Archivio mensile:maggio 2018

Nuovo Codice della Privacy- GDPR in tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea

Di cosa si tratta

A partire dal 25 maggio 2018 è direttamente applicabile in tutti gli Stati membri  dell’ Unione Europea Il Regolamento UE 2016/679, noto come GDPR (General Data Protection Regulation)  relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali. Il GDPR nasce da precise esigenze, come indicato dalla stessa Commissione Ue, di certezza giuridica, armonizzazione e maggiore semplicità delle norme riguardanti il trasferimento di dati personali dall’Unione europea verso altre parti del mondo. Si tratta soprattutto di una risposta, necessarie e urgente, alle sfide poste dagli sviluppi tecnologici e dai nuovi modelli di crescita economica, tenendo conto delle esigenze di tutela dei dati personali sempre più avvertite dai cittadini Ue.L’Italia non ha ancora approvato il decreto legislativo di armonizzazione con il Codice Privacy, provvedimento necessario a chiarire una serie di punti, rendendoli coerenti le nuove direttive con l’impianto normativo nazionale in materia.  Ma la sua mancata approvazione nei tempi previsti (21 maggio) non rappresenta un ostacolo all’entrata in vigore del Regolamento UE, che in base a quanto prevede l’articolo 99 “si applica dal 25 maggio 2018”.

Le principali novità per i cittadini introdotte dal GDPR

Il nuovo Regolamento è molto dettagliato e prevede una serie di adempimenti e nuovi oneri a carico di aziende e enti che gestiscono i dati, ma cosa cambia di fatto per i cittadini? Nel Regolamento sono individuabili ben 12 novità che introducono maggiori diritti per i cittadini in tema di tutela della privacy.

  1. La richiesta del consenso

Se si fornisce il consenso è necessario essere informati su chi utilizzerà i nostri dati e le finalità che saranno perseguite. Le modalità con le quali potrà essere richiesto il consenso variano in base al tipo di servizio o all’utilizzo o meno di mezzi elettronici ma, comunque, le informazioni dovranno essere fornite utilizzando un linguaggio semplice e chiaro.

 La richiesta di consenso, indipendentemente dalla modalità in cui viene formulata, deve esplicitare all’utente, nel momento in cui i dati personali sono ottenuti, le informazioni circa il titolare del trattamento, gli eventuali destinatari nonché le finalità dell’utilizzo dei dati (espresso sia in termini di natura che di durata). In aggiunta alle predette informazioni, il titolare del trattamento, al fine di garantire un uso dei dati corretto e trasparente, è obbligato a fornire all’interessato informazioni circa i suoi diritti di intervenire sull’utilizzo nonché sul periodi di conservazione dei dati.

  1. La prestazione del consenso

La prestazione del consenso è il primo atto di partecipazione attiva dell’utente e rappresenta l’accettazione, non obbligatoria, al trasferimento e trattamento dei dati. Il consenso deve essere espresso mediante un atto positivo inequivocabile, libero e specifico. Non è vincolante il mezzo, potendo comunicarlo in forma scritta, mediante mezzi elettronici o oralmente. è anche importante sottolineare è che il consenso non si esaurisce nel momento in cui viene prestato, bensì si autorizza semplicemente la società che raccoglie i dati al trattamento degli stessi. Tenuto conto, tuttavia, che quei dati rappresentano il cittadino e continuano a rappresentarlo anche durante e dopo il trattamento, occorre che, già all’atto della prestazione del consenso, questi sia debitamente informato delle garanzie che saranno adoperate per tutelare i dati nonché dei diritti che ha di accedere, di intervenire per controllare il trattamento (ad esempio presentando un eventuale reclamo), o di rettificare o anche ritirare il consenso.

  1. Il divieto di trattare alcune categorie di dati personali

Le informazioni che riguardano la persona non hanno tutte lo stesso peso e lo stesso valore. Ci sono, effettivamente, dati strumentali alla richiesta di attivazione di determinati servizi o contratti per i quali all’utente sarà sottoposto un modulo per fornire il consenso, e dati che non hanno, per loro stessa natura, alcun ruolo nella stipula di nuovi contratti. Per il primo tipo di dati indicati, il controllo che potrà essere fatto sull’operato del titolare del trattamento, nel momento in cui viene richiesto il consenso, sarà di tipo funzionale ed orientato a rispetto del principio della minimizzazione dei dati raccolti.

Vi sono poi categorie di dati, relative alla persona, per le quali vige il divieto di trattamento, superabile solo nel caso in cui vi sia un consenso esplicito prestato per assolvere a diritti e/o obblighi specifici, per tutelare interessi vitali o anche, tra l’altro, nel caso in cui sia l’interessato a renderli di dominio pubblico.

I dati per i quali vi è queta maggiore tutela sono: quelli inerenti l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, l’appartenenza sindacale, i dati genetici, biometrici, relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale. Per il trattamento di dati relativi a condanne penali occorre il controllo della pubblica autorità.

  1. il diritto di accesso dell’interessato

Il diritto di accesso dell’interessato è strettamente connesso alla durata del trattamento dei dati scaturente dal consenso prestato. La persona interessata ha sempre il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la conferma che vi sia in corso un trattamento dei propri dati e, in caso positivo, accedere alle informazioni inerenti lo specifico trattamento, ossia sapere per quali fini sono stati adoperati i dati, quali dati sono stati adoperati, a chi sono stati comunicati, il periodo di tempo entro cui i dati saranno conservati o una previsione della durata, la possibilità di esercitare i diritti di accesso.

Il diritto di accesso è il potere che può esercitare il cittadino per  controllare le conseguenze del consenso prestato e di correggerlo o di cancellarlo, come pure solo di monitorarlo ottenendo le informazioni richieste, ricordando che quei dati sono e restano dell’interessato.

  1. il dovere di fornire le informazioni richieste

Il dovere di fornire le informazioni richieste è strettamente collegato alla richiesta del cittadino formulata nell’esercizio del diritto di accesso e rappresenta il riscontro che il titolare del trattamento ha il dovere di fornire all’interessato senza alcun aggravio economico, salvo il caso in cui risultino manifestamente infondate o eccessive.

Quanto alla tempistica è stato fissato un termine massimo di un mese, prorogabile nei casi di complessità o di elevato numero di richieste. Se non dovesse rispettarla, vengono ad attivarsi ulteriori diritti di azione riconosciuti all’interessato.

  1. Il diritto di proporre reclamo/ricorso

La possibilità di proporre reclamo/ricorso è riconosciuta al cittadino nel caso in cui il titolare del trattamento non riesca a fornire le informazioni richieste dall’interessato.Infatti, decorso il tempo di un mese o più, in caso di proroga, il titolare del trattamento dovrà comunque informare delle sue difficoltà a fornire tempestivo riscontro, nonché della possibilità per il cittadino di adire, con reclamo, l’autorità di controllo oppure, con ricorso, l’autorità giurisdizionale.

  1. il diritto di rettifica

Il diritto di rettifica potrà essere esercitato ogni qualvolta l’interessato (la persona cui appartengono i dati) riscontri l’utilizzo di dati personali inesatti. Se viene riconosciuto il diritto di chiedere la rettifica, al fine di rendere efficace la richiesta, occorre che alla stessa il titolare del trattamento dia seguito senza ingiustificato ritardo. Qualora la richiesta avesse ad oggetto l’integrazione di dati incompleti, potrà essere fornita una dichiarazione integrativa.

  1. la revoca del consenso

La revoca del consenso non è sottoposta ad alcun vincolo o condizione né di carattere temporale né di natura strutturale. Così come viene garantita la possibilità di esprimere un consenso “libero”, il regolamento garantisce il diritto di revocare il consenso con la stessa “libertà”.Di ciò, ossia del diritto di revocare il consenso, il cittadino deve avere notizia già nel momento stesso in cui presta il consenso.

  1. il diritto all’oblio

Il diritto alla cancellazione dei dati, cosiddetto “diritto all’oblio”  è uno dei diritti espressi con maggiore forza dal GDPR e che è diverso rispetto alla revoca del consenso..Anzi, la revoca del consenso rappresenta uno dei possibili presupposti per ottenere la cancellazione dei dati personali.E’ un diritto fondamentale alla cui richiesta il titolare del trattamento deve adempiere, senza ingiustificato ritardo, cancellando i dati.La finalità principale di questo diritto riconosciuto all’utente è stretta conseguenza dell’uso di tecnologie sempre più avanzate che potrebbero compromettere l’immagine dell’utente continuando, ad esempio, a diffondere dati in violazione del consenso, in quanto revocato, oppure perché il trattamento dei dati è avvenuto illecitamente.

  1. il diritto di limitazione del trattamento

Il diritto di limitazione del trattamento rappresenta una ulteriore forte garanzia a tutela del cittadino attivabile ogni qualvolta vi sia una situazione da verificare o un conflitto tra interessato e titolare del trattamento. L’interessato può chiedere al titolare del trattamento, ed ha il diritto di ottenerla, una limitazione di uso dei dati. La sua portata è più estesa rispetto al semplice “blocco” del trattamento potendo, la richiesta, essere motivata facendo riferimento ad una contestazione sull’esattezza dei dati, su un ipotizzato trattamento illecito o anche perché ci si è opposti al trattamento.

  1. il diritto alla portabilità dei dati

Il diritto alla portabilità dei dati è predisposto, funzionalmente, sul riconoscimento del diritto del cittadino di trasmettere i propri dati, forniti ad un titolare del trattamento, ad altro titolare. E’ un diritto assoluto, cui il primo soggetto che ha ricevuto i dati non può opporsi né tantomeno creare impedimenti. Anzi, nel caso in cui fosse tecnicamente fattibile, l’interessato potrà ottenere la trasmissione diretta dei dati dall’uno all’altro.

  1. il diritto di opporsi al trattamento dei dati personali

Il diritto di opporsi al trattamento dei dati personali può essere esercitato dal cittadino in qualsiasi momento. Non vi sono motivi particolari che devono essere addotti alla base della richiesta, ricevuta la quale, al titolare del trattamento non resterà altro da fare che astenersi dal trattare ulteriormente i dati, a meno che non dimostri l’esistenza di motivi legittimi cogenti che prevalgono su quelli dell’interessato. Anche questo diritto dell’interessato deve essere comunicato in sede di richiesta iniziale del consenso, rappresentando il potere di modificare nel tempo l’autorizzazione concessa col consenso e, pertanto, dando immediatamente contezza, all’utente, della possibilità non solo di rivedere il consenso ma anche di opporsi al trattamento dei dati per motivi semplicemente connessi alla sua situazione particolare.

in Cittadinanza attiva, 25 maggio 2018

L’alcol in Italia: un rischio da prevenire per 9 milioni di italiani

Emanuele Scafato

È stata pubblicata sul sito del ministero della Salute la relazione annuale che il Ministro produce ai sensi della Legge n. 125 del 30 marzo 2001. La relazione descrive il quadro epidemiologico italiano, aggiornato al 2016, correlato al consumo di bevande alcoliche, i modelli di trattamento per l’alcoldipendenza e la capacità di assistenza dei Servizi algologici, le iniziative intraprese dal ministero della Salute nell’anno passato. Sono inoltre presentati i risultati del Progetto nazionale che esamina nel dettaglio la valutazione e il monitoraggio delle politiche e delle azioni sanitarie e sociali in tema di alcol e problemi alcol correlati.

In occasione dell’Alcohol Prevention Day previsto il 16 maggio a Roma, verranno riaggiornate le stime da parte dell’Istat e dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss che confermano l’enorme impatto che tutte le bevande alcoliche hanno sugli italiani: sono quasi 9 milioni i consumatori a rischio che devono essere oggetto di interventi di salute pubblica di contrasto a comportamenti alcol-correlati rischiosi o dannosi per la salute.

Cosa dicono i dati

Dei circa 35 milioni di consumatori di bevande alcoliche più di 8,6 milioni (il 23,2% dei maschi e il 9,1% delle femmine sopra gli 11 anni di età) sono consumatori a rischio. Tra questi ci sono circa 800 mila minori, ai quali la vendita e somministrazione di bevande alcoliche sarebbe vietata sino ai 18 anni, altrettanti giovani sino ai 24 anni di età e 2,7 milioni di anziani.

Oltre 5,6 milioni di persone, in particolare adulti in età produttiva e anziani, eccede su base quotidiana le quantità di alcol tollerate dalle linee guida per una sana nutrizione e in maniera sempre più crescente fuori pasto.

Il binge drinking (oltre 6 bevande alcoliche in un tempo ristretto con la finalità di ubriacarsi) è la modalità prevalente per gli 1,7 milioni di giovani: riguarda il 17% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni di età, dei quali il 21,8% maschi e l’11,7% femmine.

In tutte le fasce di età il consumo rischioso è più frequente tra gli uomini che tra le donne, fatta eccezione per la fascia di età dei giovani sotto i 18 anni, dove non si osserva una differenza statisticamente significativa.

Circa la qualità del bere, si conferma la tendenza già in atto da circa un decennio che vede in calo i consumi esclusivi di vino e birra, soprattutto fra i giovani e le donne, e in aumento quelli di aperitivi, amari e superalcolici, in aggiunta alle due bevande, specie tra giovani, adulti sopra i 44 anni e anziani.

L’esposizione all’alcol è causa di circa 41 mila accessi nei Pronto soccorso, con diagnosi principale di abuso di alcol episodico, e di 57 mila ricoveri ospedalieri, il 42% dei quali ha come diagnosi principale una condizione alcol-correlata.

Rilevante la quota delle 41 mila violazioni del codice della strada per guida in stato d’ebbrezza contestate dalle forze dell’ordine che vede in primo piano il coinvolgimento di giovani sotto i 24 anni e gli ultra65enni.

Le ricadute dell’informazione sulla salute

Per una prevenzione efficace è determinante poter contare su un informazione valida e corretta. Purtroppo, la comunicazione e l’informazione sul consumo delle bevande alcoliche sono quotidianamente dominate dal dilagare di fake news che, dal web e dai social, ma anche dalla carta stampata e dai media, diffondono informazioni non affidabili o manipolate, influendo in misura rilevante sui comportamenti individuali e collettivi ed entrando in competizione con l’informazione scientifica e rigorosamente orientata a incrementare la consapevolezza sul tema dei rischi legati anche al consumo pur moderato di alcol, che non è mai proponibile nella generalizzazione e superficialità di messaggi di natura commerciale spesso proposti in contrasto alla logica di tutela della salute diffusa dalle istituzioni e dalla comunità scientifica.

Ci sono altri fenomeni che favoriscono il consumo rischioso di alcol: l’ampia disponibilità fisica ed economica delle bevande alcoliche e la normalizzazione sociale di attività che legano all’alcol eventi culturali, sportivi o musicali e propongono un modello di “bere felice”. Persino nelle scuole è stata di recente criticata l’impropria ammissione alla sensibilizzazione, prevenzione e formazione di soggetti commerciali, in pieno conflitto d’interesse, senza il coinvolgimento e le competenze sanitarie di chi dovrebbe essere legittimato nel ruolo delicato della prevenzione, e abilitati invece a introdurre al “bere responsabile” i minori per i quali l’unico messaggio plausibile di salute pubblica è non consumare alcolici almeno sino ai 18 anni, per rispetto delle norme, sino ai 25 anni per i danni alla cognitività e allo sviluppo in senso razionale del cervello. In aggiunta, l’accettazione sociale diffusa dell’uso, letteralmente, di alcol prima dei 18 anni non contrastata dalla disapprovazione delle sue forme manifeste e diffuse di intossicazione alcolica e l’abbassamento della percezione del rischio agisce da “ponte” alla diffusione di altri comportamenti illeciti che espongo all’uso di droghe come la cannabis e la cocaina.

Per fortuna buona parte dei consumatori-cittadini ha conoscenza e consapevolezza del fatto che l’alcol è una sostanza tossica, cancerogena, potenzialmente fatale quando il consumo in eccesso assume determinate caratteristiche, per esempio nella modalità del binge drinking.

Le donne sono un sottogruppo di popolazione sempre più attento alla propria salute e, dunque, scelgono sempre più frequentemente di non bere alcolici – il 50% circa delle donne italiane è oggi astemia o astinente – e si impegnano nel trasmettere in famiglia e nella società quegli elementi di buon senso che possono garantire una maggiore probabilità che le scelte individuali possano essere informate e consequenziali.

Le soglie di rischio

La sfida centrale è riuscire a innalzare i livelli di consapevolezza nella popolazione dell’impatto di quantità che rientrano nell’abitudine al bere percepito come “moderato”, corrispondenti a una quantità minima di 10 grammi di alcol puro al giorno (in pratica un singolo bicchiere) che tuttavia non possono rappresentare un parametro di riferimento assoluto. È infatti noto che per determinate persone (giovanissimi e anziani) o in determinate situazioni (comorbidità o assunzione di farmaci) la medesima quantità può essere rischiosa.

Va precisato che non esiste una bevanda alcolica – vino, birra o superalcolico, breezercocktail o amaro che sia – meno rischiosa: è la quantità di alcol nel sangue che nuoce. Il termine intossicazione è univocamente interpretabile in relazione alla quantità di alcol che non riesce ad essere metabolizzata dal fegato, e che non può eccedere i 6 grammi in un’ora. Facile comprendere che ingerito un bicchiere tipo di vino (125 ml), o un boccale di birra (330 ml) o un bicchiere di superalcolico (40 ml) che contiene in media 12 grammi di alcol, metà venga metabolizzato in un ora e l’altra metà nell’ora successiva; aggiungendo un secondo bicchiere, l’alcolemia nel sangue è oltremodo dannosa e rischiosa. Prima dei 18-21 anni di età, quando la capacità di metabolizzare l’alcol non è ancora completamente maturata, gli effetti tossici dell’alcol si verificano anche per quantità più basse. Nel comunicare il rischio e il limite, parlando alle persone, bisogna tenere conto che ogni generazione ha la sua bevanda di riferimento da indicare esplicitamente: con un anziano occorre far riferimento prevalentemente al vino, causa di consumo a rischio per oltre il 50% degli ultra65enni di sesso maschile; con un giovane non è fuori luogo stigmatizzare cocktailbreezer e birre consumati in maniera cumulativa durante le happy hour e negli open bar.

Più prevenzione per tutti

Evidentemente pensare a una prevenzione generalizzata, che vada bene per tutti, è impossibile e destinata a fallire; occorre, invece, che i singoli target siano oggetto di una sensibilizzazione mirata rispetto a consumi specifici legati a modelli culturali diversi ma comunque dannosi. Investire in sanità pubblica vuol dire disporre di risorse in grado di garantire il migliore livello possibile di salute per le persone, un diritto e un dovere nello stesso tempo. I tempi sono maturi per intervenire con strumenti tecnici di coordinamento, quale era la Consulta nazionale alcol prevista dalla Legge 125/2001, e predisporre politiche più mirate e misure più capaci di contrastare il dilagare di un fenomeno che appare essere in molti contesti e per molte ragioni fuori controllo.

Risorse utili

(in Osservatorio nazionale alcol, Centro nazionale dipendenze e doping, Centro Oms per la ricerca sull’alcol, 10 maggio 2018)

 

Il “Bene comune”. Espressione molto usata. Ma che cosa è?

Luigino Bruni

Esiste una amicizia naturale tra l’Italia e il Bene comune, questa espressione che sentiamo risuonare, che sta nel cuore della Dottrina sociale della Chiesa, che il cardinale Bassetti ha usato ieri nel suo appello alle forze politiche e sociali in questo momento gravemente critico per l’Italia, ma che tanti magari fanno fatica a intendere. Ma questa amicizia naturale tra l’Italia e il Bene comune c’è davvero. Siamo la patria di Tommaso d’Aquino, e siamo anche la terra della tradizione della “Pubblica felicità”, il nome che l’economia moderna prese in Italia nel Settecento. Mentre gli americani avevano messo al centro del loro umanesimo il diritto individuale alla “Ricerca della felicità” (Pursuit of happiness) e gli inglesi sceglievano “La ricchezza delle nazioni” (Wealth of Nations), noi italiani mettevamo al centro del programma della modernità la natura pubblica della felicità. In quella espressione ci sono tante cose preziose, oggi più attuali di ieri. Innanzitutto, essa ci dice che la dimensione più importante della nostra felicità è un qualcosa di pubblico, di condiviso, da cui dipendono anche i suoi aspetti individuali. Quando viene minacciata la pace o si incrina la concordia civile, anche le ordinarie private felicità di ciascuno di noi entrano in crisi e si abbuiano – lo stiamo vedendo in questi giorni.

Oggi gli studi empirici sulla felicità ci dicono che la maggior parte dei beni dai quali dipende la felicità individuale sono beni pubblici e beni comuni: il lavoro, la sicurezza, la vita famigliare, l’amicizia, l’inquinamento, il traffico, l’ambiente, la fiducia nelle istituzioni (e molto meno da: divani, tv, telefonini, case comode o automobili). Ciò che chiamiamo felicità dipende, dunque, in piccola parte da noi, e moltissimo dagli altri.

Per comprendere cosa sia il Bene comune, per una volta ci viene in aiuto l’economia, in particolare la “teoria dei beni comuni” (commons). I beni comuni sono quei beni che usiamo insieme (parchi, atmosfera, oceani, la terra …). Il Bene comune (con la B maiuscola) può anche essere visto e compreso come una particolare specie di bene comune (con la b minuscola). La scienza economica conosce la cosiddetta tragedia dei beni comuni, da cui emerge un messaggio chiaro e impegnativo: se ciascuno degli utilizzatori di un bene comune (un pascolo in montagna, un parco, l’ozono nell’atmosfera, un’impresa…) è animato soltanto dalla ricerca del proprio interesse privato, il bene comune viene distrutto, sebbene nessuno dei soggetti lo volesse. Per conservare e custodire un bene comune, invece, tra le persone deve scattare una logica diversa, che qualcuno chiama “logica del noi”, e così far diventare quel “bene di nessuno” un “bene di tutti”. Salviamo i beni comuni e il Bene comune quando riusciamo a vedere un valore più grande degli interessi privati, e una volta che abbiano visto riusciamo a decidere di fermarci, per esempio a fermarci prima che l’erba del pascolo finisca.

Ma – e sta qui il problema – durante le crisi è proprio la consapevolezza del “noi” che scompare, perché gli “io” diventano talmente ipertrofici da impedire di vedere il “noi”. Così l’erba del pascolo finisce, tutti stanno peggio, e non resta nulla per nessuno, né per oggi né per domani. E non si torna indietro (è molto difficile ricostituire un bene comune), perché si sono distrutte le relazioni di fiducia su cui si basava il buon uso di quel bene comune.

Il Bene comune, ancora più radicalmente dei beni comuni, è un bene fatto di rapporti, è una forma speciale di bene relazionale, perché sono le relazioni tra le persone a costituire il bene. Nel Bene comune non accade come nelle merci, dove anche se litighiamo con il fornaio possiamo sempre mangiare quel pane che ci ha venduto. Perché quando si spezzano le relazioni, non resta più niente da “mangiare”, e il Bene comune si trasforma in male comune. Come succede nell’amicizia e in famiglia: quando si litiga durante la cena, passa l’appetito e si chiude lo stomaco.

Peppone e Don Camillo sono un vero mito fondativo del nostro Paese, perché la concorrenza politica tra di loro era fondata su una concordia civile più profonda. Erano diversissimi, ma prima, e a un livello più vero, erano uguali, perché erano cittadini, perché erano umani. E così bisticciavano, si sfottevano, ma poi andavano insieme a difendere Brescello quando il grande fiume rischiava di esondare. Le comunità e gli Stati capaci di futuro sono quelli dove si è stati capaci di coltivare e custodire una amicizia civile che fonda e sostiene le competizioni economiche e politiche, quell’amicizia civile che l’illuminismo ha voluto chiamare fraternità. Quando l’amicizia civile si spezza, i popoli declinano, e si resta in balìa dei grandi fiumi della finanza e dei poteri forti.

Anche le istituzioni, nazionali e internazionali, anche l’Unione Europea, sono forme di beni comuni, sottoposti alla possibilità della tragedia, e quindi a essere distrutti, se ciascuno agisce solo per curare quelli che gli appaiono come i propri interessi. Le generazioni passate erano più capaci di vedere le ragioni del “noi” sottostanti a quelle degli “io”, anche per le esperienze ancora molto vive dei grandi dolori generati dall’assolutizzazione degli interessi di parte. Noi dobbiamo reimparare, e farlo presto, a vedere il Bene comune e le sue ragioni diverse.

in AVVENIRE giovedì 31 maggio 2018

Alternanza scuola-lavoro. La risposta dei Licei

Claudio Tucci

Gli istituti tecnici confermano il legame «molto stretto» con il tessuto produttivo: nei primi due anni di alternanza scuola-lavoro “obbligatoria” il 49,9% dei futuri diplomati in questi percorsi perfeziona le proprie competenze direttamente nelle imprese; e, per di più, con progetti di assoluta qualità. Oltre il 50% dei ragazzi del terzo e quarto anno supera 300 delle 400 ore “on the job” previste nell’ultimo triennio in classe.

I professionali mantengono la percentuale maggiore di giovani in alternanza: nelle quinte classi dell’anno 2016/2017, ancora quindi fuori dalle nuove regole introdotte dalla legge 107, si è superato il 40% (in queste scuole, tuttavia, da sempre la formazione “on the job” è strutturata nell’offerta didattica). Ma la novità maggiore arriva dai licei. Esentati fino al 2014/2015, in due anni hanno letteralmente cambiato passo: gli alunni di terza e quarta in alternanza sono stati 443.533, il 90,6% del totale, e di questi oltre il 25% ha già sorpassato le 200 ore oggi obbligatorie, “on the job”.

I dati sui primi due anni di attuazione dell’alternanza scuola-lavoro targata legge 107, elaborati dal Miur, e che Il Sole 24Ore è in grado di anticipare, parlano di una innovazione didattica importante (sostenuta dalla ministra uscente Valeria Fedeli e dal sottosegretario Gabriele Toccafondi), seppur con luci e ombre. Ma su cui il prossimo esecutivo M5S-Lega ha già acceso un faro. Nel «contratto per il governo» infatti la formazione “on the job” viene definita «dannosa» laddove slegata da qualità dei moduli e coerenza con il ciclo di studi. Di qui l’idea di «mantenere la vera alternanza – spiega Mario Pittoni, responsabile scuola del Carroccio -. Ma le ore andranno rimodulate in funzione dei singoli indirizzi».

«Il ministero ha disciplinato i diritti e doveri degli studenti, c’è una piattaforma su cui poi possono essere segnalati eventuali criticità, e da giugno 2019 l’alternanza diventa requisito per l’esame di maturità – sottolinea Fabrizio Proietti, dirigente del Miur che si occupa di alternanza -. A maggiore garanzia della qualità dei percorsi, si potrebbe introdurre un bollino per monitorare tutte le strutture che accolgono ragazzi».

La fotografia che emerge dai numeri è articolata: lo scorso anno gli studenti di terza e quarta “in alternanza” sono stati 873.470 (si sale a quasi 938mila ragazzi, considerando anche le quinte), con una crescita del 300% rispetto ai 273mila del 2014/2015, prima cioè della legge 107. A spingere su la percentuale sono stati in larga parte i licei (55% dei percorsi). In alcuni casi con “moduli” interessanti: è il caso, per esempio, del liceo classico romano, Ennio Quirino Visconti, dove gli alunni sono entrati in contatto con i “manuali antichi” conservati nella pontificia università “Gregoriana; o come all’Ettore Molinari, a Milano, liceo scientifico – c’è anche un indirizzo tecnico: «Qui strutturiamo percorsi legati ad aziende e territori – racconta la preside Marzia Campioni – I nostri ragazzi vengono impegnati in indagini scientifiche di alto livello legate a Industria 4.0. Si fanno anche laboratori sperimentali in raccordo con l’università».

Certo, in giro per l’Italia, ci sono pure storie di studenti che l’alternanza l’hanno finora sentita solo raccontare (per gli ostacoli messi dai professori o per i troppi oneri burocratici). In azienda poi è andato il 43,2% degli 873mila alunni di terza e quarta, una percentuale sostanzialmente in linea con la “vecchia” alternanza facoltativa . Negli studi professionali, invece, la formazione “on the job” ha riguardato appena il 2,7% di alunni.

«Serve buon senso e pazienza – commenta il vice presidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli -. Vedo segnali di miglioramento che testimoniano il tanto lavoro delle scuole e la disponibilità delle imprese. Ora si punti su quanto di buono si è fatto finora. Ci siamo accorti che, dove le imprese più sono messe in condizione di partecipare a tutte le fasi del percorso, dalla progettazione alla valutazione, anche nei licei, i risultati sono positivi e insegnanti, famiglie e studenti sono soddisfatti».

Il Sole 24 Ore 28 maggio 2018

 

Terrorismo. Come limitare la minaccia jihadista

SOUAD SBAI

L’attentato di Liegi ci dice tre cose. In primo luogo che il proselitismo della fratellanza musulmana, di stampo jihadista e radicalista, non molla la presa in Europa e continua a fare adepti. E che finché non si metterà fine al mare di denaro che affluisce nelle casse degli agenti della fratellanza dal Qatar non ci sarà mai uno stop significativo nella loro attività; ogni volta che un jihadista colpisce in Europa dovrebbe risuonare questo imperativo: niente soldi, niente jihad. Se non si pone mano in maniera massiccia alla prepotente cascata di denaro che nutre la fratellanza e arma indirettamente la mano degli jihadisti per l’Occidente la speranza è appesa a un filo: e le domande sul perché nessuno spezza questo filo rosso sono moltissime, peccato che i grandi analisti nostrani non si azzardano a farle nemmeno per sbaglio.

In secondo luogo, seguendo la linea di cosa è successo a Liegi, ci si imbatte nella scelta di non uccidere la donna ostaggio perché di fede musulmana. E anche qui il concetto è piuttosto semplice: nella farneticante visione imposta dai proselitisti nelle menti malate di coloro che poi compiono questi gesti c’è chiaro e semplice l’obiettivo di eliminare chiunque sia di intralcio all’avanzata della fratellanza musulmana in Occidente. Chiunque non si possa considerare allineato con un certo pensiero, il che nella testa destrutturata e poi ristrutturata dal messaggio proselitista coincide con il fatto che un musulmano possa eventualmente anche non essere considerato un obiettivo da colpire. Senza stare a pensare se quella persona sia o meno coerente con un determinato pensiero. E c’è da pensare che la signora potesse non esserlo.

In terzo luogo l’elemento a mio modo di vedere più rilevante in tutto questo parlare di cause e di modalità del terrorismo jihadista: le carceri. Il soggetto era un ex detenuto, radicalizzato in carcere e appena uscito ha messo in atto il compito che chi era in quel penitenziario gli ha programmato in testa. E ciò che deve far riflettere ancora di più è il fatto, venuto alla luce solo a ventiquattro ore di distanza, che il jihadista aveva ucciso il giorno prima un altro ex detenuto. Il che lascia a intendere che possa essersi trattato di un personaggio con cui magari il soggetto aveva avuto dei contrasti in carcere, forse proprio per questioni legate all’estremismo. Questo porta a ribadire ancora una volta il ruolo delle carceri come vero e proprio ricettacolo di proselitismo in tutta Europa: si pensi ai detenuti radicalizzati fuggiti in Francia e a quello scappato in Italia e poi ripreso. E come sia importante la formazione degli agenti della penitenziaria in questo ambito.

Settimana prossima inizierà l’ennesima sessione di corsi appositi che abbiamo messo in campo dedicati proprio agli agenti del corpo penitenziario, perché loro sono i primi occhi capaci di vedere, capire, fermare. Troppo spesso il carcere come luogo di proselitismo è stato sottovalutato, e ogni volta che un radicalizzato compie un attentato pare si cada dalle nuvole. Forse perché anche collegare è diventato un atto contrario al politicamente corretto.

in IL SUSSIDIARIO 31 maggio 2018

 

The Many Faces Exclusion: Save the Children 2018

Povertà, conflitti o discriminazioni contro bambine e ragazze minacciano l’infanzia di oltre la metà dei minori al mondo: più di 1,2 miliardi di bambini che rischiano di morire prima di aver compiuto 5 anni, di soffrire le conseguenze della malnutrizione, di non andare a scuola e ricevere un’istruzione o di essere costretti a lavorare o a sposarsi troppo presto. Circa 153 milioni di minori vivono invece in Paesi in cui tutte e tre queste gravi minacce – povertà, conflitti e discriminazioni di genere – sono purtroppo ben presenti.

Il Niger si conferma il Paese al mondo dove l’infanzia è più a rischio, seguito da Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad e Sud Sudan, mentre Singapore e Slovenia condividono il primo posto della classifica, stilata per il secondo anno consecutivo da Save the Children, dei 175 Paesi dove i minori hanno maggiori opportunità di vivere a pieno la propria condizione di bambini. Seguono, tra i Paesi più a misura di bambino, gli scandinavi Norvegia, Svezia e Finlandia. L’Italia si posiziona invece all’ottavo posto a pari merito con la Corea del Sud, guadagnando una posizione rispetto allo scorso anno, sebbene nel nostro Paese quasi 1 milione e trecentomila bambini e ragazzi vivono in condizioni di povertà assoluta. Stati Uniti, Russia e Cina (rispettivamente al 36esimo, 37esimo e 40esimo posto), infine, si trovano dietro la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale.

Ề lo stato dell’arte dell’infanzia nel mondo secondo il nuovo rapporto “Le tante facce dell’esclusione” diffuso oggi da Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – alla viglia della Giornata internazionale dei bambini (1 giugno), da cui emerge che più di 1 miliardo di bambini, nel mondo, vive in Paesi affetti dalla povertà240 milioni in aree dilaniate dai conflitti oltre 575 milioni di bambine e ragazze si trovano in contesti caratterizzati da gravi discriminazioni di genere nei loro confronti[2].

“Non possiamo più permettere che così tanti bambini – più della metà a livello globale – corrano il rischio di perdere la propria infanzia già dal momento in cui vengono al mondo e che siano costretti sin da subito a fare i conti con condizioni di forte svantaggio e ostacoli difficilissimi da superare. Ciò avviene perché semplicemente sono delle bambine, oppure perché nascono e crescono in contesti caratterizzati dalla povertà o dalla guerra, dove per loro altissimo è il rischio di essere costretti al lavoro minorile, di subire sulla propria pelle le conseguenze della malnutrizione oppure, per quanto riguarda le ragazze, di essere costrette a sposare uomini spesso molto più grandi di loro quando sono ancora soltanto delle bambine”, ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

“Benché, rispetto allo scorso anno, abbiamo riscontrato importanti passi avanti in 95 Paesi su 175, questi miglioramenti non stanno avvenendo abbastanza velocemente e, anzi, in ben 40 Paesi le condizioni di vita dei bambini sono notevolmente peggiorate. Senza sufficienti azioni urgenti, infatti, il mondo non riuscirà a raggiungere l’obiettivo di garantire, entro il 2030, salute, educazione e protezione a tutti i minori, come previsto dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati dall’Onu nel 2015. I governi, pertanto, possono e devono fare di più per garantire un futuro a ogni bambino al mondo, e anche nel nostro Paese i passi da compiere sono ancora moltissimi, considerando che povertà economica ed educativa continuano a privare bambini e adolescenti delle opportunità necessarie per vivere l’infanzia che meritano e costruirsi il futuro che sognano”, ha affermato ancora Neri.

Nei Paesi in via di sviluppo, 1 minore su 5 vive in povertà estrema[3], soprattutto in Africa sub-sahariana (dove i bambini in questa condizione sono il 52% del totale a livello globale) e Asia meridionale (36%), con l’India che da sola tocca quota 30%. Ma la piaga della povertà riguarda anche le aree economicamente più avanzate, con ben 30 milioni di bambini e ragazzi che nei Paesi OCSE vivono in povertà relativa grave, tra cui 6 milioni solo negli Usa.

Vivere in un contesto di povertà crea forti ostacoli alla sopravvivenza, allo sviluppo e alla protezione dei bambini, oltre che alla loro possibilità di partecipare attivamente alle decisioni che li riguardano da vicino. Se, nel mondo, ogni giorno più di 15.000 bambini muoiono prima di aver compiuto il quinto anno di età per cause facilmente curabili e prevenibili, il 90% di questi decessi avviene in Paesi caratterizzati da redditi bassi o medio-bassi. I minori più poveri, del resto, hanno mediamente il doppio delle probabilità (da 3 a 10 in Asia orientale) di non superare i 5 anni di vita rispetto ai loro coetanei provenienti dalle famiglie più ricche. Allo stesso modo, tra i 155 milioni di bambini sotto i 5 anni che risultano attualmente affetti da malnutrizione cronica, 9 su 10 si trovano nei Paesi più poveri[8], una proporzione notevolmente aumentata rispetto al 1990 (7 su 10).

Contesti di povertà incidono fortemente anche sulla possibilità di andare a scuola e ricevere un’educazione. Nei Paesi a basso reddito, infatti, 1 minore su 3 in età scolare non va a scuola, rispetto a meno di 4 su 100 nei contesti ad alto reddito, mentre sul totale dei minori al mondo tagliati fuori dall’educazione l’84% vive in Paesi a reddito basso o medio-basso, con un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2000 e del 15% rispetto al 1990. Numeri che fanno riflettere se si considera che secondo uno studio dell’Unesco se tutti i bambini completassero gli studi primari e secondari, più di 420 milioni di persone uscirebbero dal ciclo della povertà, con una riduzione di oltre la metà delle persone in condizioni di povertà in tutto il mondo.

Dal rapporto di Save the Children emerge inoltre come molto stretta sia la correlazione tra povertà e lavoro minorile, oltre che matrimoni e gravidanze precoci. Nei Paesi meno sviluppati, è costretto a lavorare 1 minore su 4, con Africa e Asia che presentano il maggior numero di minori al mondo in questa condizione (rispettivamente 72 e 62 milioni su un totale di 152 milioni). Ma questa piaga non risparmia nemmeno i Paesi più ricchi, con ben 2 milioni di bambini e adolescenti che lavorano nei Paesi ad alto reddito, perdendo così l’opportunità di studiare, apprendere, svilupparsi e partecipare attivamente alla vita della società.

I diritti negati dei minori nelle zone di guerra

Nei Paesi in conflitto, malnutrizione, malattie e mancanza di accesso alle cure sanitarie uccidono molto più delle bombe. Secondo lo studio dell’Organizzazione, 1 bambino su 5 al mondo che muore prima dei cinque anni si trova in Paesi fragili e tediati dai conflitti, così come più di ¾ dei minori malnutriti a livello globale – pari a 122 milioni – vivono in aree caratterizzate da guerre e violenze.

A causa dei conflitti, sono ben 27 i milioni di minori che sono attualmente tagliati fuori dall’educazione, perché le loro scuole sono prese di mira dagli attacchi, occupate dai gruppi armati o perché i genitori hanno paura di mandare i figli a scuola. La mancanza di accesso all’educazione riguarda particolarmente i bambini rifugiati che hanno 5 volte in più la probabilità di non frequentare la scuola rispetto ai coetanei non rifugiati. E anche le possibilità che i bambini siano costretti a lavorare, spesso per contribuire al sostentamento delle proprie famiglie, sono di gran lunga maggiori nelle aree caratterizzate dai conflitti (+77% rispetto alla media globale).

“Nelle aree segnate da guerre e crisi umanitarie, tuttavia, è molto complicato, oltre che pericoloso, poter raccogliere dati aggiornati e avere una fotografia esatta che rappresenti realmente le difficilissime condizioni che sono costretti ad affrontare i bambini, perché si tratta di Paesi al collasso, dove le persone fuggono in massa per mettere in salvo le proprie vite e dove in molti casi nemmeno gli aiuti umanitari riescono a raggiungere la popolazione. Pensiamo, per esempio, a Paesi come la Siria o lo Yemen, dove i bambini, nelle loro giovanissime vite, finora non hanno conosciuto altro che bombe, violenza e disperazione; oppure alle gravi crisi umanitarie di cui sono vittime i bambini Rohingya, i bambini in fuga dalla Repubblica Democratica del Congo o i tanti minori gravemente malnutriti che lottano per sopravvivere in Somalia, uno dei Paesi più poveri al mondo, sconvolto negli ultimi mesi da una gravissima siccità e da decenni dilaniato da instabilità e violenze. Contesti in cui i bambini vengono derubati della propria infanzia e in cui nessun di loro, in nessuna parte del mondo, dovrebbe mai trovarsi”, ha affermato Valerio Neri.

Discriminazioni quotidiane contro le bambine e le ragazze

Oggi le bambine e le ragazze hanno certamente molte più opportunità che in passato, tuttavia ancora troppe di loro, specialmente quelle che vivono nei contesti più poveri, sono costrette ad affrontare quotidianamente discriminazioni ed esclusione in svariati ambiti, dall’accesso all’educazione alle violenze sessuali, dai matrimoni alle gravidanze precoci.

Dal rapporto di Save the Children emerge infatti che in 55 Paesi sui 175 che compongono l’Indice dell’infanzia negata le discriminazioni di genere sono all’ordine del giorno. Rispetto ai loro coetanei maschi, infatti, le ragazze hanno maggiori probabilità di non mettere mai piede in classe nella loro vita. Stime recenti rivelano che circa 15 milioni di bambine in età scolare(scuola primaria) non avranno mai la possibilità di imparare a leggere e scrivere rispetto a 10 milioni di coetanei maschi. Di queste, 9 milioni vivono in Africa sub-sahariana, dove d’altra parte si trovano ¾ delle ragazze fuori dalla scuola nel mondo. Le minori più povere, infatti, hanno in media 6 probabilità in più di non frequentare la scuola primaria rispetto ai bambini pari età più benestanti, mentre nelle aree affette dai conflitti le ragazze hanno probabilità di essere escluse dall’educazione 2,5 volte superiori rispetto ai ragazzi.

I matrimoni precoci sono tra i fattori trainanti della negazione, per le bambine e le ragazze, dell’opportunità di apprendere e ricevere un’educazione. Oggi, nel mondo, 12 milioni di ragazze si sposano ogni anno prima dei 18 anni – spesso perché le famiglie più svantaggiate credono che dare in sposa le proprie figlie sia l’unica via possibile per assicurare loro il sostentamento – e ai ritmi attuali si stima che entro il 2030 tale cifra supererà i 150 milioni. Una sposa bambina su 3, nel mondo, vive nei Paesi dell’Africa subsahariana, e circa 100 milioni di ragazze oggi vivono in Paesi dove i matrimoni precoci sono legali.

Il fenomeno delle spose bambine è particolarmente rilevante anche nelle aree colpite dai conflitti, dove in molti casi le famiglie organizzano i matrimoni per proteggere le figlie da abusi e violenze sessuali. Tra i rifugiati siriani in Giordania, ad esempio, la percentuale di ragazze sposate prima di aver compiuto i 18 anni è cresciuta dal 12% nel 2011 al 32% nel 2014. In Libano, attualmente, risulta sposata prima dei 18 anni più di 1 ragazza profuga siriana su 4, mentre in Yemen la percentuale di spose bambine supera i 2/3 del totale delle giovani nel Paese, rispetto alla metà prima dell’escalation del conflitto. A tale fenomeno è poi strettamente collegato quello delle gravidanze precoci, che oggi riguarda 7,8 milioni di adolescenti: una questione particolarmente preoccupante considerando che le complicazioni durante la gravidanza e il parto rappresentano la prima causa di morte al mondo per le giovani tra i 15 e i 19 anni. Mettere fine ai matrimoni e alle gravidanze precoci, sottolinea l’Organizzazione, porterebbe a benefici economici entro il 2030 rispettivamente pari a 500 e 700 miliardi di dollari all’anno.

L’analisi di Save the Children mette infine in evidenza la piaga delle violenze fisiche e sessuali – dalle mutilazioni genitali femminili agli stupri alla prostituzione forzata – di cui troppo spesso le bambine e le ragazze sono vittime nel mondo. Circa 120 milioni di ragazze, più di 1 su 10 a livello globale, nella loro vita hanno subito forme di violenze sessuali, più di 1 su 5 in Bangladesh e in Camerun. Allo stesso modo, in cinque Paesi europei quali Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito più di 1 ragazza su 10 ha subito almeno un episodio di violenza sessuale prima dei 15 anni.

“Sono ancora troppi, come sottolinea il nostro rapporto, gli ostacoli che impediscono a tantissimi bambini e bambine al mondo di vivere a pieno la propria infanzia. Dalla lotta alla malnutrizione e a ogni forma di violenza, dall’accesso alla salute e all’educazione, chiediamo pertanto ai governi di impegnarsi concretamente ed efficacemente perché nessun bambino venga più lasciato indietro e a nessuno di loro venga più sottratto il proprio futuro”, ha concluso Neri.

Per leggere il Rapporto:

https://www.savethechildren.it/sites/default/files/files/uploads/pubblicazioni/le-tante-facce-dellesclusione.pdf

Tabagismo. “World No Tobacco Day 2018”

Valeria Pini

Sigarette spente per 24 ore. Un gesto simbolico per salvare la salute visto che il tabagismo coinvolge quasi una persona su 4 e rappresenta una delle principali cause di morte nel nostro Paese: si contano ogni anno da 70.000 a 83.000 decessi e oltre il 25% avviene tra i 35 e i 65 anni di età. La Giornata mondiale senza tabacco, proclamata dall’Organizzazione mondiale della sanità, che quest’anno affronta il rapporto fra Tabacco e malattie cardiache, è l’occasione per fare il punto su questo tema.

Nel mondo il tabagismo è infatti la seconda causa principale di malattie cardiovascolari e l’uso di tabacco e l’esposizione al fumo passivo contribuiscono a circa il 12% di tutte le morti per malattie cardiache. Secondo l’Oms, inoltre, il consumo di tabacco rappresenta la seconda causa in generale di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile; quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo e fra le vittime oltre 600.000 sono non fumatori esposti al fumo passivo.

Nel nostro paese i fumatori sono il 22,3% della popolazione, in tutto 11,7 milioni di persone. Una dipendenza che riguarda anche i ragazzi: il numero di minori che fumano. Uno su dieci è consumatore abituale di sigarette, quasi il 50% lo ha fatto in passato o lo fa occasionalmente. Tra i fumatori abituali più della metà fuma anche cannabis.  Non accenna a diminuire invece il numero totale dei tabagisti nel nostro paese che appare in leggero aumento. Questo ci dicono i dati presentati dall’Ossfad- Centro nazionale dipendenza e doping dell’Iss in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco, che si tiene oggi il 31 maggioI ragazzi tra i 14 e i 17 anni, infatti, accendono la prima sigaretta alle scuole secondarie di secondo grado e una piccola percentuale inizia addirittura alle elementari.

IL RAGAZZO CON LA SIGARETTA
“E’ necessario potenziare sistemi di prevenzione primaria per scongiurare questa nuova linea di tendenza che vede il consumo di tabacco anche tra i giovanissimi – spiega Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità – prima che a questa dipendenza se ne associno altre altrettanto o più pericolose”. Secondo l’indagine Explora, che ha realizzato l’identikit “del ragazzo con la sigaretta” su un campione di 15.000 ragazzi tra i 14 e i 17 anni, riguarda soprattutto i maschi. In genere frequentano istituti professionali e licei artistici, i genitori hanno un livello di istruzione medio-basso e non controllano le spese dei figli, risultano propensi al rischio e hanno una percezione del proprio rendimento scolastico mediocre o appena sufficiente. I giovani tabagisti abituali, inoltre, sono quelli che fanno meno sport e che bevono più energy drink. Il dato preoccupante, inoltre, fotografa un maggiore consumo di alcolici tra loro, fino a quattro consumazioni di birra e super alcolici a settimana. Addirittura un 12% dichiara di aver avuto episodi di binge drinking 3 o più volte nell’ultimo mese. Il dato cresce a dismisura sul consumo di droghe: più della metà dei fumatori abituali (il 65,6%) ha fumato almeno una volta anche cannabis nell’ultimo anno rispetto al 2% dei non fumatori.

GLI ADULTI
Stabile il numero di fumatori tra gli adulti: sono 12,2 milioni (dati Doxa), il 23% della popolazione, in leggero aumento rispetto al 2017 (11,7 milioni). Si fumano in media 12,3 sigarette al giorno. Mentre aumenta invece il rispetto del divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro, anzi il rispetto a 15 anni dalla Legge Sirchia è quasi totale. “La situazione generale sulla prevalenza dei fumatori si è cristallizzata – spiega Roberta Pacifici, direttore dell’Ossfad e del Centro Nazionale Dipendenze e Doping – abbiamo registrato gli stessi dati del 2007, segno evidente che non si vede alcuna inversione di tendenza, anzi si registra un lieve incremento nella popolazione maschile. Per questo abbiamo acceso i riflettori sui giovani che rappresentano il serbatoio di riserva dei tabagisti, sono quelli cioè che continuano ad alimentare la popolazione dei fumatori che non accenna a diminuire”.

IN CALO LE DONNE
Rispetto allo scorso anno, diminuiscono le donne tabagiste: il 19,2% (rispetto al 20,8). Gli uomini sono il 27,7%, erano il 23,9% nel 2017. Gli ex fumatori sono invece il 12,9% e i non fumatori il 63,8%. Tra i 25 e i 44 anni abbiamo la prevalenza più alta di fumatori tra i maschi (35,7). Mentre nella fascia d’età 45-64 anni la prevalenza più alta è tra le donne (26,2). Oltre i 65 anni troviamo le prevalenze più basse in entrambi i sessi.  Rispetto all’area geografica la prevalenza di uomini fumatori è uguale su tutto il territorio. La prevalenza delle donne invece è più alta al Nord (22,6%) rispetto al Sud (17,8) e al Centro (13,8).

SIGARETTE ELETTRONICHE
Un capitolo a parte riguarda invece le sigarette elettroniche. “La maggior parte degli svapatori – dice Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” – consuma sia sigarette tradizionali che e-cig. Altro dato del rapporto è quello che riguarda i prodotti del tabacco di nuova generazione, il tabacco riscaldato: in tre anni la notorietà di questi prodotti è più che raddoppiata”. In Italia gli utilizzatori abituali e occasionali di e-cig sono circa 1,1 milioni. Di questi il 60,3% sono fumatori, il 32,3% sono ex-fumatori e il 7,4% non ha mai fumato.

LE IMMAGINI SHOCK
Dall’indagine emerge che le immagini forti e le avvertenze sui rischi riportate sui pacchetti non sono risultate indifferenti ai tabagisti. Sono state notate dalla quasi totalità dei fumatori (91,1%). Nel 77,7% dei casi hanno portato a pensare ai rischi per la salute e nel 56,4%  hanno fatto aumentare il desiderio di smettere. Per abbandonare le sigarette l’Istituto superiore di sanità ha messo a disposizione un numero verde fumo  800 45 40 88 che in 15 anni ha gestito circa 50.000 telefonate.

LE PATOLOGIE
Quest’anno il World No Tobacco Day 2018 è intitolato “Tabacco e malattie cardiache”. Il tabagismo è infatti la seconda causa principale di malattie cardiovascolari e l’uso di tabacco e l’esposizione al fumo passivo contribuiscono a circa il 12% di tutte le morti per malattie cardiache.  La Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) ha scelto di promuovere una campagna sui corretti stili di vita evidenziando i vantaggi che si traggono dallo smettere di fumare, con immagini e racconti in prima persona. Un paio di chiavi, una porta aperta, rendono bene l’idea di come “aprirsi alla buona salute” possa aiutare ad ottenere un “pacchetto” di benessere “chiavi-in-mano”.

in La Repubblica 31 maggio 2018

La rivoluzione sostenibile. Agenda ONU 2013 e i nuovi indicatori di benessere

Enrico Giovannini intervistato da Orazio Parisotto

Le emergenze ambientali del nostro pianeta hanno alimentato la previsione di scenari di crisi sempre più inquietanti che riguardano in particolare le risorse non rinnovabili, l’inquinamento, l’erosione del suolo, l’insostenibilità dei costi. L’umanità intera sta correndo, spesso inconsapevolmente, un grave pericolo per non aver saputo difendere e proteggere il proprio pianeta da ogni forma di egoismo predatorio e di sfruttamento come se le risorse fossero infinite e la Terra e il suo ecosistema fossero in grado di sopportare qualsiasi oltraggio. Non si vuole fare dell’allarmismo, ma occorre essere realisti per tentare di procedere, se ancora in tempo, verso quelle inversioni e correzioni di rotta, quelle vie di uscita che tutti indicano come indispensabili per evitare il peggio.
Ne abbiamo parlato con il professor Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (AsviS), economista impegnato da anni nella ricerca di nuovi strumenti e strategie per favorire la diffusione di una cultura della sostenibilità a tutti i livelli, che possa orientare i processi di produzione e di consumo.

Secondo la maggior parte degli scienziati il progressivo esaurimento delle risorse naturali, a causa di un modello di sviluppo non più sostenibile, porterà a gravi collassi dell’ecosistema e a pesanti squilibri socio-economici entro la metà di questo secolo. Sembrano così avverarsi le previsioni allora inascoltate del Club di Roma, che già all’inizio degli anni ’70, con Aurelio Peccei, parlava della necessità di una “rivoluzione sostenibile”. Come possiamo fermare questa drammatica deriva?

La strada per portare l’Italia, l’Europa e il mondo su un sentiero di sviluppo sostenibile è lunga e in salita. Le soluzioni che consentano di risolvere problemi globali quali l’accesso all’energia rinnovabile per tutti, in tutto il mondo, a costi accettabili, non sono ancora a portata di mano, ma capire che siamo in un sentiero obbligato è necessario per cogliere le opportunità di miglioramento di questa svolta epocale: la firma dell’Agenda 2030 dell’Onu, sottoscritta an- che dall’Italia insieme ad altri 192 Paesi nel 2015, va proprio in questa direzione. Per certi versi, quindi, la rivoluzione sostenibile è già in atto ed è presa seriamente in considerazione da tanti Paesi che si stanno impegnando per trasformare radicalmente il proprio modello socio- economico. Si pensi all’istituzione in Cina di un ministro dell’Ecologia e dell’ambiente, cosa impensabile fino a poco tempo fa, anche se altri Paesi rifiutano o rinviano ancora la sfida per non affrontare nel breve termine i costi economici, sociali e politici della transizione. Senza tralasciare gli straordinari passi in avanti compiuti, a partire dagli anni ‘90, grazie ai quali milioni di persone un tempo condannate al sottosviluppo sono uscite dalla povertà estrema, non si possono però sottovalutare i rischi che derivano dagli squilibri ambientali e sociali dell’attuale modello di sviluppo. Un esempio sono le migrazioni climatiche, nelle quali intere popolazioni sono costrette a spostarsi per le conseguenze del cambiamento climatico, oppure la crescente automazione del lavoro, o ancora il ruolo delle città nei decenni a venire: questioni urgenti per le quali sono in- dispensabili nuove e immediate risposte.

Ma in quali direzioni dobbiamo concretamente muoverci oggi?

Tre sono i pilastri di questo cambiamento: tecnologia, governance e mentalità. Con la tecnologia, poiché non disponiamo ancora di soluzioni radicali, possiamo “guadagnare tempo” riducendo al minimo i danni; la governance è necessaria per attuare soluzioni già esistenti e trovarne di nuove, attraverso scelte lungimiranti mosse da volontà politica, adottando strategie di lungo periodo; infine, il cambiamento di mentalità inteso come trasformazione della cultura e soprattutto dei modelli con cui si interpreta la realtà.

I 17 obiettivi previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sono sufficienti per affrontare le crisi ambientali ed economico-sociali che affliggono il nostro pianeta?

I 17 Obiettivi, dettagliati in 169 Target molto precisi e concreti, sono il più importante tentativo intrapreso finora a livello globale di comprendere in una sola agenda tutti gli aspetti dello sviluppo umano e di riportare la piena realizzazione della persona, entro i limiti del Pianeta, al centro del- l’azione collettiva. Proprio perché i fenomeni sociali e le tendenze economiche e ambientali mondiali hanno mostrato con ogni evidenza la loro connessione e interdipendenza, non si può più ragionare per compartimenti stagni o per singole aree geografiche: ad esempio, una buona istruzione è alla base del superamento delle disparità di genere, ma anche delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza in un Paese e dello svolgimento di un’occupazione dignitosa, mentre un ciclo di produzione e consumo responsabili, l’uso di energie rinnovabili e l’innovazione sono essenziali nella lotta al cambiamento climatico, nella tutela degli ecosistemi terrestri e marini ma anche, prima di tutto, della salute dei cittadini. Certo la sfida è enorme e non abbiamo più molto tempo.

Lo sviluppo sostenibile è strettamente legato alla riduzione delle disuguaglianze sociali: per misurare il reale stato di benessere dei cittadini.  lei ha sempre condiviso le tesi di diversi economisti, dai premi Nobel Joseph Stiglitz ed Amartya Sen a Jean Paul Fitoussi che considerano il Pil un indice ormai superato. Ci può spiegare perché e quali sono le alternative?

Il dibattito sulla misurazione del benessere oltre a quella della ricchezza è un tema più che mai attuale, al quale ho personalmente contribuito fin dal 2004, quando, come Direttore delle statistiche dell’Ocse, organizzai il primo Forum mondiale su questi temi, che diede origine al movimento mondiale per andare oltre il Pil e poi, cinque anni dopo, alla Commissione Stiglitz- Sen-Fitoussi, di cui coordinai uno dei tre gruppi di lavoro. Molte esperienze in tutto il mondo hanno cercato di andare in questa direzione. Considerare solo il Prodotto interno lordo mostra oggi tutti i suoi limiti: ad esempio l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali può far registrare un aumento del Pil, ma non tiene conto dell’impoverimento complessivo prospettico di quel Paese a causa del consumo di risorse non rinnovabili, un prezzo che sicuramente pagheranno le generazioni future.

Inoltre, la ricchezza di uno Stato non ci dice né come questa sia distribuita, né se a essa corrispondano effettivi livelli elevati di benessere complessivo dei cittadini. Si tratta di aspetti della qualità della vita che non possono essere descritti o misurati in termini economici e che necessitano di attenzione da parte della classe politica e della governance globale. In conclusione, è possibile misurare le diverse dimensioni del benessere, ma il vero problema è mettere queste misure al centro delle scelte politiche. Ed è su questo che in Italia si sono fatti importanti passi avanti, con due iniziative per le quali mi sono personalmente impegnato:l’inclusione deiBes (indicatori del benessere equo e sostenibile, ndr) nel processo di programmazione economica e finanziaria e la recente decisione di costituire, presso la Presidenza del Consiglio, la Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile.

in Le Fiamme d’Argento, 2018

Le Cattedrali nelle città. Icone mirabili di storia, cultura, arte, trascendenza

Goffredo Boselli

Al centro della città e idealmente al cuore della società contemporanea, le cattedrali di cosa oggi sono segno? Sono reliquie preziose di un tempo tanto glorioso quanto passato? Segni ostentati delle pretese trionfaliste di una cristianità ormai scomparsa? Come conciliare la loro centralità spaziale con la progressiva marginalizzazione del messaggio cristiano nelle società occidentali come nei comportamenti degli uomini e delle donne di oggi? Come coniugare le loro monumentali dimensioni con la lenta erosione dell’appartenenza alle comunità cristiane e della presenza alle assemblee liturgiche? Siamo forse costretti a guardare alle nostre cattedrali come a delle immense navi spiaggiate alle quali è venuto meno il mare in cui navigare? In definitiva, il segno della cattedrale è oggi diventato insignificante?

Di fronte a queste impietose quanto inevitabili domande non può venir meno la piena convinzione che la visibilità delle nostre cattedrali è ancora portatrice di un messaggio per la società di oggi. La loro presenza al cuore delle città è tutt’oggi memoria della prossimità della comunità cristiana alla comunità umana. Le loro dimensioni segno della vocazione non settaria ma multitudinista della Chiesa. Infine, ma non per ultimo, la loro qualità architettonica e la loro bellezza artistica sono la più eloquente parola sulla natura e il fine della rivelazione cristiana.

“Cattedrale” è vocabolo che evoca da sé solo per il popolo cristiano le radici e l’eredità della sua fede, la testimonianza della storia e il centro simbolico della chiesa diocesana. Per i non credenti è un riferimento alla cultura e alla storia, per il turista, per l’esteta e per lo storico un luogo la cui visita offre sempre scoperte ed emozioni. Per lo Stato e i suoi organi un monumento unico da conservare e un patrimonio artistico peculiare da valorizzare.

Pertanto, la vocazione prima di una cattedrale non è quella di essere un museo di opere d’arte o di custodire un tesoro, né di essere una meta turistica o una prestigiosa sala di concerti. Sebbene possa e debba essere anche tutto questo, la cattedrale è innanzitutto la chiesa madre, il centro spirituale e liturgico della chiesa locale, il luogo dove è posta la cattedra del vescovo in mezzo alla sua diocesi. La cattedrale è stata e resta l’espressione della fede di un popolo che nel corso dei secoli ha apposto il sigillo del suo tempo in funzione della sua cultura religiosa e del suo genio artistico.

La prima vocazione alla quale la città contemporanea appella la cattedrale è quella di essere presenza, in altre parole di continuare a esserci e assumere il senso dello stare al centro, lì dove la storia l’ha posta. Al cuore dello spazio cittadino, la cattedrale non è solo nella città ma è con la città. In senso figurato essa abita la città insieme ai suoi abitanti, come un simbolo il cui significato deborda ampiamente il suo valore religioso e la sua funzione cultuale.

Se la centralità della cattedrale non è più in alcun modo l’emblema della pretesa della Chiesa di fondare e ordinare l’intero mondo sociale, se lo stagliarsi della sua figura nello skyline della città non è di certo l’immagine di un potere spirituale incontrastato, affermare che il primo compito della cattedrale al cuore della città e della società contemporanea è quello di esserci, significa essere fino in fondo consapevoli del valore della presenza, della semplice e nuda presenza.

La presenza basta a se stessa e, a maggior ragione, la forza e l’intensità della presenza di un edificio storico e di grande valore architettonico e artistico come è una cattedrale. Se crediamo all’efficacia e all’eloquenza dei luoghi, degli spazi, degli edifici e delle architetture non fatichiamo a comprendere che il semplice esserci della cattedrale al centro della città svolge il compito di ricordare che anche una società secolarizzata non può recidere le sue radici religiose. In Europa la civiltà cristiana è tramontata ma le cattedrali restano. Restano come testimoni di una storia religiosa e culturale che non può essere dimenticata, ignorata né tanto meno rimossa, ma che deve essere conosciuta e interiorizzata.

La presenza della cattedrale al cuore della città contemporanea è un appello a ricordare non solo che la dimensione spirituale nelle sue molteplici forme ed espressioni è costitutiva di ogni essere umano, ma anche che la stessa convivenza umana, il tessuto quotidiano delle relazioni, la costruzione dei valori condivisi e la ricerca del bene comune necessitano della componente spirituale. Tra gli edifici e gli spazi pubblici della città, la cattedrale ha vocazione a essere uno spazio altro che è figura dell’esistenza di una dimensione altra della vita. Per questo, la sua presenza connotata da una particolare bellezza architettonica e artistica invita a entrare per accedere e aprirsi a un’altra dimensione del vivere. Percorrerla nell’interezza della sua profondità può condurre a comprendere che l’esistenza umana necessita di un orientamento, uno scopo, un fine, una meta.

La cattedrale sta al centro della città per ricordare che quando l’umanità perde la dimensione spirituale smarrisce una parte non accessoria ma essenziale di se stessa, per questo la vocazione oggi della cattedrale al centro dello spazio pubblico è quello di ricordare in modo silente che il messaggio cristiano è ancora oggi una risorsa di umanizzazione. Questo è il primo compito della cattedrale oggi nella città contemporanea, quello della presenza, che non è occupare il posto centrale, ma rispondere alla vocazione del cristianesimo di stare al centro della vita umana, là dove la vita ogni giorno pulsa.

in “Avvenire” del 31 maggio 2018

I nuovi Over 65, la prima generazione Senior digitale: “una vita a colori”

BNP PARIBAS CARDIF. Comunicato stampa

Una volta li chiamavano “anziani” o “terza età”. Persone che hanno già vissuto gran parte della loro vita, magari appagati seppur non sempre in grado di avere ancora un ruolo attivo nella società. Ma questa fotografia è ancora attuale? Oggi, secondo l’Istat, gli Over 65 sono circa 13.672.000, pari al 22,6% della popolazione attuale, e sono destinati a crescere (34% entro il 2050), ma sono molto cambiati rispetto ai loro coetanei di soli vent’anni fa. Non chiamateli anziani, insomma.

E’ quanto emerge dalla ricerca “Over 65: una vita a colori” commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia1, e realizzata da AstraRicerche su un campione di oltre 700 Senior tra i 65-85enni, per analizzare come vivono la loro ‘nuova età’ nel terzo millennio e come hanno modificato il loro stile di vita e le loro abitudini in diversi ambiti: dalla salute al rapporto con la tecnologia, dalla famiglia alla vita sociale e allo svago.

I risultati sono sorprendenti. Chi pensa che i Senior non siano tecnologici deve innanzitutto ricredersi: amano la tecnologia e la utilizzano, tanto che la ricerca è stata realizzata completamente on-line tramite smartphone, tablet e pc (tra le prime in Italia su questo target), sfatando questo luogo comune e rendendoli a tutti gli effetti la prima generazione di “Over 65 digitali”. Non solo. Dalla ricerca emerge una figura ben diversa rispetto a qualche decennio fa: i Senior odierni si definiscono dinamici e attivi e, oltre alle faccende domestiche e alla cura della casa, non rinunciano alle attività che li rendono felici, come viaggiare (54,2%), prendersi cura di sé (49,1%), praticare attività ludico-sportive (45,7%) o culturali (43,4%). C’è chi frequenta un corso di ballo, chi è iscritto a corsi di natura artistica, chi va a teatro o chi preferisce studiare. Hanno forti valori e ideali (per il 56,2%) e uno «sguardo al futuro» più che al passato, con una vita ancora da vivere. Si reputano curiosi (47,8%), ottimisti (44,1%), capaci di invecchiare serenamente (60,8%) e alcuni sono desiderosi di fare nuove esperienze (29,6%). Se la maggior parte si augura in futuro di poter fare le stesse attività che svolge oggi, c’è, infatti, anche il 35,2% che auspica di poterle fare con maggiore serenità e il 4,5% addirittura di ampliarle nei prossimi 5 anni prevedendo più viaggi (+13,7 p.p. al 67,9%), più attività ludico-sportive (+4,9 p.p.) e culturali (+6,4 p.p.). In sintesi, è prima generazione di questa fascia d’età che progetta concretamente un futuro. Non mancano, però, dei lati più critici, come il basso livello di felicità e il sentirsi poco ammirati, la possibilità che loro condizione di salute possa peggiorare, oltre che considerarsi un peso per le casse dello stato (ma non per le famiglie).

“Cosi come abbiamo fatto con i millenials lo scorso anno, era importante per noi fotografare anche gli Over 65 nella società odierna, il loro nuovo ruolo, i nuovi bisogni, le diverse aspettative rispetto ai coetanei del passato, e dare la dovuta attenzione a un gruppo sociale oggi altrettanto importante, così da rappresentare un nuovo target a cui si stanno interessando molte industries” – afferma Isabella Fumagalli, Amministratore Delegato di BNP Paribas Cardif in Italia -. “Nel settore assicurativo, la longevità, il miglior stato di salute, la tecnologia e la dimestichezza nell’utilizzo della stessa dei Senior hanno cambiato il paradigma di consumo e di offerta. Si sono creati nuovi modelli di prodotto e di servizio, fino a qualche anno fa impensabili, che coniugano gli obiettivi di business con il ruolo sociale su cui si basa l’assicurazione. Oggi possiamo, ad esempio, sviluppare soluzioni innovative e sostenibili dedicate agli Over 65 nel campo della mobilità, dei viaggi, della salute, della smart home, semplicemente attraverso un’app.”

Tecnologia: sono i primi Over 65 digitali

Quello che differenzia ulteriormente i “nuovi Over 65” è il rapporto con la tecnologia. Oltre quattro su dieci dichiara di “amarla”, e questo grazie anche ai nuovi device diventati più semplici e intuitivi da usare. Una categoria, quindi, sempre più smart nei confronti di internet, dei social networks e degli smartphone, con il 66,2% che dichiara di utilizzarli in modo autonomo e il 57,1% che ha particolarmente apprezzato l’avvento dei social network perché li rende meno isolati. Certo, non sono loro a essere innovatori (solo il 12,5% ritiene di esserlo), non è il loro compito, ma sono ben disponibili a mettersi in gioco e imparare.

Salute: sono attivi, lucidi e complessivamente in forze, ma prevedono un peggioramento
Quasi nove Senior su dieci (86,8%) si sentono complessivamente più in forma rispetto ai coetanei di 20/30 anni fa. Una generazione più attiva, lucida, in forze, sia a livello mentale (87,9%) sia fisico (77,2%), con memoria e ricordi del passato anche lontano (72,7%). Si sentono completamente autonomi nel 68% dei casi, con uno stato di salute ottimo/buono (per il 53,5%). Dati positivi che tra 5-10 anni sembrano, però, destinati a peggiorare, secondo il loro giudizio. La quota di chi pensa che il proprio stato sarà ancora ottimo o buono si riduce nettamente (32,8%). Anche l’autosufficienza cala drasticamente dal 68% al 19,4%, segno che nei prossimi anni sarà necessario un supporto esterno. Una critica va alla rete assistenziale, che include il servizio sanitario: solo per il 41,3% è accessibile ed efficiente. Le aziende che operano nel settore assicurativo e sanitario privato, si stanno, in effetti, orientando per offrire prodotti innovativi dedicati a questa fascia di età.

Società e famiglia: rivendicano il ruolo sociale e non si sentono un peso per le famiglie
Interrogati su come vedono la loro generazione, rivendicano il ruolo sociale che li vede sempre più protagonisti nel supportare le famiglie, sia nella custodia ed educazione dei nipoti (per l’85,5%) sia a livello economico (82,2%). Sono, quindi, una fonte di serenità per i propri cari e senza dubbio sono più gli anziani che aiutano le proprie famiglie rispetto a quanto ricevono dalla rete di parenti e amici. Una risorsa preziosa, sempre secondo i Senior intervistati, che non si limita solo all’ambito familiare, ma all’intera società (per il 79,4%). Non si sentono assolutamente un peso per le famiglie, né ora e né in futuro, anche se tanti pensano, invece, di esserlo per le casse dello stato: oltre quattro su dieci sono convinti che gravano e graveranno sui conti pubblici in modo rilevante. Rivendicano un ruolo sempre più attivo, tanto che molti si sentono già considerati dalle aziende come gruppo sociale (36,3%), ma vorrebbero esserlo di più, con maggiori servizi o prodotti a loro dedicati che gli consentirebbe di dare vita a una cultura del benessere e della salute (86,4%).

Le “cose” che contano di più nella vita degli Over 65
Tra gli aspetti realmente fondamentali per i Senior emerge come non vogliano essere un peso per gli altri. Al primo posto segnalano, infatti, la lucidità e la buona condizione mentale (73,7%), che supera paradossalmente l’essere in salute e la buona condizione fisica (68,2%), mentre l’altro grande desiderio è quello di essere indipendenti (64,5%), in modo da provvedere autonomamente a se stessi. Solo una minima parte indica l’essere accudito. La serenità e la stabilità (51,6%) predominano sull’essere ben inseriti in un contesto familiare e sociale (37,5%): quasi a dire, “meglio sereni che accompagnati”.

Le paure: cadute, acciacchi, furti o aggressioni

Una maggiore dinamicità comporta, ovviamente, un maggiore rischio per la propria incolumità. Quali sono le principali paure? Ai primi posti rientrano la paura di cadere in casa causandosi fratture o altri danni rilevanti (per il 50,2%) e l’insorgere di piccoli acciacchi che impedirebbero di frequentare un corso o un programma a cui ci è iscritti (47%). Ma si sono anche timori non legati all’ambito salute, come subire furti o aggressioni nella propria abitazione (42,9%) o avere un imprevisto che fa annullare o interrompere un viaggio (35,8%).

Solitudine: per tanti, ma non per tutti

Il tema dell’“essere soli” divide i Senior: se da un lato il 36,7% afferma di vivere sempre più in solitudine, dall’altro il 31,5% la pensa diversamente. Analogamente, ma con più orgoglio e rivendicazione della propria rilevanza, per il 31% è vero che gli anziani sono poco considerati, hanno un ruolo minore e calante, mentre per ben il 35,2% questa idea non corrisponde alla realtà.