“Il dialogo fra le due Coree ha acceso un segnale di speranza per il mondo”

Pietro Parolin, intervistato da Andrea Tornielli

Grande speranza per la Corea, preoccupazione per la Siria. Le trattative con la Cina e il caso del piccolo Alfie Evans. Dopo una conferenza per il Fondaco, nella cattedrale di Chioggia, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha risposto alle domande sui temi più attuali.

Come giudica le prospettive di pace in Corea?

«Si è accesa una grande speranza. Secondo un’analisi che ho letto, il presidente Kim Jong-un avrebbe usato il potenziale bellico nucleare come minaccia per far uscire la Corea del Nord dall’isolamento e per avviare quella crescita economica di cui il Paese ha estremamente bisogno».

Condivide questa analisi?

«Non so se possa essere condivisa fino in fondo, sarebbe stato un grande stratega. Gli esperti però dicono che Kim sembra fare sul serio e che l’offerta di dialogo non è soltanto un bluff. Il cammino è molto delicato, ma il fatto che ci sia stata la decisione di negoziare, fermando l’escalation dei lanci missilistici, rappresenta un segno di speranza. Il presidente nordcoreano ora si dice favorevole a un processo di de-nuclearizzazione della penisola, il che significherebbe disinnescare una miccia che rischia davvero di provocare danni ingentissimi».

A che punto è la trattativa della Santa Sede con Pechino?

«Il dialogo va avanti, con tanta pazienza e con successi e insuccessi. Qualcuno diceva: è come il “ballo di san Vito”, due passi avanti e uno indietro. Comunque procediamo, questo è importante».

C’è chi si chiede: perché trattare con un governo comunista che nega la libertà religiosa?

«Se il governo non fosse comunista e rispettasse la libertà religiosa, non ci sarebbe bisogno di trattare. Perché avremmo già ciò che vorremmo».

Qual è lo scopo della Chiesa in questa trattativa?

«Il nostro non è uno scopo politico. Ci hanno accusato di volere soltanto le relazioni diplomatiche cercando chissà quale successo. Ma alla Santa Sede, come ha detto più volte il Papa, non interessa alcun successo diplomatico. Ci interessano spazi di libertà per la Chiesa, perché possa vivere una vita normale che è fatta anche di comunione con il Papa, fondamentale per la nostra fede».

Quale sarà l’oggetto dell’accordo?

«È fondamentale che la comunità ufficiale sottoposta al controllo del governo e quella cosiddetta clandestina possano essere unite. Già Benedetto XVI aveva detto che lo scopo di tutto il lavoro in Cina deve essere quello della comunione fra le due comunità e della comunione di tutta la Chiesa cinese con il Papa. Speriamo in un accordo soprattutto sul processo per la nomina dei vescovi. E speriamo che l’accordo sia poi rispettato. Da parte nostra c’è la volontà di farlo».

Pochi giorni fa, l’attacco missilistico in Siria. Come guarda il Vaticano a quella situazione?

«Con grande preoccupazione. È una vicenda tragica e intricata. C’è il contrasto tra il presidente Assad e l’opposizione, c’è uno scontro regionale, soprattutto tra musulmani sciiti e sunniti. E poi ci sono le grandi potenze che sono intervenute coalizzandosi contro l’Isis. Dopo la cosiddetta sconfitta dell’Isis – sul terreno è sconfitto anche se non credo che lo sia ideologicamente – le potenze si sono divise tra di loro e hanno cominciato a contrastarsi».

Come risolvere il conflitto?

«Abbiamo sempre ripetuto che non c’è possibilità di una soluzione militare. Il regime si è convinto di poter vincere militarmente, soprattutto dopo l’intervento dei russi che hanno aiutato Assad. Questo ha indebolito il negoziato di Ginevra. Lo abbiamo detto tante volte ai protagonisti: anche se si dovesse vincere la guerra militarmente, la pace non sarà automatica, perché rimarranno tanti odi, tante contrapposizioni e divisioni».

Che cosa pensa del caso del piccolo Alfie Evans?

«Mi ha dato un’enorme tristezza: di fronte a una disponibilità manifestata molte volte e con grande impegno di mezzi – i medici del nostro ospedale Bambino Gesù sono andati per tre volte aLiverpool – c’è stato il rifiuto di permettere che Alfie fosse portato in Italia. È incomprensibile. Questo mi ha colpito e scosso. Non riesco a capirne la ragione. O forse c’è, ed è una logica terribile. Da parte del Papa e della Santa Sede si è cercato di fare tutto il possibile per aiutare la famiglia e assicurare al bambino un accompagnamento, nonostante la prognosi infausta».

Un caso che ha fatto discutere, anche con toni accesissimi.

«Ora che il caso è chiuso e i media lo dimenticheranno in fretta, ci sarebbe bisogno di riflettere pacatamente. Questi casi si ripresenteranno. Tutti insieme dovremmo cercare di dare una risposta veramente umana, fondata sull’amore alla persona, sul rispetto della sua dignità. Speriamo che sia possibile farlo e non si chiuda l’argomento senza pensarci più, pronti ad azzuffarci di nuovo al prossimo caso».

in “La Stampa” del 30 aprile 2018

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: