“È morto di fame”. La tragedia del ragazzo eritreo schiavo in Libia

Alessandra Ziniti

«Era una persona. In barca ci ha detto che aveva 22 anni e si chiamava Segen. Era eritreo ed è rimasto schiavo in Libia per 19 mesi». Oscar Camps, il team leader della Ong spagnola Proactiva Open Arms che ha tirato fuori dal mare Segen non lo dimenticherà mai più lo sguardo fisso di quel ragazzo ridotto ad un mucchietto di pelle e ossa rimasto immobile sotto la coperta termica fino a quando domenica mattina non è sbarcato a Pozzallo. Trentacinque chili per un metro e settanta. Troppo debole persino per gioire quando, sorretto a braccia, ha toccato quella “terra promessa” che inseguiva da due anni e dove, 24 ore dopo, è morto di fame. «Ci davano un unico piatto di riso pieno di vermi per tutti una volta al giorno in uno stanzone dove eravamo in cinquanta e ci calpestavamo per arrivare a prenderne un pugno. E quando non ci davano acqua dovevamo bere l’urina», il drammatico racconto dei compagni di viaggio. Prima a bordo, poi all’hot spot, gli hanno dato subito da bere e da mangiare ma Segen riusciva a stento ad aprire la bocca. E le flebo con le quali, nell’ospedale di Modica, hanno provato a salvargli la vita, non sono bastate. “Cachessia”, recita la cartella medica, un termine scientifico per indicare la sconvolgente realtà che chi ha visto Segen si è trovato sotto gli occhi: perdita di peso ed esaurimento del tessuto adiposo e muscolare. «Mi è sembrato di tornare indietro di 70 anni. Quel ragazzo sembrava venir fuori da Auschwitz, uno scheletro con un sistema immunitario ridotto ai minimi termini – racconta turbato il sindaco di Pozzallo Roberto Ammatuna che è anche primario del pronto soccorso dell’ospedale di Modica dove Segen è stato trasportato d’urgenza e poi è morto.

Chi fugge dall’Africa muore anche di fame adesso non solo per le bombe: come si fa a fare dei distinguo tra migranti economici e chi scappa dalle guerre?». Non era un sopravvissuto ad Auschwitz il giovane eritreo ma ad uno dei terribili centri di detenzione libici dove, da quando le partenze verso l’Italia sono rallentate, i tempi di permanenza dei migranti, in condizioni disumane, si sono notevolmente allungati. Viaggiava solo Segen. Quando sabato si era imbarcato insieme ad altre 92 persone su quel gommone intercettato16 ore dopo, a 40 miglia dalle coste libiche dalla nave umanitaria Proactiva Open Arms, non si reggeva in piedi da solo. «Non si ricordava neanche quando aveva mangiato un pasto l’ultima volta» , raccontano i volontari. Il suo fisico, totalmente debilitato, non è stato in grado di reagire alla tubercolosi che lo aveva attaccato in quel carcere dove per un anno e sette mesi lo avevano torturato e costretto a lavorare come uno schiavo per pagarsi la libertà e il viaggio verso l’Europa.

«Purtroppo di migranti che arrivano in condizione limite negli ultimi mesi ne abbiamo visti tanti – dice Marco Rotunno dell’Unhcr – sono fantasmi che camminano, donne, bambini, uomini ridotti pelle e ossa. Negli sbarchi più recenti ho visto decine di persone incapaci di reagire agli stimoli, di parlare, persino di provare felicità per essere riusciti ad arrivare vivi. E non c’è dubbio che l’aggravarsi delle condizioni generali è dovuto al prolungarsi dei tempi in cui queste persone sono costrette a rimanere nei centri di detenzione in Libia».

in “la Repubblica” del 14 marzo 2018

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