due versioni (Esodo 20 e Deuteronomio 5) non del tutto sovrapponibili, anche se entrambe rette dalla triade Dio, tu, prossimo. A seguire è indispensabile cavare da ogni singolo precetto il succo morale e ciò è possibile attraverso un’accurata analisi del testo che riserva non poche sorprese a chi ha ormai nell’orecchio una certa catechesi moralistica del passato.

Si legga, ad esempio, il commento al «Non pronunciare il nome del Signore invano», o al «Non commettere adulterio», o al «Non rubare». La centralità è, come suggerisce il titolo del saggio didattico di Serafini, nella vita e nella libertà, le quali pongono sulla ribalta i due protagonisti, Dio e l’uomo. Per questo è importante risalire alla cornice del Sinai e della stipula di un’alleanza tra il Signore e il popolo: l’etica naturale è, quindi, trasfigurata in una morale religiosa e trascendente. Ed è proprio lungo questa traiettoria che possiamo collocare l’apice luminoso di un comandamento biblico capitale, quell’«Ama il prossimo tuo come te stesso», incastonato nel libro del Levitico (19,18) e capace di irradiarsi, sia pure a fatica, nella tradizione ebraica per approdare a Cristo che ne fa il suo comandamento principe unendolo all’amore per Dio (Matteo 22,34-40).

Per Gesù sarà la sintesi ideale del suo messaggio morale, al punto tale da allargarlo anche al nemico in una paradossalità costante nella sua predicazione, ben recepita non solo dall’arco intero della letteratura neotestamentaria ma anche dal cristianesimo successivo, ahimè, non sempre fedele a quel dettato così esigente. Un altro teologo laico (com’è Serafini), il tedesco Thomas Söding, classe 1956, sposato con tre figli, docente all’università di Bochum, offre ora un imponente dossier esegetico-teologico proprio su questo che è il cuore di un’etica autentica, modellata e modulata sul ritratto giovanneo di Dio stesso come agápe, «amore». È interessante notare che lo studioso parte proprio dal «campo semantico dell’amore» per individuarne l’identità specifica biblica e lo fa rimandando in modo emblematico al noto saggio dello scrittore inglese Clive Staples Lewis (1898- 1963) pubblicato a Glasgow nel 1960 e tradotto nel 2004 da Jaca Book, il cui titolo è significativo:

I quattro amori. Affetto, amicizia, eros, carità.
Seguire il percorso che Söding propone è agevole perché in pratica conduce per mano il lettore in tutto l’arco delle Scritture Sacre, naturalmente puntando soprattutto sulle pagine neotestamentarie nelle quali «non c’è nessun comandamento di importanza analoga a quello dell’amore», per cui «in complesso il Nuovo Testamento è un libro dell’amore del prossimo». Questo comporta di necessità la definizione di chi sia il prossimo, della qualità dell’amore, delle sue manifestazioni ed esigenze, del nesso con l’amore per Dio e per se stessi, delle sue implicazioni psicologiche ma anche politiche e soprattutto teologiche. In un’epoca in cui l’aggressività è a fior di pelle nelle relazioni sociali e in quelle della rete informatica, in una fase storica nella quale il magistero papale di Francesco si è annodato attorno al tema della misericordia, che è sinonimo dell’amore per il prossimo, un saggio come questo è uno strumento non solo teologico-pastorale ma anche un testo di riferimento per far riemergere quelle genuine radici cristiane, ignorate oppure ipocritamente deformate e strumentalizzate da una certa politica.

Ovviamente l’amore dev’essere messo a prova nella concretezza delle opere e dei giorni. È per questo che componiamo una sorta di trilogia con l’ultima e suggestiva pubblicazione del nostro maggior teologo morale, Giannino Piana, già docente nelle università di Urbino e Torino e autore di un monumentale trattato di teologia morale in quattro volumi, rubricati tutti sotto il titolo paolino In novità di vita (ed. Cittadella). Ora egli si confronta con l’allestimento di un vero e proprio lessico, un Alfabeto dell’etica, con ben 112 «voci fondamentali» che hanno certamente una sorta di fondale nei lemmi sull’«amore», sulla «carità», sui «comandamenti», sull’«alleanza», sulla «libertà», sulla «legge nuova», sulla «natura umana», sulla «solidarietà», sulla «vita», in pratica sulle categorie portanti dei due scritti che abbiamo prima presentato.

I dizionari non si leggono di seguito (anche se pure questo esercizio è legittimo) ma si sondano e soprattutto si ricercano di solito almeno due percorsi di lettura. Il primo è quello della griglia che ha guidato la selezione delle voci, essendo spalancati di per sé orizzonti tematici sterminati. Nel caso dell’Alfabeto di Piana sono nette alcune aree: si potrebbe quasi immaginare una mappa colorata nella quale si aggregano varie regioni. L’autore stesso ne isola le maggiori: l’area della morale fondamentale e generale, quella della morale sessuale e matrimoniale, il terreno delicato della bioetica, le zone della morale economico-sociale e della politica e, infine, quella sulla quale lo studioso si è impegnato già in passato e che è tutt’altro che scontata, cioè la morale della religiosità. L’altra via che il lettore può seguire è molto più fenomenologica e, se si vuole, superficiale ma pur sempre indicativa, persino degli angoli più nascosti ove il riflettore dell’analisi viene puntato. Ne tento un elenco, mettendomi un po’ dall’angolo di visuale dei fruitori anche «laici» di questo lessico, selezionando alcune voci non necessariamente fondamentali: alleanza terapeutica, consenso informato, cure palliative, economia civile e finanziaria, etica animalista, coppie di fatto, gender, pedofilia, omosessualità, aborto, prostituzione, transessualità, manipolazioni genetiche, riproduzione assistita, testamento biologico, verità al malato, pubblicità…

  • “Accogliere la libertà, condividere la vita” di Filippo Serafini San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), pagg. 142, € 19,50
  • “L’amore del prossimo” di Thomas Söding Queriniana, Brescia, pagg. 358, € 42
  • “L’alfabeto dell’etica” di Giannino Piana Cittadella, Assisi, pagg. 478, € 29,90

in “Il Sole 24 Ore” del 29 luglio 2018

 

Custodia. Vigilare con amore il bene comune

Nunzio Galantino

«Le cose che si amano non si posseggono mai completamente. Semplicemente si custodiscono» (Gaio Valerio Catullo).

Affidandoci alla definizione del vocabolario, custodia è l’azione, l’opera e l’attività necessarie per sorvegliare un luogo, curare e assistere persone, animali, oggetti. Custodire è comunque molto più che sorvegliare. Non è solo presenza fisica a protezione di qualcosa o di qualcuno. Oltre infatti a richiedere uno sguardo attento (sorveglianza), la custodia domanda un atteggiamento cauto che si fa vigilanza, una disponibilità che si fa cura e assistenza, e quel tanto di amore che diventa protezione. La custodia si realizza, dunque, attraverso una presenza che si prende cura e che provvede alle necessità. Andando ben oltre le necessità materiali. Nell’esperienza quotidiana, quella vissuta con generosa intensità, siamo infatti chiamati a custodire ricordi, emozioni, desideri, sogni, incontri, amore e fragilità. Ma anche tutto ciò che contribuisce a fare di noi e degli altri “artigiani” del Bene comune. Quello stesso Bene comune che non può prescindere, come ci ricorda papa Francesco, dalla custodia del creato (Genesi 2, 15). L’ambiente infatti – con tutto ciò e con chiunque lo abiti – è diventato uno degli anelli più deboli dell’umanità.

Ma, lo sappiamo, la custodia non è proprio di moda. È diventato più facile distruggere che custodire. Anche un segreto. Fra amici è più “appagante” esibire (ad esempio una conquista, una vittoria, un successo e, qualche volta, una bravata) piuttosto che tacere e custodire. Ciò avviene anche in ambiti di grande valore sociale e morale. Ad esempio quello della nostra Costituzione. I padri costituenti hanno affidato alla custodia intelligente e creativa del popolo italiano un tesoro di principi, regole e norme che disciplinano il comune agire nel rispetto della democrazia e delle diversità. Più ricco è il tesoro più alto è il livello di custodia richiesto. A cominciare dalla custodia che è chiamata a esercitare l’inquilino del Quirinale. La maestà e la bellezza del luogo in cui egli abita risultano essere ancora più rassicuranti quando la custodia è affidata a persone che lo fanno con competenza e senso di responsabilità. Troppo poco, mi pare, considerare il Presidente della Repubblica come il garante della Costituzione. In fondo essa ha già in sé articoli e meccanismi di auto-garanzia e auto-tutela che solo l’arroganza interessata di qualche improvvisatore può pretendere di stravolgere. Il Presidente della Repubblica è invece il custode della Costituzione. È chiamato infatti a farla vivere con responsabilità per la protezione, il rispetto, la cura e l’amore del Bene comune di tutti.

in “Il Sole 24 Ore” del 29 luglio 2018

Marchionne: “Non dimenticare i propri sogni nel cassetto”

Così Sergio Marchionne dava con una lettera scritta il benvenuto in azienda ai nuovi assunti in Fca.

Cara Collega,

Esiste un mondo in cui le persone non lasciano che le cose accadano. Le fanno accadere. Non dimenticano i propri sogni nel cassetto, li tengono stretti in pugno. Si gettano nella mischia, assaporano il rischio, lasciano la propria impronta. È un mondo in cui ogni nuovo giorno e ogni nuova sfida regalano l’opportunità di creare un futuro migliore. Chi abita in quel luogo, non vive mai lo stesso giorno due volte, perché sa che è sempre possibile migliorare qualcosa.

Le persone, là, sentono di appartenere a quel mondo eccezionale almeno quanto esso appartiene loro. Lo portano in vita con il loro lavoro, lo modellano con il loro talento. V’imprimono, in modo indelebile, i propri valori. Forse non sarò un mondo perfetto e di sicuro non è facile. Nessuno sta seduto in disparte e il ritmo può essere frenetico, perché questa gente è appassionata – intensamente appassionata – a quello che fa. Chi sceglie di abitare là è perché crede che assumersi delle responsabilità dia un significato più profondo al proprio lavoro e alla propria vita.

Benvenuta in quel mondo,
Benvenuta in Fiat Chrysler Automobiles

Sergio Mattarella: dichiarazione contro schiavitù e traffico esseri umani

«La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell’umanità.

Oggi, la Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani ci impone di ribadire la condanna e la battaglia della comunità internazionale contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime; di queste, quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato.

Numeri impressionanti che hanno spinto le Nazioni Unite ad adottare l’obiettivo di eliminare il traffico di esseri umani entro il 2030.

Si tratta di degenerazioni della nostra società, piaghe da eradicare con fermezza che interrogano le nostre coscienze e ci chiamano a una reazione morale, a una risposta adeguata con un maggiore impegno culturale e civile.

Terreno agevole per queste nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio.

Ogni giorno migliaia di persone pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate; una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell’instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale.

Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con una Unione Europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità».

Roma, Palazzo del Quirinale, 30/07/2018

 

Tratta esseri umani: 5ª Giornata mondiale

Andrea Lebra

«La tratta di esseri umani è un crimine odioso che è alimentato da conflitti, disuguaglianze e instabilità. I trafficanti di esseri umani si approfittano delle speranze e della disperazione delle persone, abusando della loro vulnerabilità e derubandoli dei loro diritti fondamentali».

Lo scrive il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, nel messaggio in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, che ricorre oggi, 30 luglio, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/68/192 del 2013.

Nel messaggio, che denuncia «uno sfruttamento sessuale brutale, compresa la prostituzione involontaria, il matrimonio forzato e la schiavitù sessuale», si segnala che ad essere in particolare suscettibili di abusi sono «giovani migranti e rifugiati», mentre «donne e ragazze rappresentano un bersaglio costante». Si denuncia, inoltre, che «i trafficanti di esseri umani troppo spesso operano con impunità, con i loro crimini che non ricevono adeguata attenzione. Questo deve cambiare».

Il rapporto 2018 di “Save the Children”

In occasione della ricorrenza del 30 luglio, Save the Children – l’Organizzazione internazionale che, dal 1919, lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – ha diffuso il rapporto Piccoli schiavi invisibili 2018, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori a livello globale, in Europa e, soprattutto, in Italia.

livello globale, nel 2016 oltre 40 milioni di persone sarebbero state costrette in stato di schiavitù. Di queste, circa 29 milioni, ossia una maggioranza pari al 71%, sarebbero donne e ragazze, mentre i restanti 11 milioni, pari al 29%, sarebbero uomini e ragazzi. La maggioranza delle vittime risulta sfruttata nella regione Asia-Pacifico (quasi 25 milioni), in Africa (oltre 9 milioni), in Europa (circa 3,6 milioni), in America (circa 2 milioni) e negli Stati Arabi (520 mila). Su oltre 40 milioni di vittime censite, quelle sfruttate nel lavoro forzato sarebbero circa 25 milioni, di cui 16 milioni sarebbero vittime di sfruttamento lavorativo (per il 57,6% donne e il 42,3% uomini) mentre altri 4,8 milioni sarebbero vittime di sfruttamento sessuale (di cui 99% donne e 1% uomini). Sebbene si parli principalmente di adulti (oltre 30 milioni, pari al 75%), i minori si confermano come gruppo rilevante: quasi 10 milioni, quelli censiti, pari al 25% del totale. Il dato evidenzia che, a livello globale, almeno 1 vittima su 4 è un bambino o un adolescente. Gli ambiti in cui i minori vengono venduti e utilizzati sono principalmente quello sessuale e lavorativo. Segnatamente allo sfruttamento sessuale, a fronte di 3,8 milioni di vittime adulte ci sarebbero 1 milione di minori sfruttati. Per quanto riguarda lo sfruttamento minorile in ambito lavorativo, circa 152 milioni di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni sarebbero coinvolti in forme di lavoro minorile per lo più nel comparto agricolo (70,9% del totale), dei servizi (17,2%) e dell’industria (11,9%).

livello europeo, quantificare le vittime di tratta e sfruttamento resta estremamente complesso tanto per la natura sommersa di questo crimine, che per le persistenti difficoltà nell’identificazione delle vittime e degli sfruttatori. Ad oggi gli unici dati disponibili sul fenomeno a livello europeo sono fermi al 2015, quando, secondo EUROSTAT, il numero delle vittime registrate (accertate e presunte) nei 28 Paesi dell’Unione nel triennio 2010-2012 si è attestato a 30.146, di cui oltre 1.000 minori, principalmente giovani ragazze europee vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Da allora il fenomeno ha subìto profonde trasformazioni, sia per quanto riguarda i profili socio-demografici, che per quanto riguarda i comparti illeciti di sfruttamento. Un rapporto recente diffuso dal gruppo di esperti del Consiglio d’Europa ha, per esempio, evidenziato come, sebbene lo sfruttamento sessuale continui a rappresentare il principale comparto delle economie illecite connesse alla tratta, il numero di vittime per sfruttamento lavorativo stia progressivamente aumentando soprattutto in agricoltura, nell’edilizia, nella ricezione alberghiera e nei servizi di pulizia.

Il fenomeno in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, non è facile tracciare i contorni di un fenomeno che resta per la gran parte sommerso.

Dai dati del Dipartimento per le Pari Opportunità, nell’ambito del Piano Nazionale Anti-Tratta, nel corso del 2017 le vittime minori di tratta e sfruttamento inserite in protezione sono state complessivamente 200, di cui 196 ragazze e 4 ragazzi. Il 46% dei minori emersi è stato sfruttato sessualmente.

Per il 93,5% si tratta di ragazze nigeriane comprese tra i 16 e i 17 anni. Le Regioni più interessate in termini di emersione sono la Sicilia (con 66 minori vittime di tratta messe in protezione), la Campania (29) e il Veneto (19). Il dato – come è evidente – rappresenta solo la punta di un iceberg.

Un altro dato di rilievo è quello che proviene dal monitoraggio delle vittime sfruttate su strada, svolto a ottobre 2017 dalla rete di organizzazioni riunite sotto la dicitura «Piattaforma Nazionale Anti-Tratta». In un’unica notte di rilevazione, la rete ha censito la presenza in strada di 5.005 vittime, di cui 4.794 adulti e 211 minori, registrando un incremento del 53% a fronte della precedente rilevazione effettuata a maggio dello stesso anno, quando fu osservata in strada la presenza di 3.280 persone, di cui 3.113 adulti e 167 minori. La maggioranza delle vittime di tratta intercettate su strada durante l’ultima rilevazione sono per lo più di origine nigeriana (2.111), seguite dalle vittime rumene (987).

Anche dal lavoro diretto di Save the Children con i suoi partner, nel programma “Vie di Uscita” è possibile rilevare dei dati relativi ad alcuni territori chiave nel fenomeno della tratta e dello sfruttamento minorile, come l’Abruzzo, le Marche, la Sardegna, il Veneto e la città di Roma. Tra gennaio 2017 e marzo 2018, le unità mobili dei partner del progetto “Vie d’Uscita” sono entrate in contatto con 1.904 vittime di tratta e sfruttamento, di cui 1.744 neo-maggiorenni o sedicenti tali e 160 minorenni, in netta prevalenza nigeriane (68,5%) e rumene (28%).

Si rileva dunque la crescente presenza di vittime di tratta provenienti dalla Nigeria. Una recente indagine di OIM conferma questo dato ed evidenzia come, negli ultimi tre anni, il numero delle potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale arrivate via mare in Italia sia aumentato del 600%. Fenomeno che l’OIM stima possa riguardare circa l’80% delle ragazze – spesso minorenni – arrivate dalla Nigeria, il cui numero è passato da 1.500 nel 2014 a oltre 11.000 nel 2016.

Lo sfruttamento sessuale delle ragazze nigeriane e rumene

Vittime di tratta e sfruttamento sessuale, nel nostro Paese, sono soprattutto le ragazze nigeriane e rumene.

Tra le ragazze nigeriane che giungono via mare in Italia – emerge dal rapporto –  8 su 10 sarebbero potenziali vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, un numero che ha fatto registrare, tra il 2014 e il 2016, un incremento del 600%. Indotte dai loro sfruttatori a dichiararsi maggiorenni al momento delle operazioni di identificazione in seguito allo sbarco, molte giovanissime nigeriane sfuggono così al sistema di protezione per minori. Le unità di strada dei servizi anti-tratta stimano una presenza media di vittime di tratta richiedenti asilo pari a circa il 30%, quasi 1 su 3. Allo stesso modo, le evidenze raccolte da Save the Children provano che spesso i trafficanti utilizzano i Centri di accoglienza straordinari (Cas) per reclutare le giovani e sfruttarle anche nelle vicinanze delle stesse strutture.

Le vittime nigeriane di tratta e sfruttamento provengono per lo più da contesti di forte indigenza e vengono reclutate con l’inganno già nei loro luoghi di origine, facendo leva sulla finta prospettiva di un futuro migliore in Europa. Per il viaggio che dalla Nigeria le porterà in Italia, le ragazze contraggono un debito che si aggira tra i 20.000 e i 50.000 euro, che potranno ripagare solo sottostando alla prostituzione forzata, un meccanismo di sfruttamento e schiavitù dal quale non riescono a liberarsi anche per via del voodoo o juju, un rituale che stabilisce una catena simbolica molto potente e fa sì che una volta ridotte schiave, le ragazze obbediscano alle organizzazioni da cui dipendono per paura delle ritorsioni su di loro o sulle loro famiglie.

Dopo le ragazze nigeriane, le ragazze rumene costituiscono il secondo gruppo più numeroso nella prostituzione su strada in Italia. In base alla rilevazione del progetto “Vie d’uscita” di Save the Children e della rete di organizzazioni partner, che nel corso del 2017 e dei primi tre mesi del 2018 ha intercettato 528 minori e neomaggiorenni rumene, a fronte delle 375 nello stesso periodo dei due anni precedenti, rappresentano il 29% del totale; il 20% in base alla stima della “Piattaforma Nazionale Anti-Tratta”. Si tratta soprattutto di adolescenti provenienti dalle aree più svantaggiate della Romania, come le regioni della Muntenia e della Moldova, in particolare i distretti di Bacau, Galati, Braila, Neamt e Suceava. L’assenza di prospettive e la grave deprivazione economica e affettiva, dovuta alla migrazione all’estero dei propri genitori o di altre figure parentali di riferimento, le rendono infatti un target estremamente facile da manipolare per gli sfruttatori e le organizzazioni criminali.

Lo sfruttamento lavorativo dei minori in Italia

Secondo il rapporto di Save the Children, i casi emersi di lavoro minorile nel nostro Paese nel 2017, riguardanti sia minori italiani che stranieri, ammontano a 220 e anche in questo caso ci troviamo di fronte alla punta di un iceberg di un fenomeno per lo più sommerso. In particolare, oltre il 70% delle violazioni riguarda il settore terziario in cui si producono o forniscono servizi, in particolare nei servizi di alloggio e ristorazione, nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, in agricoltura e in attività manifatturiere.

Tra i minori stranieri vittime di sfruttamento lavorativo in Italia, la maggior parte sono ragazzi egiziani, sebbene il numero degli arrivi si sia progressivamente ridotto dal 2016. Si tratta di ragazzi che sentono l’incombenza di iniziare a lavorare per inviare i soldi a casa e ripagare il debito contratto per il viaggio. Per questo tendono ad abbandonare precocemente il sistema di accoglienza (al 31 maggio 2018 si registrano 421 minori egiziani irreperibili) e sono particolarmente esposti al rischio dello sfruttamento lavorativo. Nella maggior parte dei casi, i minori egiziani vengono sfruttati nel lavoro in nero a Torino e a Roma negli autolavaggi, dove lavorano 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno per 2 o 3 euro all’ora, o nelle pizzerie, nelle kebabberie e nelle frutterie dove lavorano anche di notte per compensi che raramente superano i 300 euro mensili. In tali condizioni di sfruttamento, è purtroppo facile, per loro, essere coinvolti forzatamente in attività illegali, come spaccio e furti, o assumere mix di cocaina, crack e farmaci a base di benzodiazepine per sostenere turni lavorativi massacranti.

Le raccomandazioni di “Save the Children” al Governo italiano

Al Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri viene richiesto, tra l’altro, di definire, all’interno del “Piano Nazionale Anti-Tratta”, un piano d’azione mirato alla protezione dei minori da rischi di tratta e sfruttamento che preveda interventi e misure di lungo periodo che vanno dalla prevenzione all’emersione, alla presa in carico delle vittime sino alla loro piena inclusione sociale ed economica, anche attraverso programmi di mentoring e tutoraggio per l’inserimento scolastico e lavorativo.

Al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali viene richiesto di combattere con decisione lo sfruttamento lavorativo, potenziando le ispezioni del lavoro soprattutto in quei territori che sono afflitti da caporalato e forme severe di sfruttamento del lavoro minorile.

Il Ministero dell’Interno è sollecitato ad integrare il “Piano Accoglienza” annualmente prodotto, prevedendo nell’ambito delle strutture di primissima accoglienza, strutture ad alta specializzazione che abbiano all’attivo capacità e competenze idonee a garantire adeguata presa in carico e sostegno continuativo dei minorenni migranti vittime di tratta e grave sfruttamento.

Non chiamiamoli «clienti»

Save the Children, in linea con quanto indicato dalla Commissione europea, ha scelto di non utilizzare termini come «cliente» nel contesto della tratta a scopo di sfruttamento sessuale di adulti o minori vittime, dal momento che tale terminologia oscurerebbe le sofferenze, gli abusi e le violazioni che le vittime di tratta hanno subìto.

La scelta è assolutamente condivisibile, anche in considerazione del fatto che per l’Unione Europea la domanda comprende non solo «tutti quegli individui, quei gruppi o quelle persone giuridiche che sono guidati dall’obiettivo di sfruttare le vittime al fine di realizzare un profitto a vari livelli», ma anche «tutti coloro che utilizzano e abusano direttamente delle vittime, nonché tutti coloro che agiscono in qualità di promotori o facilitatori e, in generale, tutti coloro che creano e contribuiscono a creare un ambiente favorevole a questo crimine».

Tuttavia, sarebbe quanto mai opportuno che anche l’Italia desse piena attuazione:

  • a quanto previsto dall’articolo 6 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, fatta a Varsavia il 16 maggio 2005,[1] e cioè: adottare e/o rafforzare misure legislative, amministrative, educative, sociali, culturali e altre, finalizzate a scoraggiare la domanda, che favorisce tutte le forme di sfruttamento delle persone, in particolare delle donne e dei bambini, e che favorisce la tratta;

  • a quanto previsto dall’art. 18 della Direttiva 2011/36/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 aprile 2011 concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime,[2] e cioè: adottare le misure necessarie, ad esempio nel settore dell’istruzione e della formazione, per scoraggiare e ridurre la domanda, fonte di tutte le forme di sfruttamento correlate alla tratta di esseri umani, fino a considerare reato la condotta di chi ricorre consapevolmente alle prestazioni sessuali di chi è vittima di tratta;

  • a quanto previsto dall’art. 9 del Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini[3] e cioè: adottare o potenziare le misure legislative o di altro tipo, quali quelle educative, sociali o culturali, per scoraggiare la richiesta che incrementa tutte le forme di sfruttamento delle persone, specialmente di donne e bambini, che porta alla tratta.


[1] Convenzione ratificata dall’Italia con legge 2 luglio 2010 n. 108.
[2] Recepita dall’Italia ed attuata con D. Lgs. 4 marzo 2014 n. 24.
[3] Protocollo ratificato dall’Italia con legge 16 marzo 2006 n. 146.

Dalai Lama ai giovani:«se sprofondate nella violenza assisterete all’agonia dell’umanità”

Giuliano Boccali

«A ottantadue anni sono prossimo all’arrivederci , pronto a dirvi: Bye bye, my dear young brothers and sisters!».

Così esordisce il Dalai Lama nell’allocuzione ai giovani del mondo intero che inaugura il secondo capitolo del suo Ribellatevi!, con un epilogo della tibetologa e sua collaboratrice Sofia Stril-Rever, pubblicato di recente in Italia da Garzanti nella traduzione di Giuseppe Maugeri.

La prosecuzione dell’esordio, ben lontana dalle malinconie – che certo non sono nelle corde affettive di Sua Santità –, è un’appassionata dichiarazione di appartenenza «al futuro e alla gioventù del mondo».

Quale futuro? Quale la ribellione che suggerisce il felice titolo italiano dell’opera? L’originale è in francese e suona, tradotto letteralmente: «Fate la rivoluzione», con evidente, poi nel testo esplicito riferimento alla Rivoluzione francese e al suo motto per eccellenza: Liberté, Egalité, Fraternité, di cui Tenzin Gyatso si dichiara discepolo con la spregiudicatezza di visione che lo distingue e che ha sempre distinto i maestri spirituali autentici, non solo buddhisti.

Ma se questa è una dichiarazione forte di appartenenza, altrettanto radicale è la critica del limite inerente finora a tutte le rivoluzioni: non solo quello delle conseguenze di ciascuna, che sia francese, bolscevica o culturale, conseguenze come «spargimenti di sangue, vandalismi e terrore», ma quello fondamentale di non avere «trasformato l’animo umano in maniera radicale». Perché la rivoluzione alla quale il Dalai Lama sollecita è quella della pace e della compassione. L’alternativa da lui espressa con straordinaria lucidità è inappellabile: «se sprofondate nella violenza – dice ai giovani – assisterete all’agonia dell’umanità. Il XXI secolo sarà il secolo della pace o non sarà affatto». Colpisce che la previsione, o forse profezia, di Sua Santità ritorni con termini quasi identici in altre grandi coscienze religiose contemporanee, per esempio il mistico benedettino-zen Willigis Jäger .

Il rischio attuale è senz’appello, ma fortissima nel Dalai Lama è una fede pervasiva che avanza in diverse direzioni: la prima è quella delle straordinarie possibilità offerte ai «nativi digitali» della «prima generazione globalizzata dalle tecnologie dell’informazione», possibilità che permettono ai giovani di mobilitarsi in gran numero «in nome della riconciliazione» e per finalità umanitarie.

La seconda è nel sostegno fornito dalle neuroscienze, di cui il Dalai Lama è un appassionato cultore, da decenni in dialogo assiduo con diversi specialisti di grandi università soprattutto statunitensi, da quella di Stanford alla Emory University di Atlanta al MIT. Le neuroscienze forniscono alla compassione un fondamento biologico, dimostrando che favorisce la neurogenesi, ossia la formazione di neuroni nuovi, laddove l’aggressività agisce in senso opposto riducendo «lo sviluppo dei circuiti neurali».

La compassione dunque, dalla gestazione del nascituro e fino all’età adulta e anziana, rappresenta un’attitudine altamente benefica: quando la mente ne è impregnata, «i geni dello stress vengono inibiti e la biochimica cerebrale si modifica, generando gli ormoni della felicità».

Tuttavia la fede decisiva espressa dal Dalai Lama, non solo con le parole ma con i suoi atteggiamenti e attività, è quella nella condivisione e nell’altruismo, che costituiscono per lui il fondo dell’essere umano e precedono ogni appartenenza religiosa o ideologica; riguardo anzi alle religioni, Sua Santità ha preso atto da tempo del loro fallimento, come appare evidente anche da un suo libro precedente di qualche anno, La felicità al di là della religione (edito da Sperling & Kupfer e recensito su queste colonne il 17 giugno del 2012), dove sostiene la necessità di instaurare un’etica laica sostanziata appunto dalla non-violenza, dalla compassione, dall’amicizia spirituale.

I fondamenti della rivoluzione alla quale i giovani sono chiamati risalgono alle origini stesse del buddhismo e ad alcuni suoi sviluppi salienti, ma sono qui introdotti dal Dalai Lama con grande lievità, senza essere sviluppati dottrinalmente, declinati però in maniera assolutamente contemporanea data la natura e la destinazione del suo discorso.

Vale in ogni caso la pena di richiamarli: innanzi tutto la “consapevolezza”.

Consapevolezza significa, sul piano più esterno ma efficacemente propulsivo di fronte ai rischi attuali, coscienza della drammatica situazione in cui versa il pianeta per la distribuzione «assolutamente inaccettabile» delle ricchezze, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, i «modi di produzione criminali», gli sprechi insensati e i relativi, intollerabili quantitativi di rifiuti da smaltire. In modo sintetico, ma con dati statistici aggiornati, il Dalai Lama offre in proposito diversi esempi, come questo: «Ogni secondo, duecentonove chilogrammi di plastica vengono scaricati negli oceani» per finire «nello stomaco di uccelli e mammiferi marini» uccidendoli. L’appello ai giovani non lascia dubbi, ribadendo quanto già è stato affermato in premessa: «… se siete la prima generazione della storia posta di fronte a una minaccia di estinzione della vita sul nostro pianeta, siete anche l’ultima a potervi porre rimedio. Dopo di voi sarà troppo tardi». Ma la consapevolezza muove da un piano più interno che coinvolge gli stati emotivi e affettivi, oggi tremendamente esposti agli effetti dei media, spesso provocati intenzionalmente.

Come già in alcuni mirabili discorsi del Risvegliato, consapevolezza «delle proprie emozioni e dei propri fantasmi» non significa affatto repressione, ma certo nemmeno supina acquiescenza o addirittura complicità. Significa invece attenzione, osservazione, comprensione dei moti psicologici, nei quali abita la causa (e la responsabilità) della maggior parte dei problemi della vita di ciascuno.

Lo sguardo dev’essere spassionato, per consentire la sostituzione delle «emozioni distruttive» con sentimenti di apertura e di unione, come i «quattro pensieri incommensurabili di amore, compassione, gioia ed equanimità» della tradizione buddhista esplicitamente evocati da Sua Santità. Qui la consapevolezza si salda con l’altro più grande (e filosoficamente arduo) principio della visione buddhista: l’interdipendenza già enunciata dal Buddha, poi straordinariamente approfondita e ampliata da Nagarjuna (I-II sec. d.C.), uno dei maestri del Grande Veicolo; il Dalai Lama esplicitamente lo ricorda confrontandone le conclusioni con le implicazioni più complesse della meccanica quantistica, da lui discusse con il grande fisico (ed ex presidente dell’Unione Indiana) Abdul Kalam.

In sintesi: ogni manifestazione nell’universo, apparentemente semplice come una goccia d’acqua, o invece composita come la condizione di un rapporto interpersonale o come un ecosistema in un momento determinato, non è un fatto esistente di per sé, ma risulta istante per istante dall’aggregazione di fattori molteplici; esaminando a fondo il processo, questi coinvolgono l’universo intero.

In altre parole, la manifestazione di tutte le cose si fonda su una continua serie di relazioni con altre; l’apparire di una determina (o meglio sollecita) necessariamente l’apparire di un’altra in una rete di sequenze causali che dà le vertigini: la consapevolezza di questa catena causale, dell’«interdipendenza», costituisce per la tradizione buddhista la vittoria sull’ignoranza, il “risveglio”.

Per gli esseri senzienti, e gli esseri umani in particolare, le conseguenze di questa realtà delle cose sono incalcolabili, soprattutto sul piano affettivo, etico e sociale. Infatti, se tutti gli esseri sono legati gli uni agli altri, e con pari intensità al mondo naturale, un comportamento egoistico, oltre che dannoso, è completamente illogico. Nella rete infinita dell’interdipendenza nulla infatti va perso: non solo un’azione, ma anche un pensiero o un’idea malevola non si estingue, non rimane mai senza effetti, ma provoca necessariamente conseguenze pericolose, nocive, magari lontanissime da chi ha innescato la catena negativa.

Vale fortunatamente, e nella stessa misura, o forse in misura maggiore, l’opposto: anche l’atto, l’intenzione, il pensiero improntato per esempio alla benevolenza o alla gratitudine, sono necessariamente fattori di conseguenze positive. Questa consapevolezza è il fondamento della compassione che il Dalai Lama addita ai giovani come l’unica via per il dissolvimento della condizione attuale e in questa si radica la sua inattaccabile, commovente fiducia.

in “Il Sole 2 Ore” del 29 luglio 2018

Scuola. Docenti di sostegno. L’emergenza continua: uno su tre cambia ogni anno

Eugenio Bruno

C’è un’emergenza nell’emergenza con cui la scuola italiana deve fare i conti. Ed è la girandola degli insegnanti di sostegno. Nonostante le stabilizzazioni massicce, avviate dal decreto Carrozza del 2013 e proseguite nel 2015 con la Buona Scuola, più di un docente su tre cambia incarico ogni anno. Con buona pace della continuità didattica che, nel caso di uno studente diversamente abile, è doppiamente importante. Un tema su cui ha acceso un faro di recente anche la Corte dei conti. E che il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha ben presente.

Andiamo con ordine. Nella relazione sugli «interventi per la didattica a favore degli alunni con disabilità e bisogni educativi speciali», pubblicata la settimana scorsa, i magistrati contabili hanno evidenziato la farraginosità della normativa, che ripartisce le competenze tra cinque livelli (comunitario, nazionale, regionale, comunale, di istituto), e la frammentarietà dei finanziamenti. A fronte di una spesa mobilitata notevole, se è vero che solo per le supplenze l’ultimo dato utile parla di 900 milioni totali.

Veniamo così a un’altra nota dolente. A fronte di 254mila studenti con disabilità abbiamo 139mila professori di sostegno. Di cui neanche 88mila di ruolo e 51 mila a tempo determinato, inclusi i circa 40mila «in deroga» che vengono attivati sulle ore aggiuntive rispetto al tetto nazionale di un prof ogni due studenti o su ordine dei giudici. Ma c’è una complicazione ulteriore: abbiamo ancora tanti precari, ma pochi sul sostegno. Anche perché questo canale è stato spesso usato per accedere al posto fisso e poi spostarsi sulle cattedre ordinarie. Risultato: il vortice di supplenti non si ferma, a volte anche privi di specializzazione.

Il ministro Bussetti sta già studiando le prime contromisure. Oltre ad aver chiesto la stabilizzazione di 13mila docenti di sostegno e dichiarato di voler bandire un nuovo ciclo di 5mila Tirocini formativi attivi (Tfa), ha riaperto il dossier sull’attuazione del decreto legislativo 66/2017 arrivato con la Buona Scuola. «In poche settimane – spiega – abbiamo portato avanti un lavoro che non è stato attuato dal governo precedente per molti mesi». Dei dieci decreti attesi entro novembre ne erano arrivati solo due (Osservatorio e Gruppo di lavoro interistituzionale regionale). Ne restavano otto e Bussetti ne ha messi a punto già cinque: profili professionali del personale destinato all’assistenza per autonomia e comunicazione; formazione iniziale nell’infanzia e nella primaria; definizione degli indicatori per la valutazione chiesti dall’Invalsi; piano per l’inclusione; continuità didattica.

Per assicurare quest’ultima, ricordano dal Miur, un primo tassello è arrivato con l’accordo sulla mobilità: l’assegnazione provvisoria sul sostegno può essere richiesta anche dai docenti non specializzati, purché stiano per concluderla o abbiano già prestato un anno di servizio su quei posti. In attesa delle supplenze pluriennali su richiesta delle famiglie: la delega della Buona Scuola le prevede, ma i sindacati si sono messi di traverso. E chissà se le concessioni finora accordate su chiamata diretta e merito non aiutino il ministro nella buona riuscita trattativa.

in Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2018

Nelson Mandela,”madiba”. Cent’anni fa la nascita

Christian Putsch

Il corridoio che porta dalla stanza da letto alla cucina è lungo venti passi. Ogni mattina all’alba, quando Jack Swart apriva la stanza, gli veniva incontro Nelson Mandela. Il futuro presidente del Sudafrica era un abitudinario: « Buongiorno, signor Swart», diceva, «come sta?» E Swart rispondeva sempre: « Bene, grazie. E lei?».

Sono passati quasi tre decenni da quando Mandela ha attraversato quel corridoio per l’ultima volta da detenuto. E quasi cinque anni dalla sua morte. L’icona sudafricana trascorse gli ultimi quattordici mesi dei suoi 27 anni di prigionia in questa ex fattoria, accanto al carcere di massima sicurezza Victor Verster, nei pressi di Paarl.
È stata la casa sudafricana più importante negli anni 1989 e 1990, sede delle trattative per la fine dell’apartheid. Ministri, sindacalisti, banchieri e capi dell’African National Congress ( Anc, il movimento e poi partito di Mandela oggi al potere dopo la caduta del regime razzista, ndr), a quei tempi ancora al bando, si sedevano sul divano rosa di Mandela. Una stanza apparentemente confortevole. Ma pur sempre una prigione. «Qui è nato il nuovo Sudafrica», dice oggi Swart. Oggi il 71enne è ritornato alla fine del corridoio. Il penitenziario è ancora in funzione e anche questa casa nella sua area è quasi immutata, compreso l’arredamento. «Se chiudo gli occhi», dice il carceriere pensionato con un velo di commozione, «ho davanti a me il signor Mandela che mi viene incontro».

l’incontro con ” madiba”

Nel 1988 il suo capo gli comunicò che era stato nominato responsabile di quello che allora era il più celebre detenuto del Sudafrica. In prima battuta, per lui fu un declassamento, ricorda Jack Swart. Per anni era riuscito a scalare la gerarchia del penitenziario di Robben Island, dove alla fine era diventato responsabile delle mense. «E adesso devi far da mangiare a un cafro», gli aveva detto sprezzantemente un amico. Il “cafro”, una parola razzista e ormai illegale in Sudafrica per indicare una persona di pelle scura, era Nelson Mandela.

Ora, a cent’anni dalla nascita di Mandela (morto nel dicembre del 2013), Swart ricorda con orgoglio quei tempi. Mandela era stato trasferito a Paarl perché in una prigione di Città del Capo aveva contratto la tubercolosi. Il governo sapeva che il cambiamento di potere, oramai inevitabile, sarebbe potuto avvenire in modo pacifico solo con un Mandela sano, perché soltanto lui sarebbe stato in grado di tenere a bada le correnti più radicali dell’Anc. Da allora in poi gli furono garantite le migliori condizioni di detenzione. Nella preparazione della dieta per Mandela i medici prescrissero a Swart «molte proteine, poco colesterolo».

un secondino ubbidiente

E il carceriere ubbidì, così come aveva sempre ubbidito. Nato nel nord del Sudafrica, dove il sistema della segregazione razziale trovava particolare consenso nella popolazione bianca, dopo la scuola Swart non aveva trovato posto nella fattoria dei genitori. Perciò aveva seguito uno zio arruolandosi nelle guardie carcerarie. Poi ricevette persino una medaglia da Hendrik Verwoerd — l’architetto dell’apartheid, dal 1958 al 1966 primo ministro dell’Unione sudafricana — in quanto una (delle) migliori reclute dell’anno della sua compagnia.

«Non parlare con i prigionieri», avevano detto a Jack Swart, quando era stato trasferito a Robben Island, «sono terroristi pericolosi». Ben presto era seguito il primo incontro con Mandela, che avrebbe trascorso in quell’isola gran parte della sua prigionia. A quel tempo a Swart era stato affidato il compito di portare lui e altri dirigenti dell’Anc a una cava di pietra dell’isola, guidando lungo sentieri accidentati. Un giorno Mandela bussò alla finestrella del cellulare: «Cosa diavolo credi che siamo, sacchi di farina?». Più tardi, quando si rividero a Paarl, Mandela gli disse con fare irridente: «Spero che lei sia migliore come cuoco che come autista, signor Swart». “Madiba” era un maestro nel conquistare anche i suoi nemici. « Mi sforzerò, Mandela», rispose Swart, che nelle prime settimane continuò a rivolgersi al detenuto chiamandolo soltanto con il cognome, per mortificarlo. Solo dopo due mesi, racconta, arrivò l’ordine di aggiungere il rispettoso «signor».

“il microonde lo spaventò”

A quel tempo, Swart non poteva immaginare di avere davanti a sé il futuro presidente del Sudafrica e Nobel per la pace. Quando i visitatori diventarono sempre più prestigiosi, comprese che nonostante la sua età avanzata (aveva già più di 70 anni) Mandela avrebbe ben presto raggiunto una posizione di vertice. «Occorreva anche prepararlo al tempo della libertà», dice Swart. Mandela aveva perduto più di due decenni di progresso tecnico. «Per lui il microonde era una novità», dice Swart, «quando gli ho scaldato con quell’aggeggio un bicchiere d’acqua non poteva crederci». Swart accompagnava Mandela anche alle sue visite mediche periodiche al di fuori del carcere.

In coincidenza con queste visite gli venivano dati permessi di uscita. Mandela si recava in località costiere come Paternoster o Hout Bay, ma per decenni i giornali del Paese non poterono pubblicare sue foto, sicché lui si aggirava tra la gente come uno sconosciuto. Un po’ di libertà, anche se Swart e altre guardie in abiti civili avevano la pistola alla cintola.

Swart si aggira lentamente di stanza in stanza, nella casa di circa 150 metri quadrati non c’è quasi nessuna cosa per la quale lui non abbia pronta una storia. La lavatrice usata dallo stesso Mandela, dopo che il secondino aveva scribacchiato sul rivestimento le istruzioni per l’uso. La camera per gli ospiti, nella quale solo una volta pernottarono due suoi nipoti. La moglie di Mandela (la sua seconda, la controversa Winnie, morta di recente, ndr), per protesta contro la carcerazione prolungata, si rifiutò di trascorrere la notte nella casa, nonostante il permesso delle autorità. Dietro questa camera, ecco la piccolissima stanza dove Mandela ogni mattina alle 4 faceva le flessioni. Sulla terrazza un ombrellone con un forellino sul supporto di legno: «C’era dentro un microfono». A volte il pensionato parla con il tono di chi rievoca esperienze giovanili vissute in una comune di studenti. Per esempio, ricorda il vino bianco dolce che Mandela voleva servire ai suoi ospiti con loro orrore, cosa che Swart afferma di aver impedito offrendo in alternativa un vino secco. Oppure la storia di come Mandela fosse riuscito a non pagare la legna da ardere con il denaro per le piccole spese messogli a disposizione dalle autorità: convinse i medici che, per motivi di salute, aveva bisogno di una ricetta che prescrivesse il legname. Swart sghignazza, come un ragazzo divertito da uno scherzo riuscito bene.

la liberazione

Anche sul giorno del rilascio, avvenuto l’11 febbraio 1990, Swart ha in serbo un aneddoto. Mandela aveva perduto sia gli occhiali da lettura che il manoscritto del suo celebre primo discorso dopo il ritorno alla libertà sul balcone del municipio di Città del Capo. Per fortuna un accompagnatore ne aveva con sé una copia. Per riuscire a leggere, però, Mandela si fece prestare gli occhiali di sua moglie di allora, la signora Winnie, racconta Swart.

Dalle sue parole traspaiono senza eccezioni un profondo rispetto e una netta simpatia. «Era un grande gentiluomo», dice Swart, «si fa fatica a credere che sia riuscito a sopportare tutto quello che gli è accaduto». Una volta, in un’occasione ufficiale Mandela presentò l’uomo che aveva cucinato per lui e gli aveva fatto la guardia, definendolo «un ottimo amico». Anche Swart parla di un’amicizia. Malgrado la differenza di età di 29 anni era per lui «quasi un fratello». Ciò nonostante, fino all’ultimo si diedero del lei.

L’ex secondino ha un raccoglitore dove conserva accuratamente, in cartelline trasparenti, anche le annotazioni più irrilevanti di Mandela («Gradirei una colazione leggera»). E foto: del giuramento di Mandela o di un tè assieme alla famiglia di “Madiba”. Dopo il rilascio la moglie di Swart, una sarta, gli adattò su sua richiesta qualche abito. Insistette per pagarla.

Swart torna volentieri nella modesta fattoria. E crede che anche Mandela, nonostante la prigionia in quelle stanze arredate alla buona, per la prima volta dopo decenni si sia sentito di nuovo un po’ a casa. Dopo il suo rilascio, Mandela chiese la pianta della casa-prigione, per farne costruire una identica accanto alla sua residenza di campagna nel villaggio di Qunu, sulla costa orientale del Paese, dove era cresciuto molti anni prima.

in “la Repubblica” (Die Welt) del 28 luglio 2018