Archivio mensile:marzo 2018

I giovani europei e la religione

Antonio Dall’Osto

La St Mary’s University Twickenham di Londra-Benedetto XVI Centro per la religione e la società e l’Istituto cattolico di Parigi hanno compiuto recentemente una ricerca su I giovani adulti e la religione in Europa negli anni 2014-16. Lo scopo è di fornire un’informazione al Sinodo dei vescovi che si terrà a Roma nell’ottobre 2018 sul tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

Promotore dell’iniziativa è Stephen Bullivant, professore di teologia e sociologia delle religioni presso la St Mary’s University, dove dirige anche il Centro Benedetto XVI per la religione e la società. Occupa anche il posto di ispettore nelle università di Oxford, Manchester e presso l’University College di Londra. È autore e editore di nove opere di teologia e scienze sociali.

Le analisi presentate in questo rapporto utilizzano i dati delle ultime due ondate del sondaggio: sondaggi 7 (2014) e 8 (2016). Per sedici dei ventidue paesi europei analizzati, tra cui Francia e Regno Unito, sono stati utilizzati i dati combinati 2014 e 2016, allo scopo di aumentare la dimensione complessiva del campione.
Per cinque paesi: Danimarca, Ungheria, Spagna, Portogallo e Lituania erano disponibili solo i dati del 2014 e per la Russia solo quelli del 20161.

  1. Religiosità dei giovani adulti in Europa

Percentuale dei giovani tra i 16 – 29 anni che non si identificano con nessuna religione in 22 paesi europei

L’indagine sociale europea analizza l’appartenenza religiosa con una domanda a due tempi. Nella prima è chiesto: «Credi di appartenere a una religione o a una denominazione religiosa?». Coloro che rispondono “sì” possono scegliere tra un elenco di opzioni. Il grafico mostra la percentuale dei giovani adulti che hanno risposto “no” a questa domanda in ogni paese. Può sembrare strano per iniziare uno studio sulla religiosità dei giovani europei. Un’alta percentuale di giovani adulti dichiara di non avere una religione in molti paesi, come osserviamo facilmente nel grafico.

I risultati sono classificati dal più alto al più basso. Se escludiamo Israele (che è un’eccezione all’estremità inferiore della scala), è interessante notare che i primi due paesi (Repubblica Ceca ed Estonia) e gli ultimi due (Lituania e Polonia) sono paesi post-comunisti.

Complessivamente, in dodici dei ventidue paesi studiati, più della la metà dei giovani adulti afferma di non identificarsi con nessuna religione o denominazione particolare, mentre in diciannove paesi, più di un terzo afferma di identificarsi con una religione o una confessione.

Percentuale dei giovani che si identificano con una religione cristiana o una religione non cristiana o nessuna religione

Il grafico riporta le relative percentuali di cristiani (tutte le confessioni), di non cristiani e non credenti in ciascuno dei ventidue paesi. I risultati sono classificati in base alla quota dei cristiani, dal più alto al più basso. La cosa notevole è che i sei paesi più cristiani sono storicamente i paesi con maggioranza cattolica e includono paesi dell’Europa occidentale (Irlanda, Portogallo e Austria) e dell’Europa centrale (Polonia, Lituania e Slovenia).

Frequenza ai servizi religiosi in 22 paesi europei al di fuori delle occasioni particolari

Solamente in quattro paesi, più di un giovane su dieci dichiara di assistere a dei servizi religiosi almeno una volta alla settimana. Le varianti più importanti si trovano tra coloro che non partecipano “mai”: nella Repubblica Ceca, per esempio, ciò riguarda l’80% dei giovani adulti. Ciò non sorprende tenuto conto della percentuale molto alta di coloro che non credono. Allo stesso tempo, il numero basso di coloro che dicono di non “partecipare mai” ai servizi religiosi in Polonia, Irlanda, Slovenia e Lituania non stupisce perché sono tutti paesi di livello elevato di credenti e pochi coloro che dichiarano di non avere “nessuna religione”.

Frequenza della preghiera fuori dei servizi religiosi

Altra domanda: “fuori dei servizi religiosi, ti capita di pregare?”. La Polonia, Israele e l’Irlanda figurano ai primi posti di coloro che pregano maggiormente: la metà dei giovani polacchi dice di pregare almeno una volta alla settimana e solo il 17% di non pregare mai. All’estremo opposto troviamo l’Estonia , la Repubblica Ceca e i quattro paesi scandinavi che ancora una volta si distinguono in senso negativo.

  1. Giovani adulti cattolici in Europa

Percentuale dei giovani adulti che si identificano come cattolici in 22 paesi esaminati

La Polonia si classifica al primo posto: otto giovani adulti su dieci si dichiarano cattolici. La Lituania si colloca al secondo posto con sette giovani su dieci; di seguito ci sono la Slovenia, l’Irlanda e il Portogallo. All’estremità opposta non ci sono più o quasi giovani cattolici nel campione. Ciò non significa che non ce ne siano affatto, ma che la loro presenza nell’insieme è molto debole.

Frequenza alla chiesa dei giovani cattolici fuori delle occasioni particolari in 15 paesi esaminati

Il grafico confronta la percentuale dei giovani adulti cattolici che affermano di partecipare a servizi religiosi una volta alla settimana o più spesso, o di non partecipare mai in quindici paesi europei (oltre le occasioni speciali, come ad es. matrimoni, funerali ecc.).

La Polonia costituisce ancora una volta un’eccezione. Il paese conta non solo un numero molto elevato di giovani che si identificano come cattolici, ma anche di quelli con un livello di pratica notevolmente alta: quasi la metà dicono di partecipare alla messa almeno una volta alla settimana e solo il 3% di non partecipare mai. Questa correlazione tra i livelli alti di appartenenza religiosa e la pratica religiosa non dovrebbe essere data per scontata. In Lituania, ad esempio, mentre il 71% dei giovani si identificano come cattolici, solo il 5% di loro va alla messa una volta alla settimana o più spesso. (l’Austria e, in misura minore la Slovenia, ne sono un esempio).

Frequenza alla preghiera fuori dei servizi religiosi dei giovani cattolici

La posizione della Polonia, che ha la percentuale più alta categoria settimanale o più spesso (60%) e la più bassa “mai” (7%), non dovrebbe sorprendere. I livelli relativamente alti di preghiera giovanile nella Repubblica Ceca, Irlanda e Portogallo sono conformi alle attese basate sulla percentuale della frequenza alla chiesa. Ciò che maggiormente risalta, tuttavia, sono le percentuali relativamente alte di preghiera regolare tra i giovani cattolici dei Paesi Bassi e Regno Unito. Alla luce di quanto è stato detto in precedenza circa la pratica religiosa in paesi con forte appartenenza cattolica, tra i paesi in cui si prega di meno meritano di essere sottolineati la Lituania, l’Austria, la Spagna e la Slovenia, insieme al Belgio.

Cinque conclusioni chiave

  1. La percentuale dei giovani adulti (16 – 20 anni) senza appartenenza religiosa (a nessuna religione) è del 91% nella Repubblica Ceca, 80%, in Estonia e 75% in Svezia. Queste percentuali contrastano con quelle di Israele (1%), Polonia (17%) e Lituania (25%). Nel Regno Unito e in Francia sono rispettivamente del 70% e del 64%.

  2. Il 70% dei giovani adulti cechi e circa il 60% dei giovani adulti spagnoli, olandesi, britannici e belgi “non frequentano mai” servizi religiosi. Inoltre l’80% dei giovani adulti cechi e circa il 70% dei giovani adulti svedesi, danesi, estoni, olandesi, francesi e norvegesi “non pregano mai”.

  3. I cattolici rappresentano l’82% dei polacchi, il 71% dei lituani, il 55% degli sloveni e il 54% degli irlandesi tra i 16 e i 29 anni. Questa percentuale è del 23% in Francia e del 10% nel Regno Unito.

  4. Soltanto il 2% dei giovani adulti cattolici in Belgio, il 3% in Ungheria e Austria, il 5% in Lituania e il 6% in Germania dichiarano di partecipare a una messa settimanalmente. Ciò contrasta fortemente con le loro controparti quali Polonia (47%), Portogallo (27%), Repubblica Ceca (24%) e Irlanda (24%), Tra i giovani cattolici francesi e britannici la partecipazione alla messa settimanale è rispettivamente del 7% e del 17%.

  5. Solo il 26% dei giovani adulti francesi e il 21% dei britannici si identificano come cristiani. Nel Regno Unito soltanto il 7% si identificano come anglicani e il 6% come musulmani. In Francia il 2% si identifica come protestante e il 10% come musulmani.

Per vedere anche i grafici vedi:

http://www.settimananews.it/religioni/giovani-europei-la-religione

 

 

Yemen. Una catastrofe umanitaria

Patrizia Caiffa

A tre anni dall’inizio della guerra civile tra le truppe governative appoggiate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e i ribelli sciiti della tribù houthi, Maria Rita Ceccaroni, operatrice di Save the children, racconta al Sir cosa ha visto nello Yemen. Il conflitto è oggi una delle più gravi emergenze umanitarie del mondo, con 22 milioni di persone bisognose di aiuti. Nella totale indifferenza dei media mainstream e dell’opinione pubblica internazionale

“Le scene più strazianti che ho visto sono i bambini denutriti devastati dal colera”. Maria Rita Ceccaroni, operatrice umanitaria di Save the children, ha ancora negli occhi e nel cuore immagini terribili. Ha trascorso sei mesi nello Yemen ed è tornata da poco. “Per salvarli basterebbero sali minerali idratanti e cibo altamente proteico – racconta – ma in questa guerra così disastrosa è difficilissimo portare aiuti umanitari, soprattutto nelle zone più remote”. A tre anni dall’inizio del conflitto tra le truppe governative appoggiate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e i ribelli sciiti della tribù houthi sostenuti dall’Iran, Ceccaroni descrive una situazione “apocalittica”, “a volte infernale”, completamente creata dall’azione umana e resa ancora più drammatica dalla totale dimenticanza da parte dei media mainstream e dell’opinione pubblica internazionale. Inoltre c’è una grossa parte di responsabilità di alcuni Paesi occidentali, Italia compresa, nella vendita di armi. Dall’Italia continuano infatti a partire verso l’Arabia Saudita – come documentato da diverse organizzazioni – bombe prodotte nello stabilimento della Rwm Italia Spa (controllata da un gruppo industriale tedesco) di Domusnovas, in Sardegna.

 Cifre enormi che dovrebbero suscitare indignazione. Sembra assurdo che le cifre diffuse continuamente dalle organizzazioni internazionali non suscitino un’ondata di indignazione mondiale: i dati forniti nel febbraio 2018 dall’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite indicano almeno 5.974 civili uccisi (tra cui migliaia di bambini) e altri 9.493 feriti. Secondo Save the children 5 bambini al giorno vengono feriti o uccisi. Oltre 22 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. Un milione di persone hanno contratto il colera e di recente si è diffusa anche la difterite. Due milioni sono gli sfollati interni, 1,9 milioni di bambini non possono andare più a scuola perché gli edifici scolastici sono stati distrutti. Per loro aumenta, di conseguenza, il rischio di reclutamento forzato nei gruppi armati o, per le bambine, di venire destinate a matrimoni precoci. Oltre 15.000 gli attacchi aerei registrati dall’avvio delle ostilità. Anche gli ospedali vengono bombardati.

Conseguenze “disastrose” per la popolazione. “È una guerra civile con dinamiche simili a quella della Siria: le potenze internazionali combattono per il controllo del territorio – spiega Ceccaroni – . Gli interessi geopolitici ed economici in ballo sono molto grandi ma le conseguenze sul campo sono disastrose”. Save the children, l’organizzazione che dal 1919 opera a tutela dell’infanzia in tutto il mondo, è presente nello Yemen da una trentina d’anni. Prima operava per lo sviluppo del Paese; da tre anni ha dovuto concentrare il proprio lavoro sull’emergenza derivante dal conflitto, tramite staff locali presenti in tutto il territorio: distribuzione di alimenti altamente nutritivi, acqua e servizi igienici, cure sanitarie, assistenza a mamme e bambini.

Al nord negato l’accesso agli aiuti umanitari. “Al nord il conflitto è più atroce perché gli aiuti non riescono ad arrivare – dice Ceccaroni -. Anche a noi è stato negato l’accesso umanitario”. “Questo significa condannare a morte una intera popolazione”. Oltre ai check point sparsi ovunque che impediscono il passaggio, per lungo tempo la coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita ha chiuso porti e aeroporti, impedendo di fatto l’arrivo degli aiuti, di cibo, medicine e carburanti. Nonostante a dicembre vi sia stata una parziale rimozione del blocco, le importazioni mensili di carburante e generi alimentari non sono sufficienti al fabbisogno della popolazione, mentre l’inflazione è alle stelle. Ma non basta: “Ci sono frequenti attentati rivendicati dall’Isis. Ne sono stata testimone mentre ero ad Aden – racconta l’operatrice di Save the children -. E’ un contesto veramente complicato”.

Danni anche alla città vecchia di Sana’a. Oltre al dramma umanitario della popolazione c’è la tristezza di vedere uno dei Paesi più belli del mondo – famose sono le incredibili architetture dei palazzi di sabbia della capitale Sana’a – devastato dalle bombe. “Nemmeno la città vecchia di Sana’a è stata risparmiata”, ricorda con amarezza Ceccaroni. “Finché non ci sarà la volontà politica di far entrare aiuti umanitari senza restrizioni e porre fine alle ostilità la gente continuerà a morire di fame, di colera e altre malattie”. In questa situazione anche solo riuscire a salvare la vita di un bambino diventa una piccola vittoria. “La popolazione yemenita è resiliente – dice -. Come spesso accade in situazione di emergenza o conflitto, le persone scoprono dentro di sé capacità di resistenza che non pensavano di avere. Dicono: ‘Ce la faremo’. E vanno avanti con coraggio e con il sorriso sulle labbra”.

Appello al nuovo Parlamento italiano, “sospenda la vendita di armi”. Intanto, in attesa che vengano indagati e puniti i crimini di guerra commessi da entrambe le parti e che riprenda il negoziato, il 28 marzo alcune organizzazioni umanitarie – Amnesty international Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo – hanno lanciato un appello congiunto al nuovo Parlamento italiano perché “sospenda l’invio di armi che alimentano il conflitto in Yemen” e “solleciti una iniziativa di pace a guida Onu”. Il 19 settembre 2017, con 301 voti contrari e 120 a favore, la Camera dei deputati aveva già respinto una mozione che chiedeva al governo di bloccare la vendita di armi a Paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani.

in SIR, 29 marzo 2018

 

 

 

Lettera a un Professore

Massimo Recalcati

Il lavoro degli insegnanti è diventato oggi un lavoro di frontiera: supplire a famiglie inesistenti o angosciate, rompere la tendenza all’ isolamento e all’ adattamento inebetito di molti giovani, contrastare il mondo morto degli oggetti tecnologici e il potere seduttivo della televisione, riabilitare l’ importanza della cultura relegata al rango di pura comparsa sulla scena del mondo, riattivare le dimensioni dell’ascolto e della parola che sembrano totalmente inesistenti, rianimare desideri, progetti, slanci, visioni in una generazione cresciuta attraverso modelli identificatori iperedonisti, conformistici o apaticamente pragmatici. Gli insegnanti consapevoli ce lo dicono in tutti i modi: “Non ascoltano più!”, “Non parlano più!”, “Non studiano più!”, “Non desiderano più!”. Cosa può dunque tenere ancora vivo il motore del desiderio? Non è forse questa la missione che unisce tutte le figure (a partire dai genitori) impegnate nel discorso educativo? Mestiere impossibile decretava Freud. Aggiungendo però a questa profezia pessimistica una buona notizia: i migliori sono quelli che sono consapevoli di questa impossibilità, quelli che non si prendono per davvero come padri o insegnanti educatori. I migliori sono quelli che hanno contattato la loro insufficienza. Sono quelli che hanno preso coscienza dell’ impossibilità e del danno che provocherebbe porsi come gli educatori migliori.

Proviamo ora a fare un esperimento mentale: chi sono gli insegnanti che non abbiamo mai dimenticato? Sono quelli che hanno saputo incarnare un sapere, sono quelli che ricordiamo non tanto per ciò che ci hanno insegnato ma per come ce lo hanno insegnato. Ciò che conta nella formazione di un bambino o di un giovane non è tanto il contenuto del sapere, ma la trasmissione dell’amore per il sapere. Gli insegnanti che non abbiamo dimenticato sono quelli che ci hanno insegnato che non si può sapere senza amore per il sapere. Sono quelli che sono stati per noi uno “stile”. I bravi insegnanti sono quelli che hanno saputo fare esistere dei mondi nuovi con il loro stile. Sono quelli che non ci hanno riempito le teste con un sapere già morto, ma quelli che vi hanno fatto dei buchi. Sono quelli che hanno fatto nascere domande senza offrire risposte già fatte.

Il bravo insegnante non è solo colui che sa ma colui che, per usare una bella immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy ne La strada, “sa portare il fuoco”. Portare il fuoco significa che un insegnante non è qualcuno che istruisce, che riempie le teste di contenuti, ma innanzitutto colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della comunità, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire alcuna immagine di “allievo ideale”, ma esaltando piuttosto i difetti, persino i sintomi, di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno. È, insomma, come scrisse un grande pedagogista italiano quale fu Riccardo Massa, qualcuno che “sa amare chi impara”. Tutti ne abbiamo conosciuto almeno uno. Questa è la vera prevenzione primaria che servirebbe ai nostri figli: incontrarne almeno uno così. Dobbiamo, invece che ironici, essere riconoscenti all’ esercito civile di chi ha scelto di vivere nella Scuola, a coloro che hanno autenticamente e appassionatamente scelto di amare chi impara. Mi è capitato di voler continuare ad insegnare mentre venivo interrotto in aula dagli studenti che protestavano per la Legge Gelmini. Avevano ragione, ma ho insistito nel difendere le mie ragioni. La democrazia è fatta di queste divergenze, di questi conflitti tra prese di posizione diverse che possono convivere mantenendosi tali.

Volevo proseguire nella lezione perché un’ ora di lezione non è un automatismo svuotato di senso, non è routine senza desiderio come invece sembrava pensassero i miei interlocutori. Certo questo è il morbo della Scuola, è la patologia propria del discorso dell’Università che ricicla un sapere che tende anonimamente alla ripetizione annullando la sorpresa, l’ imprevisto, il non ancora sentito e il non ancora conosciuto. Il vero nemico dell’insegnante è la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul già detto, sul già visto. Ridurre l’ amore per il sapere a pura routine. A quel punto non c’ è più trasmissione di una conoscenza viva ma burocrazia intellettuale, parassitismo, noia, plagio, conformismo. Un sapere di questo genere non può essere assimilato senza generare un effetto di soffocamento, una vera e propria anoressia intellettuale. Eppure la Scuola continua ad essere fatta di ore di lezione che possono essere avventure, esperienze intellettuali ed emotive profonde. Di fronte ai giovani che protestavano ho voluto continuare ad insegnare e l’ ho fatto per tutti i maestri che mi hanno insegnato che un’ ora di lezione può sempre aprire un mondo.

Il nostro tempo segnala una crisi senza precedenti del discorso educativo. Le famiglie appaiono come turaccioli sulle onde di una società che ha smarrito il significato virtuoso e paziente della formazione rimpiazzandolo con l’ illusione di carriere prive di sacrificio, rapide e, soprattutto, economicamente gratificanti. Come può una famiglia dare senso alla rinuncia se tutto fuori dai suoi confini sospinge verso il rifiuto di ogni forma di rinuncia? Per questa ragione di fondo la Scuola viene invocata dalle famiglie come un’ istituzione “paterna” che può separare i nostri figli dall’ipnosi telematica o televisiva in cui sono immersi, dal torpore di un godimento “incestuoso”, per risvegliarli al mondo. Ma anche come una istituzione capace di preservare l’ importanza dei libri come oggetti irriducibili alle merci, come oggetti capaci di fare esistere nuovi mondi. Capissero almeno questo i suoi censori implacabili. Capissero che sono innanzitutto i libri – i mondi che essi ci aprono – ad ostacolare la via di quel godimento mortale che sospinge i nostri giovani verso la dissipazione della vita (tossicomania, bulimia, anoressia, depressione, violenza, alcoolismo, ecc). Lo sapeva bene Freud quando riteneva che solo la cultura poteva difendere la Civiltà dalla spinta alla distruzione. La Scuola contribuisce a fare esistere il mondo perché un insegnamento, in particolare quello che accompagna la crescita (la cosiddetta scuola dell’obbligo), non si misura certo dalla somma nozionistica delle informazioni che dispensa, ma dalla sua capacità di rendere disponibile la cultura come un nuovo mondo, come un altro mondo rispetto a quello di cui si nutre il legame familiare. Quando questo mondo, il nuovo mondo della cultura, non esiste o il suo accesso viene sbarrato, come faceva notare il Pasolini luterano, c’ è solo cultura senza mondo, dunque cultura di morte, cultura della droga. Se tutto sospinge i nostri giovani verso l’ assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’ umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare esistere nuovi mondi?

in la Repubblica, 2011

 

 

Sussidiarietà. Un principio guida di una buona e saggia politica

Leonardo Becchetti

Zygmunt Bauman affermava, qualche anno fa, di non invidiare affatto la classe politica. Che si trova a gestire nel mondo della globalizzazione aspettative crescenti e situazioni economiche e sociali complesse, nelle quali gli spazi di manovra dei Governi nazionali sono sempre più limitati. Detto in altre parole, non esiste nessun politico-Cireneo in grado di caricarsi sulle spalle, da solo, la croce della soluzione di questioni così complesse. Una parte niente affatto piccola della nostra Italia, però, è sempre stata più “sdraiata” che generativa, e ha storicamente il vizio della ricerca dell’uomo della Provvidenza, con inevitabile delusione a fine avventura. Sarebbe un passo avanti importante non ripetere lo stesso errore e imparare finalmente a non personalizzare troppo la vita sociale e politica del Paese.

L’art. 3 della Costituzione, quello che traccia più chiaramente l’orizzonte del “bene comune” verso cui la società dovrebbe tendere in una splendida confluenza delle tre matrici di pensiero dei padri costituenti (cattolica, socialista e liberale), chiarisce che è compito «della Repubblica» e non solo dello Stato o del Governo rimuovere gli ostacoli alla piena realizzazione della persona. Il politico intelligente e fedele al mandato costituzionale oggi, dunque, non dovrebbe avere esitazioni rispetto al dovere di essere anche “levatore” delle energie della società civile, nell’ottica del principio di sussidiarietà, laico caposaldo della Carta e saldo principio della Dottrina sociale della Chiesa. Non per nulla, le regole, le riforme, le leggi che hanno più successo sono proprio quelle che realizzano quest’obiettivo e non quello opposto di centralizzare e imbrigliare tutto, aumentando i lacci e lacciuoli che limitano la libertà d’iniziativa e l’impegno solidale nel nostro Paese.

Se tutto questo è vero ci domandiamo se e quanto le nuove forze politiche egemoni, che hanno vinto le elezioni e – comunque vada la partita del Governo – giocheranno un ruolo determinante nel prossimo futuro, abbiano il principio della sussidiarietà nel loro Dna.

Al solito, all’interno di un partito coesistono diverse visioni e correnti di pensiero. Così è stato per il Partito Democratico che ha visto dibattere al proprio interno una visione più accentratrice e una più sussidiaria producendo, alla fine la “sintesi” della riforma del Terzo settore e del Credito cooperativo. Così è probabilmente per la Lega e per il Movimento 5 stelle. In quest’ultimo, coesistono senz’altro una vena dirigista, che ritiene fondamentale il ruolo di una forte banca pubblica e dello Stato innovatore, ed esperienze di società civile che hanno maturato in questi anni “dal basso” soluzioni innovative nell’ambito dell’economia solidale e della finanza etica. Non è detto che questi elementi non possano coesistere.

La questione può diventare molto concreta, come dimostra il caso della destinazione delle monetine della Fontana di Trevi a Roma (1,4 milioni di euro l’anno) tradizionalmente destinate alla Caritas, destinazione che la giunta Raggi aveva inizialmente deciso di revocare per poi tornare sui suoi passi, almeno fino al 31 dicembre 2018. Un caso che rientra perfettamente nel problema più generale. Dove secondo il principio di sussidiarietà, la via maestra si sviluppa nella consapevolezza che alla cura di bisogni importanti come quello della solidarietà possono provvedere direttamente i cittadini come singoli e come associati, con i pubblici poteri che intervengono in funzione sussidiaria, di programmazione e coordinamento. Beninteso, non devono esistere “santuari” inviolabili a prescindere. La riforma del Terzo settore chiarisce che le imprese sociali e le organizzazioni della società civile sono chiamate a fare al meglio il proprio lavoro, in un quadro che prevede trasparenza, rendicontazione, valutazione d’impatto e competizione per le risorse a esse destinate dai cittadini (ad esempio, attraverso il 5 per mille).

Ecco perché la questione delle monetine della romana fontana di Trevi, rimanda a questioni simili molto importanti. Come si intende procedere sul percorso della riforma del Terzo settore? E come sul fronte della rete di protezione universale, dove il reddito d’inclusione, avviato dal Governo uscente, faceva affidamento sul ruolo complementare di servizi pubblici e realtà sociali impegnate della presa in carico e nell’accompagnamento dei beneficiari?

L’approccio più efficiente (e l’unico possibile per un’amministrazione lungimirante) è senz’altro quello di un sistema ‘a 4 mani’ dove il ruolo di Stato e mercato è coadiuvato da quello di imprese responsabili e cittadinanza attiva (e sue forme associative). In una logica che, seguendo la linea della riforma del Terzo settore, non garantisce rendite di posizione, ma vede tutti impegnati a fare uno sforzo per innovare e migliorare nella capacità di generare beni e servizi sociali in un contesto di risorse scarse.

in Avvenire venerdì 30 marzo 2018

 

Intelligenza Artificiale, la scienza invisibile

Daniele Magazzeni

Quello che sta accadendo oggi con l’Intelligenza Artificiale (I.A.) è paragonabile a quello che è accaduto anni fa con la diffusione dell’elettricità. Da un lato l’I.A. sta permettendo di fare cose impensabili prima e sta sviluppando enormemente il potenziale di tante aziende e industrie con nuovi business e nuovi servizi; al tempo stesso sta potenziando le possibilità di ogni persona di interagire con la realtà (si pensi alla facilità di comunicare di oggi rispetto a vent’anni fa, o alla rapidità con cui è possibile accedere a informazioni di ogni tipo). Dall’altro lato l’I.A. è ormai presente ovunque e, come con l’elettricità, la usiamo continuamente e spesso senza rendercene conto, è quasi “invisibile” (ogni volta che usiamo uno smartphone, entriamo in metropolitana o in macchina e usiamo il navigatore, o ogni volta che usiamo le email o i social network, di fatto stiamo utilizzando l’I.A.).

Inoltre, e questo viene evidenziato poco, oltre a essere fruitori dei servizi di I.A., noi (spesso inconsapevolmente) contribuiamo anche ai servizi di I.A., attraverso i dati che forniamo (quali siti visitiamo, quali prodotti compriamo online, quali destinazioni inseriamo nel nostro navigatore, e così via). Oggi in tanti sono contenti del fatto che molti servizi sono gratis; ma se un prodotto è gratis, vuol dire che il prodotto sei tu, attraverso i dati che fornisci, e che altri (Google, Facebook, Amazon, ecc.) ti utilizzano per fare business.

Oggi tutti parlano di I.A., tuttavia la percezione che molti hanno dell’I.A. è spesso lontana da come stanno davvero le cose. E i media si dividono tra chi ripone nell’I.A. grandi (esagerate) speranze, e chi vede nell’I.A. una minaccia, a mio avviso spesso immotivata.
Io credo che occorra mantenere una posizione di rispetto verso quello che la scienza fa ma anche verso quello che la mente umana è, e che occorra anche un certo realismo, cercando di dire davvero qual è lo stato dell’arte.
Ed è quello che cercherò di fare, premettendo che quanto dirò è destinato a un lettore non specialistico. Per questa ragione, e per necessità di sintesi, farò volutamente diverse semplificazioni, che sono comunque adeguate per dare al lettore un’idea di ciò di cui si parla.

Tra le tante definizioni proposte, possiamo considerare quella secondo cui l’I.A. è la scienza (perché di scienza si tratta) che ha l’obiettivo di creare macchine che siano capaci di prendere decisioni ragionevoli, sensate. Qui la parola “macchine” è usata in modo un po’ generico, ma si può pensare a un robot o a cellulare o al navigatore dell’auto o al sistema di controllo di traffico. L’I.A. usa principalmente due tipi di approcci, il primo si basa sull’avere un modello del contesto in cui la macchina opera e algoritmi capaci di esplorare l’insieme di possibili alternative per raggiungere un obiettivo. Un esempio molto comune è il navigatore nell’auto che, per suggerire il percorso migliore per raggiungere un indirizzo, considera in modo efficiente l’insieme di possibili tragitti e suggerisce quello migliore.

L’altro approccio è il Machine Learning (insieme alla versione più recente e avanzata detta Deep Learning) e si basa sull’avere un’enorme quantità di dati (esempi) e su strutture e algoritmi che permettono di imparare da tutti questi esempi. In effetti questo approccio cerca di imitare le reti neurali del cervello umano, sebbene ci sia un’importante differenza di scala da rilevare. Il cervello umano contiene miliardi di neuroni e migliaia di miliardi di connessioni tra i neuroni. Le reti neurali più avanzate del Deep Learning contano qualche migliaio di neuroni e alcuni milioni di connessioni. La differenza è evidente, e raggiungere i numeri creati dalla natura non è solo questione di tempo. Lo dico anche per evidenziare un doveroso rispetto verso la misteriosità e la grandezza della creatura umana. Tuttavia, il Machine Learning sta facendo grandi progressi, soprattutto grazie alla disponibilità di enormi quantità di dati, e a una potenza computazionale sempre più grande.

È bene notare che abbiamo a che fare quotidianamente con il Machine Learning, in quanto l’accesso alle informazioni sul web è mediato dall’I.A. Si pensi alle ricerche che facciamo su Google: l’ordine in cui le informazioni ci vengono presentate, e il contesto in cui vengono inserite, sono mediate dall’I.A. (il Machine Learning è, ad esempio, utilizzato per fornirci informazioni il più possibile compatibili con le nostre preferenze, come nel suggerirci prodotti su Amazon o film da guardare su Netflix). O si pensi anche al riconoscimento di immagini (ogni utente di Facebook sa di cosa si tratta) che si basa su algoritmi che si allenano (training) usando enormi quantità di immagini presenti nel web. Simili applicazioni si trovano in campo medico.

Ha fatto scalpore recentemente un grande risultato ottenuto nell’ambito del Deep Learning, e che rappresenta una pietra miliare anche dal punto di vista scientifico. Per la prima volta una macchina ha battuto il campione mondiale di Go, un gioco molto popolare in Asia e ora anche in Occidente, in cui l’obiettivo è utilizzare pietre nere o bianche per cercare di circondare le pietre dell’avversario, in una scacchiera di 19 righe e 19 colonne e alla fine della partita vince chi ha conquistato più territori. Per darvi un’idea della complessità di questo gioco, negli scacchi per ogni mossa di un giocatore l’avversario ha venti alternative. Nel Go questo numero da venti diventa duecento, per cui c’è un ordine di grandezza in più e inoltre la partita dura in media tre volte la partita di scacchi, per cui è un gioco estremamente complesso, con un enorme numero di possibili alternative. Il programma sviluppato dalla società Google DeepMind (chiamato AlphaGo) ha battuto il campione mondiale di Go, Lee Sedol, e questo fatto ha avuto una enorme risonanza mediatica. In effetti si è trattato, oggettivamente, di un risultato straordinario per la scienza e per l’Intelligenza Artificiale. Tuttavia, da scienziato ma anche da uomo, c’è una considerazione che non si può evitare: il programma AlphaGo, mentre è bravissimo a giocare a Go, non sa fare altro (tra l’altro, se al programma si presenta una scacchiera con una riga in meno,esso non è più capace di giocare), mentre Lee Sedol, oltre a essere un campione nel Go, è un uomo probabilmente capace di parlare più lingue, di cucinare, di guidare una macchina, ecc. Dei due, il cervello più affascinante, a mio avviso, rimane quello umano, e credo che, anche da scienziato, conservare un aspetto di umiltà e di realismo in questa prospettiva sia doveroso.

Il successo del Deep Learning, e più in generale la capacità di algoritmi di insegnare alle macchine come risolvere problemi partendo da tanti esempi, sta lanciato l’idea del Deep Learning come una tecnica che permetterà di insegnare alle macchine qualunque cosa (è la cosiddetta General Artificial Intelligence). Questo sta alimentando un dibattito attorno al tema di macchine pensanti o capaci, prima o poi, di diventare autonome nel prendere decisioni.

Come uomo e come ricercatore tengo sempre aperta la categoria della possibilità, per cui non lo escludo, tuttavia ci sono alcuni limiti evidenti, che con le tecnologie attuali non sembrano superabili.
Innanzitutto, il problema di scala che evidenziavo prima (tra l’altro nel cervello ci sono diversi tipi di neuroni, e diverse strutture che sono utilizzate per attività diverse, perciò anche con le macchine sarebbe necessario raggiungere questo grado di specializzazione).
Secondo, il Machine Learning si basa sull’imparare dai dati, e ha bisogno di tanti dati per imparare efficacemente. Il problema è che non è sempre facile avere questi dati a disposizione. Certo, in diversi ambiti ci sono tantissimi dati: per esempio lo speech recognition (cioè la capacità di una macchina di ascoltare e trascrivere quello che un umano dice) ha fatto enormi progressi, proprio perché c’è una enormità di dati relativi ai dialoghi tra persone, ma in tanti altri ambiti questa disponibilità di dati non c’è.
Terzo, è difficile “fidarsi” del Machine Learning. Se tu mi dici una cosa, posso conoscere tanti aspetti di te che mi portano a fidarmi di quello che dici (questo non vale per una rete neurale). In alternativa (o insieme) se tu mi dici una cosa, io te ne chiedo le ragioni, e tu puoi “spiegarmi” perché dici quella cosa. Questo aspetto nell’I.A. non c’è, in quanto il Machine Learning è di fatto una black box (una scatola nera), e tu non sai perché ti suggerisce di fare A o B. È molto importante, soprattutto quando si tratta di usare l’I.A. per decisioni di grande impatto o con potenziali rischi di sicurezza, e ha anche implicazioni legali in termini di responsabilità (per esempio come si gestiranno le assicurazioni per le self-driving car?).
Non a caso, un’area di ricerca scientifica che è diventata molto attiva recentemente (e di cui anch’io mi occupo con il mio team) è quella dell’Explainable AI, ovvero lo studio di tecniche che permettano all’I.A. di spiegare le decisioni che essa stessa prende. Ma la ricerca in questo campo è ancora agli albori.
Quarto, il Machine Learning si basa sui goal (obiettivi di apprendimento) dettati dall’uomo: l’uomo insegna a una macchina a giocare a scacchi, o a riconoscere le parole, o a cucinare, e le fornisce i dati per imparare ognuna di queste cose. Che una macchina si dia da sé (o dia ad altre macchine) nuovi goal o obiettivi, è un passo che non è stato ancora fatto.
C’è poi un ultimo aspetto, più controverso ma molto affascinante, e cioè il tema dell’”intuizione”. Una macchina può fare certe cose o perché è programmata per farle, o perché impara a farle analizzando (tanti) esempi. Nell’uomo l’intuizione non è solo il frutto di queste due cose. C’è un aspetto in più, misterioso, che non è appena il risultato dell’esperienza (sebbene quella incida). Le macchine non sono capaci di intuizioni. Attenzione, intuizione non è appena il creare nuove cose (ci sono già sistemi I.A. che inventano canzoni o scrivono testi). L’intuizione è più legata a un imprevisto riconoscimento di una possibilità, o di un aspetto della realtà, quasi come una sorpresa, non riconducibile solo a quello che hai già visto. Questo l’I.A. non lo fa.

Recentemente si è acceso un altro dibattito rispetto all’etica nell’I.A., che riguarda il rischio, paventato da molti, che l’I.A. possa rappresentare una grave minaccia. Ci sono state diverse iniziative e prese di posizione, con l’obiettivo di proporre un uso positivo dell’Intelligenza Artificiale da parte delle principali organizzazioni e società che sviluppano I.A. (una delle iniziative più significative è la Partnership on AI to Benefit People and Society). Se, da un lato, queste iniziative sono certamente valide e molto importanti, allo stesso tempo io credo ci siano degli aspetti da considerare nell’ambito dei singoli utenti dell’I.A. (cioè ognuno di noi). Ogni persona ha oggi, infatti, la possibilità, attraverso la tecnologia, di avere accesso in tempi rapidissimi a una quantità enorme di informazioni, e questo era impensabile fino a pochi anni fa. Di fronte a questo rapido progresso e cambiamento, l’uomo, a mio avviso, non è pronto. A uno sviluppo così veloce della scienza, infatti, non sta corrispondendo un uguale sviluppo della coscienza. È evidente, per esempio, che non sappiamo avere un rapporto equilibrato con i social media, per cui la curiosità, o il mostrare quello che uno fa, diventano spesso quasi morbosi. L’accesso così immediato alle informazioni in rete rischia di spegnere l’atteggiamento critico, che è fondamentale. E infatti si pone sempre di più il problema dell’autorevolezza dei dati. Oggi ci si affida a Google più che al proprio medico per capire diagnosi e cure di fronte ai sintomi che uno presenta. Da un punto di vista più strettamente scientifico, c’è il rischio che allo stupore per ciò che si scopre, si sostituisca la presunzione di pensare di poter, in fondo, riprodurre l’uomo con le macchine.

Con tutto questo non voglio suggerire uno sguardo cinico sull’I.A., anche perché è il mio lavoro. E poi perché credo, sinceramente, che la tecnologia sia innanzitutto un potenziale di grande creatività e costruzione. Dico, però, che c’è un aspetto di responsabilità grande, sia da parte di chi crea l’I.A. (e lo dico in primis a me stesso), sia da parte di chi la utilizza. Al tempo stesso, chi è chiamato a educare (genitori, insegnanti, docenti universitari) non può non sentirsi richiamato a chiedersi come l’educazione debba affrontare la sfida di un cambio cosi rapido e radicale del nostro rapporto con la tecnologia.

in Atlantide, marzo 2018

È ora di spalancare le finestre dell’anima

Nunzio Galantino

Dev’essere stato surreale il silenzio che, quel primo Sabato Santo, circondava gli spazi immediatamente circostanti la tomba messa a disposizione da Giuseppe di Arimatea per seppellire il corpo di Gesù. Un silenzio unico perché raccoglieva in sé tante altre forme di silenzio. Silenziosa infatti è la solitudine di un anziano che rientra nella sua casa vuota; silenzioso è il dolore di un malato nel suo letto di ospedale, o la delusione di un bambino, o le lacrime di un amante tradito. Silenzioso è Dio che tace, anche di fronte al grido stravolto dell’uomo ferito.
Il silenzio del Sabato Santo, e qualsiasi altra forma di silenzio, è come un paio di mani vuote, chiuse ad attendere; è come lo sguardo lucido di una madre che per la prima volta vede il suo bambino.
È un intervallo, una pausa, come quella posta tra le note per far risuonare l’armonia. È come lo spazio vuoto tra una parola e l’altra: serve a dare un senso alla scrittura e a trasmettere, così, un messaggio altrimenti incomprensibile.
Clarice Lispector, concludendo un suo libro scrive: «Il meglio non è ancora stato scritto. Il meglio è fra le righe». Ci è chiesta l’intelligenza di saper leggere tra le righe, ci è chiesta la pazienza di riuscire a intuire quel che non è detto, quel che non può venir detto. Perché le parole non bastano: sciuperebbero tutto.
Ci viene chiesta la capacità e il coraggio di immergerci in questo silenzio, come ci si immerge nel mare di notte. Notte e silenzio sono fratelli: possono entrambi far paura, ma anche farci giungere a un approdo luminoso. Quasi un gancio che ci permette di aggrapparci all’invisibile, o a quella zona quieta e nascosta in noi dove tutto è placato oppure, per dirla ancora con la Lispector, «quel cuore che batte nel mondo».
Per il credente «quel cuore che batte nel mondo» è il Signore Risorto. Come il pulsare del cuore, Egli chiede di essere accolto tra le righe del nostro vivere, tra i rumori e le preoccupazioni che affollano la nostra mente. Se accolto, può diventare il “meglio” di noi. Ci apre alla contemplazione restituendoci il gusto della vita e della bellezza. Non la bellezza eterea ed evanescente ma quella impastata di fatica e di sudore. Proprio come la fatica e il sudore che hanno prodotto un quadro meraviglioso, una scultura imponente, una musica celestiale: racchiudono tutto il tormento e l’impegno del loro autore. Proprio per questo, sono belle!
Le brutture, anche quelle della vita personale e di quella pubblica, si superano facendosi guidare sulle vie della bellezza. Sembra perfetta la bellezza, ma nasce dalla imperfezione, dal superamento dei limiti e delle fragilità. Nei momenti di crisi, come quelli che stiamo vivendo oggi, abbiamo bisogno di questa certezza: quando tutto ci sembra brutto e irrimediabilmente compromesso, quando le nostre relazioni ci sembrano aride e sterili proprio allora possiamo far nascere la bellezza, possiamo regalare un gesto o uno sguardo che addolciscano la bruttura e l’aridità. E mi sorprende sempre pensare a quanto la bellezza sia unita alla tenerezza. Un verso di Alda Merini dice: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori». Questa scintilla di luce che scaturisce da una frattura, questo lampo che improvvisamente rischiara quel che sembrava una rovina o una maceria, è quanto di più grande possiamo vivere, è l’esperienza più vicina al mistero della creazione e alla realtà della Pasqua.
Quando Dio creò l’universo e si fermò, ammirando quel che aveva creato, un guizzo di tenerezza avrà sicuramente attraversato il suo cuore: perché il bello è sempre intimamente connesso al bene, alla capacità di restituire alla vita il senso della meraviglia. Come se il male non fosse che un progressivo allontanarsi da una sorgente segreta e cristallina che sempre fluisce in noi, a cui l’improvvisa irruzione della bellezza ci fa tornare, ci immerge, ci vivifica.
Mi tornano in mente le parole di Christiane Singer: «La domanda che ci sarà fatta alla fine della nostra vita sarà semplice. Non “chi sei stato?”, ma: “che cosa hai lasciato passare attraverso di te?” Che qualità, che suono? che cosa hai salvato, nascosto nel cuore? A chi hai riflesso il suo splendore

segreto? Che libro hai fatto vivere, amandolo? Quale concerto, ascoltandolo di continuo? Di che cosa ti sei preso cura? A che cosa hai aperto il passaggio?».
Aprire il passaggio che dalla morte porta alla vita. Ribaltare la pietra che teneva sigillata quella tomba è il fatto che celebriamo a Pasqua. È importante spalancare porte e finestre della propria anima, raccogliersi, lasciarsi sorprendere dal passaggio improvviso di una luce e concentrarsi sulla cura e l’attenzione alle minime cose.

Sono legate Creazione e Pasqua di Resurrezione, bellezza e tenerezza. Sono abbracciate l’una all’altra, camminano unite, a passi leggeri, nel nostro cuore quando ne veniamo accarezzati. Ne restiamo sorpresi e quasi sconvolti, sembra quasi che ci pungano dolcemente il cuore. A Pasqua una tenebra si è squarciata, il silenzio è stato rotto, il buio si è illuminato lasciando il posto al calore e al bagliore di una possibilità nuova. Per tutti.

Segretario generale della Cei

in “Il Sole 24 Ore” del 31 marzo 2018

 

Via Crucis al Colosseo 2018. Preghiera finale di papa Francesco

papa Francesco

Signore Gesù, il nostro sguardo è rivolto a te, pieno di vergogna, di pentimento e di speranza.

Dinanzi al tuo supremo amore ci pervada la vergogna per averti lasciato solo a soffrire per i nostri peccati:

la vergogna per essere scappati dinanzi alla prova pur avendoti detto migliaia di volte: “anche se tutti ti lasciano, io non ti lascerò mai”;

la vergogna di aver scelto Barabba e non te, il potere e non te, l’apparenza e non te, il dio denaro e non te, la mondanità e non l’eternità;

la vergogna per averti tentato con la bocca e con il cuore, ogni volta che ci siamo trovati davanti a una prova, dicendoti: “se tu sei il messia, salvati e noi crederemo!”;

la vergogna perché tante persone, e perfino alcuni tuoi ministri, si sono lasciati ingannare dall’ambizione e dalla vana gloria perdendo la loro degnità e il loro primo amore;

la vergogna perché le nostre generazioni stanno lasciando ai giovani un mondo fratturato dalle divisioni e dalle guerre; un mondo divorato dall’egoismo ove i giovani, i piccoli, i malati, gli anziani sono emarginati;

la vergogna di aver perso la vergogna;

Signore Gesù, dacci sempre la grazia della santa vergogna!

Il nostro sguardo è pieno anche di un pentimento che dinanzi al tuo silenzio eloquente supplica la tua misericordia:

il pentimento che germoglia dalla certezza che solo tu puoi salvarci dal male, solo tu puoi guarirci dalla nostra lebbra di odio, di egoismo, di superbia, di avidità, di vendetta, di cupidigia, di idolatria, solo tu puoi riabbracciarci ridonandoci la dignità filiale e gioire per il nostro rientro a casa, alla vita;

il pentimento che sboccia dal sentire la nostra piccolezza, il nostro nulla, la nostra vanità e che si lascia accarezzare dal tuo invito soave e potente alla conversione;

il pentimento di Davide che dall’abisso della sua miseria ritrova in te la sua unica forza;

il pentimento che nasce dalla nostra vergogna, che nasce dalla certezza che il nostro cuore resterà sempre inquieto finché non trovi te e in te la sua unica fonte di pienezza e di quiete;

il pentimento di Pietro che incontrando il tuo sguardo pianse amaramente per averti negato dinanzi agli uomini.

Signore Gesù, dacci sempre la grazia del santo pentimento!

Dinanzi alla tua suprema maestà si accende, nella tenebrosità della nostra disperazione, la scintilla della speranza perché sappiamo che la tua unica misura di amarci è quella di amarci senza misura;

la speranza perché il tuo messaggio continua a ispirare, ancora oggi, tante persone e popoli a che solo il bene può sconfiggere il male e la cattiveria, solo il perdono può abbattere il rancore e la vendetta, solo l’abbraccio fraterno può disperdere l’ostilità e la paura dell’altro;

la speranza perché il tuo sacrificio continua, ancora oggi, a emanare il profumo dell’amore divino che accarezza i cuori di tanti giovani che continuano a consacrarti le loro vite divenendo esempi vivi di carità e di gratuità in questo nostro mondo divorato dalla logica del profitto e del facile guadagno;

la speranza perché tanti missionari e missionarie continuano, ancora oggi, a sfidare l’addormentata coscienza dell’umanità rischiando la vita per servire te nei poveri, negli scartati, negli immigrati, negli invisibili, negli sfruttati, negli affamati e nei carcerati;

la speranza perché la tua Chiesa, santa e fatta da peccatori, continua, ancora oggi, nonostante tutti i tentativi di screditarla, a essere una luce che illumina, incoraggia, solleva e testimonia il tuo amore illimitato per l’umanità, un modello di altruismo, un’arca di salvezza e una fonte di certezza e di verità;

la speranza perché dalla tua croce, frutto dell’avidità e codardia di tanti dottori della Legge e ipocriti, è scaturita la Risurrezione trasformando le tenebre della tomba nel fulgore dell’alba della Domenica senza tramonto, insegnandoci che il tuo amore è la nostra speranza.

Signore Gesù, dacci sempre la grazia della santa speranza!

Aiutaci, Figlio dell’uomo, a spogliarci dall’arroganza del ladrone posto alla tua sinistra e dei miopi e dei corrotti, che hanno visto in te un’opportunità da sfruttare, un condannato da criticare, uno sconfitto da deridere, un’altra occasione per addossare sugli altri, e perfino su Dio, le proprie colpe.

Ti chiediamo invece, Figlio di Dio, di immedesimarci col buon ladrone che ti ha guardato con occhi pieni di vergogna, di pentimento e di speranza; che, con gli occhi della fede, ha visto nella tua apparente sconfitta la divina vittoria e così si è inginocchiato dinanzi alla tua misericordia e con onestà ha derubato il paradiso! Amen!

Alunni con cittadinanza non italiana. 2016-2017. Pubblicazione report MIUR

MIUR

1. Alunni con cittadinanza non italiana: caratteristiche e tendenze generali

La diminuzione degli studenti italiani è compensata dalla presenza degli studenti di origine non italiana Nell’A.S. 2016/2017 gli studenti e le studentesse di origine migratoria presenti nelle scuole italiane sono circa 826mila con un aumento di oltre 11mila unità rispetto all’A.S. 2015/2016 (+1,38%). L’aumento è di entità leggermente superiore per i maschi (+5.994; +1.41%) rispetto alle femmine (+5.246; 1,34%) che nel complesso rappresentano il 48% degli studenti con cittadinanza non italiana. E’ un dato ormai consolidato che gli studenti di origine migratoria sono parte integrante della popolazione scolastica nazionale, rendendo di fatto la scuola italiana sempre più multietnica e multiculturale. La presenza di studenti con cittadinanza non italiana, riscontrabile in misura contenuta negli anni ’80, registra un consistente incremento nei successivi anni ’90 con l’afflusso di oltre 100mila studenti. E’ tuttavia nel primo decennio del duemila e fino all’A.S. 2012/2013 che i numeri diventano notevoli con l’ingresso di quasi 670mila studenti con cittadinanza non italiana nell’arco degli anni dal 2000/2001 al 2012/2013. Gli anni recenti si caratterizzano per un deciso rallentamento della crescita con un aumento di sole 39mila unità dal 2013/2014 al 2016/2017.

La costante flessione degli studenti con cittadinanza italiana, diminuiti nell’ultimo quinquennio di quasi 241mila unità, fa sì comunque che continui ad aumentare l’incidenza degli studenti di origine migratoria sul totale, passata da 9,2% a 9,4%. Se ne deduce che siano proprio gli studenti con cittadinanza non italiana il fattore tuttora dinamico del sistema scolastico italiano. La tendenza alla stabilizzazione non significa che l’accoglienza e i processi di inclusione scolastica dei giovani di origine migratoria siano un fatto ormai compiuto. Altri indicatori, infatti, segnalano la presenza di ampie quote di giovani con cittadinanza non italiana ancora da inserire (o reinserire) nel sistema scolastico-formativo. Sono, in proposito, indicativi i dati per età. In particolare, i tassi di scolarità degli studenti cittadinanza non italiana sono prossimi a quelli degli italiani sia nella fascia di età 6-13 anni (intorno al 100%), corrispondente alla scuola del 1° ciclo, sia nella fascia 14-16 anni, corrispondente al primo triennio di secondaria di II grado (nella quale scendono al 90%).

Al contrario, a 17 e 18 anni di età (ultimo biennio di secondaria II grado) il tasso di scolarità degli studenti con cittadinanza non italiana diminuisce fino al 64,8% rispetto all’80,9% degli studenti italiani. Pur tenendo presente che i dati di base utilizzati per il calcolo dei tassi portano a sovrastimare la situazione effettiva della scolarità tra gli studenti con cittadinanza non italiana e non considerando al momento la problematica del ritardo scolastico, interessa qui rilevare la brusca interruzione della frequenza scolastica che avviene a 17 e 18 anni e che di conseguenza impedisce a circa il 35% degli studenti con cittadinanza non italiana di realizzare una formazione più completa per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Le differenze di genere evidenziano che l’interruzione scolastica investe in misura assai più preoccupante i ragazzi rispetto alle ragazze. Per le ragazze il calo del tasso di scolarità è notevolmente inferiore, passando dal 93,1% al 73,9% laddove per i diciassettenni l’indice crolla dal 91,7% al 57,7%.1 L’altro ambito educativo in cui la scolarità degli studenti con cittadinanza non italiana è nettamente inferiore a quella degli italiani, riguarda la scuola dell’Infanzia. Tra i 3 e i 5 anni i bambini con cittadinanza non italiana presenti nelle scuole rappresentano il 77% dei bambini con cittadinanza non italiana residenti in Italia, mentre il dato raggiunge il 96% per i bambini italiani. Le differenze di genere mostrano che sono più i bambini che le bambine a frequentare la scuola dell’Infanzia (78,9% contro 76,5%), circostanza che mette in luce, con ogni probabilità, anche motivazioni culturali e familiari che svantaggiano le bambine rispetto ai bambini.

E’ del tutto evidente che il presupposto per un’effettiva inclusione dei bambini e degli studenti con cittadinanza non italiana a scuola come nella società, sia proprio quello di favorire al massimo la frequenza delle scuole dell’infanzia, non fosse altro perché è un’ occasione unica per imparare dai coetanei la lingua italiana prima ancora di accedere alle scuole primarie. Molte difficoltà e ritardi scolastici nascono da questa occasione mancata.

Calano i bambini con cittadinanza non italiana nella scuola dell’infanzia; aumentano gli studenti nella secondaria di II grado

La crescita complessiva di 11 mila studenti con cittadinanza non italiana è l’effetto di andamenti differenziati e di segno opposto nei diversi gradi di istruzione. La scuola dell’infanzia registra per il secondo anno consecutivo una riduzione dei bambini con background migratorio, pari a circa 1.600 unità in meno ; continua tuttavia a crescere la loro incidenza sul totale (da 10,4% a 10,7%) per effetto del calo degli allievi italiani che è di entità ben maggiore.

La scuola primaria rimane il settore che assorbe il maggior numero di studenti con cittadinanza non italiana. Nell’A.S. 2016/2017 ha registrato l’aumento più cospicuo di studenti, pari a circa 4.800 unità (+1,63%). Si tratta, tuttavia, dell’incremento più basso dell’ultimo decennio. In effetti, le iscrizioni nel settore tendono nel complesso a diminuire. Nel 1995/1996 frequentavano la scuola primaria il 47,7% degli studenti con cittadinanza non italiana; nel 2007/2008 la percentuale è scesa al 37,9% per arrivare al 36,6% nell’A.S. 2016/2017. Ciò non di meno, gli oltre 302.000 bambini con cittadinanza non italiana che attualmente frequentano la scuola primaria costituiscono ben il 10,8% del totale degli alunni di questo ordine di scuola, percentuale più elevata tra i diversi gradi di istruzione. Nella scuola secondaria di I grado, gli studenti con cittadinanza non italiana sono aumentati di circa 3.900 unità dopo un triennio di costante diminuzione. In percentuale l’aumento è uguale al 2,4%, valore più elevato tra gli ordini di scuola tanto che l’incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana sul totale passa da 9,4% a 9,7%.

Nel 2016/2017 gli studenti con cittadinanza non italiana presenti nella scuola secondaria di II grado sono circa 192.000 unità, con un aumento del 2,21% (+4.138 unità) rispetto l’anno precedente. In modo simile a quanto accade nella scuola primaria l’incremento s’inquadra nell’ambito di una tendenza alla diminuzione delle presenze straniere. Ciò nonostante, la scuola secondaria di secondo grado si può considerare il settore relativamente più dinamico per quel che riguarda l’immissione di studenti con cittadinanza non italiana. Posto uguale a 100 il numero di studenti con cittadinanza non italiana rilevato nei diversi ordini di scuola nel 2007/2008, dieci anni dopo (A.S. 2016/2017) gli studenti sono cresciuti del 48% nella scuola dell’infanzia, del 39% nella scuola primaria, del 33% nella scuola secondaria di I grado del 61% negli istituti secondari di II grado.

PER SAPERNE DI PIU’:

http://www.miur.gov.it/documents/20182/0/FOCUS+16-17_Studenti+non+italiani/be4e2dc4-d81d-4621-9e5a-848f1f8609b3?version=1.0

Pasqua. La celebrazione attraverso i mille riti popolari

Marino Niola

Nell’era di Internet le processioni della Settimana Santa vengono seguite da milioni di internauti che da ogni parte del mondo assistono in tempo reale a quello spettacolo del sacro che trasforma piazze e borghi d’Italia in teatri di strada per anime sensibili. I rituali pasquali più celebri e scenografici sono diventati negli ultimi anni dei veri e propri “monumenti” immateriali, in cui cultura di massa e cultura popolare, antiche liturgie e nuove tradizioni hanno intrecciato i propri segni. In Italia sono più di tremila le rappresentazioni popolari della Via Crucis. Dagli Incappucciati di Sorrento che sfilano come ombre nella notte profumata della Costiera, allo scoppio del carro di Firenze che incendia il duomo più bello del mondo come una santabarbara. Dai Perdoni di Taranto, con i penitenti scalzi che avanzano dondolandosi nel labirinto della città vecchia, ai Pasquali di Bormio, in Valtellina, dove le portantine allegoriche a sfondo religioso vengono portare a spalla fino al centro del paese. Dai Misteri di Procida, che fanno calare sull’isola un velo di luttuosa solennità, alla Corsa della Resurrezione di Tarquinia, dove la statua di Gesù viene fatta correre per le vie della città. Dal drammatico Iscravamentu (Deposizione) di Alghero, con la statua snodabile del Redentore che il Venerdì Santo viene staccato dalla croce e portato in processione dalle Confrarías, le confraternite di incappucciati venute da tutta la Sardegna e anche dalla Catalogna. Fino al Vasa vasa di Modica dove la domenica di Pasqua la statua della Madonna incontra quella del Figlio risorto per la tradizionale vasata, il bacio di giubilo che trasforma il rito in festa.

Sono migliaia i siti, ma soprattutto le pagine su social network come Facebook e Instagram, nonché le piattaforme di video sharing come Vimeo, impegnati in questi giorni nella diffusione urbi et orbi delle nostre ritualità religiose tradizionali. Con l’effetto di dilatare lo spazio festivo trasformandolo in spazio immateriale. In un nuovo luogo di condivisione, in grado di mettere insieme attori e spettatori della cerimonia, dando vita così a forme inedite di comunità. In questo senso la straordinaria capacità di connessione della rete consente di allargare i confini materiali del Paese anche a chi ne è lontano, come nel caso degli emigrati e di ricostruire delle collettività virtuali. Non a caso molti comuni, come Caltanissetta, Canosa di Puglia, Mantova e tanti altri, ricorrono alla diretta streaming per documentare l’evento e trasformare il locale in glocale. La comunità materiale in community virtuale. Il face to face paesano in face to facebook planetario. Così il richiamo dei rituali della Settimana Santa, che a uno sguardo superficiale potrebbe apparire un arcaismo destinato ad essere rottamato dalla secolarizzazione imperante, trova nuove ragioni di popolarità.

Forse è proprio la società della connessione permanente, sempre all’inseguimento affannoso dell’attimo fuggente, a produrre una domanda di raccoglimento, di pace interiore, di tempi lunghi, come quelli del rito, del sacro, del legame comunitario. Una tregua con noi stessi e con gli altri. Il fatto è che il nostro quotidiano è sempre più convulso, superficiale, fatto di relazioni occasionali. Un’esistenza all’insegna del last minute, una rincorsa continua che ci lascia giusto il tempo per guardarci allo specchio, ma ci sottrae quello per guardare dentro di noi.

Ebbene, in un contesto del genere, il rito valorizza le ragioni dell’essere rispetto a quelle dell’avere. Dà forma a quella domanda di profondità che resta per lo più inevasa in fondo al nostro cuore. Ci fa sentire protagonisti di un tempo diverso da quello quotidiano, finalmente scandito da relazioni più vere. Realizzando così il significato più antico della parola religione che, sin dalla sua etimologia, ha a che fare con l’essere insieme, con la solidarietà, lo scambio, la comunione, il legame. È questa insomma la ragione del fascino della Settimana Santa reale e virtuale. È come se il passo lento e severo dei riti della Passione ci mostrasse la possibilità di un cambio di velocità, che rigenera la parte più profonda di noi. Lo spirito del tempo festivo ci fa essere ciò che non siamo tutti gli altri giorni. E in questo senso ci fa vivere un’autentica esperienza di resurrezione. Anche con l’aiuto di Internet. Che lascia intravvedere la possibilità di un’ecumene digitale.

in “la Repubblica” del 30 marzo 2018

The Way of the Cross Led by his Holiness pope Francis, Colosseum, Rome, 2018

INTRODUCTION

This year, the meditations on the fourteen stations of the Way of the Cross were written by fifteen young people between the ages of 16 and 27. Two things are unusual in this regard. First, there is the age of the authors: they are young people and adolescents, nine of whom are students at the Liceo Pilo Albertelli in Rome. Second, there is the “choral” aspect of their work, which is a symphony of many voices of different tonalities and timbres. These are not “young people” in general; instead, they are Valerio, Maria, Margherita, Francesco, Chiara, Greta and the others.

With the enthusiasm typical of their age, they took up the challenge presented by the Pope in this year devoted particularly to the younger generation. They did so using a precise methodology. Gathered around a table, they read the accounts of the passion of Christ from the four Gospels. In other words, they stood before each scene along the Way of the Cross and “saw” it. Then, after a certain time had passed, each young person spoke about a detail of each scene that had struck him or her the most. In this way, it became easier and more natural to assign the individual stations.

Three key words, three verbs, mark the development of these texts: first, as already stated, is seeing, thenencountering, and last, praying.

When we are young, we want to see, we want to see the world around us; we want to see everything. The scene of Good Friday is powerful, even in its horror: seeing it can lead to revulsion or to mercy that provokes an encounter. This was the way of Jesus in the Gospel and every day, including today. He encounters Pilate, Herod, the priests, the guards, his mother, the Cyrenean, the women of Jerusalem and the two thieves, his final companions on the way. When we are young, every day we have a chance to encounter another person, and every encounter is new and surprising. We grow old when we no longer want to see anyone, when fear closes doors and defeats trust and openness. It is the fear of change, because to encounter means to change, to be prepared to set out once more on our journey with new eyes. To see and to encounter leads, finally, to prayer, because seeing and encountering give rise to mercy, even in a world that seems pitiless and, in times like our own, abandoned to senseless anger, meanness and the desire not to be bothered.

Yet if we follow Jesus with all our heart, also on this mysterious journey to the cross, courage and trust can be reborn. After we have seen, and opened ourselves to encounter, we will experience the grace of praying, no longer alone but together.

FIRST STATION
Jesus is condemned to death

From the Gospel according to Luke

A third time he said to them, “Why, what evil has he done? I have found in him no ground for the sentence of death; I will therefore have him flogged and then release him. But they kept urgently demanding with loud shouts that he should be crucified; and their voices prevailed. So Pilate gave his verdict that their demand should be granted. He released the man they asked for, the one who had been put in prison for insurrection and murder, and handed Jesus over as they wished (Lk 23: 22-25).

MEDITATION

I see you, Jesus, standing before the governor, who tries three times to oppose the will of the people, and finally decides not to decide. I see you standing before the crowd; they are asked three times and each time they decide against you. The crowd, in other words, everyone and no one. Hidden in the throng, we lose our individuality; we become the voice of a thousand other voices. Even before we deny you, we deny ourselves, diluting our own responsibility in the seething tide of a faceless crowd. And yet we are responsible. Misled by the rabble-rousers, by the evil that insinuates itself with a deceitful and deafening voice, it is we, all humanity, who condemn you.

Today we are horrified at so great an injustice; we don’t want to be a part of it. But in this way we forget all those times when we ourselves were ready to save Barabbas over you. All those times when our ears were deaf to the voice of goodness, when we preferred not to see the injustice all around us.

In that crowded square, it would have been enough for a single heart to hesitate, for a single voice to be raised against the thousand voices of evil. Whenever life sets before us a decision to be made, let us be reminded of that square and that mistake. Let us allow our hearts to hesitate and command our voices to speak out.

PRAYER

I ask you, Lord,
keep watch over our decisions,
bring them clarity by your light,
and lead us to ask the right questions.
Evil alone never doubts.
Trees that sink their roots in the ground,
wither, if watered by evil,
but you have set our roots in heaven,
and our branches on earth, to know and follow you.

Our Father

SECOND STATION
Jesus receives his cross

From the Gospel according to Mark

[Jesus] called the crowd with his disciples, and said to them, “If any want to become my followers, let them deny themselves and take up their cross and follow me. For those who want to save their life will lose it, and those who lose their life for my sake, and for the sake of the Gospel, will save it (Mk 8:34-35).

MEDITATION

I see you, Jesus, crowned with thorns as you receive your cross. You accept it, as you always accept everything and everyone. They burden you with its wood, heavy and rough, yet you do not rebel, you do not reject that unjust and humiliating instrument of torture. You take it up and begin to walk, carrying it on your shoulders.

How many times have I rebelled in anger against burdens I have received, viewing them as heavy or unjust. That is not your way. You are only a few years older than I – nowadays we would consider you still young – but you are accepting. You take seriously what life offers you, every opportunity it presents, as if you wanted to go to the very heart of things, to discover that there is always something beyond appearances, something remarkable and meaningful. Thanks to you, I understand that this is a cross of salvation and liberation, a cross that bears me up whenever I stumble, a yoke that is easy, a burden that is light.

The scandal of the death of God’s Son, a sinner’s death, a criminal’s death, grants us the grace to discover amid sorrow your resurrection, amid suffering your glory, amid anguish your salvation. And the cross itself, which speaks to us of humiliation and pain, is now revealed, thanks to your sacrifice, as a promise that from every death new life will arise, and in every dark place light will shine. And so we can cry out: “Hail, holy cross, our one hope!”

PRAYER

I ask you, Lord,
that in the light of the cross, the symbol of our faith,
we may accept our sufferings and, enlightened by your love,
embrace our own crosses, made glorious by your death and resurrection.
Give us the grace to look back on the story of our lives
and to rediscover in them your love for us.

Our Father…

THIRD STATION
Jesus falls for the first time

From the book of the prophet Isaiah

Surely he has borne our infirmities and carried our diseases; yet we accounted him stricken, struck down by God, and afflicted (Is 53:4).

MEDITATION

I see you, Jesus, making your way to Calvary bearing our sins. I see you fall, hands and knees on the ground, in pain. With what great humility did you fall! And what great humiliation you now endure! Your human nature, your true manhood, is clearly seen in this fragment of your life. The cross you carry is a heavy one. You need help to carry it, but when you fall to the ground, no one helps you. Instead, people make fun of you, they laugh at the sight of a God who falls. Perhaps they are disappointed, perhaps they had a mistaken idea of who you are. Sometimes we think that having faith in you means never falling in life. Together with you, I also fall, and my ideas with me, those ideas I had about you. How fragile they were!

I see you Jesus, as you grit your teeth and, in complete surrender to the love of the Father, you get up and resume your journey. With these, your first, faltering steps beneath the cross, Jesus, you remind me of a child taking his first steps in life. Losing his balance, he falls and cries, but then keeps going. He trusts in the hands of his parents and does not give up. He is afraid but he keeps walking, because trust is stronger than fear.

By your courage, you teach us that our failures and falls must never halt our journey, and that we always have a choice: to give up or to get up, in union with you.

PRAYER

I ask you, Lord, give us young people
the courage to get up after every fall,
as you did on the way to Calvary.
Grant that we may always appreciate
the great and precious gift of life,
and that our failures and falls
may never be a reason for throwing it away.
We know that if we trust in you,
we will be able to get up again
and find the strength to keep going,
always.

Our Father…

FOURTH STATION
Jesus meets his mother

From the Gospel according to Luke

Simeon blessed them and said to his mother Mary, “This child is destined for the falling and the rising of many in Israel, and to be a sign that will be opposed, so that the inner thoughts of many will be revealed – and a sword will pierce your own soul too” (Lk 2:34-35).

MEDITATION

I see you, Jesus, as you meet your mother. Mary is there, making her way through the crowded street, with many persons all around her. The only thing that makes her different from the others is the fact that she is there to accompany her son. Something we see every day: mothers accompanying their children to school or to the doctor, or bringing them to work. Yet Mary is different from other mothers: she is accompanying her son to his death. To see your own child die is the worst, the most unnatural thing that anyone could imagine for a person, and it is all the more atrocious if that child is dying at the hands of the law. How unnatural and unjust is this scene before my eyes! My own mother instilled in me a sense of justice and trust in life, but what I see today has nothing to do with that: it is senseless and painful.

I see you, Mary, as you look at your poor child. He bears on his back the marks of the scourge and he is forced to carry the weight of the cross; soon, no doubt, in his exhaustion he will fall beneath it. Yet you knew that, sooner or later, this would happen. It was prophesied to you, but now that it is taking place, everything is different. That is how things are: we are always unprepared before the harsh realities of life. Mary, now you are sorrowful, as any woman would be in your place, but you do not despair. Your eyes are undimmed; you are not forlorn and downcast. You are radiant even in your sorrow, because you have hope. You know that this journey of your son will not be a one-way trip. You know, you feel, as only mothers can feel, that soon you will see him again.

PRAYER

I ask you, Lord: help us always
to keep before our eyes the example of Mary,
who accepted the death of her son
as a great mystery of salvation.
Help us to act with our gaze fixed on the good of others
and to die in the hope of the resurrection,
conscious that we are never alone
or abandoned by God or Mary,
the loving mother ever concerned for her children.

Our Father…

FIFTH STATION
Simon of Cyrene helps Jesus to carry the cross

From the Gospel according to Luke

As they led him away, they seized a man, Simon of Cyrene, who was coming from the country, and they laid the cross on him, and made him carry it behind Jesus (Lk 23:26).

MEDITATION

I see you, Jesus, crushed beneath the weight of the cross. I see that you can’t do it alone: At your moment of greatest need, you remain alone, without those who called themselves your friends. Judas betrayed you, Peter denied you, the others abandoned you. Yet suddenly there is an unexpected encounter with someone unknown, a mere passerby, who perhaps had only heard about you and not followed you. Yet now here he is, at your side, shoulder to shoulder, to share your yoke. His name is Simon and he is a stranger come from afar, from Cyrene. For him today something unexpected happens, which becomes an encounter.

Every day we experience any number of encounters and conflicts, especially those of us who are young people. We continually encounter new experiences and new people. In unexpected meetings, in accidental events, in strange surprises, there are hidden opportunities to love, to see the best in our neighbours, even those who seem different from ourselves.

At times, Jesus, we feel like you, abandoned by those we thought were our friends, crushed by a heavy burden. Yet we must not forget that there is a Simon of Cyrene ready to carry our cross. We must remember that we are not alone and, in that realization, we will find the strength to take up the cross of those around us.

I see you, Jesus: now you seem be to experiencing a bit of relief. You manage, momentarily, to catch a breath, now that you are no longer alone. I also see Simon. Who knows if he has realized that your yoke is light, and if he appreciates the meaning of this unexpected event in his life.

PRAYER

I ask you, Lord, to give each of us the courage
to be like Simone of Cyrene,
who takes up your cross and follows in your steps.
May each of us be sufficiently humble and strong
to take up the crosses of those whom we meet.
Grant that, when we feel alone,
we may recognize on our journey a Simon of Cyrene
who will halt and help bear our burden.
Grant that we may see the best in every person,
and be open to all different kinds of encounter.
I ask that each of us may unexpectedly
find himself or herself walking at your side.

Our Father…

SIXTH STATION
Veronica wipes the face of Jesus

From the book of the prophet Isaiah

He had no form or majesty that we should look at him, nothing in his appearance that we should desire him. He was despised and rejected by others; a man of suffering and acquainted with infirmity; and as one from whom others hide their faces he was despised, and we held him of no account (Is 53:2-3).

MEDITATION

I see you, Jesus, wretched and barely recognizable, treated like the least of men. You walk, faltering, to your death, your face bleeding and disfigured, yet, as always, meek and humble, looking up. A woman steps out of the crowd to see at close hand that face of yours which, perhaps, had spoken so often to her soul and which she loved. She sees its pain and wants to help. They do not let her pass, there are so many of them, all too many, and they are armed. But to her, none of that matters; she is determined to reach you and for a moment she manages to touch you, caressing you with her veil. Hers is the power of tenderness. Your eyes meet for a second, face meets face.

We know nothing about that woman, Veronica, or her story. She earns heaven with a simple gesture of charity. She approaches you, sees your suffering face and loves it even more than before. Veronica does not stop at appearances, which today are so important in our image-conscious society. She loves, unconditionally, a face that is unsightly, marred, unlovely and imperfect. That face, your face, Jesus, in its very imperfection, shows the perfection of your love for us.

PRAYER

I ask you, Jesus, grant me the strength
to approach others, to approach every person,
young or old, poor or rich, friends or strangers,
and to see your face in all those faces.
Help me never to hesitate in coming
to the aid of my neighbour, in whom you dwell,
even as Veronica came to help you on the way to Calvary.

Our Father…

SEVENTH STATION
Jesus falls for the second time

From the book of the prophet Isaiah

By a perversion of justice he was taken away. Who could have imagined his future? For he was cut off from the land of the living, stricken for the transgression of my people… Yet it was the will of the Lord to crush him with pain (Is53:8.10)

MEDITATION

I see you, Jesus, fall once more before my eyes. By falling again, you show me that you are a man, a true man. And I see you get up again, more resolute than before. You do not get up with pride; there is no pride in your gaze, there is love. In continuing on your journey, getting up after each fall, you proclaim your resurrection. You show that you are ready, once again and always, to bear on your bleeding shoulders the burden of human sin.

By falling again, you sent us a clear message of humility. You fell on the ground, on that humus from which we “humans” are born. We are dust, we are mud, we are nothing in comparison to you. But you want to become like us, and now you show yourself close to us, with our troubles, our weaknesses, the sweat of our brow. Now, on this Friday, as often happens to us, you overwhelmed by sorrow. But you have the strength to go forward, you are not afraid of the difficulties that lie ahead, and you know that at the end of your struggle there is heaven. You get up precisely to get there, to, open before us the gates of your kingdom. What a strange king you are, a king lying in the dust.

Suddenly I am thrown into confusion: we are not worthy of comparing our efforts and our falls to yours. Your falls are a sacrifice, the greatest sacrifice that my eyes and all of history will ever be able to see.

PRAYER

I ask you, Lord, grant that we may be ready to get up after falling,
that we may learn from our failures.
Remind us that, when it is our turn to make mistakes and fall,
if we but stay with you, and hold fast to your hand,
we can learn to get up again.
Grant that we young people may bring to everyone your message of humility,
that future generations may open their eyes to you
and learn to understand your love.
Teach us to help those who suffer and fall beside us,
to wipe away their sweat, and to stretch out a hand to lift them up.

Our Father…

EIGHTH STATION
Jesus meets the women of Jerusalem

From the Gospel according to Luke

A number of the people followed him, and among them were women who were beating their breasts and wailing for him. Jesus turned to them and said, “Daughters of Jerusalem, do not weep for me, but weep for yourselves and for your children. For the days are surely coming when they will say, ‘Blessed are the barren, and the wombs that never bore, and the breasts that never nursed.’ Then they will say to the mountains, ‘Fall on us’; and to the hills, ‘Cover us.’ For if they do this when the wood is green, what will happen when it is dry?” (Lk 23:27-31)

MEDITATION

I see you and I hear you, Jesus, as you speak to the women whom you meet on the way to your death. Each day you would meet any number of people; you would approach everyone and talk to all. Now you speak with the women of Jerusalem, who look at you and weep. I too am one of those women. But you, Jesus, speak words of warning that for me are striking: they are so concrete and direct. At first, they might appear harsh and severe, but that is because they are so direct. Nowadays we are used to a world where people beat around the bush. A cool hypocrisy veils and filters what we really mean. We are unwilling to correct others. We prefer to leave them to their own devices, not bothering to challenge them for their own good.

Whereas you, Jesus, speak to the women like a father, also admonishing them. Your words are words of truth and they are forthright for the sole sake of correction, not judgment. Yours is a language different from the one we speak. You always speak with humility and you go straight to the heart of the matter.

In this meeting, your last before the cross, we see once more your boundless love for the least, the marginalized. Women in those days were not considered worthy of being spoken to, whereas you, in your kindness, are truly revolutionary.

PRAYER

I ask you, Lord, grant that,
together with the women and men of this world,
I may become ever more charitable
towards those in need, even as you were.
Give all of us the strength to go against the grain
and to enter into authentic contact with others,
building bridges and not enclosing ourselves in the selfishness
that leads us to the solitude of sin.

Our Father…

NINTH STATION
Jesus falls for the third time

From the book of the prophet Isaiah

But he was wounded for our transgressions, crushed for our iniquities; upon him was the punishment that made us whole, and by his bruises we are healed. All we like sheep have gone astray; we have turned to our own way, and the Lord has laid on him the iniquity of us all (Is 53:5-6).

MEDITATION

I see you, Jesus, as you fall for the third time. Twice now you have fallen, and twice you have got up. By now, there are no limits to your struggle and your pain. Now, in this third and last fall, you seem completely overwhelmed. How many times, in everyday life, do we fall! We fall so often that we lose count. Yet we always hope that each fall will be the last, because we need the courage of hope to face suffering. When a person falls that many times, ultimately all strength fails and all hope vanishes.

I imagine myself beside you, Jesus, as you make your way to your death. It is hard to think that you are the Son of God himself. Someone has already tried to help you, but now you are exhausted, at a stand-still, paralyzed: it seems that you cannot possibly go any further. Unexpectedly, however, I see you get up, straighten your legs and your back, despite the weight of the cross on your shoulder, and begin to walk once more. Yes, you are walking to your death, but you want to do so to the very end. Perhaps this is love. What I understand is that it makes no difference how many times we will fall; there will always be one last time, perhaps the worst, the most terrible trial, when we are called to find the strength to endure to the end of the journey. For Jesus the end is the crucifixion, the apparent absurdity of death, which nonetheless reveals a deeper meaning, a more sublime purpose, that of saving us all.

PRAYER

I ask you, Lord, grant us every day
the courage to go forward on our journey.
Grant that we may receive to the very end
the hope and the love that you have given us.
May everyone confront the challenges of life
with the strength and the fidelity which were yours
in the final moments of your journey
to death on the cross.

Our Father…

TENTH STATION
Jesus is stripped of his garments

From the Gospel according to John

When the soldiers had crucified Jesus, they took his clothes and divided them into four parts, one for each soldier. They also took his tunic; now the tunic was seamless, woven in one piece from the top (Jn 19:23).

MEDITATION

I see you, Jesus, naked, as I have never seen you before. They have stripped you of your garments, Jesus, and are casting dice for them. In the eyes of these men, you have lost the last shred of your remaining dignity, your one possession on this, your journey of suffering. At the beginning of time, your Father had sewn garments for men, to clothe them in dignity; now men strip that garment off your back. I see you, Jesus, and I see a young migrant, his body ravaged, who arrives in a land that all too often is heartless, ready to strip off his garment, his one treasure, and to sell it. To leave him alone with his cross, like yours, alone with his disfigured skin, like yours, alone with his eyes brimming with tears of pain, like yours.

Yet there is something we often forget about dignity. It is found beneath your skin; it is part of you, and it will always be with you. All the more, at this moment, in this nakedness.

The nakedness in which we are born is the same as the nakedness with which the earth will receive us in the evening of our lives. From one mother to another. And now, here on this hill, your mother is also present. Once again, she sees you naked.

I see you and I understand the grandeur and the splendour of your dignity, the dignity of every man, which no one will ever be able to erase.

PRAYER

I ask you, Lord, grant that all of us may acknowledge
the dignity belonging to our nature,
even when we find ourselves naked and alone before others.
Grant that we may always see the dignity of others,
respect it and defend it.
We ask you to grant us the courage needed
to understand ourselves as more than the clothing we wear,
and to accept our own nakedness.
It reminds us of our poverty,
with which you fell in love, even to giving your life for us.

Our Father…

ELEVENTH STATION
Jesus is nailed to the cross

From the Gospel according to Luke

When they came to the place that is called The Skull, they crucified Jesus there with the criminals, one on his right and one on his left. Then, Jesus said, “Father, forgive them; for they do not know what they are doing” (Lk 23:33-34).

MEDITATION

I see you, Jesus, stripped of everything. They wanted to punish you, an innocent person, by nailing you to the wood of the cross. What would I have done in your place? Would I have had the courage to acknowledge your truth, my truth? You had the strength to bear the weight of the cross, to meet with disbelief, to be condemned for your provocative words. Today we can barely swallow a critical comment, as if every word was meant to hurt us.

You did not stop even before death. You believed deeply in your mission and you put your trust in your Father. Today, in the world of Internet, we are so conditioned by everything that circulates on the web; there are times when I doubt even my own words. But your words are different; they are powerful in your weakness. You have forgiven us, you held no grudge, you taught us to offer the other cheek and you kept going, even to the total sacrifice of your self.

I look all around and I see eyes glued to telephone screens, people trolling the social networks in order to nail others for their every mistake, with no possibility of forgiveness. People ruled by anger, screaming their hatred of one another for the most futile reasons.

I look at your wounds and I realize, now, that I would not have had your strength. But I am seated here at your feet, and I strip myself of all hesitation. I get up in order to be closer to you, even if by a fraction of an inch.

PRAYER

I ask you, Lord, that in the face of good
I may be ready to recognize it,
that in the face of injustice I may find the courage
to take my life in my hands and to act differently.
Grant that I may be set free from all the fears
that, like nails, immobilize me and keep me far
from the life you have desired and prepared for us.

Our Father…

TWELFTH STATION
Jesus dies on the cross

From the Gospel according to Luke

It was now about noon, and darkness came over the whole land until three in the afternoon, while the sun’s light failed; and the curtain of the temple was torn in two. Then Jesus, crying with a loud voice, said, “Father into your hands I commend my spirit.” Having said this, he breathed his last. When the centurion saw what had taken place, he praised God and said, “Certainly this man was innocent” (Lk 23:44-47).

MEDITATION

I see you, Jesus, but this time I would rather not see. You are dying. You were beautiful to behold when you spoke to the crowds, but now all that has come to an end. I do not want to see that end; all too often I have averted my gaze, I have become almost accustomed to flee pain and death. I have become numb to them.

Your cry on the cross is loud and heartrending. We were not prepared for all that pain; we are not nor will we ever be. Instinctively, we flee, in panic, before death and suffering. We reject them; we prefer to look away or to close our eyes. Instead, you remain there, on the cross; you await us with open arms. You open our eyes.

This is a great mystery, Jesus. You love us by dying, by suffering abandonment, by bestowing your spirit, by doing the Father’s will, by withdrawing. You remain on the cross, and that is all. You do not try to explain the mystery of death, the destruction of all things. You do more: you cross over it completely in body and spirit. A great mystery. One that continues to question us and to unsettle us. It challenges us and it invites us to open our eyes and to see your love even in death, indeed even starting from death itself. It is there that you loved us as we really are, truly and inevitably. It is there that we grasp, however imperfectly, your living and authentic presence. We will always thirst for this: for your closeness, for your being God-with-us.

PRAYER

I ask you, Lord, open my eyes
to see you also in suffering, in death,
in the ending which is not the real ending.
Upset my complacency by your cross: shake off my drowsiness.
Challenge me always by your disturbing mystery,
that overcomes death and grants life.

Our Father…

THIRTEENTH STATION
Jesus is taken down from the cross

From the Gospel according to John

After these things, Joseph of Arimathea, who was a disciple of Jesus, though a secret one because of his fear of the Jews, asked Pilate to let him take away the body of Jesus. Pilate gave him permission; so he came and removed his body. Nicodemus, who had at first come to Jesus by night, also came, bringing a mixture of myrrh and aloes, weighing about a hundred pounds. They took the body of Jesus and wrapped it with the spices in linen cloths, according to the burial custom of the Jews (Jn 19:38-40).

MEDITATION

I see you, Jesus, remaining there, on the cross. A man of flesh and bones, with all their frailty, all their fears. How greatly did you suffer! It is an unbearable scene, perhaps because it is so drenched in humanity. This word is the key, the cypher of your journey, filled with such suffering and fatigue. It is your humanity that so often we forget to acknowledge in you and to seek in ourselves and in others, for we are all too caught up in a life ever more fast-paced, blind and deaf to the difficulties and the pain of others.

I see you, Jesus. Now you are no longer there, on the cross. You have gone back from where you came, laid upon the lap of the earth, upon the lap of your mother. The suffering is now past, vanished. This is the hour of mercy. Your lifeless body continues to speak of the strength with which you faced suffering; the meaning that you gave it is reflected in the eyes of those still there at your side and will always remain there in love, given and received. Before you, and before us, opens a new life, heavenly life, marked by the one thing that resists and remains unbroken by death: love. You are here with us at every moment, at every step, in every uncertainty, in every shadow. While the shadow of the tomb lengthens on your body, held in the arms of your mother, I see you and I am afraid, yet I do not despair. I trust that the light, your light, will shine once again.

PRAYER

I ask you, Lord,
keep hope ever alive in us,
and faith in your unconditional love.
Grant that we may continue, our hearts inflamed,
to fix our gaze on eternal salvation,
and thus find refreshment and peace on our journey.

Our Father…

FOURTEENTH STATION
Jesus is laid in the tomb

From the Gospel according to John

Now there was a garden in the place where he was crucified, and in the garden there was a new tomb in which no one had ever been laid. And so, because it was the Jewish day of Preparation, and the tomb was nearby, they laid Jesus there (Jn 19:41-42).

MEDITATION

No longer do I see you, Jesus, now all is dark. Long shadows fall from the hills, and the Shabbat lamps light up Jerusalem, outside homes and within. They beat against the gates of heaven, closed and impregnable: for whom is all this solitude? Who can sleep on a night like this? The city is filled with the sound of children crying, mothers singing, soldiers making their rounds. The day is dying and you alone are sleeping. Are you sleeping? And on what bed? What blanket hides you from the world?

From afar, Joseph of Arimathea followed your steps, and now, with quiet steps, accompanies you in your sleep, withdraws you from the stares of the indignant and malicious. A sheet enfolds you in the chill of death and dries your blood, sweat and tears. From the cross you descend, but lightly. Joseph carries you on his shoulders, but you are light: you no longer bear the burden of death, of hatred and anger. You sleep as you did on the warm straw when you were wrapped in swaddling clothes and another Joseph held you in his arms. Just as there was no room for you then, so now you have nowhere to lay your head. Yet on Calvary, on the stiff neck of the world, there grows a garden in which no one had yet been buried.

Where have you gone off to, Jesus? Where have you descended, if not into the depths? Where if not in a place still untouched, in an even tighter cell? You are caught in our snares, imprisoned in our sadness. Like us, you walked on the earth, and now, like us, under the earth, you make room for yourself.

I would like to run far away, but you are there within me. I need not to go out to seek you, because you are knocking at my door.

PRAYER

I ask you, Lord, who revealed yourself not in glory
but in the quiet of a dark night.
You who see not the surface, but in secret,
entering into the depths.
From the depths, hear our voice:
grant that, in our weariness, we may find rest in you,
seeing in you our nature,
and in the love of your sleeping face,
the beauty we have lost.

Our Father…

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2018/documents/ns_lit_doc_20180330_via-crucis-meditazioni_en.html