Archivio mensile:giugno 2018

Immigrazione in Italia ed in Europa. I numeri veri del fenomeno

Ignazio Masulli

Dalla Brexit all’elezione di Trump, dall’ondata nazionalista e xenofoba montante in un numero crescente di paesi dell’Unione europea fino al lacerante dibattito attuale al suo interno (testimoniato dalla conclusione del vertice), il punto di leva è una spregiudicata strumentalizzazione del fenomeno migratorio. Anziché preoccuparsi di curare le vere cause della perdurante stagnazione economica, delle crescenti diseguaglianze sociali, della crisi di legittimazione politica. Conservatori e sedicenti progressisti hanno pensato di lucrare sulla facile demagogia di attribuirne le cause ad una migrazione presentata come massiccia e squilibrante. Si tratta di una grossolana mistificazione, basta analizzare i numeri, ma quelli giusti.

Intanto, non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”. Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni. Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno.

Non tolgono lavoro a nessuno. Chiunque confronti gli indici della disoccupazione con quelli dell’immigrazione negli Usa e nei maggiori paesi europei vedrà che non c’è alcun rapporto tra i due andamenti. Disoccupazione e precarietà del lavoro dipendono dalle strategie di massimizzazione dei profitti fatte dai gruppi economici dominanti (delocalizzazione produttiva, automazione spinta, finanziarizzazione del capitale).

I costi? Sono quelli voluti dai governi che detengono gli immigrati e li sottopongono a lunghe procedure per stabilire se hanno diritto a chiedere asilo o devono essere rispediti nei paesi di provenienza. Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo Stato spende per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione e quant’altro.

Si veda, ad esempio, il bilancio italiano del 2016; ma ciò vale anche per gli altri paesi meta. Sempre nell’Italia de 2016, gli immigrati nati all’estero hanno concorso ad un aumento del Pil del 9% e altrove in misura anche maggiore.

L’apporto demografico degli immigrati è essenziale. Se consideriamo la popolazione dei 27 paesi dell’Ue, un cittadino troppo giovane o troppo anziano per lavorare, dipende da 1,8 persone in età lavorativa, che si ridurranno a 1,5 entro 12 anni. Il che prospetta una situazione insostenibile a detta della stessa Commissione europea.

Per quanto riguarda le spese sociali, il mantenimento degli attuali standard di welfare dei cittadini dell’Unione richiederebbe una base contributiva garantita da un aumento della popolazione europea di 42 milioni di persone in 5 anni. Cosa concepibile solo attraverso l’accoglienza e regolarizzazione di un numero di migranti molto maggiore di quelli che bussano attualmente alle nostre porte.

Purtroppo la mistificazione ha fatto strada. Sicché nel giro di pochi anni abbiamo assistito ad un crescendo di proposte ingannevoli e irresponsabili.

Prima governi e istituzioni dell’Ue sono andati alla cerca di guardiani capaci di sbarrare la strada ai migranti. Così è avvenuto con il finanziamento alla Turchia per chiudere la rotta balcanica. Più difficile è stato trovare un gendarme altrettanto agguerrito in Libia per bloccare le traversate del Canale di Sicilia. La situazione caotica determinatasi in quel paese ha incoraggiato politiche di respingimento ancor più spregiudicate ed aggressive. Si vedano gli accordi dell’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con gruppi militari attivi nelle zone interne, nonché con governi di paesi di transito dei profughi. Anche questa escalation si è valsa del consenso di altri paesi dell’Ue e delle sue istituzioni centrali.

Ora, di fronte ai crescenti contenziosi e competizioni all’interno dell’Unione, sembra prender forma un ulteriore allargamento del raggio d’azione, fino a stabilire hot spot ai confini dei paesi di provenienza dei migranti. Il che equivale a bloccare ogni tentativo d’emigrazione sul nascere. Per non dire della guerra a chi salva i naufraghi.

E’ evidente che questa escalation non fa che calpestare in maniera sempre più aggressiva ogni diritto e confine di legalità stabilito da precise norme e trattati. Ed è altrettanto chiaro che una degenerazione morale e politica di questo genere si riflette inevitabilmente nelle situazioni interne dei paesi e aggrava la crisi di legittimazione della stessa Ue.

in “il manifesto” del 30 giugno 2018

La questione legalità e la forza delle parole

Vladimiro Zagrebelsky

Il rifiuto opposto per civili motivi di principio a certi propositi governativi espressi con brutale linguaggio, in particolare dal ministro Salvini, va certo mantenuto. Per poter essere accettati, quegli intendimenti ed il linguaggio che li comunica, sono troppo lontani dalle acquisizioni costituzionali ed europee maturate nel dopoguerra e divenute – così sembrava – irreversibili. Tuttavia la larga approvazione che essi trovano nell’elettorato mostra l’insufficienza delle motivazioni su cui il rifiuto si fonda. Motivazioni che si dimostrano non solo insufficienti, ma addirittura pericolose se rischiano di portare alla delegittimazione e al rifiuto del percorso di civiltà di cui la Costituzione e le Carte dei diritti sono il frutto.

Benché siano visibili tratti violenti e disumani nel lancio di certe campagne politiche ed elettorali (quanto ai migranti soprattutto), è difficile credere che violente e disumane siano le masse elettorali che hanno mostrato di approvarle. C’è quindi da chiedersi quale sia il terreno sul quale quei discorsi sono caduti e perché esso si sia dimostrato fertile di voti. Prendiamo il caso dell’attacco di Salvini ai rom, prima con una sparata che prometteva l’espulsione di tutti i rom stranieri (non potendo «purtroppo» espellere quelli italiani) e poi con una correzione. Si tratterebbe ora solo di garantire la legalità nei e attorno ai campi rom. La prima versione colpiva in modo indifferenziato un’intera etnia, estremamente variegata al suo interno, solo grossolanamente identificabile con gli abitanti dei campi irregolari e arbitrariamente accusata in blocco di vivere di traffici illeciti. La seconda faceva invece leva su problemi evidenti di più o meno grave illegalità e di incompatibilità con il vivere senza conflitti nelle nostre città. Rifiutare la prima versione non significa anche negare fondamento alla seconda.

Piccoli e meno piccoli episodi, concentrati di certe aree delle città, creano il contesto di insofferenza che fa accettare la denuncia indiscriminata ed apprezzare chi promette di «cambiare la musica». Vi sono episodi, che sono minori se visti sul piano nazionale, ma che pesano quotidianamente su chi li subisce. Si ricorderà la vicenda dell’autobus della linea che unisce Torino a Borgaro: le angherie di rom del vicino campo sui passeggeri, le richieste del sindaco di aggiungere una linea che non prevedesse fermate in prossimità del campo, le accuse rivoltegli di razzismo.

Il problema è rimasto aperto, come dimostrano anche recenti episodi. Come accoglie il discorso di Salvini (nelle due versioni) chi non può prendere tranquillamente l’autobus per andare a scuola o al lavoro? La sicurezza è un diritto, cui corrisponde un dovere primordiale dello Stato. Sia il rischio concreto, sia anche la percezione di insicurezza ne rappresentano il contrario. È vero che i reati in generale calano, ma il dato non smentisce la realtà vissuta in certi luoghi più che in altri. In proposito la mappa degli orientamenti elettorali sul territorio è interessante. Poi certo vi è chi plaude alla ruspa che abbatte la casupola illegale dell’anziana rom, ma non parla del vasto fenomeno delle case abusive ovunque in Italia. Ma questo è un altro discorso. Ho citato la questione rom, perché oggetto delle recenti prese di posizione del ministro dell’Interno, nell’imminenza delle elezioni amministrative.

Ma i fenomeni di illegalità sono ben più vasti. È imponente, per esempio, il fenomeno delle occupazioni di case popolari, che vedono dei violenti estromettere i legittimi assegnatari. Le sue dimensioni dimostrano l’impotenza, se non anche la tolleranza, da parte di Comuni, Regioni, questori e prefetti. Fenomeni di racket si inseriscono per gestire le occupazioni, l’inerzia delle amministrazioni pubbliche lascia crescere i numeri, vi sono enti proprietari in grandi città che nemmeno sanno più chi abita i loro appartamenti e chi dovrebbe pagare il modesto canone. Riportare l’ordinaria legalità diviene problema di ordine pubblico. E vi sono privati proprietari di case che non riescono a far eseguire i provvedimenti del giudice che ordina lo sgombero degli occupanti illegali. Come ricevono il messaggio muscolare di «è ora di finirla» i cittadini che non riescono ad avere la casa cui hanno diritto? Non importa se non sarà facile far seguire davvero i fatti alle parole. Intanto si apprezzano le parole.

La questione legalità non è astratta: riguarda da un lato i prepotenti e dall’altro le loro vittime. Che sono numerose. I recenti risultati elettorali hanno mille cause. Ma troppo a lungo le amministrazioni locali che ora hanno incontrato l’insuccesso non sono parse abbastanza attente ed efficaci. Così sono state valutate e la voglia – o speranza – di «cambiamento» ha rotto gli argini.

in “La Stampa” del 30 giugno 2018

L’enigma Magda · La moglie del nazista Goebbels nel romanzo di Meike Zierfogel

Anna Foa

Il nazismo non cessa di attirare l’attenzione del pubblico, sia attraverso un’ampia e diffusa narrativa di divulgazione storica sia nella trasposizione della fiction. Se i romanzi che trattano dei campi di sterminio, come Le benevole di Jonathan Littell, hanno suscitato grandi polemiche sull’opportunità o meno di scrivere fiction su argomenti così estremi, in un periodo in cui la stessa esistenza dei campi viene messa in dubbio dal negazionismo e in cui la bilancia tra realtà e fiction si è fatta delicatissima, d’altra parte la rivisitazione in chiave romanzesca di altri aspetti di quei terribili anni offre meno materia ai dilemmi etici.

Così Magda (Roma, Sovera edizioni, 2018, pagine 105, euro 15), romanzo della scrittrice inglese di origine tedesca Meike Zierfogel dedicato alla figura di Magda Goebbels, è stato accolto senza le polemiche che hanno interessato in genere l’uso in questa materia dello strumento del romanzo, oltre che con un notevole interesse di pubblico. Tra l’altro Zierfogel, oltre che scrittrice, è anche giornalista e fondatrice di un’interessante casa editrice a Londra, la Peirene Press.

Magda Goebbels, la moglie del ministro della Propaganda del Terzo Reich Paul Joseph Goebbels, uno degli uomini più vicini a Hitler, è in effetti una figura estremamente interessante, e l’autrice, che ne è chiaramente affascinata, la dipinge in cinque capitoli, potremmo meglio definirli quadri, diversi. Due di questi riguardano la sua infanzia e la sua adolescenza, i difficili rapporti con la madre e la famiglia d’origine. Un terzo, completamente frutto di invenzione, è dedicato al diario della figlia maggiore dei sei figli di Magda, Helga, e alla sua graduale consapevolezza dei crimini dello “zio Adolph” e dei suoi genitori. Gli altri due sono dedicati alla tragedia che si svolge nel bunker di Hitler, mentre il nazismo viene sconfitto. Qui Magda, che non ha voluto mettere in salvo i suoi sei figli bambini, li avvelena prima di suicidarsi a sua volta con il marito. Tutto reale, questo, anche se non sappiamo se Magda abbia ucciso i figli di sua mano o se si sia fatta aiutare dal medico delle ss Ludwig Stumpfegger.

All’epoca dell’omicidio-suicidio del maggio 1945, Magda Goebbels aveva 44 anni. Era figlia di un ingegnere e una cameriera, che avevano divorziato quando la bambina aveva tre anni. Sua madre si era risposata con un commerciante ebreo che le aveva fatto da padre, Richard Friedlaender, e che si diceva fosse in realtà il vero padre della bambina. Più tardi, al momento del suo primo matrimonio, Magda avrebbe mutato il suo cognome, perché suo marito non sposasse una donna con un cognome ebraico. Dopo aver divorziato, Magda, ormai totalmente affascinata dal nazismo, sposò Goebbels. I suoi rapporti con Hitler erano strettissimi e lei divenne la first lady del Reich nazista. I suoi sei bambini biondi, raffigurati ovunque, diventarono a loro volta, senza che ne avessero colpa, l’immagine stessa dei bambini “ariani”.

Eppure, se davvero Magda era la figlia naturale del suo patrigno, di puro sangue ariano non ne avevano molto. Era certamente una donna forte, dotata di un suo carisma. Nel romanzo, Goebbels, che pure la tradisce continuamente, ne è completamente dominato, e lo stesso Hitler la ammira e predilige. Le conferisce la medaglia d’oro di Madre della Nazione. E così, la figlia adottiva (se non naturale) di un ebreo diventa il simbolo della razza ariana, i suoi sei bambini biondi l’immagine della nuova Germania hitleriana. Fino alla sconfitta del nazismo, e all’omicidio-suicidio nel nido d’aquila di Hitler.

È una storia che ha tutti gli ingredienti per affascinare il grande pubblico, a cui molto piacciono le storie segrete dei grandi personaggi. Ricordate quante volte i giornali di gossip, fin dagli anni Cinquanta, hanno rilanciato l’ipotesi che lo stesso Hitler, che certo non assomigliava ai suoi vichinghi biondi, fosse in realtà di origine ebraiche? Leggende, nel suo caso, non prive di qualche traccia di antisemitismo (non voleva in fondo dire che a sterminare gli ebrei era stato un ebreo?), qualcosa di più di una leggenda nel caso di Magda Goebbels, che portava il nome Friedlaender fino al suo primo matrimonio.

Il libro è un romanzo molto piacevole e ben scritto. È fondato su attente basi documentarie, senza sbavature storiche o invenzioni non dichiarate. Il problema etico di schierarsi, di condannare il nazismo, non è assente nel romanzo e viene risolto in maniera romanzesca: è infatti alla figlia più grande di Magda Goebbels che l’autrice affida il ruolo del risveglio della coscienza. La ragazza, parlando con un giovane soldato di cui si innamora, scopre gli orrori del nazismo. Finirà avvelenata dalla madre, come gli altri figli. Ma non è questo, in realtà, che interessa l’autrice. Quello che la interessa è il personaggio Magda, gli enigmi della sua esistenza, l’influenza che ha su Adolf Hitler, il suo rapporto con Goebbels, che domina totalmente. E l’assassinio dei bambini naturalmente. E ancora, il rapporto tra la madre di Magda e la figlia.

Raccontando la genesi del suo libro, l’autrice dice di aver voluto, fra l’altro, indagare su come una donna intelligente avesse potuto diventare la “prima donna” del Terzo Reich. La sua risposta, però, non sazia la nostra curiosità: «Si innamorò di uomini potenti e carismatici — scrive — alla ricerca di significati, trovò nel fanatismo nazista una risposta emotiva». Sì, ma perché Goebbels, e in un certo senso anche Hitler, si innamorarono di lei? A questa domanda, la scrittrice, in realtà, non riesce a rispondere, forse perché non ci sono risposte, solo domande in questa terribile storia.

in L’Osservatore Romano 27 giugno 2018

 

Social media e populismi. La manipolazione dell’informazione

Marco Pratellesi

Negli ultimi dieci anni si è consumata una trasformazione radicale e profonda nel nostro modo di comunicare. Siamo migrati da una società della comunicazione – l’era dei mass media, dove l’informazione viaggiava da uno a molti – alla società della conversazione – l’era dei personal media, con lo scambio di informazioni da molti a molti. Poiché quando cambia il nostro modo di comunicare è tutta la società che cambia, appare lecito chiedersi se il linguaggio dei social media sia consustanziale alla rinascita dei populismi che attraversa gli Stati.

Nell’Italia dialettale del dopoguerra, la televisione ha avuto un ruolo fondamentale nella riunificazione della lingua. I cittadini cercavano faticosamente di innalzare il proprio linguaggio mutuando espressioni colte dai mass media. Il parlare forbito e appassionato della politica era un esempio. Oggi stiamo assistendo a un processo inverso: sono i politici ad aver adeguato il proprio linguaggio a quello del pervasivo “social media bar”, dove contano lo slogan, la battuta pronta, l’aggressione verbale, più che la logica del ragionamento. Così, il linguaggio della conversazione – informale, colorito, spesso assertivo, a tratti strampalato e provocatorio – è penetrato nella politica con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: a destra e a sinistra, dall’Europa agli Stati Uniti.

Come ha brillantemente sintetizzato la giornalista Denise Pardo sull’Espresso, “nella nuova politica, voto a parte, l’indicatore numero uno è il pollice”. Il “pollice di internet”, come già nell’antica Roma, è diventato l’indice di sopravvivenza politica ben più di altri parametri, come lo spread, ostici da capire, e quindi rappresentati come frutto di complotti delle élite nemiche del popolo.

Scoperte le virtù, e oscurati i vizi, del nuovo canale di conversazione, i politici se ne sono impossessati: evitare il contraddittorio e la mediazione giornalistica per molti di loro è diventato il nuovo mantra. Facebook, Twitter, Youtube, Instagram, tutti si sono rivelati funzionali allo scopo: la “notizia” non è più quella che nasce da un confronto e dalla verifica, ma quella che la “fonte” diffonde secondo un pensiero unico: il suo. E pazienza se così la verità muore e la democrazia si indebolisce. Lo ha spiegato con chiarezza il vice premier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, il politico europeo più seguito (il pollice su), nel corso di una diretta video su Facebook: “Quando faccio il comunicato stampa, poi i giornalisti scrivono tutte le loro cose…”. Ecco, appunto. La confusione tra informazione e conversazione è racchiusa in questa semplice, efficace, trasparente motivazione: un politico usa i social come vuole, ma non può pretendere di fare la stessa cosa con giornali, radio, televisioni. Non almeno finché su questi media si continuerà a fare giornalismo con determinate regole deontologiche ed etiche. Ma, al di là delle responsabilità dei giornalisti, che pure sono evidenti, non possiamo non considerare che il campo di gioco è cambiato. Nell’era dei mass media i giornalisti erano i “gatekeeper”, i guardiani dei cancelli dell’informazione: da loro si doveva passare se si voleva raggiungere un’audience e incidere sulla formazione dell’opinione pubblica. Viceversa, nell’era dei personal media i giornalisti sono percepiti come una fastidiosa (inutile?) presenza professionale, da evitare perché possono frapporsi nella conversazione tra il comunicatore e il “popolo”.

Il modello “personal media” si è talmente radicato nello stile dei politici che molti di loro pretendono di applicarlo anche sugli altri media, alla televisione in particolare, dove evitano il contraddittorio, pretendono di essere “ospiti solitari” o, almeno, di scegliere gli interlocutori, politici o giornalisti che siano. Il proclama, vero o falso, vince sul dovere di rispondere alle domande, il pensiero unico sul confronto delle opinioni, che dovrebbe essere la base per la formazione dell’opinione pubblica. Così, la propaganda, che erroneamente credevamo prerogativa dei regimi, vince sull’informazione.

Ma come siamo arrivati a tutto questo? La trasformazione ha una data simbolica di partenza: il 2008. E’ con la prima elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti che la politica si impossessa dei social media. Il primo “Internet President”, come veniva chiamato dal suo staff, cambia radicalmente la strategia della Casa Bianca nel campo del- la comunicazione: se milioni di persone in tutto il mondo utilizzano piattaforme social per conversare, organizzare la propria vita sociale, scambiare opinioni e informarsi, la politica deve scendere nell’arena per stare in contatto, condividere e conversare con questa nuova audience “rarefatta”. I politici americani capiscono che per formare l’opinione pubblica non bastano più i vecchi “cani da guardia” della democrazia, i mass media, ma occorre essere inseriti in quel sistema di conversazione e informazione, di interazione e condivisione che nasce “dal basso”.

Il “metodo Obama” contagia ben presto il Congresso, dove senatori e deputati muniti di cellulare inondano i social di video per raccontare le proprie iniziative politiche: “Oggi ho fatto questo, domani farò quest’altro”. Il politico comunica direttamente, fuori da ogni mediazione, con i propri lettori. Il lato debole di questa “conversazione” emerge subito: senza contraddittorio, senza mediazione giornalistica, il politico può fare passare la sua visione, il suo punto di vista, diventa giudice unico del proprio operato e di quello dei propri avversari. La strada per le fake news è virtualmente aperta, l’avvento dell’era della post verità è solo questione di tempo e radicalizzazione.

In questi dieci anni l’idillio tra politica e social media è cambiato giorno dopo giorno con una progressiva assimilazione del linguaggio “popolare” da parte dei leader dei partiti. Il populismo se ne è alimentato. Poi, con la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016, sono sorte le prime preoccupazioni per il dilagare delle fake news. Fino allo scandalo Cambridge Analytica, che ha disvelato le manovre per manipolare l’opinione pubblica attraverso l’utilizzo dei dati profilati degli utenti di Facebook. “La manipolazione del consenso – scrive il garante della Privacy, Antonello Soro, nel suo libro “Persone in rete” (Fazi Editore) – resa possibile dal condizionamento delle opinioni dei cittadini profilati in base al loro comportamento in Rete, costituisce, infatti, un pericolo per la tenuta delle democrazie, che rischiano di regredire verso regimi plutocratici, fondati sul potere informativo”. A 27 anni dalla nascita del web, che ha permesso la diffusione sempre più capillare di Internet e il sogno della democrazia partecipativita della rete, il corto circuito è completato. Il 31 maggio scorso un aereo volteggiava sulle teste degli azionisti di Facebook riuniti in un hotel di Menlo Park. Portava uno striscione: “You broke democracy”, hai sfasciato la democrazia, c’era scritto.

(in Il 4° Rapporto AGI-Censis, L’insostenibile leggerezza dell’essere digitale, 2018)

Immigrati. L’altra faccia della medaglia: il sistema previdenziale

Matteo Prioschi

Gli immigrati consentono di risolvere un problema che il sistema previdenziale attuale non è in grado di affrontare, cioè la riduzione del numero di lavoratori italiani. Quasi a rispondere alle dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, intervenuto anch’egli al Festival del lavoro, ha ricordato come gli scenari demografici prevedano che la riduzione dei flussi migratori già in atto non consente di compensare la diminuzione della popolazione autoctona.

«Il sistema previdenziale – ha detto Boeri – ha meccanismi che tengono conto dell’allungamento della vita, ma non è in grado di adattarsi al fatto che diminuiscono le coorti di pensioni che entrano nel sistema. La classe dirigente deve spiegare agli italiani che questo è un problema ed è immediato perché anche ammettendo che gli italiani riprendano a fare figli ci vorranno almeno 20 anni prima che inizino a versare contributi mentre gli immigrati versano subito».

Pensioni di domani fardello sui lavoratori
Il sistema previdenziale italiano si basa sul fatto che le pensioni attuali vengono pagate da chi lavora oggi. E se si riduce il numero di contribuenti, diventa difficile mantenere la situazione bilanciata. Sempre Boeri ha ricordato che, in base alle valutazioni del Fondo monetario internazionale, oggi in Italia ci sono 2 pensioni ogni 3 lavoratori mentre tra vent’anni ci sarà 1 pensionato per 1 lavoratore. Tenuto conto che gli assegni oggi valgono «mediamente l’83% del reddito» incassato in precedenza dall’interessato, «si crea un fardello molto pesante che grava sui lavoratori».

La flessibilità ha dei costi
La necessità di tenere i conti in ordine non vieta però in assoluto di prevedere l’introduzione di misure di flessibilità in tema pensionistico. Tuttavia «la flessibilità ha dei costi che si devono rendere neutrali con aggiustamenti attuariali» per cui se si va in pensione prima si riceve un assegno meno ricco, dato che la speranza di vita è più lunga. E su questo fronte sarebbe utile tenere conto delle differenti aspettative di vita in relazione all’attività lavorativa svolta, ma a questo riguardo «non si hanno ancora notizie della commissione prevista dall’ultima legge di bilancio» che avrebbe dovuto raccogliere ed elaborare i dati disponibili.

Dal taglio dei vitalizi 200 milioni di risorse
In tema di equilibrio di costi e di equità, sul fronte dei vitalizi per i quali l’ufficio di presidenza della Camera ha messo a punto un taglio consistente con relative polemiche, Boeri ha ricordato che in base alle stime fatte dall’Inps, il risparmio complessivo potrebbe arrivare a 200milioni di euro, coinvolgendo più istituzioni oltre alla Camera fino ad arrivare ai consiglieri regionali. Si tratta di un «niente rispetto al nostro debito pubblico, ma sono importanti rispetto ad altre voci di spesa, come la Dis-coll, l’indennità di disoccupazione per i collaboratori, che costa meno di tale cifra». E al di là dei numeri si tratta di un intervento simbolico «che conta tantissimo perché – secondo Boeri – chi chiede alle famiglie di fare sacrifici deve dare il buon esempio, altrimenti non ha diritto di chiedere alcunché ai cittadini».

Censimento iscritti ai sindacati quasi al traguardo
È in prossimità del traguardo, invece, il censimento degli iscritti ai sindacati. «Siamo vicini a chiudere un accordo storico – ha dichiarato il presidente dell’Inps – che consentirà di avere misurazioni oggettive e a quel punto potremo dare significato alla definizione di rappresentatività» . Questo è un aspetto rilevante, che è stato oggetto ieri di un vivace scambio di opinioni tra i rappresentanti dei consulenti del lavoro e i vertici dell’Ispettorato nazionale del lavoro (secondo cui si può già fare riferimento ai dati raccolti dal ministero del Lavoro). In base alla normativa attuale, infatti, numerose agevolazioni e interventi di flessibilità contrattuali sono riservati alle aziende che applicano contratti sottoscritti da associazioni comparativamente più rappresentative.

in Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2018

 

Europa. Una unione lacerata da contraddizioni ed egoismi nazionalistici

Valerio Castronovo

Una lampante quanto significativa eterogenesi dei fini è la mutazione, avvenuta da un giorno all’altro, dell’agenda dei lavori del Consiglio europeo in corso a Bruxelles. In cima ai temi che si sarebbero dovuti trattare nel vertice indetto da tempo fra i capi di Stato e di governo della Ue figuravano infatti (per iniziativa, in particolare, del presidente francese Emmanuel Macron) la riforma dell’Eurozona, a cominciare dalla formazione di un bilancio comune e di un fondo di investimenti più consistente per la crescita dell’economia, nonché il rilancio del processo d’integrazione dell’Unione europea mediante una strategia omogenea in fatto di politica estera, difesa e sicurezza.

Adesso invece ci si trova a discutere nel summit di Bruxelles soprattutto, se non esclusivamente, della questione migratoria: senza, peraltro, che al riguardo si sia giunti a una possibile intesa, in linea di massima, nell’incontro preliminare tenutosi qualche giorno fa, per di più disertato dai rappresentanti del Gruppo di Visegrad, d’altronde contrari da sempre al sistema delle quote per la redistribuzione degli immigranti richiedenti asilo.

È fuor di dubbio che a imporre il problema di una revisione a tutti gli effetti del regolamento di Dublino sia stato il nuovo governo giallo-verde italiano contestando innanzitutto l’assunto che contempla l’obbligo dell’accoglienza dei migranti e la responsabilità per ogni loro richiesta d’asilo al primo Paese d’arrivo nell’Unione europea. Negli ultimi anni queste norme hanno gravato quasi per intero sul nostro Paese, dopo la chiusura della rotta balcanica negoziata nel marzo 2016 da Bruxelles (tramite Angela Merkel) con la Turchia di Erdogan, impegnatosi a trattenere in propri campi d’internamento le ondate di profughi dalla Siria e da altre “aree calde”, nonché di migranti per motivi economici in cerca di fortuna nei Paesi del Nord Europa, in cambio di un ragguardevole finanziamento da parte della Ue. Nel frattempo l’Italia è stata lasciata pressoché sola nei salvataggi in mare e nella gestione dei flussi migratori provenienti, attraverso il Mediterraneo centrale, da varie contrade africane: senza che ci si preoccupasse a Bruxelles per le crescenti reazioni d’insofferenza e le prevedibili conseguenze politiche che questo stato di cose avrebbe alla lunga generato, ma ritenendo che a neutralizzarle sarebbe bastato accordare a Roma qualche margine di flessibilità nella manovra finanziaria.

Oltretutto si è continuato, in pratica, a sottovalutare la portata di un fenomeno epocale come l’odissea di una gran massa di gente in fuga dalle zone più diseredate del Quarto mondo. Col risultato che questo nodo altrettanto spinoso quanto ineludibile ha finito col relegare in second’ordine, nel vertice in atto a Bruxelles, le questioni ancorché cruciali concernenti la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) e l’adozione di un adeguato sistema collegiale di assicurazione e garanzia dei depositi bancari in caso d’emergenza. E ciò nonostante Parigi e Berlino si siano adoperate nei mesi scorsi per cercare di ricucire le loro sostanziali divergenze in proposito e su altri dossier.

A complicare ulteriormente la situazione è sopraggiunta ora la disputa insorta fra la Merkel e il suo ministro dell’Interno e leader della Csu Horst Seehofer, che vorrebbe respingere, alla frontiera della Germania, quanti risultano già approdati e registrati fra i richiedenti asilo in altri Paesi della Ue. La questione dei “movimenti secondari” dei rifugiati ha reso perciò ancor più ardua la ricerca di una soluzione efficace e condivisa: tanto più se si considera, oltre all’avversione pregiudiziale dei Paesi dell’Est a uno smistamento proporzionato dei profughi, anche la riluttanza di quelli scandinavi a farsi carico di qualsiasi genere di solidarietà e cooperazione che comporti determinati oneri finanziari.

Nel pur accidentato itinerario dell’Europa mai si è assistito a tanti e così forti scontri nazionali di principio e d’interesse muro contro muro. Al punto che si profila il rischio di uno sgretolamento delle istituzioni comunitarie. Anche perché, qualora non si arrivasse a Berlino a una composizione del dissidio fra la Merkel e Seehofer, salterebbe la Grosse Koalition (già esposta a un ripensamento dei socialdemocratici) e avanzerebbe sulla scena politica l’ultradestra. In tal caso la Germania, da bastione (sia pur controverso per i suoi rigidi dettami di austerità) quale è stata finora dell’Unione europea, si trasformerebbe in una sorta di mina dirompente per l’assetto e il futuro del continente.

in Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2018

 

Vivere vuol dire anche resistere al dolore, scommettere sul futuro

Nunzio Galantino

«Come chi, messosi in mare su una barchetta, viene preso da immensa angoscia nell’affidare un piccolo legno all’immensità delle onde, così anche noi soffriamo mentre osiamo inoltrarci in un così vasto mare di misteri». (Origene). Mi ci vedo con questa barchetta nell’oceano a sfidare le onde e le tempeste, a sentirmi piccolo e perso in mezzo al mare gonfio e sconosciuto, senza un approdo e senza una rotta. Mi sento così, e tante volte, nella vita: col batticuore, la fatica e la sofferenza di poter rovinare sugli scogli o essere sommerso dalle onde. Un mare di misteri: la vita, l’amore, la morte, Dio. E io che posso fare in questo mare? Dove dirigere la prua della mia barchetta? Andare a caso affidandomi ai venti o scrutare lontano per cercare una terra, una promessa, una meta solo sperata? Se non si rimane soli è più facile non lasciarsi spaventare dal mare in burrasca. Prima o poi le tempeste si placano. Lo so e l’ho provato. Aspettare la bonaccia e aver fiducia in questo mare che mi sorregge. Solo affidandosi a Chi è amante della mia vita sarà possibile sentirsi dire: coraggio, alzati. Sapendo però che il nostro cammino, il più delle volte, si fa di notte, quando intorno è solo buio e tenebra fitta. Senza frecce o segnali che indicano la strada. Senza il chiarore di una lampada che illumina il sentiero. E di notte poi è ancora più rischioso cadere, tutto è ovattato e silenzioso, ogni cosa è impenetrabile e noi siamo soli. «Coraggio, alzati!», ho provato a dire a persone incontrate e con il cuore gonfio di dolore e pieno di lacrime.

Alcune storie mi hanno insegnato che è tanto facile lasciarsi andare alla deriva dell’onda di queste lacrime che premono, che ingrossano e mandano in pezzi i nostri appigli. «Coraggio, alzati!», ho provato a dire, perplesso, a chi faceva fatica a vedere dov’era il suo volto, sentendosi solo burattino, inginocchiato su un palcoscenico che nemmeno conosceva. Con la solita vita da ricominciare ogni mattina, con lo stesso lavoro da fare ogni giorno, con le stesse stupidaggini da evitare ogni momento, con sempre le stesse imperfezioni da tentare di correggere.

Quando ho smesso di dire «Coraggio, alzati!» e mi sono incamminato anch’io sugli stessi sentieri è stato come guardare un bambino che sta imparando a camminare, e sorridere delle sue cadute, che non si sofferma poi tanto e subito si rialza e che, nonostante i lividi, i graffi e i bernoccoli, la sete di tentare e di riuscire finisce per essere più grande della paura e della sua goffaggine: sempre si rimette in piedi e ci riprova. È la vita che lo chiede. Forse anche in questo dovremmo sforzarci di ritornare come bambini. E invece preferiamo restare annientati in terra a guardare le nostre ferite. Come se non ci appartenessero, come se anche quelle non facessero parte della vita: stupiti e doloranti ne pesiamo la gravità, le misuriamo e poi calcoliamo quanto male ci hanno fatto. Le consideriamo un incidente imprevisto, che proprio non doveva toccarci; ci ostiniamo a cercare di spiegarne la ragione, a trovarne il senso, la direzione.

Se tutti i bambini si comportassero così avremmo una generazione di paralitici, una popolazione di smidollati capaci solo di contemplare le proprie gambe atrofizzate. La vita è movimento, è coraggio di rischiare, è resistere al dolore, è scommettere sul futuro. Certo, avanzeremo con passo un po’ goffo e impacciato, ma non resteremo sconfitti per terra: le ferite bruceranno, i piedi graffiati ci faranno un po’ male, ma non umilieranno la vita che è in noi. Apparterremo così a un’altra generazione di uomini e di donne. Non a quella di chi si installa poco a poco nella morte, con gli occhi spenti dei delusi e i muscoli flaccidi di chi non ha attese o desideri. Apparterremo a un’altra generazione di uomini e donne. Non fa niente se, barcollando, ci sembrerà di non sapere da che parte dirigerci. Seguiamo il fiotto della vita, intuendone magari solo il profumo, allungando un po’ lo sguardo verso un orizzonte che ci appare inafferrabile: siamo nati per questo, per questo infinito che non riusciamo a contenere, per tutte le assenze che vorremmo presenti e ci sembrano estranee e lontane. Tocca a noi renderle vicine.

in “Il Sole 24 Ore” del 30 giugno 2018

Il primo “ristorante formativo” in Italia. Giovani e lavoro

Ristorante formativo – Impresa didattica

Le Torri sono il primo ristorante formativo in Italia e rappresentano una delle realizzazioni più significative dell’impresa formativa CEFAL.

Situate in via della Liberazione 6 (Bologna), in zona fiera, a due passi dal centro storico, le Torri dispongono di un’ampia sala con bar che può ospitare oltre 100 persone e di una cucina nella quale possono lavorare fino a 15 operatori o allievi in formazione.

Il ristorante Le Torri può ospitare convegni e meeting di lavoro in quanto dispone anche di tre sale riunioni delle quali la più grande ha una capienza di 60 posti.

La ristorazione è un settore trainante dell’economia bolognese, connotata anche da una cultura ed una tradizione ben radicata nel territorio. Le ventotto ricette tipiche della cucina bolognese depositate presso la Camera di Commercio ne costituiscono una tangibile testimonianza.

CEFAL, Impresa formativa che è anche Scuola di ristorazione attenta alle istanze del mondo produttivo e del lavoro, ha cercato di far convivere questi tre aspetti: fare formazione attraverso il lavoro, realizzare una Scuola di ristorazione che valorizzi la cucina bolognese ed i prodotti tipici del territorio, dare una risposta ai giovani, (in primo luogo, ma non solo) che cercano occupazione e alle imprese di ristorazione che necessitano personale qualificato.

Il ristorante formativo è un pubblico esercizio che eroga percorsi di formazione personalizzati basati sulla realizzazione di servizi ristorativi, che sono commercializzati in maniera remunerata nei limiti necessari alla realizzazione delle finalità formative. Lo status del beneficiario nel ristorante formativo è quello di persona in formazione, non di lavoratore, ma il ristorante formativo è una impresa con dei clienti veri. L’allievo acquisisce competenze praticando il mestiere, beneficiando, inoltre di servizi di supporto pedagogico e di accompagnamento socio-lavorativo. Il presupposto è che l’allievo apprenda meglio attraverso un’esperienza che non è simulata, ma calata in un vero contesto produttivo i cui standard di qualità devono risultare adeguati al mercato.

Quest’anno ottanta ragazzi della Scuola di ristorazione CEFAL si alterneranno, a turno, in cucina, in sala, al bar del Ristorante formativo, specializzandosi nelle ricette tipiche della cucina bolognese per promuoverla e farla conoscere ed apprezzare presso i clienti del Ristorante. Lo staff del ristorante è composto da tre professionisti: uno chef, con ampia esperienza di cucina tradizionale bolognese e due aiuti di cucina e di sala.

ELEMENTI DI METODO

PRODUZIONE DA PARTE DEGLI ALLIEVI E INTERDISCIPLINARITÀ

La realizzazione di prodotti facilita una programmazione didattica che faccia dell’interdisciplinarità la modalità naturale di lavoro. Non è raro che alcuni ragazzi scoprano qui, misurandosi con un fare produttivo e dovendo interpretare ruoli diversi, di possedere talenti impensati.

Nella co-produzione con gli insegnanti che collaborano alla realizzazione dei prodotti avviene un’esperienza di scambio intergenerazionale. L’insegnante non è solo chi pone i problemi e ne detiene le soluzioni, ma è chi accompagna gli allievi ad affrontare gli interrogativi che sorgono man mano e a rielaborare le esperienze fatte. Come già detto altrove, questo ruolo richiede un equilibrio tra conferma della capacità dei ragazzi (che altrimenti abbandonerebbero il campo) e spinta alla problematizzazione. Questo ruolo viene portato a compimento nel momento della rielaborazione, che consente ai partecipanti di sviluppare consapevolezza nei confronti del significato dell’esperienza a loro proposta. Si tratta di un significato riscontrabile dagli allievi, non solo oggetto di programmazione didattica: questo risulta evidente dalla cognizione che i ragazzi hanno degli obiettivi dell’esperienza e dei suoi effetti di ricaduta sul percorso di ciascuno e di gruppo classe.

La produzione da parte degli allievi rappresenta sia l’innesco delle competenze già presenti nei ragazzi, nella logica di una struttura di lavoro definita come “apprendimento in aderenza”, e quindi l’aggancio per promuovere autostima, conferma e protagonismo, sia e soprattutto il luogo della scoperta, dell’acquisizione e sperimentazione di competenze nuove o comunque maggiormente complesse. In questo senso si lavora a definire il prodotto finale acquisendo progressivamente le competenze necessarie per realizzarlo. Ed è così che si verifica un percorso di apprendimento interdisciplinare sollecitato dalla tensione alla realizzazione del prodotto finale: sembra interessante dal punto di vista metodologico questo reciproco potenziamento tra processo e prodotto. La produzione concreta svolge un ruolo fondamentale anche considerando le specifiche caratteristiche di questi allievi, scarsamente a loro agio di fronte a saperi teorici. Il contesto produttivo è quello in cui la teoria assume forme concrete che diventano più comprensibili, oltre che più interessanti per gli allievi.

Una definizione generativa emersa nel corso di un’intervista è quella di “interdisciplinarità leggera”. Non si tratta di costruire collegamenti tra le materie sulla base degli accordi presi tra i docenti, ma di affrontare insieme agli allievi un problema stimolante e sviscerarlo con intuizioni e sviluppi progressivi, sulla base della curiosità e degli interrogativi che si presentano. Il punto di partenza del progetto è proprio interdisciplinare: connettere teoria e pratica. Ad esempio: concetti matematici sono certamente utili per la gestione di un ristorante formativo (pensiamo alle proporzioni necessarie per dosare gli ingredienti di un piatto in base al numero di persone, o ai conti necessari per equilibrare entrate e uscite), così come competenze linguistiche (potrebbero servire per gestire la comunicazione e promozione esterna del locale). Ma questi aspetti riguardano solo alcune parti della disciplina e possono essere usati efficacemente solo connettendo chi fornisce le indicazioni teoriche con chi le utilizza a fini pratici.

ACCORDI CON ALTRI ENTI

Nel percorso formativo degli allievi possiamo individuare tre macrofasi: ingresso, formazione, preparazione all’uscita (auspicabilmente verso il mondo del lavoro). Il punto di partenza consiste in un processo di conoscenza: il tutor è responsabile di attività di accoglienza attraverso le quali il ragazzo prende contatto con la scuola e i suoi spazi, ne capisce il funzionamento, esprime le proprie aspettative. La conoscenza è anche conoscenza del ragazzo, e presuppone l’incontro con le famiglie e, spesso, con i servizi sociali e/o le comunità che si occupano dei minori (molti allievi sono seguiti). Questo incontro non è semplice: dall’esperienza approfondita emerge come a volte i servizi non forniscano in prima battuta le informazioni necessarie, temendo una stigmatizzazione da parte dell’ente di formazione. La costruzione di un lavoro comune è esito di un processo di conoscenza personale realizzato nel corso degli anni con i referenti degli enti.

Durante la formazione, gli accordi sono essenziali per far conoscere agli allievi i servizi presenti sul territorio, far sì che questi possano essere una rete di sostegno in questa fase di crescita. A cavallo tra formazione e preparazione all’uscita si colloca il lavoro con le aziende coinvolte negli stage. I ragazzi sono a continuo rischio di dispersione: scegliere la sede giusta per lo stage (anche grazie ad una banca dati aggiornata), accompagnarli nella fase iniziale, mantenere contatti con i tutor aziendali, curare la valutazione e intervenire tempestivamente in caso di difficoltà sono azioni che possono fare la differenza. Agli stage si affiancano le attività extrascolastiche che permettono agli allievi di sperimentare alcuni ambienti di lavoro, favorendo la comprensione del senso di ciò che stanno studiando.

Su un altro versante, le collaborazioni aprono opportunità e servono anche a comunicare le prospettive di lavoro assunte da un ente. Ad esempio: il ristorante/impresa formativa può sviluppare e far intendere meglio (anche e soprattutto ai clienti) la sua funzione non solo di ristorazione ma soprattutto educativa e sociale decidendo di collaborare con associazioni e servizi per disabili: utilizzare le loro produzioni agricole come materie prime o usufruire dei servizi di lavanderia sono scelte funzionali alla gestione del ristorante ma anche alla messa in pratica di una certa idea sociale, su cui si fonda la stessa esperienza del ristorante.

Il padre della astrofisica in Italia. A 200 anni dalla nascita di Angelo Secchi

Convinto che la scienza debba essere al servizio del bene pubblico, è stato l’ideatore del primo servizio di allerta meteo nazionale e fondatore dell’astrofisica in Italia. Astronomo e gesuita, Angelo Secchi è celebrato a Roma a 200 anni dalla nascita con l’emissione di un francobollo commemorativo della bozzettista Cristina Bruscaglia, nel corso di una cerimonia organizzata dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e dall’Accademia Italiana delle Scienze detta dei 40.

“Divulgatore di successo, convinto che la scienza debba essere alla portata di tutti, Secchi era un personaggio molto popolare ai suoi tempi per il grande richiamo delle sue conferenze”, ha spiegato all’ANSA l’astronoma dell’Inaf Ileana Chinnici, autrice di una biografia di Secchi in uscita nei prossimi mesi.

“Era un uomo profondamente moderno, pur essendo vissuto a cavallo dell’unità d’Italia”, ha aggiunto. “Incoraggiò ad esempio le persone a creare piccoli osservatori meteorologici”. In questo fu un antesignano della ‘citizen-science‘, l’insieme di attività collegate alla ricerca a cui partecipano semplici cittadini.

Nato a Reggio Emilia, direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano, Secchi è stato tra i primi a utilizzare la fotografia e la spettroscopia in campo astronomico e a studiare le macchie solari. “Oggi celebriamo Secchi con uno sguardo al futuro”, ha detto il presidente dell’Inaf Nichi D’Amico. “Dai suoi primi studi l’astrofisica ha fatto enormi progressi e oggi – ha concluso – l’Inaf è coinvolta nella realizzazione in Cile del più grande telescopio al mondo, l’E-ELT (European – Extremely Large Telescope) dell’Osservatorio Europeo Meridionale (Eso), per lo studio della chimica dell’atmosfera dei pianeti esterni al Sistema Solare in cerca di segni di vita”.

Conto corrente di base europeo low cost. Chi sono gli aventi diritto

Federico Formica

Alla fine di un lungo percorso il conto corrente di base europeo è finalmente realtà. Le fasce più povere della popolazione potranno accedere a un conto, legato a un bancomat, con il quale effettuare un numero limitato di operazioni sia in entrata che in uscita. Il costo annuale sarà “ragionevole” e, in ogni caso, non verranno applicate commissioni di alcun tipo.

Da pochi giorni è infatti in vigore il decreto 70 del 3 maggio 2018, a firma dell’ormai ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che dà attuazione al decreto legislativo del 15 marzo 2017 che, a sua volta, recepiva la direttiva europea 2014/92. Tra le novità introdotte dall’ultimo decreto ci sono i criteri per accedere allo strumento finanziario.

Il conto di base europeo è dedicato ai cittadini con Isee non superiore agli 11.600 euro e ai pensionati con Isee lordo non superiore ai 18.000 euro. I pensionati dovranno comunicare alla propria banca l’importo della propria pensione entro il 31 maggio di ogni anno.
Con il nuovo conto base si potranno fare alcune operazioni, spesso limitate nel corso dell’anno:

Per chi ha un Isee inferiore agli 11.600 euro:

  • 6 prelievi di contante allo sportello;

  • prelievi illimitati all’Atm della propria banca;

  • 12 prelievi agli Atm di altre banche;

  • bonifici in uscita illimitati;

  • 36 bonifici Sepa in entrata (stipendio o pensione compresi);

  • 12 versamenti tra contanti e assegni;

  • pagamenti illimitati con bancomat.

Per i pensionati con Isee non superiore ai 18.000 euro:

  • 12 prelievi di contante allo sportello;

  • prelievi illimitati all’Atm della propria banca;

  • 6 prelievi agli Atm di altre banche;

  • bonifici in uscita illimitati;

  • bonifici Sepa in entrata illimitati;

  • 6 versamenti tra contanti e assegni;

  • pagamenti illimitati con bancomat.

In La Repubblica 29 giugno 2018