Archivio mensile:aprile 2018

Il diritto alla vita

Cesare Mirabelli

La morte del piccolo Alfie, dopo che per diversi giorni ha combattuto per vivere. La morte del piccolo Alfie, dopo aver combattuto per vivere senza più la ventilazione che lo aveva sostenuto nella respirazione, consegna questa triste vicenda al dolore dei genitori e al sentimento di pietà che accomuna tutti. Ciò indipendentemente dall’opinione che ciascuno si sia formato sulla decisione dei giudici inglesi di disporre la interruzione del sostegno vitale a lungo praticato, considerato dai medici dell’ospedale di Liverpool sproporzionato per le condizioni e le attese di vita del piccolo paziente, a causa della non nota malattia neurologica degenerativa della quale era affetto.

Ancora una volta è l’immagine di un bambino sofferente ad imporre all’attenzione generale domande di fondo sulla vita e sulla morte, sulla malattia e sulle cure, sul sostegno vitale e sugli atti terapeutici che debbono o non debbono essere praticati, nel concreto interesse del paziente e con il consenso informato suo o di chi ha la responsabilità di esprimerlo. Si intrecciano principi giuridici, regole di deontologia medica, condizioni e volontà della persona, attese dei familiari, disponibilità ed efficacia delle terapie per il recupero della salute o comunque per il mantenimento delle condizioni di vita, garantendo in ogni caso la dignità della persona. In ciascuno di questi temi non mancano spazi nei quali si manifestano sensibilità e valutazioni diverse, le quali spesso rispecchiano differenti orientamenti ideali o impostazioni che prevalgono nella cultura di fondo di ciascun paese.

La vicenda del piccolo Alfie offre un chiaro esempio di questa diversità di prospettive, sia per quanto riguarda le condizioni di vita, e su come e da chi possano essere qualificate di inutile sofferenza tanto da rendere preferibile la morte, sia sulla sottrazione ai genitori della potestà di valutare al meglio l’interesse del loro bambino. Nella visione seguita dai giudici di Liverpool la stessa respirazione assistita era causa di sofferenza e avrebbe determinato condizioni di vita intollerabili e senza speranza, giustificando un lasciar morire, che si è manifestato piuttosto come un far morire interrompendo quell’assistenza delle apparecchiature che consentiva di vivere. Sullo sfondo la valutazione della vita, e del suo valore, secondo la qualità con la quale si esprime, e chedovrebbe consentire la prospettiva di una vita di relazione. Verrebbe da chiedersi se questa valutazione non sia del tutto soggettiva, e se comunque non vi fosse già una intensa e reciproca relazione tra i genitori e il loro bambino, che quest’ultimo era in grado di percepire quale che fosse la sua condizione di salute.

E qui l’altro tema. L’interesse del bambino non trova nei genitori naturale valutazione e legittima espressione ? Era così irragionevole la loro pretesa di assicurare la continuità delle modalità di cura sino ad allora prestate al loro figlio? Un intervento autoritativo ha allontanato, anziché favorito, il colloquio, la condivisione delle cure, la necessaria alleanza tra i medici ed il paziente e in questo caso i suoi genitori. Una prospettiva ancorata al nostro sentire comune avrebbe potuto portare a soluzioni diverse, che trovano espressione anche nella recente legge sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento medico. La sofferenza, che in realtà ogni infermità comporta, implica la percezione di un dolore che la legge prevede sia fronteggiato con le appropriate misure terapeutiche. Inoltre, se la prognosi è infausta, è esclusa ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure ed il ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati, mentre si prevede il sostegno e l’accompagnamento sino alla morte naturale, ricorrendo se necessario alla sedazione palliativa profonda.

Rimane un curioso argomento. Al piccolo Alfie era stata concessa la cittadinanza italiana, come strumento di protezione diretto anzitutto ad agevolare il suo trasferimento a Roma per essere preso in cura dall’ospedale pediatrico Bambin Gesù. Sarebbero possibili accertamenti su questa vicenda da parte della giustizia italiana? Il codice penale prevede che un delitto per il quale la legge italiana prevede una pena della reclusione superiore ad un anno, commesso all’estero in danno del cittadino, è punibile secondo la legge italiana su richiesta del Ministro della giustizia o istanza delle persone offese. Ma è davvero difficile ammettere questa ipotesi, se l’attività svolta all’estero consiste nell’esecuzione di quanto deciso dai giudici di quel paese.

Accantonando le questioni giuridiche, che la dimensione di questa drammatica vicenda fanno apparire un fuor d’opera, è certo che la vita e la morte del piccolo Alfie non sono state inutili, ponendo questioni che interrogano la coscienza di ciascuno di noi.

in “Il Messaggero” del 29 aprile 2018

La “Resistenza”. Un’epopea di liberazione dalla dittatura e violenza nazifascista

Bruno Forte

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha voluto celebrare in Abruzzo il 73° anniversario della liberazione dell’Italia dall’oppressione nazi-fascista per commemorare il contributo decisivo della Brigata Maiella nel luogo dove venne fondata, Casoli. Mattarella ha così messo in rilievo «le pagine di storia, non sempre adeguatamente sottolineate e conosciute, scritte dalla Resistenza nel Mezzogiorno d’Italia».

La peculiarità di questa restituzione della memoria mi sembra sia stata l’evidenziazione dell’epopea di un popolo, che rende per certi aspetti unico il cammino della liberazione partito dalle montagne abruzzesi: mentre la guerra, combattuta per anni in fronti lontani, irrompeva drammaticamente nel territorio italiano, «l’Abruzzo, con i suoi abitanti, visse una vera epopea, tragica e insieme eroica, diventando – insieme alle aree limitrofe – il teatro di operazioni belliche di primaria importanza per le sorti della guerra… Tra queste montagne, alte e innevate, sulle pendici del Gran Sasso, nelle valli della Majella, tra i paesi e i borghi d’alta quota, nacquero spontaneamente nuclei del movimento di Resistenza al nazifascismo. I primi in Italia. Tra essi vi erano intellettuali, contadini e pastori, militari tornati dal fronte, carabinieri. C’erano antifascisti di lungo corso ed ex militanti fascisti, che si sentivano delusi e traditi. C’era tanta gente semplice, decisa a difendere il proprio territorio dai saccheggi e dalle prepotenze. La riconquista della libertà e dell’onore ne costituiva l’elemento unificante».

Il presidente ha anche evidenziato come a motivare i protagonisti di quell’epopea non fu anzitutto un’ideologia, ma il senso di appartenenza alla nostra comunità nazionale e l’amore per la sua dignità: «Non fu, dunque, per caso, che gli uomini della Brigata Maiella scelsero per se stessi il nome di patrioti. La stessa denominazione dei giovani che rischiavano la morte in nome dell’Unità di Italia. La Resistenza fu un movimento corale, ampio e variegato, difficile da racchiudere in categorie o giudizi troppo sintetici o ristretti. A lungo è stata rappresentata quasi esclusivamente come sinonimo di guerra partigiana, nelle regioni del Nord d’Italia o nelle grandi città… ed è giusto ricordarlo.

Ma gli studi storici hanno, via via, allargato l’orizzonte… Va rammentato che il movimento della Resistenza non avrebbe potuto assumere l’importanza che ha avuto nella storia d’Italia senza il sostegno morale e materiale della popolazione civile… Chiunque, in quegli anni foschi, sfidò la morte con coraggio e abnegazione merita pienamente la qualifica di resistente». In quanto movimento di popolo, la resistenza partita dall’Abruzzo ha avuto motivazioni peculiari, di cui quella dominante fu certamente il senso della fraternità umana universale: «Più che approfondite teorie politiche, coltivate dalle élites – ha affermato il capo dello Stato – era il riconoscimento della comune appartenenza al genere umano a costituire l’assoluto rifiuto a ogni ideologia basata sulla sopraffazione, la violenza e la superiorità razziale.

Nella lotta al nazismo, la popolazione d’Abruzzo fu particolarmente esemplare. Pagando un tributo alto di sangue che va adeguatamente ricordato, con riconoscenza e con ammirazione». Fu proprio questa motivazione universalmente umana che fece del movimento di liberazione legato alla Brigata Maiella un’esperienza vasta, che abbracciò intellettuali e umili contadini e pastori, militari e partigiani, giovani e donne, laici e cattolici, perfino sacerdoti, che scelsero di stare con il loro popolo di fronte all’efferatezza dell’occupante straniero. Da questa peculiarità di epopea popolare venne anche la promessa e la sfida in vista di un nuovo domani, tanto che quel movimento di liberazione costituì come uno spartiacque fra due epoche e due mondi: «Vennero poi le gesta della Brigata Maiella che ci conducono qui oggi a ricordare per tutta Italia la liberazione del 25 aprile…

La nascita del movimento della Resistenza, che mosse i primi passi in Abruzzo, segna il vero spartiacque della nostra storia nazionale verso la libertà. Chiuse la fase della dittatura e portò l’Italia all’approdo della libertà, della democrazia e della Costituzione». L’insieme di caratteristiche che quel movimento ebbe – la coralità, il senso della comune appartenenza e della dignità del nostro popolo, il valore morale dell’identità nazionale, la percezione acuta della responsabilità di tutti e di ciascuno per il bene comune – costituisce un patrimonio che è quanto mai necessario riscoprire per riappropriarcene in un momento complesso e critico come quello che stanno attraversando il nostro Paese, l’Europa e il mondo. Sull’esempio dell’epopea popolare abruzzese nel cammino della liberazione nazionale dalla dittatura e dalla violenza nazifascista, a nessuno è lecito voltare la faccia. È il momento in cui ognuno deve assumersi la propria parte di responsabilità, rinunciando a calcoli egoistici, anteponendo a tutto il bene del Paese.

Ne deriva un concretissimo, perfino bruciante invito alle parti politiche a volare alto e a porsi coralmente al servizio dell’Italia, che non può permettersi indugi di fronte al travaglio di uscita dalla crisi che sta vivendo e alle urgenze delle sfide internazionali che la interpellano, nel consesso più ampio delle nazioni e in quello specifico europeo, chiamato ad affrontare il fenomeno epocale dei flussi migratori in atto e le urgenze del superamento dei conflitti e della costruzione della pace sull’orizzonte dell’intero “villaggio globale”. In questo senso, certamente la parola alta del presidente Mattarella ha voluto far memoria del passato per parlare al presente e stimolare tutti a fare la propria parte nel servizio al bene dell’intera comunità nazionale.

in “Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2018

Papa Francesco parla “chiarozzo”

Gianfranco Ravasi

L’uso della nostra lingua in ambito ecclesiastico, dai predicatori medievali alle omelie di papa Bergoglio Chissà quanti questa mattina si sono lavati la faccia nel lavabo del loro bagno e non hanno certo immaginato che quel lavello così quotidiano e fin banale evocasse in sé un atto liturgico cattolico. Sì, perché il sacerdote nell’antico rito della lavanda delle mani all’offertorio della Messa pronunciava l’avvio del Salmo 26 nella versione latina: Lavabo inter innocentes manus meas, «laverò tra gli innocenti le mie mani». Ecco, quell’incipit ha generato la denominazione del manufatto idraulico che laicamente permette di toglierci di dosso il sudario non tanto del peccato ma il velo del sonno notturno. E poi, chissà quante volte in ufficio si sono passate ore accanto a un collega che si riteneva «falso come Giuda», ma con atteggiamento «pilatesco» si è lasciato perdere, anzi ce ne siamo «lavate le mani» proprio come il governatore romano di Palestina Pilato, continuando la nostra via crucis quotidiana, consapevoli che anche noi forse un mea culpa avremmo dovuto confessarlo perché un po’ tutti siamo «sepolcri imbiancati».

Nel 1999 era stato un importante studioso della nostra lingua, Gian Luigi Beccaria, a raccogliere in un volume, pubblicato da Garzanti, le reliquie consistenti della Bibbia e della liturgia presenti nell’italiano e nei dialetti, rubricandole con un titolo curioso: Sicuterat, desunto da una delle preghiere trinitarie più popolari, il Gloria Patri. Ora, invece, è un’altra storica della lingua italiana, Rita Librandi, docente all’«Orientale» di Napoli, ad allargare questo orizzonte, travalicando l’ambito più specifico dei prestiti sacri all’interno del nostro linguaggio comune. Infatti, la sua ricerca risale fino alle origini quando gli Ordini religiosi attraverso il loro sistema scolastico, coi relativi apparati didattici, i seminari e la catechesi popolare e persino il ricorso agli spettacoli teatrali e, successivamente, alla cura pastorale dei migranti facevano sì che l’italiano si alimentasse e si evolvesse col mutare delle coordinate storico-geografiche.

Non si immagini, però, di essere in presenza di un manuale che ricostruisce una traiettoria tematica: le pagine della Librandi, pur rigorose, sono intarsiate di citazioni testuali, di esempi stilistici e didascalici, di evocazioni di personaggi (solo per fare un paio di esempi, come non pensare a san Giovanni Bosco e ai Salesiani col loro progetto educativo o a santa Francesca Cabrini per gli emigranti italiani in America?). E dato che sopra abbiamo rimandato al Gloria Patri, si legga la deliziosa Laude spirituale approntata dal grande predicatore secentesco Paolo Segneri che spiega così agli allievi l’arduo mistero trinitario delle tre persone nell’unità della natura divina: «Iddio è uno e trino / perché con l’unità / d’essenza ha Trinità / nelle persone. / Queste han perfetta unione, / perfetta somiglianza, / e son nella sostanza / un Dio solo. / Il Padre ed il Figliolo / e lo Spirito Santo / son pari e tutti tanto / in eccellenza, / perch’han l’istessa essenza, / un istesso volere, / un istesso sapere, / una bontà…». E così via, in versi elementari ma di facile memorizzazione. È spontaneo, a questo punto, avendo citato Segneri, passare alla predicazione che a livello popolare non fu solo magistero dottrinale ma anche scuola di linguaggio, dato che uno dei maestri al riguardo, san Bernardino da Siena, raccomandava il parlar «chiarozzo, chiarozzo», mentre Girolamo Savonarola incendiava le coscienze col suo dettato rovente prima di essere arso lui sul rogo nel 1498. Domenicani (si pensi al Cavalca e a Passavanti) e francescani si contendevano appunto il primato in quest’opera oratoria che segnò anche la letteratura italiana e che proseguì fino all’Ottocento con l’abate Antonio Cesari e altri, costretti ormai a confrontarsi con una società moderna.

Rita Librandi insegue e documenta l’evolversi di termini e registri, rendendo così la sua descrizione tutta costellata di sprazzi linguistici e testuali. Non poteva mancare ovviamente un ampio spazio riservato ai libri devozionali, vera e propria miniera a cui attinsero studiosi del calibro di Giuseppe De Luca, «il primo a segnalare in Italia l’importanza di questa letteratura per la storia della pietà e dell’intera cultura del paese», o di  Giovanni Pozzi per mia stessa esperienza personale, avendo frequentato questo straordinario francescano svizzero. Per stare ancora all’autobiografia, non posso dimenticare l’attrazione che creava in me fin dall’infanzia un libro che mia madre custodiva tra i gioielli. Era un volume con una legatura in velluto blu tutto striato di fregi d’oro zecchino con pietre «cabochon» e con pagine dal labbro dorato. Si trattava di un suo dono nuziale: era la famosa Filotea del sacerdote milanese ottocentesco Giuseppe Riva, «un fortunato arsenale di devozione», destinato alle donne perché s’innamorassero di Dio (donde il titolo), lo pregassero con intensità, ne testimoniassero la dottrina e la morale.

Pubblicata nel 1831, quest’opera vide ben 58 edizioni fino al 1953 e lo stesso Gramsci, in una lettera alla sorella Teresina del 1931, ricordava che le fedeli (le «beghine») dei paesi sardi amavano ripetere «il latino delle preghiere contenute nella Filotea». Naturalmente molti altri furono i testi devozionali diffusi soprattutto con l’avvento della stampa e con personaggi popolari come sant’Alfonso Maria de’ Liguori (l’avvocato napoletano settecentesco divenuto vescovo e autore del celebre canto Tu scendi dalle stelle). Certo, in agguato c’erano anche le derive superstiziose, tant’è vero che un ecclesiastico colto come Ludovico A.M. Muratori non esitava a scrivere un saggio sulla Regolata divozione, criticando «tanta fecondità di libri e libriccini» devozionali, rischio per altro ancora presente ai nostri giorni con inediti risvolti radiofonici, televisivi e informatici. Oggi, però, non può essere ignorata la ventata introdotta dall’originale predicazione di papa Francesco alle cui «parole dirompenti» Librandi riserva una suggestiva sintesi finale, risalendo a un’ideale matrice, quella del celebre «discorso della luna» di Giovanni XXIII col sintagma della «carezza del papa», in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962). Francesco privilegia la frase coordinata sulla subordinata, alla maniera dei lóghia o «detti» di Gesù; ricorre al simbolo, come faceva lo stesso Cristo con le parabole; ama le formule incisive («Chiesa ospedale da campo», «odore delle pecore», «periferie esistenziali», la «globalizzazione dell’indifferenza», la «terza guerra mondiale a pezzi» e così via); introduce il discorso diretto interpersonale («io-tu»); conia vocaboli nuovi («misericordiare, nostalgioso, mafiarsi») e accoglie forme dialettali («la corruzione spuzza»). L’italiano della Chiesa, perciò, anche in una società secolarizzata, ha una sua forza capace persino di creare un impatto superiore a quello di altri linguaggi «laici» (a partire da quello politico).

Rita Librandi, L’italiano della Chiesa , Carocci, Roma, pagg. 126, € 12

in “Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2018

 

Le domande silenziose e drammatiche di Alfie Evans

Nunzio Galantino, Segretario Generale CEI

Ci sono notizie che sembrano incaricarsi di metterci di fronte al dovere di non accontentarsi delle risposte buone per tutto e dei luoghi comuni di facile consumo, imponendo di capire meglio, di lasciare che la nostra coscienza si interroghi liberamente. A ben vedere, ormai la cronaca ne è prodiga, anche per un diffuso stile nella comunicazione assai spesso emotivo nel riferire i fatti insistendo sugli elementi che più facilmente possono far presa sulla curiosità o le nostre reazioni elementari invitandoci a sostituirle a un ragionamento documentato e senza preconcetti. Un approccio meno sbrigativo si rivela invece indispensabile quando l’attualità ci sottopone eventi sui quali è impossibile per chiunque calare l’ascia di un giudizio senza sfumature. Di questa categoria fa certamente parte la vicenda di Alfie Evans, il bambino inglese di quasi 2 anni, da tempo ricoverato in un grande ospedale pediatrico di Liverpool per i sintomi ancora inspiegati di una malattia neurodegenerativa sconosciuta.

Per l’opinione pubblica italiana questo piccolo malato in attesa di una diagnosi e dunque di una terapia adeguata sembra apparso da un giorno all’altro con un fardello pesantissimo di domande etiche, scientifiche, giuridiche e soprattutto umane, ma il suo caso non è del tutto nuovo né sorprendente. Il nome di Alfie apparve infatti nel luglio 2017 dentro il cono d’ombra del dramma di Charlie Gard, altro bimbo inglese di neppure un anno segnato irrimediabilmente da una rarissima forma di malattia dei mitocondri per la quale pareva esistere una possibile via terapeutica sperimentale. Convinti che per lui non ci fosse nulla da fare e che prolungare cure e supporti vitali avrebbe costituito solo una dolorosa forma di ostinazione terapeutica, i medici curanti ottennero invece dalla giustizia l’ordine di interrompere ogni tipo di supporto. E in capo a una battaglia legale con i genitori affranti il piccolo morì, a pochi giorni dal suo primo compleanno, per il distacco delle macchine che ne supportavano le funzioni di base. Il mondo intero ne fu scosso, come si ricorderà, non sapendo che partito prendere: era davvero un episodio di accanimento, e dunque occorreva forzare la mano al comprensibile strazio della mamma e del papà, oppure andava creduta la loro determinazione di tentare ogni strada possibile per salvare la vita al figlio, ribellandosi all’idea che un malato inguaribile andasse per ciò stesso sospinto verso una morte precoce? Provando a uscire dallo schema della narrazione mediatica: in un caso come questo va seguito il codice della scienza e del diritto, che ci mostrano come su ogni altra considerazione debbano prevalere l’esame dei dati obiettivi, il confronto dei diversi fattori in gioco e la conseguente valutazione su cosa sia meglio per la vita di una persona? Oppure la strada giusta è l’amore di genitori ai quali è affidata per natura e responsabilità sociale la sorte dei propri figli? È chiaro da questi stringati elementi come una vicenda che intreccia piani tanto disparati non si possa risolvere tracciando una linea netta tra bene e male, giusto e iniquo, e si offra anzi come il prototipo delle grandi questioni dei nostri giorni nelle quali sono intrecciati in modo inestricabile temi e domande sull’uomo, la sua vita, i progressi e i limiti della scienza, i poteri e i confini della legge, il ruolo della giustizia, la responsabilità dei mezzi di comunicazione.

Il caso di Alfie Evans sembra riproporci ora gli stessi interrogativi, con alcune rilevanti differenze (la malattia ignota, la conseguente assenza di terapie conosciute) dentro uno spartito dove riappare però l’identico, angoscioso confronto tra la ferma volontà di vita dei genitori e una sentenza che apre la strada alla morte di un bimbo non per gli esiti della sua malattia ma per un’azione dei medici cui era affidato il suo destino clinico. Da Charlie ad Alfie – e non è irrilevante che il teatro sia sempre il Regno Unito patria dello Stato sociale, della “mano invisibile” e dell’empirismo –, al centro di tutto resta il medesimo punto incandescente: il rilievo e il valore della vita umana, che nei bambini è come se ci apparisse spogliata di ogni sovrastruttura, allo stato naturale. Quando protagonisti sono i più piccoli è come se i fatti chiedessero di noi, mostrassero cioè che non basta cavarsela con usurate contrapposizioni tra razionalisti e fideisti, laici e credenti, liberali e cattolici, sinistra e destra, ma che nemmeno il pragmatismo basato sull’efficienza pratica di una soluzione – criterio tipicamente economicista – risolve il dubbio quando il suo oggetto è l’umano.

Che non si possa sfuggire a una scelta etica davanti a fatti come quello che vede al centro un bambino malato, e che a persone dalla coscienza vigile e aperta sia indispensabile sottrarsi alla mischia di schematismi ormai inadeguati e asserzioni vistosamente precotte, è dimostrato dallo stesso imporsi di due notizie così simili nel breve volgere di pochi mesi, prima Charlie e ora Alfie, testimoni e simboli di un’epoca che brucia le esitazioni, è allergica ai difetti malgrado tanta retorica pubblica e lascia inesorabilmente ai margini chi non tiene il passo. È come se la cronaca ci proponesse a ritmo incalzante la scena di un cantiere a metà strada tra la vita e i grandi ambiti della conoscenza e della cultura (non a caso si parla di “bioetica”, “biomedicina” “biodiritto” e persino “biopolitica”) per mettere alla prova la nostra umanità dentro una società che forse troppo facilmente si affida a risposte tecniche e solo apparentemente oggettive – la scienza, il diritto, la tecnologia, gli algoritmi –, ma palesemente limitate se poste a confronto con ciò che si muove nel più profondo di noi. Vogliamo provare a essere all’altezza delle formidabili domande che arrivano dal letto di un bambino senza speranza di guarigione e quindi – sulla carta – spacciato e “inutile”, come ha scritto in sentenza un incauto giudice, ma con tutta la speranza di cura umana gridata dai suoi genitori? Poniamoci dunque davanti alla sua silenziosa presenza che ci pungola e attende che sappiamo riconoscere ciò che muove la nostra stessa vita. Segretario generale della Cei.

in “Il Sole 24 Ore” del 28 aprile 2018

Da Dottrina sociale e Magistero del Papa indicazioni per economia e finanzaˮ

Andrea Tornielli

Una Fondazione che prende il nome dall’enciclica di Pio XI “Quadragesimo anno” e si dedicherà alla creazione di un sistema di certificazione degli investimenti in accordo con la dottrina sociale della Chiesa: è questo il progetto che viene presentato il prossimo 3 maggio alla Pontificia Università Lateranense, nel corso di un convegno intitolato «Investire per il bene comune. Il “rating cattolico” degli investimenti», organizzato da Valore srl in collaborazione con Vatican Insider e con Core Values (per informazioni: info@valoresrl.it).

«In primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare». Sono le parole dell’enciclica Quadragesimo anno, il documento di Pio XI scritto nel 1931, dopo la crisi di Wall Street. Papa Ratti, in questo testo dimenticato, osservava profeticamente che «una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza».

Queste parole, rilette a distanza di quasi novant’anni mostrano un’eccezionale carica profetica. Il Pontefice aveva infatti indicato i processi di trasformazione dell’economia e della finanza allora in atto, le cui conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti. Anche i Pontefici successori di Pio XI hanno affrontato nelle loro encicliche temi sociali e oggi Papa Francesco, con il suo magistero sociale, sta riscoprendo pagine dimenticate della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC). Fin dagli inizi del suo pontificato, con l’esortazione Evangelii gaudium, ha posto il problema di un’economia «che uccide» suggerendo un cambio di passo strutturale. Prendendo sul serio queste sue indicazioni, con l’incoraggiamento dello stesso Pontefice, è stato costituito nelle scorse settimane il Comitato Promotore che farà presto nascere la Fondazione “Quadragesimo annoˮ, organo senza fini di lucro, la quale – grazie al contributo di accademici, esperti, studiosi di varie discipline e professionisti provenienti da tutto il mondo – contribuirà all’elaborazione di percorsi operativi per «eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale» e per «puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economicosociale», ripensando i modelli di sviluppo secondo gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa e il magistero di Papa Francesco. La principale finalità della Fondazione, come ha sintetizzato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin in una lettera datata 5 novembre 2017, è quella di «cercare di tradurre i contenuti della Dottrina Sociale della Chiesa in indicazioni concrete per il mondo della finanza». All’iniziativa – e al lavoro che si propone – hanno già dato la loro adesione, oltre ad alcune banche ed istituzioni finanziarie, lo statunitense Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute alla Columbia University; gli accademici ed economisti italiani Stefano Zamagni, docente di Economia politica all’Università di Bologna; Leonardo Becchetti, docente di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata; Mauro Magatti, docente di Sociologia generale all’Università Cattolica di Milano. Il presidente onorario del comitato e della futura Fondazione è il cardinale Antonio Maria Vegliò, già nunzio apostolico e presidente del Pontificio Consiglio per i migranti. Mentre dal mondo delle Banche di credito cooperativo ha aderito il direttore generale di Federcasse, Sergio Gatti.

L’idea che sta alla base del progetto – informano i promotori – è di «prendere sul serio le indicazioni della Dottrina Sociale della Chiesa, del magistero di Francesco e la sua richiesta di ripensare il sistema economico-finanziario. Non si può far finta di non vedere, infatti, come l’attuale sistema economico sia ormai assai poco “liberaleˮ, dato che le leve del potere sono sempre più riconducibili a poche persone. Allo stesso tempo l’accesso al credito è garantito soltanto a chi molto già ha, rendendo difficile e spesso impossibile l’avere denaro in prestito per chi non ha». Come tradurre le parole della Dottrina Sociale in indicazioni concrete riguardo – ad esempio – agli investimenti finanziari? Come incidere nel sistema proponendo percorsi a quanti desiderano investire tenendo presenti l’etica e un sistema di valori che derivano dalla visione cristiana della realtà? Quali indicazioni dare per aiutare la trasformazione del sistema economico favorendo le buone prassi, la sostenibilità, l’impatto sociale? A queste domande si propone di dare risposta il lavoro della Fondazione, «scendendo molto nel concreto, con valutazioni che riguardano l’aderenza o meno delle varie iniziative finanziarie, economiche, del mondo del lavoro, ai principi della Dottrina Sociale.

L’impresa non è semplice – riconoscono i promotori dell’iniziativa – perché è più facile enunciare i principi che tradurli nella realtà, ma si cercherà di farlo, consapevoli della difficoltà, con la grazia di Dio e la collaborazione di tutti». La Fondazione “Quadragesimo annoˮ si propone dunque di diventare «un punto di riferimento per tutti coloro che investono e operano nel mondo economico, e intendono agire tenendo presenti la Dottrina Sociale e il magistero del Papa arrivando a creare un vero e proprio sistema di certificazione conforme alla Dottrina Sociale della Chiesa (DSC compliant) rivolto al sistema finanziario ed economico in generale». I promotori sono convinti che un iniziale risultato «possa essere ottenuto mettendo a tema questa esigenza, che fino ad oggi non ha trovato adeguate risposte, costituendosi come punto di riferimento per il mondo cattolico a partire da tutte le organizzazioni sociali e finanziarie ed economiche che vedono nella Dottrina Sociale della Chiesa un suo riferimento ed un valore da preservare e fare crescere».

Per questo una speciale sezione di Vatican Insider, il sito web della Stampa dedicato all’informazione religiosa, sarà utilizzata come forum permanente di discussione dei risultati della Fondazione, di presentazione delle iniziative più interessanti che si muovono nella galassia della finanza etica e mutualistica, e dell’economia sociale, cercando al tempo stesso di promuovere l’incontro e il dibattito tra credenti e non credenti che operano nell’ambito economico-finanziario.

in “La Stampa Vatican Insider” del 28 aprile 2018

Il bambino e l’identità da salvare

Chiara Saraceno

Un bambino che deve essere allontanato dalla sua famiglia per essere accolto temporaneamente da un’altra deve fronteggiare non solo il dolore e gli interrogativi che pone questo distacco forzato, ma anche molti cambiamenti nella vita quotidiana. Tutto è in qualche modo nuovo e ignoto: le persone, gli spazi, o, quello che si fa e non si fa, le norme di igiene personale, a che ora si va a letto e a che ora ci si alza, come ci si comporta a tavola, quando e che cosa si mangia. In parte questi cambiamenti sono lo strumento tramite il quale la famiglia affidataria opera per (ri)dare stabilità al bambino. In parte sono la ovvia conseguenza del fatto che ogni famiglia è un po’ diversa da tutte le altre nelle abitudini quotidiane. In ogni caso, si tratta di un passaggio che non solo va accompagnato con delicatezza e rispetto, ma che non va reso più difficile e gravoso dalla sottovalutazione di dimensioni importanti dell’esperienza e identità del minore coinvolto. La lingua madre, la cultura del gruppo di appartenenza, la religione fanno parte di questa identità, anche se con intensità e declinazioni diverse a seconda dell’età e del modo in cui esse sono vissute nella famiglia di origine. Prima che di un diritto dei genitori a che il figlio/a non venga collocato in affidamento presso famiglie di etnia e/o religione diversa dalla propria, è un diritto del bambino alla propria continuità identitaria, che non può essergli interrotta proprio mentre si lavora per farlo stare meglio. Tanto più che l’affido è in linea di principio una sistemazione provvisoria in vista di un possibile e auspicabile ritorno presso la famiglia di origine se i genitori si dimostreranno in grado di svolgere adeguatamente la propria funzione.

Occorre evitare che il minore affidato diventi un estraneo per la comunità dove ci si aspetta che torni e questa per lui/lei. Ha ragione, dunque, la comunità egiziana a chiedere che quando un minore di una delle loro famiglie deve andare in affidamento si esplori prioritariamente la possibilità che vi sia una famiglia affidataria con requisiti adeguati all’interno della comunità stessa. Naturalmente, perché questo avvenga occorrerà che vi siano famiglie con le caratteristiche etnico-culturali desiderate che abbiano anche quelle richieste dalle norme e dall’esperienza maturata dai servizi sociali per essere, appunto, famiglie affidatarie. L’omogeneità culturale può essere auspicabile, persino necessaria. Ma non è sufficiente per svolgere un compito così delicato e impegnativo. Sarebbe opportuno che i servizi facessero un’operazione mirata di informazione. Ma chi si offre come affidatario deve sapere che dovrà sottoporsi allo scrutino dei servizi e partecipare ad attività di formazione. Se poi, in mancanza di alternative, il minore dovrà essere affidato al di fuori della comunità, la famiglia affidataria avrà la responsabilità aggiuntiva di aiutarlo a non diventare estraneo alla comunità e cultura cui appartiene la sua famiglia.

in “la Repubblica” del 28 aprile 2018

Migrazioni. Africa: le sfide del boom demografico e dei cambiamenti climatici

Clara Aida Khalil e Piero Conforti

Un atlante della Fao illustra le complessità dei flussi nell’area subsahariana. Le sfide del boom demografico e dei cambiamenti climatici

L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) ha recentemente pubblicato un atlante – dal titolo Rural Africa in motion: Dynamics and drivers of migration South of the Sahara – che illustra la complessità dei flussi migratori che caratterizzano l’Africa subsahariana. La pubblicazione, risultato di una fruttuosa collaborazione fra la Fao, l’istituto di ricerca agronomica Cirad e il centro sudafricano GovInn, riflette sul ruolo che le zone rurali dei Paesi africani esercitano e continueranno a esercitare sulla determinazione dei flussi migratori nel continente e nel resto del mondo.

Se da un lato l’atlante si colloca in un periodo storico in cui le sfide associate al tema dei rifugiati monopolizzano, a ragione, il dibattito pubblico sulle migrazioni internazionali, dall’altro cerca di porre l’accento anche sugli effetti potenzialmente virtuosi innescati dai movimenti migratori in termini di sviluppo e trasformazione strutturale delle zone rurali. In un simile scenario, la Fao sta dedicando particolare attenzione a questi temi, sia durante la Giornata Mondiale delle Migrazioni del 2017, sia con il prossimo Rapporto Annuale sullo Stato dell’Agricoltura – lo State of Food and Agriculture 2018 Report, ancora in preparazione – , sia con altre iniziative minori. La migrazione è un fenomeno antico come l’uomo, strettamente legato al costante processo di cambiamento che caratterizza ogni società.

Nella storia dell’umanità, i movimenti di persone all’interno delle regioni, degli Stati e attraverso gli Stati e i continenti hanno sempre rappresentato una componente fondamentale del processo di sviluppo e di trasformazione strutturale. Il passaggio progressivo da società rurali a modelli centrati sul ruolo delle città è stato costantemente alimentato da processi di migrazione, e tali processi hanno subito una drastica accelerazione globale durante gli ultimi due secoli. In alcune circostanze, tuttavia, migrare è tutt’altro che il risultato di una libera scelta. A fare notizia oggi sono le persone in fuga da villaggi, regioni o Paesi afflitti da guerre, povertà, insicurezza alimentare, o da situazioni climatiche e ambientali sfavorevoli. Altre volte, l’emigrazione che le famiglie rurali sperimentano è una scelta consapevole di gestione del rischio, attraverso la quale si diversificano le attività economiche e le fonti di reddito delle famiglie, nella speranza di superare difficoltà o accedere a stili di vita altrimenti preclusi.

È fin troppo facile ricordare quanto l’emigrazione sia presente nella storia recente del nostro Paese, quando si migrava dalle campagne del Mezzogiorno per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord; o quando dal Nord e dal Sud si migrava in cerca di occupazione nelle Americhe. Queste scelte hanno costituito una prospettiva di sviluppo per tante famiglie che, attraverso le rimesse e i rientri, ha favorito la crescita e il progresso dei luoghi di origine. Ciò che è cambiato negli ultimi decenni è la dimensione potenziale dei flussi di popolazione, che è divenuta maggiore, e la capacità di attrattività dei luoghi di destinazione, che si è gradualmente ridotta. In tutto il mondo le fabbriche in cerca di manodopera de-specializzata, pronte ad accogliere contadini provenienti da campagne sovraffollate, sono sempre meno; così come le terre libere da mettere a coltura. In molte circostanze la destinazione di chi lascia oggi campagne remote e sovraffollate è una periferia urbana povera e inospitale, popolata di attività economiche informali.

Il continente africano ha già una lunga storia migratoria. Basti pensare che nel 2015, secondo le stime fornite dall’Undesa, 33 milioni di africani vivevano in un Paese diverso da quello d’origine. Queste stime aggregate nascondono, tuttavia, importanti differenze regionali: mentre le popolazioni nordafricane tendono a intraprendere migrazioni intercontinentali (circa il 90 per cento di emigranti dalla regione si è mosso verso i confini europei), i migranti provenienti dal sud del Sahara si muovono principalmente all’interno del continente. I numeri e le dinamiche menzionate sono probabilmente molto più consistenti, se si considera che i dati a disposizione non includono né tutti i migranti intra-africani che si muovono senza lasciare traccia nei registri ufficiali, né i flussi di migrazione circolare. Inoltre, i numeri disponibili – dove la presenza di dati consente analisi attendibili – suggeriscono che i flussi migratori interni sono molto importanti, in particolare quelli da una zona all’altra di uno stesso Paese.

Si valuta che questi flussi siano ben più frequenti in gran parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, e fino a sei volte più elevati dei flussi di migrazione internazionale. Le estremità occidentali e orientali del continente sono generalmente le più dinamiche; vi si contano, al 2015, circa 5,7 e 3,6 milioni di migranti, rispettivamente. Circa la metà dei migranti del Kenya e del Senegal, per esempio, si spostano all’interno delle frontiere nazionali; questa quota raggiunge l’80 per cento nel caso della Nigeria e dell’Uganda. Complessivamente, si stima che il numero di persone che si spostano all’interno dei loro Paesi è sei volte superiore al numero dei migranti internazionali. La migrazione internazionale, pertanto, non è che la punta di un iceberg. L’Africa subsahariana è stata l’ultima regione del mondo a intraprendere il processo di transizione demografica; transizione che, al contrario di quanto accaduto in Asia, sta evolvendo più gradualmente del previsto. Con l’eccezione di qualche Paese a sud e ovest nel continente, infatti, il tasso di fecondità continua a diminuire a passo lento e irregolare, con una conseguente crescita costante della popolazione africana. La scala del fenomeno è senza precedenti. La popolazione a sud del Sahara è aumentata di 645 milioni fra il 1975 e il 2015, con una crescita simile a quella osservata in Paesi come l’India e la Cina.

Nei prossimi 40 anni (dal 2015 al 2055) ci si aspetta una crescita 2,2 volte più ingente. Per completare il panorama globale, nello stesso arco temporale, è previsto un calo nella popolazione europea e cinese, e un aumento limitato al 28 per cento di quella indiana. A caratterizzare l’Africa subsahariana è anche il ruolo persistente esercitato dalle popolazioni rurali. Mentre nel resto del mondo il processo di urbanizzazione procede velocemente e, dai primi anni 2000, gli abitanti delle zone urbane superano, seppur di poco, quelli delle zone rurali, l’Africa rimane principalmente rurale a causa di un processo di urbanizzazione iniziato relativamente di recente. Nel 2015 ancora il 62 per cento della popolazione africana abitava in una zona rurale. A causa della crescita della popolazione e della lentezza del processo di urbanizzazione, la densità demografica nelle aree rurali continua ad aumentare, con circa 380 milioni di abitanti addizionali stimati in queste aree entro il 2050. Che questo processo abbia un effetto forte sulle spinte migratorie presenti e future è chiaro.

in “Avvenire” del 28 aprile 2018

La voce del silenzio

Roberto Mela

L’esegeta cardinale passeggia nel giardino della parola umana, parola debole e fragile, alla quale è stata affidata la rivelazione della Parola, at-testata nella Bibbia. Quest’ultima è, a buon diritto, Il grande codice a cui si è abbeverata la cultura del mondo occidentale e – in misura minore e “laicizzata” – anche ai giorni nostri. La parola è avvincente, potente, specie quella poetica. La parola biblica non è solo epifania della rivelazione, ma diafania (Teihard De Chardin), trasparenza del divino. Soprattutto la poesia abbraccia in sé gli “spazi bianchi” che sono altrettanto e forse più espressivi delle parole dette per esprimere la profondità della realtà cantata.

La debolezza della parola, specie quella ebraica dotata solo di 5.740 parole, tende all’espansione massima di senso attraverso la musicalità delle sue espressioni. Dôdî lî waānî ledôdî, «il mio Amato è per me/mio e io sono per il mio Amato», dice l’Amata del Cantico dei Cantici.

La poesia canta l’ebbrezza dell’amore, della primavera passeggera come un soffio nelle stagioni di Israele. Canta la tragicità delle sofferenze, come quella di Gerusalemme prostrata a terra nella polvere dell’esilio, dalla cui bocca esce solo un bisbiglio.

Elia al monte Horeb sentirà solo la «voce di un sottile silenzio», un silenzio che parla perché non è un silenzio “nero” – assenza di rumori e di parole, molto temuto dai giovani d’oggi – ma un “silenzio bianco”, espressivo più del risuonare della parola.

YHWH, il nome del Dio di Israele, il massimo contenutistico dell’esperienza religiosa ebraica, è impronunciabile, è vietato pronunciarlo e va sostituito con un altro nome, ‘Adōnay.

«La Bibbia è l’alfabeto colorato della speranza, nel quale hanno intinto il loro pennello per secoli i pittori» (Marc Chagall). Nella tavolozza artistica la Parola può essere attualizzata (Paul Gauguin, Visione dopo il sermone: dopo l’omelia, le donne bretoni rivedono nella piazza del loro paese la lotta dell’angelo con Giacobbe allo Iabbok); la Parola può essere deformata (Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe: Dio si incuriosisce dell’uomo che protesta contro la sua volontà insindacabile e manda Gesù sulla terra ad ascoltare le ragioni di Giobbe; Gesù comprende che Giobbe ha ragione e contro i momenti dell’ira di Dio da allora in poi a ergersi contro l’Onnipotente non ci sarà solo Giobbe ma anche Gesù); la Parola può essere anche trasfigurata (Wolfgang Amadeus Mozart, in Vespri Solenni di un Confessore K339 commenta il brevissimo salmo 116[117] facendo salire la soprano sempre di più fino a “cadere” nell’assemblea del coro che canta con fiducia ormai “cristiana” il Gloria; le parole esed ed ‘ĕmet’ del salmo, che esprimono relazione amorosa e non tanto misericordia  e veritas della Vulgata geronimiana, trovano qui espressione esaltante e affascinante).

Wozu Dichter, «Perché i poeti», si interrogava Friedrich Hölderlin, «perché i poeti in tempo di povertà?». «Noi viviamo in un tempo in cui la povertà, cioè la mancanza di Dio, non è più sentita come mancanza», commentava Heidegger in I sentieri interrotti. In un tempo di orecchi ostruiti da ortica la parola dei Profeti deve irrompere «per le porte della notte, incidendo ferite di parole nei campi della consuetudine» (Nelly Sachs, I Profeti). La parola deve trovare orecchie che sappiano ascoltarla e accoglierla.

Oggi la forza della parola dei profeti e dei poeti «appare insignificante, eppure è necessaria più del pane» (Ravasip. 42), e si realizza così la profezia di Am 8,11 «… manderò la fame nel paese… non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore».

 Gianfranco RavasiLa voce del silenzio (Le ispiere s.n.), EDB, Bologna 2018, pp. 48, € 6,00.

Congo. Rompiamo il silenzio!

Direzione generale dei Comboniani

Il popolo congolese sta vivendo un’altra pagina insanguinata della sua tragica storia nel silenzio vergognoso dei media sia italiani che internazionali. La ragione di questo silenzio sta nel fatto che nella Repubblica democratica del Congo (RDC) si concentrano troppi ed enormi interessi internazionali sia degli Stati Uniti come della Unione Europea, della Russia come della Cina (la società China Molybdenum lo scorso anno ha comprato la miniera di Tenke che produce il 65 per cento del cobalto del mondo).

La Repubblcia democratica del Congo, infatti, è uno dei paesi potenzialmente più ricchi d’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate: coltan, tantalio, litio, cobalto. La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza. Per questo, oggi, il Congo è un paese destabilizzato in preda a massacri, uccisioni, violenze, soprusi, malnutrizione e fame.

Particolarmente grave è la situazione nel Nord Kivu (vicino all’Uganda) che ha Goma come capoluogo. Lì operano i «ribelli» delle Forze democratiche alleate (ADF), che hanno contatti con Boko Haram (Nigeria), al-Shabaab (Somalia) e al-Qaida. Sono dei veri e propri tagliagole in stile jihadista (basta vedere le allucinanti riprese di tali atti su internet!) che terrorizzano la popolazione. A farne le spese sono migliaia di congolesi innocenti, tra cui laici cristiani, sacerdoti e missionari. Don Étienne Sengiyuma parroco di Kitchanga (diocesi di Goma), ucciso l’8 aprile scorso, è l’ultima vittima di una lunga serie.

Drammatico l’appello del vescovo di Goma, mons. Théophile Kaboy Ruboneka: «La situazione della diocesi è insostenibile. Qui nel Nord Kivu viviamo nel caos totale. Siamo abbandonati da tutti». Tutto questo avviene nonostante la massiccia presenza di truppe ONU «e dell’esercito nazionale. Sempre nel Nord Kivu è altrettanto grave la situazione nella diocesi di Butembo-Beni dove i ribelli dell’ADF massacrano per costringere la gente ad abbandonare le proprie terre. Un rapporto della società civile di Beni afferma che sono più di un migliaio le persone uccise dal 2014 ad oggi e cinque i sacerdoti rapiti. Il 20 marzo del 2016 è stato ucciso il religioso Vincent Machozi, molto impegnato nella difesa dei diritti umani.

Grave è anche la situazione nel Sud Kivu dove gruppi armati controllano le miniere di coltan per non far entrare altri minatori e tenere il prezzo del minerale basso, sfruttando il lavoro dei bambini (secondo l’UNICEF si tratta di 40.000 bambini!).

Anche in altre aree del paese la situazione è al limite. Nell’estremo Nord, nella zona Bunia-Ituri, sono in atto saccheggi e massacri. E in due regioni del Sud, nel Kasai, ricco di diamanti, e nel Katanga, ricco di cobalto, si parla di massacri con migliaia di morti. I dati dell’Alto commissariato per i rifugiati ONU dicono che questi conflitti hanno prodotto quattro milioni di rifugiati interni, 750 mila bambini malnutriti, 400 mila a rischio morte per fame.

Tutto questo disastro non sembra disturbare il presidente Joseph Kabila che anzi ne approfitta per continuare a posticipare le elezioni nonostante il suo mandato (il secondo) sia scaduto a fine 2016! Kabila, al potere da 17 anni, anche se la Costituzione lo vieta, dà l’impressione di volersi presentare nuovamente alle elezioni fissate (forse) per il 23 dicembre di quest’anno.Tale comportamento politico ha portato a gravi disordini anche nella capitale Kinshasa. Il Comitato laico di coordinamento dei cattolici (CLC), sostenuto dal cardinale di Kinshasa, Laurent Monsengwo, ha promosso in tutto il paese il 31 gennaio 2017, il 21 gennaio e il 25 febbraio 2018 “processioni” di fedeli, accompagnate da sacerdoti, perché Kabila non si ricandidi ed esca di scena. La repressione è stata feroce: 134 chiese accerchiate dalle forze armate, chiese invase da poliziotti (compresa la cattedrale di Kinshasa), parecchi preti arrestati e alcune decine persone uccise.

La Repubblica democratica del Congo, oggi, sta vivendo il suo Venerdì santo nel silenzio della stampa internazionale e nell’indifferenza del mondo. Per questo ci appelliamo con forza ai giornalisti italiani perché rompano il silenzio sulla RDC raccontando gli orrori che vi sono perpetrati, ma soprattutto spiegando la ragione di tale silenzio: gli enormi interessi internazionali in quel paese. E ci appelliamo anche ai vescovi italiani ed europei perché sostengano i vescovi congolesi e le comunità cristiane con la preghiera, ma soprattutto con il sostegno concreto in questo loro impegno per la giustizia e i diritti umani. Perché non pensare a una delegazione di vescovi italiani ed europei che vada a visitare le comunità cristiane più provate? Non possiamo rimanere inermi di fronte a una così immane tragedia.

Direzione generale dei missionari comboniani; Missionarie comboniane – provincia italiana; Commissione giustizie e pace – missionari comboniani Italia; Padre Efrem Tresoldi – direttore di Nigrizia; Padre Alex Zanotelli – direttore di Mosaico di Pace; Padre Eliseo Tacchella – già provinciale dei missionari comboniani in Rd Congo; Padre Joseph Mumbere – provinciale dei missionari comboniani in Rd Congo

Legalità. Comuni sciolti per mafia, è boom da inizio anno

Antonio Maria Mira

Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento per condizionamento mafioso di 5 consigli comunali tra i quali Limbadi, Platì e Caivano. Sono 12 da gennaio. Erano stati 20 in tutto il 2017

Mano pesante del governo sui Comuni infiltrati dalle mafie. Ed è anno record. Ieri il Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha deciso lo scioglimento di ben cinque Consigli comunali per «riscontrate ingerenze da parte della criminalità organizzata». Si arriva così a 12 in appena quattro mesi, rispetto ai 20 di tutto il 2017, anno che aveva già riscontrato un fortissimo aumento. Infatti nel 2016 erano stati sette, nel 2015 nove, nel 2014 dieci. Se si tenesse il ritmo negativo di questo primo quadrimestre si potrebbe raggiungere il record negativo del lontanissimo 1993, quando vennero sciolti 34 Consigli comunali. Ma già con dodici scioglimenti il 2018 si piazza all’ottavo posto su ventotto anni, cioè dal 1991, anno in cui venne approvata la legge che introduce lo scioglimento dei consigli comunali per condizionamento mafioso. I Consigli comunali sciolti ieri sono Bompensiere (Caltanissetta), Caivano (Napoli), Limbadi ( Vibo Valentia), Manduria ( Taranto) e Platì (Reggio Calabria). Il Consiglio dei ministri ha anche deliberato la proroga, per una durata di sei mesi (oltre ai 1218 già stabiliti), dello scioglimento di Casavatore e Crispano (Napoli), «in ragione della necessità di proseguire l’opera di risanamento dagli accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata».

Per Platì, paese calabrese noto purtroppo per i clan della ’ndrangheta, faide, sequestri di persona e traffico di stupefacenti, si tratta del terzo scioglimento dopo quelli del 2006 e del 2012. Per l’altro comune calabrese, Limbadi, si tratta del secondo scioglimento. La prima volta, nel 1983, ben otto anni prima delle legge, era stato sciolto d’autorità dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, poiché al secondo posto fra gli eletti in Consiglio comunale figurava Francesco Mancuso, patriarca e fondatore dell’omonimo potentissimo clan. Il paese vibonese è di recente balzato agli onori delle cronache nazionali per l’autobomba che il 9 aprile scorso ha ucciso il biologo Matteo Vinci, candidato alle ultime elezioni comunali. Una vicenda che potrebbe coinvolgere proprio il clan Mancuso. Con la decisione di ieri viene accolta la proposta del ministro dell’Interno, che ha fatto propria la relazione del prefetto di Vibo Valentia, Guido Longo. La Commissione di accesso agli atti era stata nominata il 4 agosto dello scorso anno. L’amministrazione era guidata dal sindaco Giuseppe Morello, a capo di una lista civica vicina al centrosinistra.

È invece al primo scioglimento Caivano, paese diventato simbolo della ‘terra dei fuochi’ (è parroco don Maurizio Patriciello), ma negli ultimi anni luogo dove si sono spostate molte delle piazze napoletane dello spaccio, in particolare al ‘Parco verde’. Primo scioglimento anche per gli altri due comuni, Manduria e Bompensiere, a conferma della grave situazione pugliese e del ritorno della tensione in Sicilia. Gli altri scioglimenti del 2018 hanno riguardato i comuni di Cirò Marina (Crotone), San Gennaro Vesuviano (Napoli, già sciolto in passato in altre due occasioni), Mattinata (Foggia), Scilla (Reggio Calabria), Camastra (Agrigento), Calvizzano (Napoli) e Strongoli (Crotone, già sottoposto in passato ad uno scioglimento, poi annullato dal Consiglio di Stato). Coi cinque di ieri i comuni attualmente commissariati dopo lo scioglimento sono 38 (ci sono anche alcuni sciolti nel 2016 e prorogati). Due, Brescello in Emilia e Trentola Ducenta in Campania, tornano al voto il 10 giugno.

in Avvenire venerdì 27 aprile 2018