Archivio mensile:aprile 2018

“Piano nazionale Cinema per la Scuola”

Con un seminario e la pubblicazione di tre bandi, il cinema arriva tra i banchi di scuola, entrando a pieno titolo nel Piano dell’offerta formativa, con l’attuazione della legge 107/2015 e con il Piano Nazionale Cinema per la Scuola.

Il Piano Nazionale Cinema per la Scuola è promosso dal MiBACT e dal MIUR in attuazione della legge n. 220/2016, “Disciplina del cinema e dell’audiovisivo”.

La prima delle iniziative attivate è il Seminario Nazionale di Educazione all’Immagine “Il mondo dello Spettacolo: una palestra per educare”, promosso da AGISCUOLA, MiBACT – Direzione Generale Cinema e MIUR – Direzione Generale per lo Studente, tenutosi il 17 e 18 aprile al Nuovo Cinema Sacher e negli spazi del WEGIL. Nel corso di quello che intende divenire un appuntamento annuale fra il mondo del cinema e quello della scuola si è discusso dell’obiettivo di fornire ai ragazzi gli strumenti per leggere, decodificare e usare in maniera consapevole le migliaia di immagini con le quali vengono a contatto ogni giorno, consentire l’approfondimento di un linguaggio che caratterizza il nostro tempo e dialoga con gli strumenti digitali ormai a disposizione di tutti.

In data 18 aprile sono stati pubblicati tre bandi rivolti alle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e a Enti, Fondazioni, Associazioni, che destinano quasi 24 milioni di euro a realizzare strumenti didattico-educativi e iniziative di sensibilizzazione e formazione degli studenti attraverso l’utilizzo del linguaggio cinematografico e audiovisivo.

  • il primo bando destina 17 milioni di euro per attività che rientrino in quattro linee di azione: un Piano di formazione sulla didattica del linguaggio cinematografico per i docenti; “Cinema scuola 2030”, dedicata a progetti che affrontino le tematiche dell’Agenda 2030; laboratori nelle scuole e nei cinema che abbiano per oggetto il linguaggio cinematografico; “Visioni fuori-luogo”, dedicata alla selezione di progetti proposti dalle scuole o da reti di scuole delle aree a rischio, che raccontino i territori di riferimento;

  • il secondo avviso è relativo a Buone pratiche-Rassegne-Festival e mette disposizione 6 milioni di euro per la realizzazione di progetti promossi dal MIUR e dal MIBACT su specifiche aree tematiche di attualità e di particolare interesse culturale e sociale e per il finanziamento di progetti;

  • il terzo bando è destinato alla realizzazione di un Piano di comunicazione e di una piattaforma web attraverso i quali diffondere la cultura cinematografica e dell’audiovisivo nelle scuole, con risorse pari a 700mila euro.

La legge 107/2015 prevede l’inserimento delle discipline artistiche, tra cui il cinema, nel Piano dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. Per accompagnare le scuole nell’inserimento del cinema e dell’audiovisivo nelle loro attività quotidiane sono stati pubblicati degli Spunti didattici per la presentazione dei progetti previsti dal Piano nazionale Cinema per la scuola.

in Notizie della scuola, 23 aprile 2018

Giuseppe Cottolengo. Il genio del bene

 Così lo definì papa Pio XI che lo canonizzò nel 1933. Portato fin da piccolo verso i bisognosi, divenuto sacerdote a Torino, aprì nella regione di Valdocco le Piccole Case della Divina Provvidenza, prima per i malati rifiutati da tutti, poi per “famiglie“ di handicappati, orfani, ragazze in pericolo e invalidi. Le Piccole Case , oltre a dare rifugio e assistenza materiale, tendevano a costruire una identità umana e cristiana nelle persone completamente emarginate. Apostolo, asceta, penitente, mistico, devotissimo alla Madonna, fu il precursore dell’assistenza ospedaliera.

Questo grande santo della carità nacque a Bra, nel Cuneese, il 3 maggio 1786 da una famiglia di solida tradizione cristiana, primogenito di dodici figli dei quali, oltre a Giuseppe, altri due si fecero sacerdoti: Luigi nel clero diocesano e Alberto tra i Domenicani. Fin da piccolo, grazie anche agli esempi della madre sempre generosa verso i poveri e gli ammalati, pensava di dedicasi alla cura degli infermi.

Deciso a farsi sacerdote, cominciò gli studi con scarso rendimento, poi in seguito a una novena a san Tommaso d’Aquino del quale sarebbe stato particolarmente devoto per tutta la vita, superò le difficoltà ottenendo esiti brillanti. Nel 1802 vestì la talare, ma dovette continuare i corsi di filosofia e teologia restando in famiglia perché i seminari erano chiusi a causa degli eventi politici del tempo; poté rientrarvi soltanto nel 1805 ad Asti, alla cui diocesi era stata assegnata Bra nel riordinamento deciso dal governo francese.

PARROCO A TORINO

Ricevuta l’ordinazione l’8 giugno 1811, Giuseppe svolse inizialmente il suo ministero a Bra e quindi, come vice parroco, a Corneliano d’Alba; poi, consigliato da alcuni sacerdoti amici, si recò a Torino dove conseguì la laurea in teologia presso quella università, e nel 1818 fu nominato canonico della chiesa del Corpus Domini, eretta a ricordo del miracolo eucaristico del 1453. Qui si dedicò con zelo alla predicazione e alle confessioni, nonché all’aiuto dei poveri per i quali, oltre a ricorrere alla carità di persone generose, si privava di quanto possedeva, stimolato in questo dalla meditazione sulla vita di san Vincenzo de’ Paoli.

L’ACCOGLIENZA DEI PRIMI INFERMI

Ed ecco nel settembre 1827 l’evento che avrebbe dato una svolta decisiva al suo apostolato: era giunta a Torino da Milano, mentre era in viaggio per Lione, una famiglia composta dai genitori e da tre bambini: ammalatasi gravemente la madre, Giovanna Maria Gonnet, non fu accolta nell’ospedale cittadino perché incinta e neppure nella maternità perché affetta da tubercolosi, ma portata in una stanza messa a disposizione dal Comune per gli infermi trovati dalle guardie sulla strada. Il “canonico buono”, come ormai veniva chiamato dalla gente, l’assistette durante l’agonia, cercando di consolare il marito e i tre figlioletti. Tornato alla sua chiesa, fece accendere un lumino all’altare della Madonna e, convocati alcuni fedeli col tocco della campana, cantò le litanie lauretane, ripetendo poi: «La grazia è fatta, benedetta la Madonna».

Egli aveva intuito che era necessario aprire un ricovero per i malati rifiutati da tutti; per questo affittò due stanze nella casa detta della “Volta Rossa”, di fronte alla basilica del Corpus Domini, accogliendovi i primi infermi; poi ne affittò altre, ottenendo la collaborazione di una giovane vedova, Maria Nasi Pullini, formando un gruppo di ragazze disposte a servire i bisognosi, le quali costituirono il primo nucleo delle suore Vincenzine che, accanto ai tre voti di povertà, castità e obbedienza, ne professano un quarto, quello di assistere i malati.

LE CASE DELLA PROVVIDENZA

Scoppiata in Piemonte l’epidemia del colera, gli abitanti delle case vicine per paura del contagio ottennero che lo stabile fosse chiuso e il Cottolengo, fiducioso nell’aiuto del Signore, affittò uno stabile nella zona di Valdocco trasportandovi, su un carretto tirato da un asino, un giovane colpito da cancrena: era il 27 aprile 1832, un sabato. In pochi mesi fu necessario acquistare un secondo stabile: cominciava così l’opera che il Santo intitolò “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, che nel corso di un decennio venne ampliata con nuove sezioni (da lui definite “famiglie”) destinate a malati acuti e cronici, bambini orfani, invalidi (mutilati, paralitici, rachitici), vecchi inabili, sordomuti, non vedenti, epilettici, scrofolosi, cerebrolesi (che lui chiamava “buoni figli” e “buone figlie”). In più c’era una scuola materna e primaria per bambini poveri e col tempo venne costruita anche una chiesa.
Per reperire i mezzi necessari al mantenimento di queste opere, il fondatore faceva affidamento unicamente sulla Provvidenza, la quale rispondeva con grande munificenza, anche se non mancarono  momenti difficili quando in cucina non c’era più pane, mancavano i soldi per la spesa e i creditori incalzavano: il santo invitava a pregare e arrivavano subito le derrate alimentari o un ignoto benefattore che saldava i debiti. Le cronache parlano di veri e propri miracoli verificatisi più volte in circostanze particolarmente critiche, davanti alle quali il santo, favorito da carismi soprannaturali, reagiva incoraggiando i suoi così: «Non disperate perché la Provvidenza arriva, arriva, statene certi». E ad un medico che per primo lo aveva aiutato, disse: «Si ricordi che i poveri sono e saranno quelli che le apriranno le porte del Paradiso: quindi carità, sempre carità e sempre carità».

IL RICONOSCIMENTO UFFICIALE DEL RE CARLO ALBERTO

Re Carlo Alberto nel 1833 concesse il riconoscimento legale alla “Piccola Casa” e nello stesso anno nominò il canonico Cottolengo cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro. Più tardi al Santo fu conferita la medaglia d’oro della società Motnyon e Franklin, che allora aveva un valore simile ai premi Nobel odierni. Anche Camillo Cavour ne aveva grande stima: «È un uomo semplice», diceva di lui, «ha fondato un’opera mirabile sostenuta da un sol uomo che altro non possiede al mondo che gli inesauribili tesori di un’immensa carità. Egli confida nella Provvidenza e questa non gli manca mai… un uomo prodigioso».

Poiché il Santo mirava anche alla cura spirituale dei malati, nacquero i Preti della SS.ma Trinità, i Fratelli di San Vincenzo per l’assistenza agli uomini, il piccolo seminario dei Tommasini (aspiranti al sacerdozio) e diverse comunità femminili (le suore della Divina Pastora, le Carmelitane Scalze, le Suore dei Suffragio, le Penitenti di S. Taide e le Suore della Pietà), unificate oggi in una grande famiglia di religiose, divisa in vari rami con determinate finalità. Nella vita della “Piccola Casa” un posto centrale avevano i Sacramenti e la preghiera: «Non lasciate mai», ripeteva a tutti sovente, «a qualunque costo la comunione quotidiana! Ciò che tiene in piedi la Piccola Casa sono le preghiere e la comunione».

LA CANONIZZAZIONE

Nel febbraio 1842, prevedendo la sua prossima fine, il santo regolò gli affari più urgenti, visitò le case che aveva fondato chiedendo a tutti: «Pregate per me, che sono alla fine dei miei giorni». Il 21 aprile affidò al canonico Luigi Anglesio la direzione delle sue opere e si ritirò in casa del fratello canonico della collegiata di Chieri, dove morì il 30 aprile. Carlo Alberto, nell’apprendere la notizia, esclamò: «Ho perduto un grande amico». Beatificato da papa Benedetto XV nel 1917, Giuseppe Benedetto Cottolengo fu canonizzato il 19 marzo 1933 da Pio XI, che lo definì «un genio del bene».

in Famiglia cristiana, 30 aprile 2018

Giacomo Matteotti, assassinato dal fascismo. In rete tutti i suoi scritti.

Gli scritti di Giacomo Matteotti sono ora interamente consultabili in rete nel sito http://www.casamuseogiacomomatteotti.it.

L’operazione è stata compiuta dal Comitato scientifico della Casa-Museo Giacomo Matteotti che ha sede a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, la città dove il parlamentare socialista assassinato dal fascismo nel 1924 nacque, trascorse tutta la vita ed è ora sepolto nel locale cimitero.

L’abitazione di Matteotti era rimasta di proprietà famiglia e ceduta dai tre figli — l’ultimo dei quali, Giancarlo, scomparve nel 2006 — all’Accademia dei Concordi di Rovigo, che a sua volta l’ha ceduta in uso al Comune di Fratta Polesine. Dopo un radicale restauro, l’edificio è stato trasformato in un museo, aperto al pubblico nel 2012. A coordinarne le attività è un comitato scientifico, ora presieduto da Gianpaolo Romanato, professore all’università di Padova. Grazie a un finanziamento del Miur, gestito dal dipartimento di storia dell’ateneo patavino, con il quale la Casa-Museo ha stipulato un’apposita convenzione, è stato possibile realizzare un ricchissimo sito web nel quale sono stati pubblicati tutti gli scritti di Matteotti: i discorsi politici, i saggi di argomento giuridico, gli scritti sul fascismo, gli interventi di carattere economico e sociale. Inoltre sono disponibili nel sito gli studi di economia del fratello maggiore di Matteotti, Matteo, che scomparve ancora giovane ed esercitò su Giacomo  un forte influsso, nonché i testi letterari della moglie, Velia Titta, sorella del celebre cantante Titta Ruffo. Vi si trova poi un’ampia raccolta di interventi sulla situazione sociale, politica e idraulica del Polesine tra Ottocento e Novecento, necessari a comprendere l’ambiente in cui maturò l’indirizzo politico del deputato socialista, e una ricca antologia di articoli giornalistici relativi ai mesi del delitto e della crisi politica che ne seguì (giugno-dicembre 1924). In tutto sono state digitalizzate ad alta definizione circa 12.000 pagine, che il comitato scientifico si propone di implementare con ulteriori documenti.

Completano il sito, dove si possono trovare tutte le notizie riguardanti l’apertura della Casa-Museo, la vita di Matteotti e le circostanze della sua tragica morte, un’antologia di foto e numerosi filmati.

in Osservatore Romano 30 aprile 2018

“Garanzia Giovani” porta al lavoro un iscritto su cinque

Francesca Barbieri

Quattro anni di Garanzia Giovani. Domani 1° maggio il programma europeo rivolto all’universo dei Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano, tra i 15 e i 29 anni, sarà al quarto giro di boa rispetto all’apertura del portale nazionale – nel 2014 – che consente di iscriversi al Piano e provare così a uscire dai margini del mercato del lavoro.

Il bilancio dell’Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive, tracciato nel rapporto che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, parla di oltre un milione e mezzo di iscrizioni (al 31 dicembre 2017) che scendono però a 1,3 milioni se si considerano le cancellazioni. I “presi in carico” – i giovani che sono stati ricontattati dai servizi per l’impiego – sono ancora di meno, poco più di un milione. Di questi 547mila sono stati avviati a un intervento di politica attiva e 226mila sui 472mila che hanno concluso il percorso hanno poi trovato un posto di lavoro. Un lavoro che in quasi un caso su tre (30,5%) è a tempo indeterminato, nel 41% coincide con l’apprendistato, mentre il resto si divide tra tempo determinato (25%) e altre forme residuali (come job on call e contratti di collaborazione).

«Premesso che si può e si deve fare di più – commenta Maurizio Del Conte, presidente Anpal – i risultati nel complesso li ritengo positivi, considerato che stiamo ragionando su un progetto rivolto a una categoria ai margini della vita sociale e produttiva del Paese e che grazie alla Youth Guarantee si sono in qualche modo messi in gioco: hanno misurato le loro competenze, sono entrati in contatto con strutture quali i centri per l’impiego riacquistando una dimensione sociale, attivandosi e dando la loro dichiarazione di disponibilità».

A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, però, la maggior parte dei registrati al programma si è persa per strada, visto che su un totale di 1,3 milioni, coloro che hanno concluso il percorso sono stati, come detto in precedenza, meno di 500mila e chi ha trovato un’occupazione rappresenta il 17,5% dei registrati, quasi uno su cinque.Il rapporto dell’Anpal evidenzia comunque che nel periodo di osservazione il 69,2% dei giovani che ha portato a termine una misura ha avuto una o più esperienze di lavoro che poi si sono, in alcuni casi, interrotte.

«Sicuramente i risultati sarebbero stati diversi – sottolinea Del Conte – se il nostro Paese avesse avuto una rete di servizi per il lavoro efficiente e strutturata. In questo senso Garanzia Giovani ha contribuito in modo determinante a evidenziare la necessità di implementare la riforma del lavoro che ha portato alla nascita della stessa Anpal».

Risultati in chiaroscuro anche sullo scacchiere europeo, dove l’Italia registra un calo del 9% dei Neet, passati da 2,41 milioni nel 2014 a 2,19 nel 2017, ma resta ultima, nel drappello dei peggiori. Anche se il picco negativo(26,2%) di quattro anni fa si allontana, il 24,1% degli under 30 rientra ancora nella categoria dei «Né né», contro una media Ue del 13,4% e dista anni luce dalle virtuose Germania (8,5%) e Olanda (5,9 per cento). La media italiana nasconde poi una frattura evidente tra il Nord, dove i Neet sono il 16,7%, e il Sud, dove la percentuale è più che doppia, al 34,4%.

Dal report dell’Anpal emerge poi l’identikit dei giovani “presi in carico”: nel 55% dei casi hanno tra i 19 e i 24 anni, il 10,5% è rappresentato da ragazzi fino a 18 anni e il restante 34,5% da over 25. Nel complesso, il 58% dei giovani ha un diploma superiore, il 23% solo la licenza media e il 19% la laurea.

Le misure di politica attiva complessivamente erogate gli iscritti al Programma sono state 625mila (alcuni giovani ne hanno ricevute più di una): il tirocinio extracurriculare si conferma lo strumento più diffuso (60%), seguito dagli incentivi occupazionali (23%) e dai corsi di formazione (12,3%). «Il fatto che abbiamo un così alto numero di tirocini – spiega Del Conte – dipende anche dalla mancanza di un efficace sistema di alternanza scuola/lavoro. Comunque, gli stage di chi ha aderito a Garanzia Giovani presentano tassi di assunzione più elevati. Nel 2016 su 100 aderenti alla Youth Guarantee, 42 sono stati assunti dopo 6 mesi. Su 100 non aderenti gli assunti sono stati 39».

Resta comunque il fatto che la maggioranza dei ragazzi non vede trasformarsi lo stage in un contratto di lavoro vero e proprio.

I margini per migliorare la Garanzia Giovani, insomma, non mancano. «Bisogna creare un sistema virtuoso di rete tra pubblico e privato – conclude Del Conte – in accordo e sinergia con le Regioni, con una cabina di regia che valorizzi le esperienze migliori replicandole sul territorio nazionale e intervenga in sussidiarietà dove è necessario».Una sfida impegnativa che non può prescindere da un uso efficiente delle risorse economiche a disposizione, che poche non sono. La prima fase di Garanzia Giovani conta su una dote di 1,5 miliardi da spendere entro quest’anno. Nel 2017, dopo la revisione intermedia del bilancio Ue, sono arrivati ulteriori 1,27 miliardi allargando al 2020 il raggio di azione degli interventi, con la possibilità nelle Regioni del Mezzogiorno di estendere il Programma a tutti i giovani disoccupati, non necessariamente Neet.

in Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2018

SCUOLA. Alcune novità

Claudio Tucci

A giugno debutterà il nuovo esame di terza media (nel 2019 toccherà alla maturità); a settembre sarà operativa la riforma degli istituti professionali; gli Its aumentano il finanziamento aggiuntivo con l’obiettivo di aumentare il numero degli alunni, da 9mila ad almeno 20mila; anche per i presidi arriverà il nuovo contratto, e per le loro retribuzioni inizierà un (lento) percorso di avvicinamento a quelle della dirigenza pubblica.

Lo stato dell’arte della Buona Scuola
È il Programma nazionale di riforma (Pnr), appena pubblicato sul sito del ministero dell’Economia, in vista della sua trasmissione a Bruxelles, a mettere nero su bianco lo stato di attuazione della riforma scolastica.

Decolla il sistema integrato 0-6
Un’altra novità della riforma Renzi-Giannini è l’arrivo del Piano nazionale pluriennale di azione per la promozione del sistema integrato di istruzione da 0 a 6 anni che mira al potenziamento dei servizi offerti alle famiglie e alla riduzione dei costi sostenuti dai genitori, per garantire pari opportunità di educazione, istruzione e cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali. Il piano definisce gli obiettivi strategici del nuovo sistema tra i quali rientrano, tra l’altro, il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i 3 anni di età e la presenza di nidi in almeno il 75 per cento dei Comuni. Per il primo anno sono stati già stanziati 209 milioni da assegnare agli enti locali.

Scuola-Lavoro 4.0
Si punta poi a rafforzare l’alternanza scuola-lavoro. Un protocollo firmato tra Miur e Anpal punta a una maggiore integrazione con le imprese, costruendo relazioni stabili con i datori attraverso i tutor messi a disposizione delle scuole, alla qualificazione delle fasi di progettazione, gestione e monitoraggio dei percorsi, all’assistenza ai tutor scolastici e aziendali impegnati nella realizzazione dei percorsi di formazione “on the job”. È stata poi introdotta la «Carta dei diritti e dei doveri» degli studenti in alternanza oltre a una piattaforma on line per semplificare la gestione pratica di questa esperienza da parte di tutti i soggetti coinvolti. Si prevede inoltre il rafforzamento della formazione per i docenti che svolgono le funzioni di tutor. In prospettiva è in fase di realizzazione il progetto alternanza scuola-lavoro 4.0, un’iniziativa nata per favorire l’integrazione fra il mondo della scuola e quello della nuova imprenditoria digitale. Nella fase iniziale, saranno coinvolte oltre 60 start up attive su tutto il territorio italiano che accoglieranno studenti delle scuole secondarie superiori. Alternanza scuola-lavoro 4.0 si propone come una piattaforma aperta e collaborativa, a disposizione di tutti gli attori del digitale intenzionati a trasmettere la cultura imprenditoriale dell’innovazione ai giovani studenti.

Dispersione scolastica
Sulla dispersione scolastica, è scritto nel Pnr, l’Italia ha già raggiunto dei buoni risultati in materia, avvicinandosi all’obiettivo Europa 2020. Restano tuttavia forti squilibri territoriali e di genere, con Sicilia, Campania, Sardegna sopra la media nazionale e i maschi più coinvolti delle femmine; inoltre, percentuali più alte si registrano fra gli studenti di cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia e fra coloro che partono da condizioni economiche e sociali meno vantaggiose.

Card 18enni
Ad agosto, è stato esteso l’utilizzo della Carta elettronica per gli acquisti di beni e servizi culturali ai giovani che nel 2017 hanno compiuto 18 anni di età.

I nuovi Ip
Dall’anno scolastico 2018/2019 debutterà un nuovo modello organizzativo per l’istruzione professionale che prevede, tra l’altro, un ampliamento degli indirizzi (da 6 a 11) in linea con il sistema produttivo tipico del Made in Italy e un nuovo modello didattico personalizzato basato sull’uso diffuso dei laboratori e che integri competenze, abilità e conoscenze oltre ad accompagnare gli studenti in tutto il percorso di studi. L’obiettivo è fare dell’istruzione professionale un laboratorio permanente di ricerca e di innovazione, in continuo rapporto con il mondo del lavoro.

Rafforzati gli Its
Nell’ambito del Piano Impresa 4.0, si è puntato sul potenziamento degli Istituti tecnici superiori (Its) con l’obiettivo di incrementare il numero degli iscritti dagli attuali 9mila a circa 20mila. La legge di Bilancio 2018 ha stanziato risorse pari a 10 milioni nel 2018, 20 nel 2019 e 35 a partire dal 2020, a cui si aggiungono 15 milioni nel 2019 e 15 milioni nel 2020 a valere su risorse del ministero dello Sviluppo economico, destinati agli Its al fine di supportare lo sviluppo di competenze 4.0.

La valutazione dei presidi
A gennaio 2018 il Miur ha presentato i primi risultati sul procedimento di valutazione della dirigenza scolastica. Il 67 per cento dei presidi ha compilato il portfolio digitale per documentare la propria crescita professionale in cui vengono raccolti i dati anagrafici, i risultati dell’autovalutazione professionale riferita a specifiche aree tematiche e le informazioni relative alle azioni intraprese per il raggiungimento degli obiettivi di gestione dell’Istituto.

Assunzioni e retribuzioni
La legge di Bilancio 2018 contiene una serie di disposizioni a favore della scuola, a partire da quelle relative alle assunzioni di nuovi docenti. Si autorizza anche un piano di reclutamento straordinario del personale Miur per ridurre il carico amministrativo sulle scuole. Inoltre, le retribuzioni dei dirigenti scolastici verranno armonizzate a quelle degli altri dirigenti del comparto «Istruzione e Ricerca», grazie ad uno stanziamento di 37 milioni per il 2018, 41 milioni per il 2019 e 96 milioni a regime dal 2020. Altre disposizioni riguardano, inoltre, la valorizzazione dei docenti, con la creazione di un fondo dotato di 10 milioni nel 2018, 20 nel 2019 e 30 dal 2020 e la previsione di ulteriori risorse disponibili per il rinnovo contrattuale del personale delle amministrazioni statali da destinare anche al personale scolastico. Si conferma, inoltre, per il 2018 lo stanziamento di 75 milioni da destinare all’assistenza di alunni con disabilità.

in Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2018

Perché le auto cinesi invaderanno presto Europa e Stati Uniti

Riccardo Barlaam

Non ha dubbi il numero uno di Toyota, Kazuhiro Kobayashi: «La Cina è in una posizione di leadership nel mondo per le nuove tecnologie dell’auto elettrica». Questa settimana al Pechino Motor Show verranno presentati 174 nuovi modelli di auto elettrificate, di cui 124 modelli sviluppati in Cina. «Quello che – dice il ceo di Toyota – mi impressiona di più della Cina è la velocità del cambiamento. Frutto di politiche economiche che hanno dato lo slancio per superare gli altri Paesi nello sviluppo di queste tecnologie, così come nei campi della guida autonoma e delle auto connesse». L’imperativo per Toyota, per restare in scia, è «accelerare la crescita del business in Cina».

La scorsa settimana Pechino ha annunciato nuove regole per le joint venture con i costruttori stranieri. Dal 2018 viene abolito l’obbligo di alleanze per i produttori di auto elettriche e ibride. Nel 2020 toccherà ai veicoli commerciali. E dal 2022 la regola del 50:50 verrà abolita per l’intero settore. L’industria dell’auto cinese è stata fondata negli anni Cinquanta con l’aiuto dell’Urss. La produzione per trent’anni non ha superato le 200mila vetture. Fino agli anni Novanta, quando Pechino aprì la possibilità di investire alle case straniere con l’introduzione, nel 1994, del limite del 50% alla proprietà delle joint venture con i partner locali. Adesso la Cina apre il mercato dell’auto agli stranieri togliendo obbligo di alleanze. Le joint venture di solito sono accordi industriali di lunga durata, 10-20 anni. Per quelle già in essere non cambierà molto. Nel futuro lo scenario muterà.

Chi ci guadagna

Tesla vende 800-1.000 auto al mese in Cina con un dazio all’import del 25%. Da gennaio 2017 ha esportato 18mila auto in Cina. Da oltre un anno Elon Musk sta negoziando con le autorità cinesi per aprire uno stabilimento nel Paese. Ora potrà ora investire direttamente sul primo mercato mondiale. Anche le tedesche ci guadagneranno. Herbert Diess nuovo ceo del gruppo Vw ieri a Pechino ha annunciato che svilupperà la joint venture con i partner cinesi con investimenti nei prossimi cinque anni per 15 miliardi di euro (+44% di spesa): «Dobbiamo accelerare, i cambiamenti avvengono rapidamente, soprattutto qui in Cina». Vw, primo gruppo mondiale, è molto apprezzato in Cina con i marchi premium Audi e Porsche e anche Vw: il 43% dei profitti lordi del gruppo tedesco arrivano dalla Cina, secondo Evercore Isi. Rafforzeranno le partnership anche Daimler e Bmw (vedi articolo a fianco). Bmw, tra l’altro, potrebbe decidere di realizzare da sola il nuovo stabilimento cinese per le Mini elettriche – negoziati in corso con Pechino – ma è possibile che alla fine decida di cooperare con i partner locali più avanti nelle tecnologie sull’elettrico e nelle batterie. L’orientamento delle case occidentali è: via dalle alleanze che funzionano poco a scadenza, liberi tutti con i nuovi investimenti. Diversi analisti sottolineano il fatto che le case occidentali non avranno più l’obbligo di dividere al 50% i crescenti profitti cinesi.

Diversi costruttori cinesi quotati in Borsa hanno ormai un valore di mercato che supera quello dei concorrenti occidentali. Dongfeng vale più di Ferrari, se si considerano le stime sull’Ebitda a un anno. Changan Group, Guangzhou Auto, Saic e Faw valgono tutte più di Bmw, Mazda e Subaru, sebbene tutte le case cinesi trainino i rispettivi partner stranieri in termini di ritorno degli investimenti.

Un film già visto. Per l’automotive cinese nei prossimi anni rischia di ripetersi quanto accaduto con l’industria degli smartphone: la Cina ha sfruttato il cambiamento tecnologico dai telefonini agli smartphone grazie alla sua industria manifatturiera. E ha messo in breve tempo fuori gioco i produttori di Finlandia, Svezia, Usa, Canada e Giappone. Nel 2017 tre dei primi cinque produttori mondiali di smartphone sono stati cinesi, dati Gartner. Non è un segreto che la Cina abbia l’ambizione di sviluppare la sua industria dell’auto. Con le nuove tecnologie legate all’elettrificazione, Pechino ha l’opportunità di diventare il leader globale nel settore.

La linea di Xi Jinping

La linea l’ha dettata il presidente Xi Jinping nel 2014 durante una visita a Saic, la società statale partner di Volkswagen e Gm, che è il primo player in Cina per veicoli venduti: «Sviluppare auto a batteria è l’unico modo per la Cina di diventare da grande Paese per l’auto a un potente hub per tutto il settore automotive». Cosa che sta succedendo. Nella nuova era dell’auto i produttori cinesi, come stanno facendo già con gli smartphone, cercheranno di conquistare con i loro brand sconosciuti i mercati occidentali. Li Shufu, fondatore di Geely Group, che ha salvato e rilanciato Volvo, rilevato Lotus, i Black Cab londinesi e di recente è diventato il primo azionista di Daimler, presto lancerà in Occidente un suv ibrido con il brand Lynk. «Geely vuole diventare una società globale. Per riuscirci bisogna uscire dalla Cina». Non è il solo. Almeno quattro carmaker cinesi (Nio, Byton, Sf Motors e Byd) hanno in piano di vendere le loro auto negli Stati Uniti a partire dal prossimo anno.

in Il Sole 24 Ore , 28 aprile 2018

“Il dialogo fra le due Coree ha acceso un segnale di speranza per il mondo”

Pietro Parolin, intervistato da Andrea Tornielli

Grande speranza per la Corea, preoccupazione per la Siria. Le trattative con la Cina e il caso del piccolo Alfie Evans. Dopo una conferenza per il Fondaco, nella cattedrale di Chioggia, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha risposto alle domande sui temi più attuali.

Come giudica le prospettive di pace in Corea?

«Si è accesa una grande speranza. Secondo un’analisi che ho letto, il presidente Kim Jong-un avrebbe usato il potenziale bellico nucleare come minaccia per far uscire la Corea del Nord dall’isolamento e per avviare quella crescita economica di cui il Paese ha estremamente bisogno».

Condivide questa analisi?

«Non so se possa essere condivisa fino in fondo, sarebbe stato un grande stratega. Gli esperti però dicono che Kim sembra fare sul serio e che l’offerta di dialogo non è soltanto un bluff. Il cammino è molto delicato, ma il fatto che ci sia stata la decisione di negoziare, fermando l’escalation dei lanci missilistici, rappresenta un segno di speranza. Il presidente nordcoreano ora si dice favorevole a un processo di de-nuclearizzazione della penisola, il che significherebbe disinnescare una miccia che rischia davvero di provocare danni ingentissimi».

A che punto è la trattativa della Santa Sede con Pechino?

«Il dialogo va avanti, con tanta pazienza e con successi e insuccessi. Qualcuno diceva: è come il “ballo di san Vito”, due passi avanti e uno indietro. Comunque procediamo, questo è importante».

C’è chi si chiede: perché trattare con un governo comunista che nega la libertà religiosa?

«Se il governo non fosse comunista e rispettasse la libertà religiosa, non ci sarebbe bisogno di trattare. Perché avremmo già ciò che vorremmo».

Qual è lo scopo della Chiesa in questa trattativa?

«Il nostro non è uno scopo politico. Ci hanno accusato di volere soltanto le relazioni diplomatiche cercando chissà quale successo. Ma alla Santa Sede, come ha detto più volte il Papa, non interessa alcun successo diplomatico. Ci interessano spazi di libertà per la Chiesa, perché possa vivere una vita normale che è fatta anche di comunione con il Papa, fondamentale per la nostra fede».

Quale sarà l’oggetto dell’accordo?

«È fondamentale che la comunità ufficiale sottoposta al controllo del governo e quella cosiddetta clandestina possano essere unite. Già Benedetto XVI aveva detto che lo scopo di tutto il lavoro in Cina deve essere quello della comunione fra le due comunità e della comunione di tutta la Chiesa cinese con il Papa. Speriamo in un accordo soprattutto sul processo per la nomina dei vescovi. E speriamo che l’accordo sia poi rispettato. Da parte nostra c’è la volontà di farlo».

Pochi giorni fa, l’attacco missilistico in Siria. Come guarda il Vaticano a quella situazione?

«Con grande preoccupazione. È una vicenda tragica e intricata. C’è il contrasto tra il presidente Assad e l’opposizione, c’è uno scontro regionale, soprattutto tra musulmani sciiti e sunniti. E poi ci sono le grandi potenze che sono intervenute coalizzandosi contro l’Isis. Dopo la cosiddetta sconfitta dell’Isis – sul terreno è sconfitto anche se non credo che lo sia ideologicamente – le potenze si sono divise tra di loro e hanno cominciato a contrastarsi».

Come risolvere il conflitto?

«Abbiamo sempre ripetuto che non c’è possibilità di una soluzione militare. Il regime si è convinto di poter vincere militarmente, soprattutto dopo l’intervento dei russi che hanno aiutato Assad. Questo ha indebolito il negoziato di Ginevra. Lo abbiamo detto tante volte ai protagonisti: anche se si dovesse vincere la guerra militarmente, la pace non sarà automatica, perché rimarranno tanti odi, tante contrapposizioni e divisioni».

Che cosa pensa del caso del piccolo Alfie Evans?

«Mi ha dato un’enorme tristezza: di fronte a una disponibilità manifestata molte volte e con grande impegno di mezzi – i medici del nostro ospedale Bambino Gesù sono andati per tre volte aLiverpool – c’è stato il rifiuto di permettere che Alfie fosse portato in Italia. È incomprensibile. Questo mi ha colpito e scosso. Non riesco a capirne la ragione. O forse c’è, ed è una logica terribile. Da parte del Papa e della Santa Sede si è cercato di fare tutto il possibile per aiutare la famiglia e assicurare al bambino un accompagnamento, nonostante la prognosi infausta».

Un caso che ha fatto discutere, anche con toni accesissimi.

«Ora che il caso è chiuso e i media lo dimenticheranno in fretta, ci sarebbe bisogno di riflettere pacatamente. Questi casi si ripresenteranno. Tutti insieme dovremmo cercare di dare una risposta veramente umana, fondata sull’amore alla persona, sul rispetto della sua dignità. Speriamo che sia possibile farlo e non si chiuda l’argomento senza pensarci più, pronti ad azzuffarci di nuovo al prossimo caso».

in “La Stampa” del 30 aprile 2018

 

Fame nel mondo. Perché non serve produrre più cibo

Milena Gabanelli

Per una vita sana e attiva l’organismo mediamente ha bisogno di 2.100 calorie al giorno. Per dare un’idea: 100 grammi di latte corrispondono a 47 calorie, di pane 250, riso 300, maiale 171, manzo 115, cavolo 40, cipolla 40, banana 89, mela 52. Bene, oggi 815 milioni di persone mettono nello stomaco poco più di un pugno di riso al giorno. I dati del rapporto Fao, Ifad, Unicef, Wfp, Who mostrano un fenomeno in crescita: 38 milioni di affamati in più rispetto al 2015. Numeri che vengono confusi e inghiottiti dentro una preoccupazione più generale: se oggi 815 milioni di persone non mangiano, come si potrà sfamare un pianeta che nel 2050 sfiorerà i 10 miliardi di abitanti? La risposta dell’industria e delle agenzie internazionali è una sola: bisogna produrre più cibo. Intanto vediamo dove oggi si soffre la fame e perché.

Dove si muore: le cause

La crisi alimentare più grave al mondo si consuma in Yemen, e coinvolge 17 milioni di persone. Tre anni di conflitti hanno reso l’accesso al cibo sempre più difficile. Sette anni di guerra in Siria hanno fatto impennare il prezzo degli alimenti dell’800%, portando 6,5 milioni di siriani a soffrire la fame, insieme ai 7 milioni che vivono nella regione del Lago Ciad, diventata rifugio di terrorismi e persecuzioni. Guerre e guerriglie sono la causa di malnutrizione nella Repubblica Centrafricana, nella Repubblica Democratica del Congo, in Nigeria, Niger, Sud Sudan, Libia, Sahel centrale, Afghanistan. Poi ci sono gli choc climatici che colpiscono l’Etiopia, la Somalia, il Senegal, la Mauritania, il Burkina Faso e il Pakistan. A causa delle continue inondazioni e dell’alto tasso di povertà, milioni di persone hanno la pancia vuota in Bangladesh, Myanmar, Mongolia e in vaste aree rurali dell’India.

Il cibo del futuro

La popolazione mondiale oggi è di 7,5 miliardi, salirà a 8,6 nel 2030, a 9,8 nel 2050. Questo mostra un rallentamento nella crescita demografica, con un’unica eccezione: l’Africa, che arriverà da sola a costituire il 50% dei 2,3 miliardi in più attesi fra 32 anni. In particolare si stima che la Nigeria diventerà il Paese più popoloso al mondo (oggi è il settimo). Sulla base di questi indicatori la Fao ha valutato che sarà necessario aumentare la produzione del 50%. Da tempo i colossi della chimica fanno leva sul tema «fame nel mondo» per espandere le coltivazioni ogm, più recentemente la ricerca scientifica investe in quello che viene definito «il cibo del futuro»: nuovi alimenti capaci di soddisfare la domanda scoraggiando gli allevamenti intensivi. L’ultimo studio che ha come obiettivo «alleviare la fame nel mondo» arriva dalla Finlandia, dove un gruppo di ricercatori ha creato delle proteine in laboratorio partendo dall’energia rinnovabile. Il cofondatore di Google, Sergey Brin, ha finanziato la produzione dell’hamburger in laboratorio. Una carne un po’ costosa, ma a basso impatto ambientale. Con una tecnica simile negli Stati Uniti c’è chi sta riuscendo a moltiplicare l’albume facendo a meno delle galline. La Fondazione «Bill&Melinda Gates», sta investendo negli incroci di mucche e polli per arrivare a «migliorare la produttività delle razze di bestiame disponibili per gli allevatori in Africa». Stanno nascendo gli allevamenti su larga scala di insetti: sono nutrienti, molto proteici, si riproducono velocemente e si adattano a qualsiasi habitat.

Le bocche da sfamare

Idee, progetti e prodotti che porteranno ritorni economici ai Paesi più ricchi e alle multinazionali, senza spostare di una virgola l’origine del problema. Le più gravi «food crisis» nel mondo non sono causate dalla mancanza di cibo, ma dai conflitti armati che distruggono le infrastrutture, rendono impossibili le coltivazioni, impediscono le forniture, causano la chiusura di attività, interrompono l’occupazione e l’assistenza sanitaria, provocano recessioni economiche, e di conseguenza rendono proibitivo l’accesso ai mercati per l’acquisto del cibo. A questo si aggiungono le calamità naturali: cicloni e siccità hanno obbligato lo scorso anno 19 milioni di persone a spostarsi. Cyril Lekiefs, senior food security di Action contre le Faim, l’organizzazione internazionale che si occupa da decenni del tema, non ha dubbi: «Queste soluzioni sono destinate ai consumatori che vivono nel nord del mondo, l’hamburger di laboratorio non arriverà mai alle persone che campano con un dollaro al giorno». L’unico modo per sfamare queste popolazioni oggi è quello di portargli da mangiare. Unicef, il principale fornitore di alimenti terapeutici pronti all’uso, sta investendo in tecnologia per rafforzare le infrastrutture, l’accesso ai servizi e alle informazioni. La Commissione Ue invece ci mette i soldi, ed è il più grande donatore al mondo: 750 milioni di euro nel 2016, e incoraggia la distribuzione dei voucher direttamente nei villaggi.

Un problema politico

Considerando che nei prossimi anni il grosso aumento demografico riguarderà proprio le zone rurali, disagiate e instabili dell’Africa, cosa si pensa di fare? Gli choc climatici e i conflitti si risolvono (o si arginano) solo ripensando modelli di sviluppo che passano da accordi internazionali, e con una più equa distribuzione della ricchezza. Senza questa precondizione, nessuno potrà arrestare la fame, e quindi i flussi migratori. Mentre l’11% della popolazione mondiale è malnutrita, 600 milioni di persone sono obese, e 1,3 miliardi sovrappeso. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ogni anno un terzo di tutta la produzione alimentare viene buttata prima che arrivi al consumo. Vale a dire 1,3 miliardi di tonnellate di cibo per un valore globale di un trilione di dollari l’anno. Secondo la Ong Action contre la fame «già oggi abbiamo la capacità di nutrire 10miliardi di persone sulla terra. La fame non è un problema tecnico. È un problema politico». (ha collaborato Carla Falzone)

in “Corriere della Sera” del 30 aprile 2018

Pace. Shalom: l’anima dell’amore

Nunzio Galantino, Segretario Generale CEI

L’etimologia della parola pace rimanda alla radice sanscrita pak o pag (fissare, pattuire). È la stessa radice della parola latina pax (patto tra le parti dopo un contenzioso). Con questo significato la pace è la condizione di “non guerra” o, meglio, la condizione che consente di stipulare un accordo nel quale chi ha perso non può fare altro che accettare le condizioni dell’accordo. Una pace così intesa obbliga in qualche modo a riconsiderare la storia – quella della quale normalmente leggiamo – nella sua cruda concretezza. Storia per lo più scandita da conflitti che finiscono con la vittoria di qualcuno; una storia vista per lo più dalla prospettiva dei vincenti.

Questo modo di raccontare la storia ha contribuito a educare alla pace negativa (si vis pacem para bellum) ed ha fatto spesso perdere vigore all’amara constatazione di Erodoto, che pure ammoniva: «Nessuno è così stupido da preferire la guerra alla pace: nella pace i figli seppelliscono i padri, in guerra invece i padri seppelliscono i figli». (I 87, 4).

La parola ebraica shalom ci restituisce il significato più autentico di pace-dono. Essa evoca armonia grazie alla presenza di beni desiderati, all’accoglienza delle differenze e alla condivisione di carismi ed emozioni. Proprio per questo la pace-shalom è anche esperienza di attiva convivenza per la quale sono chiamati ad attivarsi gli individui e i popoli. Ma oltre ad essere dono la pace-shalom è compito (si vis pacem para pacem) ed è condizione interiore prima che conquista esteriore. Chi non vive la pace interiore difficilmente aspirerà alla pace come relazione costruttiva tra i singoli e i popoli. Gli spiriti non pacificati interiormente non sopportano situazioni di pace e tantomeno si adoperano per favorirle: sono potenzialmente dei diavoli-divisori (dal greco dia-ballein).

«La pace non può essere mantenuta con la forza – ammoniva Einstein – può essere solo raggiunta con la comprensione». A lui fa eco Paolo VI quando afferma che «per avere una vera pace, bisogna darle un’anima. Anima della pace è l’amore». E, ancora più concretamente, Sergio Mattarella ci ricorda che «la pace nasce dalla coerenza, dalla legalità, dal rispetto dell’altro, dal far proprie le speranze e le esigenze degli altri. La pace nasce dalla fatica di dire no quando è necessario». Ostacoli alla pace, si capisce allora, sono la sete di possesso, la chiusura del cuore e il sospetto diffuso. La guerra, a tutti i livelli, si nutre di pensieri arroganti, parole intrise di volgarità, volontà di sopraffazione, agire sleale e ricerca di interessi e sicurezza a senso unico. Per questo D. Bonhoeffer ha scritto: «La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza. Esigere sicurezza significa essere diffidenti e a sua volta diffidenza genera guerra».

Non favoriscono, allora, la pace i progetti politici gridati che alimentano la paura e la discriminazione, allontanando l’incontro, lo scambio e l’accoglienza.

in “Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2018

L’addio ad Alfie e le risposte più difficili

Carlo Marroni

Era senza respiratore da cinque giorni, come stabilito dai giudici inglesi. Era solo questione di tempo. E Alfie Evans, il “piccolo gladiatore”, prima di andarsene di tempo ne ha preso più di quanto chiunque pensasse, anche se la malattia neurodegenerativa di cui era affetto non gli offriva alcuna speranza.
La storia ha commosso il mondo e per un po’ ha messo in moto governi, diplomazie e fondamenti del diritto. Grazie soprattutto all’intervento diretto di Papa Francesco, che alla notizia del decesso del bimbo di due anni ha espresso il suo dolore: «Sono profondamente toccato dalla morte del piccolo Alfie. Oggi prego specialmente per i suoi genitori, mentre Dio Padre lo accoglie nel suo tenero abbraccio».
La vicenda ha inchiodato per giorni l’attenzione di una gran parte di mondo, specie quando il padre del piccolo è stato ricevuto dal Pontefice dopo che la giustizia inglese aveva decretato che fossero staccate le macchine per la respirazione. Da quel momento si è messo in moto un meccanismo per certi versi senza precedenti: il Papa ha inviato a Liverpool Mariella Enoc, la coraggiosa presidente del Bambino Gesù, l’ospedale pediatrico su territorio del Vaticano, per offrire ospitalità ad Alfie, e che neppure è stata fatta entrare. Poi il governo italiano si è riunito d’urgenza per conferire al bimbo la cittadinanza italiana, una sorta di salvacondotto per transitare fino al territorio vaticano. Poi i ricorsi alla corte, ma nulla da fare, la magistratura di Sua Maestà è rimasta inchiodata, senza che il Downing Street potesse fare nulla (e forse lo avrebbe fatto se avesse potuto, visto il clamore e la pressione mediatica). Il tutto mentre la spina all’Alder Hey Children’s Hospital era stata staccata, anche se Alfie ha continuato a respirare senza l’ausilio del ventilatore meccanico.
La vicenda quindi, oltre all’immenso dolore privato dei genitori, ha messo sotto i riflettori un tema delicatissimo che nessuna legge può risolvere a tavolino. L’intervento di Francesco ha scombussolato il blocco d’ordine del politically correct, sia cattolico che laico, che vede male o quantomeno ignora (come è avvenuto in questo caso) gli interventi papali sui temi un tempo definiti “non negoziabili”, patrimonio di papati precedenti, certamente meno aperti ai cambiamenti sociali. Ma Bergoglio, cui ripugna il concetto di negoziazione sui valori e per nulla incline al conformismo, si è messo a fianco di genitori disperati, ha fatto tutto quello che poteva, e anche l’Italia ha mostrato sensibilità su un tema dove solo di recente è riuscita a dare un quadro legislativo (e infatti da noi la famiglia ha voce in capitolo in presenza di minori).
«La scienza, come qualsiasi altra attività umana, sa di avere dei limiti da rispettare per il bene dell’umanità stessa e necessita di un senso di responsabilità etica», ha detto ieri mattina il Papa, a una conferenza di medici, quando già aveva saputo di Alfie. Vita prima di tutto, ma senza accanirsi: «Mentre la Chiesa elogia ogni sforzo di ricerca e di applicazione volto alla cura delle persone sofferenti, ricorda anche che uno dei principi fondamentali è che non tutto ciò che è tecnicamente possibile o fattibile è per ciò stesso eticamente accettabile».

in “Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2018